Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397), che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea (che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20 a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare la tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio, montuoso, che per la presenza di lhistai, ladroni (sul problema lhistai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lhistai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode (forse) trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici, che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lhistai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti, che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente (nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

 

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes/ ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia /disordine con indisciplina  oltre  che di adikia / ingiustizia e di akolasia /sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233), di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hyrcano, uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel Giudaismo ed ellenismo, Paideia, 2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina, si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati, come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent  Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  1937, 562 ss. passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai, che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia,  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi (Oi ontes en tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs …

Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici : i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV, che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute, poi, sotto gli asmonei, sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi, poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,  e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolate ai siri, celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone -Cfr.papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.)- si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei,  considerati come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C…
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana, considera il termine Methorios come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta, ora,  in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene…
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione  con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia, tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e- forse ancora di più-  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale, avendo letto con qualche altra valenza il termine (Cfr. Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate da quella dei Tubiadi e degli oniadi, evidenziando il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere, inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine, cerchiamo di capire da dove effettivamente sia  esso derivato nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima, e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e, quindi, vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi, inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino, facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare; il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme, derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia
Methorios, methoria, methorion, dunque, è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antiparthica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che, essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi,  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av. C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me  è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che a quella degli ellenisti, seppure  odiosi alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare quanto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio  Israel, in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias, 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos  o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di unecsousia di un capobrigante  cioè del comando di un volgare lhisths in una zona franca, dove  esiste solo un potere locale- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Denuncia e consegna di Gesù

Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.

Nostro intento, Marco,  è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.

Professore, essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata?

Certo tutto cambiò: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.

Ma per far questo ci vuole tempo, molto tempo, professore?

Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-35) .

Allora, professore, Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios, re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta?.

Certo. Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).

La semplicità di Marco ha, però, professore,  efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche?

Certo. L’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.

Perciò Marco  sottende,professore,  da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale?.

E’questo il metodo dell’evangelista.Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr.  Commento al I libro di Antichità Giudaiche, www.angelofilipponi.com).

Inoltre, Marco forse  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore. Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala. Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.

Matteo, professore, ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.?

Levi Matthaios, era, Marco, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones, che scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone ( in Vita di Mosé -specie nel III libro- è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) ha valore profetico mosaico e quindi connesso con la Torah, come oracolo legato alla legge di Mosè, non  esterno alla legge, non nuovo, ma come forse commento scritto alla presenza del rab- maran, rimasto così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per (a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.

Allora, professore, Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi?.

Certo.Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù, martus. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile: specie i discepoli che, consegnandolo, si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!

E Luca?,professore

Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia e  Macedonia  col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6). Tutti, più o meno, convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo.

Luca,professore  fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli?.

Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni ,che è di epoca gnostica, e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze  di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Christos), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt. 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdì e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifissione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli, che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo , Marco, la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Proviamoci , professore, io ascolto.

Da storici propendiamo- tu ben lo sai-  per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepoos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J.Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt. 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepoos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),fino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione parthica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis,( novitas secondo i latini), neoterismòs  per i greci.

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda metà di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parthi e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres/ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parthi, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzazione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’ eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona, allora, il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parthi,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Grazie, professore, per avermi ricordato questi avvenimenti.

Marco, Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: Artavaste II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello parthico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parthi sul trono di Armenia e della vittoria del partito filoparthico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parthi, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione di una dinastia legittima .

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio  Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Parthia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione parthica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Professore mi trovo in difficoltà . mi può precisare?

Per capire ,Marco, il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III, nel 34 d.C.  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze parthiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene parthiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello parthico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dalle incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’ impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze parthiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane, invece, aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parthi dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte decine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare, duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque né a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parthi.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parthi lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi, di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo, tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Professore ora  capisco perché nessuno ha affrontato questo problema. E’ veramente complesso e difficile inserire la consegna di Gesù  ai Romani!

Questi fatti , Marco, sono letti da Flavio  in modo disordinato e  confuso, come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Parthia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa, che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatore fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima, non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo, poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Professore,in una tale situazione  come si comportò Pilato?

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei, coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia,  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani,  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione, era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias e di Pomponio Flacco,   per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie collimano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così festosa.

Noi riteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I  giudei, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parthi.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008 e  Giudaismo romano, opera inedita, www.angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, www.angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monobazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani,Sarmati, Sciti, Iberi, Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione caucasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello parthico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che da  Monobazo ed Elena di Adiabene.

Professore, mi può dire esattamente cosa pensa di Gesù re?

Quello, che noi chiamiamo Gesù, si autoproclama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori, giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio, che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia parthico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile!.

C’è professore euforia con enthousiasmos?

Certo, Marco , dovunque:e nel mondo romano e in quello parthico e in ogni altra parte del mondo dove ci sono colonie ebraiche.I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’aiuto del re dei Parthi, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re  ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 135 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del mese  Nisan,  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’ attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello della linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine parthico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la Pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo, poi, che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che, come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora, ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla: non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  iniquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per dare vita agli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re, che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere, seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ancora  più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene!.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio,  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’aiuto ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri aretoon, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico parthico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Parthia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomina di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

Professore, La nuova costituzione per la Iudaea  è un altro segno del buon governo romano?

Non scherzare, Marco!  Specie in un momento di grave crisi economica,   Claudio  sa contenere l’ira imperiale, ma ha le stesse idee del nipote, che voleva estirpare il cancro giudaico!. La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea , ora,  è di nuovo  sotto il potere diretto di Roma: Claudio non ha voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concede solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)!…

Con la nuova costituzione la Iudaea va ormai  verso la sua distruzione totale,  prima templare ed infine   gerosolomitana e nazionale! …

 

Cirillo e Porfirio

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.  Girolamo è inficiato, quindi, di apollinarismo!La sua opera risente della theoria apollinarista, che seppure condannata in Oriente, in Occidente, ha qualche sua applicazione!.Gli apollinaristi affermano che Gesù Christos non  ha un’anima razionale come l’uomo, avendo nell’incarnazione il Verbo assunto un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo sono dovute unicamente al Verbo. Polemizzando con gli ariani, Apollinare,  nell’uomo distingue, secondo il pensiero platonico di  Plutarco (Il volto della luna, a cura di  D. Del Corno, Plutarchi moralia selecta, Adelphi 1991) il corpo/soma o Hule, l’anima sensitiva /psyché e l’anima intellettiva /nous, rilevando che il Verbo divino assume della natura umana soltanto il corpo e l’anima sensitiva ma non l’anima intellettiva. Apollinare ritiene che  nell’unione di due nature, in sé perfette,  quella umana e quella divina non possono rimanere integrali,  altrimenti verrebbe diminuita la natura divina. Perciò, è necessario che nell’unione sia mutilata la natura umana che risulta imperfetta in quanto senza anima . Infatti secondo Apollinare, in un uomo completo esiste il peccato, che deriva dalla volontà, dallo spirito. Se si vuole salvare l’impeccabilità di Cristo, è necessario eliminare l’anima intellettiva! a mio parere Girolamo all’epoca è origeniano e, quindi, segue ancora l’indirizzo di  Gregorio di Nazianzo, razionale, pur nella dimostrazione, e retorico in ogni sua   affermazione.

Precisato questo, per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo, mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Apologeticum, V,2

Fenice, libertà e sogno di eterna rinascita - laCOOLtura
Araba fenice

A Franco Tozzi, uno dei miei rarissimi amici, lettore attento e convinto estimatore della mia opera storica.

Per tutti sapere è un bene prezioso in una società ammaliata dall’immagine televisiva e dalle nozioni elementari del telefonino ! . Per me sapere è un male, che genera acuta sofferenza, profonda delusione , oltre a vergogna, per il fatto che, per tutta la vita, ne sono stato solitario ed accurato ricercatore, noto solo a pochi!

*Davvero, professore, ho ben capito il messaggio di Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante : c’è di tutto per favoleggiare per i christianoi, circa l’epoca tiberiana, oltre che su quella augustea ? !

*La fenice, che ritorna, non è simbolo di Christos?!

No. Marco. Nel 34 d.C., invece, è figura certa dell’avvento al trono di Gaio Germanico Caligola, l’astro nascente, il destinato ad essere neos Sebastos, soothr per il mondo romano, destinato a bruciare il padre/Tiberio sull’altare del Sole/Ottaviano Augusto, allegoria alessandrina, dell’ eternità del Regno nuovo del principe Romano, nella celebrazione dell’ektheosis del 40 d.C., poco dopo la vittoria di Lucio Vitellio sui Parthi e la presunta morte di Christos cfr. Legatio ad Gaium !
Se si legge Censorino, De die natali, XVIII,10 si comprende questo: la fenice, che rinasce ogni cinquecento anni, è segno dell’eternità dell‘imperium romano!. Nella sua opera non ci sono allusioni cristiane ma solo notizie scientifiche, proprie di uno scienziato! Non c’è un cenno del Christos nell’opera di Censorino .

Chi era?

Censorino di Teate /Chieti, è un grammatico, scrittore di un’opera dedicata al suo patronus, di cui si fa l’oroscopo, tal Quinto Cerellio di 49 anni, vivente nell’anno 238 d.C. sotto Gordiano III.

*Vive prima dell’evento del millenario di Roma, da cui inizia il fenomeno cristiano millenaristico di cui lei ha parlato varie volte con noi alunni, in riferimento anche a Gioacchino da Fiore?

Si. Marco. Ti aggiungo che Censorino forse è presente alle celebrazioni dell’imperatore traconita Giulio Filippo (244-249 ) che si fanno nel 248 d.C. per la fondazione di Roma. Secondo la theoria di Taruzio, fermano, accettata da Varrone bisognava celebrare Roma , fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo, Il 21 aprile 247 d.C., quando l’Imperatore era impegnato nelle campagne militari. Al suo ritorno, Filippo l’arabo, nello stesso anno, chiudendo le celebrazioni secolari, riprende la tradizione precedente dei grandi Imperatori come Augusto, Antonino Pio e Settimio Severo, e celebra la fine delle guerre col genetliaco dell‘urbs romulea.

*La trattazione sull‘araba fenice, uccello variopinto, riapparso dopo secoli nell’anno 34 d.C., è breve in Censorino?

Si, c’ è solo un cenno, mentre è lungo il discorso sulla metrica – aveva scritto De accentibus!! – sulla musica, sulla medicina, e sull’astronomia,

*E’ uno studioso importante ?

E’ più uno scienziato che un grammatico famoso. All’epoca, i grammatici e i retori sono ben pagati anche dallo stato perché hanno una funzione di propaganda imperiale già dal periodo antonino, quello di Frontone, e, poi, di Filostrato ed ora di Censorino, a seguito della fine dei Severi (193-235). Il grammatico teatino è considerato il nuovo Varrone, un amante del sapere, vero studiosus come il filosofo Cornelio Celso, come il medico Galeno, come l’astronomo Claudio Tolomeo, che procede secondo scientia, in quanto segue Varrone e Taruzio, circa la datazione sulla nascita di Roma- cfr. Lucio Taruzio-.

*E’ anche astrologo ben retribuito da privati se fa oroscopi personali?.

Certo. E’ uomo di successo, che fa calcoli precisi congiunturali per stabilire quello che capiterà al committente, tenendo presente l’influenza del cielo – di cui esamina le varie zone, secondo una precisa divisione astronomica per la definizione dei signa zodiacali, in una distinta periodizzazione e del ciclo vitale antropico e di quello naturale. Precorre di oltre un millennio il nostro Cecco d’Ascoli, anche lui astrologo – sfortunato, però , a causa dell’oroscopo su Giovanna d’Angiò, funesto per lui accusato, tra l’altro di magia cfr. il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante– . Cecco paga, in epoca medievale , con la vita ,il suo studio astronomico e la sua ricerca scientifica, avendo tradotto De sphaera del Sacrabosco , confutata, e facendo con Tractatus in sphaeram una sua aggiunta tecnica sull’origine del mondo, rilevando quasi una conflagrazione , tipo big-bang universale, da un primordiale caos acqueo, in opposizione al testo inziale di Genesi. Censorino, invece, è retribuito dal committente ed è celebrato dallo stato.

*Sfortunato l’ascolano e fortunato il teatino!

Marco, è meritatamente fortunato Censorino, che è maestro nelle divisioni del tempo (anno, mese e giorni), distinto in tempus (tempo assoluto) rispetto ad aevum (tempo relativo) con partizioni temporali (secolo naturale e civile, anno naturale solare, grandi anni, anni civili a seconda dei popoli, cicli astronomici, olimpiadi, lustri, anni romani, correzioni, riforma cesariana, ere e loro durata, quadranti solari, distinzione di nox e dies ecc.). Giustamente la sua opera è conosciuta da Lattanzio, da Cassiodoro e da Prisciano, christianoi che la tramandano tanto che è ricordata da Dante e celebrata perfino da Giulio Cesare Scaligero (1484-1558)- che, con suo figlio, esalta il libro come aureolus libellus/libretto d’oro-.

*Professore, in epoca costantiniana, avendo il cristianesimo vinto sul paganesimo, il muthos dell’araba fenice, già simbolo dell’aquila, assume un altro valore, quello dato da Lattanzio – De ave Phoenice – in cui Christos vincitore/nikeths è il theos-deus degli eserciti, nomos empsuchos/legge vivente, soothr /salvatore che torna, come segno di vita eterna per il cristiano- ed origina il mito di Roma e la teoria millenaristica?!

Questa, Marco, è un’altra storia, che inizia con la lettura di Basilio il grande, tradotto e volgarizzato – De invidia e De legendis libris gentilium-e con le interpretazioni teologiche di Gregorio di Nissa e di Gregorio di Nazianzo, di cui ti ho fatto cenni in Il mito di Pietro, di Giacomo, di Francesco e di Roma e di Augusto. La notizia della ricomparsa della ave fenice nel 34 d.C. in epoca tiberiana, invece, è utilizzata per la propaganda del buon governo di Augusto e specie di Tiberio, che è Capri ed ha come consigliere, il capo pretoriano Macrone, genero di Trasillo, mago egizio, e che dirige l’imperium, cercando di regolarizzare il mondo caucasico, barbarico, e di opporlo ad Artabano III e ai parthi, in attesa di una spedizione militare con un dux capace e fedele! Non ci sono notizie certe dagli storici e neanche da Tacito nei due anni, che precedono e che seguono il 34. Perciò, Marco, sorprende quanto si dice in Tertulliano Apologeticum ,V,II su un decreto di divinizzazione del Cristo, che in quell’epoca dovrebbe regnare in Gerusalemme.

*Lei afferma che il malkuth ha shemaim /il regno dei cieli è tra il 18 ottobre 31 e la Pasqua del 36 , tra la morte di Elio Seiano e la crocifissione del maran basileus illegittimo, Jehoshua, in A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?, Maroni 2003. pp. 83-96. Per lei è inconcepibile un decreto di Tiberio incerto su titolo di augustus/sebastos?

Certo Marco. Per me il culto di Augusto è di epoca flavia ed antonina dopo che Svetonio ha propagandato nelle Vite dei Cesari Augustus, VII- infatti lo storico dice che assume il titolo di Augusto perché, mentre alcuni senatori erano del parere di attribuirgli quello di Romolo, quasi fosse stato il secondo fondatore di Roma, prevalse la proposta di Manuzio Planco di chiamarlo invece Augusto non tanto per attribuirgli un nome che non era stato mai usato prima, quanto per il significato onorifico di quella parola/Munati Planci sententia, cum quibusdam censentibus Romulum appellari oportere quasi et ipsum conditorem Urbis prevaluisset,ut Augustus potius vocaretur ,non solum novo sed etiam ampliore cognomine. Svetonio aggiunge che il termine deriva dall’uso degli àugures che, per consacrare luoghi religiosi come augusti, prendono gli auguri dal volo degli uccelli o dalla venerabilità come afferma Il poeta Ennio: dopo che l’inclita Roma fu fondata con presagio augusto/ augusto augurio postquam inclyta condita Roma est!

*Per lei è improponibile un decreto tiberiano nel 34 sul Christos?

Non è possibile dopo le relazioni solo di Erode Agrippa, senza quelle del Lucio Vitellio e di Erode Antipa: un Tiberio caprino certamente pensa a fare stragi di Seianei, ma è anche impegnato a contattare senatori per affidare un mandato antiparthico, ben conoscendo l’usurpazione regale di Jehoshua e il contributo militare di Artabano e degli altri re della confederazione- compreso Areta IV- e la rivendicazione degli Arsacidi, che, favorendo il messianesimo ebraico, reclamano l’eredità territoriale seleucide-achemenide di Asia, della Siria e Celesiria (compresa la Iudaea).

*Perciò, l’imperatore è sollecitato dal senato ad un pronto intervento militare contro Artabano III ed Areta IV e, quindi, a risolvere il problema messianico con la punizione dell’usurpatore Messia giudaico-aramaico dopo la designazione del legatus Lucio Vitellio, nominato Epitropos ths Surias?. E’ impossibile la richiesta di un decreto di Tiberio per la deificazione del millantato Messia giudaico al senato, che inoltre, rifiuta in un momento di repressione seianea?

Certo. In una tale situazione è improponibile la notizia riportata da Tertulliano nell’Apologeticum ,V, 2, ritenuta molto verosimile dalla Sordi (cfr. Tertulliano, Apologia del cristianesimoCarne di Cristo– testo latino a fronte, introduzione note, a cura di Cl. Moreschini, BUR, 1984). Per me, Marco, è un’ invenzione cristiana: l’imperatore Tiberio non presentò mai al senato una proposta, tesa a ottenere il riconoscimento di Christos come un Dio e né avrebbe ricevuto un rifiuto dal senato : il culto, reso a Christos, si configurò molto più tardi come una religio illicita, opposta a quella imperiale di Roma e di Augusto!
Può essere successo, comunque, all’epoca, che Tiberio, già malato grave, avendo fatto testamento a favore di Tiberio Gemello e di Caligola, prima dell’estate 36, abbia avuto notizie certe da Erode Agrippa, poi imprigionato su accusa di Eutiche, sulla situazione della Iudaea, ma non penso che l’imperatore abbia potuto fare quello che viene affermato dall‘ apologista, che parla di una regione, definita Syria Palestina, la Iudaea, così chiamata dopo la galuth adrianea, e nego che Tiberio- che ha una concezione non divina di un uomo e, in un certo senso, opposta a quella di Ottaviano, incline alla divinizzazione personale– abbia potuto fare una proposta per divinizzare un eroe aramaico, sconfitto e crocifisso, a seguito della fine del Messianesimo e della morte del Meshiah, che lascia nella costernazione il suo popolo ebraico, che versa nell’ora più tragica della sua storia!. Anzi ritengo che Tertulliano, trovandosi nella condizione di cristiano, accusato di infanticidio e di antropofagia, normale in Egitto e in Africa ancora alla fine del II secolo (cfr. Apologeticum VIII-IX)- riprenda in esame un vecchio decreto delle Dodici Tavole, che ordina di in partes secare corpus/ di tagliare in parti un cadavere. Il precetto, ancora vigente in alcune regioni imperiali, contemplava , per la validità del testamento, la divisione anche del cadavere, come giusta condivisione dello stesso estinto da parte dei beneficiari testamentari del patrimonio, lasciato in eredità!.

* Da questa pratica pagana può derivare l’uso della funzione simbolica dell‘ eucarestia cristiana, del frazionamento del Corpus Christi, cibo quotidiano per il fedele?

Marco, te ne ho parlato in altre occasioni. Non è il caso, ora, di trattarne.

*Quindi, per lei, professore, Tertulliano ha precisi scopi, con la sua affermazione?

Per me due sono gli skopoi, quello di una ricerca che dia una patina di antichità al nomen christianum e quello di confutare i pagani – e gli ebrei- dimostrando che essi compiono mysteria eucaristici e non fanno crimina
E’ così, Marco, proprio così!

*Bene. Ho capito.

Sono contento che tu, cristiano, condivida la mia ricerca e che anche tu consideri falso il decretum tiberiano, impossibile , non essendo giunto a Roma né Pilato né Vitellio, per cui il senato non ha possibilità di fare la probatio/ la verifica dei fatti – cosa vera del racconto tertullianeo – Ricorda che ti ho spiegato che il termine è dell’area semantica della moneta, proprio dell’attività dei trapeziti, che, prima di metterla in deposito, la saggiano coi denti, al fine di apporre un sigillo di autenticazione con la P., lettera iniziale di probatio come certificazione del lavoro degli agenti finanziari, approvato dal loro dioikeths!-. L’apologista, comunque, si basa su un vero vetus decretum per fare la sua affermazione dell’antichità del nomen christianum in epoca tiberiana, ribadita anche in – ibidem VII,3-.

*Bene, seguiti, professore! io ascolto.

Ti preciso, Marco, che Tertulliano è un abile avvocato – già anticipato nel riferimento del nomen christianum a Tiberio, da Giustino (Apologia 1, 35 e 48 ) seguito da Eusebio (Storia ecclesiastica, II.2-5) – che, esaminando una legge delle Dodici Tavole, in cui c’è l’autorizzazione per un creditore di dividere in parti il corpo del debitore– Apologeticum., -IV,9, (frase interpretata come divisione dei beni patrimoniali, ancora in discussione in zone imperiali, in cui c’erano molti alla ricerca spasmodica di testamenti! )- aggiunge un altro vetus decretum, che non concedeva ad un imperator come Marco Emilio Scauro, console nel 115, un dux vincitore – non un autokrator sebastos/augustus -di consacrare un Dio senza approvazione senatoriale.
La stessa affermazione dell’apologista, successiva, è una dimostrazione palese della falsificazione in atto, in quanto riprende un doppio periodo varroniano e ciceroniano: facit et hoc ad causam nostram, quod apud vos de humano arbitratu divinitas pensitatur, nisi homini deus placuerit, deus non erit, homo iam deo propitius esse debebit/ anche questo fa alla nostra-cristiana- causa; presso di voi, infatti, si valuta dopo aver pesato esattamente ed accuratamente le cose divine, in base alla sentenza umana del giudice arbitro. Se un dio non piacerà all’uomo, non sarà Dio; l’uomo ora dovrà essere propizio al Dio!.
Marco, attenzione, traduco personalmente e non traduce l’autore di Tertulliano, Apologia del cristianesimo – La carne di Cristo, Apologeticum– cit.,- ) che è un ottimo traduttore!

*Bene, professore, Augusto e Tiberio possono fare la consacrazione di un Dio, non un dux repubblicano, che ha bisogno dell’approvazione senatoria/ne qui deus consacraretur, nisi senatu probatus -ibidem V,1-

Mi congratulo per la precisa citazione. Quindi anche per te l’apologista non è veritiero. Non è possibile quanto afferma sul decreto imperiale perché Tiberio è a Capri e non ha conoscenza precisa dei fatti, se non dopo l’arrivo di Erode Agrippa, che ha notizie forse solo di un assedio a Gerusalemme e non dovrebbe aver visto la paradosis/consegna del Messia, a seguito della sconfitta di Artabano! Inoltre il senato all’epoca è succube dell’imperator e perfino di Macrone. Marco, la notizia, di un Tiberio, nel cui tempo il nome cristiano fece il suo primo ingresso nell’impero/ cuius tempore nomen christianum in saeculum intravit, e di un imperatore che riferì al senato le cose annunziate dalla Syria Palaestina, che gli rivelavano la verità di cotesta divinità/ annuntiata sibi ex Syria Palaestina, quae illic veritatem istius divinitatis revelaverant, da lui accolte favorevolmente/ cum praerogativa suffragii sui, è falsa! Come è falsa la frase successiva senatus, quod non ipse probaverat, respuit/il senato, poiché non aveva indagato per conto proprio, respinse, non accettando la proposta. E’ falsa anche la seguente: Caesar in sententia mansit, comminatus periculum accusatoribus christianorum/ l’imperatore mantenne il suo pensiero e minacciò di morte gli accusatori dei cristiani!.

*Professore, bisogna lavorare bene sul testo di un autore cristiano, dopo attenta traduzione!

Tertulliano è un apologista, che segue la propaganda cristiana del II secolo, in epoca antonina, specie quella di Militone di Sardi (113?-190), il quale classifica Augusto e Tiberio come imperatori buoni sulla scia della notizia di Filone di Legatio ad Gaium, in una condanna degli altri cesari della domus giulio-claudia ed è perfino un eretico montanista di difficilissima , data la particolarità del cristianesimo dell’africano

* Tertulliano fu, dunque, un uomo di polemica ?

Così sembra dire Girolamo in De viris illustribus ,53 , quando lo definisce uomo che si esterna continuamente, in ogni occasione in un atteggiamento polemico a dimostrazione di una fede incerta e di una connaturata insoddisfazione spirituale.

* E’ possibile leggere nella sua opera le tappe di una personale crisi?

Certo. Tertulliano passa dal paganesimo al cristianesimo, dal cristianesimo al montanismo e da questo alla costituzione di una sua setta, quella dei tertullianisti, ancora esistente nel periodo di Agostino -cfr. B.Nisters, Tertullian, seine Persoenlichkeit und sein Schicksal, Muenster 1930-. In conclusione aggiungo che Tertulliano ha costruito tutto a tavolino, desideroso di avere dalla sua parte i romani antistites/ispettori, invitati a non perseguitare i cristiani dell’epoca severiana: eppure sa bene che solo dal 43 d.C., in epoca di Claudio, si può aver notizia certa di christianoi antiocheni!.
Comunque, al di là della falsificazione dei dati da parte dei cristiani, tornando agli anni, intorno al 34 d. C. , sappi, amico, che non si conoscono nemmeno le quattuor et quadraginta orationes contro Liviam – Non si sa (queste sono le fonti!) nemmeno se la causa è comune con quella contro Apicata o se sono due i processi per le due donne, anche se sono rimasti lacunosi alcuni discorsi del libro VI libro – tra cui forse dovevano essere quei 44 tenuti in Livillam (V.6.1) – dei quali .Tacito riporta solo il discorso di un amico di Seiano, innominato, che, avendo deciso di morire, non ha paura di attirare vergogna su di sé e malevolenza su Seiano.

Anche Tacito – il Tacito cristianizzato dalle fonti, quello a noi tràdito dai christianoi- è…equivoco, indecifrabile per come ci è giunto il testo.

Il mito di Roma e di Augusto

MONARCHIA di DANTE

Agli amici, Benedetto e Tonino, Emma e Gianna, e a mia moglie, che attualmente non possono leggermi: leggere la storia è momento successivo alla lettura vera/alethhs di se stessi, della propria famiglia e del proprio paese, connessa alla scoperta di essere autentici christianoi!

Teleion dh ti phainetai kai autarkes h eudaimonia, toon praktoon ousa telos/la felicità sembra un qualcosa di perfetto e di autosufficiente in quanto è fine delle azioni – Aristotele Etica Nicomachea, 1,5(20)-

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Incoronazione di Ruggero II – Chiesa della Martorana Palermo-

Premessa

Dante in Monarchia e in tutta la sua opera parla di due luminaria – impero e papato – configurando due dominatori assoluti -l’imperatore e il papa -secondo la concezione romana augustea nobiliare sacerdotale e di una societas christiana, divisa in Oratores, Bellatores e Laboratores, in cui i primi due hanno privilegia e beneficia, mentre l’ultimo solo il dovere del lavoro con sacrificio, pur dovendo conseguire tutti una felicità comune sulla terra, per acquistarne un’altra più grande, quella paradisiaca ultraterrena, con le buone opere

Il sommo poeta italiano è condizionato dal pensiero della Civitas Dei di  Agostino, che, sulla base  filosofica di Platone, è artefice della tripartizione di un unicum imperium cristiano, basato sul numero tre, simbolico,  simile all’Unità e Trinità di  Dio.

 Il nobile  D(ur)ante è un bellator, che deve combattere come cavaliere e quindi ha possibilità di armarsi e di possedere un cavallo, forse di aver anche uno scudiero, con cui affrontare  il nemico, nobile come lui e difensore della propria terra: questo è il compito di un magnate in Firenze fino all’applicazione degli Ordinamenti di  Giustizia di Giano della Bella del 1293! Viene , allora, stabilita  la norma antimagnatizia, che cioè ogni cittadino  deve  artem exercere se vuole competere per  la carica di priore e  gonfaloniere,  con l’ordinamento basilare costituzionale sacratissimo, di iscrizione ad una corporazione – il nobile viveva di rendita in città senza l’esercizio del lavoro! – ( cfr. N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine del dugento, Firenze 1926 e G. Salvemini,  Magnati e popolani  in Firenze dal 1280 al 1293, Torino 1960– ). Dante, entrato a fare parte dei medici e speziali, una corporazione del popolo grasso, fa politica contro i neri del popolo minuto  in quanto si sente letterato parigino ed è  farmacista (che ha competenze medico-farmaceutiche) fedele di amore e spirituale– favorevole  ai francescani, puritani, integralisti e riformisti-e si dichiara anticlericale e antipapale-…

 Nel corso di sette anni di vita politica di un comune guelfo, si schiera come bianco al seguito di Vieri dei Cerchi, teso alla autonomia cittadina, rifiutando le pericolose  ingerenze papali, ed è attaccato dalla fazione popolana  di Corso Donati e di Cante Gabrielli, legati alla Roma di Bonifacio VIII, aspirante al controllo sulla città, e legato alla corte capetingia ed angioina…

Dante  è vir civilis che non ama le genti nove che, con le consorterie e con le corporazioni manufatturiere,  stanno cambiando il sistema  di vita tradizionale popolare  ed è ostile agli oratores , al vescovo e agli  abati -gli ordini  secolari e regolari clericali, arricchiti, lontani dalla povertà evangelica – ma anche agli uomini del suo stesso ceto popolare -anche se medici, avvocati,  letterati, media borghese –  e in modo particolare alla politica bonifaciana, intrigante, che  è eccessivamente angioina e quindi anche capetingia, avendo dato molto rilievo al clero francese, dominante in Roma  e in Italia da quasi cinquanta anni. cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia,  Demian 1995, pp.32-34.   Dante, inoltre,  non vede bene il rapporto tra il popolo grasso delle arti maggiori e la  curia papale, che  ha autorizzato la riscossione  delle tasse in tutta Europa a molti lombardi. -fiorentini  e toscani- e non cura affatto il popolo minuto –  operai, servi della gleba,  contadini liberi o   piccoli proprietari terrieri inurbati al soldo di patroni gentilizi o clericali. Giunto, comunque, al priorato, Dante, inviato a Roma, con un mandatum cittadino, non rientra più in città,  a seguito della venuta di Carlo di Valois  a Firenze, nel frattempo inviato da papa  Bonifacio VIII  come paciere  che favorisce, con le sue truppe, Corso Donati, che determina  il suo esilio e quello dei bianchi….

Statue-Augustus.jpg
Augusto di Prima Porta

IL MITO DI ROMA E DI AUGUSTO IN MONARCHIA

*Professore, io e i miei compagni dal tempo del liceo aspettiamo di capire realmente cosa ci intendeva dire quando spiegava il passo del DXV, anagramma di DUX del Purgatorio.

Marco, tu ti riferisci ai versi di Purgatorio, XXXIII, 43-46, in cui è scritto: un cinquecento dieci e cinque / messo da Dio, anciderà (ucciderà ) la fuia (ladra)/ con quel gigante che con lei delinque ?

*Si. Questo è il passo in cui Beatrice /teologia parla dell’aguglia/aquila (le cui piume sono cadute su un carro, tramutatosi in mostruosa creatura femminile, diventata preda del gigante), simbolo di Roma, ora senza erede.

Tu vuoi sapere cosa allegoricamente intenda Dante, tramite Beatrice- in Purgatorio XXXII 124-129- che, profeticamente, rileva la trasformazione del carro della Chiesa/lupa, avida, e lo strapotere illegittimo del re di Francia/gigante, Golia biblico, a causa della vacantia imperii?.

*Per me e i miei compagni non è facile capire la situazione del periodo di Bonifacio VIII e della successiva venuta dell’imperatore in Italia, dopo la deportazione in Avignone del papato nel 1305! Non comprendiamo come, dopo oltre mezzo secolo di predominio guelfo, ci possa essere un partito ghibellino, dopo la fine degli svevi, sconfitti ( Manfredi), prigionieri (Enzo) ed uccisi (Corradino, impiccato a Napoli) dagli angioini che sono stati riconosciuti come signori dal Regno meridionale, considerato feudo papale. Ora ci è necessaria una spiegazione, anche se abbiamo informazione da articoli – come Corpus domini 1264, Abulafia e Dante – che, comunque, non ci permettono di entrare in merito alla situazione di un poeta guelfo, che attende fiducioso l’imperatore di Lussemburgo, in un clima di predominio guelfo nel settentrione italico, nonostante qualche potere locale, ghibellino, in città toscane come Arezzo e Lucca o a Milano o nella marca trevigiana- in relazione alla vicinanza con l’Austria degli Asburgo, nominali signori detentori del titolo imperiale, da decenni, disinteressati alle sorti italiche-.

Marco, Dante considera l’impero vacante dalla morte di Federico II nel 1250, in quanto nessuno – e tanto meno gli Asburgo – è venuto a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa, secondo la tradizione del Sacro romano impero: lui stesso ha fatto l’esperienza della vittoria del guelfismo ed ha visto la divisione stessa tra i guelfi in Firenze dopo la sconfitta dei ghibellini, subendo l’ esilio perché guelfo bianco, ligio alla libertà cittadina comunale, in quanto seguace di Vieri dei Cerchi, disdegnoso dell’interferenza papale, voluta, invece, dai neri di Corso Donati, vincitori col sostegno papale e di quello franco-angioino di Carlo di Valois!.

*Quindi, è sottesa la situazione storica di un cinquantennio ed oltre, di lotte tra ghibellini filoimperiali e guelfi filopapali e filoangioini, legati al regno di Francia , specie nel periodo iniziale della cattività avignonese?.

Marco, DUX – anagramma di DXV – è termine latino che indica un condottiero che, vincendo, è proclamato dai milites imperator, destinato a riportare in trionfo la giustizia, avendo mandato di uccidere la prostituta Chiesa e il gigante in un’ operazione di epurazione e di ripristino dell’auctoritas imperiale.

*Quindi, Dante nel Purgatorio fa profetizzare a Beatrice l’avvento di un dux, dopo decenni di attesa, in un clima ancora incerto tra i partigiani del papato e dell’impero.

Certo, Marco, Dante, nel periodo 1310-13, nutre speranze di renovatio imperii e di un ritorno in patria (fiducioso nella discesa di Arrigo VII in Italia ed invia l’ epistola VI – che è una preghiera all’imperatore a restaurare l’impero secondo i principi, che leggiamo in Monarchia), già anticipate nella Divina Commedia e in Convivio. Poeticamente, il poeta  canta nelI’Inferno  l’imperatore, l‘alto Arrigo, alludendo al veltro – in 1,100 – mentre nel Purgatorio ha un misterioso DXV- e nel Paradiso XVII, 82, incontrando il trisavolo Cacciaguida,  parla dell’inganno ordito dal  guasco – papa Clemente V – e nel XXX, marca Beatrice,  che indica un seggio vuoto nella candida rosa, su cui c’è una corona, nella convinzione che la discesa imperiale in Italia ristabilisca l’ordine nel mondo cristiano. Dunque, scrivendo in occasione della discesa di Arrigo VII, lo scrittore di Monarchia crede che sia possibile ristabilire la secura romana libertas – un’antica concezione nata dalla familia anicia, imperiale, connessa ad una ideologia agostiniana, adattata in senso antibizantino, da Gregorio Magno, costituitasi sulla base della lettera di Osio di Cordova a Costanzo e sulla manipolazione giuridica di Leone I, fissata poi con Carlo Magno, esaltata da Gregorio VII come libertas christiana, predominante su Enrico IV, stabilizzata come ierocrazia da Innocenzo III nel Concilio lateranense II e fissata da Bonifacio VIII con la bolla Unam sanctam-!

*Dante, allora, in Monarchia, sottende che l’umanità non ha la guida imperiale, essendoci la vacantia imperii, e che ora esiste il fenomeno di una chiesa avignonese, lontana dalla legittima sede di Roma, contro la volontà di Dio?.

Marco, Dante conosce la storia cristiana ecclesiastica che si è sostituita nel corso dei secoli, gradatamente, alla storia romano-ellenistica e bizantina imperiale, in una concezione fisico geografica tolemaica, geocentrica, esaminata dall’angolazione elitaria sacerdotale, in una tensione al divino e al caelum, in una visione agostiniana propria della Civitas dei, in cui scarso è il rilievo laico popolare terreno ed umano, schiacciato dai sistemi ideologici dominanti, simboleggiati nei due luminaria. Egli segue i compendia di theologia, trattanti la storia cristiana ecclesiale- theoria dei due soli– di scuola aristotelica parigina, secondo una lezione culturale, araba, postvisigotica, mentre ne sta sorgendo un’altra intellettuale gallicana, laica, sulla base della stessa tradizione dell’eternità di Roma, con centralità geografica, terrena, in quanto fonte e sede dell’impero, ideale forma di potenza umana dal periodo giulio -claudio, dal momento stesso della costituzione del principato di Augusto.

* Si tratta, però, di un Augusto cristianizzato, mitico, non storico?

Certo, Marco, Augusto, è cristianizzato perché nel Christos e nel suo millantato vangelo è strutturata la nuova società comunitaria della Chiesa romana, di cui si leggono i fatti mitici, in una sua collocazione di progressivo privilegio, dopo l’affrancamento dall ‘ecclesia costantinopolitana e dall’imperium bizantino, orientale, in mezzo alle dinastie barbariche occidentali, che, da secoli, venerando la dea Roma e Augusto, come datori di iustitia e di pax, neanche avvertono la caduta dell’impero romano nel 476 d.C., ad opera di Odoacre e di Teodorico, che sono patrizi romani che rinviano correttamente le insegne imperiali proprie degli ultimi valentiniani, eredi legittimi teodosiani, rispetto agli usurpatori militari, nominati sulla base di un potere illegittimo di duces barbarici.

*Quel misterioso numero, DXV/515 del Purgatorio, dunque, ha un significato, specifico, per Dante, che ha una sua concezione geografica, cosmica tolemaica e fa una sua storia universale/ cattolica, romana agli inizi del Trecento?

Marco, personalmente, ho sempre pensato che il poeta usi, secondo una lettura equivalente ed equipollente della kabbalah ebraica, quel numero per trasformarlo in dux, mediante inversione dei due numeri finali, titolo da dare all‘ imperatore, considerato guida temporale, secondo le bolle papali del periodo di papa Zaccaria e del suo successore Stefano II (752-755),- che investono del titolo di patricius, proprio degli esarchi di Ravenna, il re dei Franchi, Pipino il breve – e di quello di papa Leone III, che, fuggendo da Roma e, dopo gli incontri di Paderbon, stabilisce sulla linea delle azioni dei suoi predecessori, di investire il franco Carlo, del titolo di imperatore del sacro romano impero, ben conscio dell’ambiguità e dell’equivocità sottesa.

*Perché mi parla di papa Zaccaria e di Stefano II, che sono papi responsabili dell’ illegittima incoronazione di Pipino, a Soisson!? Non sono forse uomini, opportunisti, che, considerando eretico e decaduto l’imperatore d’Oriente, Leone III iconoclasta (675-741), approfittano della quasi contemporanea fine dell’esarca Eutichio ad opera di Astolfo – che ha mire sulle terre del ducato bizantino romano – per chiedere ed ottenere l’aiuto provvidenziale di Pipino, ancora maggiordomo franco, al fine di liberarsi contemporaneamente dal controllo dei longobardi e dei bizantini?. Possibile, professore, che Dante, un indotto, abbia tante conoscenze sulla storia di questo particolare periodo, in cui a Zaccaria viene proposta la quaestio giuridica di chi debba regnare sui franchi, chi ha reale potere o chi ha il titolo di re, da Burcardo di Wuerburg e dall’abate di s. Denis ?. Mi sembra strano che la soluzione di Zaccaria a favore di Pipino, con la decisione della deposizione e imprigionamento dell’ ultimo re merovingio legittimo, Childerico III, risulti anche per Dante un atto che sottende già un trasferimento di potere imperiale da Oriente a Roma, sede papale petrina, ora predominante nell’Italia centrale e nel contesto longobardico, riconosciuta fino ad allora come dignitas sovrana spirituale dagli abati occidentali, compresi quelli del meridione bizantino di Italia ed anche insulare, con maggiore o minore valore, dal periodo di papa Vigilio, nel corso della guerra gotico-bizantina (535-553)!. Mi sembra impossibile che sotto DXV il poeta possa avere individuato il momento storico esatto della formulazione stessa del Constitutum Constantini ed abbia fissato il momento del trasferimento del potere imperiale dall’Oriente in Occidente proprio nel 795, che sarebbe l’anno, che deriva dalla sottrazione matematica da 1310 di 515-DXV, e faccia l’ inversione di V con X per indicare Arrigo, DUX di una restaurazione imperiale, tanto auspicata dai francescanesimo spirituale e dal gioachimismo! Secondo lei, professore, Dante ha chiaro che il 795 è anno fondamentale, per lo scriptorium romano, che porterà alla consacrazione del Sacro romano impero, nell’800, basilare, poi, per la politica gregoriana, innocenziana e bonifaciana?

Non occorre, Marco, che Dante abbia chiara notizia storica: sta scritto chiaramente nelle bolle papali, nei regesta, negli scriptoria il percorso della appropriazione indebita papale, compreso il Constitutum Constantini, nel corso dei secoli, come gli deriva dai decretalisti, suoi avversari! Marco, da loro Dante conosce la data e forse la fissa con DXV, che a lui serve per evidenziare la sua volontà spirituale di riforma del papato, vestito delle piume dell’impero, divenuto carro trainato in processione da un grifone (Purgatorio, XXIX, 106-8), diventato monstrum– la bestia dell’Apocalisse 17,1-3 con sette teste e 10 corna – sopra il quale è una prostituta sciolta- Chiesa!- presa poi dal gigante Filippo il bello, che porta via con sé –Purgatorio, XXXII,150-160 -.

La storia romana dell’ impero, che ha perso le piume, simbolo delle prerogative dell‘aquila imperiale, depredata dalla Chiesa, comincia per Dante con l‘ambiguo Leone III che, dopo l’elezione del 26 dicembre del 795, invia a Carlo le chiavi della tomba di Pietro e lo stendardo di Roma, riconoscendogli il titolo di patricius! ?

*Quindi, per lei, Dante con DXV/DUX indica la data del 795, come punto centrale delle contaminazioni tra impero e chiesa, col carro trascinato dal grifone Christos – nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio, sotto il potere dell’impero, poi trasformato con la donazione di Costantino e con la theoria di Gelasio (sorta subito dopo la deposizione di Romolo Augustolo ad opera di Odoacre re degli Eruli, che chiede il titolo di patricius, dopo aver riconsegnato le insegne imperiali, a Zenone, imperatore di Oriente, unica autorità romana superstite-)?!. E’ così, professore? Ora riassumo quello che ho capito circa l‘equivoco di sacro e romano da parte papale e da parte franca: ognuna dà una sua interpretazione funzionale nella novitas della sacralità, aggiunta alla romanitas, dopo il fatto dell’incoronazione imperiale, a Roma, nel Natale dell’800! Dante, un clericus , che conosce i passaggi generali storici, succedutisi in circa 1000 anni da Costantino ad Arrigo VII, legge dopo cinque secoli dall’incoronazione di Carlo Magno e dall’angolazione papale e da quella carolingia, avendo confuso storia e mito, i cicli di Troia e della nascita di Roma, quello di Alessandro con la Chanson de Roland, coi miti bretoni e coi fablieaux, mescolato sacro e profano, volgarizzato i concetti pagani, cristianizzati, frutto di letture compendiarie retoriche compreso Collactanea rerum mirabilium di Solino, polyhistor- utilizzate da magistri dell’ars praedicandi e dictandi -cfr. L’altra lingua l’atra storia, Demian, 1995- !. Perciò il poeta inneggia nell’Eden, sulla cima del Purgatorio, stando agli antipodi di Gerusalemme, centro del mondo tolemaico, allegorizzando sul carro della chiesa: la sua visione apocalittica mostra la lettura della storia di uno spirituale, che condanna la politica di Gregorio VII, di Innocenzo III e di Bonifacio VIII, ma anche quella da parte imperiale carolingia, ottoniana, sveva e perfino gallicana regale, regolata secondo la scuola palatina di Aquisgrana, sottesa a quella della corte di Filippo il bello, trecentesca. Perciò, mi sembra di poter concludere dicendo che per Carlo, l’investitura sacra vale in quanto lui, re franco, viene riconosciuto, sulla tomba di Pietro, imperatore romano sull’ecumene, (essendo spada della chiesa, perché il papa proclamandolo difensore, concede auctoritas e potestas congiuntamente nelle sue mani, e quindi il potere universale romano) e che a lui, incurante se Leone III si tiene quello spirituale, poco importa se consente il primato sui vescovi e sugli abati, come delegato del rapporto tra l’uomo e Dio, tra il cielo e la terra, e come uomo di preghiera che ottiene la vittoria dal Dio degli eserciti per l ‘imperatore, suo unico unto. E’ giusto?! Non è ancora iniziata la predicazione della natura divina dell’autorità spirituale papale, in quanto il papa è successore di Pietro, vicario di Christos, re e sacerdote, che gli ha concesso il potere di di sciogliere e di legare; e nemmeno è stata intaccata l’auctoritas imperiale romana, di diritto, e neanche quella regale, se non nel caso di tirannia!?

Bene, Marco! Sono, comunque, già presenti le impostazioni laiche proprie di una comunità nuova, che si esprime secondo Ludovico il bavaro ed ancora di più secondo Carlo IV, nipote di Arrigo VII : Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun già mostrano il singolare valore dei laici come popolo romano nelle incoronazioni di Ludovico a Roma e poi di Carlo, che ne riconoscerà il potere con la Bolla d’oro. Hai sintetizzato, secondo le tue conoscenze, dunque, ed affermi che, dopo la morte dell’ultimo esarca ravennate, la deposizione di Childerico III e l’elevazione papale dal piano di maggiordomo dei pipinidi a rex dei franchi, col titolo di patricius , dato ufficialmente dai decretalisti pontifici, nel momento dell’ iconolastia dell’imperatore Leone III, decaduto, perché eretico, si considera il 795, anno inziale del nuovo regno franco carolingio! Comunque, ti meravigli di tutto questo e ritieni Dante medievale condizionato dal sistema scriptorio pontificio, incapace di fare storia e di districarsi nella falsificazione dei decretalisti papali, propagatasi come verità dogmatica per 5 secoli, dopo mille anni circa dalla donazione costantiniana: la sua storia è mitica secondo quanto detto e scritto dai decretalisti, romani, a cui si oppone seguendo una via spirituale!.

*Quindi, il pensiero della Monarchia, connesso con quello, sotteso nel Convivio e nella Divina commedia, è quello stesso dei suoi contemporanei, che attendono la conclusione della peregrinatio terrena nell’avvento dell’Anticristo, evento che precede l’inaugurazione del Regno di Dio, alla fine della settima età giochimita, che sarebbe risultata pienezza dei tempi, come quella augustea. Di questa aspettativa escatologica ci sono cenni, all’epoca?

Certo, Marco. Ci sono scrittori cronachisti, ma anche testimonianze scritte di congreghe e confraternite di fraticelli, di flagellanti, di alleluianti e di loro manifestazioni pubbliche, in varie città dell’Italia centrale; celebre è la chronica di Ottone di Frisinga , oltre l’opera di Pietro da Eboli Ad honorem Augusti o di Salimbene da Parma, scritti di Ubertino di Casale e di Pier di Giovanni Olivi e di tanti commentatori di Gioacchino da Fiore (1130-1202) fino alle parole riformistiche dellelaudi di Iacopone daTodi, note anche al baccelliere parigino Giovanni da Ripatransone (1325-1376) – di cui si ha Amice, ascende superius ed una tradizionale lode di Pietro Lombardo-, morto nel 1160 – oltre a 4 libri di Sententiae, (cfr.Jean de Ripa, Lectura super primum Sententiarum, I, Prologi quaestI-II, a cura di A. Combes, Paris 1961) e alle questioni sul Prologo al Commento alle Sentenze.

*E’, dunque, un fenomeno letterario di moda, non solo italico ed occidentale ma anche orientale, se connesso con ideologie caritative ?

Si. Tutti i letterati, specie i dictatores e praedicatores di caritas trecenteschi, sanno di questo fenomeno e ne parlano in vario modo, dopo l’epilogo della lotta tra papato e il re di Francia con la captività avIgnonese ed hanno carattere antingioino ed anticapetingio, nonostante il guelfismo imperante! Singolare, comunque, il contributo di un magister, come Pietro da Abano (1250-1314) conciliator differentiarum quae inter phisicos et medicos versantur, uno studioso, laureato in artibus, e professore di filosofia e di astrologia nello studium di Padova, dopo una formazione giudaico-araba e greca a Gerusalemme, dove fu anche medico/phisicus, avendo studiato Galeno Avicenna ed Averroè .

*Un vero magister, professore!

Marco, conoscendo l’arabo e il greco, come il giudeo Abulafia, è uno dei pochi che può effettivamente commentare Aristotele, avendo il possesso delle due lingue, per la cui scarsa conoscenza altri avevano sostenuto il doppio intelletto, a seguito della lettura dell’Ethica Nicomachea greca. Infatti i suoi Problemata Aristotelis expositio e Problemata alexandrina erano studi sul commento arabo averroistico di Aristotele e su quello greco di Alessandro di Afrodisia. Purtroppo i suoi detrattori lo accusarono di magia e di eresia nel 1306 e per ordine Clemente V fu rinchiuso in prigione, dove morì nel 1314 e i suoi discepoli presero il corpo e lo seppellirono in un altro luogo, diverso da quello indicato dai parenti, convinti che l’inquisitore avrebbe voluto dare al rogo il suo cadavere coi suoi libri, secondo l’uso. Quello stesso anno era stato messo al rogo dopo quasi sette anni di prigionia, il capo dei Templari, a Parigi, Jacques de Molay , imprigionato nel 1307,per comando di Filippo il bello e del papa dopo che era stato sciolto l’Ordine dei Templari, per confiscarne i beni. Morto Clemente, riunitosi il conclave, non essendo i cardinali nel giusto numero, essendosi ritirati quelli italiani, si ebbe un lungo periodo di assenza papale e, dopo due anni, ci fu l’elezione di Giovanni XXII nel 1316. Un altro vero magister fece la stessa fine, il 16 settembre 1327, tredici anni dopo, a Firenze, nella piazza davanti a Santa Croce, accusato anche lui di magia e di eresia, essendo anche lui medico ed astrologo, oltre che laureato in artibus e quindi docente di filosofia ed astronomia, a Bologna, dove ebbe tra i tanti discepoli anche il Petrarca, che ne lodo la grandezza filosofica “o gran esculan che lo mondo allume”.

*Professore, sta parlando di Cecco d’ Ascoli, di Francesco Stabili, il nostro concittadino?

Da un’edizione della Sphera Mundi, Venezia 1490
Cecco d’Ascoli in una miniatura della Acerba (codice trecentesco, Firenze Bibl. Laurenziana)

Miniatura di un codice della Sphaera Mundi, Modena Bibl. Estense

Si. Marco, Cecco, nato ad Ancarano nel 1269, entra già a 18 anni nella setta dei Fedeli di amore, che si riunisce in Ascoli nel monastero di S. Croce ad templum, dove viene iniziato ad una indefinita dottrina occulta templare.

*Che setta era?

Ritengo che i fedeli di amore formino una confraternita affiliata ai templari, legati tra di loro da vincoli di stretta, tenera, amicizia, tipica dell’ eteria spartana, considerata vinculum caritatis, al tempo di Niccolò IV,(1288-1292)- Girolamo Masci ascolano-, connessa con le istanze riformistiche e mistiche della cultura bizantina di Michele VIII, con cui il papa ebbe rapporti come nunzio romano di Slavonia. Si è in un clima di distensione tra la chiesa ortodossa e quella cattolica in cui le idee di caritas vincolano ancora di più l’élite gerarchica, essendo comune il credo religioso- escluso il filioque-. Nell’ultimo ventennio del XIII secolo c’è un ravvicinamento tra i bizantini e i cattolici in quanto all’epoca Michele VIII Paleologo (1223-1282) il basileus , temendo un’invasione angioina, parla di fratellanza universale e di una comunanza ideologica cristiana ed è intenzionato a tornare nel seno della chiesa cattolica a patto di poter professare il credo, senza filioque, Inoltre i fedeli di amore greci hanno relazioni stretti con i cavalieri templari di Gerusalemme, a loro volta collegati con i sufi, oltre che con gli spirituali francescani, a cui sono vicini fra Bonaventura di Bagnoregio e il futuro papa fra Girolamo da Ascoli .

*I fedeli di amore sono un fenomeno elitario, tipico di molte persone di differente nazionalità, sia occidentali che orientali?

Marco, certamente è un fenomeno riformistico del papato e dell’impero, i cui capi hanno una volontà di contenimento del potere dei regni nazionali, in senso spirituale francescano e in senso escatologico gioachimita: Cecco, Cavalcanti, Dante, Francesco da Barberino , Iacopone da Todi e tanti altri ne fanno parte. Se esaminiamo Vita nuova 1,20, rileviamo espressamente il sintagma fedeli di amore oltre che in Purgatorio, XXIV,52-57, dove è presente il codice linguistico stilnovistico con le allegorie e simboli, tipici degli spirituali e dei mistici esoterici. Nell’incontro di Dante con il Bonagiunta Orbicciani, goloso, il poeta lucchese confessa, o frate, issa vegg’io…il nodo/ che il notaro, Guittone e me ritenne di qua del dolce stil novo ch’i’ odo!

*Professore, Bonagiunta fa la confessione, dopo aver sentito le parole di Dante, che sintetizza la poetica stilnovistica . …I‘ mi son un che, quando/amor mi spira, noto e a quel modo/ ch’e‘ ditta dentro vo’ significando. La poesia stilnovistica è caratterizzata da ispirazione da amore e dal cor che ditta un contenuto che chi scrive nota , segna cioè il sentimento dolce interiore, provato ed esperimentato con precisi segni esteriori, in quanto possiede tecnica di un magister dell ‘ars dictaminis.

*Lo stil novo, quindi, è poesia nuova che viene dal cuore, ispiratore dei dolci versi di amore come omaggio cortese verso una donna angelo, creatura venuta in terra a miracol mostrare?

Marco, in latino, puoi vedere la formulazione della poesia stilnovista nell’antitesi interius -exterius di epistula I, 12-13 : solus proinde de ea caritate digne loquitur qui secundum quod cor dictat interius, exterius verba componit/solo chi costruisce il suo discorso, secondo quello che il cuore detta dentro, componendo le parole disposte esternamente in modo adeguato alla carità. Dante, come ogni stilnovista, conosce l’arte del dictare, volgare- e sembra che la sappia applicare, con qualche difficoltà, in latino – oltre all’opera di Hugo de Sancto Victore (Hugues de Saint Victor 1096-1144 –De institutione novitiorum -) in Monarchia e all’epistula ad Severinum de caritate forse di Riccardo di S. Vittore ), in cui si prefigura un contenuto amoroso cortese- mistico con forma dittatoria cfr. F. Figurelli, Il dolce stil novo, in Studi danteschi, XVIII,1934. Marco, chiudiamo qui il discorso su Cecco col poema de L ‘Acerba . Ne abbiamo parlato altrove. Ora,- non dimentichiamolo!- dobbiamo mostrare il mito di Roma e di Augusto nel Medioevo.

*Professore, non ricordo bene – sono passati tanti anni- né l‘Acerba né motivi della condanna al rogo.

Diciamo, allora, che Cecco è scienziato, scrittore e commentatore del Tractatus in sphaeram, commento al De sphaera mundi di Giovanni Sacrobosco- John Holywood- , che aveva commentato il De principiis astrologie di Al Qabisi – Alcabizio- , autore di De eccentricis et epiclis e di Prelectiones ordinarie astroligiae habite Bononiae,e che la sua opera non è mitica, ma scientifica, seppure medievale, con forme già umanistiche e filologiche e il suo pensiero filosofico, proprio di un maestro accreditato dell’ ipse dixit, cosciente di essere libero nel suo lavoro di doctor ed anche nella doctrina filosofica aristotelica, dovunque si trovi, in una libera docenza, accordata da papa Niccolò IV doctor semper ubique, anche se forensis. Infatti, era andato da Ascoli a Parigi dove esercitava la professione di medico già nel 1311,- dove conobbe l’opera del matematico astronomo e filosofo John Holywood ( morto il 1256), famoso per la theoria dell’unica sfera acquea, quasi un buco acqueo nero, in cui era la terra, che poi emerse – contraria alla creazione dell’universo biblica di Genesi. Venuto a Firenze, come guelfo, al seguito di Roberto di Angiò – e di sua moglie Sancia – (che, dopo la morte del padre Carlo II, ne era divenuto anche signore), per poi trasferirsi a Bologna, dove tenne lezioni di medicina e poi di astrologia ed ebbe discepoli di fama, suoi sostenitori, Marsilio da Padova, forse anche Guglielmo Ockham, Michele da Cesena e uditori toscani, oltre al Petrarca. Fu chiamato anche ad Avignone nel 1323 come medico papale, ma tornò a Bologna e nel 1324 ebbe il processo ad opera di Lamberto da Cingoli per il commento alla De sphaera mundi, dove si sosteneva l’influenza astrale sui comportamenti umani e su quelli animali e perfino sulle pietre che acquisivano proprietà. A Bologna rimase, circondato dall’affetto dei colleghi universitari e dei discepoli, fino a quando non fu invitato da Carlo, duca di Calabria, figlio di Roberto, ora rettore della città toscana nel 1326, come phisicus et familiaris cioè come medico di famiglia.

*A Bologna, dunque, Cecco è doctor forensis e come tale, essendo maestro di astronomia e filosofia, professa una doctrina naturalis, razionale, laica, aristotelica, deterministica, basata sull’ordine cosmico e sull’insegnamento classico di Lucrezio Caro, sua guida, nel poema – ho ben letto Età dell’oro in www.angelofilipponi.com ! .

Marco, le sue lezioni bolognesi sono note e sono seguite dai fedeli di amore ed anche dai frati francescani spirituali come Bonagrazia da Bergamo, desideroso di un ritorno alla povertà evangelica, scrittore nel 1322 del De Christi et apostolorum paupertate, braccio destro di Michele da Cesena, capo generale francescano, di tendenze spirituali, ferocemente contrario all’avido papa Giovanni XXII.

* Ho chiara la situazione in cui si trova Cecco e conosco la differenza del pensiero dell’ascolano rispetto a quello del fiorentino, espresso nella Commedia, in cui il poeta mitico Virgilio è spirituale guida, che porta alla Gerusalemme celeste, agostiniana, razionale consigliere che teme la fortuna.

Marco, ti preciso che all’epoca non esiste come pubblicata la terza cantica dantesca del Paradiso, mentre ci sono testimonianze di Inferno e di Purgatorio in Documenti di amore di Francesco da Barberino (1264-1348)- , la cui opera di 7.024 versi è a tre livelli, in cui c’è un sapere letterario erudito enciclopedico in volgare, seguito da una parafrasi in latino e da un commento sempre in latino. Quindi, hai compreso che l’insegnamento di Cecco nega il libero arbitrio dell’uomo, il cui corpo materiale è sotto gli influssi dei corpi celesti e può sempre prevalere sulla fortuna con le doti naturali e conservare la propria nobiltà – che non è quella di nascita, ma di animo e di cuore, connesso con gli avvenimenti temporali fisici e metereologici, fuso e confuso coi poteri stessi delle bestie e dei metalli, secondo la theoria atomistica epicurea e della doctrina aristotelica averroistica, pur nelle forme allegoriche platoniche.

*Certo. professore, comprendo anche il tradimento dei fedeli di amore e dei frati spirituali che, pur simpatizzano per lui per odio del pontificato avignonese, e gli sono vicini, nella corte angioina, non comprendo, però, perché la seconda accusa è fatale rispetto alla prima, a quella di Bologna.

L’accusa è più circonstanziata ed è connessa con eventi storici e con la paventata discesa di Ludovico il bavaro, oltre alla mutata situazione della corte di Carlo di Angiò, dove grande rilievo ha la madre Sancia bigotta, intimorita dalla condanna degli spirituali ad opera del papa avignonese, dove vale molto la parola di Raynald de Maussac, vescovo di Aversa, cancelliere, ora controllato dall” inquisitore Accursio Bonfantini,- che ha scomunicato il ghibellino Castruccio Castracani Intelminelli, signore di Lucca, gonfaloniere imperiale convocato per un processo pubblico a Firenze , dove neanche si è presentato, conscio dell’odio guelfo per le due sconfitte da lui inflitte, quella del 1315 a Montecatini e quella recente del 1325 ad Altopascio- che lo vede incline al ghibellinismo, dopo la prima condanna ecclesiastica, e vicino alla famiglia romana dei Colonna filoimperiale.

*Chi è l’ inquisitore Accursio ?

E’ un nobile fiorentino, prelato francescano, theologiae doctor rector regens in coenobio sanctae Crucis , incaricato della lettura di Dante – è forse il primo lettore ufficiale di Dante, dopo cinque anni dalla morte!.- cfr. M. Alessandrini, Cecco d’Ascoli, Roma 1935 e G. Fornaciari, Arte e vita mistica nella Firenze di Dante Firenze 1926- attivo come inquisitore tra il 1326 e 1328. E’ uomo scrupoloso tanto che richiede il fascicolo di Cecco circa le accuse nel precedente processo bolognese di due anni prima, indetto dal domenicano Lamberto da Cingoli, da cui rileva la singolare personalità dell’ascolano come filosofo, come astronomo seguace dell’Holywood -Johannes de Sacrobosco e come profeta di sventure! Infatti la teoria del Sacrobosco è la pars iniziale del processo contro Cecco , di cui si riporta anche una parte del testo, che è tipica affermazione pitagorica cristianizzata, che, però, essendo considerata aristotelica, tradotta da arabi, è vista con sospetto: Est  enim terra tanquam mundi centrum in medio omnium sita, circa  quam aqua, circa quam aer, circa aerem  ignis ille purus et non turbidus  orbem lunae attingens, ut ait Aristoteles  in libro Metheororum; sic eam disposuit deus gloriosus et sublimis. Et haec  quattuor elementa  dicuntur, quae vicissim a semetipsis alterantur, corrumpuntur et regenerantur…Quorum quodlibet terram orbiculariter  undique  circumdat, nisi quantum  siccitas terrae humori  aquae obsistit  ad vitam animantium  tuendam . Omnia etiam, praeter terram, mobilia existunt; quae ut centrum mundi ponderositate sui, magnum extremorum  motum undique  aequaliter fugiens  sphaerae  medium possidet. -Tractatus in sphaeram-

*Perché?

Siamo nel buio. Forse Cecco nel Trattato contro la sfera del Parabosco, considerato astronomo ortodosso, aggiungeva qualcosa di nuovo che andava contro la biblica creazione del mondo di Genesi!. Eppure il domenicano inquisitore ne rilevava la capacità di accettazione del verdetto ecclesiastico, il plauso dei fedeli discepoli- oltre alla benevolenza del principe angioino che lo vuole perfino alla sua corte- il silenzioso pagamento della multa, oltre alla sopportazione civile dell’obbligo del dire le preghiere mattutine e serali, di vedere confiscati i beni personali e i libri, tra cui la incompleta Acerba!. L’ Accursio, comunque, con gli atti del precedente processo intenta uno nuovo sul libero arbitrio dell’ uomo e sul condizionamento degli influssi astrali per inficiare il suo insegnamento astronomico antiagostiniano ed antitomistico, oltre che per miracolose guarigioni, avvenute per magia e per le dicerie templari e , da giudice vero, inizia ad ascoltare testimoni che vengono a denunciare l’ ascolano, ormai lasciato al suo destino anche dagli angioini, che hanno sentito le predizioni sgradite e a loro funeste. Accoglie le accuse di magia di Dino del Garbo, medico anatomista, quelle dei fedeli di amore ora controllati dal papa avignonese -a seguito della condanna dei templari,- anche perché congiunti con forme caritative popolari, omosessuali, accoglie anche quelle del vescovo cancellarius angioino che racconta della nascita di Giovanna e dell’ oroscopo ingiurioso, verso la famiglia, e di dotti che oppongono l’Acerba alla Commedia dantesca sia sul tema della fortuna che della nobiltà evidenziando una certa dipendenza del fiorentino indotto nei confronti del dottissimo magister ascolano.

*Si accenna nel processo anche alle due diverse poetiche di Cecco e di Dante? l’Accursio conosce l’Acerba?

Si. Marco. l’inquisitore afferma che l ‘Acerba non contiene alcuna maturità o dolcezza cattolica, ma molte acerbità eretiche circa la virtù in quanto ogni cosa viene ridotta alla influenze delle stelle. La sentenza di scomunica per eresia e magia viene letta e sottoscritta da sei consiglieri tra cui Francesco da Barberino e viene fissato il giorno dell’esecuzione per il giorno successivo, 16 settembre, di mattino, a meno che il condannato non faccia solenne abiura davanti al popolo, riunito nella piazza davanti a S. Croce.Il mattino dopo, siccome il filosofo Cecco non vuole abiurare neanche di fronte al rogo, ma pronuncia altezzosamente la frase l”ho detto, l’ho insegnato e lo credo, è dato l’ordine di accendere il fuoco, schernito dal popolo che urla perché teme la sua magia – si conosce la versione di una donna che rifiuta di dare acqua ed è tramutata in statua di popolana che guarda in basso da una finestra o quella della comparsa di un cavallo bianco su cui fugge Cecco, in un magico sdoppiamento di persona.

Le sue cose- compresi i libri- sono vendute e si ricavano solo 3 fiorini e mezzo.

*Che fine fece Accursio?

E’ uomo fortunato anche quando vien accusato di cattiva gestione nelle confische dei beni degli eretici, ma si salva facilmente perché anche dopo la morte di Giovanni XXII, nel 1334, esercita come inquisitore in altre zone.

*Professore, mi può dare una sua valutazione e su Cecco filosofo e sul suo poema Acerba, tanto variamente giudicato, perché confrontato da fiorentini alla Commedia dantesca, letta dall’Accursio e poi dal Boccaccio, dimenticata nei secoli umanistico-rinascimentali e in quelli illuministico-positivistici, ripescata solo nella seconda metà dell’ottocento da Dante Gabriele Rossetti in Inghilterra, nel particolare momento storico dell’unificazione politica italiana ? Io e i miei compagni sappiamo che l’opera di Cecco ebbe una prima edizione nel 1476 e altre 19 successive edizioni nel Cinquecento e ricordiamo le sue parole sull’oroscopo impietoso di Cecco su Giovanna, figlia di Carlo, nata a Napoli il 1326 – lussuria disordinata … perché nata sotto il segno congiunto di Marte con Venere ed ancora sorridiamo per l’aggiunta da lei fatta con voce cupa, da noi spesso imitata: e fu veritiero in quanto ebbe 5 mariti e infiniti amanti, di cui alcuni sono noti nella storia del castello di Arquata del Tronto! Per noi la leggenda di Cecco mago ed occultista, fabbricatore di ponti in una sola notte con l’aiuto diabolico, è rievocata ogni volta che ceniamo all’Osteria di Cecco sul ponte di Porta Maggiore, vicino al vecchio Squarcia! noi ora vorremo saper il suo reale giudizio.

Marco, ti preciso che la prima edizione non fu quella che noi abbiamo come editio princeps, ma quella del bresciano Tommaso Ferrando di due anni prima, a detta di Angelo Colocci (1474- 1549). Tu vuoi sapere se è vero quanto dice Giosuè Carducci e se Gianfranco Contini ha qualche ragione nel valutare l’opera dell’ascolano, eretico sfortunato rispetto a Dante fortunato poeta assurto a genio nazionale dopo secoli di oscurata fama ad opera di Baretti e di Bettinelli,- uomini di cultura razionalistico-materialistico-illuministico, che ridussero la Divina commedia ad un centinaio di versi buoni e a qualche canto leggibile dell’Inferno, opera di una doctrina medievale libresca, poi giudicata da Benedetto Croce non poesia data l’impostazione theologica, specie del Paradiso- . Tu non condividi la critica ufficiale di studiosi che inficiano l’opera di Cecco, magister scientiae, rispetto a Dante- tapino indotto, non invitato al convivio dottorale, solo mendico raccoglitore di briciole- che risulta doctus in un rovesciamento di fortuna-ironia della sorte! negata dal primo assertore della potenza razionale dell’ individuo anche se soggetto agli influssi astrali. per cui il secondo, a secoli di distanza, a seguito di eventi storici è poeta per antonomasia, neanche comparabile l’autore dell’ Acerba !

* Lei parla di Giuseppe Baretti, di Cicalamento e di Frusta letteraria di Aristarco Scannabue- che riduce a ben pochi versi la Commedia in quanto critico virulento e feroce contro i dotti arcadi e contro les philosophes illuministi, desideroso di dire il proprio parere, alla buona, da popolano -?

All’opera dantesca il critico rileva difetti nell’incapacità di dilettare in quanto al dì di oggi non solo non si sente  più voce che canti versi della Divina commedia, ma non c’è uomo che possa più leggere senza una buona dose di risolutezza e di pazienza, tanto è diventata oscura, noiosa seccantissima. Inoltre nota il perduto interesse con la realtà attuale della natura umana, la mancanza di interesse, l’oscurità della forma, che sono per lui limiti insormontabili.   

*Lei parla anche di Saverio Bettinelli che critica la Commedia in Lettere di Virgilio agli arcadi?,

Si. Il critico afferma che non si può chiamare divina la Commedia- che è opera di autore grande rispetto alla rozzezza dei suoi tempi e della sua lingua – degna, comunque, di lettura per alcuni canti dell‘Inferno (quello di Paolo e Francesca e del conte Ugolino)- per il resto trascurabile, modesta, priva di humanitas per la pesante impostazione e strutturazione teologica di Purgatorio e Paradiso? Birbone, ti sei documentato sulla critica settecentesca a Dante. Bravissimo!. Ora posso lavorare sulla critica di Carducci e Contini?!. Tu sai che il toscano Carducci diventa professore all’Università di Bologna, cattedra di letteratura italiana-, come Cecco di Ascoli- cattedra di medicina e poi astrologia – succedendo al ripano Luigi Mercantini nel 1865, epoca in cui scrive Levia-gravia , opera di contrasti anche letterari, chiari nel titolo ossimorico e in Giambi ed epodi in cui si evidenzia come poeta vate della nuova Italia, patriota animato da giovanili slanci polemici repubblicani-mitigati poi per la devozione alla regina Margherita- alimentati da apporti stranieri parnassiani (Baudelaire ), avviato ad una poesia giambica mossa da sdegno contro la politica italiana del primo decennio dell’Unità e dei primi tempi di Roma capitale, specie circa la questione romana e la figura di Garibaldi. Il Carducci, virile, veemente nella politica tirannicida , ghibellina, opposto al buonismo politico e alla mitezza moderata della destra cavouriana, -essendo poeta dai costrutti barbari, un radicale nazionalista, vivace, legato al mito repubblicano romano della rivoluzione francese, alla ricerca di una identità geografica tra quella Roma e il centro del nuovo stato- è meno distante dall’animus fiero di Cecco, che da quello di Dante!. Marco, in altre sedi ho parlato. -essendo tu presente- di Cecco d’Ascoli philosophus non theologus preumanista, lucreziano, scienziato, doctor che oscurava il divino poeta e i suoi concittadini che a cinque anni dalle morte, avendo rimorsi, lo onoravano in Firenze stessa in un momento guelfo difficile, data la sconfitta di Altopascio, impauriti dall’ imminente venuta di Ludovico il bavaro, mentre il vigile occhio di un avido papa avignonese, era attento a castigare la pietas cittadina popolare mercantilizia: la Firenze dell’epoca angioina è quella delle genti nove di mercatanti , che sono delegati a riscuotere le tasse papali in tutta Europea e che lasciano condannare a morte un uomo di cultura superiore, un vero scienziato , denunciato come mago ed occultista, pure come medico capace di guarire magicamente, per miracolo!. E’ chiaro che da toscano, anticlericale, il focoso Carducci ottocentesco demagogo, senza una reale conoscenza dell’opera dell’ ascolano, loda il fiorentino acconcio coi frati, come oggi il comico Benigni ex comunista, e biasima Cecco- un magister che separa morale e politica, filosofia e theologia,- bollandolo come molto ignobile detrattore dell’Alighieri, di cui, all’epoca, ancora non si fanno mitici elogi sul poeta e sul letterato, non comparabile, però, nel Trecento, con uno di superiore cultura, latinista perfetto, parlante greco- se non l’arabo come gli amici ebrei! – assertore del valore della phusis, un eretico, uomo libero, conforme al suo pensiero aristotelico, che distingue la sfera terrena da quella spirituale, cosciente della materialità dell’intelletto tanto da poter ironizzare su ogni profano .- compreso Dante-cfr incipit dell’Acerba: . qui non si canta al modo del poeta/che finge immaginando cose vane -, convinto che non può morire chi al saver è dato/ né viver in povertà né in difetto/né da fortuna può esser damnato. Caro Marco, spesso siamo campanilisti e Giosuè Carducci, ancora giovane, all’epoca, irrazionalmente lodò Dante, perché corregionale. Diverso è il giudizio di G.F. Contini, cristiano cattolico, che considera l’Acerba -opera a lui ben nota.- anticommedia e quindi la definisce giustamente umana e naturale, non divina e non celeste. Infatti la sua lettura della Commedia è perfetta, tipica espressione del pensiero dantesco medievale. Inizia col rilievo della selva oscura, in cui si trova Dante, liberato e salvato dalla tre belve e specie dalla lupa ed avviato per altra via, quella razionale e filosofica da Virgilio, poeta aulico augusteo e mago cristiano, alla felicità terrena – l’Eden- passando attraverso la conoscenza del peccato dell’Inferno e della loro purificazione nel Purgatorio; si conclude quando, finita la funzione umano-filosofica virgiliana, comincia quella teologica figurata in Beatrice, stilnovistica donna d’amore, destinata a condurre attraverso la visione dei beati nei vari cieli, il peregrino alla diretta visione paradisiaca del mysterium di Dio uno e trino, e dell’incarnazione, grazie all’aiuto di Bernardo di Clairveaux e di Maria. Per lui, invece, l’Acerba è aetas acerba giovanile dell’ uomo che, procedendo mediante l’errore, tende verso sempre altre mete, in un percorso umano e terreno, in cui orientatore e guida è Lucrezio Caro, epicureo damnato. Contini, probabilmente, sottende un’altra concezione della creazione del mondo,- che, comunque non conosce bene per come è formulato il suo pensiero- che a me sembrava chiara già allora, negli anni sessanta, quando, giovane laureato, facevo tesi commissionate e lavoravo al testo dell’Acerba con amici, e rilevavo traduzioni dall’arabo, proprie della scuola di Toledo, coordinate dall’arcidiacono Dominique Gundisalvi, che guidava un gruppo di traduttori di varia nazionalità e provenienza, subito dopo la riconquista di Toledo ad opera di Alfonso VI di Castiglia nel 1085: venivano tradotti da ispanici, italici, fiamminghi, inglesi, ebrei, Alfragano (al Farghan), autore -vissuto nel IX- di Elementa astronomica e Alcabizio (Abd al Aziz al Qabis) del X, noto per l’introduzione alla astrologia, ed altri arabi, autori di libri di medicina come Segretum secretorum dello pseudo Aristotele, il cosiddetto libro dei segreti. Nota bene. Tra questi un traduttore sicuro è Johannes Hispanus (Giovanni di Siviglia , 1090-1150), matematico e filosofo ma c’è un non ben identificato Johannes -potrebbe essere De Sacrobosco/ John Holywood?! – inglese, poi vissuto a Parigi , un altro Giovanni, commentato da Cecco , che nel Tractatus In spheram pone la quaestio di Alcabrizio, revisionata e cambiata in alcuni punti tanto da essere processato, pur avendo in comune la stessa theoria circa la creazione del mondo e circa gli eccentrici e gli epicicli , che contemplano il grande aevum che si compie in 600 cicli annuali di 15000 anni, che è quello dell’universo intero.-(esso contiene trentaseimila rivoluzioni solari per cui viene determinata la grandezza della precessione data da Tolomeo ) secondo il De computo ecclesiastico, anno 1244 -che chiude così. si tu stabilire velis opus per temporis aevum hocM. Christi bis C quarto deno quaternoDe sacro bosco descrevit tempora ramus. Attento, Marco!.Il grande evo è lo spazio di tempo al termine del quale tutte le stelle e tutti i pianeti dell’universale firmamento ritornano ai posto che essi occupavano all’origine del mondo secondo Giuseppe(Flavio! ?).

*Professore, al di là della valutazione di Contini, Cecco filosofo ed astronomo è inquisito da Lamberto da Cingoli domenicano e dal prelato fiorentino Accursio per la nuova theoria della creazione del mondoDe opificio mundi- su cui si dibatte da oltre un secolo, avendo fatto commento contro De Sacrobosco e la versione biblica.

*Lei parla dell’ incipit di Genesi?

Si.

Dio creò il cielo e la terra e separò la luce dalle tenebre . Dio separò le acque sotto il firmamento da quelle di sopra. e così creò il cielo. La mano di Dio divise la terra dalle acque e ordinò alla terra di produrre erbe e frutti. La mano di Dio creò i luminari del cielo il maggior per avere ill dominio del giorno e il minore della notte...

*Lei in La creazione del mondo di Filone nel 2015 scriveva:” Kosmopoiia,… non è solo Costruzione del mondo,  traduzione letterale del  termine, in quanto creazione,   né solo  fabbrica del mondo, come opificio (traduzione latina De mundi opificio), in quanto c’è qualcuno che fa opus,   ma  è  Creazione  intesa come  principio (reshit)  o come al principio dei tempi (bereshit) e  agli inizi di ogni cosa, prima del principio stesso,  nella fase  primordiale e  prima ancora  dei primordi stessi, quando esiste  solo il Nulla.
Entrare nella fase primordiale del Kosmos, prima del Kosmos, o cercare di afferrare l’idea di quel momento in cui inizia l’esistenza dell’universo  è penetrare nel mistero e nel  misticismo del silenzio, prima dell’esistenza del silenzio stesso, nella solitudine spaziale, prima della divisione in spazio, nell’assenza di ogni cosa: il misticismo del Rg-Veda sembra ipotizzare per primo (o forse contemporaneamente agli astrologi sumeri) una specie di acqua  primordiale in cui palpita, senza palpito, qualcosa.
Il cercare di capire l’innografia vedica o i versetti iniziali della Genesi  mette in discussione tutta la nostra storia, il nostro metodo operativo, il nostro stesso sistema conoscitivo, le nostre teorie che risultano poca cosa rispetto alla grandezza del big bang iniziale e all’ origine stessa del mondo: sono ragionamenti che si rifanno ad altri ragionamenti di altri uomini, che ci hanno preceduto e che hanno parlato di conflagrazioni, di creazioni dal nulla, di sacrificio di Dio, di solitudine divina, di amore divino e di mille altre cose: ragionamenti propri di piccoli uomini, sgomenti davanti all’immensità celeste, fatti  per spiegarsi  unilateralmente  la nostra funzione  nel creato e  per scoprire, se possibile, qualcosa di diverso e di nuovo
“.

* Ora, dunque, professore, se lei metteva in discussione il nostro stesso sistema conoscitivo scientifico, perché Cecco non avrebbe potuto teorizzare una specie di buco nero primordiale, in un ambiente erudito ebraico -arabo aristotelico, nel commento al trattato De sphera mundi del Sacrobosco, fatto all’Università di Bologna nel 1324?

Molti critici ritengono Cecco un pensatore non profondo, non chiaro, né originale comparandolo con Brunetto Latini -Tresor- e con altri autori di opere didascaliche senza tenere presente la novità astronomica e la scienza  dottrinale dell’Acerba, un poema allegorico-didattico in volgare (come la Commedia dantesca, che è in endecasillabi a terzina aperta libera all’infinito, del tipo ABA -BCB- CDC – DED ecc.)- che è invece in terzine accoppiate, non aperte ABCABC,DEFDEF ecc. di fatto, in sestine. L’opera è strutturata per un messaggio ad uomini come Dante, di media cultura, nobilotti alfabetizzati e mercanti, capaci di leggere e scrivere e far di conto, in grado di seguire un discorso filosofico-teologico attualizzato per studenti, clerici, allegorizzante e metaforico, in cui appare una donna angelicata la sapienza, principio di ogni virtù  come intelligenza attiva, con una guida razionale scientifica, Lucrezio Caro.  L’ opera è più nota per la fama oscura dello scrittore, mago alchimista, che letta nei suoi versi regolari, secondo ritmo, fluidi, non scurrili, e solo apparentemente polemici contro l’Alighieri – che è di lui solo un ammiratore, che chiede, ossequioso, ad un maestro di astrologia qualcosa su cieli, sulle intelligenze motrici, perfino sulla nobiltà e sulla fortuna!-noi oggi siamo sorpresi dell’atteggiamento di superiorità dell’ascolano perché leggiamo, dopo circa 160 anni di formale ossequio ed omaggio ai versi di una Commedia divina! L’Acerba, poemetto di 4365 versi, interrotto all’inizio del V libro -che doveva essere forse di 6 libri come il De rerum natura di Lucrezio – non è da compararsi minimamente con le celebrate tre cantiche dantesche di 100 canti -Inferno, 34 canti ;Purgatorio 33 ; Paradiso 33; per un complessivo di versi 14.233-! L’opera è di difficile lettura perché testo volgare trecentesco, reso più ambiguo dalla terminologia tecnica, che può risultare pesante a chi si avvicina per la prima volta, cosa che capita ad ogni liceale quando legge la Divina Commedia. E’ opera, comunque, ben strutturata, divisa in parti, di normale versificazione, – con lemmi volgari piceni non lontani da quelli toscani dello stesso ceppo linguistico a detta di Dante del De vulgari eloquentia!, d’altra parte, bocciato da Bembo come inadatto ad essere imitato come modello di poesia -( dal cinquecento lo sarà, invece, il Petrarca!-). L’ Acerba è come un’enciclopedia con voci tematiche compendiate, in cui si tratta di cieli, di intelligenze celesti,  di animali, delle loro qualità, di pietre e delle loro proprietà, della fortuna in generale e specie del destino  umano dell’amore dominante in natura,  tra gli uomini, tra gli animali  e perfino tra i vegetali. Come tale ebbe successo per due secoli e mezzo, fu studiata ed apprezzata da umanisti e rinascimentali tanto da avere molte edizioni fino all’epoca di Pio V e del suo successore, Gregorio XIII, papi controriformisti, che la misero all’indice e da avere un imitatore, Leonardo Dati scrittore di La Sfera, in ottave.

*Una domanda! Lei ha operato per anni sullo scrittore ascolano, eretico. Dove ha trovato il materiale per la ricerca oltre che su gli scriptoria medievali?

Marco è materiale di archivio o di autori francesi. (cfr H-J-Becker,Zwei unbekannte kanonisches Schriften des Bonagrazia von Bergamo in cod. lat 4009 in Quelle und Bibliotheken XLIV 1966; in F.Baluze, Vitae paparum avignonensium a cura di C . Mollat, Paris I914; in C. Mollat, Lettres communes analysées d’après les registres dits d’Avignon e du Vatican, Paris 1904-1947) oltre a studi su Agostino, Pelagio , Girolamo, la Domus anicia, sullo scisma del 1130 , sull’epistolario di Bernardo di Clairveaux oltre che su codici e bolle papali.

*Grazie, lei mi ha mostrato martiri eretici, ma ci sono stati anche altri letterati che non hanno subito l’Inquisizione.

Certo alcuni, coinvolti in quanto clerici, sono tecnici, che usano sistemi dictatorii come Tommasino di Armannino, bolognese senza essere disturbato nello studio epistolografico.

*Chi è?, professore, non ne ho mai sentito parlare.

E’ un notaio bolognese, cultore di Elementi di  grammatica e di retorica (di cui si conosce perfino che il 9 ottobre del 1287  acquistò unum Decretum  cum apparatu domini Iohanis- Memoriale di Henrigiptus de Querciis  c-124r- per 42 lire bolognesi), scrittore di Microkosmus o summa dictaminis- un manoscritto membranaceo miniato composto di 132 carte, oggi conservato a Berna, presso la Burgerbibliothek, segnato come Mscpt.161, redatto tra il 1320 e il 1330, utile per gli epistolografi e per i cultori dell‘ars praedicandi che hanno un tipico modo per arrivare al punto, dando rilievo alla intonazione della voce, a seconda del cursus usato, planus, tardus, velox cfr. A.Filipponi, l’altra lingua l’altra storia, Demian 1995 – . Il notaio bolognese è ben ferrato nell’ epistolografia e ars dictandi e divide l’epistula in parti exordium, narratio, petitio, memoria ed actio (conclusio) e si serve delle tecniche retoriche e dictatorie, conoscendo l’opera di di Petrus Blesensis ( Pierre de Blois 1135-1212) Epistulae, opuscola,(estratti da Vincentius  Bellovacensis- Speculum historiale  -o  quelle di Johannes de Capua  e di Jordanus de Terracina- Epistulae (Certamen dictaminis), oltre agli excerpta dello pseudo Cicerone, Rhetorica ad  Herennium e di Johannes de Sicilia (Ars dictandi) tanto da poter definire i dictatores, nei loro specifici compiti.

*Bene, grazie. Riprendiamo il nostro lavoro su Monarchia. La storia di Dante è, quindi, tipica del Medioevo e la sua triplice divisione non ha niente di eccezionale, ma rivela solo la sua tendenza spirituale con una sua volontà di mediazione popolare -dopo aver affermato la necessità dell’ ‘Impero e dimostrato storicamente la sua romanità, secondo diritto, e i rapporti necessari tra Impero e Papato, anacronistici?.

Marco, Dante ha competenze generiche di un signorotto acculturato, non certamente dotto – distante, comunque, dalla ignoranza della massa analfabeta popolare – e segue le sententiae ultime degli scrittori dell’ epoca come Pietro da Abano (1250-1316) e Cecco d’Ascoli (1269-1327) -col qual sembra avere perfino una corrispondenza per lui gratificante, essendo l’altro celebre e ben noto -, o come Giovanni Del Virgilio (morto dopo il 1326 ) e Albertino Mussato (1262.-1329), un laureato poeta e storico padovano, latino. Grazie alle risultanze del loro lavoro e alla propria esperienza politica può dire di considerare la sua epoca nella pienezza del tempo, in cui i due poteri potrebbero avere, ognuno una propria stabilità, al fine della felicità umana e spirituale, senza intralci tra i due luminaria, ambedue voluti da Dio, anche se l’imperatore in Occidente deve reverentia, ut filius primogenitus, al papa, essendo ormai avvenuta la translatio imperii da Costantinopoli a Roma. Marco, devi riflettere sulla centralità di Roma, sede eterna insostituibile del potere e sul valore dell’impero di Augusto – nel cui tempo, ab aeterno stabilito da Dio, si incarna il Figlio in una vergine– per Dante medievale, che lo mostra nel XVI capitolo del I libro della Monarchia, definito da Paolo di Tarso “pienezza dei tempi“, per intendere un’ epoca di pace saturnia.

*Professore, mi può precisare il suo pensiero che, sotatendendo l’anacronismo dantesco, evidenzia da un’altra angolazione storica il pensiero di uno studioso del periodo giulio-claudio, che nega la pax augusta, fondamento del cristianesimo, nonostante l’Ara pacis augustae del 13 a-C.?

Marco, tu conosci la mia visione storica. Il tuo nonostante l’Ara pacis  mi sembra offensivo, quasi beffardo,  un netto cristiano  dissenso dal mio pensiero. 

No, professore. No!.   So che Ottaviano  nel 13 a.C., tornando a Roma, ha  dal senato nel Campo marzio  la dedica di un’Ara pacis augustae per aver restituito stabilità politica e sociale alla città dopo le due guerre civili.- Res gestae divi Augusti -in cui i magistrati, i sacerdoti  e le vestali  dovevano celebrare un sacrificio. So anche che le guerre seguitano in  Gallia e in Germania  e  che ci sono insurrezioni in Siria e in Giudea, oltre che in Mauritania.  

Bene. Non occorre precisare, Marco, per un  tuo orientamento, e sapere  che dopo le campagne  comuni contro i Reti e i Vindelici, Tiberio e Druso ebbero  il mandato di conquista della  Germania,  partendo da due diverse direzioni, il primo  da  Lugdunum, il secondo da Aquileia (12-9 a.C). Io, comunque,  sottopongo  alla tua lettura il XVI del I libro di Monarchia in italiano e in latino (Monarchia, a cura di Maurizio Pizzica, Bur,1988), – quanto scritto da Dante per indicare la volontà unica di un principe unico, che domini e diriga tutti gli altri, come dimostrazione della necessità del monarca, che assicuri le condizioni ideali per l’umanità, indispensabili per il bene umano – dove è trattato il tema del regno di Augusto.

Ecco il testo.

Conferma quanto sopra esposto un avvenimento memorabile, cioè quella condizione particolare dell’umanità, che il figlio di Dio, in procinto di diventare uomo per la salvezza dell’uomo, attese, o meglio quando egli stesso volle, predispose. Infatti se ripercorriamo col pensiero la situazione del genere umano nelle varie epoche, ad iniziare dalla caduta dei primi genitori, punto di partenza deviante di tutti nostri errori, troveremo che solamente sotto il regno del Divino Augusto, grazie all’esistenza di una monarchia perfetta, il mondo fu dappertutto in pace. E che allora il genere umano sia stato felice nella tranquillità della pace universale lo attestano tutti gli storici, i poeti illustri e si degnò di testimoniarlo anche lo scrittore che ci parla della mansuetudine di Cristo. Paolo, infine, chiamò quella felicissima congiuntura “pienezza dei tempi “. E davvero i tempi e gli accadimenti temporali furono “pieni” perché non mancò chi attendesse alla nostra felicità. D’altra parte abbiamo testimonianze scritte e siamo – anche se non vorremmo esserlo- testimoni delle condizioni, in cui si è trovato il mondo dal giorno nel quale la tunica inconsùtile sopportò per la prima volta di essere lacerata dalle unghie della cupidigia. O genere umano, quante tempeste, catastrofi e naufragi è necessario ti sconvolgano, mentre divenuta una belva dalle molte teste, ti affatichi in opposte direzioni! sei infermo nell’uno e nell’altro intelletto, così come negli affetti: non curi con ragioni inoppugnabili né l’inferiore con quanto ti indica l’esperienza ma non curi neanche gli affetti con la dolcezza della divina persuasione quando a te con la tromba dello Spirito Santo proclama: Oh come è bello e lieto che insieme stiano i fratelli!/Rationibus omnibus supra positis experientia memorabilis attestatur: status vidilicet illius mortalium quem Dei filius, in salutem hominis hominem assumpturus, vel expectavit vel cum voluit, ipse disposuit. Nam si a lapsu primorum parentum, qui diverticulum fuit totius nostrae deviationis, dispositiones hominum et tempora recolamus, non inveniemus nisi sub divo Augusto monarcha, existente monarchia perfecta, mundum undique fuisse quietum. Et quod tunc humanum genus fuerit felix in pacis universalis tranquilitate hoc ystoriagraphi omnes, hoc poetae illustres hoc etiam scriba mansuetudinis Cristi testari degnatus est; et denique Paulus “plenitudinem temporis ” statum illum felicissimum appellavit. Vere tempus et temporalis quaeque plena fuerunt, quia nullam nostrae felicitatis ministerium ministro vacavit. Qualiter autem se habuerit orbis ex quo tunica ista inconsutilis cupiditatis ungue scissuram primitus passa est,et legere possumus et utinam non videre.Oh genus humanum, quantis procellis atque iacturis quantisque naufragiis agitari te necesse est, dum, bellua multorum capitum factum in diversa conaris! intellectu egrotas utroque similiter et affectu: rationalibus irrefragabilibus intellectum superiorem non curas, nec esperientae vultu inferiorem sed nec affectum dulcedine divine suasionis cum per tubam Sancti Spiritus tibi effletur: ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum.

* Devo, dunque, dire che io cristiano e Dante medievale non conosciamo il regno di Augusto: personalmente ho capito qualcosa, solo dopo aver letto Giulio Erode, il filelleno oltre a Per un bios di Ponzio Pilato, opere inedite, leggibili solo a parti in www.angelofilipponi.com e i suoi Commentari storici di Strabone ed Incitato il cavallo di Caligola. Lei mostra chiaramente coi fatti, facendo storia, che non c’è pax augusta come non ci sono storici né poeti, che parlano di questo e neppure Lucano in Farsaglia II,1 e neanche Paolo, il quale si riferisce all’ età aurea di Caligola e ai suoi saturnia regna di circa due anni – 37e 38 d.C.-!.

Sono contento, Marco, che lo confessi. Per Dante non c’è confessione ma si sa che dipende dai libri di Mirabilia di Paolo Orosio- VI,22 -oltre che da Girolamo- in Isaiam 1,2,4- da Agostino, De civitate dei, da Tommaso da Aquino -Summa theologica III, q.35 a.8-: Dante ha concezione universale cristiana dell’ impero, in senso provvidenziale, agostiniana, in quanto sente la necessità di un ritorno del Christos che cacci la lupa – cupidigia – evidenziata già nella tunica divisa – grazie alla venuta di un imperatore capace di ripristinare l’ordine nell’impero e di riportare pax e quella iustitia romana, di cui Traiano è fulgido simbolo, conformemente alla volontà divina, che ha stabilito due luminaria, con due orbite, specifiche per il bene corporale e spirituale dell’uomo, composto di corpo e di anima. Forse Dante segue Agostino di De civitate dei – in cui è manifesto l’itinerario delle due città che si confondono e si mescolano in una visione unitaria di eternità e di tempo, sottese in Filone -che ha presente il kronios bios di Caligola (incipit Legatio ad Gaium e Peri Monarchias, logos I,II) e non l’età di Augusto– seppure ritenuto buono – implicite in  Dione di Prusa Crisostomo (40-120,) nelle sue orazioni politiche sulla Monarchia e sulla Tirannide, prefigurate dallo storico Dione Cassio, che propone come perfetto il  governo  di Roma rispetto a quello greco e persiano, in epoca di Ottaviano, considerato modello di principe  per Settimio Severo (cfr. Incitato, il cavallo di Caligola) dopo la crisi postcommodiana, nonostante la celebrazione retorica frontoniana –  a seguito della uccisione di Domiziano- della famiglia antonina,  specie della iustitia di Traiano, e della  soterica  affermazione – a seguito della morte di Nerone e della  crisi del 69-  di Vespasiano e della sua famiglia, a detta di  Filostrato– Vita di Apollonio di Tiana -.

*Dunque, per lei  la paolina pienezza del tempo/pleroma kronou -plenitudo temporis   diventa una concezione chrìstiana derivata da Agostino, tramite altri autori classici e tramandata ai medievali  a seguito della vittoria sui pagani del cristianesimo- religio licita costantiniana e poi triumfans  teodosiana- che ha nella divinità ed eternità di Roma e  nella figura del  buon principato di Augusto  esemplari modelli per la definizione della urbs e popolo romano e della figura sacra imperiale  di Augusto, che sono di diritto  i principi della terra, per volere di Dio. E’ Agostino della Civitas dei, ispiratore, tramite il pontefice romano,  del  sacro romano impero, carolingio prima,- dopo la manipolazione inventata della nefasta  donazione di Costantino, avvenuta  la contaminatio del potere spirituale papale con  quello temporale imperiale- poi del sacro romano impero germanico, ottoniano, a seguito anche della traslatio della  potestas imperiale dai greci ai latini?’ un Dante agostiniano dimostra con chiari segni la necessità di una riforma ecclesiastica e di una restauratio imperii!?. Da qui la figura di Augusto precursore del Christos nella storia romana ,per come viene visto da alcuni scrittori che, riprendendo l’ideologia romantica, lo considerano come l’uomo-dio che chiude un’epoca, quella repubblicana ed inizia un nuovo mondo, quello imperiale!. E’ così?

Marco, tu, sulla loro scia, dici quel che dici. La loro stessa lettura storica, comunque, non è, in effetti, di marca ottavianea, ma è quella della propaganda antoniana precedente, di marca orientale, connessa con Cesarione, figlio di Cleopatra e di Cesare, leggibile in Dionisio di Alicarnasso e in Strabone, poi ripresa da Nicola di Damasco, divenuta, a guerra finita, carta vincente in una propaganda di mediazione e di pacificazione tra le due partes antagoniste, da parte del dux vincitore ad Azio. Allora, il titolo di Augustus /Sebastos, su proposta di Manucio Planco nel 27 a.C., e la proclamazione ad Imperator Caesar divi filius, risultano atti conclusivi della coniuratio occidentale, che determinano la fine della res pubblica  e l’ inizio dell’ auctoritas dell’autokrator catholikos!. Comunque tu, Marco, li segui cristianamente e romanticamente quando invece, all’epoca successiva ad Azio- cfr.  J. P. Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) e R.  Holland, (Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007)- gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia, già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno, inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios,  eirenepoiios, soothr ecumenico, nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del salvatore del mondo” da parte di un organismo militare mai visto, che idolatra il suo imperator, da cui i milites si attendono non solo premi, ma anche un nuovo sistema di vita.

DANTE E L’IMPERO

*Per lei, professore, la divinità di Roma e di Augusto, già celebrata  in epoca di Erode  il grande, diventa lex universale  con Gaio Germanico Caligola, theos, assimilato a Zeus, nel 40 d.C. da intellettuali alessandrini coordinati da Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene, tyrannodidaskaloi in modo da uniformare i popoli dell’attardato Occidente, conservatore, vincitore con l’Oriente progressista  e innovatore, vinto, di superiore cultura, già conformato  da secoli al regno/basileia.  

Bravo, Marco. Vedo che hai ben seguito il lavoro su Giulio Erode il filelleno, e sui Commentari storici di Strabone di Amasea, mi congratulo per la sintesi. Comunque, in Dante, la condizione della Chiesa, che, all’inizio del Trecento, non ha più la sede romana, rovinata e corrotta dalla cupidigia-lupa, ora trasferita ad Avignone, e quella dell’impero, privo di imperatore, hanno creato nel corpus di Cristo, nella società cristiana, una lacerazione profonda e determinato tempeste, naufragi e sconvolgimenti che ora possono dirsi definitivamente finiti, se si accoglie l’imperatore Arrigo VII, – utopia dantesca!-destinato a riformare la Chiesa diventata mostruosa e se si ascolta il messaggio proclamato, con la tromba, dello Spirito santo, di fratellanza universale.

*Per Dante è questo il tempo nuovo messianico di riforma della chiesa e di ricostituzione imperiale, dopo la duplice vacantia! Confesso di aver capito qualcosa, ma non comprendo tante altre, specie circa la vacantia imperii, – che pur esisteva con gli Asburgo di Austria, che hanno abbandonato l’Italia lo giardino dell’impero– comunque, andiamo avanti e mi dica come Dante un individuo, formatosi culturalmente a Parigi, clericus, fiorentino, dopo l’esilio, da guelfo di parte bianca, isolato dai suoi sodales, dopo la sconfitta della Lastra, si possa essere impelagato tra i ghibellini, tanto da pensare di scrivere di un problema come quello monarchico, da filoimperiale e da spirituale, pur nella mediazione tipica dell’epoca che propone al fine del benessere umano-spirituale, l‘autonomia delle due sfere in relazione alle due partes costitutive dell’uomo, il corpo e l’anima, retti rispettivamente dall’imperatore e dal papa, che hanno due competenze diverse, il bonum temporale e quello spirituale, secondo una tradizione fondata sul Constitutum Constantini, un falso documento storico e sulla theoria gelasiana?

 Marco, prima di chiedere qualsiasi cosa, a mio parere, è bene entrare in merito al problema storico e fare la situazione con punto situazionale! Ancora di più bisogna fare indagine storica sugli avvenimenti che precedono l’arrivo di Arrigo VII in Italia, sulla condizione della penisola, ormai guelfa, – considerato l’avvenuto passaggio agli Angioini del Meridione italiano, dopo la morte di Manfredi e di Corradino – , sulla cultura aristotelica dominante a Parigi secondo una traduzione araba, utile ai fini di una propaganda antimperiale ed antipapale, da una pars gallicana, favorevole alla politica di Filippo il bello, sull ‘esilio di Dante da una Firenze occupata da Carlo di Valois e dai Neri di Corso Donati col benestare di Bonifacio VIII.

*Dunque, ho bisogno di molte spiegazioni, se voglio capire qualcosa. Mi dica in breve, comunque, dove Dante si trova, quando inizia il suo libro sulla Monarchia in tre libri, in latino, la lingua ufficiale,?

Marco, Dante, rifiutata la pacificazione, secondo le parole di Roberto, duca di Calabria nel 1302, angioino filopapale, fatti inutili tentativi di rientro coi compagni, bianchi, di esilio, anche se poi si dissocia da loro al momento della battaglia della Lastra, staccatosi da Scarpetta degli Ordelaffi, cerca protezione tra i signori del Casentino nell’Appennino tosco-emiliano per poi dirigersi verso Verona e Treviso, in terra ghibellina, dopo la fine dell’impresa imperiale a Buonconvento nel 1313!. Dante nel 1315 non accetta nemmeno l’ amnistia fiorentina che impone il pagamento di una tassa simbolica e un atto di riconoscimento formale delle colpe, di cui si ha traccia nell’ epistula XII: non è questa la via, padre mio, per il ritorno in patria, tanto da aggiungere nel suo orgoglio, in considerazione del suo onore e della propria dignità, ma se per non nessuna altra via si entra in Firenze, in Firenze non vi entrerò mai. Da qui la definitiva risoluzione di accettare l’invito di Guido da Polenta che lo ospita a Ravenna, dove, sei anni dopo, muore da esule.

Le tappe dell’esilio di Dante

*Grazie. Ora seguiti, altrimenti non ho possibilità di comunicazione con lei.

 Marco, a questo punto, più che fare luce sul periodo, ritengo opportuno leggere direttamente l’intenzione iniziale, parigina, di Dante nell‘incipit del I libro, della Monarchia! Ti risparmio, comunque, la premessa sul compito precipuo dell’umanità, predisposta da Dio ad amare la verità/interesse maxime ad amorem veritatis, e sulla sua volontà di servirsi dell’aiuto degli antichi, al fine di dare ai posteri possibilità di arricchirsi – quo ditetur-, convinto della necessità di dover dare un contributo perché chi, educato publicis documentis, non può non curare ad rem publicam aliquid afferre…in quanto deve essere la pianta fruttifera a tempo opportuno, lungo il fiume, non perniciosa vorago semper ingurgitans,et numquam ingurgitata refundens/una perniciosa voragine che inghiotte sempre senza restituire mai quello che inghiotte,– Monarchia I, I. 2 -. Ti faccio notare che Dante combatte, da aristotelico averroista, una battaglia contro i decretalisti, che hanno come base il testo di papa Gelasio, col Constitutum Constantini, implicito, secondo cui nessun successore di Costantino, può impugnare il diritto della supremazia nella dignitas et potestas della Chiesa, corpus Christi, essendo perfino puerile dare et auferre anche perché la societas christiana sarebbe un corpus monstruosum a due teste, un concetto di Bonifacio VIII, tipico e ricorrente in Unam sanctam, decretale storico riassuntivo.

*Quindi, occorre fermarsi, spiegare Dante parigino, il theorema gelasiano, il constitutum Constantini e le appropriazioni della Chiesa indebite fino a Bonifazio VIII e allo scontro tra il papa e Filippo il bello che termina con lo schiaffo di Anagni e la morte del pontefice, sottesi nella Divina commedia ed anche in Monarchia.

 Marco, ho cercato in questi ultimi anni di farti notare che Dante, essendo acconcio coi frati, spirituali francescani, – secondo Cecco d’ Ascoli un laureato, doctus, in artibus , medico/fisicus, astrologus,- è seguace, comunque, di Sigieri di Brabante (1240-1284), magister parigino averroistico, avversario di Tommaso di Aquino circa il politkoon zoon l’uomo, animale politico, che tende alla felicità, intesa come beatitudo huius vitae, non felicitas cristiana. In questa ricerca, a seguito della morte di Arrigo VII, chiara nella lettera XI ai cardinali italiani, al conclave di Carpentras nell’ aprile-luglio del 1314, dove evidenzia la sua perizia epistolografica specie nell’exordium e nella captatio benevolentiae e notevole bravura nelle clausole metriche del cursus, meglio che in Monarchia- e anche nell’uso retorico delle metafore-. Dante mostra, sul piano dei contenuti, fiducia negli ecclesiastici, decisi anche a boicottare la votazione, col ritiro,-cosa che avvenne!- seppure ormai legati al giogo gallicano, essendo la sede romana senza pontefice e senza imperatore- necessari, comunque, per il conseguimento della felicità umana- . invitandoli a scegliere un papa italiano. Sappi che, secondo la concezione aristotelica makaria/ beatitudo, vale beatitudine ed ha altro valore rispetto ad eudaimonia, tipica di un uomo strutturato ed integrato nel naturale ordine politico, che, ha come fine peculiare della natura, la esplicazione della potenza dell’intelletto/ nous , che non tradisce il fine ultraterreno, e pur non trascurando quello terreno, è desideroso di vivere secondo il corpo con le virtù intellettuali, in una tensione verso il telos spirituale/fine ultimo.

*Cosi ragiona un medievale, che già ha dubbi. nel periodo dantesco!

Certo, Marco. la contemporanea assenza per oltre settanta anni da Roma dei due luminaria produce male nell’ urbs e nel mondo cattolico europeo, ancora unito linguisticamente, nonostante l’uso delle lingue nazionali volgari, tanto che ancora, nel Cinquecento con Agostino Nifo 1469-1538, viene letta un’opera, ignota, di Sigieri, liber de felicitate!

*Perché mi sposta al cinquecento il problema del mito di Roma e di Augusto e la lettura politica di Dante? non è da lei che opera sempre solo in situazione!

Marco, lo ritengo necessario per la tua formazione cristiana, che ha bisogno di rettifiche e di precisazioni, che solo la cultura filologica, tecnico-scientifica cinquecentesca può forse dare, se si esamina la diatriba teologica tra Pietro Pomponazzi (1462-1525) ed Agostino Nifo (1469 -1538).

*Non so niente di Pomponazzi e di Nifo ho letto quanto da lei scritto circa il plagio del Principe di Machiavelli. Se lo ritiene utile, mi dica ed io ascolto.

Pomponazzi è un professore dell’università di Padova, come Pietro da Abano, che insegna filosofia naturale e quindi tratta dell’immortalità dell’anima, non dimostrabile razionalmente, anche se distingue due intelletti, uno passivo potenziale ed uno attivo e confuta sia Alberto Magno che Tommaso di Aquino, ma timoroso nei confronti dell’Inquisizione, invita i suoi discepoli a separare la filosofia dalla teologia e la morale dalla politica, ma anche a credere nell’eternità del mondo, avendo -derivato tutto, forse, da Filone (Commentario allegorico alla Bibbia)- (come poteva averlo?)- o da Pelagio, – oltre che nell’unità dell’intelletto– ritenendo che fecero bene gli antichi a porre l’uomo tra le cose eterne e quelle temporali, cosicché né puramente eterno né semplicemente temporale, partecipa delle due nature , e stando a metà fra loro, può vivere quella che vuole.

*Quindi, il filosofo cinquecentesco commenta l’aristotelismo averroistico e quello originale di Alessandro di Afrodisia, essendo methorios come Filone ? e il Nifo che c’entra?

il Nifo è medico, cioè fa parte della curia papale medicea, da cui ha l’incarico di confutare il Pomponazzi , essendo il più celebrato e pagato professore universitario del tempo, caro a Leone X e poi a Clemente VII e all’imperatore Carlo V. E’ oltre tutto un grecista di valore e quindi abile nella lettura diretta del testo di Aristotele e del commento di Alessandro di Afrodisia, ed avendo dalla sua parte papa ed imperatore, costringe a ripiegare sulla doppia verità l’ avversario eretico, che pur è convinto della impossibilità naturale dell’immortalità della anima/nous aristotelica spirituale attiva.

*Per lei Pomponazzi cede, forse, dietro consiglio di Pietro Bembo (1470-1547), solo perché ha paura per sé e per suoi discepoli, non per altro!

Ha altra cultura di eretico, uno che ha massima disistima del clero- nonostante l’amicizia col cardinal Bembo, unico difensore- e che giudica in questo modo la società cinquecentesca: alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri, sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né all’intelletto e né ai piaceri del corpo. Marco, ricorda questo pensiero di Pomponazzi : in realtà vi sono uomini che, pur agendo per mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, sono stati giudicati maghi,- com’è successo con Pietro d’Abano e Cecco di Ascoli … -mentre altri, ritenuti santi dal volgo, che pensava avessero rapporti con gli angeli…erano magari dei mascalzoni…io credo che facessero tutto questo per ingannare il prossimo, e considera che bolla i prelati come fratres truffaldini, dominichini, franceschini vel diabolini e che invita i suoi discepoli alla filosofia fin dove li porta la ragione e di credere alla teologia per quel che vogliono i teologi e i preti e tutta la chiesa perché altrimenti si fa la fine delle castagne.

*Lei, quindi, per lo confutazione dell’intelletto attivo segue la lezione di Pomponazzi?

Marco, io, uomo di sinistra, ho radice non solo epicureo- lucreziana – cfr. L‘età dell’oro e Lucrezio,- ma anche pomponazziana cinquecentesca e linee culturali illuministico-positivistiche di natura materialistica, deterministico-meccanicistica e così da tale formazione posso valutare anche la cultura dantesca e lo stesso linguaggio e volgare e latino. Infatti, il nostro poeta sommo mostra in lingua latina la sua preparazione culturale in materia, che è quella aristotelica averroistica, antiagostiniana ed antidecretalista, oltre ad evidenziare di conoscere ll decretum di Graziano -che è un  trattato di diritto canonico del XII  secolo (redatto non prima del 1119, e non dopo il 1139!), poi revisionato dal concilio di Trento, che raccoglie e riordina i canoni e decretali  con tecniche ermeneutiche,  tali da far concordare le secolari dispute e discordanze canoniche ecclesiastiche – e le disposizioni dei giuristi bolognesi, che hanno presente Boezio e Cicerone, che risultano i formatori di uomini di alto intelletto e moralità. Anzi ti aggiungo che il poeta non vuole essere come chi ha sotterrata il talentode infossi talenti culpa– ma uomo che vuole produrre frutti per il benessere collettivo e comunicare pubbliche verità/ intemptata ab aliis ostendere veritates – Quindi, ha desiderio di fruttificare e di mostrare verità seguendo l’Etica Nicomachea e La politica di Aristotele, secondo Averroè, senza disdegnare la parabola del servo infedele matthaica (25,14-30 ) e il pensiero del Salmo 1,3!.

*Con questo, però, ora mi deve fare anche spiegazioni sull’Etica, che non conosco ed orientarmi nella lettura latina di un Dante profondamente christianus, uno spiritualis /pneumatikos, forse uomo acceso di amore, tipico della cultura stilnovistica e contemporaneamente mi deve mostrare la stroncatura volgare di Dante da parte di scrittori del Rinascimento, che pur celebrano la Firenze medicea ?-

Marco, devo precisare, prima di iniziare la trattazione politica- e poi filosofica-, che il Bembo di Prose della volgar lingua del 1525 dà grande rilievo alla lingua scritta fiorentina e non a quella parlata quotidiana popolare e crea i modelli linguistici da imitare, stabilendo come modello di lingua letteraria quella usata da Petrarca per la poesia, e da Boccaccio per la prosa, escludendo Dante per le scelte linguistiche troppo basse e realistiche, condannandolo all’oblio per secoli fino alla riscoperta in Inghilterra ad opera del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) . Così facendo, secondo il sistema classico imitativo, il Bembo sancisce la separazione tra lingua scritta e lingua parlata, condizionando il futuro della nostra lingua, che risulta lingua comune letteraria, scritta da pochi, nobili e clero, nobilitata per generi, non espressione reale di un popolo analfabeta, che vive, pur senza cultura, lasciando segni del suo vivere storico, proprio nel dialetto .

*Mi scusi, professore, mi vuole dire tra l’altro che Dante è oscurato anche come autore volgare dai raffinati autori cinquecenteschi che creano il mito di un’ Italia geografica senza popolo e che dànno un’idea di nazione letteraria non popolare, in cui il volgare napoletano ha vigore grande accademico non inferiore a quello fiorentino, per cui ancora oggi 2022, c’è frattura tra lingua scritta e lingua parlata, nonostante l’unificazione italiana, la storia comune di oltre centosettanta anni di cittadini, prima monarchici fino la 1946, poi repubblicani semianalfabeti per l’80% fino agli anni 60, poi alfabetizzati da una scuola gentiliana di indirizzo fascista, nonostante la costituzione anti fascista repubblicana, basata sul lavoro, postbellica, e la funzione educativo- formativa della Tv che ha in un certo senso uniformato ed amalgamato i vari idiomi regionali in un unicum sostanzialmente manzoniano, secondo la metodologia mista di imitazione classica di un volgare letterario di un nobile toscano-fiorentino acculturato.

Marco, voglio dire solo che il problema linguistico é insoluto ancora oggi, nonostante l’orientamento datoci da uomini esperti di ars poetica , commentatori del testo oraziano come Sebastiano Minturno e Giovanni Andrea Gesualdo (1496-1560 )- spositore del Petrarcha incerti tra lingua toscana comunale trecentesca e lingua cortigiana napoletana- , in contrasto con Benedetto Varchi ( 1503-1563) e il G. Giorgio Trissino (1478-1550). Comunque, in questa sede, in cui trattiamo il problema politico dantesco non è il caso di soffermarci sulla questione linguistica ulteriormente. Perciò ora dobbiamo considerare il Dante di Monarchia , uomo di lingua latina che compete con altri sullo stesso piano linguistico, credendosi letterato, avendo fatto un cursus degli studenti in litteris, nello studium parigino, e sentendosi scientifico come un phisicus, anche se non ha diritto ad alcun titolo, in una comunità imperiale universalistica occidentale, direi -con termine moderni- in una società europea di lingua latina, uniformata cristianamente anche nei paesi baltici e finnico-russi.

*Lo so. Dante non ha totalmente compiuto gli studi a Parigi ed è tornato, come bellator, in patria per la battaglia di Campaldino, senza conseguire titolo alcuno, poi si è iscritto a Firenze alle artes dei medici e speziali, per partecipare alla vita politica fiorentina ed ha certamente una base scientifica incompleta, lacunosa.

Marco, il poeta fiorentino non si considera dotto, neanche lui nel Convivio, anche se ha conoscenze di Euclide, Aristotele e Cicerone, maestri rispettivamente di theorema, di felicitas e di cura della senectus e quindi, non è digiuno di Elementa, Eticorum libri e De senectute! So inoltre che Dante ha un suo patrimonio culturale parigino ed ha centrale Aristotele e la felicità come fine supremo dell’uomo assimilata al sommo bene cfr. Compendium thelogicae veritatis, secondo una concezione propria di contemplativi francescani, diffusi in ogni paese latino. Per Dante, comunque, è bene ritrovare tra le verità nascoste ed utili, la temporalis monarchiae notitia, trascurata da molti, perché non produce immediato guadagno/ lucrum materiale. Da qui il suo proposito di molto vegliare utilmente per il mondo, da conquistare, per avere, per primo, la gloria della palma di così nobile gara/tum ut utiliter mundo pervigilem, tum etiam ut palma, tanti bravii primus ad meam gloriam adipiscar. Sappi che Dante aspira alla gloria, come ogni sconfitto, specie quando sente ancora di più il peso della sconfitta e si trova nella condizione di dover chiedere anche il cibo oltre all’alloggio, ad altri, che sono, di norma, guerrieri ignoranti, più del popolo, a volte!. Per me è significativo l’uso di brabeion, premio dato da un brabeus, giudice, da lui volgarizzato come bravium-ii , secondo i commentatori della theologica veritas, tramite Boezio prima e con l’ausilio della traduzione araba dal greco aristotelico! Dante, come poeta volgare, non è noto ed è sconosciuto come scrittore latino ed aspira ad un ritorno in patria con onore, convinto di dover ricevere la corona nel suo bel San Giovanni ! e ciò si rileva nel Paradiso, prima, nei canti di Cacciaguida, XV, XVI,XVII , dove mostra la sua ambiziosa pretesa e poi la sua alta coscienza morale quando gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni gli dànno la missione di renovatio della societas christiana (Paradiso, XXIV,XXV,XXVI) così da poter rientrare nell’ ovile, dove visse come agno, ora profanato da crudeli lupi ! Comunque, Dante è uomo convinto di aver bisogno cristianamente non tanto del suo talento, ma dell”illuminazione divinase lumine largitoris illius qui dat omnibus affluenter et non improperat.

*Perciò, bisogna leggere la Monarchia in relazione ai tempi specifici e prima e durante la venuta di Arrigo VII e anche dopo la sua morte seguendo il suo disegno generale di politico .

Per me, Marco, è importante fermare lo sguardo prima di un lavoro generale su Dante politico, sul terzo libro del trattato, IV, 1-2-3 e poi 17-22, quella di un definitiva mediazione culturale, sulla indipendenza sostanziale dei due soli, nonostante la formale reverentia dell’imperatore in quanto figlio primogenito verso il pontefice, in cui vien posto il principium di irrefragabilis veritas : Dio non vuole ciò che è contrario all’intenzione della natura/scilicet quod illud quod naturae intentioni repugnat Deus nolit.

*Professore, lei mi vuole dire che prima della trattazione della politica dantesca bisogna leggere voluntas Dei e Naturae intentio, altrimenti si falsifica ogni lettura?

Dante ha una coscienza aristotelica e pelagiana, antiagostiniana ed oppone scientia e sapientia (vera cristiana) e non accetta la ragione asservita alla teologia, la filosofia ancilla theologiae, specie là dove si tratta dell’aquila monarchica e non vuole la reductio ad unum in quanto reductio omnium ad theologiam. Infatti diplomaticamente, da politico, lo può anche accettare, all’ atto della venuta dell’imperatore e del contratto tra Arrigo e Clemente V, perché considera la Chiesa istituzione divina, ma sostiene chiaramente di seguire l’ Impero e di volerne fare una vera historia, connessa con quella del cristianesimo, che , comunque, è in dipendenza dall‘imperium romano. Fatta la premessa, affrontando il tema dei rapporti delle due auctoritates, ora congiunte da un patto, ha speranza nei due luminaria- del sole e della luna – circa il typos e secundum intentionem, convinto delle teorie imperiali, collegate col compendium teologicae veritatis, in una proclamazione della monarchia typica forma, figura ed essenza, da una parte, anche se specifica da un’altra, secundum intentionem! Da qui la sua storia romano-imperiale: Roma preesiste al cristianesimo in quanto Christus è nato, per volere del pater, nella pienezza dei tempi, sotto Augusto ed è morto sotto Tiberio; il cristianesimo, dopo un periodo oscuro, diventato simbolo di religione ufficiale dell‘imperium romano come ecclesia, corpus Christi, – il cui papa, successore di Pietro, ha una ben distinta funzione rispetto a quella temporale imperiale universale, che viene ridotta e compromessa con la donazione di Costantino, lebbroso, che snatura e l’impero e la chiesa stessa, che ha illegittimamente preso le penne dell’aquila – si arroga diritti non propri, avendo Silvestro, ricevuto auctoritas e potestas congiunte! Attento, Marco, la monarchia temporalis come imperium, unico principato superiore temporalmente ad ogni altro, è un principio formale che, secondo Dante, risulta necessario per il conseguimento del fine della felicità, compromessa dall’epoca costantiniana, in quanto è considerato l’atto donativo un reale avvenimento storico, indiscusso, a seguito di una malattia mortale dell’imperatore e di una guarigione con susseguente remunerazione da parte del beneficato, grato al benefattore pontefice romano!.

*Per lei ed ora anche per me, la non verità della pienezza dei tempi di Augusto e la falsa donazione di Costantino infirmano alla base l’idea dell’impero dantesco medievale e la concezione di un unico Dio e della redenzione umana, a seguito della venuta del figlio sulla terra! .

Certo Marco. Neanche ha più ragione la triplice divisione dell’opera dantesca e neppure la volontà di ritornare ad una precisa chiarificazione dei termini giuridici, dopo la misera fine di Arrigo VII a Buonconvento- avvelenato con un’ostia consacrata!- per giungere ad una mediazione culturale finale circa la contesa tra papato ed impero:.. primo namque dubitatur et queritur an ad bene esse mundi necessaria sit; secundo, an romanus populus de iure monarche offitium sibi asciverit; tertio an auctoritas monarche dependeat a Deo immediate vel ab altro, dei ministro seu vicario/primo se essa sia necessaria al benessere del mondo, secondo se il popolo romano si sia attribuito di diritto l’ufficio di monarca, terzo se l’autorità del monarca derivi immediatamente da Dio, oppure da un altro, ministro o vicario di Dio.

* Anche l’uso del metodo aristotelico, analitico, col procedimento stesso sillogistico e con la ricerca di una scientificità risulta inutile come ogni altro sfoggio di conoscenza, se svincolata dai principi matematici fisici, divini, per fini averroistici, legata alla l’esposizione della scienza politica come fons atque principium rectarum politiarum/ come fonte e principio dei retti ordinamenti statuali e di quanto rientra nella sfera umana politica!.

Marco, ricorda che Dante tende aristotelicamente ad un fine non speculatorio, ma all’azione, che ha in sé il fine ultimo, principio e causa di tutto /materia presens non ad speculationem per prius sed ad operationem ordinatur!. Da qui Dante rileva il valore della ratio e della fides e fa concreti esami, come tagliare legna, che ha diverso rilievo a seconda se serve allo scopo di costruire una casa o per costruire una nave: l’esistenza di un fine universale per l’umano consorzio, unico, sarà proprio il fondamento di ogni argomentazione politica mondiale, anche se diversificato in relazione alle due sfere, distinte, ambedue volute da Dio!

*L’ azione teleologica dantesca è, quindi, un modus reale di fare in relazione con Etica Nicomachea, opera che non conosco e che è nota a Dante, tramite la lettura araba di Sigieri di Brabante! ho bisogno, quindi, di spiegazioni sulla Scuola parigina e poi sull’Etica aristotelica.

Marco, io ho un altro disegno di lavoro ma tu preferisci chiarire subito il problema della formazione averroistica di Dante e poi conoscere qualcosa circa l’Etica Nicomachea. Cercherò di darti notizie per una comprensione e di Dante e di Aristotele ed anche del mio stesso pensiero, e poi riprenderò il mio lavoro storico. Marco, sappi che agli inizi del XIII secolo, a Parigi, sotto il patronato di Filippo Augusto e col benestare di Innocenzo III viene fondata la Universitas magistrorum et scholarium PARISIIS studentium grazie alle diverse scuole cattedrali, funzionanti da tempo come si rileva facilmente dall ‘epistolario di Bernardo di Clairveaux,, che teme insieme a Pietro il venerabile la superiore cultura ebraica – cfr. Abulafia e Dante in www.angelofilipponi.com – ! specie di Maimonide e quella scientifica e naturalista araba con la riscoperta di Aristotele. Nello studium parigino centrale è l’uomo animale politico, nel corso delle lezioni sull’intelletto umano, pars del logos universale: c’è, allora, poco dopo la fondazione, uno scontro tra i francescani spirituali tesi ad un ritorno alla povertà evangelica in senso contemplativo e i domenicani, che sono assertori della potestas divina del vicario di Christos, la cui auctoritas è sovrana come affermata da Leone IX, anche nei confronti di Cerulario, solennemente ribadita da Gregorio VII e poi da Innocenzo III ed infine proclamata con plenitudo potestatis di Bonifacio VII contro Filippo il bello. Si costituiscono, allora, due fronti, uno domenicano con doppio indirizzo e ed uno francescano. Tra i domenicani Alberto e Tommaso sono gli assertori del nous / anima come mente dell’uomo, umana e divina con due diverse letture, mentre tra i francescani c’è Sigieri con una lettura spirituale, nonostante la definizione naturalis dell’intelletto umano.

*Quindi, all’epoca ci sono due aristotelismi, uno conciliante ed uno integrale.

Certo. Quello albertiano e tomistico, da una parte si integrano e da un’altra si contrastano ma sostanzialmente si rifanno alla stessa fonte agostiniana e pur con differenze, salvaguardano l’immortalità dell’anima e la felicità terrena come civitas naturalis congiunta, però con la civitas divina: il primo è equivoco non riconosce l’intelletto come eterno ma come pars di anima, pur spirituale ma sempre mortale, mnetre il secondo è deciso nella valutazione divina dell’intelletto. Comunque i due hanno in comune la tesi moderata sul regimen principum, che, da una parte, accetta che la collettività sia regolata da vari sistemi politici – i quali, anche se sono modelli propri dello stagirita, ora congiunti al pensiero agostiniano, in una riproposizione della Gerusalemme celeste, sono impossibili a realizzarsi su questo mondo con una civitas terrena,- e da un’altra, giustifica il regnum, solo se resta nell’ambito del sacerdotium predominante. Intorno al 1240, infatti, ci sono molte prescrizioni papali, che intimano di non leggere Aristotele secondo l’arabo Averroè, mentre risorge l’agostinismo riportato in auge da Alberto Magno, riadattato contro la dottrina araba dell’intelletto umano e da un Tommaso intenzionato a far valere la theoria dell’intelletto immortale unico, seppure separato per ciascun uomo. Nella lettura da parte di Dante ha valore il pensiero di Alberto più che di Tommaso, essendo influenzato da Hugo Repilinus, che distingue ragione e fede, cosciente che filosofia e teologia hanno due differenti fini, in quanto sono indipendenti per metodo ed oggetto di indagine.

*Quindi, Dante nega all’epoca dei suoi studi la formula agostiniana di philosophia theologiae ancilla, destinata a fondersi poi con la storia del pensiero occidentale cristiano e non solo di quello teologico ma anche di quello filosofico, spirituale e politico?

Marco, non sto dicendo questo, ma affermo che il pensiero di Alberto Magno è equivoco perché nella sua opera ha grande rilievo la tematica politica fondata su ius naturale e su mos ed autorizza in questo modo un’ interpretazione non univoca umano-razionale al discepolo aquinate, studioso certo del politikon zoon/civile animal, ma distratto dall’ indirizzo del fine ultimo secondo la logica della fede, in un distacco dall’Etica Nicomachea. Ricorda che Dante, come giovane averroista integrale, opera in relazione alla lettura dei dati della storia romana, oggetto del suo studio nel II libro della Monarchia!.

*La storia romana medievale, giunta a Dante è christiana, specie quella occidentale, mitica, letta dal papato petrino, un’autorità illegittima formatasi coi secoli in una manipolazione storica del buon impero Augusto, perfetto principe di pace e del giusto Tiberio, del buon Tito – destinato a vendicare le fora /onde uscì il sangue per Giuda venduto Purg. XXI.83/4- in un ambiente barbarico, bisognoso di legalità, in una volontà di affrancarsi dalla potestas bizantina, vero erede legittimo di Roma imperiale specie dopo la presa di Alessandria ad opera islamica e la fine dell’Esarcato di Ravenna! La razionalità dantesca è già condizionata dalla storia falsificata dai decretalisti papali.

Certo. Marco, Ogni ragionamento dantesco, che pur segue il criterio di lettura dei dati della realtà storica per la costituzione di uno stato naturalis su base familiaris, di una struttura associativa basata sulla esperienza sensibile, ha un fine peculiare alla sua natura di uomo integrato nell’ordine politico, teso alla felicità, corporale, seppure legato ad una doppia verità, ragione e fede. La storia di Roma è quella del cristianesimo per Dante- che pur si sente uomo di scienza e non di sapienza,– fedele di un’ecclesia, corpus Christi, il cui fondatore , figlio di Dio, verbum, ha dato, per volontà del Padre, il potere a Pietro di pascere le sue pecore ed agnelli e di sciogliere e legare, essendo stato inviato sulla terra sotto Augusto nella pienezza dei tempi, in un’epoca di pace e di giustizia unica, destinato ad essere giudicato dal supremo ius romano sotto Tiberio: L’imperium romanum, voluto dal deus sebaoth è secondo l’oikonomia tou theou/ la provvidenza divina / regnum dei, del Christos, nella sua totalità occidentale ed orientale per il Constitutum Constantini   con la donazione dell’ impero romano al vicario di Cristo, papa Silvestro! Da qui il pensiero agostiniano della civitas dei, la theoria dei due luminaria  -sole e luna- delle due spade, delle  due chiavi, sancita da decretali,  ierocratiche  quando invece Dio  aveva  creato solo l’imperium  romano come datore di pace e di giustizia all’ecumene!

*Necessita, quindi, riscrivere la storia del papato, mentre Dante fa la sua storia dell’impero romano de iure, dal sorgere dell’impero fino al 1310 nel II libro?

Marco, possiamo riprendere quanto già scritto in tante parti del III libro di Giudaismo romano, mai pubblicato, e fare opera storica seguendo il II di Monarchia, tenendo presente anche la lezione aristotelica ora congiunta con quella agostiniana, rilevando qualche differenza tra Aristotele di Averroè e quello greco originale nella lezione di Alessandro di afrodisia( scrittore di epoca severiana , autore di Peri eimarmenhs /sul fato e Peri micseos/sulla mescolanza ) cfr. Aristotele, Etica Nicomachea I,II introduzione traduzione commento di Marcello Zanatta, testo greco a fronte Bur,1986, oltre ai Compendia theologicae veritatis. Dante parla di theologia e scienza concreta spiegando che scienza è sapere causale in quanto si conosce la causa per cui è fatta una cosa cfr. Aristotele, Analit. Post, I,71b9-12 perché è rivolta non alla contemplazione come matematica fisica e filosofia prima né alla produzione poihsis cioè alle arti, ma alla prassi cioè all’azione.

*Lei dice che Dante legge Ugo Repilinus scrittore del compendium, oltre tutto.

Certo. Repilinus precisa: Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina, cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur affermando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem e perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur. Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia: per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas, non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus, non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

*Quindi, professore, il poeta ha una conoscenza dell’ Etica nicomachea tramite Repilinus argetoratensis e non conosce esattamente il pensiero politico dello stagirita?.

Non so se è così, ma è un discorso lungo, non facile, anche perché dobbiamo fare, date le tante diverse situazioni storiche, affermazioni politiche in senso medievale!

*Proviamoci. Per prima cosa , allora, chiedo quello che già ho chiesto, come la Chiesa possa aver avuto pretese di ierarchia, e quando effettivamente abbia realizzato il disegno compiutamente in Occidente, senza la pars imperiale priva del legittimo sovrano nel 476, dopo la divisione teodosiana?

Marco, dobbiamo leggere e capire la sostanziale differenza tra regimen spirituale e regimen temporale che si riferisce all’unità del fisico umano, miscrockosmos, che ha anima e corpo, partecipe del macrokosmos universale del mundus: la terminologia di base è quella agostiniana antipelagiana, pars celestis sovrasensibile, eterna l’una rispetto a quella terrena naturalis sensibile l’altra.

*Bene. Procediamo su un piano storico, rilevando che Dante ha una cultura eclettica ebraico -romano-ellenistica, confusa, in quanto si rifà ai Salmi, a collectanea di Solino o a Factorum et dictorum  memorabiium libri novem di Valerio Massimo -un autore dell’epoca tiberiana, scrittore di una raccolta di exempla /paradigmata, episodi tratti dalla storia del popolo romano e da quella di altri popoli, che potrebbe  essere stato, -dopo la scrittura delle due opere di Giuseppe  Flavio  di Guerra giudaica e di Antichità giudaiche utile per gli evangelisti greci per la stesura dopo un lungo periodo di oralità aramaica e greca, che inviano un messaggio sulla base dei ricordi di logia/discorsi oracolari e di erga/ opere paradossali del maran /re aramaico, morto crocifisso, come l’asmoneo Antigono Mattatia, la cui memoria è ancora  venerata sotto gli antonini-.

Vuoi dire, Marco, che il raggruppare in modo illustrativo da parte di Valerio Massimo una serie di virtù, di vizi , di fenomeni culturali e istituzionali, tratti da Varrone, con la distribuzione delle categorie  paradigmatiche, diventa  un sistema esemplare ai fini di una retorica italico-occidentale, ben utilizzato da retori  pagani e cristiani che moralizzano il messaggio facile e piacevole, memorabile?.

 *Non può essere, professore ?

Tutto è possibile, Marco, ma la storia di Dante ha una sua nobiltà, legata alla tradizione davidica del Messia, connessa, comunque, con la grandezza dell’impero romano: ne è prova l’incipit del II Monarchia Quare fremuerunt gentes et populi meditati sunt inania?. perché tumultuarono le genti e i popoli tramarono invano? Si fecero avanti i re della terra e i principi si unirono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Spezziamo le loro catene e liberiamoci dal loro gioco/ Astiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum, adversus Dominum et adversus Cristum. Dirumpamus vincula eorum, et proiciamus a nobis iugum ipsorum. Salmo 2 ,1, 2-3. Secondo G. F. Ravasi (I salmi, introduzione, traduzione e commento, BUR 1986), se questo salmo lo si collega col Salmo 110 , costituisce il manifesto della teologia messianica. Infatti, si tratta di una cerimonia di incoronazione di un sovrano ebraico; in un quadro di attentati e di rivolte ci sono, frammiste a congiure, inviti a baciare i piedi di Dio, che è garante del nuovo re. A me sembra che si rimanda ad una situazione di grave crisi politica, a seguito di rivolte di reguli, ostili, in una fase di interregno, in cui è chiara la presenza di un sovrano sereno, unto mashiah, dall‘upsistos/altissimo, suo protettore, che fa due dichiarazioni solenni: 1. io stesso ho insediato il re davidico, in Sion e l’ho reso così stabile ed inattaccabile; 2. tu sei mio figlio, oggi , ti ho generato!

*Si tratta di proclamazioni, che sottendono formule tipiche dell’intronizzazione dei re davidici di Israele e di Giuda, comuni con quelle accadico- assiro-babilonesi e connesse con quella dei faraoni della XVIII dinastia, successori di Tuthmosis III compreso Amenofi IV- Akenaton- cfr. Mirko Filipponi-Angelo Filipponi, Vita di Giuseppe, Antichità Giudaiche 1-200, ebook 2015 e le lettere cuneiformi di Tell el Amarna/Aketaton- . Infatti nel Salmo si dice: siedi alla mia destra affinché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi/ kathou ek decsioon mou, eoos an thoo tous echthrous sou upopodion toon podoon sou! .

E’ vero. Marco. Matteo (22,44; 26, 64 ;), Atti degli apostoli (2, 33-35), Paolo, ( Lettera agli Ebrei 1,13 ) derivano da questi salmi . Anzi ti aggiungo che il tarsense rielabora il secondo, trattando di Christos apparso come sommo sacerdote dei beni futuri / archiereus toon mellontoon agathoon attraverso una tenda più grande e perfetta, non fatta manualmente … né con sangue di capri e vitelli, ma col suo proprio sangue entrò per sempre nel santuario e trovò il nostro eterno riscatto… purificando la vostra coscienza da opere morte per il culto del Dio vivente…facendosi mediatore di un nuovo patto/diathhkhs kainhs mesiths: Christos offrendo un solo sacrificio per i peccati si sedette in perennità alla destra di Dio, ove attende soltanto che i nemici suoi formino sgabello dei suoi piedi, –ibidem10,12,13 – .

*Dunque, nell’ incipit del II Monarchia, Dante mostra che la chiesa, corpus Christi (giudaismo- cristianesimo), e l’ impero romano sono in lui forme di una medesima cultura unitaria, congenita?

Marco, anche se Dante vuole fare la storia dell’ impero romano da civis florentinus, uno strano speziale con cultura spirituale, un guelfo bianco, antimperiale, resta un laico spiritualizzato, che tratta il problema della romanità imperiale per una dimostrazione giuridica del suo potere nei secoli, ma ha presente il Christos, Dio vivente, anima della comunità cristiana e dell’economia divina, il cui disegno provvidenziale è nella storia politica di un imperium terreno, assistito dal cielo, nonostante il male diabolico naturale, impotente nei confronti della volontà di Dio che ha redento il mondo col sangue del proprio figlio unigenito, operatore di pace e di giustizia, assicurando un stato di felicità sulla terra conforme a quella del Paradiso.

Chiara la premessa? Comprendi bene il pensiero aristotelico dell’ Etica Nicomachea, seppure averroistica?

*Certo professore. Procediamo

Marco, devi, però, tenere presente che il disegno divino attuato storicamente nella pienezza dei tempi, in Dante, è antico in quanto il poeta sottende un piano divino sui troiani, salvati dall’eccidio di Troia dalle mani dei greci, e su Enea, eroe pius, su Iulo ed Ascanio, le mogli, il suo insediamento nell’Ausonia e nel Lazio, perché destinato a essere il capostipite dei Giulii, il cui impero è universale , e di Giulio Cesare Augusto, il padre del popolo romano, predisposto dalla natura a comandare/ a natura ordinatus ad imperandum e a sottomettere il mondo, di diritto/ subiciendo sibi orbem, de iure. Perciò, l’Alighieri mostrando da dove derivi la superiorità romana sugli altri popoli, ricalca la propaganda giulio-claudia su cui si sono basate le dinastie successive fino a Costantino e poi fino alla caduta dell’impero romano occidentale sostituito, comunque, dalla Chiesa romana, anicia, nonostante i contatti con l’imperium romano bizantino, ancora vivo, e rispolvera Virgilio, Tito Livio ed anche Lucano e P. Papinio Stazio- seppure confuso col narbonese Lucio Stazio Ursolo, ( Purgatorio XXI, 81-84) perfino Paolo Orosio (380-420).

* Professore, Dante cita espressamente questi autori ?

I primi due sono importanti, ma anche il terzo e il quarto hanno rilievo nel Medioevo. Orosio è scrittore storico di supporto al pensiero di Agostino del De civitate Dei tanto da assumere nel corso dei secoli un ruolo speciale con Historiarum adversus paganos libri septem. Ognuno di questi scrittori ha una sua funzione storica per Dante seppure quella di Virgilio abbia valore simbolico specie nella Divina commedia, di guida che lo porta fino al Paradiso terrestre secondo ragione e natura, per fare un viaggio fino alla contemplazione di Dio a seguito della guida di Beatrice theologica e di Bernardo contemplativo. La funzione storica di Tito Livio è ancora esemplare nel Cinquecento con Machiavelli e Nifo, che separano decisamente la moralis dalla politica mentre quella della Farsaglia di Lucano, pompeiana, attutisce, grazie al significato repubblicano popolare, il valore giulio- claudio della storia mitico-cristiana di Paolo Orosio, che ha presente anche il falso decreto di Tiberio sulla divinizzazione del Cristo di Tertulliano –Apologecitum, V,2-.

*Tali autori servono al fine dimostrativo della grandezza e nobiltà di Roma e del popolo romano in Occidente per la celebrazione della venuta in Italia dell‘alto Arrigo?

Certo, Marco. Tutte queste opere hanno specifico valore in quanto Dante –Ibidem 6,3- mostra l‘ origine delle istituzioni collegiali, esaminando non solo la gerarchia e i rapporti tra i componenti, ma anche le loro capacità ad esercitare le varie funzioni... affermando che la natura attribuisce i ruoli agli esseri, valutando le facoltà di ciascuno per cui questa valutazione sta alla base del diritto istituito dalla natura .. per cui l’ordine naturale nelle cose non può essere mantenuto quando è assente il diritto là dove, al contrario , il fondamento del diritto è inseparabilmente congiunto all’ordine! La sua conclusione infatti è: Necesse, igitur, est ordinem de iure servari/ è necessario, dunque, che l’ordine si mantenga di diritto. Da qui le citazioni dirette di Virgilio – Eneide VI (haec tibi erunt artes pacique imponere morem/parcere subiectis et debellare superbos) come dimostrazione che la natura è perfetta in tutto, in quanto è opera della intelligenza divina -. Da qui in Dante- Monarchia VII,37- il riferimento circa il fine dell’uomo al Filosofo, poi citato con II libro di Fisica , e con Etica Nicomachea -1,1,1194b 10 Agaphton men gar kai enì monooi , kallion de kai theioteron ethnei kai polesin. H men oun mèthodos toioutoon ephietai, politikhs tis ousa / se è amabile il bene concernente il singolo, ancora più bello e più divino è quello relativo ad un popolo e alle città. Se ti è chiaro questo, allora possiamo verificare il grado di comprensione di Dante medievale circa il fine dell’uomo e quindi il ruolo dell’imperatore rispetto a quello della Chiesa, nel contrasto ideologico dell’inizio del Trecento. Ora compaiono nella storia non solo i valori simbolici di due luminaria, di impero e di papato, ma anche le masse popolari rustiche ed ignoranti, gli ordini religiosi, gli eretici come intellettuali non obbedienti alle regole comunitarie e dissidenti nella predicazione del Christos e i comuni – che hanno avuto le regalie imperiali dal periodo di Federico Barbarossa ed ora in un clima guelfo dominante, reclamano la loro autonomia totale dall’impero, anche se si professano cristiani, fedeli al papa.

*Professore, dunque, non si può parlare di una subordinazione della politica dall’etica, ma si può dire solo che Aristotele subordina la società all’individuo, in quanto essa grazie alla politica persegue un suo fine.

Certo, Marco. Aristotele è convinto che il fine della politica non è la conoscenza, ma l’azione/to telos estinou gnoosis alla pracsis -ibidem 1005 . Aristotele è sicuro che un matematico è persuasivo /mathematkou pitanogountos anche se richiede dimostrazioni al rhtorikos in quanto ognuno è buon giudice/ agathos kriths delle cose che conosce, in quanto acculturato, tanto da risultare giudice in assoluto se acculturato in ogni campo, diversamente dal giovane/ o neos, ascoltatore inadatto alla politica, perché inesperto delle azioni della vita e per di più incline a passioni / eti de tois pathesin akolouthhtikos: Bisogna tenere presente, dunque, che l’etica è meros kai archè ths politikhs, e ne è parte seppure precipua, principio basilare!

*Lei vuole in certo senso confutare Dante aristotelico averroista col testo attuale dello stagirita e con lo stesso Alessandro di Afrodisia.

No, Marco . no! Io voglio dire che per Aristotele – Etica Nicomachea, 1,1 non solo l’etica ma ogni arte e ogni ricerca scientifica e similmente ogni azione ed ogni scelta deliberata sembra tendere ad un bene/ pasa technh kai pasa metodos omoioos de pracsis te kai proairesis agathou tinos ephiesthai dokei, anche se ci sono differenze tra i telh /fini, pur essendo fisso il bene assoluto, che è oggetto della scienza più direttiva ed architettonica al sommo grado/ ths kuriootarhs kai malista architektonikhs, della politica, non della teologia

*E’ chiaro Marco?

La politica, infatti, dispone quali delle scienze sono necessarie nelle città e quali ciascuna classe dei cittadini deve apprendere e fino a che punto/tinas gar einai chreoon toon epistemoon en tais polesikai poias ekastous manthanein kai mechri tinos, auth diatassei-ibidem1194b-.

*Comunque, circa il fine dell’uomo, inteso come felicità / eudaimonia Dante è aristotelico anche se averroistico ed albertiano ? il bene è il bene universale e non il bene in relazione ai generi di vita – quello volgare come godimento e piacere o come quello politikos, o come quello theoretikos?

Felicità è ricercare il bene universale /to de katholu beltion che è dovere quando si tratta della salvezza della verità specie se si è filosofi, che devono eliminare gli aspetti personali familiari/ ta oikeia e se si è sul piano ideale platonico- filoniano- agostiniano: eppure Aristotele distingue se si predica nell’essenza,/ en tooi te estin, nella qualità/ en tooi poiooi, nella relazione./ en toooi pros ti .

Cosa intende dire con tale distinzione ?

Si vuol dire che, se si predica nell’estensione del significato dell’esseresulla sostanza come Dio e come intelletto, nella qualità come virtù, nella quantità come misura e nella relazione come utilità, nel tempo come occasione, nel luogo come residenza – essendo categoria- non è certamente qualcosa di comune universale ed uno! infatti si parla per analogia, non per omonimia, secondo le idee platoniche e anche se può avere una certa persuasività, risulta, però, che anche se il medico studia per la medicina ed ogni artista – ingegnere, stratega ecc.- per la sua arte, al di là del modello, c è vera stonatura per le scienze. Perciò Aristotele rileva che la felicità consiste in un’attività dell’anima secondo virtù, facendo l’esempi di un suonatore di cetra  che fa opera di professione  tipica di chi ha anima conforme alla regola ma il suonare bene la cetra è di un virtuoso suonatore di cetra, che è proprio  di uno che possiede la regola e pensa.

* Di conseguenza, professore, lei  ritiene che si debba curare questo uomo qui,  l’individuo virtuoso,  e quindi cercare il bene in relazione all’azione e all’arte -in medicina la salute, in strategia la vittoria, in ingegneria la casa, cioè una cosa in un’arte e una cosa in un’altra-!.

Certo, Marco . In ogni azione ed intenzione è il fine/ en apashi te pracsei kai proairesei to telos. Aristotele conclude dicendo che se qualcosa è il fine di tutto ciò che è oggetto di azione, questo sarà il bene realizzabile nella pracsis e, siccome i fini sono molti, non possono essere tutti perfetti, ma se c’ è un solo fine, che è perfetto, questo sarà il bene e il più perfetto!mNe consegue che ciò che è perfetto in senso assoluto è perfetto sempre degno di scelta per se stesso e non mai a motivo di un altro, mentre gli altri – onore, piacere intelligenza ecc. – sono beni caduchi per cui il bene perfetto della felicità è autosufficiente e sufficiente in se stesso, essendo il fine delle cose, che sono oggetto di azione/ teleion dh ti phainetai kai autarkei h eudaimonia toon praktooon ousa telos .

*Professore, mi sto perdendo,  il filosofo parla di Dio, dell’ente supremo perfetto?

 Aristotele  vuole dire che la felicità come bene supremo è connesso con l’azione dell’uomo che ha regola e pensa, in quanto è il  più bello  e più piacevole anche se parla di  felicità, ordinata allo stesso livello di eutuchia e di areth.

* Buona sorte e  virtù sono componenti o elementi che entrano nella sfera dell’eudaimonia?

 Per Dante la felicità è telos/fine umano,  desiderato dall’individuo e dalle gentes,  che la conseguono per  virtù o per fortuna, ma si ha uno status perfetto  realizzato solo se c’è l’assistenza di Dio sul singolo e sui popoli. … La storia  indica  i passaggi di  potere e la varia supremazia di popoli ma il piano di Dio si attua nella pienezza dei tempo, in una dimostrazione della  centralità di Roma, destinata ad essere  sede papale ed imperiale,  a seguito della vittoria di Ottaviano su Antonio  nel corso della crisi repubblicana in cui avviene la redenzione dell’uomo dal peccato originale tramite la venuta del Figlio sulla terra.

 *Quindi, la storia mostra solo le tante  lotte per la supremazia tra i popoli,  che sono secondo il volere divino, che attua lo stato imperiale come pienezza dei tempi, come pacificazione generale in una città, sede del potere, avendo scelto come popolo eletto la romanitas, fin dalle sue origini, per la Redenzione del genere umano dal peccato di Adamo, mediante l’incarnazione del Figlio, destinato a morire sotto la giustizia romana, per tradimento giudaico

 Certo, Marco, il principato augusteo, voluto da Dio chiude le  lotte repubblicane ed istaura il tempo della  redenzione umana stabilendo sulla  terra un unico pastore  per gli uomini, una sola  città dominatrice, in cui poi ha sede il papato petrino, guida spirituale,  che porta l’uomo, mediante la virtù teologali,  alla felicità spirituale come l’imperium, che ha il compito di provvedere a quella terrena, tramite  pace e giustizia, assicurate al popolo romano, ora christianus! Per Dante  storicamente si è verificata una sovrapposizione delle due sfere, non più distinte  in  relazione ai loro mandata, provvidenziali, quello della felicità terrena e quello della felicità spirituale: i due mondi  entrati  in contrasto, si differenziano  fatalmente  a causa della cupidigiausurpando l’uno l’altro il potere legittimo: il papato e la gerarchia  ecclesiastica invadono il campo imperiale,  usurpando i diritti  e l’imperium  romano, che, menomati nella loro potestas  ed auctoritas, sono incapaci, data la prevalenza del divino sacerdotale sull’umano imperiale, di riportare la Chiesa agli interessi spirituali e religiosi.  Quindi è sotteso in Dante lo scontro del papato e dell’impero che inizia dal periodo carolingio, in cui si evidenzia che il corpo mistico di Cristo  è diviso tra la potestas  del pontefice -vicario di Cristo re  e successore di  Pietro- e la sovranità,  di diritto, imperiale.

*Professore, nel corso di questo contrasto, seguitato con gli Ottoni e poi sfociato nelle lotte per l’investitura, e infine  prima con la casata di Franconia e poi con quella degli Svevi,  fino a Federico II e per ultimo coi re di Francia, si profila una diatriba dottrinale tra etica  e politica,  che sembra infinita ed inconciliabile.

Marco, quando ormai la Chiesa con le decretali e con il falso Constitutum Constantini considera ancora giusto il potere bizantino – anche se già in alcuni punti della donazione di Costantino lo nega , limitandolo all’Oriente- ha campo libero in Occidente, avendo stabilito che la sfera spirituale abbia supremazia su quella imperiale terrena in quanto il sacerdotium, istituzione divina, prevale sull’imperium, e poi nel 1054 infliggendo, la scomunica a Cerulario, Patriarca di Costantinopoli, per il filioque, tramite Umberto di Silva Candida, per ordine di Leone IX, taglia i ponti con l’Oriente – definitivamente con la presa di Costantinopoli nel 1204 – cfr. Filone e Gregorio VII, Filioque il Concilio di Toledo e Filioque e Leone III in www.angelofilipponi.com -.

*Mi vuole dire che l’autorità papale giustifica gradatamente la propria superiorità sull’impero dopo Worms e lo scisma del 1130-37 procedendo sulla linea del dictatus papae gregoriano grazie al carisma spirituale che in un cento senso santifica la figura pontificia mentre viene condannata l’opera peccaminosa di un imperatore e di re Ruggero cfr. Epistolario di Bernardo.

Marco, nella società cristiana è ingigantita la funzione del papa che guida l’uomo alla Gerusalemme celeste mentre viene umiliata quella dell’imperatore (ed anche del re di Sicilia, crociato antislamico ), che pur è spada, in difesa del pontificato.

*Dunque, se ho capito bene, questa è la situazione che va dal periodo della crociata di Urbano II fino al pontificato di Innocenzo III: Il papato, badando bene a tenere ferma la sede di Roma, dopo la morte di Anacleto II, assume nella politica con l’imperatore ed anche coi normanni, un’auctoritas usurpata, imposta in tutto il mondo cristiano, europeo, compreso lo stesso basileus orientale – debilitato dalla presenza crociata in Oriente nella sua funzione, antislamica,- essendo padrona delle nomine episcopali, impegnata nel suo conservatorismo romano nella riforma morale cluniacense e cistercense, ha perfetta coscienza del proprio assolutismo, che cioè la chiesa romana/Prima sedes a nemine iudicatur, anche se lacerata da simonia e da concubinato!.

Marco, siamo al culmine del decretalismo col decretum Gratiani del 1140: la chiesa giuridicamente ha il privilegio esclusivo della nomina episcopale cardinalizia e papale senza interferenza alcuna né imperiale né regia, in una proclamazione implicita dell’assolutismo ecclesiale, come concordia discordantium canonum. Dante stesso, infatti, afferma che la chiesa non abusa del patrimonio in Monarchia, III ,12/ Non abutatur patrimonio sibi deputato, anche se concludendo mostra che ambedue le auctoritates hanno autonomamente il potere con la virtus: ergo, ecclesia non est causa virtutis imperii et per conseguens nec auctoritatis, cum idem sit virtus et auctoritas eius / dunque, la chiesa non è causa della virtù e di conseguenza anche della autorità dell’impero dal momento che in esso virtù ed autorità sono la stessa cosa.

* Io so che con Innocenzo III e con Bonifacio VIII si giunge alle massime affermazioni del papato.

Marco, certo, a seguito, però, degli eventi successivi la venuta di Federico Barbarossa, quando, pur considerandosi legittimo il Constitutum Constantini, iniziano le controversie giuridiche ad opera di commentatori popolari ed eretici. Innocenzo III, allora, si dichiara arbitro nella contesa tra Ottone di Brusnwick e Filippo di Svevia, facendo affermazioni che a Pietro Cristo lasciò non solo il governo di tutta la chiesa ma anche di tutto il mondo, scomunicando perfino il primo – inizialmente accettato -e proponendo al posto dell’altro l’investitura a sovrano di Federico II bambino, ricevendo l’omaggio di tutti i potenti della terra dell’epoca. Infine il papa mette la museruola alla opposizione dottrinale della Università di Parigi mettendo sotto vigilanza gli ordini mendicanti e promuovendo la crociata contro gli albigesi, in una riaffermazione della plenituo potestatis in quanto il pontefice risulta medius constitutus inter deum et hominem perché, come vicarius di Cristo, può deporre, ratione peccati, ogni autorità terrena. Secondo il decretale Per venerabilem i prìncipi non possono intervenire nella valutazione papale in quanto spetta al papa – che predomina erga et super omnes, dopo il trasferimento del potere da Oriente ad Occidente, dai greci ai romani- avere auctoritas con giurisdizione et in spiritualibus et in temporalibus. Comunque alla fine del XIII secolo con Bonifacio VIII si giunge, a seguito della condotta di Federico II re di Sicilia ed imperatore e poi di quella di Filippo il bello , alle formulazione nuove papali,- che in precedenza valevano con Onorio III (1216-1227)-: infatti molti ritenevano legittimo il principio di Gelasio di non interferenza del papa nelle questioni temporali e dell’ imperatore in quelle spirituali /nec papa in temporalibus, nec imperator in spiritualibus se debent immiscere!

*Questo deriva dalla donazione controversa di Costantino che ritiene, comunque, la spoliazione delle prerogative imperiali improponibile perché l’imperatore non avrebbe più auctoritas di illuminare la sua sfera, che invece deve sussistere anche per dare al papa il mandatum spirituale così da illuminare contemporaneamente ognuno la propria sfera, nel rispetto reciproco delle due differenti funzioni.?! Non viene neanche infirmato il principio formale di reverenza filiale dell’imperatore al papa?!

Si. Marco, dici bene! Anche Dante, alla fine del III libro XV, 17-18 in modo conciliatorio, scrive: Quae quidem veritas. ultime questionis non sc stricte recipienda est ut romanus princeps in aliquo romano pontifici non subiaceat cum mortalis ista felicitas quodammodo ad immortalem felicitatem ordinetur. Illa igitur reverentia Caesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem: ut luce paterne gratie illustratus virtuosius orbem terre irradiet, cui ab illo solo prefectus est, qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator/ per altro la verità emersa nell’ultimo problema non deve essere accolta alla lettera nel senso che il principe romano non sia soggetto in qualche modo al romano pontefice dal momento che la felicità mortale è in un certo senso ordinata alla felicità immortale . Cesare, dunque, dimostri nei confronti di Pietro quella riverenza che il primogenito deve al padre cosicché illuminato dalla grazia della luce paterna possa irradiare più vivida la luce sul mondo , cui è stato preposto solo da colui che è signore di tutte le cose spirituali e temporali.

*Bene. Mi può, a questo punto, parlare della successiva theoria bonifaciana ora che il pensiero di Dante mi è chiaro, mentre mi è meno chiaro il sorgere delle concezioni di supremazia temporale papale nel XIII secolo specie nella lotta con Federico II di Svevia imperatore, re di Sicilia ed erede del Regno di Gerusalemme, dopo la morte di Isabella di Brienne (Yolanda di Gerusalemme), sua seconda moglie?

Dovrò trattare del rapporto tra i papi Gregorio IX (1227-1241) ed Innocenzo IV (1243-1254) e l’imperatore Federico II , di cui dovresti conoscere molte cose perché te ne ho parlato in altre opere- cfr. Yolanda di Gerusalemme in www.angelofilipponi.com- : Il primo è un grande decretalista che riunisce tutti i testi conciliari e decretali dopo Graziano nel suo Liber extravagantium, mentre il secondo è un magister dello studium giuridico bolognese, buon commentatore, ambedue desiderosi di limitare il prepotere imperiale, nella convinzione della necessità di mantenere la supremazia gregoriana, arrivando perfino alla scomunica e alla deposizione dell’imperatore svevo, i cui partigiani ghibellini sono numerosi in Roma stessa, capeggiati dalla famiglia degli Orsini, mentre i Colonna sono guelfi, per cui la stessa capitale non è sicura per i pontefici.

*Contro Gregorio decretalista cosa oppone Federico II ?

Marco ad un papa decretalista – impegnato nella difesa del potere papale tanto da trascurare il pericolo mongolo, imminente in Germania, intenzionato a formare lo Statuto dell’inquisizione con la bolla Ad abolendam, (già attivo con Lucio III dal 1184, anche se approvato solo nel 1215 dal Concilio lateranense), e a limitare i privilegi delle Universitates con la bolla Forens scientiarum universitas e a imporre a tutti, anche ai laici, precisi doveri di obbedienza nei confronti della santa sede, cui vincola specificamente l’Ordine teutonico con Pietate proximum- Federico seguita nella sua politica imperiale, filoislamica e antipapale, conservando lo stesso atteggiamento di eretico agnostico, avuto con Onorio III, indifferente ai richiami verbali e alla ventilata scomunica e respinge l’invasione subita da parte dell’ex suocero, fa due assise a Capua e a Messina, difendendosi militarmente con truppe e saracene e greche nel Sud e contrattaccando nel Nord Italia contro i comuni guelfi. Respinge, inoltre, la clausola della crociata, facendo trattato con gli islamici, ma accetta il matrimonio con Isabella di Inghilterra, per lui vantaggioso, dopo la morte di Yolanda, usando la diplomazia. Si serve di un apparato propagandistico per esaltare il suo fastigium, creando con la poesia e con l’arte un’ imago di imperator augustus , divenendo stupor mundi, facendo di Palermo la capitale del Mediterraneo, il centro di rapporti tra Oriente ed Occidente chiamando presso di sé non solo nobili , principi, re , ma anche studiosi arabi, greci, latini ed avendo una vera predisposizione per le lingue – è un poliglotta-. Il suo scriptorium è il migliore di ogni altro dove si conoscono addetti alla epistolografia , alle relazioni con gli altri sovrani e col papa , segretari personali, notai testamentari e protonotari della cancelleria imperiale e che sono contemporaneamente ministri con varie funzioni oltre che poeti, che gareggiano coi trovatori provenzali, anche loro a corte: la poesia siciliana, grazie a un tale le contesto aulico-curiale, diventa un fenomeno letterario di poesia nuova cortese, che non ha nulla da invidiare alla poesia in lingua d’oc e d’oil e nemmeno con quella greco-costantinopolitana e con le scuole saracene di Spagna e di Africa settentrionale, di Egitto. L’imperatore, da buon politico, sistemata la Germania sotto la reggenza di Corrado IV , fondato lo studium di Napoli, crea la Constitutio regni Siciliae, seguendo la tradizione normanna di Ruggero II, autonoma nonostante la nomina regia di papa Anacleto II (cfr. Atti di Anacleto II, XLI e XLIII d’investitura a Ruggero II, della dignità regia – in P. FAUSTO PALUMBO, Lo scisma del MCXXX, presso la Regia deputazione alla Biblioteca Vallicelliana, Roma 1942 -) corretta con la propria incoronazione diretta, ad opera di Dio stesso, rappresentata nella chiesa della Martorana di Palermo-, senza intervento dell’arcivescovo, avendo al suo servizio giuristi come Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa.

*Lei mi parla di fastigium, ma io non so se abbiamo lo stesso referente. Me lo può spiegare?.

Marco, Federico fa gesti eclatanti di potere e prepotere come ostentare da sovrano augustus la sua potenza, inviando il carroccio dei comuni, strappato ai guelfi a Cortenuova, a Roma, a palese dimostrazione della sua superiorità militare o come portarsi dietro l’harem anche in battaglia o mostrare al nunzio papale lo sfarzo della sua aula e il lavoro della sua cancelleria, mentre lo stesso Duomo di Palermo e la ristrutturazione urbana erano simboli del benessere del regno normanno-svevo, sintesi di tre civiltà (greco-romana, germanica e islamica). il termine fastigium vale inclinazione verso il basso e verso l’alto sempre con intenzioni maestose di elevazione e di sublimità in operazioni concrete, tanto da indicare il culmine e sottende il potere assoluto di chi raggiunge il vertice, in quanto è lemma tratto dal Digesto -Lex Iulia-Papia -D. 1.3.31, -: Princeps legibus solutus est: augusta autem licet legibus soluta non est, principes tamen eadem illi privilegia tribuunt, quae ipsi habent.

*Grazie. C’è, quindi, un rapporto conflittuale di Federico II coi due papi, anche se contenuto con scaltra diplomazia?.

Certamente la vittoria di Cortenuova e il prevalere del partito ghibellino favoriscono la politica imperialistica federiciana, seppure limitata dall’antagonismo guelfo dei comuni settentrionali lombardo-tosco emiliani a Fossalta per cui il papato è in crisi per un biennio, dopo il brevissimo pontificato di Celestino IV e l’interregno di quasi due anni non essendo nemmeno sicura la sede romana ed essendo perfino impedito il conclave, anche lontano da Roma. Solo nel 1243 c’è la nomina di Sinibaldo Fieschi col nome di Innocenzo IV, giurista bolognese, autore dell’Apparatus in quinque libros decretalium, salutato papa da Federico II magno gaudio , che pur aveva tentato di impedite il sinodo di Roma e poi il conclave. Dopo l’incontro di Narni, il pontefice, diffidente, costituisce lo studium romano generale e si rifugia a Lione, dove convoca un concilio e riceve i sovrani di ogni parte della terra come se fosse nella sede romana, tanto da stabilire il principio ubi pontifex ibi Roma, nonostante le critiche del vescovo di Lincoln Roberto Testagrossa.

*Il concilio di Lione del 1245 è importante, professore?

Certo Marco, ha grande rilievo giuridico perché vengono trascritti 91 documenti transumpta, perché si dichiara la scomunica con la definizione di Federico II anticristo e con la sua deposizione, che comporta l’elezione germanica di Enrico Raspe – rex clericorum– nonostante l’opposizione del giudice Taddeo da Sessa, e perché c’ è la condanna del Talmud – circolante all’università di Parigi con le inestricabili affermazioni su Maria e con le bestemmie su Dio e Cristo.

*Il papa Innocenzo IV si era sgravato da tanti mali col concilio?

Certo, ma aveva ancora tanti dolori oltre la persecuzione federiciana : l’insolenza saracena, il pericolo dei tartari, il regno latino, la corruzione morale del clero e lo scisma bizantino, acuito da ulteriori odi a seguito della presa di Costantinopoli. Comunque, dopo la morte dell’imperatore, torna trionfante a Roma, dove inizia la canonizzazione di Francesco e di Domenico considerati da Dante le due ruote del carro della Chiesa in quanto promotori della riforma ecclesiastica. Il papa ancora di più è fortunato alla morte di Corrado IV nel 1254, quando può eleggere Guglielmo di Olanda imperatore e tenere a freno Manfredi con le truppe saracene di combattenti, valorosi arcieri di Lucera, ancora insicuro sul trono del padre in Sicilia, in quanto figlio naturale di Bianca Lancia- concubina non uxor– seppure riconosciuto come legittimo. Alla sua morte, col successore Alessandro IV il guelfismo trionfa e il ghibellinismo declina, essendoci per un trentennio la vacantia imperii, fino alla elezione di Rodolfo di Asburgo, specie dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento e la sua fine e poi dopo quella del nipote Corradino, ucciso a Napoli, quando ormai gli angioini hanno avuto in feudo dal papa francese Urbano IV il regno federiciano – cfr. Corpus domini 1264-.

*Lei mi vuole dire che ora il papato, libero dall’accerchiamento degli svevi, ha l’appoggio militare angioino, là dove, invece, aveva nemici e truppe perfino saracene, tranquillità in Germania e amicizia stretta coi re di Francia, ora faro per tutti gli altri sovrani occidentali, riverenti verso Roma e il guelfismo predominante in Italia settentrionale, già pronto per divisioni cruente nell’interno di una stessa citta – come Firenze-?

Marco, ora per il papato sorge il pericolo regio francese che si evidenzia esattamente sotto Bonifacio VIII che, invece, crede ormai di essere all’apice del trionfo papale, specie dopo il primo giubileo della storia,1300, anno che per Dante è inizio del suo viaggio ultraterreno nel corso della Pasqua !.

*Professore, lo schiaffo di Anagni e la morte di Bonifacio VIII e poi l’inizio della cattività avignonese sono noti a Dante, un civis , illuso ancora di essere in un sistema ordinato ed armonioso, in cui l’imperator è datore di felicità terrena e il papa assicura sulla terra eudaimonia, come parvenza delle makaria celeste eterna?.

Marco, Dante conosce il sistema cristiano- anche se controbatte le teorie dei decretalisti, che hanno scritto la storia contro la politica imperale, in difesa del papato – ora oscurato perché è prigioniero nella sede avignonese, senza la luce dei due soli, essendo sorti i regni nazionali e formatesi le autonomie comunali nelle città, costituitesi le leghe anseatiche: sta sorgendo una nuova economia popolare con un nuovo assetto politico in cui è trasformato l’impero e cambiato il vecchio sistema medievale, come si rileva dalle venute in Italia di Ludovico il bavaro e poi di Carlo IV!.

*Secondo lei, dopo la morte di Arrigo VII inizia la frantumazione delle istituzioni medievali e ne è prova la venuta degli imperatori – preoccupati solo di mantenere gli equilibri e coi nobili e coi comuni – in una Roma, senza papa ?.

Ludovico il bavaro (1282-1347 ) viene eletto imperatore nel 1325 dopo la vittoria su Federico di Asburgo anche contro il volere di Giovanni XXII che propone la coreggenza di Filippo il bello: la sua incoronazione romana, contraria alla tradizione, avvenuta ad opera del dux populi romani, il filoimperiale Giacomo Sciarra Colonna e la indebita riscossione di tributi determinano l’interdetto papale avignonese a cui l’imperatore risponde con la destituzione e sostituzione del papa con Niccolò V in un clima di disordini in Italia e in Germania.

*La situazione non migliora con l’elezione dell’imperatore Carlo IV, nipote di Arrigo VII(1316-1378)?

Marco, sappi che durante il regno di Carlo IV – che inizia nel 1346 – c’è una peste che uccide un terzo della popolazione con pogrom ebraico!.

* Me ne parla , professore?

Il sovrano ha rispetto dell’etnia giudaica boema e la rispetta- specie a Praga- nonostante la sua pietas cristiana, mentre punisce gli ebrei dell’impero perché accusati di propagare la peste. Di lui si conoscono due venute a Roma , una prima nel 1354-5 , quando è incoronato imperatore – dopo un viaggio tra le folle di popolo acclamanti e dopo un Natale passato a Castiglione in cui fa incetta di reliquie italiche – da Pierre Bertrand, cardinale designato dal papa Innocenzo VI ; la seconda volta viene a Roma avendo concordato di giungervi insieme ad Urbano V e si comporta come un mercante, secondo le cronache locali, in quanto da ogni città riceve doni in memoria del suo passaggio, tutto impegnato nel favorire il vantaggio familiare e quello regio boemo, del tutto disinteressato del bene pubblico. Per quanto riguarda la promulgazione della Bolla doro – la crisobolla, un’antica usanza dei basileis bizantini!- bisogna ricordare che l’imperatore stabilisce le regole dell’incoronazione imperiale – ora tipica elezione germanica! – fissando la località-non più Roma- e il numero degli elettori laici ( i re di Boemia e di Sassonia, il margravio di Brandeburgo e il Conte palatino del Reno) e i tre prelati di Colonia, di Magonza e di Treviri.

*Bene. Grazie. Torniamo ora alla vicenda bonifaciana e al contrasto tra il papa e Filippo il bello

Marco, tra il 1296.-1303 si discute, da una parte, per affermare la exemptio ab imperio/il togliersi dall’impero e, da un’altra, per ribadire la ierocrazia. Il papa con tre documenti – la bolla apostolica sedes , l’epistula al vescovo inquisitore di Firenze e l’oratio per Alberto di Asburgo – sviluppa le sue tesi apostoliche della ecclesia romana, vicaria di Cristo in una dimostrazione della funzione autorevole paterna del papa e del dovere di figlio, anche se primogenito, dell’imperatore, secondo il pensiero dantesco di Monarchia. E’ chiaramente segnato l’ufficium di tractare et dirigere, di statuere et procedere, di facere et ordinare, secondo il dictatus papae gregoriano, in un riassunto di tutte le decretali pseudoisodoriane, compreso il falso constitutum Constantini, fino alla bolla unam sanctam , che riafferma sostanzialmente che Christus caput unum della chiesa romana ha investito di autorità suprema Pietro e i successori della sede petrina come suoi vicari che, avendo due spade ( spirituale l’una, temporale l’altra, tipica dell’imperatore che, comunque, ha il compito della difesa della chiesa) hanno la preminenza come sacerdotium.

*Viene ribadito, professore, che pascere le pecore giovanneo (21. 1-19) significa sciogliere e legare matthaico (14.19 ), in un utilizzo secolare cristiano , falso, che l’autorità della predicazione iniziale del Vangelo abbia valore iussivo, in quanto il fedele, discepolo, segue il magistero di Pietro, vicario fondatore della chiesa romana , che ha il diritto di regolare l’iscrizione, col battesimo, al regno dei cieli ?,

.Si. Marco, è considerato vero il logion matteano: io ti darò le chiavi de Regno, tutto ciò che legherai in terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla tetra sarà sciolto in cielo e si fa l’aggiunta del signore, con istituzione del potere civile e con mandato di giudicare anche l’imperatore, ratione peccati, se peccatore. Ne deriva che ogni creatura de necessitate salutis, in quanto peccatrice, deve essere sottoposta al pontefice: la bolla unam sanctam, ispirata all’ opera sincretica di Egidio – Colonna -Romano(1245/6-1316 ) De ecclesiastica potestate, è la massima affermazione- quasi il canto del cigno!- fatta effettivamente nel Concilio di Roma del 1302 . A questa solenne affermazione risponde la cancelleria regia, francese, formata da laici e da frati, che sostiene che il papa è intrusus, ereticus et simonaicus e quindi peccatore, anche lui, da deporre e da trascinare in Francia su ordine del re e dell’assemblea dei tre stati riunita a Parigi, che inviano Guglielmo di Nogaret, membro del consiglio di Stato, che dà mandatum a Giacomo Sciarra Colonna di prendere il papa, rifugiato ad Anagni, il 7 settembre del 1303, senza turbare la massa popolare.

*Per mia conoscenza e per quella dei miei compagni, mi può fare una sintesi del complesso delle decretali, che sono nei regesta curiali papali, compreso il constitutum Constantini e la theoria di Gelasio e le cosiddette pseudoisodoriane, al fine di avere un quadro personale completo della falsificazione avvenuta dei testi e della illegittima ierocrazia pontificia e dello stesso pensiero monarchico dantesco contrapposto?

Marco, devi meditare su quanto ti è stato detto circa Aristotele averroistico ed Aristotele alessandrino, e la generale falsificazione teorica medievale, devi riflettere sul sistema falsificato di scritti iniziato già al tempo di Costantino e poi di Teodosio, rivedere la formazione pontificia in senso anicio, ristudiare le decretali pseudisodoriane miste agli atti regi visigotici di Recaredo (559-601) nel periodo di conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, operare a lungo sul monotelismo e la caduta di Alessandria di Egitto sotto gli islamici ed indagare sul sorgere improvviso del nuovo papato romano grazie al contributo teologico di Massimo il confessore con conseguente presa di coscienza antibizantina ed antilongobardica, dopo la fine delle esarcato di Ravenna. Fatto questo, devi collegare il dux dantesco con la storia carolingia , già all’atto della deposizione merovingia, come abbiamo rilevato in epoca di Pipino iI breve e di Carlo Magno, in tante parti di Giudaismo romano -terza parte- disseminate in www.angelofilipponi.com, in cui è chiaro il culto di Roma e di Augusto, basilare per la theoria dei due soli, delle due spade e delle due chiavi.

*Devo, dunque, fare un lungo lavoro di digestione per avere chiarezza su un così lungo periodo!. Noi cristiani abbiamo fatto confusione perché la storia ci è consegnata /tràdita dalla pars elitaria clericale ed abbiamo mescolato, come Dante, – costretto a mediare anche quando c’è la vacantia contemporanea di impero e papato- sacro e profano, facendo muthos della historia.

Bisogna, Marco, perciò, ripartire dall’epoca costantiniana per verificare il pensiero politico di Costantino, figlio illegittimo di Costanzo Cloro stanziato a Treviri, incerto sulle decisioni da prendere circa i donatisti afri, di cui ti ho parlato varie volte- e sulla volontà di Osio di Cordova , giunto presso si lui, in quanto convocato, quando già ha stilato -sembra – l’editto di Milano, perfettisimum opus, di liceità della religione cristiana nell’ Occidente pagano- già valido in Oriente per il decreto di Galerio prima e di Licinio poi, in un clima di pacificazione anche tra ariani e cattolici-. Mentre Costantino deve, però, ancora decidere sulla controversia donatista, -che si sta rivelando un tentativo di rivolta su una base di contestazione religiosa.- Osio è buon suggeritore con l’ausilio di uomini già consiglieri dell’imperatore, Reticio di Autun, Marino di Arles e Materno di Colonia.

*Professore, non ne conosco nessuno. Comunque, non importa. Mi può parlare della personalità di Osio, che conosco superficialmente, come attivo, inizialmente, donatista, poi , per un oltre un venticinquennio, fidato consigliere in sacris, per l’imperatore ed per i suoi figli, ben collegato con Eusebio di Cesarea e Eusebio di Nicomedia, oltre che col patriarcato alessandrino dominante, specie con Atanasio? Vorrei conoscere il suo reale pensiero o parte delle risultanze del suo studio sui costantinidi.

Marco, Osio di Cordova è un scrittore occidentale latino, che è sovrastato dalla superiore cultura degli orientali, che hanno un’altra visione della storia romano-ellenistica , per cui il suo apporto a corte non è lineare, in quanto ora accondiscende agli ariani, ora rimane incerto ed a volte ostile, vincolato forse al credo alessandrino ( cfr. Ario ed Atanasio ). Eusebio di Cesarea in Vita di Costantino I.16- dice: un solo Dio venne per uomini così come sorse e prosperò un impero universale… e nell’espressa volontà del medesimo Dio due radici di bene, l’impero romano e la dottrina della pietà cristiana germogliarono insieme per il vantaggio degli uomini tutti Ti premetto che queste sono le parole di ordine della nuova teologia politica, di cui devo farti una sintesi per un profilo di Osio, un consigliere molto stimato a corte, sotto Costantino sia a Treviri che a Costantinopoli, e sotto i figli Costanzo e Costante, essendo morto centenario nel 358!. Osio, oltre ad aver dato una mano agli altri scrittori, per l’editto di Milano, si segnala specificamente nel 321 per la disposizione di Costantino venuto a Roma coi figli Crispo e Costantino iunior circa la concessione di libertà ad uno schiavo in chiesa, alla presenza di sacerdoti : un atto di manumissio diventa base del potere episcopale e papale riconoscimento della funzione sacerdotale connessa con l’azione imperiale o dominicale! Infatti lo storico Sozomeno (400-450) in Storia ecclesiastica riconosce -oltre allo ius episcopale- anche quello papale, autorizzato come auctorità voluta dall’ imperatore, perché l’azione, fatta in luogo sacro diventa tipica funzione giudiziaria del clero ! Ti aggiungo che Osio consiglia padre e figli in varie riprese a sospendere le attività pubbliche nel giorno del dies solis nel corso dei saturnalia feste pagane – poi divenuto Natalis cristiano per festeggiare la nascita di Iesous kurios Christos da una vergine – . Sappi , però, che Osio compare nei regesta costantiniani, già con la lettera a Ceciliano, vescovo di Cartagine, di Costanzo Cloro quando sembra che l’imperatore di occidente invii 3000 folles una moneta di bronzo con pochissimo argento , come contributo per le spes del clero in Africa. Infatti c’è un brevis di Osio con la richiesta dei cattolici da consegnare al vescovo, oltre ad altri suoi atti come consigliere, poi , di Costantino in cui sembra mediare coi donatisti. Più tardi in lettere del 347-8, sotto Costanzo II, all’epoca del concilio di Serdica, convocato per la conciliazione tra la chiese ariana e cattolica , il suo parere è incerto e non è disgiunto da quello tipico del testardo ed integralista di Atanasio alessandrino. Ancora più insicuro appare nel 355 a Milano, quando viene vien ribadita la condanna di Atanasio tanto che viene confinato , nonostante l’età, a Sirmio dove muore disapprovando il decreto imperiale. Infatti da Sirmio – dove rimane tre anni- Osio invia una lettera Costanzo in cui sostiene che la provvidenza divina ha affidato all’imperatore il potere secolare, mentre al papa romano il potere della chiesa, dando il via alla discussione sulle due orbite e sulle funzioni imperiali e papali, senza, comunque, mostrare la reciproca indipendenza.

*Non ci sono dubbi sull’autenticità di tale lettera?

Marco, contrastanti sono i pareri degli storici, che, comunque, negano rapporti tra la lettera di Osio e il constitutum Constantini, che rientra nelle celebrazione delle feste di papa Silvestro (275?- 335) mentre si parla di contraddizione e di falsificazione nel periodo di Leone I che se ne serve circa un secolo dopo, tanto da autorizzare altri a fare esempi basilari per la costituzione di una chiesa romana universale, che parla di pleroma e lo traduce come plenitudo potestatis del papa vicario di Cristo, successore di Pietro. Comunque non sembra che ci sia il termine princeps, sebbene faccia distinzione tra mundus et deus e tra ecclesia et status romanus, inteso come senatus populusque romanus .

*Da qui allora inizia la theoria di Gelasio ?

Non credo perché il papa ha una sua concezione speciale. Infatti per Gelasio (492-496) la chiesa cattolica è apostolica, nata con l’apostolo  Pietro, venuto davvero a Roma, secondo le lettere pseudo clementine, ritenute all’epoca autentiche. L’episkopos di Roma è vicarius Petri  in quanto successore,  perché Gesù lo ha fatto pastore del suo gregge. Succede però, che all’epoca, nel corso della questione acaciana, nei contrasti tra Acacio di Costantinopoli, monofisita, e  Felice III, assertore dei decreti di Calcedonia sulla doppia natura del Cristo, Gelasio formuli il suo pensiero in De duabus in Christo naturis, quando Teodorico  ancora non è riconosciuto patricius da Anastasio Dicoro/dalle due pupille,-una nera ed una blu- (imperatore dal 491al 518) nel 493. Per lui, invece, già ci sono due poteri sulla terra/mundus uno spirituale con auctoritas sacrata pontificum , uno temporale/ regalis potestas e tra i due è maggiore il primo in quanto gravius est pondus sacerdotum, perché deve aver cura anche dell’operato del re.

*Professore, lei parla di re e non di imperatore, che ha potere sui corpi e che deve sottomettersi all’autorità religiosa, connessa con Dio?

Marco, tu forse chiedi se Gelasio I considera, secondo la tradizione greca orientale, il sacerdotium /ieroosunh superiore al re /basileus e se si riferisce all‘imperator occidentale goto-germanico? Sembra che Gelasio I, natione afer, proclami che Una est christiana fides, quae est catholica mentre parla di re Teodorico e non di Anastasio autocratoor, specificando un uomo mortale, barbaro goto, che sottoposto ad antistites sacerdoti, intende provvedere a redimere la propria anima in quanto necessita di unità religiosa sia con gli ariani che con gli ortodossi. Sappi che Gelasio, divenuto pontefice dopo Felice, mantiene le sue stesse posizioni calcedoniane antimonofisite, seguendo la linea politica del pensiero di Agostino di Tagaste, ribadendo la scomunica ad Acacio e agli acaciani e allo stesso imperatore Anastasio per cui la sua affermazione circa il potere della Chiesa, fissato come auctoritas, vale come potere legislativo di legge vivente / nomos empsuchos mentre quello imperiale è potestas, potere esecutivo, nella coscienza afro-romana che l‘auctoritas è superiore alla potestas  in una volontà di opporre all’imperatore  cesaropapista  la sua fermezza e la indipendenza della sede romana, in contrasto con quella del succube patriarca Eufemio, successore di Acacio.

Lei dice che, dunque, da Gelasio inizia la concezione del potere papale sulla base del comando di Cristo, dato a Pietro di pascere il gregge?

Si. Marco. Gelasio nella lettera ad Anastasio afferma quanto già detto, proprio mentre, nel 494, Teodorico rivendica il suo potere conquistato con le armi, durante la questione acaciana, aspirando ad avere il riconoscimento imperiale del suo principato su Roma, Italia e regioni danubiane pannoniche.

*All’epoca, non si parla affatto del Constitutum Constantini, a cui Gelasio neanche accenna. E’ certa la lettera ad Anastasio? Che significato ha il silenzio su Costantino di Gelasio?

Marco, brancolo nel buio, comunque, posso affermarti che la lettera ad ad Anastasio è autentica e che in essa non ci sono cenni di donazione di Costantino al papato romano, sede succursale non primaria rispetto a Costantinopoli, all’epoca inferiore perfino a quella del vescovo di Ravenna che già sotto Teodorico assume un maggiore rilievo in quanto sede regia, seppure abbia un qualche potere sugli episcopati africani. Roma, come sede papale, ha valore grande quasi un secolo e mezzo dopo la presa di Alessandria da parte dei musulmani, dopo un lungo periodo di dominio bizantino orientale e ravennate , essendo l’antica capitale imperiale alle dipendenze dirette dell’esarca, dalla fine della guerra gotico -bizantina fino alla morte di Eutichio che, nello scontro con Astolfo longobardo, perde la vita, facendo concludere il dominio bizantino nel centro Italia.

*Quindi, professore, non ci sono cenni di una malattia -lebbra- di Costantino né di guarigione e di donazione a Silvestro, successore di Pietro, neanche nominato ?

No. Marco, ma si sa –liber pontificalis da Vita di Milziade papa – della donazione costantiniana del palazzo Laterano e di una costruzione di una basilica negli horti neroniani,- in onore di S. Pietro, lì morto,- secondo la tradizione, a cinque navate, a copertura lignea, con 120 altari, di cui 27 dedicati alla Vergine Maria panagia, theotokos/deipara. Si sa, inoltre, che Giustino, successore di Anastasio, nel 519 effettua la reductio ad unum del poteri, fondendo sacro e profano, riconosciuto anche da Giustiniano che, nel Corpus iuris, riunisce la funzione del basileus con quella dell’ierarchhs , assumendo nella sua figura regia anche lo ius in sacris .

*Dunque, lei nega che in epoca teodericiana ci sia una superiore auctoritas romana pontificia in Roma? ritiene, perciò, che le formulazioni di Osio e quelle di Gelasio, confluite nel Constitutum Constantini – cfr. Datazione del Constitutum Constantini e testo in www.angelofilipponi.com – opera di decretalisti dell’epoca carolina, siano state annullate da Giustiniano, il cui codice giuridico, lodato da Dante stesso ( Paradiso,VI,10-12 ) è basilare per le popolazioni occidentali specie dopo la Restitutio imperii, ad opera dei generali Belisario e Narsete che riconquistano Africa, Spagna ed Italia quando si afferma il cesaropapismo costantinopolitano?.

Certo, Marco, il VI canto del Paradiso diventa centrale nel pensiero politico dantesco, per la figura di Giustiniano – che è nel II cielo, quello di Mercurio, tra gli spiriti attivi per la gloria terrena – che si presenta come imperatore successore, dopo circa duecento anni di Costantino , giudicato come uno che va contro il sistema naturale solare ( … che volse l’aquila / contr’al corso del ciel, ch’ella seguio /dietro a l’antico che Lavina tolse VI.1-3) rispetto a quello, legittimo, seguito da Enea, troiano, padre di romani: Cesare fui e son Iustiniano/ che per volere del primo amor, ch’io sento/ dentro le leggi trassi il troppo e il vano.(10-12).

*Professore, Dante rileva come sia meritoria ed imperitura la stesura del Codex iuris, sintesi del patrimonio giuridico romano, su cui si basa tutta la storia del diritto!

Secondo Dante tale opera dell’imperatore è voluta- dopo la sua conversione dal monofisitismo all’ ortodossia cattolica, tramite il beato papa romano Agapito ,(533- 556)- da Dio, che gli comanda di affidare le imprese militari a Belisario.

*Per Dante Dio dà il compito giuridico all’imperatore, oltre che militare affidato ad un legatus, per assicurare sulla terra la iustitia, avendo un suo piano salvifico, in relazione alla funzione precipua imperiale in quanto è lui il facitore di storia?

Certo Marco. Dio ab aeterno ha una sua oikonomia pianificata nel tempo per il bene dell’ uomo che Dante sintetizza e nel VI del Paradiso e nel II della Monarchia. Infatti procede in modo simile nelle due opere che sono scritte nello stesso periodo.

*Da qui, professore, allora, la storia di Roma mitico-arcaica, repubblicana ed imperiale come abbiamo visto in Monarchia, a cominciare da Pallante, – che morì per dare regno ai romani (v.36) eroe dell’ Eneide di Virgilio, autore augusteo”?- e da Alba longa fino alla sfida decisiva tra Curiazi ed Orazi e ai sette re, (dal ratto delle sabine fino al dolore di Lucrezia e alla graduale conquista dei popoli confinanti)?.

Marco, Dante fa una storia romana per il popolo, mostrandone gli eroi repubblicani, tenendo presente Valerio Massimo e i compendiari latini, e li cita (Manlio Torquato, Quinzio Cincinnato) come egregi e le famiglie dei Deci e dei Fabi , che combattono contro Brenno, contro Pirro, ma dà rilievo a Scipione che abbatte- anacronisticamente considerato crociato – l’orgoglio dei cartaginesi-arabi che, seguendo Annibale hanno valicato le Alpi e sono giunti al Po, invadendo l’Italia, e a Pompeo- forse per la sua conquista della Siria, ridotta a provincia – ritenuti vessilliferi dell’aquila romano -cristiana antislamica e perfino antifiorentina. se si considera i vv. 52-3 .. e a quel colle/ sotto il quale tu nascesti, parve amaro –

*Professore, neanche ho mai notato arabi (VI, 49) e tanto meno ho compreso la allusione a Sergio Catilina, sconfitto a Fiesole nel 62 a.C.. e alla sottesa punizione subita ad opera del sacrosanto segno dai suoi corregionali, e nemmeno avrò letto bene le figure dantesche di Cesare, Ottaviano e Tiberio, oltre a quella di Tito Flavio?

Se non si legge dalla angolazione dell’ oikonomia tou theou, Dante non è comprensibile, data la sua educazione e formazione christiana romano- medievale mitico- sincretica. Infatti il poeta dedica sei terzine a Cesare (55-72), tre terzine ad Augusto, tre terzine a Tiberio ed una terzina a Tito, essendo certamente sotto l’influenza della kabbalah ebraica cfr. Dante ed Abulafia.

*Lei vede il numero delle terzine e dei versi in senso cabalistico?

Non è il caso, Marco, che ti faccio il conteggio di 18, di 9 e 9 , e di 1, né della somma di 37, né dei tre protagonisti giuli, oltre all’unico vendicatore flavio antiebreo, né degli endecasillabi di ogni terzina e di tutte 13 terzine! In altra sede ne possiamo parlare. Per ora ti dico che Cesare ha preminenza assoluta perché ha occhi grifagni ed è uomo stabilito da Dio a dare avvio al disegno politico imperiale, le cui imprese sono elencate (campagna di Gallia- indicata con i nomi dei fiumi – e guerra civile contro Pompeo e contro i pompeiani in Oriente, in Egitto, in Africa e in Spagna ) e perché con lui inizia il cambiamento epocale del mondo, avendo già pacificato l’imperium secondo il volere divino- il ciel volle/ redurre lo mondo a suo modo sereno- Ti faccio notare che la celebrazione di Ottaviano Augusto, considerato anacronisticamente baiulo/balivo seguente-titolo nobiliare a corte press i re di Francia- come secondo portatore dell’aquila (che compie le sue imprese come vendicatore del padre adottivo a Filippi contro Bruto e Cassio, poi a Modena contro Antonio ed a Perugia contro la moglie Fulvia e il fratello di Antonio, ed infine ad Azio contro Cleopatra) è quella stessa della propaganda ottavianea per dire che serrò a Giano il suo delubro indicando un’altra pacificazione ora totale, dopo quella serena cesariana ! . La celebrazione dantesca di Tiberio, fatta da Giustiniano, risulta disposta in modo che si tratti del terzo Cesare, posto esattamente come positio media nel quinto stichos, in modo da essere il centro di tutti i nove versi dedicati al successore di Augusto (3- sein/ ma/noal/ con doppia sinizesi + 5- ter/zo/ Ce/sa/re – +3 si/ mi/ra ) cosi da avere lo stesso numero di sillabe- 44- e prima e dopo, per inviare il messaggio che la viva giustizia che mi spira/li concedette…/gloria di far vendetta alla sua ira, a patto che si miri chiaramente e sentimentalmente.

*Professore, mi vuole dire che Dante segue fonti giudaiche che conoscono Filone alessandrino, per il tipico veder dell’ occhio che, tolto il velo, ha altra visione e quindi altra logica come ben ha scritto in Oralità e scrittura dei Vangeli in www.angelofilipponi.com ?

Si. Marco . C’è qui un altro vedere, quello dell’intelletto non maculato da legge ebraica, non tenebrato da malizia eretica, essendo stato tolto il velo dai propri occhi e fatto ragionamento col cuore/lev , in modo affettivo. Infatti Dante scrive ma ciò che ‘l segno, che parlar mi face/ fatto aveva prima e poi era fatturo/ per lo regno mortale ch’ a lui soggiace/ diventa in apparenza poco e scuro -cioè quanto fatto o destinato a farsi sulla terra dal segno imperiale risulta cosa da poco e di irrilevante importanza – se si guarda attentamente e con meravigliacon occhio chiaro e con affetto puro“. Allora si capisce la funzione di Tiberio che realizza il volere di Dio con la crocifissione del Cristo-agnello.

*Professore, io davvero ora capisco Dante e comprendo bene anche il suo orientamento naturalis ed eretico, seguendo veramente i suoi passi: mi è caduto il velo e vedo -mi verifichi!- che l’umanità (secondo Giustiniano paradisiaco e Monarchia II, XI,5) è giunta al culmine, al punto esatto di arrivo di tutta la storia e della civiltà antica (cioè alla morte e resurrezione del Christos ), per cui per l’uomo inizia la storia rivelata in quanto l’impero romano con la morte del figlio di Dio – tramite l’atto giuridico legittimo tiberiano, di cui è esecutore Ponzio Pilato- diventa strumento divino della salvezza dell’uomo.

Bene. Marco. Hai capito veramente. Non immagini quanto possa io essere felice delle parole che dici con la mente e col cuore e come sia contento che hai capito davvero Dante, finalmente. Infatti il pensiero del grande imperatore bizantino (87-90) coincide esattamente con quello del II libro della Monarchia, in cui , sulla base di Paolo (Romani, 5.2) si afferma che la morte entrò in tutti gli uomini a motivo del peccato originale e che -(Efesini, 2-3 ) – tutti , comunque, furono redenti col sangue del Cristo perché i peccati furono rimessi per la sua gloria che scese doviziosa su di noi . Nota la chiusura dantesca con un un periodo ipotetico di terzo tipo : si de illo peccato non fuisset satisfactum per mortem Cristi, adhuc essemus filii ire natura, natura scilicet depravata/ se con la morte di Cristo non fosse stata data riparazione a quel peccato, saremmo ancora figli dell’ira per natura cioè a causa della natura depravata.

*Professore, leggo bene la terzina su Tito? Senta!. Se per merito e gloria di Tiberio e del diritto romano è stata fatta la vendetta all’ira divina, ora secondo Giustiniano, la giustizia divina con Tito a far vendetta corse/ de la vendetta del peccato antico- Paradiso, VI, 92/93- l’imperatore flavio cioè fa la volontà divina di distruggere il tempio gerosolomitano a causa del deicidio ebraico commesso”!.

Hai capito bene, Ti aggiungo che Tito, soffocando la ribellione giudaica espugnando Gerusalemme, distruggendo il tempio, risulta, secondo la tradizione cristiana, strumento dell’ira di Dio contro il popolo ebraico deicida, come afferma Dante anche in Purgatorio XX,92-96 . Tieni presente che tale lettura è di Paolo Orosio – Historia, VII,iii,8; ix, 9- che, da collaboratore e seguace di Agostino, considera giusta la punizione inferta dal popolo romano agli ebrei, a giustificazione della universalità del potere universale di Roma nella sua organizzazione politica e temporale della cristianità: lo scrittore considera l’impresa flavia atto di giustizia dell’ impero romano sugli assassini dl Cristo, neanche più visti come contribuli, confratelli. Dante lo dice anche in Purgatorio, XXI, 82-84( nel tempo in cui il buon Tito con l’aiuto/ del sommo rege, vendicò le fora /onde uscì il sangue ) per indicare che l’impero romano è voluto da Dio che provvede alla salvezza dell’uomo

*Quindi, Dante anche nel VI canto del Paradiso, nei versi successivi al tema dell’ impresa di Tito, pur tacendo su un lasso lungo di tempo di circa settecento anni, congiunge, nonostante la frattura secolare, la storia, stabilendo l’immediata continuità tra Impero romano e Sacro romano impero, come lei ben ha fatto notare con Dux.

Certo. Dante mette insieme, come se fossero contigui i momenti della distruzione del tempio gerosolomitano e la protezione di Carlo Magno che mette la Chiesa sotto le sue ali -metonimia di aquila rispetto all’altra metonimia di lupo /dente longobardo. In questa ottica di onniscienza divina e compresenza storica viene letta la storia recente dei guelfi e di ghibellini, causa delle sventure contemporanee, in una condanna e di chi al pubblico segno i gigli gialli oppone e di chi appropria quello a parte, per cui è difficile capire chi sbagli più gravemente.

*Dunque, Giustiniano, che legge la storia in Dio, risulta partecipe del piano divino circa l’impero e la restaurazione di Arrigo VII,- con la sua incoronazione a Roma ad opera di un legatus di Clemente V assente (di cui vede la fine) e col prevalere dei guelfi in un clima incerto di lotte partigiane nel centro Italia per la congiunzione delle forze francesi capetinge con quelle angioine di Roberto di Angiò, sovrano di Napoli dal 1309?.

Così sembra dire Dante in Paradiso, che è cosciente del proprio esilio e della affermazione politica e militare del gonfaloniere dell’impero, Castruccio Castracani, che, vincitore insieme ad Uguccione della Faggiuola nella battaglia di Montecatini nel 1315 contro i guelfi fiorentini, entra in buone relazioni con la Milano di Matteo Visconti e con Treviso di Cangrande della scala.

*Uguccione e Castruccio sono ghibellini che per un decennio costituiscono un forte centro antiguelfo nell’Italia centrale ?

Castruccio è un valoroso ghibellino, signore di Lucca, esiliato, rifugiato presso Edoardo I, poi con lui e con Filippo il bello, giostrando in vario modo, partecipa alla campagna di Fiandre ed infine, tornato in Italia, è una specie di vicarius imperiale contro i guelfi, capace di raggruppare gli altri ghibellini e portarli di nuovo alla vittoria, dopo aver ripreso la signoria di Lucca e fatto speciali trattati con Arezzo.

*Professore, credevo che i ghibellini nel Trecento fossero definitivamente sconfitti ed invece comprendo che riportano vittorie e che ci sono collegamenti ancora tra i signori feudali, nonostante che il papato avignonese, legato ai Capetingi e ai D’Angiò , abbia congiunto le forze ed abbia una prevalenza economico-finanziaria, a seguito della fine dell’Ordine Templare, sebbene le popolazioni lombarde, laiche ormai abbiano iniziato l’epopea mercantilistica, ben descritta da Boccaccio.

Marco considera, comunque, che la stessa venuta di Ludovico il bavaro è anch’essa inutile perché Roberto d’Angiò, prima, è nominato capitano della lega toscana e poi suo figlio Carlo, duca di Calabria, signore di Firenze dal papa avignonese, che neutralizza l’eco delle vittorie ghibelline, compresa quella di Zappolino dei modenesi contro i bolognesi.

*Comunque, si può dire che il centro Italia è in mani guelfe, dopo la morte di Cecco d’Ascoli, se Cante Gabrielli ha mandato pontificio in Romagna e nelle Marche di riconquistare le terre romane?.

E’ un periodo burrascoso, iniziato già negli ultimi cinque/sei anni a Ravenna di Dante che sente fortemente il senso di giustizia. Infatti nel cielo di Giove (Paradiso, XVIII,90-92)- in cui le anime degli spiriti giusti formano con le loro luci figure di singole lettere in modo da mandare il messaggio biblico di D.I.L.I.G.I.T.E. I.U.S.T.I.T.I.A.M. Q.U.I. I.U.D.I.C.A.TI.S. T.E.R.R.A.M a cui, poi, si aggiungono altre anime, che disegnano sulla ultima M l’immagine araldica dell’ aquila simbolo dell’impero, sull’esempio di quelle del cielo di Marte, che avevano formato una Croce– il pensiero di Giustiniano/Dante mira a colpire i guelfi e i loro sostenitori, i re di Francia e i parenti angioini dell’Italia meridionale e i papi avignonesi Clemente V e specie Giovanni XXII 1316-1334 , oppositori dell’impero, contrassegnati da avidità.

*Professore, il resto del canto, quindi, è in relazione a chi si oppone all’aquila imperiali, contro cui ci sono invettive, anche se non vengono risparmiati gli stessi ghibellini?.

Marco, in effetti Dante condanna Carlo II d’Angiò – a cui vien predetto sventure sui figli, molte fiate già piansero li figli/per la colpa del padre,.. e non si creda /che Dio trasmuti le armi sue per suoi gigli (VI109-111)- e suo figlio Roberto oltre ai capetingi , Filippo il bello e il fratello Carlo di Valois, bollati per la cupidigia , congiunta all’avarizia di papa Clemente V e Giovanni XXII, la cui curia è sede della lupa.

* La lupa è tema centrale nella Commedia, come simbolo della cupidigia papale. Me ne può parlare in relazione alla condanna dei D’Angiò dei capetingi e del loro guelfismo opposto all’impero e ai vicari imperiali del periodo dantesco?.

Marco, Dante, mentre subisce l’esilio per colpa di Carlo di Valois , inviato da Bonifacio VIII, che aiuta in Firenze la pars bianca sostenuta con le armi di Corso Donati e Cante Gabrielli, assiste al predominio guelfo in Italia garantito da angioini, presenti là dove necessita il loro intervento armato, in appoggio alla politica di Filippo il bello. Questi, – dopo la morte di Bonifacio, impone Clemente V, il francese Bertrand de Got, che annulla l Unam sanctam e tassa il clero francese – impossessandosi del tesoro templare, e, grazie alla scomunica papale, ha la possibilità di risanare le finanze, dopo gli sperperi nel corso della campagna militare contro Edoardo I e poi in quella in Fiandre, e fa una politica unitaria coi cugini d’Angiò che fronteggiano l’imperatore e i comuni ghibellini conseguendo la vittoria, con la morte di Arrigo VII.

*E’ un momento tragico anche per la chiesa avignonese, rimasta senza papa per ben due anni, fino alla elezione di Giovanni XXII!?

Marco, il tempo del papato di Giovanni XXII è quello descritto nel romanzo di Eco In nome della rosa ed è davvero nel segno della lupa dantesca. Infatti il poeta fa un’ invettiva feroce contro i i preti – che sotto gli abiti del pastore di anime nascondono un animo avido di beni temporali- e contro i due papi francesi Giovanni XXII,- originario di Chaors – e Clemente V di Guascogna, che si arricchiscono sul sangue dei martiri (Paradiso XXVII 55 -60 ): In vesta di pastor lupi rapaci/ si veggion di qua su per tutti i paschi /o difesa di Dio, perché pur giaci?/. Del sangue nostro Caorsini e Guaschi/ s’apparecchian di bere: o buon principio / a che vil fine conviene che tu caschi! Ancor più pesante è l’apostrofe,- in Paradiso XVIII,130-136- cruda e polemica contro Giovanni XXII, papa dal 1316 al 1334, bollato come abile ad emanare e ad annullare scomuniche ed editti, deciso a mantenere la sede avignonese, incassando denaro con l’elezione di molti cardinali francesi : ma tu che sol per cancellare scrivi/ pensa che Pietro e Paulo, che moriro/ per la vigna che guasti, ancor son vivi./ Ben puoi tu dire : i’ ho ‘l disiro/si a colui che volle viver solo/e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco né il pescatore né Polo . Marco, ti aggiungo che Giovanni XXII è papa noto perché faceva dipingere il Cristo in croce con un sacchetto di monete al fianco per mostrare che la chiesa è ricca e che è così sollecito a fare editti per guadagnare tanto che invece di applicare la legge imponeva un’ammenda ai prelati, rei di delitti comuni, di illeciti accoppiamenti e di deflorazione di vergini mentre scomunicava e poi toglieva la scomunica a patto che si pagasse per l’assoluzione -che veniva data anche agli eretici, che subito venivano scarcerati, appena sborsato il denaro -.

*Professore, Dante, esule, rileva il male dell’impero, dopo la morte di Arrigo VII, notando l’ incertezza dei vicari imperiali, la desolazione di Roma senza papato, l’ignominia della avidità della curia papale avignonese, la violenza armata nelle province tosco -umbro-emiliane o nelle Marche e marca trevigiana per le lotte fra guelfi e ghibellini, la mancanza di giustizia dovunque e si rifugia nella concezione agostiniana ideale delle due città e nella speranza dei due soli aggiornata con una improponibile impostazione aristotelica pratica?.

Marco. Dante rilevando la situazione caotica dell’impero e del papato denuncia i suoi antichi dubbi sulla legittimità dell’impero romano e su un impossibile ritorno alla povertà evangelica, a seguito dell’oscurarsi dei due soli, essendo sorta l’autonomia dei principi e dei re e con essa anche quella popolare comunale con l’attività commerciale e mercantilistica confessando di aver pensato in modo superficiale- monarchia,II,i.3 tantum superficialiter intuens ilum nullo iure sed armorum tantummodo violentia obtenuisse. Comunque resta convinto dell’ordine voluto da Dio sulla terra, pur contro l’evidenza, in quanto scrutando in profondità con gli occhi della mente comprende.- ibidem ii,1-medullitus oculos mentis– che il progetto divino, essendo in mente prima motoris, si verifica per efficacissima signa providentiam hoc effecisse. Nonostante la fiducia in Dio Dante soffre nella costatazione diretta del tumulto dei popoli, dei re e dei principi cfr. Salmo, 2, 1-3, uniti e concordi fra loro nell’ostilità al loro signore e loro unto il romano principe/ut adversentur Domino suo et Unto suo, romano principi.

*Professore, sto comprendendo, ma mi sono perso qualcosa a causa del termine medullitus. me lo può spiegare in modo da togliermi ogni dubbio? Mi pare strano che tu equivochi , avendo letto attentamente Oralità e scrittura dei vangeli , dove è trattato un altro modo di vedere quello senza velo, col cuore! Comunque, l’avverbio medullitus vale fino al midollo, inteso giustamente -se legato dl verbo amare /diligere -fino al profondo del cuore o a svisceratamente, a seconda del rilievo dato al muscolo cardiaco o alle viscere – ambedue organi sentimentale. Tu, quindi , leggendo, come Dante, con gli occhi della mente, cioè in profondità il testo, non superficilater, senti in modo partecipativo ed attivo , dando rilievo all’intelletto attivo sentimentale.

*E’ questa, ora, la vera nobiltà di Dante?

Marco, Dante ha una sua nobiltà longobarda, come si vede in Paradiso XVI quando parla di O poca nostra nobiltà di sangue / se gloriar di te la gente fai / qua giù dove nostro affetto langue…. / ché là dove appetito non si torce … dico nel cielo, me ne gloriai XVI(1-6), dopo l’incontro col trisavolo Cacciaguida , spirito militante, mettendosi in relazione con le famiglie notabili di Firenze. Dante ha un avo, nobile di scarso rilievo, un cavaliere crociato, non primogenito, forse di origine longobardica, se si esamina il nome del trisavolo o quello di Moronto, di Eliseo, o quello di Alighiero, di Preitenitto, di Bellincione, di Geri, di Drudolo, di Lapo o di D(ur)ante e di Gerardo. Marco, è un problema di onomastica e di araldica, su cui è meglio non entrare perché il poeta afferma -facendo la metafora del mantello prezioso, cui si aggiunge stoffa , accorciata continuamente dal tempo che sembra avere forbici-: Ben se’ tu manto che tosto raccorce/ sì che, se non s’ appon di di in die/ il tempo va dintorno con la force. Dante anche se contrappone alla plebe delle genti nove, venute in Firenze alla fine del Duecento, la sua poca nobiltà, sa ben che – specie dopo la lezione di Cecco D’Ascoli -a cui si è rivolto – da stilnovista e da pensatore, l’importanza all’epoca dell’ essere gentile, di avere una stirpe alta romano-longobardica-franca alle spalle, basilare per la sua poetica ed ideologia . Comunque egli condanna e svaluta la nobiltà di sangue seppure importante nella vita terrena, contrapponendo ad essa la nobiltà di animo connessa con giustificazioni morali. Infatti lo afferma in Convivio (IV, xix,3 e IV, xx,5 ) ma, in Monarchia (II, iii,4 ) spiega il suo pensiero di un impero romano che ha un monarca de iure, non usurpando.

*Mi piace sapere come arriva a questa affermazione, operando sulla nobiltà. Mediante ragionamento sillogistico?.

Marco, Dante procede in questo modo, affermando che al popolo più nobile si addice di dominare su tutti gli altri, che il popolo romano fu il più nobile , per cui, se l’onore è il premio della virtù ed ogni forma di supremazia è un onore, ogni orma di supremazia è anche premio della virtù.

*Professore , a me sembra un puro ragionamento sillogistico!

Certo, Marco. Dante afferma: Sed constat quod merito virtutis noblitantur homines, virtutis vidilicet proprie vel maiorum.Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta philosophum, et iuxta Iuvenalem nobilitas animi sola est atque unica virtus/ ora è noto che per merito della virtù sono nobilitati gli uomini cioè di virtù propria o degli antenati. infatti la nobiltà è virtù e ricchezza antica secondo il filosofo in Politica, e la nobiltà dell’animo è sola ed unica virtù secondo Giovenale (Sat., VIII,20). Siccome, però, ha dovuto citare due massime contrastanti, subito aggiunge: queste due massime si riferiscono dunque a due nobiltà: alla propria e a quella degli avi. poi seguita dicendo che si addice ai nobili, per questo motivo, il premio della signoria e poiché i premi devono essere commisurati ai meriti, secondo il detto evangelico matthaico-(7,2) vi si valuterà con lo stesso metro col quale avrete misurato,-. La sua conclusione è: al supremamente nobile conviene il suprema comando/maxime nobili maxime preesse convenit.

*Dante, nonostante il riferimento alla Politica IV, 8 1294 non riesce a far combaciare la nobiltà di stirpe – che si perpetua nelle generazioni mediante imitazione da parte di individui che, seguendo la virtù dei padri, fanno azioni degne di gloria diventando loro stessi esempio – e la nobiltà d’animo, propria di chi imitando la tradizione patria con la propria virtù si segnala come eroe della famiglia e si fonde col patriarca fondatore ktisths della stirpe?

Marco, viene mostrata storicamente una continuità di virtù duratura sulla base del capostipite, che risulta nobiltà nel destino umano secondo l’oikonomia divina di provvidenza presenziale: formano un unicum Anchise ed Enea , Romolo e ad Augusto , Costantino e i figli e i bizantini, il dente longobardo e Pipino, Carlo Magno e i carolingi fino a Carlo il grosso (881-888), Dante ha coscienza – e lo sottende- che da Carlo il Grosso alla dinastia sassone, con Ottone I  nel 962, ci sono 74 anni di caos, in cui si accennano a formare tre grosse entità nazionali, sulla base dell’eredità carolingia ad opera  delle aristocrazie locali, anarchiche, sia in Italia  che in Francia e in Germania:  la scelta  dei re  e poi di imperatore veniva fatta dai grandi feudatari, per l’Italia, i laici  marchesi del Friuli, di Ivrea, di Toscana e di Spoleto e quelli ecclesiastici, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, mentre per la Francia  i potenti di Provenza e di Aquitania, e per la Germania  quelli di Baviera e di Sassonia.

*Professore, lei vede che storicamente ci sono torbidi politici e scontri tra i notabili aristocratici , comites imperiali, che aspirano ad avere il diritto di supremazia, non più garantito più dal papato romano, nel corso di contrasti tra i figli di Ludovico il pio, il superstite figlio di Carlo Magno tanto che si rivolgono perfino all’imperatore di Oriente a volte?, Per quale motivo noi cristiani rileviamo la mano provvidenziale di Dio, che tramuta il Sacro romano impero in Sacro romano impero germanico, ottoniano?.

Marco, perché è avvenuto il passaggio dall’Oriente all’Occidente dell’imperium grazie alla donazione di Costantino ritenuta ovviamente autentica. Se Dante neppure marca il passaggio, è chiaro che ciò avviene secondo il disegno divino. Comunque, non è così.

*So bene che che sono due leggende, quella del falso Constitutum Constantini, e l’altra della millantata nobiltà di Ugo Capeto.

Marco, mentre i nobili cercano di legittimare il potere barbarico germanico carolingio col diritto dalla fonte dell’impero bizantino, la chiesa romana, specie nel periodo di Giovanni VIII e poi in quello di Giovanni XII, cerca una soluzione tramite i decretalisti, della curia romana e di quella carolingia di Aquisgrana nella falsificazione dei documenti giuridici isidoriani e pseudo isidoriani. cfr. Filioque e il concilio di Toledo e Filioque e Leone III.

*Quindi, professore, lei pensa che il Constitutum e la nobiltà dei capetingi siano voci /rumores popolari poi sancite da papi e da concili ecclesiali a volte anche da cronisti, in un periodo che va dalla morte di Carlo il grosso alla Constitutio ottoniana ed oltre ?

Si. Marco . Ritengo i due atti mistificatori compiuti, non distanti temporalmente – forse due o tre generazioni l’uno dall’altro!-: il Constitutum è databile tra la fine del nono secolo e l’inizio del X e l’altro verso la fine del X, sotto Silvestro II e Ottone III- cfr . Theophàno la bizantina – quando la nobiltà germanica è già ben sicura e il potere papale è di nuovo predominante in Occidente grazie ai rapporti tra la corte germanica e quella bizantina e specialmente grazie al pensiero romano di Gelberto di d’Aurillac, inculcato al suo discepolo, figlio di Theophàno e di Ottone II.

*Professore, ho difficoltà a seguirla . Manco di basi storiche. Se lei mi fa una sintesi, forse capisco.

Allora, Marco, ripartiamo da Ludovico il pio che fa l’ordinatio imperii suddividendo il regno paterno in tre parti, una a Lotario il maggiore, figlio primogenito con diritto di successione imperiale, e due parti secondarie ai figli minori Pipino e Ludovico il germanico.

*Bene, proceda!.

Alla morte di Pipino, gli succede il fratellastro Carlo il calvo, che si accorda con Ludovico contro il fratello Lotario, subito dopo al morte del padre nel 840, facendo il giuramento di Strasburgo nel 842, da cui inizia la divisione di popoli parlanti francese da quelli parlanti germanico, imponendo ali fratello maggiore il trattato di Verdun nel 843. Chiaro?

*Si.

Si stabilisce, allora, che Lotario abbia l’Italia e la zona compresa tra il Reno e la Loira, detta Lotaringia , mentre Ludovico ha la zona germanica oltre il Reno e Carlo il calvo la Francia, grosso modo settentrionale, oltre a porzioni di quella meridionale. Lotario, morendo, rende autonoma l’aristocrazia italica e germanica per cui avviene che non solo la lotaringia ma anche le altre zone del regno carolingio, a seguito della scomparsa dei legittimi sovrani, si riuniscano in un solo regno per un settennio ad opera di Carlo il grosso, Alla sua deposizione nell’anno 888 avvenuta ad opera di Arnolfo di Carinzia figlio di suo fratello Carlomanno, per la neghittosità del sovrano che neanche affronta in battaglia i Normanni -li paga !- e tanto meno frena l’invasione in Italia dei saraceni- nonostante gli appelli dei papi, coinvolti in lotte con le potenti famiglie romane – sorgono qua e là nell’impero candidati alla carica regia ed imperiale in un lungo periodo di anarchia. Allora, in Italia si afferma Berengàrio, duca e marchese del Friuli , imparentato coi carolingi, dopo lunghe lotte con Guido di Spoleto anche lui proclamatosi re e imperatore col figlio Lamberto. La stessa cosa avviene in Francia, dove Oddone di Angers si proclama re, a cui subentra poco dopo Ugo di Provenza, che rivendica anche il diritto carolingio di governare l’Italia, per cui viene chiamato dal papa Giovanni X (916-929) a Roma, dopo la promessa di cacciare i saraceni che investono le coste tirreniche Dopo lo sbarco a Pisa, il sovrano , venuto a Roma , sposa Marozia ma sorgono tafferugli a seguito di accordi tra popolo e aristocrazia locale dopo le notizie del concilio di unione fatto da da Nicola il mistico, patriarca di Costantinopoli ,reintegrato grazie all’intervento del papa romano, desideroso di una riconciliazione tra le due chiese, già dissidenti per il filioque e per la questione del quarto matrimonio dell’imperatore Leone VI. Ne deriva che sono cacciati da Roma Ugo e Marozia, il cui figlio, Alberico, è capo della coalizione antimperiale e che il sovrano cede i suoi diritti dinastici sull’Italia a Rodolfo di Borgogna, mentre in Germania si afferma la candidatura di Ottone, che viene a Roma dove è incoronato imperatore da Giovanni XII. Poco dopo il papa, considerato immorale e eretico, viene deposto e al suo posto viene eletto un antipapa per ordine imperiale. Marco, secondo noi, nasce in questo burrascoso periodo la falsificazione del Constitutum Constantini come testo compatibile per il sistema di scrittura con altre decretali dell’epoca e per il contenuto ideologico -cfr. Datazione del testo del Constitutum Constantini in www.angelofilipponi.com- anche se alcuni critici lo ritengono opera di scrittori precedenti e di differenti scriptoria. Comunque, una lettera di Paolo I (757-767), papa, successore diretto del fratello di Stefano II databile nel 757, uomo contrario e ai longobardi e ai bizantini, desideroso di un connubio coi franchi di Pipino il breve ripropone la formula desueta di un oltre un secolo di senatus populusque romanus, per una legittimazione popolare romana del proprio potere di fronte alle gentes barbariche germaniche, di tipo anicio. Il fatto poi che tale testo sia frammisto a decretali connesse con il Decretum Gratiani dà una qualche possibilità di assegnare la redazione testuale ad un monaco camaldolese, di origine bizantina, falsario, autore delle affermazioni di Costantino, che ha però buona conoscenza e della vita di Costantino e di quella di papa Silvestro, insomma di vite agiografiche, in cui si notifica ai patriarchi di Costantinopoli, di Gerusalemme, di Alessandria e di Antiochia la sovranità del pontefice romano come capo di tutti sacerdoti e chierici ed inoltre si proclama la stessa superiorità papale sull’impero orientale, avendo il possesso totale di quello occidentale.

*Professore, lei mi vuole dire che il testo del Constitutum, essendo stato incluso,- non si sa esattamente quando!- fra le glosse di altra epoca non è di facile databilità ?

Marco, io so solo che il testo è definito apocrifo da Niccolò Cusano nel 1433 e poi anche dal veronese Leonardo Teronda nel 1435-36 ed infine da Lorenzo Valla nel 1440. So che probabilmente non è di origine francese e parigina come affermano alcuni, anche se ci sono a Parigi manoscritti, trovati a S. Denis in cui si parla di donazioni della chiesa, sottoscritti dal cardinale Pietro Pierleoni – poi Anacleto II- legatus a latere di Callisto II insieme al Cardinale Gregorio di s. Angelo- poi Innocenzo II- negli anni 1120-1124 e di un lettera del papa che raccomanda il Pierleoni al re Luigi VI , in occasione del Sinodo tenuto a Beauvais, secondo il Chronicon Mauriniacense,- Ed. MIROT, Parigi 1908 .p.52-.

*Mi può spiegare meglio?.

Marco, Il Cusano -in De concordantia catholica, III, 2- afferma al Concilio di Basilea che , tra l’altro, -pur proponendo , da cardinale, una conciliazione per un’armonia tra Impero e Chiesa – la donazione non aveva mai avuto luogo e che il potere imperiale è altra cosa rispetto al potere papale – cfr. Chr. Bush Coleman, Constantine the Great and Christianity, New York 1914. Sappi poi che il Valla , anche se non conosce la polemica antipapale del Teronda – cfr F. Gaeta, Lorenzo Valla, filologia e storia nell’umanesimo italiano I.I.S.S Napoli 1955- autore abile a contestualizzare insieme a Mario Fois- il pensiero cristiano di Lorenzo Valla nel quadro storico culturale del suo ambiente, Libreria italiana Università gregoriana, 1969- vive nel clima antipapale dell’epoca consapevole della rivalità di Alfonso V di Aragona con papa Eugenio IV, cfr. Fr. Tateo, I centri culturali dell’umanesimo, LIL 10, 1980 pp. 157-160. Per ultimo ti aggiungo che il Constitutum è incluso come testo tra le annotazioni del XII secolo, di Palea, che faceva aggiunzioni interpolando il Decretum Gratiani.

*Professore, il testo, però, nel Medioevo è considerato dall’XI secolo fino alla metà circa del XV secolo autentico.

Certo. Da queste falsificazioni deriva il potere papale per secoli fino al 1929 quando Mussolini , trattando col cardinal Gasparri concede 44 ettari di suolo italiano, romano, al pontefice- a cui era stata tolta l’auctoritas di sovrano dopo Porta Pia- per svolgere la sua funzione religiosa spirituale, creando, di fatto, lo Stato Vaticano esistente ancora oggi, essendo stati fatti nuovi trattati con lo Stato italiano. Le millantate formulazioni del Constitutum sono state accettate come vere, come se dette davvero da Costantino nel 313 , momento in cui li è solo imperatore della pars occidentale non di quella orientale che ha come augustus Licinio (250-325) da poco succeduto a Galerio, contrastato comunque da Massimino Daia, sconfitto nel 314 con l’aiuto del collega, divenuto suo cognato, residente a Nicomedia. Le attribuzioni e concessioni, fatte a Silvestro I e ai successori, sottendono che l’imperatore concede la sua parte occidentale – Roma, Italia e province, mentre mantiene per sé la pars orientale in mano al cognato , vinto solo nel settembre 324 alla battaglia di Crisopoli. Quindi, ogni altra concessione- quella del Palazzo Laterano, dell’uso della tiara delle vesti e di ogni insegna imperiali con l’estensione dei benefici agli stessi prelati quando ancora bisogna fondare Costantinopoli, sede citata con le altre sedi patriarcali, non è storia documentata da storici anche come il cristiano Eusebio di Cesarea, ma è leggenda come la frase conclusiva che cioè quanto decretato debba rimanere immutato fino alla fine del mondo con l’aggiunta che il documento debba essere posto sul corpo del beato Pietro in una basilica romana ancora da costruire. cfr. D. Maffei, la Donazione di Costantino e giuristi medievali. Giuffré Milano 1964. comunque il tutto deve essere considerato opera di un falsario , il cui racconto è in Iacopo di Varazze e nella pittura stessa medievale. oltre che nel diritto cfr. La falsa donazione di Costantino Introduzione note e traduzione di Olga Pugliese, BUR 1994.

*Professore, per me tutto è mistificazione con mito, basato sulla figura ideale di Costantino – grato per la guarigione a dalla lebbra o da altra malattia cutanea- e su quella di Silvestro I, più su quella di quest’ultimo che su quella del primo, di cui ci sono tracce in Roma stessa.

Marco , ci sono molte opere sulle falsificazioni medievali cfr P. di Leo, Ricerche sui falsi medievali EMR Reggio Calabria 1974 e Vita sancti Silvestri papae et confessoris edita in Bonino Mombrizio Sanctuarium sive vitae sanctorum,– Parigi 1910, ristampa Georg Olms Verlag, Hildsheim, New York 1978, vol. II ,pp.508-531. Risulta chiaro, perciò, che i due protagonisti del Constitutum sono visti come santi, eroi in un’ agiografia. Infatti come per Francesco di Assisi la pittura di Giotto illustra la sua vita, così altri pittori in precedenza avranno certamente fatto illustrazioni della vita di Silvestro per educare il popolo ignorante alla vita cristiana, con immagini di edificazione morale .Vengono mostrate in sequenze narrative le scene di Costantino che si ammala di lebbra, mentre vuole procedere ad un nuovo editto anticristiano, che interroga i sacerdoti pagani che gli suggeriscono di immergersi nel sangue di bambini e che rifiuta vedendo le madri piangere e disperarsi,. Seguono immagini dell’imperatore che sogna di vedere Pietro e Paolo – che gli promettono la guarigione a patto di richiamare papa Silvestro fuggito sul monte Soratte- della convocazione del papa e guarigione miracolosa del sovrano c, che si converte dopo che è ammaestrato dal pontefice sui misteri del cristianesimo e che è battezzato dopo che ha compreso il significato della nascita, morte e resurrezione del Cristo, seduto alla destra del Padre, in cielo. sono scene evocate dal testo stesso in cui c’è perfino l’esaltazione di Silvestro, che rifiuta il dono -accettato dai prelati – perché segue i dettami evangelici di povertà, essendo uomo spirituale, di vita esemplare, lontano da ogni forma di potere.

*Professore, lei non ci crederà , ma io ho visto direttamente quello che lei mi dice di S. Silvestro. Io sono curioso e lavorando a Roma , visitando il Celio, ho notato il complesso di Santi Quatto Coronati, un edificio medievale, fortificato , forse dell’XI-XII secolo, in cui c’è l’Aula gotica -dove ci sono 11 affreschi , una stanza rettangolare con una volta botte – ma . sono stato sorpreso dai dipinti dell’oratorio di S. Silvestro di scuola giottesca, ispirati alla donazione di Costantino che fanno bella mostra di sé e qualcuno l’ho fotografato. Perciò, essendo le decorazioni in stile bizantineggiante, collegate tematicamente agli Actus Silvestri – che sono documenti scritti del V secolo, a noi rimasti in lingua latina, greca e siriaca, trattanti del papa, che battezza Costantino e di una sua discussione con 12 rabbini- non è possibile congetturare che il falsario del IX secolo, abbia avuto un suggerimento per la storia della Donazione di Costantino a papa Silvestro?

Donazione di Costantino (Oratorio San Silvestro)

Maroc, se si parla del tema della donazione costantiniana, gli Actus possono essere un antecedente come il Decretum gelasianum di Gelasio -di cui abbiamo già parlato- e come la lettera di Paolo I, oltre ad una iscrizione di un mosaico in S.Pietro in Vaticano di papa Leone I(440-461) ma se si opera su singole affermazioni del testo del Constitutum Constantini bisogna fare operazioni tecniche diverse per la datazione dell’opuscolo e tenere presente il suo uso già nel XI secolo, basilare nella lotta per le investiture tra papato e gli imperatori di Sassonia ,- Ottone II e III- e di Franconia – Enrico IV ed Enrico V,- oltre ad un lavoro lessicale e filologico. Professore, lei, quindi dice che il Constitutum Constantini non è autentico e perciò lo ritiene documento dimostrato falso,correttamente, da Lorenzo Valla in De falso credita et ementita Constantini donatione che cerca su basi filologiche e lessicali di smascherare il falsario monaco bizantino – forse di scuola romana, che ha scritto la donazione di Costantino, falsamente ritenuta vera per secoli fino al 1440, utilizzando materiale storico precedente e unito a leggende. Io approvo, avendo letto i suoi articoli critici prima sulla Renovatio imperii di Ottone III e di sua madre Teofano , sostenuta di Gelberto di Aurillac, e poi sul Dictatus papae di Gregorio VII. Marco, il mio lavoro di ricercatore, all’epoca della lettura dell’epistolario di Bernardo, mi portava a dubitare sulle azioni condotte da Papa Silvestro II prima e poi da papa Gregorio VII, che fanno una politica antibizantina, alla ricerca di un’autonomia religiosa occidentale prima e poi di una affermazione di quella occidentale cattolica universale, bisognosa di un supporto giuridico decretalista riassuntivo circa l’auctoritas e potestas papale romana rispetto alle dichiarazioni orientali, da secoli ben precisate, come si può rilevare nell’opera di Fozio cfr. www.angelofilipponi.com Filioque e il Concilio di Toledo, che ti riassumo… A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit). A Toledo invece Leandro ed Isidoro, creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco di una processione dello Spirito Santo dal Padre, eterno tramite il Figlio e non da Padre e Figlio coeterni …La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione, tra le varie controversie col papa della Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)… ti aggiungo che la questione dottrinale non si i era risolta , anzi avev aportato alla scomunica dlel due parti disidenti con Leone IX e Michele Cerulario…

*Si può dire, professore, che il falsario bizantino sia dell’epoca di Fozio?

Marco, il falsario potrebbe essere un bizantino, vivente a Roma, quando è patriarca a Costantinopoli Fozio, che condanna il sistema romana di aggiunzione al testo convenuto, conciliare, che utilizza un materiale preesistente come gli Actus Silvestri ed altri documenti, in modo da difendere giuridicamente il papato da accuse di abuso di auctoritas, a seguito dell’incoronazione di Carlo Magno e della costituzione illegittima del Sacro Romano Impero, essendoci il basileus costantinopolitano romano, detentore dell’ imperium universale. Per il clero orientale la figura di lebbroso di Costantino, che grato dona metà dell’impero a Silvestro è inesistente, essendo unico il potere imperiale che con Giustiniano, inoltre, ha compiuto l’impresa della Restitutio imperii, riunificando parti staccate dai barbari, specie l’Italia strappata ai goti con una lunga guerra (cfr. Procopio, La guerra gotica, a cura di Elio Bartolini, Tea 1994). Agli orientali è nota – gli archivi romani, teodosiani, sono a Costantinopoli!- la storia dell’esarcato di Ravenna e la fine stessa di Eutichio ad opera di Astolfo e la rapina delle terre imperiali del re longobardo e la sua sconfitta ad opera di Pipino il breve che , una volta padrone dell’esarcato, non lo restituisce al legittimo padrone bizantino, ma lo concede al papato romano che ha legittimato la sua regalità illegittima, annullando quella legittima dei Merovingi. La figura mitica di un Costantino lebbroso, grato al pontefice romano tanto da dividere l’unità dell’imperium , ignota in Oriente, dunque, è basilare per l’Occidente in cui, in epoca dantesca, poi, esiste una concezione di vita nuova, intesa come condivisione dei beni, opposta all’avarizia capetingia e papale avignonese? Marco, vuoi dire che il Constitutum Costantini, comunque, frammisto con le decretali papali, anche se è fonte di potere in quanto autorizza il papato romano ad una gestione territoriale come signore feudatario coi suoi vassalli, sottende un messaggio nuovo di povertà evangelica silvestrina che, unito alla pratica della tzedaqah ebraica consueta, come divisione netta patrimoniale tra ebrei, presenti in Francia- specie meridionale e in Provenza, oltre che nella curia papale, – che comporta un’altra divisione dei beni temporali e di una diversa elargizione di beneficia da parte della nobiltà terriera, che dimostra la propria generosità?

* Si. ho un dubbio, però. Chiedo se vita nuova non è solo forma letteraria stilnovistica, ma se può valere come concezione economica templare dei fedeli di amore e come generosità nobiliare straordinaria, distinta dalla vecchia idea di nobiltà di stirpe, dominante sulla plebe, minimamente partecipe dei beni della terra comuni, concessi da Dio?

Marco, nel momento delle lotte per le investiture contro la casa di Franconia prima e poi nello scontro della Chiesa con gli Svevi ed infine nel periodo dell’affermazione della lupa capetingia sembra sorgere una nuova vita, una trasformazione economica di cui Dante avverte solo l’aspetto letterario che, comunque, sottende un’ altra concezione sociale sostanziale, segno di una trasformazione economica e finanziaria, già in atto in Europa, grazie alla riscossione delle tasse, affidata dal papato ai lombardi –agli italici, specie toscani- della cui ascesa mercantile Giovanni Boccaccio è testimone in Decamerone,- Ser Ciappelletto, Lisabetta da Messina , Andreuccio da Perugia- .

*Professore, quindi, Dante che ha sentore della falsità del documento ma non ha prove, pur conoscendo le applicazioni papali avignonesi, con la sua opera, ed anche con Monarchia si mantiene in un equilibrio pericoloso essendo fedele di amore e spirituale desideroso di riforme morali e religiose , speranzoso in un’autorità imperiale ormai non più interessata all’Italia, dato lo spostamento della stessa sede romana: il suo pensiero risulta anacronistico e la sua invettiva verso il papato e la monarchia francese è una voce comune all’epoca di molti che lamentano la fine dei due luminaria e l’ascesa delle genti nove, un normale fenomeno chiaro in ogni parte di Europa

Marco, ora, sono sorte la monarchie spagnole cristiane antisaracene, quella francese col papato avignonese in opposizione a quella inglese anche perché il sacro romano impero germanico ottoniano ,col consolidamento della famiglia di Asburgo che ha abbandonato l’ Italia senza papato e dominata nel meridione dagli angioini in lotta con gli aragonesi, si è ritagliato totalmente una sua auctoritas in Germania, mentre l’Oriente bizantino ripresosi dopo la fine del Regno latino seppure diviso in Despotati, con Michele VIII Paleologo e poi con Andronico II, suo figlio, che inizia una lotta con i turchi , favorito dalla Chiesa romana e dalle repubbliche italiche e dalla armata catalana degli Almogavazi di Ruggero di Flor e che infine torna nel seno della Chiesa greco-bizantina , visto l’interessato ed avido intervento occidentale …

*Quindi, il sarcasmo e l’ invettiva dantesca del Purgatorio su Ugo Capeto, beccaio, sulla sua stirpe sono solo testimonianze di un poeta, di una certa nobiltà, che ha preso coscienza di una società degenerata sociale commerciale, essendo nostalgico dei vecchi tempi feudali con i soli del papato e dell’impero, gli unici a governare la communitas christiana.

Marco, nell’episodio dell’incontro con Ugo Capeto, Dante mostra il suo pensiero di nobilotto cristiano, indignato e deluso, che rileva l’avidità della lupa, simbolo di ogni male terreno, già anticipata dalla figura di Adriano V ,- Ottobono Fieschi, genovese, conte di Lavagna , filoangioino, nonostante i legami con la chiesa di Inghilterra- il cui breve pontificato di pochi mesi nel 1276 – uomo smanioso di salire in alto, emblema di avarizia e di ambizione per Tommaso di Aquino – Summa theologiae II,ii,118: avaritia est non solum pecuniae sed etiam scientiae et altitudinis cum supra modo sublimitas ambitur/avidità è non solo di denaro, ma anche di conoscenza e di ambizione quando si aspira ad una grado elevato con desiderio eccessivo.

Dante, in Purgatorio XX 43-124 , nel mostrare Ugo Capeto, il capostipite dei capetingi tra gli avari e prodighi io fui radice de la mal pianta/che la terra cristiana tutta aduggia -danneggia si che buon frutto rado se ne schianta-si coglie-) enumera i delitti dei suoi nati a causa della loro avidità di potenza e ricchezza. Il poeta celia sulla nobiltà di Ugo definito secondo la leggenda figlio di un beccaio/macellaio, anche se sa che non lui ma il padre, che era un vassallo dell’imperatore, era di umili origini che, per il valore in guerra era riuscito a sposare l’ultima figlia dell’ultimo re di stirpe carolingia, notizia riportata anche da Giovanni Villani -Cronica, IV,4 -.

Il fondatore della casa rivela che la grandezza della sua stirpe deriva dalla gran dote provenzale: Dante allude al matrimonio contratto da Carlo I d’Angiò- figlio di Luigi VIII il leone fratello di Luigi IX- con Beatrice Berlinghieri, figlia di Raimondo IV di Provenza, che fa potente la stirpe capetingia, ma la rende rea di mali proprio per l’arroganza derivata dalla maggiore dignità del regno. Ugo aggiunge : lì cominciò con forza con menzogna / la sua rapina e poscia per ammenda / Ponti e Normandia prese e Guascogna/ Carlo venne in Italia e per ammenda vittima fe’ di Corrardino,, e poi / ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

*Professore, il poeta ripete tre volte per ammenda dando un significato particolare al termine per indicare la penitenza ,che fa Carlo in quanto come capetingio procede per violenza e per astuzia, segni di popolanità non di nobiltà?

Marco, secondo la narrazione dantesca fatta da Ugo i capetingi per espiare la colpa di aver costretto Beatrice Berlinghieri al matrimonio, commettono peccati ancora più gravi, aumentado la colpevolezza : da qui le tre colpe secondo il capostipite: la prima è quella di Filippo il bello che sottrasse la Contea di Ponthieu in Piccardia e la Guascogna al re di Inghilterra ,Edoardo I, nel 1294 quando già la Normandia era stata annessa alla Francia da suo nonno Filippo II Augusto, che l’aveva tolta a Giovanni Senzaterra; la seconda è opera di Carlo I di Angiò – che, sceso in Italia nel 1265, su esortazione del papa , che lo aveva investito del Regno meridionale svevo, vinse a Benevento Manfredi nel 1266 e fece poi decapitare a Napoli Corradino, erede legittimo del titolo imperiale, dopo averlo sconfitto a Tagliacozzo nel 1268-, come anche la terza , in quanto fece avvelenare- è una diceria! S. Tommaso spedito al cielo nel 1274 a Fossanova mentre era in viaggio per il Concilio di Lione.

*Poi, professore, Ugo Capeto da sarcastico accusatore si fa veggente secondo Dante?

Dante procede secondo la formula della visione, dando una funzione profetica al capetingio, che vede il futuro, servendosi della preterizione ripetendo 6 volte veggio per indicare nei versi 70-93 . Infatti inizia con la visione di Carlo di Valois figlio di Filippo III l’ardito e fratello di Filippo IV che esce da Firenze … solo con la lancia / con la qual giostrò Giuda e quella ponta/ si che a Fiorenza fa scoppiare la pancia, cioè mostra come vien fatto trionfare il male, favorendo i neri sui bianchi innescando una guerra civile. C’ è condanna per l‘ altro Carlo, che da tanto male seminato non avrà ricompensa né come guerriero né come traditore, mentre l’altro, che già uscì preso di nave,-allusione a Carlo II preso prigioniero dagli aragonesi nella battaglia di Napoli del giugno del 1284, poi liberato dopo 4 anni dall’ammiraglio Ruggiero di Lauria- è visto vendere sua figlia Beatrice ad Azzo VIII d’Este, come un corsaro, e da mercante, patteggiare da avido, che non ha a cuore neanche la propria carne! .la terza visione ha centrale la figura di Filippo il bello, che tocca il fondo dell’ avarizia perché fa azione indegna contro il Vicario di Cristo in terra, visto in quattro sequenze, dopo una premessa di Ugo sul futuro e passato a lui compresenti in Dio: 1 .veggio in Alagna- Anagni- entrar lo fiordaliso fleur de lis, il giglio d’oro – e la cattura del Papa, 2. veggiolo – il Cristo– un’altra volta essere deriso – 3. veggiolo rinnovellare l’aceto e ‘l fiele / e tra vivi ladroni essere anciso; 4. veggio il nuovo Pilato si crudele/ che ciò nol sazia , ma sanza decreto / portare nel Tempio l cupide vele.

*Professore, Dante, che ha un grande senso di giustizia, non solo vede Filippo il bello come nuovo Pilato ma come corsaro che corre su navi per rubare l denaro accumulato dai Templari, dopo aver fatto torturare Jacques de Molay contro il decreto di Bonifacio VIII, poi abolito da Clemente V, che rompe gli equilibri definitivamente tra Oriente ed Occidente, dopo che la sede romana si è trasferita ad Avignone! Per questo come Ugo anela a vedere la divina punizione?.

Marco, Dante si sente un giusto, che paga senza colpe, con l’esilio, ben sapendo di essere uno spirituale e fedele di amore che crede nella realizzazione di uno stato felicità terrena, grazie all’impero e alla sua giustizia, anche se congiunto con la funzione papale di felicità ultraterrena , perciò , qui, con Ugo Capeto , e in Monarchia sembra desideroso di vedere compiersi la giustizia divina come apparirà in seguito nel Canto dei giusti in Paradiso. Infatti Ugo non solo condanna la sua stirpe, ma brama di vederla punita, come iustus, sottendendo il Salmo 57 (laetabitur iustus cum viderit vindictam ) e mostrando esempi biblici e non biblici di avarizia punita (Pigmalieone e Sicheo, il folle Acan, trasgressore dell’ordine di Giosuè di non far bottino in Gerico, Anania e Saffira, Polinestore , uccisore di Polidoro, figlio di Priamo). La preghiera di Ugo è, comunque, un’ interrogativa retorica, che chiude la lunga requisitoria sui quattro capetingi col castigo secondo l’oikonomia divina di una giustizia che colpisce Filippo il bello con la morte nel 1314 e consegna la Francia ad un nuovo regime regio: signor mio, quando sarò io lieto/ a vedere la vendetta, che nascosa/fa dolce l’ira tua nel tuo segreto? ibidem 94-95.

*Professore, il messaggio, però, è unico perché è quello della iustitia divina che, avendo  stabilito ab aeterno il cammino degli individui e delle stirpi gli atti individuali e quelli gentilizi in quanto Dio, che ha compresenti tutti i componenti della gens dal primo all’ultimo e le storie di ogni gens, vede tutto ( uomini e fatti  umani)  e ha una provvidenza storica  al di là della precarietà temporale: Anchise ed Enea, Ascanio, Iulo, Alba  Longa, Romolo e gli altri re, i Fabi, i Deci, Cesare ed Augusto, Costantino e i longobardi (il dente longobardo) Carlo magno, i catetingi, gli ottoni, la casata di Franconia e quella degli Svevi –avendo avuto funzione e missione- risultano  storie-tasselli di un’unica storia-mosaico dell’affresco cristiano imperiale romano! Dunque, in questa ottica provvidenziale, si può datare Monarchia come opera contemporanea al racconto di Ugo Capeto e coi canti centrali del Paradiso XIV.XV.XVI. XVII- compreso il XVIII del cielo di Giove (esaltazione della giustizia e dell’aquila)-? c’è una linea politica che congiunge le tre cantiche tale da poter anche indicare le date di scrittura di ognuna?

Marco, non posso dirlo; comunque, sembra possibile rilevare un filo storico-politico che unisce i sesti canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso con le figure del fiorentino Farinata degli Uberti, del mantovano Sordello e dell’imperatore Giustiniano, riformatore del corpus iuris che, congiunto con una linea dei Canti centrali di ogni Cantica chiarisce la situazione fiorentina nell’Inferno, quella italica tramite Guido dl Duca e Marco Lombardo nel Purgatorio, e quella imperiale del Paradiso con Cacciaguida e Ugo Capeto. Si potrebbe pensare ad una possibilità di ideazione generale dantesca, unitaria, che renderebbe possibile perfino una relativa datazione!. Un lavoro comunque, senza prove, basato solo sulla iustitia, collegato alla datazione più facile di Monarchia, legata alla vicenda della venuta in Italia, alla incoronazione a Roma e alla morte dell’imperatore Arrigo VII e alla successiva fine nel 1314 di Filippo il Bello e alla battaglia di Montecatini.

*Professore, dunque, per Dante vir civilis Dio è unico, l’uomo è unico ed unico deve essere l’imperatore sulla terra secondo ordine stesso celeste a che non può essere contrastato da un mortale di logica umana ?

Marco , così scrive Dante. Monarchia I,8, 4-5 fu scritto. Ascolta, Israel , unico è il signore tuo dio/audi, Israel, Dominus tuus unus est! tunc genus humanum maxime est unum, quando tutum unitur in uno: quod esse non potest nisi quando uni principi totaliter subiacet, ut de se patet/ allora il genere umano è uno quando tutto si riduce ed esclusivamente ad unità: cosa che non può essere se non quando sia totalmente soggetta ad un principe , come è chiaro di per se stesso. Ergo humanum genus uni principi subiacens maxime Deo assimilatur et per conseguens maxime est secundum divinam intentionem/in conclusione, il genere umano quando soggiace al dominio di un solo principe somiglia nel più lato grado a Dio e di conseguenza realizza al massimo grado il piano divino. Per Dante questa è veritas: appaiare la luce della ragione umana con quella del raggio della divina autorità, mettere insieme terra e cielo che all’unisono conclamano Dio,- che ha dato potere a Roma e ad Augusto e di conseguenza alla sede romana di PIETRO, vicario di CRISTO, e dei suoi successori-!

Professore, se la chiesa  non è romana, non è corpus Christi spirituale , se  la sua storia è panourgia/astuto raggiro, che cosa è stata e cosa è per noi cristiani, non  creati ad immagne di Dio?!

Marco, vuoi forse dire che funzione ha nel 2022  per un uomo mortale, naturalis?

E… il messaggio, divino, tra i tumulti popolari trecenteschi, di Monarchia di D(ur)ante, bellator,clericus aristotelico averrroista, guelfo bianco esiliato da una Firenze mercantizia come civis  spetialis antibonifaciano, fedele d’amore, spiritualis, romanus  nostalgico dell’imperium, mai  uscito dalla selva nera, sovrastato dalla lupa  avignonese- che, senza Pietro e Paolo, ha auctoritas e potestas nel nome dei capetingi e degli angioini – qual è?

No comment.

 

 

Chi legge Filone alessandrino è un’eccellenza

a Gaetano Tufano

Chi legge Filone, pitagorico stoico medioplatonico, non può non essere un’eccellenza – come Paolo, Origene, i cappadoci (Basilio e Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo), Agostino, che dopo lettura attenta ed interpretazione simbolica, hanno creato il cristianesimo su una base monoteista secondo la cultura egizia atoniana e quella mosaica, sacerdotale, sadducea – simile a lui, che, comunque, rifiuta la tradizione giudaico-aramaica e forse anche quella greco-romana e sadducea.

Professore, si può dire che Filone è fondamentale per ogni forma di monoteismo, essendo il theologos per antonomasia?

Certo. Lo puoi dire. Anche l’islamismo, sunnita e sciita e il sufismo, hanno connessioni col cristianesimo e quindi con Filone…

Professore, perché l’ebraismo non ha scoperto, rivendicato, propagandato Filone, fondatore storico vero del monoteismo ebraico, cristiano e musulmano?

Marco, i motivi sono tanti… non ultimo quello economico-finanziario, basilare per l’ebraismo ellenistico giulio-claudio, oltre alla scelta cristiana spirituale, in senso antiscientifico ed antipagano, vittoriosa con Costantino e poi, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cattolici, con Teodosio, che trionfa su Magno Massimo a Petovio e poi su Eugenio al Frigido…

Lei quindi stima ogni studioso di Filone, anche gli italiani, gli spagnoli, i tedeschi, gli inglesi e i francesi e perfino… gli americani?

Ognuno di loro ha qualcosa di divino rispetto ad ogni altro letterato o storico! Personalmente prediligo fra tutti Jean Daniélou… la cui lezione è quella stessa di Filone di De Abrahami vita: chi tende alla spiritualità deve tenersi lontano da ogni altra forma in quanto aspira ad essere più che ad apparire –ibidem, 1, consapevole di essere re sulla terra, perché, teso all’adrepebolon e alla teleioosis, non è schiavo del corpo e delle passioni umane in quanto si è allontanato dalla terra, dalla parentela e dalla casa del padre (Genesi,12,1)…

Ogni lettore di Filone ha, comunque, capito che l’uomo è methorios in quanto educato secondo la cultura ellenistica e secondo la tradizione ebraica aramaica, secondo paideia e secondo musar, come uomo di frontiera, sempre migrante, straniero, dovunque, capace di adeguarsi e di adattarsi continuamente e di cercare equilibri con ogni altro, simile a lui, eguale in tutto, in qualsiasi ambiente venga a trovarsi, anche se conformato al guadagno, alla rapina, alla lite, alla guerra, mai pacifico.

L’insegnamento di Filone in De Abrahami vita è, quindi, un monito eterno con l’invito al gnothi seauton anche secondo la precettistica mosaica proseche seauto/veglia su te stesso, in modo da stabilire a chi si deve obbedire e distinguere da chi è bene essere comandati al fine della felicità in un carpe diem nuovo, spirituale: eudaimonos metapoihshi biou/afferra una vita felice cambiata.

Ogni suo attento lettore ha capito, dunque, che non si può essere né ebreo né pagano e neanche cristiano-islamico, ma bisogna cercare un’altra via, un sistema nuovo che riporti l’uomo all’uomo, in un ritorno alla natura!

La vita ascetica del Terapeuta della Mareotide ha valore simbolico, allora: essere vecchio-neepios/bambino di uno che ama Dio ed amato da Dio secondo natura, dopo un’esperienza di lavoro e di lotte per i beni, risulta un messaggio di cambiamento umano e terreno per chi, ritirato in una libertà naturale, in una semplicità primigenia in modo delirante e spontaneo, considera negativamente la fase adulta attiva dell’uomo ed accetta l’infanzia e la vecchiaia come reali possibilità di vita felice!

 

varrone (116-27 aC.) e la theologia

Per Varrone Dio è anima motu ac ratione gubernans, cioè kosmos greco, in quanto anima che governa il mondo con il movimento e con la ragione e perciò mundus ipse est deus

Varrone, quindi, professore, considera sostanzialmente theos/deus non oggetto di religio, ma entità che riceve culto.

Marco, l’erudito reatino è cosciente che verità e religione, conoscenza razionale ed ordine cultuale sono su due piani del tutto differenti perché il mondo della religione, della pietas religiosa non appartiene alla res ma è quello dei costumi mores.

Professore, mi vuole dire che non sono gli dei /theoi che hanno costruito lo stato, ma lo stato ha istituito gli dei, venerati per suo ordine e per la buona condotta dei cives e che, quindi, la religione è un fenomeno politico.

Certo, Marco, ma aspetta a parlare ed ascolta ancora, non essere frettoloso.

Varrone in Antiquitates rerum humanarum et divinarum (41 libri, non tramandati, ma letti sinteticamente da Agostino De civitate dei, VI,5) distingue tre theologie, dopo aver definito la theologia ratio quae de deis explicatur in quanto scienza che comprende e spiega il divino: theologia mytica, theologia civilis, theologia naturalis.

Mi dica di quella mythica ! per Varrone essa è quella dei poeti, che sono i veri teologi pagani, che, componendo poesie, celebrano e cantano le loro lodi, inventando ognuno qualcosa di quello che ogni individuo pensa su un essere superiore, estraneo al mondo.

E quella civilis ? è una costruzione ideale di quelli che sono il popolo, elementi ignoranti che, analfabeti ed agricoltori , hanno una propria concezione irrazionale del theos ed hanno un disprezzo dei ciarlatori non lavoratori, filosofi, mentre acclamano i poeti, sognatori, che hanno un linguaggio figurato.

Scommetto, professore, che quella naturalis sia quella naturalis/ fisica costituita dai filosofi che indagano sulla res, sulla realtà etimologica come verità, essendo alla ricerca di sostanze reali, che sono globalmente la phusis /natura. E’ dunque una ricerca linguistica popolare e teatrale, filosofica

Lei torna ai tempi in cui scriveva Compendium theologicae veritatis e De autore operis censura e lavorava sulla ekporeusis /processio dello pneuma e sulla vergine madre/theotokos deipara e su S. Bernardo, epoca in cui era avvilito, debole e si sentiva spiato, quando leggeva di Joannes de Combis, che inneggiava alla veritatis theologicae sublimitas, anche se mostrava la natura, i suoi compiti e le funzioni proprie della filosofia, secondo una lettura ciceroniana e varroniana, secondo gli schemi agostiniani sulla concezione dell’uomo e della creazione del mondo e mi parlava anche di Dante e lo valutava coma clericus ignorante, un tapino non invitato alla mensa dei dotti- un tipo come lei, mai invitato ai meeting accademici dei cristiani, uno che raccoglie le briciole di banchettanti , desideroso di far partecipare, da illuso, come lei, chi è profano, uno che è davanti al tempio rispetto a quelli che sono fanatici di essere uomini che sono dentro il tempio!.

Marco, al di là della mia vicenda di studioso isolato e senza titoli, sconfitto e copiato, sappi che la lingua è veicolo di teologia e il teatro greco-latino è la sede in cui si crea la mens popolare, che ha la religio superstizione, secondo Platone ed Aristotele, Epicuro, Zenone.

Varrone in De lingua latina V,11 rileva che intende mostrare i termini relativi al concetto di spazio e a tutto ciò che racchiuso in esso, ma anche quello di tempo, connesso ai fatti che si svolgono e, alla fine, chiude con le due categorie spazio-temporali, con specifico riguardo al linguaggio poetico.

Professore, Varrone tratta di termine-codice e di referente come contesto spazio-temporale e situazionale per la tecnica individuazione di res e per dare significato al significante convenzionale astratto e quindi concretizza lo stesso theos come entità fissa, arborea, comunque, con connotazioni astratte celesti, ultraterrene in relazione alla realtà fisica? E’ così?

Non mi sembra.

Comunque Varrone e, con lui, Cicerone dipendono anche da Pitagora circa i principi fondamentali della realtà, che sono binari finito/ infinito, buono/ cattivo, vita/ morte, giorno /notte, oltre alle due cognizioni essenziali di stato/ movimento. Infatti Il reatino, da pompeiano, concreto, rispetto agli alessandrini cesariani, astratti e divini, precisa i termini, prima, di corpus – quello che è dotato della capacità di star fermo e di muoversi-, poi, locus -dove avviene il movimento -ed infine, tempus – quando avviene l’ azione, come forma essenziale del movimento-. aggiungendo come spiegazione che il corpo è corridore, il luogo è lo stadio in cui si corre, il tempo il periodo in cui si corre e l’azione è la corsa.

La sua conclusione, Marco, è che tutti i fatti si svolgono secondo questo procedimento quadruplice : si presentano sempre in questa forma in quanto non si ha tempo senza movimento -il tempo segna le tappe di sviluppo- né movimento senza spazio e senza corpo, essendo questo ciò che si muove e quello il luogo dove si muove, convinto che neppure esiste movimento senza spazio e senza corpo.

Dunque, professore, esiste nella ideologia pagana la theologia naturalis non le altre theologie, che sono muthos e politica? non ci può essere dunque, neppure una theologia stoica posidoniana, che è quella stessa varroniana, poi agostiniana ed infine tridentina.

Prima di parlare in modo tanto asseverativo conviene intendere se la definizione di religio mytica, che differisce da quella civilis, che ha nel teatro il luogo oltre che nell’urbs, pur nelle ricerca del numero degli dei, nella coscienza naturalis della divinitas animante il mondo, anche se sussiste il problema della sua natura ignea, numerica o atomistica

Quindi, professore, già il paganesimo aveva fatto una demitologizzazione come razionalizzazione di un processo ridotto a stato fisico, grazie alle scienze naturali, in una separazione di culto e conoscenza, in quanto il culto, necessario per la politica, non è, comunque, oggetto di conoscenza, che distrugge la forma religiosa,

Certo, Marco, questo è il pensiero reale di Varrone reatino, di Taruzio fermano e di Cicerone e di altri pompeiani, compreso Bruto: la theologia naturalis pur tendendo alla conoscenza degli dei che non esistono, si distingue dalle altre due teologie che trattano di divina instituta hominum in una separazione di campi, in quanto quella mytica popolare e civilis politica non hanno niente di religioso se non la superstizione/religio mentre quella naturalis avrebbe una divinitas, la natura, ma non si può avere reale comunicazione con un dio fuoco o numero o atomo anche se si può trovare, comunque, la sua giustificazione nella politica in quanto stato e popolo hanno bisogno della religio, che però non può arrogarsi il diritto, col culto, di misurare secondo verità e secondo giustizia, l’attività concreta dell’uomo.

Professore la cultura pagana sostanzialmente non ha né pregiudizi divini, né pretese, ma solo una religiosità naturale più epicurea che platonico-stoica?

Marco, in epoca romano imperiale, comincia a predominare anche in Occidente la concezione divina del potere con l‘ektheosis del sovrano già, comunque, presente da secoli in Oriente in senso assiro-babilonese persiano, arsacide e poi macedone, secondo un preciso schema di basileia, che si precisa alla fine del regno dei flavi e si attua sotto gli antonini: il neoplatonismo interrompe la linea pompeiana varroniana ciceroniana pagana, sulla base unitaria della vittoria cesariana ed ottavianea giulio-claudia e crea in un primo tempo una struttura nuova civile religiosa, in cui il cristianesimo primitivo, grazie all’allegoresi di Filone alessandrino, ben si inserisce, specie nel periodo della peste (165-190) anche se si oppone all’idea del princeps Dio; in un secondo tempo, superato il periodo di anarchia militare con gli imperatori illirici, vincendo Costantino e ricomponendo l’unità imperiale dopo la tetrarchia dioclezianea, viene legittimata l’ auctoritas con potestas, del nikeths / il vincitore, inviato da Sebaoth dio degli eserciti, capace di dare unità religiosa e pace, al kosmos romano, infine, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cristiani.

Professore, ma è Teodosio da una parte ed Agostino da un’altra a costituire le strutture portanti del cristianesimo in una confusa mistione theologica, che poi storicamente si suddivide in due forme culturali una latina accidentale teocratica ed una orientale bizantina cesaropapista?.

Certo. E’ Teodosio che sfrutta la vittoria militare, concessa dal theos a Roma e al suo autokrator sull’usurpatore Eugenio così da legittimare il suo ruolo di supremo signore degli uomini e come regolatore del mondo, inglobando la spiritualità nella corporeità statale secondo l’ispirazione celeste di Ambrogio, che annulla definitivamente la theologia varroniana anche restaurata da Giuliano l’apostata, santificando il mito cristiano di unione mistica dell’uomo con Dio, della terra col cielo, a seguito della sconfitta di Valente ad opera di goti, riunendo l’impero e sancisce la vittoria cristiana dando potere immenso al clero, che cristianizza con la forza ogni segno pagano per poi suddividere in due partes la romanitas.

Quindi, professore, è il neoplatonismo che legge il cristianesimo come theologia naturalis interpretando a suo modo Varrone in nome di una razionalità filosofica, mettendo insieme cielo e terra, connotando i filosofi di spiritualità! Agostino, neoplatonico, avvalorando la Lettera ai romani, paolina , convinto dell’Esistenza di una religione vera perché ormai il Dio rivelato, vincitore, verbo incarnato, venuto sulla terra per redimere l’uomo dal peccato originale, morto sulla croce, divenuto segno vivente di Roma ha dato nuovo vigore all’imperatore- il tredicesimo apostolo per Eusebio- , alla sua sovranità imperiale romana cristiana, catholica/universale. Dunque, per lei, laico, ebraismo, cristianesimo e islamismo, come ogni altra religio, sono forme di fanatismo religioso di una casta clericale, in quanto è fanatico, chi è dentro al tempio/fanum e vive bene grazie al dogmatismo conciliare, rispetto al profano che è davanti al tempio, ossequioso e servile, e che guarda da fuori lo spectaculum, seguendo le cerimonie, ammirato e stupito dalla sontuosità sacrale ed è preso nel mysterion.

invito a leggere attentamente le sintesi di due mie revisioni, una paradigmatica di storia romana imperiale ed una di storia del cristIANEsimo

INCITATO, IL CAVALLO DI CALIGOLA

  1. Lei, professore, in Caligola il sublime, ha parlato brevemente dell’amore di Caligola per il circo e per le corse, e ha mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi – cfr. Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi parla in modo diffuso di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che possa leggere esattamente e comprendere finalmente nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti riferisci all’enunciato di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio, con l’aiuto dei soldati, affinché il suo cavallo Incitato non fosse disturbato, il giorno prima della corsa, ed inoltre, avendogli fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente, però, ti interessa la frase, conclusiva, celebre dello scrittore: consulatum quoque traditur destinasse, la cui traduzione è questa: si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico e beffardo del giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare – massima aspirazione per un civis – al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale, esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/adorazione da tutti – popolo, esercito, senatori – imposta perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme, minacciando che, in caso di ribellione, li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.) esiste un solo pastore, un imperator autokratoor, una lex, un nomos empsuchos/legge vivente, un essere divino, che ha di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi/eguali, essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale, tra la massa di clientes, riverente davanti al patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths kurios – circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei, è solo una chiacchiera popolare circolante in un clima di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati all’uccisione del sovrano.

D’altra parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot o trottatori come Varenne – che, finito il periodo delle corse, come stallone veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro! – Certamente non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione, avendo visto scuderie di grande valore, maestose, e conosciuto la cura e la dieta straordinaria per gli animali, accuditi da tanti inservienti!

Da questo lato, neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro, 6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1 – ed Arriano-Anabasi di Alessandro, V, 14,4; 19,4; 29,5 – mi sorprendo affatto conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto a tredici anni dal padre Filippo, in regalo, comprato alla cifra di 13 talenti: è un’esagerazione pagare un animale circa 390.000 euro, per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo, per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro! – Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5! –

Perciò, si può dire che non si trova niente di speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare salire il re e che, pur ferito, non tollerava che un altro portasse in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui – avrebbe sterminato tutti i componenti di una tribù barbarica di Uxii, che aveva catturato il suo cavallo, se non glielo avessero immediatamente restituito! In onore di lui, morto, fondò città, chiamate col suo nome!

Perché, allora, si sono sprecate le accuse per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente – non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana – le dinastie che si sono succedute, dopo quella giulio-claudia, la cui nomenclatura, divina, è stata utilizzata da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine da Caracalla ed usurpata dalla Santa Romana Chiesa Cattolica!-

Ogni critico, prima di valutare, dovrebbe porsi il problema di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40 d.C. come ektheosis, durante la vita, distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!

Essi dovrebbero esaminare, con cautela, il tentativo denigratorio, maligno, delle casate successive, fatto col favore di letterati, prezzolati, compiacenti, al fine di una propria legittimazione al potere e di un proprio ruolo, dopo quello di una sovranità divina della precedente dinastia.

Il fallimento di una politica di imitazione risulta deleterio e per gli intellettuali e le nuove domus imperiali, inadeguati come mezzi per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano ha avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini provinciali ispanici, poi, ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che il soterismo di Vespasiano viene esaltato dopo il fatale 69 e che il principato dell’ottimo vale in relazione al dispotismo sovrano di Domiziano e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo il funesto 193 d.C., a seguito della morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di una peste iniziata nel 165, capace di mietere 20.000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII, 1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di deporre la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius – che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento politico personalistico e per scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27 a.C., presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica dalla tirannide di Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni, ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia, per la dinastia dei Severi, Caligola resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio, ma ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare Germanico Caligola doveva essere exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco, è rimasto bollato come pazzo/insanus prima dai contemporanei ostili al suo governo cioè Seneca e Filone alessandrino, poi da Svetonio (69 d. C.-122/125) un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote giudaico, traditore del suo popolo e falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano equivoci nella loro retorica frontoniana come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque, di preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo, perciò, che Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) – un militare di Nicea di Bitinia, che fa una straordinaria carriera, in quanto diventa senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo – accettando il mito di Augusto imperator, inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale degli altri imperatori della domus giulio-claudia, che restano etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario, Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce vita, azioni, pensiero e morte di Caligola e ne rileva la novità istituzionale, pur seguendo il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione, nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37, e sull’acclamazione popolare del Neos sebastos, giovane Augusto, e sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente pazza, di una creatura che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino, tessuta magnificamente per l’assimilazione del sovrano con Zeus, progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe, semidio e theos!.

In questo generale clima di derisione di Caligola capra, pur celebrato nuovo Augusto -Alessandro, lo stesso trionfo sui Germani, voluto e programmato lontano da Roma sul ponte costruito tra Pozzuoli e Bacoli, non induce Dione ad uno studio della figura complessa del giovane imperatore e a cambiare giudizio sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che cavalca Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse, una pagliacciata teatrale che finisce con l’ordine di distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile; solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus, poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui e per i suoi contemporanei Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di regnare a Roma e di imporre ai romani un regime dopo la sceneggiata di comando di Ottaviano, attore, e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse a mostrare come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto – un vero compromesso -, non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio, che ha intenzione di reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei maestri di tirannia – i turannodidaskaloi Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose, mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge il plauso popolare, l’amore dei militari, la devozione clientelare di patres e di equites ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano, pregano per la sua salute quando cade malato e che inneggia follemente nelle piazze per settimane per il suo ristabilimento fisico, perché garante di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere Caligola, per il negativo giudizio ebraico di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono quasi un biennio magico di benessere per l’impero e di eccezionale fortuna, anche se deridono poi l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras, avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto Augusto, un vir fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato, congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire che Caligola, perenne giovane e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere l’unico pastore del gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di Tiberio che, ritiratosi a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva ripreso il potere diretto, ma lo concedeva a Macrone, altro pretoriano, anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo e Tiberio Gemello, figlio naturale!

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di una nuova era saturnia e quindi regna serenamente, si esercita nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia grave, ristabilitosi, inizia il suo regno assoluto, rifiutando i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente temendo una possibile scissione nell’impero.

Ti ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della mente di Caligola, anche senza trattare la vera pars costruttiva innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola è padrone degli Horti sallustiani, che sono suo privato campo di allenamento per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono alla zona – forse un po’ più ampia – dell’attuale Stato del Vaticano. Caligola si esercitava andando a cavallo con Incitato o per allenarsi alle gare di quadrighe, dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore faceva girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi cortigiani, di senatori ed equites che lo applaudivano per la sua abilità.

Marco, dove lo hai letto? non si sa esattamente se to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo, fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco – fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto e Cassio Cherea, anche il suo auriga Eutiche /fortunato e Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti!

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo che, comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a Caligola astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante – e lo confessava ad Antonia, sua cognata e nonna di Caligola – ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue impazienti e fortemente desiderosi che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe. L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi liberato, a seguito della morte di Tiberio.

Per fortuna la responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella stalla di Incitato a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi è proposto imperatore da Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque professore, per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è ricalcata su quella di Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te leggere il testo di Dione -St. Rom: CLIX, 14,7.: Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai epi deipnon ekalei , khrousas te autoooi kritas pareballe,, kai oinon en khrousois ekpoomasi proupine, the te soothrìan autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos an kai tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!) L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute e per il destino, è un augurio/omen consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola principe, ormai noto come pazzo, per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare come prototipo di una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

GESÙ CHRISTOS

2. La mia ricerca di quasi 50 anni potrà avere qualche valore se ci saranno persone desiderose di studiarmi e di fare un lavoro serio,- dividendolo in tante parti, vista la mia poliedrica cultura – sulle mie traduzioni, specie su quelle greche e sulla mia ricostruzione storica romano-ellenistica, visibile in modo speciale in Il giudaismo romano I e II e in un’infinità di articoli che avrebbero dovuto formare il III volume.

Nella mia mente, vista la deficienza popolare e la mentalità del cristiano cattolico, coi decenni, maturava l’idea unitaria sulla figura di Gesù storico, mentre mi allontanavo da impostazioni pur serie, ma solo razionalistiche come quella di Reimarus e di Voltaire o impropriamente storiche come quella di Ernest Renan o di Charles Guignebert. Mi avvicinavo, allora, ad altri contesti culturali o facevo viaggi, mirati in Turchia, in Giordania o in Egitto o in Grecia, subendo il fascino della lettura di stampo protestantico o ortodossa. 

Mi persuadevo, comunque, di essere storicamente ben impostato, solo dopo aver rilevato una guerra di quasi duecento anni tra Roma e il giudaismo.

Lo studio, letterario e culturale, comparato con quello di altri che operavano su questo fronte (come Rudolf Bultman e come Samuel Brandon e Martin Hengel), fatto sulle fonti, da me tradotte con certosina pazienza, dopo aver lavorato sui codici, mai sicuro della traduzione altrui, mi autorizzava a vedere la Iudaea come una polveriera in continua esplosione, come un cancro per la Romanitas.

Roma era un Kosmos con armonia, uno stato universale di 3.300.000 km2 retto da un imperatore, che governava, come erede da una parte, d’una politeia perfetta, che metteva insieme popolo e senato e consules e che, in emergenza, aveva il dictator – che conciliava le due opposte fazioni popolari e patrizie con un imperium proconsulare maius infinitum e con la tribunicia potestas – e, da un’altra, come theos, che aveva assorbito le connotazioni regali della basileia orientale, funzionante da quasi tre secoli con la ektheosis regale e con il nomos empsuchos/legge vivente.

Roma stava facendo di tanti popoli un solo popolo con un’amministrazione ancora lacunosa, ma rispettosa delle singole gentes, delle loro autonomie e delle culture e religioni locali, che lentamente si integravano nel Kosmos imperiale, che pur aveva distrutto i loro eserciti e fatto stragi al momento della conquista.

Refrattaria ad ogni invito alla moderazione e alla partecipazione alla koinonia con Roma, era la popolazione della Iudaea, fortemente antiromana ed antiellenistica, in opposizione perfino col sommo sacerdozio sadduceo filoromano, già da decenni ellenizzato, che deteneva il potere del Tempio, a Gerusalemme , col suo gazophulakion

Dal 63 a.C, quando Pompeo entrò nel Sancta Santorum, a cavallo, profanando il Tempio di Gerusalemme l’etnia ebraica aramaica rimaneva ostinatamente in guerra con la romanitas, anche se variamente rappresentata, ma vigile sul tempio con la guarnigione militare della fortezza Antonia.

Gli interventi romani, inizialmente non invasivi, ma solo mirati a guidare il debole Hyrcano contro il fratello Aristobulo, integralista e filopartico come tutta la sua famiglia e il suo stesso popolo agricolo e piccolo sacerdotale, a cui faceva mantenere la ierosune, protetta militarmente da Antipatro, un filoromano cesariano.

Poi Roma interveniva pesantemente, vista la congiunzione con i Parthi all‘epoca di Pacoro che, dando il regnum ad Antigono e invadendo Siria e Palestina, raggiungeva perfino il Mare Nostrum, nel momento della lotta tra i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido.

Arginata l’invasione partica da Antonio, responsabile del settore orientale, grazie al Legatus Ventidio Basso, vittorioso a Gindaro, dato il regnum ad Erode nel 38 a.C., Roma assicurava alla regione stabilità e pace con un’organizzazione diretta da Augusto e da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato per il settore orientale dal re giudeo, nominato o Surias epitropos.

Erode, figlio di Antipatro, con una politica lungimirante, tesa a staccare il suo popolo dall’orbita parthica e ad ellenizzarlo, meritava davvero il titolo di grande re fino alla morte del suo amico Vipsanio Agrippa nel 12 a.C., ma, poi, per molte ragioni perdeva auctoritas e potestas e tra i romani e tra il suo popolo, invischiato in congiure di famiglia e ormai debilitato dalla malattia e dalla precoce vecchiaia.

Eppure per oltre un venticinquennio aveva assicurato pax al suo popolo, stabilità internazionale e sicurezza interna e un buon rapporto tra gli aramaici ciseufrasici e transeufrasici, dando un rilievo al sacerdozio e al tempio, nonostante le accuse di uomo di menzogna e di philéllen, a lui dato dagli esseni.

Davvero un grande re Erode, l’unico capace di tenere un genos fanatico della propria elezione divina e del suo patto eterno col suo unico Dio e padrone, pur quotidianamente offeso dall’invasore romano, pur dilacerato nel suo interno tra una pars aramaica mesopotamica integralista ed una pars progressista, aperta ad ogni novitas ed abile a sfruttare la koinonia universale romana.

Erode un politico eccezionale, terzo uomo dell’impero, quale epitropos orientale, gestore dei rapporti con l’impero Parthico, methorios tra Roma e Ctesifonte, amico di Augusto e di Vipsanio Agrippa!

Dopo la pausa erodiana, ricominciavano le staseis, rivolte giudaiche aramaiche contro i figli di Erode e contro il sacerdozio sadduceo, in nome di una antiromanità, fomentata dai re di Parthia, specie in epoca tiberiana, da Artabano III.

Non esisteva in terra palestinese un vero filoromano: neanche il sacerdozio sadduceo, che subiva infidamente la dominazione, sacrificando a Dio per l’imperatore e per i romani; neppure gli erodiani, che politicamente rappresentavano Roma, ma dovevano fare per necessità una politica filoparthica, data la fratellanza di sangue, lingua e religione: un mondo totalmente antiromano con molte sfaccettature e differenze, in contrasto fra le diverse fazioni, viveva in un territorio, di poco più grande di Marche ed Abruzzo, ribollente per le tante sette aireseis, pervase dalla cultura aramaica mesopotamica ed iranica!

Un mondo totalmente diverso e molto più numeroso era invece quello della diaspora, che era stata una dispersione del seme giudaico a seguito di un ‘apoikia/ colonizzazione ebraica del bacino del Mediterraneo, data la supremazia del commercio giudaico e considerata la ricchezza bancaria e commerciale dei trapeziti e naucleroi di origine ebraica: il fenomeno si era diffuso da Alessandria grazie alla famiglia degli oniadi, discendenti da Onia IV, figlio di Onia III, legittimo sommo pontefice rifugiatosi dopo la morte del padre, presso i lagidi, dai quali ebbe la possibilità di erigere perfino un tempio a Leontopoli.

La diffusione del sistema oniade, commerciale, favorito dai lagidi prima e poi dai romani, specie da Cesare ed Augusto, diventava capillare in epoca tiberiana e caligoliana, quasi una catena di S. Antonio, una ragnatela giudaica con un suo politeuma, costituzione politica propria, protetta con trattati dall’ autorità locale. Ogni porto e ogni città piccola o grande erano pieni di ebrei che avevano una loro sinagoga, una banca, empori e dominavano la zona portuale, reclutando marinai, allestendo flotte che operavano quotidianamente, dovunque, toccando ogni regione sotto il controllo dell’impero romano. Le rotte, però, andavano anche oltre i confini dell’impero romano, lungo le due vie nilotiche -in quanto avevano buone relazioni con il regno dei Parthi e con quello maurya, grazie a trattati commerciali-, quella pelusiaca e quella canopica.

La prima partendo da Clisma (Ismaelia), toccava le località del Mar Rosso fino al Corno d’Africa, costeggiava l’Arabia ed arrivava a Baricaza in India e da lì volgeva verso Ceylon e verso i porti della Indonesia. La seconda arrivava da Kanopos al centro dell’Africa…

I giudei, mediante il sistema della Tzedaqah, la caritas, intesa come atto di giustizia di un fratello per il confratello, a cui secondo legge spettava la metà dell’oikos paterno, si propagavano nell’ecumene grazie al proselitismo.

Erano una popolazione di commercianti, di proprietari di emporia, di banche (trapezai ), di venditori all’ ingrosso e al minuto, naukleroi, dominanti ogni porto di ogni parte del mondo grazie al sistema bancario che permetteva trasferimenti di capitali, depositi, e pagamento dilazionato tramite carte di credito, e che autorizzava un esercito di funzionari, di intermediari, di cambiavalute, di agenti addetti ai passaggi di patrimoni, finanziatori attivi in ogni corte che occupavano anche i posti più rilevanti dell’amministrazione civile cittadina in ogni parte dell’ecumene.

Gli ellenisti formavano un gruppo di oltre 2.500.000 di giudei scismatici che riconoscevano come loro capo l’etnarca di Alessandria di solito anche sommo sacerdote di Leontopoli, chiamato col titolo di alabarca , di norma della famiglia oniade.

Questi formavano l’élite mondiale nell’impero romano ed erano i magnati dell’epoca che avevano surclassato i banchieri greci e latini ed erano epitropoi e dioichetai, rappresentanti perfino dell’imperatore in quanto amministratori del fisco imperiale e del patrimonio personale di Antonia minor, moglie di Druso maggiore, fratello di Tiberio, madre di Germanico e nonna di Caligola.

Gli ellenisti, comunque mandavano la loro doppia dracma al tempio di Gerusalemme ed in città avevano banche, alberghi, cimiteri, csenodocheia alberghi ,sinagoghe anche se non parlavano più l’aramaico ed erano scismatici rispetto ai confratelli aramaici che li odiavano e che facevano attentati contro di loro, durante le feste.

Dunque, il giudaismo palestinese aramaico, essendo filoparthico aspirava a ricongiungersi con quello dell’impero Parthico, come al tempo di Antigono, fatto uccidere da Antonio ad Antiochia come uno schiavo, dopo fustigazione.

Il mondo ebraico ellenistico, invece, procedeva di pari passo con l’impero romano e, nell’ ultimo settantennio, aveva decuplicato il suo patrimonio.

Augusto stesso, nel 6 d.C. dopo l’esautorazione di Archelao aveva pianificato l’organizzazione statale con una costituzione specifica per la Nuova provincia di Iudaea, ben conoscendo la doppia natura del giudaismo, le tante sette giudaiche, le attese messianiche, il territorio regionale choora, a seguito delle tante relazioni dei procuratori, d’ordine equestre o libertino.

Dopo una prima sistemazione, a seguito di una stasis rivolta, repressa ferocemente, veniva stabilita per la Ioudaea (Idumea, Giudea e Samaria), sottoposta ad apotimesis dopo apographè, cioè a censimento e pagamento di tasse patrimoniali e personali, una costituzione di sottoprefettura dipendente dalla prefettura di Siria, che durò per un trentennio mentre veniva controllata e regolata dall’ autorità prefettizia romana la successione al sommo sacerdozio.

Questo periodo trentennale è il più inquieto e movimentato della storia giudaica (toledot) specie quello sotto la prefettura di Ponzio Pilato,(26-36), inviato da Elio Seiano, il potente pretoriano, ministro infedele di Tiberio, fatto dall’ imperatore uccidere il 18 ottobre del 31 d.C. (Cfr. A FILIPPONI,Caligola il Sublime, Cattedrale 2009).

La sua politica antigiudaica, poco conosciuta, se non da Filone, acuiva gli animi portandoli alla rivolta, favorita anche dall’assenteismo di Tiberio che, impegnato a scovare i nemici del suo regno, uomini dell’ ex suo ministro, inseriti nella burocrazia amministrativa romana, italica e provinciale, si disinteressava del governo della Siria e della Iudaea.

Questa, in epoca Tiberiana, pur avendo un territorio di quasi 25000km2 , pur essendo un centotrentaduesimo dell’impero romano era in un’ aperta guerra con Roma perché non riconosceva di dovere di santificare, di sacrificare all’ autocrator Theos e di riconoscere come signore l’imperatore, un mortale: il giudeo proclamava due volte al giorno di avere un solo signore immortale, Dio (e non un mortale)!

I giudei aramaici erano solo 600.000 uomini, uomini irriducibili , combattenti contro 60.000.000, di cives, romani, che avevano fisse, ai confini, in Siria, stabilmente 4 legioni lungo l’Eufrate, una Legione in Iudaea, a Cesarea Marittima, oltre alle guarnigioni di Cafarnao e dell’Antonia e a reparti di cavalleria stanziati in varie stazioni in Samaria, coadiuvati da sebasteni e dalle milizie di Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea ) e di Filippo (tetrarca di Iturea, Gaulanitide, Auranitide e Traconitide).

Essi erano guerriglieri che facevano una guerriglia urbana, montana e desertica, dopo un periodo di indottrinamento religioso in senso penitenziale e catecumenale e un altro di addestramento militare come zelota ( e poi come Sicario). Nessun romano- neppure il governatore, – aveva tranquillità di vita in Iudaea, nessun sadduceo o ellenista era al sicuro da rapimenti, sequestri, attentati, cattura di servi, latrocini entro la propria casa; neppure un erodiano, non solo i privati, ma anche i due tetrarchi entro le loro corti: tutti, governatori, tetrarchi, etnarchi, toparchi, sommi sacerdoti erano condannati a morte dagli esseni, da hasidim, uomini pii, la cui parola era divina, logion, a cui non si poteva non obbedire.

In sintesi questa è la mia risultanza, derivata dalla traduzione accurata di fonti (non solo greca) sulla base di Filone (Opera omnia) e di Flavio (Antichità giudaiche e Bios), della situazione Giudaica durante la vita di Gesù Cristo, un giudeo di Galilea cioè di un uomo, sottoposto per nascita all’ impero romano, direttamente, ma per residenza suddito di Erode Antipa, un filoromano (Cfr A.F., Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003).

Può, dunque, in un tale situazione vivere un giudeo che predica di amare il nemico e di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare ?: un partigiano antiromano non predica, ma uccide, anche proditoriamente: sono altri che predicano, che sono istruiti, che sono profeti, che sono rabbi ed, avendo potere, giudicano e condannano a morte, e il loro anathema maledizione è subito eseguito dalla mano armata zelotica.

Gesù, dunque, è visto non come Dio, ma come uomo di lingua aramaica, giudeo di Galilea , che vive nella realtà storica del suo tempo, svolgendo la professione di Qayin/Kayin, seguendo il padre Giuseppe, un costruttore. Cfr. Premessa a Ma Gesù chi veramente sei stato? E book Narcissus 2013 e cfr. I terapeuti De vita contemplativa E book Narcissus 2015 cfr. Esseni Quod omnis Probus.

I qeniti erano davididi che costruivano, famosi perché vivevano in cooperative, a gruppi, là dove un sovrano richiedeva la loro opera che durava mesi (esempio Filippo per la costruzione di Betsaida , Erode Antipa per quella di Tiberiade) o dove ricchi ebrei costruivano ville per conto proprio o sinagoga per conto della comunità, specie ad Alessandria. Non potevano essere meno di 11 (e tra questi c’erano un macellaio per il cibo casher e un cohen per il canto dei salmi) ed oscillavano per numero: potevano formare squadre da 50, 100, 1000 a seconda della grandezza del lavoro, fino a 18.000 tectones che costruivano il tempio di Gerusalemme, finito solo al 66 d. C. e che rimasti inattivi, chiedevano lavoro ad Erode Agrippa II, che fu costretto a concederlo, altrimenti potevano scoppiare rivolte. Lo stesso Pilato si servì dei qeniti, pagandoli con i soldi del tempio per costruire un acquedotto.

Gesù doveva essere un capo e quindi un benestante come tutti i qeniti, una categoria, considerata intermedia tra i sommi sacerdoti e il medio sacerdozio, con un tenore di vita di molto superiore a quello dei leviti e del popolo.

Il mestiere non escludeva una formazione zelotica, naturale per ogni giudeo che, quindi, subiva una vera dipendenza dal pensiero dei Farisei, Esseni e dei Contemplativi alessandrini.

Zelotes greco traduceva kanah aramaico ed indicava un patriota guerrigliero che combatteva e moriva per gli ideali della legge mosaica, essendo un puro integralista, votato alla morte. Cfr. Vita di Mosé III,208. Ciascuno di voi, presa una spada, corra per tutto l’accampamento ed uccida, da ogni parte, non solo gli estranei ma anche i più vicini tra gli amici e parenti, pensando che è azione molto ben fatta, in nome della verità e in onore di Dio, per la cui difesa il lottare e il combattere è fatica molto leggera.

Conoscendo bene la storia ed avendo passato giorni e notti per la decifrazione esatta di autori come Filone e Flavio, non mi sono mai potuto immaginare in Palestina una figura di un personaggio pacifico, mite, moderato, come quella astorica del Gesù dei Vangeli, non corrispondente neanche all’ideale prototipo di esseno comunitario qumranico e neppure al più puro dei terapeuti alessandrini.

Perciò, ho rilevato le caratteristiche reali di un Giudeo galilaico dell’epoca tiberiana come un barbaro, aramaico, integralista, kayin e kanah, che fu acclamato come mashiah dai suoi contribuli che l’ elessero Maran re, in opposizione a Roma che sola poteva dare quel titolo, perché padrona di quel territorio.

Dunque, Gesù fu crocifisso perché aveva commesso il crimen maiestatis nei confronti di Tiberio e del Senato, i soli che potevano autorizzare il Regnum in Palestina.

Il crimen, collegato all’intitolatura regale in triplice lingua, scritta sulla croce stessa, è spiegato dalla motivazione della morte servile di un ribelle all’imperium: Gesù era uno delle decine di migliaia di crocifissi ad opera dei romani.

Un uomo di tal specie, dunque, non poteva essere un rabbi.

Si diventava rabbi dopo un lungo esercizio psico-fisico e un percorso di studi lungo e serio, in cui si dimostrava la somma capacità di fare ermeneusis dià sumboloon, dopo aver fatto gli studi enciclici (grammatica, geometria, astronomia, retorica, musica, logica) e filosofici, al fine di essere theologos.

Un lunghissimo tempo di studi che si completava non prima dei trenta tre anni: c’erano molte tappe intermedie come quella della verifica dello studio elementare, fatta al tempio, quando il giudeo, ragazzo, raggiungeva tredici anni ed un giorno, da una commissione sacerdotale, che lo definiva figlio del comandamento bar mitzvah , o come quella che chiudeva il ciclo di studi superiori fino a 18 anni fatta sempre davanti ad una commissione sacerdotale, e come quella del ritorno a casa dopo una fase di addestramento nel deserto, presso maestri, per la scelta tra le sette (aireseis) e per l’universale riconoscimento di dottore /scriba.

Di Gesù non si conoscono maestri (Flavio ha Banno, Shaul Gamaliel, ecc.), e si conosce solo una verifica al tempio quella del passaggio alla maturità per la preghiera –Bar Mitzvah – e poi più nulla circa la formazione culturale.

Perciò si può definirlo un teknites o tekton, una specie di operaio, forse specializzato in quanto capo mastro, o architetto, ma sempre un normale qenita di formazione operaia regolare, per un giudeo vivente in Galilea, che, comunque, non ha nemmeno completato gli studi enciclici.

Detto in greco era un banausos, un oikodomos, un muratore – costruttore che sapeva usare ogni mezzo del mestiere.

Su Gesù maran ho dovuto lavorare per decenni per definire esattamente il periodo del suo regno e qualcosa di preciso sono riuscito a determinarlo, dopo la scoperta di un buco storico (cfr. Buco storico www.angelofilipponi.com).

Allo stato attuale queste sono le risultanze.

Alla Pasqua del 32 Gesù ebbe il Malkuth ha shamaim, il regno dei Cieli, come parte della federazione partica, forse solo la Giudea (una parte della Iudaea) sotto il re dei re Artabano III, da cui aveva avuto la corona regale col titolo di maran, ma già era stato riconosciuto universalmente sia in Partia che in Palestina e in Siria Meshiah/Christos, unto del Signore .

Tale regno ebbe una sua nazionalistica autonomia per un quinquennio e su di esso regnò il Maran Mashiah Gesù Cristo che accettò parzialmente la resa delle città galilaiche, samaritane e giudaiche, occupò la Città Santa, prese la guarnigione romana dell’Antonia, purificò il tempio, affidandolo per metà al sacerdozio sadduceo, che funzionava con un calendario lunare, e per metà al sacerdozio essenico, che seguiva il calendario solare.

A seguito dei trattati con il Re di re Artabano, con Areta IV re dei Nabatei e con Izate re di Adiabene (e forse con Asineo satrapo di Mesopotamia), il regno forse si ampliò con la conquista di Samaria e della Galilea ed ebbe una sua stabilità, finché perdurò il disinteresse romano per la Siria e per l ‘Armenia minor, occupate da Artabano III.

Il regno ebbe vita fino all’arrivo di legatus tiberiano Lucio Vitellio, inviato nel 35 d.C., col mandato di ripristinare l’ordine in Siria, e di punire Artabano ed Areta.

Il governatore di Siria si disinteressò del regno di Gesù, convinto di dover affrontare per primo Artabano, suo principale antagonista, sovvertitore dell’area, che, predicando il messianismo aveva congiunto il giudaismo ed aveva potuto perseguire i suoi disegni politici di riconquista della Siria ed avere uno sbocco sul Mediterraneo, progetto da decenni accarezzato dagli Arsacidi, naturali eredi dell‘impero seleucide ed achemenide.

Radunate le sue forze, rimaste a lungo inoperose, fatta una nuova leva, congiunte le 8 legioni romane, avute le truppe ausiliarie dai re limitrofi consociati con l’impero romano, Vitellio attuò i piani di invasione secondo la progettazione di Giulio Cesare, aggiornata da, Augusto e Tiberio stesso , che aveva avuto rapporti diplomatici con i re delle popolazioni caucasiche, Albani ed Iberi, ed altre genti scitiche.

L’invasione iniziava dal nord, dalla zona di Ninive (tra Mosul ed Arbil) ed era fatta dalle popolazioni caucasiche, seguite dalle legioni romane ed ausiliarie, che penetrate nel territorio parthico, furono affrontate dal figlio di Artabano, Arsace, erede al trono, con un imponente esercito di 100.000 e con squadroni di cavalleria catafratta.

Artabano fu sconfitto e il figlio morì in combattimento: il re dei re chiese la pace e fece un trattato a Zeugma, un isolotto dell’Eufrate (cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano II, Narcissus, 2012)

Il trattato fu stipulato ed Artabano, alla presenza di notabili ebraici come il tetrarca Erode Antipa, s’impegnò a pagare le spese di guerre, diede ostaggi (il figlio Dario e un gigante ebraico di nome Lazar) riconsegnò l’Armenia minor e altre terre ai romani.

L’impresa partica determinò la fine della coalizione antiromana di Izate, di Areta, di Asineo e di Gesù stesso.

Ognuno di questi dovette difendere i propri confini e rendere conto personalmente della guerra perduta contro l’ imperium romano ai propri popoli, ora maggiormente tassati: il più odiato da Tiberio è Areta IV, di cui l’imperatore chiese espressamente la testa.

Mentre l’esercito avanzava contro Areta, in direzione di Petra, Vitellio deviò verso Gerusalemme e la cinse di assedio intimando o la consegna del maran, di chi cioè era stato fatto re senza autorizzazione romana, o la distruzione della città.

In Gerusalemme il partito filoromano-consapevole degli eccidi successivi la capitolazione della città sperimentati già due volte – riprese il sopravvento e il nuovo sinedrio decise la resa, l’arresto del Christos, la paradosis consegna ufficiale del Meshiah, che venne fustigato e crocifisso come un ribelle all’imperatore Tiberio.

La Pasqua fu celebrata da una folla festante, come una liberazione, alla presenza dei romani vincitori e dello stesso Vitellio nel 36 d.C. (cfr. Giudaismo romano II e commento Antichità Giudaiche XVIII,95-105). Su Gesù Christos Messia rimando a Jehoshua o Jesous? – Maroni, 2003 – e alle connotazioni proprie di tale figura militare e sacerdotale rilevate in molti momenti del mio lavoro su Filone (Vita di Mosé, De somniis ecc.) e su Flavio ( Antichità giudaiche, XVIII)…

Prefazione a leggiamo insieme… Ungaretti

La scuola ha perso da anni la sua funzione di educare e di costruire da quando ha dovuto dividere il suo magistero con la Tv e con i comitati dei genitori e non ha saputo più gestire il consiglio di Classe.

La Tv educa quotidianamente al niente con programmi spazzatura, con slogans anglosassoni e con fumetti giapponesi e i suoi presentatori semianalfabeti, più o meno accettabili come conduttori, peccano decisamente sul piano linguistico e danneggiano irrimediabilmente il bambino fruitore passivo, che interiorizza proprio il pessimo di ogni cosa.

I maestri elementari, dopo la miniriforma, non hanno più una responsabilità effettiva in quanto ognuno ha un’area e nessuno si assume l’onore e l’onere di educare effettivamente alal comunicazione linguistica l’alunno, che risulta uno sconosciuto, esaminato , suddiviso tra tre esperti, che però non attirano e coinvolgono unitariamente il bambino, emotivamente assente, dissociato dalla realtà agricola che è la base di ogni lingua.

Inoltre l’alfabetizzazione e la codificazione in un bambino sono avvenute in una famiglia, non attenta al codice linguistico esistente e nemmeno concia della necessità di semantizzare in relazione al referente per un significato contestualizzato.

nfine i maestri hanno dato solo i rudimenti lessicali senza tenere presente il forte squilibrio vigente nel settore linguistico tra la cultura agricola ormai superata e la nuova cultura industrializzata e computerizzata : ne è venuto fuori un alunno che non ha alcuna conoscenza del significato perché non ha la conoscenza dei referenti che sostanziano quell’idea.

Su questa base lacunosa lessicale si è innestato un processo grammaticale morfo-sintattico superficiale, per cui l’allievo non ha competenza delle parti del discorso né delle parti logiche e sintattiche in quanto non si è operato funzionalmente dopo un lunghissimo lavoro di analisi e di appropriazione dei sistemi minimi grammaticali.

I professori della Scuola Media prendono un alunno già con gravi lacune linguistiche e con disturbi nell’apprendimento e fanno una serie dilezioni frontali o di pseudo -letture testuali insegnando una linguistica afunzionale, appresa da manuali, anch’essi raccogliticci e fumosi, di nessuna praticità.

Concludendo, dunque, i nostri figli vanno alla media e non apprendono niente, anzi imparano solo le furbizie scolastiche i modi per sfuggire al controllo dell’adulto, disimparando quel poco di grammatica e di logica, apprese nel periodo elementare.

E proprio nel momento in cui la mente è vivace, creativa ed aperta , la si imprigiona con schemi di lettura coercitivi , dogmatici, e la si abitua ad una ripetizione inutile di esercizi : sarebbe stato invece necessario operare sull’analisi in qualunque disciplina e scomporre e ricomporre testi, formule, disegni, insiemi per una personale ricostruzione sulla base dei paradigmi operativi linguistici matematico-scientifici al fine di rilevare i differenti stadi di ogni ragazzo per una effettiva valutazione iniziale di base per una graduale crescita linguistica connessa con competenze reali, tradotte in pratica operativa.

L’insegnante, inoltre, per come è stato formato non ha alcuna abilità né sul piano orientativo né su quello didattico, né su quello strutturale é analitico, né sintetico, né critico e quindi dà una cultura generica e libresca simile, per provvisorietà e superficialità a quella della Tv con un minore tasso di piacevolezza.

Sarebbe necessario orientare l’alunno nella Media puntando alla comunicazione e facendo interagire tutte le discipline in modo che e coordinatamente si faccia uno sforzo comune per radicarlo nella realtà che la la sua base nel lessico, nel termine, che usa propriamente e nella parola che adopera nel rapporto quotidiano. Allora il ragazzo potrebbe prendere coscienza della convenzione linguistica ma anche della stretta connessione tra parola e significato, relato al referente del contesto precisato nei suoi componenti, nelle sue differenze e diversificazioni infinite connesse con la varietà e molteplicità linguistica.

Tutti insieme, insegnanti di ogni disciplina, potrebbero fare una programmazione comune, di massima, con precisi obiettivi con procedimenti eguali, con scadenze fisse, in modo da confrontare le differenti risposte dei singoli alunni e su questa base differenziata attivare un percorso individuale per ogni singolo alunno studiato in tutta la sua personalità così da personalizzare l’iter operativo.

Il piano attuativo, allora, individualizzato, potrebbe servire per conseguire gli obiettivi linguistici fondamentali per al crescita dell’alunno: la comunicazione orale e scritta.

Nel fare questo, gli insegnanti non devono essere più solo insegnanti ma devono esprimere la loro professionalità tramite il lavoro con l’alunno: in questo essi sicuramente si aggiornano in quanto devono operare concretamente sulle risposte sbagliate dell’allievo.

Questi deve essere orientato, perciò, in modo diverso e continuamente incanalato nella giusta via linguistica e con questa operazione deve procedere anche sul referente corrispondente e quindi funzionalizzare ogni singola operazione che deve essere lentamente interiorizzata. Inoltre, il lavoro così impostato, avendo l’ ausilio dei mezzi attuali di ricerca può risultare effettivamente aggiornato vivo e significativo. Nell’operare in questo sistema, il docente si accorge di essere non un insegnante di cattedra ma un artigiano che insegna ad un apprendista il mestiere, per cui deve cercare di recuperare anche le tecniche della propria tradizione e le strutture proprie degli artigiani. il compito, allora, del docente è insegnare mostrando i passi da fare, la via da seguire , marcando i signa, spiegando i segnali, formando un iter sempre nuovo in una evidenziazione delle proprie capacità decisionali in relazione alla situazione storica, culturale e letteraria.

E’ necessario staccarsi dalle idee e lavorare sulle cose comprendendo che noi stessi insegnati non abbiamo mai verificato i termini della lingua e non abbiamo effettivamente compreso il reale significato perché non abbiamo conosciuto la referenza sottesa , rilevabile grazie ad una semplice operazione etimologica ed abbiamo perso un grande patrimonio culturale sotteso ed a volte stratificato nel termine. Da qui viene l’invito a tornare ad essere artigiani abili a proporre paradigmi concreti per abilitare a costruire ma anche a smontare la costruzione con un insegnamento dapprima ana litico , poi sintetico ed infine critico decisionale…

il dovere di un insegnante parte da un decondizionamento della sincresi infantile propria e di quella dell’alunno in quanto ogni uomo ha qualcosa di confuso che è in relazione alla confusione linguistica popolare , per diventare lungo e paziente lavoro analitico , che solo può permettere un sintetico giudizio, provvisorio, d cui è possibile, sulla base di altri, concludere con una valutazione sommativa.

Compito dell’alunno è andare a scuola come apprendista artigiano che nella bottega impara il mestiere, conoscendo gli strumenti, le tecniche di lavoro e di composizione, seguendo l’esempio del magister mastro

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

 

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

Certo. Marco. Filone uomo e Filone filosofo sono ambedue methorioi. Senti cosa scrive in De Opificio,135: L’uomo è al confine tra la natura mortale  e la natura immortale  perché è partecipe  dell’una e dell’altra , essendo stato creato mortale ed immortale, mortale nel corpo, immortale nella mente.

Professore, ora, mi deve spiegare l’essere al confine e poi l’essere tra natura mortale  umana e natura immortale divina. 

Marco, ti riassumo quel che ti ho già detto, altrove, su methorios. Il termine filoniano ha  valore simile a quello dato dalla cultura classica cfr, methorios,  www.angelofilipponi.com e vale,  etimologicamente, come luogo  posto  in mezzo,  al limite tra due estremi  o fra due stati retti da diversi  sistemi governativi, ma Filone aggiunge altro significato ponendo l’essere tra due bande opposte, avendo il referente geografico  di una schiena di asino o di un doppio crinale di  un colle in quanto intende lo stare di una persona in mezzo  in un luogo alto, in cima, che  degrada dall’una e dall’ altra parte.  Da qui i tanti significati, in senso morale, politico-economico- finanziario  di  methorios, un soggetto che, però, pur essendo nel mezzo  come il cinque tra 1 e 9, non vale solo mesos  in quanto indica lo status  di mesoths, pitagorica, di chi è nel mezzo, secondo il detto latino  di in medio stat virtus , valendo  medietas e  modus   della metretica platonica , ma ha  anche valore dinamico di distinzione e di scelta tra due odoi  in  due opposte direzioni potendo andare in relazione alla propria cultura,  in uno dei due versanti – ad esempio verso l’Adriatico e verso il Tirreno  dalle creste dell ‘Appennino – .

Dunque, professore, methorios, oltre al valore etimologico  ha sostanzialmente due significati  in relazione all’etica ellenistica, paideia, e a quella  ebraico-aramaica,  musar, pur connotando un’azione specifica di banchiere in mezzo a due stati politici, sovranazionali, che, col suo banco, cambia valuta  ed ha una precisa funzione di intermediario, utile  alle due parti , che hanno fatto contratti, secondo legge? 

Marco, forse,   mi devo spiegare per essere chiaro, essendo equivoco il termine, data la condizione di una creatura mortale di fronte al creatore,  di un ebreo di fronte ad Jhwh , molto diversa da quella di un etnikos/pagano  sia greco che barbaro  davanti al Theos !

Filone, come oniade, in quanto  trapeziths,   dà valore a  methorios di uomo che ha un banco al confine tra due stati, esempio quello sull’Eufrate tra parthi e romani, ma sottende la sua natura umana  di giudeo che vede Dio in quanto  Giacobbe -Israel, che si esprime in quella situazione e  in quel contesto di confine e in quella funzione  di essere uomo  instabile tra due estremi,  entro cui si muove la sua esistenza terrena,  in quanto creatura tra il bene e il male, tra  il sensibile e il sovrasensibile, tra il tempo e l’eterno, come elemento di natura  mortale ed immortale.    Infatti, Filone, mostrando la mente /dianoia di chi opera giustamente,  dice in De somniis ,II 229-230:  la mente  del saggio, è approdata alla serena profondità di una pace profonda , dopo essersi distaccata  da tempeste  e da guerre  ed è superiore all’uomo, ma inferiore a Dio; infatti l’uomo di valore occupa una  posizione intermedia methoria, tanto da poter dire che non è né Dio né uomo, ma soggetto legato ad ambedue gli estremi, alla specie umana per la sua condizione umana, alla specie immortale per la sua virtù.

 Professore, lei mi vuole dire che Filone  filosofo, spoudaios, che si considera uomo, fornito di corpo ed anima,  creatura in bilico tra materia e spirito,  può andare scivolando  verso il male e volgersi al bene, verso l’alto,  liberamente, se  fa prevalere  la pars materiale o quella spirituale? Lei mi parla, però, non di un uomo comune, misto di materia e forma,  ma  di un essere giusto,  solo spirituale, giunto già alla teleioosis/perfezione, non di una creatura  ancora in bilico,  in quanto già nella retta via ed anzi arrivato ai vertici, distaccata e separata dal popolo e dai pagani, secondo ameicsia, come persona che ha fatto il suo percorso, transitorio,  di vita terreno?

Marco, io parlo del  filosofo Filone, pneumatikos,  che tende all’incontro con Dio  e quindi mostra un suo itinerario, che inizia con la funzione methoria  del trapeziths ed emporos  commerciante, una professione che viene abbandonata, dopo un periodo di vita  in bilico  tra due padroni, di logorio psico-fisico, nel momento  convulso della conquista e mantenimento dell’oikos , in età senile, all’atto della decisione  dell’anachorhsis , col ritiro dalla vita attiva  per una vita contemplativa  sul lago Maryut -cfr. De vita contemplativa, i terapeuti, e.boook  Narcisus  2015-. Filone risulta,  allora,  un filosofo, che è al confine tra due culture,  quella greca e quella giudaica,  ed è mediatore, anche se prevale in lui la non  mescolanza culturale anche nel periodo praptikos, in cui  si vive concretamente in relazione  alla storia  e alla natura, come giudeo consapevole di  essere civis di un kosmos politico  armonioso, come quello  romano,  opposto a quello barbarico e  parthico ed ecumenico, incapace, comunque, di distaccarsi dalla sua radice mesopotamica , di cui è espressione la stessa Bibbia, oggetto del suo commento, secondo la tradizione patria  aramaica, perché desideroso di aprire  un’altra via  con la propria, tipica, allegoresi.  Filone, volendo  fondere la funzione  di mediatore con quella di divisore,  secondo la lettura  di Clara Craus Reggiani .-cfr. Introduzione  a Filone di Alessandria, l’uomo e Dio , Rusconi,1986 .- se ne serve per mediare  l’apertura all’ideale mosaico  ad un mondo pagano , che ne è completamente ignaro, e per separare  ciò che è nell’ebraismo  tradizione, legata  ai destini di un solo popolo,  da quanto invece  esso contiene  di verità universali,  di senso dell’assoluto, di istanze umane ed umanitarie, il tutto intimamente connesso nel credo nel Dio uno ed unico.

Professore, quanto dice la Reggiani non  mi convince, anche se  è connesso col mio credo cristiano contraddittorio tra terra e cielo : il rilievo di Filone, come platonico,  è apparente  in  quanto l’ebreo rimane legato alla tradizione  e cultura aramaica, al suo Dio uno ed unico e lo oppone a Caligola theos upsistos , Zeus! Da  qui  la  trama  per l’uccisione del sovrano nomos empsuchos, deciso a sterminare l’ebraismo, ordita con Giulio Erode Agrippa e il giudaismo romano,  insieme col corpo dei pretoriani, esautorato,  e col senato, sciolto, e con la città di Roma stessa,  declassata come capitale  a favore di Alessandria. –  cfr. Vita sublime di Gaio Cesare Germanico- Per una datazione di Consolatio ad Marciam   ebook Narcissus,2015  -. Lei  – non altri – ha, con la sua opera, rilevato e rivelato l’ambiguità dell’erodiano,   scettico  civis romanizzato, suo  turannodidaskalos, da una parte, rimasto, però, ancorato alla Musar , da un’altra, per amore del proprio popolo, condannato,  solidale fino alla morte, nonostante la filoromanità e la propria devozione ad Antonia e a  Claudio.  Lei  – nessun altro storico!- ha compreso davvero non solo il re Agrippa I ma anche Filone oniade e suo fratello l’alabarca Alessandro,  la storia  romana del periodo caligoliano e l’ascesa al trono di Claudio,  oltre  a quella coeva giudaica e a quella cristiana –  origeniana  di stampo cappadoce  orientale e di stampo  agostiniano occidentale- . Io, grazie a lei, ho capito la lotta tra la propaganda dell’ideologia pagana alessandrina di Apione per l’ektheoosis caligoliana e quella giudaica  di Filone di Peri aretoon ,  che ha  la necessitas di un cambio di potere nella domus giulia, in quanto il neos  sebastos , il puer optatissimus, sognato come  colui che porta i regna saturnia,  divenuto Fetonte,  risulta guida puerile ed inesperta dell’imperium,   distruttore del kosmos!,

Penso che tu, Marco, abbia capito bene  Filone politico e il ruolo avuto a  Roma, nel momento della morte di Caligola, e all’atto della pacificazione religiosa universale,  a seguito del decreto  sulla threscheia/pietas religiosa  del nuovo imperatore,   un po’ meno quello filosofico , complicato dall’aspetto teologale della tradizione giudaica , sincreticamente congiunto. Comunque, sono commosso per i tuoi attestati di  stima per la mia ricerca storica . Grazie

 

 

 

 

Di una proposta editoriale… respinta

Professore, lei ha sempre stimato Adelphi, Einaudi e  Rizzoli,  anche se non ha mai pubblicato, con loro, nessuna opera. Ha fatto, comunque,  qualche proposta?.

Tante  volte.  L’ultima l’ho fatta direttamente a Roberto Calasso per la pubblicazione di Per un bios di Giulio Erode, il filelleno. Ho sempre stimato l’uomo, lo  scrittore  e la sua casa editrice, in quanto ritenuta  umanistico- scientifica, pur nelle sottese contraddizioni. Ti aggiungo che ho provato dolore vero alla notizia  della sua scomparsa il  28 luglio di questo anno.

Comunque, professore, lei  non ha pubblicato con lui ed anzi ha avuto risposte negative. Prova  è  questa mail in risposta alla non accettazione  della  sua  proposta editoriale, dove lei evidenzia anche la sua critica  all’opera di Calasso scrittore, celiando sulla sua bravura, confrontata con quella di Carrère-ambedue fortunati eredi di famiglia –  sminuendola  nel confronto  diretto  con la sua  faticosa e solitaria ricerca  personale.

Grazie per aver fatto rispondere ad uno sconosciuto, che ha fatto ricerca, isolata, per  decenni, sulla cultura aramaica e giudaico-ellenistica, dopo aver tradotto Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche), ed altri autori,  in una volontà di riscrivere la Storia romana dall’angolazione ebraica (Caligola il Sublime!,),   che vive dignitosamente con lo stipendio di professore di Liceo! Grazie, dunque, anche se non si è degnato di leggermi!. Eppure, vista l’età di uno, che ha qualità e competenze plurime, storiche,  tanto da presentare nel suo sito da una parte – dopo la distinzione del Regno dei cieli e del Regno di Dio-  una nuova figura di Gesù Messia Ebreo e da un’altra, la novità di Il regno di Giulio Erode, il Filelleno –  avrebbe potuto leggere o far leggere almeno qualche articolo del sito  www.angelofilipponi.com  su Erode e la siccità o su  Gesù Christos  o  Oralità e scrittura dei vangeli! Avrebbe rilevato, allora,  che esiste un  altro,  giunto all’afasia scettica e all’epoché/sospensione di giudizio, un uomo non fortunato, come lei, un suo coetaneo! Lei, saggista e narratore fin dalla nascita, proprietario e direttore della casa editrice Adelphi, che ha saputo guidare con una proficua logica economica, come un  banchiere, non come un ricercatore! Lei pure ha fatto cultura in cinquanta anni, credendo d’aver scritto qualcosa su il Libro di tutti i libri, di poter  interpretare Ezechiele e di entrare nell’oikonomia tou theou, sapendola leggere, da giusto, come un terapeuta, pneumatikos! Lei è bravo come E. Carrère  di Il Regno!. Lei  sa  coniugare  iuvare e delectare in una volontà di  miscere utile  et  dulce  per il lettore,  secondo le prescrizioni controriformistiche cattoliche, come ogni altro editore cristiano, come uno, educato secondo paideia, non secondo musar-alla forma non alla sostanza, alle parole non alle opere –! Oggi in Italia e nel mondo ogni casa editrice fa conti e vale in relazione a quanto guadagna! Il coronavirus non ha insegnato niente a nessuno: la cultura è un bene che serve!: non è forma, è sostanza dell’essere!

Professore, la sua conclusione  è beffarda  ed irriverente propria di un vecchio -bambino, che non sa vivere e chiede formalmentperdono della sua audacia verbale, in quanto  praptikos.

Mi si perdoni il parlare: sono un vecchio- bambino, vissuto nel silenzio, abituato a fare, non a parlare! Signor Calasso, lei, da editore, può seguitare a fare business, io, stolidamente, da insegnante, a fare cultura!. Buona giornata Angelo

Questa è la lettera successiva alla proposta editoriale, 8 giugno 2020, respinta, inviata Alla cortese attenzione di Roberto Calasso.

Da: Manoscritti Adelphi [mailto:manoscritti@adelphi.itInviato: lunedì 8 giugno 2020 11.49 a: Angelo Filipponi
Oggetto: Re: proposta editoriale   Gentile Signore,  abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni

Il 15/05/2020 07:30, Angelo Filipponi ha scritto: Alla  cortese attenzione di Roberto Calasso

A lei, signor Calasso, forse interessa la proposta editoriale di Angelo Filipponi, che ha fatto una revisione storica  sulla figura umana di Gesù un giudeo di Galilea  con L’eterno e il Regno, un apparente Romanzo storico, ma di fatto una  fedele ricostruzione della storia giudaica sulla base di una ricerca su Gesù qainita- un costruttore riconosciuto messia e fatto re/Maran dai suoi operai e dagli esseni, con l’aiuto dei Parthi, nel momento  della congiura di Seiano (ucciso da Tiberio il 18 ottobre 31)-.Anche potrebbe  interessarla la revisione della figura storica di Giulio Erode il grande, un civis romano, idumeo, turannodidaskalos di Augusto, un’opera in  6 libri, così suddivisi: 1. Antipatro, padre di Erode; 2.Giulio Erode Basileus 3..Alessandra, suocera di Erode.4.Erode il monarca (a.Erode e la Siccità, Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!5.Il regno di Antipatro, figlio di Erode ( a.Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne; b. La morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro. 6.L’ultimo Erode (a. Erode turannodidaskalos di Augusto? b.Giulio Archelao, figlio di Erode c.. Il falso Alessandro ed Augusto; Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome di Giulio? e. Giulio Erode il grande, filelleno). Le sono grato  se prende in seria considerazione la proposta. E’ gradita una sollecita risposta- sono un vecchio di 81 anni Grazie Angelo.

Lei, professore, insieme ad altri,  già  era stato critico nei confronti dell’ Adelphi circa il  romanzo il Regno di Emmanuel Carrère, di cui evidenziava, tra l’altro,  precisi errori storici  circa la figura di Giulio Erode  Agrippa I,  in un rilievo della scarsa attendibilità generale storica della ricostruzione del francese del contesto e della cultura  giudaica, nell’epoca del Christos – cfr. Agrippa secondo Emmanuel Carrère  in www.angelofilipponi.com  –

Marco,  rimasi sorpreso all’arrivo della mail della casa editrice, che era una normale anonima lettera di rifiuto di manoscritti.

Lei, già, allora,  pensava ad una svista  della casa editrice, anche se conosceva  la dipendenza di Calasso  dalla cultura francese e in un certo senso lo bollava come  uomo  che crede di leggere i fatti, ma non li legge,  in quanto legge solo le interpretazioni,  per cui  la sua casa editrice  a lei e ad altri studiosi  risultava  un’innocua  tigre di carta…  rispetto alla immane dittatura  globale editoriale, senza più una reale funzione storica.

Lei, infatti, ha evidenziato la progressiva  crisi dell’editoria italiana  ed ha cercato di mostrare la truffa di molti piccoli editori,  che approfittano della vanità di scrittori dilettanti, desiderosi di pubblicare un libro  anche  a prezzo  di somme, seppure consistenti,  di denaro, versato come cooperazione e contribuzione  alle spese  editoriali.  Certo, Marco, io stesso  ho pagato  per pubblicare.  cfr. Ad un editore amante della cultura e non  affarista in www.angelofilipponi.com

Secondo  me, professore,  anche Adelphi è decaduta come  Einaudi, Rizzoli e tante altre case editrici, che non pubblicano  più saggi di autori  che, dopo lungo lavoro, dànno risultanze storiche, ma puntano su scrittori emergenti  per qualche  successo o personaggi televisivi  – attori,  cuochi , calciatori ecc.-   ai fini di un  profitto immediato  oppure fanno tradurre  autori stranieri di successo, in un deserto di lettori, proni in un quadro di desolante povertà culturale, interessati  alle immagini.

Capisco, Marco.  Tu vedi  chiaramente che non riesco  a pubblicare nessuna opera storica e che l’editoria italiana  si rivolge ad un lettore italiano medio- basso facendo tradurre  dall’inglese o dal francese  o dallo spagnolo   autori che già hanno una sicura buona vendita di copie, senza neanche tentare  pubblicazioni  di scrittori, come me, che ha fatto reale ricerca storica, noto, citato e segnalato perfino  da  famosi  autori  internazionali per le traduzioni di Filone alessandrino  come Tom  Holland, DYNASTY. The  Rise and Fall of the House of Caesar, 2016  ed altri.

A lei  dispiace, professore, specie  Per un bios di Ponzio Pilato.

Certo, Marco. La lettura da parte di  pochi  amici -10 –  delle mie opere  su Giulio Erode il filelleno e su Ponzio Pilato con le traduzioni da Antichità giudaiche  di Giuseppe Flavio  (XIV,XV,XVI, XVII) come  appendice, è certamente un piccolo sollievo  per la mia anima,  ma  non è gratificante per il  lavoro  di una vita intera, tesa  alla revisione della  Storia romano ellenistica imperiale – specie giulio claudia, flavia ed antonina –  e della Storia giudaica e  cristiana.

Sorridiamo, professore, ed auguriamoci la fortuna di Alessandro Manzoni che aveva  solo 25 lettori nel periodo della revisione linguistica del suo romanzo I PROMESSI SPOSI.   Ridiamoci su e forse anche il suo romanzo L’eterno e il regno– finito nel 1999, pubblicato a  puntate su Quotidiano.it e poi in ebook,- risulterà  per tutti un vero capolavoro sulla Vita di Gesù CHRISTOS e potrà avere la meritata fortuna.

Grazie, Marco, per l’augurio.

 

 

 

GAMLA

Da

L’eterno e il regno

Anno 785 di Roma, Consoli Gneo Domizio e Camillo Scriboniano – Anno 32

I senatori votarono che Tiberio scegliesse tra di loro un gruppo a suo piacimento e che di questo gruppo ne utilizzasse venti, così come venivano sorteggiati, armati di pugnale ed adibiti come guardie, ogni volta che lui entrasse in senato… Naturalmente Tiberio li lodò e senza dubbio ringraziò la loro benevolenza, ma respinse la loro proposta.. Divenne poi più sospettoso verso di loro e da un lato disse di essere molto contento dei loro decreti, da un altro onorò i pretoriani sia con discorsi che con denaro, sebbene sapesse che avevano sostenuto Seiano, in modo tale da renderli a sé più devoti nella sua politica, avversa ai senatori.

Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,17

Dei due consoli Domizio rimase in carica per tutto l’anno (era marito di Agrippina, figlia di Germanico e padre di Nerone imperatore), mentre gli altri solo fino a quando lo decise Tiberio.
Alcuni infatti li avrebbe scelti per un periodo più lungo, altri per uno più breve, alcuni li destituì prima del previsto ed ad altri invece consentiva di rimanere, oltre la scadenza.
Queste irregolarità continuarono a ripetersi per quasi tutto il periodo del suo principato.
Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,20

Quando furono vicini a Gerusalemme , giunti a Betfage, presso il monte degli Olivi , Gesù inviò due discepoli dicendo loro: ” andate nel villaggio che è davanti a voi e troverete subito un’asina legata e un puledro con essa: scioglieteli e conducetemeli. Se qualcuno vi dirà qualcosa , dite che Il signore ne ha bisogno e subito li lascerà andare” …..I discepoli andarono e, avendo fatto come Gesù aveva comandato, condussero l’asina e il puledro, vi posero sopra i mantelli ed egli si mise a sedere sopra di essi . Moltissimi della folla stesero i loro mantelli sulla via, altri poi tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle, che lo precedevano, e quelle, che lo seguivano, gridavano dicendo:
“Osanna al figlio di David!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore !
Osanna nei cieli altissimi!”
Essendo poi entrato in Gerusalemme, tutta la città, commossa, diceva:”chi è costui? ” E le folle rispondevano:”Questi è il profeta Gesù da Nazaret della Galilea ”

Matteo, 21, 1-10

 

 

 

Gamla

 

Vista dal basso, Gamla  era un nido di aquila.

Venendo dalla grande strada regia babilonese, Jakob e Melazzar avevano preso brutti viottoli di campagna ed erano sfiancati: essi si erano staccati dal convoglio del tributo e si erano diretti verso Gamla, avevano deviato e procedevano spediti, da soli.

Ora seguivano una grande strada romana, ma erano nervosi e digrignavano ambedue i denti, vedendo le erme di Mercurio, erette ai margini, ed abbassavano la testa, con i cappucci calati, davanti ai romani, che facevano pagare, con arroganza, i pedaggi.

I romani bloccavano ogni cinque miglia, nelle strade, i viandanti e si facevano pagare, altrimenti punivano: erano come gli avvoltoi.

Ad ogni ponte c’era una guarnigione che riscuoteva : bisognava pagare anche sulla propria terra!

Questo pensavano i due fratelli, che guardavano in alto e vedevano Gamla e dai dirupi di Gamla vedevano scendere verso il basso avvoltoi in picchiata, dopo vari volteggi e roteazioni.

Ormai vedevano Gamla e per loro era un sollievo: lì avrebbero fatto tappa e i fratelli li avrebbero dissetati, assistiti, ripuliti e rifocillati.  Il pane e l’olio  gaulanita erano rinomati in  tutta la Galilea, ed  anche in Giudea  ed in Idumea e perfino in Egitto.

Ora  i due si rasserenavano, mentre attaccavano la salita per Gamla e proseguivano compunti e composti, come voleva la legge: erano in un territorio, dominato da un sovrano ebreo, Filippo, un erodiano, un romanizzato ma sempre un giudeo, che poteva ricordare che Dio è al di sopra di ogni cosa e di ogni uomo.

Si erano uniti a loro due giovani di Gamla, che avevano seguito con interesse le manovre dei romani, che avanzavano da sud, e li avevano esaminati mentre marciavano sei a sei ed occupavano con la colonna tutta la strada e spingevano arrogantemente, da padroni, i passanti verso la campagna.

Avevano seguito con lo sguardo, finché avevano potuto, con eccessivo interesse, così aveva pensato Melazzar, a cui non sfuggiva niente e che soprattutto conosceva l’animo umano.

Aveva notato perfino che i due seguivano il volo degli avvoltoi, guardavano i romani e sputavano: egli sapeva leggere non solo i libri sacri e penetrarli allegoricamente, ma sapeva leggere anche gli atti, i comportamenti e trovare le relazioni più profonde, con una sapienza che non era libresca , ma si nutriva di esperienza, che era frutto di meditazione e di ascesi.

Non era freddo, ma Melazzar, forse perché stanco, aveva qualche brivido e, forse perché agitato, si rinchiudeva nel suo mantello : a metà autunno faceva freddo in Gaulanitide e tirava vento.

I giovani, ora, si erano accodati ai due esseni e vedendo il più anziano, affaticato, si offrirono di portare i sacchetti, che i due avevano, e confidavano loro le notizie sui romani, sulla loro disorganizzazione, dopo la morte di Seiano.

Parlavano molto e lo potevano fare: un esseno è un giusto e nessuno in Israel può dubitare della fede in Dio e dell’odio verso i romani di un gadosh(santo).

Heliaqim, un quindicenne, secco secco e con capelli neri, ricci ricci, sembrava un arcangelo, grazie a due occhi grandi e sereni, nonostante le parole di odio.

Questi diceva, festoso, con la sua bocca carnosa, in cui si intravedevano denti bianchissimi, al suo amico, un giovane di una ventina di anni, solido e roccioso, dalla muscolatura possente e dal collo taurino: Joiada , il Regno dei cieli è vicino! Il loro impero si è spaccato, ora è il nostro tempo!

Ma l’amico lo zittiva, con lo sguardo.

Ora è il nostro tempo! ripeteva Heliaqim, insolentemente, ed aggiungeva frasi, proprie della sua formazione. Noi di Gamla siamo i prediletti  del  Signore, che protegge noi e la città. I romani  temono noi e i grifoni. 

L’amico, invece, lo correggeva.

No, disse Joiada, no, non è il tempo dei gaulaniti, ma è il tempo di Shaddai. Adonai sia con noi!

Amen! disse Melazzar, entrando nel discorso ed approvando le parole del più anziano, Adonai sia con noi. La morte del nostro persecutore è segno di grandi eventi: l’Adir si è ricordato di noi e ha diviso i nemici e li ha resi canne al vento; presto saranno nostra preda; noi ora dobbiamo seguire Jehoshua, capire la sua volontà, attendere il suo cenno.

Al nome di Jehoshua i due si guardarono,  ma non dissero niente.

Erano, comunque, sorpresi.

I giovani si rallegrarono, specie Joiada, che indicò ai due esseni Gamla, che sovrastava.

Eccola, Gamla!

Le case, costruite sui ripidi pendii, erano strettamente disposte, l’una sopra l’altra, tanto che la città sembrava sospesa e quasi sul punto di cadere su se stessa e precipitare su una nuvola bianca, che stazionava quasi alla base della città verso oriente, sopra una folta boscaglia, mentre il sole stava tramontando.

I quattro, arrivati su un cucuzzolo di un costone, vedevano meglio Gamla e l’ammiravano con diverso animo.

Ora si vedeva che la città era adagiata su un piano, lungo un crinale, che era un dirupato costone, diviso nettamente, su due gradoni rocciosi.

Sul primo, che finiva in uno sperone di basalto, proteso nel vuoto, c’era un gruppo di case meglio curate, tra cui spiccava un edificio rettangolare,   mentre sull’altro, più basso, ma più impervio, tanti cubetti bianchi, assiepati, che risplendevano alla luce del tramonto.

Gamla era tipica per l’ammasso  roccioso di basalto,  su cui tutto il paese era arroccato e su cui nidificavano gli avvoltoi: i suoi abitanti, perciò, apparivano ai corregionali uomini contraddittori, cammelli pacifici e rapaci feroci.

D’altra parte nel suo insieme la città poteva dare l’idea della testa di un cammello.

Gamla era divisa anche per abitanti da tempo immemorabile e solo nell’ultimo secolo, dopo interne lotte,  le due etnie si erano accettate  e condividevano appositi spazi,   ben ripartiti : quello in basso era abitato da goyim-pagani, l’altro da giudei.

Giudei e Goyim, dal  periodo  di Iamneo, convivevano  pacificamente.

E’ bella Gamla! fece ingenuamente Heliaqim, vedendo i due esseni che l’ammiravano e noi viviamo fraternamente in paese, aggiunse il ragazzo.

Non sempre fraternamente diceva, ammiccando, Joiada, ora fraternamente perché noi dominiamo e i romani non vengono quassù in alto.

I goyim rispettano noi, che siamo armati e forti, e noi li rispettiamo secondo la legge di Mosé; quando loro dominavano, noi eravamo succubi e la nostra vita era precaria, le nostre botteghe incendiate, i nostri artigiani costretti a lavorare come schiavi: Seiano, avendoci tolto i diritti civili, ci aveva fatto servi degli altri popoli, ma ora coi figli di Jehudah,  noi siamo liberi e presto tutto Israel sarà libero.

Noi, diceva pomposo il ragazzo, libereremo anche la santa Jerushalaim. Sia benedetto Adonai!

Amen, ripeteva Melazzar che aggiungeva: un solo grido deve echeggiare, però: venga il Regno dei cieli e tutti dobbiamo seguire il mashiah! Adonai così vuole!.

A Gamla, i figli di Jehudah avevano riunito i loro guerrierizeloti e con loro avevano creato una rocca imprendibile e da lì facevano spedizioni punitive contro i sadducei e contro i romani, spesso interrompendo le comunicazioni, a volte attaccando i convogli, servendosi anche dei figli di Zimari  che, dalla Traconitide, venivano con le loro barbe squadrate, da babilonesi, seminando il terrore nei romani per la precisione delle loro frecce e per la rapidità di attacchi equestri.

I figli di Jehudah erano i signori di Gamla e dominavano per tutta la zona e come ogni israelita volevano l’attuazione del Regno dei Cieli: erano rapidi nelle loro incursioni e spietati come gli avvoltoi.

Essi avevano sentito parlare di Jehoshua, e siccome alcuni avevano riferito di cose magnifiche e avevano visto i segni della sua potenza, avevano mandato dapprima uomini dal loro parente Jahir e poi dal Maestro di Giustizia a chiedere se quello era il santo di Israel, il Mashiah.

Jakob, il figlio maggiore di Jehudah, aveva mandato perfino suo fratello Shimon a contattare la comunità di Caphernaum con molta discrezione, senza impegno: era un capo prudente, un saggio, un maestro della legge, come suo padre, ma rispettava molto il parere degli esseni: l’ultima parola doveva essere del maestro di Giustizia.

Aveva saputo che Melazzar tornava dall’Adiabene e che lui aveva l’incarico di comunicare la lieta novella, di collegare gli zelanti di fede, di formare alleanze.

Melazzar era il nabi che conosceva la volontà di Dio; Melazzar era l’uomo con cui Jakob doveva incontrarsi.

Il capo zelota aveva, perciò, fatto incontrare il profeta coi suoi due uomini ed ora lui in persona era sceso dalla sua casa, posta proprio sul cucuzzolo dello sperone e veniva giù seguito da un numeroso gruppo festoso, pronto ad accogliere i due nuovi arrivati.

Era il giorno prima del sabato e tutti erano festosi e perfino i goyim sembravano felici, contagiati dall’allegria degli altri. Anche le donne erano uscite con i bambini, che battevano le mani per testimoniare la loro gioia: i due uomini si erano purificati del lungo cammino, ed ora, lavati, avevano ai loro piedi, posti in larghi catini, pieni di acqua calda, donne che asciugavano i piedi, li strofinavano e riscaldavano, profumandoli.

Ora si erano appartati il capo zelota e Melazzar.

I due erano l’uno di fronte all’altro; erano due servi di JHWH, due Chakamim di Israel.

Il capo zelota era anche un dottore della legge, un Chakam, uno dei più riveriti chakamim che portava i Tefillin, i filatteri, due scatolette legate da strisce di cuoio, contenenti brani della Torah, applicati alla testa e al braccio, come segno di preghiera, ma anche come distinzione in quanto interprete della legge.

L’esseno, magrissimo ed altissimo, era l’espressione di un ascetismo congiunto col duro lavoro agricolo.

Il primo cominciò a parlare di Dio, della missione della sua famiglia, di suo nonno Ezechia e di sua padre Jehudah, e diceva: Adonai ha dato alla mia famiglia il compito di mostrare la via, il diritto di guidare gli uomini, poi…, a metà strada, il nostro dovere sembra cessare, la nostra funzione sembra inutile 

Adonai vuole solo questo: noi dobbiamo aprire la strada per altri, che devono venire… Adonai frena il nostro dovere, ci arresta prima di concludere… noi eppure siamo della stirpe di David…

Eppure mio nonno lottò, lottò per YHWH e il suo popolo, ma YHWH lo mise nelle mani di Erode e lui è stato cantato dalla Toledoh; mio padre lottò e si sacrificò per YHWH e il suo popolo ma YHWH lo consegnò nelle mani dei romani e tutti cantiamo le sue gesta.

Io e i miei fratelli Shimon e Menahem abbiamo lottato e lottiamo ma siamo rilegati quassù lontano da Jerushalaim e speriamo…

YHWH a tutto provvede, tutti segue, nessuno è escluso, disse Melazzar, notando le interruzioni di discorso e le pause; il vostro compito è grande quando viene il tempo di Israel, il tempo della rinascita, quando il resto di Israel trionfa.

Shaddai predilige l’eterno e il regno, ‘Olam e Malkuth; è questo il tempo del regno eterno: tempo (‘et) e destino (pega’) raggiungono tutti.

Io e i miei fratelli avevamo pensato che tra noi discendenti di Isai ci fosse il Mashiah, che Adonai ci perdoni!, ma sappiamo che non è questo il nostro compito: noi dobbiamo morire per Israel, solo questo ora sappiamo.

Per noi è tempo di morire: la corona (keter) di martiri Il Santo ha riservato a noi.

Certo, precisò Melazzar, mettendo la mano sua piccola sopra la mano grande ed aperta di Jakob e guardandolo fisso negli occhi, certo, così vuole YHWH: gloria diversa, ma gloria per i suoi figli migliori, destinati a combattere e a morire.

E’ giunto il tempo di Israel: tutti dobbiamo seguire il proprio destino, fino in fondo: ogni giudeo sempre ricorderà Jakob e i suoi fratelli e il padre e il nonno.

YHWH ha posto l’Eterno e il Regno in Jehoshua; la vostra famiglia è segnata solo di tempo .

YHWH ha già scelto il suo prediletto, lo ha già unto di sua mano con segni speciali e col potere di vita e di morte.

Lodiamo YHWH e diciamo insieme :

Anche l’uomo non conosce il suo tempo

Come i pesci catturati in una rete maligna, come

gli uccelli presi al laccio!

E l’esseno concluse: Gioisci con noi, Jakob! Il Regno dei cieli è vicino!

Si alzò dalla panca Jakob e Melazzar vide un gigante, ancora giovane, potente, che si abbassava per baciare le mani, che erano stese sul tavolo, con devozione, con un atto di ringraziamento verso l’esseno, il servo di YHWH, che gli aveva comunicato la sua volontà.

E poi, sempre chino, con la testa bassa, ricciuta, disse: Sia fatta la volontà di YHWH, la mia destra come quella dei miei fratelli, sarà sempre in difesa di Israel: io sono figlio di Jehudah e nipote di Ezechia. Il santo, l’adir, l’unto mi avrà al suo fianco, quando vorrà, quando sarà giunto il suo tempo!

All’uscita dalla stanza c’era una folla di giudei, che gridava e che applaudiva, consapevole che era avvenuto qualcosa di grande per Israel: un capo zelota, come Jakob, e un capo esseno non si incontravano per caso a Gamla.

Specie dopo la morte di Seiano, la mancanza di collegamento tra Roma e la Siria e il caos, in cui si trovava la regione, ora pressata dalle milizie parthiche al confine e dagli uomini di Asineo, avevano reso euforica la popolazione gaulanita, che inneggiava ai suoi capi e che gridava: Malkut ed imprecava contro il proconsole siriaco, contro Filippo, contro Ponzio Pilato e contro Erode Antipa.

Ormai tutti i gaulaniti speravano nella venuta del tempo del Regno dei Cieli, nella cacciata dei romani: la morte di Seiano era l’inizio per loro di una nuova era, quella del nuovo patto con Dio che avrebbe sterminato la guarnigione dell’Antonia, quella di Caphernaum, la legione di Cesarea e le 4 legioni siriache del proconsole Pomponio Flacco, unico garante dell‘imperium di Tiberio, in mezzo a tanti, che avevano seguito il perfido ministro imperiale.

Gli abbracci, le grida, i lulav significavano già l’inizio di una nuova età.

I detti sublimi di Caligola

Da Svetonio e da Seneca, scrittori di lingua latina  più che da Flavio e da Filone e da Dione Cassio, autori di lingua greca, conosciamo i detti di Caligola.
Noi li abbiamo raccolti e poi commentati secondo il nostro metodo, cercando di spiegare esattamente la situazione o l’episodio che  ha partorito l’enunciato, operando  sul contesto in modo da dare possibilità effettiva di valutazione, al di là della interpretazione delle singole  parole e della loro esatta traduzione.
Noi crediamo che l’autore, a seconda della sua  lettura,  condizionata dal tempo di scrittura  rispetto al tempo di reale fonazione dei singoli morfemi, scriva, a distanza di anni, avendo di mira la dissacrazione della famiglia imperiale giulio-claudia e quindi dia valore ai termini in relazione alla nuova situazione.
Inoltre pensiamo che la storia è continuamente riscritta dai vincitori, che devono necessariamente farsi belli di fronte ai posteri a scapito di quelli che li hanno preceduti, per cui essi appaiono sempre all’apice di ogni manifestazione culturale  appoggiati da un’ élite  intellettuale prona  al servizio del potente signore.
Ad ogni cambio di domus dominante e ad ogni trasformazione epocale – specie dal passaggio da una civiltà e cultura pagana ad una cristiana – tutta l’area significantica e quella significativa cambiano ed hanno una sistema di referenza diverso  in relazione alle nuove elaborazioni letterarie e culturali  e allo stesso ambiente socio-economico: la lingua stessa è mutata dal cambiamento di gestione e dagli scrittori nuovi  che hanno un linguaggio tipico, una retorica propria di un sistema di significazione, in quanto devono tradere una cultura che, solo in apparenza, ha la stessa base linguistica  svuotata dei vecchi contenuti e riempita di nuovi evangeloi.
Ora noi  procederemo in modo semplice in relazione al testo di Svetonio che ci fa da guida, tenendo presente che  lo storico aneddotico scrive in epoca Flavia ed Antonina ed ha particolari interessi anti giulii.
Quando leggeremo  secondo Filone, terremo presente non solo la personalità dell’alessandrino, la sua famiglia oniade, il sistema economico degli alabarca, ma anche la sua  interessata filoromanità, diversa da quella dei sadducei gerosolomitani,  ma anche il suo settarismo di giudeo ellenista  contrario ai giudei aramaici, ostile a Caligola  neoteropoieths e uomo-dio teso all’extheosis: ogni enunciato, quindi, pur di prima mano non è quello che appare  per come è scritto, in quanto prende valore solo dopo la morte del persecutore dell’ebraismo ed ha valore apologetico: esso ha una sostanza, sottesa, molto più pesante di quanto è detto.
Compito del vero storico è rilevare l’ambiguità del detto nascosto dalla retorica e dalla forma di accettazione del principato di Claudio che risolve il problema giudaico,  ma diventa anche lui espressione ambigua di un proclama che è sostanzialmente antigiudaico, in quanto limita l’espansione del giudaismo, dando ad ogni popolo pari libertà di culto (threesheia) nel Kosmos romano. cfr. Giudaismo romano II e.book 2014
Ora tutto è ambiguo ed equivoco  in storia e niente è semplice specie in Filone platonico anche perché  il platonismo è prefazione del Vangelo stesso  e del cristianesimo
La lettura di Caligola secondo Flavio, sacerdote figlio di sommi sacerdoti,  governatore della Galilea nel periodo di guerra antiromana, difensore di Iotapata contro Vespasiano, presenta infinite difficoltà, dato il tradimento da parte di Josip ben Mattatia che, divenuto schiavo di Vespasiano, ne assume il nomen e diventa Flavius, storico ufficiale …
La sua storia è uno scrigno dove l’ambiguità giudaica è serrata e continua,  data anche la non scrittura del testo affidata a scribi ellenisti, traduttori, in quanto lui, come sacerdote, non può neanche pensare in greco e tanto meno scrivere per non contaminarsi , nonostante la sua apostasia.
Ancora oggi diciamo che un prete è prete per sempre, dopo l’unzione SACERDOTALE; cosa dire di uno come Flavio che è ebreo di stirpe sacerdotale, abile a mascherare, al fine della sua stessa carriera politica e del personale e familiare  benessere non solo le sue parole, ma anche le sue stesse opere?…
La storia di Flavio  è opera criptica, vera storia romana e vera storia ebraica, archailogia iudikh da mettere in connessione con quella ellenikh e con quella romaikh, con la presunzione tutta giudaica di essere il popolo eletto,  il popolo eterno ancora oggi valido secondo  B. Netanyahu  rispetto agli Stati Uniti – popolo effimero e transitorio come gli Assiri, Babilonesi – anche se alleato e deciso a proteggere la nazione israeliana dal l’Iran di M.Ahmadinejab…
Per Seneca  le frasi riportate come dette da Caligola   formano  un discorso a parte, come l’ho già fatto in Caligola il sublime, alle cui conclusioni rinvio…
Per quanto riguarda Dione Cassio, autore dell’epoca dei Severi, la sua valutazione è in relazione alle tante  fonti da cui dipende, per cui,  in assenza di precise documentazioni, bisogna pensare che la sua dipendenza sia da quella o giudaica o da quella latina (Svetonio e Tacito, sul quale c’è un buco circa la figura totale di Caligola.)…
Per ora noi prendiamo in esame il giuramento completo come lo deduciamo dalle fonti, specie da quella su Ummidio Quadrato, ma rileviamo solo l’aggiunta che fu fatta dopo pochi mesi in modo da comprendere anche le sorelle: quod bonum felixque sit C,  Caesari  sororibusque eius  –  o meglio  neque me liberosque meos cariores  habebo quam Gaium et ab eo sorores eius.

Iniziamo, allora con le citazioni sublimi, partendo da Omero: La prima  è in Iliade II,204 ….eis koiranos estoo/ eis Basileus
Caligola afferma che ci deve essere un solo capo, e, quindi, un solo re  e, perciò, pretende di mettere il diadema, volendo immediatamente trasformare la ridicola pagliacciata di Augusto e  di Tiberio, che si erano mantenuti sul piano formale repubblicano per trasformare la forma del principato in regni formam.  A questo aggiunge  la volontà di essere re secondo i riti orientali, propri della basileia ellenistica  e, quindi, crea l’apparato  propagandistico dell‘ektheosis.
Da qui la seconda frase omerica  rivolta, minacciosamente, contro Zeus:  H m’eir’ h egoo se /o togli di mezzo me o io te – Iliade XXXII, 724 –
L’aut aut  non tende a spiegare, ma a far comprendere al popolo, all’esercito e ai senatori-protoi,  la collocazione della frase in un discorso effettivo, fatto dall’imperatore, deciso, nella sua condizione di sovrano assoluto,  ad avere le stesse prerogative divine dell’ unico Upsistos / Iuppiter,  Zeus, YHWH,  in relazione alle tre etnie dominanti, romano- latina occidentale  e le due orientali, quella greca e giudaica.

Noi siamo convinti che non si ricostruisce la storia con una frase o con un gruppo di frasi, in quanto certi  dell’errore retorico di Livio ( e di Tacito) e degli storici greci, che facevano discorsi quando non conoscevano i fatti, in modo da dare possibilità di orientamento nella storia degli avvenimenti, legati fra loro secondo una successione causale e temporale, a chi, lontano nel tempo, avrebbe letto, interpretando i termini aggiunti  come abbellimento  nella funzione di congiunzione.

Neanche Hitler e Mussolini avrebbero potuto competere e neppure Berlusconi lo potrebbe con Caligola, adorato come Dio in quanto superiore di molto per mezzi, potere e seguaci.

Tenere unito l’impero romano e dare l’illusione di una nuova età dell’oro era impresa molto più complessa che unificare una pars (come Germania o Italia).  Poca cosa sono gli slogan nazisti e fascisti –Ein Volk, ein Reich ein Fueher- vincere, vinceremo, dux mea lux, dux nobis – come ogni propaganda monumentale sia quella berlinese di Albert Speer che quella  romana di Giuseppe Sacconi!.

L’ altare della Patria coi gruppi scultorei del Pensiero, dell’Azione, della Concordia, della Forza, del Diritto, coi bassorilievi del Lavoro che edifica e feconda, dell’Amor Patrio che combatte e che vince, con le fontane dell’Adriatico e del Tirreno, con le statue delle Regioni d’Italia, coi mosaici della Fede, della Sapienza, della Pace e soprattutto con le quadrighe dell’Unità della Patria e della Libertà dei cittadini, può dare un’idea della propaganda imperiale giulio-claudia  destinata a  lasciare segni  con la Domus aurea – e  poi con l ‘Anfiteatro Flavio e archi di trionfo  e con le colonne  antonine-.

Perciò, ogni frase di Caligola deve essere studiata ai fini di una propaganda alessandrina, fedele interprete de pensiero divino del monarca.

In seguito,  se campo,  cercherò di riportare le frasi, sublimi, dette  di Caligola, che ho già selezionate, ma lo farò a tempo opportuno, in modo da fare entrare il lettore in reale  situazione storica: questo articolo è stato scritto  qualche anno dopo la pubblicazione di Caligola il sublime, una diecina di anni prima di Incitato il cavallo di Caligola, in altri momenti!.

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo