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Commento di Marco Calistri a “Caligola il sublime”


Il libro ha rappresentato per me un’eccellente occasione per capire meglio il periodo, cruciale per la storia romana, corrispondente alla vita di Gaio Caligola. Anche nel mio caso, da studente mi sono imbattuto su una banale descrizione della vita di Caligola, basata sul fatto che lui fosse pazzo. Leggendo il libro mi sono reso conto invece della situazione particolare delle fonti storiche di questo periodo, fonti su cui Filipponi ha fatto un lavoro notevolissimo, e alla fine l’autore mi ha convinto della genialità, sublimità, dell’azione politico-religiosa di Caligola nei suoi 4 anni di impero.
Pur essendo io un amante della storia e della stotiografia, NON sono uno studioso e non ho nemmeno una formazione classica, conosco il latino in modo sub-elementare.
Naturalmente, quindi, non ho seguito pienamente alcune parti del libro; in particolare quando, all’inizio del libro, l’autore approfondisce in modo più massiccio alcune caratteristiche di quegli storici e filosofi, che hanno trattato di Caligola (p.e. il discorso sulle “Furie” di Seneca).
Ma, nonostante questo, ho apprezzato il libro per intero, perché il taglio che ha il libro è gradevole e piacevolmente lineare.
Per me, oltre al lavoro sulle fonti, il grande valore del saggio è riscontrabile in due aspetti; il primo è l’articolata descrizione dei principali personaggi storici che influirono nella breve vita di Caligola: Germanico, Agrippina, Tiberio, la nonna Antonia, Erode Agrippa. Bella descrizione anche dal lato psicologico. Il secondo aspetto è che dal libro emerge con chiarezza la differenza tra la politica di Tiberio (di carattere tradizionale e conservativo, rispettoso del senato e del ceto equestre) e la nuova politica di Caligola, basata sulla “neoteropoiia” e sulla “ektheosis”. Nella seconda parte del libro, la nuova politica e il tentativo di divinizzazione dell’imperatore (che poi è la prima causa del conflitto con ebrei aramaici e alessandrini) sono molto ben descritti.
Sento di consigliare il libro sia agli “addetti ai lavori” sia a chi, come me, piace l’approfondimento storico.

Confermo, come il lettore precedente, che la veste grafica del libro è banale, vecchia, e non all’altezza dell’opera.

Commento di Marco Calistri | 4 febbraio 2011 |

Niccolò II e i normanni

I parte

Logos endiathetos /logos pensiero e logos prophorikos/logos parola… Se si esamina il logos, da parte della morale, esso ha triplice valenza:

a. E’ fonte e sede delle “virtù ideali”, cfr. De posteritate– principio e fonte delle azioni moralmente buone

b. E’ guida e maestro di virtù, christos ,paolino, figlio del Padre e Sapienza…

c. Suscita  nelle anime, quindi, la virtù perché vivificatore  in quanto spermatikos  essendo la radice di ogni virtù come orthos logos  cfr III libro di Allegorie. O spermatikos  kai gennetikos  toon kaloon logos orthos/ la retta ragione è forza fecondatrice  e generatrice  dei beni. … Dio è  bontà e sovranità/E’ potenza creatrice e potenza regale e come tale  ha potenza legislativa  punitiva creatrice, regale  benefattrice.

*Nonno, ho letto Filioque e il concilio di Toledo, www.angelofilipponi.com e, pur non avendo capito la questione sulla processione di Gregorio di Nazianzo, ho dubbi, comunque, sul contesto storico, in cui avviene la reciproca scomunica tra Chiesa bizantina e quella romana, e perciò, chiedo come sia l’Italia meridionale nel periodo dei normanni con Roberto il Guiscardo 1015-1085, all’epoca dello scisma tra Ortodossi e Cattolici nel 1054!.

Mattia, tu vuoi conoscere la situazione dell’Italia meridionale quando arrivano i normanni? Ti mostro la cartina, da cui puoi vedere che ci sono tre themata, bizantini, quello di Longobardia, quello di Lucania e di Calabria, oltre ai domini ex longobardi del ducato di Benevento, indipendenti, a vario titolo (Capua-Gaeta, Napoli -Amalfi, Salerno e Benevento) mentre la Sicilia, da quasi due secoli è sotto gli arabi. I normanni, uomini razziatori noti da secoli con vari nomi, barbari, incolti, pagani, come pellegrini, fedeli al culto di s. Michele, vengono a contatto con le popolazioni meridionali d’Italia, agli inizi dell’undicesimo secolo ed hanno due sedi una di Ariano, della famiglia Drengot Quarel ed una di Melfi degli Altavilla, assegnate loro da duchi longobardi per i servizi militari, prestati contro i bizantini.

Cartina inglese in relazione all ‘anno 1053

*Quando inizia il fenomeno normanno e come sorge una nuova potenza unitaria in un’ Italia meridionale, dominata dai bizantini, da longobardi e da arabi? Nonno, dalla cartina, rilevo quanto tu dici, ma non mi è chiaro l’assetto della zona abruzzese-molisano- campano.

 Mattia, tutto deriva dalla formazione statale, verificatasi sotto Arechi II (758-787), duca di Benevento,  proclamatosi principe, a seguito della vittoria dei Franchi sui longobardi di Pavia e di Spoleto, fattosi ungere re dalla gerarchia ecclesiastica bizantina, come poi farà Carlo Magno con quella latina di Leone III nell’ anno 800, per affermare  la continuità dinastica e politica del regno longobardo nel principato beneventano.

*Nonno, mi sposti, ora, all’ottavo secolo?

Mattia, senza questo dato, non posso farti la situazione reale dell’ epoca dello scisma.

*Bene. Seguita allora!.

Il principe aveva sovranità su un territorio, ampio, a nord ovest, fino al corso dei fiumi Garigliano e Liri, e a nord est, fino al fiume Pescara, inglobando l’attuale Campania, il Molise e parte dell’Abruzzo, mentre, a sud, il confine del principato era precario a causa  della presenza bizantina. Il suo principato, comunque,   arrivava, sulla carta, anche in  Lucania e parte della Calabria, fino a Cosenza, oltre ad una parte del territorio pugliese, – escluso il Salento, che era, di fatto,  in mano imperiale -. Alla morte del principe Sicardo (832-839), succede una grave crisi dinastica, che scinde il principato in due quello di Salerno e quello di Benevento (849), quando già da Salerno si distacca Capua, capoluogo di contea, che diventa,  nel 900, un principato indipendente. Infine  solo con  Pandolfo I Capo di Ferro (961-981), principe di Capua e duca di Spoleto,  si torna ad un’unità territoriale, per poi dividersi nuovamente in tre principati, mentre i rimanenti possedimenti bizantini nel Sud vennero riorganizzati in una nuova provincia, detta catepanato (metà X sec.), con capitale Bari, costituita dai temi di Lucania, Puglia e Calabria. Nel frattempo, l’impero bizantino riprende il controllo della costa laziale e campana, per cui sorgono i ducati di Gaeta e Napoli, e la repubblica di Amalfi, collegata coi bizantini.

*Bene. Ho capito. Devo ancora comprendere, comunque, la situazione del 1053.

Mattia, si può dire che la comparsa di gruppi di guerrieri normanni, venuti in Italia come mercenari dalla Normandia (cfr. S. Michele www.angelofilipponi.com) ad ondate – prima i Drengot, poi i fratelli Altavilla, figli di Tancredi e di Muriella (Guglielmo Braccio di ferro, Drogone e Umfredo) poi i figli di Tancredi e di Fressenda (Roberto il Guiscardo e Ruggero, legati come vassalli ai fratellastri) origina una nuova divisione di potere, dopo un decennio circa, essendosi affermato da una parte Umfredo d’Altavilla a Melfi e, dall’altra, Rainulfo Drengot ad Aversa.

*Nonno, in un’ Italia meridionale, già divisa, si moltiplicano le suddivisioni territoriali, anche per opera dei nuovi venuti mercenari, ricompensati con benefici feudali.

Certo. Mattia. I capi normanni venivano pagati con piccoli feudi, vincolati in vassallaggio tra loro e i principi longobardi e bizantini, in una opposizione solo al papato romano, che faceva una politica antilongobardica ed antibizantina ed aveva grande influenza grazie al monastero benedettino di Montecassino, quando ancora i rapporti tra Leone IX e l’imperatore germanico Enrico III sono regolati da un reciproco rispetto, essendo i papi, tedeschi, eletti dalla casa Franconia. Il nome di papa Leone IX, infatti, è Brunone von Egelsheim-Dasburg, che è il quarto papa tedesco, il cui predecessore si chiama papa Damaso II – Poppo von Brixen, che ebbe un pontificato di soli 23 giorni, a seguito del papato triplice, tormentato, di Benedetto IX, un Teofilatto che per tre volte prese il titolo di papa ed una volta se lo vendette nel 1045- amando vivere come un sultano orientale- dopo dodici anni di regno (1033-1045), per infine riprenderselo per il triennio 1046-48. Anche papa Vittore II (1054-1057) è un tedesco di nome Gebhard von Calw-Bollendstein -Hirshberg, il cui successore è il francese Niccolò II (dicembre 1058 -1061), Gerard di Borgogna- un militare che aveva cacciato con le truppe da Roma l’antipapa Benedetto X-.

*Nonno, è un brutto periodo per la Chiesa, anche se ci sono papi tedeschi riformatori.

Mattia, forse il più brutto della storia per la condotta morale dei papi -(la cui elezione è sottoposta alle potenti famiglie romane dei Crescenzi -Colonnesi, dei Teofilatto-Frangipane e di Pierleoni-Frangipane, che rispettivamente, a Roma, eccellono per negotia, castella, e pecunia). I papi sono eletti in relazione alla loro consociazione e all’ avvento dell’imperatore di Germania che, servendosi del Privilegium Hothonis dà il titolo di pontefice, anche nel periodo della riforma cluniacense, nel clima di uno scisma tra ortodossi e cattolici, nel contrasto e nella lotta per le investiture tra papato cattolico e il sacro romano impero germanico, e sfrutta la particolare conversione dei normanni che, in un territorio bizantino di culto ortodosso, si dicono fedeli del papato romano, che predica il celibato, contro il nicolaitismo, abiura alla simonia, proclamando anche la crociata contro gli arabi e perfino contro i bizantini e i loro riti, cancellando di colpo la storia secolare delle popolazioni meridionali, abituate a vedere i preti sposati e con figli, soggetti al potere imperiale di Bisanzio, nuova Roma. La chiesa romana, così, con i papi tedeschi – che si oppongono alla famiglia dei Teofilatto e al papato dissoluto di Benedetto IX, grazie all’aiuto congiunto della famiglia di origine ebraica, romana dei Pierleoni, e a Goffredo il barbuto di Lorena,( che propone ed impone suo fratello Stefano IX, con l’intenzione di farsi eleggere imperatore al posto di Enrico III di Franconia, avendo sposato Beatrice di Bar, vedova di Bonifacio di Lorena e di Canossa, padre di Matilde di Canossa) inizia una moralizzazione di costumi, grazie ai princìpi degli abati di Cluny e al pensiero riformistico di Ildebrando di Soana,- che è consigliere dei papi per un venticinquennio,- sostenuto a Roma dai parenti della madre, figlia di Leone di Benedetto Christiani (cfr . Chronicon mauriniacense in MGH SS XXVI 39 e in Mirot Paris 1908 ; cfr. W. Martens , Gregor VII . Sein Leben und Wirchen, Lipsia 1894, cfr. P. Fedele -Archivio Soc. Rom. ST.Patr.XXVIII,1905- , cfr. R. L. Poole, Studies in Chronology and History, Oxford 1934; Pier Fausto Palumbo- lo Scisma del MCXXX, Roma 1942-,cfr. Liber pontificalis ed.Duchesne, Paris 1888-92 e F. Gregorovius, Storia di Roma nel Medio evo, Torino 1925)-.

Salterio di Utrecht- Biblioteca-

Nonno, io ti ho visto, fin da bambino, sempre leggere testi antichi, codici latini e greci, ma da quali fonti hai tratto le notizie semplificate e sintetizzate per me ragazzo di 14 anni, per parlarmi dei normanni e dei papi e della riforma gregoriana nella società medievale?

Mattia, ho sempre cercato di capire la vera identità del civis europeo e comprenderne la sua reale natura romano-ellenistica, secondo due diverse cristianizzazioni, quella catholica occidentale e quella bizantina orientale, in lotta col paganesimo scandinavo -normanno e con l’islamismo, che contemporaneamente nel IX secolo iniziano la penetrazione nel mondo cristiano,( che, in modo diverso, ingloba ed integra in circa due secoli il primo fenomeno, mentre il secondo rimane una civiltà tipica, monoteista della stessa radice greco-romano- giudaico cristiana , separata, antichristiana in lotta per la supremazia nel Mediterraneo a lungo, per secoli, anche dopo alcune integrazioni in territori come la Sicilia e la penisola iberica). Il mio lavoro di approfondimento è risultato una ricerca totale, religiosa: ho dovuto operare sui decreta papali, sui regesta, sui codici per la storia del papato e della Chiesa, ma anche sulle cronache e sulle leggi e costituzioni feudali; ho lavorato molto sugli acta, mentre per il papato e la riforma cluniacense ho operato anche sul Liber pontificalis -ed. L. Duchesne, Parigi 1880-84 – ed ho tenuto presente le lettere di S. Pier Damiani e di ber s.Bernardo di Clairveaux in Patrologia Latina,- Migne vol. 144-145 -mentre sui normanni e la loro impresa in Italia mi sono fidato di Amato di Montecassino -L‘histoire de li Normanni, edito da De Bartholomaeis oltre a De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis di Goffredo Malaterra, a cura di E. Pontieri.

-Monastero di Montecassino

*Nonno, hai fatto lunga ricerca, specie su Gregorio VII ( 1015-1085) e sui papi riformatori ?

Da tempo ci lavoro, da almeno 30 anni, da quando dimostrai in una tesi la legittimità dell’elezione a papa di Anacleto II Pierleoni rispetto a quella illegittima di Innocenzo II Papareschi, ritenuto vero papa alla morte del rivale nel gennaio del 1138, anche se sostenuto dall’imperatore, dalla casata regia di Francia , da Bernardo di Clairveaux e dal segretario pontificio Aimericus. Anche in lavori precedenti il 1130, quelli relativi l’anno 1045, quando il papa Benedetto IX vende a 3000 libbrae il papato a Gregorio VI , tal Johannis Gratianus di Leone, figlio di Benedetto Christiani, che, accusato di simonia, viene condotto in esilio in Germania col suo giovane segretario Ildebrando di Soana, suo nipote. cfr Studio sui manoscritti – Ms. vaticano n. 85 86, cod.11; il Ms.vatic.barberin. n. 4846 cod.37 e 3210 c.237- oltre alla lettura di testi del Seicento,- come F. Zazzera, Della Nobiltà di Italia, II, Napoli 1628 – e di T. Amayden, Storia delle famiglie romane con le aggiunte di C.A. Bertini, Ed. rom.Colosseum 1987 e in specifico l’opera di Gertrud von Le Fort, Der papst aus dem Ghetto, Die legende des Pierleone, Berlino 1930.

*Nonno, forse, è bene fermarsi circa lo studio… e sintetizzare e precisare per uno, ragazzo ancora, non disciplinato come i tuoi alunni!

Certo. Mattia. Allora affermo e chiudo la questione con P.P. Palumbo- cit pag.. 103- : risulterebbe dai dati raccolti che Gregorio VII, essendo avunculus/nipote di Pietro di Leone, lo era per essere lui, figlio di una figlia di Benedetto cristiano e sorella di Pietro. Anacleto II figlio -Pietro iunior-di quest’ultimo ad essere cugino in primo grado del grande pontefice, morto quando lui era forse bimbo, e Gregorio VI sarebbe un altro figlio di Benedetto fratello di Leone e zio di Ildebrando!.

*Nonno, ora, proprio non capisco niente!. Sono confuso a sentire tanti nomi, anche se comprendo che inizia un periodo di riforma della Chiesa romana grazie ad Ildebrando di Soana, un discendente ebraico dei Pierleoni, proprietario di banche e della zona di Trastevere-Isola Tiberina-. Forse bisogna procedere con ordine, altrimenti mi perdo!. Io desidero specificamente sapere la politica di Niccolò II, papa tedesco, e quella dei suoi successori, tesi ad una riforma cluniacense morale.

Mattia, per prima cosa ti dico che papa Ratzinger, Benedetto XVI, è il quinto papa tedesco, dopo altri quattro papi, succedutisi tre nel l’undicesimo secolo, avendo regnato il primo nel X secolo con Ottone III figlio di Theofano – te la ricordi?- che elesse suo cugino confessore imperiale, Brunone di Carinzia, col nome di Gregorio V (998-999)!.

Si certo. Bene. Questo mi è chiaro. Procediamo e torniamo ai fatti del 1053, all’ esito della battaglia di Civitate sul Fortore.

Dunque, Mattia, vincitori della battaglia risultano Rainulfo Drengot signore di Aversa, ed Umfredo Altavilla di Melfi, che, rafforzati militarmente dall’arrivo di Roberto il Guiscardo, valoroso vassallo disciplinato agli ordini del fratellastro, sono ben remunerati per il servizio mercenario dal longobardo, Guaimario IV di Salerno, in lotta coi bizantini – specie col catepano di Bari, che era il comandante di tutti i themata– come colui che è al di sopra degli altri kata epànoo-.

*Dunque, nonno, si può dire che la morte di Guglielmo Braccio di Ferro e di Drogone non determina la fine degli Altavilla che, anzi con la venuta di Roberto, al servizio di Umfredo, hanno maggiore rilievo per l’ascesa dei normanni, che si segnalano nella battaglia di Civitate nel 1053, contro le truppe imperiali e papali, intervenute per ristabilire l’ordine nella lotta contro i bizantini. La battaglia di Civitate è un evento fondamentale per il definitivo stanziamento in Italia dei normanni, che, a vittoria ottenuta, si schierano dalla pars papale in senso antimperiale germanico e antibizantino, convertendosi al cattolicesimo: il papa Leone IX, prigioniero, riceve l’omaggio feudale e dichiara i vincitori vassalli, invertendo totalmente la loro politica!.

Mattia, la conversione normanna nel meridione d’Italia è stata un momento storico irripetibile ed unico da connettersi con quello dei vichinghi di Rollone (860-932) nel suo insediamento in Normandia ad opera di Carlo III di Francia,- che frena l’espansionismo della pirateria scandinava verso l’oceano Atlantico Occidentale, deleteria per gli ultimi carolingi- e con quello dei rus variaghi di Vladimir di Kiev (958-1015) figlio di Svjatoslav, che, sposando Anna, la sorella di Basilio II, cristianizza il suo popolo, secondo il rito bizantino e abbandona i costumi tradizionali dei popoli razziatori scandinavi, che, invece, prendono la direzione delle isole britanniche, puntando anche verso l’Islanda, la Groenlandia e l’America settentrionale, scrivendo un’epopea ancora da decifrare nelle sue forme più ardite, con altri capi clan, marinai eccezionali, mentre i loro parenti vengono inseriti nel sistema copto -ortodosso da una parte e latino-cattolico da un’altra, europeizzandosi, secondo gli schemi di una comune civiltà romano-ellenistica, nonostante le dottrinali divisioni e la penetrazione religiosa musulmana.

*Nonno, è un grande fenomeno quello vichingo-normanno, durato secoli!?

La presenza normanna con stanziamento, di tipo feudale , risulta un innesto nella cultura biznatino- longobardica ! Ogni innesto, Mattia, è difficile e ha un lungo periodo prima di attecchire e diventare altro albero fruttifero! Può anche non riuscire, se l’agricoltore non è abile ad innestare e le condizioni di base non sono ottimali. Dopo la battaglia di Civitate l’innesto riesce ai pontefici romani, date le condizioni e la situazione antibizantina, verificatisi subito dopo nel 1054, e considerato l’acuirsi della lotta per le investiture tra il piccolo erede imperiale Enrico IV e il consigliere papale, Ildebrando, factotum pierleonesco ebraico, finanziatore della politica pontificia fino al al 1073, anno della sua elezione popolare, nonostante le prescrizioni della bolla In nomine domini di papa Niccolò II.

*Dunque, in questa difficile situazione bizantina meridionale a causa dello scisma tra cattolici e ortodossi e e nel confronto diretto per la lotta delle investiture nell’impero germanico, i gruppi vichinghi-normanni, hanno una reale possibilità di conquista e di stabilizzazione e in Inghilterra con Guglielmo, il conquistatore e in Russia, col principato di Kiev e nel Meridione d’ Italia con Roberto il Guiscardo, alla morte di Umfredo. Ho capito bene?

Mattia, dopo oltre un secolo di pirateria fluviale, come variaghi e e marittima come vichinghi, penetrati nell’impero carolingio, fattolo cadere attaccando conventi, ville e città, i normanni penetrano anche in Germania e in Francia, oltre che nelle pianure sarmatiche e russe, vivendo di razzie finché non sono regolati da trattati con re capetingi e coi basileis bizantini, pur rimanendo pagani.

*Nonno quindi, i normanni non sono solo un fenomeno italiano ma europeo?

Certo. Mattia

*Stanziati nel sud, i normanni, divenuti vassalli della Chiesa, hanno la possibilità di espandersi e costituire un forte stato meridionale, lottando coi bizantini, coi longobardi e con gli arabi di Sicilia

Mattia, i normanni già divisi in clan e bene integrati secondo il vassallaggio carolingio-capetingio, inquieti nella ricerca di nuove mete capitati per caso come pellegrini sul Gargano alla grotta di s. Michele mentre vanno pellegrini sul Gargano verso il santuario di s Michele, dopo vari tentativi si raggruppano in due punti, uno ad Ariano nel 1020 e un altro a Melfi nel 1043- poi, suddivisosi in un altro stanziato a Mileto calabro, nel 1060 con Ruggero, fratello germano di Roberto.

Roberto il Guiscardo e Niccolò II.

*Nonno tutto, dunque, inizia con Niccolò II che dà l’investitura al capo normanno?

Certo. Si costituisce un grande potere politico, unitario, con un nuovo stato, che riunisce tutta l’ Italia meridionale in circa un quarantennio ad opera di Roberto e poi di suo fratello Ruggero, un feudatario calabro che esautora i figli legittimi e nipoti del fratello morto nel 1085 a Cefalonia, che già aveva fatto la stessa cosa con la famiglia di Umfredo. E’ un periodo lungo, in cui ci sono contrasti prima con Riccardo di Aversa che aveva occupato Capua – mentre Reggio Calabria stava per essere presa dopo che Niccolò II rivendicò la libertà della Chiesa romana dall’impero bizantino – e poi anche tra i due fratelli e infine tra Ruggero e i nipoti Boemondo e Tancredi ed in anche con Guglielmo e Ruggero Bursa, figlio del Guiscardo in un momento in cui non mancano lotte col papato romano e coi bizantini oltre con l’imperatore di Germania.

*Nonno, mi vuoi dire che senza i decreti di Niccolò II e di Gregorio VII non sarebbe esistita la potenza normanna in Italia meridionale e in Sicilia?

Niente si può dire con esattezza, ma è certo che il concilio di Melfi col concordato e col trattato nel 1059 ha grande rilievo nella fortuna dei Normanni e specie di Roberto il Guiscardo, allora ancor principe dipendente dai parenti, progressivamente cresciuto come potere, alla morte di Umfredo, grazie a Pandolfo IV di Capua- in lotta contro Guaimaro di Salerno – dopo che si era insediato nella Piana di Sibari- tanto da poter dominare sulla via Popilia, su tutta la valle del Crati. il potere del Guiscardo si consolida prima con gli altri Altavilla col matrimonio con Alberada di Buonalbergo, consanguinea – ripudiata sulla base delle esistenti leggi canoniche e su un decreto più rigoroso di Niccolò II nel 1058 sui matrimoni tra parenti,- poi, con l’unione con Sichelgaita di Salerno, che porta come dote, tra l’altro, la Calabria , dove stanzia suo fratello minore, Ruggero, esattamente a Mileto.

*Quindi, nonno, bisogna dire che la fortuna di Roberto è connessa con quella di Sichelgaita, longobarda?.

Certo. Mattia. Sichelgaida è donna colta e guerriera, amica di uomini di Chiesa come Ildebrando di Soana e di Umberto di Silva Candida e di Desiderio, abate di Montecassino, oltre che del papa, tedesco, che viene accolto trionfalmente a Melfi dalla principessa, che intercede per ottenere coram populo la remissione della scomunica al marito: accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna!

*Nonno, nel concilio di Melfi si concede il feudo di Puglia, Calabria e Sicilia a Roberto, che ha il compito di una duplice guerra e contro i bizantini e contro i saraceni diventando la spada della Chiesa, che è, comunque, in lotta contro la casata imperiale di Franconia per le investiture episcopali.

Si Mattia. Sichelgaita è abile diplomatica nel preparare il trattato e il concordato, dopo la riuscita del concilio e le riforme conciliatorie circa la latinizzazione del clero bizantino, a cui sono imposte regole sul nicolaitismo con l’obbligo del celibato, sulla simonia, sul cambio dei riti bizantini ora soggetti alla liturgia cattolica: i normanni sono considerati i salvatori della Chiesa, i difensori della fede cattolica contro bizantini e saraceni ed hanno la benedizione papale per la conquista definitiva del catapanato barese e della Sicilia cfr. Filone e Gregorio VII in www.angelofilipponi.com

*Nonno, tutto, però, è ancora sulla carta, perché, di fatto, bisogna conquistare le zone ancora bizantine di Calabria e quelle di Sicilia in mano agli arabi da secoli.

Certo, Mattia. Roberto è seguito nella conquista del continente greco e delle isole settentrionali dell’eptaneso dalla moglie, che è presente anche nella battaglia di Durazzo nel 1081, come guerriera al comando di un’ala di cavalleria, armata di mazza, tanto che è descritta nell‘Alessiade di Anna Commena, principessa bizantina, come un’altra Pallade. Inoltre su suggerimento della donna, il marito torna in Italia per aiutare Gregorio VII, assediato a Roma sulla Mole adrianea, da Enrico IV nel 1083 e a liberarlo dalle truppe germaniche e- dopo un saccheggio della città eterna – a portarlo a Salerno, dove il papa muore, poco prima del marito, ammalatosi e morto il 17 luglio, nel corso della campagna di Cefalonia nel 1085.

*Nonno, quindi, Roberto, pur raggiungendo la massima potenza con Gregorio VII non vede la conquista definitiva della Sicilia intrapresa con Ruggero e portata avanti, con qualche contrasto, insieme, fino alla conquista militare, congiunta , i Catania nel 1071 e di Palermo nel 1072?

La conquista della Sicilia è opera del fratello, che raccoglie tutta la sua eredità, esautorando i parenti, anche i diretti figli del fratello, legandosi ad Urbano II, che si affida per la crociata, oltre ai compatrioti francesi, anche ai fidati normanni , convinto che essi siano sotto la protezione di s.Michele e di s.Nicola contro le forze del male maomettane, a seguito del terzo Concilio di Melfi e della legittimazione del potere di Ruggero I. il papa francese, anche se non visita la chiesa della SS Trinità di Venosa, già consacrata nel 1059 da Niccolò II, consacra, però, la chiesa di s. Nicola, a Bari dove depone le reliquie del santo, e fatto il proclama di Clermond, concorda un’azione antislamica con tutte le forze cristiane, dopo l’accettazione della richiesta di aiuto del basileus Alessio Commeno!.

*Le crociate nascono in questo clima di coesione cristiana ?!.

Così facendo,  Urbano II  scatena una guerra religiosa, convinto che il Dio degli eserciti sia favorevole ai buoni! In questo modo la feccia di Europa – specie i figli della nobiltà, cadetti, militari arroganti e  senza terra, morti di fame, avidi di nuove terre,-   va  alla conquista dell’Oriente e dei mercati orientali  in nome di Dio, favorita da Venezia e dalle altre repubbliche marinare, che vanno in guerra con precisi interessi commerciali, in  difesa della  fede e con la benedizione papale:  in caso di morte, ogni morto è celebrato come eroe e martire, e se, invece sopravvive, ognuno  si conquista un regno per sé e la famiglia, in una guerra giusta ! Anche  è benedetta l’impresa di riconquista  della Sicilia di Ruggero I, fratello di Roberto,  modesto signore di Melito  in Calabria. Infatti il papa usurpa  le funzioni del  potere imperiale,  assumendo potestas ed auctoritas,  impropria per il sacerdotiun /ierosousune,  e nel  suo viaggio nel meridione italiano, prima a Melfi, poi a Bari durante la celebrazione dell’arrivo delle reliquie di  S. Nicola di Mira,  concede benefici e  un insperato  mandatum ai due fratelli normanni, congiunti militarmente: al duca di Puglia e Calabria riconosce le funzioni egemoniche e concede al fratello l’autorità di governare la Sicilia, strappata ai musulmani con l’ aggiunta di un beneficio  pontificio – cosa negata gli imperatori di  Germania-  di  nominare vescovi, di raccogliere  le rendite della chiesa, riservandosi il diritto della  decima da inviare successivamente a Roma,  e di svolgere interventi anche in questioni di materia religiosa, d’accordo coi vescovi locali sottoposti, comunque, alla autorità laica dei normanni, devoti e pii fideles Sancti  Michaelis, e di trapiantare in Sicilia coloni lombardi-cfr. F. Chalandon-A.Tamburrini, Storia della dominazione normanna in Italia e e in Sicilia, Cassino, Ed. Ciolfi, 2009-.

Cartine dell’epoca

*Nonno, alla morte del francese Urbano II non si interrompe la riforma cluniacense di cui sommo interprete era stato Gregorio VII col suo dictatus papae? e nemmeno finisce la lotta per le investiture tra il papato e l’impero?

Mattia, alla morte di Urbano nel 1099, i suoi successori sono attaccati da Enrico V, che impone l’antipapa Gregorio VIII al papa Pasquale II, costretto a cedere i diritti di elezione episcopale, anticipata, in Germania all’imperatore, il quale poi è contrastato da Callisto II, che scomunica il sovrano anche se mantiene segreti rapporti diplomatici e fa patti per un accomodamento duraturo tramite legati , come il cardinale Papareschi- poi divenuto papa col nome di Innocenzo II-. Infine il papa, indetto il concilio di Vienne, tolta la scomunica ad Enrico V, firma il trattato di Worms, nel 1122, avendo intenzione di bandire una nuova crociata cfr. G. Calmette, Le monde feudal, Paris 1951. Inizia, allora, un processo la latinizzazione del Meridione d’Italia con la reggenza di Adelaide del Vasto, terza moglie di Ruggero I, aleramica, il cui figlio Ruggero II (1095-1154) crea un regno unitario, imponendosi ai potentati arabi di Africa e di Spagna, mantenendo inalterate le tradizioni delle popolazioni bizantine e saracene, che si integrano nel tessuto socio-economico e religioso del nuovo stato, nonostante il papato che, dopo la vittoria sull’ imperatore bizantino e germanico, tenta invano di limitare i diritti di un privilegio, concesso ad un rex iustus normanno, la cui sovranità, rogeriana, è riconosciuta dai Drengot ed anche dalla discendenza dei fratellastri di Roberto il Guiscardo e dai suoi stessi figli. E’ questo un particolare momento da me seguito, per anni, tramite l’opera di Alessandro di Telese, un abate del monastero S. Salvatore, che essendo amico di Matilde, sorella di Ruggero II e moglie di Rainulfo II di Alife, scrive in quattro libri le gesta del re di  Sicilia, dopo lo scisma del 1130, al fine di mostrare la lotta coi suoi feudatari normanni,  conscio ormai che la fondazione della Monarchia è avvenuta  senza intervento di Roma, come voluta da Dio.

* Nonno, questa è un’ altra storia, che per ora non voglio seguire, perché sono stanco. Scusami. Una tua lezione stanca!.

Grazie, Mattia, e …a presto. Scusami, la storia è…pesante!

 

Bibliografia

F. Zazzera, Della Nobiltà di Italia, II, Napoli 1628

W. Martens , Gregor VII . Sein Leben und Wirchen, Lipsia 1894

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La conversione di Paolo!? Una messinscena aramaica!?

Nonno, Io sono Keter, il tuo Malkuth – Conoscenza e saggezza – Corona di sofferenza imperscrutabile, Il tuo stesso destino di creatura, il niente, il sublime tutto!

La conversione di san Paolo- Biblioteca vaticana (Codice vaticano latino 39)-

*Paolo si converte? Io, da cristiano, non ho capito niente di Shaul-Paulus, e tanto meno la sua metanoia/cambiamento totale del sistema di vita, non avendo reali coordinate storico-geografiche, né socio-politiche, culturali, per poter valutare la sua figura di giudeo ellenista, filoniana, e la sua missione apostolica, orientale, pur leggendo e studiando gli Atti degli apostoli e il Vangelo di Luca – molto distante dai fatti messianici!- pur conoscendo quello di Marco e Matteo, -scrittori greci!- e perfino quello di Giovanni efesino, di epoca antonina! Che metanoia è quella di un discepolo di Gamaliele, che incontra il Christos?! E’ un cambiamento spirituale, già avviato dal rab giudaico, a seguito di un incontro reale, che sconvolge e travolge un giovane ancora immaturo, portato al misticismo visionario, alla ricerca di un modello da imitare ?! Cambiare è credere fiducioso nel pater/abba, senza la coscienza operativa farisaico-essenica, in un credo filiale totale, cieco, che intensifica l’ euchh/preghiera, in cui l’aithsis /richiesta, espressa, è collegata con la dehsis/ preghiera-bisogno reale? il pregare il padre – che sia benedetto il suo onoma/nome!- significa attendere il suo regno/parousia della basileia e fare la sua volontà/thelema nella convinzione di aver il pane/arton quotidiano, di godere dell’amnistia del re ed averne l’assistenza anche nella prova/peirasmos?

Marco, sembra che tu sei del tutto disorientato di fronte alla conversione di Paolo e che non sai nemmeno cosa chiedere. Che succede? sembra che preghi il pater noster latino? non mi permetti nemmeno di aiutarti concretamente e di orientarti, se non nella direzione dei primi anni della vita di Saulos di Tarso?

*Professore, troppi equivoci ci sono sulla conversione di Paolo di Tarso, sull’ individuazione del protagonista adolescente visionario, sull’ incontro con un Christos, non morto in croce e non risuscitato, su una Gerusalemme, ancora in stato di assedio, dopo l’evento fallito messianico, con eserciti romani, che marciano contro Areta IV, con strane coincidenze con la morte di Tiberio e con l’ ascesa al trono di Gaio Cesare Germanico e con l’inizio di un’era saturnia, con un’ Alessandria, destinata a diventare capitale dell’impero in agitazione popolare a causa dell’eccidio ebraico di Avillio Flacco ( cfr. Filone, In Flaccum, Una strage di giudei in epoca caligoliana, ebook, sPublisher 2011 )?!

Ora va meglio e capisco che devo parlarti del periodo caligoliano di un giovane tarsense giudaico, fariseo, e non del periodo di Claudio (41-54) e nemmeno di quello neroniano (54-68), in cui Paulus è apostolo delle genti, viaggiatore, riconosciuto zelante nel Christos, taumaturgo e profeta, un filosofo che svolge una contestata funzione missionaria in Oriente- centrata su Corinto, Macedonia(Filippi) ed Efeso – , inquisito, e costretto a venire a Roma perché appellatosi all’imperatore, come civis romanus, in due momenti diversi neroniani per un doppio processo perché accusato di lesa maestà in quanto considerato intellettuale sovversivo al pari dei filosofi stoici e dei magi orientali. Certamente gli anni giovanili di Paolo, circa un quattrennio, sono ben fusi con la storia del Neos sebastos, giovane Augusto – da noi cristiani frainteso come il giovane Ottaviano, e non compreso come culto di un nuova divinità, assimilata a Zeus, che deve essere adorata, dovunque, in Occidente e in Oriente, in modo proprio, in tutto il kosmos, anche se sembra che Paolo abbia visto solo l’inizio saturnio, caligoliano, essendo andato per tre anni nel deserto, dopo la conversione. Di questo devo parlarti? questa la tua richiesta?

*Professore, io, finora, ho seguito bene le sue lezioni tecniche fino alla crocefissione del Messia aramaico, alla sua non morte e alla non resurrezione, in una Gerusalemme, che accoglie con un nuovo sinedrio il vincitore di Artabano III, Lucio Vitellio, ths Surias epitropos, dopo il cambio di sistema politico. Ora chiedo di aver lezioni storiche su Paolo di Tarso dal momento del suo arrivo in città, alla scuola di Gamaliele, suo maestro, qualche mese prima della morte di Tiberio, circa nella seconda metà dell’anno 36 d.C., nel periodo tra le due entrate dell’epitropos di Siria e la proclamazione del nuovo imperatore/autocratoor romano Gaio Cesare Germanico neos sebastos/ novus augustus, poco dopo il 18 marzo del 37, a Roma. Degli altri periodi me ne parlerà in altre occasioni.

Marco, per me, Saulos-Paulus è stato un problema di difficile soluzione e solo, forse, in questi ultimi tempi, ho fatto passi avanti per una chiarificazione culturale e storica, già sottesa in Paolo e Giacomo, in Paolo e Filone e in Paolo ed Origene e in altri articoli su Christos crucis ofla/pendaglio da forca. Urge, dunque, un recupero con studio serio sulla situazione gerosolomitana e sotto Ponzio Pilato e poi sotto Marcello, ed infine sulla strage alessandrina di Avillio Flacco e sull’arrivo in Cesarea di Filippo di Erode Agrippa, divenuto tetrarca, inviato/ apostolos di Caligola in Alessandria e sull’esautorazione di Erode Antipa, convocato dall’imperatore a Roma, per la guerra personale con Areta IV ed anche sul mandato di Petronio Turpiliano, dopo l’era saturnia caligoliana – che comprende non solo gli otto mesi iniziali, ma anche la malattia e i mesi della guarigione, fino circa alla metà dell’anno 38 -.

*Professore, è un periodo da esaminare e studiare, tenendo presente i collegamenti tra la Iudaea e la Siria e l’Egitto, subito dopo il trattato di Zeugma, cui segue la crocifissione del Messia -Christos, il maran aramaico, che aveva attirato e coinvolto molti giudei ellenisti, ammaliati e turbati dall’impresa messianica cfr. Ant. giud., XVIII, 63-64. Ritengo, però, che anche così, per me, condizionato fin da bambino dalla catechesi cattolico-romana tridentina, sarà difficilissimo capire la conversione di Saulo-Shaul, un fariseo della scuola di Gamaliele, già conformato nella cultura eclettica mistica cilicia tarsense della paideia ellenistica, per giunta, figlio di un ricco protos e civis romanus, esponente di una familia, domus romana ecumenica !

Marco, ho l’occasione finalmente di mettere insieme e coordinare il lavoro di una vita su Shaul/Paulus e revisionarlo, per dare una risposta precisa a te e ai tanti, che mi chiedono come si sia passato dalla fase aramaica del Malkuth a quella greco-ellenistica della Basileia tou theou, già presente in Filone e, dopo qualche decennio, di pausa, in epoca flavia, come si sia sviluppata la direttrice alessandrina,- che risulta linea teologica trinitaria sotto gli antonini e i severi – e come sia stato deificato il Messiah/ Christos come logos-verbum, di persona divina, patros uios/ patris filius, dell’Agia Trias. Quindi, fissato il punto storico, si deve esaminare Gerusalemme, che, col suo Tempio, è il centro dell’ebraismo, la città catholikotera, emblema e simbolo dell’unità ebraica, che, alla fine del 36 d.C., risulta ancora sotto assedio con Ponzio Pilato, ora in attesa di giudizio, dopo l’impresa samaritana, non autorizzata, e con parte dell’esercito romano che marcia sulla grande pianura contro Petra, mentre il popolo aramaico, represso e contenuto, ora, dalle tante anime ellenistiche, connesse variamente coi sadducei, con gli erodiani e coi romani, è sempre obbediente, comunque, alle regole comunitarie dei farisei e degli esseni, insieme ai battisti, quando Paolo inizia il suo corso scolastico con rab Gamaliele, allorché gli zeloti-lhistai fuggono in direzione dell’Egitto e dell’alta Galilea e della Traconitide e verso Damasco, la terra della Nuova alleanza, sulle cui montagne sud-orientali, si stanziano, minacciando la stessa città – cfr. Ant. giud. XIV. 10.2-. in Appendice a Giulio Erode, il filelleno, opera inedita .

*Professore, io sono pronto ad ascoltare, come sempre, ma, sono perplesso e confuso di fronte alla concezione romana imperiale di una Roma, città eterna e divina, di un sovrano divino, praesens conspicuusque nuovo Iuppiter-Zeus, visibile nell’ecumene (cfr. Ovidio Tristia,II, 53-54 Per mare, per terras, per tertia numina iuro/ per te praesentem conspicuumque deum...) e a quella opposta ebraica di una Gerusalemme, inondata dalla shekinah di Jhwh, la cui presenza è attestata nel Tempio gerosolomitano, riconosciuto da giudeo-aramaici e da giudeo-ellenisti come locus sacer, nonostante il dominio militare romano, ribadito dopo la fine del messianesimo e la crocifissione del Christos!.

Marco, devi considerare che, all’epoca di Saulos-Paulus, ci sono queste due culture in opposizione con fautori da una parte e dall’altra specie se consideri l’insegnamento farisaico- essenico antiromano popolare e quello sadduceo-erodiano filoromano, di un’élite templare.

*Comprende, quindi, la mia perplessità? legge la mia incertezza di uomo che rileva, inoltre, che, fino ad oggi, ha letto, studiato, fatto storia senza capire i termini cristiano, conversione, apostolo e senza porsi il problema linguistico, per cui ogni sapere cristiano risulta equivoco, ambiguo, confuso, falso nella sua inesattezza, perché la lettura è quella tipica di un elemento di struttura superficiale, che neanche ha coscienza dell’esistenza di una struttura profonda, in quanto si blocca al primo significato corrente sincronico e non sa fare altro che accettarlo, senza averne compreso il valore diacronico, storico, sotteso al senso generale iniziale, essendo mutato il significante, a cui si sono aggiunti altri referenti a quello di base, come, ad esempio, chiesa – da ecclésia greca a ecclesìa latina, derivate da termine aramaico, differente per grafia linguistica -.

Marco, non è tempo di lezioni linguistiche tecniche, che possono rilevare il fenomeno dell’ aferesi/ (e)cclesia , e della mutazione del gruppo consonantico gutturale -liquida cl latino in ch (clarus-chiaro clesia -chiesa) oltre a quello di significato per metatesi e per metonimia in quanto al valore di assemblea si sostituisce il luogo di raccolta di coloro che vi si riuniscono. A questo punto, quel che sai, sai! Tu, ormai, hai basi linguistiche che ti permettono di fare, da solo, interventi di sistemazione concettuale, operando mediante distinzione e separazione, ben sapendo che l’edificio stesso ecclesiale deriva dalla basilica pagana, preesistente, occupata arbitrariamente e violentemente tolta ai pagani, dall’epoca teodosiana. Ogni termine cristiano italiano sottende un significante di tre lingue (aramaico-ebraico, greco e latino) – senza rilevare le differenze tra aramaico ed ebraico, già presenti nel nome stesso di Gesù – cfr. Perché legge Jehoshua e non Yehoshua? www.angelofilipponi.com -.

*Quindi, professore, col mutare dei grafemi del significante mutano anche i referenti, che dànno altro significato al termine: questo devo tenere presente, sempre, ad ogni lezione!. I passaggi dall’aramaico al greco e al latino sono tanti in Gerusalemme di epoca tiberiana!. Quindi, quello che mi succede con chiesa mi succede anche con altri termini ed ho difficoltà a seguire.

Marco, capisco la tua incertezza, ma ora non è più tempo di lezioni!. Se non fai attenzione e non ti decodifichi, col variare le referenze, certamente capisci a tuo modo ed interpreti: la mia comunicazione non passa e risulta ampliamento di notizia, un’informazione erudita! Andiamo avanti lo stesso?.

*Professore, certo. Sarò costretto a fare un numero maggiore di domande per una normale comunicazione! Procediamo.

Bene. Facciamo così!? Ora posso cominciare e posso almeno tentare di spiegare storicamente, senza disturbi che insorgono nell’uso della funzione fàtica ?. Ricordi la comunicazione e le sei funzioni (emotiva fàtica, conativa, poetica, metalinguistica, referenziale)? Vorrei iniziare con l’episodio di Stefano, che avviene proprio in quel tempo, che abbiamo fissato. Per prima cosa ti metto davanti agli occhi la cartina in modo da orientarti geograficamente nelle strade romane, tra i centri carovanieri e nelle principali città della diaspora. Iniziamo, dunque, con la fonte degli Atti degli apostoli, tenendo presente che l’autore Luca, evangelista, scrive circa un cinquantennio dopo i fatti e, quindi, non è attendibile, perché non conosce gli avvenimenti reali e, forse, neanche la geografia della diaspora orientale.

Strade romane
La famiglia domus di Paolo di Tarso e i parenti sparsi in Occidente e in Oriente

*Luca, per lei, scrive sotto Domiziano e ha un’altra visione storica di tipo flavio del giudaismo, quando la domus flavia,– distrutto il tempio gerosolomitano, imposta la doppia dracma agli ebrei, da pagare al fisco imperiale- ha caratteristiche soteriche per tutto il mondo romano ed ha annesso la Commagene cfr. Filopappo in www.angelofilipponi.com!

Certo, Marco, Io scrittore evangelico racconta in modo superficiale i fatti/ta pragmata, già leggendari della crocifissione del messia, della vittoria di Lucio Vitellio, e del triennio 36-39, che comprende la venuta di Paolo dalla Cilicia presso Gamaliele, la morte di Stefano, uno dei sette diaconi di una chiesa-ecclesìa -haburah (già costituita, con precise regole comunitarie), costretta alla dispersione, a causa di una grande persecuzione, afflitta da lotte postmessianiche tra i fautori del Malkuth e gli oppositori; πρᾶγμα secondo G. R. Dherbey ( Les choses meemes, la pensée du real chez Aristote, Lausanne -Paris,1983) traduit par chose, mais aussi par cause, au sens juridique du terme, et par affaire. Pragma recouvre donc le champ des choses naturelles, mais aussi celui de la politique; qui est l’affaire de tous et la cause d’un chacun, et que les Anciens nommaient « affaires communes » Per noi, chose publique vale anche pragma – da prassoo in quanto può significare ciò che è fatto/factum latino, azione già fatta storicizzata. Chiaro? Esaminiamo ora, con la fonte lucana, dopo i discorsi di Pietro e la conversione di molti, a seguito della venuta dello Spirito Santo, la convocazione degli apostoli da parte del Sinedrio, la natura della comunità christiana, l’episodio di Anania e Saffira e l’ istituzione dei diaconi, la fine di Stefano!. Dagli Atti degli apostoli 8-1-40 si sa che ci fu…. una grande persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme e tutti si dispersero per le regioni della Giudea e della Samaria, ad eccezione degli apostoli…

*Il termine eccleesìa, – latino ekklésia – tratto dall’opera dell‘Ecclesiastico – Σοφία Σειράχ Sapienza di Sirah, professore, è proprio dell’ebreo Yehoshua ben Sirah, il siracide cfr. apokalypsis in www.angelofilipponi.com ?

Non proprio!. E’ nell’opera del nipote omonimo, vissuto sotto Tolomeo VIII Fiscone nel 133/2 a.C., che traduce in greco il lavoro precedente del nonno, datato tra il 180-175 a.C., in cui è fissato il valore del termine ecclhsìa come riunione in assemblea che, passa dal senso socio- politico e militare a quello esclusivamente religioso di comunità di fedeli giudaici, alessandrini, riunita per celebrazioni cultuali, specie nel giorno del sabato, in sinagoga /proseuché -luogo di preghiera-. Già tra nonno e nipote il termine ha valore con significato che varia ancora di più, molti decenni dopo, dall’uso fatto da Luca – o chi per lui, autore di Atti – che parla di Chiesa di Gerusalemme, come di comunità aramaico – giudaica e di comunità giudaico-ellenistica, in modo confuso, senza distinguere i seguaci di Jehoshua Meshiach Maran e di Iesous Christos Kurios morto e risorto, asceso al cielo.

*Lei, quindi, segue Atti degli apostoli,- che chiudono il racconto, che precede i fatti dell’incendio neroniano del 64 d.C, e, parlando solo dell’epoca caligoliana, mi mostrerà tante cose circa la persecuzione, circa la morte di Stefano, circa la presenza di Saulos e di tanti fedeli delle diverse sinagoghe ellenistiche in Gerusalemme e circa l‘haburah comunitaria aramaica, già funzionante dopo la crocifissione del maran Messia, e mi rivelerà un mondo per me ancora nebuloso, contraddittorio, in relazione alle due opposte culture, quelle della paideia e quella della musar di un ebraismo diasporico, più orientale che occidentale ?!.

Marco, avrei da fare un lungo lavoro prima nell’ambito greco di logos/rhma, nella distinzione tra discorso e parola, sostanzialmente non dissimile dall’ ebraico davar/milah – che, però, sottende una reale operatività- comunque, per ora, mostro l’opposizione del valore nominale e logico del primo rispetto a quello pratico del secondo, applicato necessariamente alla parola divina, come dovere operativo e ti dico che da Atti 6,1 è testimoniato un mormorio dei giudei ellenistici -goggusmos contro gli ebrei-aramaici, a causa della distribuzione, che veniva fatta ogni giorno – diakonia kathhmerinh perché erano trascurate le loro vedove /khhrai-. Nota che Goggusmos – da gogguzoo brontolo-mormoro, verbo tipico, onomatopeico riproducente il tubare dei colombi- sottende un malumore continuato rabbioso e, perciò, implica brontolio sordo popolare ellenistico contro la Chiesa aramaica, haburah, che fa assistenza con i sette diaconi, – Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Pàrmena e Nikolaos – . Al malumore rancoroso, finita la fase del brontolio interpersonale, coi giorni, subentra un sordo psophos/ un rumoreggiare con alti strepiti e fischi/ – roizoi,- che si traducono in thorubos / tumulto chiassoso con diabolh denigrazione calunniosa contro chi ammalia la folla, indistinta di aramaici ed ellenisti col suo parlare, favorevole ai primi – forse- perché combattenti o morti in combattimento nell’impresa messianica. Chiaramente si parla di diversi gruppi, che sono stanziati in Gerusalemme (che sono di formazione farisaico-essenica, opposti, quindi, ai filoromani, sadducei ed erodiani ) divisi ora in nome di Jehoshua crocifisso – di cui un gruppo sa con certezza della non morte e non resurrezione ed un altro che, credendo alle chiacchiere delle donne, associa l’idea di resurrezione farisaica del maran– oltre ad un gruppo di giudei della diaspora ellenistica, venuti per la Pasqua, che, avendo seguito l”impresa christiana messianica, sconvolto ed addolorato dalla crocifissione dell‘Unto del Signore, ora è disorientato di fronte al nuovo evento- morte di Tiberio e avvento al trono del neos sebastos /giovane augusto pacificatore e soothr -. Aggiungo che tra questi gruppi il servizio /diakonia dei sette è variamente accettato, anche se risulta fonte di contrasti.

*Lei mi vuole far capire con precisi termini il thorubos contro Stefano, considerato diakonos ammaliatore visionario baskanos, capace di fare prodigi e miracoli, in mezzo al popolo, superando anche per sapienza, gli altri ellenisti, ma mi fa rilevare anche la presenza di ellenisti favorevoli agli aramaici messianici e, perciò, mette in evidenza una lotta tra gli stessi ellenisti di cultura greca?.

Marco, io devo farti vedere realmente cosa capita in Gerusalemme, città santa, dopo la crocifissione del messia, e farti rilevare il comportamento della comunità e dei capi – le tre colonne/stuloi (Giacomo, Cefa e Giovanni)- e la costituzione di sette diakonoi, che sono un ristretto gruppo di amministratori / dioichetai della cassa comune aramaica /edah, che scartano gli ellenisti, cancellandoli dalla lista dei bisognosi perché sono ricchi e benestanti che possono – ogni sinagoga ellenistica ha un suo tesoro custodito nel tempio stesso nel gazophulakion cfr. il quadrante della vedova !- per conto proprio, provvedere alle necessità delle loro vedove.

*Ci sono già problemi di organizzazione, di vescovi, presbiteri e di diaconi?, io pensavo che questi fossero successivi, propri di epoca flavia o antonina!

Marco, le due lettere a Timoteo e quella a Tito sono dette pastorali e riguardano la sistemazione della comunità di fedeli, l’istruzione dei pastori e l’educazione alla fede dei fedeli e sono utili per la biografia di Paolo – non di Saulos – che nel periodo romano rimane solo con Luca ( II Tim.,4.11 Loukas estin monos met’emou), che scrive certamente molto dopo gli anni neroniani del 62-3 ,- in cui Paolo, sciolto dal primo processo, sembra essere in Spagna, quando a Roma c’è l’incendio e la leggenda ha favoleggiato di una presenza di Cefa-pietro, crocifisso all’ingiù, negli orti sallustiani vaticani! cfr. Il mito di Pietro in www.angelofilipponi.com -.

Quindi, professore, il problema delle vedove esisteva già in epoca tiberiana e caligoliana, se così dice Paulus a Timoteo, un greco di Listra convertito nella prima missione, lasciato, poi, ad Efeso.

Certo, nella lettera Pros Timotheon alfa, (5,9-10) Paolo scrive: una vedova sia inserita nell’elenco quanto abbia non meno di sessanta anni/ Xhra katalegestho mh elatton ecsekonta gegonuia, ed aggiunge: abbia avuto un solo marito ed abbia attestati di buone opere, allevato figli, esercitato l’ospitalità, lavato i piedi dei santi, sostenuto gli afflitti, praticato ogni opera buona . Vedove più giovani respingile/neoteras cheras paraitou… e parlando di quelli che sono sotto il giogo della servitù dice:… tous idious despotous pashs timhs acsious hgeisthoosan/ che stimino i propri padroni degni di ogni onore secondo il precetto di Gesù di dare a Cesare quel che è di Cesare, senza, però, pensare alla ricchezza e al denaro, in quanto obbligati a ricercare dikaiousunhn eusebeian, pistin, agaphn, upomonhn praupathian /giustizia, devozione, fede, carità, pazienza dolcezza prescrivendogli di lottare nella bella lotta per la fede /agonizou ton kalon agona ths pisteoos .. davanti a Dio – il generatore della vita universale-, e a Cristo Gesù – il testimone di fronte a Ponzio Pilato della bella professione/tou marturhsantos epi Pontiou Pilatou thn kalhn omologian di conservare thn entolhn aspilon anepilhmpton mechri ths epiphaneias tou kuriou hmon Ihsou Xristou, hn cairois idiois deicsei o makarios kai monos dunasths, o basileus toon basileuontoon kai kurios toon kurieuontoon, o monos echoon athanasian, phoos oikoon aprositon, on eiden oudeis anthroooon oudè idein dunatai-ooi timh kai kratos aioonion.amhn/ il precetto immacolato intaccabile fino alla manifestazione del signore nostro Gesù Cristo, che, a suo tempo, mostrerà il beato ed unico sovrano, il re dei re, il signore dei signori, il solo che ha immortalità, abitatore della luce inaccessibile, colui che nessun uomo vide né può vedere, a cui sono onore e dominio eterno amen…

*Professore ma … è una precettistica, sicuramente successiva, di altra epoca, posteriore perfino alla lezione di Panteno, Clemente ed Origene, nella polemica posta marcionea ? c’è perfino il ritorno del Christos?

Marco, pur condividendo la tua opinione, non posso dire con sicurezza che il testo di Pros Timotheon alfa e beta e quello di Pros Titon siano interpolati. Non so dire da chi, anche se penso ad Ireneo, poi ad Eusebio ed infine ai tre cappadoci, che, avendo bisogno di un frase per mostrare, dopo quasi tre secoli e mezzo, che Gesù fu crocifisso, patì e morì per noi sotto Ponzio Pilato Σταυρωθέντα τε ὑπὲρ ἡμῶν ἐπὶ Ποντίου Πιλάτου,
καὶ παθόντα καὶ ταφέντα -, potrebbero, con Gregorio di Nazianzo, aver fatto l’operazione necessaria ai fini delle aggiunte circa la seconda persona della Trinità, il figlio, verbum-logos ! so, comunque, che il Frammento muratoriano del 180 d.C. dice che gli Atti sono opera di Luca e che le lettere suddette sono paoline, per cui esiste una tradizione mai contestata fino alla fine del II secolo, oltre alla conferma, data da Girolamo che afferma che Luca scrisse i fatti fino al quarto anno di Nerone, tanto da escludere che si possa parlare dell ‘anno 64, famoso per l’incendio di Roma e per la successiva accusa ai cristiani e alla morte di Simon Pietro. Infatti c’è un decreto della Commissione biblica del 18 giugno 1913 che solennemente ribadisce che il tempo di composizione di Atti è non posteriore ai fatti del 64 e non anteriore alla scrittura del terzo vangelo.

*Professore la Commissione esclude che si possa parlare della leggenda petrina, dunque, negli Atti, che, di fatto, è accettata come vera in Pseudoclementine e nel Romanzo di Paolo.

Marco, noi facciamo storia e, dunque, procediamo nel nostro lavoro anche se teniamo presente che Christos è simbolo per Paolo che, a sua volta, diventa lui stesso oggetto di culto, perché si propone in ambito mistico-religioso come una teofania. divenendo fine da mezzo.

* Professore, non comprendo. F orse vuole dire che Paolo è immagine/ eikon di Christos , come una statua-agalma pagana, divenuta oggetto di culto perché considerata volgarmente il Dio, che rappresenta, anche se strumento?

Si. Marco. Porfirio (233-305 d.C.), –Sui Simulacri ( trad. F. Maltomini, commento di Mino Gabriele) Adelphi, 2012, – nel frammento afferma ripetendo un suo tema, espresso in Antro delle Ninfe., Adelphi 1986, proprio di iniziati ai suoni phthegmata oracolari -logia,– mistici, in opposizione ai bebhloi profani – cristiani-. Phthencsomai ois themis estin, thuras d’episthesthe bebhloi/emetterò suoni per gli iniziati dei libri orfici – chiudete le porte voi profani .

*Quindi, professore, è un discorso quello paolino per iniziati non per i profani! Questo è il suo messaggio.

Marco, aspetta di leggere tutta la mia traduzione del frammento del testo di Porfirio, riportato da Eusebio (Praep. evangelica 3,7,2-4): sophias theologou deiknus ois ton theon kai tou theou tas dunàmeis dià eikonoon sumphuloon aisthhsei emhnusan andres , ta aphanh phanerois apotupoosantes plasmasin, tois kathaper ek bibloon toon agalmatooon analegein ta peri theoon mematheekosi grammata/ mostrando i pensieri di una sapienza teologica, con cui, uomini, mediante immagini congeneri ai sensi, appropriate, raffigurando realtà invisibili in forme visibili, rivelarono il dio e le potenze del dio a coloro che hanno appreso a ricavare dai simulacri, come dai libri, ciò che vi è scritto sugli dei.

Professore, anche Plotino, il maestro di Porfirio aveva già mostrato Enneadi, 4, 3,11- cfr. G. Faggin, Enneadi, testo greco a fronte, Bompiani 2000 – nella introduzione sui sapienti antichi ideatori delle costruzioni dei templi e delle statue il sistema di veicolare le conoscenze divine al fine di mantenere la presenza divina tra gli uomini.

Certo Marco. Il pensiero di Plotino e di Porfirio è chiaro nella conclusione del frammento in esame: thaumaston de ouden csula kai lithous hgeisthai ta csoana tous amathestatous, katà dh kai tton pragmatoon oi anohtoilithous men oroosi tas steelas csula de tous deltous , ecsuphasmenhn dè papuron tas biblous/ nessuna meraviglia che i più ignoranti considerano le statue pezzi di legno o di pietra, proprio come quelli che, non capendo la scrittura, vedono le steli come pietre, come legno le tavolette e come papiro intessuto il libro.

*Bene, professore, ora capisco perché lo stesso Porfirio accusa di rozzezza i christianoi che stimano i simulacri degli dei come materiale ligneo o lapideo in Contro i cristiani, ripetendo l’accusa già lanciata da Celso in Discorso vero. Mi spiego anche che Paolo, ancorando tutto nella fede in Christos crocifisso, morto e risorto, ne crea l’immagine reale tanto da essere lui stesso alter Christus, come poi Francesco di Assisi!

Marco, Paolo diventa esemplare per Origene, Didimo il cieco, Cirillo e specie per Giovanni Crisostomo, uomini tutti che, stimando la ricchezza culturale dell’ apostolo delle genti, esaltano il messaggio, rilevando il sentimento, l’animus e il misticismo, mentre Girolamo ne fa un caposaldo della storia cristiana. Il solo Ambrosiaster, che scrive tra il 366 e 384, rileva che Paolo adultera il dettato della legge per affermare la propria interpretazione tanto da farla apparire non una prescrizione della ragione ma dell’autorità... per cui molto è stato cambiato per portarlo al pensiero umano così che le lettere contengono ciò che pare all’uomo... io invece giudico vero ciò che segue la ragione, la tradizione l’autorità.

* Perciò, devo fare tante altre operazioni e capire tante cose specie circa le due scuole in opposizione quella antiochena e quella alessandrina, ed ora devo dedurre che si può capire che la diabolh circolante come reale calunnia contro il diacono, accusato di dire parole blasfeme contro Mosè e contro Dio è un mezzo per colpire gli aramaici e i loro fautori ellenisti: prova ne è la sollevazione popolare con il pronto intervento sinedriale di anziani e di scribi, filoromani, che fanno arrestare l’incauto diakonos.

Sappi che, secondo me, il sinedrio è quello che ha consegnato il Christos quello di Kaifas, reintegrato nel suo ufficio – dopo la pausa del regno messianico del 32/36- da poco, quello dominato dagli Anano e, quindi, filoromano e filoerodiano ed influenzato dal pensiero dei sadducei, che acclamano il vincitore di Artabano III, Lucio Vitellio!.

*Tutto questo è chiaro – me lo ha detto tante volte!-. Chi sono, in effetti, gli accusatori di Stefano?

Marco, ti ho già detto in altre occasioni chiaramente che molte comunità di ellenisti hanno in Gerusalemme sinagoghe, cimiteri e d alberghi, comunque, l’autore di Atti 7,60 scrive: ἀνέστησαν δέ τινες τῶν ἐκ τῆς συναγωγῆς τῆς λεγομένης Λιβερτίνων καὶ Κυρηναίων καὶ Ἀλεξανδρέων καὶ τῶν ἀπὸ Κιλικίας καὶ Ἀσίας συζητοῦντες τῷ Στεφάνῳ: Vengono nominati esattamente i liberti romani, gli ellenisti cirenaici, quelli alessandrini, i cilici, gli asiatici – efesini.

*Professore, lei me ne ha parlato sia in Per un bios di Ponzio Pilato che in Giulio Erode, il filelleno. Allora mi accennò a voce ad una derivazione di christianoi -in latino christiani, possibile nel 37, come nel 44 ed anche in epoca flavia, in Ant.giud.XVIII,63-4 – nel significato greco di oi upo Xristou, o oi peri Xriston , o oi usteron Xristou. Sono contento che ti ricordi che il prefisso-ianus latino significa che si è seguace di Antonio o di Vitellio se si parla di Antonianus o di Vitellianus, simile al caso di Xristianos/christianus, mentre in ambiente romano può avere anche una valenza in senso adottivo, indicante che si proviene da altra famiglia come in Aemil-ianus o Octav-ianus per significare che uno, proveniente dalla domus Aemilia o Octavia, entra a far parte per adozione della domus di P. Cornelio Scipione, figlio di Scipione l’Africano, o di G. Giulio Cesare.

*Professore, ora qui vuole rivelarmi qualcosa di diverso da quanto detto specificamente in Il falso Alessandro ed Augusto e vuole mostrarmi che queste cinque comunità ebraiche, pur giudaico-greche, hanno diverbi fra loro e contrasti con gli aramaici, seguaci del Malkuth, dopo la crocifissione del Christos, specie con quelli dei liberti romani– da cui potrebbe derivare il termine christianus, ellenizzato poi in christianos– .

Marco, qui voglio mostrarti, con parole, dette da Stefano, interpretate secondo allegoresi filoniana, il manifesto culturale diasporico, confuso, ma già fondamento e base per la futura divinizzazione del Christos/messia – nel cui nome predica ed opera il diakonos, come primo christianos, eletto dai capi della comunitas aramaica, presenti in città, ancora sotto il diretto controllo dell’esercito romano-: Jehoshua, bar ‘enash/barnasha, figlio dell’uomo, è dritto alla destra di Dio- Padre-!

Lapidazione di Stefano

*La visione dei cieli aperti e di Christos alla destra del Padre diventa emblematica ed è propagandata dagli ellenisti che, tornati a casa, nelle rispettive patrie, testimoniano, amplificando, ognuno, il detto di Stefano il primo martus, morto, che perdona cristianamente i suoi uccisori!.

Si. Marco. Ἰδοὺ, θεωρῶ τοὺς οὐρανοὺς διηνοιγμένους καὶ τὸν υἱὸν τοῦ ἀνθρώπου ἐκ δεξιῶν ἑστῶτα τοῦ θεοῦ, è il grido ebraico iniziale della buona novella in greco, che si propaga a Roma, a Cirene, ad Alessandria, a Tarso, ad Efeso e in ogni comunità ebraica, portuale del mar Mediterraneo, del mar Nero, del mar Rosso e lungo le vie dell’impero romano! Noi neanche immaginiamo come la fama della morte di Stefano sia stato inizio di una comunicazione giudaica oniade, filoromana universale, in quanto le direzioni dei nauarchoi ebraici dai porti dell’Egitto si diffondono, moltiplicandosi nel Medio Oriente fino in India e da lì fino in Seria/Cina non solo sulle vie fluviali e quelle marittime eritreo-arabiche, quando le carovane di commercianti procedono sulle vie regie continentali arsacidi della cosiddetta via interna della seta. cfr. Porti dell’ Egitto e Strade mediorientali.

Cartina dell’impero romano e parthico, greco- indico e serico La cosiddetta via della seta passa nella zona caucasica per entrare nella Media Atropatene e poi nel regno greco-indo fino ai territori di Seria-Cina (cfr. Viaggio di Apollonio tianeo in www.angelofilipponi.com )
Porti egizi attuali

*Professore, mai avrei immaginato una diffusione tanto vasta della notizia della morte del diakonos Stefano.

Marco, varie volte ti ho parlato dei sistemi di comunicazione nell’ epoca romana imperiale specie nella biografia di Giulio Erode il filelleno.

*Certo. Allora, posso mettere in relazione quanto raccontato da Plutarco in Vita di Romolo,28 con le parole di Atti degli apostoli!. Perciò come i romani sulla base della visione di Giulio Proculo – che narra di Romolo, scomparso, asceso al cielo, incontrato da lui – creano il mito di Quirino , così i giudei, sulla base delle parole di Stefano, credono nell’ ascensione al cielo di Gesù, il figlio dell’uomo-bar ʿenàsh, redentore del genere umano, crocifisso!.

Marco, la stessa testimonianza, poi, è ribadita da Saulos, – che si converte aumentando il credito della buona novella, lui, che crede di sentire le parole stesse di Gesù, a lui apparso sulla via di Damasco, di quel Gesù testimoniato da Stefano, lapidato dagli ellenisti, che deposero le loro vesti ai suoi piedi – para tous podas neaniou, legomenou Saulou!- .

* Professore, lei vorrebbe dire che la buona novella del diacono Stefano dell’ascensione al cielo del Christos con sottese morte e resurrezione è connessa con la conversione di Saulos-Paulus, apostolos, inviato da Gesù stesso, che gli dà mandato apostolico, personalmente ?

I due fatti-pragmata– avvengono in successione e quindi, bisogna storicamente considerare che il primo possa influenzare e determinare il secondo. Il Saulos, discepolo di Gamaliele, di formazione /paideia greca, già imparentato con la famiglia erodiana, tramite il matrimonio della sorella con un nipote di Fasael, fratello di Erode il grande, che spira minace e morte contro i discepoli del Signore, che ha lettere dal sommo sacerdote per le sinagoghe di Damasco col mandato di condurre incatenati i seguaci – maschi e femmine- della nuova dottrina, messianica, è uomo sotto stretta osservazione, seguito con attenzione dalla parte armata aramaica, intenzionata a neutralizzarlo!.

*Professore, lei parla di pragmata in generale e in specifico di un’azione coordinata da fautori del Meschiach /Christos vivo, nascosto in località segreta, intenzionati a punire, da una parte, un fariseo, figlio di fariseo, molto vicino al pensiero aramaico di resurrezione e di nuova legge e, da un’altra, ad attirare il giovane fariseo, educato farisaicamente, un protos beniaminita, tarsense, noto come visionario discepolo di Gamaliele, condizionabile, dato il carattere creativo ed emotivo, considerato l’ enthousiasmos, per natura facile nel saltare giovanilmente da un ideale ad un altro, già vicino come pensiero a quello operativo aramaico!. Lei suppone e pensa ad uno stratagemma, architettato dai lhistai/ladroni aramaici del deserto -che, facendo imprese di razzia, attaccano i convogli di merci interrompendo i traffici commerciali di lana e seta, di profumi e di aromi dei sadducei, degli erodiani e dei cives romani specie nel tragitto, lungo, che va da Gerusalemme a Damasco e da Damasco a Gerusalemme? Io so di un sistema usato dai predoni del deserto sahariano e siriaco, che dopo aver appostato uomini, muniti di specchi, attaccano all’improvviso le carovane di commercianti, con cavalieri, provenienti da una vicina oasi! Saulos col suo mandato ormai era un pericolo in quanto espressione armata del sinedrio filoromano! -cfr. Atti degli Apostoli 9.2, ᾐτήσατο παρ’ αὐτοῦ ἐπιστολὰς εἰς Δαμασκὸν πρὸς τὰς συναγωγάς, ὅπως ἐάν τινας εὕρῃ τῆς ὁδοῦ ὄντας, ἄνδρας τε καὶ γυναῖκας, δεδεμένους ἀγάγῃ εἰς Ἰερουσαλήμ/.gli chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché se avesse trovato dei seguaci di questa nuova dottrina li conducesse incatenati a Gerusalemme-.

Marco, io conosco i luoghi e so della durezza del deserto intorno a Palmira, che è centro carovaniero che unisce Emesa con Dura, al confine col regno parthico. La mia è supposizione che ha qualche base reale in quanto conosco bene le località del viaggio di Paolo: l’ho fatto con la jeep in tre giorni con una guida locale!. Penso che in epoca romana, Gerusalemme-Damasco si potesse fare, a cavallo, in quattro tappe/ stathmoi, facendo una prima sosta ad Amman/Philadelphia, una seconda a Gerasa/Jerash e dividendo il tratto Gerasa – Damasco, ultima tappa, in due soste, essendo il tragitto di oltre 140 km – oltre 850 stadi, una di 550 ed una di 300 – , in quanto, a piedi, l’esercito impiegava per la lunghezza, oltre 4 giorni facendo un iter iustum di 30 km. al giorno, anche se poteva fare uno di 36 km. a marce forzate –magnis itineribus– considerato iter magnum-, improbabile in Traconitide, domicilio fisso di zeloti-! Infatti 1,7 km è 10 stadi ; 100 stadi 17 km; 300 stadi 51km; 600 stadi 102 km, oltre 850 stadi circa 140 km!.

*Professore, lei pensa, quindi, a due tappe nell’ultimo tratto e ad un giovane già stanco, assetato, e semiaccecato dalla luce del sole del deserto, quando si incontra con un’altra comitiva, quella dei ladroni, aramaici, lhistai, forse nella pars finale del viaggio, in zona traconita.

Marco, io ipotizzo un iter di 550 stadi, la prima giornata, con un cambio di cavalli ad una paroichia con prandium in un’oasi intermedia e sosta con coena in un’altra stazione di posta, con riposo notturno, e un iter di 300 per il giorno successivo, ininterrotto fino a Damasco, con cavalli freschi, presi forse non lontano da Kokba, un’oasi – stazione a 15 km dalla città siriaca, ad un centinaio di stadi, secondo Egesippo- Panarion, 30,2,8- ritenuta sede essenica da Adolf von Harnack, Die Mission und die Ausbreitung des Christentums in Den einstein drei Jahrundenten, Lipsia 1924-.

*Sembra possibile, ragionevole e verisimile un iter così lungo!

Marco, io penso ad un Saulos stanco e stremato, che si trova improvvisamente di fronte a ladroni – comparsi in una nuvola di polvere- impaurito e solo, essendo stato volutamente isolato, dagli altri che fuggono verso Damasco, non lontana, semiaccecato dai raggi solari proiettati ed indirizzati verso di lui, da uomini appostati sulle dune non lontani dall’oasi. L’apparizione/ epiphaneia improvvisa di uno, creduto morto ed asceso al cielo, è una rivelazione/Injiil/awongaleeyoon  – euaggelion / apokalypsis greca, traumatica per il neos tarsense, che ne dà testimonianza personale nell‘epistola ai Galati e di cui c’è eco dolorosa nella narrazione di Luca negli Atti degli apostoli.

*Per lei, professore, dunque, è possibile un incontro tra Gesù vivo ed un provato ed esausto Saulos, stremato fisicamente, per cui l‘apparizione lo sconvolge e fa cadere da cavallo lui, abile cavaliere!.

Certo, Marco, la voce che dice : Σαούλ, Σαούλ, τί με διώκεις; Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? e la risposta Τίς εἶ, κύριε; chi sei o signore,? sono in relazione all’affermazione del Christos: Ἐγώ εἰμι Ἰησοῦς ὃν σὺ διώκεις,· io sono Gesù che tu perseguiti, ἀλλὰ ἀνάστηθι καὶ εἴσελθε εἰς τὴν πόλιν, καὶ λαληθήσεταί σοι ⸂ὅ τί⸃ σε δεῖ ποιεῖν/ma alzati ed entra in città e lì ti sarà detto quel che devi fare. Cfr. At. 9,4-6. Per te, cristiano, ora, forse, non sembra più tanto strano uno stratagemma di questo tipo nel deserto siriaco, utile, comunque, per la comunità aramaica perseguitata – rileva l’anadiplosi di διώκεις!-

*Secondo lei, si può parlare di una reazione aramaica alla persecuzione insistente di Saulos filoromano?.

Per me fu una necessitasconvertire” Saulos! Le motivazioni non mancano e lo stesso intervento a favore degli aramaici di rab Gamaliele potrebbe averlo suggerito- data la proibizione del sinedrio di predicare in nome di Gesù ( Παραγγελίᾳ παρηγγείλαμεν ὑμῖν μὴ διδάσκειν ἐπὶ τῷ ὀνόματι τούτῳ, καὶ ἰδοὺ πεπληρώκατε τὴν Ἰερουσαλὴμ τῆς διδαχῆς ὑμῶν, καὶ βούλεσθε ἐπαγαγεῖν ἐφ’ ἡμᾶς τὸ αἷμα τοῦ ἀνθρώπου τούτου /vi avevamo espressamente proibito di predicare in nome di costui, voi, invece avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete fare ricadere su di noi il sangue di quell’uomo).Infatti in Gerusalemme e dintorni si verificavano ritorsioni violente dei milites romani, presenti, in casi di tafferugli urbani – e quindi bisognava forzare la provvidenza in luoghi desertici, lontano da Gerusalemme, obbedendo a Dio, piuttosto che agli uomini, secondo il detto di Cefa. Sappi, comunque, che converto in greco si dice metaballoo, mentre faccio mutare qualcuno di pensiero metapeithoo, e mi converto spontaneamente metanoeoo: ognuno dei tre ha una sua famiglia lessicale propria con una area semantica tipica e con referenze specifiche, che spostano il significato, a seconda del momento di scrittura e si differenziano di molto dal termine latino convertere – da cui conversio– che sottende l’idea di voltare di uno, che fa un giro tutto all’intorno, e che ha la volontà di cambiare direzione!.

* Bene. Le parole di Gamaliele e quelle di Saulos-Paulus in Lettera ai Galati e quelle in II Cor. 12,1-2 sono per lei fondamentali per la futura costituzione del cristianesimo in Antiochia, prima, e poi ad Alessandria nel Didaskaleion, dove è definita la figura del Christos crocifisso e risorto, quando viene ripreso il messaggio catholikos paolino, a seguito della fissazione del dogma trinitario (Gesù è uios e logos incarnato nella pienezza del tempo augusteo per la redenzione dell’uomo! Gesù così diventa rabbi perché sapienza personificata divina), allorché è già tramontato il sogno sublime di Gaio Caligola, quello di Traiano, quello di Lucio Vero di conquista dell’intero impero parthico !? Sono passate diecine e diecine di anni – quasi un secolo e mezzo dalla crocifissione del Messia, unto del Signore nella Pasqua del 36 d. C.- e non esiste più né il tempio, né il nome santo di Gerusalemme e di Iudaea!

Marco, devono essere esaminati questi momenti prima di parlare e di accettare quello che dici, come verità cristiana ellenistica, e bisogna ricordare che un protos come Saulos, cittadino tarsense, civis romanus dovunque, nel mondo, in un’area di oltre 3.300.000 km quadrati, è a casa propria, perché civis,seppure privato/ idioths come Erode ( e i suoi figli), philellhn, anche se fariseo, figlio di un fariseo originario di Giscala, beniaminita, rispettato tra i contribuli, perché esegeta biblico, in quanto scriba, seppure ellenizzato. Il suo invio a Gerusalemme , comunque, a completare gli studi esegetici è già un compromesso per il padre, che lo affida a Gamaliele, nipote di Hillel, un fariseo, connesso col nuovo sinedrio antimessianico, filoananiano, legato ai sadducei, in quanto ha ormai congiunto la sua famiglia con quella erodia tramite il matrimonio di sua figlia con Fasael, nipote del fratello di Erode il grande, dimostrandosi uomo di conciliazione dopo lo strazio della sconfitta politica e militare con successiva crocifissione del Messia, dovendo dare una nuova lettura ai fatti messianici e alla vittoria dell’aquila romana sul re de re, Artabano III e sul nabateo Areta IV, essendo ormai ripreso l’espansionismo militaristico romano, essendo considerata prossima la conquista del regno dei Parthi, avendo già la diplomazia tiberiana vincolato gli albani e gli iberi caucasici, e avendo i romani la thalassocrazia anche nei mari eritro- arabici, grazie ad una sicura navigazione fino in India da quasi tre generazioni, dal periodo augusteo, – di cui si ha testimonianza ancora nel III secolo, epoca di scrittura di Anonimi auctoris Periplus Maris Erytraei, che scrive -ibidem 53,54- Muziris e Nelcynda sono ..di primaria importanza e il primo abbonda di navi inviate con carichi dall’Arabia e dalla Grecia .. si trova su un fiume con una distanza da Tyndis al mare di 500 stadi e dal fiume di 20 -.

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*Professore, lei sembra alludere ad un padre di Saulo, che, come fariseo abbia avuto una pars nella stasis messianica ed abbia dato un contributo, all’impresa e che poi, a crocifissione avvenuta, si sia deciso ad inviare il proprio figlio a Gerusalemme, come garanzia del suo nuovo procedere apocalittico, conciliatorio, tipico della scuola di Hillel, secondo una lettura dei fatti, allegorica, non letterale, non secondo la tradizione legalistica, propendendo, da una parte, per la giustizia e da un’ altra per la caritas popolare.

Certo, Marco. Penso che un separato e vicino al prossimo – più ai commercianti che al popolo della terra, più all’élite oniade cosmopolita diasporica che al basso e medio sacerdozio templare – possa aver agito così, dopo l’evento tragico della crocifissione del Messia, essendo vir civilis ecumenico catholikos, di mente sublime come Caligola, di cui ha sposato l’ideologia universalistica, propria di Alessandro Magno.

* Mi vuole dire che il mondo è sempre lo stesso, dopo ogni vittoria. Noi italiani, fascisti, prima del 10 giugno del 1940, dopo la vittoria degli alleati, diventammo tutti comunisti ed americani e salimmo sul carro dei vincitori, nonostante che l’opera partigiana fu considerata dannosa inutile e deleteria e i partigiani chiamati solo cobelligeranti- indesiderati e sconclusionati collaboratori, armati, sopportati da generali americani ed inglesi che mal contenevano le truppe miste afro-asiatiche e polacche.

Saulos, da neos poliths- sai bene che nel fare storia non amo i confronti col nostro presente!- è convinto della nuova mentalità della salvezza universale in quanto la rivelazione /apokalypsis è per tutti – non per molti- ( Dio si è rivelato col messianesimo, anche se esistono zone di luce, accanto ad altre di tenebre, comunque, destinate ad avere luce), sicuro di essere uomo consacrato secondo la concezione alessandrina filoniana. Infatti , scrive di essere stato eletto e distinto secondo la profezia di Isaia- 49,1 – circoscrivendomi fin dal seno della propria madre (cfr. Gal. 1,15-16) o aphorisas me ek koilias mhtros, e, dopo avermi chiamato, giudicò bene di rivelare a me, in me stesso, suo figlio/apoklaupsai ton uion autou en emoi affinché ne divulgassi la novella alle genti/ina euaggelizoomai en tois ethnesin!-.

*Professore, qui Saulos dice che è chiamato dalla grazia di Dio a divulgare la buona novella ai pagani per cui chiedo a lei se posso pensare che fa ciò in un primo tempo, senza autorizzazione degli inviati /apostoloi, andando in Arabia, tornando a Damasco e, solo dopo tre anni, va a Gerusalemme. dove incontra Cefa e rimane con lui 15 giorni. Ho bisogno di capire storicamente, essendoci incertezza di base sulla crocifissione, che per noi, suoi discepoli è il 36 d.C., per gli altri oscilla tra 30 e 33 d.C. Infatti io ragiono tenendo presente che la morte di Stefano avviene tra la fine del 36 e i primi mesi del 37, con la conversione di Saulos poco dopo: la successiva fuga da Damasco, i tre anni in Arabia e il ritorno nella città siriaca sono invece nell’arco del periodo di impero di Caligola, che è l’ imperatore che rende apolidi molti cives ebraici, anche iulioi con vecchia certificazione cesariana ed augustea cfr. Atti degli Apostoli,22,26-30.

Marco, tu vedi questo periodo della vita di Saulos- Paulus compreso nell’ambito del regno di Caligola e, quindi, ritieni che i fatti di Alessandria col massacro degli ebrei ad opera di Avillio Flacco, l’elezione di Giulio Erode Agrippa a tetrarca al posto dello zio Filippo, morto, e la stessa deposizione di Erode Antipa dalla tetrarchia di Galilea e Perea ,- data al nipote cognato – e la divinizzazione imperiale del 40 siano conosciuti da Saulos. Per te sono noti anche il decreto di Caligola di sterminio dell’etnia e l’indecisione di PetronioTurpiliano sulla necessità di esecuzione specie quella di porre il colosso imperiale dentro il tempio di Gerusalemme, già fabbricato e pronto a Tolemaide. Tu pensi perfino che Saulos sia abbattuto come ogni ebreo e che abbia lo stesso animo depresso avendo la stessa coscienza di fine del giudaismo che hanno Filone e gli altri alessandrini a Pozzuoli, quando hanno la notizia del decreto caligoliano cfr. A. Filipponi, Legatio ad Gaium, ebook 2012 .

*Certo, professore. Non sono questi gli avvenimenti tragici che cadono nel corso della vita giovanile di Saulos, prima del suo apostolato, che leggo secondo la tradizione cristiana, senza avere referenza alcuna, nemmeno quella di inviato/missus?

E’ questo il periodo, ma Saulos non ne parla, anche se conosce i fatti (la morte di Caligola il 24 gennaio del 41, l’elezione di Claudio e il decreto agli alessandrini circa la proibizione di proselitismo, oltre all’elezione a re della Iudaea, riunita, di Giulio Erode Agrippa I). Saulos, essendo un inviato, mistico, su comando diretto del Christos, dotato di carismi – tra cui la profezia – conosce i piani divini – oikonomia tou theou – e il passaggio dalla turannis caligoliana al principatus augusteo di Claudio, che, comunque, riconosce la dignità di tutti i popoli soggetti alla romanitas e li equipara, comandando ad ognuno il proprio culto di latria per il proprio Dio ed imponendo – specie agli ebrei- il divieto di proselitismo.

*Professore, so che lei considera l’uccisione di Caligola come opera ebraica in quanto vede coinvolto anche il re Giulio Erode Agrippa I, che, tradendo, ne determina la morte, avendo preparato con altri una congiura, anticipata, come esecuzione, dai pretoriani di Cassio Cherea.

Marco, io su Paolo e Caligola non ho documenti, ma posso dirti del misticismo paolino, di quel periodo, come lo leggo in lettera ai Galati e nella II Corinti, riassumendo il suo pensiero, in cui si dice che il suo vangelo è divino, non opera di uomini, a cui egli non deve piacere: ei eti anthroopois hreskon, Xristou doulos ouk an hmhn/ se cercassi ancora di piacere ad uomini, non sarei schiavo di Cristo -Gal, 1.10- . Ritengo, quindi, con la Baslez che la conversione di Saulos sia una tappa nel processo di trasformazione di un intellettuale ebreo in carismatico cristiano e che sia un’esperienza mistica di un pio giudeo. (Cfr. M. Fr. Baslez, Paolo di Tarso, Sei, Torino,1993. p.53).

*Secondo lei, non è un fatto reale la conversione di Paolo, ma mistico?

Marco, ascolta!. Per gli aramaici bisognava interrompere il rapporto tra Saulos e il sinedrio perché convinti che la lettura della Sapienza e dei Profeti sia centrale per comprendere il piano di Dio sulla natura e sulla storia
Non solo lo scriba ma anche il traduttore e tutti gli addetti alla lettera sacra e gli interpreti dei sogni  ed anche i profeti hanno qualcosa di divino in quanto operano sul mysthrion e sul logion. Essi vogliono condizionare il giovane tarsense che conosce- come loro- probabilmente lo studio di Filone (Vita di Mosé ,II,25-44) che usa i termini enthousiasmos per indicare lo stato divino degli ermeneuti-  i quali sono considerati ierophantes e prophetai- e che considera Dio suggeritore (upoboleus) che  ha dato come dono al “poihths”, entheos  kai emphron  (cfr. Platone, Ione, 534b), la sapienza-sophia e lo ha fatto vaso  per parlare,  per dire i suoi oracoli/logia: per loro la metanoia di Saulos è voluta da Dio!. così gli aramaici lhistai pensano di cambiare la situazione a loro favore, ma Saulos è indigesto a tutti ed è pietra di scandalo sia ai farisei ed esseni sia ai sadducei sia perfino ai pagani e ai romani e risulta inviso, dovunque vada ai giudei ellenisti, anche se ha parenti in ogni parte del mondo romano.

*Quindi, per lei, la situazione post messianica poteva cambiare solo con il cambiamento di un giovane, di quel neos tarsense. Mi sembra strano, dato che risulta odioso a tutti ed è perseguitato ?

Marco, non dico questo, dico piuttosto che il viaggio sia avvenuto e che anche l’incontro si è verificato secondo disegni provvidenziali e con modalità diverse da come ci è stato raccontato dalla tradizione. Saulos incontra il Christos, vivo, e vive l’esperienza en emoi, cioè in se stesso, nella carne e nel sangue, come una chiamata interiore, in relazione ad una sua scelta personale, come conferma di una predisposizione elettiva fin dal grembo materno ek koilias mhtros / dalla cavità uterina della madre- simile a quella di Maria vergine– e come missione apostolica.

* Per Saulos, mistico, lo svelamento del Christos/ Xristou apokalupsis è epiphania pneumatos /manifestazione dello Spirito, come corpo-carne/sarcs e come animus e mens- sangue/anima?

Non so se si possa dire così, anche se, in seguito, da uomo maturo, Saulos- Paulus considera la sua conversione personale chiamata come quella di Mosè sul Sinai o come quella di Levi – cfr. Testo greco di Testamento dei dodici patriarchi in H.W.Hollande – M. de Jonge, The testaments of twelve Patriarchs, Commentary Leiden 1985., AA.VV, Il testamento dei dodici patriarchi , Le vie del Cristianesimo, 2020. Noi cristiani confondiamo i due momenti storici e li mettiamo insieme, come se Saulos fosse anche Paulus o Paulus fosse contemporaneamente Saulos.

*Non capisco, professore, conosco quella di Mosè, non quella di Levi, di cui non so nemmeno l’epoca di scrittura.

Marco, sembra che l’opera sia dell’epoca del nipote del Siracide e pure dell’ambiente alessandrino della fine del II secolo a.C. in cui si dice : (Testamento di Levi- terzo figlio di Giacobbe e di Lia-, 2, 6-12) Ecco, si aprirono i cieli e un angelo del Signore mi disse: “Levi, Levi, entra”. Entrai nel primo cielo e vi vidi molta acqua sospesa. E vidi ancora un secondo cielo molto più luminoso e splendente: c’era infatti un’altezza sconfinata. Domandai all’angelo: “Che significa questo cielo che é così?“. Mi rispose l’angelo: Non ti stupire di questo, perché vedrai un altro cielo ancora più splendente e più puro. Quando sarai salito lassù, sarai vicino al Signore. Sarai suo ministro. Rivelerai agli uomini i suoi misteri e annunzierai riguardo a chi verrà a riscattare Israele. Attraverso te e Giuda, Dio apparirà agli uomini, salvando in se stesso tutto il genere umano. Da ciò che appartiene al Signore vengono i tuoi mezzi di sostentamento. Egli sarà per te campo e vigna, frutto della terra, oro e argento.- cfr. E. Norelli, La nascita del cristianesimo, Il Mulino 2018 e C. Gianotto-E.Norelli, L’enigma Gesù . Fatti e metodi della ricerca storica, 2017.

*Professore, mi vuole dire che la chiamata di Saulos è connessa con quella del patriarca Levi e che ciò avviene nel biennio 37-38 e poi, nel 39-40 quando è nel deserto, senza autorizzazione degli apostoloi, seguendo il proprio impulso ed è collegato con forme mistiche ?

Marco, io dico quello che la tradizione riporta secondo Atti degli apostoli, secondo la lettera paolina ai Galati e la II ai Corinzi, che cioè dapprima Saulos rimase vari giorni a Damasco coi discepoli- specie con Anania che lo guarì dalla cecità- poi si mise a predicare Gesù nelle sinagoghe affermando che egli è il figlio di Dio, mentre tutti si meravigliavano del suo cambiamento/metanoia, ma lui andava sempre più acquistando coraggio e confortava i giudei, abitanti in Damasco, dimostrando che questo Gesù è il Christos ( At., 9.20-22). Ti aggiungo che subito dopo si ha notizia che trascorsi molti giorni …. i giudei si riunirono a consiglio e deliberarono di ucciderlo. Saulos, allora, conosciuti i loro piani e le loro mosse, rilevò che facevano controllare le porte giorno e notte e perciò accettò la proposta di essere messo in una cesta e di notte fu calato dal muro. Ti sintetizzo il brano successivo. Saulos, giunto a Gerusalemme, cerca di unirsi ai discepoli che lo temono e sfuggono finché Barnaba lo prende con sé e lo conduce dagli apostoli e a loro racconta la storia della conversione dell’uomo, la sua predicazione in Damasco in nome di Gesù, senza accennare al suo ritiro nel deserto di Arabia ( cfr.Gal.1,7-13). Gli Atti aggiungono che Saulo, conversando con gli ellenisti, non è accettato ed è attaccato da loro che lo vogliono uccidere, anche a Gerusalemme, ma è salvato dai fratelli in Christos, che lo portano a Cesarea Marittima, per rinviarlo ekapostellein a Tarso. La conclusione è questa, quando Saulos è tornato a Tarso : la chiesa, in tutta la Giudea la Galilea e la Samaria era in pace, rafforzandosi e progredendo nel timore del Signore ed era piena di consolazione dello Spirito santo/Ἡ μὲν οὖν ἐκκλησία καθ’ ὅλης τῆς Ἰουδαίας καὶ Γαλιλαίας καὶ Σαμαρείας εἶχεν εἰρήνην οἰκοδομουμένη, καὶ πορευομένη τῷ φόβῳ τοῦ κυρίου καὶ τῇ παρακλήσει τοῦ ἁγίου πνεύματος ἐπληθύνετο – ibidem,9.31-.

*Professore, perché l’autore mette insieme Iudaea – Giudea (Idumea )e Samaria – regione sotto Marcello, con Galilea – senza Perea – tetrarchia di Erode Antipa, all’epoca nel 39, già inviato in esilio? forse perché confonde i tempi ? cosa vuol dire con l’espressione prosanatitheemi sarksi kai aimati / mi rimetto alla carne e al sangue?

Marco, la situazione non è davvero quella descritta. La figura di Saulos, convertito, deve ancora essere capita, nel suo andare per tre anni in Arabia e nella sua indipendenza dagli apostoli messianici, già divisi tra loro e nella funzione conciliatoria di Barnaba – figlio della consolazione, un levita di Cipro, un inviato – che, probabilmente, dopo il tentativo con Cefa e con Giacomo, lo salva dagli ellenisti e lo fa tornare in patria, dopo un breve soggiorno a Cesarea marittima, capitale politico -amministrativa del regno di Giulio Erode Agrippa.

*Professore, lei mi vuole dire che ancora dobbiamo lavorare sul fariseismo e sull’essenismo, sul settarismo giudaico – i sicari del periodo Antonio Felice ( 48-56 d.C) – e sul tempo di deserto per un pio giudeo, che va in Arabia, e precisare quell’epoca, prima di parlare di relazioni con Cefa e con Giacomo e prima di parlare di un ritorno a Gerusalemme e del rapporto di Paolo con il regno di Giulio Erode Agrippa, erede della dinastia erodio-asmonea, amato dal popolo, operaio, agricolo e commerciante al minuto, e dal piccolo e medio sacerdozio, dagli esseni, in quanto figlio di Aristobulo, secondogenito di Mariamne, moglie di Erode e figlia della coppia asmonea di Alessandro di Aristobulo II e di Alessandra di Hyrcano cfr. Giulio Erode, philellhn biografia, opera in pubblicazione.

Marco, c’ è una immensa letteratura sul deserto arabico, sul regno di Agrippa, sull’ essenismo di Paolo, sul settarismo battista, sugli inviati da Christos sul suo andate per tutto il mondo e predicate ad ogni creatura (Marco,26,13) e sul battesimo di fuoco, su documenti apocrifi ebraici precristiani – di cui anche io ti ho parlato in molti articoli di Un’altra storia del cristianesimo – oltre che sul concetto di morte e di resurrezione farisaica e sulla costellazione essenica e sua diffusione nel territorio damasceno con la cultura della terra della nuova alleanza e specificamente del Documento di Damasco e di un ritorno sovversivo del militarismo giudaico antiromano tra il 50-56 d.C.

*Professore, comunque, all’epoca, per Tiberio, Areta IV, allora signore di Damasco, è un nemico? Roma, dopo la vittoria, non punisce subito, procede lentamente nella punizione dei nemici, a seconda della pericolosità.

Certo, Areta è un re non allineato alla politica romana orientale, un filopartho!. Siccome accoglie rifugiati aramaici, specie nella pars damascena – il cui territorio, all’ epoca è covo di antiromani, essendo abitato da etnie di lingua e cultura aramaica, filoparthiche, solidali con la dottrina di battisti, degli esseni e di messianici– deve essere condotto a Roma vivo a morto! Di lui chiede la testa a Lucio Vitellio, che ha il mandato– dopo il trattato di Zeugma e la crocifissione del Christos maran aramaico,- di portarglielo vivo o, se morto, di recargli la testa cfr. Ant. giud., XVIII, 4,3 e sgg. a cura di A Filipponi, testo greco a fronte, Prefazione note e commento, Simplicissimus, Ebook 2014. Tiberio muore il 16 marzo del 37 quando è iniziata la spedizione nabatea da Tolemaide e le truppe romane marciano per la grande pianura contro il re nabateo, penetrando proprio dalla pars damascena, la più agguerrita, data la presenza di zeloti, traconiti.

*Professore, Areta si salva e, con lui, tutta la regione dall’invasione romana per la morte di Tiberio.

Si. I piani tiberiani sono per ora annullati ed è sospesa l’operazione da Macrone e da Caligola, per cui le truppe restano ai confini del territorio damasceno, pronte per l’occupazione non solo della Nabatea, ma anche di tutto il regno parthico, secondo il progetto di Germanico del 19 d.C. che seguiva quello di Antonio, che ricalcava quello cesariano di una doppia invasione, una a nord, proveniente dall’Armenia ed una, da sud, dalla pars damascena: tutto è rinviato, ma è chiara l’intenzione romana di una guerra antiparthica, che avrebbe dovuto portare i confini dell’impero romano fino all’Indo, dopo aver inglobato un territorio di oltre 2.200.000 di km. quadrati e fatta una nuova centuriazione territoriale, con collocamento agricolo di milites, con la suddivisione in province dell’immenso regno arsacide!.

*Quindi, Vitellio, che torna a Gerusalemme coi re socii e coi legati e che festeggia la Pasqua per la seconda volta nella città santa, tra il tripudio popolare, ha un profondo significato in Oriente?

Si. E’ un evento internazionale, memorabile, perché il dux victor annuncia a tutto l’Oriente l’avvento al trono del neos sebastos/ novus augustus Gaius Caesar Germanicus, che decreta amnistia generale, pacificando di colpo il kosmos, iniziando una nuova era saturnia cfr. Filone, Incipit di Legatio ad Gaium, a cura di A. Filipponi, testo greco a fronte, traduzione e note Ebook 2013. Una ventina di giorni dopo la sua incoronazione romana, l’imperatore, conosciuta la notizia che il 9 aprile un terremoto ha distrutto Antiochia, capitale della Siria secondo Giovanni Malalas (491-578) – cfr.J. Beaucamp et al.La Chronique de Jean Malalas (VIe s. à.Chr.). Actes du colloque d’Aix-en-Provence (21-23 mars 2003), Monographies, Travaux et Mémoires, Paris 2004 – ordina di ricostruirla, impiegando il suo stesso patrimonio, ereditato dalla bisnonna Livia, immediatamente, delegando uomini per seguire le fasi della ricostruzione, dando priorità assoluta alla salvezza fisica dei cittadini, a dimostrazione della sua partecipazione alla sofferenza delle popolazioni, segnalandosi come euergeths/benefattore e soothr/salvatore.

*E’, professore, l’inizio di un lungo periodo di azioni nobili e di gesti salvifici, da parte di Caligola, che, sacrificando 160.000 animali come vittime/hostiae agli dei, indice pubbliche feste a Roma e in Italia, secondo rituali sacerdotali, ordinando di fare la stessa cosa in ogni capitale di provincia! Così lei ha scritto in Caligola il sublime nel 2008, affermando che le festività solenni si protraggono per oltre 15 mesi, dopo i primi sette, ritenuti saturnii, quando il puer optatisssimus, speranza dei militari e della plebe, si ammala gravemente, gettando il mondo nella disperazione- ibidem-, che prega per la sua guarigione e che, dopo settimane di ansiosa attesa, esplode in una nuova festa orgiastica di ringraziamento agli dei per lo scampato pericolo, anche se comincia a manifestarsi una violenta reazione del giovane autocrator/imperator, che, dal letto, ha rilevato il tradimento dei suoi familiares, parenti ed amici, del fratello Tiberio Gemello, dell’ex suocero, Giunio Silano, del consigliere Macrone e perfino delle tre amate sorelle- specie della prediletta Drusilla, morta nella primavera del 38 -!. E’ questo il momento della manifestazione del monstrum Caligola, tanto denigrato dagli storici?

Si. Caligola si trasforma, per alcuni storici, da delizia del genere umano in monstrum crudele e per Filone – ibidem- non passò molto tempo e l’uomo che era stato considerato benefattore e salvatore si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera!. Da qui inizia la rassegna dei suoi misfatti, -uccisione del coerede Tiberio Gemello, di Giunio Silano, di Sutorio Macrone e del cognato Emilio Lepido, esautorazione politica delle sorelle e di Avillio Flacco, governatore di Egitto, sostituzione di Getulico con Galba ecc.- Secondo Cassio Dione, St. Rom. LIX, 3 celebrava Gaio nell’interno del suo palazzo una certa festa e dava un sontuoso spettacolo. -Sembra però, che il termine ippodromiai indichi le corse dei cavalli a seguito della festa dei giochi curuli al circo, nel periodo di settembre (tra il 15 e il 19) e, perciò, qui si tratta del popolo riunito nel circo che chiede di non pagare le tasse.

*Cosa mi vuole dire, professore? il popolo, in festa, fa la sua richiesta all’ amatissimo principe, euergeths!

Caligola, che è principe democratico ed amatissimo dal popolo, dovrebbe aderire alle richieste, come ha fatto per Antiochia e come ha mostrato di fare in ogni parte dell’impero come espressione di euergesia, ma l’imperatore non fa quanto il popolo desidera e, quindi, per la prima volta diventa veramente impopolare!

*Professore, Caligola sa quel che fa: ha bisogno di denaro in quanto sta preparando la sua partenza per Alessandria, dovendo ancora terminare di finanziare la propaganda per la sua ektheosis e ha già pianificato la stessa conquista della Parthia, concordando con doni e denaro la pace con i re caucasici, secondo i desiderata di Tiberio -Cfr. Svetonio, Caligola, XL e cfr. Dione Cassio, St. Rom., LIX,3, – !

Certo, Marco. Precedentemente, secondo Cassio Dione (St .Rom., LVIII, 3 -) già Tiberio aveva ordinato che sopra tutti i generi di mercato al posto della ducentesima parte, bisognava pagare la centesima (come si legge anche in Tacito Annales, I,78 e II,42). L’inasprimento, però, delle tasse doveva essere solo una tantum, forse, l’ultima, prima della partenza per Alessandria. Flavio indica con Keleuoo comando la negazione imperiale alla richiesta del popolo, con motivazione dell’ordine di Caligola: si vuole mostrare che il popolo crede di aver potere, ma è Caligola che lo ha di fatto!. Caligola nomina, infatti, il pretoriano Cherea eispracsomenon tous te phorous senza dare una specifica carica alla persona, anche se Flavio probabilmente allude al servizio normale dei pretoriani, incaricati di riscuotere le tasse al posto dei pubblicani. In effetti il discorso di Flavio tende a mostrare, oltre ad una certa insofferenza popolare nei confronti del giovane imperatore, che Cherea teme di perdere la propria liquidazione perché, se Gaio parte con i Germani – le nuove guardie del corpo- difficilmente si ricorderà del disciolto corpo dei pretoriani e di quei pretoriani, vicini alla pensione!. Nota, inoltre, che lo storico ebraico scrive molto tempo dopo la morte di Caligola e segue le fonti Flavie, antigiulie, e tende a celebrare il tribuno tirannicida, quasi fosse un uomo che pensa a lenire i soprusi fiscali, subiti dalla popolazione romana cfr. A. Filipponi, Ant. giud. XIX, Inizio ebook Narcissus, 2012 .

*Da qui deriva l’ accusa secolare – seppure mai provata- di pazzia/insania-mooria di un imperator che, malato di mente, compie innominabili ed ignobili azioni, uccidendo prima i suoi famigliari, equiparando i diritti dei populares con quelli delle altre classi- in quanto tutti sudditi di uno stesso sovrano, unico pastore del grex romanus,– decimando gli equites, esautorando il senato, sterminando popolazioni, sostituendo i pretoriani coi germani, trasferendo la capitale dell‘imperium da Roma ad Alessandria, dopo aver inaugurato un nuova politica economico -sociale e dopo essersi proclamato Dio vivente, Iuppiter/Zeus, nomos empsuchos sulla terra!

Marco, la lezione, superficiale, degli storici è in relazione alla certezza di una reale pazzia, accettata come dato sicuro da uomini come Filone, ebreo, come Seneca, filosofo, come Svetonio, narratore aneddotico, segretario archivista, pubblico impiegato flavio-antonino, che giustificano, in base alla loro angolazione settaria, le accuse contro il giovane imperatore riformatore rispetto al sistema augusteo e a quello tiberiano. Invece i circa 4 anni di imperium risultano, al di là della lotta per la successione crudele e funesta, come per ogni altra dinastia, un momento fondamentale per la storia romana, basilare per la cultura occidentale, amalgamata con quella orientale, centrale per la costituzione della deificazione del Messia -Christos. Il regno di Caligola sarebbe stato quello della congiunzione territoriale dell’impero romano con quello Arsacide, certamente annesso, data la superiorità militare nel giro di un quinquennio se il divino puer, destinato a scrivere un’altra storia, non fosse stato ucciso da una coalizione senatoria ed ebraica, anticipata, comunque nell’esecuzione, dai pretoriani di Cassio Cherea, rivendicanti la liquidazione, all’atto stesso dei preparativi della partenza dell’ imperatore per l’Egitto!. Un fatto mai avvenuto, ma sognato da ogni romano!.

*Professore, secondo lei, dunque, l’impero di Caligola, pur segnato da eventi dolorosi familiari, da lutti e da stragi, (normali nelle biografie degli imperatori, come abbiamo potuto vedere nella vita di Augusto, Tiberio e visibili in quella di Claudio e Nerone, oltre che nelle domus flavia ed antonina, simili a quelle erodie ed arsacidi, specie nel momento della successione, quando le partes contendenti si affrontano e l’una prevale sull’altra) sarebbe stato un impero più grande di quello di Alessandro Magno, un impero universale!. Comunque, a suo giudizio, Caligola rispetta uomini fedeli come Erode Agrippa e Antioco di Commagene, e lo stesso Areta, neanche più convocato a Roma, ma lasciato morire indisturbato nella sua corte, nonostante il decreto tiberiano e la sua volontà di aggressione, di sistematica penetrazione e di conquista di tutto l’Oriente arsacide!

Certo tutto – conquista dell’Oriente e della Britannia per sradicare i due pericoli, quello ebraico e quello druidico, fonti di continue staseis nell’impero – è già pianificato da una mente geniale come quella di Gaio Germanico, figlio di Germanico, nipote di Druso maggiore, figlio adottivo di Tiberio.

*Per lei, dunque, l’impresa britannica di Claudio è realizzazione di un progetto caligoliano, come quello della preventivata conquista dell’Oriente, in una ripresa della conquista militare romana, interrotta , bloccata da Augusto e rimasta ferma dopo le clades lolliana e variana, fino all’impresa di Lucio Vitellio e al cambio di governatore in Germania?

Certo. Caligola ha pianificato l’invasione orientale con lo stesso scrupolo con cui ha segnato le tappe del suo viaggio di trasferimento della capitale da Roma ad Alessandria, con verifiche sul campo, data l’abilità negli spostamenti del giovane imperatore. Infatti i suoi piani di invasione dovevano partire anche dalla zona damascena oltre che dall’Armenia per prendere i parthi tra due fuochi. Perciò aveva punito con l’esilio Erode Antipa che aveva attaccato Areta IV, senza avere l’autorizzazione romana, solo per problemi propri e di confine territoriale, senza conoscere il piano generale contro Artabano e i suoi socii, automaticamente allertati di fronte al pericolo, non solo a sud, ma anche al nord – specie sui monti Zagros in Armenia dove nascono Tigri ed Eufrate e tra Sophene ed Adiabene, dove sono le sorgenti del Grande Zab /Lykos e Piccolo Zab/ Kapros -.

Iran, the world's first superpower
Il piano di invasione caligoliano era quello di suo padre Germanico, che aveva concepito modifiche a quello precedente di Marco Agrippa, che aveva rivisto il progetto cesariano, attuato da Marco Antonio: invasione contemporanea, da nord, dall’Armenia e, da sud, da Damasco al confine con la Siria, dopo aver posizionato la flotta, partita da Arsinoe-Ismailia Egitto- dopo giorni e giorni di navigazione sul Mare Eritreo, costeggiando poi la penisola arabica fino a giungere sul Golfo persico. Solo Traiano fece posizionare la flotta, formata da battellieri ebraici, in prevalenza, alla confluenza dei due fiumi, dopo che la navi avevano navigato lungo il corso del Tigri, sul Golfo persico, dove sembra sicuro che stazionarono a lungo le navi romane di Lucio Vero, un cinquantennio circa dopo!.

Il suo progetto universale – da attuare dopo la fine della propaganda dell‘ektheosis/divinizzazione e dopo la definitiva liberazione dai nemici interni – contemplava la conquista di tutto il territorio parthico, da suddividere secondo centuriazione, dopo la divisione in varie province tributarie, sotto governatori legati militari, circondati da dioichetai amministratori e pubblicani, come nuovo apparato burocatico costituzionale/neoteropoiia, basata su unico, divino, pastore del mondo romano ellenizzato, che ha come confini l’Oceano e I’Indo e come capitale Alessandria: la lex iulia augusta era centrata sulla figura divina del sovrano nomos empsuchos /legge vivente, equiparata a quella già tipica del re dei re, arsacide!

*Perciò, alla punizione di Erode Antipa sarebbe seguita la condanna a morte del Surias epitropos Petronio, che tergiversa e che si lascia consigliare da uomini giudaici filoparthici, che sono pars di una congiura in atto, di cui lo stesso Areta, malato e vicino a morte, doveva essere a conoscenza con Giulio Erode Agrippa I ?

Marco, non lo si sa con certezza ma, per Caligola, discepolo di Tiberio, il primo della lista dei re da punire e stroncare prima di iniziare la sua impresa parthica, programmata già all’inizio dell’anno 41, quando lui si accingeva a fare il viaggio organizzato per nave con precise tappe, in Epiro, in Acaia, in Asia minore – ad Efeso e poi a Samos – in Siria- Antiochia ricostruita – e Celesiria, con visita a Cipro, da dove partire per Pelusio e, da lì entrare in Alessandria, trionfalmente, da Porta Sole!.

* Grazie professore. Grazie per la sua accurata indagine e necessaria documentazione, – scambiata come sfoggio di erudizione, da alcuni avversari – senza cui io non riuscirei ad entrare in merito al ruolo di Areta e tanto meno capire la funzione di Saulos-Paulos nel cristianesimo, la sua vera insania, la sua retorica e la sua predicazione universale, su cui, poi, il papato alessandrino nel II secolo d.C. baserà la sua doctrina christiana ecclesiale, catholica, ereditata in seguito dall’ ekklesia romana!.

Marco, io non mi curo di chi, da ignorante, parla della ricerca di uno storico serio, come di un erudito narcisista!. Io affermo, in base al mio studio, che Areta IV, all’epoca, alleato di Artabano III, dopo il trattato di Zeugma,  per Gaio Caligola – reggente con Macrone e con Tiberio gemello – è sovrano amante del suo popolo, nabateo, uomo di cultura mesopotamica e filoaramaico, come afferma Nicola di Damasco   – Fragm. Hist. Graec. II,351 – definendolo Philopatris, re indipendente da Roma, che si fa chiamare Rahem ‘ammeh,  infuenzato da uomini come Giovanni il battista, da  molti giusti esseni del Qumran, sparsi nei dintorni di Damasco,  in comunità  che  inneggiano ad un Maestro Giustizia e che predicano in senso nazionalistico, in quanto messianici, desiderosi anche di avere una guida militare antiromana. Aggiungo per la tua formazione che Erode Antipa  – che ha  tentato di arginare  il nazionalismo aramaico- messianico, specie  dopo l’ inimicizia  col re di Petra, a causa del  divorzio  da Dasha, figlia del re nabateo, risulta sconfitto proprio per il tradimento delle truppe traconite, zelotiche, e per la propaganda battista ed essenica, a seguito della morte del precursore di Cristo. Essendo la situazione non controllata dai romani, i reggenti, a nome di Tiberio, avendo già dato mandato a Lucio Vitellio di penetrare in territorio nabateo e di portargli vivo o morto Areta IV – cfr. Ant giud.XVIII,5.1-3- richiamano indietro il dux per annunciare la morte dell’imperatore, al kosmos, per cui viene dato l’incarico straordinario di rientrare per la seconda volta in Gerusalemme ed annunciare da lì la notizia che ora è imperator Gaio Cesare Germanico Caligola, tra il tripudio popolare, mentre Areta seguita a governare impunito sul suo regno!.

*Quindi, in questo clima, è possibile la fuga da Damasco col ritorno di Saulos a Gerusalemme dopo i tre anni di deserto, essendo sfuggito all’etnarca di Areta IV (cfr. 2 Lettera ai Corinti)? Lei mi vuole dire che la conversione di Saulos risulta un momento ulteriore di studio per il discepolo di Gamaliele, che va nel deserto di Arabia in cerca di purificazione?

Si. Saulos fa la normale esperienza del deserto per un asceta del tipo di Giovanni il battista – o di Giuseppe Flavio, che incontra Bannus o di Erode Agrippa, come ho scritto nel romanzo l’Eterno e il regno – . A me preme farti capire che ci sono molti studiosi che, trattando della conversione di Saulos, parlano di una via di Damasco tanto che si può dire che essa sia come una via della vita o per la vita, tipica di un vivere essenico o battista o di una vita mistica e contemplativa cfr. A. Filipponi, Filone, De vita contemplativa. cit. o Quod omnis probus, cit, oppure L. Moraldi, Manoscriti del Qumran, Tea 1994 e specie il Documento di Damasco, l’Ascensione di Isaia e il Libro dei Giubilei (in Didimo il cieco Leptogenesi, IV,31,) oltre quello di Enoch (in ge-‘ez etiopico, lingua antenata dell’amarico e del tigrino, come il latino rispetto all’italiano attuale).

*Professore, all’ epoca, dire convertirsi sulla via di Damasco significa vivere in modo mistico-contemplativo, in modo spirituale, secondo la cultura essenica, che riservava la resurrezione solo ai giusti, esprimendola come un passaggio – dopo qualche tempo dalla morte, di attesa nebulosa-, dell’anima in un altro corpo, forse già individuato in vita?

Marco, ricorda, quindi, il valore di Damasco, che, durante la vita di Gesù, non è più centro carovaniero di dissolutezza e di luogo antitetico a Gerusalemme, ma è invece la terra della nuova alleanza, il territorio dove trovano asilo i convertiti. Damasco è locus sacer in cui i ciechi vedono, essendo loro caduto il velo, mentre cercano la legge e la giustizia/ tzedaqah facendo un nuovo percorso con un ritorno in se stessi, diverso da quello legalistico, con un’ altra strada, un’ altra via / methodos! Secondo molti critici, Damasco è simbolo di una purificazione dagli studi enciclici, ellenistici, perché lì ogni ebreo segue direttamente Jhwh, come uomo che vive nel deserto! cfr. O. Becker, Das Bild des verwandte Vorstellungen im fruehgriechischen Denken, Berlino 1937; C.T. Frisch, The Qumran Community, New York,1956; P.R.Davies, The Damascus Covenant:An Interpretation of the “damascus document”, Sheffield- Ricorda che per molti autori Saulos è come Giovanni battista, e che ha connotazioni mandaiche ed esseniche. cfr. J.Schmitt, Le milieu baptiste de Jean le Précursor Recherches des Sciences Religieuses 47,1973/(391-404) e E . Trocmé, Le livre des Actes et l’histoyre, Parigi 1957 e J. Murphy-o’ Connor Paul und Qumran, Londra 1968, oltre a R. E. Brown, La communité du disciple bien-aimé, Paris 1990.

*Ma, professore, Saulos convertito, damasceno, non ha nient di comune con un Gesù aramaico, con un Gesù ebreo, che vive secondo torah ed opera conformemente a quanto scritto poi da Giacomo, suo rappresentante nel Tempio, che vive, operando da recabita e da giusto, esempio per i lhistai damasceni cfr. Giacomo e Paolo in www.angelofilipponi.com – Non è il caso nemmeno di parlare di cristianesimo, cosa di cui ci sono tracce solo nel secondo secolo in epoca antonina, nella pars orientale cfr. Cartina delle comunità cristiane, presa da P. Siniscalco, il cammino di Cristo nell’impero romano, Laterza1983

Ecclesiai nel II secolo d.C.

Marco, certo il fenomeno christianos ha rilievo, per come lo intendiamo oggi noi, solo nel II secolo!. Da storici, comunque, si può dire che in Lettera ai Galati è la risposta vera di questo strano personaggio tarsense cioè di un Saulos damasceno, che vuole imitare Christos e che si pone come modello per i gentili, convertiti da lui. Anche l’autore di Atti lo legge allo stesso modo come poi si rivela personalmente nella II lettera ai Corinti, in cui indica il passaggio dalle tenebre alla luce, secondo una propria interpretazione, come si trattasse di un rapimento con una cecità improvvisa sopraggiunta, temporanea.

*La lettura del messaggio risulta, dunque, espressione diretta e personale di Saulos-Paulus, di un uomo che scrive dopo oltre 10 anni, in un’altra situazione imperiale, forse al momento della morte di Claudio o poco dopo?

Marco, non so dirti se Paulus scrive la lettera in questa precisa occasione, ma non dovrebbe esser lontano dal 13 ottobre del 54, morte di Claudio ed inizio felice del regno di Nerone, un adolescente, all’epoca, dominato da Seneca, dal suo stile antitetico basato sulla magniloquenza brachilogica, sul mettere insieme, armonizzando, pur nella dissonanza contrastiva, sublimitas et imbecillitas altezza e piccolezza, nobiltà di stile elevato con fragilità congenita naturale magna-parva, rischiando il ridicolo/ spoudaion-geloion accostando cose risibili geloiacatagelasta a cose serie/ spoudaia, mescolando il tutto.

*Bene, professore, lei sta parlando, comunque, di un Saulos, fariseo, che già si è opposto a Cefa – che, vivendo da gentile e non da giudeo /ethnikoos kai ouchi Ioudaikoos, costringe i gentili a farsi giudei (essendo un pescatore incoerente, seguito costantemente dalla numerosa famiglia, moglie e figli, il fratello Andrea e moglie e figli ed altri parenti, contribuli, un clan )- poos ta ethnh anagkazeis ioudaizein; Gal.2,14 -e che afferma da insensato di un suo arrivo nel terzo cielo– II Cor. 12,1-12 ?

Marco, Saulos confessa di essere arrivato fino a Dio e lo mostra come un’ ascensione al terzo cielo, anche se molto dopo, in altro periodo di vita, diverso da quello sotto Caligola -tanto da parlare di vita di paradiso, quasi volendo evidenziare una trasfigurazione che lo faccia fregiare del titolo di inviato/apostolos. L’uomo sa di avere nemici e di essere sempre sotto attacco e si difende, elogiando la sua opera missionaria, come se avesse fatto una costruzione, un complesso architettonico degno di ammirazione, e parla a ruota libera, emotivamente, senza timore, senza alcun pudore, confessandosi, senza reticenza, mettendosi a nudo, confidandosi, mostrando i propri limiti perfino sulla stessa figura minuta e sgraziata, lodandone, però, la resistenza fisica e forza, dimostrando che i pericoli affrontati lo hanno reso solido, ingigantendolo grazie all’esperienza di creatura, che si può vantare perfino della sua fragilità e nullità, alonandosi come aborto. E’ un creativo, che vuole apparire, in sostanza un formale, che, nonostante la conoscenza dei limiti, anzi sollecitato da essi, procede in una personale naturale rivincita. Mai un intellettuale fu più efficace nel mostrare pregi e vizi, tutto il suo animo agitato e contorto nella sua vulcanica eruzione, nelle sue convulsioni contraddittorie! Mai letterato fu più enfatico, metaforico ed antitetico nella sua autobiografia mistico-estatica !

*Professore, mi vuole dire che Paolo nel suo scrivere, in preda ad una convulsa agitazione emotiva, cerca di entrare in empatia col suo uditore/lettore coinvolgendolo nei suoi rapimenti mistici,- come fa col suo confessore s. Teresa d’Avila cfr. Opere complete a cura di L. Borriello e G. della Croce trad. di Letizia Falzone, ed. Paoline,2000 ?- Per lei Paolo è uomo che, per chiarire la sua insensata fides, mostra con timore di essere andato oltre i limiti umani, volendo apparire credibile nella sua insensatezza, specie nella narrazione dell’ascesa al terzo cielo? anche la santa si dice insensata perché, illitterata e parla metaforicamente di giardino e di giardiniere che innaffia con l’acqua della preghiera e mostra quattro tipologie di orazioni, correndo il rischio di levare il proprio spirito a cose soprannaturali, prima che lo faccia il signore nella sua maestà divina.

Marco, ritengo che Saulos, giovane, esprima il groviglio sentimentale ed emotivo di un adolescente che, nella sua immaturità, ricorre alla finzione e alla recita per accalappiare retoricamente, ammaliando il suo uditore sfruttando ogni mezzo della tradizione ebraica, essendo educato farisaicamente alla resurrezione e alla ascensione al cielo e soprattutto, come tarsense, alla sublimità di pensiero e di quanto è oggetto di narrazione, considerato il tasso culturale di chi ascolta il suo mistico viaggio di pneumatikos, che ha fatto l’esercizio del silenzio, essendo stato educato all’ascolto, per seguire le orme di qualcuno.– cfr. Il silenzio di Apollonio in www.angelofilipponi.com –

*Allora, professore, dobbiamo fare attenzione a non lasciarsi prendere e dal logos mistico paolino e leggere bene lo svelamento che permette a Saulos di riconoscere come figlio di Dio il Christos venuto: la sua voce non è differente da quella propria di una setta di iniziati ai misteri, pagana, come quella dei Cabiri di Samotracia, e la sua ascensione al cielo è un rapimento del tipo di Enoch, del Libro dei segreti di Enoch, noto ai primi cristiani antiocheni per i quali il paradiso è il terzo cielo cfr. II Enoch, VIII e LVIII .

Marco, conosci oltre al libro dei Segreti anche quello di Enoch – che è la terza pars, nota come Apocalissi delle settimane in lingua arcaica ge-‘ez ? Hai letto anche Il libro dei vigilanti del bisnonno di Noé oltre che la pars detta Libro dei giganti, che sembra collegata, secondo Moraldi, coi manoscritti non biblici di Qumran?

*No, no. Ho solo sbirciato qua e là, curioso circa la figura di Enoch per seguire il suo pensiero su Saulos e la tradizione giudaica alessandrina!. Era il mio un tentativo di entrare in merito sui mistici e di conoscere meglio il tarsense, discepolo di Gamaliele!.

Hai fatto un lavoro libresco, non uno studio accurato, cordialis, per seguire un maestro !. Bene. Sei uomo curiosus, degno sempre di stima, ma devi capire che così non potrai entrare in merito ad una revisione storica seria e funzionale! Si rimane sul piano di ricerca propria di dilettanti, conferenzieri superficiali e vanagloriosi, che parlano, parlano, parlano di problemi che non conoscono, come se fossero capaci di qualche verbale soluzione!

*Capisco. Io procedo, come fanno tutti, anche i tanti che in Tv propongono nuove idee sul Christos, facendo gli opinionisti, come fa da anni anche un suo lettore e presentatore di Caligola il sublime, e del romanzo L’eterno e il regno, un laureato in economia e commercio, dilettante di storia, curioso di cose antiche o come fa un medico interessato a problemi anche biblici e a Pinocchio e ad altri temi o come un fa un libraio che promuove, da decenni, la cultura locale! La loro lettura è molto superficiale e libresca come la mia, eppure fanno conferenze in città su temi prefissati, avendo un buon pubblico con cui poi fanno cene, in chiusura di dibattiti vivaci. Io pensavo, come loro, di poterle essere di aiuto, ma vedo che non è utile perché si ha sempre in fondo un certo culto della propria personalità con voglia di esibirsi e di apparire, tipico del christianos!. Un christianos è un popolare, puerile! Non conosce che honestum è bonum et utile/kalon kai chreeston!.

Marco, so bene quanto sia diversa la tua azione rispetto a quella deì vanagloriosi, venditori di fumo, parolai che, pur dichiarando il loro entusiasmo e la loro stima verso la mia opera, hanno solo fatto promesse di aiuto ma non si sono mai impegnati a favorire il riconoscimento del mio lavoro cinquantennale, desiderando, invece, una loro personale affermazione!. Marco, io chiedo solo se hai fatto ricerca approfondita su Paolo e il misticismo, e se hai letto la vasta produzione ebraica apocalittica in relazione al periodo caligoliano di Saulos e ai testi che sono in esame. Non chiedo altro!. Voglio sapere se conosci il periodo 50-56, in cui Paolo è inquisito e processato come sovversivo, salvato – grazie ad un tribuno, allertato da un suo nipote – da un attentato di probabili sicari -40!- per cui poi avrà un primo processo a Roma, accusato di essere nemico del popolo , della legge e del Tempio, dopo l’appello all’imperatore, da civis romanus.

*Professore, io la seguo col cuore, da vero discepolo e non so se conosco bene i fatti accaduti sotto il governatorato di Antonio Felice – che reprime il risorto partito aramaico, bellicoso, moltiplicando le croci ai bordi delle strade e bloccando i movimenti insurrezionali dopo la cattura di Eleazaro ed altri capibanda, dopo il rapimento di Drusilla sottratta al legittimo marito circonciso e proselita, dopo l’episodio del giudeo Egizio!. Io so che costantemente in quegli anni, a Pasqua e a Pentecoste, i giudei, venuti per le feste, in modo provocatorio, si accampano sopra la torre Antonia, non lontano dai romani che custodiscono, a vista, il tempio, come per aggredirli e fanno sorgere tafferugli e generano reazioni incomposte di milites, volgari ed oscene nei confronti dei nazionalisti sediziosi giudaici, a detta di Giuseppe Flavio, in Ant. giud.XX,,160 -3 e in Guer.giud.,II.244-267. Comunque, ora leggiamo la lettera ai Galati e il testo della II Corinzi, dove sembra che Paolo ricordi quegli anni caligoliani e parli di reali città, di Damasco, di Gerusalemme e perfino di Cesarea marittima. Al di là dei ricordi paolini, però, mi chiedo se è possibile che una comunità di stranieri /csenoi possa avere il controllo delle porte di una città, allora nabatea, tanto da far fuggire, di nascosto, un adepto e farlo rientrare a Gerusalemme, poi trasferirlo a Cesarea Marittina ed infine rinviarlo in patria, in Cilicia? Non le sembra che, in un certo senso, gli apostoli gerosolomitani facciano un’azione, aiutati da altri, aramaici, e che sulla base delle loro indicazioni, bocciano Saulos neos e lo rinviano a casa? non le pare reale una sua esclusione, momentanea, dalla comunità del Regno dei cieli? il ritorno a Tarso, in epoca caligoliana, a me sembra, ora, una sconfitta con ridimensionamento per l’ entusiastico creativo giovane, ardente discepolo di Gamaliele!.

Marco, non è facile capire il tutto e ragionare in questi termini. Comunque, Paolo, convertito, non appare utile alla causa aramaica! dai testi sembra che si possa pensare all’utilizzo di un primo uomo e poi di un secondo, riciclato come altra figura e, quindi, sembra che ci sia una divisione in due fasi di un unico periodo e di due entrate in Damasco, confuse negli scritti neotestamentari di epoca successiva, che sottendono la volontà di mostrare un Paolo diverso, il viaggiatore, l’apostolo delle genti, l’ inviato con una precisa delega, insieme con Barnaba, tra il 43 e 44, con un mandato legittimo del fratello di Gesù, – quel Giacomo, che sembra aver un altro messaggio evangelico rispetto a quello paolino -!. Questo posso solo dirti, con molta insicurezza!.

*Professore, per lei, comunque, c’è frattura tra il neos tarsense e il Paolo con Barnaba ad Antiochia – città ancora in macerie, seppure ricostruita nelle sue partes essenziali, secondo Giovanni Malalas – mentre la tradizione sembra volere mostrare la continuità operativa di un fidelis, ora in azione come apostolo delle genti nelle sue prime missioni apostoliche, come se non ci fossero state incomprensioni e screzi con gli apostoloiinviati legittimi? lei vede la contraddizione anche nella lettera ai Galati.

Certo. Infatti, nella lettera ai Galati, l’inviato inizia con un rimprovero, dopo il consueto saluto e l’usuale benedizione, precisando orgogliosamente l’origine divina del suo euaggelion, ma è un Paulus civis che parla a romani pagano-cristiani, non Saulos!.

*Divina? un uomo parla di divino in Giudea! strano per un ebreo, che dice lo shema, parlare di origine divina, specie dopo aver maledetto altri, mortali, che operano in modo contrario al suo. Strano!. Strano anche il valore di christianoi – christiani, dopo oltre 10 anni dalla conversione!

Non è strano, Marco, perché l’apostolo è accusato da Giacomo, il capo della Chiesa di Gerusalemme, il fratello di Gesù, nel cui nome predica, perché propugna un pensiero non ebraico, non proprio della legge giudaica , comportandosi da disobbediente alle prescrizioni pratiche, specie quella della circoncisione, opponendo la theoria della fede alla giustificazione mediante opere della tradizione, da vir christianus. Il falso inviato è retorico nel suo logos e procede facendo due interrogative dirette per chiudere con un periodo ipotetico irreale di IV tipo, per introdurre la novità del suo messaggio! Cerchiamo di capire questo punto. Ecco il testo: Cerco di convincere gli uomini o Dio? o cerco di piacere agli uomini? se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei schiavo di Cristo./ Arti gar anthropous peithoo h ton theon; h zhtooo anthroopois areskein; ei eti anthropous hreskon, Xristou doulos ouk an hmhn. ll primo enunciato è centrato su verbo peithoo /fido, che sottende tutta l’area semantica della persuasione fideistica in quanto si basa sull’antitesi di uomo-creatura e Dio- creatore e quindi è scontata la supremazia della fides divina; il secondo sul verbo zhtoo, connesso con areskein, verso la direzione sbagliata umana, secondo una logica dilettevole edonistica, collegata con l’avversario divino, maligno, tenebroso; la finale sillogistica, seppure ipotetica irreale, contiene la dichiarazione, nell’apodosi di essere schiavo di Christos, il figlio di Dio, di colui che è alla destra del Padre, indicato come kurios/ padronedominus!

*Professore, con questo logos ai Galati,- uomini di Galazia (regione centrale, interna della penisola anatolica, abitata da popolazioni celtiche da secoli, divenuta, provincia a seguito della suddivisione augustea nel 25 a.C., ora ampliata, in epoca Claudia, coi territori settentrionali della Paflagonia, tanto da aver sbocchi con Sinope ed Amiso sul Ponto Eusino/Mar Nero, ma anche, tramite la Bitinia, con il Mar di Marmara mentre, tramite la congiunzione della Licaonia, si poteva avere un sbocco al Mar Mediterraneo con la Cilicia , che è di fronte a Cipro )- impostato retoricamente, l’apostolo si qualifica e, pur negando l’utilità della pratica legalistica giudaica e pur sancendo la giustificazione per fede, anche se cosciente di dare un equivoco orientamento, insiste nello sconcertare il suo uditorio di cives, ex milites e di barbaroi con la sua affermazione dell’origine divina della sua missione apostolica e, in un certo senso, ne provoca una reazione di repulsione!.

Non è così, Marco!. Saulos, con la rievocazione della sua attività di persecutore della Chiesa, vuole, invece, attirare il pubblico con la confessione della colpa, ma tende, col mostrare l’apparizione del Christos, a soggiogare, col paradossale svelamento misterico i galati, semipagani, vinti dal fatto apocalittico e dal cambiato sistema di vita di un uomo, ora sradicato dal suo legalistico procedere giudaico farisaico-essenico, e perciò, loro congiunto– cfr. la Provincia di Galazia sotto Claudio-costituita da Paflagonia, Galazia, Pisidia e Licaonia – in www.angelofilipponi.com.

*Perciò, professore, lei dà grande importanza alla volontà di rendere noto ai galati il fatto di averli indottrinati col verbo dell’informazione Gnorizoo-notifico, anche se intende comunicare sentimentalmente, col cuore? le sembra possibile, se ha di fronte uomini non ebrei, il parlare di un sotteso cuore?

Marco, fai ora il sofista e il linguista!. Viene usato gnorizoo, rafforzato con gar e con l’aggiunta dei destinatari del messaggio – umin, adelphoi,-perché si vuole dire to euaggelion to euaggelisthen up’emou oti ouk estin kata anthroopon/ vi rendo noto, o fratelli, che la buona novella che avete avuto da me non è secondo l’uomo e ripetendo gar si scrive: oude gar egoo parà antroopou parelabon auto oute edidachtheen, allà di’apokalupseoos Ihsou Christou/non infatti io da un uomo lo ricevetti e fui ammaestrato, ma attraverso una rivelazione di Gesù Cristo!. Se fai attenzione al suo logos nel primo discorso è centrale doulos Xristou, mentre nel secondo di’apokalupseoos Ihsou Christou, in cui appare chiaro il messaggio del didaskalos dell’ inquietante fidelis predicatore Saulos, ammaliante.

*Professore, l’apostolo vuole mostrare che l’uomo, che ha perseguitato i fratelli christianoi ebraici circoncisi, partecipe alla lapidazione di Stefano, ostile smisuratamente kath’ uperbolhn alla comunità di Dio, è la stessa persona che si è distinta per zelo tra i suoi confratelli e coetanei per cui la sua missione attuale è apostolica perché non è più di un fariseo che concilia fides nel Christos e legge mosaica, ma è di un uomo che è altro Christos, perché si è assimilato a lui, tanto da esserne sua immagine? Per questo secondo lui, Dio ab aeterno ha messo in disparte fin dal grembo materno lui – come suo figlio- e lo ha chiamato con la sua grazia e gli ha rivelato il Christos per trasmettere alle genti il vangelo!.

Marco, comprendi il delirio del fidelis, davvero/aleethoos? Leggi quanto odio acrimonioso può avere Giacomo nei confronti di un esaltato ellenista giudeo cilicio visionario, imparentato con gli erodiani, che, nel suo misticismo sincretistico giudaico-pagano si assimila al fratello, Jehoshua-Gesù- considerato figlio di Dio/o aphorisas – bestemmia per un fariseo ed esseno, recabita e giusto come lui!- inteso come tale che ha il destino da attribuire alla creatura, capace nella sua sapienza illimitata di separare e di tenere distinto, concisamente, assegnando sorti nella sua fissità e stabilità celeste, essendo il padrone del tempo stesso? Comprendi la sorte di Maria vergine, connessa con quella della madre di Paolo, in quanto entrambi – Christos e Saulos – creature, frutto del ventre materno ek Koilias mhtros ? Rilevi kaleo– da cui la chiamata del signore al momento storico opportuno, in quanto erede del cleeronomos perché clero, eletto secondo i piani imperscrutabili dell’ oikonomia tou theou-?

*Professore, lei mi deve spiegare bene, altrimenti non capisco il parlare per aforismi teologici di Saulos -Paulus, maturo, che rievoca il periodo giovanile caligoliano?. Lei mi dice che la lettura di Saulos è una cosa, quella di Paulus un’altra per un platonico filoniano che mette insieme Cielo e terra, Keter e Malkuth, tramite Daath, Tipheret e Yesod.

Marco tu, cristiano, hai un’infarinatura mistica ebraica e non comprendi neanche quello che dici!. Tu, come il clero e la gerarchia ecclesiastica, hai vaga idea della cabala giudaica e la fraintendi!. Cercherò, allora, di essere chiaro, a cominciare dal ricordo della conversione di Paolo, il nostro tema primario. Ti dirò che, in epoca caligoliana, l’imperatore (che non ama lenius comptiusque scribendi genus -Svetonio, Caligola, LIII-) non considera Seneca , autore allora di moda, ritenuto scrittore di pure e semplici tiritele, teatrali costruzioni di sabbia senza calce /commissiones meras componere et harenam sine calce – ibidem – e che ex disciplinis liberalibus minimum eruditionis elequontiae plurimum attendit/ per gli studi liberali non teneva in alcun conto l’erudizione letteraria ma si dedicava con molta attenzione all’ eloquenza,, pur essendo, comunque, desideroso di essere celebrato come facundus e promptus!. Sappi che Seneca si è formato in ambiente ellenistico, quello alessandrino – in cui è stato per 17 anni presso Filone, amico di sua zia e del governatore Galerio Cfr. Consolatio ad Helviam matrem– e che Paulus tarsense ha la stessa formazione, basata secondo un sistema sentenzioso, secondo logia/oracoli, contraria a quella di Caligola, uomo di facile parola e di immediata prontezza verbale!.

* Caligola lo dimostra quando scopre la verità sul sacrificio al tempio, sacerdotale, sadduceo, degli ebrei per l’imperatore e per i romani cfr. Filone, Legatio ad Gaium?

Bravo, Marco. Caligola dimostra la falsità degli ebrei, indistintamente, aramaici ed ellenisti, rilevando che non eseguono l’ordine di sacrificare a lui, Dio, ma nota giustamente che sacrificano ad Jhwh a favore dell’Imperatore e di Roma, cosa diversa da quanto ordinato da lui per decreto. Quindi, il linguaggio di Paolo è quello ebraico in cui c’è equivoco tra littera e res, per cui si dice una cosa, ma se ne intende un’altra, in quanto si allegorizza, procedendo per simbolo e sottendendo mysterion/mysterium.

*Allora è giusta la condanna all’atimia dell’etnos giudaico e di ogni civis romano con certificato cesariano ed augusteo?

Marco, dall’angolazione caligoliana di unico theos e di unico nomos empsuchos, è logica la volontà politica di estirpazione del cancro ebraico in quanto sono noti da decenni i rapporti tra le popolazioni al confine con la Parthia e i vincoli di sangue, di lingua e di religione tra i ciseufrasici e i transeufrasici. Caligola, che ha pianificato l’invasione della Parthia, non vuole correre il rischio di aver alle spalle torme di lhistai, zeloti aramaici filoparthici!

*Per lei, Paulus non è Saulos – il giovane Saulos – che, invece, deve essere studiato per rilevare la sua vera figura giovanile quella di uno, bocciato dagli apostoloi, aramaici e rimandato a casa, a Tarso ?.

Noi cerchiamo di definire Saulos in relazione alle lettere scritte in epoca di Claudio e di Nerone quando predomina Paulus, il mistico, l’aborto, il legalista-o nomikos, con la sua equivoca volontà di congiungere sublimità e umiltà, ideale pensiero e realtà di bassezza umana, quando ormai vige il Decretum agli alessandrini di Claudio che ha ricostituito il sistema del principatus cesariano-augusteo- tiberiano ed ha annullato l’assolutismo imperiale rivoluzionario del nipote, anche se il suo testo deve essere meglio esaminato per dare un giudizio effettivo sulla politica postcaligoliana, non certamente condannata, ma solo attenuata e limitata, in relazione alla ormai sempre più ossequiosa deferenza del re di re nei confronti della romanitas. Noi sappiamo che il pensiero di Paulus, comunque, non è conforme alla volontà dei capi aramaici ed è osteggiato da giudeo-aramaici e da giudeo ellenisti, oltre che da Giacomo che maledice lo stratagemma stesso della conversione di Saulos e la sua autoelezione ad apostolos!

* Per lei, quindi, cessato il pericolo dell’atimia giudaica, abbandonata l’idea della conquista armata della Parthia, inizia un’altra storia, dopo la conquista della Britannia e dopo il regno breve di Giulio Erode Agrippa I ricostruito, più grande di quello del nonno Giulio Erode il filelleno, garante del nuovo rapporto coi figli di Artabano III, in lotta fra loro per la successione!.

Certo. Seguono anni di pausa e di attesa per lo zelotismo, che medita sul fallito messianesimo e che, cercando la rivincita, si arma clandestinamente e fa operazioni segrete mentre la Iudaea è governata da elementi, legati anche per famiglia, ai giudei, come l’oniade Tiberio Alessandro o come Marco Antonio Felice, fratello del liberto Pallante, sposo di Drusilla, figlia del defunto re Agrippa I, mentre anche il pensiero farisaico- essenico, sotto la guida di Giacomo il fratello del Christos, è meno aggressivo come anche il potere della romanitas – che crede in una prossima integrazione, specie dopo la sostituzione di Surias epitropos, Vibio Marso con Cassio Longino – cfr. Vibio Marso in www.angelofilipponi.com

*Professore, se ho ben capito, lei mi vuole dire che Saulos non è Paolo, che è un altro civis romano dell’epoca di Claudio, che ha un altro sistema di vita ed un altro modo di scrivere e di pensare: quello del viaggiatore e del missionario evangelico apostolico, specie in compagnia di Barnaba?!

Marco, già nell’incipit della lettera ai Galati, Saulos si dice apostolos ouk ap’anthroopoon oudé di’ anthropou allà dià Ihsou Xristou kai theou patros tou egeirantos auton ek nekroon/, inviato non da parte degli uomini né di un uomo, ma di Gesù Cristo e di Dio, che lo risvegliò dai morti volendo mostrare che è apostolo di Dio- o aphorisas-e dichiara che la sua evangelizzazione non è quella degli altri. Egli mostra un altro modo di vivere e di credere proprio di un comune civis romanus, come se il suo messaggio, però, non fosse umano, ma celeste e si presenta come alter Christus ad uomini lontani dalla cultura romano-italica, che, comunque, accolgono un altro vangelo quello di aramaici antiromani, per cui la sua posizione, nonostante il tentativo farisaico di conciliazione, è apologetica.

*Professore, lei dice che Paolo, comunque, si meraviglia del mutamento improvviso di animo dei galati, che sostengono ora le prescrizioni rituali della legge mosaica secondo la lettera di Giacomo!. lei mi informa che si è geograficamente lontano dai centri di informazione, in luoghi interni dell’Anatolia, poco trafficati, e che il passaggio dal logos di Paolo a quello di un altro apostolos, (inficiato dal giudaismo messianico, che fida nelle opere e non nelle parole e che ha nel cuore un motore reale del messaggio nuovo dell’ agàpe fraterna, come vera attività di colletta, senza retorica), risulta un tradimento!.

Marco, io vedo equivoco ed ambiguità con contraddizione in una mente farneticante mistica, che poggia il suo ragionamento sulla giustificazione per fede, cosciente che nessuna carne verrà giustificata/ ou dikaiootheesetai pasa sarcsibidem,2,17 – senza Christos!.

*Professore, Paolo punta tutto su Christos-messia, ma non conosce né vuole far conoscere l’uomo Christos, il messia umano, aramaico, volutamente oscurato, avendo nel cuore la figura ideale divina del redentore e del salvatore, di un figlio di Dio, venuto a morire per le colpe umane, sulla croce?

Marco, il suo stesso discorso dell‘essere morto a causa della legge e di vivere per Dio gli fa scrivere in prima persona una pagina di sentimentale partecipazione mistica alla stessa crocifissione: io, infatti, a causa della legge sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono crocifisso con Cristo. Non vivo più io, ma vive in me Cristo, e ciò che ora vivo nella carne, lo vivo nella fede del figlio di Dio, che mi amò e che si consegnò per me. Non rigetto la grazia di Dio perché, se si ha giustizia tramite la legge, allora Cristo è morto inutilmente/egoo gar dià nomou nomooi apethanon ina Theooi zeesoo.Xristooi sunestauroomai. Zoo de ouketi egoo, Zhi de en emoi Xristos; o de nun zoo en sarki, en pistei zoo thi tou uiou tou Theou tou agaphsantos me kai paradontos eauton uper emou. ouk athetoo thn kharin tou Theou ; ei gar dià nomou dikaiousunh, ara Xristos doorean apethanenibidem 2,19-21-.

*Professore, perciò, Paolo prima farisaicamente maledice e poi attacca difendendosi e, nella difesa, mostra la sua insensatezza, la contraddizione di un animo farisaico che sostanzia la sua azione con la parola e non viceversa. Lei allude alla II lettera ai Corinzi, e giudica il discorso di Paolo di epoca successiva, antonina, di un’altra mano molto simile a quella di Marcione e poi di Clemente alessandrino, quando viene sviluppato il suo originale pensiero, rimasto per qualche tempo nascosto?!.

Marco, tu rilevi che Paolo nel parlare del suo vangelo agli incirconcisi, diviso prima con Cefa, avendo avuto l’ approvazione dalle tre colonne Giacomo, Cefa e Giovanni, uniti solo nel ricordo dei poveri, contrasta lo stesso Pietro ad Antiochia – che , prima dell’arrivo degli inviati del fratello di Gesù, mangiava coi gentili e poi si ritrasse e si mise in disparte per timore di circoncisi attirando, nella commedia, anche Barnaba – e pensi che io condanni l’incoerenza petrina e la stessa arringa paolina emotiva su Christos – genomenos ek gunaikos/nato da donna, nella pienezza del tempo- l’inviato dal padre a dividere la storia e a recuperare coloro che sono sotto la legge, a redimerli perché eredi, ed a salvare e liberare anche i gentili, asserviti alla divinità, portandoli alla libertà (lbidem , 4-5 ).

*Professore, c’è forse un’allusione ai tempi di liberazione e di affrancamento, tipici dell’epoca caligoliana, inneggiante anche alla congiunzione dell’impero romano con quello arsacide e alla nuova era finalmente giunta di pacificazione augusta, dopo la facile conquista dei territori nemici? non c’è un ‘eco in Girolamo – Commentarii in epistulam ad Galatas – ripreso da Agostino e dalla tradizione cristiana, che vede Paolo come interprete dei tempi nuovi cristiani, anche se rilevato nella sua insania, in quanto sofferente, in gioventù, di atroci dolori al capo?

Marco, non saprei dirti niente di preciso, io rilevo, comunque, solo quanto dice Paolo insensatamente nella sua autodifesa circa il suo ministero missionario e il velo di Israele e la nuova luce ( cfr. ibidem 3.7-18 e 4.1-18), circa l’invito alla generosità nei confronti dei poveri di Gerusalemme mentre da un’altra colgo l’attacco ai suoi avversari e la sua determinazione operativa, la sua dirittura e il suo vanto con le pene sofferte per amore del Christos.

*Professore, andiamo con calma e procediamo prima sull’avvento del signore e lo svelamento mediante sollevamento del velo, e poi sul suo vedere in quanto uomo non più cieco!.

Leggiamo, allora, insieme, le sue parole e ascoltiamo il messaggio, meditando!. O de kurios to pneuma estin, ou de to pneuma Kuriou , eleutheria/il signore è lo spirito e dov’è lo spirito del signore è libertà . Tutti noi che, col volto non velato, miriamo e riverberiamo la gloria del signore, siamo trasfigurati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, come dallo spirito del Signore/ hmeis de pantes anakekalummenoi prosopoi thn docsan Kuriou katoptrizomenoi thn authn eikona metamorphoumetha apo docshs eis docsan, kathaper apo Kuriou pneumatos . Ora rifletti: se siamo fuori di noi è per Dio, e se siamo in senno è per voi/eite gar ecsesthmen, Theooi, eite sophronoumen, umin. Valuta tu stesso la sua affermazione mistica – di uomo, che ritiene che uno solo è morto per tutti e che tutti, essendo morti, sono vivi per lui, che morì affinché i viventi non vivessero più per se stessi, ma per chi per loro morì e fu risvegliato – e la sua conclusione: se si è in Cristo si è una nuova creazione, il passato è passato, ecco che tutto diviene nuovo/ooste ei tis en Xristooi kainh ktisis, ta archaia parhlthen, idou gegone kaina II Cor. 5,17-18.

*Professore, Paolo ha coscienza della sua aphrosunh e sa delle capacità di sopportazione dei seguaci, avendo ben chiara la la sua gelosia, simile a quella di Dio, per cui viene raffigurata la Chiesa dei fedeli come fidanzata pura, vergine, da presentare a Cristo, non contaminata, come Eva, dal serpente, utile al servizio buono!.

Marco, Saulos paulus non vuole essere definito, però, aphroon – insensato che si vanta di poco, pur affermando che quanto detto non è del signore ma di chi, insensato, si vanta tanto da concludere che chi si vanta, si vanti del Signore/ o de kaukoomenos en kuriooi kaukhasthoo: ou gar o, eauton sunistanoon, ekeinos estin dokimos, allà on o Kurios sunisteesin, essendo raccomandato da lui, non potendosi raccomandare da solo.

*Professore, qui tre termini sono in ballo e non mi sembrano disposti coerentemente, aphroosunh, sunisteesis e kaukheesis, anche se Paulus convinto di essere altro rispetto a quelli che si vantano secondo la carne, pur affermando di aver astheneia debolezza, si vanta di Dio, padre del signore Gesù, benedetto nei secoli, che sa che non mento /oti ou pseudomai -affermazione paolina!-. Paulus parla di un Christos. che ha dato then diakonian ths katallaghs/servizio della riconciliazione e ton logon ths katallaghs/ parola della riconciliazione e quindi di essere ambasciatori nel nome di Christos/ uper Xriston… presbeuomen ibidem 5,20).

Marco, astieniti dal giudizio e cerca di seguire la logica dell’altro, di un Paulus rivestito di Christos ed, in quanto divino, anche se come aborto, un uomo dappoco/ paulus imitatore del signore, tende alla unione mistica, avendo impresse nel suo corpo le stigmate, lui schiavo segnato di Christos, che non mente, dotato, comunque, dei suoi carismi, tipici di un apostolosinviatoparrhsia, profezia, dono delle lingue, esorcismo, thaumaturgia -tanto da poter guarire malati e perfino risuscitare morti.

*Professore, lei mi dice che, pur in modo contraddittorio, il suo operato secondo lo spirito di Dio, diventa salvifico tanto che lui stesso risulta anhr theios come Christos, capace di risuscitare perfino, a Troade, un giovane apparentemente morto.

Marco, tu, ora, sei impostato a leggere secondo ragione le parole e diffidi del parlare confuso paolino e delle sue due entrate in Damasco e di un’ uscita clandestina notturna e soprattutto della sua ascesa al cielo, e neanche vuoi considerare che, essendo figlio del suo tempo, è uomo che parla in relazione alle sue letture profetiche di Isaia e di Enoch, essendo ancora legato al maestro Gamaliele, nel periodo di tre anni vissuti nel deserto siriaco, in una larga zona intorno a Tadmor/Palmira. Sappi che ne parla lui stesso, che si riconosce insensato e, titubante tra umano e divino, tratta della sua trasfigurazione con ascesa al cielo, vantandosi secondo la carne, come molti. Infatti, scrivendo, confessa: anch’io mi vanterò, voi sopportate volentieri gli insensati, tanto siete sensati. Infatti sopportate di divenire asserviti, divorati, depredati, umiliati, schiaffeggiati in viso: è disonorevole dirlo: siamo stati deboli/epei polloi kaukhoontai kata thn sarca,kagoo kaukhhsomai hedeoos gar enechesthe toon aphronoon phronimoi ontes. Anekhesthe gar ei tis umas katadouloi, ei tis katesthiei, ei tis lambanei, ei tis epairetai, ei tis eis prosoopon umas derei. Kata atimian legoo, oos oti hmeis hsthenhkamen.

*E’ vero. Ora capisco davvero! prima del suo discorso, invece, non vedevo la contraddizione discorsiva. Penso che nemmeno i sacerdoti e i vertici della Chiesa ( un Ravasi, uno Zuppi, un Parolin, il papa stesso ) possono capire quanto lei mi sta spiegando: non sarebbe il caso di un suo incontro con qualche vescovo?

Marco, che dici? la chiesa romana è come Roma: aspetta la morte di chi non è pericoloso ! ha il tempo dalla sua parte! hai idea di quanti mesi bisogna attendere per una chiamata di un prelato o di un papa da parte di un fedele, ignoto, che ha fatto richiesta scritta? uccide col silenzio …ignorando chi cerca la verità!. Per quanto riguarda la condizione o lo stato di Paolo, fai attenzione ai termini e leggi bene le sue affermazioni: ciò che uno può osare/ tolman lo dico, essendo in stato d’insensatezza/en aphrosunhi- anch’io oso/tolmoo: Sono ebrei ? anch’io lo sono. Sono israeliti, anch’io; sono del seme di Abramo?anch’io. Sono servitori del Christos? parlo fuori di senno/Paraphronoon lalooo, io di più /uper egoo, per assai più fatiche, più prigionie, ed ancora più percosse, e frequenti rischi di morte /en kopois perissoteroos, en phulakais perissosteroos, en plhgais uperballontoos, en thanatois pollakis Nota come fa risaltare uper mediante parallelismo simmetrico nella prima parte, costituita da en + dativo plurale e il comparativo avverbiale perissoteroos -anadiplosi- e con la stessa simmetria sintagmatica,con l’aggiunta di due avverbi di quantità, nella seconda parte!

*Professore, davvero Paolo si vanta esageratamente, convintissimo di aver patito per il Christos e, preso da euforia, tipica di chi narra emotivamente, è portato a millantare e ad aggiungere qualcosa di troppo al suo racconto, ma lo fa in buona fede per attirare i suoi ascoltatori e legarli a sé, appassionandoli alla sua ricerca e alla sua esperienza di vita, col suo stesso patire, esemplare.

Marco, il fare un’esperienza mistica non comporta operazione reale, ma può sottendere cose concrete, difficili, però, a collocarle insieme ed amalgamarle: occorre tempo e solo pochi, in certe condizioni, riescono a compiere il miracolo di una sincresi, torturandosi nel sacrificio e facendo contorcimenti logici, a seguito di lunghe elucubrazioni, in cui si rovescia la normalità del logos e si trasforma l’antitesi in qualcosa di positivo per se stesso, in quanto si diventa primo da ultimo, saggio da ignorante, in un’ esaltazione della debolezza- che è fortezza – e dell’umilismo estremo, che si sublima, come se fosse una regola, imposta dal Dio, facitore di storia, che punisce i potenti, abbattendoli e che innalza i deboli, sollevandoli dalla loro miseria, opponendo cultura ellenica e cultura tradizionale.

*Nel corso della sua vita ha trovato, sicuramente, qualcuno del tipo di Paolo che, da umile, serviva per essere in alto, presentandosi in veste dimessa, vantandosi del proprio stesso aspetto, meschino, lodando la curiositas libresca e creando un’immagine di sé nuova, tanto da gestire la sua figura in ritrovi accademici, in conferenze mirate, in congressi letterari da chiudere con brindisi conviviali, e lei me ne ha parlato qualche volta. Nel periodo, in cui era in silenzio e lavorava come muratore, facendo scale, e gradini, gazebi, thermopolii, mura di recinzione -cfr.Mastreia’, ebook Narcissus 2011-venivano a trovarla curiosi che ammiravano le sue costruzioni e le parlavano delle loro ricerche entusiasticamente e mettevano insieme il racconto delle loro avventure come se fossero realtà, cercando di impressionare chi, intento al lavoro, sudando, operava concretamente, che faceva misurazioni tecniche, ponendo in opera mattoni, pietre secondo una logica architettonica, incurante dello sguardo altrui, anche se apparentemente dedito ad un ascolto passivo, seppure sempre cortese con tutti. Solo nei momenti di riposo so che lei diceva qualche parola circa il loro racconto, lodando la loro iniziativa e la loro volontà di presentare la risultanza dello studio ad un pubblico in conferenze e ringraziando brevemente per la visita, prima del formale congedo.

Marco, allora, io parlavo poco o niente e perciò facevo cenni col capo annuendo spesso nel corso delle loro argomentazioni ininterrotte, e lodavo la loro memoria senza mai entrare in merito ai problemi che restavano insoluti. A me apparivano uomini che già avendo strutturato il loro pensiero per una conclusione pertinente verisimile, volevano conferme senza dibattito, convinti del loro sapere, come se io fosse garanzia di un futuro applauso per la loro ricerca libresca senza reali fonti dirette e senza dubbi di autenticità, essendo uomini sprovvisti di sistema critico, contenti di aver parlato ad uno, da loro stimato esperto in materia.

*Professore, neanche pensavano che lei da buon ascolano teneva a mente la massima del cinquecentesco scettico compaesano che scriveva. Chi pò non vo, chi vo non pò, chi sa non fa, chi fa non sa et così il mondo va – MDXXVIIII – e che ripeteva spesso capitano tutti a me, povero uomo! Io, comunque, sono figlio della TV e ho in mente figure di opinionisti televisivi, di attori, cuochi, giocatori, storici, matematici, teologi, virologi, militari, che scrivono e mandano messaggi in relazione al loro vissuto anche umile, che si proclamano intellettuali, che ripetono le solite cose, uomini che hanno fatto esperienze estreme e che le vogliono raccontare e trovano altri che amano sentirli e che si immedesimano nelle loro avventure sventurate! . Noi siamo in una epoca in cui tutti parlano di tutto. Conta solo l‘audience televisiva!. Ci sono molti mitomani che costruiscono teorie perfino sulla base di sensazionali scoperte archeologiche, di cui neanche conoscono l’esatta ubicazione geografica e dei reali reperti hanno vaga notizia. Per loro tutto ormai è mito specie, se ci sono in corso pandemie o guerre. Per me oggi, uomini, mistici ed estatici come Paolo, avrebbero molto da inventare e da proporre come veritas/alhtheia.

Marco, tu cristiano, parli così!. Non mi sembra un parlare da christianos seguace di Paolo, che, all’epoca, si considerava il primo della classe e trattava con governatori, con re e regine, con gli areiopagitai ateniesi mostrando di avere una sua cultura aramaica e giudaico- ellenistica, oltre che giuridica, latina.

*Professore, io sono cambiato da quando mi sono avvicinato alla storia e leggo con lei i testi. La mia conversione è autentica . Ho penato tanto!. Ho dovuto avere chiari e familiari i significati giudaico-aramaici del suo lessico. Ho dovuto riprendere grammatica ed esercizi latini e greci ed esercitarmi a tradurre. Soprattutto ho dovuto appaiare il mio codice al suo e mi sono abituato a chiedere quando vedo che siamo in equivoco e necessita una precisazione sul fatto e sulla situazione storica con altre referenze.

Marco, nonostante l’impegno storico e la ricerca linguistica, però, neanche io posso dire di essere oggettivo e scientifico e devo confessare che parlo da profano, navigo nel buio, sono un cieco anch’io, che, in cuor suo, vorrebbe essere tanto scemo e tanto stupido da vivere nel mito, credere di arrivare con Paolo al terzo cielo, nel paradiso, dove, alla fine della vita, incontrare i propri genitori!.

Davvero,?! professore

Marco, anche le mie sono theorie su Christos e su Saulos-paulus: la mia ricerca storica è solo un’ altra storia del cristianesimo e vale forse come quella christiana, anche se è – forse – più probabile, in relazione ad un maggior grado di specializzazione linguistica e di competenza storica, ma sempre insufficiente, ampiamente, per una reale conoscenza della verità fattuale storica, manipolata e travisata nel corso di 2000 anni. Io, amico mio, non mi sento professore, ma sono forse solo un maestro, piccolo piccolo,- non solo di statura!- che, come altri, cerca di orientarsi nella varietà delle fonti, essendo molto incerto nel corso del cammino!.

*Professore, io resto sorpreso dalle sue parole, ma so che che lei mi ha orientato e guidato e di questo le sono grato perché ora ho possibilità concrete di critica sul cristianesimo e sono in condizioni di poterlo accettare o rifiutare, in piena liberta di giudizio.

Marco, ti ringrazio, ma io neppure fido nella mia stessa ricerca sapendola difettosa e limitata, non verificata da studiosi- che, avendo altre competenze, potrebbero inficiare la stessa impostazione generale critica, non comprovata dal tempo – che potrebbe, grazie alle novità tecnologiche, far scoprire altre fonti nuove, rivoluzionarie rispetto a quanto detto in precedenza, specie in campo archeologico.

*Professore, conosco la sua onestà intellettuale e pur nutrendo qualche dubbio, ritengo opportuno procedere circa la lettura di Paolo. Lei non cerca il paradossale e il sensazionale eclatante come quei curatori delle scoperte archeologiche di Sanliurfa -Turchia -del XII millennio a.C. di epoca preistorica, che arrivano a collegare la preistoria con la storia, le strutture megalitiche con l’albero della vita nell’ Eden biblico. Io, educato secondo il suo pensiero, resto sorpreso di fronte alle affermazioni improponibili per una persona sensata, per un professionista che opera in relazione a risultanze tecniche sulla base di analisi scientifiche topografiche ed antropologiche delle due epoche, tanto distanti storicamente, di fronte a manufatti grandiosi ma senza scrittura, e rilevo l’insensatezza del confronto e la confusione tra un mitico albero della vita con raffigurazioni di tori – propri della cultura minoico-cretese – e il Pardes achemenide storico!.io credo di dare un giusto valore ad honestum , reso in latino come bonum et utile, derivato dal greco kalon kai chreeston!

Marco, giustamente, tu distingui la fase preistorica neolitica preceramica da quella storica e rilevi l’impossibilità di connessione- dati i livelli di civiltà dell’uomo nel corso del tempo e considerata la diversità delle strutture sociali in relazione all’epoca preistorica e storica,- esaminando i diversi livelli di culture, quella del XII millennio e quella del I millennio a.C., non comparabili, in quanto non si riesce a leggere correttamente ed univocamente i documenti storici, tràditi dal periodo persiano a quello greco-romano ellenistico imperiale di appena cinquecento anni e neppure quelli prodotti dalla cosiddetta pax augusta– celebrata perfino con l’Ara pacis,- fino ai nostri tempi, alla guerra russo-ucraina nel 2022! Cosa sono circa 2.600 anni storici di fronte ad un distanza temporale preistorica di quasi 11.000 anni? E’ assurdo parlare del mistico albero della vita, storico – con le sue valenze sempre nuove a seconda delle letture e dei significati aggiunti sefirotici nel corso dei secoli-, ma ancora di più sciocco e pazzesco compararlo con manufafti preistorici del dodicesimo millennio!

*E’ compito arduo, impossibile, disumano fare storia con i mezzi attuali! La storia dell’uomo sottende per noi cristiani la presenza divina onnipotente e onnisciente e il suo intervento provvidenziale storicizzato cfr . ITim. , 5 (17-25) e 6 (2-21)! Capisco la mia puerile lettura christiana, spirituale, religiosa, disonesta ed inutile perché propria di un o politikos cfr. Il politico o Giuseppe, ebook 2013 !

Marco, dici bene, ma anche puerile, limitato, imperfetto è il lavoro storico, data la debolezza delle facoltà umane, per cui Saulos-Paulus fa la storia solo col Christos, imitato poi dai patres della Chiesa orientali ed occidentali!

*Da qui, dunque, la sensatezza e l’insensatezza del mistico giovane tarsense, la mistione di fragilità e di sublimità propria di un’anhr theios di epoca caligoliana, che scrive sotto Claudio e Nerone, non certamente ispirato dallo spirito santo, ma secondo la soggettività umana necessariamente falsificatoria, relativa alle contingenze situazionali , che la condizionano.

Marco, Sono un uomo fortunato, un maestro che ha trovato un vero discepolo, che ha compreso il suo reale pensiero storico, considerato giustamente nei limiti umani, naturali! .

*Dunque, professore, lei ritiene che potrebbe essere opera di un Saulos-Paulus, insensato mistico-estatico nel deserto arabico, contraddittorio, mitico, l’uomo che fa simili connessioni – senza citare nemmeno il tentativo imperiale caligoliano di ektheosis e neoteropoiia,- espresse poi compiutamente in epoca claudiana e neroniana?.

Marco, arrivi davvero a precise conclusioni, nonostante le variabili infinite storiche e le tante probabilità scientifiche, e ti apri un varco tra loro per una risultanza possibile, comunque , quella migliore cristiana frutto di tanti secoli di elaborazione e, quindi, noi operiamo come quei curatori degli articoli su Goebekli Tepe e Karahan Tepe, che critichiamo per il mistero irrisolto!.

*Vuole dire che, alla fine, siamo christianoi nell’esame di Saulos-Paulus anche noi , che non possiamo nemmeno parlare e tanto meno entrare in merito in merito al misticismo che è un opus stratificato solo giudaico, palese prima del Christos !

La nostra cultura cristiana, bianca, occidentale, europea, americanizzata, romana condiziona la nostra opera storica, che,essendo della stessa radice di quella russa ortodossa, orientale, interpreta cristianamente l’albero del vita e non ne comprende il significato di vita e di morte e di resurrezione, se non, paolinamente, col Christos, dopo l’evento messianico fallito!. Le sofiroth esistono col nome stesso di Dio in terra giudaica, prima del messianesimo!

*Così, professore, parliamo, allora, tutti vanamente di misticismo e storia, come quel suo conoscente che insiste, quando la incontra a passeggio sul lungomare e le dice, come se fosse un archeologo professionista, che sta lavorando a congiungere l’Albero della VITA coi manufatti di Goebekli Tepe, quando non sa niente delle relazioni tra le sephiroth, come non conosce quelle tra le tre persone della Santissima Trinità. Non sa, inoltre, neppure che quella è la zona di Harran – Carre , che ha, però, anche una storia recente, quella del califfato islamico di Mosul, dove ci sono prove evidenti della violenza tirannica di Assad, congiunta con quella di Erdogan e di Putin, al di là della reazione popolare curda, finanziata dall’Occidente cristiano e da Israele!.

Marco, ricorda che il territorio di Sanliurfa e di Diyarbakir fanno parte del Kurdistan anatolico, per secoli congiunto a quello irakeno ed iraniano, la cui storia è intrecciata con quella achemenide-arsacide con quella greco-romana di province come Sofene, Commagene, Adiabene Armenia, le cui testimonianze sono ancora visibili intorno al lago Van e sul Nemrut Dagi

*Professore, mi ha parlato molte volte delle teste di Antioco del Nemrut e di Filipappo.

Marco, ormai non esiste cultura diversificata umana, ma c’è un calderone culturale dove coesistono romani, ebrei, islamici, cristiani ed anche cinesi, indù, buddisti, l’umanità intera globalizzata!

*Per lei, la cosa migliore è star zitti, sempre! inutile ogni parlare in un mondo di ciechi e di sordi, illitterati, insensati bambini, di politici non onesti!

Göbekli Tepe, Urfa.jpg
Scavi di Goebekli Tepe- Università di Heidelberg e Karlsruhe – iniziati nel 1963 e variamente ripresi ed interrotti nel 2014 a causa della guerra per il califfato di Abu-Bakr al Baghdadi (2014-2019)

Marco, tutti vorremmo avere la possibilità di parlare e di essere ascoltati, ma, secondo me, si può parlare ad un pubblico, se si sa cosa dire e come orientare l’altro sulla base di precise azioni fatte e già verificate come produttive, non per dire quanto già detto e ripetuto con una forma migliore, come in un gara retorica. siamo tutti di formazione popolare e christiana, persone che non sanno il significato di onestà, espresso classicamente con l’endiadi bonum et honestum /kalon kai khreston !.

* Professore, mi scusi, vale la pena di rimanere muti di fronte a tanti che parlano e che vogliono imporsi? devono avere il diritto di parola i politici, i politicizzati, compromessi, e gli istrioni che recitano una parte, pagati, e attirano le masse di bambini, indottrinati, comici come Grillo, fondatore del Movimento Cinque stelle o Benigni, sproloquiante toscano su Dante, sul Risorgimento, sulla Bibbia, sulla Costituzione?

Marco, io vedo il magistero di Paulus e della chiesa christiana -costituitosi sul modello di Roma e di Augusto- che ha avuto molti imitatori negativi, e che potrebbe, comunque, ancora generare un’altra cultura universalistica cattolica, positiva, non più militaristica, ma isonomica ed irenica sulla base di una nuova costituzione europea armoniosa, inglobante anche Russia e Turchia, senza l’ombra religiosa della Chiesa romana, abrogata e rifiutata perché settaria, ridotta alle sole funzioni religiose come la chiesa protestante, anglicana copto-ortodossa – nonostante l’invasione ingiustificata dell’Ucraina da parte di un nostalgico sovietico, militarista, come Vladimir Putin!-.

*Professore, quindi, lei, onestamente, non vede il male nelle due theorie classiche del sublime e dell’ umilismo, sintetizzate da Paulus, abile a mescolare, nonostante il pericolo dello spoudaio-geloion/ridicolo – come Seneca – e meglio di Seneca e di Epitteto e di Marco Aurelio e Plotino!- con uno stile antitetico contrastivo, le antinomie umane. Per lei, potrebbe ancora oggi, essere krhstos/utile un comunicatore e volgarizzatore capace di risolvere le angosce della coscienza umana con la speranza del Paradiso, data ai tanti condannati a vivere una vita di sofferenza e di ingiustizia, sull’esempio del Christos crocifisso e risorto in epoca giulio-claudia?

Tu, Marco, parli di male ma io non so se si può dire male per uno che ha consolato l’uomo angosciato di vivere nella sofferenza, per secoli, e lo ha fatto morire sereno- non disperato– convinto di raggiungere il Paradiso con la sua invenzione cristiana, mediante muthos. Si potrebbe continuare su quella via consolatoria cristiana, rivalutando la linea romano-ellenistica, attenuando sempre di più quella paolina visionario- mistica, dopo aver mostrato la reale figura umana del Messia aramaico, del Regno di Cieli, libera da quella del Christos maestro giudaico -christianos ellenistico paolino – origeniano e dal Christus latino col suo vicario papa, gregoriano e bonifaciano!

*Professore, molti non hanno il limite tra fanatismo visionario e realtà e perciò, mettono insieme cose immaginate e cose reali e, per desiderio di prevalere culturalmente sugli altri, aggiungono anche cose del tutto inventate, considerando illuminata e trasparente la chiarezza della visione celeste diretta, simbolo della luce divina, opposta a quella sotterranea diabolica -cfr. Rein Ferwenda, La signification des images et des methaphores dans la pensèe de Plotin, Groningen 1965-.

Marco, io accetto l’altro, comunque sia, e, se l’amo, non penso mai di cambiarlo, anche se lo indirizzo secondo la mia formazione, lasciandolo libero di esprimersi nella sua vita, come preferisce, dando rilievo ad un certo equilibrio, senza salti e senza i passaggi da un estremo ad un altro senza inversioni improvvise con capovolgimenti totali, tipici di Paolo.

* Professore, a questo punto, ritengo, per come stiamo valutando Saulos, non solo un uomo di cultura romana, ma anche fariseo- esseno, quindi, un civis romanus non digiuno di misteri, quasi come ierofante pagano per lo meno all’epoca di Caligola, seguace di battisti o di recabiti, comunque, facilmente adattabile ad un linguaggio di tipo senecano, prima teatrale, poi consolatorio ed infine tipico delle Lettere a Lucilio!

Certo, Marco. Noi abbiamo rilevato paideia e musar in Paulus, vir orgoglioso, un grande letterato. Da qui deriva l’assimilazione di Paulus con Christus, col vittimismo ebraico, in quanto uomo cosciente di essere stato forgiato da Dio col dolore, capace di vantarsi della sofferenza, destinata ad essere merito davanti a Dio giudice e sua forza di fronte al prossimo per cui l’elenco dei mali sofferti testimonia il suo essere fidelis/ khreestos doulos Christou tanto da risultare modello per i christianoi, che aspirano alla salvezza, grazie al sangue del Signore.

*Professore, io, comunque, sono infastidito dalla retorica sottesa nel logos di Paulus ed ancora di più sono innervosito e turbato dalla retorica della frase di Agostino, che lo riprende e lo tiene come esempio da imitare: Noli abscondere a me faciem tuam: Moriar ne moriar ut eam videam /Che io muoia per non morire al fine di vedere la tua faccia- . Non nascondermela !(cfr.  Confessioni (1,5,5).Quanta retorica ora vedo! il santo gioca retoricamente per avere come effetto due risultanze, una stilistica ed una semantica, la prima basata su moriar congiuntivo ottativo in prima persona, seguito da una proposizione negativa finale ed anadiplosi di moriar, la seconda si basa sull’opposizione di vita nel desiderio positivo naturale di vivere in contrasto con la negazione del morire, in quanto si crede nella vita eterna post mortem, sottesa in ne moriar! eppure fa una precisa richiesta positiva di voler vedere la faccia di Dio, nonostante l’imperativa negativo che sottende thelema/ volontà che ci sia epiphaneia con apokalupsis -rivelazione non apocrupsis-nascondimento!

Certo. Agostino comprende il valore dell’antitesi e di ogni tipologia di contrasto in Paulus che, imitando il Christos ed avendo a cuore lo scandalo della Croce/stauros, mostra la sua radice ebraica, di una stirpe perseguitata in epoca caligoliana, tanto che Giuseppe Flavio parla espressamente dei nostri mali, a epathomen in Ant giud. XVIII,XIX, XX .,

*Quindi, Paulus sembra, con la lunga sequenza di mali personali che sopporta, dare esempio anche a Flavio, che mostra un lungo susseguirsi di disgrazie per l’etnia ebraica e poi per Agostino che, infatti, ha caro il Paulus sofferente, testimone del Christos, modello per i cristiani africani, colpiti dal male vandalico.

Marco, è ora di leggere il testo. Dai giudei ho subito cinque volte quaranta colpi meno uno, per tre volte le verghe, una volta fui lapidato, tre volte naufragai, passando una notte ed un giorno negli abissi. Sovente in viaggi tra pericoli di fiumi, pericoli di predoni, pericoli dalla mia razza, pericoli dai gentili, pericoli in città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli tra falsi fratelli, tra fatiche stenti, veglie frequenti, fame e sete frequenti digiuni, freddo e nudità, e senza il resto, l’assillo quotidiano, la preoccupazioni per tutte le comunità chi è debole senza che io sia debole? chi è insidiato senza che io mi infiammi /Upo Ioudaioon pentakis tesserakonta para mian elabon, tris erabdistheen , apacs elithastheen, tris enauaghsa, nukhtheemeron en tooi buthooi pepoihka. Odoiporiais pollakis, kindunois potamooon, kindunois lhistooon , kindunois ek genous, kindunois ecs ethnoon,kindunois en polei, kindunois en erhmiaai, kindunois en thalasshi, kindunois en pseudalphois, en kopooi kai mochthooi, en agrupniais pollakis, en limooi kai dipsei, en nhsteiais pollakis, en psuchei kai gumnothti, khoris toon parektos h epistasis mou h kath’hmeran h mérimna pasoon toon ekklhsiooon , tis astheenei , kai ouk asthwnoo; tis skandalizetai, kai ouk egoo puroomai; II Cor- 11. 24-29

*Professore, noto volontà di vantarsi e di umiliarsi in Christos crocifisso!

Marco, nota il vanto, pur della debolezza, nella retorica del poliptoto e nella alternanza del dover vantarsi e il vantarsi in prima persona ( ei kaukhasthai dei, ta ths astheneias mou kaukheesomai), rileva la reticenza e il sistema retorico di questo geniale ebreo ellenizzato romanizzato, sebbene fariseo, disarmonico pur nella ricerca di sincresi nel corso della sua narrazione sofferta e sofferente, tipica di un mistico, estatico ! Otto volte marca kindunois ,-traumatico!- bada bene, Marco!.

* lo capisco, professore, dopo tanti anni vissuti come cristiano cieco, come Paolo sia davvero il fondatore del cristianesimo come sostengono molti critici,- tra cui due autori da lei ben conosciuti, Mario Pincherle e Riccardo Calimani, che vedono, però, nell’apostolo delle genti anche il falsificatore, il falsario, uomo che stravolge la lettera dei fatti, come un kalamosphacths, alessandrino, considerando Christos-Theos, prima ancora della definizione trinitaria di Dio e dell’assimilazione del Khristos con patros uios, logos incarnato, ad opera dell‘Agion pneuma, inviato dal cielo in terra per la redenzione umana come poi sancito nel nostro credo niceo-costantinopolitano.- cfr. Lampone kalamosphacths e Parabola del fariseo e del pubblicano in www.angelofilipponi.com

Marco, mi sembra che stai andando oltre il nostro ragionamento/logos, preso dalla nostra argomentazione: è meglio rimanere sul testo che ancora dobbiamo esaminare, nella sua unità. Io ora te lo mostro: kaukhasthai dei, ou sumpheron men, eleusomai de eis optasais kai apokalupseis Kuriou/ vantarsi bisogna; non è conveniente, comunque, ma verrò alle visioni e alle rivelazioni del signore. A molti traduttori è sfuggito l’uso di men, in correlazione con de – sempre se il testo tramandato è autentico?!- oltre al valore di sumpheron!. Paolo, insomma, vuole dire che se bisogna vantarsi, va bene, ma il negare utilità all’azione sottende, dato il valore filosofico del termine – l’idea del negare l’utilità del vanto e di dare conveniente valore, invece, alla visione estatica e alle rivelazioni del signore.

*Procediamo, professore, nella lettura, ricordando che Paolo racconta il fatto in epoca diversa da quella degli accadimenti reali, alonandosi con la sua sofferenza, data la sua volontà istintiva di aiutare e di partecipare alla vita degli altri!

Bene. Ascolta e leggi: Oida anthroopon en Xristooi pro etoon dekatesseroon- eite en soomati mou ouk oida, eite ektos tou soomatos, ouk oida, o THeos oiden – arpagenta ton toiouton eoos tritou ouranou/ so che un uomo di Cristo quattordici anni fa,- fu nel corp , non lo so, oppure fuor del corpo non lo so, Dio lo sa,- che venne rapito fino al terzo cielo Esaminiamo. Prima rileviamo la struttura del testo, che risulta composto da un enunciato complesso costituito da principale + oggettiva e da un frase incidentale con tre enunciati semplici coordinati, di cui due sono simmetrici con ouk oida nei due membri, mentre il terzo senza ouk e con soggetto espresso theos + oide – 3^ persona -. I due periodi mandano due messaggi, di cui uno è espressione di coscienza io so di un uomo in Christos rapito fino al terzo cielo – e l’altro di non coscienza in quanto solo Dio lo sa se fui in corpo o senza corpo a dimostrazione di un’ umana insicurezza.

*Professore, io rilevo incertezza e reticenza nel dire di uno, confuso, visionario, condizionato da educazione ellenistico-pagana proponente il ratto di Ganimede, troiano, destinato ad essere coppiere, puer delicatus di Zeus come Daniele col re achemenide, proprio nel notare l’uso della funzione emotiva, ripetuta in oida di una creatura e di quella referenziale di oide – poliptoto-con soggetto o theos per l’affermazione che questo uomo fu rapito in paradiso -termine persiano grecizzato-a sentire arrhta rhmata/parole indicibili proibite ad un uomo che vive sulla terra.

Marco, ascolta il messaggio del resto del discorso, che è nel terzo periodo -composto da un enunciato semplice,da un periodo ipotetico di 2 tipo oltre ad un enunciato conclusivo complesso, formato da pheidomai + proposizione finale con doppia frase relativa -. Uper tou toioutou kaukheesomai, uper de emaoutou ouk kaukheesomai, ei mh en tais astheneiais. Ean gar thelhsoo kaukhhsastai, ouk esomai aphroon, alhtheian gar eroo, pheidomai de, mh tis eis emè logishtai uper o blepei me h akouei ecs emou/ di questo uomo mi vanterò, ma non mi vanterò di me stesso, se non delle mie debolezze. Qualora, infatti, vorrò vantarmi, non sarò insensato, dirò, infatti, la verità. Risparmio rispettandovi perché nessuno consideri me superiore rispetto a ciò che vede o ascolta di me.

*Professore, la traduzione non è chiara, nonostante la chiarezza della volontà paolina di vantarsi di questo mistico uomo, ben espressa in S.Paolo ( Le lettere, a cura di Carlo Carena, Giulio Einaudi editore, Torino 1990) e nella sua lettura fatta per rendere migliore il significato di reale possibilità del periodo ipotetico con apodosi ouk esomai aphroon precisato con eroo alhteian e con pheidomai – la cui traduzione con rispetto e risparmio indica meglio la volontà dello scrivente di non essere considerato superiore se non in relazione concreta a quanto si vede e si ascolta. Comunque posso solo pensare ad una teologia mistica e ad un uomo che vuole mostrare di aver nel corpo le stigmate per meglio assimilarsi al theos crocifisso.

Marco, Paolo fa pensare a sé come ad uno che porta nella carne (sooma e sarcs) prova del suo essere schiavo del Christos senza vergognarsi del marchio di infamia, giustificando così la rivelazione di un Gesù Christos figlio di Dio redentore e salvatore, tramite la croce . La sua esperienza mistica con Gesù vivo, un morto in croce, diventa basilare perché lo vede come l’eletto del theos . Da qui, la sua insistenza sul valore della redenzione della sofferenza. Paolo lo confessa in Lettera ai Filippesi 3,11-12, e in 2 Cor. 48-10: conoscere la potenza della redenzione significa partecipare alla sofferenza del Christos, tanto da diventare simile a lui nella morte.

*Professore, mi vuole dire che Paolo, convertendosi e cambiando stile di vita, crede in una unione mistica col Christos sofferente, in quanto fare la volontà del padre significa essere crocifisso col Christos ? Diciamo, infatti, nel Pater Genetheto to thelema sou!

Marco, secondo me, Saulos-Paulus supera l’etica della sofferenza farisaica e va ben oltre il pensiero di Gamaliele – per il quale la morte era il passaggio verso la resurrezione – considerando la resurrezione del figlio di Dio simbolo della resurrezione finale di tutti i credenti.

*Professore, la ringrazio per la precisazione anche se tengo a memoria le frasi di alcuni antichi commentatori circa Paolo insensato e invasato da qualche demone – mi riferisco alla tentazione della carne come malattia fisica di Saulos o come opera del demonio secondo Gregorio Magno, (Exspositio veteris et novi testamenti in epistulam ad Corintios secundam ) e secondo Giovanni Crisostomo (Omelie sulla II lettera ai Corinzi 26,2)

Marco, i due commentatori erano perplessi circa la conversione di Paolo come visione reale del Christos vivo e quindi non erano convinti dalla insistenza sulla proclamazione delle non inferiorità rispetto ai superinviati /toon uperlian-oltremisura apostoloon, pur nella ripetizione di essere niente / ei kai ouden eimi. Inoltre dubitavano, come noi, circa l’insensatezza troppo ripetuta e sulla sua affermazione di essere un altro Christos, crocifisso con lui, in quanto inviato direttamente da lui come dispensatore incaricato di dire errhta rhmata le parole proibite indicibili– essendo il theos ineffabile- . Paolo, così dicendo, è creatore di una nuova Chiesa e segue da civis romanus l’idealismo universalistico di Caligola e il suo paradossale divinizzarsi!.

*Professore, allora, Paolo rimane, solo in apparenza, discepolo di Gamaliele, per cui la sua oikonomia tou theou è letta dagli apostoli e da Giacomo come un velato invito a dare una lezione al proprio discepolo troppo conforme al pensiero ellenistico e a quello romano sinedriale, al fine di un ravvedimento in senso farisaico: καὶ τὰ νῦν λέγω ὑμῖν, ἀπόστητε ἀπὸ τῶν ἀνθρώπων τούτων καὶ ἄφετε αὐτούς· (ὅτι ἐὰν ᾖ ἐξ ἀνθρώπων ἡ βουλὴ αὕτη ἢ τὸ ἔργον τοῦτο, καταλυθήσεται/ Per quanto riguarda il caso presente, vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa dottrina o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; εἰ δὲ ἐκ θεοῦ ἐστιν, οὐ δυνήσεσθε καταλῦσαι αὐτούς·/se, invece, è divina, non potete distruggerla) :Il fariseo sa ben che è puerilità sacrilega combattere contro Dio/ μήποτε/mai ?.

Marco, io non posso dirtelo perché non so se già la conversione è avvenuta o se deve ancora avvenire. Inoltre sono incerto se Saulos, che incontra il redivivo Gesù- di cui pochissimi sanno il segreto della non morte – ha il mandato di persecuzione contro le sinagoghe damascene, credenti ancora nel Messia, e non ho idea da chi possa averlo avuto essendo la situazione postmessianica, normalizzata in Gerusalemme.

*Professore, non capisco bene la figura di Gamaliele e neanche quella del suo discepolo in questo quadriennio caligoliano!.

Marco, noi abbiamo detto che Saulos, all’atto della venuta a Gerusalemme, ha già una formazione, propria del sistema enciclico– come abbiamo visto in Filone- con lo studio della retorica, fatto probabilmente a Tarso -compreso lo stoicismo – poiché Saulos afferma in I Corinti 14,11 di aver avuto una completa formazione ellenistica, in cui logos è linguaggio e ragione: se non ho il potere del linguaggio sarò un barbaro per chi mi parlerà. Abbiamo aggiunto che, subito dopo, avviene la scelta della setta e del maestro e quindi del distacco dalla propria città e famiglia, sui sedici o diciassette anni, avendo già sviluppato attitudini militari, competenze anche mediche oltre che psico -fisico -atletiche rilevanti, se rimane un giorno e una notte in mare dopo un naufragio. Comunque, il padre ricco, ellenista, fariseo, vuole che il figlio completi gli studi col fariseo migliore dell’epoca, rab Gamaliele.

*Professore, in che consiste la particolarità dell’insegnamento di Gamaliele specie in riferimento alla resurrezione? E’ rilevabile nel ragionamento/logos di Paolo che procede per antitesi e per ripetizione?,

Certo. Il magistero farisaico viene fuori se leggiamo attentamente il testo nel colloquio di Paolo con gli anziani di Efeso, nell’incontro con Felice e con Erode Agrippa II e specie nel dibattito con Cefa, oltre che nella sua difesa di apostolo nella Lettera ai Galati esaminata. Considera, inoltre, che già il giovane ha una impostazione paterna farisaica, a Tarso, quando come neos paga la doppia dracma per il tempio ed ha una sua indipendenza finanziaria, avendo fatto un comune apprendistato con i greci pagani nel gumnasion cilicio, svolgendo l’attività atletica e militare, facendosi rispettare pur con la visibile appartenenza all’ebraismo, pur con le note astensioni concesse ai giudei, cives romani, dal gummasiarca tarsense, obbligato a salvaguardare i diritti garantiti dallo statuto ebraico internazionale, poi modificato da Claudio imperatore con la Lettera agli alessandrini.

*Professore, anche questo è un lavoro specialistico, di nicchia?

Certo Marco. Per una tua più completa conoscenza dei problemi, relativi la formazione di Saulos-Paulus cfr. H. Bell, Jesus and Christians in Aegypt,1924 ;G. De Sanctis, in Rivista di filologia classica ed istruzione classica 1924, A. Momigliano, Aspetti dell’antisemitismo in due opere di Filone, Rassegna mensile di Israel,1930-. Sappi , comunque, che, partito dalla Cilicia, il figlio non rivede più il padre, che muore dopo aver sistemato le due figlie, sorelle di Saulos- una con l’erodiano Fasael, nipote del fratello di Erode il grande, l’altra con un ricco alessandrino, e nemmeno la madre ch , vedova, invece va a Roma, dove si sposa con un ebreo romano Rufus – non ben identificato- ed ha figli oltre Rufus, poi incontrati e riconosciuti come fratellastri in epoca neroniana. Comunque, la scelta settaria farisaica con l’impostazione allegorica e col sistema operativo antitetico e ripetitivo è già patrimonio acquisito del giovane tarsense, poliglotta, atletico- non si esce indenne altrimenti da un naufragio dopo aver nuotato per un giorno ed una notte in mare aperto !- certamente fornito anche di buone conoscenze mediche ed astronomiche. A Gerusalemme completa i suoi studi sotto la guida di Gamaliele, nipote di Hillel il grande, un mesopotamico, venuto sotto Erode nella città santa, dove fondò un’ accademia farisaica, di conciliazione, di rispetto del prossimo,la regola d’oro (ama il prossimo tuo come te stesso) è di Hillel, non di Gesù! sulla base della suggenia aramaica, mesopotamica, connessa con una concezione della storia come espressione di un’oikonomia divina, in cui è chiara la paternità del theos elettiva per l’ebreo, estesa, comunque, a tutto il genere umano, come amore fraterno.

*Professore, Gerusalemme, ora, in epoca caligoliana, dopo un secolo di dominio romano, centro ellenistico, integrato nel kosmos imperiale, dove confluiscono i giudei di ogni parte di mondo per le festività, col suo Tempio, è un faro di civiltà e un crogiuolo di culture, comunque, anche divergenti da quelle di indirizzo conciliatorio, fraterno?.

Certo. Marco. Ci sono scuole di tradizione culturale, conservatrice, come quella di rab Shammai, ostile, data l’impostazione materialistica sadducea, a quella spirituale aramaica farisaica ed altre come quella zelotica, ferocemente antiromana, militaristica inneggiante al patriottismo nazionalistico in una cieca fede nell’aiuto di Dio protettore di Israel, figlio prediletto, specie, ora, dopo la fine tragica del Messianismo. Saulos, alla scuola di Gamaliele, acquisisce i fondamentali principi giuridici tanto da risultare in breve un difensore professionista, disputando col maestro e con altri sul monte del Tempio sulla varia casistica giuridica, sulla base delle delibere quotidiane del tribunale. Inoltre, accanto al maestro, si impadronisce dei principi medici, basilari quelli stessi degli esseni, che noi conosciamo dai documenti di Qumran, facendo ricerca e studio sulle proprietà dei minerali e sulla qualità benefica delle erbe medicinali, acquisendo con l’esercizio una abilità curativa tale da dare speranze ai malati e ai bisognosi di cure, servendosi degli antidoti in relazione ad una competenza parallela, quella medica essenica e quella terapeutica alessandrina cfr. II medico di Augusto in www.angelofilipponi.com

*E’ vero, professore che gli esseni avevano tutti un buon grado di manualità, compresa la classe sacerdotale, ed erano agricoltori e abili artigiani, e che, essendo desiderosi di una vita autarchica, evitavano di comprare dai commercianti, considerati sterco di Belial, il pur minimo oggetto, anche perché non usavano alcuna forma di moneta?

Marco, io so che i puri farisei rifiutavano di toccare il denaro e che gli esseni, vivendo senza commercio, si facevano ogni cosa con le loro mani e che Saulos vive col lavoro artigiano in qualunque città si trovi, anche se è scriba indottrinato secondo allegoria e credente nella resurrezione, uomo spirituale/ pneumatikos.

*Professore mi può spiegare bene queste ultime cose?.

Marco, Paolo, in quanto discepolo di Gamaliele, è fariseo, credente nella resurrezione e, in quanto ellenista, insegna la fratellanza, però, agli incirconcisi, liberi dai vincoli della vecchia legge, a cui sono soggetti i circoncisi ebrei, in una volontà di conciliare pagani e giudei ellenizzati, romanizzati, ammaestrando i primi a non insuperbire per il merito delle opere della legge e i secondi a non esaltarsi per il merito della fede in Cristo crocifisso.

*Professore, da quanto dice, sembra che ci sia una legge nuova – penso al decreto agli alessandrini!- a cui Paolo, obbedisce subito dopo gli anni caligoliani, in una volontà di adeguarsi alla volontà imperiale, rispetto alla doppia risposta ebraica, quella legalistica giacomita – che ritiene che solo l’ebreo si salva perché ha un patto con Dio, Padre, da secoli e che tutti gli altri, in quanto idolatri sono destinati a morte- e quella christiana, credente in Christos crocifisso che non si esalta per il nuovo patto perché ritiene tutti gli uomini, nati da Adamo fratelli, peccatori, redenti col sangue del figlio, inviato dal padre, come redentore del genere umano. E’ questo il pensiero christianos di Paulus , apostolos, successivo a quello di Saulos caligoliano? E questo il significato di conversione sulla via di Damasco di Saulos ?

Marco, penso di si. E’ quello che viene fuori dagli scontri comunitari della Chiesa di Corinto, di Galazia e di Gerusalemme oltre a quella di Colossi: è un pensiero che si precisa, col tempo, anche come termini nella certezza paolina di essere pneumatikos sull’ incertezza personale tra dokimos e adokimos e sul valore di katenarkhsa!.

*Allora proceda, professore, e mi faccia capire meglio!.

Nella Lettera ai romani, ad uomini che formano una comunità mista proveniente dal giudaismo e dal paganesimo, fondata da altri, di sicura epoca claudiana, Paulus dichiara che il Signore Gesù Christos è venuto sulla terra e ha dato il suo vangelo a tutti come dono gratuito, -una grazia da parte del Theos, che non guarda alla giustizia/tzedaqah ebraica, ma al peccato comune di Adamo, da giustificare – giustificando tutti indistintamente, col sangue del martus, crocifisso e risorto.

*Bene, professore, seguiti!

Marco, il credere in Christos risulta una sincresi grossolana, una miscela di sublimazione mistica – che raggruppa un quid terreno confuso con quello cosmico – con elementi superstiziosi popolari che, uniti a platonismo e neoplatonismo, doctrina della rivelazione gnostica, fusi insieme ad angelologia e a tradizioni giudaiche, formano una strana cultura christiana nella sede di Alessandria con Clemente alessandrino, autore di grandi opere, di cui ho ho parlato altrove: Clemente dopo Paolo è un pilastro del cristianesimo paolino, che poi si costituisce con Origene, su cui ho fatto molti lavori.

*Professore, il misteryum cristiano non è compreso nel II secolo dai pagani, che vedono i cristiani come uomini dediti ad orge, antropofagi che hanno rituali sacri in cui avvengono uccisioni di bambini, a detta di Tertulliano, anche se la figura di Christos unigenito uios patros, primo della creazione, essere nato prima di tutti gli altri, in quanto sapienza in cui sono compresenti visibile invisibile, il tempo e l’eterno, nonostante  che Celso lo consideri figlio di un’artigiana umile, miticizzato (cfr P. Brown, Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, trad. it., Torino 1992). Nel II secolo d. C., dunque, dopo la galuth adrianea, quando la fase orale aramaico- ellenica si conclude ed inizia una fase nuova nella ricerca di una  ricostruzione delle lettere paoline,  si nega la sophia filosofica, sostituita da quella dei santi clementina ed origeniana  con una  nuova concezione triplice di spirito anima e corpo per indicare l’uomo, in una predicazione di Il regno di Dio?. Me lo può precisare?

Marco, io ti parlo di una concezione unitaria cristiana, da me distinta in Regno dei cieli, aramaico, e Regno di Dio, giudaico-ellenistico, in relazione ad una lunga tradizione letteraria, che si è costituita dopo l‘origenismo in connessione con la cultura occidentale agostiniana, antipelagiana, di cui ci sono notizie precise di un certo rilievo in Jacques Maritain ( La pensée se Saint Paul, Paris  1941)ed anche in Mauro Pesce (Le due fasi della predicazione di Paolo, 1994)- e in tanti altri che vedono soloora un Gesù ebreo– che, in modo diverso, ma, sostanzialmente dicendo le stesse cose, evidenziano il vangelo come  parola di Dio sulla base di Paolo –Efesini 2-. Maritain, comunque, vede Paolo eletto e convertito e rileva che la sua missione sia in relazione al suo progressivo cambiamento nel corso degli anni durante l’epoca di Claudio e di Nerone con un apostolato diversificato da quello iniziale giovanile caligoliano. Per lui, Paolo è il convertito, scelto per portare lontano il nome di Cristo, e la sua missione dottrinale ha un prodigioso irradiamento da quell’istante, in cui avviene la sua conversione interiore. – I corinti 14-15-, pur prodigiosa. Infatti la rivelazione mediante lo Spirito produce il miracolo di vedere ciò che è nell’ uomo e in Dio stesso, perché noi abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo spirito proveniente da Dio/hmeis de ou to pneuma tou kosmou elabomen ,alla tao ek tou theou, per cui le cose che sappiamo non le sappiamo dall’uomo, ma dallo Spirito e, perciò, compariamo le cose spirituali con le spirituali/ pneumatickois pneumatika sugkrinontes.

*Professore, la divisione clementina in ilici, psichici e pneumatici è già paolina?

Si. Marco. Corpo per Paolo, come per Clemente è ulh/boscaglia, legna da ardere in quanto sooma materia, che cade sotto i sensi, come corpo vivo o cadavere, carogna destinata alla decomposizione , ma è anche sarcs elemento corporale fatto di carne col valore di corpo mortale in quanto formato da sostanza carnosa caduca e debole, anche se dotata di sensorialità e sensibilità affettiva/ affectus e motus animi/ emozioni istintuali e naturali, sentimenti propri di una materia animata da psuchh/anima, che non ha, però, possibilità di resurrezione, un quanto naturale.

*La resurrezione per Paolo e Clemente -Origene è solo per pneumatikoi ?

Sono distinti in quanto chiamati inviati e prediletti da Dio, come se fossero segnati e predestinati ab aeterno, solo gli pneumaticoi, che hanno il dono della parola divina e la missione della divulgazione del Christos, di cui sono immagine stessa e come lui destinati a risorgere, in quanto non conoscono la morte. Essi hanno nous/animus, con dianoia e logos per cui, conoscendo l’alhteia, sono portatori di saggezza-sophia, fanno luce alla parola di Dio e propagandano il Christos-logos/ verbum.

*Dunque, professore, per la Chiesa cattolica gli uomini sono ilici e psichici, non destinati a resurrezione perché forniti solo da anima mentre gli pneumatikoi, dotati di animus, hanno diritto al cleeronomos e al regno eterno, loro patria. Il pensiero catholikos alessandrino della predestinazione– nodale nel Cinquecento con Giovanni Calvino (1509-1564) per la repubblica dei santi – diventa tridentino, sulla base di Paulus che, nel corso della sua predicazione anche nei confronti degli ebrei – non nella lettera agli ebrei, che non è paolina!- pur avendo un tono didascalico ed oratorio, tipico del didaskaleion alessandrino, allegorico, dimostra che Dio pathr ha fatto sua una communitas universale, fissa nel numero degli eletti, iscritti al Regno di Dio?.

Marco, il pathr o aphorisas – chi dà destino/il destinatore– ha fatto le sue scelte ab aeterno e l’uomo deve cercare di trovare nella oikonomia tou theou la sua sorte, che è fissata, al di là dei meriti individuali, essendo un dono, per grazia divina.

* Professore, a nulla servono le opere e la volontà umana personale di fare il bene, se c’è il dono delle predestinazione solo ad alcuni che, comunque, non ne possono avere sicura consapevolezza, vista la fragilità di una creatura, essendo tutto stabilito ab aeterno?

Marco, non è qui il caso di trattare del dono della predestinazione, di cui ho parlato altrove. Ora mi sembra opportuno vedere come Paolo intenda essere pneumatikos.

*Mi dica, allora, ed io ascolto

Marco, l’uomo è limitato nella ricerca della sua sorte, di cui neppure può avere certi segni di autentica predilezione divina. Paolo, infatti, parla di dokimos e di adokimos, incerto se la sua moneta sia autentica – il discorso è proprio del registro della banca e dei banchieri alessandrini che fanno fare verifiche sul denario, all’ epoca, molto adulterato, prima di fare i depositi bancari !-. Il tarsense è un commerciante ed artigiano come anche lo scrittore, pubblicano, del Padre nostro circa il rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori cfr. Il pater matteano in www,angelofilipponi.com . Sembra che le prove di Paolo sono quelle suddette e sono citate come tentativo di conferma della necessarietà della missione tra i gentili quasi fosse segno di una personale predestinazione!.

*Quindi, questo è il dubbio di Paolo che ragiona circa katenarkhsa- da katanarkaoo faccio stupire in quanto sono oneroso e pesante poiché sottende irrigidimento specie mortuario – in relazione alla sua conversione, quasi fosse un certificato di elezione e di predestinazione grazie alla famosa via di Damasco, da cui inizia un nuovo tragitto con rinascita? Lei dice che Paolo è eletto perché ha fede in Christos crocifisso ed è predestinato al regno di Dio perché contemplativo, visionario, che vive in cielo, quasi cittadino della repubblica dei santi di Calvino, avendo rifiutato la legge mosaica.

Marco, ecco come Paolo conclude: psukhikos de ou dechetai ta tou pneumatos tou theou , mooria gar autoooi estin kai ou dunatai gnoonai oti pneumatikoos anakrinetai. O de pneumatikos anakrinei men panta, autos de up’oudenos anakrinetai /l’uomo animale non riceve le cose dello spirito santo che sono per lui follia, né può conoscerle perché vanno giudicate con lo spirito. L’uomo spirituale invece giudica tutto e non è giudicato da nessuno (I Cor., 2. 14-15). Nota come chiude il suo discorso: chi infatti conobbe l’intelletto di Dio, colui che lo istruì? noi abbiamo l’intelletto di Cristo/ tis gar egnoo noun Kuriou, os sumbibasei auton; Hmeis noun Xristou echomen.

*Professore lei vuole dire che Paolo tratta coi Corinzi come con bambini/ nhpioi en Xristooi, sarkikoi e che necessitano di latte, mentre lui è contemplativo, che sa che non conta chi ha piantato o innaffiato – registro agricolo filoniano-in quanto solo Dio fa crescere e dà giusto compenso ai suoi collaboratori/sunergoi, essendo i fedeli cultura di Dio ed edificio di Dio / Theou georgion, Theou oikodomh -I corinti 3,9- Comprendo tutto questo, ma non comprendo ancora il contrasto dokimos-adokimos finanziario oltre alla diversità di semeia dell’inviato/apostolos, che risulta uno che grava-katenarkhsa?

Marco, Paolo mostra che è lui che astutamente li ha fatti schiavi di Christos crocifisso con la panourgia panourgos doulous emas elabon– ed insiste a dire che lui parla di sapienza tra i perfetti /teleioi, che è sapienza di Dio, nascosta nel mistero, predestinata da Dio prima dei tempi e gloria nostra sconosciuta ai governanti di questo tempo. L’apostolo afferma che è questa la rivelazione, tramite lo Spirito, che permette di porre fondamenta e di edificare, e perciò, conclude voi siete abitazione dello spirito santo, tempio di Dio, e che siete indistruttibili perché abitazione di Dio, destinati a divenire folli/mooroi rispetto alla sapienza umana in quanto fedeli del Christos, seguaci del magistero di un imitatore del kurios, unico fondamento della Chiesa. Infatti, opponendo il noi al voi ( I corinzi, 4. 8-9) afferma, secondo il gioco antitetico: voi siete già sazi, già ricchi, siete diventati re, senza di noi, e, fosse vero, perché con voi anche noi fossimo re. Credo, infatti, che Dio abbia indicato come infimi noi, gli inviati, come dannati a morte, perché siamo stati fatti spettacolo al mondo agli angeli e agli uomini: noi folli a causa di Cristo, voi santi in Cristo, noi deboli e voi forti, voi gloriosi e noi spregiati. Fino a questo momento soffriamo fame e sete, siamo ignudi e schiaffeggiati ed errabondi e fatichiamo lavorando con le nostre mani. Insolentiti, benediciamo, perseguitati sopportiamo, diffamati, confortiamo, Siamo stati fatti immondizia del mondo, la spazzatura di ogni dove, fino ad ora/hdh kekorismenoi este, hdh eplouthsate, khoris hmoon ebasileusate kai ophelon ge ebasileusate, ina kai hemeis umin sumbsailusoomen. Dokoo gar o theos hmas tous apostolous eschatous epedeicsein oos epithanatious, oti theatron eghnhtheemen tooi kosmooi kai angelois kai anthropois. Hmeis mooroi dia Xriston,umeis de phronimoi en Xristooi, hmeis astheneis, umeis de ischuroi, umeis endocsoi, hmeis de atimoi. Achri ths arti oras kai peinoomen kai dipsoomen kai gumnitteuomen kai kolaphizometha kai astatoumen kai kopioomen ergazomenoi tais idiais chersin. Loidoroumenoi eulogoumen, diookonomenoi anechometha, duspheemoumenoi parakaloumen, oos perikatharmata tou kosmou egenhtheemen, pantoon perpheema eoos arti. Si noti come eoos arti/ finora sia posto come inizio e fine per indicare l’ampiezza della propria immensa sofferenza per il suo apostolato, non riconosciuto!

*Professore, che valore ha la domanda in cosa vi ho gravato katenarkhsa e vi graverò/ katanarkhsoo, se sa che lui cerca i corinzi non i loro beni e che è come un padre che ha piacere di spendere e di spremersi per le loro anime? ha forse paura che uparchoon panourgos/ essendo scaltro, li ha presi con dolo o che qualcuno li ha sfruttati?

Marco, Paolo sa che Tito, suo collaboratore, procede col suo stesso spirito e che segue le sue orme e quindi nessuno si deve giustificare circa la loro edificazione / oikodomh davanti a Dio, in Cristo/ katenanti theou en Christooi ! sa, purtroppo che, in tali situazioni, sorgono eris, zhloi,thumoi, eritheiai, katalaliai, psithurismoi, phusiooseia,akatastasiai/liti, gelosie, furori, introghi, calunnie, mormoriii, altezzosità turbamenti.! Perciò, l’apostolo dice che essi cercano la prova che Cristo parla in lui.

*Professore, i corinzi non riescono a capire se Paolo ha avuto dal Signore la missione di edificare : temono di aver di fronte un demolitore!.

Marco, il timore dei corinzi circa la costruzione/ oikodomh diventa paura della demolizione/ katairesis. Questo autorizza Paolo a fare un discorso su Gesù non debole per voi, ma forte in voi. e quindi a precisare i termini .

*Può spiegare meglio?

Certo. Tratta della debolezza naturale del Christos e della forza di Dio per cui la debolezza del crocifisso diventa forza di Dio. Ecco il testo: Kai gar estauroothee ecs asthenias, alla zhi ek dunameoos theou. Kai gar hmeis asthenoumen en autooi, allà zhsomen sun autooi ek dunameoos theou eis umas/ e per la debolezza fu crocifisso ma per forza di Dio vive. Anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per voi , grazie alla grazia di Dio. Ecco la sua conclusione: Eautous peirazete ei este en thi pistei, eautous dokimazete/valutate alla prova se avete fede. Non riconoscete da voi che Gesù Cristo è in voi? a meno che non siete dei riprovati. Spero tuttavia che riconoscerete noi come non riprovati/H ouk epiginooskete eautous oti Ihsous Xristos en umin estin; ei mhti adokimoi este. Elpizoo de oti gnoosesthe oti emeis ouk esmen adokimoi.- ibidem, 13, 6.-.

*E’ davvero un birbone, un maestro di retorica, il convertito Paulos,un filosofo ellenista, un pericoloso mago sovversivo! E’ un’altra cosa rispetto a Saulos !

Marco, nel congedo- benedizione c’è già la proclamazione dell’ Agia Trias: la grazia del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e l’associazione comunicativa col santo spirito sia con tutti voi /H charis tou Kuriou Ihsou Xristou kai h agàph tou Theou kai h koinonia tou Agiou Pneumatos metà toon umoon.

* Bene, professore, non solo Gamaliele ma anche Filone e gli apocrifi delle Apocalissi hanno contribuito a fare del convertito Saulos un Paulus fondatore del cristianesimo.

Marco, forse non si può dire così, ma si può azzardare che la cultura alessandrina oniade prevalga su quella templare farisaica e su quella apocalittica, avendo già una solida strutturazione gerarchica contemplativa ed una sua reale amministrazione comunitaria – che sarà il cardine dell‘ecclesia christiana nel clima postmessianico apocalittico ed in attesa escatologica-.

*Professore, insomma, la conversione di Saulos inutile per circa 4 anni inizia a dare frutti ad Antiochia, ancora città non ben ricostruita, quando Paulus è di nuovo reclutato da Barnaba?

Ora si parla di un nuovo uomo, diverso da Saulos convertito sulla via di Damasco, che inizia un suo percorso mistico-estatico dando il via ad una nuova concezione del christianus-christianos antiocheno, che risulta homo novus, che si distacca dalla tradizione mosaica (cfr. M.F. Baslez, Paolo di Tarso, cit) ma anche dai costumi dei pagani (perché non seguono il mos mairoum e veterum instituta e, quindi, si isolano politicamente e religiosamente dalle altre comunità-) cfr. P. Siniscalco, Il cammino di Cristo nell’impero romano, Laterza Bari 1987-.

*Dunque, già, ad Antiochia il messaggio paolino risulta quello di un innovatore politico e religioso in quanto non fa inviti a venerare l’immagine del sovrano, anche se non disattende all ‘editto di Claudio, perché pensa al culto del suo Dio e a Christos crocifisso, senza contrastare quello imperiale proprio dei gentili ed impone di non partecipare ai thiasoi e alle etairiai, forse con ausilio di qualche decreto orientale filoebraico giulio, vincolando i suoi seguaci alla sede delle sinagoga, luogo di preghiera e di comunicazione tra fideles, protetto da decenni ?!.

Marco, a te valutare! Io ti dico solo che gli antiocheni, i corinzi e tutte le altre ecclesiai paoline credono nell’ immortalità dell’anima e nella resurrezione ed avendo l’esempio di Christos, morto e risorto, attendono la sua parousia /il suo ritorno e, pur temendo il giudizio Dio, sono sicuri dopo la calata dello Spirito Santo, che la giustizia divina faccia il suo corso, punendo i cattivi con la prigione eterna perché ilici e psichici, e premi i perfetti pneumatikoi– cfr Galati 23,8, Flavio, Ant. Giud. XVIII,1,3; Guerra giudaica II, 8,14-

*Professore, si può dire che dalla scuola di Gamaliele e dall’apokalupsis di Gesù sulla via di Damasco Paolo matura una coscienza di resurrezione personale come fariseo scelto da Dio, eletto come predicatore del Vangelo e come edificatore di Chiese e, quindi, come inviato speciale perché teleios, tanto da essere modello per ogni fedele christianos, cioè seguace del Christos crocifisso morto e risorto, senza più i vincoli della circoncisione?

Non so dire, perché, all’epoca, i farisei hanno diverse impostazioni e si diversificano ideologicamente e politicamente, come anche gli esseni e i terapeuti alessandrini, in quanto, attendendo due figure messianiche, una sacerdotale ed una di riformatore politico, avendo visto fallito quello politico, hanno ripiegato ciascuno in un’attesa del ritorno trionfale ed hanno una miriade di posizioni intermedie, pur nel tentativo di generale pacificazione, durante la saturnia era caligoliana, connessa con la missione individuale in relazione alla chiamata del kurios-aphorisas, anche se tutti aspirano ad una comune conciliazione fideistica caritativa, capace di cucire l’anima aramaica con quella ellenistica, seppure condannata per il materialismo dei sadducei, che pur svolgono le funzioni templari e i riti propiziatori. Da qui una certa ambiguità comportamentale di qualsiasi ebreo, che ha tensioni spirituali ma è teso a soddisfare i bisogni corporali e personali anche nel servizio/diakonia.

*Professore, a proposito c’è un detto romano che indica e il clero e l’ebreo : San Pietro se féce prima la barba ppe sé, e ppoi disse ch’er rasore nun tajava./San Pietro si fece prima la barba per sé e poi disse che il rasoio non tagliava per indicare la volontà di fare i cavoli propri, cioè il comportamento egoistico del cristiano e della Chiesa romana, che inseguono un proprio destinato fine .

Marco, a mio parere, l’uomo ha un suo Destino, da cui dipende la personale fortuna, al di là delle sue operazioni, anche conciliatorie, che sono necessarie, comunque ai fini pratici. Ogni fariseo sa di dover operare su conciliosunarmottoo, che indica azione di moderazione e di conciliazione / metrioths e diallakths, se si vuole comprendere cosa significhi esattamente essere pneumatikos, anche se sa di dover seguire le orme del maestro, facendo, oltre a moderare e a conciliare, un’ azione continuata e ripetitiva, abituale di un artigiano, che, comunque, mutando sentimento, si converte e cerca conciliazione e pacificazione per mettere un certo ordine nella sua vita, predestinata, costretto dalle esigenze situazionali!.

*Professore, lei mi vuol dire che Saulos, dopo la bocciatura e il ritorno a casa, ora risulta vero fariseo e cerca di ricucire e di riunire per una riconciliazione generale ecclesiale?

Marco, diallassoo indica un cambiamento, un essere diverso da quello di prima, quasi un scambiarsi di ruolo, avendo ritrovato la propria identità farisaica, alla ricerca di un sunodos, volendo evitare la recisa dialusisseparazione, al fine di avere un sullogos-adunanza, comunitario per riprendere animo, dopo il momentaneo ritiro in patria.

*Quindi, professore, Paolo, ora, accetta la lezione conciliante di Gamaliele, anche nei confronti della scuola letterale di Shammai, ripristinando la triplice precettistica di base di ogni rab: osservanza dei divieti alimentari, agàph amore per l’altro, in senso caritativo, comunicazione del messaggio di resurrezione mediante lettere -logoi, inviate ai timorati di Dio, non circoncisi per facilitare il proselitismo, in una ripresa ideale di un universale sugghneia-parentela, che autorizza un comune senso di giustizia, un ordine militare e raccolta di primizie (cfr. Annie Jaubert, La notion d’alliance dans le Judaisme aux Abords de l’Ere chretienne , edizioni du Seuil, Parigi 1963) .

*Professore, a questo punto, mentre ringrazio per le tante cose assimilate circa la conversione di Paolo e il suo cambiamento sentimentale col cuore-lev, faccio una domanda estranea al nostro tema, sul nome di Gesù, da lei trattato in molte occasioni perché alcuni amici mi insistono a parlare di un’origine non aramaica. Si può dire ciò?

No. Marco. Gesù/Jehoshua è nome antico aramaico usato con Jehoshua bar Nun il successore di Mosè e poi come nome di un sommo sacerdote, che riporta i deportati da Babilonia col principe Zorobabele (cfr. Zaccaria, 6,9-15) oltre ad a Gesù- Giasone, fratello di Onia III, oltre a Siracide, autore dell’Ecclesiatico, per non citare i personaggi testimoniati da Giuseppe Flavio, che mostra con Filone il suo significato di Ihwh salva.

*Quindi, non ha valore Ishva, abbreviazione dal sanscrito Ishvan-principe come afferma H. Kersten, La vita di Gesù in india, Verde Chiaro edizioni 2009, essendo tutta la sua opera un falso storico, una favola inventata e frutto di ignoranza, a detta di molti critici tedeschi ! E cosa mi dice sul messaggio cordialis di Paolo?

Il messaggio, paolino, cordialis, è cristiano, come il suo linguaggio passionale sanguigno e la sua sublimità di ingegno. Quindi, ribadisco che la via di Damasco sia non una via reale, in cui un essere divino incontra un giovane civis romano ellenizzato, persecutore, che viene convertito, ma un ideale via, in cui c’è epiphaneia divina per un attivista ellenista zelatore e persecutore di aramaici, che inizia un nuovo tragitto culturale folgorato dall’apparizione di uno, meshiah, considerato morto e risorto, che, vivente, lo invia in missione tra i gentili: Paulus è un uomo dell’impero, specie in epoca neroniana, in cui subisce due processi, in due momenti diversi, da chiarire. L’apostolo risulta elemento comunitario che considera in una dimensione internazionale la famiglia, l’ attività sociale, la cultura e la stessa ecclesia, nonostante la sua educazione settaria farisaica e grazie allo spirito conciliatorio cristiano, che autorizza la costruzione di un ponte tra la legge e la salvezza individuale, sulla base della fede in Christos.

*Professore Paulus, avendo una concezione universale catholikh e creando unità ad una ecclesia, non ancora istituzionalizzata, ha coscienza di volere integrare i suoi fedeli orientali nel mondo ecumenico romano, secondo una sua visione ellenistica giudaica?

Marco, non è facile rispondere. Né Luca in Atti degli apostoli né Paolo stesso con le sue lettere ci aiutano nella lettura anche perché i testi sono parola divina/logia cioè interpolati da mani successive di uomini, che vogliono interpretare per spiegare, ma non ci riescono, pur manipolandoli a seguito di revisioni, in particolari momenti propizi storici Comunque, nel periodo antiocheno e in quello efesino, specie negli anni neroniani in cui la leggenda pone accanto Cefa -Pietro e Paolo, tra il 58 e 68, ci sono reali possibilità di mediazione e di conciliazione in senso ecumenico, tra il primo e il secondo processo, quando sembra che l’apostolo delle genti si trasferisca temporaneamente in Spagna per poi decidere di tornare in Asia.

*Professore, il progetto universale-catholikos di Paulus è da connettersi col trasferimento in Spagna, dopo che ha provato di non aver trasgredito di fronte ad Afranio Burro – 58/59- nessuna legge sacra e quindi, fa cadere l’accusa di empietà e di sedizione, in quanto rimasto a Gerusalemme, solo per pochi giorni?

Non credo. Paolo, anche se ha già un suo universalismo caligoliano, legato a quello ellenistico di Alessandro, re macedone, ha una sua visione, centrata sull’Italia e Roma, avendo sotteso un piano di connessione romano -italico della zona orientale con quelle occidentale (Spagna e Gallia ) tipico del quinquennio felice neroniano (54-59) ma, così ragionando, risulta odioso ai circoncisi giudei ( aramaici e ellenisti) e ai pagani che hanno una concezione di superiorità culturale orientale ellenica, avendo subìto forse il fascino degli intellettuali spagnoli di corte, di Seneca il vecchio e Seneca filosofo, il governatore dell’Acaia Anneo Gallione e il padre di Lucano, Lucio Anneo Mela. Infatti, portato in tribunale da Sostene, capo della locale comunità ebraica, corinzia, (At 18,12-17), Gallione, interpretando la liberalità di Roma nelle questioni religiose, si rifiutò di emettere una sentenza e disse espressamente: se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche grave misfatto io potrei anche ascoltarvi, o ebrei, a norma di legge, ma se si tratta di questioni di parole, di nome e della vostra legge, pensateci voi: io non voglio essere giudice di tali cose!

*Professore, Gallione, pragmatico governatore, vuole applicare la legge e non fare il filosofo, che giudica senza competenza circa le questioni giudaiche religiose, nominaliste, prescrittive, inestricabili per un occidentale! il romano rimane fermo alla res-pragma e lascia ai giudei la forma coi bisticci verbali, lavandosene le mani, come Pilato con Christos !

Marco, Afranio Burro, che trattiene l’apostolo per un biennio a Roma, non lo ritiene, comunque, colpevole e lo lascia libero poco prima della sua morte nel 62 o è lasciato libero subito dopo da funzionari imperiali: infatti, Paolo è assente all’arrivo di Giuseppe Flavio a Roma nel 64!. Paolo, invece, è di nuovo a Roma tra il 67 e 68 ed è giudicato da Ofonio Tigellino e condannato a morte.- cfr. Gesù di Nazareth ed Apollonio di Tiana in www.angelofilipponi.com -.

*Professore, all’epoca, Nerone è assente, in quanto è in viaggio in Grecia e a Roma vige un clima di terrore in quanto è iniziata una persecuzione contro i filosofi e le accuse sono di sovversione e di magia: Paolo potrebbe essere stato accusato dagli intellettuali di corte come Tiberio Claudio Balbillo ex prefetto di Egitto- cfr. Filopappo- o come Simone mago samaritano, di cui si parla in Atti di Pietro, opera di autori successivi, per aver risuscitato qualcuno, il tianeo a Roma stessa, il tarsense a Troade! .

Marco, conosci davvero gli ultimi 30 mesi della vita di Nerone, morto il 9 giugno del 68, la crisi economico-finanziaria, dopo le folli spese sostenute per la costruzione della domus aurea e il taglio dell’Istmo di Corinto e la costruzione del canale, che doveva unire il lago Averno con Roma?

*Professore, nonostante le sue tante indicazioni circa il regno di Nerone ho poco presente la sua storia, dopo la congiura dei Pisoni, la morte di Seneca e di Petronio e quella del pretoriano Femio Rufo, sostituito da Ninfidio Sabino. Non conosco affatto la situazione delle province occidentali- Gallia, Spagna Lusitania e di Germania – e tanto meno di quelle orientali di Siria e di Giudea, insorte dopo la battaglia di Bethoron nel 66, a causa anche degli eccidi di aramaici e di ellenisti in Alessandria poco prima del mandato di Vespasiano. Neanche mi oriento sulla tragica fine di Nerone – la cui figura stessa mi sfugge dopo la morte di Poppea Sabina e il matrimonio con Statilia Messalina e con l’eunuco, ventenne, castrato, Sporo!.

Marco, hai, quindi, un vuoto sulla figura di Nerone, che, accompagnato in Grecia dalla corte, sotto la protezione di Ofonio Tigellino, vive da attore /artifex da cantante e da auriga vincitore in ogni gara tra le acclamazioni popolari, ma deve, poi, tornare a Roma, a seguito della rivolta di Vindice in Gallia. Ora che anche l’Occidente si ribella, l’esercito nomina imperator un condottiero di fama come Servio Sulpicio Galba, mentre Ninfidio Sabino, capo pretoriano, fa promesse di ulteriori aumenti di stipendio e di premi ai pretoriani, Nerone si uccide. Allora Tigellino offre i suoi servizi al nuovo imperatore, gradito anche al senato, che procede lentamente prima di arrivare in Italia e a Roma, mentre propone la candidatura di un collega nella figura di Calpurnio Pisone Liciniano, come legittimazione della sua auctoritas antineroniana filopisoniana. Ciò inasprisce l’opposizione del senato, dei governatori occidentali, favorevoli ad Otone e quella dei pretoriani che vedono disattese le loro speranze di donativi: la tragedia di Galba e dei suoi fautori si consuma il 15 gennaio del 69, dopo sette mesi di regno.

*E’ un momento veramente tragico questo del 68-69, in cui sembra potersi porre la morte di Paolo che ha il sostegno degli uomini della casa di Narciso -cfr. Lettera i romani, 16,12 –tous ek toon Narkissou tous ontas en Kuriooi – e della domus Rufus e sta facendo via terra il percorso dalla Macedonia per arrivare a Roma dopo le nuove accuse di Alessandro il calderaio, le defezioni tra i suoi seguaci, convinto, comunque, di potersi liberare dalla bocca del leone, fiducioso forse nell’avvocato – o nomikos– Zena!.

Marco, la situazione non è proprio questa, perché dopo elezione di Galba e la morte di Nerone, l’impero romano entra nel caos generale di una guerra civile a causa delle voci di nomine degli eserciti provinciali che proclamano i loro comandanti, seguendo l’esempio delle truppe germaniche che avevano eletto imperatore Verginio Rufo che aveva rifiutato e si era schierato dalla parte invece di Galba, già designato imperator in Spagna, sostenuto da Otone, che credeva di potergli succedere perché il collega non aveva figli, mentre sorgeva la candidatura di Aulo Vitellio figlio di Lucio Vitellio vincitore di Artabano III, ex censore ed ex console, molto stimato dai suoi ex legati, come Cecina Allieno, Arrio Flacco, oltre a Marco Antonio Primo, a Licinio Muciano, a Tiberio Alessandro, che già inclinavano per Vespasiano comandante delle truppe romane in Giudea.

*Professore mi vuole dire che già nel 68 la situazione è precaria, quella di una guerra civile in corso, coi milites e loro legati intenzionati a depredare le città e perfino la capitale dell’impero, dove il popolo romano e lo stesso capo dei pretoriani, Ofonio Tigellino, sono in vendita e passano subito dal carro del vincitore Galba a quello di Otone, seguendo l’esempio di Verginio Rufo e di Ninfidio Sabino, dopo il mancato pagamento dei premi.

Certo, Tigellino, esautorato, passato da Nerone a Galba ( che non ha pagato i milites e dato donativi ai pretoriani e per di più ha nominato erede imperator Pisone Liciniano, generando tradimenti a catena tra i suoi seguaci che acclamano prima Otone e poi il figlio di Lucio Vitellio, al di là dei suoi meriti personali ) seguendo l’esempio dei colleghi, si presenta insieme all’eunuco Sporo, ad Otone, che non accetta il suo servizio e lo costringe al suicidio.

*Professore, mi vuole dire che Paolo muore decapitato senza un ultimo processo, vista la situazione di emergenza bellica, come un malfattore kakourgos?

Secondo me, Paolo viene decapitato per ordine di Tigellino che sta passando a Sulpicio Galba e quindi decreta la morte sulla base del precedente processo con le stesse accuse, depositate da Lisia, quando già le truppe di Siria e di Giudea e quelle di Egitto hanno già designato imperator Flavio Flavio Vespasiano. Il giudizio di Tigellino, quindi, neanche viene criticato o messo in discussione nel caos che segue in Roma prima nella lotta tra galbiani ed otoniani e poi al momento dello scontro tra le milizie di Salvio Otone e quelle di Aulo Vitellio, a Bedriaco, quando già tutti i generali otoniani hanno tradito a favore dei vitelliani, che già cominciavano ad avere rapporti con gli eserciti della pars orientale di Marco Antonio Primo, governatore di Pannonia, favorevole a Vespasiano, intenzionato a dare Roma in saccheggio ai propri soldati, non ancora pagati, come avevano fatto i vitelliani con Cremona otoniana. La situazione romana risulta ancora più caotica al momento della seconda battaglia di Bedriaco, tra i vitelliani e le truppe flavie comandate da Marco Antonio Primo, che, sostenuto da Allieno e da Verginio Rufo, neanche obbedisce agli ordini dell’imperatore ed attacca il nemico e vince, facendo a meno dei contingenti militari di Licinio Muciano, di cui teme la popolarità. Infatti entra in Roma quando già Vitellio si è arreso ed ha abdicato, consegnandosi al fratello di Vespasiano, Flavio Sabino, determinando una violenta reazione dei vitelliani che assediano il campidoglio ed uccidono Flavio Sabino. Tutto si risolve positivamente per i fautori di Vespasiano, comunque, grazie all’intervento anche di Domiziano, suo figlio, che, con l’aiuto delle truppe di Primo ed ora anche di Muciano fa stragi degli avversari.

*Professore. Roma è insanguinata in ogni parte e prima e dopo le due battaglie di Bedriaco e il 69 risulta anno terribile, ricordato come funesto per la morte di tre imperatori e di diecine di migliaia di cives romani .

Certo un brutta pagina storica si chiude, in cui finisce anche la vicenda terrena di Paolo. Marco, chi in una Roma, dove molti cives sono morti nella guerra civile, pensa al processo di Paolo e alla sua decapitazione quando già è ucciso Otone, dopo 95 giorni di regno, quando Vitellio fa il suo ingresso nella capitale ed instaura il suo potere, avendo come capo pretoriano Arrio Flacco, amico di Cecina Allieno, prezioso alleato di Flavio Sabino, fratello di Vespasiano ? Cfr. Cenide e Vespasiano, o Il regno e Vespasiano, www.angelofilipponi.com Chi, se non qualche famigliare Rufus, può ricordare Paolo di Tarso, all’ arrivo di Muciano, che ristabilisce un certo ordine e acquieta le partes ancora in lotta, in attesa dell’arrivo da Alessandria del sooter Vespasiano?

*Di tutto queste cose so confusamente quello che dice la tradizione cristiana circa la decapitazione di Paolo sulla via ostiense e circa i Trophaia di un certo Gaio del II secolo, che commemora la sua morte e la cuce con quella di Simon Pietro, considerato morto crocifisso, qualche anno prima negli orti vaticani e celebrato insieme il 29 giugno.

Marco, a questo punto, non mi sembra il caso di seguitare a parlare della morte di Paolo e tanto meno dell’eredità da lui lasciata a Roma, congiunta con quella petrina. Forse è bene chiudere qui la conversione paolina!

* Bene professore, vorrei concludere, ricordando che lei, trattando dell’inizio del regno di Vespasiano ha scritto che ad Alessandria  l’imperatore, dopo aver avuto l’adesione di Tiberio Alessandro e poi di Licinio Muciano e il loro riconoscimento  militare del suo Regno, libera Giuseppe ben Mattatia ed autorizza Marco Antonio Primo a prendere Roma insieme con Muciano, al fine di una pacificazione generale, desideroso di essere soothr-salvatore di pagani ed ebrei, il sovrano-dio delle due partes ora non più belligeranti.

Si. Marco ho scritto così. Le mie notizie, su cui poggia il mio lavoro storico, sono utili ai fini della comprensione di un processo di revisione nel momento più buio della storia romana del I secolo d. C., tra il 68 e 69 e potrebbero far luce in questo buco nero storico, in cui sono sorte leggende tanto da creare il Mito di Pietro e di Paolo, festeggiati insieme come i due fondatori della Chiesa romana.

*Professore, secondo lei, dunque, la leggenda del primato di Pietro congiunto col martirio di Paolo nasce a causa di questo tragico momento storico, quando gli eserciti provinciali corrono verso Roma per depredarla, non essendo stato pagato il salario promesso e non essendo stati concessi i doni per i pretoriani: è un quadro, in cui ben si staglia la figura di Ofonio Tigellino agrigentino, personaggio, non ben approfondito storicamente, essendo un pretoriano travolto anche lui dalla tempesta dell’ anno 69!.

Marco, io ho fatto ipotesi sul mito di Pietro – un povero pescatore con numerosa famiglia e con tutto un clan aramaico al seguito, antiromano, che difficilmente può essere arrivato, via mare, a Roma da Antiochia! – e l’ ho ben distinto da quello di Paolo, un filosofo medioplatonico, giudaico-ellenista, mistico-terapeuta, considerato un malfattore kakourgos, in quanto odioso a pagani per la magia e rifiutato dagli ebrei- aramaici per la predicazione antimosaica anche ai non circoncisi, ed odiato dai giudeo- ellenisti per la sua missione universale, per il suo credo nel Christos crocifisso morto e risorto, e nel suo ritorno, imminente. Ho rilevato il suo viaggio da prigioniero verso la capitale dell’impero in un momento in cui ci sono spostamenti di eserciti, e sembra che abbia avuto fretta e problemi, visti i tanti tradimenti e defezioni, tanto da abbandonare ton phelonhn /il mantello rotondo presso Carpo, insieme ai libri e alle pergamene /on apelipon en Trooiadi para Karpooi , erchomenos, phere kai ta biblia, malista tas membrànas – cfr. II Tim. 4.13 -.

*Ricordo che lei, parlando del mantello rotondo con cappuccio /paenula da filosofo cinico lo metteva in relazione con quello di Giustino e mostrava che Paolo aveva molto interesse alle pergamene, in cui forse erano le prove della sua innocenza, da presentare a Tigellino e alla corte di Nerone, che aveva all’epoca, come consiglieri maghi come Balbillo e Simon mago samaritano, che temevano il potere e l’autorità del tarsense ed anche il piccolo gruppo di parenti romani ancora a lui fedele (dopo le tante defezioni asiatiche a causa delle accuse di Alessandro il calderaio) e le segrete riunioni eucaristiche!.

Marco, sappi che un indagato a Roma, specie se protos, conviveva con un pretoriano -o due- che, a sera, faceva rapporto scritto al suo superiore diretto, indicando le visite ricevute, gli incontri fatti, i comportamenti tenuti con gli altri cives – cose già segnate già e note su Paolo, che pur non avendo un gran fisico, anche se forte ed atletico, era temuto per le sue conoscenze mediche, per la magia, per l’abilità retorica.

*Non si sa, comunque, quando esattamente viene ucciso.

A mio parere, Tigellino preferisce sopprimere il malfattore giudeo odioso a tutti, subito dopo la morte di Nerone e si libera del sovversivo aramaico, anche se protos, civis romano tarsense, compromesso con i lhistai patrioti giudaici, nonostante l’abilità retorica, le sue conoscenze medico-magiche e le doti non comuni dialettiche, dimostrate anche di fronte a Festo, ad Erode Agrippa II e a Berenice, ora nota come compagna di Tito, amata e riverita in Giudea.

*Professore, lei ha scritto Per un bios di Ponzio Pilato, per me opera fondamentale per la conoscenza della storia dell’epoca tiberiana, non sarebbe il caso di scrivere anche Per un bios di Ofonio Tigellino?.Avrebbe la possibilità di riqualificare la figura di Domizio Nerone e di evidenziare il sistema processuale romano e con Paolo di Tarso e con Apollonio di Tiana.

Si vedrà, si vedrà, Marco, se campo!. L’indagine sui 14 anni neroniani è molto ardua, più complicata di quella fatta su Caligola , comunque, sempre meno difficile di quella da fare sul ventennio di Diocleziano e sulla sua riabilitazione storica, dopo la graduale demolizione della sua opera e il suo oscuramento totale, voluto dalla critica cristiana.

*In conclusione, professore, lei non vede una reale conversione di Saulos, che praticamente al momento risulta inutile, ma rileva Il fatto-pragma, l’ evento reale accaduto sulla strada di Damasco, non, però, come un’apparizione ad un persecutore, giovane ebreo tarsense, attivo in Gerusalemme ed operativo anche in zona damascena, ma come incontro tra un grosso gruppo di cavalieri aramaici, con a capo il redivivo Gesù, non morto, coi suoi, a mezzogiorno, in pieno deserto, di cui si appropria la leggenda cristiana che mette insieme Paolo e Pietro, i due ecisti della chiesa romana, accomunati dalla morte in epoca neroniana.

Marco, troppa confusione c’è nel momento storico della morte di Nerone e poi nel fatale 69, per cui non è possibile rilevare neppure la presenza di Pietro, ma solo quella di Paolo, che viene ben tipicizzato nel suo messaggio christianos, rimasto inalterato in epoca costantiniana con Eusebio ed ancora coi cappadoci sotto Teodosio cfr. II Tim. ,2,8-10 : mnemoneue Ihsoun xriston eghgermenon ek nekroon ek spermatos David, kata to eunagelion mou, en ooi kakopathoo mechri desmoon, oos kakourgos, alla o logos tou theou ou dedetai,/ ricordati di Gesù Cristo, risvegliato dai morti, nato dal seme di David, secondo il mio vangelo per il quale soffro fino ad essere incatenato come un malfattore, ma la parola di Dio non si incatena!.

*Professore, mi vuole dire che Paolo muore incatenato come un malfattore, ma il suo vangelo resta perché la parola di Dio non si incatena!.

Il suo pensiero, evangelico, ripreso in Alessandria dal didaskaleion di Clemente alessandrino, rinnovato e potenziato da Origene, dopo la creazione del dogma dalla Agia Trias, diventa il vangelo di Gesù Christos, uios patros, logos, su cui non possono prevalere Gianne e Giambre, che pur contestarono Mosè/Iannhs kai Iambrhs antesthsan Moousei-ibidem 3,7, perché il suo vangelo diventa parola vivente divina e la sua figura quella di un altro Christos!.

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Apologeticum, V,2

Fenice, libertà e sogno di eterna rinascita - laCOOLtura
Araba fenice

A Franco Tozzi, uno dei miei rarissimi amici, lettore attento e convinto estimatore della mia opera storica.

Per tutti sapere è un bene prezioso in una società ammaliata dall’immagine televisiva e dalle nozioni elementari del telefonino ! . Per me sapere è un male, che genera acuta sofferenza, profonda delusione , oltre a vergogna, per il fatto che, per tutta la vita, ne sono stato solitario ed accurato ricercatore, noto solo a pochi!

*Davvero, professore, ho ben capito il messaggio di Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante : c’è di tutto per favoleggiare per i christianoi, circa l’epoca tiberiana, oltre che su quella augustea ? !

*La fenice, che ritorna, non è simbolo di Christos?!

No. Marco. Nel 34 d.C., invece, è figura certa dell’avvento al trono di Gaio Germanico Caligola, l’astro nascente, il destinato ad essere neos Sebastos, soothr per il mondo romano, destinato a bruciare il padre/Tiberio sull’altare del Sole/Ottaviano Augusto, allegoria alessandrina, dell’ eternità del Regno nuovo del principe Romano, nella celebrazione dell’ektheosis del 40 d.C., poco dopo la vittoria di Lucio Vitellio sui Parthi e la presunta morte di Christos cfr. Legatio ad Gaium !
Se si legge Censorino, De die natali, XVIII,10 si comprende questo: la fenice, che rinasce ogni cinquecento anni, è segno dell’eternità dell‘imperium romano!. Nella sua opera non ci sono allusioni cristiane ma solo notizie scientifiche, proprie di uno scienziato! Non c’è un cenno del Christos nell’opera di Censorino .

Chi era?

Censorino di Teate /Chieti, è un grammatico, scrittore di un’opera dedicata al suo patronus, di cui si fa l’oroscopo, tal Quinto Cerellio di 49 anni, vivente nell’anno 238 d.C. sotto Gordiano III.

*Vive prima dell’evento del millenario di Roma, da cui inizia il fenomeno cristiano millenaristico di cui lei ha parlato varie volte con noi alunni, in riferimento anche a Gioacchino da Fiore?

Si. Marco. Ti aggiungo che Censorino forse è presente alle celebrazioni dell’imperatore traconita Giulio Filippo (244-249 ) che si fanno nel 248 d.C. per la fondazione di Roma. Secondo la theoria di Taruzio, fermano, accettata da Varrone bisognava celebrare Roma , fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo, Il 21 aprile 247 d.C., quando l’Imperatore era impegnato nelle campagne militari. Al suo ritorno, Filippo l’arabo, nello stesso anno, chiudendo le celebrazioni secolari, riprende la tradizione precedente dei grandi Imperatori come Augusto, Antonino Pio e Settimio Severo, e celebra la fine delle guerre col genetliaco dell‘urbs romulea.

*La trattazione sull‘araba fenice, uccello variopinto, riapparso dopo secoli nell’anno 34 d.C., è breve in Censorino?

Si, c’ è solo un cenno, mentre è lungo il discorso sulla metrica – aveva scritto De accentibus!! – sulla musica, sulla medicina, e sull’astronomia,

*E’ uno studioso importante ?

E’ più uno scienziato che un grammatico famoso. All’epoca, i grammatici e i retori sono ben pagati anche dallo stato perché hanno una funzione di propaganda imperiale già dal periodo antonino, quello di Frontone, e, poi, di Filostrato ed ora di Censorino, a seguito della fine dei Severi (193-235). Il grammatico teatino è considerato il nuovo Varrone, un amante del sapere, vero studiosus come il filosofo Cornelio Celso, come il medico Galeno, come l’astronomo Claudio Tolomeo, che procede secondo scientia, in quanto segue Varrone e Taruzio, circa la datazione sulla nascita di Roma- cfr. Lucio Taruzio-.

*E’ anche astrologo ben retribuito da privati se fa oroscopi personali?.

Certo. E’ uomo di successo, che fa calcoli precisi congiunturali per stabilire quello che capiterà al committente, tenendo presente l’influenza del cielo – di cui esamina le varie zone, secondo una precisa divisione astronomica per la definizione dei signa zodiacali, in una distinta periodizzazione e del ciclo vitale antropico e di quello naturale. Precorre di oltre un millennio il nostro Cecco d’Ascoli, anche lui astrologo – sfortunato, però , a causa dell’oroscopo su Giovanna d’Angiò, funesto per lui accusato, tra l’altro di magia cfr. il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante– . Cecco paga, in epoca medievale , con la vita ,il suo studio astronomico e la sua ricerca scientifica, avendo tradotto De sphaera del Sacrabosco , confutata, e facendo con Tractatus in sphaeram una sua aggiunta tecnica sull’origine del mondo, rilevando quasi una conflagrazione , tipo big-bang universale, da un primordiale caos acqueo, in opposizione al testo inziale di Genesi. Censorino, invece, è retribuito dal committente ed è celebrato dallo stato.

*Sfortunato l’ascolano e fortunato il teatino!

Marco, è meritatamente fortunato Censorino, che è maestro nelle divisioni del tempo (anno, mese e giorni), distinto in tempus (tempo assoluto) rispetto ad aevum (tempo relativo) con partizioni temporali (secolo naturale e civile, anno naturale solare, grandi anni, anni civili a seconda dei popoli, cicli astronomici, olimpiadi, lustri, anni romani, correzioni, riforma cesariana, ere e loro durata, quadranti solari, distinzione di nox e dies ecc.). Giustamente la sua opera è conosciuta da Lattanzio, da Cassiodoro e da Prisciano, christianoi che la tramandano tanto che è ricordata da Dante e celebrata perfino da Giulio Cesare Scaligero (1484-1558)- che, con suo figlio, esalta il libro come aureolus libellus/libretto d’oro-.

*Professore, in epoca costantiniana, avendo il cristianesimo vinto sul paganesimo, il muthos dell’araba fenice, già simbolo dell’aquila, assume un altro valore, quello dato da Lattanzio – De ave Phoenice – in cui Christos vincitore/nikeths è il theos-deus degli eserciti, nomos empsuchos/legge vivente, soothr /salvatore che torna, come segno di vita eterna per il cristiano- ed origina il mito di Roma e la teoria millenaristica?!

Questa, Marco, è un’altra storia, che inizia con la lettura di Basilio il grande, tradotto e volgarizzato – De invidia e De legendis libris gentilium-e con le interpretazioni teologiche di Gregorio di Nissa e di Gregorio di Nazianzo, di cui ti ho fatto cenni in Il mito di Pietro, di Giacomo, di Francesco e di Roma e di Augusto. La notizia della ricomparsa della ave fenice nel 34 d.C. in epoca tiberiana, invece, è utilizzata per la propaganda del buon governo di Augusto e specie di Tiberio, che è Capri ed ha come consigliere, il capo pretoriano Macrone, genero di Trasillo, mago egizio, e che dirige l’imperium, cercando di regolarizzare il mondo caucasico, barbarico, e di opporlo ad Artabano III e ai parthi, in attesa di una spedizione militare con un dux capace e fedele! Non ci sono notizie certe dagli storici e neanche da Tacito nei due anni, che precedono e che seguono il 34. Perciò, Marco, sorprende quanto si dice in Tertulliano Apologeticum ,V,II su un decreto di divinizzazione del Cristo, che in quell’epoca dovrebbe regnare in Gerusalemme.

*Lei afferma che il malkuth ha shemaim /il regno dei cieli è tra il 18 ottobre 31 e la Pasqua del 36 , tra la morte di Elio Seiano e la crocifissione del maran basileus illegittimo, Jehoshua, in A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?, Maroni 2003. pp. 83-96. Per lei è inconcepibile un decreto di Tiberio incerto su titolo di augustus/sebastos?

Certo Marco. Per me il culto di Augusto è di epoca flavia ed antonina dopo che Svetonio ha propagandato nelle Vite dei Cesari Augustus, VII- infatti lo storico dice che assume il titolo di Augusto perché, mentre alcuni senatori erano del parere di attribuirgli quello di Romolo, quasi fosse stato il secondo fondatore di Roma, prevalse la proposta di Manuzio Planco di chiamarlo invece Augusto non tanto per attribuirgli un nome che non era stato mai usato prima, quanto per il significato onorifico di quella parola/Munati Planci sententia, cum quibusdam censentibus Romulum appellari oportere quasi et ipsum conditorem Urbis prevaluisset,ut Augustus potius vocaretur ,non solum novo sed etiam ampliore cognomine. Svetonio aggiunge che il termine deriva dall’uso degli àugures che, per consacrare luoghi religiosi come augusti, prendono gli auguri dal volo degli uccelli o dalla venerabilità come afferma Il poeta Ennio: dopo che l’inclita Roma fu fondata con presagio augusto/ augusto augurio postquam inclyta condita Roma est!

*Per lei è improponibile un decreto tiberiano nel 34 sul Christos?

Non è possibile dopo le relazioni solo di Erode Agrippa, senza quelle del Lucio Vitellio e di Erode Antipa: un Tiberio caprino certamente pensa a fare stragi di Seianei, ma è anche impegnato a contattare senatori per affidare un mandato antiparthico, ben conoscendo l’usurpazione regale di Jehoshua e il contributo militare di Artabano e degli altri re della confederazione- compreso Areta IV- e la rivendicazione degli Arsacidi, che, favorendo il messianesimo ebraico, reclamano l’eredità territoriale seleucide-achemenide di Asia, della Siria e Celesiria (compresa la Iudaea).

*Perciò, l’imperatore è sollecitato dal senato ad un pronto intervento militare contro Artabano III ed Areta IV e, quindi, a risolvere il problema messianico con la punizione dell’usurpatore Messia giudaico-aramaico dopo la designazione del legatus Lucio Vitellio, nominato Epitropos ths Surias?. E’ impossibile la richiesta di un decreto di Tiberio per la deificazione del millantato Messia giudaico al senato, che inoltre, rifiuta in un momento di repressione seianea?

Certo. In una tale situazione è improponibile la notizia riportata da Tertulliano nell’Apologeticum ,V, 2, ritenuta molto verosimile dalla Sordi (cfr. Tertulliano, Apologia del cristianesimoCarne di Cristo– testo latino a fronte, introduzione note, a cura di Cl. Moreschini, BUR, 1984). Per me, Marco, è un’ invenzione cristiana: l’imperatore Tiberio non presentò mai al senato una proposta, tesa a ottenere il riconoscimento di Christos come un Dio e né avrebbe ricevuto un rifiuto dal senato : il culto, reso a Christos, si configurò molto più tardi come una religio illicita, opposta a quella imperiale di Roma e di Augusto!
Può essere successo, comunque, all’epoca, che Tiberio, già malato grave, avendo fatto testamento a favore di Tiberio Gemello e di Caligola, prima dell’estate 36, abbia avuto notizie certe da Erode Agrippa, poi imprigionato su accusa di Eutiche, sulla situazione della Iudaea, ma non penso che l’imperatore abbia potuto fare quello che viene affermato dall‘ apologista, che parla di una regione, definita Syria Palestina, la Iudaea, così chiamata dopo la galuth adrianea, e nego che Tiberio- che ha una concezione non divina di un uomo e, in un certo senso, opposta a quella di Ottaviano, incline alla divinizzazione personale– abbia potuto fare una proposta per divinizzare un eroe aramaico, sconfitto e crocifisso, a seguito della fine del Messianesimo e della morte del Meshiah, che lascia nella costernazione il suo popolo ebraico, che versa nell’ora più tragica della sua storia!. Anzi ritengo che Tertulliano, trovandosi nella condizione di cristiano, accusato di infanticidio e di antropofagia, normale in Egitto e in Africa ancora alla fine del II secolo (cfr. Apologeticum VIII-IX)- riprenda in esame un vecchio decreto delle Dodici Tavole, che ordina di in partes secare corpus/ di tagliare in parti un cadavere. Il precetto, ancora vigente in alcune regioni imperiali, contemplava , per la validità del testamento, la divisione anche del cadavere, come giusta condivisione dello stesso estinto da parte dei beneficiari testamentari del patrimonio, lasciato in eredità!.

* Da questa pratica pagana può derivare l’uso della funzione simbolica dell‘ eucarestia cristiana, del frazionamento del Corpus Christi, cibo quotidiano per il fedele?

Marco, te ne ho parlato in altre occasioni. Non è il caso, ora, di trattarne.

*Quindi, per lei, professore, Tertulliano ha precisi scopi, con la sua affermazione?

Per me due sono gli skopoi, quello di una ricerca che dia una patina di antichità al nomen christianum e quello di confutare i pagani – e gli ebrei- dimostrando che essi compiono mysteria eucaristici e non fanno crimina
E’ così, Marco, proprio così!

*Bene. Ho capito.

Sono contento che tu, cristiano, condivida la mia ricerca e che anche tu consideri falso il decretum tiberiano, impossibile , non essendo giunto a Roma né Pilato né Vitellio, per cui il senato non ha possibilità di fare la probatio/ la verifica dei fatti – cosa vera del racconto tertullianeo – Ricorda che ti ho spiegato che il termine è dell’area semantica della moneta, proprio dell’attività dei trapeziti, che, prima di metterla in deposito, la saggiano coi denti, al fine di apporre un sigillo di autenticazione con la P., lettera iniziale di probatio come certificazione del lavoro degli agenti finanziari, approvato dal loro dioikeths!-. L’apologista, comunque, si basa su un vero vetus decretum per fare la sua affermazione dell’antichità del nomen christianum in epoca tiberiana, ribadita anche in – ibidem VII,3-.

*Bene, seguiti, professore! io ascolto.

Ti preciso, Marco, che Tertulliano è un abile avvocato – già anticipato nel riferimento del nomen christianum a Tiberio, da Giustino (Apologia 1, 35 e 48 ) seguito da Eusebio (Storia ecclesiastica, II.2-5) – che, esaminando una legge delle Dodici Tavole, in cui c’è l’autorizzazione per un creditore di dividere in parti il corpo del debitore– Apologeticum., -IV,9, (frase interpretata come divisione dei beni patrimoniali, ancora in discussione in zone imperiali, in cui c’erano molti alla ricerca spasmodica di testamenti! )- aggiunge un altro vetus decretum, che non concedeva ad un imperator come Marco Emilio Scauro, console nel 115, un dux vincitore – non un autokrator sebastos/augustus -di consacrare un Dio senza approvazione senatoriale.
La stessa affermazione dell’apologista, successiva, è una dimostrazione palese della falsificazione in atto, in quanto riprende un doppio periodo varroniano e ciceroniano: facit et hoc ad causam nostram, quod apud vos de humano arbitratu divinitas pensitatur, nisi homini deus placuerit, deus non erit, homo iam deo propitius esse debebit/ anche questo fa alla nostra-cristiana- causa; presso di voi, infatti, si valuta dopo aver pesato esattamente ed accuratamente le cose divine, in base alla sentenza umana del giudice arbitro. Se un dio non piacerà all’uomo, non sarà Dio; l’uomo ora dovrà essere propizio al Dio!.
Marco, attenzione, traduco personalmente e non traduce l’autore di Tertulliano, Apologia del cristianesimo – La carne di Cristo, Apologeticum– cit.,- ) che è un ottimo traduttore!

*Bene, professore, Augusto e Tiberio possono fare la consacrazione di un Dio, non un dux repubblicano, che ha bisogno dell’approvazione senatoria/ne qui deus consacraretur, nisi senatu probatus -ibidem V,1-

Mi congratulo per la precisa citazione. Quindi anche per te l’apologista non è veritiero. Non è possibile quanto afferma sul decreto imperiale perché Tiberio è a Capri e non ha conoscenza precisa dei fatti, se non dopo l’arrivo di Erode Agrippa, che ha notizie forse solo di un assedio a Gerusalemme e non dovrebbe aver visto la paradosis/consegna del Messia, a seguito della sconfitta di Artabano! Inoltre il senato all’epoca è succube dell’imperator e perfino di Macrone. Marco, la notizia, di un Tiberio, nel cui tempo il nome cristiano fece il suo primo ingresso nell’impero/ cuius tempore nomen christianum in saeculum intravit, e di un imperatore che riferì al senato le cose annunziate dalla Syria Palaestina, che gli rivelavano la verità di cotesta divinità/ annuntiata sibi ex Syria Palaestina, quae illic veritatem istius divinitatis revelaverant, da lui accolte favorevolmente/ cum praerogativa suffragii sui, è falsa! Come è falsa la frase successiva senatus, quod non ipse probaverat, respuit/il senato, poiché non aveva indagato per conto proprio, respinse, non accettando la proposta. E’ falsa anche la seguente: Caesar in sententia mansit, comminatus periculum accusatoribus christianorum/ l’imperatore mantenne il suo pensiero e minacciò di morte gli accusatori dei cristiani!.

*Professore, bisogna lavorare bene sul testo di un autore cristiano, dopo attenta traduzione!

Tertulliano è un apologista, che segue la propaganda cristiana del II secolo, in epoca antonina, specie quella di Militone di Sardi (113?-190), il quale classifica Augusto e Tiberio come imperatori buoni sulla scia della notizia di Filone di Legatio ad Gaium, in una condanna degli altri cesari della domus giulio-claudia ed è perfino un eretico montanista di difficilissima , data la particolarità del cristianesimo dell’africano

* Tertulliano fu, dunque, un uomo di polemica ?

Così sembra dire Girolamo in De viris illustribus ,53 , quando lo definisce uomo che si esterna continuamente, in ogni occasione in un atteggiamento polemico a dimostrazione di una fede incerta e di una connaturata insoddisfazione spirituale.

* E’ possibile leggere nella sua opera le tappe di una personale crisi?

Certo. Tertulliano passa dal paganesimo al cristianesimo, dal cristianesimo al montanismo e da questo alla costituzione di una sua setta, quella dei tertullianisti, ancora esistente nel periodo di Agostino -cfr. B.Nisters, Tertullian, seine Persoenlichkeit und sein Schicksal, Muenster 1930-. In conclusione aggiungo che Tertulliano ha costruito tutto a tavolino, desideroso di avere dalla sua parte i romani antistites/ispettori, invitati a non perseguitare i cristiani dell’epoca severiana: eppure sa bene che solo dal 43 d.C., in epoca di Claudio, si può aver notizia certa di christianoi antiocheni!.
Comunque, al di là della falsificazione dei dati da parte dei cristiani, tornando agli anni, intorno al 34 d. C. , sappi, amico, che non si conoscono nemmeno le quattuor et quadraginta orationes contro Liviam – Non si sa (queste sono le fonti!) nemmeno se la causa è comune con quella contro Apicata o se sono due i processi per le due donne, anche se sono rimasti lacunosi alcuni discorsi del libro VI libro – tra cui forse dovevano essere quei 44 tenuti in Livillam (V.6.1) – dei quali .Tacito riporta solo il discorso di un amico di Seiano, innominato, che, avendo deciso di morire, non ha paura di attirare vergogna su di sé e malevolenza su Seiano.

Anche Tacito – il Tacito cristianizzato dalle fonti, quello a noi tràdito dai christianoi- è…equivoco, indecifrabile per come ci è giunto il testo.

Il mito di Roma e di Augusto

MONARCHIA di DANTE

Agli amici, Benedetto e Tonino, Emma e Gianna, e a mia moglie, che attualmente non possono leggermi: leggere la storia è momento successivo alla lettura vera/alethhs di se stessi, della propria famiglia e del proprio paese, connessa alla scoperta di essere autentici christianoi!

Teleion dh ti phainetai kai autarkes h eudaimonia, toon praktoon ousa telos/la felicità sembra un qualcosa di perfetto e di autosufficiente in quanto è fine delle azioni – Aristotele Etica Nicomachea, 1,5(20)-

-.

 

Incoronazione di Ruggero II – Chiesa della Martorana Palermo-

Premessa

Dante in Monarchia e in tutta la sua opera parla di due luminaria – impero e papato – configurando due dominatori assoluti -l’imperatore e il papa -secondo la concezione romana augustea nobiliare sacerdotale e di una societas christiana, divisa in Oratores, Bellatores e Laboratores, in cui i primi due hanno privilegia e beneficia, mentre l’ultimo solo il dovere del lavoro con sacrificio, pur dovendo conseguire tutti una felicità comune sulla terra, per acquistarne un’altra più grande, quella paradisiaca ultraterrena, con le buone opere

Il sommo poeta italiano è condizionato dal pensiero della Civitas Dei di  Agostino, che, sulla base  filosofica di Platone, è artefice della tripartizione di un unicum imperium cristiano, basato sul numero tre, simbolico,  simile all’Unità e Trinità di  Dio.

 Il nobile  D(ur)ante è un bellator, che deve combattere come cavaliere e quindi ha possibilità di armarsi e di possedere un cavallo, forse di aver anche uno scudiero, con cui affrontare  il nemico, nobile come lui e difensore della propria terra: questo è il compito di un magnate in Firenze fino all’applicazione degli Ordinamenti di  Giustizia di Giano della Bella del 1293! Viene , allora, stabilita  la norma antimagnatizia, che cioè ogni cittadino  deve  artem exercere se vuole competere per  la carica di priore e  gonfaloniere,  con l’ordinamento basilare costituzionale sacratissimo, di iscrizione ad una corporazione – il nobile viveva di rendita in città senza l’esercizio del lavoro! – ( cfr. N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine del dugento, Firenze 1926 e G. Salvemini,  Magnati e popolani  in Firenze dal 1280 al 1293, Torino 1960– ). Dante, entrato a fare parte dei medici e speziali, una corporazione del popolo grasso, fa politica contro i neri del popolo minuto  in quanto si sente letterato parigino ed è  farmacista (che ha competenze medico-farmaceutiche) fedele di amore e spirituale– favorevole  ai francescani, puritani, integralisti e riformisti-e si dichiara anticlericale e antipapale-…

 Nel corso di sette anni di vita politica di un comune guelfo, si schiera come bianco al seguito di Vieri dei Cerchi, teso alla autonomia cittadina, rifiutando le pericolose  ingerenze papali, ed è attaccato dalla fazione popolana  di Corso Donati e di Cante Gabrielli, legati alla Roma di Bonifacio VIII, aspirante al controllo sulla città, e legato alla corte capetingia ed angioina…

Dante  è vir civilis che non ama le genti nove che, con le consorterie e con le corporazioni manufatturiere,  stanno cambiando il sistema  di vita tradizionale popolare  ed è ostile agli oratores , al vescovo e agli  abati -gli ordini  secolari e regolari clericali, arricchiti, lontani dalla povertà evangelica – ma anche agli uomini del suo stesso ceto popolare -anche se medici, avvocati,  letterati, media borghese –  e in modo particolare alla politica bonifaciana, intrigante, che  è eccessivamente angioina e quindi anche capetingia, avendo dato molto rilievo al clero francese, dominante in Roma  e in Italia da quasi cinquanta anni. cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia,  Demian 1995, pp.32-34.   Dante, inoltre,  non vede bene il rapporto tra il popolo grasso delle arti maggiori e la  curia papale, che  ha autorizzato la riscossione  delle tasse in tutta Europa a molti lombardi. -fiorentini  e toscani- e non cura affatto il popolo minuto –  operai, servi della gleba,  contadini liberi o   piccoli proprietari terrieri inurbati al soldo di patroni gentilizi o clericali. Giunto, comunque, al priorato, Dante, inviato a Roma, con un mandatum cittadino, non rientra più in città,  a seguito della venuta di Carlo di Valois  a Firenze, nel frattempo inviato da papa  Bonifacio VIII  come paciere  che favorisce, con le sue truppe, Corso Donati, che determina  il suo esilio e quello dei bianchi….

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Augusto di Prima Porta

IL MITO DI ROMA E DI AUGUSTO IN MONARCHIA

*Professore, io e i miei compagni dal tempo del liceo aspettiamo di capire realmente cosa ci intendeva dire quando spiegava il passo del DXV, anagramma di DUX del Purgatorio.

Marco, tu ti riferisci ai versi di Purgatorio, XXXIII, 43-46, in cui è scritto: un cinquecento dieci e cinque / messo da Dio, anciderà (ucciderà ) la fuia (ladra)/ con quel gigante che con lei delinque ?

*Si. Questo è il passo in cui Beatrice /teologia parla dell’aguglia/aquila (le cui piume sono cadute su un carro, tramutatosi in mostruosa creatura femminile, diventata preda del gigante), simbolo di Roma, ora senza erede.

Tu vuoi sapere cosa allegoricamente intenda Dante, tramite Beatrice – in Purgatorio XXXII 124-129- che, profeticamente, rileva la trasformazione del carro della Chiesa/lupa, avida, e lo strapotere illegittimo del re di Francia/gigante, Golia biblico, a causa della vacantia imperii?.

*Per me e i miei compagni non è facile capire la situazione del periodo di Bonifacio VIII e della successiva venuta dell’imperatore in Italia, dopo la deportazione in Avignone del papato nel 1305! Non comprendiamo come, dopo oltre mezzo secolo di predominio guelfo, ci possa essere un partito ghibellino, dopo la fine degli svevi, sconfitti (Manfredi), prigionieri (Enzo) ed uccisi (Corradino, impiccato a Napoli) dagli angioini che sono stati riconosciuti come signori dal Regno meridionale, considerato feudo papale. Ora ci è necessaria una spiegazione, anche se abbiamo informazione da articoli – come Corpus domini 1264, Abulafia e Dante – che, comunque, non ci permettono di entrare in merito alla situazione di un poeta guelfo, che attende fiducioso l’imperatore di Lussemburgo, in un clima di predominio guelfo nel settentrione italico, nonostante qualche potere locale, ghibellino, in città toscane come Arezzo e Lucca o a Milano o nella marca trevigiana- in relazione alla vicinanza con l’Austria degli Asburgo, nominali signori detentori del titolo imperiale, da decenni, disinteressati alle sorti italiche-.

Marco, Dante considera l’impero vacante dalla morte di Federico II nel 1250, in quanto nessuno – e tanto meno gli Asburgo – è venuto a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa, secondo la tradizione del Sacro romano impero: lui stesso ha fatto l’esperienza della vittoria del guelfismo ed ha visto la divisione stessa tra i guelfi in Firenze dopo la sconfitta dei ghibellini, subendo l’ esilio perché guelfo bianco, ligio alla libertà cittadina comunale, in quanto seguace di Vieri dei Cerchi, disdegnoso dell’interferenza papale, voluta, invece, dai neri di Corso Donati, vincitori col sostegno papale e di quello franco-angioino di Carlo di Valois!.

*Quindi, è sottesa la situazione storica di un cinquantennio ed oltre, di lotte tra ghibellini filoimperiali e guelfi filopapali e filoangioini, legati al regno di Francia , specie nel periodo iniziale della cattività avignonese?.

Marco, DUX – anagramma di DXV – è termine latino che indica un condottiero che, vincendo, è proclamato dai milites imperator, destinato a riportare in trionfo la giustizia, avendo mandato di uccidere la prostituta Chiesa e il gigante in un’ operazione di epurazione e di ripristino dell’auctoritas imperiale.

*Quindi, Dante nel Purgatorio fa profetizzare a Beatrice l’avvento di un dux, dopo decenni di attesa, in un clima ancora incerto tra i partigiani del papato e dell’impero.

Certo, Marco, Dante, nel periodo 1310-13, nutre speranze di renovatio imperii e di un ritorno in patria (fiducioso nella discesa di Arrigo VII in Italia ed invia l’ epistola VI – che è una preghiera all’imperatore a restaurare l’impero secondo i principi, che leggiamo in Monarchia), già anticipate nella Divina Commedia e in Convivio. Poeticamente, il poeta  canta nelI’Inferno l’imperatore, l‘alto Arrigo, alludendo al veltro – in 1,100 – mentre nel Purgatorio ha un misterioso DXV- e nel Paradiso XVII, 82, incontrando il trisavolo Cacciaguida,  parla dell’inganno ordito dal  guasco – papa Clemente V – e nel XXX, marca Beatrice,  che indica un seggio vuoto nella candida rosa, su cui c’è una corona, nella convinzione che la discesa imperiale in Italia ristabilisca l’ordine nel mondo cristiano. Dunque, scrivendo in occasione della discesa di Arrigo VII, lo scrittore di Monarchia crede che sia possibile ristabilire la secura romana libertas – un’antica concezione nata dalla familia anicia, imperiale, connessa ad una ideologia agostiniana, adattata in senso antibizantino, da Gregorio Magno, costituitasi sulla base della lettera di Osio di Cordova a Costanzo e sulla manipolazione giuridica di Leone I, fissata poi con Carlo Magno, esaltata da Gregorio VII come libertas christiana, predominante su Enrico IV, stabilizzata come ierocrazia da Innocenzo III nel Concilio lateranense II e fissata da Bonifacio VIII con la bolla Unam sanctam-!

*Dante, allora, in Monarchia, sottende che l’umanità non ha la guida imperiale, essendoci la vacantia imperii, e che ora esiste il fenomeno di una chiesa avignonese, lontana dalla legittima sede di Roma, contro la volontà di Dio?.

Marco, Dante conosce la storia cristiana ecclesiastica, che si è sostituita nel corso dei secoli, gradatamente, alla storia romano-ellenistica e bizantina imperiale, in una concezione fisico geografica tolemaica, geocentrica, esaminata dall’angolazione elitaria sacerdotale, in una tensione al divino e al caelum, in una visione agostiniana propria della Civitas dei, in cui scarso è il rilievo laico popolare terreno ed umano, schiacciato dai sistemi ideologici dominanti, simboleggiati nei due luminaria. Egli segue i compendia di theologia, trattanti la storia cristiana ecclesiale- theoria dei due soli– di scuola aristotelica parigina, secondo una lezione culturale, araba, postvisigotica, mentre ne sta sorgendo un’altra intellettuale gallicana, laica, sulla base della stessa tradizione dell’eternità di Roma, con centralità geografica, terrena, in quanto fonte e sede dell’impero, ideale forma di potenza umana dal periodo giulio – claudio, dal momento stesso della costituzione del principato di Augusto.

* Si tratta, però, di un Augusto cristianizzato, mitico, non storico?

Certo, Marco, Augusto, è cristianizzato perché nel Christos e nel suo millantato vangelo è strutturata la nuova società comunitaria della Chiesa romana, di cui si leggono i fatti mitici, in una sua collocazione di progressivo privilegio, dopo l’affrancamento dall ‘ecclesia costantinopolitana e dall’imperium bizantino, orientale, in mezzo alle dinastie barbariche occidentali, che, da secoli, venerando la dea Roma e Augusto, come datori di iustitia e di pax, neanche avvertono la caduta dell’impero romano nel 476 d.C., ad opera di Odoacre e di Teodorico, che sono patrizi romani, che rinviano correttamente le insegne imperiali proprie degli ultimi valentiniani, eredi legittimi teodosiani, rispetto agli usurpatori militari, nominati sulla base di un potere illegittimo di duces barbarici.

*Quel misterioso numero, DXV/515 del Purgatorio, dunque, ha un significato, specifico, per Dante, che ha una sua concezione geografica, cosmica tolemaica e fa una sua storia universale/ cattolica, romana agli inizi del Trecento?

Marco, personalmente, ho sempre pensato che il poeta usi, secondo una lettura equivalente ed equipollente della kabbalah ebraica, quel numero per trasformarlo in dux, mediante inversione dei due numeri finali, titolo da dare all‘ imperatore, considerato guida temporale, secondo le bolle papali del periodo di papa Zaccaria e del suo successore Stefano II (752-755),- che investono del titolo di patricius, proprio degli esarchi di Ravenna, il re dei Franchi, Pipino il breve – e di quello di papa Leone III, che, fuggendo da Roma e, dopo gli incontri di Paderbon, stabilisce sulla linea delle azioni dei suoi predecessori, di investire il franco Carlo, del titolo di imperatore del sacro romano impero, ben conscio dell’ambiguità e dell’equivocità sottesa.

*Perché mi parla di papa Zaccaria e di Stefano II, che sono papi responsabili dell’ illegittima incoronazione di Pipino, a Soisson!? Non sono forse uomini, opportunisti, che, considerando eretico e decaduto l’imperatore d’Oriente, Leone III iconoclasta (675-741), approfittano della quasi contemporanea fine dell’esarca Eutichio ad opera di Astolfo – che ha mire sulle terre del ducato bizantino romano – per chiedere ed ottenere l’aiuto provvidenziale di Pipino, ancora maggiordomo franco, al fine di liberarsi contemporaneamente dal controllo dei longobardi e dei bizantini?. Possibile, professore, che Dante, un indotto, abbia tante conoscenze sulla storia di questo particolare periodo, in cui a Zaccaria viene proposta la quaestio giuridica di chi debba regnare sui franchi, chi ha reale potere o chi ha il titolo di re, da Burcardo di Wuerburg e dall’abate di S. Denis ?. Mi sembra strano che la soluzione di Zaccaria a favore di Pipino, con la decisione della deposizione e imprigionamento dell’ ultimo re merovingio legittimo, Childerico III, risulti anche per Dante un atto che sottende già un trasferimento di potere imperiale da Oriente a Roma, sede papale petrina, ora predominante nell’Italia centrale e nel contesto longobardico, riconosciuta fino ad allora come dignitas sovrana spirituale dagli abati occidentali, compresi quelli del meridione bizantino di Italia ed anche insulare, con maggiore o minore valore, dal periodo di papa Vigilio, nel corso della guerra gotico-bizantina (535-553)!. Mi sembra impossibile che sotto DXV il poeta possa avere individuato il momento storico esatto della formulazione stessa del Constitutum Constantini ed abbia fissato il momento del trasferimento del potere imperiale dall’Oriente in Occidente proprio nel 795, che sarebbe l’anno, che deriva dalla sottrazione matematica da 1310 di 515-DXV, e faccia l’ inversione di V con X per indicare Arrigo, DUX di una restaurazione imperiale, tanto auspicata dai francescanesimo spirituale e dal gioachimismo! Secondo lei, professore, Dante ha chiaro che il 795 è anno fondamentale, per lo scriptorium romano, che porterà alla consacrazione del Sacro romano impero, nell’800, basilare, poi, per la politica gregoriana, innocenziana e bonifaciana?

Non occorre, Marco, che Dante abbia chiara notizia storica: sta scritto chiaramente nelle bolle papali, nei regesta, negli scriptoria il percorso della appropriazione indebita papale, compreso il Constitutum Constantini, nel corso dei secoli, come gli deriva dai decretalisti, suoi avversari! Marco, da loro Dante conosce la data e forse la fissa con DXV, che a lui serve per evidenziare la sua volontà spirituale di riforma del papato, vestito delle piume dell’impero, divenuto carro trainato in processione da un grifone (Purgatorio, XXIX, 106-8), diventato monstrum– la bestia dell’Apocalisse 17,1-3 con sette teste e 10 corna – sopra il quale è una prostituta sciolta- Chiesa!- presa poi dal gigante Filippo il bello, che porta via con sé –Purgatorio, XXXII,150-160 -.

La storia romana dell’ impero, che ha perso le piume, simbolo delle prerogative dell‘aquila imperiale, depredata dalla Chiesa, comincia per Dante con l‘ambiguo Leone III che, dopo l’elezione del 26 dicembre del 795, invia a Carlo le chiavi della tomba di Pietro e lo stendardo di Roma, riconoscendogli il titolo di patricius!?

*Quindi, per lei, Dante con DXV/DUX indica la data del 795, come punto centrale delle contaminazioni tra impero e chiesa, col carro trascinato dal grifone Christos – nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio, sotto il potere dell’impero, poi trasformato con la donazione di Costantino e con la theoria di Gelasio (sorta subito dopo la deposizione di Romolo Augustolo ad opera di Odoacre re degli Eruli, che chiede il titolo di patricius, dopo aver riconsegnato le insegne imperiali, a Zenone, imperatore di Oriente, unica autorità romana superstite-)?!. E’ così, professore? Ora riassumo quello che ho capito circa l‘equivoco di sacro e romano da parte papale e da parte franca: ognuna dà una sua interpretazione funzionale nella novitas della sacralità, aggiunta alla romanitas, dopo il fatto dell’incoronazione imperiale, a Roma, nel Natale dell’800! Dante, un clericus , che conosce i passaggi generali storici, succedutisi in circa 1000 anni da Costantino ad Arrigo VII, legge dopo cinque secoli dall’incoronazione di Carlo Magno e dall’angolazione papale e da quella carolingia, avendo confuso storia e mito, i cicli di Troia e della nascita di Roma, quello di Alessandro con la Chanson de Roland, coi miti bretoni e coi fablieaux, mescolato sacro e profano, volgarizzato i concetti pagani, cristianizzati, frutto di letture compendiarie retoriche compreso Collactanea rerum mirabilium di Solino, polyhistor- utilizzate da magistri dell’ars praedicandi e dictandi -cfr. L’altra lingua l’atra storia, Demian, 1995- !. Perciò il poeta inneggia nell’Eden, sulla cima del Purgatorio, stando agli antipodi di Gerusalemme, centro del mondo tolemaico, allegorizzando sul carro della chiesa: la sua visione apocalittica mostra la lettura della storia di uno spirituale, che condanna la politica di Gregorio VII, di Innocenzo III e di Bonifacio VIII, ma anche quella da parte imperiale carolingia, ottoniana, sveva e perfino gallicana regale, regolata secondo la scuola palatina di Aquisgrana, sottesa a quella della corte di Filippo il bello, trecentesca. Perciò, mi sembra di poter concludere dicendo che per Carlo, l’investitura sacra vale in quanto lui, re franco, viene riconosciuto, sulla tomba di Pietro, imperatore romano sull’ecumene, (essendo spada della chiesa, perché il papa proclamandolo difensore, concede auctoritas e potestas congiuntamente nelle sue mani, e quindi il potere universale romano) e che a lui, incurante se Leone III si tiene quello spirituale, poco importa se consente il primato sui vescovi e sugli abati, come delegato del rapporto tra l’uomo e Dio, tra il cielo e la terra, e come uomo di preghiera che ottiene la vittoria dal Dio degli eserciti per l ‘imperatore, suo unico unto. E’ giusto?! Non è ancora iniziata la predicazione della natura divina dell’autorità spirituale papale, in quanto il papa è successore di Pietro, vicario di Christos, re e sacerdote, che gli ha concesso il potere di di sciogliere e di legare; e nemmeno è stata intaccata l’auctoritas imperiale romana, di diritto, e neanche quella regale, se non nel caso di tirannia!?

Bene, Marco! Sono, comunque, già presenti le impostazioni laiche proprie di una comunità nuova, che si esprime secondo Ludovico il bavaro ed ancora di più secondo Carlo IV, nipote di Arrigo VII : Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun già mostrano il singolare valore dei laici come popolo romano nelle incoronazioni di Ludovico a Roma e poi di Carlo, che ne riconoscerà il potere con la Bolla d’oro. Hai sintetizzato, secondo le tue conoscenze, dunque, ed affermi che, dopo la morte dell’ultimo esarca ravennate, la deposizione di Childerico III e l’elevazione papale dal piano di maggiordomo dei pipinidi a rex dei franchi, col titolo di patricius , dato ufficialmente dai decretalisti pontifici, nel momento dell’ iconolastia dell’imperatore Leone III, decaduto, perché eretico, si considera il 795, anno inziale del nuovo regno franco carolingio! Comunque, ti meravigli di tutto questo e ritieni Dante medievale condizionato dal sistema scriptorio pontificio, incapace di fare storia e di districarsi nella falsificazione dei decretalisti papali, propagatasi come verità dogmatica per 5 secoli, dopo mille anni circa dalla donazione costantiniana: la sua storia è mitica secondo quanto detto e scritto dai decretalisti, romani, a cui si oppone seguendo una via spirituale!.

*Quindi, il pensiero della Monarchia, connesso con quello, sotteso nel Convivio e nella Divina commedia, è quello stesso dei suoi contemporanei, che attendono la conclusione della peregrinatio terrena nell’avvento dell’Anticristo, evento che precede l’inaugurazione del Regno di Dio, alla fine della settima età giochimita, che sarebbe risultata pienezza dei tempi, come quella augustea. Di questa aspettativa escatologica ci sono cenni, all’epoca?

Certo, Marco. Ci sono scrittori cronachisti, ma anche testimonianze scritte di congreghe e confraternite di fraticelli, di flagellanti, di alleluianti e di loro manifestazioni pubbliche, in varie città dell’Italia centrale; celebre è la chronica di Ottone di Frisinga , oltre l’opera di Pietro da Eboli Ad honorem Augusti o di Salimbene da Parma, scritti di Ubertino di Casale e di Pier di Giovanni Olivi e di tanti commentatori di Gioacchino da Fiore (1130-1202) fino alle parole riformistiche dellelaudi di Iacopone daTodi, note anche al baccelliere parigino Giovanni da Ripatransone (1325-1376) – di cui si ha Amice, ascende superius ed una tradizionale lode di Pietro Lombardo-, morto nel 1160 – oltre a 4 libri di Sententiae, (cfr.Jean de Ripa, Lectura super primum Sententiarum, I, Prologi quaestI-II, a cura di A. Combes, Paris 1961) e alle questioni sul Prologo al Commento alle Sentenze.

*E’, dunque, un fenomeno letterario di moda, non solo italico ed occidentale ma anche orientale, se connesso con ideologie caritative ?

Si. Tutti i letterati, specie i dictatores e praedicatores di caritas trecenteschi, sanno di questo fenomeno e ne parlano in vario modo, dopo l’epilogo della lotta tra papato e il re di Francia con la captività avIgnonese ed hanno carattere antingioino ed anticapetingio, nonostante il guelfismo imperante! Singolare, comunque, il contributo di un magister, come Pietro da Abano (1250-1314) conciliator differentiarum quae inter phisicos et medicos versantur, uno studioso, laureato in artibus, e professore di filosofia e di astrologia nello studium di Padova, dopo una formazione giudaico-araba e greca a Gerusalemme, dove fu anche medico/phisicus, avendo studiato Galeno Avicenna ed Averroè .

*Un vero magister, professore!

Marco, conoscendo l’arabo e il greco, come il giudeo Abulafia, è uno dei pochi che può effettivamente commentare Aristotele, avendo il possesso delle due lingue, per la cui scarsa conoscenza altri avevano sostenuto il doppio intelletto, a seguito della lettura dell’Ethica Nicomachea greca. Infatti i suoi Problemata Aristotelis expositio e Problemata alexandrina erano studi sul commento arabo averroistico di Aristotele e su quello greco di Alessandro di Afrodisia. Purtroppo i suoi detrattori lo accusarono di magia e di eresia nel 1306 e per ordine Clemente V fu rinchiuso in prigione, dove morì nel 1314 e i suoi discepoli presero il corpo e lo seppellirono in un altro luogo, diverso da quello indicato dai parenti, convinti che l’inquisitore avrebbe voluto dare al rogo il suo cadavere coi suoi libri, secondo l’uso. Quello stesso anno era stato messo al rogo dopo quasi sette anni di prigionia, il capo dei Templari, a Parigi, Jacques de Molay , imprigionato nel 1307,per comando di Filippo il bello e del papa dopo che era stato sciolto l’Ordine dei Templari, per confiscarne i beni. Morto Clemente, riunitosi il conclave, non essendo i cardinali nel giusto numero, essendosi ritirati quelli italiani, si ebbe un lungo periodo di assenza papale e, dopo due anni, ci fu l’elezione di Giovanni XXII nel 1316. Un altro vero magister fece la stessa fine, il 16 settembre 1327, tredici anni dopo, a Firenze, nella piazza davanti a Santa Croce, accusato anche lui di magia e di eresia, essendo anche lui medico ed astrologo, oltre che laureato in artibus e quindi docente di filosofia ed astronomia, a Bologna, dove ebbe tra i tanti discepoli anche il Petrarca, che ne lodo la grandezza filosofica “o gran esculan che lo mondo allume”.

*Professore, sta parlando di Cecco d’ Ascoli, di Francesco Stabili, il nostro concittadino?

Da un’edizione della Sphera Mundi, Venezia 1490
Cecco d’Ascoli in una miniatura della Acerba (codice trecentesco, Firenze Bibl. Laurenziana)

Miniatura di un codice della Sphaera Mundi, Modena Bibl. Estense

Si. Marco, Cecco, nato ad Ancarano nel 1269, entra già a 18 anni nella setta dei Fedeli di amore, che si riunisce in Ascoli nel monastero di S. Croce ad templum, dove viene iniziato ad una indefinita dottrina occulta templare.

*Che setta era?

Ritengo che i fedeli di amore formino una confraternita affiliata ai templari, legati tra di loro da vincoli di stretta, tenera, amicizia, tipica dell’ eteria spartana, considerata vinculum caritatis, al tempo di Niccolò IV,(1288-1292)- Girolamo Masci ascolano-, connessa con le istanze riformistiche e mistiche della cultura bizantina di Michele VIII, con cui il papa ebbe rapporti come nunzio romano di Slavonia. Si è in un clima di distensione tra la chiesa ortodossa e quella cattolica in cui le idee di caritas vincolano ancora di più l’élite gerarchica, essendo comune il credo religioso- escluso il filioque-. Nell’ultimo ventennio del XIII secolo c’è un ravvicinamento tra i bizantini e i cattolici in quanto all’epoca Michele VIII Paleologo (1223-1282) il basileus , temendo un’invasione angioina, parla di fratellanza universale e di una comunanza ideologica cristiana ed è intenzionato a tornare nel seno della chiesa cattolica a patto di poter professare il credo, senza filioque, Inoltre i fedeli di amore greci hanno relazioni stretti con i cavalieri templari di Gerusalemme, a loro volta collegati con i sufi, oltre che con gli spirituali francescani, a cui sono vicini fra Bonaventura di Bagnoregio e il futuro papa fra Girolamo da Ascoli .

*I fedeli di amore sono un fenomeno elitario, tipico di molte persone di differente nazionalità, sia occidentali che orientali?

Marco, certamente è un fenomeno riformistico del papato e dell’impero, i cui capi hanno una volontà di contenimento del potere dei regni nazionali, in senso spirituale francescano e in senso escatologico gioachimita: Cecco, Cavalcanti, Dante, Francesco da Barberino , Iacopone da Todi e tanti altri ne fanno parte. Se esaminiamo Vita nuova 1,20, rileviamo espressamente il sintagma fedeli di amore oltre che in Purgatorio, XXIV,52-57, dove è presente il codice linguistico stilnovistico con le allegorie e simboli, tipici degli spirituali e dei mistici esoterici. Nell’incontro di Dante con il Bonagiunta Orbicciani, goloso, il poeta lucchese confessa, o frate, issa vegg’io…il nodo/ che il notaro, Guittone e me ritenne di qua del dolce stil novo ch’i’ odo!

*Professore, Bonagiunta fa la confessione, dopo aver sentito le parole di Dante, che sintetizza la poetica stilnovistica . …I‘ mi son un che, quando/amor mi spira, noto e a quel modo/ ch’e‘ ditta dentro vo’ significando. La poesia stilnovistica è caratterizzata da ispirazione da amore e dal cor che ditta un contenuto che chi scrive nota , segna cioè il sentimento dolce interiore, provato ed esperimentato con precisi segni esteriori, in quanto possiede tecnica di un magister dell ‘ars dictaminis.

*Lo stil novo, quindi, è poesia nuova che viene dal cuore, ispiratore dei dolci versi di amore come omaggio cortese verso una donna angelo, creatura venuta in terra a miracol mostrare?

Marco, in latino, puoi vedere la formulazione della poesia stilnovista nell’antitesi interius -exterius di epistula I, 12-13 : solus proinde de ea caritate digne loquitur qui secundum quod cor dictat interius, exterius verba componit/solo chi costruisce il suo discorso, secondo quello che il cuore detta dentro, componendo le parole disposte esternamente in modo adeguato alla carità. Dante, come ogni stilnovista, conosce l’arte del dictare, volgare- e sembra che la sappia applicare, con qualche difficoltà, in latino – oltre all’opera di Hugo de Sancto Victore (Hugues de Saint Victor 1096-1144 –De institutione novitiorum -) in Monarchia e all’epistula ad Severinum de caritate forse di Riccardo di S. Vittore ), in cui si prefigura un contenuto amoroso cortese- mistico con forma dittatoria cfr. F. Figurelli, Il dolce stil novo, in Studi danteschi, XVIII,1934.

Marco, chiudiamo qui il discorso su Cecco col poema de L ‘Acerba . Ne abbiamo parlato altrove. Ora,- non dimentichiamolo!- dobbiamo mostrare il mito di Roma e di Augusto nel Medioevo.

*Professore, non ricordo bene – sono passati tanti anni- né l‘Acerba né motivi della condanna al rogo.

Diciamo, allora, che Cecco è scienziato, scrittore e commentatore del Tractatus in sphaeram, commento al De sphaera mundi di Giovanni Sacrobosco- John Holywood- , che aveva commentato il De principiis astrologie di Al Qabisi – Alcabizio- , autore di De eccentricis et epiclis e di Prelectiones ordinarie astroligiae habite Bononiae,e che la sua opera non è mitica, ma scientifica, seppure medievale, con forme già umanistiche e filologiche e il suo pensiero filosofico, proprio di un maestro accreditato dell’ ipse dixit, cosciente di essere libero nel suo lavoro di doctor ed anche nella doctrina filosofica aristotelica, dovunque si trovi, in una libera docenza, accordata da papa Niccolò IV doctor semper ubique, anche se forensis. Infatti, era andato da Ascoli a Parigi dove esercitava la professione di medico già nel 1311,- dove conobbe l’opera del matematico astronomo e filosofo John Holywood ( morto il 1256), famoso per la theoria dell’unica sfera acquea, quasi un buco acqueo nero, in cui era la terra, che poi emerse – contraria alla creazione dell’universo biblica di Genesi. Venuto a Firenze, come guelfo, al seguito di Roberto di Angiò – e di sua moglie Sancia – (che, dopo la morte del padre Carlo II, ne era divenuto anche signore), per poi trasferirsi a Bologna, dove tenne lezioni di medicina e poi di astrologia ed ebbe discepoli di fama, suoi sostenitori, Marsilio da Padova, forse anche Guglielmo Ockham, Michele da Cesena e uditori toscani, oltre al Petrarca. Fu chiamato anche ad Avignone nel 1323 come medico papale, ma tornò a Bologna e nel 1324 ebbe il processo ad opera di Lamberto da Cingoli per il commento alla De sphaera mundi, dove si sosteneva l’influenza astrale sui comportamenti umani e su quelli animali e perfino sulle pietre che acquisivano proprietà. A Bologna rimase, circondato dall’affetto dei colleghi universitari e dei discepoli, fino a quando non fu invitato da Carlo, duca di Calabria, figlio di Roberto, ora rettore della città toscana nel 1326, come phisicus et familiaris cioè come medico di famiglia.

*A Bologna, dunque, Cecco è doctor forensis e come tale, essendo maestro di astronomia e filosofia, professa una doctrina naturalis, razionale, laica, aristotelica, deterministica, basata sull’ordine cosmico e sull’insegnamento classico di Lucrezio Caro, sua guida, nel poema – ho ben letto Età dell’oro in www.angelofilipponi.com ! .

Marco, le sue lezioni bolognesi sono note e sono seguite dai fedeli di amore ed anche dai frati francescani spirituali come Bonagrazia da Bergamo, desideroso di un ritorno alla povertà evangelica, scrittore nel 1322 del De Christi et apostolorum paupertate, braccio destro di Michele da Cesena, capo generale francescano, di tendenze spirituali, ferocemente contrario all’avido papa Giovanni XXII.

* Ho chiara la situazione in cui si trova Cecco e conosco la differenza del pensiero dell’ascolano rispetto a quello del fiorentino, espresso nella Commedia, in cui il poeta mitico Virgilio è spirituale guida, che porta alla Gerusalemme celeste, agostiniana, razionale consigliere che teme la fortuna.

Marco, ti preciso che all’epoca non esiste come pubblicata la terza cantica dantesca del Paradiso, mentre ci sono testimonianze di Inferno e di Purgatorio in Documenti di amore di Francesco da Barberino (1264-1348)- , la cui opera di 7.024 versi è a tre livelli, in cui c’è un sapere letterario erudito enciclopedico in volgare, seguito da una parafrasi in latino e da un commento sempre in latino. Quindi, hai compreso che l’insegnamento di Cecco nega il libero arbitrio dell’uomo, il cui corpo materiale è sotto gli influssi dei corpi celesti e può sempre prevalere sulla fortuna con le doti naturali e conservare la propria nobiltà – che non è quella di nascita, ma di animo e di cuore, connesso con gli avvenimenti temporali fisici e metereologici, fuso e confuso coi poteri stessi delle bestie e dei metalli, secondo la theoria atomistica epicurea e della doctrina aristotelica averroistica, pur nelle forme allegoriche platoniche.

*Certo. professore, comprendo anche il tradimento dei fedeli di amore e dei frati spirituali che, pur simpatizzano per lui per odio del pontificato avignonese, e gli sono vicini, nella corte angioina, non comprendo, però, perché la seconda accusa è fatale rispetto alla prima, a quella di Bologna.

L’accusa è più circonstanziata ed è connessa con eventi storici e con la paventata discesa di Ludovico il bavaro, oltre alla mutata situazione della corte di Carlo di Angiò, dove grande rilievo ha la madre Sancia bigotta, intimorita dalla condanna degli spirituali ad opera del papa avignonese, dove vale molto la parola di Raynald de Maussac, vescovo di Aversa, cancelliere, ora controllato dall” inquisitore Accursio Bonfantini,- che ha scomunicato il ghibellino Castruccio Castracani Intelminelli, signore di Lucca, gonfaloniere imperiale convocato per un processo pubblico a Firenze , dove neanche si è presentato, conscio dell’odio guelfo per le due sconfitte da lui inflitte, quella del 1315 a Montecatini e quella recente del 1325 ad Altopascio- che lo vede incline al ghibellinismo, dopo la prima condanna ecclesiastica, e vicino alla famiglia romana dei Colonna filoimperiale.

*Chi è l’ inquisitore Accursio ?

E’ un nobile fiorentino, prelato francescano, theologiae doctor rector regens in coenobio sanctae Crucis , incaricato della lettura di Dante – è forse il primo lettore ufficiale di Dante, dopo cinque anni dalla morte!.- cfr. M. Alessandrini, Cecco d’Ascoli, Roma 1935 e G. Fornaciari, Arte e vita mistica nella Firenze di Dante Firenze 1926- attivo come inquisitore tra il 1326 e 1328. E’ uomo scrupoloso tanto che richiede il fascicolo di Cecco circa le accuse nel precedente processo bolognese di due anni prima, indetto dal domenicano Lamberto da Cingoli, da cui rileva la singolare personalità dell’ascolano come filosofo, come astronomo seguace dell’Holywood -Johannes de Sacrobosco e come profeta di sventure! Infatti la teoria del Sacrobosco è la pars iniziale del processo contro Cecco , di cui si riporta anche una parte del testo, che è tipica affermazione pitagorica cristianizzata, che, però, essendo considerata aristotelica, tradotta da arabi, è vista con sospetto: Est  enim terra tanquam mundi centrum in medio omnium sita, circa  quam aqua, circa quam aer, circa aerem  ignis ille purus et non turbidus  orbem lunae attingens, ut ait Aristoteles  in libro Metheororum; sic eam disposuit deus gloriosus et sublimis. Et haec  quattuor elementa  dicuntur, quae vicissim a semetipsis alterantur, corrumpuntur et regenerantur…Quorum quodlibet terram orbiculariter  undique  circumdat, nisi quantum  siccitas terrae humori  aquae obsistit  ad vitam animantium  tuendam . Omnia etiam, praeter terram, mobilia existunt; quae ut centrum mundi ponderositate sui, magnum extremorum  motum undique  aequaliter fugiens  sphaerae  medium possidet. -Tractatus in sphaeram-

*Perché?

Siamo nel buio. Forse Cecco nel Trattato contro la sfera del Parabosco, considerato astronomo ortodosso, aggiungeva qualcosa di nuovo che andava contro la biblica creazione del mondo di Genesi!. Eppure il domenicano inquisitore ne rilevava la capacità di accettazione del verdetto ecclesiastico, il plauso dei fedeli discepoli- oltre alla benevolenza del principe angioino che lo vuole perfino alla sua corte- il silenzioso pagamento della multa, oltre alla sopportazione civile dell’obbligo del dire le preghiere mattutine e serali, di vedere confiscati i beni personali e i libri, tra cui la incompleta Acerba!. L’ Accursio, comunque, con gli atti del precedente processo intenta uno nuovo sul libero arbitrio dell’ uomo e sul condizionamento degli influssi astrali per inficiare il suo insegnamento astronomico antiagostiniano ed antitomistico, oltre che per miracolose guarigioni, avvenute per magia e per le dicerie templari e , da giudice vero, inizia ad ascoltare testimoni che vengono a denunciare l’ ascolano, ormai lasciato al suo destino anche dagli angioini, che hanno sentito le predizioni sgradite e a loro funeste. Accoglie le accuse di magia di Dino del Garbo, medico anatomista, quelle dei fedeli di amore ora controllati dal papa avignonese -a seguito della condanna dei templari,- anche perché congiunti con forme caritative popolari, omosessuali, accoglie anche quelle del vescovo cancellarius angioino che racconta della nascita di Giovanna e dell’ oroscopo ingiurioso, verso la famiglia, e di dotti che oppongono l’Acerba alla Commedia dantesca sia sul tema della fortuna che della nobiltà evidenziando una certa dipendenza del fiorentino indotto nei confronti del dottissimo magister ascolano.

*Si accenna nel processo anche alle due diverse poetiche di Cecco e di Dante? l’Accursio conosce l’Acerba?

Si. Marco. l’inquisitore afferma che l ‘Acerba non contiene alcuna maturità o dolcezza cattolica, ma molte acerbità eretiche circa la virtù in quanto ogni cosa viene ridotta alla influenze delle stelle. La sentenza di scomunica per eresia e magia viene letta e sottoscritta da sei consiglieri tra cui Francesco da Barberino e viene fissato il giorno dell’esecuzione per il giorno successivo, 16 settembre, di mattino, a meno che il condannato non faccia solenne abiura davanti al popolo, riunito nella piazza davanti a S. Croce. Il mattino dopo, siccome il filosofo Cecco non vuole abiurare neanche di fronte al rogo, ma pronuncia altezzosamente la frase l”ho detto, l’ho insegnato e lo credo, è dato l’ordine di accendere il fuoco, schernito dal popolo, che urla perché teme la sua magia – si conosce la versione di una donna che rifiuta di dare acqua ed è tramutata in statua di popolana che guarda in basso da una finestra o quella della comparsa di un cavallo bianco su cui fugge Cecco, in un magico sdoppiamento di persona!-. Le sue cose – compresi i libri- sono vendute e si ricavano solo 3 fiorini e mezzo.

*Che fine fece Accursio?

E’ uomo fortunato anche quando vien accusato di cattiva gestione nelle confische dei beni degli eretici, ma si salva facilmente perché anche dopo la morte di Giovanni XXII, nel 1334, esercita come inquisitore in altre zone.

*Professore, mi può dare una sua valutazione e su Cecco filosofo e sul suo poema Acerba, tanto variamente giudicato, perché confrontato da fiorentini alla Commedia dantesca, letta dall’Accursio e poi dal Boccaccio, dimenticata nei secoli umanistico-rinascimentali e in quelli illuministico-positivistici, ripescata solo nella seconda metà dell’ottocento da Dante Gabriele Rossetti in Inghilterra, nel particolare momento storico dell’unificazione politica italiana ? Io e i miei compagni sappiamo che l’opera di Cecco ebbe una prima edizione nel 1476 e altre 19 successive edizioni nel Cinquecento e ricordiamo le sue parole sull’oroscopo impietoso di Cecco su Giovanna, figlia di Carlo, nata a Napoli il 1326 – lussuria disordinata … perché nata sotto il segno congiunto di Marte con Venere ed ancora sorridiamo per l’aggiunta da lei fatta con voce cupa, da noi spesso imitata: e fu veritiero in quanto ebbe 5 mariti e infiniti amanti, di cui alcuni sono noti nella storia del castello di Arquata del Tronto! Per noi la leggenda di Cecco mago ed occultista, fabbricatore di ponti in una sola notte con l’aiuto diabolico, è rievocata ogni volta che ceniamo all’Osteria di Cecco sul ponte di Porta Maggiore, vicino al vecchio Squarcia! noi ora vorremo saper il suo reale giudizio.

Marco, ti preciso che la prima edizione non fu quella che noi abbiamo come editio princeps, ma quella del bresciano Tommaso Ferrando di due anni prima, a detta di Angelo Colocci (1474- 1549). Tu vuoi sapere se è vero quanto dice Giosuè Carducci e se Gianfranco Contini ha qualche ragione nel valutare l’opera dell’ascolano, eretico sfortunato rispetto a Dante, fortunato poeta, assurto a genio nazionale, dopo secoli di oscurata fama ad opera di Baretti e di Bettinelli (uomini di cultura razionalistico-materialistico-illuministico, che ridussero la Divina Commedia ad un centinaio di versi buoni e a qualche canto leggibile dell’Inferno, opera di una doctrina medievale libresca, poi giudicata da Benedetto Croce non poesia, data l’impostazione theologica, specie del Paradiso). Tu non condividi la critica ufficiale di studiosi che inficiano l’opera di Cecco, magister scientiae, rispetto a Dante – tapino indotto, non invitato al convivio dottorale, solo mendico raccoglitore di briciole – che risulta doctus, in un rovesciamento di fortuna – ironia della sorte! negata dal primo, assertore della potenza razionale dell’ individuo anche se soggetto agli influssi astrali, per cui il secondo, a secoli di distanza, a seguito di favorevoli eventi storici, risulta il poeta per antonomasia, neanche comparabile con l’autore dell’ Acerba !

* Lei parla di Giuseppe Baretti, di Cicalamento e di Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, che riduce a ben pochi versi la Commedia in quanto critico virulento e feroce contro i dotti arcadi e contro les philosophes illuministi, desideroso di dire il proprio parere, alla buona, da popolano ?

Si. All’opera dantesca il critico rileva difetti nell’incapacità di dilettare in quanto al dì di oggi non solo non si sente  più voce che canti versi della Divina commedia, ma non c’è uomo che possa più leggere senza una buona dose di risolutezza e di pazienza, tanto è diventata oscura, noiosa seccantissima!. Inoltre Baretti nota il perduto interesse con la realtà attuale della natura umana, la mancanza di interesse, l’oscurità della forma, che sono per lui limiti insormontabili.   

*Lei parla anche di Saverio Bettinelli che critica la Commedia in Lettere di Virgilio agli arcadi?,

Si. Il critico afferma che non si può chiamare divina la Commedia- che è opera di autore grande rispetto alla rozzezza dei suoi tempi e della sua lingua – degna, comunque, di lettura per alcuni canti dell‘Inferno (quello di Paolo e Francesca e del conte Ugolino)- , per il resto trascurabile, modesta, priva di humanitas per la pesante impostazione e strutturazione teologica di Purgatorio e Paradiso? Marco, sei un Birbone! Ti sei documentato sulla critica settecentesca a Dante!. Bravissimo!. Ora posso lavorare sulla critica di Carducci e Contini?!. Tu sai che il toscano Carducci diventa professore all’Università di Bologna, cattedra di letteratura italiana , come Cecco di Ascoli ( cattedra di medicina e poi astrologia) succedendo al ripano Luigi Mercantini nel 1865, epoca in cui scrive Levia-gravia , opera di contrasti anche letterari, chiari nel titolo ossimorico e in Giambi ed epodi in cui si evidenzia come poeta vate della nuova Italia, come patriota animato da giovanili slanci polemici repubblicani -mitigati poi per la devozione alla regina Margherita- alimentati da apporti stranieri parnassiani (Baudelaire ), avviato ad una poesia giambica mossa da sdegno contro la politica italiana del primo decennio dell’Unità e dei primi tempi di Roma capitale, specie circa la questione romana e la figura di Garibaldi. Il Carducci, virile, veemente nella politica tirannicida, ghibellina, opposto al buonismo politico e alla mitezza moderata della destra cavouriana, – essendo poeta dai costrutti barbari, un radicale nazionalista, vivace, legato al mito repubblicano romano della rivoluzione francese, alla ricerca di una identità geografica tra quella Roma e il centro del nuovo stato – è meno distante dall’animus fiero di Cecco, che da quello di Dante!. Marco, in altre sedi ho parlato -essendo tu presente- di Cecco d’Ascoli philosophus non theologus, preumanista, lucreziano, scienziato, doctor che oscurava il divino poeta e i suoi concittadini, che a cinque anni dalle morte, avendo rimorsi, lo onoravano in Firenze stessa in un momento guelfo difficile, data la sconfitta di Altopascio, impauriti dall’ imminente venuta di Ludovico il bavaro, mentre il vigile occhio di un avido papa avignonese, era attento a castigare la pietas cittadina popolare mercantilizia! Ricorda che la Firenze dell’epoca angioina è quella delle genti nove di mercatanti , che sono delegati lombardi a riscuotere le tasse papali in tutta Europea e che lasciano condannare a morte un uomo di cultura superiore, un vero scienziato, denunciato come mago ed occultista, anche se medico capace di guarire magicamente, per miracolo!. E’ chiaro che da toscano, anticlericale, il focoso Carducci, ottocentesco demagogo, senza una reale conoscenza dell’opera dell’ ascolano, loda il fiorentino acconcio coi frati, come oggi il comico Benigni ex comunista, e biasima Cecco – un magister che separa morale e politica, filosofia e theologia,- bollandolo come molto ignobile detrattore dell’Alighieri, di cui, all’epoca, ancora non si fanno mitici elogi sul poeta e sul letterato, non comparabile, però, nel Trecento, con uno di superiore cultura, latinista perfetto, parlante greco – se non l’arabo come gli amici ebrei! – assertore del valore della phusis, un eretico, uomo libero, conforme al suo pensiero aristotelico, che distingue la sfera terrena da quella spirituale, cosciente della materialità dell’intelletto tanto da poter ironizzare su ogni profano .- compreso Dante- cfr. incipit dell’Acerba: . Qui non si canta al modo del poeta/che finge immaginando cose vane -, convinto che non può morire chi al saver è dato/ né viver in povertà né in difetto/né da fortuna può esser damnato. Caro Marco, spesso siamo campanilisti e Giosuè Carducci, ancora giovane, all’epoca, irrazionalmente lodò Dante, perché corregionale!. Diverso è il giudizio di G.F. Contini, cristiano cattolico, che considera l’Acerba – opera a lui ben nota- anticommedia e, quindi, la definisce giustamente umana e naturale, non divina e non celeste!. Infatti la sua lettura della Commedia è perfetta, tipica espressione del pensiero dantesco medievale. Inizia infatti col rilievo della selva oscura, in cui si trova Dante, liberato e salvato dalla tre belve e specie dalla lupa ed avviato per altra via, quella razionale e filosofica da Virgilio, poeta aulico augusteo e mago cristiano, alla felicità terrena – l’Eden – passando attraverso la conoscenza del peccato dell’Inferno e della purificazione nel Purgatorio, che si conclude quando, finita la funzione umano-filosofica virgiliana, comincia quella teologica figurata in Beatrice, stilnovistica donna d’amore, destinata a condurre attraverso la visione dei beati nei vari cieli, il peregrino alla diretta visione paradisiaca del mysterium di Dio uno e trino, e dell’incarnazione, grazie all’aiuto di Bernardo di Clairveaux e di Maria- . Per lui, critico, l’Acerba, invece, è aetas acerba giovanile dell’ uomo che, procedendo mediante l’errore, tende verso sempre altre mete, in un percorso umano e terreno, in cui orientatore e guida è Lucrezio Caro, epicureo damnato. Contini, probabilmente, sottende un’altra concezione della creazione del mondo – che, comunque non conosce bene per come è formulato il suo pensiero- che a me sembrava chiara già allora, negli anni sessanta, quando, giovane laureato, facevo tesi commissionate e lavoravo al testo dell‘Acerba con amici, e rilevavo traduzioni dall’arabo, proprie della scuola di Toledo, coordinate dall’arcidiacono Dominique Gundisalvi, che guidava un gruppo di traduttori di varia nazionalità e provenienza, subito dopo la riconquista di Toledo ad opera di Alfonso VI di Castiglia nel 1085: venivano tradotti da ispanici, italici, fiamminghi, inglesi, ebrei, Alfragano (al Farghan), autore -vissuto nel IX- di Elementa astronomica e Alcabizio (Abd al Aziz al Qabis) del X, noto per l’introduzione alla astrologia, ed altri arabi, autori di libri di medicina come Segretum secretorum dello pseudo Aristotele, il cosiddetto libro dei segreti!. Nota bene. Tra questi un traduttore sicuro è Johannes Hispanus (Giovanni di Siviglia , 1090-1150), matematico e filosofo ma c’è un non ben identificato Johannes –potrebbe essere De Sacrobosco/ John Holywood?! – inglese, poi vissuto a Parigi , un altro Giovanni, commentato da Cecco, che nel Tractatus In spheram pone la quaestio di Alcabrizio, revisionata e cambiata in alcuni punti, tanto da essere processato, pur avendo in comune la stessa theoria circa la creazione del mondo e circa gli eccentrici e gli epicicli, che contemplano il grande aevum che si compie in 600 cicli annuali di 15000 anni, che è quello dell’universo intero.-.

*Professore, questa notizia araba, trascurata, trascina il critico verso soluzioni diverse circa il giudizio dell’ascolano?

Non so, Marco, ma so che il grande aevum contiene trentaseimila rivoluzioni solari per cui viene determinata la grandezza della precessione, data da Tolomeo , secondo il De computo ecclesiastico, anno 1244 -che chiude così: si tu stabilire velis opus per temporis aevum hocM. Christi bis C quarto deno quaternoDe sacro bosco descrevit tempora ramus!. Attento, Marco!.Il grande evo è lo spazio di tempo, al termine del quale tutte le stelle e tutti i pianeti dell’universale firmamento ritornano ai posto che essi occupavano all’origine del mondo secondo Giuseppe(Flavio! ?).

*Professore, al di là della valutazione di Contini, Cecco, filosofo ed astronomo, è inquisito da Lamberto da Cingoli domenicano e dal prelato fiorentino Accursio per la nuova theoria della creazione del mondoDe opificio mundi- su cui si dibatteva da oltre un secolo, avendo fatto commento contro De Sacrobosco e la versione biblica. Lei parla dell’ incipit di Genesi?

Si. Dio creò il cielo e la terra e separò la luce dalle tenebre . Dio separò le acque sotto il firmamento da quelle di sopra. e così creò il cielo. La mano di Dio divise la terra dalle acque e ordinò alla terra di produrre erbe e frutti. La mano di Dio creò i luminari del cielo il maggior per avere ill dominio del giorno e il minore della notte...

*Lei in La creazione del mondo di Filone nel 2015 scriveva:” Kosmopoiia,… non è solo Costruzione del mondo,  traduzione letterale del  termine, in quanto creazione, né solo  fabbrica del mondo, come opificio (traduzione latina De mundi opificio), in quanto c’è qualcuno che fa opus, ma  è  Creazione  intesa come  principio (reshit)  o come al principio dei tempi (bereshit) e  agli inizi di ogni cosa, prima del principio stesso,  nella fase  primordiale e  prima ancora  dei primordi stessi, quando esiste  solo il Nulla.
Entrare nella fase primordiale del Kosmos, prima del Kosmos, o cercare di afferrare l’idea di quel momento in cui inizia l’esistenza dell’universo  è penetrare nel mistero e nel  misticismo del silenzio, prima dell’esistenza del silenzio stesso, nella solitudine spaziale, prima della divisione in spazio, nell’assenza di ogni cosa: il misticismo del Rg-Veda sembra ipotizzare per primo (o forse contemporaneamente agli astrologi sumeri) una specie di acqua  primordiale in cui palpita, senza palpito, qualcosa.
Il cercare di capire l’innografia vedica o i versetti iniziali della Genesi  mette in discussione tutta la nostra storia, il nostro metodo operativo, il nostro stesso sistema conoscitivo, le nostre teorie che risultano poca cosa rispetto alla grandezza del big bang iniziale e all’ origine stessa del mondo: sono ragionamenti che si rifanno ad altri ragionamenti di altri uomini, che ci hanno preceduto e che hanno parlato di conflagrazioni, di creazioni dal nulla, di sacrificio di Dio, di solitudine divina, di amore divino e di mille altre cose: ragionamenti propri di piccoli uomini, sgomenti davanti all’immensità celeste, fatti  per spiegarsi  unilateralmente  la nostra funzione  nel creato e  per scoprire, se possibile, qualcosa di diverso e di nuovo
“. Ora, dunque, professore, se lei metteva in discussione il nostro stesso sistema conoscitivo scientifico, perché Cecco non avrebbe potuto teorizzare una specie di buco nero primordiale, in un ambiente erudito ebraico -arabo aristotelico, nel commento al trattato De sphera mundi del Sacrobosco, fatto all’Università di Bologna nel 1324?

Marco, molti critici ritengono Cecco un pensatore non profondo, non chiaro, né originale e lo comparano con Brunetto Latini -Tresor- e con altri autori di opere didascaliche e non tengono presente la novità astronomica e la scienza  dottrinale dell’Acerba, un poema allegorico-didattico in volgare , come la Commedia dantesca.

*Per mio privato uso, mi può mettere in confronto le due opere?

Marco, la Commedia è in endecasillabi a terzina aperta libera all’infinito, del tipo ABA – BCB- CDC – DED ecc. L’Acerba è invece in terzine accoppiate, non aperte ABACBC,DEDFEF ecc. , di fatto, in sestine. L’opera dell’ascolano è strutturata per un messaggio ad uomini come Dante, di media cultura, nobilotti alfabetizzati e mercanti, capaci di leggere e scrivere e far di conto, in grado di seguire un discorso filosofico-teologico attualizzato per studenti, clerici, allegorizzante e metaforico, in cui appare una donna angelicata la sapienza, principio di ogni virtù  come intelligenza attiva, con una guida razionale scientifica, Lucrezio Caro.  L’ opera è più nota per la fama oscura dello scrittore, mago alchimista, che letta nei suoi versi regolari, secondo ritmo, fluidi, non scurrili, e solo apparentemente polemici contro l’Alighieri – che è di lui solo un ammiratore, che chiede, ossequioso, ad un maestro di astrologia qualcosa su cieli, sulle intelligenze motrici, perfino sulla nobiltà e sulla fortuna! Noi, oggi, siamo sorpresi dell’atteggiamento di superiorità dell’ascolano perché leggiamo, dopo circa 160 anni di formale ossequio ed omaggio ai versi di una Commedia divina! L’ Acerba, poemetto di 4.865 versi, interrotto all’inizio del V libro – che doveva essere forse di 6 libri come il De rerum natura di Lucrezio – non è da compararsi minimamente con le celebrate tre cantiche dantesche di 100 canti -Inferno, 34 canti ; Purgatorio 33 ; Paradiso 33; per un complessivo di versi 14.233-! L’ opera cecchiana è di difficile lettura perché testo volgare trecentesco, reso più ambiguo dalla terminologia tecnica, che può risultare pesante a chi si avvicina per la prima volta, cosa che capita ad ogni liceale, quando legge la Divina Commedia. E’ opera, comunque, ben strutturata, divisa in parti, di normale versificazione, – con lemmi volgari piceni non lontani da quelli toscani dello stesso ceppo linguistico, a detta di Dante del De vulgari eloquentia! Pensa, comunque, che l’Alighieri è bocciato dal Bembo come inadatto ad essere imitato come modello di poesia -( dal Cinquecento lo sarà, invece, il Petrarca! e come modello di prosa Boccaccio!-). L’ Acerba è come un’enciclopedia con voci tematiche compendiate, in cui si tratta di cieli, di intelligenze celesti,  di animali, delle loro qualità, di pietre e delle loro proprietà, della fortuna in generale e specie del destino  umano dell’amore dominante in natura,  tra gli uomini, tra gli animali  e perfino tra i vegetali. Come tale ebbe successo per due secoli e mezzo, fu studiata ed apprezzata da umanisti e rinascimentali tanto da avere molte edizioni fino all’epoca di Pio V e del suo successore, Gregorio XIII, papi controriformisti, che la misero all’indice, avendo già avuto un imitatore, Leonardo Dati, scrittore di La Sfera, in ottave.

*Una domanda! Lei ha operato per anni sullo scrittore ascolano, eretico. Dove ha trovato il materiale per la ricerca, oltre che su gli scriptoria medievali?

Marco è materiale di archivio o di autori francesi. (cfr H-J-Becker,Zwei unbekannte kanonisches Schriften des Bonagrazia von Bergamo in cod. lat 4009 in Quelle und Bibliotheken XLIV 1966; in F.Baluze, Vitae paparum avignonensium a cura di C . Mollat, Paris I914; in C. Mollat, Lettres communes analysées d’après les registres dits d’Avignon e du Vatican, Paris 1904-1947) Aggiungi i miei studi su Agostino, su Pelagio , su Girolamo, sulla Domus anicia, sullo scisma del 1130 , sull’epistolario di Bernardo di Clairveaux oltre che su codici e bolle papali. Ho seguito, da giovane trentenne, al seguito di uno studioso come A. Cettoli, anche gli Atti del I convegno di studi su Cecco d’Ascoli, a cura dell’ amico Basilio Censori,1969 e su un intervento di Vittorio Fanelli, Angelo Colocci e Cecco d’ Ascoli che si rifaceva a G.Castelli, vita ed opere di Cecco di Ascoli, Bologna 1892 e Carlo Lozzi, Le edizioni delle opere di Cecco di Ascoli nelle biblioteche del mondo e specie G.E. Sansone , Considerazioni sul testo dell'”Acerba” oltre alla prefazione di M. Aurigemma, Interpretazione dell’opera di Cecco d’Ascoli dal Trecento ad oggi e alla splendida appendice di B.Censori e E. Vittori.

*Grazie, lei mi ha mostrato martiri eretici, ma ci sono stati anche altri letterati che non hanno subito l’Inquisizione.

Certo alcuni, coinvolti in quanto clerici, sono tecnici, che usano sistemi dictatorii come Tommasino di Armannino, bolognese senza essere disturbato nello studio epistolografico.

*Chi è?, professore, non ne ho mai sentito parlare.

E’ un notaio bolognese, cultore di Elementi di  grammatica e di retorica (di cui si conosce perfino che il 9 ottobre del 1287  acquistò unum Decretum  cum apparatu domini Iohanis- Memoriale di Henrigiptus de Querciis  c-124r- per 42 lire bolognesi), scrittore di Microkosmus o summa dictaminis- un manoscritto membranaceo miniato composto di 132 carte, oggi conservato a Berna, presso la Burgerbibliothek, segnato come Mscpt.161, redatto tra il 1320 e il 1330, utile per gli epistolografi e per i cultori dell‘ars praedicandi,che hanno un tipico modo per arrivare al punto, dando rilievo alla intonazione della voce, a seconda del cursus usato, planus, tardus, velox cfr. A.Filipponi, l’altra lingua l’altra storia, Demian 1995 – . Il notaio bolognese è ben ferrato nell’ epistolografia e ars dictandi e sa dividere l’epistula in parti exordium, narratio, petitio, memoria ed actio (conclusio) e si serve delle tecniche retoriche e dictatorie, conoscendo l’opera di di Petrus Blesensis ( Pierre de Blois 1135-1212) Epistulae, opuscola,(estratti da Vincentius  Bellovacensis- Speculum historiale  – o  quelle di Johannes de Capua  e di Jordanus de Terracina- Epistulae (Certamen dictaminis), oltre agli excerpta dello pseudo Cicerone, Rhetorica ad  Herennium e di Johannes de Sicilia (Ars dictandi) tanto da poter definire i dictatores, nei loro specifici compiti.

*Bene, grazie. Riprendiamo il nostro lavoro su Monarchia. La storia di Dante è, quindi, tipica del Medioevo e la sua triplice divisione non ha niente di eccezionale, ma rivela solo la sua tendenza spirituale con una sua volontà di mediazione popolare -dopo aver affermato la necessità dell’ ‘Impero e dimostrato storicamente la sua romanità, secondo diritto, e i rapporti necessari tra Impero e Papato, anacronistici?.

Marco, Dante ha competenze generiche di un bellator acculturato, non certamente dotto – distante, comunque, dalla ignoranza della massa analfabeta popolare – e segue le sententiae ultime degli scrittori dell’ epoca come Pietro da Abano (1250-1316) e Cecco d’Ascoli (1269-1327) -col qual sembra avere perfino una corrispondenza per lui gratificante, essendo l’altro celebre e ben noto -, o quelle di Giovanni Del Virgilio (morto dopo il 1326 ) e di Albertino Mussato (1262.-1329), un laureato poeta e storico padovano, latino. Grazie alle risultanze del loro lavoro e alla propria esperienza politica può dire di considerare la sua epoca nella pienezza del tempo, in cui i due poteri potrebbero avere, ognuno una propria stabilità, al fine della felicità umana e spirituale, senza intralci tra i due luminaria, ambedue voluti da Dio, anche se l’imperatore in Occidente deve reverentia, ut filius primogenitus, al papa, essendo ormai avvenuta la translatio imperii da Costantinopoli a Roma. Marco, devi riflettere sulla centralità di Roma, sede eterna insostituibile del potere e sul valore dell’impero di Augusto – nel cui tempo, ab aeterno stabilito da Dio, si incarna il Figlio in una vergine– per Dante medievale, che lo mostra nel XVI capitolo del I libro della Monarchia, evento definito da Paolo di Tarso “pienezza dei tempi“, per intendere un’ epoca di pace saturnia.

*Professore, mi può precisare il suo pensiero che, sottendendo l’anacronismo dantesco, evidenzia, da un’altra angolazione storica, il pensiero di uno studioso del periodo giulio-claudio, che nega la pax augusta, fondamento del cristianesimo, nonostante l’Ara pacis augustae del 13 a-C.?

Marco, tu conosci la mia visione storica. Il tuo nonostante l’Ara pacis  mi sembra offensivo, quasi beffardo,  tipico di un cristiano  dissenso dal mio pensiero!. 

No, professore. No!.   So che Ottaviano  nel 13 a.C., tornando a Roma, ha  dal senato nel Campo marzio  la dedica di un’Ara pacis augustae per aver restituito stabilità politica e sociale alla città dopo le due guerre civili- Res gestae divi Augusti – in cui i magistrati, i sacerdoti  e le vestali  dovevano celebrare un sacrificio. So anche che le guerre seguitano in  Gallia e in Germania  e  che ci sono insurrezioni in Siria e in Giudea, oltre che in Mauritania.  

Bene. Non occorre precisare, Marco, per un  tuo orientamento,- forse lo sai!-   che dopo le campagne  comuni contro i Reti e i Vindelici, Tiberio e Druso ebbero  il mandato di conquista della  Germania,  partendo da due diverse direzioni, il primo  da  Lugdunum, il secondo da Aquileia (12-9 a.C). Io, comunque,  sottopongo  alla tua lettura il XVI del I libro di Monarchia in italiano e in latino (Monarchia, a cura di Maurizio Pizzica, Bur,1988), – quanto scritto da Dante per indicare la volontà unica di un principe unico, che domini e diriga tutti gli altri, come dimostrazione della necessità del monarca, che assicuri le condizioni ideali per l’umanità, indispensabili per il bene umano – dove è trattato il tema del regno di Augusto.

Ecco il testo.

Conferma quanto sopra esposto un avvenimento memorabile, cioè quella condizione particolare dell’umanità, che il figlio di Dio, in procinto di diventare uomo per la salvezza dell’uomo, attese, o meglio quando egli stesso volle, predispose. Infatti se ripercorriamo col pensiero la situazione del genere umano nelle varie epoche, ad iniziare dalla caduta dei primi genitori, punto di partenza deviante di tutti nostri errori, troveremo che solamente sotto il regno del Divino Augusto, grazie all’esistenza di una monarchia perfetta, il mondo fu dappertutto in pace. E che allora il genere umano sia stato felice nella tranquillità della pace universale lo attestano tutti gli storici, i poeti illustri e si degnò di testimoniarlo anche lo scrittore che ci parla della mansuetudine di Cristo. Paolo, infine, chiamò quella felicissima congiuntura “pienezza dei tempi “. E davvero i tempi e gli accadimenti temporali furono “pieni” perché non mancò chi attendesse alla nostra felicità. D’altra parte abbiamo testimonianze scritte e siamo – anche se non vorremmo esserlo- testimoni delle condizioni, in cui si è trovato il mondo dal giorno nel quale la tunica inconsùtile sopportò per la prima volta di essere lacerata dalle unghie della cupidigia. O genere umano, quante tempeste, catastrofi e naufragi è necessario ti sconvolgano, mentre divenuta una belva dalle molte teste, ti affatichi in opposte direzioni! sei infermo nell’uno e nell’altro intelletto, così come negli affetti: non curi con ragioni inoppugnabili né l’inferiore con quanto ti indica l’esperienza ma non curi neanche gli affetti con la dolcezza della divina persuasione quando a te con la tromba dello Spirito Santo proclama: Oh come è bello e lieto che insieme stiano i fratelli!/Rationibus omnibus supra positis experientia memorabilis attestatur: status vidilicet illius mortalium quem Dei filius, in salutem hominis hominem assumpturus, vel expectavit vel cum voluit, ipse disposuit. Nam si a lapsu primorum parentum, qui diverticulum fuit totius nostrae deviationis, dispositiones hominum et tempora recolamus, non inveniemus nisi sub divo Augusto monarcha, existente monarchia perfecta, mundum undique fuisse quietum. Et quod tunc humanum genus fuerit felix in pacis universalis tranquilitate hoc ystoriagraphi omnes, hoc poetae illustres hoc etiam scriba mansuetudinis Cristi testari degnatus est; et denique Paulus “plenitudinem temporis ” statum illum felicissimum appellavit. Vere tempus et temporalis quaeque plena fuerunt, quia nullam nostrae felicitatis ministerium ministro vacavit. Qualiter autem se habuerit orbis ex quo tunica ista inconsutilis cupiditatis ungue scissuram primitus passa est,et legere possumus et utinam non videre.Oh genus humanum, quantis procellis atque iacturis quantisque naufragiis agitari te necesse est, dum, bellua multorum capitum factum in diversa conaris! intellectu egrotas utroque similiter et affectu: rationalibus irrefragabilibus intellectum superiorem non curas, nec esperientae vultu inferiorem sed nec affectum dulcedine divine suasionis cum per tubam Sancti Spiritus tibi effletur: ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum.

* Devo, dunque, confessare che io cristiano e Dante medievale non conosciamo il regno di Augusto: personalmente ho capito qualcosa, solo dopo aver letto Giulio Erode, il filelleno oltre a Per un bios di Ponzio Pilato, opere inedite, leggibili solo a parti in www.angelofilipponi.com e i suoi Commentari storici di Strabone ed Incitato il cavallo di Caligola. Lei mostra chiaramente coi fatti, facendo storia, che non c’è pax augusta come non ci sono storici né poeti, che parlano di questo e neppure Lucano in Farsaglia II,1 e neanche Paolo, il quale si riferisce all’ età aurea di Caligola e ai suoi saturnia regna di circa due anni – 37e 38 d.C.-!.

Sono contento, Marco, che lo confessi. Per Dante non c’è confessione, ma si sa che dipende dai libri di Mirabilia di Paolo Orosio- VI,22 -oltre che da Girolamo- in Isaiam 1,2,4-, da Agostino, De civitate dei, da Tommaso da Aquino -Summa theologica III, q.35 a.8-: Dante ha concezione universale cristiana dell’ impero, in senso provvidenziale, agostiniana, in quanto sente la necessità di un ritorno del Christos che cacci la lupa – cupidigia – evidenziata già nella tunica divisa – grazie alla venuta di un imperatore capace di ripristinare l’ordine nell’impero e di riportare pax e quella iustitia romana, di cui Traiano è fulgido simbolo, conformemente alla volontà divina, che ha stabilito due luminaria, con due orbite, specifiche per il bene corporale e spirituale dell’uomo, composto di corpo e di anima. Forse Dante segue Agostino di De civitate dei – in cui è manifesto l’itinerario delle due città che si confondono e si mescolano in una visione unitaria di eternità e di tempo, sottese in Filone -che ha presente il kronios bios di Caligola (incipit Legatio ad Gaium e Peri Monarchias, logos I,II) e non l’età di Augusto– seppure ritenuto buono – implicite in  Dione di Prusa Crisostomo (40-120,) nelle sue orazioni politiche sulla Monarchia e sulla Tirannide, prefigurate dallo storico Dione Cassio, che propone come perfetto il  governo  di Roma rispetto a quello greco e persiano, in epoca di Ottaviano, considerato modello di principe  per Settimio Severo (cfr. Incitato, il cavallo di Caligola) dopo la crisi postcommodiana, nonostante la celebrazione retorica frontoniana –  a seguito della uccisione di Domiziano – della famiglia antonina,  specie della iustitia di Traiano, e della  soterica  affermazione – a seguito della morte di Nerone e della crisi del 69-  di Vespasiano e della sua famiglia, a detta di  Filostrato– Vita di Apollonio di Tiana -.

*Dunque, per lei  la paolina pienezza del tempo/pleroma kronou -plenitudo temporis diventa una concezione chrìstiana derivata da Agostino, tramite altri autori classici e tramandata ai medievali  a seguito della vittoria sui pagani del cristianesimo- religio licita costantiniana e poi triumfans  teodosiana- che ha nella divinità ed eternità di Roma e  nella figura del  buon principato di Augusto  esemplari modelli per la definizione della urbs e popolo romano e della figura sacra imperiale  di Augusto, che sono di diritto  i principi della terra, per volere di Dio. E’ Agostino della Civitas dei, ispiratore, tramite il pontefice romano,  del  sacro romano impero, carolingio prima,- dopo la manipolazione inventata della nefasta  donazione di Costantino, avvenuta  la contaminatio del potere spirituale papale con  quello temporale imperiale- poi del sacro romano impero germanico, ottoniano, a seguito anche della traslatio della  potestas imperiale dai greci ai latini?’ un Dante agostiniano dimostra con chiari segni la necessità di una riforma ecclesiastica e di una restauratio imperii!?. Da qui la figura di Augusto precursore del Christos nella storia romana, per come viene visto da alcuni scrittori che, riprendendo l’ideologia romantica, lo considerano come l’uomo-dio, che chiude un’epoca, quella repubblicana ed inizia un nuovo mondo, quello imperiale!. E’ così?

Marco, tu, sulla loro scia, dici quel che dici. La loro stessa lettura storica, comunque, non è, in effetti, di marca ottavianea, ma è quella della propaganda antoniana precedente, di marca orientale, connessa con Cesarione, figlio di Cleopatra e di Cesare, leggibile in Dionisio di Alicarnasso e in Strabone, poi ripresa da Nicola di Damasco, divenuta, a guerra finita, carta vincente in una propaganda di mediazione e di pacificazione tra le due partes antagoniste, da parte del dux vincitore ad Azio. Allora, il titolo di Augustus /Sebastos, su proposta di Manucio Planco nel 27 a.C., e la proclamazione ad Imperator Caesar divi filius, risultano atti conclusivi della coniuratio occidentale, che determinano la fine della res pubblica  e l’ inizio dell’ auctoritas dell’autokrator catholikos!. Comunque, tu, Marco, li segui cristianamente e romanticamente quando invece, all’epoca successiva ad Azio- cfr.  J. P. Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) e R.  Holland, (Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007)- gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia, già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno, inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios,  eirenepoiios, soothr ecumenico, nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del salvatore del mondo” da parte di un organismo militare mai visto, che idolatra il suo imperator, da cui i milites si attendono non solo premi, ma anche un nuovo sistema di vita.

DANTE E L’IMPERO

*Per lei, professore, la divinità di Roma e di Augusto, già celebrata  in epoca di Erode  il grande, diventa lex universale  con Gaio Germanico Caligola, theos, assimilato a Zeus, nel 40 d.C. da intellettuali alessandrini coordinati da Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene, tyrannodidaskaloi in modo da uniformare i popoli dell’attardato Occidente, conservatore, vincitore con l’Oriente progressista  e innovatore, vinto, di superiore cultura, già conformato  da secoli al regno/basileia.  

Bravo, Marco. Vedo che hai ben seguito il lavoro su Giulio Erode il filelleno, e sui Commentari storici di Strabone di Amasea, mi congratulo per la sintesi. Comunque, in Dante, la condizione della Chiesa, che, all’inizio del Trecento, non ha più la sede romana, rovinata e corrotta dalla cupidigia-lupa, ora trasferita ad Avignone, e quella dell’impero, privo di imperatore, hanno creato nel corpus di Cristo, nella società cristiana, una lacerazione profonda e determinato tempeste, naufragi e sconvolgimenti che ora possono dirsi definitivamente finiti, se si accoglie l’imperatore Arrigo VII, – utopia dantesca!-destinato a riformare la Chiesa diventata mostruosa e se si ascolta il messaggio proclamato, con la tromba, dello Spirito santo, di fratellanza universale.

*Per Dante è questo il tempo nuovo messianico di riforma della chiesa e di ricostituzione imperiale, dopo la duplice vacantia! Confesso di aver capito qualcosa, ma non comprendo tante altre cose, specie circa la vacantia imperii, – che pur esisteva con gli Asburgo di Austria, che hanno abbandonato l’Italia lo giardino dell’impero– Comunque, andiamo avanti e mi dica come Dante un individuo, formatosi culturalmente a Parigi, clericus, fiorentino, dopo l’esilio, da guelfo di parte bianca, isolato dai suoi sodales, dopo la sconfitta della Lastra, si possa essere impelagato tra i ghibellini, tanto da pensare di scrivere di un problema come quello monarchico, da filoimperiale e da spirituale, da fedele d’amore, pur nella mediazione tipica dell’epoca, che propone al fine del benessere umano-spirituale, l‘autonomia delle due sfere in relazione alle due partes costitutive dell’uomo, il corpo e l’anima, retti rispettivamente dall’imperatore e dal papa, che hanno due competenze diverse, il bonum temporale e quello spirituale, secondo una tradizione fondata sul Constitutum Constantini, un falso documento storico e sulla theoria gelasiana?

 Marco, prima di chiedere qualsiasi cosa, a mio parere, è bene entrare in merito al problema storico e fare la situazione con punto situazionale! Ancora di più bisogna fare indagine storica sugli avvenimenti che precedono l’arrivo di Arrigo VII in Italia, sulla condizione della penisola, ormai guelfa, – considerato l’avvenuto passaggio agli Angioini del Meridione italiano, dopo la morte di Manfredi e di Corradino – , sulla cultura aristotelica dominante a Parigi secondo una traduzione araba, utile ai fini di una propaganda antimperiale ed antipapale, da una pars gallicana, favorevole alla politica di Filippo il bello, sull ‘esilio di Dante da una Firenze occupata da Carlo di Valois e dai Neri di Corso Donati col benestare di Bonifacio VIII.

*Dunque, ho bisogno di molte spiegazioni, se voglio capire qualcosa. Mi dica in breve, comunque, dove Dante si trova, quando inizia il suo libro sulla Monarchia in tre libri, in latino, la lingua ufficiale?

Marco, Dante, rifiutata la pacificazione, secondo le parole di Roberto, duca di Calabria nel 1302, angioino filopapale, fatti inutili tentativi di rientro coi compagni, bianchi, di esilio, anche se poi si dissocia da loro al momento della battaglia della Lastra, staccatosi da Scarpetta degli Ordelaffi, cerca protezione tra i signori del Casentino nell’Appennino tosco-emiliano per poi dirigersi verso Verona e Treviso, in terra ghibellina, dopo la fine dell’impresa imperiale a Buonconvento nel 1313!. Dante nel 1315 non accetta nemmeno l’ amnistia fiorentina, che impone il pagamento di una tassa simbolica e un atto di riconoscimento formale delle colpe, di cui si ha traccia nell’ epistula XII: non è questa la via, padre mio, per il ritorno in patria, tanto da aggiungere nel suo orgoglio, in considerazione del suo onore e della propria dignità, ma se per non nessuna altra via si entra in Firenze, in Firenze non vi entrerò mai!. Da qui la definitiva risoluzione di accettare l’invito di Guido da Polenta, che lo ospita a Ravenna, dove, sei anni dopo, muore da esule.

Le tappe dell’esilio di Dante

*Grazie. Ora seguiti, altrimenti non ho possibilità di comunicazione con lei.

 Marco, a questo punto, più che fare luce sul periodo, ritengo opportuno leggere direttamente l’intenzione iniziale, parigina, di Dante nell‘incipit del I libro, della Monarchia! Ti risparmio, comunque, la premessa sul compito precipuo dell’umanità, predisposta da Dio ad amare la verità/interesse maxime ad amorem veritatis, e sulla sua volontà di servirsi dell’aiuto degli antichi, al fine di dare ai posteri possibilità di arricchirsi – quo ditetur-, convinto della necessità di dover dare un contributo perché chi, educato publicis documentis, non può non curare ad rem publicam aliquid afferre…in quanto deve essere la pianta fruttifera a tempo opportuno, lungo il fiume, non perniciosa vorago semper ingurgitans,et numquam ingurgitata refundens/ non una perniciosa voragine che inghiotte sempre senza restituire mai quello che inghiotte,– Monarchia I, I. 2 -. Ti faccio notare che Dante combatte, da aristotelico averroista, una battaglia contro i decretalisti, che hanno come base il testo di papa Gelasio, col Constitutum Constantini, implicito, secondo cui nessun successore di Costantino, può impugnare il diritto della supremazia nella dignitas et potestas della Chiesa, corpus Christi, essendo perfino puerile dare et auferre anche perché la societas christiana sarebbe un corpus monstruosum a due teste, un concetto di Bonifacio VIII, tipico e ricorrente in Unam sanctam, decretale storico riassuntivo.

*Quindi, occorre fermarsi, spiegare Dante parigino, il theorema gelasiano, il constitutum Constantini e le appropriazioni della Chiesa, indebite fino a Bonifazio VIII e allo scontro tra il papa e Filippo il bello, che termina con lo schiaffo di Anagni e la morte del pontefice, sottesi nella Divina commedia ed anche in Monarchia.

 Marco, ho cercato in questi ultimi anni di farti notare che Dante, essendo acconcio coi frati, spirituali francescani, – secondo Cecco d’ Ascoli un laureato, doctus, in artibus , medico/fisicus, astrologus,- è seguace, comunque, di Sigieri di Brabante (1240-1284), magister parigino averroistico, avversario di Tommaso di Aquino circa il to politikon zooion l’uomo, animale politico, che tende alla felicità, intesa com e beatitudo huius vitae, non felicitas cristiana. In questa ricerca, a seguito della morte di Arrigo VII, chiara nella XI lettera ai cardinali italiani, al conclave di Carpentras nell’ aprile-luglio del 1314, dove evidenzia la sua perizia epistolografica specie nell’exordium e nella captatio benevolentiae e notevole bravura nelle clausole metriche del cursus, meglio che in Monarchia– e anche nell’uso retorico delle metafore-. Dante mostra, sul piano dei contenuti, fiducia negli ecclesiastici, decisi anche a boicottare la votazione, col ritiro- cosa che avvenne!- seppure ormai legati al giogo gallicano, essendo la sede romana senza pontefice e senza imperatore- necessari, comunque, per il conseguimento della felicità umana- . invitandoli a scegliere un papa italiano. Sappi che, secondo la concezione aristotelica makaria/ beatitudo, vale beatitudine ed ha altro valore rispetto ad eudaimonia, tipica di un uomo strutturato ed integrato nel naturale ordine politico, che, ha come fine peculiare della natura, la esplicazione della potenza dell’intelletto/ nous , che non tradisce il fine ultraterreno, e pur non trascurando quello terreno, è desideroso di vivere secondo il corpo con le virtù intellettuali, in una tensione verso il telos spirituale/fine ultimo.

*Cosi ragiona un medievale, che già ha dubbi nel periodo dantesco!

Certo, Marco. la contemporanea assenza per oltre settanta anni da Roma dei due luminaria produce male nell’ urbs e nel mondo cattolico europeo, ancora unito linguisticamente, nonostante l’uso delle lingue nazionali volgari, tanto che ancora, nel Cinquecento con Agostino Nifo 1469-1538, viene letta un’opera, ignota, di Sigieri, liber de felicitate!

*Perché mi sposta al Cinquecento il problema del mito di Roma e di Augusto e la lettura politica di Dante? non è da lei che opera sempre solo in situazione!

Marco, lo ritengo necessario per la tua formazione cristiana, che ha bisogno di rettifiche e di precisazioni, che solo la cultura filologica, tecnico-scientifica cinquecentesca può forse dare, se si esamina la diatriba teologica tra Pietro Pomponazzi (1462-1525) ed Agostino Nifo (1469 -1538).

*Non so niente di Pomponazzi e di Nifo ho letto quanto da lei scritto circa il plagio del Principe di Machiavelli. Se lo ritiene utile, mi dica ed io ascolto.

Pomponazzi è un professore dell’università di Padova, come Pietro da Abano, che insegna filosofia naturale e quindi tratta dell’immortalità dell’anima, non dimostrabile razionalmente, anche se distingue due intelletti, uno passivo potenziale ed uno attivo e confuta sia Alberto Magno che Tommaso di Aquino, ma timoroso nei confronti dell’Inquisizione, invita i suoi discepoli a separare la filosofia dalla teologia e la morale dalla politica, ma anche a credere nell’eternità del mondo, avendo derivato tutto, – forse, da Filone (Commentario allegorico alla Bibbia) (come poteva averlo?)- o da Pelagio – oltre che nell’unità dell’intelletto– ritenendo che fecero bene gli antichi a porre l’uomo tra le cose eterne e quelle temporali, cosicché né puramente eterno né semplicemente temporale, partecipa delle due nature , e stando a metà fra loro, può vivere quella che vuole.

*Quindi, il filosofo cinquecentesco commenta l’aristotelismo averroistico e quello originale di Alessandro di Afrodisia, essendo methorios come Filone ? e il Nifo che c’entra?

il Nifo è mediceo, cioè fa parte della curia papale medicea, da cui ha l’incarico di confutare il Pomponazzi, essendo il più celebrato e pagato professore universitario del tempo, caro a Leone X e poi a Clemente VII e all’imperatore Carlo V. E’ oltre tutto un grecista di valore e quindi abile nella lettura diretta del testo di Aristotele e del commento di Alessandro di Afrodisia, ed avendo dalla sua parte papa ed imperatore, costringe a ripiegare sulla doppia verità l’ avversario eretico, che pur è convinto della impossibilità naturale dell’immortalità della anima/nous aristotelica spirituale attiva.

*Per lei, Pomponazzi cede, forse, dietro consiglio di Pietro Bembo (1470-1547), solo perché ha paura per sé e per suoi discepoli, non per altro!

Ha altra cultura di eretico, uno che ha massima disistima del clero- nonostante l’amicizia col cardinal Bembo, unico difensore- e che giudica in questo modo la società cinquecentesca: alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri, sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né all’intelletto e né ai piaceri del corpo. Marco, ricorda questo pensiero di Pomponazzi: in realtà vi sono uomini che, pur agendo per mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, sono stati giudicati maghi,- com’è successo con Pietro d’Abano e Cecco di Ascoli … – mentre altri, ritenuti santi dal volgo, che pensava avessero rapporti con gli angeli…erano magari dei mascalzoni…io credo che facessero tutto questo per ingannare il prossimo, e considera che bolla i prelati come fratres truffaldini, dominichini, franceschini vel diabolini e che invita i suoi discepoli alla filosofia fin dove li porta la ragione e di credere alla teologia per quel che vogliono i teologi e i preti e tutta la chiesa, perché altrimenti si fa la fine delle castagne.

*Lei, quindi, per lo confutazione dell’intelletto attivo segue la lezione di Pomponazzi?

Marco, io, uomo di sinistra, ho radice non solo epicureo- lucreziana – cfr. L‘età dell’oro e Lucrezio,- ma anche pomponazziana cinquecentesca e linee culturali illuministico-positivistiche di natura materialistica, deterministico-meccanicistica e così da tale formazione posso valutare anche la cultura dantesca e lo stesso linguaggio e volgare e latino. Infatti, il nostro poeta sommo mostra in lingua latina la sua preparazione culturale in materia, che è quella aristotelica averroistica, antiagostiniana ed antidecretalista, oltre ad evidenziare di conoscere ll decretum di Graziano – che è un  trattato di diritto canonico del XII  secolo (redatto non prima del 1119, e non dopo il 1139!), poi revisionato dal concilio di Trento, che raccoglie e riordina i canoni e decretali  con tecniche ermeneutiche,  tali da far concordare le secolari dispute e discordanze canoniche ecclesiastiche – e le disposizioni dei giuristi bolognesi, che hanno presente Boezio e Cicerone, che risultano i formatori di uomini di alto intelletto e moralità. Anzi ti aggiungo che il poeta non vuole essere come chi ha sotterrata il talentode infossi talenti culpa– ma uomo che vuole produrre frutti per il benessere collettivo e comunicare pubbliche verità/ intemptata ab aliis ostendere veritates – Quindi, ha desiderio di fruttificare e di mostrare verità seguendo l’Etica Nicomachea e La politica di Aristotele, secondo Averroè, senza disdegnare la parabola del servo infedele matthaica (25,14-30 ) e il pensiero del Salmo 1,3!.

*Con questo, però, ora mi deve fare anche spiegazioni sull’Etica, che non conosco ed orientarmi nella lettura latina di un Dante profondamente christianus, uno spiritualis /pneumatikos, forse uomo acceso di amore, tipico della cultura stilnovistica e contemporaneamente mi deve mostrare la stroncatura volgare di Dante da parte di scrittori del Rinascimento, che pur celebrano la Firenze medicea ?-

Marco, devo precisare, prima di iniziare la trattazione politica- e poi filosofica-, che il Bembo di Prose della volgar lingua del 1525 dà grande rilievo alla lingua scritta fiorentina e non a quella parlata quotidiana popolare e crea i modelli linguistici da imitare, stabilendo come modello di lingua letteraria quella usata da Petrarca per la poesia, e da Boccaccio per la prosa, escludendo Dante per le scelte linguistiche troppo basse e realistiche, condannandolo all’oblio per secoli fino alla riscoperta in Inghilterra ad opera del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) . Così facendo, secondo il sistema classico imitativo, il Bembo sancisce la separazione tra lingua scritta e lingua parlata, condizionando il futuro della nostra lingua, che risulta lingua comune letteraria, scritta da pochi, nobili e clero, nobilitata per generi, non espressione reale di un popolo analfabeta, che vive, pur senza cultura, lasciando segni del suo vivere storico, proprio nel dialetto.

*Mi scusi, professore, mi vuole dire tra l’altro che Dante è oscurato anche come autore volgare dai raffinati autori cinquecenteschi che creano il mito di un’ Italia geografica senza popolo e che dànno un’idea di nazione letteraria non popolare, in cui il volgare napoletano ha vigore grande accademico non inferiore a quello fiorentino, per cui ancora oggi 2022, c’è frattura tra lingua scritta e lingua parlata, nonostante l’unificazione italiana, la storia comune di oltre centosettanta anni di cittadini, prima monarchici fino la 1946, poi repubblicani semianalfabeti per l’80% fino agli anni 60, poi alfabetizzati da una scuola gentiliana di indirizzo fascista, nonostante la costituzione anti fascista repubblicana, basata sul lavoro, postbellica, e la funzione educativo- formativa della Tv che ha in un certo senso uniformato ed amalgamato i vari idiomi regionali in un unicum sostanzialmente manzoniano, secondo la metodologia mista di imitazione classica di un volgare letterario di un nobile toscano-fiorentino acculturato.

Marco, voglio dire solo che il problema linguistico é insoluto ancora oggi, nonostante l’orientamento datoci da uomini esperti di ars poetica , commentatori del testo oraziano come Sebastiano Minturno e Giovanni Andrea Gesualdo (1496-1560 )- spositore del Petrarcha incerti tra lingua toscana comunale trecentesca e lingua cortigiana napoletana- , in contrasto con Benedetto Varchi ( 1503-1563) e il G. Giorgio Trissino (1478-1550). Comunque, in questa sede, in cui trattiamo il problema politico dantesco non è il caso di soffermarci sulla questione linguistica ulteriormente. Perciò ora dobbiamo considerare il Dante di Monarchia , uomo di lingua latina che compete con altri sullo stesso piano linguistico, credendosi letterato, avendo fatto un cursus degli studenti in litteris, nello studium parigino, e sentendosi scientifico come un phisicus, anche se non ha diritto ad alcun titolo, in una comunità imperiale universalistica occidentale, direi -con termine moderni- in una società europea di lingua latina, uniformata cristianamente anche nei paesi baltici e finnico-russi.

*Lo so. Dante non ha totalmente compiuto gli studi a Parigi ed è tornato, come bellator, in patria per la battaglia di Campaldino, senza conseguire titolo alcuno, poi si è iscritto a Firenze alle artes dei medici e speziali, per partecipare alla vita politica fiorentina ed ha certamente una base scientifica incompleta, lacunosa.

Marco, il poeta fiorentino non si considera dotto, neanche lui nel Convivio, anche se ha conoscenze di Euclide, Aristotele e Cicerone, maestri rispettivamente di theorema, di felicitas e di cura della senectus e quindi, non è digiuno di Elementa, Eticorum libri e De senectute! So inoltre che Dante ha un suo patrimonio culturale parigino ed ha centrale Aristotele e la felicità come fine supremo dell’uomo assimilata al sommo bene cfr. Compendium thelogicae veritatis, secondo una concezione propria di contemplativi francescani, diffusi in ogni paese latino. Per Dante, comunque, è bene ritrovare tra le verità nascoste ed utili, la temporalis monarchiae notitia, trascurata da molti, perché non produce immediato guadagno/ lucrum materiale. Da qui il suo proposito di molto vegliare utilmente per il mondo, da conquistare, per avere, per primo, la gloria della palma di così nobile gara/tum ut utiliter mundo pervigilem, tum etiam ut palma, tanti bravii primus ad meam gloriam adipiscar. Sappi che Dante aspira alla gloria, come ogni sconfitto, specie quando sente ancora di più il peso della sconfitta e si trova nella condizione di dover chiedere anche il cibo oltre all’alloggio, ad altri, che sono, di norma, guerrieri ignoranti, più del popolo, a volte!. Per me è significativo l’uso di brabeion, premio dato da un brabeus, giudice, da lui volgarizzato come bravium-ii , secondo i commentatori della theologica veritas, tramite Boezio prima e con l’ausilio della traduzione araba dal greco aristotelico! Dante, come poeta volgare, non è noto ed è sconosciuto come scrittore latino ed aspira ad un ritorno in patria con onore, convinto di dover ricevere la corona nel suo bel San Giovanni ! e ciò si rileva nel Paradiso, prima, nei canti di Cacciaguida, XV, XVI,XVII , dove mostra la sua ambiziosa pretesa e poi la sua alta coscienza morale quando gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni gli dànno la missione di renovatio della societas christiana (Paradiso, XXIV,XXV,XXVI) così da poter rientrare nell’ ovile, dove visse come agno, ora profanato da crudeli lupi ! Comunque, Dante è uomo convinto di aver bisogno cristianamente non tanto del suo talento, ma dell”illuminazione divinase lumine largitoris illius qui dat omnibus affluenter et non improperat.

*Perciò, bisogna leggere la Monarchia in relazione ai tempi specifici e prima e durante la venuta di Arrigo VII e anche dopo la sua morte seguendo il suo disegno generale di politico.

Per me, Marco, è importante fermare lo sguardo prima di un lavoro generale su Dante politico, sul terzo libro del trattato, IV, 1-2-3 e poi 17-22, quella di un definitiva mediazione culturale, sulla indipendenza sostanziale dei due soli, nonostante la formale reverentia dell’imperatore in quanto figlio primogenito verso il pontefice, in cui vien posto il principium di irrefragabilis veritas: Dio non vuole ciò che è contrario all’intenzione della natura/scilicet quod illud quod naturae intentioni repugnat Deus nolit.

*Professore, lei mi vuole dire che prima della trattazione della politica dantesca bisogna leggere voluntas Dei e Naturae intentio, altrimenti si falsifica ogni lettura?

Dante ha una coscienza aristotelica e pelagiana, antiagostiniana ed oppone scientia e sapientia (vera cristiana) e non accetta la ragione asservita alla teologia, la filosofia ancilla theologiae, specie là dove si tratta dell’aquila monarchica e non vuole la reductio ad unum in quanto reductio omnium ad theologiam. Infatti diplomaticamente, da politico, lo può anche accettare, all’ atto della venuta dell’imperatore e del contratto tra Arrigo e Clemente V, perché considera la Chiesa istituzione divina, ma sostiene chiaramente di seguire l’ Impero e di volerne fare una vera historia, connessa con quella del cristianesimo, che, comunque, è in dipendenza dall‘imperium romano. Fatta la premessa, affrontando il tema dei rapporti delle due auctoritates, ora congiunte da un patto, ha speranza nei due luminaria- del sole e della luna – circa il typos e secundum intentionem, convinto delle teorie imperiali, collegate col compendium teologicae veritatis, in una proclamazione della monarchia typica forma, figura ed essenza, da una parte, anche se specifica da un’altra, secundum intentionem! Da qui la sua storia romano-imperiale: Roma preesiste al cristianesimo in quanto Christus è nato, per volere del pater, nella pienezza dei tempi, sotto Augusto ed è morto sotto Tiberio; il cristianesimo, dopo un periodo oscuro, diventato simbolo di religione ufficiale dell‘imperium romano come ecclesia, corpus Christi, – il cui papa, successore di Pietro, ha una ben distinta funzione rispetto a quella temporale imperiale universale, che viene ridotta e compromessa con la donazione di Costantino, lebbroso, che snatura e l’impero e la chiesa stessa, che ha illegittimamente preso le penne dell’aquila – si arroga diritti non propri, avendo Silvestro, ricevuto auctoritas e potestas congiunte! Attento, Marco, la monarchia temporalis come imperium, unico principato superiore temporalmente ad ogni altro, è un principio formale che, secondo Dante, risulta necessario per il conseguimento del fine della felicità, compromessa dall’epoca costantiniana, in quanto è considerato l’atto donativo un reale avvenimento storico, indiscusso, a seguito di una malattia mortale dell’imperatore e di una guarigione con susseguente remunerazione da parte del beneficato, grato al benefattore pontefice romano!.

*Per lei, ed ora anche per me, la non verità della pienezza dei tempi di Augusto e la falsa donazione di Costantino infirmano alla base l’idea dell’impero dantesco medievale e la concezione di un unico Dio e della redenzione umana, a seguito della venuta del figlio sulla terra! .

Certo Marco. Neanche ha più ragione la triplice divisione dell’opera dantesca e neppure la volontà di ritornare ad una precisa chiarificazione dei termini giuridici, dopo la misera fine di Arrigo VII a Buonconvento- avvelenato con un’ostia consacrata!- per giungere ad una mediazione culturale finale circa la contesa tra papato ed impero:.. primo namque dubitatur et queritur an ad bene esse mundi necessaria sit; secundo, an romanus populus de iure monarche offitium sibi asciverit; tertio an auctoritas monarche dependeat a Deo immediate vel ab altro, dei ministro seu vicario/primo se essa sia necessaria al benessere del mondo, secondo se il popolo romano si sia attribuito di diritto l’ufficio di monarca, terzo se l’autorità del monarca derivi immediatamente da Dio, oppure da un altro, ministro o vicario di Dio.

* Anche l’uso del metodo aristotelico, analitico, col procedimento stesso sillogistico e con la ricerca di una scientificità risulta inutile come ogni altro sfoggio di conoscenza, se svincolata dai principi matematici fisici, divini, per fini averroistici, legata all’esposizione della scienza politica come fons atque principium rectarum politiarum/ come fonte e principio dei retti ordinamenti statuali e di quanto rientra nella sfera umana politica!.

Marco, ricorda che Dante tende aristotelicamente ad un fine non speculatorio, ma all’azione, che ha in sé il fine ultimo, principio e causa di tutto /materia presens non ad speculationem per prius sed ad operationem ordinatur!. Da qui Dante rileva il valore della ratio e della fides e fa concreti esami, come tagliare legna, che ha diverso rilievo a seconda se serve allo scopo di costruire una casa o per costruire una nave: l’esistenza di un fine universale per l’umano consorzio, unico, sarà proprio il fondamento di ogni argomentazione politica mondiale, anche se diversificato in relazione alle due sfere, distinte, ambedue volute da Dio!

*L’ azione teleologica dantesca è, quindi, un modus reale di fare in relazione con Etica Nicomachea, opera che non conosco e che è nota a Dante, tramite la lettura araba di Sigieri di Brabante! ho bisogno, quindi, di spiegazioni sulla Scuola parigina e poi sull’Etica aristotelica.

Marco, io ho un altro disegno di lavoro, ma tu preferisci chiarire subito il problema della formazione averroistica di Dante e poi conoscere qualcosa circa l’Etica Nicomachea. Cercherò di darti notizie per una comprensione e di Dante e di Aristotele ed anche del mio stesso pensiero, e poi riprenderò il mio lavoro storico. Marco, sappi che agli inizi del XIII secolo, a Parigi, sotto il patronato di Filippo Augusto e col benestare di Innocenzo III viene fondata l’ Universitas magistrorum et scholarium PARISIIS studentium, grazie alle diverse scuole cattedrali, funzionanti da tempo, come si rileva facilmente dall ‘epistolario di Bernardo di Clairveaux,, che teme insieme a Pietro il venerabile la superiore cultura ebraica – cfr. Abulafia e Dante in www.angelofilipponi.com – ! specie di Maimonide e quella scientifica e naturalista araba con la riscoperta di Aristotele. Nello studium parigino centrale è l’uomo animale politico, nel corso delle lezioni sull’intelletto umano, pars del logos universale: c’è, allora, poco dopo la fondazione, uno scontro tra i francescani spirituali, tesi ad un ritorno alla povertà evangelica in senso contemplativo e i domenicani, che sono assertori della potestas divina del vicario di Christos, la cui auctoritas è sovrana come affermata da Leone IX, anche nei confronti di Cerulario, nel 1054 solennemente ribadita da Gregorio VII e poi da Innocenzo III ed infine proclamata con plenitudo potestatis di Bonifacio VIII contro Filippo il bello. Si costituiscono, allora, due fronti, uno domenicano con doppio indirizzo e ed uno francescano. Tra i domenicani Alberto e Tommaso sono gli assertori del nous / anima come mente dell’uomo, umana e divina con due diverse letture, mentre tra i francescani c’è Sigieri con una lettura e spirituale, nonostante la definizione naturalis dell’intelletto umano.

*Quindi, all’epoca ci sono due aristotelismi, uno conciliante ed uno integrale.

Certo. Quello albertiano e tomistico, da una parte si integrano e da un’altra si contrastano ma sostanzialmente si rifanno alla stessa fonte agostiniana e pur con differenze, salvaguardano l’immortalità dell’anima e la felicità terrena come civitas naturalis congiunta, però con la civitas divina: il primo è equivoco e non riconosce l’intelletto come eterno ma come pars di anima, pur spirituale ma sempre mortale, mentre il secondo è deciso nella valutazione divina dell’intelletto. Comunque i due hanno in comune la tesi moderata sul regimen principum, che, da una parte, accetta che la collettività sia regolata da vari sistemi politici – i quali, anche se sono modelli propri dello stagirita, ora congiunti al pensiero agostiniano, in una riproposizione della Gerusalemme celeste, sono impossibili a realizzarsi su questo mondo con una civitas terrena,- e da un’altra, giustifica il regnum, solo se resta nell’ambito del sacerdotium predominante. Intorno al 1240, infatti, ci sono molte prescrizioni papali, che intimano di non leggere Aristotele secondo l’arabo Averroè, mentre risorge l’agostinismo riportato in auge da Alberto Magno, riadattato contro la dottrina araba dell’intelletto umano e da un Tommaso intenzionato a far valere la theoria dell‘intelletto immortale unico, seppure separato per ciascun uomo. Nella lettura da parte di Dante ha valore il pensiero di Alberto più che di Tommaso, essendo influenzato da Hugo Repilinus, che distingue ragione e fede, cosciente che filosofia e teologia hanno due differenti fini, in quanto sono indipendenti per metodo ed oggetto di indagine.

*Quindi, Dante nega all’epoca dei suoi studi la formula agostiniana di philosophia theologiae ancilla, destinata a fondersi poi con la storia del pensiero occidentale cristiano e non solo di quello teologico ma anche di quello filosofico, spirituale e politico?

Marco, non sto dicendo questo, ma affermo che il pensiero di Alberto Magno è equivoco perché nella sua opera ha grande rilievo la tematica politica fondata su ius naturale e su mos ed autorizza in questo modo un’ interpretazione non univoca umano-razionale al discepolo aquinate, studioso certo del politikon zooion/civile animal, ma distratto dall’ indirizzo del fine ultimo secondo la logica della fede, in un distacco dall’Etica Nicomachea. Ricorda che Dante, come giovane averroista integrale, opera in relazione alla lettura dei dati della storia romana, oggetto del suo studio nel II libro della Monarchia!.

*La storia romana medievale, giunta a Dante è christiana, specie quella occidentale, mitica, letta dal papato petrino, un’autorità illegittima formatasi coi secoli in una manipolazione storica del buon impero Augusto, perfetto principe di pace e del giusto Tiberio, del buon Tito – destinato a vendicare le fora /onde uscì il sangue per Giuda venduto Purg. XXI.83/4- in un ambiente barbarico, bisognoso di legalità, in una volontà di affrancarsi dalla potestas bizantina, vero erede legittimo di Roma imperiale specie dopo la presa di Alessandria ad opera islamica e la fine dell’Esarcato di Ravenna! La razionalità dantesca è già condizionata dalla storia falsificata dai decretalisti papali.

Certo. Marco, Ogni ragionamento dantesco, che pur segue il criterio di lettura dei dati della realtà storica per la costituzione di uno stato naturalis su base familiaris, di una struttura associativa basata sulla esperienza sensibile, ha un fine peculiare alla sua natura di uomo integrato nell’ordine politico, teso alla felicità, corporale, seppure legato ad una doppia verità, ragione e fede. La storia di Roma è quella del cristianesimo per Dante- che pur si sente uomo di scienza e non di sapienza,– fedele di un’ecclesia, corpus Christi, il cui fondatore , figlio di Dio, verbum, ha dato, per volontà del Padre, il potere a Pietro di pascere le sue pecore ed agnelli e di sciogliere e legare, essendo stato inviato sulla terra sotto Augusto nella pienezza dei tempi, in un’epoca di pace e di giustizia unica, destinato ad essere giudicato dal supremo ius romano sotto Tiberio: L’imperium romanum, voluto dal deus sebaoth è secondo l’oikonomia tou theou/ la provvidenza divina / regnum dei, del Christos, nella sua totalità occidentale ed orientale per il Constitutum Constantini   con la donazione dell’ impero romano al vicario di Cristo, papa Silvestro! Da qui il pensiero agostiniano della civitas dei, la theoria dei due luminaria  -sole e luna- delle due spade, delle  due chiavi, sancita da decretali,  ierocratiche  quando invece Dio aveva  creato solo l’imperium  romano come datore di pace e di giustizia all’ecumene!

*Necessita, quindi, riscrivere la storia del papato, mentre Dante fa la sua storia dell’impero romano de iure, dal sorgere dell’impero fino al 1310 nel II libro?

Marco, possiamo riprendere quanto già scritto in tante parti del III libro di Giudaismo romano, mai pubblicato, e fare opera storica seguendo il II di Monarchia, tenendo presente anche la lezione aristotelica ora congiunta con quella agostiniana, rilevando qualche differenza tra Aristotele di Averroè e quello greco originale nella lezione di Alessandro di afrodisia( scrittore di epoca severiana , autore di Peri eimarmenhs /sul fato e Peri micseos/sulla mescolanza ) cfr. Aristotele, Etica Nicomachea I,II introduzione traduzione commento di Marcello Zanatta, testo greco a fronte Bur,1986, oltre ai Compendia theologicae veritatis. Dante parla di theologia e scienza concreta spiegando che scienza è sapere causale in quanto si conosce la causa per cui è fatta una cosa cfr. Aristotele, Analit. Post, I,71b9-12 perché è rivolta non alla contemplazione come matematica fisica e filosofia prima né alla produzione poihsis cioè alle arti, ma alla prassi cioè all’azione.

*Lei dice che Dante legge Ugo Repilinus scrittore del compendium, oltre tutto.

Certo. Repilinus precisa: Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina, cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur affermando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem e perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur. Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia: per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas, non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus, non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

*Quindi, professore, il poeta ha una conoscenza dell’ Etica nicomachea tramite Repilinus argetoratensis e non conosce esattamente il pensiero politico dello stagirita?.

Non so se è così, ma è un discorso lungo, non facile, anche perché dobbiamo fare, date le tante diverse situazioni storiche, affermazioni politiche in senso medievale!

*Proviamoci. Per prima cosa , allora, chiedo quello che già ho chiesto, come la Chiesa possa aver avuto pretese di ierarchia, e quando effettivamente abbia realizzato il disegno compiutamente in Occidente, senza la pars imperiale priva del legittimo sovrano nel 476, dopo la divisione teodosiana?

Marco, dobbiamo leggere e capire la sostanziale differenza tra regimen spirituale e regimen temporale che si riferisce all’unità del fisico umano, miscrockosmos, che ha anima e corpo, partecipe del macrokosmos universale del mundus: la terminologia di base è quella agostiniana antipelagiana, pars celestis sovrasensibile, eterna l’una rispetto a quella terrena naturalis sensibile l’altra.

*Bene. Procediamo su un piano storico, rilevando che Dante ha una cultura eclettica ebraico -romano-ellenistica, confusa, in quanto si rifà ai Salmi, a collectanea di Solino o a Factorum et dictorum  memorabiium libri novem di Valerio Massimo -un autore dell’epoca tiberiana, scrittore di una raccolta di exempla /paradigmata, episodi tratti dalla storia del popolo romano e da quella di altri popoli, che potrebbe  essere stato, -dopo la scrittura delle due opere di Giuseppe  Flavio  di Guerra giudaica e di Antichità giudaiche utile per gli evangelisti greci per la stesura dopo un lungo periodo di oralità aramaica e greca, che inviano un messaggio sulla base dei ricordi di logia/discorsi oracolari e di erga/ opere paradossali del maran /re aramaico, morto crocifisso, come l’asmoneo Antigono Mattatia, la cui memoria è ancora  venerata sotto gli antonini-.

Vuoi dire, Marco, che il raggruppare in modo illustrativo da parte di Valerio Massimo una serie di virtù, di vizi , di fenomeni culturali e istituzionali, tratti da Varrone, con la distribuzione delle categorie  paradigmatiche, diventa  un sistema esemplare ai fini di una retorica italico-occidentale, ben utilizzato da retori  pagani e cristiani che moralizzano il messaggio facile e piacevole, memorabile?.

 *Non può essere, professore ?

Tutto è possibile, Marco, ma la storia di Dante ha una sua nobiltà, legata alla tradizione davidica del Messia, connessa, comunque, con la grandezza dell’impero romano: ne è prova l’incipit del II Monarchia Quare fremuerunt gentes et populi meditati sunt inania?. perché tumultuarono le genti e i popoli tramarono invano? Si fecero avanti i re della terra e i principi si unirono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Spezziamo le loro catene e liberiamoci dal loro gioco/ Astiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum, adversus Dominum et adversus Cristum. Dirumpamus vincula eorum, et proiciamus a nobis iugum ipsorum. Salmo 2 ,1, 2-3. Secondo G. F. Ravasi (I salmi, introduzione, traduzione e commento, BUR 1986), se questo salmo lo si collega col Salmo 110 , costituisce il manifesto della teologia messianica. Infatti, si tratta di una cerimonia di incoronazione di un sovrano ebraico; in un quadro di attentati e di rivolte ci sono, frammiste a congiure, inviti a baciare i piedi di Dio, che è garante del nuovo re. A me sembra che si rimanda ad una situazione di grave crisi politica, a seguito di rivolte di reguli, ostili, in una fase di interregno, in cui è chiara la presenza di un sovrano sereno, unto mashiah, dall‘upsistos/altissimo, suo protettore, che fa due dichiarazioni solenni: 1. io stesso ho insediato il re davidico, in Sion e l’ho reso così stabile ed inattaccabile; 2. tu sei mio figlio, oggi , ti ho generato!

*Si tratta di proclamazioni, che sottendono formule tipiche dell’intronizzazione dei re davidici di Israele e di Giuda, comuni con quelle accadico- assiro-babilonesi e connesse con quella dei faraoni della XVIII dinastia, successori di Tuthmosis III compreso Amenofi IV- Akenaton- cfr. Mirko Filipponi-Angelo Filipponi, Vita di Giuseppe, Antichità Giudaiche 1-200, ebook 2015 e le lettere cuneiformi di Tell el Amarna/Aketaton- . Infatti nel Salmo si dice: siedi alla mia destra affinché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi/ kathou ek decsioon mou, eoos an thoo tous echthrous sou upopodion toon podoon sou! .

E’ vero. Marco. Matteo (22,44; 26, 64 ;), Atti degli apostoli (2, 33-35), Paolo, ( Lettera agli Ebrei 1,13 ) derivano da questi salmi . Anzi ti aggiungo che il tarsense rielabora il secondo, trattando di Christos apparso come sommo sacerdote dei beni futuri / archiereus toon mellontoon agathoon attraverso una tenda più grande e perfetta, non fatta manualmente … né con sangue di capri e vitelli, ma col suo proprio sangue entrò per sempre nel santuario e trovò il nostro eterno riscatto… purificando la vostra coscienza da opere morte per il culto del Dio vivente…facendosi mediatore di un nuovo patto/diathhkhs kainhs mesiths: Christos offrendo un solo sacrificio per i peccati si sedette in perennità alla destra di Dio, ove attende soltanto che i nemici suoi formino sgabello dei suoi piedi, –ibidem10,12,13 – .

*Dunque, nell’ incipit del II Monarchia, Dante mostra che la chiesa, corpus Christi (giudaismo- cristianesimo), e l’ impero romano sono in lui forme di una medesima cultura unitaria, congenita?

Marco, anche se Dante vuole fare la storia dell’ impero romano da civis florentinus, uno strano speziale con cultura spirituale, un guelfo bianco, antimperiale, resta un laico spiritualizzato, che tratta il problema della romanità imperiale per una dimostrazione giuridica del suo potere nei secoli, ma ha presente il Christos, Dio vivente, anima della comunità cristiana e dell’economia divina, il cui disegno provvidenziale è nella storia politica di un imperium terreno, assistito dal cielo, nonostante il male diabolico naturale, impotente nei confronti della volontà di Dio che ha redento il mondo col sangue del proprio figlio unigenito, operatore di pace e di giustizia, assicurando un stato di felicità sulla terra conforme a quella del Paradiso.

Chiara la premessa? Comprendi bene il pensiero aristotelico dell’ Etica Nicomachea, seppure averroistica?

*Certo, professore. Procediamo

Marco, devi, però, tenere presente che il disegno divino, attuato storicamente nella pienezza dei tempi, in Dante, è antico in quanto il poeta sottende un piano divino sui troiani, salvati dall’eccidio di Troia dalle mani dei greci, e su Enea, eroe pius, su Iulo ed Ascanio, le mogli, il suo insediamento nell’Ausonia e nel Lazio, perché destinato a essere il capostipite dei Giulii, il cui impero è universale , e di Giulio Cesare Augusto, il padre del popolo romano, predisposto dalla natura a comandare/ a natura ordinatus ad imperandum e a sottomettere il mondo, di diritto/ subiciendo sibi orbem, de iure. Perciò, l’Alighieri mostrando da dove derivi la superiorità romana sugli altri popoli, ricalca la propaganda giulio-claudia, su cui si sono basate le dinastie successive fino a Costantino e poi fino alla caduta dell’impero romano occidentale sostituito, comunque, dalla Chiesa romana, anicia, nonostante i contatti con l’imperium romano bizantino, ancora vivo, e rispolvera Virgilio, Tito Livio ed anche Lucano e P. Papinio Stazio – seppure confuso col narbonese Lucio Stazio Ursolo, ( Purgatorio XXI, 81-84) – e perfino Paolo Orosio (380-420).

* Professore, Dante cita espressamente questi autori ?

I primi due sono importanti, ma anche il terzo e il quarto hanno rilievo nel Medioevo. Orosio è scrittore storico di supporto al pensiero di Agostino del De civitate Dei tanto da assumere nel corso dei secoli un ruolo speciale con Historiarum adversus paganos libri septem. Ognuno di questi scrittori ha una sua funzione storica per Dante seppure quella di Virgilio abbia valore simbolico specie nella Divina commedia, di guida che lo porta fino al Paradiso terrestre secondo ragione e natura, per fare un viaggio fino alla contemplazione di Dio a seguito della guida di Beatrice theologica e di Bernardo contemplativo. La funzione storica di Tito Livio è ancora esemplare nel Cinquecento con Machiavelli e Nifo, che separano decisamente la moralis dalla politica mentre quella della Farsaglia di Lucano, pompeiana, attutisce, grazie al significato repubblicano popolare, il valore giulio- claudio della storia mitico-cristiana di Paolo Orosio, che ha presente anche il falso decreto di Tiberio sulla divinizzazione del Cristo di Tertulliano –Apologeticum, V,2-.

*Tali autori servono al fine dimostrativo della grandezza e nobiltà di Roma e del popolo romano in Occidente per la celebrazione della venuta in Italia dell‘alto Arrigo?

Certo, Marco. Tutte queste opere hanno specifico valore in quanto Dante –Ibidem 6,3- mostra l‘ origine delle istituzioni collegiali, esaminando non solo la gerarchia e i rapporti tra i componenti, ma anche le loro capacità ad esercitare le varie funzioni... affermando che la natura attribuisce i ruoli agli esseri, valutando le facoltà di ciascuno per cui questa valutazione sta alla base del diritto istituito dalla natura .. per cui l’ordine naturale nelle cose non può essere mantenuto quando è assente il diritto là dove, al contrario , il fondamento del diritto è inseparabilmente congiunto all’ordine! La sua conclusione infatti è: Necesse, igitur, est ordinem de iure servari/ è necessario, dunque, che l’ordine si mantenga di diritto. Da qui le citazioni dirette di Virgilio – Eneide VI (haec tibi erunt artes pacique imponere morem/parcere subiectis et debellare superbos) come dimostrazione che la natura è perfetta in tutto, in quanto è opera della intelligenza divina -. Da qui in Dante- Monarchia VII,37- il riferimento circa il fine dell’uomo al Filosofo, poi citato con II libro di Fisica , e con Etica Nicomachea -1,1,1194b 10 Agaphton men gar kai enì monooi , kallion de kai theioteron ethnei kai polesin. H men oun mèthodos toioutoon ephietai, politikhs tis ousa / se è amabile il bene concernente il singolo, ancora più bello e più divino è quello relativo ad un popolo e alle città. Se ti è chiaro questo, allora possiamo verificare il grado di comprensione di Dante medievale circa il fine dell’uomo e quindi il ruolo dell’imperatore rispetto a quello della Chiesa, nel contrasto ideologico dell’inizio del Trecento. Ora compaiono nella storia non solo i valori simbolici di due luminaria, di impero e di papato, ma anche le masse popolari rustiche ed ignoranti, gli ordini religiosi, gli eretici come intellettuali non obbedienti alle regole comunitarie e dissidenti nella predicazione del Christos e i comuni – che hanno avuto le regalie imperiali dal periodo di Federico Barbarossa ed ora in un clima guelfo dominante, reclamano la loro autonomia totale dall’impero, anche se si professano cristiani, fedeli al papa.

*Professore, dunque, non si può parlare di una subordinazione della politica dall’etica, ma si può dire solo che Aristotele subordina la società all’individuo, in quanto essa, grazie alla politica, persegue un suo fine.

Certo, Marco. Aristotele è convinto che il fine della politica non è la conoscenza, ma l’azione/to telos estinou gnoosis alla pracsis -ibidem 1005 . Aristotele è sicuro che un matematico è persuasivo /mathematkou pitanogountos anche se richiede dimostrazioni al rhtorikos in quanto ognuno è buon giudice/ agathos kriths delle cose che conosce, in quanto acculturato, tanto da risultare giudice in assoluto se acculturato in ogni campo, diversamente dal giovane/ o neos, ascoltatore inadatto alla politica, perché inesperto delle azioni della vita e per di più incline a passioni / eti de tois pathesin akolouthhtikos: Bisogna tenere presente, dunque, che l’etica è meros kai archè ths politikhs, e ne è parte seppure precipua, principio basilare!

*Lei vuole in certo senso confutare Dante aristotelico averroista col testo attuale dello stagirita e con lo stesso Alessandro di Afrodisia.

No, Marco. no! Io voglio dire che per Aristotele – Etica Nicomachea, 1,1 non solo l’etica, ma ogni arte e ogni ricerca scientifica e similmente ogni azione ed ogni scelta deliberata sembra tendere ad un bene/ pasa technh kai pasa metodos omoioos de pracsis te kai proairesis agathou tinos ephiesthai dokei, anche se ci sono differenze tra i telh /fini, pur essendo fisso il bene assoluto, che è oggetto della scienza più direttiva ed architettonica al sommo grado/ ths kuriootarhs kai malista architektonikhs, della politica, non della teologia

*E’ chiaro Marco?

La politica, infatti, dispone quali delle scienze sono necessarie nelle città e quali ciascuna classe dei cittadini deve apprendere e fino a che punto/tinas gar einai chreoon toon epistemoon en tais polesikai poias ekastous manthanein kai mechri tinos, auth diatassei-ibidem 1194b-.

*Comunque, circa il fine dell’uomo, inteso come felicità / eudaimonia Dante è aristotelico anche se averroistico ed albertiano? il bene è il bene universale e non il bene in relazione ai generi di vita – quello volgare come godimento e piacere o come quello politikos, o come quello theoretikos?

Felicità è ricercare il bene universale /to de katholu beltion che è dovere quando si tratta della salvezza della verità specie se si è filosofi, che devono eliminare gli aspetti personali familiari/ ta oikeia e se si è sul piano ideale platonico- filoniano- agostiniano: eppure Aristotele distingue se si predica nell’essenza,/ en tooi te estin, nella qualità/ en tooi poiooi, nella relazione/ en tooi pros ti .

Cosa intende dire con tale distinzione ?

Si vuol dire che, se si predica nell’estensione del significato dell’esseresulla sostanza come Dio e come intelletto, nella qualità come virtù, nella quantità come misura e nella relazione come utilità, nel tempo come occasione, nel luogo come residenza – essendo categoria- non è certamente qualcosa di comune universale ed uno! infatti si parla per analogia, non per omonimia, secondo le idee platoniche e anche se può avere una certa persuasività, risulta, però, che anche se il medico studia per la medicina ed ogni artista – ingegnere, stratega ecc.- per la sua arte, al di là del modello, c è vera stonatura per le scienze. Perciò Aristotele rileva che la felicità consiste in un’attività dell’anima secondo virtù, facendo l’esempi di un suonatore di cetra  che fa opera di professione  tipica di chi ha anima conforme alla regola ma il suonare bene la cetra è di un virtuoso suonatore di cetra, che è proprio  di uno che possiede la regola e pensa.

* Di conseguenza, professore, lei  ritiene che si debba curare questo uomo qui,  l’individuo virtuoso,  e quindi cercare il bene in relazione all’azione e all’arte -in medicina la salute, in strategia la vittoria, in ingegneria la casa, cioè una cosa in un’arte e una cosa in un’altra-!.

Certo, Marco . In ogni azione ed intenzione è il fine/ en apashi te pracsei kai proairesei to telos. Aristotele conclude dicendo che se qualcosa è il fine di tutto ciò che è oggetto di azione, questo sarà il bene realizzabile nella pracsis e, siccome i fini sono molti, non possono essere tutti perfetti, ma se c’ è un solo fine, che è perfetto, questo sarà il bene e il più perfetto!mNe consegue che ciò che è perfetto in senso assoluto è perfetto sempre degno di scelta per se stesso e non mai a motivo di un altro, mentre gli altri – onore, piacere intelligenza ecc. – sono beni caduchi per cui il bene perfetto della felicità è autosufficiente e sufficiente in se stesso, essendo il fine delle cose, che sono oggetto di azione/ teleion dh ti phainetai kai autarkei h eudaimonia toon praktooon ousa telos .

*Professore, mi sto perdendo,  il filosofo parla di Dio, dell’ente supremo perfetto?

 Aristotele  vuole dire che la felicità come bene supremo è connesso con l’azione dell’uomo che ha regola e pensa, in quanto è il  più bello  e più piacevole anche se parla di  felicità, ordinata allo stesso livello di eutuchia e di areth.

* Buona sorte e  virtù sono componenti o elementi che entrano nella sfera dell’eudaimonia?

 Per Dante la felicità è telos/fine umano,  desiderato dall’individuo e dalle gentes,  che la conseguono per  virtù o per fortuna, ma si ha uno status perfetto  realizzato solo se c’è l’assistenza di Dio sul singolo e sui popoli. … La storia  indica  i passaggi di  potere e la varia supremazia di popoli ma il piano di Dio si attua nella pienezza dei tempo, in una dimostrazione della  centralità di Roma, destinata ad essere  sede papale ed imperiale,  a seguito della vittoria di Ottaviano su Antonio  nel corso della crisi repubblicana in cui avviene la redenzione dell’uomo dal peccato originale tramite la venuta del Figlio sulla terra.

 *Quindi, la storia mostra solo le tante  lotte per la supremazia tra i popoli,  che sono secondo il volere divino, che attua lo stato imperiale come pienezza dei tempi, come pacificazione generale in una città, sede del potere, avendo scelto come popolo eletto la romanitas, fin dalle sue origini, per la Redenzione del genere umano dal peccato di Adamo, mediante l’incarnazione del Figlio, destinato a morire sotto la giustizia romana, per tradimento giudaico

 Certo, Marco, il principato augusteo, voluto da Dio chiude le  lotte repubblicane ed istaura il tempo della  redenzione umana stabilendo sulla  terra un unico pastore  per gli uomini, una sola  città dominatrice, in cui poi ha sede il papato petrino, guida spirituale,  che porta l’uomo, mediante la virtù teologali,  alla felicità spirituale come l’imperium, che ha il compito di provvedere a quella terrena, tramite  pace e giustizia, assicurate al popolo romano, ora christianus! Per Dante  storicamente si è verificata una sovrapposizione delle due sfere, non più distinte  in  relazione ai loro mandata, provvidenziali, quello della felicità terrena e quello della felicità spirituale: i due mondi  entrati  in contrasto, si differenziano  fatalmente  a causa della cupidigiausurpando l’uno l’altro il potere legittimo: il papato e la gerarchia  ecclesiastica invadono il campo imperiale,  usurpando i diritti  e l’imperium  romano, che, menomati nella loro potestas  ed auctoritas, sono incapaci, data la prevalenza del divino sacerdotale sull’umano imperiale, di riportare la Chiesa agli interessi spirituali e religiosi.  Quindi è sotteso in Dante lo scontro del papato e dell’impero che inizia dal periodo carolingio, in cui si evidenzia che il corpo mistico di Cristo  è diviso tra la potestas  del pontefice -vicario di Cristo re  e successore di  Pietro- e la sovranità,  di diritto, imperiale.

*Professore, nel corso di questo contrasto, seguitato con gli Ottoni e poi sfociato nelle lotte per l’investitura, e infine  prima con la casata di Franconia e poi con quella degli Svevi,  fino a Federico II e per ultimo coi re di Francia, si profila una diatriba dottrinale tra etica  e politica,  che sembra infinita ed inconciliabile.

Marco, quando ormai la Chiesa con le decretali e con il falso Constitutum Constantini considera ancora giusto il potere bizantino – anche se già in alcuni punti della donazione di Costantino lo nega , limitandolo all’Oriente- ha campo libero in Occidente, avendo stabilito che la sfera spirituale abbia supremazia su quella imperiale terrena in quanto il sacerdotium, istituzione divina, prevale sull’imperium, e poi nel 1054 infliggendo, la scomunica a Cerulario, Patriarca di Costantinopoli, per il filioque, tramite Umberto di Silva Candida, per ordine di Leone IX, taglia i ponti con l’Oriente – definitivamente con la presa di Costantinopoli nel 1204 – cfr. Filone e Gregorio VII, Filioque il Concilio di Toledo e Filioque e Leone III in www.angelofilipponi.com -.

*Mi vuole dire che l’autorità papale giustifica gradatamente la propria superiorità sull’impero dopo Worms e lo scisma del 1130-37 procedendo sulla linea del dictatus papae gregoriano grazie al carisma spirituale che in un cento senso santifica la figura pontificia mentre viene condannata l’opera peccaminosa di un imperatore e di re Ruggero cfr. Epistolario di Bernardo.

Marco, nella società cristiana è ingigantita la funzione del papa che guida l’uomo alla Gerusalemme celeste mentre viene umiliata quella dell’imperatore (ed anche del re di Sicilia, crociato antislamico ), che pur è spada, in difesa del pontificato.

*Dunque, se ho capito bene, questa è la situazione che va dal periodo della crociata di Urbano II fino al pontificato di Innocenzo III: Il papato, badando bene a tenere ferma la sede di Roma, dopo la morte di Anacleto II, assume nella politica con l’imperatore ed anche coi normanni, un’auctoritas usurpata, imposta in tutto il mondo cristiano, europeo, compreso lo stesso basileus orientale – debilitato dalla presenza crociata in Oriente nella sua funzione, antislamica,- essendo padrona delle nomine episcopali, impegnata nel suo conservatorismo romano nella riforma morale cluniacense e cistercense, ha perfetta coscienza del proprio assolutismo, che cioè la chiesa romana/Prima sedes a nemine iudicatur, anche se lacerata da simonia e da concubinato!.

Marco, siamo al culmine del decretalismo col decretum Gratiani del 1140: la chiesa giuridicamente ha il privilegio esclusivo della nomina episcopale cardinalizia e papale senza interferenza alcuna né imperiale né regia, in una proclamazione implicita dell’assolutismo ecclesiale, come concordia discordantium canonum. Dante stesso, infatti, afferma che la chiesa non abusa del patrimonio in Monarchia, III ,12/ Non abutatur patrimonio sibi deputato, anche se concludendo mostra che ambedue le auctoritates hanno autonomamente il potere con la virtus: ergo, ecclesia non est causa virtutis imperii et per conseguens nec auctoritatis, cum idem sit virtus et auctoritas eius / dunque, la chiesa non è causa della virtù e di conseguenza anche della autorità dell’impero dal momento che in esso virtù ed autorità sono la stessa cosa.

* Io so che con Innocenzo III e con Bonifacio VIII si giunge alle massime affermazioni del papato.

Marco, certo, a seguito, però, degli eventi successivi la venuta di Federico Barbarossa, quando, pur considerandosi legittimo il Constitutum Constantini, iniziano le controversie giuridiche ad opera di commentatori popolari ed eretici. Innocenzo III, allora, si dichiara arbitro nella contesa tra Ottone di Brusnwick e Filippo di Svevia, facendo affermazioni che a Pietro Cristo lasciò non solo il governo di tutta la chiesa ma anche di tutto il mondo, scomunicando perfino il primo – inizialmente accettato -e proponendo al posto dell’altro l’investitura a sovrano di Federico II bambino, ricevendo l’omaggio di tutti i potenti della terra dell’epoca. Infine il papa mette la museruola alla opposizione dottrinale della Università di Parigi mettendo sotto vigilanza gli ordini mendicanti e promuovendo la crociata contro gli albigesi, in una riaffermazione della plenituo potestatis in quanto il pontefice risulta medius constitutus inter deum et hominem perché, come vicarius di Cristo, può deporre, ratione peccati, ogni autorità terrena. Secondo il decretale Per venerabilem i prìncipi non possono intervenire nella valutazione papale in quanto spetta al papa – che predomina erga et super omnes, dopo il trasferimento del potere da Oriente ad Occidente, dai greci ai romani- avere auctoritas con giurisdizione et in spiritualibus et in temporalibus. Comunque alla fine del XIII secolo con Bonifacio VIII si giunge, a seguito della condotta di Federico II re di Sicilia ed imperatore e poi di quella di Filippo il bello , alle formulazione nuove papali,- che in precedenza valevano con Onorio III (1216-1227)-: infatti molti ritenevano legittimo il principio di Gelasio di non interferenza del papa nelle questioni temporali e dell’ imperatore in quelle spirituali /nec papa in temporalibus, nec imperator in spiritualibus se debent immiscere!

*Questo deriva dalla donazione controversa di Costantino che ritiene, comunque, la spoliazione delle prerogative imperiali improponibile perché l’imperatore non avrebbe più auctoritas di illuminare la sua sfera, che invece deve sussistere anche per dare al papa il mandatum spirituale così da illuminare contemporaneamente ognuno la propria sfera, nel rispetto reciproco delle due differenti funzioni.?! Non viene neanche infirmato il principio formale di reverenza filiale dell’imperatore al papa?!

Si. Marco, dici bene! Anche Dante, alla fine del III libro XV, 17-18 in modo conciliatorio, scrive: Quae quidem veritas. ultime questionis non sc stricte recipienda est ut romanus princeps in aliquo romano pontifici non subiaceat cum mortalis ista felicitas quodammodo ad immortalem felicitatem ordinetur. Illa igitur reverentia Caesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem: ut luce paterne gratie illustratus virtuosius orbem terre irradiet, cui ab illo solo prefectus est, qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator/ per altro la verità emersa nell’ultimo problema non deve essere accolta alla lettera nel senso che il principe romano non sia soggetto in qualche modo al romano pontefice dal momento che la felicità mortale è in un certo senso ordinata alla felicità immortale . Cesare, dunque, dimostri nei confronti di Pietro quella riverenza che il primogenito deve al padre cosicché illuminato dalla grazia della luce paterna possa irradiare più vivida la luce sul mondo , cui è stato preposto solo da colui che è signore di tutte le cose spirituali e temporali.

*Bene. Mi può, a questo punto, parlare della successiva theoria bonifaciana ora che il pensiero di Dante mi è chiaro, mentre mi è meno chiaro il sorgere delle concezioni di supremazia temporale papale nel XIII secolo specie nella lotta con Federico II di Svevia imperatore, re di Sicilia ed erede del Regno di Gerusalemme, dopo la morte di Isabella di Brienne (Yolanda di Gerusalemme), sua seconda moglie?

Dovrò trattare del rapporto tra i papi Gregorio IX (1227-1241) ed Innocenzo IV (1243-1254) e l’imperatore Federico II , di cui dovresti conoscere molte cose perché te ne ho parlato in altre opere- cfr. Yolanda di Gerusalemme in www.angelofilipponi.com- : Il primo è un grande decretalista che riunisce tutti i testi conciliari e decretali dopo Graziano nel suo Liber extravagantium, mentre il secondo è un magister dello studium giuridico bolognese, buon commentatore, ambedue desiderosi di limitare il prepotere imperiale, nella convinzione della necessità di mantenere la supremazia gregoriana, arrivando perfino alla scomunica e alla deposizione dell’imperatore svevo, i cui partigiani ghibellini sono numerosi in Roma stessa, capeggiati dalla famiglia degli Orsini, mentre i Colonna sono guelfi, per cui la stessa capitale non è sicura per i pontefici.

*Contro Gregorio decretalista cosa oppone Federico II ?

Marco ad un papa decretalista – impegnato nella difesa del potere papale tanto da trascurare il pericolo mongolo, imminente in Germania, intenzionato a formare lo Statuto dell’inquisizione con la bolla Ad abolendam, (già attivo con Lucio III dal 1184, anche se approvato solo nel 1215 dal Concilio lateranense), e a limitare i privilegi delle Universitates con la bolla Forens scientiarum universitas e a imporre a tutti, anche ai laici, precisi doveri di obbedienza nei confronti della santa sede, cui vincola specificamente l’Ordine teutonico con Pietate proximum- Federico seguita nella sua politica imperiale, filoislamica e antipapale, conservando lo stesso atteggiamento di eretico agnostico, avuto con Onorio III, indifferente ai richiami verbali e alla ventilata scomunica e respinge l’invasione subita da parte dell’ex suocero, fa due assise a Capua e a Messina, difendendosi militarmente con truppe e saracene e greche nel Sud e contrattaccando nel Nord Italia contro i comuni guelfi. Respinge, inoltre, la clausola della crociata, facendo trattato con gli islamici, ma accetta il matrimonio con Isabella di Inghilterra, per lui vantaggioso, dopo la morte di Yolanda, usando la diplomazia. Si serve di un apparato propagandistico per esaltare il suo fastigium, creando con la poesia e con l’arte un’ imago di imperator augustus , divenendo stupor mundi, facendo di Palermo la capitale del Mediterraneo, il centro di rapporti tra Oriente ed Occidente chiamando presso di sé non solo nobili , principi, re , ma anche studiosi arabi, greci, latini ed avendo una vera predisposizione per le lingue – è un poliglotta-. Il suo scriptorium è il migliore di ogni altro dove si conoscono addetti alla epistolografia , alle relazioni con gli altri sovrani e col papa , segretari personali, notai testamentari e protonotari della cancelleria imperiale e che sono contemporaneamente ministri con varie funzioni oltre che poeti, che gareggiano coi trovatori provenzali, anche loro a corte: la poesia siciliana, grazie a un tale le contesto aulico-curiale, diventa un fenomeno letterario di poesia nuova cortese, che non ha nulla da invidiare alla poesia in lingua d’oc e d’oil e nemmeno con quella greco-costantinopolitana e con le scuole saracene di Spagna e di Africa settentrionale, di Egitto. L’imperatore, da buon politico, sistemata la Germania sotto la reggenza di Corrado IV , fondato lo studium di Napoli, crea la Constitutio regni Siciliae, seguendo la tradizione normanna di Ruggero II, autonoma nonostante la nomina regia di papa Anacleto II (cfr. Atti di Anacleto II, XLI e XLIII d’investitura a Ruggero II, della dignità regia – in P. FAUSTO PALUMBO, Lo scisma del MCXXX, presso la Regia deputazione alla Biblioteca Vallicelliana, Roma 1942 -) corretta con la propria incoronazione diretta, ad opera di Dio stesso, rappresentata nella chiesa della Martorana di Palermo-, senza intervento dell’arcivescovo, avendo al suo servizio giuristi come Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa.

*Lei mi parla di fastigium, ma io non so se abbiamo lo stesso referente. Me lo può spiegare?.

Marco, Federico fa gesti eclatanti di potere e prepotere come ostentare da sovrano augustus la sua potenza, inviando il carroccio dei comuni, strappato ai guelfi a Cortenuova, a Roma, a palese dimostrazione della sua superiorità militare o come portarsi dietro l’harem anche in battaglia o mostrare al nunzio papale lo sfarzo della sua aula e il lavoro della sua cancelleria, mentre lo stesso Duomo di Palermo e la ristrutturazione urbana erano simboli del benessere del regno normanno-svevo, sintesi di tre civiltà (greco-romana, germanica e islamica). il termine fastigium vale inclinazione verso il basso e verso l’alto sempre con intenzioni maestose di elevazione e di sublimità in operazioni concrete, tanto da indicare il culmine e sottende il potere assoluto di chi raggiunge il vertice, in quanto è lemma tratto dal Digesto -Lex Iulia-Papia -D. 1.3.31, -: Princeps legibus solutus est: augusta autem licet legibus soluta non est, principes tamen eadem illi privilegia tribuunt, quae ipsi habent.

*Grazie. C’è, quindi, un rapporto conflittuale di Federico II coi due papi, anche se contenuto con scaltra diplomazia?.

Certamente la vittoria di Cortenuova e il prevalere del partito ghibellino favoriscono la politica imperialistica federiciana, seppure limitata dall’antagonismo guelfo dei comuni settentrionali lombardo-tosco emiliani a Fossalta per cui il papato è in crisi per un biennio, dopo il brevissimo pontificato di Celestino IV e l’interregno di quasi due anni non essendo nemmeno sicura la sede romana ed essendo perfino impedito il conclave, anche lontano da Roma. Solo nel 1243 c’è la nomina di Sinibaldo Fieschi col nome di Innocenzo IV, giurista bolognese, autore dell’Apparatus in quinque libros decretalium, salutato papa da Federico II magno gaudio , che pur aveva tentato di impedite il sinodo di Roma e poi il conclave. Dopo l’incontro di Narni, il pontefice, diffidente, costituisce lo studium romano generale e si rifugia a Lione, dove convoca un concilio e riceve i sovrani di ogni parte della terra come se fosse nella sede romana, tanto da stabilire il principio ubi pontifex ibi Roma, nonostante le critiche del vescovo di Lincoln Roberto Testagrossa.

*Il concilio di Lione del 1245 è importante, professore?

Certo Marco, ha grande rilievo giuridico perché vengono trascritti 91 documenti transumpta, perché si dichiara la scomunica con la definizione di Federico II anticristo e con la sua deposizione, che comporta l’elezione germanica di Enrico Raspe – rex clericorum– nonostante l’opposizione del giudice Taddeo da Sessa, e perché c’ è la condanna del Talmud – circolante all’università di Parigi con le inestricabili affermazioni su Maria e con le bestemmie su Dio e Cristo.

*Il papa Innocenzo IV si era sgravato da tanti mali col concilio?

Certo, ma aveva ancora tanti dolori oltre la persecuzione federiciana : l’insolenza saracena, il pericolo dei tartari, il regno latino, la corruzione morale del clero e lo scisma bizantino, acuito da ulteriori odi a seguito della presa di Costantinopoli. Comunque, dopo la morte dell’imperatore, torna trionfante a Roma, dove inizia la canonizzazione di Francesco e di Domenico considerati da Dante le due ruote del carro della Chiesa in quanto promotori della riforma ecclesiastica. Il papa ancora di più è fortunato alla morte di Corrado IV nel 1254, quando può eleggere Guglielmo di Olanda imperatore e tenere a freno Manfredi con le truppe saracene di combattenti, valorosi arcieri di Lucera, ancora insicuro sul trono del padre in Sicilia, in quanto figlio naturale di Bianca Lancia- concubina non uxor– seppure riconosciuto come legittimo. Alla sua morte, col successore Alessandro IV il guelfismo trionfa e il ghibellinismo declina, essendoci per un trentennio la vacantia imperii, fino alla elezione di Rodolfo di Asburgo, specie dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento e la sua fine e poi dopo quella del nipote Corradino, ucciso a Napoli, quando ormai gli angioini hanno avuto in feudo dal papa francese Urbano IV il regno federiciano – cfr. Corpus domini 1264-.

*Lei mi vuole dire che ora il papato, libero dall’accerchiamento degli svevi, ha l’appoggio militare angioino, là dove, invece, aveva nemici e truppe perfino saracene, tranquillità in Germania e amicizia stretta coi re di Francia, ora faro per tutti gli altri sovrani occidentali, riverenti verso Roma e il guelfismo predominante in Italia settentrionale, già pronto per divisioni cruente nell’interno di una stessa citta – come Firenze-?

Marco, ora per il papato sorge il pericolo regio francese che si evidenzia esattamente sotto Bonifacio VIII che, invece, crede ormai di essere all’apice del trionfo papale, specie dopo il primo giubileo della storia,1300, anno che per Dante è inizio del suo viaggio ultraterreno nel corso della Pasqua !.

*Professore, lo schiaffo di Anagni e la morte di Bonifacio VIII e poi l’inizio della cattività avignonese sono noti a Dante, un civis , illuso ancora di essere in un sistema ordinato ed armonioso, in cui l’imperator è datore di felicità terrena e il papa assicura sulla terra eudaimonia, come parvenza delle makaria celeste eterna?.

Marco, Dante conosce il sistema cristiano- anche se controbatte le teorie dei decretalisti, che hanno scritto la storia contro la politica imperale, in difesa del papato – ora oscurato perché è prigioniero nella sede avignonese, senza la luce dei due soli, essendo sorti i regni nazionali e formatesi le autonomie comunali nelle città, costituitesi le leghe anseatiche: sta sorgendo una nuova economia popolare con un nuovo assetto politico in cui è trasformato l’impero e cambiato il vecchio sistema medievale, come si rileva dalle venute in Italia di Ludovico il bavaro e poi di Carlo IV!.

*Secondo lei, dopo la morte di Arrigo VII inizia la frantumazione delle istituzioni medievali e ne è prova la venuta degli imperatori – preoccupati solo di mantenere gli equilibri e coi nobili e coi comuni – in una Roma, senza papa ?.

Ludovico il bavaro (1282-1347 ) viene eletto imperatore nel 1325 dopo la vittoria su Federico di Asburgo anche contro il volere di Giovanni XXII che propone la coreggenza di Filippo il bello: la sua incoronazione romana, contraria alla tradizione, avvenuta ad opera del dux populi romani, il filoimperiale Giacomo Sciarra Colonna e la indebita riscossione di tributi determinano l’interdetto papale avignonese a cui l’imperatore risponde con la destituzione e sostituzione del papa con Niccolò V in un clima di disordini in Italia e in Germania.

*La situazione non migliora con l’elezione dell’imperatore Carlo IV, nipote di Arrigo VII(1316-1378)?

Marco, sappi che durante il regno di Carlo IV – che inizia nel 1346 – c’è una peste che uccide un terzo della popolazione con pogrom ebraico!.

* Me ne parla , professore?

Il sovrano ha rispetto dell’etnia giudaica boema e la rispetta- specie a Praga- nonostante la sua pietas cristiana, mentre punisce gli ebrei dell’impero perché accusati di propagare la peste. Di lui si conoscono due venute a Roma , una prima nel 1354-5 , quando è incoronato imperatore – dopo un viaggio tra le folle di popolo acclamanti e dopo un Natale passato a Castiglione in cui fa incetta di reliquie italiche – da Pierre Bertrand, cardinale designato dal papa Innocenzo VI ; la seconda volta viene a Roma avendo concordato di giungervi insieme ad Urbano V e si comporta come un mercante, secondo le cronache locali, in quanto da ogni città riceve doni in memoria del suo passaggio, tutto impegnato nel favorire il vantaggio familiare e quello regio boemo, del tutto disinteressato del bene pubblico. Per quanto riguarda la promulgazione della Bolla doro – la crisobolla, un’antica usanza dei basileis bizantini!- bisogna ricordare che l’imperatore stabilisce le regole dell’incoronazione imperiale – ora tipica elezione germanica! – fissando la località-non più Roma- e il numero degli elettori laici ( i re di Boemia e di Sassonia, il margravio di Brandeburgo e il Conte palatino del Reno) e i tre prelati di Colonia, di Magonza e di Treviri.

*Bene. Grazie. Torniamo ora alla vicenda bonifaciana e al contrasto tra il papa e Filippo il bello

Marco, tra il 1296.-1303 si discute, da una parte, per affermare la exemptio ab imperio/il togliersi dall’impero e, da un’altra, per ribadire la ierocrazia. Il papa con tre documenti – la bolla apostolica sedes , l’epistula al vescovo inquisitore di Firenze e l’oratio per Alberto di Asburgo – sviluppa le sue tesi apostoliche della ecclesia romana, vicaria di Cristo in una dimostrazione della funzione autorevole paterna del papa e del dovere di figlio, anche se primogenito, dell’imperatore, secondo il pensiero dantesco di Monarchia. E’ chiaramente segnato l’ufficium di tractare et dirigere, di statuere et procedere, di facere et ordinare, secondo il dictatus papae gregoriano, in un riassunto di tutte le decretali pseudoisodoriane, compreso il falso constitutum Constantini, fino alla bolla unam sanctam , che riafferma sostanzialmente che Christus caput unum della chiesa romana ha investito di autorità suprema Pietro e i successori della sede petrina come suoi vicari che, avendo due spade ( spirituale l’una, temporale l’altra, tipica dell’imperatore che, comunque, ha il compito della difesa della chiesa) hanno la preminenza come sacerdotium.

*Viene ribadito, professore, che pascere le pecore giovanneo (21. 1-19) significa sciogliere e legare matthaico (14.19 ), in un utilizzo secolare cristiano , falso, che l’autorità della predicazione iniziale del Vangelo abbia valore iussivo, in quanto il fedele, discepolo, segue il magistero di Pietro, vicario fondatore della chiesa romana , che ha il diritto di regolare l’iscrizione, col battesimo, al regno dei cieli ?,

.Si. Marco, è considerato vero il logion matteano: io ti darò le chiavi de Regno, tutto ciò che legherai in terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla tetra sarà sciolto in cielo e si fa l’aggiunta del signore, con istituzione del potere civile e con mandato di giudicare anche l’imperatore, ratione peccati, se peccatore. Ne deriva che ogni creatura de necessitate salutis, in quanto peccatrice, deve essere sottoposta al pontefice: la bolla unam sanctam, ispirata all’ opera sincretica di Egidio – Colonna -Romano(1245/6-1316 ) De ecclesiastica potestate, è la massima affermazione- quasi il canto del cigno!- fatta effettivamente nel Concilio di Roma del 1302 . A questa solenne affermazione risponde la cancelleria regia, francese, formata da laici e da frati, che sostiene che il papa è intrusus, ereticus et simonaicus e quindi peccatore, anche lui, da deporre e da trascinare in Francia su ordine del re e dell’assemblea dei tre stati riunita a Parigi, che inviano Guglielmo di Nogaret, membro del consiglio di Stato, che dà mandatum a Giacomo Sciarra Colonna di prendere il papa, rifugiato ad Anagni, il 7 settembre del 1303, senza turbare la massa popolare.

*Per mia conoscenza e per quella dei miei compagni, mi può fare una sintesi del complesso delle decretali, che sono nei regesta curiali papali, compreso il constitutum Constantini e la theoria di Gelasio e le cosiddette pseudoisodoriane, al fine di avere un quadro personale completo della falsificazione avvenuta dei testi e della illegittima ierocrazia pontificia e dello stesso pensiero monarchico dantesco contrapposto?

Marco, devi meditare su quanto ti è stato detto circa Aristotele averroistico ed Aristotele alessandrino, e la generale falsificazione teorica medievale, devi riflettere sul sistema falsificato di scritti iniziato già al tempo di Costantino e poi di Teodosio, rivedere la formazione pontificia in senso anicio, ristudiare le decretali pseudisodoriane miste agli atti regi visigotici di Recaredo (559-601) nel periodo di conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, operare a lungo sul monotelismo e la caduta di Alessandria di Egitto sotto gli islamici ed indagare sul sorgere improvviso del nuovo papato romano grazie al contributo teologico di Massimo il confessore con conseguente presa di coscienza antibizantina ed antilongobardica, dopo la fine delle esarcato di Ravenna. Fatto questo, devi collegare il dux dantesco con la storia carolingia , già all’atto della deposizione merovingia, come abbiamo rilevato in epoca di Pipino iI breve e di Carlo Magno, in tante parti di Giudaismo romano -terza parte- disseminate in www.angelofilipponi.com, in cui è chiaro il culto di Roma e di Augusto, basilare per la theoria dei due soli, delle due spade e delle due chiavi.

*Devo, dunque, fare un lungo lavoro di digestione per avere chiarezza su un così lungo periodo!. Noi cristiani abbiamo fatto confusione perché la storia ci è consegnata /tràdita dalla pars elitaria clericale ed abbiamo mescolato, come Dante, – costretto a mediare anche quando c’è la vacantia contemporanea di impero e papato- sacro e profano, facendo muthos della historia.

Bisogna, Marco, perciò, ripartire dall’epoca costantiniana per verificare il pensiero politico di Costantino, figlio illegittimo di Costanzo Cloro stanziato a Treviri, incerto sulle decisioni da prendere circa i donatisti afri, di cui ti ho parlato varie volte- e sulla volontà di Osio di Cordova , giunto presso si lui, in quanto convocato, quando già ha stilato -sembra – l’editto di Milano, perfettisimum opus, di liceità della religione cristiana nell’ Occidente pagano- già valido in Oriente per il decreto di Galerio prima e di Licinio poi, in un clima di pacificazione anche tra ariani e cattolici-. Mentre Costantino deve, però, ancora decidere sulla controversia donatista, -che si sta rivelando un tentativo di rivolta su una base di contestazione religiosa.- Osio è buon suggeritore con l’ausilio di uomini già consiglieri dell’imperatore, Reticio di Autun, Marino di Arles e Materno di Colonia.

*Professore, non ne conosco nessuno. Comunque, non importa. Mi può parlare della personalità di Osio, che conosco superficialmente, come attivo, inizialmente, donatista, poi , per un oltre un venticinquennio, fidato consigliere in sacris, per l’imperatore ed per i suoi figli, ben collegato con Eusebio di Cesarea e Eusebio di Nicomedia, oltre che col patriarcato alessandrino dominante, specie con Atanasio? Vorrei conoscere il suo reale pensiero o parte delle risultanze del suo studio sui costantinidi.

Marco, Osio di Cordova è un scrittore occidentale latino, che è sovrastato dalla superiore cultura degli orientali, che hanno un’altra visione della storia romano-ellenistica , per cui il suo apporto a corte non è lineare, in quanto ora accondiscende agli ariani, ora rimane incerto ed a volte ostile, vincolato forse al credo alessandrino ( cfr. Ario ed Atanasio ). Eusebio di Cesarea in Vita di Costantino I.16- dice: un solo Dio venne per uomini così come sorse e prosperò un impero universale… e nell’espressa volontà del medesimo Dio due radici di bene, l’impero romano e la dottrina della pietà cristiana germogliarono insieme per il vantaggio degli uomini tutti Ti premetto che queste sono le parole di ordine della nuova teologia politica, di cui devo farti una sintesi per un profilo di Osio, un consigliere molto stimato a corte, sotto Costantino sia a Treviri che a Costantinopoli, e sotto i figli Costanzo e Costante, essendo morto centenario nel 358!. Osio, oltre ad aver dato una mano agli altri scrittori, per l’editto di Milano, si segnala specificamente nel 321 per la disposizione di Costantino venuto a Roma coi figli Crispo e Costantino iunior circa la concessione di libertà ad uno schiavo in chiesa, alla presenza di sacerdoti : un atto di manumissio diventa base del potere episcopale e papale riconoscimento della funzione sacerdotale connessa con l’azione imperiale o dominicale! Infatti lo storico Sozomeno (400-450) in Storia ecclesiastica riconosce -oltre allo ius episcopale- anche quello papale, autorizzato come auctorità voluta dall’ imperatore, perché l’azione, fatta in luogo sacro diventa tipica funzione giudiziaria del clero ! Ti aggiungo che Osio consiglia padre e figli in varie riprese a sospendere le attività pubbliche nel giorno del dies solis nel corso dei saturnalia feste pagane – poi divenuto Natalis cristiano per festeggiare la nascita di Iesous kurios Christos da una vergine – . Sappi , però, che Osio compare nei regesta costantiniani, già con la lettera a Ceciliano, vescovo di Cartagine, di Costanzo Cloro quando sembra che l’imperatore di occidente invii 3000 folles una moneta di bronzo con pochissimo argento , come contributo per le spes del clero in Africa. Infatti c’è un brevis di Osio con la richiesta dei cattolici da consegnare al vescovo, oltre ad altri suoi atti come consigliere, poi , di Costantino in cui sembra mediare coi donatisti. Più tardi in lettere del 347-8, sotto Costanzo II, all’epoca del concilio di Serdica, convocato per la conciliazione tra la chiese ariana e cattolica , il suo parere è incerto e non è disgiunto da quello tipico del testardo ed integralista di Atanasio alessandrino. Ancora più insicuro appare nel 355 a Milano, quando viene vien ribadita la condanna di Atanasio tanto che viene confinato , nonostante l’età, a Sirmio dove muore disapprovando il decreto imperiale. Infatti da Sirmio – dove rimane tre anni- Osio invia una lettera Costanzo in cui sostiene che la provvidenza divina ha affidato all’imperatore il potere secolare, mentre al papa romano il potere della chiesa, dando il via alla discussione sulle due orbite e sulle funzioni imperiali e papali, senza, comunque, mostrare la reciproca indipendenza.

*Non ci sono dubbi sull’autenticità di tale lettera?

Marco, contrastanti sono i pareri degli storici, che, comunque, negano rapporti tra la lettera di Osio e il constitutum Constantini, che rientra nelle celebrazione delle feste di papa Silvestro (275?- 335) mentre si parla di contraddizione e di falsificazione nel periodo di Leone I che se ne serve circa un secolo dopo, tanto da autorizzare altri a fare esempi basilari per la costituzione di una chiesa romana universale, che parla di pleroma e lo traduce come plenitudo potestatis del papa vicario di Cristo, successore di Pietro. Comunque non sembra che ci sia il termine princeps, sebbene faccia distinzione tra mundus et deus e tra ecclesia et status romanus, inteso come senatus populusque romanus .

*Da qui allora inizia la theoria di Gelasio ?

Non credo perché il papa ha una sua concezione speciale. Infatti per Gelasio (492-496) la chiesa cattolica è apostolica, nata con l’apostolo  Pietro, venuto davvero a Roma, secondo le lettere pseudo clementine, ritenute all’epoca autentiche. L’episkopos di Roma è vicarius Petri  in quanto successore,  perché Gesù lo ha fatto pastore del suo gregge. Succede però, che all’epoca, nel corso della questione acaciana, nei contrasti tra Acacio di Costantinopoli, monofisita, e  Felice III, assertore dei decreti di Calcedonia sulla doppia natura del Cristo, Gelasio formuli il suo pensiero in De duabus in Christo naturis, quando Teodorico  ancora non è riconosciuto patricius da Anastasio Dicoro/dalle due pupille,-una nera ed una blu- (imperatore dal 491al 518) nel 493. Per lui, invece, già ci sono due poteri sulla terra/mundus uno spirituale con auctoritas sacrata pontificum , uno temporale/ regalis potestas e tra i due è maggiore il primo in quanto gravius est pondus sacerdotum, perché deve aver cura anche dell’operato del re.

*Professore, lei parla di re e non di imperatore, che ha potere sui corpi e che deve sottomettersi all’autorità religiosa, connessa con Dio?

Marco, tu forse chiedi se Gelasio I considera, secondo la tradizione greca orientale, il sacerdotium /ieroosunh superiore al re /basileus e se si riferisce all‘imperator occidentale goto-germanico? Sembra che Gelasio I, natione afer, proclami che Una est christiana fides, quae est catholica mentre parla di re Teodorico e non di Anastasio autocratoor, specificando un uomo mortale, barbaro goto, che sottoposto ad antistites sacerdoti, intende provvedere a redimere la propria anima in quanto necessita di unità religiosa sia con gli ariani che con gli ortodossi. Sappi che Gelasio, divenuto pontefice dopo Felice, mantiene le sue stesse posizioni calcedoniane antimonofisite, seguendo la linea politica del pensiero di Agostino di Tagaste, ribadendo la scomunica ad Acacio e agli acaciani e allo stesso imperatore Anastasio per cui la sua affermazione circa il potere della Chiesa, fissato come auctoritas, vale come potere legislativo di legge vivente / nomos empsuchos mentre quello imperiale è potestas, potere esecutivo, nella coscienza afro-romana che l‘auctoritas è superiore alla potestas  in una volontà di opporre all’imperatore  cesaropapista  la sua fermezza e la indipendenza della sede romana, in contrasto con quella del succube patriarca Eufemio, successore di Acacio.

Lei dice che, dunque, da Gelasio inizia la concezione del potere papale sulla base del comando di Cristo, dato a Pietro di pascere il gregge?

Si. Marco. Gelasio nella lettera ad Anastasio afferma quanto già detto, proprio mentre, nel 494, Teodorico rivendica il suo potere conquistato con le armi, durante la questione acaciana, aspirando ad avere il riconoscimento imperiale del suo principato su Roma, Italia e regioni danubiane pannoniche.

*All’epoca, non si parla affatto del Constitutum Constantini, a cui Gelasio neanche accenna. E’ certa la lettera ad Anastasio? Che significato ha il silenzio su Costantino di Gelasio?

Marco, brancolo nel buio, comunque, posso affermarti che la lettera ad ad Anastasio è autentica e che in essa non ci sono cenni di donazione di Costantino al papato romano, sede succursale non primaria rispetto a Costantinopoli, all’epoca inferiore perfino a quella del vescovo di Ravenna che già sotto Teodorico assume un maggiore rilievo in quanto sede regia, seppure abbia un qualche potere sugli episcopati africani. Roma, come sede papale, ha valore grande quasi un secolo e mezzo dopo la presa di Alessandria da parte dei musulmani, dopo un lungo periodo di dominio bizantino orientale e ravennate , essendo l’antica capitale imperiale alle dipendenze dirette dell’esarca, dalla fine della guerra gotico -bizantina fino alla morte di Eutichio che, nello scontro con Astolfo longobardo, perde la vita, facendo concludere il dominio bizantino nel centro Italia.

*Quindi, professore, non ci sono cenni di una malattia -lebbra- di Costantino né di guarigione e di donazione a Silvestro, successore di Pietro, neanche nominato ?

No. Marco, ma si sa –liber pontificalis da Vita di Milziade papa – della donazione costantiniana del palazzo Laterano e di una costruzione di una basilica negli horti neroniani,- in onore di S. Pietro, lì morto,- secondo la tradizione, a cinque navate, a copertura lignea, con 120 altari, di cui 27 dedicati alla Vergine Maria panagia, theotokos/deipara. Si sa, inoltre, che Giustino, successore di Anastasio, nel 519 effettua la reductio ad unum del poteri, fondendo sacro e profano, riconosciuto anche da Giustiniano che, nel Corpus iuris, riunisce la funzione del basileus con quella dell’ierarchhs , assumendo nella sua figura regia anche lo ius in sacris .

*Dunque, lei nega che in epoca teodericiana ci sia una superiore auctoritas romana pontificia in Roma? ritiene, perciò, che le formulazioni di Osio e quelle di Gelasio, confluite nel Constitutum Constantini – cfr. Datazione del Constitutum Constantini e testo in www.angelofilipponi.com – opera di decretalisti dell’epoca carolina, siano state annullate da Giustiniano, il cui codice giuridico, lodato da Dante stesso ( Paradiso,VI,10-12 ) è basilare per le popolazioni occidentali specie dopo la Restitutio imperii, ad opera dei generali Belisario e Narsete che riconquistano Africa, Spagna ed Italia quando si afferma il cesaropapismo costantinopolitano?.

Certo, Marco, il VI canto del Paradiso diventa centrale nel pensiero politico dantesco, per la figura di Giustiniano – che è nel II cielo, quello di Mercurio, tra gli spiriti attivi per la gloria terrena – che si presenta come imperatore successore, dopo circa duecento anni di Costantino , giudicato come uno che va contro il sistema naturale solare ( … che volse l’aquila / contr’al corso del ciel, ch’ella seguio /dietro a l’antico che Lavina tolse VI.1-3) rispetto a quello, legittimo, seguito da Enea, troiano, padre di romani: Cesare fui e son Iustiniano/ che per volere del primo amor, ch’io sento/ dentro le leggi trassi il troppo e il vano.(10-12).

*Professore, Dante rileva come sia meritoria ed imperitura la stesura del Codex iuris, sintesi del patrimonio giuridico romano, su cui si basa tutta la storia del diritto!

Secondo Dante tale opera dell’imperatore è voluta- dopo la sua conversione dal monofisitismo all’ ortodossia cattolica, tramite il beato papa romano Agapito ,(533- 556)- da Dio, che gli comanda di affidare le imprese militari a Belisario.

*Per Dante Dio dà il compito giuridico all’imperatore, oltre che militare affidato ad un legatus, per assicurare sulla terra la iustitia, avendo un suo piano salvifico, in relazione alla funzione precipua imperiale in quanto è lui il facitore di storia?

Certo Marco. Dio ab aeterno ha una sua oikonomia pianificata nel tempo per il bene dell’ uomo che Dante sintetizza e nel VI del Paradiso e nel II della Monarchia. Infatti procede in modo simile nelle due opere che sono scritte nello stesso periodo.

*Da qui, professore, allora, la storia di Roma mitico-arcaica, repubblicana ed imperiale come abbiamo visto in Monarchia, a cominciare da Pallante, – che morì per dare regno ai romani (v.36) eroe dell’ Eneide di Virgilio, autore augusteo”?- e da Alba longa fino alla sfida decisiva tra Curiazi ed Orazi e ai sette re, (dal ratto delle sabine fino al dolore di Lucrezia e alla graduale conquista dei popoli confinanti)?.

Marco, Dante fa una storia romana per il popolo, mostrandone gli eroi repubblicani, tenendo presente Valerio Massimo e i compendiari latini, e li cita (Manlio Torquato, Quinzio Cincinnato) come egregi e le famiglie dei Deci e dei Fabi , che combattono contro Brenno, contro Pirro, ma dà rilievo a Scipione che abbatte- anacronisticamente considerato crociato – l’orgoglio dei cartaginesi-arabi che, seguendo Annibale hanno valicato le Alpi e sono giunti al Po, invadendo l’Italia, e a Pompeo- forse per la sua conquista della Siria, ridotta a provincia – ritenuti vessilliferi dell’aquila romano -cristiana antislamica e perfino antifiorentina. se si considera i vv. 52-3 .. e a quel colle/ sotto il quale tu nascesti, parve amaro –

*Professore, neanche ho mai notato arabi (VI, 49) e tanto meno ho compreso la allusione a Sergio Catilina, sconfitto a Fiesole nel 62 a.C.. e alla sottesa punizione subita ad opera del sacrosanto segno dai suoi corregionali, e nemmeno avrò letto bene le figure dantesche di Cesare, Ottaviano e Tiberio, oltre a quella di Tito Flavio?

Se non si legge dalla angolazione dell’ oikonomia tou theou, Dante non è comprensibile, data la sua educazione e formazione christiana romano- medievale mitico- sincretica. Infatti il poeta dedica sei terzine a Cesare (55-72), tre terzine ad Augusto, tre terzine a Tiberio ed una terzina a Tito, essendo certamente sotto l’influenza della kabbalah ebraica cfr. Dante ed Abulafia.

*Lei vede il numero delle terzine e dei versi in senso cabalistico?

Non è il caso, Marco, che ti faccio il conteggio di 18, di 9 e 9 , e di 1, né della somma di 37, né dei tre protagonisti giuli, oltre all’unico vendicatore flavio antiebreo, né degli endecasillabi di ogni terzina e di tutte 13 terzine! In altra sede ne possiamo parlare. Per ora ti dico che Cesare ha preminenza assoluta perché ha occhi grifagni ed è uomo stabilito da Dio a dare avvio al disegno politico imperiale, le cui imprese sono elencate (campagna di Gallia- indicata con i nomi dei fiumi – e guerra civile contro Pompeo e contro i pompeiani in Oriente, in Egitto, in Africa e in Spagna ) e perché con lui inizia il cambiamento epocale del mondo, avendo già pacificato l’imperium secondo il volere divino- il ciel volle/ redurre lo mondo a suo modo sereno- Ti faccio notare che la celebrazione di Ottaviano Augusto, considerato anacronisticamente baiulo/balivo seguente-titolo nobiliare a corte press i re di Francia- come secondo portatore dell’aquila (che compie le sue imprese come vendicatore del padre adottivo a Filippi contro Bruto e Cassio, poi a Modena contro Antonio ed a Perugia contro la moglie Fulvia e il fratello di Antonio, ed infine ad Azio contro Cleopatra) è quella stessa della propaganda ottavianea per dire che serrò a Giano il suo delubro indicando un’altra pacificazione ora totale, dopo quella serena cesariana ! . La celebrazione dantesca di Tiberio, fatta da Giustiniano, risulta disposta in modo che si tratti del terzo Cesare, posto esattamente come positio media nel quinto stichos, in modo da essere il centro di tutti i nove versi dedicati al successore di Augusto (3- sein/ ma/noal/ con doppia sinizesi + 5- ter/zo/ Ce/sa/re – +3 si/ mi/ra ) cosi da avere lo stesso numero di sillabe- 44- e prima e dopo, per inviare il messaggio che la viva giustizia che mi spira/li concedette…/gloria di far vendetta alla sua ira, a patto che si miri chiaramente e sentimentalmente.

*Professore, mi vuole dire che Dante segue fonti giudaiche che conoscono Filone alessandrino, per il tipico veder dell’ occhio che, tolto il velo, ha altra visione e quindi altra logica come ben ha scritto in Oralità e scrittura dei Vangeli in www.angelofilipponi.com ?

Si. Marco . C’è qui un altro vedere, quello dell’intelletto non maculato da legge ebraica, non tenebrato da malizia eretica, essendo stato tolto il velo dai propri occhi e fatto ragionamento col cuore/lev , in modo affettivo. Infatti Dante scrive ma ciò che ‘l segno, che parlar mi face/ fatto aveva prima e poi era fatturo/ per lo regno mortale ch’ a lui soggiace/ diventa in apparenza poco e scuro -cioè quanto fatto o destinato a farsi sulla terra dal segno imperiale risulta cosa da poco e di irrilevante importanza – se si guarda attentamente e con meravigliacon occhio chiaro e con affetto puro“. Allora si capisce la funzione di Tiberio che realizza il volere di Dio con la crocifissione del Cristo-agnello.

*Professore, io davvero ora capisco Dante e comprendo bene anche il suo orientamento naturalis ed eretico, seguendo veramente i suoi passi: mi è caduto il velo e vedo -mi verifichi!- che l’umanità (secondo Giustiniano paradisiaco e Monarchia II, XI,5) è giunta al culmine, al punto esatto di arrivo di tutta la storia e della civiltà antica (cioè alla morte e resurrezione del Christos ), per cui per l’uomo inizia la storia rivelata in quanto l’impero romano con la morte del figlio di Dio – tramite l’atto giuridico legittimo tiberiano, di cui è esecutore Ponzio Pilato- diventa strumento divino della salvezza dell’uomo.

Bene. Marco. Hai capito veramente. Non immagini quanto possa io essere felice delle parole che dici con la mente e col cuore e come sia contento che hai capito davvero Dante, finalmente. Infatti il pensiero del grande imperatore bizantino (87-90) coincide esattamente con quello del II libro della Monarchia, in cui , sulla base di Paolo (Romani, 5.2) si afferma che la morte entrò in tutti gli uomini a motivo del peccato originale e che -(Efesini, 2-3 ) – tutti , comunque, furono redenti col sangue del Cristo perché i peccati furono rimessi per la sua gloria che scese doviziosa su di noi . Nota la chiusura dantesca con un un periodo ipotetico di terzo tipo : si de illo peccato non fuisset satisfactum per mortem Cristi, adhuc essemus filii ire natura, natura scilicet depravata/ se con la morte di Cristo non fosse stata data riparazione a quel peccato, saremmo ancora figli dell’ira per natura cioè a causa della natura depravata.

*Professore, leggo bene la terzina su Tito? Senta!. Se per merito e gloria di Tiberio e del diritto romano è stata fatta la vendetta all’ira divina, ora secondo Giustiniano, la giustizia divina con Tito a far vendetta corse/ de la vendetta del peccato antico- Paradiso, VI, 92/93- l’imperatore flavio cioè fa la volontà divina di distruggere il tempio gerosolomitano a causa del deicidio ebraico commesso”!.

Hai capito bene, Ti aggiungo che Tito, soffocando la ribellione giudaica espugnando Gerusalemme, distruggendo il tempio, risulta, secondo la tradizione cristiana, strumento dell’ira di Dio contro il popolo ebraico deicida, come afferma Dante anche in Purgatorio XX,92-96 . Tieni presente che tale lettura è di Paolo Orosio – Historia, VII,iii,8; ix, 9- che, da collaboratore e seguace di Agostino, considera giusta la punizione inferta dal popolo romano agli ebrei, a giustificazione della universalità del potere universale di Roma nella sua organizzazione politica e temporale della cristianità: lo scrittore considera l’impresa flavia atto di giustizia dell’ impero romano sugli assassini dl Cristo, neanche più visti come contribuli, confratelli. Dante lo dice anche in Purgatorio, XXI, 82-84( nel tempo in cui il buon Tito con l’aiuto/ del sommo rege, vendicò le fora /onde uscì il sangue ) per indicare che l’impero romano è voluto da Dio che provvede alla salvezza dell’uomo

*Quindi, Dante anche nel VI canto del Paradiso, nei versi successivi al tema dell’ impresa di Tito, pur tacendo su un lasso lungo di tempo di circa settecento anni, congiunge, nonostante la frattura secolare, la storia, stabilendo l’immediata continuità tra Impero romano e Sacro romano impero, come lei ben ha fatto notare con Dux.

Certo. Dante mette insieme, come se fossero contigui i momenti della distruzione del tempio gerosolomitano e la protezione di Carlo Magno che mette la Chiesa sotto le sue ali -metonimia di aquila rispetto all’altra metonimia di lupo /dente longobardo. In questa ottica di onniscienza divina e compresenza storica viene letta la storia recente dei guelfi e di ghibellini, causa delle sventure contemporanee, in una condanna e di chi al pubblico segno i gigli gialli oppone e di chi appropria quello a parte, per cui è difficile capire chi sbagli più gravemente.

*Dunque, Giustiniano, che legge la storia in Dio, risulta partecipe del piano divino circa l’impero e la restaurazione di Arrigo VII,- con la sua incoronazione a Roma ad opera di un legatus di Clemente V assente (di cui vede la fine) e col prevalere dei guelfi in un clima incerto di lotte partigiane nel centro Italia per la congiunzione delle forze francesi capetinge con quelle angioine di Roberto di Angiò, sovrano di Napoli dal 1309?.

Così sembra dire Dante in Paradiso, che è cosciente del proprio esilio e della affermazione politica e militare del gonfaloniere dell’impero, Castruccio Castracani, che, vincitore insieme ad Uguccione della Faggiuola nella battaglia di Montecatini nel 1315 contro i guelfi fiorentini, entra in buone relazioni con la Milano di Matteo Visconti e con Treviso di Cangrande della scala.

*Uguccione e Castruccio sono ghibellini che per un decennio costituiscono un forte centro antiguelfo nell’Italia centrale ?

Castruccio è un valoroso ghibellino, signore di Lucca, esiliato, rifugiato presso Edoardo I, poi con lui e con Filippo il bello, giostrando in vario modo, partecipa alla campagna di Fiandre ed infine, tornato in Italia, è una specie di vicarius imperiale contro i guelfi, capace di raggruppare gli altri ghibellini e portarli di nuovo alla vittoria, dopo aver ripreso la signoria di Lucca e fatto speciali trattati con Arezzo.

*Professore, credevo che i ghibellini nel Trecento fossero definitivamente sconfitti ed invece comprendo che riportano vittorie e che ci sono collegamenti ancora tra i signori feudali, nonostante che il papato avignonese, legato ai Capetingi e ai D’Angiò , abbia congiunto le forze ed abbia una prevalenza economico-finanziaria, a seguito della fine dell’Ordine Templare, sebbene le popolazioni lombarde, laiche ormai abbiano iniziato l’epopea mercantilistica, ben descritta da Boccaccio.

Marco considera, comunque, che la stessa venuta di Ludovico il bavaro è anch’essa inutile perché Roberto d’Angiò, prima, è nominato capitano della lega toscana e poi suo figlio Carlo, duca di Calabria, signore di Firenze dal papa avignonese, che neutralizza l’eco delle vittorie ghibelline, compresa quella di Zappolino dei modenesi contro i bolognesi.

*Comunque, si può dire che il centro Italia è in mani guelfe, dopo la morte di Cecco d’Ascoli, se Cante Gabrielli ha mandato pontificio in Romagna e nelle Marche di riconquistare le terre romane?.

E’ un periodo burrascoso, iniziato già negli ultimi cinque/sei anni a Ravenna di Dante che sente fortemente il senso di giustizia. Infatti nel cielo di Giove (Paradiso, XVIII,90-92)- in cui le anime degli spiriti giusti formano con le loro luci figure di singole lettere in modo da mandare il messaggio biblico di D.I.L.I.G.I.T.E. I.U.S.T.I.T.I.A.M. Q.U.I. I.U.D.I.C.A.TI.S. T.E.R.R.A.M a cui, poi, si aggiungono altre anime, che disegnano sulla ultima M l’immagine araldica dell’ aquila simbolo dell’impero, sull’esempio di quelle del cielo di Marte, che avevano formato una Croce– il pensiero di Giustiniano/Dante mira a colpire i guelfi e i loro sostenitori, i re di Francia e i parenti angioini dell’Italia meridionale e i papi avignonesi Clemente V e specie Giovanni XXII 1316-1334 , oppositori dell’impero, contrassegnati da avidità.

*Professore, il resto del canto, quindi, è in relazione a chi si oppone all’aquila imperiali, contro cui ci sono invettive, anche se non vengono risparmiati gli stessi ghibellini?.

Marco, in effetti Dante condanna Carlo II d’Angiò – a cui vien predetto sventure sui figli, molte fiate già piansero li figli/per la colpa del padre,.. e non si creda /che Dio trasmuti le armi sue per suoi gigli (VI109-111)- e suo figlio Roberto oltre ai capetingi , Filippo il bello e il fratello Carlo di Valois, bollati per la cupidigia , congiunta all’avarizia di papa Clemente V e Giovanni XXII, la cui curia è sede della lupa.

* La lupa è tema centrale nella Commedia, come simbolo della cupidigia papale. Me ne può parlare in relazione alla condanna dei D’Angiò dei capetingi e del loro guelfismo opposto all’impero e ai vicari imperiali del periodo dantesco?.

Marco, Dante, mentre subisce l’esilio per colpa di Carlo di Valois , inviato da Bonifacio VIII, che aiuta in Firenze la pars bianca sostenuta con le armi di Corso Donati e Cante Gabrielli, assiste al predominio guelfo in Italia garantito da angioini, presenti là dove necessita il loro intervento armato, in appoggio alla politica di Filippo il bello. Questi, – dopo la morte di Bonifacio, impone Clemente V, il francese Bertrand de Got, che annulla l Unam sanctam e tassa il clero francese – impossessandosi del tesoro templare, e, grazie alla scomunica papale, ha la possibilità di risanare le finanze, dopo gli sperperi nel corso della campagna militare contro Edoardo I e poi in quella in Fiandre, e fa una politica unitaria coi cugini d’Angiò che fronteggiano l’imperatore e i comuni ghibellini conseguendo la vittoria, con la morte di Arrigo VII.

*E’ un momento tragico anche per la chiesa avignonese, rimasta senza papa per ben due anni, fino alla elezione di Giovanni XXII!?

Marco, il tempo del papato di Giovanni XXII è quello descritto nel romanzo di Eco In nome della rosa ed è davvero nel segno della lupa dantesca. Infatti il poeta fa un’ invettiva feroce contro i i preti – che sotto gli abiti del pastore di anime nascondono un animo avido di beni temporali- e contro i due papi francesi Giovanni XXII,- originario di Chaors – e Clemente V di Guascogna, che si arricchiscono sul sangue dei martiri (Paradiso XXVII 55 -60 ): In vesta di pastor lupi rapaci/ si veggion di qua su per tutti i paschi /o difesa di Dio, perché pur giaci?/. Del sangue nostro Caorsini e Guaschi/ s’apparecchian di bere: o buon principio / a che vil fine conviene che tu caschi! Ancor più pesante è l’apostrofe,- in Paradiso XVIII,130-136- cruda e polemica contro Giovanni XXII, papa dal 1316 al 1334, bollato come abile ad emanare e ad annullare scomuniche ed editti, deciso a mantenere la sede avignonese, incassando denaro con l’elezione di molti cardinali francesi : ma tu che sol per cancellare scrivi/ pensa che Pietro e Paulo, che moriro/ per la vigna che guasti, ancor son vivi./ Ben puoi tu dire : i’ ho ‘l disiro/si a colui che volle viver solo/e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco né il pescatore né Polo . Marco, ti aggiungo che Giovanni XXII è papa noto perché faceva dipingere il Cristo in croce con un sacchetto di monete al fianco per mostrare che la chiesa è ricca e che è così sollecito a fare editti per guadagnare tanto che invece di applicare la legge imponeva un’ammenda ai prelati, rei di delitti comuni, di illeciti accoppiamenti e di deflorazione di vergini mentre scomunicava e poi toglieva la scomunica a patto che si pagasse per l’assoluzione -che veniva data anche agli eretici, che subito venivano scarcerati, appena sborsato il denaro -.

*Professore, Dante, esule, rileva il male dell’impero, dopo la morte di Arrigo VII, notando l’ incertezza dei vicari imperiali, la desolazione di Roma senza papato, l’ignominia della avidità della curia papale avignonese, la violenza armata nelle province tosco -umbro-emiliane o nelle Marche e marca trevigiana per le lotte fra guelfi e ghibellini, la mancanza di giustizia dovunque e si rifugia nella concezione agostiniana ideale delle due città e nella speranza dei due soli aggiornata con una improponibile impostazione aristotelica pratica?.

Marco. Dante rilevando la situazione caotica dell’impero e del papato denuncia i suoi antichi dubbi sulla legittimità dell’impero romano e su un impossibile ritorno alla povertà evangelica, a seguito dell’oscurarsi dei due soli, essendo sorta l’autonomia dei principi e dei re e con essa anche quella popolare comunale con l’attività commerciale e mercantilistica confessando di aver pensato in modo superficiale- Monarchia,II,I.3 tantum superficialiter intuens ilum nullo iure sed armorum tantummodo violentia obtenuisse. Comunque, resta convinto dell’ordine voluto da Dio sulla terra, pur contro l’evidenza, in quanto scrutando in profondità con gli occhi della mente comprende.- ibidem ii,1-medullitus oculos mentis– che il progetto divino, essendo in mente prima motoris, si verifica per efficacissima signa providentiam hoc effecisse. Nonostante la fiducia in Dio Dante soffre nella costatazione diretta del tumulto dei popoli, dei re e dei principi cfr. Salmo, 2, 1-3, uniti e concordi fra loro nell’ostilità al loro signore e loro unto il romano principe/ut adversentur Domino suo et Unto suo, romano principi.

*Professore, sto comprendendo, ma mi sono perso qualcosa a causa del termine medullitus. me lo può spiegare in modo da togliermi ogni dubbio? Mi pare strano che tu equivochi, avendo letto attentamente Oralità e scrittura dei vangeli, dove è trattato un altro modo di vedere quello senza velo, col cuore! Comunque, l’avverbio medullitus vale fino al midollo, inteso giustamente – se legato dl verbo amare /diligere -fino al profondo del cuore o a svisceratamente, a seconda del rilievo dato al muscolo cardiaco o alle viscere – ambedue organi sentimentali. Tu, quindi , leggendo, come Dante, con gli occhi della mente, cioè in profondità il testo, non superficilater, senti in modo partecipativo ed attivo, dando rilievo all’intelletto attivo sentimentale.

*E’ questa, ora, la vera nobiltà di Dante?

Marco, Dante ha una sua nobiltà longobarda, come si vede in Paradiso XVI quando parla di O poca nostra nobiltà di sangue / se gloriar di te la gente fai / qua giù dove nostro affetto langue…. / ché là dove appetito non si torce … dico nel cielo, me ne gloriai XVI(1-6), dopo l’incontro col trisavolo Cacciaguida , spirito militante, mettendosi in relazione con le famiglie notabili di Firenze. Dante ha un avo, nobile di scarso rilievo, un cavaliere crociato, non primogenito, forse di origine longobardica, se si esamina il nome del trisavolo o quello di Moronto, di Eliseo, o quello di Alighiero, di Preitenitto, di Bellincione, di Geri, di Drudolo, di Lapo o di D(ur)ante e di Gerardo. Marco, è un problema di onomastica e di araldica, su cui è meglio non entrare perché il poeta afferma -facendo la metafora del mantello prezioso, cui si aggiunge stoffa , accorciata continuamente dal tempo che sembra avere forbici-: Ben se’ tu manto che tosto raccorce/ sì che, se non s’ appon di di in die/ il tempo va dintorno con la force. Dante anche se contrappone alla plebe delle genti nove, venute in Firenze alla fine del Duecento, la sua poca nobiltà, sa ben che – specie dopo la lezione di Cecco D’Ascoli -a cui si è rivolto – da stilnovista e da pensatore, l’importanza all’epoca dell’ essere gentile, di avere una stirpe alta romano-longobardica-franca alle spalle, basilare per la sua poetica ed ideologia . Comunque egli condanna e svaluta la nobiltà di sangue seppure importante nella vita terrena, contrapponendo ad essa la nobiltà di animo connessa con giustificazioni morali. Infatti lo afferma in Convivio (IV, xix,3 e IV, xx,5 ) ma, in Monarchia (II, iii,4 ) spiega il suo pensiero di un impero romano che ha un monarca de iure, non usurpando.

*Mi piace sapere come arriva a questa affermazione, operando sulla nobiltà. Mediante ragionamento sillogistico?.

Marco, Dante procede in questo modo, affermando che al popolo più nobile si addice di dominare su tutti gli altri, che il popolo romano fu il più nobile , per cui, se l’onore è il premio della virtù ed ogni forma di supremazia è un onore, ogni orma di supremazia è anche premio della virtù.

*Professore, a me sembra un puro ragionamento sillogistico!

Certo, Marco. Dante afferma: Sed constat quod merito virtutis noblitantur homines, virtutis vidilicet proprie vel maiorum.Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta philosophum, et iuxta Iuvenalem nobilitas animi sola est atque unica virtus/ ora è noto che per merito della virtù sono nobilitati gli uomini cioè di virtù propria o degli antenati. infatti la nobiltà è virtù e ricchezza antica secondo il filosofo in Politica, e la nobiltà dell’animo è sola ed unica virtù secondo Giovenale (Sat., VIII,20). Siccome, però, ha dovuto citare due massime contrastanti, subito aggiunge: queste due massime si riferiscono dunque a due nobiltà: alla propria e a quella degli avi. poi seguita dicendo che si addice ai nobili, per questo motivo, il premio della signoria e poiché i premi devono essere commisurati ai meriti, secondo il detto evangelico matthaico-(7,2) vi si valuterà con lo stesso metro col quale avrete misurato,-. La sua conclusione è: al supremamente nobile conviene il supremo comando/maxime nobili maxime preesse convenit.

*Dante, nonostante il riferimento alla Politica IV, 8 1294 non riesce a far combaciare la nobiltà di stirpe – che si perpetua nelle generazioni mediante imitazione da parte di individui che, seguendo la virtù dei padri, fanno azioni degne di gloria diventando loro stessi esempio – e la nobiltà d’animo, propria di chi imitando la tradizione patria con la propria virtù si segnala come eroe della famiglia e si fonde col patriarca fondatore ktisths della stirpe?

Marco, viene mostrata storicamente una continuità di virtù duratura sulla base del capostipite, che risulta nobiltà nel destino umano secondo l’oikonomia divina di provvidenza presenziale: formano un unicum Anchise ed Enea , Romolo e ad Augusto, Costantino e i figli e i bizantini, il dente longobardo e Pipino, Carlo Magno e i carolingi fino a Carlo il grosso (881-888), Dante ha coscienza – e lo sottende- che da Carlo il Grosso alla dinastia sassone, con Ottone I  nel 962, ci sono 74 anni di caos, in cui si accennano a formare tre grosse entità nazionali, sulla base dell’eredità carolingia ad opera  delle aristocrazie locali, anarchiche, sia in Italia  che in Francia e in Germania:  la scelta  dei re  e poi di imperatore veniva fatta dai grandi feudatari, per l’Italia, i laici  marchesi del Friuli, di Ivrea, di Toscana e di Spoleto e quelli ecclesiastici, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, mentre per la Francia  i potenti di Provenza e di Aquitania, e per la Germania  quelli di Baviera e di Sassonia.

*Professore, lei vede che storicamente ci sono torbidi politici e scontri tra i notabili aristocratici, comites imperiali, che aspirano ad avere il diritto di supremazia, non più garantito più dal papato romano, nel corso di contrasti tra i figli di Ludovico il pio, il superstite figlio di Carlo Magno tanto che si rivolgono perfino all’imperatore di Oriente a volte?, Per quale motivo noi cristiani rileviamo la mano provvidenziale di Dio, che tramuta il Sacro romano impero in Sacro romano impero germanico, ottoniano?.

Marco, perché è avvenuto il passaggio dall’Oriente all’Occidente dell’imperium grazie alla donazione di Costantino ritenuta ovviamente autentica. Se Dante neppure marca il passaggio, è chiaro che ciò avviene secondo il disegno divino. Comunque, non è così.

*So bene che che sono due leggende, quella del falso Constitutum Constantini, e l’altra della millantata nobiltà di Ugo Capeto.

Marco, mentre i nobili cercano di legittimare il potere barbarico germanico carolingio col diritto dalla fonte dell’impero bizantino, la chiesa romana, specie nel periodo di Giovanni VIII e poi in quello di Giovanni XII, cerca una soluzione tramite i decretalisti, della curia romana e di quella carolingia di Aquisgrana nella falsificazione dei documenti giuridici isidoriani e pseudo isidoriani. cfr. Filioque e il concilio di Toledo e Filioque e Leone III.

*Quindi, professore, lei pensa che il Constitutum e la nobiltà dei capetingi siano voci /rumores popolari poi sancite da papi e da concili ecclesiali a volte anche da cronisti, in un periodo che va dalla morte di Carlo il grosso alla Constitutio ottoniana ed oltre ?

Si. Marco. Ritengo i due atti mistificatori compiuti, non distanti temporalmente – forse due o tre generazioni l’uno dall’altro!-: il Constitutum è databile tra la fine del nono secolo e l’inizio del X e l’altro verso la fine del X, sotto Silvestro II e Ottone III- cfr . Theophàno la bizantina – quando la nobiltà germanica è già ben sicura e il potere papale è di nuovo predominante in Occidente grazie ai rapporti tra la corte germanica e quella bizantina e specialmente grazie al pensiero romano di Gelberto di d’Aurillac, inculcato al suo discepolo, figlio di Theophàno e di Ottone II.

*Professore, ho difficoltà a seguirla . Manco di basi storiche. Se lei mi fa una sintesi, forse capisco.

Allora, Marco, ripartiamo da Ludovico il Pio, che fa l’ordinatio imperii suddividendo il regno paterno in tre parti, una a Lotario il maggiore, figlio primogenito con diritto di successione imperiale, e due parti secondarie ai figli minori Pipino e Ludovico il germanico.

*Bene, proceda!.

Alla morte di Pipino, gli succede il fratellastro Carlo il calvo, che si accorda con Ludovico contro il fratello Lotario, subito dopo al morte del padre nel 840, facendo il giuramento di Strasburgo nel 842, da cui inizia la divisione di popoli parlanti francese da quelli parlanti germanico, imponendo ali fratello maggiore il trattato di Verdun nel 843. Chiaro?

*Si.

Si stabilisce, allora, che Lotario abbia l’Italia e la zona compresa tra il Reno e la Loira, detta Lotaringia , mentre Ludovico ha la zona germanica oltre il Reno e Carlo il calvo la Francia, grosso modo settentrionale, oltre a porzioni di quella meridionale. Lotario, morendo, rende autonoma l’aristocrazia italica e germanica per cui avviene che non solo la lotaringia ma anche le altre zone del regno carolingio, a seguito della scomparsa dei legittimi sovrani, si riuniscano in un solo regno per un settennio ad opera di Carlo il grosso, Alla sua deposizione nell’anno 888 avvenuta ad opera di Arnolfo di Carinzia figlio di suo fratello Carlomanno, per la neghittosità del sovrano che neanche affronta in battaglia i Normanni -li paga !- e tanto meno frena l’invasione in Italia dei saraceni- nonostante gli appelli dei papi, coinvolti in lotte con le potenti famiglie romane – sorgono qua e là nell’impero candidati alla carica regia ed imperiale in un lungo periodo di anarchia. Allora, in Italia si afferma Berengàrio, duca e marchese del Friuli , imparentato coi carolingi, dopo lunghe lotte con Guido di Spoleto anche lui proclamatosi re e imperatore col figlio Lamberto. La stessa cosa avviene in Francia, dove Oddone di Angers si proclama re, a cui subentra poco dopo Ugo di Provenza, che rivendica anche il diritto carolingio di governare l’Italia, per cui viene chiamato dal papa Giovanni X (916-929) a Roma, dopo la promessa di cacciare i saraceni che investono le coste tirreniche Dopo lo sbarco a Pisa, il sovrano , venuto a Roma , sposa Marozia ma sorgono tafferugli a seguito di accordi tra popolo e aristocrazia locale dopo le notizie del concilio di unione fatto da da Nicola il mistico, patriarca di Costantinopoli ,reintegrato grazie all’intervento del papa romano, desideroso di una riconciliazione tra le due chiese, già dissidenti per il filioque e per la questione del quarto matrimonio dell’imperatore Leone VI. Ne deriva che sono cacciati da Roma Ugo e Marozia, il cui figlio, Alberico, è capo della coalizione antimperiale e che il sovrano cede i suoi diritti dinastici sull’Italia a Rodolfo di Borgogna, mentre in Germania si afferma la candidatura di Ottone, che viene a Roma dove è incoronato imperatore da Giovanni XII. Poco dopo il papa, considerato immorale e eretico, viene deposto e al suo posto viene eletto un antipapa per ordine imperiale. Marco, secondo noi, nasce in questo burrascoso periodo la falsificazione del Constitutum Constantini come testo compatibile per il sistema di scrittura con altre decretali dell’epoca e per il contenuto ideologico -cfr. Datazione del testo del Constitutum Constantini in www.angelofilipponi.com- anche se alcuni critici lo ritengono opera di scrittori precedenti e di differenti scriptoria. Comunque, una lettera di Paolo I (757-767), papa, successore diretto del fratello di Stefano II databile nel 757, uomo contrario e ai longobardi e ai bizantini, desideroso di un connubio coi franchi di Pipino il breve ripropone la formula desueta di un oltre un secolo di senatus populusque romanus, per una legittimazione popolare romana del proprio potere di fronte alle gentes barbariche germaniche, di tipo anicio. Il fatto poi che tale testo sia frammisto a decretali connesse con il Decretum Gratiani dà una qualche possibilità di assegnare la redazione testuale ad un monaco camaldolese, di origine bizantina, falsario, autore delle affermazioni di Costantino, che ha però buona conoscenza e della vita di Costantino e di quella di papa Silvestro, insomma di vite agiografiche, in cui si notifica ai patriarchi di Costantinopoli, di Gerusalemme, di Alessandria e di Antiochia la sovranità del pontefice romano come capo di tutti sacerdoti e chierici ed inoltre si proclama la stessa superiorità papale sull’impero orientale, avendo il possesso totale di quello occidentale.

*Professore, lei mi vuole dire che il testo del Constitutum, essendo stato incluso,- non si sa esattamente quando!- fra le glosse di altra epoca non è di facile databilità ?

Marco, io so solo che il testo è definito apocrifo da Niccolò Cusano nel 1433 e poi anche dal veronese Leonardo Teronda nel 1435-36 ed infine da Lorenzo Valla nel 1440. So che probabilmente non è di origine francese e parigina come affermano alcuni, anche se ci sono a Parigi manoscritti, trovati a S. Denis in cui si parla di donazioni della chiesa, sottoscritti dal cardinale Pietro Pierleoni – poi Anacleto II- legatus a latere di Callisto II insieme al Cardinale Gregorio di s. Angelo- poi Innocenzo II- negli anni 1120-1124 e di un lettera del papa che raccomanda il Pierleoni al re Luigi VI, in occasione del Sinodo tenuto a Beauvais, secondo il Chronicon Mauriniacense,- Ed. MIROT, Parigi 1908 .p.52-.

*Mi può spiegare meglio?.

Marco, Il Cusano -in De concordantia catholica, III, 2- afferma al Concilio di Basilea che , tra l’altro, -pur proponendo , da cardinale, una conciliazione per un’armonia tra Impero e Chiesa – la donazione non aveva mai avuto luogo e che il potere imperiale è altra cosa rispetto al potere papale – cfr. Chr. Bush Coleman, Constantine the Great and Christianity, New York 1914. Sappi poi che il Valla, anche se non conosce la polemica antipapale del Teronda – cfr F. Gaeta, Lorenzo Valla, filologia e storia nell’umanesimo italiano I.I.S.S Napoli 1955- autore abile a contestualizzare insieme a Mario Fois- il pensiero cristiano di Lorenzo Valla nel quadro storico culturale del suo ambiente, Libreria italiana Università gregoriana, 1969- vive nel clima antipapale dell’epoca consapevole della rivalità di Alfonso V di Aragona con papa Eugenio IV, cfr. Fr. Tateo, I centri culturali dell’umanesimo, LIL 10, 1980 pp. 157-160. Per ultimo ti aggiungo che il Constitutum è incluso come testo tra le annotazioni del XII secolo, di Palea, che faceva aggiunzioni interpolando il Decretum Gratiani.

*Professore, il testo, però, nel Medioevo è considerato dall’XI secolo fino alla metà circa del XV secolo autentico.

Certo. Da queste falsificazioni deriva il potere papale per secoli fino al 1929 quando Mussolini , trattando col cardinal Gasparri concede 44 ettari di suolo italiano, romano, al pontefice- a cui era stata tolta l’auctoritas di sovrano dopo Porta Pia- per svolgere la sua funzione religiosa spirituale, creando, di fatto, lo Stato Vaticano esistente ancora oggi, essendo stati fatti nuovi trattati con lo Stato italiano. Le millantate formulazioni del Constitutum sono state accettate come vere, come se dette davvero da Costantino nel 313 momento in cui li è solo imperatore della pars occidentale non di quella orientale che ha come augustus Licinio (250-325) da poco succeduto a Galerio, contrastato comunque da Massimino Daia, sconfitto nel 314 con l’aiuto del collega, divenuto suo cognato, residente a Nicomedia. Le attribuzioni e concessioni, fatte a Silvestro I e ai successori, sottendono che l’imperatore concede la sua parte occidentale – Roma, Italia e province, mentre mantiene per sé la pars orientale in mano al cognato , vinto solo nel settembre 324 alla battaglia di Crisopoli. Quindi, ogni altra concessione- quella del Palazzo Laterano, dell’uso della tiara delle vesti e di ogni insegna imperiali con l’estensione dei benefici agli stessi prelati quando ancora bisogna fondare Costantinopoli, sede citata con le altre sedi patriarcali, non è storia documentata da storici anche come il cristiano Eusebio di Cesarea, ma è leggenda come la frase conclusiva che cioè quanto decretato debba rimanere immutato fino alla fine del mondo con l’aggiunta che il documento debba essere posto sul corpo del beato Pietro in una basilica romana ancora da costruire. cfr. D. Maffei, la Donazione di Costantino e giuristi medievali. Giuffré, Milano 1964. Comunque il tutto deve essere considerato opera di un falsario, il cui racconto è in Iacopo di Varazze e nella pittura stessa medievale, oltre che nel diritto cfr. La falsa donazione di Costantino Introduzione note e traduzione di Olga Pugliese, BUR 1994.

*Professore, per me tutto è mistificazione con mito, basato sulla figura ideale di Costantino – grato per la guarigione a dalla lebbra o da altra malattia cutanea- e su quella di Silvestro I, più su quella di quest’ultimo che su quella del primo, di cui ci sono tracce in Roma stessa.

Marco , ci sono molte opere sulle falsificazioni medievali cfr P. di Leo, Ricerche sui falsi medievali EMR Reggio Calabria 1974 e Vita sancti Silvestri papae et confessoris edita in Bonino Mombrizio Sanctuarium sive vitae sanctorum,– Parigi 1910, ristampa Georg Olms Verlag, Hildsheim, New York 1978, vol. II ,pp.508-531. Risulta chiaro, perciò, che i due protagonisti del Constitutum sono visti come santi, eroi in un’ agiografia. Infatti come per Francesco di Assisi la pittura di Giotto illustra la sua vita, così altri pittori in precedenza avranno certamente fatto illustrazioni della vita di Silvestro per educare il popolo ignorante alla vita cristiana, con immagini di edificazione morale .Vengono mostrate in sequenze narrative le scene di Costantino che si ammala di lebbra, mentre vuole procedere ad un nuovo editto anticristiano, che interroga i sacerdoti pagani che gli suggeriscono di immergersi nel sangue di bambini e che rifiuta vedendo le madri piangere e disperarsi,. Seguono immagini dell’imperatore che sogna di vedere Pietro e Paolo – che gli promettono la guarigione a patto di richiamare papa Silvestro fuggito sul monte Soratte- della convocazione del papa e guarigione miracolosa del sovrano c, che si converte dopo che è ammaestrato dal pontefice sui misteri del cristianesimo e che è battezzato dopo che ha compreso il significato della nascita, morte e resurrezione del Cristo, seduto alla destra del Padre, in cielo. sono scene evocate dal testo stesso in cui c’è perfino l’esaltazione di Silvestro, che rifiuta il dono -accettato dai prelati – perché segue i dettami evangelici di povertà, essendo uomo spirituale, di vita esemplare, lontano da ogni forma di potere.

*Professore, lei non ci crederà , ma io ho visto direttamente quello che lei mi dice di S. Silvestro. Io sono curioso e lavorando a Roma , visitando il Celio, ho notato il complesso di Santi Quatto Coronati, un edificio medievale, fortificato, forse dell’XI-XII secolo, in cui c’è l’Aula gotica -dove ci sono 11 affreschi , una stanza rettangolare con una volta botte – ma . sono stato sorpreso dai dipinti dell’oratorio di S. Silvestro di scuola giottesca, ispirati alla donazione di Costantino che fanno bella mostra di sé e qualcuno l’ho fotografato. Perciò, essendo le decorazioni in stile bizantineggiante, collegate tematicamente agli Actus Silvestri – che sono documenti scritti del V secolo, a noi rimasti in lingua latina, greca e siriaca, trattanti del papa, che battezza Costantino e di una sua discussione con 12 rabbini- non è possibile congetturare che il falsario del IX secolo, abbia avuto un suggerimento per la storia della Donazione di Costantino a papa Silvestro?

Donazione di Costantino (Oratorio San Silvestro)

Marco, se si parla del tema della donazione costantiniana, gli Actus possono essere un antecedente come il Decretum gelasianum di Gelasio -di cui abbiamo già parlato- e come la lettera di Paolo I, oltre ad una iscrizione di un mosaico in S.Pietro in Vaticano di papa Leone I(440-461) ma se si opera su singole affermazioni del testo del Constitutum Constantini bisogna fare operazioni tecniche diverse per la datazione dell’opuscolo e tenere presente il suo uso già nel XI secolo, basilare nella lotta per le investiture tra papato e gli imperatori di Sassonia ,- Ottone II e III- e di Franconia – Enrico IV ed Enrico V,- oltre ad un lavoro lessicale e filologico. Professore, lei, quindi dice che il Constitutum Constantini non è autentico e perciò lo ritiene documento dimostrato falso,correttamente, da Lorenzo Valla in De falso credita et ementita Constantini donatione che cerca su basi filologiche e lessicali di smascherare il falsario monaco bizantino – forse di scuola romana, che ha scritto la donazione di Costantino, falsamente ritenuta vera per secoli fino al 1440, utilizzando materiale storico precedente e unito a leggende. Io approvo, avendo letto i suoi articoli critici prima sulla Renovatio imperii di Ottone III e di sua madre Teofano , sostenuta di Gelberto di Aurillac, e poi sul Dictatus papae di Gregorio VII. Marco, il mio lavoro di ricercatore, all’epoca della lettura dell’epistolario di Bernardo, mi portava a dubitare sulle azioni condotte da Papa Silvestro II prima e poi da papa Gregorio VII, che fanno una politica antibizantina, alla ricerca di un’autonomia religiosa occidentale prima e poi di una affermazione di quella occidentale cattolica universale, bisognosa di un supporto giuridico decretalista riassuntivo circa l’auctoritas e potestas papale romana rispetto alle dichiarazioni orientali, da secoli ben precisate, come si può rilevare nell’opera di Fozio cfr. www.angelofilipponi.com Filioque e il Concilio di Toledo, che ti riassumo… A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit). A Toledo invece Leandro ed Isidoro, creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit, traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco di una processione dello Spirito Santo dal Padre, eterno tramite il Figlio e non da Padre e Figlio coeterni …La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione, tra le varie controversie col papa della Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)… ti aggiungo che la questione dottrinale non si i era risolta, anzi aveva portato alla scomunica reciproca delle due parti dissidenti con Leone IX e Michele Cerulario…

*Si può dire, professore, che il falsario bizantino sia dell’epoca di Fozio?

Marco, il falsario potrebbe essere un bizantino, vivente a Roma, quando è patriarca a Costantinopoli Fozio, che condanna il sistema romana di aggiunzione al testo convenuto, conciliare, che utilizza un materiale preesistente come gli Actus Silvestri ed altri documenti, in modo da difendere giuridicamente il papato da accuse di abuso di auctoritas, a seguito dell’incoronazione di Carlo Magno e della costituzione illegittima del Sacro Romano Impero, essendoci il basileus costantinopolitano romano, detentore dell’ imperium universale. Per il clero orientale la figura di lebbroso di Costantino, che grato dona metà dell’impero a Silvestro è inesistente, essendo unico il potere imperiale che con Giustiniano, inoltre, ha compiuto l’impresa della Restitutio imperii, riunificando parti staccate dai barbari, specie l’Italia strappata ai goti con una lunga guerra (cfr. Procopio, La guerra gotica, a cura di Elio Bartolini, Tea 1994). Agli orientali è nota – gli archivi romani, teodosiani, sono a Costantinopoli!- la storia dell’esarcato di Ravenna e la fine stessa di Eutichio ad opera di Astolfo e la rapina delle terre imperiali del re longobardo e la sua sconfitta ad opera di Pipino il breve che , una volta padrone dell’esarcato, non lo restituisce al legittimo padrone bizantino, ma lo concede al papato romano che ha legittimato la sua regalità illegittima, annullando quella legittima dei Merovingi. La figura mitica di un Costantino lebbroso, grato al pontefice romano tanto da dividere l’unità dell’imperium, ignota in Oriente, dunque, è basilare per l’Occidente in cui, in epoca dantesca, poi, esiste una concezione di vita nuova, intesa come condivisione dei beni, opposta all’avarizia capetingia e papale avignonese? Marco, vuoi dire che il Constitutum Costantini, comunque, frammisto con le decretali papali, anche se è fonte di potere in quanto autorizza il papato romano ad una gestione territoriale come signore feudatario coi suoi vassalli, sottende un messaggio nuovo di povertà evangelica silvestrina che, unito alla pratica della tzedaqah ebraica consueta, come divisione netta patrimoniale tra ebrei, presenti in Francia- specie meridionale e in Provenza, oltre che nella curia papale, – che comporta un’altra divisione dei beni temporali e di una diversa elargizione di beneficia da parte della nobiltà terriera, che dimostra la propria generosità?

* Si. ho un dubbio, però. Chiedo se vita nuova non è solo forma letteraria stilnovistica, ma se può valere come concezione economica templare dei fedeli di amore e come generosità nobiliare straordinaria, distinta dalla vecchia idea di nobiltà di stirpe, dominante sulla plebe, minimamente partecipe dei beni della terra comuni, concessi da Dio?

Marco, nel momento delle lotte per le investiture contro la casa di Franconia prima e poi nello scontro della Chiesa con gli Svevi ed infine nel periodo dell’affermazione della lupa capetingia sembra sorgere una nuova vita, una trasformazione economica di cui Dante avverte solo l’aspetto letterario che, comunque, sottende un’ altra concezione sociale sostanziale, segno di una trasformazione economica e finanziaria, già in atto in Europa, grazie alla riscossione delle tasse, affidata dal papato ai lombardi –agli italici, specie toscani- della cui ascesa mercantile Giovanni Boccaccio è testimone in Decamerone,- Ser Ciappelletto, Lisabetta da Messina , Andreuccio da Perugia- .

*Professore, quindi, Dante che ha sentore della falsità del documento ma non ha prove, pur conoscendo le applicazioni papali avignonesi, con la sua opera, ed anche con Monarchia si mantiene in un equilibrio pericoloso essendo fedele di amore e spirituale desideroso di riforme morali e religiose, speranzoso in un’autorità imperiale ormai non più interessata all’Italia, dato lo spostamento della stessa sede romana: il suo pensiero risulta anacronistico e la sua invettiva verso il papato e la monarchia francese è una voce comune all’epoca di molti che lamentano la fine dei due luminaria e l’ascesa delle genti nove, un normale fenomeno chiaro in ogni parte di Europa

Marco, ora, sono sorte la monarchie spagnole cristiane antisaracene, quella francese col papato avignonese in opposizione a quella inglese anche perché il sacro romano impero germanico ottoniano ,col consolidamento della famiglia di Asburgo che ha abbandonato l’ Italia senza papato e dominata nel meridione dagli angioini in lotta con gli aragonesi, si è ritagliato totalmente una sua auctoritas in Germania, mentre l’Oriente bizantino ripresosi dopo la fine del Regno latino seppure diviso in Despotati, con Michele VIII Paleologo e poi con Andronico II, suo figlio, che inizia una lotta con i turchi , favorito dalla Chiesa romana e dalle repubbliche italiche e dalla armata catalana degli Almogavazi di Ruggero di Flor e che infine torna nel seno della Chiesa greco-bizantina , visto l’interessato ed avido intervento occidentale …

*Quindi, il sarcasmo e l’ invettiva dantesca del Purgatorio su Ugo Capeto, beccaio, sulla sua stirpe sono solo testimonianze di un poeta, di una certa nobiltà, che ha preso coscienza di una società degenerata sociale commerciale, essendo nostalgico dei vecchi tempi feudali con i soli del papato e dell’impero, gli unici a governare la communitas christiana.

Marco, nell’episodio dell’incontro con Ugo Capeto, Dante mostra il suo pensiero di nobilotto cristiano, indignato e deluso, che rileva l’avidità della lupa, simbolo di ogni male terreno, già anticipata dalla figura di Adriano V ,- Ottobono Fieschi, genovese, conte di Lavagna , filoangioino, nonostante i legami con la chiesa di Inghilterra- il cui breve pontificato di pochi mesi nel 1276 – uomo smanioso di salire in alto, emblema di avarizia e di ambizione per Tommaso di Aquino – Summa theologiae II,ii,118: avaritia est non solum pecuniae sed etiam scientiae et altitudinis cum supra modo sublimitas ambitur/avidità è non solo di denaro, ma anche di conoscenza e di ambizione quando si aspira ad una grado elevato con desiderio eccessivo.

Dante, in Purgatorio XX 43-124 , nel mostrare Ugo Capeto, il capostipite dei capetingi tra gli avari e prodighi io fui radice de la mal pianta/che la terra cristiana tutta aduggia -danneggia si che buon frutto rado se ne schianta-si coglie-) enumera i delitti dei suoi nati a causa della loro avidità di potenza e ricchezza. Il poeta celia sulla nobiltà di Ugo definito secondo la leggenda figlio di un beccaio/macellaio, anche se sa che non lui ma il padre, che era un vassallo dell’imperatore, era di umili origini che, per il valore in guerra era riuscito a sposare l’ultima figlia dell’ultimo re di stirpe carolingia, notizia riportata anche da Giovanni Villani -Cronica, IV,4 -.

Il fondatore della casa rivela che la grandezza della sua stirpe deriva dalla gran dote provenzale: Dante allude al matrimonio contratto da Carlo I d’Angiò- figlio di Luigi VIII il leone fratello di Luigi IX- con Beatrice Berlinghieri, figlia di Raimondo IV di Provenza, che fa potente la stirpe capetingia, ma la rende rea di mali proprio per l’arroganza derivata dalla maggiore dignità del regno. Ugo aggiunge : lì cominciò con forza con menzogna / la sua rapina e poscia per ammenda / Ponti e Normandia prese e Guascogna/ Carlo venne in Italia e per ammenda vittima fe’ di Corrardino,, e poi / ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

*Professore, il poeta ripete tre volte per ammenda dando un significato particolare al termine per indicare la penitenza ,che fa Carlo in quanto come capetingio procede per violenza e per astuzia, segni di popolanità non di nobiltà?

Marco, secondo la narrazione dantesca fatta da Ugo i capetingi per espiare la colpa di aver costretto Beatrice Berlinghieri al matrimonio, commettono peccati ancora più gravi, aumentado la colpevolezza : da qui le tre colpe secondo il capostipite: la prima è quella di Filippo il bello che sottrasse la Contea di Ponthieu in Piccardia e la Guascogna al re di Inghilterra ,Edoardo I, nel 1294 quando già la Normandia era stata annessa alla Francia da suo nonno Filippo II Augusto, che l’aveva tolta a Giovanni Senzaterra; la seconda è opera di Carlo I di Angiò – che, sceso in Italia nel 1265, su esortazione del papa , che lo aveva investito del Regno meridionale svevo, vinse a Benevento Manfredi nel 1266 e fece poi decapitare a Napoli Corradino, erede legittimo del titolo imperiale, dopo averlo sconfitto a Tagliacozzo nel 1268-, come anche la terza , in quanto fece avvelenare- è una diceria! S. Tommaso spedito al cielo nel 1274 a Fossanova mentre era in viaggio per il Concilio di Lione.

*Poi, professore, Ugo Capeto da sarcastico accusatore si fa veggente secondo Dante?

Dante procede secondo la formula della visione, dando una funzione profetica al capetingio, che vede il futuro, servendosi della preterizione ripetendo 6 volte veggio per indicare nei versi 70-93 . Infatti inizia con la visione di Carlo di Valois figlio di Filippo III l’ardito e fratello di Filippo IV che esce da Firenze … solo con la lancia / con la qual giostrò Giuda e quella ponta/ si che a Fiorenza fa scoppiare la pancia, cioè mostra come vien fatto trionfare il male, favorendo i neri sui bianchi innescando una guerra civile. C’ è condanna per l‘ altro Carlo, che da tanto male seminato non avrà ricompensa né come guerriero né come traditore, mentre l’altro, che già uscì preso di nave,-allusione a Carlo II preso prigioniero dagli aragonesi nella battaglia di Napoli del giugno del 1284, poi liberato dopo 4 anni dall’ammiraglio Ruggiero di Lauria- è visto vendere sua figlia Beatrice ad Azzo VIII d’Este, come un corsaro, e da mercante, patteggiare da avido, che non ha a cuore neanche la propria carne! .la terza visione ha centrale la figura di Filippo il bello, che tocca il fondo dell’ avarizia perché fa azione indegna contro il Vicario di Cristo in terra, visto in quattro sequenze, dopo una premessa di Ugo sul futuro e passato a lui compresenti in Dio: 1 .veggio in Alagna- Anagni- entrar lo fiordaliso fleur de lis, il giglio d’oro – e la cattura del Papa, 2. veggiolo – il Cristo– un’altra volta essere deriso – 3. veggiolo rinnovellare l’aceto e ‘l fiele / e tra vivi ladroni essere anciso; 4. veggio il nuovo Pilato si crudele/ che ciò nol sazia, ma sanza decreto / portare nel Tempio l cupide vele.

*Professore, Dante, che ha un grande senso di giustizia, non solo vede Filippo il bello come nuovo Pilato ma come corsaro che corre su navi per rubare l denaro accumulato dai Templari, dopo aver fatto torturare Jacques de Molay contro il decreto di Bonifacio VIII, poi abolito da Clemente V, che rompe gli equilibri definitivamente tra Oriente ed Occidente, dopo che la sede romana si è trasferita ad Avignone! Per questo come Ugo anela a vedere la divina punizione?.

Marco, Dante si sente un giusto, che paga senza colpe, con l’esilio, ben sapendo di essere uno spirituale e fedele di amore che crede nella realizzazione di uno stato felicità terrena, grazie all’impero e alla sua giustizia, anche se congiunto con la funzione papale di felicità ultraterrena , perciò , qui, con Ugo Capeto , e in Monarchia sembra desideroso di vedere compiersi la giustizia divina come apparirà in seguito nel Canto dei giusti in Paradiso. Infatti Ugo non solo condanna la sua stirpe, ma brama di vederla punita, come iustus, sottendendo il Salmo 57 (laetabitur iustus cum viderit vindictam ) e mostrando esempi biblici e non biblici di avarizia punita (Pigmalieone e Sicheo, il folle Acan, trasgressore dell’ordine di Giosuè di non far bottino in Gerico, Anania e Saffira, Polinestore , uccisore di Polidoro, figlio di Priamo). La preghiera di Ugo è, comunque, un’ interrogativa retorica, che chiude la lunga requisitoria sui quattro capetingi col castigo secondo l’oikonomia divina di una giustizia che colpisce Filippo il bello con la morte nel 1314 e consegna la Francia ad un nuovo regime regio: signor mio, quando sarò io lieto/ a vedere la vendetta, che nascosa/fa dolce l’ira tua nel tuo segreto? ibidem 94-95.

*Professore, il messaggio, però, è unico perché è quello della iustitia divina che, avendo  stabilito ab aeterno il cammino degli individui e delle stirpi gli atti individuali e quelli gentilizi in quanto Dio, che ha compresenti tutti i componenti della gens dal primo all’ultimo e le storie di ogni gens, vede tutto (uomini e fatti  umani)  e ha una provvidenza storica  al di là della precarietà temporale: Anchise ed Enea, Ascanio, Iulo, Alba  Longa, Romolo e gli altri re, i Fabi, i Deci, Cesare ed Augusto, Costantino e i longobardi (il dente longobardo) Carlo magno, i catetingi, gli ottoni, la casata di Franconia e quella degli Svevi –avendo avuto funzione e missione- risultano  storie-tasselli di un’unica storia-mosaico dell’affresco cristiano imperiale romano! Dunque, in questa ottica provvidenziale, si può datare Monarchia come opera contemporanea al racconto di Ugo Capeto e coi canti centrali del Paradiso XIV.XV.XVI. XVII- compreso il XVIII del cielo di Giove (esaltazione della giustizia e dell’aquila)-? c’è una linea politica che congiunge le tre cantiche tale da poter anche indicare le date di scrittura di ognuna?

Marco, non posso dirlo; comunque, sembra possibile rilevare un filo storico-politico che unisce i sesti canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso con le figure del fiorentino Farinata degli Uberti, del mantovano Sordello e dell’imperatore Giustiniano, riformatore del corpus iuris che, congiunto con una linea dei Canti centrali di ogni Cantica chiarisce la situazione fiorentina nell’Inferno, quella italica tramite Guido dl Duca e Marco Lombardo nel Purgatorio, e quella imperiale del Paradiso con Cacciaguida e Ugo Capeto. Si potrebbe pensare ad una possibilità di ideazione generale dantesca, unitaria, che renderebbe possibile perfino una relativa datazione!. Un lavoro comunque, senza prove, basato solo sulla iustitia, collegato alla datazione più facile di Monarchia, legata alla vicenda della venuta in Italia, alla incoronazione a Roma e alla morte dell’imperatore Arrigo VII e alla successiva fine nel 1314 di Filippo il Bello e alla battaglia di Montecatini.

*Professore, dunque, per Dante vir civilis,  Dio è unico, l’uomo è unico ed unico deve essere sulla terra, secondo l’ordine stesso celeste, l’imperatore incontrastato da mortale, di logica umana? Per il nostro sommo poeta così deve essere il kosmos, pronto ad essere Civitas dei, predestinato ad aeterno alla congiunzione con Dio?

Marco, così scrive Dante (Monarchia I,8, 4-5): fu scritto. Ascolta, Israel, unico è il signore tuo Dio/audi, Israel, Dominus tuus unus est! tunc genus humanum maxime est unum, quando tutum unitur in uno: quod esse non potest nisi quando uni principi totaliter subiacet, ut de se patet/ allora il genere umano è uno quando tutto si riduce ed esclusivamente ad unità: cosa che non può essere se  non quando sia totalmente soggetta ad un principe, come è chiaro di per se stesso. Ergo humanum genus uni principi subiacens maxime deo assimilatur et per conseguens maxime est secundum divinam intentionem/in conclusione, il genere umano quando soggiace al dominio di un solo principe somiglia nel più lato grado a Dio e di conseguenza realizza al massimo grado il piano divino. Per Dante questa è veritas: appaiare la luce della ragione umana con quella del raggio della divina autorità, mettere insieme terra e cielo che, all’unisono conclamano Dio, che ha dato potere a Roma e ad Augusto e di conseguenza alla sede romana di PIETRO, Vicario di CRISTO, e dei suoi successori!

*Professore, se la chiesa  non è romana, non è corpus Christi spirituale, se la sua storia è panourgia/astuto raggiro, che cosa è stata e cosa è per noi cristiani, non creati ad immagine di Dio?!

Marco, vuoi forse dire che funzione ha nel 2022  per un uomo mortale, naturalis?

*E… il messaggio, divino, tra i tumulti popolari trecenteschi, di Monarchia di D(ur)ante, – bellator, clericus aristotelico averrroista, guelfo bianco esiliato da una Firenze mercantile,  come civis  spetialis antibonifaciano, fedele d’amore, spiritualis romanus  nostalgico dell’imperium, mai  uscito dalla  nera selva, sovrastato dalla lupa  avignonese, che, senza Pietro e Paolo, ha auctoritas e potestas nel nome dei capetengi e degli angioini – qual è?

Cosa ti può rispondere il tuo vecchio professore, stanco, avvilito, solo,  in un’Italia senza ruolo in Europa – stritolata tra la politica occidentale democratica  americana e la tirannide russo-cinese, dopo la fine  del mandato di Mario Draghi, silurato dalla Destra venduta a Putin  col favore di un invidioso Conte pentastellato, rancoroso e vendicativo se non un insulso No comment?

 

 

Chi legge Filone alessandrino è un’eccellenza

a Gaetano Tufano

Chi legge Filone, pitagorico stoico medioplatonico, non può non essere un’eccellenza – come Paolo, Origene, i cappadoci (Basilio e Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo), Agostino, che dopo lettura attenta ed interpretazione simbolica, hanno creato il cristianesimo su una base monoteista secondo la cultura egizia atoniana e quella mosaica, sacerdotale, sadducea – simile a lui, che, comunque, rifiuta la tradizione giudaico-aramaica e forse anche quella greco-romana e sadducea.

Professore, si può dire che Filone è fondamentale per ogni forma di monoteismo, essendo il theologos per antonomasia?

Certo. Lo puoi dire. Anche l’islamismo, sunnita e sciita e il sufismo, hanno connessioni col cristianesimo e quindi con Filone…

Professore, perché l’ebraismo non ha scoperto, rivendicato, propagandato Filone, fondatore storico vero del monoteismo ebraico, cristiano e musulmano?

Marco, i motivi sono tanti… non ultimo quello economico-finanziario, basilare per l’ebraismo ellenistico giulio-claudio, oltre alla scelta cristiana spirituale, in senso antiscientifico ed antipagano, vittoriosa con Costantino e poi, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cattolici, con Teodosio, che trionfa su Magno Massimo a Petovio e poi su Eugenio al Frigido…

Lei quindi stima ogni studioso di Filone, anche gli italiani, gli spagnoli, i tedeschi, gli inglesi e i francesi e perfino… gli americani?

Ognuno di loro ha qualcosa di divino rispetto ad ogni altro letterato o storico! Personalmente prediligo fra tutti Jean Daniélou… la cui lezione è quella stessa di Filone di De Abrahami vita: chi tende alla spiritualità deve tenersi lontano da ogni altra forma in quanto aspira ad essere più che ad apparire –ibidem, 1, consapevole di essere re sulla terra, perché, teso all’adrepebolon e alla teleioosis, non è schiavo del corpo e delle passioni umane in quanto si è allontanato dalla terra, dalla parentela e dalla casa del padre (Genesi,12,1)…

Ogni lettore di Filone ha, comunque, capito che l’uomo è methorios in quanto educato secondo la cultura ellenistica e secondo la tradizione ebraica aramaica, secondo paideia e secondo musar, come uomo di frontiera, sempre migrante, straniero, dovunque, capace di adeguarsi e di adattarsi continuamente e di cercare equilibri con ogni altro, simile a lui, eguale in tutto, in qualsiasi ambiente venga a trovarsi, anche se conformato al guadagno, alla rapina, alla lite, alla guerra, mai pacifico.

L’insegnamento di Filone in De Abrahami vita è, quindi, un monito eterno con l’invito al gnothi seauton anche secondo la precettistica mosaica proseche seauto/veglia su te stesso, in modo da stabilire a chi si deve obbedire e distinguere da chi è bene essere comandati al fine della felicità in un carpe diem nuovo, spirituale: eudaimonos metapoihshi biou/afferra una vita felice cambiata.

Ogni suo attento lettore ha capito, dunque, che non si può essere né ebreo né pagano e neanche cristiano-islamico, ma bisogna cercare un’altra via, un sistema nuovo che riporti l’uomo all’uomo, in un ritorno alla natura!

La vita ascetica del Terapeuta della Mareotide ha valore simbolico, allora: essere vecchio-neepios/bambino di uno che ama Dio ed amato da Dio secondo natura, dopo un’esperienza di lavoro e di lotte per i beni, risulta un messaggio di cambiamento umano e terreno per chi, ritirato in una libertà naturale, in una semplicità primigenia in modo delirante e spontaneo, considera negativamente la fase adulta attiva dell’uomo ed accetta l’infanzia e la vecchiaia come reali possibilità di vita felice!

 

Varrone (116-27 a. C.) e la theologia

Per Varrone Dio è anima motu ac ratione gubernans, cioè kosmos greco, in quanto anima che governa il mondo con il movimento e con la ragione e perciò mundus ipse est deus

Varrone, quindi, professore, considera sostanzialmente theos/deus non oggetto di religio, ma entità che riceve culto.

Marco, l’erudito reatino è cosciente che verità e religione, conoscenza razionale ed ordine cultuale sono su due piani del tutto differenti perché il mondo della religione, della pietas religiosa non appartiene alla res ma è quello dei costumi mores.

Professore, mi vuole dire che non sono gli dei /theoi che hanno costruito lo stato, ma lo stato ha istituito gli dei, venerati per suo ordine e per la buona condotta dei cives e che, quindi, la religione è un fenomeno politico.

Certo, Marco, ma aspetta a parlare ed ascolta ancora, non essere frettoloso.

Varrone in Antiquitates rerum humanarum et divinarum (41 libri, non tramandati, ma letti sinteticamente da Agostino De civitate dei, VI,5) distingue tre theologie, dopo aver definito la theologia ratio quae de deis explicatur in quanto scienza che comprende e spiega il divino: theologia mytica, theologia civilis, theologia naturalis.

Mi dica di quella mythica ! per Varrone essa è quella dei poeti, che sono i veri teologi pagani, che, componendo poesie, celebrano e cantano le loro lodi, inventando ognuno qualcosa di quello che ogni individuo pensa su un essere superiore, estraneo al mondo.

E quella civilis ? è una costruzione ideale di quelli che sono il popolo, elementi ignoranti che, analfabeti ed agricoltori , hanno una propria concezione irrazionale del theos ed hanno un disprezzo dei ciarlatori non lavoratori, filosofi, mentre acclamano i poeti, sognatori, che hanno un linguaggio figurato.

Scommetto, professore, che quella naturalis sia quella naturalis/ fisica costituita dai filosofi che indagano sulla res, sulla realtà etimologica come verità, essendo alla ricerca di sostanze reali, che sono globalmente la phusis /natura. E’ dunque una ricerca linguistica popolare e teatrale, filosofica

Lei torna ai tempi in cui scriveva Compendium theologicae veritatis e De autore operis censura e lavorava sulla ekporeusis /processio dello pneuma e sulla vergine madre/theotokos deipara e su S. Bernardo, epoca in cui era avvilito, debole e si sentiva spiato, quando leggeva di Joannes de Combis, che inneggiava alla veritatis theologicae sublimitas, anche se mostrava la natura, i suoi compiti e le funzioni proprie della filosofia, secondo una lettura ciceroniana e varroniana, secondo gli schemi agostiniani sulla concezione dell’uomo e della creazione del mondo e mi parlava anche di Dante e lo valutava coma clericus ignorante, un tapino non invitato alla mensa dei dotti- un tipo come lei, mai invitato ai meeting accademici dei cristiani, uno che raccoglie le briciole di banchettanti , desideroso di far partecipare, da illuso, come lei, chi è profano, uno che è davanti al tempio rispetto a quelli che sono fanatici di essere uomini che sono dentro il tempio!.

Marco, al di là della mia vicenda di studioso isolato e senza titoli, sconfitto e copiato, sappi che la lingua è veicolo di teologia e il teatro greco-latino è la sede in cui si crea la mens popolare, che ha la religio superstizione, secondo Platone ed Aristotele, Epicuro, Zenone.

Varrone in De lingua latina V,11 rileva che intende mostrare i termini relativi al concetto di spazio e a tutto ciò che racchiuso in esso, ma anche quello di tempo, connesso ai fatti che si svolgono e, alla fine, chiude con le due categorie spazio-temporali, con specifico riguardo al linguaggio poetico.

Professore, Varrone tratta di termine-codice e di referente come contesto spazio-temporale e situazionale per la tecnica individuazione di res e per dare significato al significante convenzionale astratto e quindi concretizza lo stesso theos come entità fissa, arborea, comunque, con connotazioni astratte celesti, ultraterrene in relazione alla realtà fisica? E’ così?

Non mi sembra.

Comunque Varrone e, con lui, Cicerone dipendono anche da Pitagora circa i principi fondamentali della realtà, che sono binari finito/ infinito, buono/ cattivo, vita/ morte, giorno /notte, oltre alle due cognizioni essenziali di stato/ movimento. Infatti Il reatino, da pompeiano, concreto, rispetto agli alessandrini cesariani, astratti e divini, precisa i termini, prima, di corpus – quello che è dotato della capacità di star fermo e di muoversi-, poi, locus -dove avviene il movimento -ed infine, tempus – quando avviene l’ azione, come forma essenziale del movimento-. aggiungendo come spiegazione che il corpo è corridore, il luogo è lo stadio in cui si corre, il tempo il periodo in cui si corre e l’azione è la corsa.

La sua conclusione, Marco, è che tutti i fatti si svolgono secondo questo procedimento quadruplice : si presentano sempre in questa forma in quanto non si ha tempo senza movimento -il tempo segna le tappe di sviluppo- né movimento senza spazio e senza corpo, essendo questo ciò che si muove e quello il luogo dove si muove, convinto che neppure esiste movimento senza spazio e senza corpo.

Dunque, professore, esiste nella ideologia pagana la theologia naturalis non le altre theologie, che sono muthos e politica? non ci può essere dunque, neppure una theologia stoica posidoniana, che è quella stessa varroniana, poi agostiniana ed infine tridentina.

Prima di parlare in modo tanto asseverativo conviene intendere se la definizione di religio mytica, che differisce da quella civilis, che ha nel teatro il luogo oltre che nell’urbs, pur nelle ricerca del numero degli dei, nella coscienza naturalis della divinitas animante il mondo, anche se sussiste il problema della sua natura ignea, numerica o atomistica

Quindi, professore, già il paganesimo aveva fatto una demitologizzazione come razionalizzazione di un processo ridotto a stato fisico, grazie alle scienze naturali, in una separazione di culto e conoscenza, in quanto il culto, necessario per la politica, non è, comunque, oggetto di conoscenza, che distrugge la forma religiosa,

Certo, Marco, questo è il pensiero reale di Varrone reatino, di Taruzio fermano e di Cicerone e di altri pompeiani, compreso Bruto: la theologia naturalis pur tendendo alla conoscenza degli dei che non esistono, si distingue dalle altre due teologie che trattano di divina instituta hominum in una separazione di campi, in quanto quella mytica popolare e civilis politica non hanno niente di religioso se non la superstizione/religio mentre quella naturalis avrebbe una divinitas, la natura, ma non si può avere reale comunicazione con un dio fuoco o numero o atomo anche se si può trovare, comunque, la sua giustificazione nella politica in quanto stato e popolo hanno bisogno della religio, che però non può arrogarsi il diritto, col culto, di misurare secondo verità e secondo giustizia, l’attività concreta dell’uomo.

Professore la cultura pagana sostanzialmente non ha né pregiudizi divini, né pretese, ma solo una religiosità naturale più epicurea che platonico-stoica?

Marco, in epoca romano imperiale, comincia a predominare anche in Occidente la concezione divina del potere con l‘ektheosis del sovrano già, comunque, presente da secoli in Oriente in senso assiro-babilonese persiano, arsacide e poi macedone, secondo un preciso schema di basileia, che si precisa alla fine del regno dei flavi e si attua sotto gli antonini: il neoplatonismo interrompe la linea pompeiana varroniana ciceroniana pagana, sulla base unitaria della vittoria cesariana ed ottavianea giulio-claudia e crea in un primo tempo una struttura nuova civile religiosa, in cui il cristianesimo primitivo, grazie all’allegoresi di Filone alessandrino, ben si inserisce, specie nel periodo della peste (165-190) anche se si oppone all’idea del princeps Dio; in un secondo tempo, superato il periodo di anarchia militare con gli imperatori illirici, vincendo Costantino e ricomponendo l’unità imperiale dopo la tetrarchia dioclezianea, viene legittimata l’ auctoritas con potestas, del nikeths / il vincitore, inviato da Sebaoth dio degli eserciti, capace di dare unità religiosa e pace, al kosmos romano, infine, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cristiani.

Professore, ma è Teodosio da una parte ed Agostino da un’altra a costituire le strutture portanti del cristianesimo in una confusa mistione theologica, che poi storicamente si suddivide in due forme culturali una latina accidentale teocratica ed una orientale bizantina cesaropapista?.

Certo. E’ Teodosio che sfrutta la vittoria militare, concessa dal theos a Roma e al suo autokrator sull’usurpatore Eugenio così da legittimare il suo ruolo di supremo signore degli uomini e come regolatore del mondo, inglobando la spiritualità nella corporeità statale secondo l’ispirazione celeste di Ambrogio, che annulla definitivamente la theologia varroniana anche restaurata da Giuliano l’apostata, santificando il mito cristiano di unione mistica dell’uomo con Dio, della terra col cielo, a seguito della sconfitta di Valente ad opera di goti, riunendo l’impero e sancisce la vittoria cristiana dando potere immenso al clero, che cristianizza con la forza ogni segno pagano per poi suddividere in due partes la romanitas.

Quindi, professore, è il neoplatonismo che legge il cristianesimo come theologia naturalis interpretando a suo modo Varrone in nome di una razionalità filosofica, mettendo insieme cielo e terra, connotando i filosofi di spiritualità! Agostino, neoplatonico, avvalorando la Lettera ai romani, paolina , convinto dell’Esistenza di una religione vera perché ormai il Dio rivelato, vincitore, verbo incarnato, venuto sulla terra per redimere l’uomo dal peccato originale, morto sulla croce, divenuto segno vivente di Roma ha dato nuovo vigore all’imperatore- il tredicesimo apostolo per Eusebio- , alla sua sovranità imperiale romana cristiana, catholica/universale. Dunque, per lei, laico, ebraismo, cristianesimo e islamismo, come ogni altra religio, sono forme di fanatismo religioso di una casta clericale, in quanto è fanatico, chi è dentro al tempio/fanum e vive bene grazie al dogmatismo conciliare, rispetto al profano che è davanti al tempio, ossequioso e servile, e che guarda da fuori lo spectaculum, seguendo le cerimonie, ammirato e stupito dalla sontuosità sacrale ed è preso nel mysterion.

invito a leggere attentamente le sintesi di due mie revisioni, una paradigmatica di storia romana imperiale ed una di storia del cristIANEsimo

INCITATO, IL CAVALLO DI CALIGOLA

  1. Lei, professore, in Caligola il sublime, ha parlato brevemente dell’amore di Caligola per il circo e per le corse, e ha mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi – cfr. Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi parla in modo diffuso di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che possa leggere esattamente e comprendere finalmente nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti riferisci all’enunciato di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio, con l’aiuto dei soldati, affinché il suo cavallo Incitato non fosse disturbato, il giorno prima della corsa, ed inoltre, avendogli fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente, però, ti interessa la frase, conclusiva, celebre dello scrittore: consulatum quoque traditur destinasse, la cui traduzione è questa: si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico e beffardo del giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare – massima aspirazione per un civis – al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale, esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/adorazione da tutti – popolo, esercito, senatori – imposta perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme, minacciando che, in caso di ribellione, li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.) esiste un solo pastore, un imperator autokratoor, una lex, un nomos empsuchos/legge vivente, un essere divino, che ha di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi/eguali, essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale, tra la massa di clientes, riverente davanti al patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths kurios – circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei, è solo una chiacchiera popolare circolante in un clima di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati all’uccisione del sovrano.

D’altra parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot o trottatori come Varenne – che, finito il periodo delle corse, come stallone veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro! – Certamente non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione, avendo visto scuderie di grande valore, maestose, e conosciuto la cura e la dieta straordinaria per gli animali, accuditi da tanti inservienti!

Da questo lato, neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro, 6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1 – ed Arriano-Anabasi di Alessandro, V, 14,4; 19,4; 29,5 – mi sorprendo affatto conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto a tredici anni dal padre Filippo, in regalo, comprato alla cifra di 13 talenti: è un’esagerazione pagare un animale circa 390.000 euro, per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo, per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro! – Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5! –

Perciò, si può dire che non si trova niente di speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare salire il re e che, pur ferito, non tollerava che un altro portasse in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui – avrebbe sterminato tutti i componenti di una tribù barbarica di Uxii, che aveva catturato il suo cavallo, se non glielo avessero immediatamente restituito! In onore di lui, morto, fondò città, chiamate col suo nome!

Perché, allora, si sono sprecate le accuse per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente – non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana – le dinastie che si sono succedute, dopo quella giulio-claudia, la cui nomenclatura, divina, è stata utilizzata da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine da Caracalla ed usurpata dalla Santa Romana Chiesa Cattolica!-

Ogni critico, prima di valutare, dovrebbe porsi il problema di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40 d.C. come ektheosis, durante la vita, distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!

Essi dovrebbero esaminare, con cautela, il tentativo denigratorio, maligno, delle casate successive, fatto col favore di letterati, prezzolati, compiacenti, al fine di una propria legittimazione al potere e di un proprio ruolo, dopo quello di una sovranità divina della precedente dinastia.

Il fallimento di una politica di imitazione risulta deleterio e per gli intellettuali e le nuove domus imperiali, inadeguati come mezzi per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano ha avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini provinciali ispanici, poi, ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che il soterismo di Vespasiano viene esaltato dopo il fatale 69 e che il principato dell’ottimo vale in relazione al dispotismo sovrano di Domiziano e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo il funesto 193 d.C., a seguito della morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di una peste iniziata nel 165, capace di mietere 20.000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII, 1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di deporre la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius – che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento politico personalistico e per scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27 a.C., presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica dalla tirannide di Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni, ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia, per la dinastia dei Severi, Caligola resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio, ma ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare Germanico Caligola doveva essere exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco, è rimasto bollato come pazzo/insanus prima dai contemporanei ostili al suo governo cioè Seneca e Filone alessandrino, poi da Svetonio (69 d. C.-122/125) un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote giudaico, traditore del suo popolo e falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano equivoci nella loro retorica frontoniana come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque, di preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo, perciò, che Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) – un militare di Nicea di Bitinia, che fa una straordinaria carriera, in quanto diventa senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo – accettando il mito di Augusto imperator, inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale degli altri imperatori della domus giulio-claudia, che restano etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario, Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce vita, azioni, pensiero e morte di Caligola e ne rileva la novità istituzionale, pur seguendo il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione, nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37, e sull’acclamazione popolare del Neos sebastos, giovane Augusto, e sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente pazza, di una creatura che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino, tessuta magnificamente per l’assimilazione del sovrano con Zeus, progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe, semidio e theos!.

In questo generale clima di derisione di Caligola capra, pur celebrato nuovo Augusto -Alessandro, lo stesso trionfo sui Germani, voluto e programmato lontano da Roma sul ponte costruito tra Pozzuoli e Bacoli, non induce Dione ad uno studio della figura complessa del giovane imperatore e a cambiare giudizio sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che cavalca Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse, una pagliacciata teatrale che finisce con l’ordine di distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile; solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus, poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui e per i suoi contemporanei Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di regnare a Roma e di imporre ai romani un regime dopo la sceneggiata di comando di Ottaviano, attore, e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse a mostrare come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto – un vero compromesso -, non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio, che ha intenzione di reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei maestri di tirannia – i turannodidaskaloi Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose, mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge il plauso popolare, l’amore dei militari, la devozione clientelare di patres e di equites ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano, pregano per la sua salute quando cade malato e che inneggia follemente nelle piazze per settimane per il suo ristabilimento fisico, perché garante di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere Caligola, per il negativo giudizio ebraico di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono quasi un biennio magico di benessere per l’impero e di eccezionale fortuna, anche se deridono poi l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras, avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto Augusto, un vir fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato, congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire che Caligola, perenne giovane e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere l’unico pastore del gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di Tiberio che, ritiratosi a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva ripreso il potere diretto, ma lo concedeva a Macrone, altro pretoriano, anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo e Tiberio Gemello, figlio naturale!

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di una nuova era saturnia e quindi regna serenamente, si esercita nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia grave, ristabilitosi, inizia il suo regno assoluto, rifiutando i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente temendo una possibile scissione nell’impero.

Ti ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della mente di Caligola, anche senza trattare la vera pars costruttiva innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola è padrone degli Horti sallustiani, che sono suo privato campo di allenamento per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono alla zona – forse un po’ più ampia – dell’attuale Stato del Vaticano. Caligola si esercitava andando a cavallo con Incitato o per allenarsi alle gare di quadrighe, dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore faceva girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi cortigiani, di senatori ed equites che lo applaudivano per la sua abilità.

Marco, dove lo hai letto? non si sa esattamente se to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo, fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco – fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto e Cassio Cherea, anche il suo auriga Eutiche /fortunato e Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti!

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo che, comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a Caligola astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante – e lo confessava ad Antonia, sua cognata e nonna di Caligola – ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue impazienti e fortemente desiderosi che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe. L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi liberato, a seguito della morte di Tiberio.

Per fortuna la responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella stalla di Incitato a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi è proposto imperatore da Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque professore, per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è ricalcata su quella di Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te leggere il testo di Dione -St. Rom: CLIX, 14,7.: Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai epi deipnon ekalei , khrousas te autoooi kritas pareballe,, kai oinon en khrousois ekpoomasi proupine, the te soothrìan autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos an kai tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!) L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute e per il destino, è un augurio/omen consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola principe, ormai noto come pazzo, per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare come prototipo di una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

GESÙ CHRISTOS

2. La mia ricerca di quasi 50 anni potrà avere qualche valore se ci saranno persone desiderose di studiarmi e di fare un lavoro serio,- dividendolo in tante parti, vista la mia poliedrica cultura – sulle mie traduzioni, specie su quelle greche e sulla mia ricostruzione storica romano-ellenistica, visibile in modo speciale in Il giudaismo romano I e II e in un’infinità di articoli che avrebbero dovuto formare il III volume.

Nella mia mente, vista la deficienza popolare e la mentalità del cristiano cattolico, coi decenni, maturava l’idea unitaria sulla figura di Gesù storico, mentre mi allontanavo da impostazioni pur serie, ma solo razionalistiche come quella di Reimarus e di Voltaire o impropriamente storiche come quella di Ernest Renan o di Charles Guignebert. Mi avvicinavo, allora, ad altri contesti culturali o facevo viaggi, mirati in Turchia, in Giordania o in Egitto o in Grecia, subendo il fascino della lettura di stampo protestantico o ortodossa. 

Mi persuadevo, comunque, di essere storicamente ben impostato, solo dopo aver rilevato una guerra di quasi duecento anni tra Roma e il giudaismo.

Lo studio, letterario e culturale, comparato con quello di altri che operavano su questo fronte (come Rudolf Bultman e come Samuel Brandon e Martin Hengel), fatto sulle fonti, da me tradotte con certosina pazienza, dopo aver lavorato sui codici, mai sicuro della traduzione altrui, mi autorizzava a vedere la Iudaea come una polveriera in continua esplosione, come un cancro per la Romanitas.

Roma era un Kosmos con armonia, uno stato universale di 3.300.000 km2 retto da un imperatore, che governava, come erede da una parte, d’una politeia perfetta, che metteva insieme popolo e senato e consules e che, in emergenza, aveva il dictator – che conciliava le due opposte fazioni popolari e patrizie con un imperium proconsulare maius infinitum e con la tribunicia potestas – e, da un’altra, come theos, che aveva assorbito le connotazioni regali della basileia orientale, funzionante da quasi tre secoli con la ektheosis regale e con il nomos empsuchos/legge vivente.

Roma stava facendo di tanti popoli un solo popolo con un’amministrazione ancora lacunosa, ma rispettosa delle singole gentes, delle loro autonomie e delle culture e religioni locali, che lentamente si integravano nel Kosmos imperiale, che pur aveva distrutto i loro eserciti e fatto stragi al momento della conquista.

Refrattaria ad ogni invito alla moderazione e alla partecipazione alla koinonia con Roma, era la popolazione della Iudaea, fortemente antiromana ed antiellenistica, in opposizione perfino col sommo sacerdozio sadduceo filoromano, già da decenni ellenizzato, che deteneva il potere del Tempio, a Gerusalemme , col suo gazophulakion

Dal 63 a.C, quando Pompeo entrò nel Sancta Santorum, a cavallo, profanando il Tempio di Gerusalemme l’etnia ebraica aramaica rimaneva ostinatamente in guerra con la romanitas, anche se variamente rappresentata, ma vigile sul tempio con la guarnigione militare della fortezza Antonia.

Gli interventi romani, inizialmente non invasivi, ma solo mirati a guidare il debole Hyrcano contro il fratello Aristobulo, integralista e filopartico come tutta la sua famiglia e il suo stesso popolo agricolo e piccolo sacerdotale, a cui faceva mantenere la ierosune, protetta militarmente da Antipatro, un filoromano cesariano.

Poi Roma interveniva pesantemente, vista la congiunzione con i Parthi all‘epoca di Pacoro che, dando il regnum ad Antigono e invadendo Siria e Palestina, raggiungeva perfino il Mare Nostrum, nel momento della lotta tra i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido.

Arginata l’invasione partica da Antonio, responsabile del settore orientale, grazie al Legatus Ventidio Basso, vittorioso a Gindaro, dato il regnum ad Erode nel 38 a.C., Roma assicurava alla regione stabilità e pace con un’organizzazione diretta da Augusto e da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato per il settore orientale dal re giudeo, nominato o Surias epitropos.

Erode, figlio di Antipatro, con una politica lungimirante, tesa a staccare il suo popolo dall’orbita parthica e ad ellenizzarlo, meritava davvero il titolo di grande re fino alla morte del suo amico Vipsanio Agrippa nel 12 a.C., ma, poi, per molte ragioni perdeva auctoritas e potestas e tra i romani e tra il suo popolo, invischiato in congiure di famiglia e ormai debilitato dalla malattia e dalla precoce vecchiaia.

Eppure per oltre un venticinquennio aveva assicurato pax al suo popolo, stabilità internazionale e sicurezza interna e un buon rapporto tra gli aramaici ciseufrasici e transeufrasici, dando un rilievo al sacerdozio e al tempio, nonostante le accuse di uomo di menzogna e di philéllen, a lui dato dagli esseni.

Davvero un grande re Erode, l’unico capace di tenere un genos fanatico della propria elezione divina e del suo patto eterno col suo unico Dio e padrone, pur quotidianamente offeso dall’invasore romano, pur dilacerato nel suo interno tra una pars aramaica mesopotamica integralista ed una pars progressista, aperta ad ogni novitas ed abile a sfruttare la koinonia universale romana.

Erode un politico eccezionale, terzo uomo dell’impero, quale epitropos orientale, gestore dei rapporti con l’impero Parthico, methorios tra Roma e Ctesifonte, amico di Augusto e di Vipsanio Agrippa!

Dopo la pausa erodiana, ricominciavano le staseis, rivolte giudaiche aramaiche contro i figli di Erode e contro il sacerdozio sadduceo, in nome di una antiromanità, fomentata dai re di Parthia, specie in epoca tiberiana, da Artabano III.

Non esisteva in terra palestinese un vero filoromano: neanche il sacerdozio sadduceo, che subiva infidamente la dominazione, sacrificando a Dio per l’imperatore e per i romani; neppure gli erodiani, che politicamente rappresentavano Roma, ma dovevano fare per necessità una politica filoparthica, data la fratellanza di sangue, lingua e religione: un mondo totalmente antiromano con molte sfaccettature e differenze, in contrasto fra le diverse fazioni, viveva in un territorio, di poco più grande di Marche ed Abruzzo, ribollente per le tante sette aireseis, pervase dalla cultura aramaica mesopotamica ed iranica!

Un mondo totalmente diverso e molto più numeroso era invece quello della diaspora, che era stata una dispersione del seme giudaico a seguito di un ‘apoikia/ colonizzazione ebraica del bacino del Mediterraneo, data la supremazia del commercio giudaico e considerata la ricchezza bancaria e commerciale dei trapeziti e naucleroi di origine ebraica: il fenomeno si era diffuso da Alessandria grazie alla famiglia degli oniadi, discendenti da Onia IV, figlio di Onia III, legittimo sommo pontefice rifugiatosi dopo la morte del padre, presso i lagidi, dai quali ebbe la possibilità di erigere perfino un tempio a Leontopoli.

La diffusione del sistema oniade, commerciale, favorito dai lagidi prima e poi dai romani, specie da Cesare ed Augusto, diventava capillare in epoca tiberiana e caligoliana, quasi una catena di S. Antonio, una ragnatela giudaica con un suo politeuma, costituzione politica propria, protetta con trattati dall’ autorità locale. Ogni porto e ogni città piccola o grande erano pieni di ebrei che avevano una loro sinagoga, una banca, empori e dominavano la zona portuale, reclutando marinai, allestendo flotte che operavano quotidianamente, dovunque, toccando ogni regione sotto il controllo dell’impero romano. Le rotte, però, andavano anche oltre i confini dell’impero romano, lungo le due vie nilotiche -in quanto avevano buone relazioni con il regno dei Parthi e con quello maurya, grazie a trattati commerciali-, quella pelusiaca e quella canopica.

La prima partendo da Clisma (Ismaelia), toccava le località del Mar Rosso fino al Corno d’Africa, costeggiava l’Arabia ed arrivava a Baricaza in India e da lì volgeva verso Ceylon e verso i porti della Indonesia. La seconda arrivava da Kanopos al centro dell’Africa…

I giudei, mediante il sistema della Tzedaqah, la caritas, intesa come atto di giustizia di un fratello per il confratello, a cui secondo legge spettava la metà dell’oikos paterno, si propagavano nell’ecumene grazie al proselitismo.

Erano una popolazione di commercianti, di proprietari di emporia, di banche (trapezai ), di venditori all’ ingrosso e al minuto, naukleroi, dominanti ogni porto di ogni parte del mondo grazie al sistema bancario che permetteva trasferimenti di capitali, depositi, e pagamento dilazionato tramite carte di credito, e che autorizzava un esercito di funzionari, di intermediari, di cambiavalute, di agenti addetti ai passaggi di patrimoni, finanziatori attivi in ogni corte che occupavano anche i posti più rilevanti dell’amministrazione civile cittadina in ogni parte dell’ecumene.

Gli ellenisti formavano un gruppo di oltre 2.500.000 di giudei scismatici che riconoscevano come loro capo l’etnarca di Alessandria di solito anche sommo sacerdote di Leontopoli, chiamato col titolo di alabarca , di norma della famiglia oniade.

Questi formavano l’élite mondiale nell’impero romano ed erano i magnati dell’epoca che avevano surclassato i banchieri greci e latini ed erano epitropoi e dioichetai, rappresentanti perfino dell’imperatore in quanto amministratori del fisco imperiale e del patrimonio personale di Antonia minor, moglie di Druso maggiore, fratello di Tiberio, madre di Germanico e nonna di Caligola.

Gli ellenisti, comunque mandavano la loro doppia dracma al tempio di Gerusalemme ed in città avevano banche, alberghi, cimiteri, csenodocheia alberghi ,sinagoghe anche se non parlavano più l’aramaico ed erano scismatici rispetto ai confratelli aramaici che li odiavano e che facevano attentati contro di loro, durante le feste.

Dunque, il giudaismo palestinese aramaico, essendo filoparthico aspirava a ricongiungersi con quello dell’impero Parthico, come al tempo di Antigono, fatto uccidere da Antonio ad Antiochia come uno schiavo, dopo fustigazione.

Il mondo ebraico ellenistico, invece, procedeva di pari passo con l’impero romano e, nell’ ultimo settantennio, aveva decuplicato il suo patrimonio.

Augusto stesso, nel 6 d.C. dopo l’esautorazione di Archelao aveva pianificato l’organizzazione statale con una costituzione specifica per la Nuova provincia di Iudaea, ben conoscendo la doppia natura del giudaismo, le tante sette giudaiche, le attese messianiche, il territorio regionale choora, a seguito delle tante relazioni dei procuratori, d’ordine equestre o libertino.

Dopo una prima sistemazione, a seguito di una stasis rivolta, repressa ferocemente, veniva stabilita per la Ioudaea (Idumea, Giudea e Samaria), sottoposta ad apotimesis dopo apographè, cioè a censimento e pagamento di tasse patrimoniali e personali, una costituzione di sottoprefettura dipendente dalla prefettura di Siria, che durò per un trentennio mentre veniva controllata e regolata dall’ autorità prefettizia romana la successione al sommo sacerdozio.

Questo periodo trentennale è il più inquieto e movimentato della storia giudaica (toledot) specie quello sotto la prefettura di Ponzio Pilato,(26-36), inviato da Elio Seiano, il potente pretoriano, ministro infedele di Tiberio, fatto dall’ imperatore uccidere il 18 ottobre del 31 d.C. (Cfr. A FILIPPONI,Caligola il Sublime, Cattedrale 2009).

La sua politica antigiudaica, poco conosciuta, se non da Filone, acuiva gli animi portandoli alla rivolta, favorita anche dall’assenteismo di Tiberio che, impegnato a scovare i nemici del suo regno, uomini dell’ ex suo ministro, inseriti nella burocrazia amministrativa romana, italica e provinciale, si disinteressava del governo della Siria e della Iudaea.

Questa, in epoca Tiberiana, pur avendo un territorio di quasi 25000km2 , pur essendo un centotrentaduesimo dell’impero romano era in un’ aperta guerra con Roma perché non riconosceva di dovere di santificare, di sacrificare all’ autocrator Theos e di riconoscere come signore l’imperatore, un mortale: il giudeo proclamava due volte al giorno di avere un solo signore immortale, Dio (e non un mortale)!

I giudei aramaici erano solo 600.000 uomini, uomini irriducibili , combattenti contro 60.000.000, di cives, romani, che avevano fisse, ai confini, in Siria, stabilmente 4 legioni lungo l’Eufrate, una Legione in Iudaea, a Cesarea Marittima, oltre alle guarnigioni di Cafarnao e dell’Antonia e a reparti di cavalleria stanziati in varie stazioni in Samaria, coadiuvati da sebasteni e dalle milizie di Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea ) e di Filippo (tetrarca di Iturea, Gaulanitide, Auranitide e Traconitide).

Essi erano guerriglieri che facevano una guerriglia urbana, montana e desertica, dopo un periodo di indottrinamento religioso in senso penitenziale e catecumenale e un altro di addestramento militare come zelota ( e poi come Sicario). Nessun romano- neppure il governatore, – aveva tranquillità di vita in Iudaea, nessun sadduceo o ellenista era al sicuro da rapimenti, sequestri, attentati, cattura di servi, latrocini entro la propria casa; neppure un erodiano, non solo i privati, ma anche i due tetrarchi entro le loro corti: tutti, governatori, tetrarchi, etnarchi, toparchi, sommi sacerdoti erano condannati a morte dagli esseni, da hasidim, uomini pii, la cui parola era divina, logion, a cui non si poteva non obbedire.

In sintesi questa è la mia risultanza, derivata dalla traduzione accurata di fonti (non solo greca) sulla base di Filone (Opera omnia) e di Flavio (Antichità giudaiche e Bios), della situazione Giudaica durante la vita di Gesù Cristo, un giudeo di Galilea cioè di un uomo, sottoposto per nascita all’ impero romano, direttamente, ma per residenza suddito di Erode Antipa, un filoromano (Cfr A.F., Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003).

Può, dunque, in un tale situazione vivere un giudeo che predica di amare il nemico e di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare ?: un partigiano antiromano non predica, ma uccide, anche proditoriamente: sono altri che predicano, che sono istruiti, che sono profeti, che sono rabbi ed, avendo potere, giudicano e condannano a morte, e il loro anathema maledizione è subito eseguito dalla mano armata zelotica.

Gesù, dunque, è visto non come Dio, ma come uomo di lingua aramaica, giudeo di Galilea , che vive nella realtà storica del suo tempo, svolgendo la professione di Qayin/Kayin, seguendo il padre Giuseppe, un costruttore. Cfr. Premessa a Ma Gesù chi veramente sei stato? E book Narcissus 2013 e cfr. I terapeuti De vita contemplativa E book Narcissus 2015 cfr. Esseni Quod omnis Probus.

I qeniti erano davididi che costruivano, famosi perché vivevano in cooperative, a gruppi, là dove un sovrano richiedeva la loro opera che durava mesi (esempio Filippo per la costruzione di Betsaida , Erode Antipa per quella di Tiberiade) o dove ricchi ebrei costruivano ville per conto proprio o sinagoga per conto della comunità, specie ad Alessandria. Non potevano essere meno di 11 (e tra questi c’erano un macellaio per il cibo casher e un cohen per il canto dei salmi) ed oscillavano per numero: potevano formare squadre da 50, 100, 1000 a seconda della grandezza del lavoro, fino a 18.000 tectones che costruivano il tempio di Gerusalemme, finito solo al 66 d. C. e che rimasti inattivi, chiedevano lavoro ad Erode Agrippa II, che fu costretto a concederlo, altrimenti potevano scoppiare rivolte. Lo stesso Pilato si servì dei qeniti, pagandoli con i soldi del tempio per costruire un acquedotto.

Gesù doveva essere un capo e quindi un benestante come tutti i qeniti, una categoria, considerata intermedia tra i sommi sacerdoti e il medio sacerdozio, con un tenore di vita di molto superiore a quello dei leviti e del popolo.

Il mestiere non escludeva una formazione zelotica, naturale per ogni giudeo che, quindi, subiva una vera dipendenza dal pensiero dei Farisei, Esseni e dei Contemplativi alessandrini.

Zelotes greco traduceva kanah aramaico ed indicava un patriota guerrigliero che combatteva e moriva per gli ideali della legge mosaica, essendo un puro integralista, votato alla morte. Cfr. Vita di Mosé III,208. Ciascuno di voi, presa una spada, corra per tutto l’accampamento ed uccida, da ogni parte, non solo gli estranei ma anche i più vicini tra gli amici e parenti, pensando che è azione molto ben fatta, in nome della verità e in onore di Dio, per la cui difesa il lottare e il combattere è fatica molto leggera.

Conoscendo bene la storia ed avendo passato giorni e notti per la decifrazione esatta di autori come Filone e Flavio, non mi sono mai potuto immaginare in Palestina una figura di un personaggio pacifico, mite, moderato, come quella astorica del Gesù dei Vangeli, non corrispondente neanche all’ideale prototipo di esseno comunitario qumranico e neppure al più puro dei terapeuti alessandrini.

Perciò, ho rilevato le caratteristiche reali di un Giudeo galilaico dell’epoca tiberiana come un barbaro, aramaico, integralista, kayin e kanah, che fu acclamato come mashiah dai suoi contribuli che l’ elessero Maran re, in opposizione a Roma che sola poteva dare quel titolo, perché padrona di quel territorio.

Dunque, Gesù fu crocifisso perché aveva commesso il crimen maiestatis nei confronti di Tiberio e del Senato, i soli che potevano autorizzare il Regnum in Palestina.

Il crimen, collegato all’intitolatura regale in triplice lingua, scritta sulla croce stessa, è spiegato dalla motivazione della morte servile di un ribelle all’imperium: Gesù era uno delle decine di migliaia di crocifissi ad opera dei romani.

Un uomo di tal specie, dunque, non poteva essere un rabbi.

Si diventava rabbi dopo un lungo esercizio psico-fisico e un percorso di studi lungo e serio, in cui si dimostrava la somma capacità di fare ermeneusis dià sumboloon, dopo aver fatto gli studi enciclici (grammatica, geometria, astronomia, retorica, musica, logica) e filosofici, al fine di essere theologos.

Un lunghissimo tempo di studi che si completava non prima dei trenta tre anni: c’erano molte tappe intermedie come quella della verifica dello studio elementare, fatta al tempio, quando il giudeo, ragazzo, raggiungeva tredici anni ed un giorno, da una commissione sacerdotale, che lo definiva figlio del comandamento bar mitzvah , o come quella che chiudeva il ciclo di studi superiori fino a 18 anni fatta sempre davanti ad una commissione sacerdotale, e come quella del ritorno a casa dopo una fase di addestramento nel deserto, presso maestri, per la scelta tra le sette (aireseis) e per l’universale riconoscimento di dottore /scriba.

Di Gesù non si conoscono maestri (Flavio ha Banno, Shaul Gamaliel, ecc.), e si conosce solo una verifica al tempio quella del passaggio alla maturità per la preghiera –Bar Mitzvah – e poi più nulla circa la formazione culturale.

Perciò si può definirlo un teknites o tekton, una specie di operaio, forse specializzato in quanto capo mastro, o architetto, ma sempre un normale qenita di formazione operaia regolare, per un giudeo vivente in Galilea, che, comunque, non ha nemmeno completato gli studi enciclici.

Detto in greco era un banausos, un oikodomos, un muratore – costruttore che sapeva usare ogni mezzo del mestiere.

Su Gesù maran ho dovuto lavorare per decenni per definire esattamente il periodo del suo regno e qualcosa di preciso sono riuscito a determinarlo, dopo la scoperta di un buco storico (cfr. Buco storico www.angelofilipponi.com).

Allo stato attuale queste sono le risultanze.

Alla Pasqua del 32 Gesù ebbe il Malkuth ha shamaim, il regno dei Cieli, come parte della federazione partica, forse solo la Giudea (una parte della Iudaea) sotto il re dei re Artabano III, da cui aveva avuto la corona regale col titolo di maran, ma già era stato riconosciuto universalmente sia in Partia che in Palestina e in Siria Meshiah/Christos, unto del Signore .

Tale regno ebbe una sua nazionalistica autonomia per un quinquennio e su di esso regnò il Maran Mashiah Gesù Cristo che accettò parzialmente la resa delle città galilaiche, samaritane e giudaiche, occupò la Città Santa, prese la guarnigione romana dell’Antonia, purificò il tempio, affidandolo per metà al sacerdozio sadduceo, che funzionava con un calendario lunare, e per metà al sacerdozio essenico, che seguiva il calendario solare.

A seguito dei trattati con il Re di re Artabano, con Areta IV re dei Nabatei e con Izate re di Adiabene (e forse con Asineo satrapo di Mesopotamia), il regno forse si ampliò con la conquista di Samaria e della Galilea ed ebbe una sua stabilità, finché perdurò il disinteresse romano per la Siria e per l ‘Armenia minor, occupate da Artabano III.

Il regno ebbe vita fino all’arrivo di legatus tiberiano Lucio Vitellio, inviato nel 35 d.C., col mandato di ripristinare l’ordine in Siria, e di punire Artabano ed Areta.

Il governatore di Siria si disinteressò del regno di Gesù, convinto di dover affrontare per primo Artabano, suo principale antagonista, sovvertitore dell’area, che, predicando il messianismo aveva congiunto il giudaismo ed aveva potuto perseguire i suoi disegni politici di riconquista della Siria ed avere uno sbocco sul Mediterraneo, progetto da decenni accarezzato dagli Arsacidi, naturali eredi dell‘impero seleucide ed achemenide.

Radunate le sue forze, rimaste a lungo inoperose, fatta una nuova leva, congiunte le 8 legioni romane, avute le truppe ausiliarie dai re limitrofi consociati con l’impero romano, Vitellio attuò i piani di invasione secondo la progettazione di Giulio Cesare, aggiornata da, Augusto e Tiberio stesso , che aveva avuto rapporti diplomatici con i re delle popolazioni caucasiche, Albani ed Iberi, ed altre genti scitiche.

L’invasione iniziava dal nord, dalla zona di Ninive (tra Mosul ed Arbil) ed era fatta dalle popolazioni caucasiche, seguite dalle legioni romane ed ausiliarie, che penetrate nel territorio parthico, furono affrontate dal figlio di Artabano, Arsace, erede al trono, con un imponente esercito di 100.000 e con squadroni di cavalleria catafratta.

Artabano fu sconfitto e il figlio morì in combattimento: il re dei re chiese la pace e fece un trattato a Zeugma, un isolotto dell’Eufrate (cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano II, Narcissus, 2012)

Il trattato fu stipulato ed Artabano, alla presenza di notabili ebraici come il tetrarca Erode Antipa, s’impegnò a pagare le spese di guerre, diede ostaggi (il figlio Dario e un gigante ebraico di nome Lazar) riconsegnò l’Armenia minor e altre terre ai romani.

L’impresa partica determinò la fine della coalizione antiromana di Izate, di Areta, di Asineo e di Gesù stesso.

Ognuno di questi dovette difendere i propri confini e rendere conto personalmente della guerra perduta contro l’ imperium romano ai propri popoli, ora maggiormente tassati: il più odiato da Tiberio è Areta IV, di cui l’imperatore chiese espressamente la testa.

Mentre l’esercito avanzava contro Areta, in direzione di Petra, Vitellio deviò verso Gerusalemme e la cinse di assedio intimando o la consegna del maran, di chi cioè era stato fatto re senza autorizzazione romana, o la distruzione della città.

In Gerusalemme il partito filoromano-consapevole degli eccidi successivi la capitolazione della città sperimentati già due volte – riprese il sopravvento e il nuovo sinedrio decise la resa, l’arresto del Christos, la paradosis consegna ufficiale del Meshiah, che venne fustigato e crocifisso come un ribelle all’imperatore Tiberio.

La Pasqua fu celebrata da una folla festante, come una liberazione, alla presenza dei romani vincitori e dello stesso Vitellio nel 36 d.C. (cfr. Giudaismo romano II e commento Antichità Giudaiche XVIII,95-105). Su Gesù Christos Messia rimando a Jehoshua o Jesous? – Maroni, 2003 – e alle connotazioni proprie di tale figura militare e sacerdotale rilevate in molti momenti del mio lavoro su Filone (Vita di Mosé, De somniis ecc.) e su Flavio ( Antichità giudaiche, XVIII)…

Prefazione a leggiamo insieme… Ungaretti

La scuola ha perso da anni la sua funzione di educare e di costruire da quando ha dovuto dividere il suo magistero con la Tv e con i comitati dei genitori e non ha saputo più gestire il consiglio di Classe.

La Tv educa quotidianamente al niente con programmi spazzatura, con slogans anglosassoni e con fumetti giapponesi e i suoi presentatori semianalfabeti, più o meno accettabili come conduttori, peccano decisamente sul piano linguistico e danneggiano irrimediabilmente il bambino fruitore passivo, che interiorizza proprio il pessimo di ogni cosa.

I maestri elementari, dopo la miniriforma, non hanno più una responsabilità effettiva in quanto ognuno ha un’area e nessuno si assume l’onore e l’onere di educare effettivamente alal comunicazione linguistica l’alunno, che risulta uno sconosciuto, esaminato , suddiviso tra tre esperti, che però non attirano e coinvolgono unitariamente il bambino, emotivamente assente, dissociato dalla realtà agricola che è la base di ogni lingua.

Inoltre l’alfabetizzazione e la codificazione in un bambino sono avvenute in una famiglia, non attenta al codice linguistico esistente e nemmeno concia della necessità di semantizzare in relazione al referente per un significato contestualizzato.

nfine i maestri hanno dato solo i rudimenti lessicali senza tenere presente il forte squilibrio vigente nel settore linguistico tra la cultura agricola ormai superata e la nuova cultura industrializzata e computerizzata : ne è venuto fuori un alunno che non ha alcuna conoscenza del significato perché non ha la conoscenza dei referenti che sostanziano quell’idea.

Su questa base lacunosa lessicale si è innestato un processo grammaticale morfo-sintattico superficiale, per cui l’allievo non ha competenza delle parti del discorso né delle parti logiche e sintattiche in quanto non si è operato funzionalmente dopo un lunghissimo lavoro di analisi e di appropriazione dei sistemi minimi grammaticali.

I professori della Scuola Media prendono un alunno già con gravi lacune linguistiche e con disturbi nell’apprendimento e fanno una serie dilezioni frontali o di pseudo -letture testuali insegnando una linguistica afunzionale, appresa da manuali, anch’essi raccogliticci e fumosi, di nessuna praticità.

Concludendo, dunque, i nostri figli vanno alla media e non apprendono niente, anzi imparano solo le furbizie scolastiche i modi per sfuggire al controllo dell’adulto, disimparando quel poco di grammatica e di logica, apprese nel periodo elementare.

E proprio nel momento in cui la mente è vivace, creativa ed aperta , la si imprigiona con schemi di lettura coercitivi , dogmatici, e la si abitua ad una ripetizione inutile di esercizi : sarebbe stato invece necessario operare sull’analisi in qualunque disciplina e scomporre e ricomporre testi, formule, disegni, insiemi per una personale ricostruzione sulla base dei paradigmi operativi linguistici matematico-scientifici al fine di rilevare i differenti stadi di ogni ragazzo per una effettiva valutazione iniziale di base per una graduale crescita linguistica connessa con competenze reali, tradotte in pratica operativa.

L’insegnante, inoltre, per come è stato formato non ha alcuna abilità né sul piano orientativo né su quello didattico, né su quello strutturale é analitico, né sintetico, né critico e quindi dà una cultura generica e libresca simile, per provvisorietà e superficialità a quella della Tv con un minore tasso di piacevolezza.

Sarebbe necessario orientare l’alunno nella Media puntando alla comunicazione e facendo interagire tutte le discipline in modo che e coordinatamente si faccia uno sforzo comune per radicarlo nella realtà che la la sua base nel lessico, nel termine, che usa propriamente e nella parola che adopera nel rapporto quotidiano. Allora il ragazzo potrebbe prendere coscienza della convenzione linguistica ma anche della stretta connessione tra parola e significato, relato al referente del contesto precisato nei suoi componenti, nelle sue differenze e diversificazioni infinite connesse con la varietà e molteplicità linguistica.

Tutti insieme, insegnanti di ogni disciplina, potrebbero fare una programmazione comune, di massima, con precisi obiettivi con procedimenti eguali, con scadenze fisse, in modo da confrontare le differenti risposte dei singoli alunni e su questa base differenziata attivare un percorso individuale per ogni singolo alunno studiato in tutta la sua personalità così da personalizzare l’iter operativo.

Il piano attuativo, allora, individualizzato, potrebbe servire per conseguire gli obiettivi linguistici fondamentali per al crescita dell’alunno: la comunicazione orale e scritta.

Nel fare questo, gli insegnanti non devono essere più solo insegnanti ma devono esprimere la loro professionalità tramite il lavoro con l’alunno: in questo essi sicuramente si aggiornano in quanto devono operare concretamente sulle risposte sbagliate dell’allievo.

Questi deve essere orientato, perciò, in modo diverso e continuamente incanalato nella giusta via linguistica e con questa operazione deve procedere anche sul referente corrispondente e quindi funzionalizzare ogni singola operazione che deve essere lentamente interiorizzata. Inoltre, il lavoro così impostato, avendo l’ ausilio dei mezzi attuali di ricerca può risultare effettivamente aggiornato vivo e significativo. Nell’operare in questo sistema, il docente si accorge di essere non un insegnante di cattedra ma un artigiano che insegna ad un apprendista il mestiere, per cui deve cercare di recuperare anche le tecniche della propria tradizione e le strutture proprie degli artigiani. il compito, allora, del docente è insegnare mostrando i passi da fare, la via da seguire , marcando i signa, spiegando i segnali, formando un iter sempre nuovo in una evidenziazione delle proprie capacità decisionali in relazione alla situazione storica, culturale e letteraria.

E’ necessario staccarsi dalle idee e lavorare sulle cose comprendendo che noi stessi insegnati non abbiamo mai verificato i termini della lingua e non abbiamo effettivamente compreso il reale significato perché non abbiamo conosciuto la referenza sottesa , rilevabile grazie ad una semplice operazione etimologica ed abbiamo perso un grande patrimonio culturale sotteso ed a volte stratificato nel termine. Da qui viene l’invito a tornare ad essere artigiani abili a proporre paradigmi concreti per abilitare a costruire ma anche a smontare la costruzione con un insegnamento dapprima ana litico , poi sintetico ed infine critico decisionale…

il dovere di un insegnante parte da un decondizionamento della sincresi infantile propria e di quella dell’alunno in quanto ogni uomo ha qualcosa di confuso che è in relazione alla confusione linguistica popolare , per diventare lungo e paziente lavoro analitico , che solo può permettere un sintetico giudizio, provvisorio, d cui è possibile, sulla base di altri, concludere con una valutazione sommativa.

Compito dell’alunno è andare a scuola come apprendista artigiano che nella bottega impara il mestiere, conoscendo gli strumenti, le tecniche di lavoro e di composizione, seguendo l’esempio del magister mastro

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

 

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

Certo. Marco. Filone uomo e Filone filosofo sono ambedue methorioi. Senti cosa scrive in De Opificio,135: L’uomo è al confine tra la natura mortale  e la natura immortale  perché è partecipe  dell’una e dell’altra , essendo stato creato mortale ed immortale, mortale nel corpo, immortale nella mente.

Professore, ora, mi deve spiegare l’essere al confine e poi l’essere tra natura mortale  umana e natura immortale divina. 

Marco, ti riassumo quel che ti ho già detto, altrove, su methorios. Il termine filoniano ha  valore simile a quello dato dalla cultura classica cfr, methorios,  www.angelofilipponi.com e vale,  etimologicamente, come luogo  posto  in mezzo,  al limite tra due estremi  o fra due stati retti da diversi  sistemi governativi, ma Filone aggiunge altro significato ponendo l’essere tra due bande opposte, avendo il referente geografico  di una schiena di asino o di un doppio crinale di  un colle in quanto intende lo stare di una persona in mezzo  in un luogo alto, in cima, che  degrada dall’una e dall’ altra parte.  Da qui i tanti significati, in senso morale, politico-economico- finanziario  di  methorios, un soggetto che, però, pur essendo nel mezzo  come il cinque tra 1 e 9, non vale solo mesos  in quanto indica lo status  di mesoths, pitagorica, di chi è nel mezzo, secondo il detto latino  di in medio stat virtus , valendo  medietas e  modus   della metretica platonica , ma ha  anche valore dinamico di distinzione e di scelta tra due odoi  in  due opposte direzioni potendo andare in relazione alla propria cultura,  in uno dei due versanti – ad esempio verso l’Adriatico e verso il Tirreno  dalle creste dell ‘Appennino – .

Dunque, professore, methorios, oltre al valore etimologico  ha sostanzialmente due significati  in relazione all’etica ellenistica, paideia, e a quella  ebraico-aramaica,  musar, pur connotando un’azione specifica di banchiere in mezzo a due stati politici, sovranazionali, che, col suo banco, cambia valuta  ed ha una precisa funzione di intermediario, utile  alle due parti , che hanno fatto contratti, secondo legge? 

Marco, forse,   mi devo spiegare per essere chiaro, essendo equivoco il termine, data la condizione di una creatura mortale di fronte al creatore,  di un ebreo di fronte ad Jhwh , molto diversa da quella di un etnikos/pagano  sia greco che barbaro  davanti al Theos !

Filone, come oniade, in quanto  trapeziths,   dà valore a  methorios di uomo che ha un banco al confine tra due stati, esempio quello sull’Eufrate tra parthi e romani, ma sottende la sua natura umana  di giudeo che vede Dio in quanto  Giacobbe -Israel, che si esprime in quella situazione e  in quel contesto di confine e in quella funzione  di essere uomo  instabile tra due estremi,  entro cui si muove la sua esistenza terrena,  in quanto creatura tra il bene e il male, tra  il sensibile e il sovrasensibile, tra il tempo e l’eterno, come elemento di natura  mortale ed immortale.    Infatti, Filone, mostrando la mente /dianoia di chi opera giustamente,  dice in De somniis ,II 229-230:  la mente  del saggio, è approdata alla serena profondità di una pace profonda , dopo essersi distaccata  da tempeste  e da guerre  ed è superiore all’uomo, ma inferiore a Dio; infatti l’uomo di valore occupa una  posizione intermedia methoria, tanto da poter dire che non è né Dio né uomo, ma soggetto legato ad ambedue gli estremi, alla specie umana per la sua condizione umana, alla specie immortale per la sua virtù.

 Professore, lei mi vuole dire che Filone  filosofo, spoudaios, che si considera uomo, fornito di corpo ed anima,  creatura in bilico tra materia e spirito,  può andare scivolando  verso il male e volgersi al bene, verso l’alto,  liberamente, se  fa prevalere  la pars materiale o quella spirituale? Lei mi parla, però, non di un uomo comune, misto di materia e forma,  ma  di un essere giusto,  solo spirituale, giunto già alla teleioosis/perfezione, non di una creatura  ancora in bilico,  in quanto già nella retta via ed anzi arrivato ai vertici, distaccata e separata dal popolo e dai pagani, secondo ameicsia, come persona che ha fatto il suo percorso, transitorio,  di vita terreno?

Marco, io parlo del  filosofo Filone, pneumatikos,  che tende all’incontro con Dio  e quindi mostra un suo itinerario, che inizia con la funzione methoria  del trapeziths ed emporos  commerciante, una professione che viene abbandonata, dopo un periodo di vita  in bilico  tra due padroni, di logorio psico-fisico, nel momento  convulso della conquista e mantenimento dell’oikos , in età senile, all’atto della decisione  dell’anachorhsis , col ritiro dalla vita attiva  per una vita contemplativa  sul lago Maryut -cfr. De vita contemplativa, i terapeuti, e.boook  Narcisus  2015-. Filone risulta,  allora,  un filosofo, che è al confine tra due culture,  quella greca e quella giudaica,  ed è mediatore, anche se prevale in lui la non  mescolanza culturale anche nel periodo praptikos, in cui  si vive concretamente in relazione  alla storia  e alla natura, come giudeo consapevole di  essere civis di un kosmos politico  armonioso, come quello  romano,  opposto a quello barbarico e  parthico ed ecumenico, incapace, comunque, di distaccarsi dalla sua radice mesopotamica , di cui è espressione la stessa Bibbia, oggetto del suo commento, secondo la tradizione patria  aramaica, perché desideroso di aprire  un’altra via  con la propria, tipica, allegoresi.  Filone, volendo  fondere la funzione  di mediatore con quella di divisore,  secondo la lettura  di Clara Craus Reggiani .-cfr. Introduzione  a Filone di Alessandria, l’uomo e Dio , Rusconi,1986 .- se ne serve per mediare  l’apertura all’ideale mosaico  ad un mondo pagano , che ne è completamente ignaro, e per separare  ciò che è nell’ebraismo  tradizione, legata  ai destini di un solo popolo,  da quanto invece  esso contiene  di verità universali,  di senso dell’assoluto, di istanze umane ed umanitarie, il tutto intimamente connesso nel credo nel Dio uno ed unico.

Professore, quanto dice la Reggiani non  mi convince, anche se  è connesso col mio credo cristiano contraddittorio tra terra e cielo : il rilievo di Filone, come platonico,  è apparente  in  quanto l’ebreo rimane legato alla tradizione  e cultura aramaica, al suo Dio uno ed unico e lo oppone a Caligola theos upsistos , Zeus! Da  qui  la  trama  per l’uccisione del sovrano nomos empsuchos, deciso a sterminare l’ebraismo, ordita con Giulio Erode Agrippa e il giudaismo romano,  insieme col corpo dei pretoriani, esautorato,  e col senato, sciolto, e con la città di Roma stessa,  declassata come capitale  a favore di Alessandria. –  cfr. Vita sublime di Gaio Cesare Germanico- Per una datazione di Consolatio ad Marciam   ebook Narcissus,2015  -. Lei  – non altri – ha, con la sua opera, rilevato e rivelato l’ambiguità dell’erodiano,   scettico  civis romanizzato, suo  turannodidaskalos, da una parte, rimasto, però, ancorato alla Musar , da un’altra, per amore del proprio popolo, condannato,  solidale fino alla morte, nonostante la filoromanità e la propria devozione ad Antonia e a  Claudio.  Lei  – nessun altro storico!- ha compreso davvero non solo il re Agrippa I ma anche Filone oniade e suo fratello l’alabarca Alessandro,  la storia  romana del periodo caligoliano e l’ascesa al trono di Claudio,  oltre  a quella coeva giudaica e a quella cristiana –  origeniana  di stampo cappadoce  orientale e di stampo  agostiniano occidentale- . Io, grazie a lei, ho capito la lotta tra la propaganda dell’ideologia pagana alessandrina di Apione per l’ektheoosis caligoliana e quella giudaica  di Filone di Peri aretoon ,  che ha  la necessitas di un cambio di potere nella domus giulia, in quanto il neos  sebastos , il puer optatissimus, sognato come  colui che porta i regna saturnia,  divenuto Fetonte,  risulta guida puerile ed inesperta dell’imperium,   distruttore del kosmos!,

Penso che tu, Marco, abbia capito bene  Filone politico e il ruolo avuto a  Roma, nel momento della morte di Caligola, e all’atto della pacificazione religiosa universale,  a seguito del decreto  sulla threscheia/pietas religiosa  del nuovo imperatore,   un po’ meno quello filosofico , complicato dall’aspetto teologale della tradizione giudaica , sincreticamente congiunto. Comunque, sono commosso per i tuoi attestati di  stima per la mia ricerca storica . Grazie