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Chi legge Filone alessandrino è un’eccellenza

a Gaetano Tufano

Chi legge Filone, pitagorico stoico medioplatonico, non può non essere un’eccellenza – come Paolo, Origene, i cappadoci (Basilio e Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo), Agostino, che dopo lettura attenta ed interpretazione simbolica, hanno creato il cristianesimo su una base monoteista secondo la cultura egizia atoniana e quella mosaica, sacerdotale, sadducea – simile a lui, che, comunque, rifiuta la tradizione giudaico-aramaica e forse anche quella greco-romana e sadducea.

Professore, si può dire che Filone è fondamentale per ogni forma di monoteismo, essendo il theologos per antonomasia?

Certo. Lo puoi dire. Anche l’islamismo, sunnita e sciita e il sufismo, hanno connessioni col cristianesimo e quindi con Filone…

Professore, perché l’ebraismo non ha scoperto, rivendicato, propagandato Filone, fondatore storico vero del monoteismo ebraico, cristiano e musulmano?

Marco, i motivi sono tanti… non ultimo quello economico-finanziario, basilare per l’ebraismo ellenistico giulio-claudio, oltre alla scelta cristiana spirituale, in senso antiscientifico ed antipagano, vittoriosa con Costantino e poi, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cattolici, con Teodosio, che trionfa su Magno Massimo a Petovio e poi su Eugenio al Frigido…

Lei quindi stima ogni studioso di Filone, anche gli italiani, gli spagnoli, i tedeschi, gli inglesi e i francesi e perfino… gli americani?

Ognuno di loro ha qualcosa di divino rispetto ad ogni altro letterato o storico! Personalmente prediligo fra tutti Jean Daniélou… la cui lezione è quella stessa di Filone di De Abrahami vita: chi tende alla spiritualità deve tenersi lontano da ogni altra forma in quanto aspira ad essere più che ad apparire –ibidem, 1, consapevole di essere re sulla terra, perché, teso all’adrepebolon e alla teleioosis, non è schiavo del corpo e delle passioni umane in quanto si è allontanato dalla terra, dalla parentela e dalla casa del padre (Genesi,12,1)…

Ogni lettore di Filone ha, comunque, capito che l’uomo è methorios in quanto educato secondo la cultura ellenistica e secondo la tradizione ebraica aramaica, secondo paideia e secondo musar, come uomo di frontiera, sempre migrante, straniero, dovunque, capace di adeguarsi e di adattarsi continuamente e di cercare equilibri con ogni altro, simile a lui, eguale in tutto, in qualsiasi ambiente venga a trovarsi, anche se conformato al guadagno, alla rapina, alla lite, alla guerra, mai pacifico.

L’insegnamento di Filone in De Abrahami vita è, quindi, un monito eterno con l’invito al gnothi seauton anche secondo la precettistica mosaica proseche seauto/veglia su te stesso, in modo da stabilire a chi si deve obbedire e distinguere da chi è bene essere comandati al fine della felicità in un carpe diem nuovo, spirituale: eudaimonos metapoihshi biou/afferra una vita felice cambiata.

Ogni suo attento lettore ha capito, dunque, che non si può essere né ebreo né pagano e neanche cristiano-islamico, ma bisogna cercare un’altra via, un sistema nuovo che riporti l’uomo all’uomo, in un ritorno alla natura!

La vita ascetica del Terapeuta della Mareotide ha valore simbolico, allora: essere vecchio-neepios/bambino di uno che ama Dio ed amato da Dio secondo natura, dopo un’esperienza di lavoro e di lotte per i beni, risulta un messaggio di cambiamento umano e terreno per chi, ritirato in una libertà naturale, in una semplicità primigenia in modo delirante e spontaneo, considera negativamente la fase adulta attiva dell’uomo ed accetta l’infanzia e la vecchiaia come reali possibilità di vita felice!

 

varrone (116-27 aC.) e la theologia

Per Varrone Dio è anima motu ac ratione gubernans, cioè kosmos greco, in quanto anima che governa il mondo con il movimento e con la ragione e perciò mundus ipse est deus

Varrone, quindi, professore, considera sostanzialmente theos/deus non oggetto di religio, ma entità che riceve culto.

Marco, l’erudito reatino è cosciente che verità e religione, conoscenza razionale ed ordine cultuale sono su due piani del tutto differenti perché il mondo della religione, della pietas religiosa non appartiene alla res ma è quello dei costumi mores.

Professore, mi vuole dire che non sono gli dei /theoi che hanno costruito lo stato, ma lo stato ha istituito gli dei, venerati per suo ordine e per la buona condotta dei cives e che, quindi, la religione è un fenomeno politico.

Certo, Marco, ma aspetta a parlare ed ascolta ancora, non essere frettoloso.

Varrone in Antiquitates rerum humanarum et divinarum (41 libri, non tramandati, ma letti sinteticamente da Agostino De civitate dei, VI,5) distingue tre theologie, dopo aver definito la theologia ratio quae de deis explicatur in quanto scienza che comprende e spiega il divino: theologia mytica, theologia civilis, theologia naturalis.

Mi dica di quella mythica ! per Varrone essa è quella dei poeti, che sono i veri teologi pagani, che, componendo poesie, celebrano e cantano le loro lodi, inventando ognuno qualcosa di quello che ogni individuo pensa su un essere superiore, estraneo al mondo.

E quella civilis ? è una costruzione ideale di quelli che sono il popolo, elementi ignoranti che, analfabeti ed agricoltori , hanno una propria concezione irrazionale del theos ed hanno un disprezzo dei ciarlatori non lavoratori, filosofi, mentre acclamano i poeti, sognatori, che hanno un linguaggio figurato.

Scommetto, professore, che quella naturalis sia quella naturalis/ fisica costituita dai filosofi che indagano sulla res, sulla realtà etimologica come verità, essendo alla ricerca di sostanze reali, che sono globalmente la phusis /natura. E’ dunque una ricerca linguistica popolare e teatrale, filosofica

Lei torna ai tempi in cui scriveva Compendium theologicae veritatis e De autore operis censura e lavorava sulla ekporeusis /processio dello pneuma e sulla vergine madre/theotokos deipara e su S. Bernardo, epoca in cui era avvilito, debole e si sentiva spiato, quando leggeva di Joannes de Combis, che inneggiava alla veritatis theologicae sublimitas, anche se mostrava la natura, i suoi compiti e le funzioni proprie della filosofia, secondo una lettura ciceroniana e varroniana, secondo gli schemi agostiniani sulla concezione dell’uomo e della creazione del mondo e mi parlava anche di Dante e lo valutava coma clericus ignorante, un tapino non invitato alla mensa dei dotti- un tipo come lei, mai invitato ai meeting accademici dei cristiani, uno che raccoglie le briciole di banchettanti , desideroso di far partecipare, da illuso, come lei, chi è profano, uno che è davanti al tempio rispetto a quelli che sono fanatici di essere uomini che sono dentro il tempio!.

Marco, al di là della mia vicenda di studioso isolato e senza titoli, sconfitto e copiato, sappi che la lingua è veicolo di teologia e il teatro greco-latino è la sede in cui si crea la mens popolare, che ha la religio superstizione, secondo Platone ed Aristotele, Epicuro, Zenone.

Varrone in De lingua latina V,11 rileva che intende mostrare i termini relativi al concetto di spazio e a tutto ciò che racchiuso in esso, ma anche quello di tempo, connesso ai fatti che si svolgono e, alla fine, chiude con le due categorie spazio-temporali, con specifico riguardo al linguaggio poetico.

Professore, Varrone tratta di termine-codice e di referente come contesto spazio-temporale e situazionale per la tecnica individuazione di res e per dare significato al significante convenzionale astratto e quindi concretizza lo stesso theos come entità fissa, arborea, comunque, con connotazioni astratte celesti, ultraterrene in relazione alla realtà fisica? E’ così?

Non mi sembra.

Comunque Varrone e, con lui, Cicerone dipendono anche da Pitagora circa i principi fondamentali della realtà, che sono binari finito/ infinito, buono/ cattivo, vita/ morte, giorno /notte, oltre alle due cognizioni essenziali di stato/ movimento. Infatti Il reatino, da pompeiano, concreto, rispetto agli alessandrini cesariani, astratti e divini, precisa i termini, prima, di corpus – quello che è dotato della capacità di star fermo e di muoversi-, poi, locus -dove avviene il movimento -ed infine, tempus – quando avviene l’ azione, come forma essenziale del movimento-. aggiungendo come spiegazione che il corpo è corridore, il luogo è lo stadio in cui si corre, il tempo il periodo in cui si corre e l’azione è la corsa.

La sua conclusione, Marco, è che tutti i fatti si svolgono secondo questo procedimento quadruplice : si presentano sempre in questa forma in quanto non si ha tempo senza movimento -il tempo segna le tappe di sviluppo- né movimento senza spazio e senza corpo, essendo questo ciò che si muove e quello il luogo dove si muove, convinto che neppure esiste movimento senza spazio e senza corpo.

Dunque, professore, esiste nella ideologia pagana la theologia naturalis non le altre theologie, che sono muthos e politica? non ci può essere dunque, neppure una theologia stoica posidoniana, che è quella stessa varroniana, poi agostiniana ed infine tridentina.

Prima di parlare in modo tanto asseverativo conviene intendere se la definizione di religio mytica, che differisce da quella civilis, che ha nel teatro il luogo oltre che nell’urbs, pur nelle ricerca del numero degli dei, nella coscienza naturalis della divinitas animante il mondo, anche se sussiste il problema della sua natura ignea, numerica o atomistica

Quindi, professore, già il paganesimo aveva fatto una demitologizzazione come razionalizzazione di un processo ridotto a stato fisico, grazie alle scienze naturali, in una separazione di culto e conoscenza, in quanto il culto, necessario per la politica, non è, comunque, oggetto di conoscenza, che distrugge la forma religiosa,

Certo, Marco, questo è il pensiero reale di Varrone reatino, di Taruzio fermano e di Cicerone e di altri pompeiani, compreso Bruto: la theologia naturalis pur tendendo alla conoscenza degli dei che non esistono, si distingue dalle altre due teologie che trattano di divina instituta hominum in una separazione di campi, in quanto quella mytica popolare e civilis politica non hanno niente di religioso se non la superstizione/religio mentre quella naturalis avrebbe una divinitas, la natura, ma non si può avere reale comunicazione con un dio fuoco o numero o atomo anche se si può trovare, comunque, la sua giustificazione nella politica in quanto stato e popolo hanno bisogno della religio, che però non può arrogarsi il diritto, col culto, di misurare secondo verità e secondo giustizia, l’attività concreta dell’uomo.

Professore la cultura pagana sostanzialmente non ha né pregiudizi divini, né pretese, ma solo una religiosità naturale più epicurea che platonico-stoica?

Marco, in epoca romano imperiale, comincia a predominare anche in Occidente la concezione divina del potere con l‘ektheosis del sovrano già, comunque, presente da secoli in Oriente in senso assiro-babilonese persiano, arsacide e poi macedone, secondo un preciso schema di basileia, che si precisa alla fine del regno dei flavi e si attua sotto gli antonini: il neoplatonismo interrompe la linea pompeiana varroniana ciceroniana pagana, sulla base unitaria della vittoria cesariana ed ottavianea giulio-claudia e crea in un primo tempo una struttura nuova civile religiosa, in cui il cristianesimo primitivo, grazie all’allegoresi di Filone alessandrino, ben si inserisce, specie nel periodo della peste (165-190) anche se si oppone all’idea del princeps Dio; in un secondo tempo, superato il periodo di anarchia militare con gli imperatori illirici, vincendo Costantino e ricomponendo l’unità imperiale dopo la tetrarchia dioclezianea, viene legittimata l’ auctoritas con potestas, del nikeths / il vincitore, inviato da Sebaoth dio degli eserciti, capace di dare unità religiosa e pace, al kosmos romano, infine, dopo un cinquantennio di lotte tra ariani e cristiani.

Professore, ma è Teodosio da una parte ed Agostino da un’altra a costituire le strutture portanti del cristianesimo in una confusa mistione theologica, che poi storicamente si suddivide in due forme culturali una latina accidentale teocratica ed una orientale bizantina cesaropapista?.

Certo. E’ Teodosio che sfrutta la vittoria militare, concessa dal theos a Roma e al suo autokrator sull’usurpatore Eugenio così da legittimare il suo ruolo di supremo signore degli uomini e come regolatore del mondo, inglobando la spiritualità nella corporeità statale secondo l’ispirazione celeste di Ambrogio, che annulla definitivamente la theologia varroniana anche restaurata da Giuliano l’apostata, santificando il mito cristiano di unione mistica dell’uomo con Dio, della terra col cielo, a seguito della sconfitta di Valente ad opera di goti, riunendo l’impero e sancisce la vittoria cristiana dando potere immenso al clero, che cristianizza con la forza ogni segno pagano per poi suddividere in due partes la romanitas.

Quindi, professore, è il neoplatonismo che legge il cristianesimo come theologia naturalis interpretando a suo modo Varrone in nome di una razionalità filosofica, mettendo insieme cielo e terra, connotando i filosofi di spiritualità! Agostino, neoplatonico, avvalorando la Lettera ai romani, paolina , convinto dell’Esistenza di una religione vera perché ormai il Dio rivelato, vincitore, verbo incarnato, venuto sulla terra per redimere l’uomo dal peccato originale, morto sulla croce, divenuto segno vivente di Roma ha dato nuovo vigore all’imperatore- il tredicesimo apostolo per Eusebio- , alla sua sovranità imperiale romana cristiana, catholica/universale. Dunque, per lei, laico, ebraismo, cristianesimo e islamismo, come ogni altra religio, sono forme di fanatismo religioso di una casta clericale, in quanto è fanatico, chi è dentro al tempio/fanum e vive bene grazie al dogmatismo conciliare, rispetto al profano che è davanti al tempio, ossequioso e servile, e che guarda da fuori lo spectaculum, seguendo le cerimonie, ammirato e stupito dalla sontuosità sacrale ed è preso nel mysterion.

invito a leggere attentamente le sintesi di due mie revisioni, una paradigmatica di storia romana imperiale ed una di storia del cristIANEsimo

INCITATO, IL CAVALLO DI CALIGOLA

  1. Lei, professore, in Caligola il sublime, ha parlato brevemente dell’amore di Caligola per il circo e per le corse, e ha mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi – cfr. Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi parla in modo diffuso di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che possa leggere esattamente e comprendere finalmente nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti riferisci all’enunciato di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio, con l’aiuto dei soldati, affinché il suo cavallo Incitato non fosse disturbato, il giorno prima della corsa, ed inoltre, avendogli fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente, però, ti interessa la frase, conclusiva, celebre dello scrittore: consulatum quoque traditur destinasse, la cui traduzione è questa: si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico e beffardo del giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare – massima aspirazione per un civis – al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale, esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/adorazione da tutti – popolo, esercito, senatori – imposta perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme, minacciando che, in caso di ribellione, li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.) esiste un solo pastore, un imperator autokratoor, una lex, un nomos empsuchos/legge vivente, un essere divino, che ha di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi/eguali, essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale, tra la massa di clientes, riverente davanti al patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths kurios – circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei, è solo una chiacchiera popolare circolante in un clima di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati all’uccisione del sovrano.

D’altra parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot o trottatori come Varenne – che, finito il periodo delle corse, come stallone veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro! – Certamente non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione, avendo visto scuderie di grande valore, maestose, e conosciuto la cura e la dieta straordinaria per gli animali, accuditi da tanti inservienti!

Da questo lato, neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro, 6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1 – ed Arriano-Anabasi di Alessandro, V, 14,4; 19,4; 29,5 – mi sorprendo affatto conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto a tredici anni dal padre Filippo, in regalo, comprato alla cifra di 13 talenti: è un’esagerazione pagare un animale circa 390.000 euro, per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo, per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro! – Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5! –

Perciò, si può dire che non si trova niente di speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare salire il re e che, pur ferito, non tollerava che un altro portasse in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui – avrebbe sterminato tutti i componenti di una tribù barbarica di Uxii, che aveva catturato il suo cavallo, se non glielo avessero immediatamente restituito! In onore di lui, morto, fondò città, chiamate col suo nome!

Perché, allora, si sono sprecate le accuse per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente – non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana – le dinastie che si sono succedute, dopo quella giulio-claudia, la cui nomenclatura, divina, è stata utilizzata da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine da Caracalla ed usurpata dalla Santa Romana Chiesa Cattolica!-

Ogni critico, prima di valutare, dovrebbe porsi il problema di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40 d.C. come ektheosis, durante la vita, distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!

Essi dovrebbero esaminare, con cautela, il tentativo denigratorio, maligno, delle casate successive, fatto col favore di letterati, prezzolati, compiacenti, al fine di una propria legittimazione al potere e di un proprio ruolo, dopo quello di una sovranità divina della precedente dinastia.

Il fallimento di una politica di imitazione risulta deleterio e per gli intellettuali e le nuove domus imperiali, inadeguati come mezzi per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano ha avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini provinciali ispanici, poi, ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che il soterismo di Vespasiano viene esaltato dopo il fatale 69 e che il principato dell’ottimo vale in relazione al dispotismo sovrano di Domiziano e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo il funesto 193 d.C., a seguito della morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di una peste iniziata nel 165, capace di mietere 20.000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII, 1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di deporre la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius – che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento politico personalistico e per scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27 a.C., presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica dalla tirannide di Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni, ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia, per la dinastia dei Severi, Caligola resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio, ma ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare Germanico Caligola doveva essere exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco, è rimasto bollato come pazzo/insanus prima dai contemporanei ostili al suo governo cioè Seneca e Filone alessandrino, poi da Svetonio (69 d. C.-122/125) un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote giudaico, traditore del suo popolo e falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano equivoci nella loro retorica frontoniana come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque, di preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo, perciò, che Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) – un militare di Nicea di Bitinia, che fa una straordinaria carriera, in quanto diventa senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo – accettando il mito di Augusto imperator, inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale degli altri imperatori della domus giulio-claudia, che restano etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario, Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce vita, azioni, pensiero e morte di Caligola e ne rileva la novità istituzionale, pur seguendo il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione, nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37, e sull’acclamazione popolare del Neos sebastos, giovane Augusto, e sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente pazza, di una creatura che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino, tessuta magnificamente per l’assimilazione del sovrano con Zeus, progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe, semidio e theos!.

In questo generale clima di derisione di Caligola capra, pur celebrato nuovo Augusto -Alessandro, lo stesso trionfo sui Germani, voluto e programmato lontano da Roma sul ponte costruito tra Pozzuoli e Bacoli, non induce Dione ad uno studio della figura complessa del giovane imperatore e a cambiare giudizio sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che cavalca Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse, una pagliacciata teatrale che finisce con l’ordine di distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile; solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus, poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui e per i suoi contemporanei Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di regnare a Roma e di imporre ai romani un regime dopo la sceneggiata di comando di Ottaviano, attore, e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse a mostrare come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto – un vero compromesso -, non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio, che ha intenzione di reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei maestri di tirannia – i turannodidaskaloi Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose, mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge il plauso popolare, l’amore dei militari, la devozione clientelare di patres e di equites ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano, pregano per la sua salute quando cade malato e che inneggia follemente nelle piazze per settimane per il suo ristabilimento fisico, perché garante di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere Caligola, per il negativo giudizio ebraico di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono quasi un biennio magico di benessere per l’impero e di eccezionale fortuna, anche se deridono poi l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras, avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto Augusto, un vir fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato, congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire che Caligola, perenne giovane e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere l’unico pastore del gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di Tiberio che, ritiratosi a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva ripreso il potere diretto, ma lo concedeva a Macrone, altro pretoriano, anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo e Tiberio Gemello, figlio naturale!

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di una nuova era saturnia e quindi regna serenamente, si esercita nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia grave, ristabilitosi, inizia il suo regno assoluto, rifiutando i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente temendo una possibile scissione nell’impero.

Ti ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della mente di Caligola, anche senza trattare la vera pars costruttiva innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola è padrone degli Horti sallustiani, che sono suo privato campo di allenamento per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono alla zona – forse un po’ più ampia – dell’attuale Stato del Vaticano. Caligola si esercitava andando a cavallo con Incitato o per allenarsi alle gare di quadrighe, dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore faceva girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi cortigiani, di senatori ed equites che lo applaudivano per la sua abilità.

Marco, dove lo hai letto? non si sa esattamente se to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo, fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco – fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto e Cassio Cherea, anche il suo auriga Eutiche /fortunato e Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti!

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo che, comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a Caligola astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante – e lo confessava ad Antonia, sua cognata e nonna di Caligola – ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue impazienti e fortemente desiderosi che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe. L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi liberato, a seguito della morte di Tiberio.

Per fortuna la responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella stalla di Incitato a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi è proposto imperatore da Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque professore, per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è ricalcata su quella di Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te leggere il testo di Dione -St. Rom: CLIX, 14,7.: Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai epi deipnon ekalei , khrousas te autoooi kritas pareballe,, kai oinon en khrousois ekpoomasi proupine, the te soothrìan autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos an kai tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!) L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute e per il destino, è un augurio/omen consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola principe, ormai noto come pazzo, per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare come prototipo di una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

GESÙ CHRISTOS

2. La mia ricerca di quasi 50 anni potrà avere qualche valore se ci saranno persone desiderose di studiarmi e di fare un lavoro serio,- dividendolo in tante parti, vista la mia poliedrica cultura – sulle mie traduzioni, specie su quelle greche e sulla mia ricostruzione storica romano-ellenistica, visibile in modo speciale in Il giudaismo romano I e II e in un’infinità di articoli che avrebbero dovuto formare il III volume.

Nella mia mente, vista la deficienza popolare e la mentalità del cristiano cattolico, coi decenni, maturava l’idea unitaria sulla figura di Gesù storico, mentre mi allontanavo da impostazioni pur serie, ma solo razionalistiche come quella di Reimarus e di Voltaire o impropriamente storiche come quella di Ernest Renan o di Charles Guignebert. Mi avvicinavo, allora, ad altri contesti culturali o facevo viaggi, mirati in Turchia, in Giordania o in Egitto o in Grecia, subendo il fascino della lettura di stampo protestantico o ortodossa. 

Mi persuadevo, comunque, di essere storicamente ben impostato, solo dopo aver rilevato una guerra di quasi duecento anni tra Roma e il giudaismo.

Lo studio, letterario e culturale, comparato con quello di altri che operavano su questo fronte (come Rudolf Bultman e come Samuel Brandon e Martin Hengel), fatto sulle fonti, da me tradotte con certosina pazienza, dopo aver lavorato sui codici, mai sicuro della traduzione altrui, mi autorizzava a vedere la Iudaea come una polveriera in continua esplosione, come un cancro per la Romanitas.

Roma era un Kosmos con armonia, uno stato universale di 3.300.000 km2 retto da un imperatore, che governava, come erede da una parte, d’una politeia perfetta, che metteva insieme popolo e senato e consules e che, in emergenza, aveva il dictator – che conciliava le due opposte fazioni popolari e patrizie con un imperium proconsulare maius infinitum e con la tribunicia potestas – e, da un’altra, come theos, che aveva assorbito le connotazioni regali della basileia orientale, funzionante da quasi tre secoli con la ektheosis regale e con il nomos empsuchos/legge vivente.

Roma stava facendo di tanti popoli un solo popolo con un’amministrazione ancora lacunosa, ma rispettosa delle singole gentes, delle loro autonomie e delle culture e religioni locali, che lentamente si integravano nel Kosmos imperiale, che pur aveva distrutto i loro eserciti e fatto stragi al momento della conquista.

Refrattaria ad ogni invito alla moderazione e alla partecipazione alla koinonia con Roma, era la popolazione della Iudaea, fortemente antiromana ed antiellenistica, in opposizione perfino col sommo sacerdozio sadduceo filoromano, già da decenni ellenizzato, che deteneva il potere del Tempio, a Gerusalemme , col suo gazophulakion

Dal 63 a.C, quando Pompeo entrò nel Sancta Santorum, a cavallo, profanando il Tempio di Gerusalemme l’etnia ebraica aramaica rimaneva ostinatamente in guerra con la romanitas, anche se variamente rappresentata, ma vigile sul tempio con la guarnigione militare della fortezza Antonia.

Gli interventi romani, inizialmente non invasivi, ma solo mirati a guidare il debole Hyrcano contro il fratello Aristobulo, integralista e filopartico come tutta la sua famiglia e il suo stesso popolo agricolo e piccolo sacerdotale, a cui faceva mantenere la ierosune, protetta militarmente da Antipatro, un filoromano cesariano.

Poi Roma interveniva pesantemente, vista la congiunzione con i Parthi all‘epoca di Pacoro che, dando il regnum ad Antigono e invadendo Siria e Palestina, raggiungeva perfino il Mare Nostrum, nel momento della lotta tra i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido.

Arginata l’invasione partica da Antonio, responsabile del settore orientale, grazie al Legatus Ventidio Basso, vittorioso a Gindaro, dato il regnum ad Erode nel 38 a.C., Roma assicurava alla regione stabilità e pace con un’organizzazione diretta da Augusto e da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato per il settore orientale dal re giudeo, nominato o Surias epitropos.

Erode, figlio di Antipatro, con una politica lungimirante, tesa a staccare il suo popolo dall’orbita parthica e ad ellenizzarlo, meritava davvero il titolo di grande re fino alla morte del suo amico Vipsanio Agrippa nel 12 a.C., ma, poi, per molte ragioni perdeva auctoritas e potestas e tra i romani e tra il suo popolo, invischiato in congiure di famiglia e ormai debilitato dalla malattia e dalla precoce vecchiaia.

Eppure per oltre un venticinquennio aveva assicurato pax al suo popolo, stabilità internazionale e sicurezza interna e un buon rapporto tra gli aramaici ciseufrasici e transeufrasici, dando un rilievo al sacerdozio e al tempio, nonostante le accuse di uomo di menzogna e di philéllen, a lui dato dagli esseni.

Davvero un grande re Erode, l’unico capace di tenere un genos fanatico della propria elezione divina e del suo patto eterno col suo unico Dio e padrone, pur quotidianamente offeso dall’invasore romano, pur dilacerato nel suo interno tra una pars aramaica mesopotamica integralista ed una pars progressista, aperta ad ogni novitas ed abile a sfruttare la koinonia universale romana.

Erode un politico eccezionale, terzo uomo dell’impero, quale epitropos orientale, gestore dei rapporti con l’impero Parthico, methorios tra Roma e Ctesifonte, amico di Augusto e di Vipsanio Agrippa!

Dopo la pausa erodiana, ricominciavano le staseis, rivolte giudaiche aramaiche contro i figli di Erode e contro il sacerdozio sadduceo, in nome di una antiromanità, fomentata dai re di Parthia, specie in epoca tiberiana, da Artabano III.

Non esisteva in terra palestinese un vero filoromano: neanche il sacerdozio sadduceo, che subiva infidamente la dominazione, sacrificando a Dio per l’imperatore e per i romani; neppure gli erodiani, che politicamente rappresentavano Roma, ma dovevano fare per necessità una politica filoparthica, data la fratellanza di sangue, lingua e religione: un mondo totalmente antiromano con molte sfaccettature e differenze, in contrasto fra le diverse fazioni, viveva in un territorio, di poco più grande di Marche ed Abruzzo, ribollente per le tante sette aireseis, pervase dalla cultura aramaica mesopotamica ed iranica!

Un mondo totalmente diverso e molto più numeroso era invece quello della diaspora, che era stata una dispersione del seme giudaico a seguito di un ‘apoikia/ colonizzazione ebraica del bacino del Mediterraneo, data la supremazia del commercio giudaico e considerata la ricchezza bancaria e commerciale dei trapeziti e naucleroi di origine ebraica: il fenomeno si era diffuso da Alessandria grazie alla famiglia degli oniadi, discendenti da Onia IV, figlio di Onia III, legittimo sommo pontefice rifugiatosi dopo la morte del padre, presso i lagidi, dai quali ebbe la possibilità di erigere perfino un tempio a Leontopoli.

La diffusione del sistema oniade, commerciale, favorito dai lagidi prima e poi dai romani, specie da Cesare ed Augusto, diventava capillare in epoca tiberiana e caligoliana, quasi una catena di S. Antonio, una ragnatela giudaica con un suo politeuma, costituzione politica propria, protetta con trattati dall’ autorità locale. Ogni porto e ogni città piccola o grande erano pieni di ebrei che avevano una loro sinagoga, una banca, empori e dominavano la zona portuale, reclutando marinai, allestendo flotte che operavano quotidianamente, dovunque, toccando ogni regione sotto il controllo dell’impero romano. Le rotte, però, andavano anche oltre i confini dell’impero romano, lungo le due vie nilotiche -in quanto avevano buone relazioni con il regno dei Parthi e con quello maurya, grazie a trattati commerciali-, quella pelusiaca e quella canopica.

La prima partendo da Clisma (Ismaelia), toccava le località del Mar Rosso fino al Corno d’Africa, costeggiava l’Arabia ed arrivava a Baricaza in India e da lì volgeva verso Ceylon e verso i porti della Indonesia. La seconda arrivava da Kanopos al centro dell’Africa…

I giudei, mediante il sistema della Tzedaqah, la caritas, intesa come atto di giustizia di un fratello per il confratello, a cui secondo legge spettava la metà dell’oikos paterno, si propagavano nell’ecumene grazie al proselitismo.

Erano una popolazione di commercianti, di proprietari di emporia, di banche (trapezai ), di venditori all’ ingrosso e al minuto, naukleroi, dominanti ogni porto di ogni parte del mondo grazie al sistema bancario che permetteva trasferimenti di capitali, depositi, e pagamento dilazionato tramite carte di credito, e che autorizzava un esercito di funzionari, di intermediari, di cambiavalute, di agenti addetti ai passaggi di patrimoni, finanziatori attivi in ogni corte che occupavano anche i posti più rilevanti dell’amministrazione civile cittadina in ogni parte dell’ecumene.

Gli ellenisti formavano un gruppo di oltre 2.500.000 di giudei scismatici che riconoscevano come loro capo l’etnarca di Alessandria di solito anche sommo sacerdote di Leontopoli, chiamato col titolo di alabarca , di norma della famiglia oniade.

Questi formavano l’élite mondiale nell’impero romano ed erano i magnati dell’epoca che avevano surclassato i banchieri greci e latini ed erano epitropoi e dioichetai, rappresentanti perfino dell’imperatore in quanto amministratori del fisco imperiale e del patrimonio personale di Antonia minor, moglie di Druso maggiore, fratello di Tiberio, madre di Germanico e nonna di Caligola.

Gli ellenisti, comunque mandavano la loro doppia dracma al tempio di Gerusalemme ed in città avevano banche, alberghi, cimiteri, csenodocheia alberghi ,sinagoghe anche se non parlavano più l’aramaico ed erano scismatici rispetto ai confratelli aramaici che li odiavano e che facevano attentati contro di loro, durante le feste.

Dunque, il giudaismo palestinese aramaico, essendo filoparthico aspirava a ricongiungersi con quello dell’impero Parthico, come al tempo di Antigono, fatto uccidere da Antonio ad Antiochia come uno schiavo, dopo fustigazione.

Il mondo ebraico ellenistico, invece, procedeva di pari passo con l’impero romano e, nell’ ultimo settantennio, aveva decuplicato il suo patrimonio.

Augusto stesso, nel 6 d.C. dopo l’esautorazione di Archelao aveva pianificato l’organizzazione statale con una costituzione specifica per la Nuova provincia di Iudaea, ben conoscendo la doppia natura del giudaismo, le tante sette giudaiche, le attese messianiche, il territorio regionale choora, a seguito delle tante relazioni dei procuratori, d’ordine equestre o libertino.

Dopo una prima sistemazione, a seguito di una stasis rivolta, repressa ferocemente, veniva stabilita per la Ioudaea (Idumea, Giudea e Samaria), sottoposta ad apotimesis dopo apographè, cioè a censimento e pagamento di tasse patrimoniali e personali, una costituzione di sottoprefettura dipendente dalla prefettura di Siria, che durò per un trentennio mentre veniva controllata e regolata dall’ autorità prefettizia romana la successione al sommo sacerdozio.

Questo periodo trentennale è il più inquieto e movimentato della storia giudaica (toledot) specie quello sotto la prefettura di Ponzio Pilato,(26-36), inviato da Elio Seiano, il potente pretoriano, ministro infedele di Tiberio, fatto dall’ imperatore uccidere il 18 ottobre del 31 d.C. (Cfr. A FILIPPONI,Caligola il Sublime, Cattedrale 2009).

La sua politica antigiudaica, poco conosciuta, se non da Filone, acuiva gli animi portandoli alla rivolta, favorita anche dall’assenteismo di Tiberio che, impegnato a scovare i nemici del suo regno, uomini dell’ ex suo ministro, inseriti nella burocrazia amministrativa romana, italica e provinciale, si disinteressava del governo della Siria e della Iudaea.

Questa, in epoca Tiberiana, pur avendo un territorio di quasi 25000km2 , pur essendo un centotrentaduesimo dell’impero romano era in un’ aperta guerra con Roma perché non riconosceva di dovere di santificare, di sacrificare all’ autocrator Theos e di riconoscere come signore l’imperatore, un mortale: il giudeo proclamava due volte al giorno di avere un solo signore immortale, Dio (e non un mortale)!

I giudei aramaici erano solo 600.000 uomini, uomini irriducibili , combattenti contro 60.000.000, di cives, romani, che avevano fisse, ai confini, in Siria, stabilmente 4 legioni lungo l’Eufrate, una Legione in Iudaea, a Cesarea Marittima, oltre alle guarnigioni di Cafarnao e dell’Antonia e a reparti di cavalleria stanziati in varie stazioni in Samaria, coadiuvati da sebasteni e dalle milizie di Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea ) e di Filippo (tetrarca di Iturea, Gaulanitide, Auranitide e Traconitide).

Essi erano guerriglieri che facevano una guerriglia urbana, montana e desertica, dopo un periodo di indottrinamento religioso in senso penitenziale e catecumenale e un altro di addestramento militare come zelota ( e poi come Sicario). Nessun romano- neppure il governatore, – aveva tranquillità di vita in Iudaea, nessun sadduceo o ellenista era al sicuro da rapimenti, sequestri, attentati, cattura di servi, latrocini entro la propria casa; neppure un erodiano, non solo i privati, ma anche i due tetrarchi entro le loro corti: tutti, governatori, tetrarchi, etnarchi, toparchi, sommi sacerdoti erano condannati a morte dagli esseni, da hasidim, uomini pii, la cui parola era divina, logion, a cui non si poteva non obbedire.

In sintesi questa è la mia risultanza, derivata dalla traduzione accurata di fonti (non solo greca) sulla base di Filone (Opera omnia) e di Flavio (Antichità giudaiche e Bios), della situazione Giudaica durante la vita di Gesù Cristo, un giudeo di Galilea cioè di un uomo, sottoposto per nascita all’ impero romano, direttamente, ma per residenza suddito di Erode Antipa, un filoromano (Cfr A.F., Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003).

Può, dunque, in un tale situazione vivere un giudeo che predica di amare il nemico e di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare ?: un partigiano antiromano non predica, ma uccide, anche proditoriamente: sono altri che predicano, che sono istruiti, che sono profeti, che sono rabbi ed, avendo potere, giudicano e condannano a morte, e il loro anathema maledizione è subito eseguito dalla mano armata zelotica.

Gesù, dunque, è visto non come Dio, ma come uomo di lingua aramaica, giudeo di Galilea , che vive nella realtà storica del suo tempo, svolgendo la professione di Qayin/Kayin, seguendo il padre Giuseppe, un costruttore. Cfr. Premessa a Ma Gesù chi veramente sei stato? E book Narcissus 2013 e cfr. I terapeuti De vita contemplativa E book Narcissus 2015 cfr. Esseni Quod omnis Probus.

I qeniti erano davididi che costruivano, famosi perché vivevano in cooperative, a gruppi, là dove un sovrano richiedeva la loro opera che durava mesi (esempio Filippo per la costruzione di Betsaida , Erode Antipa per quella di Tiberiade) o dove ricchi ebrei costruivano ville per conto proprio o sinagoga per conto della comunità, specie ad Alessandria. Non potevano essere meno di 11 (e tra questi c’erano un macellaio per il cibo casher e un cohen per il canto dei salmi) ed oscillavano per numero: potevano formare squadre da 50, 100, 1000 a seconda della grandezza del lavoro, fino a 18.000 tectones che costruivano il tempio di Gerusalemme, finito solo al 66 d. C. e che rimasti inattivi, chiedevano lavoro ad Erode Agrippa II, che fu costretto a concederlo, altrimenti potevano scoppiare rivolte. Lo stesso Pilato si servì dei qeniti, pagandoli con i soldi del tempio per costruire un acquedotto.

Gesù doveva essere un capo e quindi un benestante come tutti i qeniti, una categoria, considerata intermedia tra i sommi sacerdoti e il medio sacerdozio, con un tenore di vita di molto superiore a quello dei leviti e del popolo.

Il mestiere non escludeva una formazione zelotica, naturale per ogni giudeo che, quindi, subiva una vera dipendenza dal pensiero dei Farisei, Esseni e dei Contemplativi alessandrini.

Zelotes greco traduceva kanah aramaico ed indicava un patriota guerrigliero che combatteva e moriva per gli ideali della legge mosaica, essendo un puro integralista, votato alla morte. Cfr. Vita di Mosé III,208. Ciascuno di voi, presa una spada, corra per tutto l’accampamento ed uccida, da ogni parte, non solo gli estranei ma anche i più vicini tra gli amici e parenti, pensando che è azione molto ben fatta, in nome della verità e in onore di Dio, per la cui difesa il lottare e il combattere è fatica molto leggera.

Conoscendo bene la storia ed avendo passato giorni e notti per la decifrazione esatta di autori come Filone e Flavio, non mi sono mai potuto immaginare in Palestina una figura di un personaggio pacifico, mite, moderato, come quella astorica del Gesù dei Vangeli, non corrispondente neanche all’ideale prototipo di esseno comunitario qumranico e neppure al più puro dei terapeuti alessandrini.

Perciò, ho rilevato le caratteristiche reali di un Giudeo galilaico dell’epoca tiberiana come un barbaro, aramaico, integralista, kayin e kanah, che fu acclamato come mashiah dai suoi contribuli che l’ elessero Maran re, in opposizione a Roma che sola poteva dare quel titolo, perché padrona di quel territorio.

Dunque, Gesù fu crocifisso perché aveva commesso il crimen maiestatis nei confronti di Tiberio e del Senato, i soli che potevano autorizzare il Regnum in Palestina.

Il crimen, collegato all’intitolatura regale in triplice lingua, scritta sulla croce stessa, è spiegato dalla motivazione della morte servile di un ribelle all’imperium: Gesù era uno delle decine di migliaia di crocifissi ad opera dei romani.

Un uomo di tal specie, dunque, non poteva essere un rabbi.

Si diventava rabbi dopo un lungo esercizio psico-fisico e un percorso di studi lungo e serio, in cui si dimostrava la somma capacità di fare ermeneusis dià sumboloon, dopo aver fatto gli studi enciclici (grammatica, geometria, astronomia, retorica, musica, logica) e filosofici, al fine di essere theologos.

Un lunghissimo tempo di studi che si completava non prima dei trenta tre anni: c’erano molte tappe intermedie come quella della verifica dello studio elementare, fatta al tempio, quando il giudeo, ragazzo, raggiungeva tredici anni ed un giorno, da una commissione sacerdotale, che lo definiva figlio del comandamento bar mitzvah , o come quella che chiudeva il ciclo di studi superiori fino a 18 anni fatta sempre davanti ad una commissione sacerdotale, e come quella del ritorno a casa dopo una fase di addestramento nel deserto, presso maestri, per la scelta tra le sette (aireseis) e per l’universale riconoscimento di dottore /scriba.

Di Gesù non si conoscono maestri (Flavio ha Banno, Shaul Gamaliel, ecc.), e si conosce solo una verifica al tempio quella del passaggio alla maturità per la preghiera –Bar Mitzvah – e poi più nulla circa la formazione culturale.

Perciò si può definirlo un teknites o tekton, una specie di operaio, forse specializzato in quanto capo mastro, o architetto, ma sempre un normale qenita di formazione operaia regolare, per un giudeo vivente in Galilea, che, comunque, non ha nemmeno completato gli studi enciclici.

Detto in greco era un banausos, un oikodomos, un muratore – costruttore che sapeva usare ogni mezzo del mestiere.

Su Gesù maran ho dovuto lavorare per decenni per definire esattamente il periodo del suo regno e qualcosa di preciso sono riuscito a determinarlo, dopo la scoperta di un buco storico (cfr. Buco storico www.angelofilipponi.com).

Allo stato attuale queste sono le risultanze.

Alla Pasqua del 32 Gesù ebbe il Malkuth ha shamaim, il regno dei Cieli, come parte della federazione partica, forse solo la Giudea (una parte della Iudaea) sotto il re dei re Artabano III, da cui aveva avuto la corona regale col titolo di maran, ma già era stato riconosciuto universalmente sia in Partia che in Palestina e in Siria Meshiah/Christos, unto del Signore .

Tale regno ebbe una sua nazionalistica autonomia per un quinquennio e su di esso regnò il Maran Mashiah Gesù Cristo che accettò parzialmente la resa delle città galilaiche, samaritane e giudaiche, occupò la Città Santa, prese la guarnigione romana dell’Antonia, purificò il tempio, affidandolo per metà al sacerdozio sadduceo, che funzionava con un calendario lunare, e per metà al sacerdozio essenico, che seguiva il calendario solare.

A seguito dei trattati con il Re di re Artabano, con Areta IV re dei Nabatei e con Izate re di Adiabene (e forse con Asineo satrapo di Mesopotamia), il regno forse si ampliò con la conquista di Samaria e della Galilea ed ebbe una sua stabilità, finché perdurò il disinteresse romano per la Siria e per l ‘Armenia minor, occupate da Artabano III.

Il regno ebbe vita fino all’arrivo di legatus tiberiano Lucio Vitellio, inviato nel 35 d.C., col mandato di ripristinare l’ordine in Siria, e di punire Artabano ed Areta.

Il governatore di Siria si disinteressò del regno di Gesù, convinto di dover affrontare per primo Artabano, suo principale antagonista, sovvertitore dell’area, che, predicando il messianismo aveva congiunto il giudaismo ed aveva potuto perseguire i suoi disegni politici di riconquista della Siria ed avere uno sbocco sul Mediterraneo, progetto da decenni accarezzato dagli Arsacidi, naturali eredi dell‘impero seleucide ed achemenide.

Radunate le sue forze, rimaste a lungo inoperose, fatta una nuova leva, congiunte le 8 legioni romane, avute le truppe ausiliarie dai re limitrofi consociati con l’impero romano, Vitellio attuò i piani di invasione secondo la progettazione di Giulio Cesare, aggiornata da, Augusto e Tiberio stesso , che aveva avuto rapporti diplomatici con i re delle popolazioni caucasiche, Albani ed Iberi, ed altre genti scitiche.

L’invasione iniziava dal nord, dalla zona di Ninive (tra Mosul ed Arbil) ed era fatta dalle popolazioni caucasiche, seguite dalle legioni romane ed ausiliarie, che penetrate nel territorio parthico, furono affrontate dal figlio di Artabano, Arsace, erede al trono, con un imponente esercito di 100.000 e con squadroni di cavalleria catafratta.

Artabano fu sconfitto e il figlio morì in combattimento: il re dei re chiese la pace e fece un trattato a Zeugma, un isolotto dell’Eufrate (cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano II, Narcissus, 2012)

Il trattato fu stipulato ed Artabano, alla presenza di notabili ebraici come il tetrarca Erode Antipa, s’impegnò a pagare le spese di guerre, diede ostaggi (il figlio Dario e un gigante ebraico di nome Lazar) riconsegnò l’Armenia minor e altre terre ai romani.

L’impresa partica determinò la fine della coalizione antiromana di Izate, di Areta, di Asineo e di Gesù stesso.

Ognuno di questi dovette difendere i propri confini e rendere conto personalmente della guerra perduta contro l’ imperium romano ai propri popoli, ora maggiormente tassati: il più odiato da Tiberio è Areta IV, di cui l’imperatore chiese espressamente la testa.

Mentre l’esercito avanzava contro Areta, in direzione di Petra, Vitellio deviò verso Gerusalemme e la cinse di assedio intimando o la consegna del maran, di chi cioè era stato fatto re senza autorizzazione romana, o la distruzione della città.

In Gerusalemme il partito filoromano-consapevole degli eccidi successivi la capitolazione della città sperimentati già due volte – riprese il sopravvento e il nuovo sinedrio decise la resa, l’arresto del Christos, la paradosis consegna ufficiale del Meshiah, che venne fustigato e crocifisso come un ribelle all’imperatore Tiberio.

La Pasqua fu celebrata da una folla festante, come una liberazione, alla presenza dei romani vincitori e dello stesso Vitellio nel 36 d.C. (cfr. Giudaismo romano II e commento Antichità Giudaiche XVIII,95-105). Su Gesù Christos Messia rimando a Jehoshua o Jesous? – Maroni, 2003 – e alle connotazioni proprie di tale figura militare e sacerdotale rilevate in molti momenti del mio lavoro su Filone (Vita di Mosé, De somniis ecc.) e su Flavio ( Antichità giudaiche, XVIII)…

Prefazione a leggiamo insieme… Ungaretti

La scuola ha perso da anni la sua funzione di educare e di costruire da quando ha dovuto dividere il suo magistero con la Tv e con i comitati dei genitori e non ha saputo più gestire il consiglio di Classe.

La Tv educa quotidianamente al niente con programmi spazzatura, con slogans anglosassoni e con fumetti giapponesi e i suoi presentatori semianalfabeti, più o meno accettabili come conduttori, peccano decisamente sul piano linguistico e danneggiano irrimediabilmente il bambino fruitore passivo, che interiorizza proprio il pessimo di ogni cosa.

I maestri elementari, dopo la miniriforma, non hanno più una responsabilità effettiva in quanto ognuno ha un’area e nessuno si assume l’onore e l’onere di educare effettivamente alal comunicazione linguistica l’alunno, che risulta uno sconosciuto, esaminato , suddiviso tra tre esperti, che però non attirano e coinvolgono unitariamente il bambino, emotivamente assente, dissociato dalla realtà agricola che è la base di ogni lingua.

Inoltre l’alfabetizzazione e la codificazione in un bambino sono avvenute in una famiglia, non attenta al codice linguistico esistente e nemmeno concia della necessità di semantizzare in relazione al referente per un significato contestualizzato.

nfine i maestri hanno dato solo i rudimenti lessicali senza tenere presente il forte squilibrio vigente nel settore linguistico tra la cultura agricola ormai superata e la nuova cultura industrializzata e computerizzata : ne è venuto fuori un alunno che non ha alcuna conoscenza del significato perché non ha la conoscenza dei referenti che sostanziano quell’idea.

Su questa base lacunosa lessicale si è innestato un processo grammaticale morfo-sintattico superficiale, per cui l’allievo non ha competenza delle parti del discorso né delle parti logiche e sintattiche in quanto non si è operato funzionalmente dopo un lunghissimo lavoro di analisi e di appropriazione dei sistemi minimi grammaticali.

I professori della Scuola Media prendono un alunno già con gravi lacune linguistiche e con disturbi nell’apprendimento e fanno una serie dilezioni frontali o di pseudo -letture testuali insegnando una linguistica afunzionale, appresa da manuali, anch’essi raccogliticci e fumosi, di nessuna praticità.

Concludendo, dunque, i nostri figli vanno alla media e non apprendono niente, anzi imparano solo le furbizie scolastiche i modi per sfuggire al controllo dell’adulto, disimparando quel poco di grammatica e di logica, apprese nel periodo elementare.

E proprio nel momento in cui la mente è vivace, creativa ed aperta , la si imprigiona con schemi di lettura coercitivi , dogmatici, e la si abitua ad una ripetizione inutile di esercizi : sarebbe stato invece necessario operare sull’analisi in qualunque disciplina e scomporre e ricomporre testi, formule, disegni, insiemi per una personale ricostruzione sulla base dei paradigmi operativi linguistici matematico-scientifici al fine di rilevare i differenti stadi di ogni ragazzo per una effettiva valutazione iniziale di base per una graduale crescita linguistica connessa con competenze reali, tradotte in pratica operativa.

L’insegnante, inoltre, per come è stato formato non ha alcuna abilità né sul piano orientativo né su quello didattico, né su quello strutturale é analitico, né sintetico, né critico e quindi dà una cultura generica e libresca simile, per provvisorietà e superficialità a quella della Tv con un minore tasso di piacevolezza.

Sarebbe necessario orientare l’alunno nella Media puntando alla comunicazione e facendo interagire tutte le discipline in modo che e coordinatamente si faccia uno sforzo comune per radicarlo nella realtà che la la sua base nel lessico, nel termine, che usa propriamente e nella parola che adopera nel rapporto quotidiano. Allora il ragazzo potrebbe prendere coscienza della convenzione linguistica ma anche della stretta connessione tra parola e significato, relato al referente del contesto precisato nei suoi componenti, nelle sue differenze e diversificazioni infinite connesse con la varietà e molteplicità linguistica.

Tutti insieme, insegnanti di ogni disciplina, potrebbero fare una programmazione comune, di massima, con precisi obiettivi con procedimenti eguali, con scadenze fisse, in modo da confrontare le differenti risposte dei singoli alunni e su questa base differenziata attivare un percorso individuale per ogni singolo alunno studiato in tutta la sua personalità così da personalizzare l’iter operativo.

Il piano attuativo, allora, individualizzato, potrebbe servire per conseguire gli obiettivi linguistici fondamentali per al crescita dell’alunno: la comunicazione orale e scritta.

Nel fare questo, gli insegnanti non devono essere più solo insegnanti ma devono esprimere la loro professionalità tramite il lavoro con l’alunno: in questo essi sicuramente si aggiornano in quanto devono operare concretamente sulle risposte sbagliate dell’allievo.

Questi deve essere orientato, perciò, in modo diverso e continuamente incanalato nella giusta via linguistica e con questa operazione deve procedere anche sul referente corrispondente e quindi funzionalizzare ogni singola operazione che deve essere lentamente interiorizzata. Inoltre, il lavoro così impostato, avendo l’ ausilio dei mezzi attuali di ricerca può risultare effettivamente aggiornato vivo e significativo. Nell’operare in questo sistema, il docente si accorge di essere non un insegnante di cattedra ma un artigiano che insegna ad un apprendista il mestiere, per cui deve cercare di recuperare anche le tecniche della propria tradizione e le strutture proprie degli artigiani. il compito, allora, del docente è insegnare mostrando i passi da fare, la via da seguire , marcando i signa, spiegando i segnali, formando un iter sempre nuovo in una evidenziazione delle proprie capacità decisionali in relazione alla situazione storica, culturale e letteraria.

E’ necessario staccarsi dalle idee e lavorare sulle cose comprendendo che noi stessi insegnati non abbiamo mai verificato i termini della lingua e non abbiamo effettivamente compreso il reale significato perché non abbiamo conosciuto la referenza sottesa , rilevabile grazie ad una semplice operazione etimologica ed abbiamo perso un grande patrimonio culturale sotteso ed a volte stratificato nel termine. Da qui viene l’invito a tornare ad essere artigiani abili a proporre paradigmi concreti per abilitare a costruire ma anche a smontare la costruzione con un insegnamento dapprima ana litico , poi sintetico ed infine critico decisionale…

il dovere di un insegnante parte da un decondizionamento della sincresi infantile propria e di quella dell’alunno in quanto ogni uomo ha qualcosa di confuso che è in relazione alla confusione linguistica popolare , per diventare lungo e paziente lavoro analitico , che solo può permettere un sintetico giudizio, provvisorio, d cui è possibile, sulla base di altri, concludere con una valutazione sommativa.

Compito dell’alunno è andare a scuola come apprendista artigiano che nella bottega impara il mestiere, conoscendo gli strumenti, le tecniche di lavoro e di composizione, seguendo l’esempio del magister mastro

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

 

Filone, uomo, è methorios? Filone, filosofo, è methorios?

Certo. Marco. Filone uomo e Filone filosofo sono ambedue methorioi. Senti cosa scrive in De Opificio,135: L’uomo è al confine tra la natura mortale  e la natura immortale  perché è partecipe  dell’una e dell’altra , essendo stato creato mortale ed immortale, mortale nel corpo, immortale nella mente.

Professore, ora, mi deve spiegare l’essere al confine e poi l’essere tra natura mortale  umana e natura immortale divina. 

Marco, ti riassumo quel che ti ho già detto, altrove, su methorios. Il termine filoniano ha  valore simile a quello dato dalla cultura classica cfr, methorios,  www.angelofilipponi.com e vale,  etimologicamente, come luogo  posto  in mezzo,  al limite tra due estremi  o fra due stati retti da diversi  sistemi governativi, ma Filone aggiunge altro significato ponendo l’essere tra due bande opposte, avendo il referente geografico  di una schiena di asino o di un doppio crinale di  un colle in quanto intende lo stare di una persona in mezzo  in un luogo alto, in cima, che  degrada dall’una e dall’ altra parte.  Da qui i tanti significati, in senso morale, politico-economico- finanziario  di  methorios, un soggetto che, però, pur essendo nel mezzo  come il cinque tra 1 e 9, non vale solo mesos  in quanto indica lo status  di mesoths, pitagorica, di chi è nel mezzo, secondo il detto latino  di in medio stat virtus , valendo  medietas e  modus   della metretica platonica , ma ha  anche valore dinamico di distinzione e di scelta tra due odoi  in  due opposte direzioni potendo andare in relazione alla propria cultura,  in uno dei due versanti – ad esempio verso l’Adriatico e verso il Tirreno  dalle creste dell ‘Appennino – .

Dunque, professore, methorios, oltre al valore etimologico  ha sostanzialmente due significati  in relazione all’etica ellenistica, paideia, e a quella  ebraico-aramaica,  musar, pur connotando un’azione specifica di banchiere in mezzo a due stati politici, sovranazionali, che, col suo banco, cambia valuta  ed ha una precisa funzione di intermediario, utile  alle due parti , che hanno fatto contratti, secondo legge? 

Marco, forse,   mi devo spiegare per essere chiaro, essendo equivoco il termine, data la condizione di una creatura mortale di fronte al creatore,  di un ebreo di fronte ad Jhwh , molto diversa da quella di un etnikos/pagano  sia greco che barbaro  davanti al Theos !

Filone, come oniade, in quanto  trapeziths,   dà valore a  methorios di uomo che ha un banco al confine tra due stati, esempio quello sull’Eufrate tra parthi e romani, ma sottende la sua natura umana  di giudeo che vede Dio in quanto  Giacobbe -Israel, che si esprime in quella situazione e  in quel contesto di confine e in quella funzione  di essere uomo  instabile tra due estremi,  entro cui si muove la sua esistenza terrena,  in quanto creatura tra il bene e il male, tra  il sensibile e il sovrasensibile, tra il tempo e l’eterno, come elemento di natura  mortale ed immortale.    Infatti, Filone, mostrando la mente /dianoia di chi opera giustamente,  dice in De somniis ,II 229-230:  la mente  del saggio, è approdata alla serena profondità di una pace profonda , dopo essersi distaccata  da tempeste  e da guerre  ed è superiore all’uomo, ma inferiore a Dio; infatti l’uomo di valore occupa una  posizione intermedia methoria, tanto da poter dire che non è né Dio né uomo, ma soggetto legato ad ambedue gli estremi, alla specie umana per la sua condizione umana, alla specie immortale per la sua virtù.

 Professore, lei mi vuole dire che Filone  filosofo, spoudaios, che si considera uomo, fornito di corpo ed anima,  creatura in bilico tra materia e spirito,  può andare scivolando  verso il male e volgersi al bene, verso l’alto,  liberamente, se  fa prevalere  la pars materiale o quella spirituale? Lei mi parla, però, non di un uomo comune, misto di materia e forma,  ma  di un essere giusto,  solo spirituale, giunto già alla teleioosis/perfezione, non di una creatura  ancora in bilico,  in quanto già nella retta via ed anzi arrivato ai vertici, distaccata e separata dal popolo e dai pagani, secondo ameicsia, come persona che ha fatto il suo percorso, transitorio,  di vita terreno?

Marco, io parlo del  filosofo Filone, pneumatikos,  che tende all’incontro con Dio  e quindi mostra un suo itinerario, che inizia con la funzione methoria  del trapeziths ed emporos  commerciante, una professione che viene abbandonata, dopo un periodo di vita  in bilico  tra due padroni, di logorio psico-fisico, nel momento  convulso della conquista e mantenimento dell’oikos , in età senile, all’atto della decisione  dell’anachorhsis , col ritiro dalla vita attiva  per una vita contemplativa  sul lago Maryut -cfr. De vita contemplativa, i terapeuti, e.boook  Narcisus  2015-. Filone risulta,  allora,  un filosofo, che è al confine tra due culture,  quella greca e quella giudaica,  ed è mediatore, anche se prevale in lui la non  mescolanza culturale anche nel periodo praptikos, in cui  si vive concretamente in relazione  alla storia  e alla natura, come giudeo consapevole di  essere civis di un kosmos politico  armonioso, come quello  romano,  opposto a quello barbarico e  parthico ed ecumenico, incapace, comunque, di distaccarsi dalla sua radice mesopotamica , di cui è espressione la stessa Bibbia, oggetto del suo commento, secondo la tradizione patria  aramaica, perché desideroso di aprire  un’altra via  con la propria, tipica, allegoresi.  Filone, volendo  fondere la funzione  di mediatore con quella di divisore,  secondo la lettura  di Clara Craus Reggiani .-cfr. Introduzione  a Filone di Alessandria, l’uomo e Dio , Rusconi,1986 .- se ne serve per mediare  l’apertura all’ideale mosaico  ad un mondo pagano , che ne è completamente ignaro, e per separare  ciò che è nell’ebraismo  tradizione, legata  ai destini di un solo popolo,  da quanto invece  esso contiene  di verità universali,  di senso dell’assoluto, di istanze umane ed umanitarie, il tutto intimamente connesso nel credo nel Dio uno ed unico.

Professore, quanto dice la Reggiani non  mi convince, anche se  è connesso col mio credo cristiano contraddittorio tra terra e cielo : il rilievo di Filone, come platonico,  è apparente  in  quanto l’ebreo rimane legato alla tradizione  e cultura aramaica, al suo Dio uno ed unico e lo oppone a Caligola theos upsistos , Zeus! Da  qui  la  trama  per l’uccisione del sovrano nomos empsuchos, deciso a sterminare l’ebraismo, ordita con Giulio Erode Agrippa e il giudaismo romano,  insieme col corpo dei pretoriani, esautorato,  e col senato, sciolto, e con la città di Roma stessa,  declassata come capitale  a favore di Alessandria. –  cfr. Vita sublime di Gaio Cesare Germanico- Per una datazione di Consolatio ad Marciam   ebook Narcissus,2015  -. Lei  – non altri – ha, con la sua opera, rilevato e rivelato l’ambiguità dell’erodiano,   scettico  civis romanizzato, suo  turannodidaskalos, da una parte, rimasto, però, ancorato alla Musar , da un’altra, per amore del proprio popolo, condannato,  solidale fino alla morte, nonostante la filoromanità e la propria devozione ad Antonia e a  Claudio.  Lei  – nessun altro storico!- ha compreso davvero non solo il re Agrippa I ma anche Filone oniade e suo fratello l’alabarca Alessandro,  la storia  romana del periodo caligoliano e l’ascesa al trono di Claudio,  oltre  a quella coeva giudaica e a quella cristiana –  origeniana  di stampo cappadoce  orientale e di stampo  agostiniano occidentale- . Io, grazie a lei, ho capito la lotta tra la propaganda dell’ideologia pagana alessandrina di Apione per l’ektheoosis caligoliana e quella giudaica  di Filone di Peri aretoon ,  che ha  la necessitas di un cambio di potere nella domus giulia, in quanto il neos  sebastos , il puer optatissimus, sognato come  colui che porta i regna saturnia,  divenuto Fetonte,  risulta guida puerile ed inesperta dell’imperium,   distruttore del kosmos!,

Penso che tu, Marco, abbia capito bene  Filone politico e il ruolo avuto a  Roma, nel momento della morte di Caligola, e all’atto della pacificazione religiosa universale,  a seguito del decreto  sulla threscheia/pietas religiosa  del nuovo imperatore,   un po’ meno quello filosofico , complicato dall’aspetto teologale della tradizione giudaica , sincreticamente congiunto. Comunque, sono commosso per i tuoi attestati di  stima per la mia ricerca storica . Grazie

 

 

 

 

Di una proposta editoriale… respinta

Professore, lei ha sempre stimato Adelphi, Einaudi e  Rizzoli,  anche se non ha mai pubblicato, con loro, nessuna opera. Ha fatto, comunque,  qualche proposta?.

Tante  volte.  L’ultima l’ho fatta direttamente a Roberto Calasso per la pubblicazione di Per un bios di Giulio Erode, il filelleno. Ho sempre stimato l’uomo, lo  scrittore  e la sua casa editrice, in quanto ritenuta  umanistico- scientifica, pur nelle sottese contraddizioni. Ti aggiungo che ho provato dolore vero alla notizia  della sua scomparsa il  28 luglio di questo anno.

Comunque, professore, lei  non ha pubblicato con lui ed anzi ha avuto risposte negative. Prova  è  questa mail in risposta alla non accettazione  della  sua  proposta editoriale, dove lei evidenzia anche la sua critica  all’opera di Calasso scrittore, celiando sulla sua bravura, confrontata con quella di Carrère-ambedue fortunati eredi di famiglia –  sminuendola  nel confronto  diretto  con la sua  faticosa e solitaria ricerca  personale.

Grazie per aver fatto rispondere ad uno sconosciuto, che ha fatto ricerca, isolata, per  decenni, sulla cultura aramaica e giudaico-ellenistica, dopo aver tradotto Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche), ed altri autori,  in una volontà di riscrivere la Storia romana dall’angolazione ebraica (Caligola il Sublime!,),   che vive dignitosamente con lo stipendio di professore di Liceo! Grazie, dunque, anche se non si è degnato di leggermi!. Eppure, vista l’età di uno, che ha qualità e competenze plurime, storiche,  tanto da presentare nel suo sito da una parte – dopo la distinzione del Regno dei cieli e del Regno di Dio-  una nuova figura di Gesù Messia Ebreo e da un’altra, la novità di Il regno di Giulio Erode, il Filelleno –  avrebbe potuto leggere o far leggere almeno qualche articolo del sito  www.angelofilipponi.com  su Erode e la siccità o su  Gesù Christos  o  Oralità e scrittura dei vangeli! Avrebbe rilevato, allora,  che esiste un  altro,  giunto all’afasia scettica e all’epoché/sospensione di giudizio, un uomo non fortunato, come lei, un suo coetaneo! Lei, saggista e narratore fin dalla nascita, proprietario e direttore della casa editrice Adelphi, che ha saputo guidare con una proficua logica economica, come un  banchiere, non come un ricercatore! Lei pure ha fatto cultura in cinquanta anni, credendo d’aver scritto qualcosa su il Libro di tutti i libri, di poter  interpretare Ezechiele e di entrare nell’oikonomia tou theou, sapendola leggere, da giusto, come un terapeuta, pneumatikos! Lei è bravo come E. Carrère  di Il Regno!. Lei  sa  coniugare  iuvare e delectare in una volontà di  miscere utile  et  dulce  per il lettore,  secondo le prescrizioni controriformistiche cattoliche, come ogni altro editore cristiano, come uno, educato secondo paideia, non secondo musar-alla forma non alla sostanza, alle parole non alle opere –! Oggi in Italia e nel mondo ogni casa editrice fa conti e vale in relazione a quanto guadagna! Il coronavirus non ha insegnato niente a nessuno: la cultura è un bene che serve!: non è forma, è sostanza dell’essere!

Professore, la sua conclusione  è beffarda  ed irriverente propria di un vecchio -bambino, che non sa vivere e chiede formalmentperdono della sua audacia verbale, in quanto  praptikos.

Mi si perdoni il parlare: sono un vecchio- bambino, vissuto nel silenzio, abituato a fare, non a parlare! Signor Calasso, lei, da editore, può seguitare a fare business, io, stolidamente, da insegnante, a fare cultura!. Buona giornata Angelo

Questa è la lettera successiva alla proposta editoriale, 8 giugno 2020, respinta, inviata Alla cortese attenzione di Roberto Calasso.

Da: Manoscritti Adelphi [mailto:manoscritti@adelphi.itInviato: lunedì 8 giugno 2020 11.49 a: Angelo Filipponi
Oggetto: Re: proposta editoriale   Gentile Signore,  abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni

Il 15/05/2020 07:30, Angelo Filipponi ha scritto: Alla  cortese attenzione di Roberto Calasso

A lei, signor Calasso, forse interessa la proposta editoriale di Angelo Filipponi, che ha fatto una revisione storica  sulla figura umana di Gesù un giudeo di Galilea  con L’eterno e il Regno, un apparente Romanzo storico, ma di fatto una  fedele ricostruzione della storia giudaica sulla base di una ricerca su Gesù qainita- un costruttore riconosciuto messia e fatto re/Maran dai suoi operai e dagli esseni, con l’aiuto dei Parthi, nel momento  della congiura di Seiano (ucciso da Tiberio il 18 ottobre 31)-.Anche potrebbe  interessarla la revisione della figura storica di Giulio Erode il grande, un civis romano, idumeo, turannodidaskalos di Augusto, un’opera in  6 libri, così suddivisi: 1. Antipatro, padre di Erode; 2.Giulio Erode Basileus 3..Alessandra, suocera di Erode.4.Erode il monarca (a.Erode e la Siccità, Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!5.Il regno di Antipatro, figlio di Erode ( a.Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne; b. La morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro. 6.L’ultimo Erode (a. Erode turannodidaskalos di Augusto? b.Giulio Archelao, figlio di Erode c.. Il falso Alessandro ed Augusto; Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome di Giulio? e. Giulio Erode il grande, filelleno). Le sono grato  se prende in seria considerazione la proposta. E’ gradita una sollecita risposta- sono un vecchio di 81 anni Grazie Angelo.

Lei, professore, insieme ad altri,  già  era stato critico nei confronti dell’ Adelphi circa il  romanzo il Regno di Emmanuel Carrère, di cui evidenziava, tra l’altro,  precisi errori storici  circa la figura di Giulio Erode  Agrippa I,  in un rilievo della scarsa attendibilità generale storica della ricostruzione del francese del contesto e della cultura  giudaica, nell’epoca del Christos – cfr. Agrippa secondo Emmanuel Carrère  in www.angelofilipponi.com  –

Marco,  rimasi sorpreso all’arrivo della mail della casa editrice, che era una normale anonima lettera di rifiuto di manoscritti.

Lei, già, allora,  pensava ad una svista  della casa editrice, anche se conosceva  la dipendenza di Calasso  dalla cultura francese e in un certo senso lo bollava come  uomo  che crede di leggere i fatti, ma non li legge,  in quanto legge solo le interpretazioni,  per cui  la sua casa editrice  a lei e ad altri studiosi  risultava  un’innocua  tigre di carta…  rispetto alla immane dittatura  globale editoriale, senza più una reale funzione storica.

Lei, infatti, ha evidenziato la progressiva  crisi dell’editoria italiana  ed ha cercato di mostrare la truffa di molti piccoli editori,  che approfittano della vanità di scrittori dilettanti, desiderosi di pubblicare un libro  anche  a prezzo  di somme, seppure consistenti,  di denaro, versato come cooperazione e contribuzione  alle spese  editoriali.  Certo, Marco, io stesso  ho pagato  per pubblicare.  cfr. Ad un editore amante della cultura e non  affarista in www.angelofilipponi.com

Secondo  me, professore,  anche Adelphi è decaduta come  Einaudi, Rizzoli e tante altre case editrici, che non pubblicano  più saggi di autori  che, dopo lungo lavoro, dànno risultanze storiche, ma puntano su scrittori emergenti  per qualche  successo o personaggi televisivi  – attori,  cuochi , calciatori ecc.-   ai fini di un  profitto immediato  oppure fanno tradurre  autori stranieri di successo, in un deserto di lettori, proni in un quadro di desolante povertà culturale, interessati  alle immagini.

Capisco, Marco.  Tu vedi  chiaramente che non riesco  a pubblicare nessuna opera storica e che l’editoria italiana  si rivolge ad un lettore italiano medio- basso facendo tradurre  dall’inglese o dal francese  o dallo spagnolo   autori che già hanno una sicura buona vendita di copie, senza neanche tentare  pubblicazioni  di scrittori, come me, che ha fatto reale ricerca storica, noto, citato e segnalato perfino  da  famosi  autori  internazionali per le traduzioni di Filone alessandrino  come Tom  Holland, DYNASTY. The  Rise and Fall of the House of Caesar, 2016  ed altri.

A lei  dispiace, professore, specie  Per un bios di Ponzio Pilato.

Certo, Marco. La lettura da parte di  pochi  amici -10 –  delle mie opere  su Giulio Erode il filelleno e su Ponzio Pilato con le traduzioni da Antichità giudaiche  di Giuseppe Flavio  (XIV,XV,XVI, XVII) come  appendice, è certamente un piccolo sollievo  per la mia anima,  ma  non è gratificante per il  lavoro  di una vita intera, tesa  alla revisione della  Storia romano ellenistica imperiale – specie giulio claudia, flavia ed antonina –  e della Storia giudaica e  cristiana.

Sorridiamo, professore, ed auguriamoci la fortuna di Alessandro Manzoni che aveva  solo 25 lettori nel periodo della revisione linguistica del suo romanzo I PROMESSI SPOSI.   Ridiamoci su e forse anche il suo romanzo L’eterno e il regno– finito nel 1999, pubblicato a  puntate su Quotidiano.it e poi in ebook,- risulterà  per tutti un vero capolavoro sulla Vita di Gesù CHRISTOS e potrà avere la meritata fortuna.

Grazie, Marco, per l’augurio.

 

 

 

GAMLA

Da

L’eterno e il regno

Anno 785 di Roma, Consoli Gneo Domizio e Camillo Scriboniano – Anno 32

I senatori votarono che Tiberio scegliesse tra di loro un gruppo a suo piacimento e che di questo gruppo ne utilizzasse venti, così come venivano sorteggiati, armati di pugnale ed adibiti come guardie, ogni volta che lui entrasse in senato… Naturalmente Tiberio li lodò e senza dubbio ringraziò la loro benevolenza, ma respinse la loro proposta.. Divenne poi più sospettoso verso di loro e da un lato disse di essere molto contento dei loro decreti, da un altro onorò i pretoriani sia con discorsi che con denaro, sebbene sapesse che avevano sostenuto Seiano, in modo tale da renderli a sé più devoti nella sua politica, avversa ai senatori.

Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,17

Dei due consoli Domizio rimase in carica per tutto l’anno (era marito di Agrippina, figlia di Germanico e padre di Nerone imperatore), mentre gli altri solo fino a quando lo decise Tiberio.
Alcuni infatti li avrebbe scelti per un periodo più lungo, altri per uno più breve, alcuni li destituì prima del previsto ed ad altri invece consentiva di rimanere, oltre la scadenza.
Queste irregolarità continuarono a ripetersi per quasi tutto il periodo del suo principato.
Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,20

Quando furono vicini a Gerusalemme , giunti a Betfage, presso il monte degli Olivi , Gesù inviò due discepoli dicendo loro: ” andate nel villaggio che è davanti a voi e troverete subito un’asina legata e un puledro con essa: scioglieteli e conducetemeli. Se qualcuno vi dirà qualcosa , dite che Il signore ne ha bisogno e subito li lascerà andare” …..I discepoli andarono e, avendo fatto come Gesù aveva comandato, condussero l’asina e il puledro, vi posero sopra i mantelli ed egli si mise a sedere sopra di essi . Moltissimi della folla stesero i loro mantelli sulla via, altri poi tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle, che lo precedevano, e quelle, che lo seguivano, gridavano dicendo:
“Osanna al figlio di David!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore !
Osanna nei cieli altissimi!”
Essendo poi entrato in Gerusalemme, tutta la città, commossa, diceva:”chi è costui? ” E le folle rispondevano:”Questi è il profeta Gesù da Nazaret della Galilea ”

Matteo, 21, 1-10

 

 

 

Gamla

 

Vista dal basso, Gamla  era un nido di aquila.

Venendo dalla grande strada regia babilonese, Jakob e Melazzar avevano preso brutti viottoli di campagna ed erano sfiancati: essi si erano staccati dal convoglio del tributo e si erano diretti verso Gamla, avevano deviato e procedevano spediti, da soli.

Ora seguivano una grande strada romana, ma erano nervosi e digrignavano ambedue i denti, vedendo le erme di Mercurio, erette ai margini, ed abbassavano la testa, con i cappucci calati, davanti ai romani, che facevano pagare, con arroganza, i pedaggi.

I romani bloccavano ogni cinque miglia, nelle strade, i viandanti e si facevano pagare, altrimenti punivano: erano come gli avvoltoi.

Ad ogni ponte c’era una guarnigione che riscuoteva : bisognava pagare anche sulla propria terra!

Questo pensavano i due fratelli, che guardavano in alto e vedevano Gamla e dai dirupi di Gamla vedevano scendere verso il basso avvoltoi in picchiata, dopo vari volteggi e roteazioni.

Ormai vedevano Gamla e per loro era un sollievo: lì avrebbero fatto tappa e i fratelli li avrebbero dissetati, assistiti, ripuliti e rifocillati.  Il pane e l’olio  gaulanita erano rinomati in  tutta la Galilea, ed  anche in Giudea  ed in Idumea e perfino in Egitto.

Ora  i due si rasserenavano, mentre attaccavano la salita per Gamla e proseguivano compunti e composti, come voleva la legge: erano in un territorio, dominato da un sovrano ebreo, Filippo, un erodiano, un romanizzato ma sempre un giudeo, che poteva ricordare che Dio è al di sopra di ogni cosa e di ogni uomo.

Si erano uniti a loro due giovani di Gamla, che avevano seguito con interesse le manovre dei romani, che avanzavano da sud, e li avevano esaminati mentre marciavano sei a sei ed occupavano con la colonna tutta la strada e spingevano arrogantemente, da padroni, i passanti verso la campagna.

Avevano seguito con lo sguardo, finché avevano potuto, con eccessivo interesse, così aveva pensato Melazzar, a cui non sfuggiva niente e che soprattutto conosceva l’animo umano.

Aveva notato perfino che i due seguivano il volo degli avvoltoi, guardavano i romani e sputavano: egli sapeva leggere non solo i libri sacri e penetrarli allegoricamente, ma sapeva leggere anche gli atti, i comportamenti e trovare le relazioni più profonde, con una sapienza che non era libresca , ma si nutriva di esperienza, che era frutto di meditazione e di ascesi.

Non era freddo, ma Melazzar, forse perché stanco, aveva qualche brivido e, forse perché agitato, si rinchiudeva nel suo mantello : a metà autunno faceva freddo in Gaulanitide e tirava vento.

I giovani, ora, si erano accodati ai due esseni e vedendo il più anziano, affaticato, si offrirono di portare i sacchetti, che i due avevano, e confidavano loro le notizie sui romani, sulla loro disorganizzazione, dopo la morte di Seiano.

Parlavano molto e lo potevano fare: un esseno è un giusto e nessuno in Israel può dubitare della fede in Dio e dell’odio verso i romani di un gadosh(santo).

Heliaqim, un quindicenne, secco secco e con capelli neri, ricci ricci, sembrava un arcangelo, grazie a due occhi grandi e sereni, nonostante le parole di odio.

Questi diceva, festoso, con la sua bocca carnosa, in cui si intravedevano denti bianchissimi, al suo amico, un giovane di una ventina di anni, solido e roccioso, dalla muscolatura possente e dal collo taurino: Joiada , il Regno dei cieli è vicino! Il loro impero si è spaccato, ora è il nostro tempo!

Ma l’amico lo zittiva, con lo sguardo.

Ora è il nostro tempo! ripeteva Heliaqim, insolentemente, ed aggiungeva frasi, proprie della sua formazione. Noi di Gamla siamo i prediletti  del  Signore, che protegge noi e la città. I romani  temono noi e i grifoni. 

L’amico, invece, lo correggeva.

No, disse Joiada, no, non è il tempo dei gaulaniti, ma è il tempo di Shaddai. Adonai sia con noi!

Amen! disse Melazzar, entrando nel discorso ed approvando le parole del più anziano, Adonai sia con noi. La morte del nostro persecutore è segno di grandi eventi: l’Adir si è ricordato di noi e ha diviso i nemici e li ha resi canne al vento; presto saranno nostra preda; noi ora dobbiamo seguire Jehoshua, capire la sua volontà, attendere il suo cenno.

Al nome di Jehoshua i due si guardarono,  ma non dissero niente.

Erano, comunque, sorpresi.

I giovani si rallegrarono, specie Joiada, che indicò ai due esseni Gamla, che sovrastava.

Eccola, Gamla!

Le case, costruite sui ripidi pendii, erano strettamente disposte, l’una sopra l’altra, tanto che la città sembrava sospesa e quasi sul punto di cadere su se stessa e precipitare su una nuvola bianca, che stazionava quasi alla base della città verso oriente, sopra una folta boscaglia, mentre il sole stava tramontando.

I quattro, arrivati su un cucuzzolo di un costone, vedevano meglio Gamla e l’ammiravano con diverso animo.

Ora si vedeva che la città era adagiata su un piano, lungo un crinale, che era un dirupato costone, diviso nettamente, su due gradoni rocciosi.

Sul primo, che finiva in uno sperone di basalto, proteso nel vuoto, c’era un gruppo di case meglio curate, tra cui spiccava un edificio rettangolare,   mentre sull’altro, più basso, ma più impervio, tanti cubetti bianchi, assiepati, che risplendevano alla luce del tramonto.

Gamla era tipica per l’ammasso  roccioso di basalto,  su cui tutto il paese era arroccato e su cui nidificavano gli avvoltoi: i suoi abitanti, perciò, apparivano ai corregionali uomini contraddittori, cammelli pacifici e rapaci feroci.

D’altra parte nel suo insieme la città poteva dare l’idea della testa di un cammello.

Gamla era divisa anche per abitanti da tempo immemorabile e solo nell’ultimo secolo, dopo interne lotte,  le due etnie si erano accettate  e condividevano appositi spazi,   ben ripartiti : quello in basso era abitato da goyim-pagani, l’altro da giudei.

Giudei e Goyim, dal  periodo  di Iamneo, convivevano  pacificamente.

E’ bella Gamla! fece ingenuamente Heliaqim, vedendo i due esseni che l’ammiravano e noi viviamo fraternamente in paese, aggiunse il ragazzo.

Non sempre fraternamente diceva, ammiccando, Joiada, ora fraternamente perché noi dominiamo e i romani non vengono quassù in alto.

I goyim rispettano noi, che siamo armati e forti, e noi li rispettiamo secondo la legge di Mosé; quando loro dominavano, noi eravamo succubi e la nostra vita era precaria, le nostre botteghe incendiate, i nostri artigiani costretti a lavorare come schiavi: Seiano, avendoci tolto i diritti civili, ci aveva fatto servi degli altri popoli, ma ora coi figli di Jehudah,  noi siamo liberi e presto tutto Israel sarà libero.

Noi, diceva pomposo il ragazzo, libereremo anche la santa Jerushalaim. Sia benedetto Adonai!

Amen, ripeteva Melazzar che aggiungeva: un solo grido deve echeggiare, però: venga il Regno dei cieli e tutti dobbiamo seguire il mashiah! Adonai così vuole!.

A Gamla, i figli di Jehudah avevano riunito i loro guerrierizeloti e con loro avevano creato una rocca imprendibile e da lì facevano spedizioni punitive contro i sadducei e contro i romani, spesso interrompendo le comunicazioni, a volte attaccando i convogli, servendosi anche dei figli di Zimari  che, dalla Traconitide, venivano con le loro barbe squadrate, da babilonesi, seminando il terrore nei romani per la precisione delle loro frecce e per la rapidità di attacchi equestri.

I figli di Jehudah erano i signori di Gamla e dominavano per tutta la zona e come ogni israelita volevano l’attuazione del Regno dei Cieli: erano rapidi nelle loro incursioni e spietati come gli avvoltoi.

Essi avevano sentito parlare di Jehoshua, e siccome alcuni avevano riferito di cose magnifiche e avevano visto i segni della sua potenza, avevano mandato dapprima uomini dal loro parente Jahir e poi dal Maestro di Giustizia a chiedere se quello era il santo di Israel, il Mashiah.

Jakob, il figlio maggiore di Jehudah, aveva mandato perfino suo fratello Shimon a contattare la comunità di Caphernaum con molta discrezione, senza impegno: era un capo prudente, un saggio, un maestro della legge, come suo padre, ma rispettava molto il parere degli esseni: l’ultima parola doveva essere del maestro di Giustizia.

Aveva saputo che Melazzar tornava dall’Adiabene e che lui aveva l’incarico di comunicare la lieta novella, di collegare gli zelanti di fede, di formare alleanze.

Melazzar era il nabi che conosceva la volontà di Dio; Melazzar era l’uomo con cui Jakob doveva incontrarsi.

Il capo zelota aveva, perciò, fatto incontrare il profeta coi suoi due uomini ed ora lui in persona era sceso dalla sua casa, posta proprio sul cucuzzolo dello sperone e veniva giù seguito da un numeroso gruppo festoso, pronto ad accogliere i due nuovi arrivati.

Era il giorno prima del sabato e tutti erano festosi e perfino i goyim sembravano felici, contagiati dall’allegria degli altri. Anche le donne erano uscite con i bambini, che battevano le mani per testimoniare la loro gioia: i due uomini si erano purificati del lungo cammino, ed ora, lavati, avevano ai loro piedi, posti in larghi catini, pieni di acqua calda, donne che asciugavano i piedi, li strofinavano e riscaldavano, profumandoli.

Ora si erano appartati il capo zelota e Melazzar.

I due erano l’uno di fronte all’altro; erano due servi di JHWH, due Chakamim di Israel.

Il capo zelota era anche un dottore della legge, un Chakam, uno dei più riveriti chakamim che portava i Tefillin, i filatteri, due scatolette legate da strisce di cuoio, contenenti brani della Torah, applicati alla testa e al braccio, come segno di preghiera, ma anche come distinzione in quanto interprete della legge.

L’esseno, magrissimo ed altissimo, era l’espressione di un ascetismo congiunto col duro lavoro agricolo.

Il primo cominciò a parlare di Dio, della missione della sua famiglia, di suo nonno Ezechia e di sua padre Jehudah, e diceva: Adonai ha dato alla mia famiglia il compito di mostrare la via, il diritto di guidare gli uomini, poi…, a metà strada, il nostro dovere sembra cessare, la nostra funzione sembra inutile 

Adonai vuole solo questo: noi dobbiamo aprire la strada per altri, che devono venire… Adonai frena il nostro dovere, ci arresta prima di concludere… noi eppure siamo della stirpe di David…

Eppure mio nonno lottò, lottò per YHWH e il suo popolo, ma YHWH lo mise nelle mani di Erode e lui è stato cantato dalla Toledoh; mio padre lottò e si sacrificò per YHWH e il suo popolo ma YHWH lo consegnò nelle mani dei romani e tutti cantiamo le sue gesta.

Io e i miei fratelli Shimon e Menahem abbiamo lottato e lottiamo ma siamo rilegati quassù lontano da Jerushalaim e speriamo…

YHWH a tutto provvede, tutti segue, nessuno è escluso, disse Melazzar, notando le interruzioni di discorso e le pause; il vostro compito è grande quando viene il tempo di Israel, il tempo della rinascita, quando il resto di Israel trionfa.

Shaddai predilige l’eterno e il regno, ‘Olam e Malkuth; è questo il tempo del regno eterno: tempo (‘et) e destino (pega’) raggiungono tutti.

Io e i miei fratelli avevamo pensato che tra noi discendenti di Isai ci fosse il Mashiah, che Adonai ci perdoni!, ma sappiamo che non è questo il nostro compito: noi dobbiamo morire per Israel, solo questo ora sappiamo.

Per noi è tempo di morire: la corona (keter) di martiri Il Santo ha riservato a noi.

Certo, precisò Melazzar, mettendo la mano sua piccola sopra la mano grande ed aperta di Jakob e guardandolo fisso negli occhi, certo, così vuole YHWH: gloria diversa, ma gloria per i suoi figli migliori, destinati a combattere e a morire.

E’ giunto il tempo di Israel: tutti dobbiamo seguire il proprio destino, fino in fondo: ogni giudeo sempre ricorderà Jakob e i suoi fratelli e il padre e il nonno.

YHWH ha posto l’Eterno e il Regno in Jehoshua; la vostra famiglia è segnata solo di tempo .

YHWH ha già scelto il suo prediletto, lo ha già unto di sua mano con segni speciali e col potere di vita e di morte.

Lodiamo YHWH e diciamo insieme :

Anche l’uomo non conosce il suo tempo

Come i pesci catturati in una rete maligna, come

gli uccelli presi al laccio!

E l’esseno concluse: Gioisci con noi, Jakob! Il Regno dei cieli è vicino!

Si alzò dalla panca Jakob e Melazzar vide un gigante, ancora giovane, potente, che si abbassava per baciare le mani, che erano stese sul tavolo, con devozione, con un atto di ringraziamento verso l’esseno, il servo di YHWH, che gli aveva comunicato la sua volontà.

E poi, sempre chino, con la testa bassa, ricciuta, disse: Sia fatta la volontà di YHWH, la mia destra come quella dei miei fratelli, sarà sempre in difesa di Israel: io sono figlio di Jehudah e nipote di Ezechia. Il santo, l’adir, l’unto mi avrà al suo fianco, quando vorrà, quando sarà giunto il suo tempo!

All’uscita dalla stanza c’era una folla di giudei, che gridava e che applaudiva, consapevole che era avvenuto qualcosa di grande per Israel: un capo zelota, come Jakob, e un capo esseno non si incontravano per caso a Gamla.

Specie dopo la morte di Seiano, la mancanza di collegamento tra Roma e la Siria e il caos, in cui si trovava la regione, ora pressata dalle milizie parthiche al confine e dagli uomini di Asineo, avevano reso euforica la popolazione gaulanita, che inneggiava ai suoi capi e che gridava: Malkut ed imprecava contro il proconsole siriaco, contro Filippo, contro Ponzio Pilato e contro Erode Antipa.

Ormai tutti i gaulaniti speravano nella venuta del tempo del Regno dei Cieli, nella cacciata dei romani: la morte di Seiano era l’inizio per loro di una nuova era, quella del nuovo patto con Dio che avrebbe sterminato la guarnigione dell’Antonia, quella di Caphernaum, la legione di Cesarea e le 4 legioni siriache del proconsole Pomponio Flacco, unico garante dell‘imperium di Tiberio, in mezzo a tanti, che avevano seguito il perfido ministro imperiale.

Gli abbracci, le grida, i lulav significavano già l’inizio di una nuova età.

I detti sublimi di Caligola

Da Svetonio e da Seneca, scrittori di lingua latina  più che da Flavio e da Filone e da Dione Cassio, autori di lingua greca, conosciamo i detti di Caligola.
Noi li abbiamo raccolti e poi commentati secondo il nostro metodo, cercando di spiegare esattamente la situazione o l’episodio che  ha partorito l’enunciato, operando  sul contesto in modo da dare possibilità effettiva di valutazione, al di là della interpretazione delle singole  parole e della loro esatta traduzione.
Noi crediamo che l’autore, a seconda della sua  lettura,  condizionata dal tempo di scrittura  rispetto al tempo di reale fonazione dei singoli morfemi, scriva, a distanza di anni, avendo di mira la dissacrazione della famiglia imperiale giulio-claudia e quindi dia valore ai termini in relazione alla nuova situazione.
Inoltre pensiamo che la storia è continuamente riscritta dai vincitori, che devono necessariamente farsi belli di fronte ai posteri a scapito di quelli che li hanno preceduti, per cui essi appaiono sempre all’apice di ogni manifestazione culturale  appoggiati da un’ élite  intellettuale prona  al servizio del potente signore.
Ad ogni cambio di domus dominante e ad ogni trasformazione epocale – specie dal passaggio da una civiltà e cultura pagana ad una cristiana – tutta l’area significantica e quella significativa cambiano ed hanno una sistema di referenza diverso  in relazione alle nuove elaborazioni letterarie e culturali  e allo stesso ambiente socio-economico: la lingua stessa è mutata dal cambiamento di gestione e dagli scrittori nuovi  che hanno un linguaggio tipico, una retorica propria di un sistema di significazione, in quanto devono tradere una cultura che, solo in apparenza, ha la stessa base linguistica  svuotata dei vecchi contenuti e riempita di nuovi evangeloi.
Ora noi  procederemo in modo semplice in relazione al testo di Svetonio che ci fa da guida, tenendo presente che  lo storico aneddotico scrive in epoca Flavia ed Antonina ed ha particolari interessi anti giulii.
Quando leggeremo  secondo Filone, terremo presente non solo la personalità dell’alessandrino, la sua famiglia oniade, il sistema economico degli alabarca, ma anche la sua  interessata filoromanità, diversa da quella dei sadducei gerosolomitani,  ma anche il suo settarismo di giudeo ellenista  contrario ai giudei aramaici, ostile a Caligola  neoteropoieths e uomo-dio teso all’extheosis: ogni enunciato, quindi, pur di prima mano non è quello che appare  per come è scritto, in quanto prende valore solo dopo la morte del persecutore dell’ebraismo ed ha valore apologetico: esso ha una sostanza, sottesa, molto più pesante di quanto è detto.
Compito del vero storico è rilevare l’ambiguità del detto nascosto dalla retorica e dalla forma di accettazione del principato di Claudio che risolve il problema giudaico,  ma diventa anche lui espressione ambigua di un proclama che è sostanzialmente antigiudaico, in quanto limita l’espansione del giudaismo, dando ad ogni popolo pari libertà di culto (threesheia) nel Kosmos romano. cfr. Giudaismo romano II e.book 2014
Ora tutto è ambiguo ed equivoco  in storia e niente è semplice specie in Filone platonico anche perché  il platonismo è prefazione del Vangelo stesso  e del cristianesimo
La lettura di Caligola secondo Flavio, sacerdote figlio di sommi sacerdoti,  governatore della Galilea nel periodo di guerra antiromana, difensore di Iotapata contro Vespasiano, presenta infinite difficoltà, dato il tradimento da parte di Josip ben Mattatia che, divenuto schiavo di Vespasiano, ne assume il nomen e diventa Flavius, storico ufficiale …
La sua storia è uno scrigno dove l’ambiguità giudaica è serrata e continua,  data anche la non scrittura del testo affidata a scribi ellenisti, traduttori, in quanto lui, come sacerdote, non può neanche pensare in greco e tanto meno scrivere per non contaminarsi , nonostante la sua apostasia.
Ancora oggi diciamo che un prete è prete per sempre, dopo l’unzione SACERDOTALE; cosa dire di uno come Flavio che è ebreo di stirpe sacerdotale, abile a mascherare, al fine della sua stessa carriera politica e del personale e familiare  benessere non solo le sue parole, ma anche le sue stesse opere?…
La storia di Flavio  è opera criptica, vera storia romana e vera storia ebraica, archailogia iudikh da mettere in connessione con quella ellenikh e con quella romaikh, con la presunzione tutta giudaica di essere il popolo eletto,  il popolo eterno ancora oggi valido secondo  B. Netanyahu  rispetto agli Stati Uniti – popolo effimero e transitorio come gli Assiri, Babilonesi – anche se alleato e deciso a proteggere la nazione israeliana dal l’Iran di M.Ahmadinejab…
Per Seneca  le frasi riportate come dette da Caligola   formano  un discorso a parte, come l’ho già fatto in Caligola il sublime, alle cui conclusioni rinvio…
Per quanto riguarda Dione Cassio, autore dell’epoca dei Severi, la sua valutazione è in relazione alle tante  fonti da cui dipende, per cui,  in assenza di precise documentazioni, bisogna pensare che la sua dipendenza sia da quella o giudaica o da quella latina (Svetonio e Tacito, sul quale c’è un buco circa la figura totale di Caligola.)…
Per ora noi prendiamo in esame il giuramento completo come lo deduciamo dalle fonti, specie da quella su Ummidio Quadrato, ma rileviamo solo l’aggiunta che fu fatta dopo pochi mesi in modo da comprendere anche le sorelle: quod bonum felixque sit C,  Caesari  sororibusque eius  –  o meglio  neque me liberosque meos cariores  habebo quam Gaium et ab eo sorores eius.

Iniziamo, allora con le citazioni sublimi, partendo da Omero: La prima  è in Iliade II,204 ….eis koiranos estoo/ eis Basileus
Caligola afferma che ci deve essere un solo capo, e, quindi, un solo re  e, perciò, pretende di mettere il diadema, volendo immediatamente trasformare la ridicola pagliacciata di Augusto e  di Tiberio, che si erano mantenuti sul piano formale repubblicano per trasformare la forma del principato in regni formam.  A questo aggiunge  la volontà di essere re secondo i riti orientali, propri della basileia ellenistica  e, quindi, crea l’apparato  propagandistico dell‘ektheosis.
Da qui la seconda frase omerica  rivolta, minacciosamente, contro Zeus:  H m’eir’ h egoo se /o togli di mezzo me o io te – Iliade XXXII, 724 –
L’aut aut  non tende a spiegare, ma a far comprendere al popolo, all’esercito e ai senatori-protoi,  la collocazione della frase in un discorso effettivo, fatto dall’imperatore, deciso, nella sua condizione di sovrano assoluto,  ad avere le stesse prerogative divine dell’ unico Upsistos / Iuppiter,  Zeus, YHWH,  in relazione alle tre etnie dominanti, romano- latina occidentale  e le due orientali, quella greca e giudaica.

Noi siamo convinti che non si ricostruisce la storia con una frase o con un gruppo di frasi, in quanto certi  dell’errore retorico di Livio ( e di Tacito) e degli storici greci, che facevano discorsi quando non conoscevano i fatti, in modo da dare possibilità di orientamento nella storia degli avvenimenti, legati fra loro secondo una successione causale e temporale, a chi, lontano nel tempo, avrebbe letto, interpretando i termini aggiunti  come abbellimento  nella funzione di congiunzione.

Neanche Hitler e Mussolini avrebbero potuto competere e neppure Berlusconi lo potrebbe con Caligola, adorato come Dio in quanto superiore di molto per mezzi, potere e seguaci.

Tenere unito l’impero romano e dare l’illusione di una nuova età dell’oro era impresa molto più complessa che unificare una pars (come Germania o Italia).  Poca cosa sono gli slogan nazisti e fascisti –Ein Volk, ein Reich ein Fueher- vincere, vinceremo, dux mea lux, dux nobis – come ogni propaganda monumentale sia quella berlinese di Albert Speer che quella  romana di Giuseppe Sacconi!.

L’ altare della Patria coi gruppi scultorei del Pensiero, dell’Azione, della Concordia, della Forza, del Diritto, coi bassorilievi del Lavoro che edifica e feconda, dell’Amor Patrio che combatte e che vince, con le fontane dell’Adriatico e del Tirreno, con le statue delle Regioni d’Italia, coi mosaici della Fede, della Sapienza, della Pace e soprattutto con le quadrighe dell’Unità della Patria e della Libertà dei cittadini, può dare un’idea della propaganda imperiale giulio-claudia  destinata a  lasciare segni  con la Domus aurea – e  poi con l ‘Anfiteatro Flavio e archi di trionfo  e con le colonne  antonine-.

Perciò, ogni frase di Caligola deve essere studiata ai fini di una propaganda alessandrina, fedele interprete de pensiero divino del monarca.

In seguito,  se campo,  cercherò di riportare le frasi, sublimi, dette  di Caligola, che ho già selezionate, ma lo farò a tempo opportuno, in modo da fare entrare il lettore in reale  situazione storica: questo articolo è stato scritto  qualche anno dopo la pubblicazione di Caligola il sublime, una diecina di anni prima di Incitato il cavallo di Caligola, in altri momenti!.

 

Età dell’oro e Lucrezio Caro

Età dell’oro e Lucrezio Caro

Ante amicitiam iudicandum, post amicitiam credendum  Epistulae ad Lucilium, 3,… un detto senecano  da non applicare, data la natura umana popolare, mutevole, estremamente perfida, sempre tesa al suo particulare!

 

A Niceta, mio consuocero, un grande uomo, un meraviglioso padre  e nonno,  un artista atipico, naturale, prezioso come l’ulivo di Puglia, vetusto,  suo simbolo pittorico.

 

Sara la bella  preferì uscire dalla vita, dieci anni fa!, Marco. Il 25 Febbraio del 2011 volle morire, distaccarsi, separarsi da tutti! Quanto pesante le era la Terra! Quanto duro il rapporto umano, quanto misterioso ed oscuro quello con se stessa! Ed era bella, Sara!  Era buona, vivace,  intelligente,  sentimentale, matura, aperta alla novità, donna a cui niente sarebbe stato precluso, se non avesse  avuto tensioni verso l’alto,  se non avesse puntato il caelum, disdegnando la Terra, in quanto persona divina, creatura spirituale/pneumatikh! Forse la ragazza, improvvisamente  si sentì troppo giovane, korh troppo sola, in una determinata volontà di salire, pur avendo  conseguito  traguardi, pur piacendosi ed essendo piaciuta, secondo i propri desideri e misurazioni altrui! Forse, nel corso di questa ricerca di infinito, in questa classica scalata di perfezione,  scoprì, in un istante, la sua reale humanitas, tipica dei mortali, capì di essere povera materia, mescolata variamente di tutto, comprese l’essenza umana di un essere informe, ben altra cosa di un essere spirituale! Forse perché inadeguata rispetto alla valutazione critica classico ebraico-cristiana, capì la sua essenza  di monade spirituale, raminga nell’ immensità celeste e si sentì disorientata ed accecata dal sole esistenzialesalamandra abbagliata da luce e si fece falena suicida, perduta!.

Professore, per noi cristiani, la falena è la rappresentazione spirituale di streghe e di fate, in quanto anime che ricercano il proprio  corpo e sono, per il colore nero, portatrici di sfortuna, come  i gufi, e gli amerindi ritengono la pseudo farfalla, dotata del potere di trasformazione e rigenerazione!.

Credenze cristiane, non scientifiche! elucubrazioni amerindie precristiane, barbariche!

Comunque, Marco, Sara idealista, hegeliana, segue il mito del dispotismo orientale, che è quello ellenico -ellenistico  nei confronti dei  barbari persiani,  per cui noi, occidentali, ellhnikoi, siamo affascinati, da loro passionali,  essendo noi  razionali e loro irrazionali!. Noi uomini abbiamo in noi ben fuse e confuse civiltà e barbarie e ci crediamo divini,  illudendoci talora di essere Dei imagines, perché espressione del Kosmos naturale! Non ho mai  capito, comunque,  il suo gesto feroce,  né la sua inadeguatezza a vivere, simile a quella di noi tutti, in un mondo di bene e di male, accettato per quel poco di bello e di buono, che  possiamo  trarre nel mare di sofferenza quotidiana, che sovrasta noi esseri mortali! La vita è per tutti un supplizio / timoorian einai ton bion!.  

Di chi  è questa frase- di cui conosco la traduzione latina  di Seneca (Ad Polibium  9,6 , tutta la vita è un supplizio!)?

E’  dell’accademico Krantore, autore del Peri Penthous  vissuto nel quarto terzo secolo a. C., per un padre di nome  Ierocle  a cui erano morti dei figli. cfr H. Th. Johanan, Trauer und Trost  Muenchen 1968.

Ho tanta voglia di dire a Sara  che  nella ricerca  scientifica naturale della fisica, noi ancora brancoliamo – invece, lei pensava che aveva capito già tutto e che ciò che sapeva era giusto! – ma andiamo avanti, convinti di niente, sperando nell’uomo,  divino essere, un camaleonte che si sa trasformare e  passare perfino nel fuoco, per rinascere, come la fenice,  dalle sue ceneri, testardo più di  lei, che ha intuito, ma non ha avuto pazienza di apprendere che tutto si impara e che ciò che sappiamo può essere utile ad altri, anche se sembra non servire a niente e che preziosa  è la nostra vita  per il  prossimo, per l’altro, accanto, che diventa ricco della nostra  esperienza e della stessa presenza, corporea, anche se di apparente nessuno valore, comunque, fratello! A lei mi sarebbe piaciuto dire che  non c’è amicizia  né possibilità di giudicare e tanto meno credere  in chi vuol esserti  accanto e ti si impone perché tu sei, anche  tu, come lui essere  fragile immaturo, insicuro,  una canna al vento, anche se sembri avere qualcosa di saggio, ma tutto  sei fuorché saggio, – un saggio che sa  di non saper niente e di non saper fare, anche se  devi sempre ricercare  senza sapere neanche che cosa  cercare, fiduciosa solo nella parola, potenza psicagogica, dunamis toon logoon, e nella sua possibilità di rimozione  del dolore (luphn aphelein),  essendo di base cristiana, una educata a credere  che  noi cristiani abbiamo sconfitto la morte con Christos risorto, che  è morto perché la morte morisse  (Girolamo, ep. 75,1)   in quanto la morte essendo  universale (ad Marciam11,1) è un bene ed un valore per l’uomo e per la natura,  perché Christos risorto  consola con la fede e con la speranza!.

La morte, comunque, professore  non è liberazione  nonostante la certezza di fine, essendo incerto il futuro, che inclina al peggio,  perché  non chiude il tempo e non apre l’eternità, anche se  fa sì che il nascere non sia  un supplizio in quanto  rende cara la vita proprio  per il beneficio dell’ inevitabilità di morire  -Ad Marciam 20,3-.

Marco, il fatto che la vita in quanto breve  è accettabile, visto che non è eterna e quindi sopportabile, nonostante il supplizio, passeggero,   essendo la morte il limite invalicabile della vita, non risulta una liberazione dell’anima secondo il presupposto  platonico, nonostante l’incertezza socratica se essa sia  una fine o un passaggio! illusorio e retorico sembra il detto di  Seneca (ad Marciam,  102,2 ) circa il  bellum somnium/ il sogno buonino  che, comunque ha valore individuale,  limitato  fino all’ekpuroosis, che distrugge il mondo, per rigenerarlo  in un vortice di distruzione e palingenesi, in cui il filosofo  mostra la catastrofe universale e le fine delle felices animae che, non possono avere una eternità  se non quella promessa dalle superstizioni religiose. (Ambrogio, De obitu Valentiniani consolatio  43 – cfr.John M. O’ Flynn, Generalissimos of the western Roman empire, University of Alberta Press, 1983,ISBN 0-88864-031-5.. Ed. it. I generalissimi dell’ Impero romano d’Occidente, Ar, Padova, 2020-.

Dunque professore, grave è la perdita di Sara, anima felix, per noi tutti?

Può esistere un’anima felix, professore , una sostanza che è e si muove vivendo e si adatta continuamente al movimento  continuo senza potere sfuggire alla fiumana del divenire   storico, nonostante i tentativi di stabilizzazione della  specie,  che fa scelte temporanee di localizzazione geografica, come affermazione del proprio esserci per un periodo in quel determinato spazio, per segnare il territorio, che ritiene suo possesso , insieme ad altri  animalia, che non sanno di vivere, perchè caricati di  eimarmenh /destino comune?

Noi che siamo nati, Marco, andiamo incontro al nostro destino con le nostre affezioni istantanee, epidermiche, sentimentali  senza saperlo,  e viviamo  una vita che non è nostra, spinti da bisogni e da impulsi naturali  senza poter veramente conformare al tutto  che ci  sfugge come ambiente  che si modifica continuamente e come  storia  che  avviene perché così deve avvenire  in un ciclico progesso di confragazioni e di rinascite astrali, infinitamente superiore ai singoli elementi costitutivi universali?  Felicitas-eudaimonia  e amicitia-philia  per un’ anima  naturalis non possono esserci nel vortice dei movimenti terrestri  del sistema solare, di quello galattico ed estragalattico  come possibilità di redenzione da oscuri peccati primordiali  tramite elementi  redentori divini  in questo abisso vorticoso,  di cui neanche si conoscono le cause né le funzioni né il suo continuo verificarsi atemporale1

La philia  di Sara  per ognuno di noi, amici e parenti,  emblema di un rapporto di reciprocità, sarebbe risultata forse  un vero tesoro di alterità, un possesso umano per sempre/Kthsis eis aei secondo la umana visione Lei sarebbe stata  un prezioso tesoro per chiunque altro, vicino, data la sua affettività ed empateia, avrebbe potuto essere  un vero sollievo nel supplizio esistenziale, in cui predominano gli anaffettivi e freddi calcolatori. Lei, però, non ha voluto consolari  l’altro, perché  tutta presa dal proprio dolore di vivere, convinta dell’inutilità di ogni pulsione  individuale, data l’immensità del caos, in cui ribolle l’universo, di cui ogni sistema solare  è parte periferica di un mondo senza centro, casuale, un niente con dentro microscopici corpi vitali, pulsanti come lucciole nella notte !.

Niente, comunque, vale e tutto vale nel mondo umano e terreno! Il caelum,- anche per le coordinate culturali arcaiche  del mondo, sumerico. accadico, caldaico-giudaico greco-latino ellenistico . è  senza valore, perché astratto, ideale, lontanissimo! Potrebbe avere, però, anch’esso  perfino valore se noi, in effetti, potessimo leggere  qualcosa di quel mondo infinito incommensurabile in quanto acentrale, troppo alto in quanto periferia di periferia per chi guarda da mortale, dal basso, per tutto il tempo di vita, da un punto ben definito! Leggere altri che scrivono e che dicono le stesse cose e che fanno tradizionale critica letteraria e storica, cristiana,  ora, mi dà fastidio e mi crea malessere perché  penso  alle due lauree di Sara,  al suo encomiabile tragitto scolastico, al periodo  radioso di archivista e  di  dottoressa  universitaria, assistente  ricercatrice,  libera  e aperta nelle analisi situazionali, negli studi critici e  nei paradigmi sintetico-valutativi, espressione  tecnico-professionale  del suo lavoro scientifico, anche nel campo letterario, specie  nella tesi di Laurea  su Lettere di Amore di   Filostrato, un capolavoro  sulla retorica  dei poeti novelli e sul già decadente periodo severiano!. Non si può più accettare il vuoto religioso mitico celeste! E’ finita la favola bella del cristianesimo, khrhstos/utile all’uomo, fatto ad immagine di Dio, bianco, sacerdote, romano-greco, che porta democrazia e libertà agli altri, mediante caritas, il segno tangibile della comune identità umana sul pianeta Terra del sistema solare, uno dei sistemi galattici, uno dei miliardi sistemi extragalattici. Povero Lucrezio, povero  Filone ,  povero Seneca, povero mitico Christos divino !

La parola cristiana  con historia christiana è solo retorica e teologia, celeste astrazione, mentre ogni parola di chi ricerca   ha  corpo e sangue, è vita quotidiana  storica,  è  atto di amore fraterno  con solidarietà universale,  è armonia cosmica,  anche se , comunque, destinato a finire e di nuovo a ricominciare dopo ekpuroosis! Sara, quindi, si è lasciata rapire dalla morte cosciente della fine dell’universo, già sintonizzata con la ragione immanente de  tutto (magnum solacium cum universo rapi-  Seneca, De Providentia 5) in quanto morendo almeno si può contemplare per un attimo il Kosmos, di cui si  è  parte  all’atto già del morire!.

Marco, neanche ora  accetto  la  volontà di morire  di Sara e di privarsi, comunque,  drasticamente  dei doni e degli anni  a lei destinati, di lasciare soli  i suoi cari, senza la sua  vivacità creativa  e senza  il conforto  filiale e sororale, e di privare  gli altri  della luce del suo orientamento costruttivo, il suo prossimo – compresi  gli amici, non consolabili per il suo spietato egoistico atto  definitivo, imprevisto ed imprevedibile!.

Lei manca a tutti  come presenza, anche se  ce la sentiamo  a fianco nella figura stessa del padre e della sorella,  ancora più vicina, specie ora, che è morta anche la madre Tullia,  stroncata,  da pochi mesi,  da malattia mortale! Ambedue sono forse nella stanza, a noi accanto, che comunicano in modo incomunicabile, mute,  la loro vita ancora fluente in noi viventi parenti  e nel  cicaleccio delle  due nipotine, solari creature, sempre intente al gioco magico di un misterioso inconscio vivere!.

Lei, ora, forse,  potrebbe  orientarci  e guidarci nel lavoro  e nella lettura atomistica delle cose con l’epicureo Lucrezio, che per primo ha squarciato le tenebre, sulla scia sacra di Epicuro: Quodsi iam rerum ignorem primordia quae sint/hoc tamen ex ipsis caeli rationibus  ausim/confirmare  aliisque ex rebus  reddere  multis/nequaquam nobis divinitus esse paratam/naturam rerum: tanta stat praedita  culpa/Ma se anche ignorassi  quali sono i principi delle cose, questo, però, oserei affermare  dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza  di molti altri fatti, che non certo per noi  dal volere divino è stata formata la natura del mondodi tanto male è ingombraDe rerum Natura  V, 195-199!.

Comunque, consideriamo Sara altra guida nel nostro cammino di mortali e siamo contenti di seguirla come se ci precedesse nel cammino duro della vita, imprimendo in noi  mortali la coscienza di una non possibilità di ricerca di epoca d’oro, un muthos di un istante per l’uomo!

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Marco, dopo il dovuto ricordo di Sara Cosi, tua compaesana, oggi vorrei trattare della mitica  età dell’oro  e della contrapposta  theoria evoluzionistica, a partire dalla fisica atomistica, in una volontà di opposizione alla cultura agostiniana, risultanza cristiana di una filosofia platonico aristotelica, stoica, mathematica, pitagorica, celeste/ourania, e condannare la sua carica elitaria spirituale /pneumatica!

Con questo, non voglio fare un taglio netto del male agostiniano celeste, ma  desidero fare  un elogio alla scienza umana -che col  solo  procedere scientifico fa faticose conquiste, se conosce qualcosa in più, seguendo  un  altro metodo,  vanificando quanto ritenuto precedentemente vero -, cosciente che si inverte la rotta  su una base, davvero umana, quotidiana e reale, se  si fa ricerca vera, grazie all’ errore, senza scomodare la verità !

La nostra  tradizione classica ha tramandato una scienza astronomica tolemaica, una medicina  arcaica  ippocratica, asclepiadea e  galeniana, una fisica con metafisica, operando sul logos, fino a divinizzarlo.

Vedeva, ad esempio,  nella salamandra un essere di  fuoco che viveva  nel fuoco, secondo Plinio il vecchio ( St. Nat.,X,86): essa è tanto fredda che al suo contatto, il fuoco si estingue non diversamente  dall’effetto prodotto dal ghiaccio. La cosa  vale anche per il Medioevo  se Brunetto Latini  (Li livres du Trevor, I,146) scrive: Sappiate  che la salamandra vive in mezzo alla fiamma senza dolore e senza danni per il suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura!  

Non c’è niente di vero, ma così hanno creduto!  il mito dei saturnia regna è presente nella cultura classica, da Esiodo a Filone ed anche  nell’umanista  Poggio Bracciolini, già nel 1416, nell‘epistola dai bagni di Baden a Niccolò Nicoli, (cfr. Facezie, BUR,1994) idea paganeggiante di un ricercatore di codici  abile copiatore in onciale minuscolo, dei testi ritrovati negli scriptoria medievali monacali. Facezie  diventano pretesto con gli allettamenti  per attaccare i prelati  i loro vizi,   il malcostume di tutto il clero pontificio!. L’umanista allora mette insieme l’epicureo Orazio  con lo stoicismo di Boezio, legandosi storicamente  a modelli universali della cultura antica greca e latina concilianti il motivo prerussoviano della semplicitas  et licentia  germanica  con quella della  balneazione– cfr.  Saggio di Eugneio Garin in Facezie cit- ,

Sappi, Marco,  che  lo stesso Bracciolini mantiene ancora l’ideale  saturnio  tanto da scrivere trenta anni dopo ad Alfonso il Magnanimo, ritenuto prototipo di sovrano dell’età dell’oro  che era stato ostile al papa Eugenio IV e poi anche   a Niccolò V  Parentucelli  Tommaso,,  il cui pontificato,  è paragonato anch’esso  all’età di Saturno, mostrandosi davvero uomo servile che parla  di epoca aurea  in modo superficiale, da uomo di corte!la sua è una contraddizione umanistica  tra affermazione  papale di supremazia  falsificata e libertà regale magnanima, anche se  viene evidenziato il valore individuale di Huss,  di Gerolamo di Praga ed affermata, pur nell’upourgia/servizio cortigiano  di Cusano,  la libertà nei confronti dei papi e specie di  Eugenio IV sconfessato nelle sue mire  ancora feudali, collegate ad un falsa donazione di Costantino.

Così va  male il mondo  avrebbe detto, poi, l’anonimo ascolano!

Eppure, Marco, la verità prima o poi si afferma! Nessuno oggi nega che la salamandra sia un anfibio che teme, ancora di più degli altri esseri, il fuoco! 

Per ora  questo è il dato scientifico  certo, non quello classico-medievale!

Marco, oggi si procede sulla base della struttura elementare delle cose e si afferma che il fenomeno ( presente participio neutro di phainomai/ appaio) non è quello che appare,  ma ciò che èuna realtà  di vuoto-spazio/tempo, di campi e di particelle,  che si muovono nello spazio, nel corso del tempo.

Oggi si parla in questi termini, stando sulle spalle dei giganti (Einstein, Planck) e si proclama la fine dell’infinito, nella coscienza di essere equivoci, anche in fisica e dubbiosi, perfino  delle foto del nuovo universo, scattate da navicelle spaziali! ogni epoca pensa di avere meriti nuovi  propri, ogni scienziato fa un nuovo passo verso la conoscenza, come ogni singolo uomo  con gli altri condomini del proprio tempo,  crede di migliorarsi, ben sapendo  di essere nato informe essere primordiale in un mondo informe, naturale, in moto perpetuo, universale, in un rifiuto  di un iniziale kosmos divino e di una propria  nascita privilegiata, da cui progressivamente si è decaduti!

Professore, parlare  di Età dell’oro, per lei, quindi, significa trattare di fisica  e dimostrare che lo svolgimento scientifico cristiano  agostiniano,  collegato col platonismo, essendo un processo  più matematico che fisico, è direzione preclusa rispetto a quella atomistica da riesaminare per un altro cammino, quello epicureo- lucreziano? Professore, lei per anni ci ha detto di una disputa tra Dante, guidato nella Commedia da Virgilio  e Cecco d’Ascoli  mago e fisicus dottore, nell’Acerba guidato da Lucrezio!  Già l’ascolano aveva letto la Via naturalis, da scienziato rispetto a  Dante  acconcio coi frati, uomo mitico, retorico, religiosus?

Marco, penso che bisogna staccarsi dall’impostazione matematica  asistematica  e servirci di quella strettamente fisica, se si vuole intendere effettivamente la lezione della  scienza attuale!.

Allora, professore,  per lei  è un dovere falsificare quanto detto precedentemente in senso agostiniano  e trattare di Fisica!

Marco, ritengo una normalità parlare di fisica e non di morale nel 2021 in cui si celebra Dante ed ancora si considera  mago Cecco d’Ascoli perché morto sul rogo condannato nel 1327 dall’inquisizione della Chiesa Romana!

Quindi, per lei, un passo avanti nella scienza è quello Epicureo- lucreziano?

Certo  Marco  se si esamina il periodo di Epicuro  e poi e quello di Lucrezio,  anche storicamente  viene fuori  una realtà, quella delle non esistenza e quindi della negazione della generazione  d’oro/ kruson …genos, di una mitica  biblica età edenica  e tanto meno una degradazione di generazioni, passate successivamente dallo stadio argenteo, plumbeo ed eroico a quello ferreo!

Certo, Marco, intendo parlarti  di fisica atomistica scientificamente  e trattare con te di evoluzionismo animale e di fenomeni storici  reali  in cui si rilevano non le generazioni, che decadono da un’ epoca ad un’altra, ma piuttosto il progressivo ascendere alla razionalità, tramite esperienze, anche dolorose, e ad un miglioramento sociale e politico tramite erudizione, consapevole,  a seguito di un contratto sociale  da parte di esseri, votati alla politica e alla mediazione, nelle discordie personali, familiari,  tribali, di fronte alla auctoritas unica del padre, in una ricerca di  paritarietà di espressione e di verdetto giudiziale,  di corpuscoli aristocratici, capaci di creare un articolato sistema  organizzativo per un comune progresso, seppure settoriale, in modo da affiancare l’altro, parallelo, sacerdotale, che, da tempo, aveva usurpato la scienza celeste, opposta a quella terrena dei singoli patres ed archontes,  così da realizzare quanto stabilito lassù, da loro individuato mediante l’esercizio della lettura dei segni celesti,  conformemente a  quaggiù, mediante riti propiziatori!

Professore, lei vede l‘historia umana, laica, aristocratica,  viziata dalla pseudo scienza theologica che, incapace di spiegare il mistero naturale,  accetta supinamente il verdetto di una volontà superiore  celeste su indicazione magico -sacrale, vincolante legittimamente  – di cui sono rappresentanti i pontifices, eredi di magoi, che, investigando notte giorno il cielo,  sanno  riequilibrare e pacificare il popolo terrorizzato  da fenomeni, non più contenuto dal potere laico!.

Marco, sono contento che tu sia entrato nella logica di una commistione di poteri subito dopo il contratto sociale, di uomini intenzionati a creare per primi  una communitas, in un dato momento storico e in un dato ambiente- forse mesopotamico – poi imitato come sistema esemplare da altri,  in cui si scontrano l’anima laica e  quella sacerdotale!

Professore, l‘humanitas, segnata da questa iniziale operazione nel corso della propria storia, sembra creare un iter progressivo  in relazione anche a dolorose esperienze  e seguire questa duplice  guida, di uomini superiori, impostisi per forza e per violenza da una parte e di  elementi di cultura elevata  che si arrogano il diritto di leggere il cielo e di saperne interpretare i segni e di far incisione su pietra della loro scienza, da un’altra,  scrivendo  mediante una comunicazione verbale  alfabetica, sacra! Lei vede l’errore nella presunzione di un’arbitraria elezione sacerdotale e nella succube obbedienza  del gregge, che, accettando  la relazione tra mondo celeste e mondo terreno, si prostra devota  ad una potenza estranea  superiore, lontana,  che, dall’alto, guida  con la sua onnipotenza e presenza, seppure invisibile, il destino dell’uomo, sua creatura,  fatta  a sua immagine, con i fenomeni naturali!. Lei mi vuole dire che il progresso umano è frutto di due  tipologie umane  che si impongono sulla massa popolare impaurita e superstiziosa, ignorante, fin dagli inizi del tempoquando ancora neanche si sa che  il sole segue la notte  o se la notte il giorno  o  se il sole sorge e tramonta ogni giorno! lei non accetta  sia  l’ una di primitiva razionalità  continuamente sopraffatta dal phobos, data l’ignoranza,  sia quella  più scientificamente strutturata, perché già intenta alla scrittura e capace di  tramandarsi, che s’ impone all’altra, a seconda delle situazioni e degli ambienti, formulando  un credo ultraterreno, celeste, basato sul dio creatore, onnipotente e onnisciente, provvidente padre, ma anche  feroce tiranno, temibile  e perciò venerabile con riti, sacrifici e preghiere sulla  terra, su cui ci sono suoi rappresentanti, che sono quelli che  sanno leggere i segni divini e ne svelano la volontà!. Per lei, professore, quindi, la continua osservazione celeste magica è basilare alla costituzione del linguaggio e della religione e del predominio sulla terra della sfera celeste e  di un theos, inventato dalla casta sacerdotale ,che abbindola il prossimo, prima ancora del sorgere dell’abilità verbale, quando si è ancora nella prememoria e preistoria, oltre la convenzione  comunicativa   e la fissazione dei referenti  per la definizione dei nomina?

Marco, una certa conoscenza del dio tragico ebraico e  della storia mediorientale circa il dio e il suo nomen, terribile, specie nelle comunità  sumerico-accadiche,   assiro babilonesi e medico- persiane, o a quelle egizie, mitannico-hurrita-ittita,  già storicizzate, di dei crudeli, o  di quella greca esiodea, di quelle primitive africane,  italiche e gallico- germaniche, si può dire che il culto divino ha una manifestazione dal cielo, da una posizione elevata propria da upsistos, di un essere che dal caos  crea il mondo come pars bassa, ordinata, come terra, come pianura,  distesa  terrena ed acquea con  la varietà  multiforme di cose e di animali e di vegetali, a beneficio di un uomo, che ha il dovere del sacrificio e  della preghiera come  segno di  dipendenza  di creatura dal creatore, non visibile ma presente, che rivela la sua figura in rari  momenti, in terribili  attimi  come  punitore, che lascia il suo segno di sovranità!

Dunque, professore, l’idea di Dio creatore è connaturata con quella degli uomini creature,  che si sentono quasi  un tutt’uno con lui e neanche pensano di essere una forma materiale naturale della stessa comune natura terrena!

Marco, io, comunque,  neanche considero l’idea che cielo e terra e che  Dei ed uomini possano avere una medesima origine/oos omothen gegeasi theoi thnhtoi t’anthroopoi! io vedo solo uomini, animali, vegetali, e cose nel sistema “terra”, che è infinitesima parte di un sistema celeste immenso senza centro  e rilevo interazioni e comportamenti e perfino tentativi di uscita  dalla propria area  da parte di elementi dotati di ragione, maggiore rispetto a quella di altri in condizioni di differenti sviluppi, a seguito di diversi adattamenti ambientali, che vivono senza avvertire il vorticoso caotico giro astrale  infinito in cui  si è cullati!

lo so. Lei opera più sulla natura che sulla storia o mito! L’ aetas aurea latina  – come  khrusion…genos  esiodeo-   opera propria del Dio Saturno/ Kronos,  titanico,  prima dell’epoca di Zeus olimpio, non è né naturale né storica!- Per lei non conta  il mito del vaso di Pandora, dono funesto per gli uomini come neppure  la mela di Eva per  Adamo Cfr. Genesi, creazione dell’uomo ed origine del male,   Esiodo Opere e i giorni. a cura di Gr. Arrighetti, Garzanti 1985), dove il male primigenio è connesso con la donna dall’angolazione  del maschio arcaico sumerico-accadico  godente di una felicità terrena olimpia, di una vita  felice, senza malattia, senza morte, senza lavoro,  raccoglitore dei beni terreni,  spontaneamente  partoriti dalla madre terra! Lo so. Lei segue Pelagio e non Agostino! Ho ben capito, leggendo i suoi articoli sulla presenza del male sulla terra  secondo i seguaci dell’uno e dell’altro nel V secolo (Pelagio, I pelagiani e GirolamoMelania iunior e i pelagiani)!.

Lei non legge né la concezione esiodea né quella virgiliana, connesse col muthos di una medesima origine  per gli dei e per i mortali uomini  ma segue una visione democritea atomistica naturale, epicurea, materialistica, meccanicistica, lucreziana, diciamo scientifica!. Il vivere secondo natura e ragione  di Epicuro, un dio sulla terra per Lucrezio, è simbolo di una ricerca scientifica che, seppure con i limiti, è, comunque, un passo  avanti nella conoscenza della grandezza dell’uomo e del suo vivere conformemente alla natura!

Certo, Marco,  tratto di Fisica, cioè della natura delle cose, di un ente che genera   ed intendo trattare della Lettera di Epicuro ad Erodoto (cfr. Epicuro, Lettere prefazione di  Fr. Adorno,   ed introduzione, traduzione e note dii Nicoletta Russello, BUR 1995), non dell‘etica – cosa che è tipica del II secolo a.C. a partire da Posidonio, stoico, che inizia la divisione tra fisica e  morale, imitato da Partenio e Filodemo, che volgarizzano in Roma e in Italia il pensiero epicureo – in una volontà di  tornare indietro  all’ originale pensiero epicureo  del IV-III secolo av. C. in modo da  orientare bene  nella doctrina pratica, nella praksis edonistica  di Epicuro di Samos (341-277 a.C.), fondatore ad Atene dell’orto /khpos in Atene,  in opposizione ad Aristotele e a Platone  e agli stoici.

Quindi, professore, oggi, in piena pandemia  lei mi vuole impostare  prima il problema del vivere naturale, al di là del male del vivere e del muthos esiodeo e virgiliano, cristiano-agostiniano!

Marco, prescindo da Esiodo e dalla sua concezione  di una generazione aurea divina, titanica  perfino argentea, bronzea, eroica, e da quella  ferrea, attuale, ancora oggi, e vado nella direzione invece, della nascita dell’uomo primordiale come bestia, (cfr. Lucrezio De rerum natura V-VI libro), il cui processo  razionale civile e sociale  non è liberatorio, ma risulta  innaturale  in quanto  deleterio autodistruttivo perfino a seguito di un effettivo progresso razionale!. L’occhialuto uomo – espressione di una natura degenerata – di Coscienza di Zeno,  preme il bottone, per Italo Svevo, nella speranza di tornare alla salute, dopo la catastrofica esplosione!

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa!. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie!

Mi vuole dire con Svevo che  anche l’uomo scientifico, gubernhths  degenera e si autodistrugge!

Il pensiero per Svevo di un uomo malato, già nel 1923, anticipa il male in una volontà di annullamento dell’intero sistema umano  naturale! Io invece, vorrei darti una speranza di tipo epicureo, ma secondo la dottrina  scientifica di  un antico scrittore che, davvero fu un un dio sulla terra  per gli altri uomini, non un parolaio come gli altri filosofi – compresi quelli cristiani e  la dottrina inventata di Christos –  anche se “scientifici ed apatici“! Comunque, non, con questo, ti voglio mostrare un uomo perfetto – pur convinto della non reale esistenza  di stirpe aurea decaduta !- che, avendo coscienza di essere cellula, minima, e quindi, sempre e dovunque di scarsa significazione,  di un corpus,  destinata a  disgregarsi, essendo parte di un unicum imperfetto,  anch’esso soggetto alla disgregazione e alla trasformazione organica  come fenomeno, pur positivo, autorigenerantesi, perché basato sul principio dialettico  di incontro-scontro, di  attrazione e repulsione, di odio-amore, di comunione di vita e di morte, che risulta fenomeno fisico eternamente continuo!.

Professore, me ne parli, allora, io la seguirò come sempre.

Marco, di questo ti parlerò diffusamente in un altro momento, per ora ti parlo della falsa età dell’oro  di Esiodo in Opere e i giorni che, riprendendo la sua opera Teogonia, è desideroso di orientare il fratello Perse al Lavoro e  alla Giustizia!

lo scrittore greco  afferma che uomini di aurea stirpe, mortali, furono creati nei primissimi tempi dagli dei, che hanno dimore sull’Olimpo e che  essi vivevano al tempo di Kronos, che regnava nel cielo,  e, come dei  passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, e lontano dalle miseria senza che la vecchiaia  incombesse su di loro, possedendo ogni cosa bella, senza fatica,  e morivano addormentandosi, restando sempre giovani!.

L’ antico scrittore dice che a questa generazione segue una di argento, poi  una  del bronzo, una degli eroi e l’ultima del ferro. Esiodo  racconta che ciò  avviene perché gli dei  crearono Pandora  la prima donna , come  dono malefico, dato agli uomini  che avevano accettato il fuoco rubato a loro  dal titano Prometeo, destinato a rimanere incatenato su Caucaso,  per la sua colpa!

Il mito biblico ebraico  e quello esiodeo  hanno una stessa matrice nella cultura sumerico-accadica-assira  in quanto la coppia Adamo ed Eva  e  quella di Epimeteo e  Pandora  rievocano il mondo di uomini-dei  senza morte senza malattia,  viventi oziosi senza fatica,  beati nell’Eden (mai esistito, se non nella mente sacerdotale di un casta intermedia tra uomo e dio, capace di leggere il mondo di sopra come quello  di sotto e di  congiungerli  per un proprio utile) decaduto  ad uno stato di massima crisi, anche dopo aver provato vari gradi progressivi  di civiltà  cfr. Mito di  Gilgamesh;  Beroso e  Flavio in ww.angelofilipponi.com.

E Virgilio, professore?

Virgilio è un poeta scaltro, un suddito, virginiello/parthenias,  utile al principato augusto, capace di profetizzare poeticamente intorno al 40 a.C., in un momento di grave crisi istituzionale  repubblicana,  un futuro radioso di princeps destinato ad essere  autokratoor,  ad Ottaviano, il puer, pur dedicando la IV egloga ad Asinio  Pollione  per la nascita del figlio Asinino Pollione, storico e dux allora di rilievo, nonostante fosse chiuso politicamente dall’onnipotenza dei triumviri.

Ottaviano ha, all’ epoca,  l’eredità  nominale di Cesare ed  è un divino puer che, a 23 anni,  ha  già concesso  la spartizione delle  terre ai veterani cesariani  ed ha salvato  dall’espropriazione del proprio terreno il futuro  cantore, suo personale,  familiare ed imperiale  – considerato dopo la morte vate di  tutto il mondo romano, anche se, nel preciso tempo,  ambiguo poeta che allude anche alla nascita di un  nascituro figlio di Antonio ed Ottavia,  che poi sarà una femmina,  Antonia maior, nata  ad Atene, la futura nonna di  Domizio Nerone!-.

Virgilio non ha ancora  scritto né  Georgiche né l’Eneide, ma intuendo la metamorfosi politica in atto a Roma,  riprendendo i miti  orientali e quello esiodeo, inneggianti all’arrivo prossimo di un  puer nel corso di guerre fratricide, già  lunghe (Silla -Mario, congiura di Catilina, Cesare e Pompeo  ed ora l’inizio di uno scontro tra Ottaviano ed Antonio),  attende fiducioso,  mentre Orazio, non ancora suo amico, essendo della pars avversa ed ex militare, combattente a Filippi, a Roma, disorientato e squattrinato, negli Epodi,  propone  ai cives,  l’idea di  fuggire lontano dalla guerra, di  rifugiarsi   nelle isole  beate  facendo sognare, anche lui,  un salvatore /soothr, atteso come  un’unica guida per l’impero!Hic Caesar et omnis Iuli /progenies,magnum caeli ventura sub axem/ Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis/ Augustus Caesar, Divi genus, aurea condet / saecula qui rursus  Latio regnata  per arva/ Saturno quondam, super et Garamantas et Indos /proferet imperium; iacet extra sidera tellus/ extra anni  solisque vias, ubi caelifer Atlans/ axem umero torquet stellis ardentibus aptum (Ecco Cesare  e tutta la discendenza di Iulo  destinata a venire  sotto il grande asse del cielo. Ecco l’uomo, ecco colui che ti senti più spesso promettere, Augusto Cesare, stirpe del Divino, che stabilirà l’età dell’oro  di nuovo nel Lazio, dove regnò per gli arabili campi un tempo Saturno; oltre i Garamanti e gli Indi  estenderà l’impero nella terra che giace  oltre gli astri,  oltre le vie dell’anno e del sole, ove il portatore del Cielo, Atlante,  fa girare   sulle sue spalle, l’asse  connesso di ardenti stelle.   Eneide VI, 789-797).

L’anafora di Hic virgiliano tradisce il suo esatto pensiero, ora, dopo oltre un ventennio quando ormai è  storia la vittoria di Azio e quando si conosce il sotteso significato del titolo di Augustus imperator/autocratoor, destinato a conquistare anche i Garamanti e perfino gli Indi, ancora non sottomessi, essendo stata evitata la guerra parthica  (Virgilio muore nel 19 a.C!.).

Virgilio, comunque, esprime  il desiderio epicureo  di rigenerazione  e di miglioramento tipico di quel momento storico, anelante, all’ epoca, a pace  e a quiete, avendo già ogni civis  fiducia nella sicurezza  della persona e dei propri beni essendo ormai lontana  belli rabies e ormai tutelata la proprietà dagli  avidi accusatori, spinti dall’ amor habendi al possesso degli averi altrui!

Professore, perciò, lei mi vuole mostrare non la storia  di quell’epoca ma  l’originale pensiero epicureo,  sfruttato in senso politico come distrazione dal negotium del civis, incitato all’otium cioè alla ricerca privata del vero valore di ataracsia e di philia, come pratica di felicità/eudaimonia  su una base fisicanon ancora volgarizzata  in ambiente romano-greco   e  in quello romano ellenistico, mal inteso e letto  infine dai cristiani come  theoria peccaminosa, basata sul materialismo, sui sensi e sul piacere  terreno,  opposto allo spiritualismo e alla patria  celeste, nonostante  l’entusiastica  e divina celebrazione  di Lucrezio Caro! Lei mi vuole tenere lontano dalle  degenerazioni filosofiche che giungono fino al cristiano  Agostino e da quelle mitico-poetiche dei poeti augustei  volgarizzatori  come  Virgilio, guida morale per i sudditi cives,  obbedienti al lathe bioosas/vivi nascosto, rispettosi  e veneranti Ottaviano l’ Augustus,  condizionati già da Cicerone, come  Orazio- un porcellino del gregge di Epicuro cfr.  Ep.I,4,10-  come Ovidio diventato espressione di pratica sensuale  e sessuale di  vita, esiliato. Eppure non mancano  positivi  successivi esempi di saggezza  secolo d. C.,  di  vero ed autentico epicureismo, come quello, vissuto da Tiberio Balbillo e dai  nipoti  Filopappo e Giulia  Balbilla!.

Professore, ma siamo già in un’epoca  antonina  quando spirito stoico ed epicureo si fondono in un certo senso, data la quasi comune fisica, nonostante le due diverse  pratiche di vita e modelli  basati  rispettivamente sulla apatia e sulla ataracsia!.

Marco, per spiegarti  questo aspetto, equivoco, vado oltre i tempi di Lucrezio  e  dei poeti augustei  e perfino oltre quelli di tutta l’epoca giulio-claudia e  flavia  e ti  metto in evidenza  una frase  di  Erode Attico,  che risponde ad uno stoico, apatico: cfr. A. Gellio, Noctes Acticae, XIX,12.: nessun uomo, che sentiva  e pensava normalmente, poteva  fare  a meno delle emozioni dell’animo che egli chiamava pathee, di fronte alla malattia, al desiderio, al timore, all’ira al piacere ; ed anche se ci riuscisse, tanto da farle scomparire, ciò non sarebbe un bene perché lascerebbe  l’animo languente e intorpidito, privato dal sostegno di certe emozioni, quasi necessario stimolo nullus usquam homo, qui secundum  naturam sentiret et saperet, adfectionibus istis animi, quas pathee  appellabat, aegritudinis, cupiditatis, timoris, irae, voluptatis, carere et vacare totis posset; atque si  posset etiam, obniti,  ut totis careret, nofore id melius, quoniam animus langueret et torperet  adfectionum quarundam adminiculis ut  necessaria plurium temperie privatus.

Secondo Gellio, sono basilari le  affectiones animi /pathh, naturali  e necessarie  per Erode Attico, che aggiunge,  anche  se tali sentimenti ed impulsi, quando  eccedono  sono dannosi, sono, comunque,  connessi e radicati  in certe forze  ed attività dell’intelletto,  e, perciò, se li stronchiamo tutti,  sradicandoli, c’è il pericolo che perdiamo anche le buone qualità, utili della mente, connesse, perciò, occorre  raffrenarli e purgarli  con senso e moderazione / moderandos esse igitur scite considerateque purgandos!

Erode Attico, così, conclude dopo aver fatto l’esempio del Trace, che ignorante e barbaro, – è un immigrato dediticio!- volendo imitare la coltivazione di ulivi  e viti, potate magistralmente dal vicino colono,  distrugge  colture per l’eccesso  e zelo nel  tagliare  purgativoai fini della pulizia del campo; i seguaci  di Zenone, desiderando essere apatici risultano calmi, intrepidi, immobili, senza desideri, senza dolori, senza ira,  senza piacere  e, così facendo, amputano i più vigorosi moti dell’animo ed invecchiano nel torpore di una vita inerte e  quasi snervata /omnibus vehementioris animi  officiis amputati in corpore ignavae et quasi enervatae viae consenescunt !- ibidem,10-.

Professore, la lezione di Erode Attico agli stoici  è quella di Epicuro  che, nella lettera a a Meneceo tratta della necessità e naturalezza delle pathee, che risultano fondamentali  per l’animo umano, grazie alla virtù della prudenza e temperanza- cosa di cui lei ci ha parlato in altre occasioni-. Quindi, non è il caso di trattare  sui timori  (degli dei, della morte, dei mali della vita,  del futuro (123-127), né del  dolore  del  destino, della fortuna (133-50 ed oltre)  né dei  desideri in genere  (127-28) né  di  quelli  connessi alle virtù della temperanza e prudenza (128-132) e neppure  delle kuriai docsai -massimae capitali- e del tetrafarmaco?

Certo! Marco. Complimenti per come conosci l’etica epicurea! Sappi, però,  che  Epicuro così tratta il problema senza considerare la iustitia,  che è insita come osservanza del  patto,  che gli uomini stipulano  fra loro di non fare danno, perché è nella sfera delle tenebre,  in quanto  espressione del  timore,  derivato dall’infrazione  di quanto comunemente stabilito e pattuito, cosa  contraria ed estranea alla natura, anche se divino è il suo insegnamento, liberatorio dalla paura degli dei  e della morte!

Per lei, dunque,  bisogna seguire la via  naturale di Democrito e di Epicuro e non quella del dovere  di Zenone e degli stoici e questo si può fare solo se si rileva la vera filosofia  fisica, ben espressa nella lettera  ad Erodoto di Epicuro?

Marco, io ti sto orientando, in un tentativo di  diradare  le tenebre che ti offuscano la mente,  verso la  fisica epicurea, che è una conquista dello spirito umano,  abbandonato dal razionalismo,  vinto dal muthos  irrazionalistco stoico platonico-aristotelico,  neoplatonico,  soggiogato dalla fides christiana, e voglio zoomare, in un momento storico eccezionale, quello  ateniese della fine  del IV secolo  e primi decenni del III secolo, a seguito di una revisione del pensiero ionico, milesio, che si fa discorso logos scientifico,  pur derivato da  linee orientali sumerico-accadiche, assiro babilonesi e caldaiche, confluite in Esiodo, prima di  giungere ad Epicuro di Samos (341-271 a.C.)  che studia il maestro Democrito  (460-370 a.C.) e le connessioni con Parmenide  (516-450 a.C.), ritenuto degno di imitazione anche se, poi,cancellato dalla Historia.

Lei,  professore vuole partire dal mito de krusion genos, esiodeo, per falsificarlo e  mostrare la mancanza di Dike sulla terra  in quanto il processo umano è solo naturale e non è determinato dagli dei  – che  non esistono, e se esistono, sono indifferenti nella loro divina ataracsia – e che, quindi dal cielo non viene niente e che  da niente non si genera niente ! Vuole, quindi, riproporre il modello di un Epicuro dio sulla terra perché scientifico e razionale,  creatura  mortale  che si riscatta continuamente e faticosamente  dalla  misera condizione umana e terrena  di bene  e male, confusi  in un calderone di vizi e virtù, cosciente della mancanza di Giustizia  tra i mortali, che, però,  formano un solidale sistema,  in quanto coscienti  esseri sentienti, parti di uno stesso sistema, capaci di trovare nella philia un modo per essere uniti  nel comune destino di vita e di morte, in un rifiuto della politica, del negotium, in un fiducia nella figura di un illuminato  basileus,  nomos empsuchos!

Lei, dopo Esiodo, vuole mostrarmi Parmenide  di Elea che, influenzato da Pitagora  nel suo poema Peri phuseoos simbolicamente annuncia di  cercare sotto la  guida delle  figlie del Sole  la via che conduce a Tetide e  a  Dike,  le due dee della giustizia divina ed  umana così da poter  distinguere il vero dal falso,  realtà ed  apparenza  per un orientamento,  su un preciso sistema  giusto, tanto  da affermare che la dike  kosmia domina  su tutto  come basilare perno  di virtù riconosciuta e praticata?.

Marco,  per me, la filosofia eleatica   e quella milesia in due ambienti diversi  favoriscono  la fondazione della scienza  da una parte e da un’ altra  quella dell’historia  con Ecateo, mentre  si sviluppa anche il pensiero scientifico  con Anassimandro e con Leucippo,  il cui  discepolo Democrito  arriva a determinare  l’esistenza di un qualcosa che origina il  fenomeno naturale  tanto da capire il segreto del kosmos inteso come ordine del  mondo  che è ... il vuoto to kenon /inane!.

Professore, sul ragionamento democriteo del vuoto come  spazio illimitato, senza centro, inizia la ricerca umana?

Non  penso, Marco,  che derivi da questa coscienza di vuoto e di spazio   e dall’esistenza probabile  di atomi indivisibili,  che  lo percorrono  liberi,  si possa dire che si costituisca la struttura stessa spaziale. I termini greci e poi quelli latini non autorizzano un tale sviluppo scientifico atomistico, certo: solo nel I secolo a. C. con Lucrezio, in ambiente campano, Ercolano forse,   si elabora un sistema linguistico latino  su cui si basa il De rerum natura,  specie la pars  centrale del libro (III-IV).

Lei parla del vorticoso giro degli atomi che  senza forma, senza colore, senza  ordine  prefissato ora si scontrano, alla fine del IV libro nella spazio vuoto a  causa del clinamen ?….

Continua

Il “cristianesimo” di Filone Alessandrino

 

Trasformare la collocazione e la funzione sociale della letteratura   Walter  Benjamin

 

Marco, già in altre occasioni ti ho parlato della Scuola di Giovanni Reale e  del Centro ricerche di Metafisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano?!

Mi ricordo bene e mi ricordo anche della sua stima per Reale e per la sua prodigiosa memoria, quasi simile a quella sua, e della sua ammirazione per Roberto Radice e il suo lavoro strutturalistico, curatore di Del Commentario allegorico alla Bibbia – a cui lei inviò il suo Quod omnis probus, (oggi e.book  col titolo  Filone,  Esseni ) dopo che aveva tradotto De vita contemplativa, In  Flaccum e Legatio ad Gaium  (opere pubblicate successivamente), per una pubblicazione con la casa editrice Rusconi -.

Certo, Marco,  io arrivo sempre al momento opportuno! Anche se accettato a parole – per telefono-  (forse) da Roberto Radice, proprio, allora,  la casa editrice si ferma con le pubblicazioni  filoniane,  anche se precedentemente aveva prodotto L’uomo e Dio (Il connubio con gli studi preliminari, la fuga e il ritrovamento, il mutamento dei nomi, i sogni sono mandati da Dio) con introduzione prefazione note ed apparati  di Clara  Kraus  Reggiani, 1986 – che già aveva  tradotto In Flaccum e Legatio ad Gaium (Filone alessandrino e un’ora tragica della storia ebraica, Morano, Napoli 1967) e De Iosepho, oltre a De Abrahamo e De opificio Mundi Filone alessandrino e la filosofia mosaica,  Rusconi 1987- e La migrazione verso l’eterno (L’agricoltura e La piantagione di Noè, l’ebrietà e la sobrietà, La confusione delle lingue,  la Migrazione di Abramo) saggio introduttivo,  traduzioni e note di Roberto Radice, 1988)!.

Un grande lavoro su Filone Alessandrino in lingua italiana fu fatto dalla casa editrice  Rusconi, che accettò il progetto di Clara Kraus Reggiani,  curato sostanzialmente  da Giovanni Reale- che si era servito  anche di Roberto. Radice e di Claudio Mazzarelli- nella collana I Classici del Pensiero (Vittorio Mathieu, direttore)-!

Certamente, professore,  il lavoro dell’Università di Milano  segue dopo decenni, l’esempio Tedesco, Inglese, Francese e Spagnolo-argentino! Un lavoro grandioso, sotto  il nome di prestigiosi accademici con finanziamenti statali e con reclutamento personale  di giovani di belle speranze, disposti a tutto!  Si è ancora nel periodo del dominio assoluto dei baroni universitari!  tutto è organizzato da una piramide verticistica   dirigenziale che controlla  ogni  fase e i singoli lavori! Neanche   si tiene conto della lezione cinquecentesca di revisione  umanistica del testo  latino – greco, controriformistico, di Turnebus -Hoeschelius  1614,  base per ogni ricercatore filoniano di qualsiasi temponazionalità!?.

Marco, tu alludi alla mia Questione  in tre libri  di  Prefazione a vita di Mosè 2016  www.angelofilipponi.com  che rimanda a Vita di Mosè -opera inedita come Creazione del Mondo e Vita di Abrahamo – e al progetto filosofico di  Giovanni Reale, idealistico, platonico-cristiano,  seppure critico verso l’altrui lavoro,  staccato da quello della Kraus Reggiani, che pur aveva intravisto la già  avvenuta ellenizzazione sacerdotale gerosolomitana e quella degli oniadi (discendenti di Onia IV), di Filone e del fratello, Alessandro Alabarca, e della intera famiglia, migrata in Egitto nel II secolo a. C., intenta, da oltre un secolo, all’attività militare e commerciale, all’impresa finanziario-economica della trapeza, di Leontopoli, città Tempio egizia,  collegata coi lagidi prima  e poi con Gabinio, Pompeo e Giulio Cesare ed infine  con Ottaviano e  con Tiberio e,  quindi con  Antipatro e Giulio Erode e figli, cives  perfettamente integrati nel kosmos romano-ellenistico, avendo rilevato  il decuplicarsi dell’economia giudaica  in epoca  Giulio-claudia, dal periodo postaziaco fino a Gaio Caligola, pur avendo lasciato  in ombra  la profonda scissione culturale tra i giudei aramaici e i giudei ellenisti,  divenuta insanabile,  a causa del passaggio  dal Regno asmoneo a quello erodiano  e del nuovo rapporto tra Gerusalemme ed Alessandria, tra il sacerdozio sadduceo, fuso ora  e confuso con quello oniade,  opposto a quello essenico, che risultavano due odoi/ vie, sostanzialmente, una pratica ed una contemplativa?

Professore, io ho seguito  con diligenza il suo lavoro ed anche quello di autori christianoi, allineati secondo la lezione del concilio Vaticano II 1962-1965! Per me, lei, non altri- sempre più  subordinati a un apparato industriale  che non possono controllare – è scrittore rivoluzionario! lei ha distinto  dai giudei ellenisti, sparsi per il Mediterraneo, il mondo aramaico, rimasto fedele agli asmonei,  integralista, ferocemente antiromano, seguace dei  farisei  e degli esseni  che, interpretando la Bibbia, predicano la lotta  contro l’invasore – che, dopo un sessantennio,  ha fatto  il censimento e riscuote le  tasse-  ed eccitano alla rivolta il popolo, preferendo la morte alla integrazione culturale – che significa abbandono della tradizione mosaica -in attesa dell’avvento del Messia e della ricongiunzione con i fratelli aramaici di Parthia!

Marco, tu forse mi dài meriti che non ho, ma certamente ho fatto quel che ho potuto fare,  isolandomi, pur facendo tentativi di tanto in tanto di vendere un prodotto invendibile,  in un ambiente cristiano, dogmatico, dove, invece, si sono ben inseriti elementi ebraici.

La  Kraus Reggiani, comunque,  professore, all’epoca, non poteva mandare un tale messaggio perché traduceva Filone e non Antichità giudaiche  XIV-XX, da cui, lei, invece, ha tratto, – avendo già tradotto tanta parte di Turnebus -Hoeschelius (la pars politica  e parti del Commentario  della Bibbia),- la distinzione del Regno dei Cieli dal Regno di Dio cristiano e con esso  la distinzione tra un Jehoshua galileo aramaico qainita e  maran, e un Iesous  ellenizzato e romanizzato,  già dall’ecclesia di  Antiochia e da quelle fondate da Paolo di Tarso e da quella giovannea di  Efeso, confluite tutte nel Didaskaleion di Alessandria, dopo la fine dell’ impresa di Shimon bar Kokba – dove, essendo attecchito il processo di integrazione commerciale  trapezitario  ellenistico giudaico, dell’ ameicsia, filoniano, si deifica in un quadro gnostico e neoplatonico, la memoria dell’ eroe crocifisso,  morto e risorto, sulla base della formulazione dell‘ agia trias,  quando  è in atto a Roma e nelle province  l’ektheosis imperiale, progressivamente impostasi dall’epoca di Caligola, con un culto  prescritto da decreti senatori e da leggi flavie ed antonine.

Marco,  certo,  la Kraus e gli altri, allora, non potevano leggere iFilone quello che poi, invece,è stato il compito del didaskaleion di Alessandria, che stravolge la figura di Gesù aramaico, antiromano, in  quella di rabbi, in quanto ritenuto kurios,  uios theou, logos,  upostasis tra  Pateer  e Pneuma agion,  facendo una sincresi  della lezione filoniana del  Commentario biblico e del pensiero  di Ammonio Sacca  ( e  di Plotino),  in un ambiente dominato dalla  gnosis  e da tutte le formule cristologiche delle comunità cristiane esistenti (specie efesine). Inoltre l’Alessandria dei severi sta cambiando rispetto a quella antonina e specie a quella Giulio-claudia e flavia, in quanto  è cambiato il rapporto di forza economico e finanziario tra i giudei  – ancora perseguitati e  non più campioni della trapeza – e i banchieri greci.  Infine sopravvivendo nel lago Maryut la  colonia dei  contemplativi  si rileva in essa il paradigma  operativo per gli pneumatikoi,  mentre si costruisce l’altro sistema pratico di bios per  gli ilico -psichici,  formando due percorsi, uno funzionale alla formazione sacerdotale  e l’altro quello popolare, visibile nell’opera di Clemente alessandrino  e di Origene!

Perciò, professore, la doctrina dell’Università di  Milano, pur avendo meriti, è sostanzialmente quella origeniana, rivista  da uomini  del periodo costantiniano e  teodosiano, che  nei due concili di  Nicea e  di  Costantinopoli  crearono  le basi dogmatiche della  Chiesa cristiana  pur nel contrasto con il pensiero di Ario e dei suoi sostenitori: la  lettura di Filone  non è quella di un ebreo fedele ad una tradizione giudaica (quella di Eupolemo ed ArIstobulo)  tipica del politeuma alessandrino dell’ epoca giulio-claudia,  di un oniade, capace di  fondere  l’avita musar aramaica e la paideia greca, (che all’epoca è un sistema sincretico di forme pitagorico-platoniche e  stoico-scettico -aristoteliche, necessario nel contesto romano imperiale pronto ad accogliere il neos sebastos Gaio Caligola, desideroso di dare amalgama  universale  con la sua neoteropooia, prima alla multietnica città lagide, destinata ad essere capitale dell’impero,  poi al mondo intero,  convinto di essere Zeus upsistos,  il sublime  autokratoor, nomos empsuchos, unico despoths e kurios, solo pastore di tanti popoli – Cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime Cattedrale 2008- ed ebook  Narcissus 2014, Amici  cristiani,  perché diciamo “crediamo”?) ma è quella  successiva di Origene, portata avanti dai Padri della chiesa di Alessandria, che domina grazie all’allegoria  filoniana  sulle altre chiese,  pur con qualche difficoltà,  mediante la creazione di un’unità  comune dottrinale, avendo prevalso sulle altre sedi patriarcali ed anche su quella costantinopolitana, di Gregorio di Nazianzo e di Giovanni Crisostomo,  pur più vicina al potere politico teodosiano!

Certo,  Marco, Giovanni Reale neanche si accorge che  non ha occhi per vedere né orecchie per sentire in quanto  non sa leggere realmente  sotto l’allegoria filoniana perché ha seguito la guida cieca dei Padri  della Chiesa, che interpretano in senso cristiano orientale prima e poi occidentale, agostiniano,  ed infine secondo l’impostazione di Massimo il confessore,  dopo la presa islamica  di Alessandria , definitiva nel 646 (era stata conquistata nel settembre del 641 poi riconquistata  da Eraclio  nel 645!),  a seguito della latinizzazione pontificia  anicia romana e del successivo dettato pontificio di Gregorio VII.

La celebrazione di un Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum  è la conclusione  definitiva di una lotta di affrancamento dell’ autorità occidentale pontificia dall’esarca di  Ravenna  e dal Basileus  di Costantinopoli, nei confronti del potere legittimo statale romano bizantino.

Professore, perciò, Giovanni Reale critica  incautamente le altre letture  e parla di sbaglio  senza accorgersi che gli altri hanno negli occhi una pagliuzza e lui un trave, in quanto i lettori milanesi cattolici neanche rilevano le diversità delle due impostazioni, quella  ebraica, secondo il velo  atavico di vittima  sacrificale e  di agnello e l’altra di un idealismo universalistico  platonico -agostiniano di un millantato amore  filantropico e di  pecorismo nazareno: la lettura di Platone, di  Filone,  di Seneca – tutti sotto il controllo e cura di Reale!-sono segno di un lavoro astratto e generico  non omogeneo  e non unitario, nonostante l’oggettiva bravura di chi legge e traduce! Infatti Reale lo sa bene se scrive così in Filone  Commentario allegorico alla Bibbia, nella Presentazione, p. XIII: a. sbagliano quegli interpreti che leggono Filone solo dal punto di vista  teologico, religioso ed ascetico, e che lo ritengono filosofo solo a latere   b. ma sbagliano in senso contrario  anche quegli interpreti che lo rileggono scindendo  con una vera e propria spaccatura  di contenuto, la sua fede dalla filosofia,  la quale si ridurrebbe al logos greco.  c.  sbagliano inoltre coloro che, per capire  questo logos filosofico greco,  si disperdono nelle Quellenforschungen, distinguendo ciò che risale a Platone, ciò che riporta ad Aristotele oppure alla  Stoa e così via.   d.  sbaglia chi riduce Filone ai canoni dello stoicismo    e. così pure  sbaglia chi con canoni strutturalistici   ritiene di dare senso  ai trattati filoniani/cfr. A. Filipponi,  Giuseppe  o il politico, De Iosepho   ebook Narcissus 2013.

Marco, eppure  i  suoi collaboratori sono davvero di grande rilievo culturale: Clara Kraus Reggiani- rimasta  subito isolata  –   non  può entrare nella logica cristiana di una lettura platonica controriformistica di Reale,  connessa con quella di Claudio Mazzarelli,  traduttore di  i Cherubini, Il malvagio tende a sopraffare il buono, Posterità di Caino,  I giganti e Immutabilità di Dio, già noto  per la traduzione di Etica Nicomachea  di Aristotele,  competente del medioplatonismo,  uomini legati al platonismo e al logos romano-ellenistico e quindi dipendenti dalla lettura cristiana origeniana e cappadoce.  Infine  Reale, allora  impegnato nella preparazione di Per una nuova interpretazione  di Platone  – Vita e pensiero, Milano 1994- dopo aver interpellato e richiesto l’opera di molti intellettuali,  alla fine, si orienta su Roberto  Radice,  che accetta la grossa fatica per tutti gli anni necessari  in maniera costante e  a tempo pieno,  risultando un collaboratore eccezionale perché  già vicino a Filone per aver tradotto  L’erede delle cose divine,   prezioso  per le sintesi e per il lavoro strutturalistico,  oltre che per la preparazione di Bibliografia  generale, anche in collaborazione  D. T. Runia (Leiden, 1988,1992)!.

Professore, comunque, nessuno di questi può entrare in merito a Filone senza un reale lavoro storico! Forse  solo la Kraus Reggiani avrebbe potuto fare la differenza nella lettura  di Filone  Alessandrino, se  svincolata dalla cultura christiana?   Certo,  Marco, lei era l’unica a poter avviare in altra direzione la lettura di Filone, avendo una grandissima cultura, la padronanza di 14 lingue  e la guida spirituale  del rabbino di Trieste, Paolo Nissim,  essendo  pure sulla scia di G. Calvetti e di  R.  Bigatti  la cui traduzione di  Creazione del  mondo e di  Le Allegorie delle leggi del 1978,  ha un indirizzo più ebraico che cristiano, nonostante  la cura di Giovanni  Reale e la casa editrice Rusconi!

Allora, professore, la successiva lettura filoniana in senso alessandrino origeniano ha condizionato non solo la storia del cristianesimo ma anche  quella  di Filone, cristianizzato  cfr. www.angelofilipponi.com  Filone cristiano  o Cristo filoniano?

Marco, senza la distinzione storica  di Il Regno dei cieli, aramaico, dal Regno di Dio christianos,  si ha una storia  generica cristiana con una figura  diafana ed evanescente di  un Gesù uomo -dio, come tramandato in greco dai Vangeli,  che sono  della stessa epoca antonina- severiana, nati dopo una lunga gestazione orale aramaica e poi greca, prima di una riscrittura  tipica del Didaskaleion, che è quella di una revisione evangelica sistematica  di un probabile  Marco,  ipotetico vescovo di Alessandria! Certo tutti usano la terminologia di Filone, che è equivoca come ogni allegoria riferita ad un patriarca , ad Abramo  migratore  che fa ecsoikhsis, a Isacco che è stabile e stanziale, a Giacobbe che migra e combatte con Dio,  e perfino al cambio dei  nomi– Peri toon metonomazomenoon  kai oon eneka metonomazontai/ qua re  quorumdam in scripturis mutata sint nomina- che comporta e sottende una metanoia in senso giudaico, non platonico: logoscleeronomos  methorios,  phugas,  sono  i termini  esemplari  di un vuoto parlare senza base storica e senza reali referenze, un puro esercizio sofistico, utile  nei tanti passaggi da una lingua ad un’altra,  specie da quella greca a quella latina.

Professore, lei mi vuole dire che in Filone, secondo la lettura, cristiana, si trova tutto  quanto serve, come nei libri biblici dei Profeti e della Sapienza,  per la costruzione dell’autorità sacerdotale e regale,  come anticipazione o prefigurazione  del Patrimonium sancti Petri ed Pauli, usurpato organismo di doppia natura, umano-celeste, oltre alle singole parabole cristiane, ai detti sapienziali, proverbi,  tutto un apparato ora redatto in lingua latina  in senso  teocratico- gregoriano, da utilizzare nei confronti della pretesa tirannia dell’imperatore occidentale, -nato dal connubio di sacro e profano,  nei patti di Paderborn, del 799, momento determinante  per la costituzione del Sacro romano impero  di  Carlo  Magno e per quello successivo  Germanico  di  Ottone I, derivato- specie dopo la fine della lunga lotta con Ravenna, a seguito della morte di Eutichio,  e poi anche contro la legittima auctoritas romano-bizantina, destabilizzata  con la proclamazione della superiorità ebraica dell’ ierousune sull’ exousia regale, propria  della musar aramaica, rimasta nella titolatura  giudaica ellenistica erodiana  e poi passata a quella  costantiniano-teodosiana, secondo processi  cesaropapisti, da noi definiti  romano-bizantini.

Marco, riflettendo  su quanto male sia  derivato per la cristianità dalla mancata opportunità di una corretta revisione del pensiero di Filone, non  separato nettamente da quello  dell’esegesi ermeneutica  dei Padri della Chiesa da parte dell’ Università del Sacro Cuore  coi commentatori del  Commento allegorico  della Bibbia,  penso anche al  fatto che nessuno di loro, pur  grandi menti,  abbia  considerato, (traducendo le varie parti dell’opera  filoniana, la figura elitaria  di  Heres  delle  cose divine – che adombra  per loro solo il popolo ebraico spirituale e quindi il sacerdozio cristiano, in una legittimazione della scelta di Dio per la guida del popolo,  che consacra col Papa un nuovo Mosè, sacerdote  e re, profeta e legislatore –)  senza considerare il  valore reale etimologico di cleeronomos / di uno, scelto per sorte, a succedere in un ambiente economico e finanziario, dominato dagli oniadi, epitropoi/ amministratori dell’oikos/patrimonio antoniano (di Antonia minor!), dioichetai di un ramo  della casa imperiale giulio claudia, anche se eredi legittimi del sommo sacerdozio gerosolomitano! Inoltre davvero soffro e mi dolgo, ancora di più, nel rilevare la diversità di significato di methorios  di un essere al confine tra umano e divino, tra  mortale ed immortale – che, comunque, non è né uomo né dio,  pur rilevando  l’esperienza di attività  umana, propedeutica a quella contemplativa,  che, comunque, sottende la valenza di un trapezita o addetto alla trapeza  nell’ufficio di  cambiare valuta,  di uno che sta  col suo banco al confine tra due stati  sovrani – di norma tra impero romano e impero parthico-  in quanto può fare profitto grazie ai buoni  rapporti amichevoli coi governanti  di frontiera!  Infine mi inquieto davanti al significato di spoudaios connesso con dikaios, del tutto disgiunto dal significato  di tzadik e dalla pratica della tzedaqah, una dikaiousunh differente perché sottende un’ osioths santità impensabile per un greco, che la traduce in relazione alle proprie referenze logiche, occidentali, diverse da quelle di un orientale contemplativo.    Mi arrabbio, perfino, invece, se, leggendo  l’opera di Paolo di Tarso,  christianos antiocheno, un fedele seguace filoniano,  ebreo, beniaminita, e  credente  in Iesous Christos Kurios, nato, in Giudea, vissuto in Galilea, crocifisso, morto,  risorto ed asceso al padre, -un’ ideale figura di aramaico antiromano, eroe  messianico di un Malkuth ha shemaim – mi vogliono far credere a valori solo spirituali, quando il tarsense è un commerciante giudaico  romano,  il cui padre si è arricchito facendo tende per l’esercito, la cui sorella è sposata ad un erodiano e la cui madre, risposatasi con un indeterminato Rufo, vive  ancora forse a Roma quando il figlio vi giunge, in catene, ed incontra i fratellastri ! E mi infurio se si dice di un Paolo mitico predicatore giudaico in epoca neroniana, di un Gesù Crocifisso,- a Roma, nella capitale dell’impero ! – e se si parla  del sintagma  scandalo della croce,  di una  predicazione  assurda  per un romano dell’epoca- cfr.  Crucis ofla   in www.angelofilipponi.com  – accettata, comunque, cristianamente,  a seguito di una lettura biblica filoniana sapienziale.

Comprendo  ora,  professore, la sua sofferenza   di fronte alla mistificazione  terminologica cristiana  e la sua denuncia  morale  di un’operazione  non certamente utile per il sapere e nemmeno per il cristianesimo in quanto viene  convalidata l’esegesi  origeniana, oltre a quella cappadoce e quella agostiniana con la riproposizione della filosofia come ancilla theologiae, della subordinazione del terreno al celeste, del tempo all’eternità della creatura al creatore!

Marco,  la concezione di un Filone, ambasciatore e  propulsore culturale,  con  la sua forza dinamica, nella sua  ardente fede in Dio  e nel metodo esegetico – che rileva invece la forza unitaria naturale  di un  ebreo che  conosce il legame  profondo  tra corpo e spirito, tra ulee/psuchee e pneuma, avendo il modello di vita di un contemplativo,  ritiratosi, da vecchio da ogni affare, dopo una logorante  vita di attività pratica commerciale, redditizia, lasciando ogni bene  alla  propria famiglia, per iniziare un bios theorikos, che è un’ascesa progressiva  a Dio, inimitabile per un occidentale  (Cfr. De vita contemplativa -La vita contemplativa, ebook Narcissus 2014)- non è compresa e, cristianamente, risulta inesplorata!.  Filone, ambasciatore alessandrino a Caligola,  dopo l’arresto del  fratello Alessandro alabarca, epitropos di Antonia minore, forse già morta, dopo l’orrore dell’ektheosis di Panthea  Drusilla e dell’eccidio di confratelli,  quanto avrà rimpianto – nel momento in cui ha notizia  di una profanazione  del tempio con  la paura dello sterminio etnico ad opera del Governatore di Siria Petronio Turpiliano in caso di non accettazione dell’ordine imperiale di installazione nel sancta sanctorum  del colosso imperiale –  la pace del suo semneion sul lago Maryut, nel traffico delle convulse vie di Roma  o nei tanti giri per l’Italia per un colloquio con l’imperatore per la normalizzazione di rapporti con i cittadini  di Alessandria,  già destinata ad essere capitale dell’Impero!

Certo  i professori universitari sono, in realtà, letterati, intenti in un lavoro, commissionato da  Rusconi, che ha sovvenzioni  statali  e legami anche col Vaticano, da  cui dipende l’Università del Sacro Cuore  e quindi operano non per  studiare un pensatore giudaico ellenistico  dell’epoca Giulio-claudia, come artefice,  tra l’altro, di una rivoluzione economico sociale finanziaria seppure sotto le forme letterarie  pitagorico-platoniche  e di un commento biblico, religioso,  come quello di predecessori come Eupolemo ed  Aristobulo, già impegnato  nell’apologia giudaica della propria superiorità  culturale, rispetto al contributo greco, derivata  dal Pentateuco, fonte di verità, ma per trovare in Filone la lezione cristiana , seguono la via più facile, quella segnata dalla tradizione cattolica,  essendo oltre tutto,  uomini cattolici,  di una università cattolica!. A loro sfugge tutta la storia di quel particolare momento  in Alessandria, già al centro delle operazioni militari antiparthiche, avendo già Caligola preparato il suo viaggio  per la nuova capitale  senza pretoriani e coi soli germani, come guardie del corpo, e  stanziato il  suo esercito  in punti nevralgici,  in Armenia, in Cirrestica e  in Adiabene, mentre i suoi legati, già nominati, attendono il suo arrivo a Dafne, alle porte di Antiochia, secondo i vecchi progetti d’invasione della Parthia  di Cesare  e di Antonio.

Professore, io ho seguito il suo processo di separazione della  scienza /episthme  dalla ricerca della verità, i due percorsi diversi e differenti  da non confondere,  per non alterare il concetto di verità  col dogma religioso, in un trasferimento illuministico-positivistico di quanto bisogna fare  o di quanto  storicamente si fa al fine di un’utilità pratica  per un reale beneficio umano, quotidiano. Sono stato accanto a lei, anche se giovanissimo,  negli anni  90, durante la  scrittura di  L’eterno e il regno,  che  avrebbe dovuto  propagandare una tale visione giudaica di Regnum messianico terreno, unito alla  concezione dell’ eternità sacerdotale. Perciò, posso rilevare come negativa l’operazione cattolica su Filone, come su quella  di Seneca  ed anche su quella di Platone (e di Aristotele), in quanto  lavoro erudito e dotto, utile ai fini della conoscenza della religiosità cristiana  collegabile  ai tentativi  del concilio Vaticano II  di Paolo VI , ingloriosamente chiuso con la vendita della Rusconi ad  Hachette, a seguito della morte dell’editore. Lavori di tale genere  tradizionali, comportano non la lettura storico-geografico di fenomeni reali propri della quotidianità, ma solo una coscienza superficiale di notizie  storiche  sottese ad un linguaggio filosofico, in cui poco vale se  l’impresa di Caligola non fu fatta e se la storia poi andò  nel senso dettato da Claudio imperatore, ben legato con re  Erode Agrippa  I  che,  cercando di fare una propria politica  autonoma,  si scontra con la intransigenza prefettizia di Vibio Marso, governatore di Siria !  Nulla si rileva  di una situazione giudaica, giunta quasi al collasso  economico, data la prevalenza greca finanziaria,  dopo l’editto imperiale di Alessandria,  che impedisce  il proselitismo e limita l’attività methoria ebraica,  ridimensionandola,  mentre  si profila  una nuova ondata di antiromanità in Giudea  tanto che  risulta  chiaro a Roma il cancro giudaico da estirpare, prima possibile!

Marco, vedo che hai ben seguito il mio lavoro.

Certo, professore, lei dice che in  De migratione Abrahami e in De legibus   specialibus  Filone  esprime una vita attiva  di chi vive autenticamente come methorios, che cerca Dio  come  oikonomos e poliths, che applica come virtù  l’ars economica  e politica,  col Principio di mediazione,  specifico di  ameicsia di una vita ebraica, separata in terra straniera egizia, senza il timore di non procedere verso la perfezione teleioosis, congiunta, invece,  con  l’attività pubblica  e privata   in quanto dimostrazione di    capacità  di governare bene la propria casa/ oikos,  secondo un paradigma  patriarcale, non differente dall’etica stoica virtuosa (Quaestiones et solutiones in Genesim,IV,165,  e  De Praemiis et poenis .113). e  rileva l’ambiguità politica di ogni giudeo ellenista come quella dello stesso re  Erode Agrippa I! Professore,  secondo me, è strano che si sia fatto solo un lavoro letterario, filosofico e teologico  alla presenza e con l’assistenza tecnica di un’ebrea, grande traduttrice  e  con tanti filosofi insigni. Mi sembra  quasi impossibile che non abbiano visto Filone, pur  pitagorico- platonico, come  oniade, sacerdote,   pneumatikos,  anche se commerciante,  politikos  in epoca caligoliana e primo-claudiana,   come maestro di  theoria  e di pracsis, contemporaneo ai christianoi antiocheni e a  Paolo e Luca, Pietro e  Marco e Matteo, alquanto vicino a  Giovanni e  alla scuola efesina, che, poi,  sotto gli antonini e i severi, insieme coi didaskaloi, paidagoogoi del didaskaleion alessandrino lo hanno cristianizzato con lo stesso Gesù e suo fratello Giacomo?

Marco, le ragioni potrebbero essere tante  e fondamentalmente penso che la struttura culturale  basilare dello studioso di fine novecento, sia la stessa di quella classica ed umanistico- rinascimentale, cioè tipica di  uno studium liberale, che privilegia  il letterato, filosofo e teologo e considera secondarie le artes sordidae che sono quelle di uno studium   scientifico e   tecnico-artigianale,  operaio- popolare. Inoltre devo aggiungere che in tali lavori  di così grande complessità, ognuno opera per conto suo e non è facile la coordinazione anche da parte di una mente eccezionale!

Qualcosa del genere sembra  che lei denunciò  per il vocabolario DIR  quando mostrò la non coordinazione  tra il letterato Angelo Gianni e l’etimologo  Tristano  Bolelli, operanti ognuno  a casa propria,  a distanza!.

Marco, la casa D’Anna, allora,  mi definì non angelo, ma diavolo! Comunque, ora ritengo che vi siano ragioni  di politica  posthitleriana, da parte ebraica, che,  pur rilevando la figura  di Filone  platonico che, commentando il Pentateuco crea un sistema filosofico nuovo – che in seguito presenta i segni caratterizzanti il cristianesimo,  il quale  nel Christos theos e kurios riassume  la simbologia connessa alla triade dei Patriarchi ( Abramo – Isacco-  e Giacobbe) – ,  mentre  da parte cristiana   Filone, letto ed interpretato da Paolo, poi rivisto e revisionato secondo la lezione evangelica  greca,  successiva all’impresa di Shimon bar Kokba,  perde la sua autentica natura di mediatore culturale  tra musar  e paideia,   perché cristianizzato da uomini  che  rivendicano l’originalità cristiana di agape, in una volontà specie dopo l’interpretazione dei  Padri cappadoci e di quella occidentale agostiniana ed ambrosiana,  geronomiana e rufiniana, che valorizzano le tesi evangeliche e il pensiero paolino di predicazione di morte e resurrezione del Christos, la venuta dello pneuma agion e la costituzione della Trias agia!.

Da qui un Filone inautentico, il cui testo –  studiato solo in ambito tedesco da Koehn-Reiter-Wendland agli inizi del  XX secolo,  neppure è ben conosciuto nella sua sostanziale autenticità, dato l’apporto sotteso  del  contributo dottrinale cristiano e considerata  la lettura  puntuale,  prima in senso medio platonico, poi  secondo l’insegnamento  di Ammonio Sacca, che fonde anche col platonismo la lezione  epistemica aristotelica ed epicureo – stoica!

Filone  rimane equivoca base  per  ogni credere in quanto  capire è  in funzione del credere, quando,  invece ,l’alessandrino  riassume nella sua opera  la sua  molteplice attività  di nauarchos, di trapezita e  di methorios,  di un vero  commerciante che conosce il mondo romano e parthico, oltre a quello indiano, dati i rapporti di Alessandria con i porti dell’ India  centro meridionale e di Ceylon, e quindi, i monsoni, ha famigliarità con atleti come  i  pancraziasti e con attori al teatro greco, e contatti vari  con scrittori che fanno allegoresi omerica ed esiodea. Insomma  Filone è  un uomo completo alessandrino, che ha una visione  anche scientifica  della phusis, figlia unigenita del theos, nella sua  struttura atomistica  stoico-epicurea e che ha fatto varia esperienza di vita prima di ritirarsi  dal mondo degli affari per andare  alla ricerca di dio,  prima di fare l’anakhooreesis!  Filone, Marco, ha distinto  la creatura  genneethenta/generata dal creatore ou poihthenta/non creato, su una duplice base di genneesis/generazione e di poieesis/creazione, pur riconoscendo che il nato, mortale, è  immagine di Dio,  della sua stessa sostanza, come ogni elemento celeste astrale

Professore, lei mi vuole dire che Filone è un uomo del  suo tempo, un sacerdote  ellenizzato e romanizzato  davvero, e che anche la sua allegoria del Pentateuco  è connessa con quella greca: non per nulla è riconosciuto maestro di Seneca!

Certo, Marco anche Seneca non è ben letto da Giovanni Reale come Platone, in quanto usa gli stessi criteri di lettura filoniani per cui si alona la figura del romano, come filosofo eclettico capace di fare ora sincresi, ora  sintesi  pneumatiche,  theoriche, proprie della cultura alessandrina, in cui si è formato, stando ospite in casa di ebrei, dai quali il suo stoicismo è contemperato e  sublimato secondo le linee contemplative di ricerca della teleioosis/perfezione.

Si spiega, allora, professore, anche il tentativo di mettere in relazione Paolo di Tarso col filosofo romano  al fine della  consueta cristianizzazione?!

Seneca è discepolo per 15 anni di Filone ad Alessandria!  Il padre Seneca il vecchio  invia il figlio  ansioso ed asmatico con problemi polmonari  (Lettere a Lucilio, VI,54,1  satis enim apte dici suspirium potest/infatti la si può denominare con sufficiente proprietà ” difficoltà di respiro” ) presso la zia,  moglie di Galerio, praefectus Aegypti dal 16  d c., al 31  d.C.(cfr. Ad Helviam matrem,19) che probabilmente lo indirizza verso gli  amici oniadi, che sono i diretti  collaboratori finanziari del marito! . Lei, professore ,nel Romanzo  ha perfino   ipotizzato una  coena  in cui sono riuniti  Gesù costruttore/qainita, invitato con Erode Agrippa,   Filone e un contemplativo, di nome Ruben, in casa di Alessandro l’alabarca, sommo sacerdote leontinopolitano,  che discutono  sulla creazione ex nihilo  e su Dio Ktistees , mediante il  logos. Allora io  ero sorpreso che nell’ambiente alessandrino si facesse la  storia con l’esercizio delle trapezai, col denario o dracma,   e che il fratello di Filone potesse avere un potere così grande nel mondo romano !

Marco, il mondo ebraico  non è cambiato mai, nonostante le tragedie immense e  le sofferenze  inaudite patite, nonostante  la ghettizzazione, fatta dai cristiani, che, grazie  a Filone, hanno potuto creare un sistema  ibrido  commerciale -religioso, fare una mistione  di sacro e profano, di mortale ed immortale,  in nome di Gesù- ebreo-:  Dio  e Mammona sono la vera anima del giudaismo romano-ellenistico, secondo il christos!

Dunque, professore,  sono  i  christianoi – in genere i monoteisti di cultura avanzata- che, servendo, ambiguamente  due padroni, impongono  o hanno imposto storicamente il principio morale (una costruzione filosofico -teologica!) di dare leggi e di portare con la violenza  alla democrazia i barbaroi, che seguono  un loro naturale percorso , in nome di Dio, in relazione a quanto detto dai rispettivi profeti Mosè, Gesù, Maometto, coprendosi con il progresso economico-finanziario!

E’ da storici  – uomini che, scrivendo, operano e lottano, diversi da quelli che informano, stando nascosti– smascherare la storia  e falsificarla,  confutando la theoria secolare dominante  assiro-babilonese, persiano-giudaico – greco -romana(compreso il colonialismo inglese- americano islamico, e  comunista  russo- cinese),  che si basa sul principio che il vincitore militare  ha il diritto  di imporre leggi e  di far crescere secondo  democrazia un altro popolo, costretto ad integrarsi sul modello di  un’ altra cultura!

Questo   è  fare storia, questa è la novitas di fare storia e ricerca storica, come lei già ha fatto in Mosè  e il sacerdozio cristiano (e islamico) www.angelofilipponi.com – non di ripetere quanto si trova già scritto-  dove si afferma: il Sacerdozio diventa emblema di tempo e di eternitàsimbolo terreno del cieloteleiosis/perfezione  come kthma eis aei/possesso per sempre,! 

E’, professore, una concreta operazione  secondo principi scientifici (e non filosofico-teologici), che sono in grado di  verificare l’esattezza di ogni ipotesi, nel corso dei secoli !.