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Io e Dio di Vito Mancuso

Io e Dio di Vito Mancuso
Premetto che stimo Mancuso theologos e ne lodo la sapienza teologale e il curriculum di lettore, anche se vedo i limiti proprio in questa sua stessa cultura.
Aggiungo che ammiro la sua forza e il suo coraggio nei confronti di una istituzione come quella cattolica, che gli ricorda continuamente che essere theologos significa essere subordinato alla gerarchia ecclesiastica, seguire la linea dei patres e  ascoltare i suggerimenti dello Spirito Santo, dopo una lunga askesis.
E concludo col  massimo rispetto per l’uomo, studioso, degno discepolo di C.M. Martini e di B. Forte, che ha  fatto scelte dolorose, pur conservando una propria lezione culturale e religiosa, anche se aspira ad essere libero pensatore.
La sua impostazione generale “aerea “, tipica di un doctor in sacra pagina, abile a porsi in una posizione di privilegio, – di stampo platonico, neoplatonico e stoico, visibile in ogni filosofo antico, in Didimo Arieo, in  Filone Alessandrino, in  Seneca,- è chiaro segno di una lettura di Io e Dio secondo l’impostazione della tradizione patristica origeniana ed agostiniana, del soggetto che legge in quanto creatura e dello status di Dio creatore.
La visione dall’alto impedisce (o non permette di leggere) la coscienza e  limita la conoscenza della reale vita terrena e dei reticoli vitali di un’ infinità di essere viventi e vegetali, le cui pulsioni si legano e si armonizzano in un unicum vitalistico comune…
Da ciò deriva, a mio parere, una lettura  o tradizionale della realtà umana e della metafisica   o vaga, comunque, sempre senza alcun sbocco reale (vista la scarsa aderenza alla normalità di vita e considerata la sincresi di base, che risulta una confusione dei dati non ben esperimentati e vissuti, a causa delle dilacerazioni spirituali, non ancora ben cicatrizzate  e della equivocità di lessico, rivelante l’opposizione tra conservazione ed innovazione) e quindi una non avvenuta sintesi organica, a causa del difetto di vista
Secondo me Vito Mancuso, prima di  essere guida dei perplessi  e perfino prima di parlare anche banalmente, ha bisogno di chiarire  sé a se stesso, come uomo, come marito, come padre, come laico.
Una volta chiarito che egli è corpo non spirito, che ha una compagna-moglie e non è più prete,  che ha figli e non è solo,  che è un secolare e non clero,  allora forse può iniziare un suo iter, mostrare la sua methodos e essere maestro…
Il proprio iter individuale  inizia quando si è veramente autos, realmente tupos capace di esprimere libertà  e lottare contro la minaccia dell’autoritarismo religioso  e opporsi allo scientismo negatore di ogni arbitrio…
Ci vogliono anni per un tale decondizionamento, anni duri di scarnificazione, di lavoro spirituale e perfino di fatica fisica! io ne ho impiegato quasi trenta e non credo di capire qualcosa, anche se mi sono chiarito qualche punto, ma non sono mai in grado di  affermare qualcosa …
Il mio, quindi, è solo un suggerimento di uno più vecchio, che neanche vuole criticare, ma ritiene giusto senilmente di indicare una odos diversa per un altro orientamento (Cfr A.FILIPPONI, Per una conoscenza del primo cristianesimo, E.book Narcissus.)..
Personalmente, dunque, dopo la lettura del libro, devo dichiarare che non ho niente in comune né su Io né su Dio: l’autore, teologo, ha idee su Io e su Dio  secondo quanto ha ricevuto da una tradizione classico- cristiana,  specie occidentale agostiniana, (sostanzialmente, quindi, della patristica) e non ha  provato a  metabolizzare il processo di vita, senza la pronoia divina.
Il pensiero di vita, anche se ben scritto,  seppure ricco culturalmente, seducente grazie alla retorica letteraria,  secondo me, non ha alcun messaggio nuovo in quanto è idea che si copre e vive di Theoria, senza alcuna prassi reale: contano le azioni non le parole!…
Solo se si fa indagine reale, oggettiva (per quanto è possibile) su anthropos, su phusis e su normale,  su essere ed esserci  in senso universale,  oltre o senza la mediocritas (methrioths) classica,  si può iniziare (forse) un rapporto comunicativo per una ricerca effettiva, in senso umano e divino.
Solo, comunque,  se si concorda  il valore del termine normale e si opera sulla base di una nuova convenzionalità linguistica comune, allora forse si può discutere sull’autenticità di Io e su Dio padre e  creatore: senza questo lavoro iniziale è impossibile la comunicazione…
Perciò anche il paradigma di Maimonide non ha reale valore comunicativo: lo stesso autore di Moreh Nevukhim (Guida dei perplessi), nel 1190, aveva cercato nel mezzo di un comunità egizia, islamica, dominata da Salah al Din (Saladino) di mandare ulteriori messaggi interconfessionali e di fare un’altra esegesi  per gli amici e discepoli che, avendo studiato filosofia aristotelica ed essendo giudei amanti della Torah, vedevano palesi contaddizioni tra la filosofia e il senso letterale della Legge mosaica e  rimanevano perplessi di fronte al male della società musulmana, ma non ebbe effettivo risultato se non quello di un’aggiunta ulteriore (discutibile) alla esegesi biblica talmudica …
Ora Vito Mancuso ha di mira una nuova lettura biblica senza essersi precisato la via da seguire e il telos, e quindi vuole  guidare i perplessi del terzo millennio verso la scoperta di un  nuovo io e  di un  nuovo Dio? ….
Tutto è equivoco: non c’è termine su cui si possa poggiare qualcosa… non ci possono essere sopherim e didaskaloi se non ci sono fedeli e mathhtai ...
Non serve una nuova guida di perplessi perché bisogna, prima di operare, stabilire il significato di “perplesso“, se esiste una tipologia di perplessi, come lavorare insieme, senza magistero...

 

enthousiasmòs

Enthousiasmòs comunicativo
Funzione emotiva e sua utilizzazione pratica

Situazione
Passeggiando, un mattino, con un conoscente, parlo con lui (uomo di cultura) con  enthousiasmos di Caligola il sublime,  opera storica da presentare all’Auditorium della nostra città ad un pubblico.
Dico enfaticamente che, pur essendo uno storico, un linguista conosciuto per titoli e corsi fatti sulla semantica, autore di libri più o meno noti, non ho avuto, comunque, a 70 anni, una vera pubblicazione.
Anzi mi rammarico che i tre volumi di Storia, intitolati  Giudaismo romano non hanno  ancora speranza di pubblicazione e che i romanzi (Mastreià, scritto nel 1994 e specie L’etermo e il regno, opera costruita secondo  le regole più sofisticate della narrativa, scritta nel 1999) sono ancora nel cassetto, e specialmente soffro al pensiero di non dover vedere pubblicati Traduzione Note e Commenti di 35 libri di Filone e di 20 Libri di Antichià Giudaiche di Giuseppe Flavio,  ed un libro di Stromateis di Clemente Alessandrino, frutto di un lavoro quarantennale.

Ho mostrato, facendo il punto situazionale,  il mio status di sofferenza.

L’altro, improvvisamente, mi apostrofa mostrando segni di agitazione, nervosamente: Tu vivi male!

Come fai sentire uno, se parli della tua genialità e grandezza?

Come tratti l’altro?.
Rispondo che lui è in equivoco e che in effetti sto mandando un messaggio su una personale frustrazione e delusione, in relazione all’età senile.
Aggiungo che la comunicazione ha un altro circuito e che  l’informazione centrale è sulla mia sofferenza, non sulla mia genialità, anche se ho piena coscienza della mia alta preparazione e della mole di lavoro fatto, di cui ho detto soltanto una parte.

Tutto è vano, anzi lui mi consiglia di riesaminare la fettuccia del mio parlato e di pensare alla “reazione” dell’altro, messo in condizione di inferiorità.
Mi scuso dicendo che sempre parlo ed ho parlato così entusiasticamente quando sono sul piano emotivo e che distinguo tra i piani comunicativi, ed aggiungo che sono un maestro di comunicazione, che ha insegnato le tecniche della comunicazione (di cui sono prova  Leggiamo insieme… Ungaretti e l’Altra lingua l’altra storia) per decenni, avendo fatto corsi per insegnanti di scuola elementare e media  ed a avendo abilitato, con incarico ministeriale,  centinaia di professori  (anche)  in lingua latina già nel 1976.

Al sentire il sintagma  maestro di comunicazione ancor di più il signore si è innervosito  e, visto il turbamento,  decido di non dire altro.

Mi sono allontanato, dopo i saluti, triste, ripensando ad un collega che, anni fa, in piazza Matteotti, si mise a urlare quando, volendo parlare alla pari con me di letterarietà, improvvisamente, non riuscendo a capire la  terminologia tecnica linguistica   e il sistema semantico, se ne era andato, imprecando, lasciandomi di stucco, urlando: io non capisco i termini! Tu stronchi l’altro!

Altri ricordi
Ed ho ripensato a tanti altri episodi, capitatimi a scuola, con colleghi, con  genitori e con alunni, nel corso della mia lunga attività scolastica, agli inizi dell’anno, a causa del lavoro linguistico e del diverso modo di insegnare.
Neanche voglio ricordare gli scontri durissimi con i presidi,  del tutto incapaci di seguire una lezione tecnica e desiderosi di impormi di spiegare come gli altri insegnanti, secondo i  programmi: io dicevo solo che, avendo un metodo, seguivo la mia strada e che volevo lavorare in pace e poi, a momento opportuno, avrebbero giudicato dai risultati. 
Dall’esame di tanti situazioni simili, capitatemi ad ogni inizio di anno scolastico,  io avevo cercato, dopo lunghe meditazioni, delle strategie di difesa, invitando i genitori degli alunni ad incontri in una saletta di un bar, per spiegare il metodo, le sue strutture significative, gli obiettivi e le finalità e il sistema valutativo, pagando le spese di consumazione per tutti.
Ma, nonostante ciò, una (o due famiglie), contestando il metodo, andava dal preside, da cui ero richiamato a fare scuola secondo norma.
Convinto di operare per il bene degli alunni e vedendo i risultati, sempre, avevo concluso, esaminando la situazione,  che l’errore era nello spostare il punto dalla ricevenza all’ emittenza.
Infatti ritengo ancora che il ricevente crede chi parla simile a sé e perciò interpreta il suo pensiero secondo le sue strutture culturali  in quanto emotivamente va oltre il messaggio, in una confusione della funzione emotiva dell’emittente con quella conativa del destinatario.
Perciò dicevo a colleghi e a genitori che, come non si  sentivano offesi da un ingegnere che, avendo  fatto  il progetto, approvato,  in fase di realizzazione, non ammetteva interferenze e suggerimenti strutturali, così non dovevano giudicare me che, in corso di lavoro,  non volevo intromissioni, ma desideravo  lavorare  serenamente e che, comunque,  avrei accettato critiche solo dopo le valutazioni finali, ad anno scolastico terminato.
Anzi aggiungevo, ridendo, che  quando il vecchio contadino in campagna mi spiegava come si potava, facendo esempi,  io, da dilettante, ascoltavo quanto diceva e cercavo di imparare, imitando i tagli magistrali  da lui fatti, e ne  lodavo la bravura.

Dicevo pure  che quando un muratore, qualificato  di prima,  mi mostrava come si faceva la volta di un arco, da mezza cucchiara cercavo di rifare, lavorando a lungo, sulla base del suo modello,  in modo da  impadronirmi  con l’esercizio delle sue indicazioni esemplari e  gli ero grato per l’insegnamento tecnico  ricevuto.

Di norma invitavo  i genitori  ( ben acculturati) a seguire il corso delle lezioni dai quaderni dei figli e a studiare insieme a loro  le tecniche linguistiche, aiutandoli negli esercizi, e a  tenere presente la valutazione di base da me fatta, all’ingresso al Liceo.
A volte, spazientito, dicevo concordando parzialmente  con Schopenhauer, (Der handschriftliche Nachlass, vol.I p.186) (pur dissentendo dalle sue  forme estremamente settarie, proprie di un classico,  contrarie  alla mia natura, comunista, impostata in senso paritario): “la miserabilità dei più costringe i pochi uomini geniali o meritevoli di atteggiarsi come se ignorassero essi stessi il proprio valore e che di conseguenza non sapessero distinguere la mancanza di valore degli altri, solo a questa condizione la massa è disposta a sopportare i meriti. Da questa necessità ora si è fatta una virtù che si chiama modestia. E’ un’ipocrisia  che viene scusata dall’altrui miserabilità, la quale vuole essere trattata con riguardo”.

Valutazione del fatto
Ho sofferto per qualche  minuto per quanto mi è successo di nuovo (a distanza di anni) dopo che, uscito dalla scuola e ritiratomi in campagna, mi sono tenuto a debita distanza dagli altri, pur seguitando a scrivere e a lavorare secondo le tecniche linguistiche.  L’episodio mi ha turbato  per la presunta invasione di campo, non tanto per l’attacco contro la mia persona, considerata fanatica, offesa già subita, regolare per un profano: ormai sono stabile contro le interpretazioni altrui, invecchiato in questi fraintendimenti specie di colleghi che, non conoscendo la potenza e  la ricchezza del linguaggio, usano il lessico confondendo i piani e non hanno competenza referenziale.
Persone di ben altra cultura si sono offese, confrontandosi con me, col mio linguaggio, con le risultanze tecniche, espressione conclusiva  formulata di un lungo lavoro!
Sono cosciente, però, che le risultanze del lavoro, nonostante i  frutti non copiosi,  sono notevoli: alcuni alunni hanno, dopo anni, ben interiorizzato le lezioni; altri, pur avendo un buon ricordo dei lavori lessicali, morfosintattici e semantici, non sanno operare conformemente, non essendosi esercitati; pochi sono quelli rimasti immuni dal metodo proposto, in quanto per natura afunzionali ed irrazionali.
Rifarei esattamente quanto ho fatto, ma cercherei forse una maggiore cooperazione coi colleghi, dopo un confronto pacato con le presidenze: comunque, mi dicono i colleghi che ciò anche oggi non sarebbe possibile, nonostante la funzione nuova dei dirigenti in quanto si  è acuito il problema della comunicazione tra gli insegnanti (in gara tra loro  per la cooperazione, pagata, col preside e col consiglio di Istituto)  e si è moltiplicata  la difficoltà di comunicazione tra docente e discente.
Ritengo, comunque, che non sia facile valutare un lavoro continuo e costante, metodico  di quaranta anni e che normale sia l’equivoco.
E nei confronti degli altri, specie degli alunni, ho cercato di capire il perché dicono quel che dicono e fanno quel che fanno, esaminando attentamente con metodo, lingua ed azioni, stando lontano, distaccato come se fossi estraneo, in una posizione neutrale, di estrema razionalità e di alto tecnicismo.
Questa posizione di estraneità e di razionalismo, concluso il periodo di lavoro scolastico, aveva determinato un ritiro dalla vita cittadina e dalla politica quotidiana: avevo stabilito la strategia della solitudine e del lavoro in silenzio, senza confronti.
Un ritiro superbo,  potrebbe dire qualcuno.
Una nuova forma di  giudizio da parte di uno che professa l’epoché (astensione o sospensione  di giudizio), potrebbe aggiungere un altro.
Ma, comunque,  di norma, nonostante le condizioni di disagio, superando i contrasti, dialogando con la classe e con alcuni colleghi, avevo capito la differenza delle risposte dei singoli insegnanti, genitori ed alunni e le avevo classificate dopo lunghi esami, al fine di una “Lezione”  positiva e formativa.
E così avevo formulato un criterio operativo in caso di insegnante “geniale” che mandava un messaggio  nuovo, coinvolgente  in modo entusiastico, dando dei precisi preavvertimenti, utili ai fini didattici, in un tentativo di formare un linguaggio univoco per un fruttifero lavoro.

Avvertimenti
Chi, dotato di enthousiasmos, comunica la propria scoperta, con metodo, deve sapere che necessariamente va incontro a tre  situazioni differenti, a causa della  recezione imperfetta dei fruitori, connessa con la loro personale cultura e sensibilità, perché il messaggio  viene recepito, di norma, in  modi diversi, riducibili, comunque,  genericamente a tre casi.
Necessita inizialmente,  perciò, un lavoro sulla funzione fàtica in modo da rettificare gli inconvenienti circa il canale per la migliore utilizzazione del messaggio, ma soprattutto è opportuno conoscere bene la funzione metalinguistica la quale  presiede all’ esame e all’analisi di ogni termine della fettuccia comunicativa e che appaia i due codici (quello dell’emittente e quello del destinatario), dopo una perfetta decodificazione e denotazione, in situazione, in relazione al contesto.

I Caso.
Se si comunica la propria esperienza sul piano emotivo, l’altro che ascolta, invece di partecipare e porsi sul piano dell’emittente, sentendo la superiorità del messaggio e del parlante, si prostra ponendosi in una condizione di estrema inferiorità, a seguito del paragone che istituisce tra il mondo di chi parla e il proprio mondo e lentamente, tutto preso dalla coscienza  della propria (presunta) meschinità, si deprime, non segue, distoglie l’attenzione, e giunge ad un assenteismo apatico.
Ne deriva che  con soggetti simili, già condizionati da autoritarismo  paternalistico, è opportuno schematizzare (specie se si trasmette cultura) il discorso, senza enthousiasmos, facendo la lezione scheletrica, quasi matematica, basata su un solo termine, scritto alla lavagna in modo impersonale, come  mero trasmettitore di sapere.
Date le coordinate contestuali per la collocazione del termine, spiegatolo etimologicamente in quanto già situato nel sistema ordinato della propria  progettazione e programmazione scolastica,  come struttura minima, e quindi letto nel sistema generale operativo, vengono aggiunti  altri quattro termini, utili ai fini della spiegazione di quello di base,  facendo per ognuno la stessa decodificazione  in senso denotativo e connotativo, in modo da aggiungere altri particolari a quanto già espresso, in un ampliamento dell’area culturale del termine in oggetto, come dati aggiuntivi di varia natura secondo un processo tipico dei campi semantici e della famiglia lessicale per ottenere una vasta area semantica,  per una operazione di semantizzazione.
Fatta poi l’espansione ad ogni singolo termine, con altri quattro nuclei, fissati con un solo termine ciascuno, fatta la  decodificazione allo stesso modo, l’alunno deve tirare le risultanze alla fine del discorso  e dare una risposta personale con una  propria formulazione finale, da utilizzare per il prosieguo della comunicazione.
L’alunno così è coinvolto in modo tecnico nelle operazioni di lavoro in quanto deve presentare una personale formulazione di quanto ha compreso, avendo lo schema dei 21 termini (nominalizzati) scritti alla lavagna in modo sintetico-riassuntivo.
Si evita in questo modo la risposta emotiva (in quanto non ci sono confronti ideologici) e si coinvolge ogni allievo  effettivamente nel lavoro.

II Caso. Se l’emittente comunica e l’altro, ricevente,  specie se connotato da enthousiasmos, velleitario, non provato dalla costanza e continuità operativa, dal sacrificio ripetitivo esercitativo (o dotato di logicità non ben strutturata, o di intelligenza intuitiva o se mancante di effettive qualità intellettuali, ma ricco di astuzia) segue la logica del parlante  in un paragone diretto con sé, come in una sfida, e quando si sente soccombere, schiacciato dal sapere del parlante, in preda ad emozione, giudica negativamente, vuole impedire perfino  la parola, in un desiderio rabbioso di chiudere quella comunicazione,  avendo  rilevato, secondo i suoi parametri,  la “superbia”  dell’emittente,  misurato come  enthousiastikos (divenuto sinonimo di euforico e saputo e simili).
Soggetti siffatti, a tal punto, si  disinteressano del tutto del messaggio ed arrivano non ad un rapporto-incontro, ma ad un rapporto-scontro, in cui rivelano chiaramente il loro disagio, dimostrando che addebitano agli altri ciò che essi stessi hanno e mal giudicano per come sono loro stessi, incapaci di pensare che l’altro, che parla, possa essere diverso da loro (il bue dice cornuto all’asino, la puttana dice prostituta alla mamma di famiglia, ecc.).
Perciò nella fase esplosiva, tali persone  boicottano il parlante, volendolo isolare,  cercando di coinvolgere nella distrazione altri, diventando così  protagoniste secondo la propria natura di divergenti, con atteggiamenti puerili.
Se gli alunni di questa tipologia comprendono  che non si comunica mescolando le due funzioni e quindi si procede non col confronto e col giudizio  ma con l’ascolto e la registrazione mentale dei dati, in modo da capire  per prima cosa il messaggio altrui ,“divino” (comunque), perché nuovo, è possibile  mettere sullo stesso piano comunicativo i due agenti della comunicazione ed iniziare una vera collaborazione ed avere un reale rapporto comunicativo.
E’, comunque, un lungo processo di chiarificazione personale, di oggettiva presa di coscienza da parte del divergente, che  dall’esame oggettivo  del proprio smodato  procedere poetico, non logico,  registrato come frutto  del proprio intuito, da verificare, giunge anche lui a risultanze effettive sulla base di un lungo e paziente lavoro, guidato.
Capire che  ogni risultanza reale  è frutto di lavoro non di intuizione diventa il primo passo verso l’erudizione e la formazione culturale.
Il divergente  deve essere seguito, comunque,  nella sua divergenza, non ostacolato: di norma ha grandi potenzialità che, però, devono essere regolate, orientate e fatte confluire in relazione alla creatività del soggetto.
Nel corso della mia vita ho registrato pochi divergenti, ho preferito lasciarli stare, dando, però, loro abilità tecniche  di primo ordine, in modo da limitare la  loro aggressività, iniziale, ed attenuare l’enthousiasmos (enthousiao  vale sono ispirato da una divinità) e l’ euphoria (euphoreo  vale sono ferace) nella fase iniziale e naturalmente ho fatto lezione  tecnica  e funzionale non emotiva.
Solo in seguito ho eccitato lo stupore e il sano entusiasmo portando gli  alunni lentamente a fasi più alte per gradi: alunni di tale genere, ben guidati, sono ancora oggi i miei migliori allievi, estimatori e collaboratori.

III Caso.  Se l’emittente comunica e il ricevente dotato di enthousiamos, gradualmente sollecitato, ascolta desideroso di capire ulteriormente il messaggio, libero da pregiudizi e da condizionamenti  familiari, culturali e religiosi, conscio solo  di dover imparare  e fiducioso in chi parla,  segue il suo processo logico, decodificando seconda norma, e facendo  gli opportuni  esami morfosintattici, arriva alle stesse risultanze, senza interferire,  allora è possibile  un proficuo colloquio, che diventa  un rapporto, in cui la leadership verbale passa da un elemento all’altro, a turno, ambedue abilitati negli  stessi processi operativi.
Allora è possibile operare secondo paradigmi operativi, graduati a seconda delle situazioni e  delle intelligenze dei discenti: il rapporto, proficuo, favorisce anche la crescita del docente, in quanto  si è nell’ area dell’insegnamento-apprendimento.
La comunicazione è vera comunicazione, è rapporto, cioè un apporto continuo e reciproco, uno scambio di munera (doni) tra due cives paritari , che si modificano continuamente, progressivamente.

Crediamo nella chiesa, una santa, cattolica, apostolica ?

La chiesa dalla sua fondazione ha svolto una sua funzione nella missione di Madre e di Sposa come Cattolica e come Apostolica nella sua natura Unica e Santa,  di Corpo stesso di Cristo.

Noi infatti dicendo il credo (quello niceno -costantinopolitano) diciamo: crediamo nella chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, dopo aver proclamato di credere in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Se lo diciamo in latino o in greco ha poca importanza: credimus in Ecclesiam Unam,Sanctam Catholicam, Apostolicam- Pisteuomen… 

Noi cristiani cattolici romani,  catechizzati,  da piccoli,  secondo il Vangelo, non prendiamo nemmeno da adulti coscienza dei termini  che diciamo con la nostra professione di fede.

Nemmeno il periodo adolescenziale, in cui c’è la ribellione verso le forme precostituite con volontà di distruzione del vecchio, travolge  la struttura secolare cattolica, data la perfezione della costruzione  con giunture, collazioni, aggiunzioni, falsificazioni, collaudata,  del sistema Chiesa.

La connessione della paideia greca platonico- aristotelica, con linee epicureo-stoiche, e della davar giudaico-cristiana, vetero-neotestamentaria,  risulta così perfetta che sembra un  monòlithos  celeste nel sistema romano-ellenistico.  

Noi abbiamo sempre considerato la Chiesa un monòlito, voluto dall’oikonomia tou theou  per il bene degli uomini  peregrini su questa terra, guidati da essa alla patria celeste, dimora eterna, premio del retto agire individuale  secondo l’esempio di Gesù uomo-dio, logos, upostasis come il Patér e l’Agion Pneuma,  Dio, Uno e Trino.

Abbiamo, però, rilevato sempre una mancanza di unità nel pensiero cristiano, a  partire dai primi secoli, prima in epoca antonina  (cfr. Miriade cristiana  tra il 50-135 d.C. in Per una conoscenza del primo cristianesimo  E, Book, Narcissus  2012) poi  nel terzo e quarto secolo e specificamente tra i due grandi concili di Nicea e di Costantinopoli.

A parte l’assimilazione di Il Regno dei Cieli con Il Regno di Dio e  l’occultamento della figura reale umana del Christos si rileva che  la presenza di  tante ecclesiai  è  segno di una differenziazione e diversificazione del cristianesimo del regno di Dio, a seconda dei luoghi di costituzione iniziale delle comunità giudaico-cristiane, cercanti una propria autonomia  nel seno della liceità del privilegium giudaico ellenistico nell’imperium romano, nonostante il periodo di duecento anni di lotte tra giudaismo e romanitas e la conclusione drastica di Adriano.

Secondo noi, la ricerca dell’unità ecclesiale non si è palesata, dopo l’impossibilità di una concreta realizzazione, neanche con un sovrano che riunisce appositamente un Concilio e garantisce la propria partecipazione ai lavori come tredicesimo apostolo, accanto ai successori delle ecclesiai  nate dai dodici apostoli.

Si vuole dire, cioè, che proprio nel momento del  primo Concilio  si ha la certezza di due nuclei diversi ecclesiali, di due  credi, che testimoniano una lunga ed accesa lotta per la costituzione di un Christos  uomo-dio, segno di una lacerazione secolare tra le chiese,  manifestatasi nel II secolo con Marcione da una parte e con Ireneo- impegnato a confutare l’esistenza di un Christos di natura divina e di un altro di natura  umana, originati secondo lo gnosticismo da due eoni diversi, convinto dell’unicità ed unità della figura di Cristo- da un’altra,  a causa della definizione trinitaria di Dio.

Le tante sette ereticali, non avendo un’anima comune con un preciso  e definito credo, avendo  capi  locali  non coordinati fra loro, nemmeno in Oriente, vivono in un clima di phobos/paura  per  le insorgenze tumultuose  popolari greche, antigiudaiche e quindi anticristiane, spesso favorite più dalle autorità provinciali che da quelle centrali.

Le persecuzioni ai cristiani,  ad eccezione di quella di Diocleziano, sono solo occasionali e ad opera prefettizia, e sono manifestazioni di intolleranza popolare di pagani, arrabbiati nei confronti di chi, anelando al premio eterno,  non è solidale nella vita quotidiana,  nemmeno alla difesa del  territorio nazionale contro i barbari, chiuso nel proprio guscio dogmatico, teso alla perfezione spirituale,  protetto da una superiore organizzazione economica amministrativa (dioikesis).

I differenti credi locali sulla figura del Christos, data la pluralità settaria, si coordinano solo nel momento del pericolo, nel  nome generico di Christos  ma originano nuove sette, a seconda dell’integrità  di vita e di pensiero dei martures,  che testimoniano la loro vita con la fides,  al contrario di altri che cedono e  consegnano i loro stessi simboli, desiderosi, comunque, dopo la persecuzione, di rientrare, come lapsi/scivolati (labor, laberis, lapsus sum, labi)  sotto la protezione diocesana.

In effetti a Nicea e poi a Costantinopoli,  mentre si crea il vertice della cupola ecclesiastica sotto la protezione imperiale, sulla base della divinità del Christos e del dogma Trinitario, si definisce unitariamente l’Ecclesia catholich su una base comunitaria e non personale.

Infatti  non  si parla di  soggettivo,  personale, singolare  credo/pisteuoo, ma  di un oggettivo comunitario, plurale crediamo /pisteuomen , tipico   di una comunità , che fa professione solenne di fede.

I vescovi, riuniti  nel 325  d.C. a concilio  da Costantino,  dapprima fanno una professione di fede comune, in modo da sancire il mistero trinitario, così da unificare le tante sette  cristiane e dare all’imperatore la parvenza di un’unità ecclesiale, seppure  sussista la  lacerazione con l’arianesimo, connesso con la chiesa dei martiri.

Dopo 56 anni Teodosio convoca, poi, un altro concilio, nel 381 sotto la presidenza di Gregorio di Nazianzo, per meglio definire il mistero trinitario e per sancire  definitivamente la funzione  della Chiesa, che, solo nella sede di Costantinopoli, ha come formula rituale pisteuomen eis mian, agian, katholikhn kai opostolikhn ekklhsian/crediamo in una, santa cattolica ed apostolica chiesa.

Da quel momento la Chiesa  è considerata  Sposa, sulla base del pensiero di Paolo (Rom., 12; I Cor.,12)  che indica la sua  unione a Cristo, vedendone la funzione in rapporto allo sposo divino, il  cui capo è principio di influsso vitale per tutta la vita, oltre che di organizzazione rispetto alle membra  (Ef. 1,23;4,15-16).

Secondo la lettura dei padri  della Chiesa  i fedeli, uniti ed interdipendenti,  sono  le membra del corpo ecclesiastico, che, così costituito, è identificato  al corpo di Cristo e al Cristo stesso.

Quindi Chiesa e Cristo sono un  corpo unico , secondo due valenze e come unione  formata da marito e moglie,  e come unione di parti,  cioè di capo e membra.

Di conseguenza si deve dire che  la Chiesa, come  istituzione di Cristo,  è Cristo stesso, che continua se stesso visibilmente, sulla terra, dopo la morte, resurrezione ed ascesa al cielo.

Il fatto che Cristo continua la sua missione  sottende che la sua incarnazione e redenzione sono durature nel tempo e significano continuità e validità eterna in quanto, come  incarnazione del Verbo in natura umana,  è  nella Chiesa, come  incarnazione  di Cristo nella società, è Cristo nello  stato terreno attuale  di incarnazione.

La presenza dell’organizzazione gerarchica ed apostolica è lo stesso Cristo, che inoltre, è rappresentato coi sacramenti,  specie con l’eucarestia; insomma la Chiesa è Cristo in persona sia nei sette sacramenti che nella figure gerarchiche- tanto che il papa  è lo sposo e capo della  chiesa  universale (moglie e membra), il vescovo della sua diocesi, il parroco della sua parrocchia-.

Infatti i padri leggendo allegoricamente  Antico e Nuovo testamento  rilevano  che essi testimoniano la Chiesa  nella sua funzione di sposa  (Isaia,LIV,5; Mc II,19-20; Mt. IX,15,XXII, 1-14; Gio. III,29; Apoc. XXI, 9-10,XXII 17; II Cor. II, 2; Efes. V,22-30, 31-32).

Cristo dà la fede per mezzo della parola della Chiesa,  la vita per mezzo dei sacramenti, educa alla fede e porta  alla vita eterna con l’azione pastorale della sua gerarchia.

La chiesa, corpo mistico  di Cristo, è, dunque,  madre,  che genera alla fede con l’evangelizzazione e alla vita eterna con sacramenti, che  nutre i figli mediante l’eucarestia, corpo vero di Cristo,  e  mediante  la parola santa  delle scritture, interpretata (cfr. Agostino, Questionum evangeliorum  I : la chiesa è una nutrice, le cui due mammelle  sono l’antico e  il nuovo testamento  in una costante e continua  educazione del  fedele dalla nascita alla morte).

La funzione e missione di Madre e di Sposa è ben fusa con quella naturalis di  Cattolica e di Apostolica nella sua natura di Unica e di Santa  in quanto Corpo stesso di Cristo.

Tutti questi titoli si affermano e si  maturano  nel lungo lasso di  tempo di quasi  un sessantennio di lotte  tra Cattolici ed ariani.

Noi oggi dicendo il credo (quello niceno-costantinopolitano)  non rileviamo questo periodo intermedio e pensiamo che sia globalmente della stessa epoca e non capiamo la necessità conseguenziale della  formulazione sulla Chiesa (crediamo nella chiesa una, santa, cattolica ed apostolica), perché non distinguiamo in fasi diverse il periodo della costituzione del credo  in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, come premessa necessaria alla fondazione della Chiesa Romana.

Se lo diciamo in latino o in greco o italiano  ha poca importanza: credimus in Ecclesiam Unam, Sanctam, Catholicam, Apostolicam- Pisteuomen eis mian, agian, katholikhn kai apostolikhn ecclesian; vale la stessa cosa, se si dice in altra lingua.

Ha importanza, invece, sapere se il testo è nel credo di Nicea del 325 in epoca costantiniana o in quello di Costantinopoli del 381 in epoca teodosiana.

E  qual è il credo quando la chiesa diventa romana?!.

La ecclesia di Roma, apostolica, in quanto fondata da Pietro (?)  è cattolica  come edificio (l’immagine di tempio in costruzione  è in  Il Pastore di Erma 9.a, similitudine in cui si divide la struttura del tempio dalla impalcatura) e come disegno  universale di Dio, realizzato nel tempo, da concludersi col ritorno del Cristo, epoca in cui cesseranno l’organizzazione gerarchica e quella sacramentaria  (Apocalisse XXI,22- il signore onnipotente è il tempio, come pure l’agnello).

Agostino (Enarratio in Psalmos, 29,6)  è cantore  entusiasta e pittoresco dell’edificazione della casa e della sua dedicazione,  è  poeta che mostra l’organizzazione della chiesa, paragonata alla medicazione di una gamba fratturata (Ibidem,146, 8), è un profeta che vede il realizzarsi del Regno conformemente, seguendo le parabole del Regno.  (Questa è la casa di dio, il cui campanile orienta lo sguardo verso il cielo  Ibidem,95,15).

E’ chiaro che, dunque, noi crediamo alla chiesa perché crediamo in Cristo  e nella Trinità. Resta, però, il problema storico della Chiesa Romana.

Non abbiamo Testimonianze antiche che possono comprovare la fondazione di una chiesa (ecckesia) di cristhianoi / cristiani per come li intendiamo oggi, ma solo di giudeo-cristiani, confusi coi giudei ubicati al di là del Tevere.

In epoca neroniana  i giudei non devono essere inferiori a 50.000 ed hanno almeno cinque sinagoghe, attestate già nel 40-41 ( Cfr. A FILIPPONI, Giudaismo Romano II, E Book 2012).

Il fatto, dunque, che esistono giudei e giudei christianoi che convivono insieme, fino a Domiziano, seppure ci siano contrasti  di varia natura è indice di convivenza in mezzo a pagani, non di una reale comunità cristiana con un capo riconosciuto di nome Pietro, oppositore del sistema imperiale e di Nerone.

Quella, che è chiamata Chiesa, è una delle tante comunità ebraiche che ancora ruota intorno alla sinagoga (Non si sa a quale! Alla Velia?! ), esistenti a Roma, che è la capitale di un impero di oltre 3.000.000 km2 il cui sovrano è legge vivente, che regola una popolazione globale di quasi 60.000.000 di cives (Cfr. A: FILIPPONI,Caligola il sublime, Cattedrale 2008)

Roma è l’urbs per antonomasia  e la megalepolis che sintetizza l’orbis terrarum.

Un christianos come Shimon Cefas Petrus è uno csenos, un peregrinus nella Roma imperiale. che ammira il colosso neroniano, il lago, e la Domus aurea:  ogni provincialis si sente un microbo di fronte alla divina grandezza imperiale, una creatura davanti al numen.

E’ possibile, dunque, che  ci possa essere capitato  a Roma, quello che noi chiamiamo Pietro cioè Kefas-Shimon.

La sua presenza, comunque, non sottende la costituzione di un’ecclesia christiana in quanto è inesistente nel momento neroniano, esistente in epoca, forse, domizianea.

Con ciò  non si vuole negare che qualcuno con questo nome  Shimon- Pietro o col nome aramaico di Kefas  sia venuto a Roma, ma  si vuole dire che vi sia giunto  dopo che Paolo scrive la sua lettera ai Rom ai Romani dopo la morte di Claudio  nel 54 d.C. in quanto viene nominato sia in 1 lettera ai Corinti che  in  quella ai Galati.

Non si può neanche dire che questo personaggio sia morto martire ma neppure che sia stato martirizzato sotto Nerone, che fa  stragi di  ebrei non christianoi,  e di giudei christianoi indistintamente.

Per ora, allo stato attuale delle conoscenze storiche, si può solo dire (con molto beneficio)  con Ireneo di Lione (Adv. haer. 3,3,2): “… la chiesa (è) fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” .

Ireneo nella sua lotta contro gli gnostici e contro il platonismo tende, però,  ad indicare la rete della successione apostolica come garanzia del perseverare nella parola del Signore e si concentra poi su quella Chiesa “somma ed antichissima ed a tutti nota”, indicando  nei vescovi e specie nel vescovo di Roma,  gli eredi, continuatori e custodi della Tradizione che è “pubblica”, “unica”, “pneumatica“,  quella cioè  guidata dallo Spirito Santo.

L’unità della storia della salvezza secondo Ireneo aiuta a comprendere anche l’unità dell’uomo: “Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio” (Ibidem, IV, 20,7).

Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2,14,6) mostra perfino il periodo ed afferma: “All’inizio del principato di Claudio la Provvidenza universale… prese per mano Pietro, potente e grande, primo fra gli apostoli per le sue virtù, e lo condusse a Roma come contro un flagello del genere umano, Simon Mago” .

Quanto detto  da Eusebio sulla provvidenza e sul contrasto con Simon Goes mago  è comprovato da Girolamo che  in De viris illustribus. 1,1 indica il 68 a.C. come anno della morte dell’apostolo:  “Simone Pietro… nel secondo anno di Claudio andò a Roma per sconfiggere Simone mago e là occupò per venticinque anni la cattedra episcopale sino all’ultimo anno di Nerone, cioè il quattordicesimo.

In altre sedi abbiamo indicato come  Eusebio sia poco attendibile  e quanto sia poco credibile Girolamo!

Dalle fonti cristiane  la tradizione petrina romana, comunque, potrebbe essere stata costruita per giustificare la posizione di preminenza di Roma, vecchia capitale dell’impero, dopo Costantinopoli, la Nuova Roma , secondo quanto stabilito da Teodosio.

Le lettere pseudo clementine (2 lettere contraffatte, attribuite a  Clemente papa, morto nel 100, considerato da Girolamo de viris illustribus,15 secondo dopo Pietro, anche se cita come predecessori Lino ed Anacleto)  dovrebbero essere postcostantiniane, scritte  nei 56 anni nel periodo di lotte tra ariani e cattolici  che infuriano a Roma.

Queste lettere  (una  scritta ai  Corinzi ed  un’altra, non accolta dagli antichi, secondo Girolamo – che contesta  anche la Disputa di Pietro con Apione, giudicata prolissa,  concordando con Eusebio che ne parla nel III libro di  Storia Ecclesiastica – ) – specie la seconda- riprendono la notizia della venuta di Pietro a Roma, all’inizio del principato di Claudio (dipendente da At 12,27) dove si legge che, dopo la sua liberazione dal carcere a Gerusalemme sotto il re Erode Agrippa, Pietro andò in un altro luogo/ eis héteron tópon. 

Gli studiosi hanno variamente interpretato altro luogo: chi  parla di Roma, chi di Antiochia, chi indica la costa mediterranea della Palestina, pensando a Cesarea  Marittima, chi  una zona limitrofa  a Gerusalemme orientale.

In effetti poiché si parla di heteron si vuole indicare un solo altro luogo, non tanti.

Insomma lo stesso scrittore, Luca, non  sa dove e quindi lascia in modo indeterminato e dice così, volendo intendere un altro secondo luogo conosciuto dagli apostoli (Pella secondo Robert EISENMAN- Giacomo il Fratello di Gesù, Piemme 2007- ).

Non convince quanto ci viene dalla testimonianza di Ambrosiaster (In epist.ad Romanos, Prol. 2-3): “Si sa, dunque, che ai tempi degli apostoli alcuni giudei… abitavano a Roma. E, fra costoro, quelli che avevano creduto insegnarono ai Romani a conservare la legge, pur professando Cristo… L’apostolo (Paolo) si adira con i Galati, perché, nonostante fossero istruiti bene, si erano lasciati fuorviare con facilità; con i Romani invece non dovette adirarsi, ma anzi dovette lodare la loro fede, perché pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato; infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo“.

Col nome di Ambrosiaster  è tramandato un autore di un commentario su Paolo, la cui identificazione – dopo che Erasmo stesso bocciò la tradizione  millenaria  che  assimilava  l’autore ad Ambrogio –  è da ritenersi quella di G. MORIN (Study of Ambrosiaster,  Cambridge Univ., Press. 1905 ) che sembra riferirsi ad un Decimo Ilario, proconsole di Africa del 377 d.C.

Nonostante i vangeli  affermino il primato di Pietro, (quando in altre sedi – Atti degli apostoli- si parla del primato di Giacomo) sebbene si dica che Pietro fu a Roma e che morì in epoca neroniana crocifisso all’ingiù, (tutto da dimostrare con le stesse lettere Pseudo clementine) ma non c’è notizia certa  né esiste un documento storico che sancisca la  costituzione apostolica della Chiesa di Roma.

Papa Benedetto XVI riprendendo  il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica  dice ….è Cristo che per mezzo dello Spirito Santo concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica ed aggiunge che la Chiesa ha come proprietà essenziale anche quella di essere “Romana“.

La sua onestà  gli impedisce di togliere “anche”  ma il suo ruolo di pontefice romano non autorizza  di chiarire il problema  poiché afferma che nella Romanità si riassume il volto visibile del Corpo mistico di Cristo.

Forse il papa  dicendo  il termine “Romana” sottende quel grande periodo romano-ellenistico in cui la Chiesa cattolica ha costituito la sua romana funzione, in una connessione, dapprima onorifica con quella costantinopolitana in epoca teodosiana.  Forse a Benedetto XVI  non sfugge  dopo la scissione con la chiesa ortodossa del 1054, la  specifica funzione vicaria di Cristo sulla terra  e la sua romanizzazione  definitiva  nel tempo e nello spazio, in un luogo e in una memoria storica, secondo il dictatus papae di Gregorio VII.

Il papa tedesco ben conosce  il rilievo di Ildebrando Aldobrandeschi  nel momento delle lotte contro Enrico IV imperatore dei romani e precedentemente contro il patriziato romano  e il popolo,   e la sua  recisa affermazione della chiesa romana ed apostolica  e la  nuova figura  papa, ormai distaccata da quella costantinopolitana, dopo la morte di Leone IX, con la nuova strutturazione romana del collegio cardinalizio.

Nel periodo in cui Ildebrando è abate di S Paolo fuori delle Mura e al momento della sua funzione  di segretario alla curia di  Niccolò II e poi di Alessandro II fino alla elezione papale nel 1073 si ritiene,  in un  momento di offuscamento della romanitas  apostolica, rispetto ai laici e ai sovrani,  che venga ricostituita in Occidente e a Roma  una  struttura divina apostolica e romana del Pontefice, su basi storiche  equivoche e false.

Si costituisce proprio allora un primato petrino con un grande lavoro in senso allegorico sulle due chiavi, sul sole  papale  sulla luna imperiale (cfr. Teoria dei due soli secondo le tesi decretaliste e scolastiche  – il diritto del papato ad eleggere l’imperatore è  indebito e  un imperatore, come ogni sovranità laica,  non ha bisogno di  essere riconosciuto, dopo l’unzione papale – )….

 

una personale conclusione sul Cristianesimo

 

Una personale conclusione sulla storia del Cristianesimo
ed una riflessione sull’Islam
di ANGELO FILIPPONI

 

Questa conclusione è la risultanza di Il Giudaismo Romano, opera storica inedita in 3 volumi: I La repubblica Romana: da Giuda Maccabeo ad Erode il Grande;II Augusto ed Erode e i suoi figli fino al regno di Erode Agrippa 41-44 d.c.; III Dal regno di Claudio (41-54) fino ai Severi (Alessandro Severo 222-235).
La nostra fede cristiana ha una vera base storica?
Questa domanda mi ha assillato per decenni ed ho in cuor mio sempre sperato di poter rispondere affermativamente.
Ma dopo una lunga ricerca, dopo tante traduzioni e vari studi specialistici, fatti per di più in assoluta solitudine, devo proprio confessare che scarso è il valore storico del cristianesimo.
Il mio giudizio  è risultanza   derivata da una somma  di  valutazioni intermedie , non una conclusione  definitiva ,ma un parziale punto situazionale di uno studio, in una indagine storica ,al fine di precisare il tragitto  fatto, come sintesi nodale, per la definizione puntualizzata in un dato momento della mia storia personale.
Il giudizio in itinere per me e per il mio metodo , non è mai esaustivo, ma sempre aperto, in quanto la ricerca procede e non è chiusa.
Ogni storico ha bisogno nel corso della revisione del proprio lavoro, se fatto metodologicamente, di tracciare  i punti fermi del proprio pensiero per procedere nella ricerca , specie se c’è frattura con la tradizione : la necessità di una parziale definizione conclusiva ,  indicativa più per se stessi che per gli altri, è urgente per  il prosieguo del lavoro  in relazione all’orientamento generale  sulla base delle scoperte scientifiche  e agli adattamenti utili , richiesti dalla situazione reale conoscitiva nuova.
La valutazione complessiva storica , seppure simile a quella di  R.Bultman (1884-1976) e di  R. Schnakenburg (1914-2002) e anche di M. Hengel (1926 vivente) come ho rilevato in altra parte della mia opera ,è però molto differente  : storicamente  per me  la figura di Gesù cristiano è diafana ,esangue, quasi  vuota,  e per questo  lo stesso cristianesimo (che ha assunto e preso consistenza molto tardi ,rispetto ai primi due secoli , in cui è  , dapprima,  forma scismatica giudaica e poi  eresia , precisatasi e  venuta fuori dal  magma nebuloso dello gnosticismo, per diventare, infine ,la Grande Chiesa), risulta  falsato, equivoco,costruito .
Per la comprensione, comunque ,di  tale  giudizio e  per la sua chiarificazione  ritengo opportuno precisare cosa si intenda per valore storico e per cristianesimo  e preliminarmente definire il significato da me dato a vero così da eliminare ogni possibile equivoco.
Vero come corrispondente esatto della realtà o come  sinonimo di certo, come cosa precisata ed accertata nella sostanza e nei fenomeni  di accompagnamento  propri ed impropri,  definiti   secondo aree semantiche  dirette ed indirette , delimitato nelle  forme  e nei concetti  secondo il criterio di logica, prefissato, è equivoco ed ha valore settario in relazione alla reale situazione storica ed  in opposizione a quanto ritenuto  falso , secondo  l’ottica opposta  della stessa tradizione linguistica e culturale.
Esso  non ha mai valore  universale ed oggettivo ma solo parziale e soggettivo
poiché relativo ad ambiti, a fatti e a storia e a cultura, oltre che ad interpretazione  sulla base di punti di vista o prospettive   .
Niente è vero ,assolutamente vero, di quanto si dice o si rileva come apparso : ogni cosa è  solo quello che è, al di là della funzione specifica  concettuale (di verità, utilità , bontà oltre la implicita  qualifica ) relata al tempo e allo spazio .
Vero è ciò che è in quanto ha in sé in misura totale e in modo incontestabile le caratteristiche  proprie del suo essere e  della propria natura  e     quindi il termine è in relazione e connessione solo  alla  propria natura  e non ad altro. Vero è in sostanza ciò che tipico  in quanto ha in sé impresso e connaturato ciò per cui è   , la cui identificazione avviene per contrasto, essendo difficile( se non impossibile)  il rilievo della sua sostanza .
Verum  è  neutro,  non solo come genere  ,ma  anche come valenza significativa :  infatti esso si semantizza in un senso dogmatico, di cosa  apparsa come tale e quindi   dichiarata per concilio in relazione al cotesto ,al contesto , alla situazione linguistica. Esso ,connesso perfino  alla geografia ed  in quanto elemento assumente   sostanza  significativa tra quei parlanti una medesima lingua  ,(condizionata dalla storia e dal  grado di cultura conseguito da un intero popolo ,che ,col  termine, esprime  una pluralità di significati interrelati) diventa espressione di un tipico modo di fissare convenzionalmente una realtà , specie religiosa, in un passaggio arbitrario  dall’area fisica a quella spirituale .
Esso assume valore semanticamente nell’area di origine linguistica  che crea varie tipologie concettuali , di solito con una catena distintiva e contrastiva  binaria , oppositiva , morale ( del tipo  vero- falso , di buono -cattivo,vantaggioso -svantaggioso, positivo- negativo , onesto -disonesto , tipico della nostra cultura agricola mediterranea, ben connessa con quella mesopotamica , iranica, induista)  .
La  lettura di verum ,connesso con factum, in senso  vichiano , come unico punto sicuro  in quanto storicizzato, come evento  avvenuto, tradito da storici, è solo una parziale ricostruzione fattuale , secondo la rappresentazione di solito dei vincitori ,che hanno fatto la storia successiva cancellando l’altra degli oppositori ,vinti: è una storia di guerre e di sopraffazione di un uomo sull’altro con registrazione solo dalla parte vincente , che riporta gli episodi e i fenomeni di accompagnamento  registrati dalla memoria comune dominante  desiderosa di cancellare quella perdente, ormai muta, convinta di aver tracciato una linea progrediente , come progresso, di norma grazie all’aiuto divino.
Ne deriva che ogni ricostruzione di fatti è un’ interpretazione arbitraria,  varia a seconda dei narranti ,in quanto  conclusione di un processo il cui iter non è facile seguire  ma che è fedele risultanza della storia di quel popolo, arbitro della sua stessa storia, tipico nella sua unicità, autonomo.
La ricostruzione storica  successiva è fatta sulla base dei testi  esistenti e di una verosimiglianza ,partigiana,  ricostruita dagli storici, condizionati dalla impostazione della politica dominante e dalla etica  sottesa .
Noi , in relazione alla nostra cultura classica, abituati al giudizio , secondo le formule coeve,  morali , secondo la tradizione agricola  e classicista, abbiamo  un codice   che è la risultanza di una pratica connessa con una teoria  che giustifica, inoltre ,con l’azione la parola , per cui  chi realizza quanto dice ha coerenza  ed in quanto moderato ,semantizza  la cosa,  secondo un criterio di giustizia, in relazione ad uno ius- diritto ,  proprio di quel gruppo di parlanti, condizionato per di più da una retorica  politica , giuridica ,morale.
Ma anche giusto appartiene alla stessa categoria  come vero ed ha valore neutro : solo nella civiltà classica mediterranea ha assunto quella valenza  significativa  in opposizione all’area contraria di ingiusto : ma non esiste giustizia né ingiustizia, non c’è   né giusto ed ingiusto ,  né pio né empio : esiste una conformità all’idea realizzata secondo criteri  operativi stabiliti e prodotti da uomini della stessa cultura, che hanno creduto di trovare in una situazione ben definita  quella univoca risposta concordata e l’hanno fissata linguisticamente , dopo un lungo processo conflittuale, per cui si ha la catena diale .
Ogni popolo classico ha una sua giustizia , un codice di giustizia,  diverso e a volte oppositivo a quello altrui, : non esiste quindi un ius univoco, universale .
Iustus greco  non è quello latino e tanto meno quello giudaico , né quello medico né persiano  né quello egizio: il dikaios  greco ,seppure poi conformato a quello  latino  quiritario, confluito nella cultura giusta romano-ellenistica di Roma imperiale , è comunque ,oppositivo a quello giudaico cristiano ( che, nel suo interno è già distinto e diversificato) .
Noi  popoli mediterranei ed agricoli classici , mitici,  abbiamo creato un binario di ogni  concetto  sulla base di un criterio di Modus – metriotes ,di misura,  di moderazione umana (l’uomo è misura di ogni cosa) , credendo che l’equilibrio sia una legge discriminante  tra opposti in cui è sentita la realtà, la cosa  per come si presenta  : la valutazione quindi è stata in conformità a tale criterio sulla base di sanità o malattia, di una saggezza o di una stoltezza, di un integrità di cervello o di pazzia , avente come misura l’uomo,  connesso con la physis .
I concetti di vero e di giusto, bello , buono e simili hanno giustificazione in relazione alla logica contrastiva  in cui  guerra –pace  esprime quasi compiutamente la vita umana  che cerca una moderazione , una linea intermedia preparando la guerra nella pace in vista di un’aggressione: il mondo antico, bellicoso,  ha cercato il modus per paura ,senza essere filantropico e pacifico , occasionalmente.
In modo  zaratustriano – manicheo ,dunque, noi siamo stati conformati  ad una lettura netta di ogni cosa in una operazione diretta sulla base di una decisione valutativa  precisa  sicura dogmatica e  non siamo stati abituati a vedere la cosa in senso neutro ma solo secondo logica utilitaristica e morale , a dare un giudizio con cui catalogare , incasellare e tenere presente  ,ai fini definitori,  per una possibilità futura.
Vero , dunque,  da solo non ha significato , ma se   è connesso o con fatto o fenomeno risulta  giudizio contrapposto a falso, anch’ esso precisato nella sua area semantica opposta e contraria,come ingannevole nella sua entità stessa.
Inoltre    se non si precisa il termine o non ci  chiarisce ogni altro termine dell’enunciato nel  testo , in cui è posto, in una precisa situazione e  non si sono fatte referenze di vario genere  e non sono stati  tenuti presenti i vocalizzatori di accompagnamento  o metaatti, e simili ( che potrebbero perfino  con altre forme di comunicazione  non verbali determinare e valere  l’esatto contrario), ogni aggettivo
( e quindi anche ogni idea derivata ) ha valore equivoco.
Vero oggettivo non esiste , perché l’oggettività è un’idea , non un prova valida universalmente  , ha solo valore  locale e temporale  come  cosa convenzionalmente stabilita   ritenuta  possibile e probabile alla luce della scienza  del momento,considerato tale solo convenzionalmente da gruppi di utenti uniti da comune lingua, in relazione alla loro storia e alla cultura che ha permesso  di radicarsi in quel territorio e di esisterci .
La loro lingua esprime il lungo travaglio di adeguamento  e di adattamento al territorio e al rapporto con i  popoli vicini  nella ricerca di una propria identità, verificatasi con l’affermarsi dell’insieme di termini scritti ed orali  convenzionalmente accettati.
Il vero religioso  ,poi, tramandato con quei segni linguistici,  in quanto manipolato da tanti, di diversa lingua,  nel corso di secoli, è tutto da rileggere e da scoprire sia come  testo, che come pensiero  che  come fatto, relato e sotteso  nella cultura di un popolo.
Infatti esso  ha determinato valore in relazione all’etimo (greco etimos = vero) greco, latino o aramaico-ebraico.
I termini Alethes, verum,Hsht/ Hemet e altri hanno significato reale di parte, se posti nel problema del male- bene o se si associa ad un elemento della dicotomia antitetica ( giusto- ingiusto, buono-cattivo, vero –falso, luce- tenebre e simili) in senso contrastivo, da leggere solo in relazione a quella storia e cultura.
Perciò il passare da una cultura ad un ‘altra costituisce una falsificazione, specie se c’è trasferimento concettuale con impossessamento di cultura estranea, di norma corpo improprio in un patrimonio, di  cui il corpus linguistico è fedele espressione, palese come pezza in un abito nuovo, come termine spurio, non autoctono,   nell’uniformità linguistica.
Chiaramente il parlare di vero è proprio di un credente e non di un ricercatore che può solo parlare di risultanze, possibili e probabili e non ha mai alcuna certezza e non è mai capace di concludere alcun discorso sulla aletheia, di  una cosa  di cui può dire solo di non cercare di nascondere quanto trovato.
Fatta questa  precisazione diciamo che per quanto riguarda Cristiano, apparentemente   esso  è univoco come significato, ma in realtà ha valenza significativa  superiore rispetto all’originale area semantica in quanto ha inglobato altri fenomeni diversi.
Il termine christianos è termine usato dalla comunità giudaica di Antiochia( Atti degli Apostoli 11, 26) nel periodo di  Giulio Erode Agrippa re di Ioudea(41-44) per indicare un seguace di Jesous Christos Kurios, un ebreo  morto crocifisso nel 36 d.c.
Da Cristiano ,quindi, sorge il cristianesimo, il fenomeno religioso, costituito dai cristiani operanti nell’ambito dell’impero romano.
La chiesa di Antiochia è una succursale di Gerusalemme, eretica, praticante già un rituale proprio, vivente secondo un altro euaggelion, con terminologia greca, diversificatasi già per pensiero dal credo giudaico di Jehoshua Mashiah( un ebreo di Galilea , rimasto conforme alla Legge, accusato di essersi fatto re e condannato a morte dal procuratore romano Ponzio Pilato ) che era testimoniato dal fratello e dalla comunità del Regno dei Cieli, in lingua aramaica .( Cfr A. Filipponi Jehoshua o Jesous?, Maroni, 2003 ).
Oggi, dunque, il valore storico di questo cristianesimo antiocheno è confuso con quello degli eredi diretti di Gerusalemme, a cui si estende lo stesso nome al punto da assimilare ed inglobare il Regno dei Cieli, di Giacomo, fratello di Gesù,  nel sintagma Regno di Dio tipico di Paolo di Tarso e poi degli Evangelisti canonici.
Questa operazione avviene, dopo la scomparsa del Regno dei Cieli, delimitato e quasi sterminato  nel 70 con la distruzione del tempio ,  quasi estraneo alle teorie del cristianesimo, sopravvissuto come una reliquia, forse fino al 135, con l’episcopato gerosolimitano l’unico rimasto puro, a detta di Eusebio, quando la linea dominante conosciuta nel mondo romano col nome di Regno di Dio, cristiano, cerca uno spazio proprio tra il giudaismo e i seguaci  di Jehoshua Barnasha, integralisti.
Perciò, quando parlo di scarso valore, tratto di questo Regno di Dio, su cui si è fondato il cristianesimo, che ha un valore storico successivo, come fenomeno che si afferma proprio nella lotta per sopravvivere nel sistema romano, disconnesso con l’essenismo e con  la storia di una salvezza e di una rivelazione apocalittica.
Esso, in effetti, fino al 70 d. C., ha vaghe connessioni storiche con il Regno dei Cieli, aramaico, da cui deriva, ed ha un culto nominale di Christòs, termine greco, che traduce Mashiah, titolo proprio di Jehoshua Barnasha, (figlio dell’uomo) la cui vita ed azione storica è occultata, mentre è marcata la sua morte con resurrezione, come base del sistema christiano, mistico.
Fatta questa precisazione ,aggiungo che con questa affermazione, comunque, non nego la storicità di Gesù, uomo nato il 7 av. C, sotto Augusto e morto forse nel 36 d. C. sotto Tiberio, propugnatore del Regno dei Cieli, ma nego la storia di un personaggio che è stato mitizzato dalla tradizione cristiana, successiva all’evento della distruzione del Tempio di Gerusalemme del 70 d. c.
Insomma nego non la vita di Jehoshua Mashiah Maran (re) ma nego la successiva lettura della vita e morte e resurrezione di Jesous Christòs Kurios, un personaggio che non è esistito come tale, ma che è stato costruito sulla base della storicità dell’altro ed immesso nel Kosmos romano-ellenistico, da ellenisti, con un preciso processo nel periodo Flavio (69-96).
Mentre del primo ho cercato i dati storici effettivi, del secondo ho rilevato (mi è sembrato!) la storia mitizzata( secondo processi non storici ma filosofici e teologici propri del Regno di Dio, in ambiente antiocheno) e il sistema religioso, costituitosi sulla base del pensiero pregnostico giudaico di Paolo (Cfr M. Hengel, Giudaismo ed ellenismo, Paideia, 1988, p 443 e sgg e M. Noth, Storia di Israele, Paideia 1975 e J. Bright, Storia dell’antico Israele, Newton e Compton editori, 2002).
Il punto nodale, comune alle due figure di uno stesso personaggio, letto da due diverse angolazioni, è la morte, documentata anche da Giuseppe Flavio, dai vangeli e da scrittori classici.
La morte di Jehoshua è stata così rivoluzionata da Paolo per la resurrezione dai morti, che ha perso ogni sua effettiva consistenza, in quanto il fatto non è umano ma divino, poiché la morte non è di un uomo, ma di un uomo-dio, Jesous Christos Kurios.
La storia, quindi, della morte per crocifissione viene cambiata al fine della redenzione mediante la Resurrezione.
La storia così fatta è teleologica, non secondo premesse e organizzazioni razionali filosofiche( di stampo anassagoreo o platonico o Kantiano ), ma come puro discorso sui fini.
La storia teleologica come metodo di ricerca dei fini, avulsa dal tempo reale, senza le cause effettive e la ricostruzione dei contesti, puntata solo sui temi, come metodo creante uno schema o un’ideologia che ingloba la storia, in una serpentina sovrapposizione, è un’edera parassita, che uccide la pianta della verità: è un processo proprio dei mistici, mitico o di comunità religiose come l’essenismo, a cui Paolo deve molto.
Non discuto sul processo mitico: accetto ogni processo, ogni via che possa produrre qualcosa o dare barlumi di conoscenza, purché si riconoscano i mezzi diversi di lettura e le forme di percorso irrazionalistiche.
Un discorso teleologico, però, sembra vero ma non è mai vero, specie se strutturato storicamente , perché precostituito e fatto in modo da aggiungere qualcosa, nel corso del lavoro organizzato, che poi si sedimenta storicamente e diventa eredità culturale, sancita da Concili, in cui si dogmatizza e si fissa un cardine indiscutibile.
Esso in definitiva deriva da un sistema giudaico, farisaico, escatologico-apocalittico, finito con l’essenismo nel corso della guerra giudaica ,e rifiorito nel cristianesimo antiocheno .
E’un procedimento storico, usatissimo, di parte: si sceglie l’oggetto, si cercano le pezze di appoggio, i segni probanti e probatori per una conclusione pertinente e per un probabile giudizio legato ad interne micro-valutazioni soggettive e si costruisce il discorso col senno del poi, non secondo la realtà dei fatti, ma secondo la logica di chi scrive teleologicamente: il rilievo con accettazione è in relazione all’effetto di ekplecsis (stupore) e di phobos (paura ) che si produce in colui che legge, che subisce il fascino dello storico (che non è storico, ma retore “sublime”, anomalista) e che per di più attende la fine dei tempi ed ha una sua conoscenza della verità che lo fa partecipe di Dio soter e della sua gloria..
Il processo, dunque, storico teleologico rientra oltre che nella concezione conoscitiva farisaico-essenica anche nella retorica del Perì Ypsous e, come tale, astorico e connesso con l’impostazione mistica, tanto che si può definire di matrice mistico- retorica( o retorico-mistica)
La crocifissione, così letta, perciò, non è stata mai un fatto visibile, esaminato razionalmente, collegato e connesso, secondo processi causali e temporali, avvenimento realmente descritto, come morte di un uomo antiromano, punito per la sua ribellione alle leggi dell’impero, di cui un procuratore zelante applica la iustitia in una provincia.
Essa è stata vista come evento astorico, seppure storicizzato nel diciottesimo anno di Tiberio (circa) di un giusto, saggio, condannato a morte da un procuratore romano che si lava le mani di fronte alle richieste di un popolo che, aizzato da sadducei e
notabili, ne vuole la morte perché, proclamatosi figlio di Dio, ha predicato un regno di amore.
La triplice iscrizione sulla croce in Aramaico, greco e latino sintetizzante la sentenza del procuratore è incompatibile con la iustitia romana, specie del periodo di Tiberio: Pilato non poteva condannare solo per una dimostrazione popolare, a seguito di una condanna del Sinedrio imperfetta, un uomo, ritenuto giusto e poi segnare la motivazione della morte con l’invenzione  della regalità, usurpata.
La volontà di dare un exemplum ad uomini parlanti ebraico-aramaico ( di Siria, Palestina, Mesopotamia, Iran occidentale, Nabatea ), a romani gravitanti nell’area gerolosomitana (pubblicani, patroni, clienti, amministratori dipendenti ), a giudei ellenisti accomunati dalla Koiné, emporoi e trapezitai orientali ed africani, è chiara nella iscrizione trilingue, propria di area mista.
La crocifissione, così descritta, avvenuta ad opera dei romani, diventa opera colposa dei giudei, un fatto di giustizia interna al giudaismo: l’uccisione di Gesù, Christòs, di un profeta pacifico, che ha perfino esortato a pagare le tasse ai romani e che è quindi conforme al Kosmos romano, non è espressione del diritto romano, ma è azione degli empi e perfidi  giudei, clero, aristocrazia e popolo.
La morte per crocifissione non è logica, ma è teleologica e così come ci è stata tramandata è un falso ( Reimarus c’era arrivato in età illuministica  solo per logica, oggi ci arriva anche il matematico Odifreddi ! )
La crocifissione non è stata mai effettivamente oggetto di studio storico: essa è stata prima sottratta ed estratta dal contesto storico aramaico, romano e romano-ellenistico, poi è stata retoricizzata al fine di stordire il centurione romano che, da pagano, professa assurdamente la divinità del morto (Veramente quest’uomo era figlio di Dio! Mc. 15, 39).
Poi la morte dell’uomo–Dio è diventata un topos (un luogo comune ) per la dimostrazione di una necessarietà di morte dell’uomo per la sua resurrezione e per la redenzione dell’umanità, che partecipa ai meriti del Christos, uomo sofferente( un altro prototipo di Messia popolare), e costituisce con lui e, grazie al suo sangue, il corpo mistico degli eletti.
Infine la datazione storica, desunta da quel famoso quindicesimo anno di Tiberio, (agli inizi del magistero del Cristo) corrispondente al 27 circa d. c., riportato da Luca al momento del battesimo, è comprovata dalle altre indicazioni storiche su Pilato, sui tetrarchi Erode Antipa e Filippo su Kaifas e su Lisania di Abilene.
Proprio queste precisazioni, insistite, non convincono anche perché risultano solo dati esteriori, che non hanno spessore e consistenza con la realtà storica e sociale ed economica del tempo: esse sono volutamente poste ed ordinate per fare storia, in una fase successiva.
Luca e Paolo hanno operato in modo da staccare la figura dell’uomo da quella del Christos, tesi solo alla dimostrazione che la fede è in relazione e in connessione con la morte e resurrezione di Gesù Cristo, non con morte reale di Jehoshua Barnasha:
a loro, filoromani, non interessava chi era stato Jehoshua Barnasha, cioè Gesù figlio dell’Uomo, ma la sua figura eroica già mitizzata dalla storia giudaica.
Essi non ricordano volutamente la storia di un tecton ( un costruttore ), di uno zelota, di uno strano   terapeuta, riconosciuto dagli esseni, Mashiah, che aveva combattuto e vinto tra gli osanna popolari nel periodo postseianeo, e che poi, dopo la reazione, restauratoria, tiberiana, era stato vinto e consegnato ai romani vincitori, che avevano assediato Gerusalemme e l’avevano presa.
Essi invece ricordano la morte di Jehoshua in croce, secondo la giustizia romana ad opera del legittimo procuratore Pilato, (già esautorato) per la celebrazione della sua resurrezione, come simbolo di tutta l’umanità, che risorge per i suoi meriti divini.
Insomma, falsificando la storia, gli autori del Regno di Dio hanno mitizzato la figura di Jehoshua Barnasha, ormai entrato nella leggenda giudaica e creato il culto religioso su una base teologale pregnostica, risalente al Siracide, agli hasidim e ai farisei.
Esistono un pregnosticismo giudaico ed uno gnosticismo samaritano, non ben conosciuti, che possono essere illuminanti, se studiati attentamente e letti secondo l’ottica misterica ed esoterica, propria di Simon mago e dei suoi discepoli.
Paolo, Luca e Marco procedono leggendo la storia di Jesous Christos Kurios secondo la religiosità ellenistica in linea con il sincretismo e l’eclettismo teologale romano –imperiale.
Penso invece che il fatto della morte di Gesù in croce debba essere storicizzato e rintracciato nelle fonti di lingua aramaica, che sono le uniche attendibili evidenzianti la vita di Jehoshua Barnasha e rilevanti la morte da eroe nazionalista, da zelota.
Ritengo infatti che senza lo zelotismo la figura umana di Jehoshua non abbia significato e che la sua azione politica e storica ed anche religiosa non abbia consistenza.
Personalmente non ricerco né dove va a finire la storia giudaica e non cerco di far vedere come l’unica confluenza sia il cristianesimo, ma opero per capire come si sono svolti i fatti e se ci sono interpretazioni successive e le cause che hanno determinato quei fenomeni dopo averne circoscritte le ideologie: lo zelotismo quindi è letto solo nella sua pratica zelotica, in quel particolare momento storico e nella situazione effettiva.
Senza una ricerca sullo zelotismo e sulla lingua aramaica non è possibile la ricostruzione della figura di Gesù e specie della sua morte, anche perché Giuseppe Flavio ha fatto una storia antizelotica, letta dall’angolazione romana e flavia, nonostante l’ammirazione per quegli uomini bollati come lestai: finora la ricerca è stata sottesa e solo, talora, è stata esplicita, ma mai dichiaratamente marcata ed orientata secondo le strutture e metodi effettivamente siriaci, mesopotamici ed iranici, propri dell’area di quella lingua.
La stessa prova archeologica di una iscrizione funebre su un manufatto tombale, recentemente scoperto in Israele, in cui è scritto Jaqob bar Josip, aH Jehoshua (Giacomo figlio di Giuseppe fratello di Gesù) datato circa 63, in relazione ai fatti descritti da Giuseppe Flavio (Ant, Giud, XX, 197-99 ) è una testimonianza (non certamente sicura) dell’esistenza di un Giacomo, fratello di Gesù distinto da Giacomo il Minore ,discepolo , e da Giacomo il maggiore, fratello di Giovanni di Zebedeo.
Da questa si conosce che il fratello ha ruolo pontificale, perché porta la veste di lino riservata ai sacerdoti (Flavio XX, 216) e la mitra (Epifanio Haer. XXIX 3-4 in P.G t.41p. 396) e si rileva che inoltre è indicato col patronimico consueto con l’aggiunta del fratello, la cui notorietà, dopo circa trenta anni dalla morte, è intatta.
Probabilmente l’iscrizione letta da André Lemaire è comune a iscrizioni proprie del periodo zelotico antiromano della guerra giudaica, iniziata subito dopo la morte di Giacomo, che, secondo Flavio, comportò lo scoppio della guerra stessa e la punizione divina con la sconfitta e la distruzione del tempio.
Illuminante sia per l’individuazione di Giacomo che per il ritrovamento stesso dell’iscrizione è la notizia di Egesippo, un cristiano palestinese del II secolo d C. che oltre a narrarci la morte di Giacomo, (che testimoniava la parousia, il ritorno, del fratello ) indica anche la sua sepoltura sul luogo, dove morì precisando che il luogo fu contrassegnato da una stele (cfr Eusebio, Hist Eccl. II 23, 18)
Al di là, comunque, del recente ritrovamento, la ricerca storica deve partire principalmente dall’aramaico in quanto è la lingua locale in cui fu propagandato il pensiero del Malkuth ha Shamaim (il regno dei Cieli), se si vuole fare la storia reale della prima fase precristiana e poi rilevare il Primissimo Cristianesimo
Solo i dati in aramaico possono squarciare il buio della storia su Jehoshua Barnasha, non le fonti cristiane conosciute, inquinate, corrotte e condizionate dall’interpretazione paolina, gnostica, neoplatonica.
La lingua di Jehoshua e degli zeloti è sicuramente l’aramaico che si oppone anche linguisticamente alla lingua ellenistica della dialektos koiné, parlata in Oriente, e al latino parlato di norma in Occidente, noto in oriente: essa è basilare come fonte perché in essa sono i segni veri della cultura giudaica agricola ed è propria di una tradizione antiromana
Inoltre essa non è stata adulterata, in quanto rimasta pura ed incontaminata dalla tradizione cristiana del Regno di Dio, intesa a mandare messaggi tra i gentili ellenizzati, trascurata perché ininfluente nel quadro dell’impero romano, in cui invece si era integrata la lingua cristiana ellenistica specie alessandrina.
In epoca costantiniana, al momento della vittoria cristiana, la lingua aramaica è inincidente nella creazione del dogmatismo cristiano in quanto si è preoccupati solo della lingua ellenistica ormai veicolante il pensiero cristiano, depositato secondo le linee paoline evangeliche e patristiche, quindi ormai dogmatizzato, divenuto cioè teoria imperante.
Ogni ricerca storica quindi da parte di studiosi del Cristianesimo, essendoci pochi fatti certi, ha valore, solo se derivata da fonte aramaica, e se iniziata da una parola o frase o costrutto aramaico vigente nell’epoca dei fatti o se è espressione propria della tradizione giudaica, in lingua ebraica, la lingua sacra: i manoscritti del Qumran che rinviano ad un periodo nazionalistico, quello maccabaico e a momenti storici dell’impero giulio-claudio, e che si rifanno ad un mondo agricolo, connesso con la cultura mesopotamica e quindi parthica, possono dare  altre soluzioni effettive ad uomini che leggono, liberi dalla cultura ellenistica e coscienti del condizionamento subito dalla cultura specie alessandrina, la cui continuità “dictatoria” magistrale è ininterrotta nei primi tre secoli del cristianesimo.
La cultura alessandrina, ellenistica, quindi già adulterata prima di Cristo, portatrice di germi tipici del kosmos ellenistico, fautrice dell’integrazione giudaica nel sistema romano, anche nel corso della vita di Jehoshua, diventa espressione prima nel periodo flavio di una separazione e distinzione dal giudaismo sconfitto e poi nel periodo antonino di un tentativo di integrazione cristiana nel sistema imperiale romano, specie all’atto della nuova guerra giudaica del 134-36: la sua lingua quindi non attendibile, deve essere decodificata e seguita con estrema attenzione perché si apre a soluzioni diverse ermeneutiche
La ricerca deve essere fatta con estrema cautela e con massimo rigore sia sul versante greco che su quello aramaico: personalmente sono convinto di essermi tradito e di aver equivocato spesso, nel corso di un lavoro trentennale, nonostante i sistemi di lettura semantici nuovi da me adottati e nonostante la spasmodica tensione storica perché gli alessandrini sono i maestri dei maestri dell’esegesi capziosa e polivalente
Uomini come Clemente e come Origene non sono attendibili proprio perché ellenistici nonostante il grande  amore per la tradizione giudaica di matrice ebraico-aramaica : sono troppo schematizzati nel loro dogmatismo e quindi cattivi trasmettitori anche quando riportano teleologicamente le notizie storiche in quanto il loro vero è vero filosofico, è teologia.
Eusebio è un costantiniano e quindi la sua storia tende a centralizzare il Cristianesimo astoricamente; e Costantino, per di più, è visto storicamente da lui, come Augusto dagli scrittori augustei come centrale nella storia.
Girolamo non è uno storico spoudaios e, tanto meno, diligente traduttore: non ha nemmeno il senso della storia e del rispetto delle fonti o di chi scrive; è un fazioso, di tradizione latina: non ci ha dato mai una notizia esatta nemmeno sulla letteratura latina!
La tradizione monastica di Palladio ci ha fatto un ritratto non certamente positivo di Gerolamo (Storia Lausiaca – testo critico e commento a cura di G. M Bartelink- Fondazione Valla 1974-  36, 6 e 41, 2)
A chi intende fare storia sul Cristianesimo ( e mi riferisco ai miei alunni), perciò, consiglio di distinguere il periodo fino al 43/4, anno della morte di Erode Agrippa, ancora connesso con la storia giudaica ed operare con uno studio serio dell’Aramaico in modo da leggere esattamente la storia di Jehoshua .
Il grande enigma per me è l’opera di Filone  Peri Areton, di cui ci restano In Flaccum (acefalo)  e Legatio ad Gaium (che  anticipa una Palinodia che non c’è): la sua ricostruzione , seguendo anche Eusebio che parla di 5 libri   , potrebbe portare ad una vera svolta  storica , se si presuppone come I libro Ta kata  Seianon (  trattante le cose successe ai giudei sia palestinesi che ellenistici  sotto il potente ministro tiberiano con la reazione zelotica, che determina il regno di Jehoshua -32- 36-, la  sua crocifissione e le conseguenze tragiche in Egitto e precisamente in Alessandria sotto il governatore Avillio Flacco )   come II libro in Flaccum (Ta kata Phlaccon– descrizione delle disgrazie capitate agli alessandrini -) e come III Ta Kata Gaion (trattante le vicende tragiche di Palestina dopo l’invio di Petronio Turpiliano, col compito di applicare le norme della neoteropoiia caligoliana – di cui la theosis era una basilare legge-e di porre nel tempio di Gerusalemme il suo colosso) come IV Legatio ad Gaium e come V  palinodia ( il nuovo canto  con la morte del persecutore voluta da Dio  e con il ritorno alla normalità con Claudio).
Comprendo che tale ricostruzione non sia oggettiva e scientifica ma la ritengo possibile e  probabile, date le tante risonanze  e le sottensioni più o meno esplicite  presenti negli ultimi tre libri di Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio .
Certamente Filone conosce gli avvenimenti e Flavio le riecheggia  nel cantare le tante disgrazie capitate agli ebrei in quegli anni (26- 41 d.c)  nel corso del XVIII e XIX libro , ed anche nel XX e meglio precisate  nella guerra giudaica ,descritta ampiamente in Guerra Giudaica (specie nei libri III-VII) comprendente gli avvenimenti  fino alla conquista di Masada nel 73 d.c.
Personalmente invito a separare la storia dell’inizio del cristianesimo da quella del giudaismo, considerando che, però ,esse hanno una storia congiunta fino alla guerra con i romani e alla distruzione del Tempio, che è la data di discriminazione netta tra le due confessioni che vanno in due direzioni diverse.
Anzi i seguaci di Cristo, come cristiani, si separano perfino dai fratelli seguaci di Jehoshua Meshiah: questi mantengono la lingua locale, mentre quelli entrano definitivamente nel sistema ellenistico-romano in cui si è diffuso il Cristianesimo.
La traslitterazione ellenistica del grafema aramaico-ebraico  ha valore di similarità e significato equivalente e equipollente in caso di fedeltà, e normalmente se tradotto in Greco, in latino ed Italiano o lingue attuali ha valore e significato sinonimico: il sinonimo per me è un’altra parola di altra radice di altro contesto e quindi apre altre porte e conduce ad altri significati con altri campi semantici, grazie ad un rimando di famiglie lessicali, complesso e con altri contesti, insomma apre verso un altro mondo, tutto da scoprire!
Chiaramente se si vuole fare storia del Regno dei Cieli bisogna prediligere la fonte aramaico-ebraica e tenere presenti le fonti in lingua greca che indirettamente e velatamente possono sottendere le forme originali: le linee fondamentali della figura di Jehoshua figlio dell’ uomo,    di tecton (falegname ) di lestes (  zelota ) sono rilevate secondo l’angolazione dell’impero romano che tenta di inglobare i popoli conquistati nell’ellenismo romanizzato integrandoli nel proprio Kosmos, di matrice stoica, posidoniana,  e che perseguita ogni stasis (tumulto rivoluzionario tendente alla novitas) reprimendo con la forza i movimenti  zelotici.
Bisogna però considerare che la lettura del testo greco ha una terminologia che deve necessariamente essere riletta ed interpretata da un’angolazione aramaica, che era stata la base significativa ( in quanto significante, con sottesa referenza, ) del termine greco derivato.
Questa sola lingua marca la cultura locale, e mostra la figura di Jehoshua bar Josip Bar Nasha,  come qanah zelota,qayin costruttore, rab(bi), maestro, inserito con i suoi fratelli nel suo naturale contesto antiromano come uomo che combatte per attuare il Malkhut ha shamaim, da partigiano, che non può sopportare la presenza dei romani nella terra santa e che quindi aggrega al comune movimento insurrezionale sia i fratelli di Partia che gli ellenisti egizi e mediterranei, pur commercianti, e grazie ad una fortunata guerra di liberazione riesce a prendere Gerusalemme e a proclamarsi Maran(Melek, re ) dopo che ha avuto l’investitura essenica di Mashiah.
Gli avvenimenti storici della realizzazione del Malkuth vanno dal 18 ottobre 31 al 36 d. c. a seguito della spaccatura operatasi nell’imperium dopo la morte di Seiano (che sostituì nel governo dell’impero, con vari titoli, Tiberio dal 23 al 31) e della mancanza di auctoritas in Oriente dopo la morte del Governatore di Siria, P. Flacco e la momentanea sospensione di Pilato e dello stesso Erode Antipa, compromessi con la politica seianea.
La conquista di Gerusalemme e l’istituzione di un nuovo sacerdozio, quello essenico, a scapito dei sadducei, hanno forse una durata di quasi cinque anni in cui viene instaurato il Malkhut da Jehoshua sostenuto da una confederazione formata da Artabano re dei Parti, da Izate re di Adiabene, da Areta re dei nabatei e da Asineo, satrapo di Mesopotamia
La riconquista di Gerusalemme, da parte romana, avviene con l’invio, da parte di Tiberio che ha ristabilito con ferocia la sua auctoritas nell’impero, per mezzo  del proconsole L. Vitellio( le notizie specificamente sono di Tacito, di Svetonio e di Dione Cassio, oltre alla fonte giudaica di Giuseppe Flavio) che, costretto Artabano al trattato di Zeugma, assedia Gerusalemme e la costringe alla resa.
L’arresto di Jehoshua e la sua crocifissione avvengono per tradimento dei sadducei, che, ripreso il potere sacerdotale, ottengono dal Sinedrio il mandato di consegnare il capo della rivoluzione per la salvezza del popolo e con essa la resa ai romani, che avevano dato l’ ultimatum (distruzione della città o resa con consegna dei capi).
La successiva morte per crocifissione è punizione romana ad un uomo che si è proclamato illegittimamente re, turbando l’ordine imperiale e creando caos nel Kosmos, in cui le parti giudaiche sia quella di Palestina che quella della Diaspora avevano grande rilievo, l’una per la ricchezza del tempio-trapeza (banca ), l’altra per il sistema dell’emporion(commercio) e delle trapezai ellenistiche.
La morte per crocifissione però non determina la pax romana in Giudea e nella Diaspora e non chiude definitivamente il capitolo della vita di Jehoshua, la cui fama di eroe partigiano ucciso dai romani, dopo avere conseguito il regno, ingigantisce in tutto il mondo romano ed anche in quello partico.
La crocifissione e morte per la cosiddetta resurrezione dai morti (anastasis toon nekroon ) o risveglio da parte di Dio di Jehoshua, diventano segno di nuove pulsioni insurrezionali, connesse con pratiche memoriali.
Jehoshua risorto dai morti ed apparso a molti, autorizza Jakob, scampato alla morte e mantenuto nelle sue funzioni sacerdotali, forse, in modo congiunto al sacerdozio sadduceo, a celebrare il fratello secondo la storia ( toledot) giudaica, a rievocarlo e ad elaborare un sistema di conservazione della memoria del fratello, la cui epopea tragica si era impressa a livello popolare giudaico, sia in Palestina che fuori, dando origine ad una serie di comunità di seguaci, tra cui quella di Antiochia, che si era autodefinita Cristiana.
Il capo di tutte queste comunità, comunque, resta sempre Giacomo (Jakob) che giustifica la morte, tramite le scritture, in senso farisaico ,secondo l’ottica escatologica e d apocalittica e che attende il ritorno (parousia) del fratello, destinato a vincere, definitivamente questa volta, i romani, in quanto dotato di poteri soprannaturali divini.
Il suo magistero per oltre ventisei anni, contrassegnato da una vita irreprensibile, da giusto, da recabita e da nazireo, basato sulla penitenza e sulla clandestina preparazione alla guerra, supportato da un amore popolare, espresso dall’ euaggelion della parusia, è indiscusso in Palestina, ma è scosso da una serie di suddivisioni nel quadro ellenistico, dove tra le altre forme evangeliche si afferma quella di Paolo, beniaminita, uno strano mistico di Tarso, ribelle all’autorità di Gerusalemme, che ha elaborato un altro euaggelion, basato sulla resurrezione dai morti anche lui e sulla redenzione ad opera di Jehoshua, chiamato Jesous Christòs Kurios, uomo dio venuto sulla terra ,col compito di redimere l’uomo dai peccati ,e morto sulla croce (skandalon della croce), per formare ,così ,il corpo unitario dei fedeli che, credendo in lui, partecipano dei meriti della sua morte e costituiscono il corpo mistico della Chiesa.
L’idea paolina è una sincresi di culto isideo, pregnosticismo e pitagorismo-platonico ed essenico, di grande efficacia, capace di inserire così il cristianesimo nel Kosmos romano, anch’esso sincretico ed ecumenico.
Paolo, però, ha bisogno di una riconversione e di una riabilitazione, in senso romano-ellenistico, di Jehoshua, considerato ora uomo santo, pacifico, predicatore di un regno ultraterreno capace di distinguere anche il potere spirituale da quello temporale, invitante perfino a pagare le tasse ai romani.
Dopo la morte di Giacomo ad opera di Anano II, in lotta per la supremazia per il sacerdozio nel tempio, la Giudea va al disastro della Guerra coi romani( vista quasi come la conseguenza della morte di Giacomo da Giuseppe Flavio ) e la ecclesia (chiesa) di Antiochia, che, nel frattempo, ha predicato il suo vangelo con Paolo ed altri anche in Occidente fino a Roma, dopo la sconfitta dei confratelli palestinesi, se ne distacca definitivamente anche perché, dimentica della legge mosaica, tende ormai ad un proselitismo pagano.

E’questa un via giudeo -cristiana su base ellenistico-latina che archivia la comunità giudaico-cristiana di Gerusalemme  nel 135 : i theologoi cristiani,   in quanto pagano christianoi , ignorano i superstiti giudeo cristiani  che si sono dislocati in ambienti dove è meno pressante l’imperium romano, autore della loro strage  e cacciata definitiva,  in zone dell’Arabia, nelle vicinanze dell’Eufrate  e mantengono la loro lingua aramaica o nabateo-aramaica.
Col trionfo di Tito a Roma probabilmente si rompono i rapporti con le chiese ancora esistenti giacomite e nell’ambito romano ,forse, viene scritto il vangelo di Marco, che codifica le idee centrali di Paolo e immette per sempre nel sistema romano ecumenico la corrente religiosa del cristianesimo.
Ma la carica eversiva di matrice giacomita nell’impero non si conclude con la fine del malkuth: essa resta sottesa come elemento di opposizione all’impero romano come pertinace ed ostinata volontà di creare un regno nuovo, insito nel pur spirituale regno paolino…
Tutta la lettura successiva delle persecuzioni è stata fatta sulla base dello stereotipo di persecutori e di perseguitati e non è stata neppure letta la posizione di un’azione probabile eversiva continua di un mondo di matrice zelotica, che, però si è riciclato con la organizzazione ellenistica dell’alabarca oniade, che mi sembra abbia costituito la vera impalcatura di una chiesa romana vincente, capace di sostituire la stessa organizzazione pagana imperiale.
Questa conclusione non esaustiva, essendo una conclusione,seppure in itinire, rimanda a studi specifici e a documenti che per ora non produco: so, comunque, di dire cose strane per i fedeli e di esser novus e comprendo che così scrivendo, sarò messo alla berlina, ma confortato da tanto lavoro serio ed approfondito, ho il coraggio, come sempre nella mia vita, di testimoniare il mio pensiero e di dire quanto ho trovato.
Ora sento l’urgenza, essendo vecchio, di confessare questa alètheia, cioè questa verità desunta, che non permette di essere occultata, se ha un fondamento storico.
Perciò, pur cosciente che non pochi saranno gli errori (ed anche di varia natura) sicuro solo che la ricerca è stata effettivamente storica, affido ai miei alunni e ai  figli   questo messaggio storico di Gesù.
Io ancora, comunque, mi sento cristiano, forse nel senso più alto del cristianesimo paolino, senza le invenzioni gnostiche e seguo una lettura  del testo  masoretica e  non quella del testo dei Settanta .
Accetto questo testo   perché  tutto il canone ebraico (compreso i Talmudim ) dà maggiori  garanzie rispetto a quello dei Settanta (e della sua tradizione con i vangeli e gli altri testi canonici  formanti il canone cristiano) che con La lettera di Aristea  si è costruito come catena(masorah) .
Il cristiano confonde  quando afferma che giudaismo e cristianesimo si fondano sullo stesso testo della Bibbia: bisogna saper distinguere i due  diversi canoni   Cfr I due canoni…
Però  come cristiano mi sono decondizionato dall’idea di cristianesimo come religione perfetta  ed invito non solo i cristiani a  farlo ma anche gli ebrei e i  musulmani…

Noi tutti , qualunque sia la religione,  abbiamo l’idea di ebraismo, cristianesimo e di Islam, buddismo ecc e quindi ci siamo formati fin da bambini un’ideale immagine religiosa.

Ognuno perciò  ha una sua idea religiosa con immagini proprie astoriche ed irrazionali, perché si rappresenta teoricamente una immagine ideale di Mosè, di Christos,  di Maometto, collegata col culto e con la pratica prescrittiva  di tipo fideistico ed ecclesiale. Ogni religione è bella buona razionale, perfetta  apparentemente in quanto idea , la cui immagine resta fissa ed eterna, nonostante il divenire,grazie proprio agli accorgimenti e  i ritocchi e gli abbellimenti  di chi come clero cura la figura nel tempo secondo theoria  ( in modo spettacolare)…

Dunque ebraismo cristianesimo e islam sono essenze storiche , perfette, mitiche, storicamente mitizzate, eguali sempre e dovunque… eppure ogni religione proprio perché essenza ha una forma  temporale che, divenendo, necessariamente  cambia in un processo di adattamento e di trasformazione  a seguito della vicenda umana, transeunte,  in cui essa come substanzia è realmente vivente …

Il tempo dunque pur alonando la figura di Mosé, di Christos e di Maometto,  la cambia a seguito di operazioni di lettura e di studi,  che, seppure ispirate, aggiungendo qualcosa,  snaturano  l’originaria immagine …

Comunque ritengo che con lo studio serio  di Storia di  Religione, eliminando l’ora di religione (cristiana), si possa iniziare un nuovo processo di lettura nelle scuole senza le specifiche esegesi dottrinali,  allegoriche . ..

La storia secondo metodo  scientifico, razionale, laico, potrebbe essere una via nuova per una nuova forma religiosa…per tutti e per ogni singolo uomo….

Da gens taeterrima a gens perfida

Da  gens taeterrima a perfida

L’Occidente e il pontificato romano nei primi cinque secoli  non hanno avuto mai problemi con i giudei che  avevano avuto dimora a Roma  o erano  transitati per l’Urbe  per dirigersi  tra il 70 e il 135 verso la Spagna e la Gallia  o anche verso la Germania e le regioni orientali oltre il Danubio.
In quelle regioni  i giudei sconfitti, consapevoli della loro condizione(Giustino Inizio del Dialogo con Trifone), cominciarono  a costituire quei modi di vivere ebraico che poi saranno tipici e dei   “sefarditi” e  degli “askenaziti”,  che, dopo la galuth adraianea, durante il periodo antonino e poi severiano svilupparono caratteri diversi da quelli  della madrepatria e da quelli rimasti in oriente  o rifugiati presso i correligionari di Partia  o presso gli ellenisti sparsi per il Mediterraneo o viventi ad Alessandria e nell’ alto Egitto, ormai di lingua greca.
I giudei si erano disgiunti dalla setta cristiana antiochena anche se a lungo avevano mantenuto i rapporti con i seguaci di Giacono e con la cosiddetta “chiesa primitiva di Gerusalemme” ed avevano bollati i cristiani come apostati e li avevano maledetti: la Birkat ha Minim  la dodicesima benedizione ebraica dell’Amidah,  era espressamente rivolta contro i “nazareni” cioè i seguaci di Gesù: “periscano in un istante i nazareni e gli apostati”, ed avevano pregato contro la nuova forma religiosa, deviata dalla Torah.
Dal 400 a.c,.dopo la lettura di Ezra e il nuovo patto, si era costituita la religione della legge.
Allora il tempio il culto e la legge hanno un valore unitario che è proprio per il significato che acquisisce la sinagoga con lo scriba e con il maestro di saggezza...
Inoltre ci sono molte critiche e molti versi blasfemi e satirici contro Gesù nelle varie Toledot  di Yesu  “l’appeso”: non è il caso di soffermarci sull’ odio dei giudei contro i seguaci di Cristo…
Roma nei primi tre secoli ebbe funzione di Capitale e la chiesa romana era ben povera cosa  anche se il titolo di vescovo  comincia ad avere un valore solo nel 4° secolo, dopo un secolo che la città ha perso la sua funzione di Caput mundi ed è  solo una città famosa perché da essa è sorta l’impero, ma in Occidente  ormai è superata da Milano e poi da Ravenna  oltre che, dopo la riforma Dioclezianea da altre capitali imperiali come Treviri, Sirmio,  Nicomedia.
Il termine taeterrimus (superlativo di taeter ) era stato dato da Tacito che doveva aver visto (o sentito parlare)  gli eccessi giudaici in Africa e a Cipro durante la guerra di Kitos  e che aveva rilevato l’infedeltà  nei confronti di Traiano durante la spedizione contro i parti e l’invasione della Mesopotamia  ma poi, dopo la sconfitta di Shimon bar kokba , il giudaismo era rimasto come nascosto come se volesse scomparire per non essere schiacciato dal potere imperiale  romano.

Il termine indica ripugnanza  da parte romana nei confronti degli ebrei e sottende  deformità dell’individuo di cui si parla  e di cui si rileva la bruttezza più spirituale che fisica …Nell’impero romano, dunque, i giudei rimasti si erano come mimetizzati in occidente e al nord, mentre rimanevano vivaci solo quelli alessandrini ed antiocheni per parlare delle comunità maggiori…

In oriente  gli ebrei si erano mescolati con i parti e con gli arabi. Nuclei di naziroi e di giudeo-cristiani penetrano lentamente in Arabia orientale  verso Kufa e da lì passano parte, dopo essersi allontanati dalla confluenza dei due fiumi mesopotamici   nell’Iran  e parte scendono  verso l’Oman…

Dopo il concilio di Calcedonia molti gruppi giudaici e giudeo-cristiani,  o cristiani nestoriani e monofisiti  già stanziati in Higaz  penetrano nell’interno del Nagd  ma anche verso sud, lungo la costa  fino all’Hadramaut… e saranno attivi perfino  con lo stesso Maometto …

La fondazione di Costantinopoli, comunque,  nel 330 sull’antica Bisanzio,  fa cadere anche gli ultimi segni di Potere,  che Roma manteneva : Costantino e i suoi figli, barbari , ignoranti, secondo il pensiero di Giuliano l’apostata, trascureranno Roma e saranno tutti dediti a costituire la Nuova Roma e ad ingrandirla…
Questa impresa  propria dei costantinidi e teodosiani dura oltre un secolo e sconvolge l’impero: grande rilievo ha la corte e quindi l’amministrazione politica ed economica oltre al sistema religioso della Capitale  nuova col suo ruolo ora  predominante, specie dopo che il cristianesimo è diventato religione ufficiale dell’impero ed è  iniziata la colonizzazione  cristiana mediante un radicale esercizio di annientamento dei pagani e degli ebrei: a Roma quindi è rimasto solo il   vescovo cristiano, che svolge una funzione secondaria in quanto  è succursale di una ecclesia orientale (Antiochia forse o Efeso). La chiesa romana , considerato lo scarso valore rispetto a quelle orientali, per quasi quattro secoli tenta la scalata verso posizioni di riguardo nei confronti delle chiese dominanti di Costantinopoli- Antiochia e di Alessandria, in nome di una apostolicità discussa.
In questa lunga logorante lotta per conquistare un qualche potere  le eresie del II e del III secolo dànno una qualche opportunità di far sentire la voce del vescovo di Roma – che  è , si badi bene, voce greca di un orientale – anche  se sovrastata da quella del collegio dei vescovi di Africa e specie di quella di Cartagine  (Cipriano ad esempio)  o di Milano,  seppure  cerchi di avere una sua  dignità ed auctoritas   nei confronti delle chiese occidentali, di lingua latina,  di Spagna e di Gallia, in nome della  antica potenza politica di Roma.
Solo con Massimo il Confessore, Pseudo Dionigi e specificamente con Pseudo Isidoro nel VII secolo sembra che si inizi in ambiente occidentale e a Roma in specifico, a  parlare di  un nuovo ruolo, quasi di antagonista nei confronti delle chiese ancora protagoniste  di Costantinopoli e di Alessandria.
E in questo periodo si usa il sintagma latino iudaica perfidia e si comincia a pregare  per i perfidi giudei con la valenza specifica  di una connotazione  di fides da fidus al superlativo-(perfidus = fidissimus) che si tramuta in fanatismo religioso e in integralismo.
Lo scenario antigiudaico, però, è realmente tragico agli inizi del V secolo  a Costantinopoli e ad Alessandria sotto il regno di Arcadio e poi dei suoi due figli Pulcheria e Teodosio II, in un clima bigotto e estremamente integralista cristiano, quando si ottempera ciecamente  ai decreti di Teodosio I  e  grazie ad essi inizia la cristianizzazione forzata di pagani e di ebrei.

Giovani Crisostomo e Cirillo Alessandrino sono  due uomini estremamente determinati e pervasi da zelo religioso oltre che da grande interesse politico, in una fase di grande lotta tra le due grandi chiese in un momento in cui prevale quella alessandrina su quella costantinopolitana :  si segnalano come figure di Santi e di Padri della Chiesa,  essi, che fanno,comunque,  da una parte, orrore per il loro intransigente integralismo  e, da un’altra, pietà per la meschina azione  repressiva specie contro i giudei, qualificandosi come mero strumento politico  per un interesse  episcopale, approfittando dell’assoluto vuoto di potere politico e sfruttando i maneggi di corte,  velati sotto le forme di arianesimo e monofisitismo.
Giovanni Crisostomo patriarca e papa di Costantinopoli  ha scritto molte omelie  feroci contro i giudei, mentre  Cirillo ( e prima suo zio Teofilo) ha annientato il genos giudaico alessandrino che aveva avuto meriti infiniti nella storia della grande città egizia…
Le omelie sui giudei e i “giudaizzanti”raggruppate col titolo Contro i Giudei (senza entrare in merito alla letterarietà e alla retorica delle omelie e senza prendere in esame il testo) sono inviti alla violenza con un linguaggio pazzesco, isterico, entusiastico e sono espressione della ferocia cristiana ora rivelata in una esplosione rabbiosa di menti represse.
Bisogna dire che non esiste (secondo me)  nella letteratura di tutto il secolo  ferocia maggiore contro i Giudei di quella di Giovanni Crisostomo: fa senso che un theologos possa parlare in termini così  crudi e chiaramente malvagi.
Giovanni mettendo a rischio di pogrom le minoritarie comunità ebraiche viventi  nelle città cristiane, convince tutti  i cristiani costantinopolitani e con essi tutta la cristianità che i giudei hanno ucciso Gesù, il loro uomo-Dio: l’intento di Crisostomo è di separare nettamente cristianesimo e giudaismo mettendo i cristiani giudaizzanti di fronte alla necessità di una scelta radicale anche se lui è stato uno dei più convinti a  mantenere il legame tra Vecchio e Nuovo testamento. Un paradossale mistero l’animus di Giovanni Crisostomo!
Nelle otto omelie, quindi, Crisostomo cerca di dimostrare di quali nefandezze siano colpevoli i giudei, secondo il tipico metodo della polemica anti-giudaica e anti-ereticale, consistente nella diffamazione dell’avversario.
Per esempio, Crisostomo sostiene che le sinagoghe sono postriboli, caverne di ladri e tane di animali rapaci e sanguinari, e che  i giudei sono  animali che non servono per lavorare, ma solo per il macello (Om.,1,2).
Egli aggiunge precisando e parlando di  feroce bestialità :  infatti le bestie dànno la vita per salvare i loro piccoli, i giudei, invece, li massacrano con le proprie mani per onorare i demoni, nostri nemici, e ogni loro gesto traduce la loro bestialità.(Ibidem,1,6).
Invita poi i cristiani a separarsi nettamente e a non avere  niente a che fare con quegli abominevoli giudei, gente rapace, bugiarda, ladra ed omicida(Ibidem IV,1).
Personalmente leggendo Giovanni Crisostomo mi sono persuaso che ogni integralismo è pernicioso: quello ebraico antiromano e quello cristiano antipagano ed antiebraico e quello islamico contro l’Occidente americanizzato e l’America stessa sono espressione di una stessa faccia: il clero,  se dominante sulla laicità,  impone il suo dettato dogmatico a laici ,non ancora capaci di razionalizzare il processo mitico-religioso, ancora presi e angosciati dal phobos della rivelazione divina, di cui è garante il clero, grazie all’usurpazione dell’ esegesi allegorica...
Comunque, a Roma  nel momento del processo di Massimo il confessore, strenuo antagonista del monotelismo, accettato a Costantinopoli dall’imperatore Costanzo II, il papato romano cominciò ad avere un valore nuovo, non del tutto noto grazie al sacrificio e al martirio del Papa e  alla grandezza dello stesso confessore,  che si evidenziò nel sinodo lateranense specificamente nel II Concilio Costantinopolitano nel 680-681…

Integralismo giudaico-cristiano ed integralismo islamico sono due stesse forme di una medesima faccia...Torah Vangelo e Corano, come parole di Mosè, Gesù e Maometto, devono solo aver un valore privato di purificazione individuali e non  essere un respiro divino, rivelazionere diretta di Dio, l’unica via  di salvezza…ogni uomo  deve procede nel suo orientamento, alla ricerca di un proprio percorso, il migliore possibile, in relazione alle sue specifiche qualità e possibilità ,secondo la propria sensibilità…

Giulio Erode il grande, filelleno

Dopo molte ricerche e traduzioni  sono  giunto ad una risultanza storica  non conforme alla tradizione letteraria, culturale, politica, quasi opposta a quella della tradizione religiosa sulla figura storica di Erode il Grande. Fino ad oggi la titolatura di Erode Il grande era in relazione ai figli e ai nipoti  e non certo alla sua immagine di re  e di statista e tanto meno di uomo che da privato era diventato sovrano, che da idumeo  era diventato ebreo  e signore  dell’ Iudaea, prima grazie ad Antonio, poi era stato riconfermato da Augusto.
Dunque, la mia risultanza storica è  quella di una nuova lettura di Erode che viene studiato senza  pregiudizi, specie religiosi, senza  riferirlo minimamente alla figura di Gesù Cristo.
Noi abbiamo letto la storia di Erode come Philellhn, come filoromano e come figlio di un etnarca idumeo  Antipatro  e di una principessa Nabatea, Cipro, dopo averne rilevato la formazione  nel quadro dell’ebraismo ellenistico  filoromano e  in quello antiromano aramaico.
Nel nostro lavoro abbiamo tenuto presente  Filone e Giuseppe Flavio, frammenti di Nicola di Damasco, (che ci fa intravvedere la fonte di Tolomeo di Ascalona) e in subordine storici latini e greci  che lo hanno menzionato ed abbiamo volutamente trascurato la fonte evangelica e quella dei padri della Chiesa: noi neanche prendiamo in seria considerazione i fatti secondo la tradizione cristiana circa la nascita del Christos, la strage degli innocenti e l’arrivo dei re magi, dopo la scrittura di La Nascita di Gesù e di  La Fuga in Egitto , due capitoli di  Jehoshua o Iesous? ( Maroni, 2003).
Grande rilievo abbiamo dato alla lettera di Erode Agrippa a Caligola in Legatio ad Gaium, di Filone Alessandrino, da cui abbiamo avuto la possibilità di  tentare una revisione della figura del re giudaico.
D’altra parte  mi sembra che  anche  Abraham Shalit(1898-1979)  sia sullo stesso piano ed abbia concluso il suo lavoro considerando Erode come uno dei migliori re  ebrei  e certamente un grande re per il popolo ebraico, nel suo insieme, un uomo coraggioso e valoroso, un politico   dalla mente acuta,  capace di lasciare una grande eredità  politica, rovinata solo negli ultimi anni di vita.
D’altra parte anche Samuel  Sandmel(1911.- 1979) nella sua biografia su Erode   non aveva minimamente negato i meriti del sovrano filelleno  e lo aveva ritenuto uomo  ponderato ed avveduto in ogni azione,nonostante i limiti di  parallellomania, cioè la volontà di fare  i continui confronti tra ebrei e cristiani .
In effetti  Erode, specie come militare e come statista alla scuola di suo padre Antipatro e di Antonio, prima, e  successivamente, di Ottaviano e di Marco Agrippa,  due parvenus  di eccezionale intelligenza,  era stato a lungo per decenni  un dux prudens, un re moderato e un vir civilis / o politikos veramente saggio  scaltro certamente, più di ogni altro,  abile al punto di  diventare  il terzo simbolo dell’impero, data la stretta amicizia con i due romani, dominatori dell’ecumene…
Comunque già da anni la storiografia si volge ad Erode con una nuova attenzione  rivolta non tanto al personaggio,  ma a contesti e alle situazioni e alle forme  strutturali degli enunciati in un tentativo di lettura,  teso al fine  di  trovare, sotto  i termini, la vera ragione dell’odio di una parte del giudaismo, quello aramaico, e poi della setta iakobita malkuthiana e degli  altri antiromani, che successivamente andarono alla distruzione del tempio e di Gerusalemme,  in una graduale sorda opposizione al potere romano, dato il loro intransigente barbarico integralismo…

Arginata l’invasione parthica da Antonio, responsabile del settore orientale, grazie al Legatus  Ventidio Basso, vittorioso a Gindaro, dato il regnum ad Erode nel 38 a.C., Roma assicurava, per  quasi un trentennio, alla regione stabilità e pace con un’organizzazione diretta da Augusto e da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato per il settore orientale  dal re giudeo.

Erode con una politica  lungimirante, tesa a staccare il suo popolo dall’orbita parthica e ad ellenizzarlo, meritava davvero  il titolo di grande re  fino alla morte del suo amico Marco Vipsanio Agrippa  nel 12 a.C., ma poi, per molte ragioni,  perdeva auctoritas e potestas e tra i romani e tra il suo popolo, invischiato in congiure di famiglia  e ormai debilitato dalla malattia e dalla precoce vecchiaia.

Eppure aveva assicurato pax al suo popolo, stabilità internazionale e sicurezza interna e un buon rapporto tra gli aramaici ciseufrasici e transeufrasici, dando rilievo al sacerdozio e al tempio, nonostante le accuse di uomo di  menzogna e  di philellhn,  a lui dato dagli esseni.

Fu davvero un grande re Erode, l’unico capace di tenere un genos fanatico della propria elezione divina e  del suo patto eterno col suo  Dio e padrone, pur quotidianamente offeso dall’ invasore romano, pur dilacerato  e scisso nel suo interno tra una pars aramaica mesopotamica integralista ed una pars progressista,  aperta ad ogni novitas ed abile a sfruttare la koinonia universale romana.

Erode un politico eccezionale, terzo uomo dell’impero, quale  epitropos orientale, gestore dei rapporti con l’impero Partico, methorios tra Roma e Ctsifonte, amico  di Augusto e di Vipsanio Agrippa!  Dopo la pausa erodiana, ricominciavano  le staseis  giudaiche aramaiche contro i figli  di Erode e  contro il sacerdozio sadduceo, in nome di un’ antiromanità, fomentata dai re di Parthia, specie in epoca tiberiana, da Artabano III.
L’equivoco cristiano che mette insieme, confondendo il Regno dei Cieli con il Regno di Dio,  determina nella tradizione cristiana  di matrice antiochena e poi alessandrina,  un assorbimento dei valori aramaici anche, dopo l’impresa di Shimon bar Kokba e con esso una lettura di Erode in senso negativo, come uomo di menzogna e quindi come espressione negativa del giudaismo filellenistico…

La lettura cristiana di Erode non è neanche in linea con quella del Bios  del grande re secondo Giuseppe Flavio ( Antichità Giudaiche  parte XIV,  XV,XVI, parte del XVII)…

I vangeli e la tradizione cristiana conoscono superficialmente l’ultimo Erode e lo descrivono  come un Saul degenerato,  come un fosco,  tetro, bieco personaggio  di una tragedia  di Seneca… come l’antagonista del Christos … uios Theou…

Dunque, Erode,  uomo di menzogna  è figura tenebrosa, opposta a Christos, uomo di verità, figlio di David,  logos, nomos empsuchos, Dio -amore, solare espressione di vita …

Una visione, dunque, astorica di  Erode il Grande è quella cristiana, nata dopo la fine degli ultimi  eredi erodiani, dopo la Galuth  di Adriano.

Cerchiamo, dunque, di capire, da laici, il  reale contributo Giulio Erode, al giudaismo e al  cristianesimo!

Noi, dopo uno studio di oltre 50 anni sul Grande Re, diamo le nostre risultanze:

a. circa l’origine della stirpe  degli antipatridi Cfr. Antipatro padre di Erode;

b. circa la famigliarità di Giulio Erode con la domus Giulio-Claudia cfr. Giulio Erode Basileus;

c. circa le lotte tra la familia idumea e quella asmonea cfr. Alessandra  suocera di Erode; Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne;  la morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro;

d. circa la successione  cfr. Giulio Archelao, figlio di Erode e Il falso Alessandro ed Augusto;

e. circa l’opera  in senso agricolo,  commerciale ed industriale  di Giulio Erode, un costruttore sublime,  che si serve del lavoro dei qainiti/tektones  cfr. Erode e la Siccità.

Perché si lascia un’opera così grande  senza degna pubblicazione? L’autore è traduttore anche di  Giuseppe Flavio e di Filone? L’autore ha mostrato un altro Gesù Cfr. Jehoshua o Iesous?

Secondo alcuni critici  sarebbe doveroso studiare attentamente l’opera del professore!

Diaspora

Diaspora (dispersione) viene da diaspeirein (spargere, disseminare), ma deriva  specificamente dall’uso passivo di diasparmenoi (dispersi) ed indica  un fenomeno proprio del popolo giudaico, che, come altre etnie, costituisce colonie apoikiai, ma le fonda in modo diverso e determina una particolare colonizzazione, costituendo una corrente isolata,  in un mare ellenistico-romano,  vivendo una vita diversa rispetto alle altre gentes.
In effetti il popolo giudaico ha un rapporto ambiguo con l’impero romano, nel cui seno si è inserito,  essendo nella totalità ellenistica, partecipe del sistema  commerciale, ma è ai margini, al confine col mondo della Partia, di cui è  parte, sia come lingua che come costumi, in quanto è etnia di cultura aramaica.
Traumatica è la posizione dei giudei ellenisti, che, avendo sviluppato un sistema capitalistico, favoriti, prima dai lagidi poi dalla famiglia giulio-claudia, hanno un eccezionale progresso tanto da oscurare le altre etnie e da attirarsi l’inimicizia dei greci.
Essi, da una parte, restano isolati  in quanto farisei, per religione costretti a riunirsi in un sistema chiuso e a vivere fraternamente  nel rispetto della Legge, da un’altra, però, obbligati ad integrarsi, con l’ellenizzazione e, quindi, a vivere da greci  per avere parità di diritti politici e per  fare carriera politica, nonostante  la diversa cultura, il geloso  particolarismo legalistico, il culto del tempio di Gerusalemme e la pretesa di essere depositari della verità, in quanto figli privilegiati di Dio.
Per capire la tipicità della diaspora  bisogna leggere attentamente Filone, dal cui studio si ritiene si possa riuscire a  spiegare  il fenomeno.
Filone è un oniade e, quindi, è erede della fortuna di Onia IV, che aveva costituito il sistema capitalistico in Egitto, ad Alessandria, aveva costruito perfino un proprio tempio a Leontopoli e si era scisso parzialmente dall’ideologia  sadducea gerosolomitana:  i suoi  figli e nipoti nel periodo lagide  erano stati uomini di corte, di armi e  di cultura ed avevano una loro autonomia nel regno dei Tolomei,  da cui erano  protetti  secondo legge nel loro politeuma, nel tipico modo di vivere  la loro cultura.
Gli oniadi si erano organizzati grazie agli appalti , che compravano dalle autorità  e grazie alla loro espansione  in senso finanziario ed economico, mediante la fondazione di apoikiai colonie giudaiche,  esprimendo così superiorità sulle altre etnie  tanto da determinare l’invidia  commerciale  dei greci, dominatori .
La capillare diffusione  delle banche trapezai  e dei grandi magazzini  emporia  con  la coordinata organizzazione dei compiti e delle funzioni  dei trapezitai  e di tutti gli altri addetti al sistema finanziario ed economico in tutto il bacino del Mediterraneo, connessa con gli appalti della riscossione della tasse e dei  tributi, a favore del potere imperiale, dopo l’avvento dei romani,  e con la raccolta del versamento della doppia dracma per il Tempio, aveva determinato un flusso di denaro, di cui i giudei erano gli unici veri garanti.
Entrati nel sistema ecumenico romano, essi prosperarono in modo abnorme  in quanto erano superiori per organizzazione, specie nei porti  del Mediterraneo, ma anche nel Mar Rosso e  perfino nell’Oceano Indiano: facevano da methorioi, da intermediari tra il regno partico e quello romano, grazie alla abilità di cambio di denaro, di prestiti a tasso agevolato  ed  alle transazioni finanziarie e fondiarie anche sulle coste dell ‘Arabia.
Filone specie in In Flaccum ( 45-46)e in Legatio ad Gaium (281-282) mostra la grandiosità del fenomeno oniade, seguito in questo  da Giuseppe  Flavio in Guerra Giudaica (II,16,4, VII,3,3) e in Antichità Giudaiche  (XIV,7,2 ) e dagli  Atti degli Apostoli (III,9-11).
Filone evidenzia il sistema parlando di methorios,  sviluppando in questi due  libri  idee proprie dell’ ebraismo aramaico, Tzedaqah e  Tarsha, giustizia-carità e prestito, fondamentali ai  fini dell’epopea coloniale e  mercantilistica giudaica: la traduzione in termini pratici ed operativi  andava oltre la Legge della giustizia e dell’amore per il fratello giudeo, a cui non si doveva né  si poteva far prestito,   ed autorizzava un’attività commerciale complessa, che anticipava il sistema capitalistico.
Il sistema giudaico morale deve essere letto anche con questa  impostazione sottesa, altrimenti  la lettura diventa solo religiosa e  risulta non fedele alla realtà: Filone,  nel corso della sua opera, precisando il pensiero  in forme diverse, ritiene che il giudeo viva in modo tipico in mezzo agli altri popoli, considerandolo un esempio morale,un paradigma etico , data la sua ricerca continua e costante di ascesi, pur nel sistema emporistico e trapezitario.
Filone sottende alla moralità giudaica,  basata sulle opere e non sulla parola, un sistema di vita articolata su una doppia nazionalità (per un cittadino, direi,  con due passaporti), quella della patria (in cui risiede ed è nato, a cui  si deve conformare  essendo ligio alle sue leggi) e quella di Gerusalemme, per cui il filosofo ama la patria concreta Alessandria  e si definisce alessandrino, ma è giudeo, che, al pari di tutti gli altri dispersi, ha la patria ideale nel tempio  e in Gerusalemme (Legatio ad Gaium, 193-194), ha suoi diritti politici riconosciuti dai romani e dall’etnia greca alessandrina, rimanendo connesso, però,  e subordinato al rispetto di quelli patri della tradizione  e della legge, cosciente di essere cittadino di una patria spirituale, universale, in quanto convinto di avere una missione personale, collegata con la missione riservata ad Israele  nel mondo.
Filone anticipa la concezione cristiana universale e si pone come  paradigma di un superamento nazionalistico, favorendo il processo di integrazioni dei popoli nel macrosistema romano- ellenistico, secondo le linee proprie del principato augusteo, che aveva assicurato pax et iustitia all’Occidente latino ed  eirene kai  dikaiousune all’Oriente greco, in un tentativo di amalgamare tutte le etnie sotto l’egida romana grazie ad una doppia propaganda, in latino e in greco.
Filone, pur cosmopolita,  precisa, comunque,  questa sua appartenenza al giudaismo  in Legum allegoriaeLeggi, II,163 quando afferma che il popolo ebraico è per l’intero mondo ciò che è il sacerdote per lo stato giudaico, dimostrando, oltre tutto, la sua specifica connotazione  sacerdotale di oniade.
Non è facile capire questa affermazione, dato il carattere sacerdotale oniade e considerata la superbia sacerdotale giudaica: il sacerdote è anche signore, anzi è legittimo signore del potere temporale, come rappresentante di Dio: la Chiesa cattolica nel corso dei secoli ha mostrato esattamente il valore del sacerdozio nei rapporti con lo  stato, interpretando in modo progressivo le varie attribuzioni fino alle forme più assolutistiche.
Filone, dunque, in Flaccum così si esprime:    Gli ebrei sono tanto numerosi  che una sola terra non è sufficiente a contenerli.
Perciò hanno preso dimora in moltissimi paesi,  tra i  migliori d’Europa e d’Asia , nelle isole e nel continente . 
Essi considerano la loro città madre La CITTA’ SANTA, dove sorge il Tempio consacrato all’Altissimo, ma ritengono come patria le città, in cui abitano, per eredità lasciata loro dai padri, nonni, bisnonni e da antenati ancora più lontani, città in cui sono nati e sono stati allevati.
In Legatio ad Gaium, nella lettera di Erode Agrippa a Gaio Caligola, Filone precisa il fenomeno della diaspora e ne mostra la grandiosa diffusione parlando di Gerusalemme e del tempio.
Agrippa scrive: Gerusalemme è la mia patria   ed è la metropoli non solo della Giudea  ma anche della maggior parte degli altri paesi a causa delle colonie,  che ha mandato in tempi diversi  nelle terre confinanti- Egitto, Fenicia, la cosiddetta Celesiria e il resto della Siria- in terre lontane, come Panfilia, Cilicia, gran parte dell’Asia minore fino alla Bitinia e fino alle regioni estreme del Ponto – e così, pure in  Europa ad Argo, a Corinto e in gran parte delle zone migliori del Peloponneso. E non solo i continenti sono pieni di colonie ebraiche ma anche le isole più celebri come Eubea, Cipro e Creta. Non parlo poi delle regioni al di là  dell’Eufrate, in quanto , eccettuata una piccola zona, tutte hanno colonie giudaiche: così Babilonia e le altre satrapie  che possiedono terra fertile entro i loro confini. 
Filone fa poi aggiungere ad Agrippa che se Caligola accorderà il suo beneficio alla città santa  lo farà anche ad infinite altre, situate in ogni zona del  mondo, in Europa- in Tessaglia, in Beozia, in Macedonia , in Etolia, in Attica in Asia in Libia, sui continenti e nelle isole, lungo le coste e all’interno.
Filone con questa ultima precisazione mostra come la diffusione della diaspora sia stata ampia e come tutto il mondo abbia colonie  giudaiche: perfino ai margini del mondo conosciuto c’erano mercanti giudaici  (Elefantina e bassa Nubia,  Ceylon, Marocco, Gallia).
Secondo i miei calcoli il giudaismo romano doveva avere un consistente numero  di uomini (oltre 3.000.000) senza contare quello parthico , certamente superiore ad un 1.000.000, per cui il popolo ebraico era una  delle  popolazioni più numerose dell’impero che contava poco più di 50.000.000 di abitanti su una superficie di oltre 3.000.000 km quadrati (cfr Angelo Filipponi, Caligola il Sublime, Cattedrale, 2008).
Un così gran numero di Giudei della diaspora europea (quasi 2.500.000) come viveva ?
I giudei vivevano con doppia nazionalità e quindi con doppia cultura  ed erano invidiati ed odiati  in ogni città del Mediterraneo, specie nei porti,  per la loro superiorità finanziaria e culturale rispetto alle varie etnie  in quanto essi, procedendo con la tzedaqah (fare atto di giustizia  e quindi elargire in modo  tale da mettere il fratello alla pari col proprio sistema di vita e  da tradurre in lavoro qualificato  l’elemosina o in prestito a fondo perduto)  avevano attirato un’infinità di proseliti e costituivano un grande popolo,  che per di più dominava l’economia mondiale non solo romana ma anche parthica.
Infatti essi erano i capitalisti (cfr V.A. TCHERIKOVER, CPJ I.489 ), poristai, trapezitai (banchieri ), armatori (naukleroi) e mercanti (emporoi – commercianti all’ingrosso o capeloi – dettaglianti)  capaci di diffondersi mediante una specie di catena di S. Antonio  capillarmente in ogni parte del mondo in cui formavano una colonia, costituendo  un proprio politeuma (organizzato sistema politico amministrativo) con sinagoghe,  sinedrio ed etnarchi locali con funzioni di norma sacerdotali, rispettati e temuti  dalle autorità romane e da quelle parthiche, da cui nel corso dei secoli avevano avuto privilegi e riconoscimenti statutari speciali.

Di norma erano quasi tutti  politai/cives  cioè uomini che godevano della esenzione delle tasse/atèleia, in quanto cittadini romani, riveriti  dalle alle amministrazioni locali,   stimati dal sinedrio gerolosomitano e da quello dei singoli demoi egizi, venerati  dalle comunità provinciali, desiderose di  essere da loro patrocinate.
Perciò  si può effettivamente dire che il giudaismo della diaspora è  certamente l’etnia dominante, perfino su quella greca.
La guerra romana del 66-73 è l’epilogo di un lungo e, direi, continuo stato di belligeranza, che covava nel seno dell’impero, tra le etnie nelle varie città, più o meno grandi del Mediterraneo  e in Roma stessa:  con la distruzione del tempio, Roma aveva pensato di debellare il giudaismo, tagliando la testa al mostro, ma la soluzione romana al problema non si  verifica neppure  dopo la nuova insurrezione del 115-6 in epoca  Traianea,  ma solo alla fine della rivolta di Shimon bar Kokba  nel 134-5, con Adriano, che  distrugge la stessa città simbolo, la metropolis  del giudaismo e determina la Galuth, la vera e propria dispersione definitiva, con fuga nel Regno partho di un grande  numero di giudei, che  ora davvero sono senza più patria.

Da quell’epoca   gruppi  giudaici e giudeo -cristiani  si ricompattano e sotto varie forme, vivono ai confini dell’impero romano, e penetrando lentamente in tutta l’Arabia, si  riuniscono in tribù e clan ebraici attivi  perfino ancora nel periodo di Maometto.

Ci sono altri gruppi  sempre di Giudei misti a giudeo-cristiani, che si stanziano in India, provenienti parte dall’Iran, parte dall’Egitto (foce pelusiaca)…

 

Perchè non ci è stato tramandato il libro di Flavio sull’alabarca?

Nel XX libro di Antichità Giudaica di Giuseppe Flavio c’è la notizia di un libro su ciascun elemento della famiglia dell’ alabarca (147-148)
147. In quello stesso periodo Mariamne ripudiò Archelao e si congiunse con Demetrio Alessandrino, giudeo di stirpe, e ricchissimo perché allora era alabarca, ed ebbe da lui un figlio di nome Agrippa.
8.148. Ma poi  diremo con acribia (con scrupolo) meglio  su ciascuno di queste persone / allà perì men ekastou touton met’akribeias usteron apaggelloumen. 
Apaggelloo ha due valori primari:1. quello di  porto una risposta e quindi notifico,  faccio sapere,  avviso ma si dice di persona che è stato mandato da qualcuno in un luogo per poi riferire o di chi ha compito di relazionare dopo un’ambasceria; 2.  quello di narro nel corso di un esposizione,  come rivelazione di una situazione  o di un fatto o di un qualcosa non conosciuto, come se fosse una scoperta e quindi vale espongo rivelando con precisione e corretta scientificità, proprio di uno storico non emotivo.
Ma cosa doveva scrivere sulla figura dell’alabarca?e cosa effettivamente scrisse, nessuno  lo sa : la tradizione, che ha tramandato 31 libri di Flavio, non ci ha tramandato questo libro sugli oniadi.
Perché la tradizione cristiana non ha rivelato quello che voleva rivelare Flavio sugli oniadi?.
Essa sola (CHI? ) può aver fatto la selezione dei libri da leggere di Flavio!?
Perché i maestri del Didaskaleion che si organizzavano secondo il modello amministrativo  oniade non parlano affatto di ekaston toutoon ( di questi oniadi, etnarchi ed alabarchi)?…
Io non penso tanto a Panteno e a Clemente Alessandrino, ma penso ad Origene ed ancora di più a Teofilo e a Cirillo, insomma a tutti i patriarchi alessandrini papas ,che avevano fatto funzionare per secoli la loro ecclesia  secondo il sistema oniade e ne conoscevano il reale valore… e che ritennero opportuno far scomparire il testo  flaviano.
0rigene, eppure,  commentando il passo 15 di I corinti  di Paolo di Traso, dopo aver mostrato che noi siamo il campo e l’edificio di Dio  dice di cercare l’architetto dell’edificio  e i suoi collaboratori.
Poi precisa che Paolo ha costruito su Gesù, che è fondamento in quanto sapiente architetto,  che ha, in un certo senso, scritto trattati di architettura, su come un architetto debba edificare una casa, su come debbano essere il vescovo, i presbiteri e i diaconi e la restante  totalità della Chiesa: tutte queste infatti erano come norme architettoniche…
Origene ci mostra, dunque, la struttura già presente della costruzione della chiesa con il vescovo coi presbiteri e con i diaconi.

Bisogna pensare perciò che la struttura oniade si componeva di tante figure ai cui vertici era l’alabarca, che doveva aver una specifica funzione amministrativa  simile  a quella  che poi sarebbe stata dei Christhianoi

Insomma Origene mostra come era l’organigramma oniade ma non cita direttamente Filone, anche se  riprende le sue stesse immagini circa il campo, la semina e circa la costruzione, la stabilità e ogni altro  elemento sulla organizzazione ed economia salvifica.
Sorprende però l’insistenza sui termine oikonomos e non dioichetes per amministratore, in quanto egli vuole indicare il sistema dell’oikonomia divina provvidenziale  e non il compito dell’umano dioikeths, strumento e ed elemento dell’okonomia divina…

In un momento storico  come quello dei Severi conveniva  parlare opportunisticamente di episkopos  e non di diokeths , ma sotto i figli di Costantino ed ancora di più sotto i figli di Teodosio, in un clima  di vittoria  del cristianesimo  era non utile ricordare o mantenere la memoria ebraica della dioikesis , quando c’era lo sterminio dei terapeuti e dell’elemento giudaico …

Quindi potrebbe essersi verificata la perdita dell’Opera di Flavio sull’alabarca, in epoca tedosiana? Sotto  Arcadio ? sotto Teodosio II?o sotto Pulcheria?….

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Essere di sinistra

Da almeno un ventennio ogni anno il 25 aprile, faccio domande a ragazzi, ad uomini, a donne, di età oscillante tra i 20 e i 50 anni, e chiedo cosa sanno della Resistenza, della liberazione, del moto partigiano, del CLN, del  CLNAI.
Sono un uomo impegnato culturalmente nella ricerca di fonti storiche,  dopo la scrittura di L’altra Lingua l’altra Storia (Demian, 1995) per conoscere l’italiano medio, da me definito un bambino ancora operativo concreto, di nove  o dieci anni, nemmeno avviato  all’operatività astratta, data la mancata scolarizzazione  da parte ministeriale.

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