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I detti sublimi di Caligola

Le parole del divino Caligola- PRIMA PARTE-

Da Svetonio e da Seneca, scrittori di lingua latina  più che da Flavio e da Filone e da Dione Cassio, autori di lingua greca, conosciamo i detti di Caligola.
Noi li abbiamo raccolti e poi commentati secondo il nostro metodo, cercando di spiegare esattamente la situazione o l’episodio che  ha partorito l’enunciato, operando  sul contesto in modo da dare possibilità effettiva di valutazione, al di là della interpretazione delle singole  parole e della loro esatta traduzione.
Noi crediamo che l’autore, a seconda della sua  lettura,  condizionata dal tempo di scrittura  rispetto al tempo di reale fonazione dei singoli morfemi, scriva, a distanza di anni, avendo di mira la dissacrazione della famiglia imperiale giulio-claudia e quindi dia valore ai termini in relazione alla nuova situazione.
Inoltre pensiamo che la storia è continuamente riscritta dai vincitori, che devono necessariamente farsi belli di fronte ai posteri a scapito di quelli che li hanno preceduti, per cui essi appaiono sempre all’apice di ogni manifestazione culturale  appoggiati da un’ élite  intellettuale prona  al servizio del potente signore.
Ad ogni cambio di domus dominante e ad ogni trasformazione epocale – specie dal passaggio da una civiltà e cultura pagana ad una cristiana – tutta l’area significantica e quella significativa cambiano ed hanno una sistema di referenza diverso  in relazione alle nuove elaborazioni letterarie e culturali  e allo stesso ambiente socio-economico: la lingua stessa è mutata dal cambiamento di gestione e dagli scrittori nuovi  che hanno un linguaggio tipico, una retorica propria di un sistema di significazione, in quanto devono tradere una cultura che, solo in apparenza, ha la stessa base linguistica  svuotata dei vecchi contenuti e riempita di nuovi evangeloi.
Ora noi  procederemo in modo semplice in relazione al testo di Svetonio che ci fa da guida, tenendo presente che  lo storico aneddotico scrive in epoca Flavia ed Antonina ed ha particolari interessi anti giulii.
Quando leggeremo  secondo Filone, terremo presente non solo la personalità dell’alessandrino, la sua famiglia oniade, il sistema economico degli alabarca, ma anche la sua  interessata filoromanità, diversa da quella dei sadducei gerosolomitani,  ma anche il suo settarismo di giudeo ellenista  contrario ai giudei aramaici, ostile a Caligola  neoteropoieths e uomo-dio teso all’extheosis: ogni enunciato, quindi, pur di prima mano non è quello che appare  per come è scritto, in quanto prende valore solo dopo la morte del persecutore dell’ebraismo ed ha valore apologetico: esso ha una sostanza, sottesa, molto più pesante di quanto è detto.
Compito del vero storico è rilevare l’ambiguità del detto nascosto dalla retorica e dalla forma di accettazione del principato di Claudio che risolve il problema giudaico,  ma diventa anche lui espressione ambigua di un proclama che è sostanzialmente antigiudaico, in quanto limita l’espansione del giudaismo, dando ad ogni popolo pari libertà di culto (threesheia) nel Kosmos romano. cfr. Giudaismo romano II e.book 2014
Ora tutto è ambiguo ed equivoco  in storia e niente è semplice specie in Filone platonico anche perché  il platonismo è prefazione del Vangelo stesso  e del cristianesimo
La lettura di Caligola secondo Flavio, sacerdote figlio di sommi sacerdoti,  governatore della Galilea nel periodo di guerra antiromana, difensore di Iotapata contro Vespasiano, presenta infinite difficoltà, dato il tradimento da parte di Josip ben Mattatia che, divenuto schiavo di Vespasiano, ne assume il nomen e diventa Flavius, storico ufficiale …
La sua storia è uno scrigno dove l’ambiguità giudaica è serrata e continua,  data anche la non scrittura del testo affidata a scribi ellenisti, traduttori, in quanto lui, come sacerdote, non può neanche pensare in greco e tanto meno scrivere per non contaminarsi , nonostante la sua apostasia.
Ancora oggi diciamo che un prete è prete per sempre, dopo l’unzione SACERDOTALE; cosa dire di uno come Flavio che è ebreo di stirpe sacerdotale, abile a mascherare, al fine della sua stessa carriera politica e del personale e familiare  benessere non solo le sue parole, ma anche le sue stesse opere?…
La storia di Flavio  è opera criptica, vera storia romana e vera storia ebraica, archailogia iudikh da mettere in connessione con quella ellenikh e con quella romaikh, con la presunzione tutta giudaica di essere il popolo eletto,  il popolo eterno ancora oggi valido secondo  B. Netanyahu  rispetto agli Stati Uniti – popolo effimero e transitorio come gli Assiri, Babilonesi – anche se alleato e deciso a proteggere la nazione israeliana dal l’Iran di M.Ahmadinejab…
Per Seneca  le frasi riportate come dette da Caligola   formano  un discorso a parte, come l’ho già fatto in Caligola il sublime, alle cui conclusioni rinvio…
Per quanto riguarda Dione Cassio, autore dell’epoca dei Severi, la sua valutazione è in relazione alle tante  fonti da cui dipende, per cui,  in assenza di precise documentazioni, bisogna pensare che la sua dipendenza sia da quella o giudaica o da quella latina (Svetonio e Tacito, sul quale c’è un buco circa la figura totale di Caligola.)…
Per ora noi prendiamo in esame il giuramento completo come lo deduciamo dalle fonti, specie da quella su Ummidio Quadrato, ma rileviamo solo l’aggiunta che fu fatta dopo pochi mesi in modo da comprendere anche le sorelle: quod bonum felixque sit C,  Caesari  sororibusque eius  –  o meglio  neque me liberosque meos cariores  habebo quam Gaium et ab eo sorores eius.

Iniziamo, allora con le citazioni sublimi, partendo da Omero: La prima  è in Iliade II,204 ….eis koiranos estoo/ eis Basileus
Caligola afferma che ci deve essere un solo capo, e, quindi, un solo re  e, perciò, pretende di mettere il diadema, volendo immediatamente trasformare la ridicola pagliacciata di Augusto e  di Tiberio, che si erano mantenuti sul piano formale repubblicano per trasformare la forma del principato in regni formam.  A questo aggiunge  la volontà di essere re secondo i riti orientali, propri della basileia ellenistica  e, quindi, crea l’apparato  propagandistico dell‘ektheosis.
Da qui la seconda frase omerica  rivolta, minacciosamente, contro Zeus:  H m’eir’ h egoo se /o togli di mezzo me o io te – Iliade XXXII, 724 –
L’aut aut  non tende a spiegare, ma a far comprendere al popolo, all’esercito e ai senatori-protoi,  la collocazione della frase in un discorso effettivo, fatto dall’imperatore, deciso, nella sua condizione di sovrano assoluto,  ad avere le stesse prerogative divine dell’ unico Upsistos / Iuppiter,  Zeus, YHWH,  in relazione alle tre etnie dominanti, romano- latina occidentale  e le due orientali, quella greca e giudaica.

Noi siamo convinti che non si ricostruisce la storia con una frase o con un gruppo di frasi, in quanto certi  dell’errore retorico di Livio ( e di Tacito) e degli storici greci, che facevano discorsi quando non conoscevano i fatti, in modo da dare possibilità di orientamento nella storia degli avvenimenti, legati fra loro secondo una successione causale e temporale, a chi, lontano nel tempo, avrebbe letto, interpretando i termini aggiunti  come abbellimento  nella funzione di congiunzione.

Neanche Hitler e Mussolini avrebbero potuto competere e neppure Berlusconi lo potrebbe con Caligola, adorato come Dio in quanto superiore di molto per mezzi, potere e seguaci.

Tenere unito l’impero romano e dare l’illusione di una nuova età dell’oro era impresa molto più complessa che unificare una pars (come Germania o Italia).  Poca cosa sono gli slogan nazisti e fascisti –Ein Volk, ein Reich ein Fueher- vincere, vinceremo, dux mea lux, dux nobis – come ogni propaganda monumentale sia quella berlinese di Albert Speer che quella  romana di Giuseppe Sacconi!.

L’ altare della Patria coi gruppi scultorei del Pensiero, dell’Azione, della Concordia, della Forza, del Diritto, coi bassorilievi del Lavoro che edifica e feconda, dell’Amor Patrio che combatte e che vince, con le fontane dell’Adriatico e del Tirreno, con le statue delle Regioni d’Italia, coi mosaici della Fede, della Sapienza, della Pace e soprattutto con le quadrighe dell’Unità della Patria e della Libertà dei cittadini, può dare un’idea della propaganda imperiale giulio-claudia  destinata a  lasciare segni  con la Domus aurea – e  poi con l ‘Anfiteatro Flavio e archi di trionfo  e con le colonne  antonine-.

Perciò, ogni frase di Caligola deve essere studiata ai fini di una propaganda alessandrina, fedele interprete de pensiero divino del monarca.

In seguito,  se campo,  cercherò di riportare le frasi, sublimi, dette  di Caligola, che ho già selezionate, ma lo farò a tempo opportuno, in modo da fare entrare il lettore in reale  situazione storica: questo articolo è stato scritto  qualche anno dopo la pubblicazione di Caligola il sublime, una diecina di anni prima di Incitato il cavallo di Caligola, in altri momenti!.

 

Ferdinando Pinelli

Repressione piemontese nell’ascolano

Abbiamo avuto Il Risorgimento noi ascolani e  noi marchigiani (papalini) e tutto il Meridione d’Italia (borbonico)?
No.
Noi, popolani, oltre il 96%, non avevamo alcun peso politico, perché analfabeti (cfr. A.Filipponi, L’altra lingua  l’altra storia , Demian, Teramo 1995) : contavano solo i liberali (nobili, borghesi, clero).
Siamo stati massa da sottomettere, da massacrare, da far lavorare dall’alba al tramonto, lasciata analfabeta, lasciata vivere in promiscuità dentro covili come bestie, senza alcuna identità. tanto che all’inizio del Novecento si cominciò a parlare di Guerra sola  igiene del mondo.
Insomma gli intellettuali (specie i futuristi) pensavano che  ci voleva la guerra per far piazza pulita degli operai che scioperavano e dei contadini che si lamentavano: sentivano il bisogno di diradare e di  sfoltire un po’ la massa! Il Risorgimento (Cfr. Inno di Mameli in www.angelofilipponi.com ) non è stato una libera scelta popolare con atti di eroismo, ma una  repressione feroce, disumana  da parte di  liberali locali (lombardi, toscani, papalini, meridionali ecc.) propugnatori degli ideali di  indipendenza e di libertà che, con l’aiuto delle truppe sabaude, delegittimano il potere di Sovrani legittimi (secondo la Santa alleanza) che governano su parti della nostra Italia, a favore dell’unico riconosciuto re d’Italia, Vittorio Emanuele II,  in nome di un ‘idea  astratta di Nazione Unitaria
Siamo stati conquistati a forza noi papalini, popolari, che amavamo preti e monache e frati, analfabeti, che odiavamo i padroni liberali e garibaldini, che facevano l’Unità d’Italia.
Noi popolari, dialettali,  morti di fame, artigiani e contadini, siamo stati conquistati a forza e piemontesizzati, mentre parteggiavamo per i briganti  che combattevano con i papalini e con i borboni contro le milizie sabaude che parlavano francese, non italiano.
I giovani piceni ed abruzzesi, nati nel ’41, preferivano andare sulla Montagna dei Fiori a fare il brigante  piuttosto che fare il servizio militare.
Noi piceni, esentati dal servizio militare da secoli (lo facevano al posto nostro gli Svizzeri), venivamo reclutati da briganti, che erano l’orgoglio dei popolani, che parlavano la stessa lingua ed avevano gli stessi ideali, che erano quelli di una cieca fede cattolica che prometteva un Paradiso per chi sapeva vivere con pazienza una esistenza di stenti e di soprusi, senza lamenti.
Noi siamo stati conquistati a forza dal generale Ferdinando Pinelli (1810-1865)
Le gesta di Pinelli furono tanto crudeli che ancora  mia nonna   diceva negli anni cinquanta  a noi  nipoti  quando facevamo i  cattivi  chiame Pnell p te che ie nu Pnell/ chiamo Pinelli per te che sei un Pinelli.
Furono uccisi preti  e frati, cacciate monache dai loro conventi che  furono sequestrati e messi all’asta con i  beni, acquistati dai liberali (cioè borghesi e nobili ascolani-Luciani, Sgariglia, Desgrilli, Alvitreti ecc.) come applicazione delle Leggi Siccardiane (abolizione del  foro ecclesiastico, del diritto di asilo, e della manomorta ) e della legge Rattazzi (abolizione di tutti gli ordini religiosi -tra i quali agostiniani, carmelitani, certosini, cistercensi, cappuccini, domenicani, benedettini ecc. – perché privi di utilità sociale, anche se si dedicavano apparentemente ” alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi», con  esproprio di tutti i conventi, con sfratto immediato degli  uomini e donne addette).
Pinelli applicava la legge militare  e puniva  specie i prelati, rei di avvertire i briganti  con il suono delle campane: furono trucidati  in questa azione selvaggia  donne e bambini, seviziate e violentate bambine, figlie di briganti, e distrutti interi paesi nell’ entroterra montano ascolano, nel corso di 2 anni -1861/3-, in cui i piemontesi  riuscirono a stroncare il fenomeno brigantesco.
I  piemontesi, comunque,   spesso subivano insuccessi e scacchi e perfino sconfitte, come quella sul Vallone (dove oggi è la seggiovia e l’albergo Remigio I), dove i briganti portarono via anche  i viveri e le pentole dell’esercito italiano.
I briganti sapevano sfruttare bene la conoscenza dei luoghi e colpivano a momento opportuno i soldati piemontesi, che non conoscevano i luoghi e il clima: a febbraio e a marzo si passava da cielo stellato ad una nebbia improvvisa e  a burrasche di neve.
Inoltre i  briganti avevano la  protezione  e la  copertura dai montanari e rifugi sicuri: la Grotta di S Angelo a Ripe di Civitella (Teramo) li accoglieva dopo le sortite.
Con la stessa ferocia di Pinelli, altri comandanti  piemontesi  fecero decimazioni  a Pontelandolfo ed altre località (Benevento).
Il 14 agosto 1861, essendo stati uccisi 1 ufficiale, 40 soldati e 4 carabinieri,  in una imboscata fatta dai briganti, guidati da Cosimo Giordano, il  comandante di un battaglione di bersaglieri, Pier Eleonoro Negri,  massacrò quasi 400 inermi contadini, dopo aver incendiato il paese,  e dopo che erano state stuprate ed assassinate le donne.
L’Italia era già stata proclamata unita ( 17 Febbraio del 1861)!
Pinelli  nel Piceno  condannava a morte chiunque che  “con parole o con danaro o con altri mezzi avesse  eccitato i villici ad insorgere, nonché a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale “…..
Egli fece un bando, tipico dei liberali anticlericali  (Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotale vampiro  che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava!)  per eccitare i soldati al combattimento contro i difensori di Civitella del Tronto, che combattevano con  forza e non si arrendevano, nonostante le notizie della fine della guerra e della sconfitta dei Borboni.
Il bando fu propagandato in tutta Europa come esempio di ferocia piemontese e come testo giacobino, tanto che  la monarchia sabauda  allontanò Pinelli  dal Piceno  e lo sostituì col generale Luigi Mezzacapo, che portò a termine l’impresa.
Qualche giorno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia,  la rocca di Civitella  comandata da Maggiore Luigi Ascione, sostituito dai  Borboni con il Capitano Giuseppe Giovane, nominato colonnello, si arrese, per fame  il 20 Marzo del 1861 (cfr. Mastrejà,  e.book Narcissus  2011) : il comandante,  coi  suoi 110 soldati superstiti, ebbe l’onore delle armi  a piazza dell’Arengo in Ascoli.
Nonostante questo, quasi tutti, eccettuati i feriti gravi, furono inviati in prigione a Savona e a Fenestrelle da dove non tornarono  più.
Invece il generale Ferdinando Pinelli,  l’anno dopo, nel febbraio,  fu premiato con la seguente motivazione :”Per i soddisfacenti risultati ottenuti col suo coraggio e per l’instancabile sua operosità nella persecuzione del brigantaggio nelle provincie napoletane nel 1861″.
Noi ascolani  e piceni,dunque,  siamo stati conquistati dai Piemontesi mediante un’azione militare secondo gli storici locali ascolani,  (Ascoli 1861-63).

Marco, 16,9-20

Solo l’epilogo del vangelo di Marco è spurio?

 

Ho già detto che il Vangelo di Marco è un’accozzaglia di dati interpolati,  in cui la prima parte, fino a 9,  compreso,  è tipicamente ellenistica  (della Scuola di Alessandria ) e la seconda parte è sotto l’influenza dei logia originali di Matthaios aramaico, fino alla sepoltura di Gesù.
Il 16, compreso 1-8, (ll ritrovamento del sepolcro vuoto)  è spurio….

Professore, per lei le tre donne, secondo Marco  (Maria di Magdala, Maria  di Giacomo e Salome) definite solo di nome,  identificabili comunque come  la “donna” di Gesù, la zia- moglie di Cleofa – e la madre di Giacomo maggiore  e di Giovanni, che vanno ad imbalsamare il cadavere del defunto,  al levare del sole,  portando il necessario per il rito, incerte sul come aprire  il sepolto, data la grandezza del masso, ruotante, posto all’imboccatura e sul  probabile non accesso a causa del decreto prefettizio  circa la custodia del cadavere, operano di testa loro,  all’insaputa degli uomini?!.

Marco, non si può dire, ma, sembra un’iniziativa tutta femminile, presa all’alba, del giorno del Signore  (per noi, Domenica)  per loro, invece, il giorno dopo il sabato, appena si è  liberi dai vincoli prescrittivi  di legge: lo stato d’animo  delle donne – di una donna per Giovanni, La Maddalena-,  diverso da quello degli uomini, storditi dalla mazzata della morte del Christos/Messia,  è quello irrazionalistico di terminare il loro ufficio pietoso, senza considerare i sigilli  del governatore  e la presenza dei milites -cfr Giovanni 17.28-42-.

Lo pseudo Marco  sorprende col problema delle donne di aprire il sepolcro:   gli uomini conoscono dal Venerdì  che il sepolcromnhmeion– di Gesù è sorvegliato,   avendone parlato per tutto il sabato  nel  Cenacolo, consapevoli dell’ avvicendarsi dei soldati alla tomba di Giuseppe di Arimatea, secondo  quanto ordinato da Pilato e sanno bene dell’impossibilità di completare l’imbalsamazione.

Marco,  per spiegarti, ti dico che  essendo giorno di preparazione – epei paraskeuh hn Giovanni 19.31 – l’imbalsamazione giudaica diversa da quella egizia ,  non  fu ultimata, anche se il corpo fu  profumato, alla meglio,  con balsami.

Allora è vero il dato di  Nicodemo  che  porta una mistura di aloe e di mirra di  circa cento libbre  -ibidem 39- ? ed anche quello di una sepoltura provvisoria con  bende al corpo del  crocifisso deposto e messo frettolosamente  nella tomba  di Giuseppe di Arimatea , nel khpos/giardino ? L’azione  è fatta sotto lo sguardo del corpo di guardia dei soldati di Pilato, dunque!.

Certo, Marco, non c’è il tempo di fare ulteriori azioni di purificazione: le regole del sabato impongono il riposo, dal tramonto del sole del venerdì pomeriggio!

Noi così vediamo la sepoltura di Gesù,  a seguito della  sua morte in  croce e alla  deposizione del corpo, sua fasciatura e profumatura,  dopo il permesso accordato  ai discepoli dal governatore  Pilato  che ha fatto l’accertamento di morte con la lancia!.
Noi per il Bios di Gesù e il suo Malkuth ha shemayim abbiamo letto a lungo e in varie fasi della nostra vita, la parte  del Vangelo – 15 – di Marco, primo vescovo di Alessandria secondo Eusebio, che lo ritiene falsamente fondatore dei Terapeuti, attestati nella città dal 180 circa a.C.. fino all’ epoca di  Sinesio, fino cioè al 415 d.C.in epoca teodosiana…
Sui problemi della prima parte  e del 15 abbiamo fatto molti interventi tecnici al fini di ritrovare non solo la funzione didascalica del didaskaleion alessandrino, ma anche il modo di procedere di Clemente nel  Pedagogos,  grazie al lavoro fatto su Stromateis  e sul commento del I libro ….

Quindi,  professore,  Marco (16,1-8)  che parla di tre donne che, di  buon mattino, vanno al sepolcro   è scrittore non di prima mano dei fatti,  ma uomo di epoca,  successiva di molto, in quanto sembra non conoscere che la tomba sigillata sia  sotto la custodia dei milites  per ordine del governatore:  l’autore marca solo  la preoccupazione delle  donne di  spostare il masso rotondo, che chiude il sepolcro.

L’ evangelista sa che per le donne è un viaggio inutile se non trovano chi fa rotolare apokulisei il masso dall’ ingresso del sopolcro! eppure le donne per lo pseudo Marco vanno, perché sanno  già che il sepolcro è aperto. La Maddalena, che per Giovanni è già andata e non ha detto niente a nessuno  per lo sbigottimento,  ora torna  con le altre al sepolcro- che invece  pensano a come togliere il masso-.

Quindi, all’epoca. già ci sono due versioni dei fatti: una della sola Maddalena che ha fatto la scoperta, l’altra delle tre donne che fanno la scoperta del sepolcro violato!

Comunque, secondo l’evangelista  le donne sono andate al sepolcro e  anablhpsai theorousin/ guardano e constatano  che la pietra è rotolata  via e ne rilevano la eccessiva grandezza/hn gar megas sphodra –  era infatti  molto grande.

Quindi per lei si tratta di una violazione del sepolcro, non di resurrezione/anastasis toon nekroon( o egersis), per come oggi lo intendiamo noi ?  Un uomo che, accertato come morto, si alza dal sepolcro e  vive  di nuovo, avendo spirito vitale, riprende a vivere con ritmi normali  ed appare vivo ad altri!

L’evangelista Marco dice  quel che dice e scrive quel che scrive   secondo la tradizione evangelica cristiana del Regno di Dio:  le donne,  non essendoci nessuno  ostacolo, entrano nel  sepolcro/ eiselthusai eis mnhmeion e vedono /eidon  un giovinetto neaniskon un ragazzo non ancora adolescente  meirakion (in Giovanni,20.12 sono due  aggelous),  che siede a destra, vestito di veste bianca ed hanno timore e sono  stupite.

Amico  mio, io sono sorpreso dalla  varietà  dell’uso dei termini che indicano  l’atto reale  di  vedere (anablepoo/ sollevo gli occhi e guardo fisso;   theooreoo/ scorgo e contemplo oraoo/ miro ) e dal loro attonito stupore con timore espresso da  ekethambeetheesan.

Ancora di più sono sorpreso dalle  parole del giovane: mh ekthambeiste/non  state stupite ed impauritevoi cercate Gesù  il Nazzareno il crocifisso!.

I due enunciati  semplici, coordinati, mandano due messaggi che mostrano il risveglio di uno e la sua non presenza nel luogo  mediante una prima enunciazione  affermativa con   hgerthe  -da egeiroo/ sveglio desto– aoristo passivo  che  vale fu risvegliato,  da sempre tradotto è risorto,  che sottende il fatto della non presenza subito poi marcata ; e una seconda, negativa, con  cui si nega che sia lì /ouk estin oode, il corpo  che lì era stato deposto, indicato ad una persona, ide o topos opou  ethhkan auton / vedi il luogo dove era stato posto!.

Segue un enunciato iussivo per altre donne:  upagate  eipate oti mathetais  autou  kai toi Petroioi,  che introduce una proposizione dichiarativa  oti proagei umas  eis thn Galilaian/ che (lui, quello che si è svegliato e non è lì)  vi precede in Galilea!. Professore   il testo marcino sottende, dunque,  che la persona non presente più  nel sepolcro, come corpo,  è altrove, in Galilea a distanza  di oltre 100 chilometri?! una cosa che succede varie volte nella vita di Apollonio di Tiana secondo Filostrato, come  lei ha molte volte mostrato  – scompare a Roma e riappare a Pozzuoli dopo giorni o si eclissa da una parte per ricomparire in altre zone e alla fine della vita scompare  e neanche si ritrova più  il suo corpo! -cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth –

Il riferimento ai discepoli e a Pietro, loro  capo, col pronome personale  voi, in poliptoto umas e umin, da parte del neaniskos- divenuto nella tradizione cristiana,  aggelos-  sottende già una gerarchia accettata  quando all’epoca  si sa del primato di Giacomo/ Jakobos, fratello del Signore/kurios, e dei successori gerosolomitani fino alla galuth adrianea !  Perciò, amico mio, comprendi che  nel testo marcino in esame si tratta di  un convegno, già prestabilito prima della morte,  per cui il neaniskos testimonia il ricordo, infatti afferma che  Gesù il risorto/risvegliato-  colui, che si è  alzato  dai morti – attende in Galilea, là lo vedrete, come vi ha detto.

L’uso del futuro  per la visione e dell’aoristo  per il  ricordo fissato  esprime il fatto reale dell’accadimento dell’incontro presenziale in Galilea, inizio e fine del movimento messianico, luogo, però, di diffusione  del Keerugma  evangelico della morte e resurrezione del Maestro,  uomo dio, figlio di Dio!

La conclusione dello pseudo Marco  alle donne impaurite e sbigottite,  evidenzia la volontà di andare via (ecselthein) e di fuggire (phugein )e di non dire niente a nessuno (oudeni ouden eipein). L’evangelista mostra lo spavento  delle donne con ephobounto gar( infatti esse erano spaventate).

Professore,  lei ha parlato spesso della conclusione di Marco con gar e non è qui il caso di ripetere !.Comunque,  ho compreso che   le donne, dopo la fuga, restano chiuse nel silenzio,  essendo piene di tromos kai ekstasis/timore e spavento.

Marco, sono contento che sono riuscito a spiegare l’inizio del 16, il cui epilogo  è sicuramente di altra età! Infatti il Vangelo marcino si chiude con gar :   non esiste né nel codice Vaticanus né in quello Sinaiticus l’epilogo grande ( e nemmeno quello piccolo): non può essere un caso che ambedue li omettano…

Questa aggiunta /parathhkh deve essere probabilmente del periodo di Basilide  ed è di fonte alessandrina perché fu immesso come parte finale del Vangelo (codici copti, greci, etiopici ed armeni)  anche perché la testimonianza su Gesù  (Flavio, Ant. Giud. XVIII,64) è dello stesso linguaggio, diversissimo da quello precedente.
In risposta a Basilide probabilmente  il presbitero Aristione aggiunse la conclusione di Marco,  già conosciuta da Giustino, da  Taziano e da Ireneo, un’altra versione della sepoltura e della resurrezione!.
Tutti questi ormai la consideravano come parte integrante del vangelo di Marco, compreso 16, 1-8…
Sembra che tutto il 16 sia di questa epoca e non solo quella parte del Keerugma (come anche l’incipit  evangelico senza figlio di Dio) …
Infatti Flavio dice: ephanh gar autois trithn ekhoon  hmeran palin Zoon, toon theioon prophhtoon tauta te kai muria thaumasia  peri autou eirhkotoon /dicono  infatti che a loro apparve  di nuovo vivente, avendo i profeti di Dio preannunciato queste ed altre innumerevoli cose divine, meravigliose,  su di lui.
Lo pseudo Marco  scrive -16,14-  : usteron anakeimenois autois tois endeka ephanhroothh /Poi apparve agli undici, mentre stavano a cena.
Non inganni il diverso verbo in quanto il significato è eguale: aoristo passivo di phainoo con l’aggiunta di palin zoon corrisponde  a phaneroo  appaio (quindi apparve) che all’aoristo passivo debole vale si mostrò (si fece noto;  si fece vedere vivo, si manifestò)…
Solo la chiesa cattolica considera questa porzione sacra e  ispirata dallo Spirito Santo  ma  le altre chiese, specie i protestanti sono dell’avviso di ometterla….
La seconda parte quella del malkuth  ha shemaim , cioé della parte che si riferisce all’azione del Mashiah  è da vedere come uno sviluppo del Matthaios aramaico: non per nulla solo in Marco si trovano 2 volte rabbi (10,51; 14,45) ed una sola volta anche se viene, varie volte, usato al nominativo,   O didascalos, oppure il vocativo didaskale (10.17,35, 12.13,19; 13,1), oppure  en thi didachhi (8.11,18.9) e molte volte il verbo didaskoo.
In effetti, però, neanche qui è realmente presente il termine rabbi/ rabbouni ma si rileva che  il suo uso deriva non tanto dalla  funzione di Gesù quanto dal suo potere nell’esorcismo e nel fare miracoli/ paradocsa: l’exousia gli deriva dalle opere non dalle parole: Lui non è un rabbi ma un facitore di opere paradossali….(cfr. 11,27 e ss.)!
Tutta questa parte deve essere datata  con una certa sicurezza dopo il trionfo di Tito e di Vespasiano;  tutto il capitolo 13, se letto attentamente indica che l’autore conosce i fatti.

La predizione non rimarrà pietra su pietra, si leverà nazione contro nazione, regno contro regno, l’abominio della desolazione/ to bdelugma ths erhmooseoos, e specie gregoreite!- verbo del vigilare nelle forme  di blepein  vedere  e agrupnein  essere desto – sono tipici della Apocalisse, come il vegliate ( 13.33-37), comune a Matteo (24.42, 25.13-15) e a Luca (19,12).

Professore, dunque, il testo marcino greco (14 e 15 ) narrante  l’arresto, i due processi,  la passione, la morte e  sepoltura  non è spurio, ma pars di un testo aramaico conservante la storia di un martire  nazionale, che, però,  professa il suo credo in koiné  –  il suo credo-12,29  Akoue Israel,kurios o theos hemoon kurios eis estin/ascolta, Israel, il signore nostro è l’unico signore!

Marco, per noi questo significa che dopo la  repressione adrianea, in Alessandria, si crea il mito di Gesù cristiano sulla base del  pensiero  già esistente di Filone e di Paolo di Tarso oggetto di studio nei  didaskaleia alessandrini  in contrasto forse con la cultura neoplatonica di Ammonio Sacca e  degli gnostici (cfr. Chritospooiia e theopooiia) .

La fabbrica di Christos e di Theos potrebbe iniziare con l’evangelizzazione  secondo Marco che mostra la venuta del Figlio dell’uomo e la similitudine del  fico connessa con Matteo (24.29-36 )e con  Luca (21.25-33), da lei espressa in altra  sede?

Marco,  altrove ho parlato del sepolcro vuoto trovato dalla Maddalena,  da cui Gesù aveva cacciato sette demoni (Marco,16,9 )-a cui  appare la prima volta  e poi agli altri a cui indica la Galilea come ultimo punto di incontro, là dove il risorto    prima di ascendere al cielo e di sedersi  alla destra di Dio padre,   dà agli apostoli la missione del Keerugma.

Lo pseudo Marco chiude, infatti, una prima volta ( 16, 9-20)  con una chiusura piuttosto lunga il suo vangelo,   indicando, oltre al rimprovero del maestro per l’incredulità e durezza di cuore dei discepoli,  i segni  della necessità del loro andare  come inviati nel mondo a tutte le creature,  a  propagandare di averlo visto  vivo e risuscitato in quanto datore in futuro  di  salvezza/sooteria  – secondo già una collaudata e schematizzata precettistica!-: chi crederà  e sarà battezzato sarà salvo /pisteusas kai batptisteis , soothhsetai, ma chi non crederà sarà condannato /o de apisthsas  katakrithhseta ! Professore quali sono i segni?

Per lo pseudo Marco i seemeia per i credenti sono quelli noti paolini: nel mio nome  cacceranno  i demoni, parleranno nuove lingue,  prenderanno i serpenti,  e se berranno qualcosa di mortifero  non recherà loro alcun danno, imporranno le mani ai malati guariranno/ en tooi onomati mou daimonia  ekbalousin, glossais laleesousin kainais, opheis arousin, kan thanasimon  ti  pioosin  ou mh  autous  blapshi, epi arroostous kheiras epithhsousin  kai kaloos eksousin.  

Professore,  è una precettistica tipica del II secolo come quella di oikodomhsoo/  fonderò  ed è, ora,  comune all’ecclesia di Efeso e di Alessandria!

 Marco,  questo è  il racconto epilogo  del testo marcino lungo,   che  chiude   con gli apostoli che partono e predicano dappertutto,  mentre il Signore opera con loro  confermando  la parola coi prodigi di accompagnamento/tou logou bebaiountos  dia toon epakolouthountoon shmaioon!  

Qual è l’epilogo breve

E’ un testo di quattro righe più amhn. Esso sottende  che  le donne  -ma potrebbero essere anche  indefiniti altri! –  annunciarono in modo abbreviato  tutte le cose riferite a Pietro e a quelli intorno a lui al fine di riconoscere col primato petrino romano l’ apostolicità delle altre sedi -. cfr. II mito di Pietro

Marco, suntomoos  rimanda al compendio e quindi fa pensare ad epitomatori  greci del  II secolo  che scrivono  per uso didascalico  ed anche ad Eutropio scrittore latino del IV secolo  autore di un Breviarium  sotto l’imperatore Valente,  e può sottendere l’idea di una chiesa romana, all’epoca ancora sotto Antiochia, sede primaria con quella di Alessandria,  mentre sta sorgendo quella di  Costantinopoli, in relazione all’invito diretto da parte di Gesù stesso a predicare da oriente  fino ad occidente to ieron kai aphtharton keerugma ths aiooniou sooterias/il santo ed incorruttibile  annuncio della salvezza eterna.

Professore, lei in altri tempi, marcando l‘annuncio  santo ed incorruttibile della salvezza eterna  ha operato alla definizione della  parola finale aramaica di amhn. Vuole aggiungere qualcosa

Marco,  Serve a qualcosa? Serve a  qualcuno? In Italia?   Non serve, amico mio! Nessuno legge, tutti parlano  anche gli scienziati! I  virologi fanno impazzire il povero Mario Draghi, ben intenzionato a razionalizzare, mediante la digitalizzazione  il sistema e a creare nuove strutture  per svecchiare l’apparato  burocratico, civile,  amministrativo e giudiziario italiano, a cambiare il metodo stesso politico … servendosi di franchezza comunicativa !  Cosa posso fare io, povero  vecchietto! Posso solo consigliare la lettura di La  lunga lunghissima storia di amen!.

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Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).

Perché la “casata” di Filone e quella di Erode hanno in comune Ioulios/Iulius?

 

 

Per una revisione del contesto  romano storico, politico -economico dell’epoca di Iesous Christos Kurios

Nella mia ricerca sempre mi sono chiesto il motivo per cui Oniadi ed Erodiani abbiano in comune il nome Ioulios/Iulius.

Mi sono risposto  intorno agli anni settanta  quando scrivevo, sulla base della traduzione di Antichità Giudaica XIV, XV, XVI, XVII,(Trad. inedita) Antipatro padre di Erode ed Erode basileus, figlio di Antipatro, dove rilevavo  la presenza del  nome Ioulios per il padre e per il figlio (opere ancora inedite).

Poi, traducendo Filone,  mi accorgevo che il filosofo, oltre ad essere chiamato Ebreo o alessandrino, era detto anche Ioulios, così come suo fratello Alessandro Alabarca e l’ altro fratello il naukleros Lisimaco e suo nipote Giulio Tiberio Alessandro.

Comprendevo specie da Legatio ad Gaium e da In Faccum, oltre che da De Ioseph e de Opificio e Vita di Mosè, Vita contemplativa e Quod omnis probus, che esisteva una particolare figura di Methorios e che era presente un tipico politeuma (una specifica costituzione/politeia) in Alessandria con Senato e Sinedrio, e rilevavo l’attività trapezitaria  e il rapporto tra la domus antonia e l’alabarca epitropos, therapeuoon di Antonia, nonna di Caligola.

Con la ricerca mirata non solo su Filone ma anche su Flavio (Antichità Giudaica XVIII, XIX, XX, opere edite ) , oltre che sugli autori latini e greci  per scrivere Caligola il sublime, opera di revisione  storica, ho compreso il connubio tra la finanza giudaica sadducea templare e quella leontopolitana alessandrina  oniade, esteso ad un privilegiato rapporto con la domus giulio- claudia  tanto da  rilevare le connessioni finanziarie  tra  Augusto, Tiberio, Caligola e Claudio e i giudei filoromani ed ellenisti.

Nel contempo mi si manifestava  sia in Iudaea che in Egitto una cultura aramaica propria di una popolazione barbarica, collegata con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromana, tanto da poter rilevare la loro musar opposta alla paideia ellenistica.

Mi si presentavano due mondi opposti:  uno commerciale e scientifico  grazie al fattore imprenditoriale giudaico finanziario  methorios, innovatore,  ed uno agricolo mesopotamico, attardato, conservatore  tanto che Filone parlava di un mondo civile, ellenico,  kosmios, basato su Philanthropia e praooths  che si propagava universalmente in senso democratico  e liberale, grazie all‘armonia data dalla casa Giulio-claudia, che favoriva la crescita finanziaria ed economica dei popoli ed autorizzava  gradualmente l’integrazione di ciascuna etnia  nell’ordinato sistema  romano-ellenistico;  ed un altro barbarico, impostato nei valori contrari, in quanto illiberale, irrazionale, selvaggio, passionale, spietato nell’ira.

Filone divideva il kosmos in hllenes e in barbaroi e faceva l’apologia del commercio e della propagazione  di nomos,  eleos e charis, di dikaiosunh ebraica secondo l’antica forma di tzedaqah, evidenziando l’origine aramaico-mesopotamica  della stirpe  con la conseguente integrazione nel sistema ordinato razionale, naturale mediterraneo, tramite il filtro della cultura lagide alessandrina ellenistica

Filone celebrava perfino nell’impero romano, agli inizi dell’epoca caligoliana, un ritorno  di un’età saturnia…fiducioso in una nuova era  col figlio di Germanico, Neos sebastos /nuovo Augusto...

Questo benessere  era opera della famiglia Giulia, di cui erano parte integrante gli erodiani e gli oniadi, anche loro Ioulioi, gestori del potere economico, philantropoi, philhllenes, trapezitai, emporoi, naukleroi, già infiltrati  come methorioi tra le popolazioni barbariche come avanguardia della politica romana, svolgenti il compito di cambiavaluta al confine non solo tra l’impero romano e quello Parthico ma anche tra quello parthico e l’Arabia meridionale  e l’India, tra l’Egitto e l’Africa centrale,  tra il Ponto Eusino  e la pianura Sarmatica ...

Ora se consideriamo, fatta questa premessa,   che giuli sono i figli  e nipoti di Erode, Giuli l’alabarca e i suoi figli e tutti gli oniadi  possiamo  comprendere il reale valore di tale parentela con la casa regnante, per cui non   sorprende  che il connubio tra finanza  giudaica e potere imperiale diventi  sempre più stretto da Cesare fino a d Augusto e Tiberio e crei un progressivo aumento di capitale Giulio tanto che Caligola, ridimensionando il senato per le gravi difficoltà dell’erario pubblico, rileva l’abnorme capitalismo ebraico e la  connessione tra Giudaismo (sia aramaico che ellenistico) con la Parthia, destinata ad entrare nell’orbita romana, e la centralità di Alessandria ai fini operativi sia economici che finanziari  e decide il trasferimento di Capitale.

I giuli erodiani, sadducei, e gli oniadi, seppure scismatici da Gerusalemme, in nome della propaganda romano-ellenistica, basata sulla razionalità  e naturalezza, sulla  liberalità,  risultano, comunque,  il motore economico- finanziario dell’impero romano per oltre un secolo, senza contare la  pericolosa frenata del periodo caligoliano,  sia in Occidente che in Oriente (più in Occidente  per la presenza di un mondo barbarico -ancora da organizzare integrare e  potenziare in senso liberale e democratico secondo le linee della paideia greca, nonostante le riluttanze del ceto druidico- che in Oriente dove è comune la formazione culturale con la basileia).

Il porto di Alessandria (sia quello sul Mediterraneo che quelli sul Nilo), quello di  Cesarea Marittima, di Efeso, di Corinto, di Dicearchia /Pozzuoli, di Marsiglia  sono dominati da  naukleroi/armatori e da trapezitai/banchieri ed emporoi/commercianti  giudaici che hanno una rete di addetti finanziari  coi loro banchi di cambiavaluta e che  prestano denaro ad usura a tassi diversi…

Più  mi inoltravo nella lettura dei testi filoniani  e negli studi tecnici specie su Giulio  Erode Agrippa, fratello di latte di Claudio   e sulla politica innovatrice di Caligola (neoteropoiia ed ektheosis)  più serrato  mi appariva il vinculum non solo tra gli erodiani e gli oniadi ma  mi si rivelava la centralità finanziaria ed economica di Antonia minor, figlia di Ottavia e di Antonio,  che con i suoi ministri finanziari- specie Pallante e Callisto  che poi faranno la fortuna di Claudio- dominava e l’Oriente e l’Occidente, imponendo la sua politica innovatrice giulia con sua nuora Agrippina e coi suoi nipoti maggiori Giulio Cesare e  Druso minore,  avendo mire espansionistiche in terra parthica

Si rilevava perfino un contrasto nella corte tra Tiberio, claudio, e i giuli, nella gestione economica e finanziaria con due politiche una conservatrice ed una innovatrice, una aristocratica ed una democratica popolare e militare  tendente ad aperture verso l’India  alla conquista di nuovi mercati, dopo aver saturato quelli pontici, sarmatici, cimmerici e caspici, in una ripresa dell’espansionismo  germanico da sud,  seppure frenato dalla morte di Druso Maggiore e dalla sconfitta di Varo, e  nella direzione orientale parthica con penetrazioni dal Ponto  lungo la linea danubiano- sarmatica, secondo i piani di Germanico, bruscamente interrotti nel 19 d.C…

Era quello di Germanico un programma di ripresa dell’espansionismo militare- non conforme alla volontà di Augusto-  e con esso della penetrazione dell’economia giudaica verso l’Oceano indiano, da una parte, e verso le terre settentrionali afgane  e le steppe nel nord asiatico, inesplorato, da un’altra…

La politica di Germanico avrebbe decuplicato le entrate nel fisco imperiale e il patrimonio dei giuli erodiani e oniadi, che già avevano avviato la loro attività bancaria  sulla scia delle indicazioni programmatiche del padre di Caligola, che guidava tutto l’Oriente dal 17 d. C. dopo il trionfo sui Germani,  con tribunicia potestas  ed imperium proconsulare maius straordinario, in quanto erede,  figlio adottivo  di Tiberio, successore designato per volontà di Augusto stesso, in quanto figlio  legittimo di Druso Maior, suo fratello.e di Antonia Minor…

Dopo la parentesi di  Seiano (26-31)  e di Macrone (31-37),  in un clima di stragi e di morti dalla parte Claudia e da quella Giulia, il giudaismo ellenistico compatto, in quanto giulio, era schierato con l’indirizzo giulio, in relazione alla sua ascesa politica e militare dal periodo della guerra Alessandrina (Cfr.  Antipatro padre di Erode  ed Erode Basileus ed altri articoli in Sito)…

Cesare, dictator romanus, imbottigliato nel pantano Alessandrino durante la guerra Alessandrina, subito dopo la morte di Pompeo, liberato da Antipatro padre di Erode, lo  ricompensava dopo la battaglia del Nilo  con la politeia/cvitas romana  col titolo di Ioulios per lui e perla sua stirpe nel 47 a.C. e dava anche  privilegi all’etnia giudaica  oniade  tanto da farla risultare superiore ai macedoni-greci, alla aristocrazia lagide dominante fino ad allora in Egitto…

Cesare, nell’occasione,  aveva ricompensato  apparentemente allo stesso modo  i giuli erodiani e i giuli oniadi, ma in effetti  aveva dato agli uni un potere politico-militare, agli altri un potere, economico finanziario, connesso con la loro  funzione religiosa, in un certo senso, equiparata a quella sacerdotale di Hircano…

Per il rapporto coi primi  rinviamo agli  studi  di Giudaismo romano,  mentre per la societas con gli oniadi mi sembra opportuno precisare che una cosa sarebbe un dare appalto di riscossione generale facendo una koinonia (koinonian poieomai  pros tina– faccio società con qualcuno)  ed una invece l’altra  (sumballomai sunousian tini-entro in società commerciale con qualcuno).

Perciò, siccome non si conosce esattamente  con quali clausole abbia dato il nomen, si ritiene che Cesare abbia dato titolo per fare sunousia  con gli oniadi, già vincolati coi lagidi nella stessa funzione finanziaria…

Quindi , Cesare ricompensava,- dando il monopolio  delle banche, fino allora limitato al territorio del solo Egitto,  in tutto il Kosmos  romano, con protezione Giulia, dilatando la sfera di attività ebraica –  il nonno o il padre di Filone, di Alessandro alabarca e di Lisimaco, e tanti altri discendenti di Onia IV  che insieme ad Antipatro avevano aiutato Cesare nella difficile situazione in cui si era cacciato,  facendo dubitare Svetonio sulla  sua prudentiain obeundis expeditionibus dubium cautior an audentior (Cesare LVIII).

Ora Cesare nel  ricompensare  i filoromani  puniva gli antiromani, quella pars aramaica  filoparthica, avendo oltre tutto intenzione di fare una  spedizione contro Fraate re di Parthia nella volontà di stroncare i legami e le connessioni di sangue e di lingua con i giudei transeufrasici, che avevano determinato la sconfitta di Carre e vendicare il collega triumviro, attuando i suoi piani di invasione, dopo la sua elezione a Re in Roma…

Anche B.Brecht (Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi 1959) aveva intuito che la grande politica si faceva a Roma, in età cesariana, con i  debiti  (maggiori erano i debiti per grandi ideali e maggiore era l’impegno di tutti i creditori a realizzarli più del debitore stesso!)…

Da ciò derivava l’esistenza di una  pars  antiromana, di cultura aramaica integralista, -variamente punita da Erode prima e poi dai suoi figli e dai prefetti della Iudaea coordinati dagli epitropoi di  Siria -sempre più sferzata  e gravata dai pubblicani –  che era tesa al Malkuth ha shemaim ed attendeva l’arrivo di un Messia liberatore dal fisco imperiale, dalla schiavitù romana, in quanto convinta di  aver come padrone solo Dio…

Con Caligola al potere la frattura tra la pars giudaica ellenistica e quella aramaica   era divenuta incolmabile perché il benessere degli ellenisti giudei sia  gerolosomitani (sadducei ed erodiani) che alessandrini  e cirenaici era così alto da stridere con quello del popolo (operai, agricoltori, allevatori di bestiame e piccolo e medio sacerdozio), incapace di sopravvivenza, data l’esosità romana: le differenze si notavano durante le feste nel periodo di convivenza, negli stessi luoghi templari, specie a Pasqua …

Caligola  intendendo livellare il giudaismo e limitare la supremazia dell’etnia ebraica in Alessandria, scelta come residenza imperiale e come  capitale per l’impero, volendo un’unità e centralità di potere   con la monarchia assoluta,  equiparava e  fondeva auctoritas e potestas e  si assimilava a Zeus, Basileus di uomini e dei, ed entrava in conflitto con gli ebrei romani,  con quelli alessandrini, giuli, e con quelli sadducei ed erodiani, giuli, che, comunque,  davanti alla bia  facevano un formale ossequio con lo stesso socius e praetor, Giulio Erode Agrippa,  tetrarca di Gaulanitide, Batanea, Traconitide, Auranitide e di Galilea e Perea  ( Cfr. Caligola il Sublime)…

Dopo l’eccidio del 38 d.C.  degli ebrei di  Alessandria (cfr In Flaccum) , dopo l’ektheosis, la neoteropoiia contemplava l’installazione del suo  Colosso nel tempio di Gerusalemme e il culto di latria per la sua deità  da parte di tutti e la guerra contro i Parthi, dopo il trasferimento di capitale in Alessandria e la riduzione della ricchezza ebraica a favore delle altre etnie…  Caligola probabilmente pensava solo ad un’atimia di breve corso, per tutta la durata dell spedizione parthica: per lui l’etnia ebraica aveva grandi meriti , come il suo maestro turannodidasklos Giulio Erode Agrippa, che era andato in prigione.sotto l’ultimo Tiberio per amor suo ,in sua difesa…. .

Caligola voleva solo  limitare, non annientare  la potenza finanziaria ed economica ebraica  prima di stabilire la sua residenza in Alessandria, da dove dirigere le operazioni militari contro la Parthia, avendo già pronti gli eserciti di invasione con i piani cesariani ed antoniani, cosciente di dover diffidare degli ebrei aramaici ben collegati con i fratelli di lingua e di religione, transeufrasici…

A questo punto, – non so se sono riuscito a spiegare bene quanto ho detto sugli Ebrei Giuli di Giudea e di Egitto, data l’equivocità dei termini -,  mi chiedo cosa i tanti accademici, studiosi dell’età imperiale e quelli di Storia del Cristianesimo possano dire sulla Domus Giulio- Claudia, sulla Costituzione del Cristianesimo, sulla figura umana di Iesous Christos kurios, sui Vangeli  e la loro scrittura, non avendo alcuna competenza su un dato così importante per la definizione del contesto storico!…

Eppure  li sento parlare in Tv, fare dibattiti e  seminari sull’argomento, seguiti da parenti ed amici che applaudono  e che normalmente disapprovano il mio pensiero, rifiutando  le mie risultanze storiche, pur ben documentate: sono attirati dallo spettacolo e dai nomi degli intervenuti che ripetono le solite cose, dicono sempre il solito rosario  di notizie vecchie e si beccano, scherzando tra loro,  sproloquiando su una storia-mito raccontata a bambini…

Anzi un amico, cristiano, colto,   è giunto al punto di bollare, bonariamente, me e i miei pochissimi alunni come “nu vranche d matt”  “un branco di matti”…

Personalmente mi sento molto coerente nella argomentazione  e nei procedimenti logico-discorsivi, nonostante la difficoltà dei temi e delle connessioni  e, perciò,  procedo seguendo la mia  strada – anche se  i miei cari, non comprendendo, non mi ascoltano né leggono-.    Eppure, nonostante tutto, da laico,  ho dubbi  dove sia la pazzia…

25 aprile: festa dei Drusi

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile

Il 25 aprile è festa della liberazione dal nazifascismo per noi italiani, che crediamo nei valori democratici e che da quella data siamo nati (pensiamo!) ad una coscienza nazionale unitaria ed abbiamo avuto una costituzione nuova, dopo aver rifiutato la monarchia.
Anche un popolo, sconosciuto a molti e mai riconosciuto nel suo valore etnico e nella sua singolare storia e cultura, dà grande rilievo al 25 Aprile: è il popolo dei Drusi
Il popolo Druso  avendo una particolare venerazione per Ietro suocero di Mosé (cfr  Commento a Vita di Mosè di Filone ) chiamato Nebi Shueib, lo festeggia  in questo giorno e mese -dopo che la sua tomba  fu eretta nel 1930 sotto i Corni di Hattin – riunendo i vari membri.
Per la festa i drusi  vengono dai 18 villaggi di Galilea,  dal Libano meridionale, dalle pendici del monte  Herman  e dal Geben siriaco meridionale,  dai distretti di Shuf e Matan: molte migliaia come rappresentanza di un movimento di oltre 200ooo persone, si riuniscono, specie il 25 aprile.
Chi sono I drusi?  Sono i seguaci del califfo fatimita  al-Hakim (996-1021) ritenuto da Muhammad  Ad Darazi nel 1017  incarnazione della intelligenza cosmica.
Ad Darazi ha un suo singolare insegnamento, che vieta ai suoi fedeli di osservare o di obbedire a qualsiasi precetto morale e di seguire piuttosto un proprio iter sulla base dell’esercizio individuale e della pratica quotidiana  in relazione ai vantaggi e ai personali progressi verso la conoscenza di Dio.
La  ricerca di via individuale e non collettiva è tanto desiderata da al Darazi da costringere lo stesso al-Hakim a non far uso del suo nome e a rinnegarlo e quindi a non considerare positivo lo stesso suo pensiero: suo intento è che ognuno cerchi se stesso come un Sufi.(cfr L.V. ARENA, Il Sufismo,PBO,1996)
Solo nel 1019 con Hamza ben Alì inizia il vero culto di Al-Akim, che da quel momento ha una sua forma e un suo reale culto.
In sintesi questo è il suo pensiero, di origine ismaelitica: esiste l’Uno e tutto procede dall’Uno e si torna all’Uno tramite la conoscenza e la coscienza che l’Uno Incarnato cosmico è Al -Hakim.
La vera via della salvezza è solo questa, esclusiva, per cui non sono utili né il simbolismo né le pratiche né i riti di altre religioni. I drusi solo, infatti, sono Muvahhaddun/perfetti ed, in quanto unitari. conseguono la perfezione!
Scomparsi misteriosamente sia Al Hakim al Cairo che lo stesso Hamza  dopo aver investito di auctoritas al Muktana, questi dà quell’impronta di dogmatismo e di rigorosa ortodossia  col preciso bando di propagarsi e di tendere al proselitismo….
Da qui tutta una serie di lettere (111) che, raccolte formano il corpus unitario del pensiero druso: Le lettere della sapienza. Esse sono dell’epoca di al -Muktana e  alcune sono dello stesso principe, scritte tra il 1021 e il  1042 e formano il sistema canonico druso.
Dalla loro lettura si evince che esistono due tipi di drusi, i saggi e gli ignoranti, gli uni avviati e tesi sempre alla ricerca dell’Uno, gli altri  incapaci e/o non ancora abili ad iniziare il percorso delle segrete dottrine della conoscenza e destinati in un’altra vita, successiva,  a riprendere la via della verità, dopo la nuova incarnazione…
C’è, comunque, necessariamente una distinzione tra i due gruppi: i saggi hanno abiti speciali e un turbante bianco; hanno infiniti privilegi e  hanno posizioni elitarie nella classe sociale  e ogni giovedì,  giorno festivo, evidenziano il loro grado e la loro specifica preparazione ed anche la loro ricerca,  ma hanno il vincolo della continua partecipazione ad ogni manifestazione   e cerimonia cultuale ed hanno il titolo di sceicchi.

Essi devono anche andare in meditazione lontano dagli altri, in deserto e lì trovare alternative alla normalità di vita  o alla regolarità di ricerca già fatta e conseguita perché devono ricercare forme nuove o diverse, dopo che comunque sono state provate e riprovate da loro varie volte.
Gli ignoranti, invece,  hanno una maggiore libertà nel culto e sono molto liberi nel loro sistema di vita, non avendo nessun obbligo se non verso se stessi, la propria famiglia e i propri anziani….
Gli sceicchi, inoltre,  essendosi formati in scuole speciali, sono punto di riferimento per gli ignoranti  a cui devono mostrare il tragitto mediante l’osservanza  delle regole sul bere, sul mangiare  sul mentire, sul rubare sul vendicarsi, sul perdonare   e specialmente sul pregare…
Infine gli sceicchi in quanto autorità religiosa danno i sacramenti, celebrano i  matrimoni e presiedono ai riti funebri, dando anche l’ estrema unzione ma hanno anche potere politico e di conseguenza  hanno formato un popolo  con una particolare struttura  e grande autonomia , pur avendo dovuto subire lotte e contrasti per conservare la propria identità, specie coi cristiani e coi musulmani.
Come popolo, i drusi  non  sono comunicativi con gli altri e quindi sono diffidenti e  rudi nei modi  a causa delle numerose guerre di difesa  sostenute.

Anche se ,comunque, non hanno contatti e neppure li vogliono;  anche se in effetti rifiutano perfino le profferte di  l’amicizia altrui, avendo una grande dignità  si segnalano e si distinguono per il rispetto che impongono (come i Baschi tra gli spagnoli)  e che si guadagnano facilmente, data la loro riservatezza e il loro sistema  di vita  entro i loro naturali confini  come se fossero un ‘isola nel mondo, una cellula atipica in un Kosmos.

Ambrogio e la celebrazione del Natale

Il Primo Natale nel 386 a Milano

Il primo Natale a Milano nel 386 d.C.

Ambrogio probabilmente scrisse nel 386  Intende, qui regis Israel per celebrare il primo Natale il 25 Dicembre, che di norma era stato festeggiato invece il 6 Gennaio con quasi tutte le chiese Orientali….
Sappiamo, dunque, che  Ambrogio con questa celebrazione si allinea alla chiesa Romana e a quella antiochena, accettando in un certo senso, il pensiero di Papa Damaso  e quello di Giovanni Crisostomo.
Roma e i suoi vescovi celebravano il Natale il 25 dicembre già da oltre un cinquantennio, quando nel 335 papa Marco si allineò al rito antiocheno:  fu definitivamente accettato e santificato, però, da Giulio I che lo concelebrò con Atanasio  esule a Roma dal 339.
Con questo atto il papato romano entrava in conflitto con gli ariani che si rifiutarono di partecipare al sinodo romano  in cui fu, invece, accettato e considerato ortodosso nella fede, Atanasio.
Anche ad Alessandria  già cattolicamente si celebrava il Natale il 25 dicembre, mentre arianamente veniva festeggiato il 6 Gennaio, come quasi in ogni parte dell’Oriente.
Ciò dimostra che le tre sedi maggiori patriarcali avendo lo stesso rito si oppongono anche in questo all’eresia ariana ora imperante  specie in Oriente, a Costantinopoli, con Costanzo II…
A lungo ci furono controversie  tra ariani e cattolici  anche sulla data da fissare per il Natale, per quasi un quarantennio.
Solo quando nel 381 Teodosio stabilì il trionfo dell Cristianesimo sull’arianesimo e sul paganesimo, si  decretò che erano fondamentali e basilari le due Chiese, apostoliche,  quella di Roma e quella di Costantinopoli.
In questo modo fu sancito il principio della supremazia romana e costantinopolitana, rispetto a tutte le altre chiese,  e si provocò la reazione di Alessandria ed anche di Antiochia, sedi declassate, considerate ora rispettivamente terza e quarta, a favore delle sedi di Pietro e di Andrea, a memoria del potere imperiale di Roma antica e della nuova Roma.
Da allora sostanzialmente si riconobbe la supremazia della sede di Roma in Occidente e quella di Costantinopoli in Oriente: anche la chiesa di Milano allora  si inchinò a quella romana ed Ambrogio fece con l’accettazione del Natale come festa della nascita del Signore, nella data del 25 Dicembre,  il suo atto di omaggio nei confronti di Damaso e della Chiesa Romana, pur restio alla celebrazione, coincidente con quella pagana del Sol Invictus …
La celebrazione del Natale e l’inno natalizio sono due segni di questo riconoscimento al primato di Roma.
Ma ciò è poca cosa perchè la politica è milanese in quanto il potere imperiale dei figli di Valentiniano, cioè Graziano e Valentiniano II, ambedue minorenni, essendo sotto la tutela della madre Giustina e di Arbogaste, è condizionato pesantemente dalla figura del vescovo Ambrogio.
Questi, solo dopo aver vinto la sua battaglia contro l’imperatrice, ariana, ha bisogno dell’aiuto di tutti i cattolici e perciò fa concessioni  intelligenti al papato romano, manovrando, da una parte, Valentiniano II e, da un’altra, Teodosio, imperatore dell’Oriente dopo la sconfitta di Adrianopoli  e, pilotandone la politica con il matrimonio con Galla, diventa il leader cristiano cattolico più autorevole occidentale…
Il suo inno, dunque, rientra in una politica moderata, scaltra, del santo milanese, che così si prepara il canto per il sanzionamento e il  riconoscimento della Verginità della Madonna mediante sacra venerazione per l’utero virgineo di Maria   (chiostro del pudore ed aula regale) e mediante timore reverenziale per il mistero del soffio fecondante dello Spirito Santo, generatore del Verbo, che si è fatto carne, per lo sbocciare del frutto nel grembo santo femminile di una creatura Deipara/ Theotocos…
Se il canto di Ambrogio è poetico, non è  come quello di Gregorio di Nazianzo che, invece, fa una trattazione filosofico-teologale del concepimento verginale,  nelle orazioni 30, 39. 40, servendosi di una terminologia filoniana,  in una sistemica interpretazione delle Sacre Scritture, in una lettura  retoricamente ineccepibile secondo formule allegoriche…
Ambrogio e Gregorio esprimono due sistemi diversi per avere la popolare adesione in due diverse situazioni culturali, in particolari condizioni di prestigio individuale…

 

I vangeli e loro datazione

Per una datazione dei Vangeli

Si possono, nel complesso,  considerare  e rilevare momenti  storici precisi  nella redazione letteraria di Le parole e  dei fatti  del bios di Gesù, ossia nella genesi dei Vangeli,  durante il secondo cinquantennio del I secolo?

Secondo noi, da parte di  un aramaico (o di un giudeo ellenista) è possibile  fare un’ operazione letteraria (orale? o scritta? ) solo dopo un quindicennio circa, dalla morte di Gesù, in cui oralmente  viene ricordata drammaticamente  la storia dell’eroe  morto per la patria e vengono propagandate poeticamente  le sue  parole, entro i circuiti ristretti dell’integralismo zelotico!.

E ciò si può  realmente comprendere : 1. se si tiene presente il contesto galilaico-peraico  e quello di Iudaea nel periodo dell’impresa messianica, e,  subito dopo, fino alla morte di  Giulio Erode Agrippa I; 2.  se si conosce la nuova politeia successiva fino alla distruzione del Tempio, autonoma, anche se sotto il patronato del governatore di Siria,  voluta dai romani.

Infine si può intendere la diffusione scritta dei vangeli  solo se si ha chiara  coscienza della situazione giudaica sotto i Flavi e sotto i primi antonini, dopo il  declassamento dell’etnia giudaica .Cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli; Vespasiano e il Regno; Frontone e gli antonini.

Complessivamente, si potrebbe dire, allora,  che la scrittura  dei Vangeli, sinottici, sul piano letterario, greco, è una costruzione artificialis,  successiva  rispetto a due redazioni diverse, in due tempi,  in aramaico, sulle parole oracolari  e sulla vita del martire galilaico.

La redazione greca, letteraria, cioè  quella scritta secondo le formule ellenistiche col sistema retorico greco e col vocabolario della Bibbia dei Settanta,  connesso con il commento di Filone,  è differente, da una parte, per i vangeli sinottici, e, da un’altra,  diversa come linguaggio e temi per il Vangelo di Giovanni: essa sottende un lungo periodo di oralità e un altro di scrittura in altra lingua, secondo la musar aramaica, per  una memorizzazione dei detti del Signore e per una rievocazione mitica, commossa dell’ impresa del Meshiah, morto e risuscitato dai morti…

La redazione greca ha somiglianze lessicali e morfosintattiche  più con Archeologia Giudaica  (Contra Apionem e Vita) che con  Guerra giudaica, più  con il Manuale  di Epitteto  che con  Bioi e Moralia di   Plutarco e con Morte di Peregrino di Luciano, mentre quello giovanneo è da leggere tenendo d’occhio   Moralia (il Volto dell luna- nascita dell anime-) di Plutarco e il pensiero spirituale /pneumatico di Luciano di Samosata …

In effetti, al di là delle analisi tecniche dei testi, per noi è significativo, come fase iniziale di approccio culturale,  l’incipit del Pater hmoon matthaico  proprio di una tradizione giudaico- aramaica  del Malkuth, ( cfr. Una lettura del Padre nostro), in cui si rivendica il rapporto esclusivo tra padre e figlio dell’ebreo, mentre  quello lucano del solo Pater  è tipico della tradizione ellenistica.

Ambedue sottendono, comunque,  due diverse concezioni di basileia: il primo contiene il  concreto attuarsi e reale compimento del Regno/malkuth, in cui il presente è inizio del futuro, in quanto tempo di realizzazione effettiva; il secondo  ha in sé la fissazione del tempo venuto, su cui si innestano  l’escatologia e l’apocalisse  secondo una oikonomia divina, in quanto Dio compie la sua opera  a tempo opportuno secondo la sua volontà.

Ne deriva che  il malkuth ha shemaim è nella presenza della shekinah divina e nella parousia giacomita,  implicante il ritorno del Meshiah vivente,  mentre  la basileia tou theou, greca, sottende una cristologia in nuce  implicita in Marco e Matteo, di cui, però, ci sono molti segni, espliciti nella redazione scritta del Vangelo di Luca, antiocheno,   e di quella successiva di Giovanni …

Si può dire, comunque, che  vi sono  quattro momenti- che sono  visti a seconda della situazione generale dell’impero romano- in relazione alla propagazione del  vangelo antiocheno, distinto da quello  genericamente ellenistico,  contrapposto a quello aramaico nazireo-gerosolomitano, iniziato col malkuth ha shemaim?

Certo.

Noi abbiamo fatto storia romana congiunta con quelle ebraica  e rilevato due  Regni distinti, quello del Malkuth e quella della basileia ellenistica, con Giacomo, da una parte, e  con tutto il mondo aramaico  giudaico e quello parthico e, da un’altra,  con  Filone, Paolo e gli  evangelisti, congiunti alla Romanitas e alla paideia greca, specie nell’esame della ecclesia antiochena e della sua divulgazione…

Si è considerato in questo periodo, il rilievo di Filone con l’apporto  methorios e politikos,  durante il trentennio 38-68  di Saulos Paulos?   Certo.

Si è indagato  sul singolo contributo di ognuno dei tre  evangelisti sinottici nell’ambito della propria sfera di influenza nel periodo successivo la distruzione del Tempio, specie  nel ventisettennio flavio (69-96) oltre che nel primo ventennio di quello antonino (97-118)? Certo.

Anzi. Non solo si è cercato di evidenziare il valore fondante di Filone per il cristianesimo antiocheno e per l’amministrazione diocesana cristiana, ma anche l’apporto  economico finanziario e politico  facilmente rilevabile dall’opera di Saulos Paulos tarsense e si è  colto l’aspetto socio-culturale, che è basilare nel passaggio tra la monarchia flavia e quella antonina, in una Roma ormai tesa verso una nuova fase  di ellenizzazione,  per una rinnovata politeia imperiale, elettiva ( cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa).

Se il primo coincide con la vita storica di Gesù ed è quello che vede l’origine stessa dei fatti e delle parole, alla presenza dei seguaci, poi chiamati apostoloi/discepoli, inviati a bandire il kerugma della buona notizia del regno venuto, bisogna accertare i fatti storici e rilevare la reale figura di Gesù  storico e le parole veramente dette, dopo aver precisato la sua professione, la presunta regalità, a seguito del riconoscimento essenico della sua unzione di guida del movimento messianico, in un contesto antiromano, proprio dell’ ambiente aramaico, nella Iudaea dell’ultimo Tiberio, quando già operano politicamente in Oriente con imperium proconsulare maius  il prefetto del pretorio Macrone e il principe ereditario Gaio Cesare Germanico Caligola…

E’ uno studio già fatto e precisato storicamente tra il 18 ottobre del 31 e la pasqua del 36 d.C. secondo la vigente datazione cristiana , aumentata per errori cronologici di quattro anni…

Il secondo periodo, se è quello della comunità primitiva, che si risolleva dall’ekplessis della morte del Meshiah e del conseguente lungo pianto funebre,  è segnato dalla propaganda della resurrezione  dai morti e dall’attesa/parousia del ritorno del  Signore,  quando i discepoli, ispirati dallo Spirito santo, calato su di loro nella Pentecoste (del 37 o del 38? ), iniziano a  raccogliere, a  fissare e trasmettere oralmente un pensiero secondo le opere  del Maestro in relazione ad una lezione orale aramaica duratura per decenni, prima  sotto il magistero di Giacomo, fratello di Gesù, in relazione al davar della tradizione (nei ventisei anni di exousia/ potere   sacerdotale, imprecisato), poi secondo i detti oracolari di Matthaios …

Il terzo, connesso col secondo ed aggrovigliato come un rigoglioso cespuglio ereticale, in forma di polloni alla  base del tronco nazireo, è  il periodo  dell’apostolato di Saulos-Paulos civis romano, visionario, mistico, misterico, ellenista tarsense, fariseo, strano philosophos, esponente di una diatriba cinica, col suo mantelletto e  bastone di viandante, guaritore taumaturgico, un goes  più che un sophisths, sempre contestato e continuamente punito e da autorità ebraiche e da quelle romane. E’ una fase trentennale di un ‘apostolato compromesso dall’irregolarità del personaggio  ambiguo, portato a mirabili antitesi, innovatore, sentimentale, contestato sia da giudeo- aramaici che da  giudeo-ellenisti, tanto da subire persecuzioni che tra l’altro- oltre alle ripetute punizioni con 39 vergate e ad una lapidazione-  lo portano a due processi a Roma, dove il suo passaggio risulta  di breve durata e di scarso valore,  nonostante la morte per decapitazione  sotto Tigellino e Nerone…

Il suo nome, infatti, è oscurato già alla fine del I secolo in epoca flavia  e la sua lettera ai Romani sembra essere dell’inizio del II secolo, in epoca traianea  o adrianea…

Il fatto che Paolo  sia capace di rilevare l‘oikonomia divina  e quindi di dare  la possibilità di una lettura in senso profetico di una futura struttura ecclesiale romana lascia perplessi sia per la parte dottrinale che  per quella morale e sorprende per la precisione terminologica…

Inoltre la giustificazione che avviene per mezzo della fede, indistintamente,  per pagani e per  ebrei, perché la salvezza viene da Dio,  in una visione universale di Abramo, padre di tutti i credenti, in una liberazione generale dalla schiavitù del peccato, è una soluzione di un problema successivo, di altra epoca…

Perciò è difficile non dubitare dell’autenticità della lettera  e non mettere in discussione il dato della tradizione  cristiana che Febe,  diaconessa del porto  corinzio di Cencre, abbia portato a Roma la lettera scritta  nell’invernata degli anni 57-58, mentre Paolo dovrebbe stare  in Macedonia…

Lo stesso Paolo  che afferma , da emittente, che neanche avrebbe  dovuto rivolgersi ai Romani, perché  la chiesa non è  da lui fondata  e  nemmeno conosciuta,  non è credibile, perché è un soggetto   che non si serve della reticenza,  come  anche il saluto a persone a lui note- una trentina rispetto ad una popolazione di oltre 1 milione e mezzo di abitanti pagani, compresi i 50.000 ebrei- non ha valore indicativo e probante, ai fini della comunicazione epistolare…

Sorprende, quindi, la giustificazione gratuita  senza le opere secondo la normativa  mosaica,  che fa pensare ad una lotta coi seguaci di Giacomo e ad una probabile successiva introduzione,  nel corpo della lettera, di una fratellanza universale nel nome  di Abramo secondo il pensiero occidentale di Girolamo e di Agostino…

Questo, però, fa trasparire  la presenza di un ‘aggiunta del Signore al materiale iniziale di una probabile lettera di Paolo, recuperato, poi indirizzata ai Romani in epoca di Domiziano,( o ancora più tardi)   mentre cresce la figura di Petros Kefa, alonato,  e la sua missione romana ed occidentale  ricomincia ad avere un qualche valore   con il rilievo dei segni della decapitazione di Paolo sull’Ostiense,  sotto il regno di Adriano, perdurante  fino agli inizi del Regno dei Severi  ed  ha un nuovo significato di evangelizzazione orientale  nelle  grandi città dell’impero, specie ad Alessandria…

Secondo noi, la rivalutazione di Saulos Paulus a Roma,  potrebbe essere  avvenuta più  nell’epoca di Callisto e di Ippolito romano che in  quella di Damaso, dato lo stretto rapporto  della colonia romana con le metropoli orientali, nel II secolo…

Senza tentare  di trovare soluzioni, ma  rilevando solo una differenza di pensiero della tradizione paolina,  secondo la lettura di Origene…riteniamo  possibile qualche aggiustamento tematico e morale  in un momento di crisi  religiosa, capitata nel contesto romano nel passaggio dagli antonini ai severi…

Comunque, in quell’epoca si fa rivivere la attività itinerante di Paolo, imitata, per le province orientali,  e perfino viene ripreso ed esaltato  il tentativo negli ultimi anni neroniani di una svolta verso occidente,   il suo amore per il rischio  nei  viaggi, la sua fede incrollabile nel suo mandato personale e nell’investitura divina; vengono rilevati  i tradimenti dei compagni di viaggio,  il rovesciamento culturale col paradosso e con l’elogio della pazzia,   che diventano per i didaskaleia alessandrini e per Origene,  espressione di una ricerca sublime di un mistico esaltato, da connettere con la tradizione giudaica esegetica filoniana.

Nel complesso tutto questo  mondo evangelico con Filone e col ripescato Paolo si precisa alla fine del  regno di Domiziano e agli inizi del principato antonino, mentre  a Roma si forma il mito di Pietro, a cui si comincia  congiungere sotto Antonino il Pio e Marco Aurelio  la figura magico-cinica di Paolo, con un riconoscimento della sua missione apostolica tra i pagani e giudeo-ellenisti, distinta da quella petrina, ancora legata alle sedi orientali, specie Efeso ed Antiochia… Questo quarto momento è connesso con le pullulazioni della setta christiana nel bacino del Mediterraneo e nell’interno anatolico e macedonico  e perfino balcanico, mentre si precisa in epoca gnostica un altro pensiero cristiano, quello giovanneo efesino apocalittico, che circola  insieme con le tante  proliferazioni  di scritti  apocrifi , specie in Egitto, lungo le due maggiori linee nilotiche,  così da costituire una nucleo  disarmonico scritturale, non omogeneo, ma tale da  indicare il corpus di una  tradizione evangelica con  metodo relativo, corrispondente al fine che ciascuna ecclesia  si prefigge secondo canoni propri di ogni scrittore, condizionato dalla cultura locale periferica  …

Si ritiene  che ad una fase iniziale orale,  senza scrittura sia in aramaico che in greco,  segue una fase di scrittura  evangelica  sinottica greca unitaria (cfr. J.J.GRIESBACH in Oralità e scrittura dei Vangeli), a cui succede, dopo qualche tempo, la fase d’insieme, di compimento e di perfezionamento di un tal Giovanni che manda un ulteriore messaggio diverso rispetto a quello unitario degli altri evangelisti (Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta secondo Matteo (Kata Matthaion ecc)…
Giovanni( non certamente Giovanni il discepolo prediletto)  scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland publicato da C.H. Roberts  contenente un brano proprio di Giovanni in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro (Gio. 18,31-38)…

Infatti si può arguire che  quanto scritto ad Efeso sia in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa in quanto   Studi paleografici  hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C. in circa un ventennio,  in considerazione  del papiro usato, della grafia e del sistema a colonne.. ..
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali (gennaio 1983) ritengono invece che  si sono succeduti tre stadi anche se non ne  sanno precisare i termini storici e tanto meno i reali contenuti, in quanto trascurano il dato storico del  Malkuth..

Noi cerchiamo, a differenza loro,  di rilevare i periodi e di mostrare secondo ordine, in modo di  precisare i singoli momenti storici  e rinviamo alle nostre analisi  sia a Giudaismo romano che ad Jehoshua o Iesous?, a Ma, Gesù  chi veramente sei stato ? e a  Per una conoscenza del Primo cristianesimo .
La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente e le sue  parole, se  veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli) devono essere ricollegate nella sede contestuale di origine altrimenti il valore cambia  nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, della proclamazione di un malkuth e di una venuta del Messia : è un periodo sconosciuto, nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo, in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di mistero e di divino, dato come certo e credibile, non razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile, segreto….

Lo studio per la la datazione reale dei vangeli in nostro possesso, attualmente sulla base storica, su quella letteraria e culturale, potrebbe  produrre come risultanza:   Marco –  distinto dal Protomarco databile tra il 74-94 come il Matteo di cui parla Papia, aramaico, scritti dopo un lungo periodo di vita nell ‘oralità gerosolomitana, con due differenti codici, il primo  circa  la Vita  e l’altro circa le Parole  – e Matteo greco  risultano tra la fine  dell’impero flavio e l’inizio degli antonini, mentre Luca ( o chi altro  ha rivisto e pubblicato l’opera del medico antiocheno ) è da collegarsi con gli ultimi anni di vita di Giulio Erode Agrippa II…

Un discorso a parte merita Giovanni, di cui abbiamo già  detto in altra sede…

Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…