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Età dell’oro e Lucrezio Caro

Età dell’oro e Lucrezio Caro

Ante amicitiam iudicandum, post amicitiam credendum  Epistulae ad Lucilium, 3,… un detto senecano  da non applicare, data la natura umana popolare, mutevole, estremamente perfida, sempre tesa al suo particulare!

 

A Niceta, mio consuocero, un grande uomo, un meraviglioso padre  e nonno,  un artista atipico, naturale, prezioso come l’ulivo di Puglia, vetusto,  suo simbolo pittorico.

 

Sara la bella  preferì uscire dalla vita, dieci anni fa!, Marco. Il 25 Febbraio del 2011 volle morire, distaccarsi, separarsi da tutti! Quanto pesante le era la Terra! Quanto duro il rapporto umano, quanto misterioso ed oscuro quello con se stessa! Ed era bella, Sara!  Era buona, vivace,  intelligente,  sentimentale, matura, aperta alla novità, donna a cui niente sarebbe stato precluso, se non avesse  avuto tensioni verso l’alto,  se non avesse puntato il caelum, disdegnando la Terra, in quanto persona divina, creatura spirituale/pneumatikh! Forse la ragazza, improvvisamente  si sentì troppo giovane, korh troppo sola, in una determinata volontà di salire, pur avendo  conseguito  traguardi, pur piacendosi ed essendo piaciuta, secondo i propri desideri e misurazioni altrui! Forse, nel corso di questa ricerca di infinito, in questa classica scalata di perfezione,  scoprì, in un istante, la sua reale humanitas, tipica dei mortali, capì di essere povera materia, mescolata variamente di tutto, comprese l’essenza umana di un essere informe, ben altra cosa di un essere spirituale! Forse perché inadeguata rispetto alla valutazione critica classico ebraico-cristiana, capì la sua essenza  di monade spirituale, raminga nell’ immensità celeste e si sentì disorientata ed accecata dal sole esistenzialesalamandra abbagliata da luce e si fece falena suicida, perduta!.

Professore, per noi cristiani, la falena è la rappresentazione spirituale di streghe e di fate, in quanto anime che ricercano il proprio  corpo e sono, per il colore nero, portatrici di sfortuna, come  i gufi, e gli amerindi ritengono la pseudo farfalla, dotata del potere di trasformazione e rigenerazione!.

Credenze cristiane, non scientifiche! elucubrazioni amerindie precristiane, barbariche!

Comunque, Marco, Sara idealista, hegeliana, segue il mito del dispotismo orientale, che è quello ellenico -ellenistico  nei confronti dei  barbari persiani,  per cui noi, occidentali, ellhnikoi, siamo affascinati, da loro passionali,  essendo noi  razionali e loro irrazionali!. Noi uomini abbiamo in noi ben fuse e confuse civiltà e barbarie e ci crediamo divini,  illudendoci talora di essere Dei imagines, perché espressione del Kosmos naturale! Non ho mai  capito, comunque,  il suo gesto feroce,  né la sua inadeguatezza a vivere, simile a quella di noi tutti, in un mondo di bene e di male, accettato per quel poco di bello e di buono, che  possiamo  trarre nel mare di sofferenza quotidiana, che sovrasta noi esseri mortali! La vita è per tutti un supplizio / timoorian einai ton bion!.  

Di chi  è questa frase- di cui conosco la traduzione latina  di Seneca (Ad Polibium  9,6 , tutta la vita è un supplizio!)?

E’  dell’accademico Krantore, autore del Peri Penthous  vissuto nel quarto terzo secolo a. C., per un padre di nome  Ierocle  a cui erano morti dei figli. cfr H. Th. Johanan, Trauer und Trost  Muenchen 1968.

Ho tanta voglia di dire a Sara  che  nella ricerca  scientifica naturale della fisica, noi ancora brancoliamo – invece, lei pensava che aveva capito già tutto e che ciò che sapeva era giusto! – ma andiamo avanti, convinti di niente, sperando nell’uomo,  divino essere, un camaleonte che si sa trasformare e  passare perfino nel fuoco, per rinascere, come la fenice,  dalle sue ceneri, testardo più di  lei, che ha intuito, ma non ha avuto pazienza di apprendere che tutto si impara e che ciò che sappiamo può essere utile ad altri, anche se sembra non servire a niente e che preziosa  è la nostra vita  per il  prossimo, per l’altro, accanto, che diventa ricco della nostra  esperienza e della stessa presenza, corporea, anche se di apparente nessuno valore, comunque, fratello! A lei mi sarebbe piaciuto dire che  non c’è amicizia  né possibilità di giudicare e tanto meno credere  in chi vuol esserti  accanto e ti si impone perché tu sei, anche  tu, come lui essere  fragile immaturo, insicuro,  una canna al vento, anche se sembri avere qualcosa di saggio, ma tutto  sei fuorché saggio, – un saggio che sa  di non saper niente e di non saper fare, anche se  devi sempre ricercare  senza sapere neanche che cosa  cercare, fiduciosa solo nella parola, potenza psicagogica, dunamis toon logoon, e nella sua possibilità di rimozione  del dolore (luphn aphelein),  essendo di base cristiana, una educata a credere  che  noi cristiani abbiamo sconfitto la morte con Christos risorto, che  è morto perché la morte morisse  (Girolamo, ep. 75,1)   in quanto la morte essendo  universale (ad Marciam11,1) è un bene ed un valore per l’uomo e per la natura,  perché Christos risorto  consola con la fede e con la speranza!.

La morte, comunque, professore  non è liberazione  nonostante la certezza di fine, essendo incerto il futuro, che inclina al peggio,  perché  non chiude il tempo e non apre l’eternità, anche se  fa sì che il nascere non sia  un supplizio in quanto  rende cara la vita proprio  per il beneficio dell’ inevitabilità di morire  -Ad Marciam 20,3-.

Marco, il fatto che la vita in quanto breve  è accettabile, visto che non è eterna e quindi sopportabile, nonostante il supplizio, passeggero,   essendo la morte il limite invalicabile della vita, non risulta una liberazione dell’anima secondo il presupposto  platonico, nonostante l’incertezza socratica se essa sia  una fine o un passaggio! illusorio e retorico sembra il detto di  Seneca (ad Marciam,  102,2 ) circa il  bellum somnium/ il sogno buonino  che, comunque ha valore individuale,  limitato  fino all’ekpuroosis, che distrugge il mondo, per rigenerarlo  in un vortice di distruzione e palingenesi, in cui il filosofo  mostra la catastrofe universale e le fine delle felices animae che, non possono avere una eternità  se non quella promessa dalle superstizioni religiose. (Ambrogio, De obitu Valentiniani consolatio  43 – cfr.John M. O’ Flynn, Generalissimos of the western Roman empire, University of Alberta Press, 1983,ISBN 0-88864-031-5.. Ed. it. I generalissimi dell’ Impero romano d’Occidente, Ar, Padova, 2020-.

Dunque professore, grave è la perdita di Sara, anima felix, per noi tutti?

Può esistere un’anima felix, professore , una sostanza che è e si muove vivendo e si adatta continuamente al movimento  continuo senza potere sfuggire alla fiumana del divenire   storico, nonostante i tentativi di stabilizzazione della  specie,  che fa scelte temporanee di localizzazione geografica, come affermazione del proprio esserci per un periodo in quel determinato spazio, per segnare il territorio, che ritiene suo possesso , insieme ad altri  animalia, che non sanno di vivere, perchè caricati di  eimarmenh /destino comune?

Noi che siamo nati, Marco, andiamo incontro al nostro destino con le nostre affezioni istantanee, epidermiche, sentimentali  senza saperlo,  e viviamo  una vita che non è nostra, spinti da bisogni e da impulsi naturali  senza poter veramente conformare al tutto  che ci  sfugge come ambiente  che si modifica continuamente e come  storia  che  avviene perché così deve avvenire  in un ciclico progesso di confragazioni e di rinascite astrali, infinitamente superiore ai singoli elementi costitutivi universali?  Felicitas-eudaimonia  e amicitia-philia  per un’ anima  naturalis non possono esserci nel vortice dei movimenti terrestri  del sistema solare, di quello galattico ed estragalattico  come possibilità di redenzione da oscuri peccati primordiali  tramite elementi  redentori divini  in questo abisso vorticoso,  di cui neanche si conoscono le cause né le funzioni né il suo continuo verificarsi atemporale1

La philia  di Sara  per ognuno di noi, amici e parenti,  emblema di un rapporto di reciprocità, sarebbe risultata forse  un vero tesoro di alterità, un possesso umano per sempre/Kthsis eis aei secondo la umana visione Lei sarebbe stata  un prezioso tesoro per chiunque altro, vicino, data la sua affettività ed empateia, avrebbe potuto essere  un vero sollievo nel supplizio esistenziale, in cui predominano gli anaffettivi e freddi calcolatori. Lei, però, non ha voluto consolari  l’altro, perché  tutta presa dal proprio dolore di vivere, convinta dell’inutilità di ogni pulsione  individuale, data l’immensità del caos, in cui ribolle l’universo, di cui ogni sistema solare  è parte periferica di un mondo senza centro, casuale, un niente con dentro microscopici corpi vitali, pulsanti come lucciole nella notte !.

Niente, comunque, vale e tutto vale nel mondo umano e terreno! Il caelum,- anche per le coordinate culturali arcaiche  del mondo, sumerico. accadico, caldaico-giudaico greco-latino ellenistico . è  senza valore, perché astratto, ideale, lontanissimo! Potrebbe avere, però, anch’esso  perfino valore se noi, in effetti, potessimo leggere  qualcosa di quel mondo infinito incommensurabile in quanto acentrale, troppo alto in quanto periferia di periferia per chi guarda da mortale, dal basso, per tutto il tempo di vita, da un punto ben definito! Leggere altri che scrivono e che dicono le stesse cose e che fanno tradizionale critica letteraria e storica, cristiana,  ora, mi dà fastidio e mi crea malessere perché  penso  alle due lauree di Sara,  al suo encomiabile tragitto scolastico, al periodo  radioso di archivista e  di  dottoressa  universitaria, assistente  ricercatrice,  libera  e aperta nelle analisi situazionali, negli studi critici e  nei paradigmi sintetico-valutativi, espressione  tecnico-professionale  del suo lavoro scientifico, anche nel campo letterario, specie  nella tesi di Laurea  su Lettere di Amore di   Filostrato, un capolavoro  sulla retorica  dei poeti novelli e sul già decadente periodo severiano!. Non si può più accettare il vuoto religioso mitico celeste! E’ finita la favola bella del cristianesimo, khrhstos/utile all’uomo, fatto ad immagine di Dio, bianco, sacerdote, romano-greco, che porta democrazia e libertà agli altri, mediante caritas, il segno tangibile della comune identità umana sul pianeta Terra del sistema solare, uno dei sistemi galattici, uno dei miliardi sistemi extragalattici. Povero Lucrezio, povero  Filone ,  povero Seneca, povero mitico Christos divino !

La parola cristiana  con historia christiana è solo retorica e teologia, celeste astrazione, mentre ogni parola di chi ricerca   ha  corpo e sangue, è vita quotidiana  storica,  è  atto di amore fraterno  con solidarietà universale,  è armonia cosmica,  anche se , comunque, destinato a finire e di nuovo a ricominciare dopo ekpuroosis! Sara, quindi, si è lasciata rapire dalla morte cosciente della fine dell’universo, già sintonizzata con la ragione immanente de  tutto (magnum solacium cum universo rapi-  Seneca, De Providentia 5) in quanto morendo almeno si può contemplare per un attimo il Kosmos, di cui si  è  parte  all’atto già del morire!.

Marco, neanche ora  accetto  la  volontà di morire  di Sara e di privarsi, comunque,  drasticamente  dei doni e degli anni  a lei destinati, di lasciare soli  i suoi cari, senza la sua  vivacità creativa  e senza  il conforto  filiale e sororale, e di privare  gli altri  della luce del suo orientamento costruttivo, il suo prossimo – compresi  gli amici, non consolabili per il suo spietato egoistico atto  definitivo, imprevisto ed imprevedibile!.

Lei manca a tutti  come presenza, anche se  ce la sentiamo  a fianco nella figura stessa del padre e della sorella,  ancora più vicina, specie ora, che è morta anche la madre Tullia,  stroncata,  da pochi mesi,  da malattia mortale! Ambedue sono forse nella stanza, a noi accanto, che comunicano in modo incomunicabile, mute,  la loro vita ancora fluente in noi viventi parenti  e nel  cicaleccio delle  due nipotine, solari creature, sempre intente al gioco magico di un misterioso inconscio vivere!.

Lei, ora, forse,  potrebbe  orientarci  e guidarci nel lavoro  e nella lettura atomistica delle cose con l’epicureo Lucrezio, che per primo ha squarciato le tenebre, sulla scia sacra di Epicuro: Quodsi iam rerum ignorem primordia quae sint/hoc tamen ex ipsis caeli rationibus  ausim/confirmare  aliisque ex rebus  reddere  multis/nequaquam nobis divinitus esse paratam/naturam rerum: tanta stat praedita  culpa/Ma se anche ignorassi  quali sono i principi delle cose, questo, però, oserei affermare  dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza  di molti altri fatti, che non certo per noi  dal volere divino è stata formata la natura del mondodi tanto male è ingombraDe rerum Natura  V, 195-199!.

Comunque, consideriamo Sara altra guida nel nostro cammino di mortali e siamo contenti di seguirla come se ci precedesse nel cammino duro della vita, imprimendo in noi  mortali la coscienza di una non possibilità di ricerca di epoca d’oro, un muthos di un istante per l’uomo!

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Marco, dopo il dovuto ricordo di Sara Cosi, tua compaesana, oggi vorrei trattare della mitica  età dell’oro  e della contrapposta  theoria evoluzionistica, a partire dalla fisica atomistica, in una volontà di opposizione alla cultura agostiniana, risultanza cristiana di una filosofia platonico aristotelica, stoica, mathematica, pitagorica, celeste/ourania, e condannare la sua carica elitaria spirituale /pneumatica!

Con questo, non voglio fare un taglio netto del male agostiniano celeste, ma  desidero fare  un elogio alla scienza umana -che col  solo  procedere scientifico fa faticose conquiste, se conosce qualcosa in più, seguendo  un  altro metodo,  vanificando quanto ritenuto precedentemente vero -, cosciente che si inverte la rotta  su una base, davvero umana, quotidiana e reale, se  si fa ricerca vera, grazie all’ errore, senza scomodare la verità !

La nostra  tradizione classica ha tramandato una scienza astronomica tolemaica, una medicina  arcaica  ippocratica, asclepiadea e  galeniana, una fisica con metafisica, operando sul logos, fino a divinizzarlo.

Vedeva, ad esempio,  nella salamandra un essere di  fuoco che viveva  nel fuoco, secondo Plinio il vecchio ( St. Nat.,X,86): essa è tanto fredda che al suo contatto, il fuoco si estingue non diversamente  dall’effetto prodotto dal ghiaccio. La cosa  vale anche per il Medioevo  se Brunetto Latini  (Li livres du Trevor, I,146) scrive: Sappiate  che la salamandra vive in mezzo alla fiamma senza dolore e senza danni per il suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura!  

Non c’è niente di vero, ma così hanno creduto!  il mito dei saturnia regna è presente nella cultura classica, da Esiodo a Filone ed anche  nell’umanista  Poggio Bracciolini, già nel 1416, nell‘epistola dai bagni di Baden a Niccolò Nicoli, (cfr. Facezie, BUR,1994) idea paganeggiante di un ricercatore di codici  abile copiatore in onciale minuscolo, dei testi ritrovati negli scriptoria medievali monacali. Facezie  diventano pretesto con gli allettamenti  per attaccare i prelati  i loro vizi,   il malcostume di tutto il clero pontificio!. L’umanista allora mette insieme l’epicureo Orazio  con lo stoicismo di Boezio, legandosi storicamente  a modelli universali della cultura antica greca e latina concilianti il motivo prerussoviano della semplicitas  et licentia  germanica  con quella della  balneazione– cfr.  Saggio di Eugneio Garin in Facezie cit- ,

Sappi, Marco,  che  lo stesso Bracciolini mantiene ancora l’ideale  saturnio  tanto da scrivere trenta anni dopo ad Alfonso il Magnanimo, ritenuto prototipo di sovrano dell’età dell’oro  che era stato ostile al papa Eugenio IV e poi anche   a Niccolò V  Parentucelli  Tommaso,,  il cui pontificato,  è paragonato anch’esso  all’età di Saturno, mostrandosi davvero uomo servile che parla  di epoca aurea  in modo superficiale, da uomo di corte!la sua è una contraddizione umanistica  tra affermazione  papale di supremazia  falsificata e libertà regale magnanima, anche se  viene evidenziato il valore individuale di Huss,  di Gerolamo di Praga ed affermata, pur nell’upourgia/servizio cortigiano  di Cusano,  la libertà nei confronti dei papi e specie di  Eugenio IV sconfessato nelle sue mire  ancora feudali, collegate ad un falsa donazione di Costantino.

Così va  male il mondo  avrebbe detto, poi, l’anonimo ascolano!

Eppure, Marco, la verità prima o poi si afferma! Nessuno oggi nega che la salamandra sia un anfibio che teme, ancora di più degli altri esseri, il fuoco! 

Per ora  questo è il dato scientifico  certo, non quello classico-medievale!

Marco, oggi si procede sulla base della struttura elementare delle cose e si afferma che il fenomeno ( presente participio neutro di phainomai/ appaio) non è quello che appare,  ma ciò che èuna realtà  di vuoto-spazio/tempo, di campi e di particelle,  che si muovono nello spazio, nel corso del tempo.

Oggi si parla in questi termini, stando sulle spalle dei giganti (Einstein, Planck) e si proclama la fine dell’infinito, nella coscienza di essere equivoci, anche in fisica e dubbiosi, perfino  delle foto del nuovo universo, scattate da navicelle spaziali! ogni epoca pensa di avere meriti nuovi  propri, ogni scienziato fa un nuovo passo verso la conoscenza, come ogni singolo uomo  con gli altri condomini del proprio tempo,  crede di migliorarsi, ben sapendo  di essere nato informe essere primordiale in un mondo informe, naturale, in moto perpetuo, universale, in un rifiuto  di un iniziale kosmos divino e di una propria  nascita privilegiata, da cui progressivamente si è decaduti!

Professore, parlare  di Età dell’oro, per lei, quindi, significa trattare di fisica  e dimostrare che lo svolgimento scientifico cristiano  agostiniano,  collegato col platonismo, essendo un processo  più matematico che fisico, è direzione preclusa rispetto a quella atomistica da riesaminare per un altro cammino, quello epicureo- lucreziano? Professore, lei per anni ci ha detto di una disputa tra Dante, guidato nella Commedia da Virgilio  e Cecco d’Ascoli  mago e fisicus dottore, nell’Acerba guidato da Lucrezio!  Già l’ascolano aveva letto la Via naturalis, da scienziato rispetto a  Dante  acconcio coi frati, uomo mitico, retorico, religiosus?

Marco, penso che bisogna staccarsi dall’impostazione matematica  asistematica  e servirci di quella strettamente fisica, se si vuole intendere effettivamente la lezione della  scienza attuale!.

Allora, professore,  per lei  è un dovere falsificare quanto detto precedentemente in senso agostiniano  e trattare di Fisica!

Marco, ritengo una normalità parlare di fisica e non di morale nel 2021 in cui si celebra Dante ed ancora si considera  mago Cecco d’Ascoli perché morto sul rogo condannato nel 1327 dall’inquisizione della Chiesa Romana!

Quindi, per lei, un passo avanti nella scienza è quello Epicureo- lucreziano?

Certo  Marco  se si esamina il periodo di Epicuro  e poi e quello di Lucrezio,  anche storicamente  viene fuori  una realtà, quella delle non esistenza e quindi della negazione della generazione  d’oro/ kruson …genos, di una mitica  biblica età edenica  e tanto meno una degradazione di generazioni, passate successivamente dallo stadio argenteo, plumbeo ed eroico a quello ferreo!

Certo, Marco, intendo parlarti  di fisica atomistica scientificamente  e trattare con te di evoluzionismo animale e di fenomeni storici  reali  in cui si rilevano non le generazioni, che decadono da un’ epoca ad un’altra, ma piuttosto il progressivo ascendere alla razionalità, tramite esperienze, anche dolorose, e ad un miglioramento sociale e politico tramite erudizione, consapevole,  a seguito di un contratto sociale  da parte di esseri, votati alla politica e alla mediazione, nelle discordie personali, familiari,  tribali, di fronte alla auctoritas unica del padre, in una ricerca di  paritarietà di espressione e di verdetto giudiziale,  di corpuscoli aristocratici, capaci di creare un articolato sistema  organizzativo per un comune progresso, seppure settoriale, in modo da affiancare l’altro, parallelo, sacerdotale, che, da tempo, aveva usurpato la scienza celeste, opposta a quella terrena dei singoli patres ed archontes,  così da realizzare quanto stabilito lassù, da loro individuato mediante l’esercizio della lettura dei segni celesti,  conformemente a  quaggiù, mediante riti propiziatori!

Professore, lei vede l‘historia umana, laica, aristocratica,  viziata dalla pseudo scienza theologica che, incapace di spiegare il mistero naturale,  accetta supinamente il verdetto di una volontà superiore  celeste su indicazione magico -sacrale, vincolante legittimamente  – di cui sono rappresentanti i pontifices, eredi di magoi, che, investigando notte giorno il cielo,  sanno  riequilibrare e pacificare il popolo terrorizzato  da fenomeni, non più contenuto dal potere laico!.

Marco, sono contento che tu sia entrato nella logica di una commistione di poteri subito dopo il contratto sociale, di uomini intenzionati a creare per primi  una communitas, in un dato momento storico e in un dato ambiente- forse mesopotamico – poi imitato come sistema esemplare da altri,  in cui si scontrano l’anima laica e  quella sacerdotale!

Professore, l‘humanitas, segnata da questa iniziale operazione nel corso della propria storia, sembra creare un iter progressivo  in relazione anche a dolorose esperienze  e seguire questa duplice  guida, di uomini superiori, impostisi per forza e per violenza da una parte e di  elementi di cultura elevata  che si arrogano il diritto di leggere il cielo e di saperne interpretare i segni e di far incisione su pietra della loro scienza, da un’altra,  scrivendo  mediante una comunicazione verbale  alfabetica, sacra! Lei vede l’errore nella presunzione di un’arbitraria elezione sacerdotale e nella succube obbedienza  del gregge, che, accettando  la relazione tra mondo celeste e mondo terreno, si prostra devota  ad una potenza estranea  superiore, lontana,  che, dall’alto, guida  con la sua onnipotenza e presenza, seppure invisibile, il destino dell’uomo, sua creatura,  fatta  a sua immagine, con i fenomeni naturali!. Lei mi vuole dire che il progresso umano è frutto di due  tipologie umane  che si impongono sulla massa popolare impaurita e superstiziosa, ignorante, fin dagli inizi del tempoquando ancora neanche si sa che  il sole segue la notte  o se la notte il giorno  o  se il sole sorge e tramonta ogni giorno! lei non accetta  sia  l’ una di primitiva razionalità  continuamente sopraffatta dal phobos, data l’ignoranza,  sia quella  più scientificamente strutturata, perché già intenta alla scrittura e capace di  tramandarsi, che s’ impone all’altra, a seconda delle situazioni e degli ambienti, formulando  un credo ultraterreno, celeste, basato sul dio creatore, onnipotente e onnisciente, provvidente padre, ma anche  feroce tiranno, temibile  e perciò venerabile con riti, sacrifici e preghiere sulla  terra, su cui ci sono suoi rappresentanti, che sono quelli che  sanno leggere i segni divini e ne svelano la volontà!. Per lei, professore, quindi, la continua osservazione celeste magica è basilare alla costituzione del linguaggio e della religione e del predominio sulla terra della sfera celeste e  di un theos, inventato dalla casta sacerdotale ,che abbindola il prossimo, prima ancora del sorgere dell’abilità verbale, quando si è ancora nella prememoria e preistoria, oltre la convenzione  comunicativa   e la fissazione dei referenti  per la definizione dei nomina?

Marco, una certa conoscenza del dio tragico ebraico e  della storia mediorientale circa il dio e il suo nomen, terribile, specie nelle comunità  sumerico-accadiche,   assiro babilonesi e medico- persiane, o a quelle egizie, mitannico-hurrita-ittita,  già storicizzate, di dei crudeli, o  di quella greca esiodea, di quelle primitive africane,  italiche e gallico- germaniche, si può dire che il culto divino ha una manifestazione dal cielo, da una posizione elevata propria da upsistos, di un essere che dal caos  crea il mondo come pars bassa, ordinata, come terra, come pianura,  distesa  terrena ed acquea con  la varietà  multiforme di cose e di animali e di vegetali, a beneficio di un uomo, che ha il dovere del sacrificio e  della preghiera come  segno di  dipendenza  di creatura dal creatore, non visibile ma presente, che rivela la sua figura in rari  momenti, in terribili  attimi  come  punitore, che lascia il suo segno di sovranità!

Dunque, professore, l’idea di Dio creatore è connaturata con quella degli uomini creature,  che si sentono quasi  un tutt’uno con lui e neanche pensano di essere una forma materiale naturale della stessa comune natura terrena!

Marco, io, comunque,  neanche considero l’idea che cielo e terra e che  Dei ed uomini possano avere una medesima origine/oos omothen gegeasi theoi thnhtoi t’anthroopoi! io vedo solo uomini, animali, vegetali, e cose nel sistema “terra”, che è infinitesima parte di un sistema celeste immenso senza centro  e rilevo interazioni e comportamenti e perfino tentativi di uscita  dalla propria area  da parte di elementi dotati di ragione, maggiore rispetto a quella di altri in condizioni di differenti sviluppi, a seguito di diversi adattamenti ambientali, che vivono senza avvertire il vorticoso caotico giro astrale  infinito in cui  si è cullati!

lo so. Lei opera più sulla natura che sulla storia o mito! L’ aetas aurea latina  – come  khrusion…genos  esiodeo-   opera propria del Dio Saturno/ Kronos,  titanico,  prima dell’epoca di Zeus olimpio, non è né naturale né storica!- Per lei non conta  il mito del vaso di Pandora, dono funesto per gli uomini come neppure  la mela di Eva per  Adamo Cfr. Genesi, creazione dell’uomo ed origine del male,   Esiodo Opere e i giorni. a cura di Gr. Arrighetti, Garzanti 1985), dove il male primigenio è connesso con la donna dall’angolazione  del maschio arcaico sumerico-accadico  godente di una felicità terrena olimpia, di una vita  felice, senza malattia, senza morte, senza lavoro,  raccoglitore dei beni terreni,  spontaneamente  partoriti dalla madre terra! Lo so. Lei segue Pelagio e non Agostino! Ho ben capito, leggendo i suoi articoli sulla presenza del male sulla terra  secondo i seguaci dell’uno e dell’altro nel V secolo (Pelagio, I pelagiani e GirolamoMelania iunior e i pelagiani)!.

Lei non legge né la concezione esiodea né quella virgiliana, connesse col muthos di una medesima origine  per gli dei e per i mortali uomini  ma segue una visione democritea atomistica naturale, epicurea, materialistica, meccanicistica, lucreziana, diciamo scientifica!. Il vivere secondo natura e ragione  di Epicuro, un dio sulla terra per Lucrezio, è simbolo di una ricerca scientifica che, seppure con i limiti, è, comunque, un passo  avanti nella conoscenza della grandezza dell’uomo e del suo vivere conformemente alla natura!

Certo, Marco,  tratto di Fisica, cioè della natura delle cose, di un ente che genera   ed intendo trattare della Lettera di Epicuro ad Erodoto (cfr. Epicuro, Lettere prefazione di  Fr. Adorno,   ed introduzione, traduzione e note dii Nicoletta Russello, BUR 1995), non dell‘etica – cosa che è tipica del II secolo a.C. a partire da Posidonio, stoico, che inizia la divisione tra fisica e  morale, imitato da Partenio e Filodemo, che volgarizzano in Roma e in Italia il pensiero epicureo – in una volontà di  tornare indietro  all’ originale pensiero epicureo  del IV-III secolo av. C. in modo da  orientare bene  nella doctrina pratica, nella praksis edonistica  di Epicuro di Samos (341-277 a.C.), fondatore ad Atene dell’orto /khpos in Atene,  in opposizione ad Aristotele e a Platone  e agli stoici.

Quindi, professore, oggi, in piena pandemia  lei mi vuole impostare  prima il problema del vivere naturale, al di là del male del vivere e del muthos esiodeo e virgiliano, cristiano-agostiniano!

Marco, prescindo da Esiodo e dalla sua concezione  di una generazione aurea divina, titanica  perfino argentea, bronzea, eroica, e da quella  ferrea, attuale, ancora oggi, e vado nella direzione invece, della nascita dell’uomo primordiale come bestia, (cfr. Lucrezio De rerum natura V-VI libro), il cui processo  razionale civile e sociale  non è liberatorio, ma risulta  innaturale  in quanto  deleterio autodistruttivo perfino a seguito di un effettivo progresso razionale!. L’occhialuto uomo – espressione di una natura degenerata – di Coscienza di Zeno,  preme il bottone, per Italo Svevo, nella speranza di tornare alla salute, dopo la catastrofica esplosione!

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa!. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie!

Mi vuole dire con Svevo che  anche l’uomo scientifico, gubernhths  degenera e si autodistrugge!

Il pensiero per Svevo di un uomo malato, già nel 1923, anticipa il male in una volontà di annullamento dell’intero sistema umano  naturale! Io invece, vorrei darti una speranza di tipo epicureo, ma secondo la dottrina  scientifica di  un antico scrittore che, davvero fu un un dio sulla terra  per gli altri uomini, non un parolaio come gli altri filosofi – compresi quelli cristiani e  la dottrina inventata di Christos –  anche se “scientifici ed apatici“! Comunque, non, con questo, ti voglio mostrare un uomo perfetto – pur convinto della non reale esistenza  di stirpe aurea decaduta !- che, avendo coscienza di essere cellula, minima, e quindi, sempre e dovunque di scarsa significazione,  di un corpus,  destinata a  disgregarsi, essendo parte di un unicum imperfetto,  anch’esso soggetto alla disgregazione e alla trasformazione organica  come fenomeno, pur positivo, autorigenerantesi, perché basato sul principio dialettico  di incontro-scontro, di  attrazione e repulsione, di odio-amore, di comunione di vita e di morte, che risulta fenomeno fisico eternamente continuo!.

Professore, me ne parli, allora, io la seguirò come sempre.

Marco, di questo ti parlerò diffusamente in un altro momento, per ora ti parlo della falsa età dell’oro  di Esiodo in Opere e i giorni che, riprendendo la sua opera Teogonia, è desideroso di orientare il fratello Perse al Lavoro e  alla Giustizia!

lo scrittore greco  afferma che uomini di aurea stirpe, mortali, furono creati nei primissimi tempi dagli dei, che hanno dimore sull’Olimpo e che  essi vivevano al tempo di Kronos, che regnava nel cielo,  e, come dei  passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, e lontano dalle miseria senza che la vecchiaia  incombesse su di loro, possedendo ogni cosa bella, senza fatica,  e morivano addormentandosi, restando sempre giovani!.

L’ antico scrittore dice che a questa generazione segue una di argento, poi  una  del bronzo, una degli eroi e l’ultima del ferro. Esiodo  racconta che ciò  avviene perché gli dei  crearono Pandora  la prima donna , come  dono malefico, dato agli uomini  che avevano accettato il fuoco rubato a loro  dal titano Prometeo, destinato a rimanere incatenato su Caucaso,  per la sua colpa!

Il mito biblico ebraico  e quello esiodeo  hanno una stessa matrice nella cultura sumerico-accadica-assira  in quanto la coppia Adamo ed Eva  e  quella di Epimeteo e  Pandora  rievocano il mondo di uomini-dei  senza morte senza malattia,  viventi oziosi senza fatica,  beati nell’Eden (mai esistito, se non nella mente sacerdotale di un casta intermedia tra uomo e dio, capace di leggere il mondo di sopra come quello  di sotto e di  congiungerli  per un proprio utile) decaduto  ad uno stato di massima crisi, anche dopo aver provato vari gradi progressivi  di civiltà  cfr. Mito di  Gilgamesh;  Beroso e  Flavio in ww.angelofilipponi.com.

E Virgilio, professore?

Virgilio è un poeta scaltro, un suddito, virginiello/parthenias,  utile al principato augusto, capace di profetizzare poeticamente intorno al 40 a.C., in un momento di grave crisi istituzionale  repubblicana,  un futuro radioso di princeps destinato ad essere  autokratoor,  ad Ottaviano, il puer, pur dedicando la IV egloga ad Asinio  Pollione  per la nascita del figlio Asinino Pollione, storico e dux allora di rilievo, nonostante fosse chiuso politicamente dall’onnipotenza dei triumviri.

Ottaviano ha, all’ epoca,  l’eredità  nominale di Cesare ed  è un divino puer che, a 23 anni,  ha  già concesso  la spartizione delle  terre ai veterani cesariani  ed ha salvato  dall’espropriazione del proprio terreno il futuro  cantore, suo personale,  familiare ed imperiale  – considerato dopo la morte vate di  tutto il mondo romano, anche se, nel preciso tempo,  ambiguo poeta che allude anche alla nascita di un  nascituro figlio di Antonio ed Ottavia,  che poi sarà una femmina,  Antonia maior, nata  ad Atene, la futura nonna di  Domizio Nerone!-.

Virgilio non ha ancora  scritto né  Georgiche né l’Eneide, ma intuendo la metamorfosi politica in atto a Roma,  riprendendo i miti  orientali e quello esiodeo, inneggianti all’arrivo prossimo di un  puer nel corso di guerre fratricide, già  lunghe (Silla -Mario, congiura di Catilina, Cesare e Pompeo  ed ora l’inizio di uno scontro tra Ottaviano ed Antonio),  attende fiducioso,  mentre Orazio, non ancora suo amico, essendo della pars avversa ed ex militare, combattente a Filippi, a Roma, disorientato e squattrinato, negli Epodi,  propone  ai cives,  l’idea di  fuggire lontano dalla guerra, di  rifugiarsi   nelle isole  beate  facendo sognare, anche lui,  un salvatore /soothr, atteso come  un’unica guida per l’impero!Hic Caesar et omnis Iuli /progenies,magnum caeli ventura sub axem/ Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis/ Augustus Caesar, Divi genus, aurea condet / saecula qui rursus  Latio regnata  per arva/ Saturno quondam, super et Garamantas et Indos /proferet imperium; iacet extra sidera tellus/ extra anni  solisque vias, ubi caelifer Atlans/ axem umero torquet stellis ardentibus aptum (Ecco Cesare  e tutta la discendenza di Iulo  destinata a venire  sotto il grande asse del cielo. Ecco l’uomo, ecco colui che ti senti più spesso promettere, Augusto Cesare, stirpe del Divino, che stabilirà l’età dell’oro  di nuovo nel Lazio, dove regnò per gli arabili campi un tempo Saturno; oltre i Garamanti e gli Indi  estenderà l’impero nella terra che giace  oltre gli astri,  oltre le vie dell’anno e del sole, ove il portatore del Cielo, Atlante,  fa girare   sulle sue spalle, l’asse  connesso di ardenti stelle.   Eneide VI, 789-797).

L’anafora di Hic virgiliano tradisce il suo esatto pensiero, ora, dopo oltre un ventennio quando ormai è  storia la vittoria di Azio e quando si conosce il sotteso significato del titolo di Augustus imperator/autocratoor, destinato a conquistare anche i Garamanti e perfino gli Indi, ancora non sottomessi, essendo stata evitata la guerra parthica  (Virgilio muore nel 19 a.C!.).

Virgilio, comunque, esprime  il desiderio epicureo  di rigenerazione  e di miglioramento tipico di quel momento storico, anelante, all’ epoca, a pace  e a quiete, avendo già ogni civis  fiducia nella sicurezza  della persona e dei propri beni essendo ormai lontana  belli rabies e ormai tutelata la proprietà dagli  avidi accusatori, spinti dall’ amor habendi al possesso degli averi altrui!

Professore, perciò, lei mi vuole mostrare non la storia  di quell’epoca ma  l’originale pensiero epicureo,  sfruttato in senso politico come distrazione dal negotium del civis, incitato all’otium cioè alla ricerca privata del vero valore di ataracsia e di philia, come pratica di felicità/eudaimonia  su una base fisicanon ancora volgarizzata  in ambiente romano-greco   e  in quello romano ellenistico, mal inteso e letto  infine dai cristiani come  theoria peccaminosa, basata sul materialismo, sui sensi e sul piacere  terreno,  opposto allo spiritualismo e alla patria  celeste, nonostante  l’entusiastica  e divina celebrazione  di Lucrezio Caro! Lei mi vuole tenere lontano dalle  degenerazioni filosofiche che giungono fino al cristiano  Agostino e da quelle mitico-poetiche dei poeti augustei  volgarizzatori  come  Virgilio, guida morale per i sudditi cives,  obbedienti al lathe bioosas/vivi nascosto, rispettosi  e veneranti Ottaviano l’ Augustus,  condizionati già da Cicerone, come  Orazio- un porcellino del gregge di Epicuro cfr.  Ep.I,4,10-  come Ovidio diventato espressione di pratica sensuale  e sessuale di  vita, esiliato. Eppure non mancano  positivi  successivi esempi di saggezza  secolo d. C.,  di  vero ed autentico epicureismo, come quello, vissuto da Tiberio Balbillo e dai  nipoti  Filopappo e Giulia  Balbilla!.

Professore, ma siamo già in un’epoca  antonina  quando spirito stoico ed epicureo si fondono in un certo senso, data la quasi comune fisica, nonostante le due diverse  pratiche di vita e modelli  basati  rispettivamente sulla apatia e sulla ataracsia!.

Marco, per spiegarti  questo aspetto, equivoco, vado oltre i tempi di Lucrezio  e  dei poeti augustei  e perfino oltre quelli di tutta l’epoca giulio-claudia e  flavia  e ti  metto in evidenza  una frase  di  Erode Attico,  che risponde ad uno stoico, apatico: cfr. A. Gellio, Noctes Acticae, XIX,12.: nessun uomo, che sentiva  e pensava normalmente, poteva  fare  a meno delle emozioni dell’animo che egli chiamava pathee, di fronte alla malattia, al desiderio, al timore, all’ira al piacere ; ed anche se ci riuscisse, tanto da farle scomparire, ciò non sarebbe un bene perché lascerebbe  l’animo languente e intorpidito, privato dal sostegno di certe emozioni, quasi necessario stimolo nullus usquam homo, qui secundum  naturam sentiret et saperet, adfectionibus istis animi, quas pathee  appellabat, aegritudinis, cupiditatis, timoris, irae, voluptatis, carere et vacare totis posset; atque si  posset etiam, obniti,  ut totis careret, nofore id melius, quoniam animus langueret et torperet  adfectionum quarundam adminiculis ut  necessaria plurium temperie privatus.

Secondo Gellio, sono basilari le  affectiones animi /pathh, naturali  e necessarie  per Erode Attico, che aggiunge,  anche  se tali sentimenti ed impulsi, quando  eccedono  sono dannosi, sono, comunque,  connessi e radicati  in certe forze  ed attività dell’intelletto,  e, perciò, se li stronchiamo tutti,  sradicandoli, c’è il pericolo che perdiamo anche le buone qualità, utili della mente, connesse, perciò, occorre  raffrenarli e purgarli  con senso e moderazione / moderandos esse igitur scite considerateque purgandos!

Erode Attico, così, conclude dopo aver fatto l’esempio del Trace, che ignorante e barbaro, – è un immigrato dediticio!- volendo imitare la coltivazione di ulivi  e viti, potate magistralmente dal vicino colono,  distrugge  colture per l’eccesso  e zelo nel  tagliare  purgativoai fini della pulizia del campo; i seguaci  di Zenone, desiderando essere apatici risultano calmi, intrepidi, immobili, senza desideri, senza dolori, senza ira,  senza piacere  e, così facendo, amputano i più vigorosi moti dell’animo ed invecchiano nel torpore di una vita inerte e  quasi snervata /omnibus vehementioris animi  officiis amputati in corpore ignavae et quasi enervatae viae consenescunt !- ibidem,10-.

Professore, la lezione di Erode Attico agli stoici  è quella di Epicuro  che, nella lettera a a Meneceo tratta della necessità e naturalezza delle pathee, che risultano fondamentali  per l’animo umano, grazie alla virtù della prudenza e temperanza- cosa di cui lei ci ha parlato in altre occasioni-. Quindi, non è il caso di trattare  sui timori  (degli dei, della morte, dei mali della vita,  del futuro (123-127), né del  dolore  del  destino, della fortuna (133-50 ed oltre)  né dei  desideri in genere  (127-28) né  di  quelli  connessi alle virtù della temperanza e prudenza (128-132) e neppure  delle kuriai docsai -massimae capitali- e del tetrafarmaco?

Certo! Marco. Complimenti per come conosci l’etica epicurea! Sappi, però,  che  Epicuro così tratta il problema senza considerare la iustitia,  che è insita come osservanza del  patto,  che gli uomini stipulano  fra loro di non fare danno, perché è nella sfera delle tenebre,  in quanto  espressione del  timore,  derivato dall’infrazione  di quanto comunemente stabilito e pattuito, cosa  contraria ed estranea alla natura, anche se divino è il suo insegnamento, liberatorio dalla paura degli dei  e della morte!

Per lei, dunque,  bisogna seguire la via  naturale di Democrito e di Epicuro e non quella del dovere  di Zenone e degli stoici e questo si può fare solo se si rileva la vera filosofia  fisica, ben espressa nella lettera  ad Erodoto di Epicuro?

Marco, io ti sto orientando, in un tentativo di  diradare  le tenebre che ti offuscano la mente,  verso la  fisica epicurea, che è una conquista dello spirito umano,  abbandonato dal razionalismo,  vinto dal muthos  irrazionalistco stoico platonico-aristotelico,  neoplatonico,  soggiogato dalla fides christiana, e voglio zoomare, in un momento storico eccezionale, quello  ateniese della fine  del IV secolo  e primi decenni del III secolo, a seguito di una revisione del pensiero ionico, milesio, che si fa discorso logos scientifico,  pur derivato da  linee orientali sumerico-accadiche, assiro babilonesi e caldaiche, confluite in Esiodo, prima di  giungere ad Epicuro di Samos (341-271 a.C.)  che studia il maestro Democrito  (460-370 a.C.) e le connessioni con Parmenide  (516-450 a.C.), ritenuto degno di imitazione anche se, poi,cancellato dalla Historia.

Lei,  professore vuole partire dal mito de krusion genos, esiodeo, per falsificarlo e  mostrare la mancanza di Dike sulla terra  in quanto il processo umano è solo naturale e non è determinato dagli dei  – che  non esistono, e se esistono, sono indifferenti nella loro divina ataracsia – e che, quindi dal cielo non viene niente e che  da niente non si genera niente ! Vuole, quindi, riproporre il modello di un Epicuro dio sulla terra perché scientifico e razionale,  creatura  mortale  che si riscatta continuamente e faticosamente  dalla  misera condizione umana e terrena  di bene  e male, confusi  in un calderone di vizi e virtù, cosciente della mancanza di Giustizia  tra i mortali, che, però,  formano un solidale sistema,  in quanto coscienti  esseri sentienti, parti di uno stesso sistema, capaci di trovare nella philia un modo per essere uniti  nel comune destino di vita e di morte, in un rifiuto della politica, del negotium, in un fiducia nella figura di un illuminato  basileus,  nomos empsuchos!

Lei, dopo Esiodo, vuole mostrarmi Parmenide  di Elea che, influenzato da Pitagora  nel suo poema Peri phuseoos simbolicamente annuncia di  cercare sotto la  guida delle  figlie del Sole  la via che conduce a Tetide e  a  Dike,  le due dee della giustizia divina ed  umana così da poter  distinguere il vero dal falso,  realtà ed  apparenza  per un orientamento,  su un preciso sistema  giusto, tanto  da affermare che la dike  kosmia domina  su tutto  come basilare perno  di virtù riconosciuta e praticata?.

Marco,  per me, la filosofia eleatica   e quella milesia in due ambienti diversi  favoriscono  la fondazione della scienza  da una parte e da un’ altra  quella dell’historia  con Ecateo, mentre  si sviluppa anche il pensiero scientifico  con Anassimandro e con Leucippo,  il cui  discepolo Democrito  arriva a determinare  l’esistenza di un qualcosa che origina il  fenomeno naturale  tanto da capire il segreto del kosmos inteso come ordine del  mondo  che è ... il vuoto to kenon /inane!.

Professore, sul ragionamento democriteo del vuoto come  spazio illimitato, senza centro, inizia la ricerca umana?

Non  penso, Marco,  che derivi da questa coscienza di vuoto e di spazio   e dall’esistenza probabile  di atomi indivisibili,  che  lo percorrono  liberi,  si possa dire che si costituisca la struttura stessa spaziale. I termini greci e poi quelli latini non autorizzano un tale sviluppo scientifico atomistico, certo: solo nel I secolo a. C. con Lucrezio, in ambiente campano, Ercolano forse,   si elabora un sistema linguistico latino  su cui si basa il De rerum natura,  specie la pars  centrale del libro (III-IV).

Lei parla del vorticoso giro degli atomi che  senza forma, senza colore, senza  ordine  prefissato ora si scontrano, alla fine del IV libro nella spazio vuoto a  causa del clinamen ?….

Continua

Il “cristianesimo” di Filone Alessandrino

 

Trasformare la collocazione e la funzione sociale della letteratura   Walter  Benjamin

 

Marco, già in altre occasioni ti ho parlato della Scuola di Giovanni Reale e  del Centro ricerche di Metafisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano?!

Mi ricordo bene e mi ricordo anche della sua stima per Reale e per la sua prodigiosa memoria, quasi simile a quella sua, e della sua ammirazione per Roberto Radice e il suo lavoro strutturalistico, curatore di Del Commentario allegorico alla Bibbia – a cui lei inviò il suo Quod omnis probus, (oggi e.book  col titolo  Filone,  Esseni ) dopo che aveva tradotto De vita contemplativa, In  Flaccum e Legatio ad Gaium  (opere pubblicate successivamente), per una pubblicazione con la casa editrice Rusconi -.

Certo, Marco,  io arrivo sempre al momento opportuno! Anche se accettato a parole – per telefono-  (forse) da Roberto Radice, proprio, allora,  la casa editrice si ferma con le pubblicazioni  filoniane,  anche se precedentemente aveva prodotto L’uomo e Dio (Il connubio con gli studi preliminari, la fuga e il ritrovamento, il mutamento dei nomi, i sogni sono mandati da Dio) con introduzione prefazione note ed apparati  di Clara  Kraus  Reggiani, 1986 – che già aveva  tradotto In Flaccum e Legatio ad Gaium (Filone alessandrino e un’ora tragica della storia ebraica, Morano, Napoli 1967) e De Iosepho, oltre a De Abrahamo e De opificio Mundi Filone alessandrino e la filosofia mosaica,  Rusconi 1987- e La migrazione verso l’eterno (L’agricoltura e La piantagione di Noè, l’ebrietà e la sobrietà, La confusione delle lingue,  la Migrazione di Abramo) saggio introduttivo,  traduzioni e note di Roberto Radice, 1988)!.

Un grande lavoro su Filone Alessandrino in lingua italiana fu fatto dalla casa editrice  Rusconi, che accettò il progetto di Clara Kraus Reggiani,  curato sostanzialmente  da Giovanni Reale- che si era servito  anche di Roberto. Radice e di Claudio Mazzarelli- nella collana I Classici del Pensiero (Vittorio Mathieu, direttore)-!

Certamente, professore,  il lavoro dell’Università di Milano  segue dopo decenni, l’esempio Tedesco, Inglese, Francese e Spagnolo-argentino! Un lavoro grandioso, sotto  il nome di prestigiosi accademici con finanziamenti statali e con reclutamento personale  di giovani di belle speranze, disposti a tutto!  Si è ancora nel periodo del dominio assoluto dei baroni universitari!  tutto è organizzato da una piramide verticistica   dirigenziale che controlla  ogni  fase e i singoli lavori! Neanche   si tiene conto della lezione cinquecentesca di revisione  umanistica del testo  latino – greco, controriformistico, di Turnebus -Hoeschelius  1614,  base per ogni ricercatore filoniano di qualsiasi temponazionalità!?.

Marco, tu alludi alla mia Questione  in tre libri  di  Prefazione a vita di Mosè 2016  www.angelofilipponi.com  che rimanda a Vita di Mosè -opera inedita come Creazione del Mondo e Vita di Abrahamo – e al progetto filosofico di  Giovanni Reale, idealistico, platonico-cristiano,  seppure critico verso l’altrui lavoro,  staccato da quello della Kraus Reggiani, che pur aveva intravisto la già  avvenuta ellenizzazione sacerdotale gerosolomitana e quella degli oniadi (discendenti di Onia IV), di Filone e del fratello, Alessandro Alabarca, e della intera famiglia, migrata in Egitto nel II secolo a. C., intenta, da oltre un secolo, all’attività militare e commerciale, all’impresa finanziario-economica della trapeza, di Leontopoli, città Tempio egizia,  collegata coi lagidi prima  e poi con Gabinio, Pompeo e Giulio Cesare ed infine  con Ottaviano e  con Tiberio e,  quindi con  Antipatro e Giulio Erode e figli, cives  perfettamente integrati nel kosmos romano-ellenistico, avendo rilevato  il decuplicarsi dell’economia giudaica  in epoca  Giulio-claudia, dal periodo postaziaco fino a Gaio Caligola, pur avendo lasciato  in ombra  la profonda scissione culturale tra i giudei aramaici e i giudei ellenisti,  divenuta insanabile,  a causa del passaggio  dal Regno asmoneo a quello erodiano  e del nuovo rapporto tra Gerusalemme ed Alessandria, tra il sacerdozio sadduceo, fuso ora  e confuso con quello oniade,  opposto a quello essenico, che risultavano due odoi/ vie, sostanzialmente, una pratica ed una contemplativa?

Professore, io ho seguito  con diligenza il suo lavoro ed anche quello di autori christianoi, allineati secondo la lezione del concilio Vaticano II 1962-1965! Per me, lei, non altri- sempre più  subordinati a un apparato industriale  che non possono controllare – è scrittore rivoluzionario! lei ha distinto  dai giudei ellenisti, sparsi per il Mediterraneo, il mondo aramaico, rimasto fedele agli asmonei,  integralista, ferocemente antiromano, seguace dei  farisei  e degli esseni  che, interpretando la Bibbia, predicano la lotta  contro l’invasore – che, dopo un sessantennio,  ha fatto  il censimento e riscuote le  tasse-  ed eccitano alla rivolta il popolo, preferendo la morte alla integrazione culturale – che significa abbandono della tradizione mosaica -in attesa dell’avvento del Messia e della ricongiunzione con i fratelli aramaici di Parthia!

Marco, tu forse mi dài meriti che non ho, ma certamente ho fatto quel che ho potuto fare,  isolandomi, pur facendo tentativi di tanto in tanto di vendere un prodotto invendibile,  in un ambiente cristiano, dogmatico, dove, invece, si sono ben inseriti elementi ebraici.

La  Kraus Reggiani, comunque,  professore, all’epoca, non poteva mandare un tale messaggio perché traduceva Filone e non Antichità giudaiche  XIV-XX, da cui, lei, invece, ha tratto, – avendo già tradotto tanta parte di Turnebus -Hoeschelius (la pars politica  e parti del Commentario  della Bibbia),- la distinzione del Regno dei Cieli dal Regno di Dio cristiano e con esso  la distinzione tra un Jehoshua galileo aramaico qainita e  maran, e un Iesous  ellenizzato e romanizzato,  già dall’ecclesia di  Antiochia e da quelle fondate da Paolo di Tarso e da quella giovannea di  Efeso, confluite tutte nel Didaskaleion di Alessandria, dopo la fine dell’ impresa di Shimon bar Kokba – dove, essendo attecchito il processo di integrazione commerciale  trapezitario  ellenistico giudaico, dell’ ameicsia, filoniano, si deifica in un quadro gnostico e neoplatonico, la memoria dell’ eroe crocifisso,  morto e risorto, sulla base della formulazione dell‘ agia trias,  quando  è in atto a Roma e nelle province  l’ektheosis imperiale, progressivamente impostasi dall’epoca di Caligola, con un culto  prescritto da decreti senatori e da leggi flavie ed antonine.

Marco,  certo,  la Kraus e gli altri, allora, non potevano leggere iFilone quello che poi, invece,è stato il compito del didaskaleion di Alessandria, che stravolge la figura di Gesù aramaico, antiromano, in  quella di rabbi, in quanto ritenuto kurios,  uios theou, logos,  upostasis tra  Pateer  e Pneuma agion,  facendo una sincresi  della lezione filoniana del  Commentario biblico e del pensiero  di Ammonio Sacca  ( e  di Plotino),  in un ambiente dominato dalla  gnosis  e da tutte le formule cristologiche delle comunità cristiane esistenti (specie efesine). Inoltre l’Alessandria dei severi sta cambiando rispetto a quella antonina e specie a quella Giulio-claudia e flavia, in quanto  è cambiato il rapporto di forza economico e finanziario tra i giudei  – ancora perseguitati e  non più campioni della trapeza – e i banchieri greci.  Infine sopravvivendo nel lago Maryut la  colonia dei  contemplativi  si rileva in essa il paradigma  operativo per gli pneumatikoi,  mentre si costruisce l’altro sistema pratico di bios per  gli ilico -psichici,  formando due percorsi, uno funzionale alla formazione sacerdotale  e l’altro quello popolare, visibile nell’opera di Clemente alessandrino  e di Origene!

Perciò, professore, la doctrina dell’Università di  Milano, pur avendo meriti, è sostanzialmente quella origeniana, rivista  da uomini  del periodo costantiniano e  teodosiano, che  nei due concili di  Nicea e  di  Costantinopoli  crearono  le basi dogmatiche della  Chiesa cristiana  pur nel contrasto con il pensiero di Ario e dei suoi sostenitori: la  lettura di Filone  non è quella di un ebreo fedele ad una tradizione giudaica (quella di Eupolemo ed ArIstobulo)  tipica del politeuma alessandrino dell’ epoca giulio-claudia,  di un oniade, capace di  fondere  l’avita musar aramaica e la paideia greca, (che all’epoca è un sistema sincretico di forme pitagorico-platoniche e  stoico-scettico -aristoteliche, necessario nel contesto romano imperiale pronto ad accogliere il neos sebastos Gaio Caligola, desideroso di dare amalgama  universale  con la sua neoteropooia, prima alla multietnica città lagide, destinata ad essere capitale dell’impero,  poi al mondo intero,  convinto di essere Zeus upsistos,  il sublime  autokratoor, nomos empsuchos, unico despoths e kurios, solo pastore di tanti popoli – Cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime Cattedrale 2008- ed ebook  Narcissus 2014, Amici  cristiani,  perché diciamo “crediamo”?) ma è quella  successiva di Origene, portata avanti dai Padri della chiesa di Alessandria, che domina grazie all’allegoria  filoniana  sulle altre chiese,  pur con qualche difficoltà,  mediante la creazione di un’unità  comune dottrinale, avendo prevalso sulle altre sedi patriarcali ed anche su quella costantinopolitana, di Gregorio di Nazianzo e di Giovanni Crisostomo,  pur più vicina al potere politico teodosiano!

Certo,  Marco, Giovanni Reale neanche si accorge che  non ha occhi per vedere né orecchie per sentire in quanto  non sa leggere realmente  sotto l’allegoria filoniana perché ha seguito la guida cieca dei Padri  della Chiesa, che interpretano in senso cristiano orientale prima e poi occidentale, agostiniano,  ed infine secondo l’impostazione di Massimo il confessore,  dopo la presa islamica  di Alessandria , definitiva nel 646 (era stata conquistata nel settembre del 641 poi riconquistata  da Eraclio  nel 645!),  a seguito della latinizzazione pontificia  anicia romana e del successivo dettato pontificio di Gregorio VII.

La celebrazione di un Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum  è la conclusione  definitiva di una lotta di affrancamento dell’ autorità occidentale pontificia dall’esarca di  Ravenna  e dal Basileus  di Costantinopoli, nei confronti del potere legittimo statale romano bizantino.

Professore, perciò, Giovanni Reale critica  incautamente le altre letture  e parla di sbaglio  senza accorgersi che gli altri hanno negli occhi una pagliuzza e lui un trave, in quanto i lettori milanesi cattolici neanche rilevano le diversità delle due impostazioni, quella  ebraica, secondo il velo  atavico di vittima  sacrificale e  di agnello e l’altra di un idealismo universalistico  platonico -agostiniano di un millantato amore  filantropico e di  pecorismo nazareno: la lettura di Platone, di  Filone,  di Seneca – tutti sotto il controllo e cura di Reale!-sono segno di un lavoro astratto e generico  non omogeneo  e non unitario, nonostante l’oggettiva bravura di chi legge e traduce! Infatti Reale lo sa bene se scrive così in Filone  Commentario allegorico alla Bibbia, nella Presentazione, p. XIII: a. sbagliano quegli interpreti che leggono Filone solo dal punto di vista  teologico, religioso ed ascetico, e che lo ritengono filosofo solo a latere   b. ma sbagliano in senso contrario  anche quegli interpreti che lo rileggono scindendo  con una vera e propria spaccatura  di contenuto, la sua fede dalla filosofia,  la quale si ridurrebbe al logos greco.  c.  sbagliano inoltre coloro che, per capire  questo logos filosofico greco,  si disperdono nelle Quellenforschungen, distinguendo ciò che risale a Platone, ciò che riporta ad Aristotele oppure alla  Stoa e così via.   d.  sbaglia chi riduce Filone ai canoni dello stoicismo    e. così pure  sbaglia chi con canoni strutturalistici   ritiene di dare senso  ai trattati filoniani/cfr. A. Filipponi,  Giuseppe  o il politico, De Iosepho   ebook Narcissus 2013.

Marco, eppure  i  suoi collaboratori sono davvero di grande rilievo culturale: Clara Kraus Reggiani- rimasta  subito isolata  –   non  può entrare nella logica cristiana di una lettura platonica controriformistica di Reale,  connessa con quella di Claudio Mazzarelli,  traduttore di  i Cherubini, Il malvagio tende a sopraffare il buono, Posterità di Caino,  I giganti e Immutabilità di Dio, già noto  per la traduzione di Etica Nicomachea  di Aristotele,  competente del medioplatonismo,  uomini legati al platonismo e al logos romano-ellenistico e quindi dipendenti dalla lettura cristiana origeniana e cappadoce.  Infine  Reale, allora  impegnato nella preparazione di Per una nuova interpretazione  di Platone  – Vita e pensiero, Milano 1994- dopo aver interpellato e richiesto l’opera di molti intellettuali,  alla fine, si orienta su Roberto  Radice,  che accetta la grossa fatica per tutti gli anni necessari  in maniera costante e  a tempo pieno,  risultando un collaboratore eccezionale perché  già vicino a Filone per aver tradotto  L’erede delle cose divine,   prezioso  per le sintesi e per il lavoro strutturalistico,  oltre che per la preparazione di Bibliografia  generale, anche in collaborazione  D. T. Runia (Leiden, 1988,1992)!.

Professore, comunque, nessuno di questi può entrare in merito a Filone senza un reale lavoro storico! Forse  solo la Kraus Reggiani avrebbe potuto fare la differenza nella lettura  di Filone  Alessandrino, se  svincolata dalla cultura christiana?   Certo,  Marco, lei era l’unica a poter avviare in altra direzione la lettura di Filone, avendo una grandissima cultura, la padronanza di 14 lingue  e la guida spirituale  del rabbino di Trieste, Paolo Nissim,  essendo  pure sulla scia di G. Calvetti e di  R.  Bigatti  la cui traduzione di  Creazione del  mondo e di  Le Allegorie delle leggi del 1978,  ha un indirizzo più ebraico che cristiano, nonostante  la cura di Giovanni  Reale e la casa editrice Rusconi!

Allora, professore, la successiva lettura filoniana in senso alessandrino origeniano ha condizionato non solo la storia del cristianesimo ma anche  quella  di Filone, cristianizzato  cfr. www.angelofilipponi.com  Filone cristiano  o Cristo filoniano?

Marco, senza la distinzione storica  di Il Regno dei cieli, aramaico, dal Regno di Dio christianos,  si ha una storia  generica cristiana con una figura  diafana ed evanescente di  un Gesù uomo -dio, come tramandato in greco dai Vangeli,  che sono  della stessa epoca antonina- severiana, nati dopo una lunga gestazione orale aramaica e poi greca, prima di una riscrittura  tipica del Didaskaleion, che è quella di una revisione evangelica sistematica  di un probabile  Marco,  ipotetico vescovo di Alessandria! Certo tutti usano la terminologia di Filone, che è equivoca come ogni allegoria riferita ad un patriarca , ad Abramo  migratore  che fa ecsoikhsis, a Isacco che è stabile e stanziale, a Giacobbe che migra e combatte con Dio,  e perfino al cambio dei  nomi– Peri toon metonomazomenoon  kai oon eneka metonomazontai/ qua re  quorumdam in scripturis mutata sint nomina- che comporta e sottende una metanoia in senso giudaico, non platonico: logoscleeronomos  methorios,  phugas,  sono  i termini  esemplari  di un vuoto parlare senza base storica e senza reali referenze, un puro esercizio sofistico, utile  nei tanti passaggi da una lingua ad un’altra,  specie da quella greca a quella latina.

Professore, lei mi vuole dire che in Filone, secondo la lettura, cristiana, si trova tutto  quanto serve, come nei libri biblici dei Profeti e della Sapienza,  per la costruzione dell’autorità sacerdotale e regale,  come anticipazione o prefigurazione  del Patrimonium sancti Petri ed Pauli, usurpato organismo di doppia natura, umano-celeste, oltre alle singole parabole cristiane, ai detti sapienziali, proverbi,  tutto un apparato ora redatto in lingua latina  in senso  teocratico- gregoriano, da utilizzare nei confronti della pretesa tirannia dell’imperatore occidentale, -nato dal connubio di sacro e profano,  nei patti di Paderborn, del 799, momento determinante  per la costituzione del Sacro romano impero  di  Carlo  Magno e per quello successivo  Germanico  di  Ottone I, derivato- specie dopo la fine della lunga lotta con Ravenna, a seguito della morte di Eutichio,  e poi anche contro la legittima auctoritas romano-bizantina, destabilizzata  con la proclamazione della superiorità ebraica dell’ ierousune sull’ exousia regale, propria  della musar aramaica, rimasta nella titolatura  giudaica ellenistica erodiana  e poi passata a quella  costantiniano-teodosiana, secondo processi  cesaropapisti, da noi definiti  romano-bizantini.

Marco, riflettendo  su quanto male sia  derivato per la cristianità dalla mancata opportunità di una corretta revisione del pensiero di Filone, non  separato nettamente da quello  dell’esegesi ermeneutica  dei Padri della Chiesa da parte dell’ Università del Sacro Cuore  coi commentatori del  Commento allegorico  della Bibbia,  penso anche al  fatto che nessuno di loro, pur  grandi menti,  abbia  considerato, (traducendo le varie parti dell’opera  filoniana, la figura elitaria  di  Heres  delle  cose divine – che adombra  per loro solo il popolo ebraico spirituale e quindi il sacerdozio cristiano, in una legittimazione della scelta di Dio per la guida del popolo,  che consacra col Papa un nuovo Mosè, sacerdote  e re, profeta e legislatore –)  senza considerare il  valore reale etimologico di cleeronomos / di uno, scelto per sorte, a succedere in un ambiente economico e finanziario, dominato dagli oniadi, epitropoi/ amministratori dell’oikos/patrimonio antoniano (di Antonia minor!), dioichetai di un ramo  della casa imperiale giulio claudia, anche se eredi legittimi del sommo sacerdozio gerosolomitano! Inoltre davvero soffro e mi dolgo, ancora di più, nel rilevare la diversità di significato di methorios  di un essere al confine tra umano e divino, tra  mortale ed immortale – che, comunque, non è né uomo né dio,  pur rilevando  l’esperienza di attività  umana, propedeutica a quella contemplativa,  che, comunque, sottende la valenza di un trapezita o addetto alla trapeza  nell’ufficio di  cambiare valuta,  di uno che sta  col suo banco al confine tra due stati  sovrani – di norma tra impero romano e impero parthico-  in quanto può fare profitto grazie ai buoni  rapporti amichevoli coi governanti  di frontiera!  Infine mi inquieto davanti al significato di spoudaios connesso con dikaios, del tutto disgiunto dal significato  di tzadik e dalla pratica della tzedaqah, una dikaiousunh differente perché sottende un’ osioths santità impensabile per un greco, che la traduce in relazione alle proprie referenze logiche, occidentali, diverse da quelle di un orientale contemplativo.    Mi arrabbio, perfino, invece, se, leggendo  l’opera di Paolo di Tarso,  christianos antiocheno, un fedele seguace filoniano,  ebreo, beniaminita, e  credente  in Iesous Christos Kurios, nato, in Giudea, vissuto in Galilea, crocifisso, morto,  risorto ed asceso al padre, -un’ ideale figura di aramaico antiromano, eroe  messianico di un Malkuth ha shemaim – mi vogliono far credere a valori solo spirituali, quando il tarsense è un commerciante giudaico  romano,  il cui padre si è arricchito facendo tende per l’esercito, la cui sorella è sposata ad un erodiano e la cui madre, risposatasi con un indeterminato Rufo, vive  ancora forse a Roma quando il figlio vi giunge, in catene, ed incontra i fratellastri ! E mi infurio se si dice di un Paolo mitico predicatore giudaico in epoca neroniana, di un Gesù Crocifisso,- a Roma, nella capitale dell’impero ! – e se si parla  del sintagma  scandalo della croce,  di una  predicazione  assurda  per un romano dell’epoca- cfr.  Crucis ofla   in www.angelofilipponi.com  – accettata, comunque, cristianamente,  a seguito di una lettura biblica filoniana sapienziale.

Comprendo  ora,  professore, la sua sofferenza   di fronte alla mistificazione  terminologica cristiana  e la sua denuncia  morale  di un’operazione  non certamente utile per il sapere e nemmeno per il cristianesimo in quanto viene  convalidata l’esegesi  origeniana, oltre a quella cappadoce e quella agostiniana con la riproposizione della filosofia come ancilla theologiae, della subordinazione del terreno al celeste, del tempo all’eternità della creatura al creatore!

Marco,  la concezione di un Filone, ambasciatore e  propulsore culturale,  con  la sua forza dinamica, nella sua  ardente fede in Dio  e nel metodo esegetico – che rileva invece la forza unitaria naturale  di un  ebreo che  conosce il legame  profondo  tra corpo e spirito, tra ulee/psuchee e pneuma, avendo il modello di vita di un contemplativo,  ritiratosi, da vecchio da ogni affare, dopo una logorante  vita di attività pratica commerciale, redditizia, lasciando ogni bene  alla  propria famiglia, per iniziare un bios theorikos, che è un’ascesa progressiva  a Dio, inimitabile per un occidentale  (Cfr. De vita contemplativa -La vita contemplativa, ebook Narcissus 2014)- non è compresa e, cristianamente, risulta inesplorata!.  Filone, ambasciatore alessandrino a Caligola,  dopo l’arresto del  fratello Alessandro alabarca, epitropos di Antonia minore, forse già morta, dopo l’orrore dell’ektheosis di Panthea  Drusilla e dell’eccidio di confratelli,  quanto avrà rimpianto – nel momento in cui ha notizia  di una profanazione  del tempio con  la paura dello sterminio etnico ad opera del Governatore di Siria Petronio Turpiliano in caso di non accettazione dell’ordine imperiale di installazione nel sancta sanctorum  del colosso imperiale –  la pace del suo semneion sul lago Maryut, nel traffico delle convulse vie di Roma  o nei tanti giri per l’Italia per un colloquio con l’imperatore per la normalizzazione di rapporti con i cittadini  di Alessandria,  già destinata ad essere capitale dell’Impero!

Certo  i professori universitari sono, in realtà, letterati, intenti in un lavoro, commissionato da  Rusconi, che ha sovvenzioni  statali  e legami anche col Vaticano, da  cui dipende l’Università del Sacro Cuore  e quindi operano non per  studiare un pensatore giudaico ellenistico  dell’epoca Giulio-claudia, come artefice,  tra l’altro, di una rivoluzione economico sociale finanziaria seppure sotto le forme letterarie  pitagorico-platoniche  e di un commento biblico, religioso,  come quello di predecessori come Eupolemo ed  Aristobulo, già impegnato  nell’apologia giudaica della propria superiorità  culturale, rispetto al contributo greco, derivata  dal Pentateuco, fonte di verità, ma per trovare in Filone la lezione cristiana , seguono la via più facile, quella segnata dalla tradizione cattolica,  essendo oltre tutto,  uomini cattolici,  di una università cattolica!. A loro sfugge tutta la storia di quel particolare momento  in Alessandria, già al centro delle operazioni militari antiparthiche, avendo già Caligola preparato il suo viaggio  per la nuova capitale  senza pretoriani e coi soli germani, come guardie del corpo, e  stanziato il  suo esercito  in punti nevralgici,  in Armenia, in Cirrestica e  in Adiabene, mentre i suoi legati, già nominati, attendono il suo arrivo a Dafne, alle porte di Antiochia, secondo i vecchi progetti d’invasione della Parthia  di Cesare  e di Antonio.

Professore, io ho seguito il suo processo di separazione della  scienza /episthme  dalla ricerca della verità, i due percorsi diversi e differenti  da non confondere,  per non alterare il concetto di verità  col dogma religioso, in un trasferimento illuministico-positivistico di quanto bisogna fare  o di quanto  storicamente si fa al fine di un’utilità pratica  per un reale beneficio umano, quotidiano. Sono stato accanto a lei, anche se giovanissimo,  negli anni  90, durante la  scrittura di  L’eterno e il regno,  che  avrebbe dovuto  propagandare una tale visione giudaica di Regnum messianico terreno, unito alla  concezione dell’ eternità sacerdotale. Perciò, posso rilevare come negativa l’operazione cattolica su Filone, come su quella  di Seneca  ed anche su quella di Platone (e di Aristotele), in quanto  lavoro erudito e dotto, utile ai fini della conoscenza della religiosità cristiana  collegabile  ai tentativi  del concilio Vaticano II  di Paolo VI , ingloriosamente chiuso con la vendita della Rusconi ad  Hachette, a seguito della morte dell’editore. Lavori di tale genere  tradizionali, comportano non la lettura storico-geografico di fenomeni reali propri della quotidianità, ma solo una coscienza superficiale di notizie  storiche  sottese ad un linguaggio filosofico, in cui poco vale se  l’impresa di Caligola non fu fatta e se la storia poi andò  nel senso dettato da Claudio imperatore, ben legato con re  Erode Agrippa  I  che,  cercando di fare una propria politica  autonoma,  si scontra con la intransigenza prefettizia di Vibio Marso, governatore di Siria !  Nulla si rileva  di una situazione giudaica, giunta quasi al collasso  economico, data la prevalenza greca finanziaria,  dopo l’editto imperiale di Alessandria,  che impedisce  il proselitismo e limita l’attività methoria ebraica,  ridimensionandola,  mentre  si profila  una nuova ondata di antiromanità in Giudea  tanto che  risulta  chiaro a Roma il cancro giudaico da estirpare, prima possibile!

Marco, vedo che hai ben seguito il mio lavoro.

Certo, professore, lei dice che in  De migratione Abrahami e in De legibus   specialibus  Filone  esprime una vita attiva  di chi vive autenticamente come methorios, che cerca Dio  come  oikonomos e poliths, che applica come virtù  l’ars economica  e politica,  col Principio di mediazione,  specifico di  ameicsia di una vita ebraica, separata in terra straniera egizia, senza il timore di non procedere verso la perfezione teleioosis, congiunta, invece,  con  l’attività pubblica  e privata   in quanto dimostrazione di    capacità  di governare bene la propria casa/ oikos,  secondo un paradigma  patriarcale, non differente dall’etica stoica virtuosa (Quaestiones et solutiones in Genesim,IV,165,  e  De Praemiis et poenis .113). e  rileva l’ambiguità politica di ogni giudeo ellenista come quella dello stesso re  Erode Agrippa I! Professore,  secondo me, è strano che si sia fatto solo un lavoro letterario, filosofico e teologico  alla presenza e con l’assistenza tecnica di un’ebrea, grande traduttrice  e  con tanti filosofi insigni. Mi sembra  quasi impossibile che non abbiano visto Filone, pur  pitagorico- platonico, come  oniade, sacerdote,   pneumatikos,  anche se commerciante,  politikos  in epoca caligoliana e primo-claudiana,   come maestro di  theoria  e di pracsis, contemporaneo ai christianoi antiocheni e a  Paolo e Luca, Pietro e  Marco e Matteo, alquanto vicino a  Giovanni e  alla scuola efesina, che, poi,  sotto gli antonini e i severi, insieme coi didaskaloi, paidagoogoi del didaskaleion alessandrino lo hanno cristianizzato con lo stesso Gesù e suo fratello Giacomo?

Marco, le ragioni potrebbero essere tante  e fondamentalmente penso che la struttura culturale  basilare dello studioso di fine novecento, sia la stessa di quella classica ed umanistico- rinascimentale, cioè tipica di  uno studium liberale, che privilegia  il letterato, filosofo e teologo e considera secondarie le artes sordidae che sono quelle di uno studium   scientifico e   tecnico-artigianale,  operaio- popolare. Inoltre devo aggiungere che in tali lavori  di così grande complessità, ognuno opera per conto suo e non è facile la coordinazione anche da parte di una mente eccezionale!

Qualcosa del genere sembra  che lei denunciò  per il vocabolario DIR  quando mostrò la non coordinazione  tra il letterato Angelo Gianni e l’etimologo  Tristano  Bolelli, operanti ognuno  a casa propria,  a distanza!.

Marco, la casa D’Anna, allora,  mi definì non angelo, ma diavolo! Comunque, ora ritengo che vi siano ragioni  di politica  posthitleriana, da parte ebraica, che,  pur rilevando la figura  di Filone  platonico che, commentando il Pentateuco crea un sistema filosofico nuovo – che in seguito presenta i segni caratterizzanti il cristianesimo,  il quale  nel Christos theos e kurios riassume  la simbologia connessa alla triade dei Patriarchi ( Abramo – Isacco-  e Giacobbe) – ,  mentre  da parte cristiana   Filone, letto ed interpretato da Paolo, poi rivisto e revisionato secondo la lezione evangelica  greca,  successiva all’impresa di Shimon bar Kokba,  perde la sua autentica natura di mediatore culturale  tra musar  e paideia,   perché cristianizzato da uomini  che  rivendicano l’originalità cristiana di agape, in una volontà specie dopo l’interpretazione dei  Padri cappadoci e di quella occidentale agostiniana ed ambrosiana,  geronomiana e rufiniana, che valorizzano le tesi evangeliche e il pensiero paolino di predicazione di morte e resurrezione del Christos, la venuta dello pneuma agion e la costituzione della Trias agia!.

Da qui un Filone inautentico, il cui testo –  studiato solo in ambito tedesco da Koehn-Reiter-Wendland agli inizi del  XX secolo,  neppure è ben conosciuto nella sua sostanziale autenticità, dato l’apporto sotteso  del  contributo dottrinale cristiano e considerata  la lettura  puntuale,  prima in senso medio platonico, poi  secondo l’insegnamento  di Ammonio Sacca, che fonde anche col platonismo la lezione  epistemica aristotelica ed epicureo – stoica!

Filone  rimane equivoca base  per  ogni credere in quanto  capire è  in funzione del credere, quando,  invece ,l’alessandrino  riassume nella sua opera  la sua  molteplice attività  di nauarchos, di trapezita e  di methorios,  di un vero  commerciante che conosce il mondo romano e parthico, oltre a quello indiano, dati i rapporti di Alessandria con i porti dell’ India  centro meridionale e di Ceylon, e quindi, i monsoni, ha famigliarità con atleti come  i  pancraziasti e con attori al teatro greco, e contatti vari  con scrittori che fanno allegoresi omerica ed esiodea. Insomma  Filone è  un uomo completo alessandrino, che ha una visione  anche scientifica  della phusis, figlia unigenita del theos, nella sua  struttura atomistica  stoico-epicurea e che ha fatto varia esperienza di vita prima di ritirarsi  dal mondo degli affari per andare  alla ricerca di dio,  prima di fare l’anakhooreesis!  Filone, Marco, ha distinto  la creatura  genneethenta/generata dal creatore ou poihthenta/non creato, su una duplice base di genneesis/generazione e di poieesis/creazione, pur riconoscendo che il nato, mortale, è  immagine di Dio,  della sua stessa sostanza, come ogni elemento celeste astrale

Professore, lei mi vuole dire che Filone è un uomo del  suo tempo, un sacerdote  ellenizzato e romanizzato  davvero, e che anche la sua allegoria del Pentateuco  è connessa con quella greca: non per nulla è riconosciuto maestro di Seneca!

Certo, Marco anche Seneca non è ben letto da Giovanni Reale come Platone, in quanto usa gli stessi criteri di lettura filoniani per cui si alona la figura del romano, come filosofo eclettico capace di fare ora sincresi, ora  sintesi  pneumatiche,  theoriche, proprie della cultura alessandrina, in cui si è formato, stando ospite in casa di ebrei, dai quali il suo stoicismo è contemperato e  sublimato secondo le linee contemplative di ricerca della teleioosis/perfezione.

Si spiega, allora, professore, anche il tentativo di mettere in relazione Paolo di Tarso col filosofo romano  al fine della  consueta cristianizzazione?!

Seneca è discepolo per 15 anni di Filone ad Alessandria!  Il padre Seneca il vecchio  invia il figlio  ansioso ed asmatico con problemi polmonari  (Lettere a Lucilio, VI,54,1  satis enim apte dici suspirium potest/infatti la si può denominare con sufficiente proprietà ” difficoltà di respiro” ) presso la zia,  moglie di Galerio, praefectus Aegypti dal 16  d c., al 31  d.C.(cfr. Ad Helviam matrem,19) che probabilmente lo indirizza verso gli  amici oniadi, che sono i diretti  collaboratori finanziari del marito! . Lei, professore ,nel Romanzo  ha perfino   ipotizzato una  coena  in cui sono riuniti  Gesù costruttore/qainita, invitato con Erode Agrippa,   Filone e un contemplativo, di nome Ruben, in casa di Alessandro l’alabarca, sommo sacerdote leontinopolitano,  che discutono  sulla creazione ex nihilo  e su Dio Ktistees , mediante il  logos. Allora io  ero sorpreso che nell’ambiente alessandrino si facesse la  storia con l’esercizio delle trapezai, col denario o dracma,   e che il fratello di Filone potesse avere un potere così grande nel mondo romano !

Marco, il mondo ebraico  non è cambiato mai, nonostante le tragedie immense e  le sofferenze  inaudite patite, nonostante  la ghettizzazione, fatta dai cristiani, che, grazie  a Filone, hanno potuto creare un sistema  ibrido  commerciale -religioso, fare una mistione  di sacro e profano, di mortale ed immortale,  in nome di Gesù- ebreo-:  Dio  e Mammona sono la vera anima del giudaismo romano-ellenistico, secondo il christos!

Dunque, professore,  sono  i  christianoi – in genere i monoteisti di cultura avanzata- che, servendo, ambiguamente  due padroni, impongono  o hanno imposto storicamente il principio morale (una costruzione filosofico -teologica!) di dare leggi e di portare con la violenza  alla democrazia i barbaroi, che seguono  un loro naturale percorso , in nome di Dio, in relazione a quanto detto dai rispettivi profeti Mosè, Gesù, Maometto, coprendosi con il progresso economico-finanziario!

E’ da storici  – uomini che, scrivendo, operano e lottano, diversi da quelli che informano, stando nascosti– smascherare la storia  e falsificarla,  confutando la theoria secolare dominante  assiro-babilonese, persiano-giudaico – greco -romana(compreso il colonialismo inglese- americano islamico, e  comunista  russo- cinese),  che si basa sul principio che il vincitore militare  ha il diritto  di imporre leggi e  di far crescere secondo  democrazia un altro popolo, costretto ad integrarsi sul modello di  un’ altra cultura!

Questo   è  fare storia, questa è la novitas di fare storia e ricerca storica, come lei già ha fatto in Mosè  e il sacerdozio cristiano (e islamico) www.angelofilipponi.com – non di ripetere quanto si trova già scritto-  dove si afferma: il Sacerdozio diventa emblema di tempo e di eternitàsimbolo terreno del cieloteleiosis/perfezione  come kthma eis aei/possesso per sempre,! 

E’, professore, una concreta operazione  secondo principi scientifici (e non filosofico-teologici), che sono in grado di  verificare l’esattezza di ogni ipotesi, nel corso dei secoli !.

 

 

 

 

 

 

 

I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode!

I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode

Marco, è difficile, direi, impossibile spiegare ad un Cristiano praticante la nascita in Giudea di Gesù all’epoca dell’ apographh e il suo successivo domicilio in Galilea, al ritorno dall’Egitto, e  mostrare la sua infanzia tra i qainiti, tra muratori ed artigiani, manovali, nel contesto di un clan patriarcale, numeroso, composto da molte famiglie, che riconoscono i diritti del  primogenito Ioseph bar Iakob, di  Mattan, di Eleazar secondo la genealogia di Matteo (Vangelo, I,25), nel 6 d. C.

Professore, lei parla di Giuseppe, il  creduto padre putativo di Gesù/ Jehoshua/Iesous – suo figlio naturale, invece – come di un patriarca, architetto imprenditore, che gestisce una comunità di  qainiti e non di un umile falegname che , nel 4 a.C.,  è andato a Bethlem con la moglie incinta per il censimento, secondo il decreto di Augusto, applicato da  Sabino, all’epoca della morte di Erode e della  spartizione del regno, diviso dai romani  tra Archelao  etnarca di Iudaea (Giudea, Idumea e Samaria),  ed Erode Antipa,  tetrarca di   Galilea e Perea  e Filippo, tetrarca di Iturea ed altre zone, mentre a Salome viene concessa la zona costiera con Iammia ed Azoto, quando infuria una rivoluzione su molti fronti, ricordata anche da Tacito-  Historiae, V- oltre che da Flavio  (Guerra giudaica II,4 ed Antichità Giudaiche XVII).

Marco, Giuseppe è un uomo di cultura aramaica, che ha altri figli Giacomo, Simone, Giuda e il piccolo Giuseppe  e  due figlie (Asha ed Asia, di cui si parla anche nei Vangeli (Marco, 6,1-6; Matteo 13,53-58; Luca 4,16-20) e forse altre mogli, oltre a Maria. Bisogna correggere la figura del padre di Gesù, che è il capofamiglia di un clan con molti parenti,  che è responsabile di una comunità con altre famiglie di qainiti, che lavorano insieme e mettono in comune il guadagno in  un’unica  cassa comunitaria,  e  che vivono in accampamento, in tende,  secondo l’uso mesopotamico, non in casa  di pietra, come  i cananei: l’ aramaico Jehoshua è uno della tribù che, avendo una specifica professione, quella paterna, la segue  da quando diventa bar mitzvah/ figlio del precetto, al tredicesimo anno  e un giorno, nel 6 d.C, quando inizia la nuova stasis/rivolta contro i Romani proprio in Galilea a seguito dei veementi rimproveri di Giuda il gaulanita- figlio di Ezechia, – un edim/martire aramaico, un rabbi, un maestro della legge/sophisths,  fatto uccidere da Erode  giovane epimelethsche ricorda che ogni giudeo è figlio di Dio, suo erede, e  che ha un solo padrone celeste e non uno terreno, straniero!

Ai qainiti tassati e a Giuseppe architetto, il capo riconosciuto del clan, il monito di Giuda è esortazione a dare la vita  per la legge mosaica, a combattere per la libertà,  a scuotere il predominio straniero,  ora che  i romani, esautorando l’erodiano Archelao,  non ripristinano la vecchia monarchia asmonea, ma annettono la Iudaea, come territorio  tributario all‘imperium ed impongono, come padroni,  il pagamento delle tasse /apotìmhsis!

Comprendi che, perciò, Jehoshua non può aver detto mai  date  a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt. 22,15-22  ), come ben ho dimostrato in molte occasioni.

Professore, ho letto il suo articolo Gesù, Meshiah aramaico,   methorios, o politikos, fondamentale per conoscere il pensiero  politico, rivoluzionario ed asmoneo  di Giuda il Gaulanita! Non è facile capire questo, comunque,  per un cristiano  educato fin da bambino a considerare Gesù figlio di Dio, nato da Maria, vergine madre di 14 anni,  per opera dello Spirito santo,  custodita nelle sua purezza  verginale da un vecchio artigiano / Qain/tektoon che pur originario di Bethlem,  vive a Nazareth col suo lavoro!.

La mia, Marco,  è un’altra storia, incredibile,  anche se ci sono dati precisi storici, ancora più sospetta perché  frutto di una ricerca cinquantennale aramaica fatta da un traduttore non digiuno di lingue antiche, che ha studiato  una  categoria di  costruttori professionisti, mai esaminati  nello specifico lavoro,  nella loro organizzazione piramidale  e nel sistema di contratti  per chiamata, da parte di dioichetai, amministratori regi  di  Erode Il grande  o dei suoi  figli e nipoti, che hanno lasciato opere monumentali e che hanno costruito intere città,  di cui parlano anche i Vangeli,  come dimostrato in altre sedi.

D’altra parte la  storia dei qainiti è  già legata alla  famiglia  degli asmonei, anche  loro datori  di lavoro, perché costruttori di fortezze e di città, certamente inferiori per mezzi alla  dinastia erodiana, che partecipa agli utili del gazophulakion  templare coi romani, ben assistita e patrocinata dalle trapezai  oniadi alessandrine  e dai gestori ellenistici  commerciali  come l’alabarca di Egitto, oltre che  dagli imperatori di casa giulio-Claudia, connessa  col sistema bancario alessandrino. (Cfr. A F.,  Caligola il sublime,  Cattedrale,  Ancona 2008).

Infine  la stessa tecnica   di rilievo analitica diventa  un impedimento a chi è abituato, non all’esatto termine aramaico o greco o latino, proprio di un lavoro filologico ed etimologico, referenziato e denotato,  ma solo alla parola retorica e mitica! Sappi, comunque, che la rivoluzione viene stroncata da Quintilio Varo che interviene in favore di  Sabino, incaricato del censimento e  ne abbiamo parlato ed abbiamo accennato anche alla distruzione di Sepphoris, ad opera di un Gaio – non ben identificato-, amico di  Quintilio Varo (Flavio, Guer. Giud., II,68 :Gaion hgemona  toon autou  philoon,  os  tous te upantiasantas trepetai kai  Sepphoorin polin  eloon  authn men empiprhsi, tous de enoikountas andropotizetai/ diede parte dell’ esercito a Gaio comandante, uno die suoi amici, che, piegata la resistenza prese la città di Sepphoris  e la diede alle  fiamme,  facendone schiavi gli abitanti). 

Professore, lei parla  poi dell’altra rivoluzione nel  6 d. C., quella guidata da Giuda il Gaulanita, un sophisths /dottore, –  insieme ad un non ben definito Sadoc – quando Augusto  esautora Archelao e invia  a reggere la Iudaea il  procuratore Coponio, un praefectus cum iure gladii  sotto la sorveglianza dell’ epitropos di Siria Sulpicio Quirinio (cfr. La nascita di Gesù,  cit).  Lei  mostra la figura – in relazione a  quanto scritto  da Flavio in Guer Giud., II. 8.1  e in Ant. giudaica XVII –  del  figlio di Ezechia, fondatore dello zelotismo, in epoca erodiana, iniziale – rilevando  un fenomeno, costituitosi per affermare l’integralismo giudaico religioso, basato sul culto di un unico Dio, come non riconoscimento della legittimità delle tasse imposte ad un figlio di Dio, cleronomos/erede del malkuth,  nella sua stessa terra,  da estranei, come volontà di  resistenza militare con la  formazione di un partito  politico – airesis –  che rifiuta di chiamare sovrano  nessun altro mortale, se non Jhwh, padrone celeste?

Marco, io leggo attentamente le parole di Flavio che sottendono non solo un movimento religioso integralista  ma anche una rivolta contro  il sistema censitario  di Roma che considerando la Iudaea  ormai pacificata  ed integrata nel sistema imperiale, applica l’apotìmeesis, la  reale riscossione dei tributi in relazione alla dichiarazione scritta, fatta un decennio  prima,  – come fa poi Gaio Germanico, padre di Caligola, in Gallia, anche dopo la sconfitta  nel 9 d.C. , ad opera di Arminio,  di Quintilio Varo, che  la stava facendo in Germania- : kakizoon ei phoron te Romaiois  telein upomenousin  kai metà ton theon oisousi thnhtous despotas/ colmando di ingiurie (i suoi ), se avessero continuato  a pagare il tributo ai  Romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali.

Già con la rivolta, sedata  da Varo, il sentimento antiromano si era moltiplicato a causa della feroce repressione culminata con la crocifissione  di  2000  uomini e  con la fuga di molti, tra  cui Giuseppe, che, coi suoi,  era andato in Egitto,  ma ora, dieci anni dopo, al momento dell’ attuazione dell‘apotìmeesis,  cioè alla riscossione di denarii da parte dei pubblicani, seguiti da scribi delle varie eparchie,  e da schiere di cavalieri e da carri per il sequestro dei beni, in caso di mancanza di liquidi,  è uno spettacolo inconsueto per un aramaico, figlio di Dio, non tributario di un padrone terreno!

Dunque, Marco,   vedendo il legame tra apographeè ed apotìmhsis, metto in relazione Giuseppe  capo di un clan, fuggito in Egitto  e poi tornato in Galilea, – perché forse richiamato dal tetrarca Erode Antipa, desideroso  di ricostruire la capitale del suo regno,  grazie all’opera di qainiti – con il vangelo di Matteo  che parla di un’apparizione di un angelo al padre di Gesù, che gli dice di  tornare in Israele,  ma non di stanziarsi in terra giudaica sotto Archelao, ma in  Galilea, sotto Erode Antipa, a Nazareth (Mt.2.19-23). E, quindi, sapendo del ritorno in patria  del  tekton, conoscendo la necessità di ricostruzione di Sepphoris del tetrarca e l’attività  precedente costruttrice anche di Archelao, non mi è stato difficile collegare la residenza a Nazareth, località poco distante da  Seffhoris,  con la costituzione di una grossa squadra di prezzolati oikodomoi, di lithotomoi e di tektones, riunita in un campo non lontano dai  due centri urbani,  agli ordini di un capomastro qainita, capace di costruire  un’ intera città nel giro di un quinquennio (Cfr.  Giulio Erode sovrano costruttore in www.angelofilipponi.com).

Professore, dalla sua associazione si evince la reale possibilità di una rivolta da parte di operai di Seffhoris, non pagati, già  eccitati dalla parola di Giuda  al non pagamento delle tasse agli esattori romani,  perché sudditi di un sovrano celeste, che non impone tributi ai suoi figli che sono eredi /cleronomoi !?

Non lo si può dire con esattezza, ma è probabile che l’insurrezione sia in relazione ai tafferugli/tarachai,  sorti precedentemente in terra giudaica  nel 1 d.C. ,  subito dopo il  trattato tra parthi e romani a Zeugma tra il re dei re Fraate  e il giovanissimo dux, erede al trono romano, Gaio Cesare circondato dal suo consilium principis,  costituito da Lollio e da Quirinio,  quando Tiberio è in esilio a Rodi, allorché  Archelao, avendo bisogno di liquidi, anticipa l’apotimhsis, col supporto delle truppe romane e fa scoppiare la rivolta tra gli operai intenti alla fondazione di una citta chiamata  Archelaide e alla ricostruzione del palazzo asmoneo di Gerico: sembra che l’etnarca paghi una metà di quanto dovuto,  sottraendo l’altra metà come imposta e tributo  da inviare a Roma!  Archelao  giovane,  poco avveduto in campo finanziario, non ben consigliato dai dioichetai,  reprime nel sangue i tanti lamenti di   qainiti che contestano  la legittimità di pagamento in relazione a quanto stabilito all’inizio dei  lavori (Cfr. Il Vangelo di Luca e gli amministratori in  www.angelofilipponi.com )!

A  questo pagamento decurtato  seguirono nel Tempio di Gerusalemme altre tarachai  nel periodo delle feste  pasquali e di quell’anno ed anche nei successivi  anni, come rievocazione dei fatti e come memoria dei morti, quando già  l’impresa di Gaio stava andando non più bene, essendo stato il principe ferito ed non essendo più in grado di  gestire l’imperium proconsulare maius  e non sapendo limitare i suoi legati, dopo il ritiro a  Limira in Cilicia!

Sembra, Marco,  che Erode Antipa, trovandosi a corto di  liquidi, imiti il fratello nel pagamento ristretto, rompendo i patti coi  qainiti, per cui  questi, seguendo  Giuda, smettono le attività murarie, lasciandole  incomplete ed iniziano la guerriglia in Galilea, proprio quando è in atto la riscossione dei tributi da parte di pubblicani!

Professore, dunque,  la rivolta del 6 d.C. di Giuda e di Sadoc,  quando Gesù diventa bar mitzvah  è da mettere in relazione con una questione finanziaria ed economica,  connessa, comunque, con l’ideologia messianica?

Certo Marco! Anche dopo la sconfitta e l’uccisione di Giuda il gaulanita ad opera   dai milites di  Sulpicio Quirinio, epitropos ths Surias,  prontamente intervenuto per ristabilire l’ordine e in Galilea inferiore e in  quella  superiore,  e in zone circonvicine,  per fare applicare la nuova costituzione giudaica in Giudea, ora annessa all’impero romano,  secondo gli ordini congiunti  di Tiberio, richiamato a Roma, e di Augusto.

E Giuseppe?  e i qainiti?

Marco, anche i romani  capivano che Giuseppe – o suo padre Jakobos o suo nonno Mattan – era  un capo artigiano e che i qainiti  erano solo operai che lavoravano e che volevano essere pagati secondo contratto. Forse, furono sparpagliati  perché il loro numero consistente costituiva un pericolo e  poteva generare qualche grosso tumulto difficile da reprimere!

Si può pensare che Gesù e il padre rimasero nella zona con  un gruppo diminuito  di famiglie qainite, mentre quelle più compromesse, rifugiatesi in Iturea e Traconitide, ingrossarono il numero degli irriducibili lhistai.

Marco, queste notizie  non sono presenti solo in Flavio,  ma anche in Cassio Dione, Storia romana, IV, 27,6 e, poi, in autori cristiani e dànno informazioni, puntuali, a distanza di decine di anni o di secoli e, quindi, sono da sottoporre a studio. Comunque,  l’insurrezione  si chiude con una riforma in quanto si istituisce  la sotto provincia  di Iudaea  dopo l’esperimento di Augusto di seguitare a dare un re legittimo ai giudei della  stirpe di Erode – un fedele  re  socius, buon amministratore ( A Filipponi,  Jehoshua o Iesous? ,Maroni, 2003)!-.

Flavio, infatti, così scrive riassumendo i fatti e facendo una  sintesi di circa otto anni, perché tratta del periodo 6-14 d.C.: ths Archelaou d’ethnarchias  metapesoushs eis eparchian oi loipoi, Philippos kai  Heroodhs o clhtheis Antipas, diooikoun tas eautoon tetrarchias, Saloomh gar teleutoosasa Iouliai thi tou Sebastou  gunaiki,  thn te auths  topachian, kai Iamneian kai tous en Phasaeelidi, phoinikoonas katelipen . metabashs  de eis  Tiberion ton Iulias uion ths romaioon  hgemonias, meta thn Augoustou teleuthn….diameinantes en tais tetrarchias o Heroodhs kai Philippos, o men pros tais tou phgais en Paneadi polin  Kaisareian, kan thi katoo Gaulanitikhi Iouliada, Heroodhs d’en the Galilaiai Tiberiada, en de thi Peraiai pheroonumon Ioulias/ trasformata l’etnarchia in provincia, gli altri Filippo e d Erode detto Antipas, continuarono a governare le loro tetrarchie, Salome  invece  morì  e lasciò in eredità a Giulia la moglie di Augusto la sua toparchia con Iammia e i palmeti di Faselide. Alla morte di Augusto …  rimaste le tetrarchie  in possesso di Erode e di Filippo,  l’uno fondò una città  di nome Cesarea,  presso le fonti del Giordano in Paniade ed un’altra di nome Giuliade nella Gaulanitide inferiore;  Erode fondòTiberiade  in  Galilea  e nella Perea un’altra città, che gli ricordava il nome di Giulia (Guer. Giud., 9.1,167-168).

Sembra che Flavio voglia sottendere,  col marcare l’attività costruttrice dei figli di Erode,  ora  protetta anche dal procuratore romano di Giudea e dalle sue truppe,  che i qainiti e quindi, Giuseppe e Gesù, abbiano lavoro  assicurato, anche se permangono le solite questioni  circa il pagamento  e  persista il clima antiromano proprio degli aramaici che, avendo una cassa comune, hanno minori entrate che non permettono un dignitoso  sistema di vita, che risulta,  comunque, accettabile rispetto  a quello degli altri ceti operai  e alle condizioni generali popolari. Flavio parla  prima solo del periodo dei figli di Erode  ma, poi, trattando del ramo misto asmoneo-erodiano della  stirpe di Aristobulo, figlio di Mariamne di Hyrcano, mostra l’ascesa  progressiva al potere di un erede cadetto, sostenuto prima dallo zio cognato Erode Antipa,  poi, dal Governatore di Siria Pomponio Flacco ed infine da Gaio Caligola e da Claudio, evidenziando l’iter  di un civis romanus,  che giunge al trono  seguendo il modello del nonno  Giulio Erode il filelleno.

Per questo, professore, lei ha ipotizzato  nel romanzo storico L’Eterno e il Regno, l’incontro tra  Erode Agrippa, agoranomos  in Tiberiade e il costruttore  architetto  Jehoshua,  che lavora per ordine di  Erode Antipa  e che poi viene inviato in Egitto  alle dipendenze dell‘alabarca di Egitto,  Alessandro (Cfr. Alabarca in www.angelofilipponi.com)!

Già negli anni ’90, Marco, ipotizzavo un Gesù aramaico costruttore  indipendente anche se  per mestiere doveva  accettare ogni lavoro dagli erodiani e dai sadducei,  e dai banchieri ellenisti. Certo la scoperta di  Giulio Erode Agrippa,  a seguito della traduzione  di Legatio ad Gaium,  e poi degli ultimi tre libri di Antichità giudaiche, mi autorizzava a tirare qualche   pertinente conclusione  sui datori di  lavoro In Giudea, in Siria e in Egitto  (e anche in Parthia cfr. Methorios!) e sui qainiti e a d ipotizzare una certa fama di Jehoshua costruttore, utile ai fini di una scelta messianica ad opera di esseni e di farisei, come proposta al re  dei re Artabano esule, da parte del  re giudeo adiabene Monobazo e del  figlio Izate,  di una nomina a maran/re /basileus  di Giudea nel periodo  postseianeo 32.-36!  (cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano I, e II, ebook Narcisuss 2012).

La vita , sconosciuta dai tredici  fino a trenta anni, prendeva corpo, di Gesù, di un  architetto  che, seguendo  il mestiere paterno, raggiungeva una certa notorietà tanto da aver l’incarico di costruire nel 28 d.C.  Tiberiade  da Erode Antipa e da Erodiade, ora moglie del tetrarca, che, compiendo un’azione illegittima,  esecrata dagli aramaici e da Giovanni Il battista -che  proteggeva  i diritti della moglie legittima, Dasha,  figlia di Areta IV- ceduta a lui dal fratello maggiore Filippo, figlio della  figlia di Boetho, allora  domiciliato a Roma!.

Professore, ora mi è chiaro l’odio di Giovanni il battista che considerava illegittimo il matrimonio per il levirato  e capisco l’ostilità  di Areta IV  contro Erode Antipa, che ha il coraggio di riportare  in patria la nipote, come moglie con la pronipote Salome,  destinata come sposa  al fratello  Tetrarca  ituraico, ben  sapendo le conseguenze  dell’anathema  farisaica ad Archelao,   che aveva  sposato la  vedova del fratello  Alessandro – dopo il ripudio  da parte di Giuba II di Mauritania -,  Glafira, figlia di Archelao di Cappadocia!

Lei cuce  gli avvenimenti  storici  e mostra i collegamenti nei tanti passaggi di potere in Giudea e in Galilea e nel frattempo mette in luce una classe  sociale ignota, e rileva aspetti nuovi mettendo in contrasto la musar aramaica  e la paideia greca, per cui si riesce a vedere porzioni della possibile  vita di un ebreo aramaico, molto diversa da quello di un ebreo ellenistico, romanizzato.

Marco, sono contento che tu e i tuoi compagni di classe possiate capire qualcosa  del mio studio sulla cultura  ellenistica,  ed anche su quella aramaica dei qainiti, della cui opera penso che vi siano segni  in Israele  e in Giordania  visibili  anche nelle rovine di Sepphoris / Diocaisareia / Autocritis e in  quelle di Tiberiade!.

 

 

 

 

 

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Seffhoris, un pavimento

 

Ferdinando Pinelli

Abbiamo avuto Il Risorgimento noi ascolani e  noi marchigiani (papalini) e tutto il Meridione d’Italia (borbonico)?
No.
Noi, popolani, oltre il 96%, non avevamo alcun peso politico, perché analfabeti (cfr. A.Filipponi, L’altra lingua  l’altra storia , Demian, Teramo 1995) : contavano solo i liberali (nobili, borghesi, clero).
Siamo stati massa da sottomettere, da massacrare, da far lavorare dall’alba al tramonto, lasciata analfabeta, lasciata vivere in promiscuità dentro covili come bestie, senza alcuna identità. tanto che all’inizio del Novecento si cominciò a parlare di Guerra sola  igiene del mondo.
Insomma gli intellettuali (specie i futuristi) pensavano che  ci voleva la guerra per far piazza pulita degli operai che scioperavano e dei contadini che si lamentavano: sentivano il bisogno di diradare e di  sfoltire un po’ la massa! Il Risorgimento (Cfr. Inno di Mameli in www.angelofilipponi.com ) non è stato una libera scelta popolare con atti di eroismo, ma una  repressione feroce, disumana  da parte di  liberali locali (lombardi, toscani, papalini, meridionali ecc.) propugnatori degli ideali di  indipendenza e di libertà che, con l’aiuto delle truppe sabaude, delegittimano il potere di Sovrani legittimi (secondo la Santa alleanza) che governano su parti della nostra Italia, a favore dell’unico riconosciuto re d’Italia, Vittorio Emanuele II,  in nome di un ‘idea  astratta di Nazione Unitaria
Siamo stati conquistati a forza noi papalini, popolari, che amavamo preti e monache e frati, analfabeti, che odiavamo i padroni liberali e garibaldini, che facevano l’Unità d’Italia.
Noi popolari, dialettali,  morti di fame, artigiani e contadini, siamo stati conquistati a forza e piemontesizzati, mentre parteggiavamo per i briganti  che combattevano con i papalini e con i borboni contro le milizie sabaude che parlavano francese, non italiano.
I giovani piceni ed abruzzesi, nati nel ’41, preferivano andare sulla Montagna dei Fiori a fare il brigante  piuttosto che fare il servizio militare.
Noi piceni, esentati dal servizio militare da secoli (lo facevano al posto nostro gli Svizzeri), venivamo reclutati da briganti, che erano l’orgoglio dei popolani, che parlavano la stessa lingua ed avevano gli stessi ideali, che erano quelli di una cieca fede cattolica che prometteva un Paradiso per chi sapeva vivere con pazienza una esistenza di stenti e di soprusi, senza lamenti.
Noi siamo stati conquistati a forza dal generale Ferdinando Pinelli (1810-1865)
Le gesta di Pinelli furono tanto crudeli che ancora  mia nonna   diceva negli anni cinquanta  a noi  nipoti  quando facevamo i  cattivi  chiame Pnell p te che ie nu Pnell/ chiamo Pinelli per te che sei un Pinelli.
Furono uccisi preti  e frati, cacciate monache dai loro conventi che  furono sequestrati e messi all’asta con i  beni, acquistati dai liberali (cioè borghesi e nobili ascolani-Luciani, Sgariglia, Desgrilli, Alvitreti ecc.) come applicazione delle Leggi Siccardiane (abolizione del  foro ecclesiastico, del diritto di asilo, e della manomorta ) e della legge Rattazzi (abolizione di tutti gli ordini religiosi -tra i quali agostiniani, carmelitani, certosini, cistercensi, cappuccini, domenicani, benedettini ecc. – perché privi di utilità sociale, anche se si dedicavano apparentemente ” alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi», con  esproprio di tutti i conventi, con sfratto immediato degli  uomini e donne addette).
Pinelli applicava la legge militare  e puniva  specie i prelati, rei di avvertire i briganti  con il suono delle campane: furono trucidati  in questa azione selvaggia  donne e bambini, seviziate e violentate bambine, figlie di briganti, e distrutti interi paesi nell’ entroterra montano ascolano, nel corso di 2 anni -1861/3-, in cui i piemontesi  riuscirono a stroncare il fenomeno brigantesco.
I  piemontesi, comunque,   spesso subivano insuccessi e scacchi e perfino sconfitte, come quella sul Vallone (dove oggi è la seggiovia e l’albergo Remigio I), dove i briganti portarono via anche  i viveri e le pentole dell’esercito italiano.
I briganti sapevano sfruttare bene la conoscenza dei luoghi e colpivano a momento opportuno i soldati piemontesi, che non conoscevano i luoghi e il clima: a febbraio e a marzo si passava da cielo stellato ad una nebbia improvvisa e  a burrasche di neve.
Inoltre i  briganti avevano la  protezione  e la  copertura dai montanari e rifugi sicuri: la Grotta di S Angelo a Ripe di Civitella (Teramo) li accoglieva dopo le sortite.
Con la stessa ferocia di Pinelli, altri comandanti  piemontesi  fecero decimazioni  a Pontelandolfo ed altre località (Benevento).
Il 14 agosto 1861, essendo stati uccisi 1 ufficiale, 40 soldati e 4 carabinieri,  in una imboscata fatta dai briganti, guidati da Cosimo Giordano, il  comandante di un battaglione di bersaglieri, Pier Eleonoro Negri,  massacrò quasi 400 inermi contadini, dopo aver incendiato il paese,  e dopo che erano state stuprate ed assassinate le donne.
L’Italia era già stata proclamata unita ( 17 Febbraio del 1861)!
Pinelli  nel Piceno  condannava a morte chiunque che  “con parole o con danaro o con altri mezzi avesse  eccitato i villici ad insorgere, nonché a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale “…..
Egli fece un bando, tipico dei liberali anticlericali  (Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotale vampiro  che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava!)  per eccitare i soldati al combattimento contro i difensori di Civitella del Tronto, che combattevano con  forza e non si arrendevano, nonostante le notizie della fine della guerra e della sconfitta dei Borboni.
Il bando fu propagandato in tutta Europa come esempio di ferocia piemontese e come testo giacobino, tanto che  la monarchia sabauda  allontanò Pinelli  dal Piceno  e lo sostituì col generale Luigi Mezzacapo, che portò a termine l’impresa.
Qualche giorno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia,  la rocca di Civitella  comandata da Maggiore Luigi Ascione, sostituito dai  Borboni con il Capitano Giuseppe Giovane, nominato colonnello, si arrese, per fame  il 20 Marzo del 1861 (cfr. Mastrejà,  e.book Narcissus  2011) : il comandante,  coi  suoi 110 soldati superstiti, ebbe l’onore delle armi  a piazza dell’Arengo in Ascoli.
Nonostante questo, quasi tutti, eccettuati i feriti gravi, furono inviati in prigione a Savona e a Fenestrelle da dove non tornarono  più.
Invece il generale Ferdinando Pinelli,  l’anno dopo, nel febbraio,  fu premiato con la seguente motivazione :”Per i soddisfacenti risultati ottenuti col suo coraggio e per l’instancabile sua operosità nella persecuzione del brigantaggio nelle provincie napoletane nel 1861″.
Noi ascolani  e piceni,dunque,  siamo stati conquistati dai Piemontesi mediante un’azione militare secondo gli storici locali ascolani,  (Ascoli 1861-63).

Cosa accadde davvero nel 44 d.C. ad Antiochia capitale della provincia di Siria

 

Io non conosco verità assolute e sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò sono la mia ricompensa e il mio onore Kahlil Gibran

 

 

Professore, cosa davvero avvenne ad Antiochia, capitale della provincia di Siria, nell’estate del 44 d.C.?

Sembra, Marco, che  lì, per la prima volta i discepoli  del Christos si chiamarono  christianoi –  Atti degli apostoli 11,26-.

Si tratta, professore,  della formazione di un ‘ecclesia, dove ci sono circoncisi, giudei,  e non circoncisi,  gentili,  sui cui è calato lo Spirito Santo –  Ibidem, 10,47! – E’ un fatto successivo all’episodio di  Pietro a Cesarea  Marittima  e alle accuse dei  giudei  a Pietro, che si difende – ha accolto gentili,  pur essendo un aramaico! – dicendo:  se, dunque, Dio ha  concesso loro il medesimo dono, che ha concesso a noi,  che abbiamo creduto nel signore Gesù Cristo,  io, chi ero,  da potermi opporre a Dio -Ibidem 11,17-?

Si. Marco, in nome di Christos si sono riuniti giudei (aramaici ed ellenisti, circoncisi ) e gentili /ethnikoi non circoncisi.

Quindi, professore,  sorge una nuova comunità che ha il suo fulcro nel battesimo di fuoco dello Spirito santo -Cfr. Lettera  I ai Corinzi e  Lettera ai Galati – opposto a quello dei naziroi gerosolomitani aramaici, basato sul battesimo di acqua di Giovanni, rimasti puri e a quello della tradizione aramaica dei Mandei, stabilitisi già in Parthia o in Perside? Professore, pochi anni dopo la creduta morte di Gesù,  oltre a quella  gerosolomitana aramaica pura,  sorge, dunque,  un’altra comunità,  mista, greca,  che riunisce  giudei ellenisti  e gentili,  accomunati ora dal battesimo di Gesù, ritenuto non quello  di Giovanni,  umano, perché ad opera di acqua, ma divino, in quanto  ad opera di fuoco, come afferma Paolo nelle sue lettere?!

Marco,  sembra che sia così!.  Ora si parla di una riunione/ecclesia antiochena nuova,  mista –  otto anni dopo la crocifissione gerosolomitana del signore/kurios Gesù Cristo, rievocata poi successivamente dopo oltre cinquanta anni, da Luca, un medico,  considerato scrittore del  Vangelo e degli Atti degli apostoli-.

E’ possibile dire, professore,  che si tratta di una nuova chiesa sorta dopo la morte di Erode Agrippa I a Gerusalemme e la costituzione di un  nuova provincia in Iudaea  ad opera di Romani che nominano  Cuspio Fado  prefetto (44-46), sotto cui sembra avvenire  l’episodio contestato di Teuda – Ant giud. XIX, 360-366-  in cui è chiara l’azione del re  con  la sua opposizione  a Vibio Marso, punito, comunque,  coi soldati di Cesarea, che avevano disonorato la memoria del re, grande elettore di Claudio imperatore   (cfr. Ant Giud. XX, 1.14), che ribadì quanto ordinato già da Lucio Vitelio, che aveva accolto  la richiesta  di gestione giudaica della  stola sacerdotale,  concedendo l’onore al fratello del monarca morto, Erode di Calcide e, alla sua morte nel 48,  al nipote Erode Agrippa II?

Penso di si. L’ebraismo aramaico è  così accontentato nel suo nazionalismo  sacerdotale per onore al defunto  Erode Agrippa, mentre viene limitato l’espansionismo commerciale ebraico e con esso il proselitismo  religioso, essendo favorita la pars trapezitaria   ed emporistica della concorrenza  latino-greca. Marco, nel 44,  il sorgere di christianoi in Antiochia, in un  momento di arresto della supremazia emporistica ebraica-  anche se ancora  predominante  in ogni parte dell’impero – suona condanna di ogni manifestazione egemonica  e risulta denuncia  sottesa alla memoria di un Messia,   crocifisso dai romani, che è considerata una rivolta ideologica,  connessa con la discesa dello Spirito  santo,  a seguito del ventilato  pericolo di soppressione  della stirpe giudaico -aramaica  gerosolomitana! Il governatore di Siria  non guarda con piacere la manifestazione memoriale di una cellula ebraica,  desiderosa  di diffondere il keerugma evangelico  in nome di un Messia  crocifisso dai romani a Gerusalemme,  proprio quando è iniziata la pacificazione  generale religiosa voluta da Claudio! Ogni popolo sia  libero nel servirsi della propria threskeia /religione e nessuno osi parlare nazionalisticamente del proprio credo vantandosi della propria  verità religiosa. Ad ogni popolo il suo Dio, aveva decretato l’imperatore! Dunque, non piace all’amministrazione antiochena la predicazione del nuovo messaggio  circa il battesimo di fuoco  che sembra ancora più nazionalistico del battesimo di Giovanni  sul fiume Giordano,  simile  a quello mandaico, che risultava  una fucina Aramaica di patrioti contrari all’universalismo romano, uomini integralisti, votati al martirio  per l’integrità della fede!.

Professore,  questo Gesù/ Iesous paolino, un ebreo ellenizzato, non ha niente  o poco a vedere col Messia,  vero ebreo aramaico?

Il Gesù/IesousChristos,  di Paolo,  Kurios, è una figura di  ellenizzato, il cui pensiero  poi   latinizzato, conformemente  a Lettera ai romani, -Rom.3,28   credo per fidem sine operibus legis   che leggo nel libro del suo amico Mauro Pesce,  che  è in linea – mi sembra-  con  quella di Guy Stroumsa ed altri, non è un vero giudeo,  in quanto non presenta gli aspetti tipici di un aramaico o di un  mandaico, uomini  alimentati  dalla musar, sdegnosi della paideia?

Tu, Marco, parli di  questa  conclusione di Mauro Pesce – con cui ho  una corrispondenza di mail, amichevoli,  propria di due vecchi, che  trattano di covid e che si informano del reciproco stato di  salute-?!

Per quanto riguarda l’impatto con Rom 3,28, i pensatori e uomini di cultura, che hanno sentito il bisogno di pensare un tipo nuovo di persona,  in cui la libertà del singolo fosse fondata sulla dignità della scelta individuale, della coscienza individuale, della libertà individuale e di un’organizzazione statale rispettosa di queste libertà, si sono trovati nella necessità di criticare a fondo la concezione paolina, dal punto di vista della possibilità dell’uomo di compiere la legge, dal punto di vista della natura della legge, dal punto di vista del rapporto del pensiero di Paolo con quello di Gesù. Si trattava anche di determinare quale rapporto quella dottrina potesse avere con la legittimazione di un ceto o comunque di un’autorità che – nelle chiese – controllasse sia l’esecuzione della legge, sia la fede, sia i contenuti di ambedue. In questo processo di revisione, tutte le categorie direttamente o indirettamente connesse con il rapporto tra opere della legge e fede in Cristo, dovevano essere sottoposte a riesame: peccato, giustificazione, redenzione, ma anche legge (legge naturale, legge ebraica, legge ebraica morale, legge ebraica cerimoniale, universalità o meno della legge ebraica) ma anche la distinzione tra ebrei e non-ebrei. Un risultato finale di questo processo non c’è. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito. Un comportamento morale corretto è possibile senza alcun intervento della grazia divina? Esiste un rapporto necessario tra atto morale e legge o basta l’obbedienza alla coscienza interiore, quantunque erronea? Di fronte alla domanda se il pensiero illuministico sia una creazione di carattere universale o, semplicemente, un momento dialettico interno al sistema culturale cristiano, non so dare una risposta e forse la mia stessa domanda è errata, superficiale ed inutile. Credo tuttavia che il tentativo di creazione di un sistema categoriale indipendente dalle Scritture ebraico-cristiane sia iniziato, ma tutt’altro che terminato. Sembra che le grandi categorie culturali ebraico-cristiane continuino a determinare il nostro modo di pensare anche se l’empirismo della scienza e della tecnica, e i modi di vita di grande quantità di persone (siano questi modi di vita connessi con la diffusione di una cultura tecnico-scientifica o no) sembrano usciti da qualche tempo dalla cultura cristiana. La situazione attuale più dinamica nelle scienze umane è quella rappresentata dalla storia comparata delle religioni e delle culture, una storia comparata che però anch’essa nasce alla fine del XVII secolo…..? 

Si professore. Questa revisione…è una strana confessione !

Marco, non tirare conclusioni anche tu, senza aver compreso il tutto!  gli studiosi del  cristianesimo dicono che un risultato finale di questo processo non c’è!. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito!.

Tu, amico mio,  devi prendere atto di quanto giustamente dicono e credono!.   Sappi che essi credono, però,  così,  sulla base di una lettura latina occidentale di un testo paolino, incerto, e come messaggio e come datazione e come scrittura! Infatti nessuno  oggi può dire in coscienza che si  tratta certamente di  una Lettera di Paolo  ad una  comunità di giudei e di christianoi, romani, numericamente inconsistenti, in mezzo ad oltre un milione di pagani, in epoca neroniana!? E’ impossibile la datazione della Lettera ai romani! Neanche si può attribuirla con certezza a Paolo civis tarsense, legato per famiglia con gli erodiani! 

Questa  lettera la si data in questo modo,  perché in Atti 20,2 – scritti probabilmente dopo il 94 d.C.- si parla di un Paolo che parte per Gerusalemme, con la colletta  fatta in Macedonia e in Acaia, avendo già il disegno teologico e storico della redenzione, consapevole  e che la legge mosaica sia esaurita con le sue norme e le sue opere,  in quanto sostituita  dalla fede nel Christos venuto, in una giustificazione generale  e in una conciliazione katholikh/universale!. Quindi sembra che la lettera sia stata scritta prima del 50 d.C., dopo  che Paolo ha fatto la colletta in Acaia e in Macedonia. E’ possibile che a così in breve tempo, dopo pochi  anni dalla  morte di JEHOSHUA,  maran aramaico, messia, sia stato elaborato  un tale progetto  quando ancora non esistono  i vangeli  in greco -cfr.  I vangeli  www.angelofilipponi.com -?

Non è più probabile, professore, che tale disegno  sia di una scuola, come quella di  Clemente e di Origene  in Alessandria, del  secolo  successivo, dopo qualche ventennio a seguito dell’annientamento  della radice aramaica di Shimon Bar kokba  dopo il ridimensionamento del giudaismo ellenistico mediterraneo,  ora ricollegato con le forme cristiane antiochene – impegnate nel recupero del messia aramaico risorto ed asceso al cielo, centrale nella formulazione divina dell’ uios-logos,  e di uno Pneuma di Dio Pater, in senso trinitario – insieme a christianoi efesini, uniformati al pensiero visionario ed  apocalittico di Giovanni discepolo di Cristo e a quello di Giustino, palestinese Secondo me, Mauro Pesce e  i  professori universitari con  le loro  formulazioni rimangono  su una  logica esegetica ebraica, farisaica, poi divenuta tipica espressione di una revisione protestantica, su di un piano di predilezione paterna  divina per un figlio, a seguito di una scelta agostiniana (Expositio quarundam propositionum ex epistula ad Romanos 13) antipelagiana, geronomiana, della tradizione latina, anche se si parla di revisione e di inizio di tentativo di creare un sistema categoriale indipendente dalle scritture, in una coscienza dell’ebraicità di Gesù, indistinta, comunque,  nella figura umana aramaica da quella divina, successiva, ellenistica!

A mio parere, Marco,  la via è un’altra: dobbiamo aprire gli occhi e vedere se esiste davvero, senza parlare genericamente e generalmente, e procedere  specificamente, metodologicamente,  dopo avere ricostruito  testo, cotesto e contesto,  esaminato storicamente e geograficamente in determinate reali situazioni, quella  della costituzione di un  didaskaleion alessandrino,  in epoca antonina, utilizzato, poi, per la predicazione  della khreestotees  cristiana nel terzo secolo ed, infine, sfruttato  sotto Costantino e specie  sotto Teodosio  con i padri cappadoci. Allora, forse,  la lettera pseudopaolina  potrebbe evidenziare col disegno  libertario individuale una legge mosaica esaurita nelle sue norme ed opere,  a causa delle venuta del Messia Jehoshua, Aramaico,  assimilato alla  figura di  Iesous  morto, risorto ed asceso al cielo, in una fusione confusa/sugkrisis-sugkhusis di malkuth e di basileia, di Regno  aramaico con Regno ellenistico, di musar e  di paideia, sulla base della lettura di Origene, che rileva  la sublimità formale paolina!

Forse, così, professore,  si comprende lo stupore di Erasmo da Rotterdam  che parla di ossimoro-  ordo confusus, romano  paolino,  prima di rassegnarsi nella lettura  idealistica religiosa,  conscio di essere sulla linea stessa  letterale di Teodoro di Mopsuestia e di Giovanni Crisostomo! Allora forse si comprende  il giudizio di Lutero che considera la lettera paolina  il vangelo più puro per una teologia dogmatica- considerato il suo pecca fortiter, crede fortius-!

Marco, stai mostrando un Gesù christianos,  non un Gesù aramaico, quello che noi conosciamo, seppure a frammenti,  tramite  i 41 papiri e i 4 codici onciali  del lII-IV secolo!-

Io ritengo  da vecchio studioso, senza titoli, – conscio di sapersi tenere lontano dalla lettura alessandrina e da quella bizantina- che  si tratta,  invece, di un problema di testo e quindi di rifiuto del textus receptus e della necessità di un’altra lettura, neutra, tra codice  sinaitico e il codice vaticanus! So che così appaio un vecchio-bambino, libero, comunque,  di pensiero, ma uomo, ottuso nella ricerca laica, del tipo di Samuel  Prideux Tregelles!

Chì è ? professore

E’ un lettore biblico -1813-1875-  ritenuto ortodosso! E’ uomo  che, pur debilitato da varie vicissitudini, rimane  impegnato, nel suo credo, come un monaco,    in senso cattolico, interessato solo al successo della Chiesa!  Marco, comunque,   mi sembra utile, concludere,  col commento di  Ambrosiaster  circa la lettera ai romani, 5,14 sg: chi non  può valersi di una propria autorità  per prevalere,  adultera il dettato della legge per affermare la propria interpretazione,  quasi fosse il dettato della legge, tanto da fare apparire una prescrizione non della ragione ma dell’autorità Per me bisogna meditare a lungo sulla frase finale riassuntiva: molto è stato cambiato  al fine di riferirlo e portarlo  al pensiero umano, così che le lettere  contengano ciò che pare all’uomo! Io invece, giudico vero ciò che segue la ragione,  la tradizione e l’autorità!

 Il mio io,  caro Marco, potrebbe essere  proprio di chi sa solo di aver lavorato,  facendo storia cristiana, dopo lunghi anni spesi, senza guadagno,  per distinguere  le varie forme di giudaismo, i due regni  tra loro,    la musar e la paideia, dopo periodi, dedicati alla traduzione  delle fonti, cosciente di essere  uomo che, non avendo certezza di niente, è  anche pronto all’ ascolto,  come discepolo,  di un altro, che  può essere avanti nello …studio, desideroso dell’amicizia altrui! .

Professore,  io la seguo nel suo pensiero  di un Gesù vero ebreo, diverso da quello paolino cristiano, fusosi poi con  quello alessandrino del II e III secolo d. C.,  poi latinizzato, e distinguo  il battesimo sul Giordano con acqua da quello con fuoco, proprio  degli pneumatici  e dei mandei. Per gli altri cristiani  i due battesimi sono la stessa cosa, come se  non esistesse la  divisione tra i seguaci di Apollo e quelli di Paolo, Aquila e Priscilla, come se  gli aramaici e i mandei non fossero rimasti fedeli al loro battesimo,  gli uni  fino alla sconfitta  di Shimon bar Kokba e i secondi fino ad oggi!

A mio parere, professore,  i nostri interlocutori credono perché lettori latini che conoscono,  in superficie ,  la storia dei Mandei, un popolo che venera ancora come Dio lo stesso Giovanni il Battista, che battezzò con acqua  il nostro Gesù, il giudeo di galilea, aramaico, poi messia del suo popolo, crocifisso dai romani!

Mi sembra che tu conosci bene i  Mandei oggi stanziati in Iraq e in Iran, credenti in Giovanni Battista, che nel periodo  di Caligola e di Claudio  accolgono i giudei aramaici dispersi dai romani e li nascondono  in una loro comunità  ad Harran e in altre In Perea, convinti di avere lo stesso ed unico principio di luce e di doversi opporre al maligno come il tentatore,  principio del male, signore delle tenebre!  – Parlai di loro , una volta, con  Mario Pincherle, un uomo di grande intelligenza  e preparazione, inascoltato come me,  dai dotti professori universitari- e perfino da  Costanzo-  tanti anni fa, nella sua villa, a Palombina ! –  Nel  III secolo d.C.,  essi si allineano al pensiero di Mani (216-277 ), pur conservando il battesimo di Giovanni  e il suo culto divino!.

Professore, lei ci ha parlato di un Gesù non morto e di una successiva  esistenza per altri circa  25 anni, vissuta forse in incognito tra  i mandei, che  col fratello Iakobos e gli altri aramaici non possono accettare il battesimo di fuoco  del Paraclito, perché come eletti  e puri attendono il lento e graduale processo di smaterializzazione e di progressiva spiritualizzazione, che avviene nel corso della storia,  non miracolosamente,  ma con il proprio retto agire, inteso  a migliorare  se stessi e gli altri, che sono solo popolo, che crede ed  ascolta  la parola messianica.

Marco, tu vuoi sapere se, in epoca di Claudio  – che proprio nel 44 , ha smantellato il sistema  religioso dei druidi,  cancellando  la loro reazione al culto divino imperiale augusteo, con la conquista della Britannia ed annullando anche la pretesa religiosa elettiva  aramaica, con l’editto agli alessandrini! – i mandei e i rifugiati aramaici  accettano il pensiero paolino di morte e di resurrezione del Christos e la discesa del Paraclito? Vuoi sapere questo. Bene Ti rispondo a cuore aperto. Non credo che  quelli che poi saranno manichei,  possono accettare la predicazione del cristianesimo paolino,   ma certamente  rilevano la via della spiritualità e della purezza pneumatica,  sciolta, però, dalla discesa del Pneuma Agion, la cui azione è già tra loro come  purificazione personale tipica del loro corso  di vita ascetica, per come ce lo descrive Agostino -che fu manicheo-!

Allora, professore,  come si spiega la conversione di Apollo ad opera  di  Aquila e Priscilla  ad Efeso,   che  come Paolo  credono ad un battesimo di fuoco e  mostrano la differenza da quello di acqua,  giovanneo, tanto caro a Jehoshua cfr. Atti degli apostoli, 18,26-?

Marco, per Luca, scrittore di Atti, opera scritta almeno cinquanta anni dopo la costituzione dell’ ekklesia antiochena, è ormai una norma  christiana il battesimo come manifestazione del Paraclito.

Professore,  è prova di quanto dice il fatto che la sede di Efeso risulta non sicura  per Luca perché i due coniugi, artigiani,  sono costretti a  tornare a Corinto,  a seguito dei  tafferugli efesini ad opera  dell’argentiere Dionigi ed altri artisti che vivevano col commercio di statue  e di immagini. Luca, che scrive agli inizi dell’epoca antonina, conosce l’accaduto e la stessa distruzione del Tempio gerosolomitano  e la nuova situazione efesina postdomizianea!

Marco, Aquila e Priscilla  già erano stati cacciati da Roma da un editto di  Claudio tra i 49 e 50,  quindi,  i due vivendo un momento di persecuzione proprio perché facevano proselitismo, vietato dall’imperatore, e si fermavano in località dove operavano come sconosciuti (Corinto e,  poi, Efeso)  rimanendovi anche nel periodo del quinquennio felice -54/59- neroniano,  – in cui  il decreto sul proselitismo sembra meno vincolante, rispetto al rigore iniziale imposto della legge-.

Professore, se Jehoshua  non era morto ed ancora viveva, come avrebbe potuto  considerare il cambio di battesimo, ad opera di christianoi?

Su un dato storico incerto- attualmente quasi improponibile data la mancanza di prove reali,  come quello della non morte e non  resurrezione di Gesù –  tu chiedi come un aramaico, educato secondo legge e battezzato secondo il rito giovanneo, in un momento di stasis rivoluzionaria e di condivisione della ricchezza templare tra  suo fratello Jakobos e il governatore giudaico,  possa pensare dei christianoi – quelli che hanno tramutato, nel suo nome grecizzato, il suo regno terreno in uno celeste, secondo il muthos ellenistico, quelli che, credendo nella sua resurrezione e risveglio dai morti, lo hanno divinizzato e creato una religione! – quando Porcio Festo, inviato da Nerone,  trova la Giudea in rivolta e i ribelli  che  incendiano e saccheggiano i villaggi, che pagano regolarmente le tasse ai romani  ( cfr. Ant. Giud.,XX,185) in un  quadro, in cui sono chiari  i prodromi di guerra!? Gesù aramaico, aramaicamente non può non essere   tra i rivoltosi, contro Roma,   e neanche non può non considerare  farneticanti le letture mitiche cristiane, opposte a quelle divine, monarchiane, di un solo Dio!  Ritengo che permanga in lui l’odio per i romani che hanno fatto l’eccidio di Alessandria  alla morte di Drusilla,  sorella di Caligola  divinizzata come Panthea, che  sia indignato e pianga come  Filone, per l’ordine caligoliano di profanazione del Tempio  a causa della  collocazione del  colosso imperiale nel Debir e di deportazione di tutti i  giudei in caso di rivolta, che abbia gioito barbaricamente per la sua morte  voluta dall‘ira di Dio  e forse accettato inizialmente  Il regno di Claudio e il suo editto, la nuova amministrazione dei governatori romani, compromessi col fratello Jakobos, che, dati i suoi meriti di condivisione delle entrate  del tempio  e  considerata la  sua giustizia, garantisce uno stato  pacifico civile in  Gerusalemme con gli esseni,   che condividono  il potere  sacerdotale insieme con i sadducei, autorizzando il regolare flusso dei fedeli adiabeni e mesopotamici, parthici  oltre a quelli  romanizzati del bacino del  Mediterraneo ed asiatici e siriaci, alla città santa, e  i consueti  annuali sacrifici, specie pasquali, fonte  comune di ricchezza  e per il sacerdozio e per Roma!. Il messia, ora in incognito,  rimane un battezzato da Giovanni che vive lontano dal banditori del messaggio paolino, eretico per un vero ebreo, che riconosce l’albero dai frutti e che  fa opere  a dimostrazione di una scelta sublime, mosaica, non pneumatica! 

E’ la normale linea degli aramaici della  Chiesa di Gerusalemme  che resta incontaminata e pura secondo Eusebio fino alla galuth adrianea  e che poi è rifondata secondo i criteri non della musar ma  della  paideia greca!

Per lei, quindi, professore, la  comunità di cui si  parla in Atti degli apostoli  (4,31-37 e 5,1-10)   circa la mirabilie unione di christianoi , è aramaica,  non cristiana  romano-ellenistica modificata  in forma  ecclesiale in Efeso, Antiochia, Alessandria dopo la fine del giudaismo aramaico?

Marco,  i chrystianoi non hanno una svolta  decisiva dopo la distruzione del  Tempio, ma dopo  l’impresa di Shimon bar Kohkba,  quando cominciano ad attirare sempre più i  giudei  ellenistici,- dai quali, comunque, inizialmente si sono già separati- e li  accettano per le  preghiere comuni ancora al sabato, estese anche alla domenica/ hmera kuriakh,  convincendoli  con l‘eleos, inteso aramaicamente come tzedaqah, invitandoli  anche alla frazione del pane (Atti 2,41-47).  

Professore dobbiamo, dunque, chiarirci che uno è il percorso aramaico ed uno quello christianos!

 Marco, attualmente, in relazione alle fonti, a noi tramandate, tutto è confuso : non si è mai certi di niente  e le distinzioni stesse  anche da noi fatte  non possono definirsi esatte. Il cristianesimo primitivo  è un  fenomeno impossibile da decifrare  in quanto è una matassa ingarbugliatissima, inestricabile,  un ‘ informe poltiglia  bollente in un calderone  dove sono state messe  a cucinare dal tempo  miriadi di  culture   non più identificabili  nemmeno per sapore sapienziale, perché componenti che si sono fuse  e confuse  nella cottura secolare  dal fuoco temporale : tutto (il mondo sumerico -accadico, quello  assiro-babilonese, medo- persiano, ellenico –  macedone, giudaico, latino  e romano -ellenistico) è  christianos,   un groviglio  culturale misterioso, destinato  a rimanere un enigma impenetrabile!

La riduzione  ad una sola religio, quella catholika, ha complicato ulteriormente il mistero col Concilio di Nicea, prima, con Costantino e, poi,  con quello di Costantinopoli  con Teodosio, data la volontà imperiale  occidentale di dare un unico credo cristiano all’impero pagano romano,  con  un solo imperator ed un solo pontifex maximus,  e di riunire  in sé il profano e il sacro,   il corpo e l’anima, il tempo e l’eterno

Che bravo Costantino, il figlio di Elena, la donna illegittima di Costanzo Cloro,  tredicesimo apostolo, vivente, sovrano e sacerdote di un Dio Sebaoth/ signore degli eserciti, nikeths! 

Certo il cesaropapismo costantiniano – che ha come emblema la Nuova Roma , Costantinopoli- e la riunificazione dei tanti  credi cristiani, nonostante l’opposizione di Ario – poi vincitrice per quasi un cinquantennio – sono  fondamentali per  una pacificazione  generale  religiosa dell’impero romano, definitivamente voluta da Teodosio, che  autorizza, comunque,   con la sua  divisione finale  in impero romano di Occidente, affidato al figlio Onorio  e  in quello di Oriente ad Arcadio, il travaso culturale,  sulla base del  comune diritto latino, con  la  latinizzazione del  fenomeno cristiano, nato ellenistico, seppure da una radice aramaico-giudaica!

 

 

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Ponzio Pilato e il Malkuth aramaico messianico

Iscrizione di Anonimo ascolano MDXXVIIII

Chi po non vo, chi vo non po; chi fa non sa, chi sa non fa/  Et così il mondo male va!chi può non vuole, chi vuole non può; chi fa non sa, chi sa non fa. E così il mondo va male!

 

Professore, noi sappiamo che Gesù si fece sorprendere da  Ponzio Pilato, mentre era armato e con seguaci, davanti a Gerusalemme!

Marco, tu  ti  riferisci  a quanto ho scritto, parlando di Robert EISLER in Ihsous Basileus ou Basileusas, che  ipotizza un archetipo aramaico (o uno greco dal Titolo Alosis toon Ierosolumoon), di cui ci sarebbe traccia nella traduzione di Guerra giudaica, in lingua slava.  Tu ti ricordi che in essa, tra l’altro, si dice che i gerosolomitani, vedendo la potenza di Gesù, che era nel Getsemani con 150 armati e con molto popolo, gli chiesero di entrare in città, di massacrare le truppe romane e Pilato, e di regnare, ma lui non se ne curò; allora Pilato, informato, lo prevenne … e lo prese.

Si, professore, io mi riferisco a questa frase, ma sapendo dai Vangeli di un’entrata trionfale in Gerusalemme di Gesù, ragiono che i fatti non accaddero così! Anzi, ritengo vero il contrario che, cioè, avvenne,  invece, che Gesù fece l’impresa messianica militare con l’aiuto di Areta,  re di Petra e di Izate  re di Adiabene  e  di Artabano, il re dei re, dal  quale ebbe il titolo di maran/ Basileus , e che, quindi, conquistò la città Santa e il Tempio e stabilì il Malkuth, federato col regno parthico, avendo avuto l’appoggio militare del popolo, che spalancò le porte!. Si suppone  perfino che Gesù massacrò la guarnigione romana della Torre Antonia, favorito anche dal tamias e dallo strategos  templare, che aderirono all’impresa messianica!. Ci fu, quindi, il distacco  del territorio giudaico dalla Siria (la Iudaea  ne era una sotto provincia, dal 6 d.C!.)  e da Roma, con proclamazione del Regno e con l’unzione del Messia da parte del sacerdozio essenico, subentrato a quello sadduceo!.

Marco, il tuo ragionamento è frutto di una personale ricostruzione  dei fatti, che non ha basi reali storiche, ma solo una coerenza logica, derivata da una coscienza di non integrazione degli aramaici con la classe dirigente sacerdotale ed erodiana filoromana, profondamente ellenizzata da tempo!  Io lo condivido e lo ritengo  giusto perché gli aramaici, essendo ancora fautori della dinastia  asmonea, non si erano integrati  con i giudei ellenisti, non rispettavano i sadducei filoromani  ed erano ostili ad Erode Antipa, tetrarca   di Galilea e Perea e a Filippo tetrarca di  Traconitide, Auranitide, Paneas, Batanea  ed altre regioni! Dalla traduzione di Antichità giudaiche di Flavio  mi deriva,  inoltre, la certezza che gli aramaici, rifiutando l’ellenizzazione sadducea  e quella alessandrina,  costituiscono un enclave  mesopotamico, irriducibile nel rigore fideistico legalistico,  ancorato alla lingua, fede e stirpe comune, in quartieri di Gerusalemme stessa e in punti chiave della Iudaea, in  specifiche  zone dell’Idumea e  del deserto giudaico, oltre che in Galilea e  Perea  ed in Iturea –   e sono  puri integralisti, pronti alla morte- nonostante il precedente buon governo di Erode il grande, filelleno,  anche se i primi prefetti, fino a Ponzio Pilato, non hanno mal governato, in nome di Roma –  poiché hanno approfittato delle occasioni  di repressione romana  militare e fiscale,   e soffiato  sulla situazione  critica degli operai e  dei servi agricoli del  tempio, sulla  condizione declassata economica  del basso e medio clero, avendo il potere romano imperiale privilegiato  l’amicizia dell’alta casta sacerdotale  e degli erodiani!

Quindi, professore,  si può affermare che in Iudaea  l’alta classe sacerdotale e  gli erodiani – che   sono stati limitati, comunque,  nel potere e parzialmente sostituiti, essendo stato esautorato Archelao nel 6 d.C.-  essendo  già ellenizzati e romanizzati, godono dei vantaggi di essere cittadini romani, partecipi  della gestione templare  e dello sfruttamento stesso  delle  classi popolari filoparthiche, vessate   e gravate da  tributi, riscossi dai milites e dai pubblicani, in quanto la choora  era stata censita da  oltre un trentennio! Posso anche aggiungere che  essi   seguono, dopo la morte di Seiano,  il  messaggio di Salvezza  del Messia, avendo avuto il battesimo sul Giordano da Giovanni e  posso sostenere che  l’impresa di Gesù, messianica,  avviene perché il popolo aramaico non si è integrato, nonostante il censimento augusteo,   dopo quasi cento anni dalla presa del Tempio di Pompeo nel  63 a. C ?

Certo,  Marco, l’impresa messianica di Gesù  avviene in un momento critico per l’imperium romano, quello della morte di Elio Seiano, 18 ottobre del 31 d.C. , durante la reazione tiberiana alla politica orientale  seianea, che aveva  provocato gli animi di uomini,  mai domi nel loro integralismo religioso, sempre pronti alla rivolta/stasis, convinti di avere un solo Signore, celeste, ed un solo padrone, non mortale, quotidianamente pregato con lo Shema, fiduciosi nella sua assistenza paterna:  la politica imperiale di attendismo e di non intervento immediato illuse gli aramaici che, pensando di approfittare  di una  pur momentanea impotenza romana, cullarono il sogno di redenzione e  di liberazione, nella speranza della cacciata definitiva dei soldati romani, che arrogantemente calpestavano il suolo sacro della  patria e  profanavano con le armi Gerusalemme e il Tempio,  feudo divino, centro in cui palpitava la presenza stessa di Jhwh!.

Dunque, professore, tutti i tentativi di  conciliazione di circa un secolo di politica di democratizzazione, di koinonia  e philanthropia romano- ellenistica  non erano stati  stati sufficienti perché la cultura aramaica, musar, aveva  intatti  i centri di predicazione nelle sinagoghe e nelle sedi degli esseni e dei farisei, che, invece,  bandivano il formalismo  sadduceo  e il cerimonialismo sacrificale  templare, fonte di ricchezza  per l’alto clero e per i romani  e preparavano   rivolte /staseis con una cadenza quasi quarantennale,  fiduciosi nella presenza ed  aiuto  del Signore, che aveva stabilito di inviare il Messia, come detto dai profeti, che  era attivo,  essendo  già venuto, secondo l’annuncio di Giovanni il Battista.

Le azioni di Ponzio Pilato, dettate da  Elio Seiano,  erano state una sfida all’integralismo giudaico aramaico, che si era ricompattato e riconnesso  con tutti gli altri giudaismi aramaici della Provincia di Siria e con quelli adiabenici,  peraico- galilaici, solidali con quelli nabatei, ed era esploso con la manifestazione entusiastica  messianica,  facendo traballare il potere degli erodiani tanto  che Filippo e   Erode Antipa si erano asserragliati rispettivamente nella fortezza di Masada e  Macheronte.

Ora la proclamazione ufficiale del Messia da parte essenica  e la sua trionfale accoglienza in città,  nella Pasqua del  32 d.C.,    sono atti che sottendono la piena padronanza di Gerusalemme (città alta  e bassa)  e il controllo  del tesoro del Tempio e di tutta la popolazione anche dei  giudei ellenisti,  sopraggiunti per  la festa. Ponzio Pilato, quindi,  non potendo intervenire  in nessun modo, perché relegato a Cesarea, probabilmente venne  a sapere della capitolazione della Torre Antonia e della strage  dei romani, che sorvegliavano il tempio, dopo il cambio di costituzione sinedriale,  cittadino, non più dominata da sadducei e da erodiani,  ma da farisei, esseni  e popolo, in rivolta, credenti nel Messia, predicanti che era giunto il momento  dell’ira divina.

Professore, anche Pomponio Flacco, governatore di Siria fu sorpreso dall’ avvento  del Messia in Gerusalemme?  Gli erano sfuggiti i controlli delle truppe di cavalleria di Izate e quelle di   Artabano che erano già avanzate in Commagene,  per  cui tardivo fu il suo intervento per frenare la cavalleria catafratta parthica, che,  al solo vederla, aveva terrorizzato i milites,  che si diedero alla fuga in Cirrestica. Per questo i rivoltosi delle  tetrarchie erodiane poterono fondersi   con quelle nabatee ed idumee,   in appoggio al Messia, che avanzava, come in processione,  chiedendo la resa delle singole città, prima di fermarsi davanti alle porte, chiuse, della  città santa,  ancora incerta sulla sua adesione: l’arrivo del supporto anche della cavalleria sebastena samaritana, passata dai romani alle forze consociate messianiche  e l’unione  fraterna con le altre truppe  indussero i gerosolomitani,  incerti, alla resa e  all’apertura  delle porte, dopo aver cambiato il governo della  città! .

In conclusione,   Marco, si può dire che  l’impresa messianica   avvenne perché al momento  le forze romane non avevano alcun collegamento, ma erano sparse  o bivaccavano convinte delle avvenuta integrazione culturale  della  Siria ed anche della  Iudaea, ormai ellenizzate  e  viventi secondo i costumi romani. Invece  il Messia aveva fatto esplodere  la comune fede legalistica  e il desiderio di libertà comune a tutte le popolazioni  filoparthiche,  transeufrasiche,  ed aveva dato unità  alle tante tribù, inneggianti a Dio e al suo Inviato  tanto atteso  per l’instaurazione del Regno dei Cieli, che avrebbe sterminato gli eserciti romani e i loro simboli pagani.

Il fenomeno messianico  fu di breve durata e durò il tempo necessario a Tiberio per stanare i fautori di Seiano a Roma e nelle province e  per riorganizzare la riconquista della Siria e della Giudea,  di riordinare gli eserciti e di inviare un comandante abile come Lucio Vitellio, col mandato di fare trattati con i  re caucasici, di invadere con loro  la Parthia settentrionale e di esautorare il re dei re, di punire con la morte Areta IV, socius traditore, – che, entrambi avevano fomentato disordini e provocato rivolte, col messianesimo,  per ampliamenti  territoriali,  sulla base  di un vecchio  diritto alla eredità seleucide-. Ristabilito l’ordo provincialis, crocifisso il Messia, accolto per ben due volte in Gerusalemme il governatore di Siria dal nuovo Sinedrio, costituito ora da filoromani sadducei ed erodiani, si celebra dapprima  la Pasqua del 36 d.C. in un clima di amnistia e di generale pacificazione, poi quella del 37 d.C.  per festeggiare l’annuncio  della salita al trono di Gaio Germanico Caligola, il neos sebastos,  che  inizia  un kronikos bios, un’era saturnia   nel tripudio universale di Roma, dell’Italia e delle province.

Lei, ha mostrato in La morte di un Dio che non la crocifissione e morte  del Messia ha valore nell’epoca, ma l‘era saturnia iniziale del regno di Caligola con  la sua neooteropoiia ed ektheoosis e con lo stupore  dei contemporanei per la sua morte!?

Certo, storicamente è vero questo, non la costruzione successiva christiana antiochena, tipica espressione  del pensiero di un civis Romanus, Paolo di Tarso, un sincretico visionario, celebrante la mitica morte e resurrezione di un eroe nazionale aramaico,  ripresa in epoca antonina,  nelle  sedi di Efeso e di Alessandria, in un un clima teorico  medio platonico e gnostico per la formazione  di un‘ecclesia, imitante strutturalmente  quella aramaica,  ellenizzata,  grazie al  magistero di uomini come lo pseudo Giovanni evangelista apocalittico, Panteno,  Clemente alessandrino ed Origene, che diffondono il nuovo vangelo, greco, basato sulla paideia, propria  del didaskaleion alessandrino,  sul dogma dell’ Agia Trias, sulla redenzione umana ad opera del Christos-uios, logos, inviato dal padre /pathr, secondo l’oikonomia divina   dello Pneuma/spirito!.  

Marco,  essendo falliti i tentativi nuovi aramaici di stasis in Giudea  –  avviata già  con Claudio ad una normalizzazione religiosa alla pari di ogni altra etnia, obbligata a vivere conformemente alla lex romana, che impegnava ogni popolo al rispetto e timore del  proprio dio, senza derisione per il credo  altrui,  dopo gli interventi traumatici e tragici di Caligola – già assimilato a  Zeus olimpio, desideroso di un culto divino uniforme in tutto l’impero, in Occidente e in Oriente – in Alessandria,  minaccianti annientamento etnico  per la provincia giudaica- in caso di  opposizione  aramaica all’ordine di installare il suo colosso nel  Tempio di Gerusalemme- la nuova costituzione della prefettura di Iudaea  era anch’essa un provvedimento provvisorio, data la natura stessa dell’integralismo aramaico, impossibile da sradicare!

Eppure, professore,  i romani  avevano   accontentato  i giudei  concedendo la veste sacerdotale  ad un ebreo, seppure erodiano, Erode di Calcide, nominato designatore del sommo pontefice! E  Claudio aveva fatto re di tutta la Giudea, ricostituendo l’antico regno di Erode il grande,  l’amico  e fratello di latte,  Erode Agrippa I,  anche se poi non lo aveva sostituito  col figlio, un adolescente di 17 anni, troppo immaturo per reggere un regno,  diviso tra filoromani ed antiromani , lacerato per gli odi religiosi al suo interno e non ben amalgamato con le altre popolazioni dell’impero, ellenizzate e ben  integrate! Comunque, Claudio prima e Nerone poi  sono decisi, seguendo la consulenza di  consiglieri come Vitellio e Marso, e di altri come Corbulone, a sradicare  il cancro aramaico,  facendo una politica   di  graduale annientamento dell’etnia aramaica, secondo le direttive giulio-claudie, già fissate   da Gaio Germanico Caligola, – la cui morte, provvidenziale, aveva ritardato il tragico epilogo -, provocata continuamente tanto da indurla ad  abbandonare la strategia   della atavica guerriglia, ed andare ad una guerra suicida, come, di fatto, avvenne nel 66-73 d.C..

Finita la guerra e distrutto il tempo, sono  cambiati i vertici  ad opera dei Flavi,  che, divenuti con l’impresa giudaica  i  sooteres tou  kosmou,  mantengono  tutto il territorio, da poco riconquistato,  in una condizione di  pacifica  convivenza con le altre etnie limitrofe e coi Parthi, vincolati con trattati-  anche se  ora iniziano i rapporti e le collusioni  con l’elemento ebraico ellenistico della diaspora,  non più dominante  economicamente e finanziariamente rispetto ai greci e ai latini – e  sono costretti a frenarli e così facendo  li avviano ad una coalizione con i  fratelli correligionari aramaici,  sempre feroci oppositori al sistema romano,  specie, in epoca antonina,  con Traiano desideroso di romanizzare tutto il Mediterraneo, come  mare nostrum, che aveva ripresa la politica espansionistica anche in Oriente,  annettendo prima la Nabatea  e  poi invadendo Il regno dei Parthi, incurante  della generale opposizione  giudaica!

Allora, professore, la distruzione del Tempio  e la Galuth   sono due sequenze di una stessa tragedia, successive alla morte del Messia/ christos,  due momenti della secolare tragedia ebraica intervallati dall’episodio della guerra di Kitos che risulta evento  contemporaneo  alla invasione parthica traianea, come un altro fronte antiromano, per  favorire i confratelli parthici!  Ormai è vicino  l’epilogo  dell’ultima impresa  messianica di Shimon bar kokba e di Rab Aqiva,  lo sconfitto ed ucciso figlio delle stelle e il santo  maestro della legge, ultra novantenne, spellato vivo, con cui si  sancisce la dispersione definitiva del  seme giudaico con la cancellazione da parte di Adriano,  dei nomina stessi  di  Sion/Gerusalemme  e di Giudea, divenute  rispettivamente  Aelia Capitolina e Palestina,   e con lo sterminio di massa, ultimo atto dell’eccidio di circa un ventennio prima di giudei ellenisti ciprioti e  cirenaici, ribelli a Traiano e rei di efferati delitti contro gli altri isolani e i corregionali afri?

Professore, lei ha mostrato facendo ricerca storica, la vera figura aramaica di Gesù ma non ha potuto  neanche avere la soddisfazione di un riconoscimento ufficiale  da parte ebraica anche se  storici ed archeologi ora rivendicano  giustamente  un Gesù, vero ebreo! Essi dovrebbero, a mio modesto parere,  seguire le indicazioni di una lettura  aramaica, quella del Regno dei Cieli,  distinta da quella romano- ellenistica, del Regno di Dio, in un rilievo  del suo Malkuth a Gerusalemme, in una scoperta della vicenda umana e terrena  di Jehoshua  Messia, ben separata da quella  di un Iesous Christos Kurios,  un christianos, figlio di Dio,  unigenito uios patros, logos /verbum, upostasis  dell’ Agia Trias,   propagandata da pneumatikoi, che, ispirati dallo Pneuma,  operano mediante fede, non mediante opere  e credono così di salvarsi. 

Il Mondo va così per l’anonimo cinquecentesco ascolano, non degenere  seguace di Cecco d’Ascoli! Lei ha capito e scritto poiché ha tradotto direttamente fonti e specie  Antichità Giudaiche , Filone di Alessandria,  studiato i Vangeli, gli autori alessandrini e i cappadoci  e gli autori  bizantini  oltre a quelli  latini e ai padri medievali  ed ha allora scritto la vera storia di Giudea, rilevando un popolo che non poteva integrarsi,  data la sua fede in un unico Dio ed ha compreso che  due secoli non furono sufficienti per l’ellenizzazione di barbaroi, condizionati fin da bambini dalla predicazione essenica e da quella  farisaica sinagogale  e che lo stesso Augusto, pur abilissimo politico, si lasciò  ingannare  di potervi riuscire col Regno più che trentennale  di Erode il grande e con quello  dei suoi fedeli figli, filelleni! Lei, davvero, ha capito la Storia del  cristianesimo primitivo e l’ha scritta, facendo un’altra lettura in opposizione a quanto predicato dalla Chiesa Romana  cristiana, che certamente nel corso dei secoli ha evidenziato infinite contraddizioni  ed incertezze, dubbi,  nonostante la certezza dell’ assistenza divina e la  coscienza  di non poter mai sbagliare essendo ispirata dallo Spirito Santo!.

Marco, ho fatto quello che ho potuto nel  corso di una breve vita umana!  La chiesa cristiana non può non sapere, data che ha negli archivi  vaticani la maggior parte di testi antichi,  anche se frammentari, che una cosa è  la Storia aramaica di  Jehoshua  ed una cosa la storia ellenistica di Iesous Christos Kurios, ma non potrà mai dirlo perché  tradirebbe  il pensiero fondante  paolino, basato sulla theoria di  morte e resurrezione del MESSIA/CHRISTOS  aramaico, senza la quale non può  esistere il cristianesimo e tanto meno  può rilevare la crudeltà barbarica  del sistema aramaico  integralista, avendo parlato  per secoli di  Gesù, assimilato al martire aramaico, che predica  koinonia ed agape, che invita i discepoli a porgere l’altra guancia,  a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio  e  che desidera premiare  il povero  col premio eterno paradisiaco  se, però,  sopporta con pazienza il male naturale di vivere e i soprusi dei  potenti! Il mondo  è andato così e va ed andrà sempre così, Marco! Chi vince, giustifica politicamente il proprio potere,   ma  non può dire mai la verità/alhtheia, nascosta, anche se sa che non bisogna nasconderla!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il silenzio di Apollonio

 

 

Naturale silentium  deus, unus, audit sentitque

 

Lei ci ha parlato del silenzio di Apollonio di Tiana, ma non ci ha spiegato nemmeno perché segue il consiglio di Pitagora? Professore, in quale periodo, in realtà, Apollonio rimane in silenzio e dove? Noi sappiamo  la differenza che c’è tra  siopaoo  e sigaoo!  Bene. Il primo indica il non parlare, come sileo  latino ; il secondo indica  l’atto di cessare dal parlare  e stare zitto come taceo (opposto a  loqui, dìcere e fari)!. Lei ci ha mostrato, di fatto,  che seguire il silenzio di Pitagora è basilare per ogni uomo che aspira all’ascesi, in quanto  è il primo atto dopo l’erudizione nelle scienze encicliche,  dopo l’iscrizione tra i neoi degli efebi, ora politai!   Quindi abbiamo compreso che un filosofo completa la sua formazione  con la prova del silenzio:  infatti sappiamo quello che il tianeo risponde al suo maestro pitagorico Eusseno,  da lui ospitato in una sua casa di campagna,  che gli chiede di scrivere su quanto gli dice il Dio, che è in lui e lo ispira:  come posso pensare a scrivere, senza prima aver fatto la prova del silenzio?

Dunque, per Apollonio, come per Pitagora, come per ogni contemplativo  il  primo passo  per una comunicazione  proficua con gli altri, scritta o orale,  coincide con  la scoperta del mistero del silenzio, che è esercizio di conoscenza  del numero e del valore della parola, in quanto fa aprire gli occhi nell’abisso dell’animo e scoprire l’io profondo, naturale, prima di iniziare la  missione di educare gli altri, mediante logos? E’ questo,  professore, quello che esige Pitagora per i suoi discepoli, imponendo una sottomissione assoluta al silenzio. come dovere di concentrazione dell’anima su se stessa, per la comprensione della doctrina, naturale?

Marco,  io so solo che Apollonio  si astiene dal parlare  e si chiude in un mutismo per cinque anni -anche se Pitagora oscillava tra un tempo di due anni a cinque- e che sceglie la zona di confine tra  Panfilia e Cilicia  e cessa il silenzio dopo l’episodio di Aspendos e che gli anni sono quelli del principato di Caligola e dell’inizio di quello di Claudio, epoca in cui un limos devasta la zona.

Professore, questo limos  è una spanositia, – di cui si parla nello stesso tempo e quasi nella stessa zona e nel bios  di Apollonio di Filostrato  e  in Atti degli apostoli dello pseudo Luca – di una mancanza di frumento, di una carestia,   che preoccupa i governatori, incapaci di frenare chi fa incetta e tiene il cibo in magazzini,  sorvegliati,  affamando  il popolo che lo cerca negli emporia,  supermercati delle città e della stessa capitale di Siria. Gli Atti  trattano  della calata dello  Spirito Santo  ed anche  di una colletta  da parte dei Gerosolomitani per gli antiocheni,  fratelli colpiti tra l’altro anche da un terremoto, e dell’ opera di Paolo e di Barnaba e di altri. In questa particolare situazione di carestia  alimentare  e di pienezza di Spirito Santo  sorge  in Antiochia sull’Oronte la setta dei christianoi, forse nello stesso tempo in cui Apollonio vive, stanziato  già nel tempio di Apollo dafneo, avendo già terminato il suo silenzio quinquennale. C’è una qualche attinenza o rapporto  tra l’esigenza di radicamento templare di Apollonio e  quella di  diffusione della predicazione delle morte e resurrezione del Christos, il messia aramaico sconfitto, qualche anno prima,   a seguito della  millantata discesa dello Spirito Santo, intesa come battesimo di fuoco del  poliths christianos?

Marco, ciò avviene  non solo  a seguito della spanositia,  profetizzata da Agabo sotto  Claudio (41-54),  ma anche  per la necessità  di tenere riunioni nella metropoli siriana e  di  dare istruzione ad una grande moltitudine,  tanto da determinare la distinzione tra i vari  giudei antiocheni di una nuova setta di Christianoi-11,26- probabilmente fruitori unici della colletta gerosolomitana, inviati agli anziani  per mezzo di Barnaba e di Saulo -ibidem 28-. La testimonianza  di Filostrato,  datata tra il  37 /40 e 44,  sembra alludere ad un periodo successivo a quello del governatorato di Petronio  e all’arrivo di   Vibio Marso e alla sua politica antierodiana, tesa a ridimensionare l’opera del re Erode Agrippa I, possibile  alla sua morte e alla mancata successione del figlio  diciassettenne, immaturo a guidare una regione così vasta, che necessita  di una nuova costituzione   statale romana occidentale.

Per lei, dunque, professore,  in un momento così complicato si costituisce la ecclesia  dei christianoi, cioè dei seguaci  giudaico-greci del Christos, credenti nella venuta della Spirito santo e nella morte e  resurrezione del messia  aramaico, quando il pensiero gerosolomitano, ancorato al battesimo  di Giovanni  è già discorde da quello  giudaico ellenistico, nonostante l’aiuto finanziario e la colletta, raccolta in Giudea da uomini che hanno una comunità  di fratelli che condividono ogni bene,  avendo un deposito comune, con una unica cassa!.

Marco, se si è nell’ultimo periodo del regno di Caligola, mentre in Giudea e a Gerusalemme c’è il netto rifiuto sacerdotale e  popolare  al voler imperiale di installare entro le mura templari la statua del Neos Sebastos, con accettazione dello sterminio della  popolazione giudaica, ordinata al procuratore di Siria Petronio Turpiliano, bisogna ritenere con Filone – Legatio ad Gaium – che  c’è coscienza che la nave giudaica affonda, pur restando la fiducia nella salvezza ad opera di Jhwh, che si manifesta  subito con la morte dl persecutore e con il proclama di Claudio  agli alessandrini!  Dopo  questo mortale pericolo per la stirpe giudaica, mentre si attua  la  politica di obbedienza al  nuovo imperatore, che vieta il proselitismo, non è chiara l’attività predicatoria di un Paulus, civis romano che propaga il  pensiero di morte e resurrezione del  Christos aramaico, un ribelle crocifisso, come vita eterna per i credenti,   non solo nella capitale siriaca ma anche nel bacino  orientale del  Mediterraneo, dove i controlli imperiali dovevano essere continui, considerati i contrasti ideologici con i giudei aramaici sulla figura stessa del Messia!

Quindi, in tale clima  sembra che   Apollonio termini il  periodo del silenzio e  si chiuda nel santuario di Apollo daphneios, il tempio pitico per eccellenza,  simbolo stesso della  castità  sacerdotale, collegato al mythos di Dafne.

Professore, sembra che lei voglia vedere, da una parte, relazioni tra  la fine del silenzio e la scelta dello stanziamento templare del  tianeo e, da un’altra, rilevare  nel mito di Dafne, una vergine che preferisce all’amore di un dio e al suo amplesso  un radicamento arboreo naturale  come sfida  della natura vegetale  stessa alla divinitas che, comunque, consacra l’alloro come simbolo di gloria per i migliori tra gli uomini, segnalatisi per altezza di ingegno?!

Apollonio, ora  lettore dei segni del tempio dafneio,  secondo me, propaganda la Sapienza pitica  mediante la spiegazione dei logia  apollinei, naturali simboli vegetali,  mentre i christianoi, da parte loro ispirati dallo Pneuma agion, rivelano il musterion del Christos incarnato, uios del Pathr,  logos divino, crocifisso!

Allora, professore, lei mette in relazione  ispirazione divina con l’arte della divinazione e della medicina stessa, ambedue legate ad Apollo,  e quella cristiana pneumatica?

Marco,  per me,  dopo il silenzio, Apollonio  si dedica alla profezia e alla scienza divinatoria, come dimostra poi nel colloquio con Iarca,  in India: chi ama la divinazione diventa  per Sé uomo divino e  risulta utile servitore per gli altri. Infatti chi  conosce l’avvenire e lo fa conoscere al prossimo non on è forse un essere   potente e rassicurante come Apollo delfico? E’ necessario  che  chi lo consulta sia puro   sia ancora più puro il saggio che sa discernere futuro e  ne è il diretto augure  se vuole essere  chiaro nelle risposte  ed aver avere chiaroveggenza  ed ispirazione lucida per profetizzare, avendo cuore   innocente e  uno spirito  al riparo di ogni macchia,  sozzura e traccia immorale. Non per nulla Apollo è padre di  Asclepio che con la medicina guarisce avendo chiari i segni  le predizioni oracolari, le visioni  tanto da trasmettere medicine confezionate per ogni malattia e da conoscere le erbe  medicinali da indicare  i le proporzioni  per la preparazione delle pozioni  e dare  i rimedi  i contro i veleni  e i mezzi per tramutare anche le sostanze tossiche  tanto da avere un effetto salutare e trarre dal male il bene.

Quindi, professore,  il radicamento di un essere umano che si trasfigura in materia vegetale, perdendo la sensibilità animale snaturandosi , mantenendo, comunque,  un vita  vegetativa, diventa segno di una nuova  pulsione verso il cielo, di un’anima     che ha scoperto la necessità del confinamento, dopo l’errare del periodo di silenzio,  compagno di una  avventura  raminga animale: la struttura fisica umana  rimane come ombra nel  tronco arboreo le cui radici sprofondano nella terra  e i cui rami, come braccia alzate tendono al cielo, in una dimostrazione dell’avvenuta metamorfosi,necessaria !

Marco, l’episodio di Aspendos di un Apollonio che favorisce le plebi fameliche e  che denuncia i proprietari di emporeia probabilmente giudaici,  come affamatori,  pur mantenendo il silenzio, segna il  passaggio ad una nuova fase della vita del Taumaturgo  tianeo. Infatti Filostrato mostra le folle, in rivolta,  che  se la prendono col governatore regionale assediato, minacciato di morte, anche se attaccato alla statua venerata  di Tiberio, da una parte,  mentre, da un’altra,  indica Apollonio che  con precisi gesti dimostra l’innocenza del prefetto che, allora, confessa   i nomi e le ubicazioni dei depositi alimentari degli affamatori pubblicani, comunque,  risparmiati e salvati dall’ira popolare, grazie  al tianeo, che  trascrive su tavolette il suo pensiero, minaccioso verso chi non è conforme alla legge di natura:   la terra è madre di tutti; essa è giusta per tutti, mentre voi accaparratori di grano, volete che sia madre  solo per voi. Voi , se non cambiate, sappiate che non resterete più  a lungo su di essa!.

Dunque, professore, Apollonio che si confina nel tempio apollineo dafneio e si scioglie dal voto del  silenzio,  aprendosi alla divinazione  e all’ermeneusis dei logia delfici,  è anche lui, uomo ispirato divino, cosciente  di una nuova predicazione  di saggezza oracolare, come i christianoi, invasi e ispirati da  pneuma agion?!

Marco  tu  tiri  conclusioni,  anche quando fai domande, fiducioso nella tua intuizione, io, da storico, invece, ritengo   che il tianeo, pur concludendo il periodo di indottrinamento pitagorico naturalistico,  resti sul dato naturale secondo logica greca, mentre il christianos   va oltre l’umano e il naturale,  credendo in un’ investitura divina ad opera del Paraclito, poiché ha una missione di  proselitismo universale, di cui Paolo è il protagonista,  che rompe la struttura perfino giudaica  per una azione catholikh, secondo l’universalismo romano -ellenistico per una predicazione aperta anche agli etnikoi. Apollonio  è fermo al logion oracolare dopo la maturazione avvenuta  nel silenzio e nella sistemazione pitagorica del mondo fisico  e nella parola indagata,  esaminata, studiata, meditata ma non pronunciata,  in quanto ancora  inattiva, essendo non compresa nel suo reale significato comunicativo, ma solo in quello proprio dell’ oracolo, lui,  essendo uomo puro  e celibe, che vive in povertà, seguito dai suoi sette discepoli,   risulta ormai dedicato al dio, unico capace di ascoltare e sentire davvero il messaggio naturale.

Quanto diverso il suo silenzio da quello dei gimnosofisti, degli stessi contemplativi terapeuti ebraici  e da quello dei seguaci della Grande Madre  e di Christos, pieni di Agion Pneuma, arsi dal fuoco divino!

Marco, è un’altra via verso sophia/ sapienza!

 

Gesù un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos!

Ho,  da decenni,  sostenuto, Marco, che Gesù fu un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos e mi sembra di aver ben dimostrato la sua cultura e la sua adesione al fariseismo ed essenismo, nel periodo di regno messianico (cfr. Gesù, meshiah aramaico, methorios,  politikos).

Dunque, professore, chi oggi parla e riconosce come vero ebreo il Gesù cristiano dovrebbe riconoscere la validità delle  sue risultanze storiche, studiando attentamente ogni parte  del suo lavoro circa il Malkuth ha shemaim  e  circa il regno di un quinquennio (32-36 d.C.) cancellato dalla repressione  romana tiberiana,  con l’impresa militare anti parthica di Lucio Vitellio!

Certo, Marco, tutti quelli che, oggi,  rilevano la figura umana  di un Gesù vero ebreo, devono anche  ammettere  quanto da me scritto sulla distinzione tra  Regno dei Cieli e Il Regno di Dio prima,  sulla guerra tra la cultura aramaica (musar) e quella romano-ellenistica (paideia), durata due secoli, poi,  e sulla metamorfosi, infine, della  figura di Gesù,  eroe  aramaico crocifisso, divinizzato secondo il sistema delle ascensioni ebraico e quello mitico  romano ellenistico, pitagorico -platonico,  avvenuto  nel Didaskaleion di Alessandria, nel periodo antonino-severiano, in un delicato momento di strano  equilibrio  tra accettazione barbarica  ad opera dello stesso militarismo antonino-severiano,  nel clima di  peste venticinquennale, e nel contesto di  decadenza finanziario-economica, aggravata dall’ instabilità di potere imperiale  per quasi tutto il III secolo, fino all’intervento riformistico socio-economico e finanziario – politico  della tetrarchia dioclezianea.

Forse, solo la cultura ebraica  potrebbe seguirla in una reale revisione storica  e potrebbe in nome della verità  storica accettare le sue  risultanze, dopo un meticoloso studio della sua opera cinquantennale, certamente non priva di contraddizioni e di errori,   e  rilevare il suo contributo  culturale, specie  per l’indagine acuta nuova, rispetto a  quella della tradizione  cristiana dei padri della Chiesa,   circa la lettura  di Filone  alessandrino, testimone della tragedia giudaica ellenistica  in epoca caligoliana,  da cui credo sia partita la sua indagine  di christianos, che rileva la cristianizzazione di Filone stesso, di  Gesù e di Giacomo  e di tutta la comunità  aramaica gerosolomitana,  annientata anch’essa da Adriano, dopo la sconfitta  di Shimon bar Kokba e  la fine del nazionalismo aramaico!

Marco, non credo che possa avere tanta fortuna, nonostante il contributo alla reale lettura di Filone e di Giuseppe Flavio,  considerata  la mia vecchiaia: sarebbe  già un  onore  essere  letto da ebrei,  desiderosi di scoprire l’ebraicità di un contribulo,  come il nostro Gesù, cristianizzato, e poterli orientare e guidare  storicamente nella condanna progressiva della  Chiesa Romana, che, usurpando il nomen di Roma imperiale e la  funzione del pontificato, li ha anatemizzati, nel corso dei secoli, in nome di Gesù Christos (uomo  non ucciso dai romani, ma dagli stessi arconti ebraici, compatrioti!)  ghettizzati, bollati falsamente  per l’eternità, secondo una interpretazione dello stesso Origene, lettore acuto di Paolo di Tarso, un civis  ellenizzato rabbino giudeo !. Comunque, accettiamo l’augurio di  letterati, amici,  che vedono ormai vicino il tempo di una nuova lettura storica del Meshiah/Christos!

Glielo auguro, di cuore, professore!  Nessuno, più di lei, che ha lavorato  da solo, in silenzio  e lontano da ogni fonte di  potere, a mio parere,  può meritare un tal riconoscimento! Lei, davvero, ha fatto un’altra lettura del cristianesimo!

Marco, ti ringrazio. Neanche immagini quanto ora abbia bisogno di parole di stima e di conforto!

S. Michele arcangelo

Nonno,  mamma e papà sono andati a visitare Mont Saint  Michel, in Normandia, e so dell’importanza di questo arcangelo, divenuto anche santo nel Medioevo, venerato anche in  Val di Susa e nel Gargano, oltre che in Irlanda, in Cornovaglia e in Umbria  a Ferentillo!. Vorrei chiederti qualcosa su di lui, ma tu …fai   questioni teologiche e filosofiche: io,  ragazzo, amo solo i racconti e i cammini come quello di Santiago o dei Romei; io sono curioso di conoscere luoghi nuovi  e  leggende! Se devi proprio  parlare di teologia, fàllo almeno solo all’inizio e poi raccontami ed io ti seguo, come sempre.

Mattia,  cercherò di non pesarti e di non  annoiarti!  ti parlerò prima, di  S. Michele arcangelo garganico,  che ha il culto più antico, rispetto  a tutti  gli altri: la sua venerazione  inizia con le sue apparizioni  al vescovo di Siponto (Manfredonia), leggendarie,  Lorenzo Maiorano – un ultra centenario vissuto dal 440 al 545, un nobile parente dell’ imperatore di Oriente, Zenone (474 -486)  da lui inviato in Puglia e eletto prelato da papa Gelasio I –  protagonista del Liber De apparitione sancti Michaelis  in Monte Gargano, opera scritta nel XII secolo. 

Quindi, Nonno,  iniziamo con il racconto delle apparizioni nella grotta  di S Michele, non lontana dal santuario di S. Michele garganico, attuale, dove viveva il santo vescovo? il culto dell’arcangelo, diffuso in Europa,  deriva dalle prime  apparizioni sul Gargano!

Certo. Mattia! il monaco  bizantino soleva rifugiarsi nella grotta  per pregare ed aveva  le  visioni dell’arcangelo, considerato   il  protettore  degli uomini contro le insidie del demonio, tentatore, Lucifero- Satana, anche lui un tempo un angelo. Monte Saint Michel  in Normandia e La Sacra in Val di Susa sono due località in cui viene  anche celebrata  l’apparizione dell’arcangelo, ma in epoche successive, quando il mito di S. Michele ormai ha radici profonde in tutta Europa.  La via francigena– dopo che i visitatori pellegrini  arrivano a Roma –  procedendo lungo due direzioni, una lungo l’Appia e l’altra lungo la Salaria fino all’Adriatico, costeggiandolo  fino al luogo santo della grotta garganica, (diventata punto di incontro e di raccolta per la meta finale di Gerusalemme, specie dopo il proclama della I crociata fatta da  Urbano II, papa francese, nel decennio 1088-1099), risulta una  via  per la Terra Santa.

Nonno, dunque, il culto di S Michele diventa internazionale  dopo il proclama del grande papa di riconquista del Santo sepolcro, e di Gerusalemme  da secoli, sotto il dominio, comunque, pacifico musulmano.

Mattia, Urbano II  segue il disegno teocratico di Gregorio VII, tipico dei Pierleoni, giudeo-cristiani,  stanziati nella isola tiberina, favorito da Matilde di Canossa e dalla sua famiglia, dopo la vittoria sull’imperatore del  Sacro romano impero  Enrico IV,   a seguito dei viaggi in Italia meridionale e di quelli in Francia, dove, a  Clemont -Ferrand,  ha indetto la  I crociata. Il culto dell’arcangelo ha funzione politica e ricuce lo strappo tra Occidente ed Oriente dello scisma del 1054, collegando le aspirazioni cluniacensi di riforma  cristiana con le idee di grandezza della chiesa romana, che, avendo la  solidarietà dei  popoli e dei duchi in senso antimperiale,  anche nel Meridione di Italia  e in Sicilia, zone  considerate feudo pontificio, ha dato potere ai normanni  in Puglia  e in Calabria, nominando Roberto il Guiscardo  duca  e servendosene  per un servitium antibizantino ed antisaraceno.  Il papa, poi,  avendo accolto anche il grido di soccorso  di Alessio Commeno, imperatore bizantino impegnato contro i turchi, ora ha possibilità concrete  di  riunificare la chiesa cristiana cattolica con quella ortodossa  e di  riconquistare, con forze latine,  Gerusalemme.

Quindi, nonno,  il culto di s. Michele serve a questo proposito ed è utile nella lotta tra  cristiani coalizzati, bizantini e germanici, contro i  musulmani, in quanto  si dice che le milizie di Dio lottano contro  quelle demoniache.

Certo, Mattia,  per il papato, l’arcangelo  guida i  soldati  cristiani, segnati con la croce e da essa purificati contro le forze del male maomettane!. Così facendo e facendo propaganda  Urbano II  scatena un guerra religiosa, convinto che il Dio degli eserciti sia favorevole ai buoni! In questo modo la feccia di Europa – specie i figli della nobiltà, cadetti, militari arroganti e  senza terra, morti di fame, avidi di nuove terre,-  va  alla conquista dell’Oriente e dei mercati orientali  in nome di Dio, favorita da Venezia e dalle altre repubbliche marinare,  ha la funzione della  difesa della  fede, ed ha la benedizione papale:  in caso di morte, ogni morto è celebrato come eroe e martire, e se, invece sopravvive, ognuno  si conquista un regno per sé e la famiglia! Anche  è benedetta l’impresa di riconquista  della Sicilia di Ruggero I, fratello di Roberto,  modesto signore di Melito  in Calabria. Infatti il papa usurpa  le funzioni del  potere imperiale,  assumendo potestas ed auctoritas,  impropria per il sacerdotiun /ierosousune ,  e nel  suo viaggio nel meridione italiano, prima a Melfi, poi a Bari durante la celebrazione dell’arrivo delle reliquie di  S. Nicola di Mira,  concede benefici e  un insperato  mandatum ai  due fratelli normanni : al duca di Puglia e Calabria riconosce le funzioni egemoniche e concede al fratello  l’autorità di governare la Sicilia, strappata ai musulmani con l’ aggiunta di un beneficio  pontificio – cosa negata gli imperatori di  Germania-  di  nominare vescovi, di raccogliere  le rendite della chiesa, riservandosi il diritto della  decima da inviare successivamente a Roma,  e di svolgere interventi anche in questioni di materia religiosa, d’accordo coi vescovi locali sottoposti, comunque, alla autorità laica dei normanni, devoti e pii fideles Sancti  Michaelis, e di trapiantare in Sicilia coloni lombardi.

Nonno,  che significa  il  termine Michele e qual è il suo grado nella corte celeste?

 Mikha-el  significa  uno che è come Dio, un  essere, purissimo,  asessuato, che è  vicino al trono divino ed è suo rappresentante, in quanto svolge la funzione di  comandante delle  truppe angeliche, divise in tre classi, in relazione alla vicinanza con Dio, come mostra anche il nostro Dante nel Paradiso.

 Quali?

La Terza classe, quella inferiore,  più lontana da Dio, è composta da angeli, arcangeli e principati; la seconda, media, da  potestà virtù  e dominazioni; quella, superiore, da  Troni, Cherubini e Serafini secondo Dionigi aeropagita, un presunto discepolo ateniese di S. Paolo , che invece è un filosofo neoplatonico del V secolo – legato a Damascio –  che ha lasciato un complesso  corpus  aeropageticum, di cui fa parte il liber De coelesti Hierarchia/la celeste gerarchia

E lui che parla degli angeli, allora?

Certo Mattia. E’ un autore dello stesso periodo di S. Lorenzo Maiorano,  bizantino, che tratta  della maestà del  trono di Dio e delle gerarchie angeliche,  di cui parla diffusamente, mostrando una celeste theoria,  derivata da Aristotele, da una parte, come imitazione del reale   e, da un’altra, da Platone, come  specchio  della realtà, fondando un’estetica basata sulla  bellezza sovrumana secondo canoni basilari di semplicità, di armonia, di simmetria, di regolarità ricorrente e di lucentezza, in relazione all’ uomo- dio  Christos, figlio, Verbo del Padre, dal cui  reciproco amore deriva lo Spirito Santo.

Grazie, nonno,  per aver brevemente parlato teologicamente e per avermi fatto capire che S. Michele è il comandante degli eserciti divini, in quanto il migliore dei serafini,  loro capo e quindi condottiero delle nove gerarchie angeliche (angeli, arcangeli, principati,  potestà , virtù, dominazioni, troni, cherubini  e serafini)  colui che ha il mandato celeste di combattere il male, il tentatore Satana  -Lucifero, il ribelle!

Bravo Mattia . Hai buona memoria come me! Hai capito che Michele è il principe di tutti gli angeli, nonché uno dei quattro arcangeli ( con Gabri- el/dio forza , Rafha-el /dio cura, e Uri- el/ dio luce) che  presiedono rispettivamente ai quattro punti cardinali- cfr Giovanni Apocalisse–  est, ovest, nord e sud, come protettore della  terra, in ogni direzione, con la propria influenza benefica.

Nonno,  non è strano che un essere, angelico possa essere venerato come un uomo  e santificato?

No. Mattia. Può apparire singolare che un essere celeste si umanizzi  come anche che  un essere umano si divinizzi. E’ un fenomeno, detto muthos,  che si verifica quando la sfera di azione dell’elemento estraneo al suo contesto , diventa usuale in un ambiente non proprio, tanto da essene parte significativa.  Le continue apparizioni con volto umano diventano come reali manifestazioni dell ‘arcangelo nella grotta garganica e rendono umane le  sue azioni, come se quelle divine si fossero atrofizzate in quanto lontane ormai dalla  sfera di corte divina.

Nonno  mi dici  cioè che accade quanto noi rileviamo nella divinizzazione della figura umana di Gesù, che, essendo considerato figlio di Dio,  ipso facto, partecipa della natura e  funzione trinitaria e  quindi è maestro sapiente e  sapienza stessa!

Ciò avviene, però,  in specifici momenti storici  in cui si afferma il muthos, per cui accade di trovarsi di fronte ad un doppio culto, sebbene predomini la forma ibrida di angelo-uomo nelle fantasia umana, specie in epoca barbarica.  I primi infatti a  creare un culto umano-divino sono i Longobardi.

I longobardi?

Si Mattia . I longobardi di Alboino, scesi in Italia  nel 568 e divenutine  padroni, con la costituzione del  Regno di Pavia e dei due ducati di Spoleto  e di Benevento si irradiano lungo la dorsale  appenninica, lasciando le coste adriatiche  e quelle tirreniche, oltre le isole, Sicilia Sardegna e Corsica,  all’ impero bizantino, che pur aveva riconquistato tutta l’Italia,  con Giustiniano  nei diciotto anni di  guerra gotica (535-553). Sembra che si possa dire  che  con Teodolinda si attua la cattolicizzazione dei longobardi nel 589, per cui pare che    con Cuniperto  la grotta diventi parte del Ducato di Benevento, e quindi sia meta di pellegrini, anche se già precedentemente è attestato un viaggio di papa Gelasio (492-496).  Allora il culto dell’angelo  e del santo  cresce anche perché la venerazione  dei longobardi per S.Michele  si fonde con quella  di  Odino/Wotan e seguita coi franchi,   loro vincitori e poi, coi normanni  tanto che papi come Leone X, Urbano II,  Alessandro III,   Gregorio X e  Celestino V giungono alla grotta come pellegrini, seguiti da  imperatori e nobili  e popolani,  intenzionati a partire per la Terra Santa  – Ludovico II ed Ottone III,   Matilde  di Canossa  e perfino, s. Francesco vi  arriva, senza entrarvi,  nel 1216-.

Grazie,  nonno.  Mi hai fatto capire il mito di S Michele…senza troppe questioni!

L’ascensione al cielo del Christos

L‘ascensione  al cielo del Christos è, professore, un fatto reale storico o un’ invenzione teologica di esaltazione divina,  successiva alla presunta morte e resurrezione  di un uomo? E’ un dato di fatto  personale o evento propagandato,  da una comunitas di seguaci che si costituisce come  ecclesia   apostolico- romana, a seguito della galuth adrianea, secondo il genus letterarium/ genere letterario dell’Ascensione al cielo di un eroe nazionale, destinato a sedere alla destra del Padre? E’ un servizio  greco e greco ellenistico,  strumentale, della retorica  per dare rilievo al presente,  mediante il passato, per legittimare  ogni tipo di situazione abnorme,  ogni forma pragmatica e soluzioni  future, possibili, di attesa? E ‘proprio un modus ellenistico di mettere insieme spatium mitico e spatium storico, indefiniti temporalmente, di una cultura ebraica, confusi da opposti indirizzi  di uomini, capaci di collegare mito e storia, favole con  storia persiana?  Esemplari in tal senso sono Erodoto, Platone   e Plutarco?!

Marco,  non hai mai fatto una domanda tanto complessa e tanto difficile  così da obbligarmi a  fare  sintesi  per darti una decente risposta, anche se sostanzialmente chiedi solo se l’Ascensione al cielo del Christos rientra in un genere letterario  tipico del II secolo d.C., che sovrappone il piano della genealogia mitica con quello della storia reale, il cui  telos è dare certezza fideistica all’ignoranza  di un popolo che, in una grave situazione di epidemia,  cerca una solidarietà fraterna universale. Comunque, mi sembri deciso a conoscere  realmente i fatti, dopo la presunta morte e resurrezione del Christos vivente! Ti dico quel che so.  Se Erodoto inserisce nel sistema multinazionale  persiano la paideia greca, Platone parla di un fabulistico racconto di vecchie a bambini in Ippia Maior 285  mostrando Ippia che si vanta  che gli spartani apprezzano le sue mitiche storie genealogiche  umano-eroiche  e le fondazioni di ecisti anche se Socrate  considera il sofista uomo di  scienza rozza nel Fedro (229e ), utile, comunque, per una società popolare,  in un processo  di razionalizzazione  storica-!. Plutarco, infine, nel mito di Romolo, scomparso improvvisamente,  insiste  sulla necessità di razionalizzare  la nebbia della storia per una verità,  opinabile,  mostrando il processo degli storici, nello studio del passato,  simile alla visione nebulosa degli indovini  per il futuro!. La cultura greca di fronte alla sparizione di un corpo, perplessa, si affida alla retorica al mito e giustifica secondo il dogma trinitario!  A Dio niente è impossibile! 

Professore, mito e storia  non hanno confini precisi e non  avendo limiti tra loro in quanto non hanno  spatium  temporale determinato, risultano campi nebbiosi, in cui  ogni cosa può essere vera!.

Marco, se leggiamo insieme Plutarco (Romolo,29 ), possiamo capire qualcosa, facendo riflessioni  circa la scomparsa  del re all’età di 54 anni,  dalla vista degli uomini/ eks anthroopoon  aphanistheenai. Sentimi bene!.  Plutarco afferma che Romolo di fatto aveva limitato i senatori ad ascoltare in silenzio i suoi ordini/ sighi prostattontos  hkrooonto ed aveva destabilizzato la loro auctoritas,  avendo distribuito, a suo arbitrio, le terre ai soldati  e restituiti gli ostaggi ai Veienti, per cui alla sua scomparsa in modo insolito,  poco tempo dopo,  sul senato ricaddero sospetti e calunnie/eis upossian kai diabolhn enepese paralogoos aphanisthentos autou met’oligon khronon  Ibidem 27. Lo storico, dopo un exursus sulla morte strana di Scipione l’Emiliano nel 129 a.C., in casa sua, dopo pranzo,  sospetta,-  morto non si sa se per via naturale  o per veleno o per strangolamento!- rivela che il suo corpo fu esposto al pubblico ed i dubbi rimasero,  mentre quello di Romolo, scomparso all’improvviso,  non si poté mai più vedere né alcuna parte del corpo né  un lembo della veste – ibidem -.

Plutarco aggiunge che, sulla sua scomparsa, non si può dire nulla di sicuro né sapere nulla che appaia attendibile,  tranne la data nel mese di Quintilio (Iulios, oggi), alle none/Il 7, e che non bisogna meravigliarsi,  nonostante le celebrazioni successive.

Lo scrittore  precisa:  alcuni pensano che, perciò, i senatori, rivoltatosi contro di lui nel  tempio di Efesto,  lo avessero ucciso,  spartendosene il corpo  e portandosene via ciascuno una porzione, occultata nel grembo….altri invece dicono che non nel tempio  avvenne la morte, ma che  lui avesse convocato  l’assemblea, fuori città, nei pressi dello stagno, chiamato della capra, e all’improvviso si avvicendarono nel cielo fenomeni eccezionali ed indescrivibili, a parole, e cambiamento di tempo incredibile infatti la luce del sole si eclissò  e calarono le tenebre ovunque, non foriere di pace e tranquillità, ma piene di tuoni terribili e di soffi di vento,  che arrecavano tempeste da ogni dove.

E cosa succede in una situazione dominata da fenomeni atmosferici, molto simili a quelli della morte del Signore?

Avvenne che in tale situazione tempestosa, straordinaria,  la moltitudine -non vi erano solo senatori ma anche altri, convenuti come per una festa- si sparpagliò, chi da una parte, chi da un’altra e i senatori  si raccolsero tra loro. Finita la tempesta, tornato il sole,  i più ritornarono al luogo dell’assemblea e  si misero a ricercare il re, ma i senatori non  permisero  di impicciarsi della scomparsa ed ordinarono a tutti  di onorare e di venerare  Romolo/timan pasi kai sebesthai Roomulon come se fosse stato assunto in cielo,  fra gli dei,  e, da ottimo re,  si fosse trasformato in Dio benevolo  nei loro confronti/ oos anhrsparmenon eis theous  kai theon eumenh genhsomenon autois ek khreestou basileoos ibidem.

La  folla, per lo più, credette a quanto  detto e perciò se ne andò, dopo aver  pregato ed essersi  prostrata, piena di speranza, ma alcuni  che sopportavano a  malincuore l’accaduto e con rancore, screditavano i senatori- che erano preoccupati  ed inquieti!- perché ritenevano che  in realtà quelli  avevano ucciso il re  e con parole avevano abbindolato il popolo sciocco/ oos abeltera ton dhmon.

Forse per qualche giorno la cosa rimase in sospeso, Professore, ma, poi, successe altro?

Secondo Plutarco, tutto cambia quando un giorno, un uomo, originario di Alba, Giulio Proculo si presenta al foro e fa giuramento solenne  su quanto di più sacro e santo  ha, affermando di aver incontrato Romolo, apparso a lui, che camminava per strada.

Professore, certamente Plutarco precisa la figura del  personaggio!

Certo, Marco.  Chi vede il re, non  è una donnetta- che non ha diritti civili,-  come la Maddalena nei Vangeli,  secondo la tradizione cristiana, che fa testimonianza! E’ un uomo che lo incontra frontalmente, un patrizio, un notabile /prootos hthei per costume, amico intimo e fidato di Romolo/ te dokimotaton autooi te Romuloioi piston kai suneethee!. 

Professore, non è sospetto che proprio un Ioulios faccia un solenne giuramento, un antenato della stirpe  fondatrice dell’impero a Roma?

Certamente i giuli, Cesare ed Ottaviano (ed anche Claudio) sono interessati alla vicenda di Romolo  e alla  sua morte, in quanto   a loro è cosa gradita  accostare un loro antenato al re morto  e divinizzato, come poi, avviene per Giulio Cesare!  all’epoca di Romolo, però, i giuli erano agroikoi di Alba, venuti a Roma, solo sotto Tullo Ostilio!

Quindi, professore, il dato di Plutarco è notizia di storici  di epoca successiva, un’ aggiunta giulia, della propaganda  imperiale giulia del periodo cesariano, in cui viene utilizzata l’ektheoosis  di Cesare, poi, celebrato nella divinizzazione alessandrina  di  Gaio Caligola -cfr.Filone, Legatio ad Gaium,76-93 – !

Marco, è  una leggenda successiva,  rispetto al periodo mitico di Romolo, che definisce Giulio Proculo, già come patrizio intimo  del re!.

Comunque sia, mi dica cosa lo scrittore greco  scrive del racconto di Proculo, e dello scambio di parole tra un vivo e  l’eroe vivente, anche se scomparso!

Marco, Plutarco racconta che Giulio Proculo incontra Romolo kalos men ophtheenai kai mega oos oupote prosthen oplois de lamprois  kai phlegousi  kekosmeenos /bello  a vedersi e grande,  come non mai in precedenza,  ricoperto di armi lucenti e scintillanti,  e parla con lui!

Ecco il testo: oo basileu, ti dh pathoon h dianoetheis, hmas men  en aitiais…adikois kai ponerais, pasan de thn polin orphanan en muriooi penthei  proleloipas?/ o re. cosa ti è successo? perché hai voluto abbandonare noi patrizi ad accuse…ingiuste e terribili e la città in un immenso dolore, rendendola orfana?

La risposta è questa.  O Proclo, agli dei è parso giusto che passassimo un certo tempo fra gli uomini  e, dopo avere fondato una città destinata  a divenire potente e prestigiosa, tornassimo ad abitare in cielo, da dove eravamo venuti.  C’è, Marco, anche il commiato, augurale! Addio e dì ai romani  che, dimostrandosi saggi e valorosi raggiungeranno il culmine dell’umana potenza!. Per voi io sarò il benevolo dio Quirino/ theois edocsen, oo Procle, tosouton hmas genesthamet’anthroopoon khronon,kai polin ep’archhi kai docshimegisthei ktisantas , authis oikein ouranòn, ekeithen ontas. Alla khaire kai phraze Roomaiois oti soophrosunhn  met’andreias  askountes  epi pleiston anthroopinhs aphicsontai, dinameoos . egoo  d’umin eumenhs  esomai daimoon Kurinos.

Dopo le parole, credute, data la figura  morale dell’uomo, i romani, presi da entusiasmo ed ispirati dagli dei, fatti cadere   ogni sospetto e calunnia, pregarono Quirino  e lo invocavano come Dio/ euchesthai Kurinooi kai theoklutein ekeinon.

Professore, lei sta parlando a lungo  di questo episodio  ed ha un preciso scopo, quello di mostrare come per Plutarco l’esempio di Romolo  dia opportunità di trattare del  problema dell’anima e della sua immortalità  – di cui lei ci ha parlato in altre occasioni- in quanto ha di mira anche  la dimostrazione  della non morte e della non resurrezione  del Christos, apparso ai discepoli, non come fantasma ma come vivente, celebrato secondo due diverse tradizioni, una aramaica farisaica  ed una  greco-ellenistica,  cioè quella gerosolomitana di Giacomo e Simeone, e quella antiochena di Pietro e Paolo!

Complimenti! Mi  conosci bene! Le due tradizioni, in relazione al rapporto  con la romanitas, hanno avuto diverso  rilievo nella storia, la prima quella del  Regno dei cieli, sconfitta, insieme all’esercito di  Shimon bar Kokba, può avere, oltre alla diceria popolare  della visione da parte della Maddalena, di un  sepolcro vuoto, anche la propaganda dell’Ascensione al cielo,  quella sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, mentre la seconda,  già nel II secolo, fa circolare la leggenda di morte e di resurrezione del  Cristo vivente, congiunta con l’Ascensione  gerosolomitana  e  con l’onore del nuovo Dio  che siede alla destra  del Padre, di matrice aramaica.

Professore, lei mi vuole dire che le due tradizioni si sono  sovrapposte specie dopo la galuth adrianea, già  in epoca antonina e, poi confuse in quella costantiniano-teodosiana?

Marco, le fonti cristiane, di matrice giudaica, e Plutarco,  un ierofante pitagorico-platonico, hanno in comune la celeste provenienza delle  anime  e l’ascensione al cielo di quelle dei  buoni eroi, tipo  Ercole e Romolo, che, però, coincidono con la tradizione aramaica delle Ascensioni  di Isaia  e di  Enoch, biblici personaggi, ascesi al cielo, secondo la testimonianza  ebraica  propria della fine del I secolo,  di epoca flavia, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

All’epoca , dunque, professore,  l’ascensione al cielo  è un topos  comune a pagani e naziroi aramaici  e ai  giudeo-cristiani ellenistici?.

Marco, questo mi risulta e questo ho capito dopo tanti anni di studio e di traduzioni. Io ti voglio mostrare come, all’epoca, un seguace giudeo- ellenista  possa leggere la figura di Gesù, un galileo, la cui impresa messianica era fallita, ma la sua memoria, – cfr. Bios  di  Ponzio Pilato-   era rimasta, dopo il martirio, mentre  la sua ascensione al cielo era divenuta leggendaria tra i suoi  naziroi, sconfitti anche loro da Adriano,  tanto da circolare ancora in Alessandria nel didaskaleion di Clemente e di  Origene. E’ mia intenzione farti rilevare come l’ascensione pagana e quella giudaico-aramaica  e quella giudaico-ellenistica siano   paradigmi di una stessa  concezione  letteraria, mitica!.

Quindi, professore riprendiamo da Plutarco  e  teniamo presente  la sfera terrestre, il cui piano orizzontale centrale   terreno  è quella della vita per i viventi, mentre  quello celeste, oltre il cielo,  è quello degli eroi, e quello sotterraneo dell’Ade, è quello delle  ombre dei morti  e dei demoni cfr.  Luciano, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti, una Vita vera,  I patiti della menzogna/Philopseudeis  ecc.  o Plutarco, Moralia, specie il  De anima, pur frammentario, e il De facie in orbe lunae.

Bene, Marco, devo aggiungere solo che per i giudei aramaici centrale è Gerusalemme e perciò da lì deve partire il Christos per la sua ascensione al cielo, come, poi, anche Maometto, seppure in luoghi diversi, ma sempre gerosolomitani. A parte questo,  procediamo con Plutarco  che, trattando dell’ascensione al cielo di Romolo, mostra la sua  theoria delle anime e  la loro provenienza dal cielo, in cui hanno una tensione (genetica) a tornare, portando l’esempio di  Aristea di Proconneso  e di Cleomede di Astipalea.

Sono, Marco, due personaggi noti,  il primo, grazie ad Erodoto  (St., IV,13-15 ), come un taumaturgo dell’epoca di Creso  e il secondo  come vincitore  di gare olimpiche nel 492 a.C., che, impazzito per  la rabbia del mancato riconoscimento del suo valore, distrusse le scuole della città, determinando la morte degli allievi.  Comunque, ambedue gli uomini, ritenuti  degni di memoria e di celeste fama,  come Alcmena, di cui non si vide mai il corpo, perché portato in cielo da Hermes, in quanto amata Zeus, gli aveva concepito Heracles/Ercole, secondo la tradizione pagana, sono  politai ouranoi!. Plutarco, da ierofante, giunge perfino a coniare una proverbiale massima.- misconoscere la natura divina della virtù sarebbe empio e vile, ma mescolare la terra al cielo sarebbe stolto /apognoonai men ounpantapsi thn theiothata  ths arethaanosion kai agennes,ouranooi  de meignuein ghn abelteron!. La sua conclusione infine è  pindarica:  sooma men oantoon epetai thanatooi peristhenei/ zoon d’ eti leipetai aioonos eidoolon/to gar esti monon ek theoon/ il corpo di un uomo insegue la morte irresistibilmente, ma lascia dopo di sé una scia di eternità. Solo questa, infatti, viene dagli dei!

E’ un grande Plutarco non solo per  Vite parallele ma anche per Moralia, scrittore  capace di condensare tutto il sapere spirituale/ pneumatikos   greco-ellenistico!.

Marco, lasciamo, quindi, cadere tutta la trattazione sull’anima  /h psuchh, che viene dal cielo e che lì torna,  ma non col corpo. Anzi, all’epoca  la teoria più celebrata è quella di  Eraclito, per chi crede che  l’anima  solo quando  si separa e  si allontana dal corpo, divenuta pura e priva della  carne  e casta,  allora si stacca come la folgore da una nube/ oosper astraph nephous!. Anche Seneca,  un secolo  circa prima, con Apokolokyntosis / Lusus de morte Claudii, gioca sull’ ascensione al cielo dell’Imperatore, condannato, poi, da un giudizio celeste, nonostante la difesa di Giano e di Augusto,  ad essere  relegato, al pari degli altri mortali, comuni,  nell’ Ade, dove Eaco lo concede come schiavo  ad un liberto, che lo fa giocare eternamente con dadi, tratti da un barattolo senza fondo!

La conclusione plutarchiana, comunque, è questa: non bisogna far salire contro natura i corpi dei buoni in cielo, ma bisogna senz’altro pensare che le loro virtù e le loro anime, secondo natura e secondo legge divina, passino dallo stato di uomini a quello di eroi e da quello di eroi a quello di demoni/ ek men anthroopoon  eis hroas, ek d’hroooon eis daimonas, e  da demoni…a dei /ek de   daimonoon…eis theous, non in base alle leggi della città,  ma secondo verità  e una logica plausibile.  raggiungendo il traguardo più bello e felice, ma  solo quando le anime  si sono purificate e santificate,  come nei riti di purificazione, dopo essersi sottratte  del tutto alla loro natura  mortale e sensibile – ibidem 28-.

Professore, questo si verifica tra i pagani, ma tra i giudei quando si può parlare di un’ascensione al cielo di un eroe, come Gesù?

Marco, bisogna distinguere se parliamo di  giudeo-aramaici o giudeo-ellenisti ?

Nel primo caso si deve pensare che  a Gerusalemme, dopo la distruzione del Tempio,  dopo il ritorno da Pella dei naziroi, forse si comincia a parlare di un Messia, asceso al padre, mentre tra i  giudei ellenisti la cosa potrebbe  essersi verificata  dopo  la  galuth adrianea,  a seguito anche della teologica  speculazione  alessandrina ed efesina sul  Christos logos/Verbum e sulla Trias/trinità  quando l’aramaico  Gesù viene assimilato al logos-verbum ed, allora,  viene celebrata l’  ascensione gerosolomitana!.

Simeone e gli aramaici, avendo  una cultura biblica, seguono la tradizione  dell’ascensione di Enoch e di quella di Isaia, i cui autori,  d’altra parte, copiano l’exemplum di Elia e l’episodio del  carro di fuoco, portato da cavalli, pure di fuoco, tra un  turbinio di luce (cfr. II Re, 2.11) intorno all’850 a.C.!

Per lei, quindi, sono importanti i paradigmi giudaico- aramaici, divenuti utili agli inizi del II secolo ,che celebrano l’ascensione del profeta Isaia, salito al cielo, dopo il martirio  ad opera del re Manasse, il suo passare attraverso i sette cieli,  di cui si rileva  l’apocalisse,  con la celebrazione congiunta della morte resurrezione ed ascensione al cielo del Messia stesso christiano!.  A noi sembra un recupero mitico del profeta morto nel settimo secolo con una connessione con Gesù,  nuovo martire, da parte della cultura cristiano- ellenistica mediterranea, che ingloba  l’antico passato con la storia recente, adrianea, di una desertificazione del territorio stesso gerosolomitano!

Quindi, professore  si può dire che noi riteniamo che vi siano influenze nel testo dei vangeli  di Marco e di  Giovanni e in quello di Luca, oltre che negli Atti degli apostoli  a causa della galuth adrianea e  della funzione nuova del Christos-Logos  specie in Efeso e in Alessandria?

Marco,  questo,  certamente, penso, dopo operazioni su morte resurrezione e ascensione del Christos, ma in concreto mi piace precisare  che  i testi cristiani,  parlando di Gesù,  dànno per certo la sua morte e resurrezione, come dato acclarato,  e scrivono stranamente,  in modo univoco,  tanto che, però, se  si legge, senza pregiudizio, si rileva solo la presenza di una figura di vivente, che  partecipa della vita stessa delle persone vive, cui  si manifesta uno, dotato di corpo reale: il nuovo vedere (cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli ) diventa espressione di un’altra conoscenza,  che risulta riconoscimento di un essere già noto,  per precedenti atti significativi!.

Mi spieghi professore, meglio!  lei parla di un altro vedere, allegorico e mi  vuole dire che,  se leggiamo il testo evangelico   e quello  degli Atti degli apostoli, si ha l’impressione di un reale incontro tra persone viventi  e non di un episodio straordinario  di epiphaneia miracolosa!.

Marco, voglio dire che il miraculum è nella lettura letterale di  un incontro tra un Gesù – morto e risorto, destinato ad ascendere al cielo e sedere alla destra del padre- e i discepoli, incerti sulla figura di uno, comparso improvvisamente, a loro ignoto, che è viventeall’univoca scrittura dei testi evangelici  c’è sottesa un’ambiguità  nel contenuto del messaggio!

Leggiamo i testi, professore, e mi faccia comprendere!. Io ascolto  e spero  di poter aprire gli occhi e stappare le orecchie!

Marco, leggiamo da un’altra angolazione, quella non di un Gesù morto e  risorto, ma di un Gesù vivo, salvatosi grazie a lunghe cure mediche, desideroso di farsi riconoscere dai suoi, che lo credono morto e  sepolto.  Da questa  angolazione si rileva l’humanitas di chi appare, conscio di  destare sorpresa,  sbigottimento e timore  in altri che, di fronte alla presenza di uno da identificare, a prima vista, sconosciuto, entrano in panico!

Leggiamo l’episodio dei due discepoli di  Emmaus  (Luca, 24.31)  da me  mostrato già in Il messia mancato: I due, parenti oltre tutto, hanno fatto cammino con un un viandante senza riconoscerlo e solo allo spezzare del pane, gli occhi dei due  si aprirono e lo riconobbero, ma egli disparve  dai loro sguardi! . Luca professore, è contraddittorio  per quanto riguarda il tempo e lei   ne ha già  parlato. Comunque, seguiti nella sua dimostrazione con la lettura di Marco  e di Giovanni e poi riprenderemo Luca!.

Secondo Marco, gli apostoli, non avendo creduto né alla Maddalena né  ai due di Emmaus,  timorosi di rappresaglia, sono chiusi nel cenacolo  e lì improvvisamente Gesù si  presenta,  agli Undici, che sono a tavola,  e li rimprovera per la loro incredulità  e durezza di cuore, rispetto a quelli che lo hanno visto  risorto, per poi dire, prima di concedere loro i carismi (cacciare i demoni,  parlare lingue, prendere i serpenti per mano, imporre le mani ai malati e guarirli) , essendo in procinto di ascendere al cielo: andate per tutto il mondo, predicate il vangelo, ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo,  chi non crederà, sarà condannato!. L’evangelista, teso a mostrare la missione data dal maestro ai discepoli,  chiaramente fa la sintesi di quanto avvenuto  dopo la morte del Signore  e non dà possibilità per un oggettivo calcolo della durata temporale, stabilita da altri invece, in 40 giorni di permanenza del risorto che fa apparizioni ancora in terra, da vivo.

Per Luca l’apparizione di Gesù agli apostoli è questa: Gesù apparve in mezzo a loro e disse “la pace sia con voi”  24. 36-49.

Professore, ai discepoli, sbigottiti,  che credono di vedere uno spirito/ un phantasma e sono pieni di timore  Gesù dice: Perché siete così turbati  e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i piedi: sono proprio io; palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha  carne  e  ossa come vedete,  che ho io.  E, dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ti ricordi  bene il passo di Luca!. Ti  aggiungo ancora che Luca mostra un  Gesù, che  per vincere  la  esitazione dei suoi  e far superare lo stato di  meraviglia, chiede cibo  da mangiareavete qui, qualcosa da mangiare ? Luca dice per fornire la prova concreta della presenza di un uomo, vivo:  essi gli presentarono del  pesce arrostito  ed egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza-  ibidem-.

Se Marco non dice niente come tempo, Luca  non dà possibilità reale  di capire quanti giorni (anni?)  dopo, ci  sia incontro tra maestro e discepoli! La prova, fornita  dell’humanitas presente del Christos nel cenacolo,  è utilizzabile solo allegoricamente se  traduciamo 40 giorni con quaranta anni! Infatti Luca parla  di Gesù che si conforma  a quanto detto biblicamente e scritto nella legge di Mosè,  nei Profeti e nei Salmi, al fine di far gli apostoli,  testimoni   di resurrezione dai morti al terzo giorno e di far loro comprendere la necessità di predicare,  in suo nome, la penitenza e la remissione dei peccati, a cominciare da Gerusalemme!

Professore, Luca aggiunge un altro dato:  Ecco, mando sopra di voi il Promesso dal padre mio, ma voi rimanete  in  città fino a quando non sarete rivestiti di potenza  dall’alto.  Sembra che lo faccia  per meglio mostrare la resurrezione  del Christos, che, destinato a scomparire, lascia la ecclesia sotto la protezione divina!  Lei  ce ne ha parlato, ma non ci ha mai precisato  questo punto!.

Marco, anche io non ho capito bene le parole di Luca anche dopo anni di studio, perché non comprendo esattamente la situazione in cui l’evangelista  parla.  Penso che l’evangelista alluda alla partenza definitiva di Gesù, che è fiducioso  nella venuta di un promesso del cielo  (Spirito  Santo?!)  che favorisca la costruzione di un’ Ecclesia, anche se  non indica  le modalità e i tempi. Comunque, sembra definitivo il distacco di Gesù vivo dalla terra e da Gerusalemme, descritto poi come  ascensione al cielo, di cui Giovanni ci  dà ulteriore  testimonianza concreta, però, in Galilea,  e non a Gerusalemme, dove  si mostrò loro di nuovo /ephaneroosen.

L’ evangelista  parla di pescatori, intenti alla pesca  che, all’ alba, (prooias de hdh genomenhs), vedono, sulla riva, uno sconosciuto che chiede loro di mangiare, a cui  dànno una risposa negativa  perché  hanno pescato invano  tutta la notte. Allora lo sconosciuto  consiglia di gettare la rete dalla parte opposta rispetto a quanto  fatto prima, infruttuosamente, ed essi   eseguono l’ordine e fanno una pesca  miracolosa.

Questo episodio, comunque, professore,  è finalizzato  principalmente al primato di  Pietro che,  per primo, riconosce il signore, che, dopo aver perfino preparato i carboni  e pane,  invita i pescatori  a  mettere  pesci sopra, per mangiarli insieme .- 21.1-13-.

Professore, se Giovanni tende alla dimostrazione di Pietro, capo di ecclesia,  cosa per noi molto successiva ai fatti, comprovata anche  dalla  volontà  di mostrare la veridicità  del suo scritto  evangelico  apostolico, circa le  azioni e i detti del Signore,  in quanto la sua testimonianza è vera  alhthh  autou h marturia estin,  bisogna pensare  che Gesù salga al cielo dopo quaranta giorni dalla sua resurrezione!.

Lei, professore, ci ha insegnato che secondo il processo allegorico, 40 giorni equivalgono a 40 anni -e che quaranta  in realtà sono 25 anni  per  gli aramaici che hanno un calendario lunare cfr . A. e M. Filipponi, Vita di Giuseppe ebook 2016- .

Di conseguenza, si deve pensare che Gesù sia scomparso nel 61 d.C., poco prima della morte di suo fratello Giacomo/Jakobos, ad opera di Anano II, a Gerusalemme: non si sa se per morte naturale o per destinazione ignota (India?!).

Tutti  i vangeli,  compresi quelli di Marco e di Matteo, all’epoca non esistono, se non  come parti orali di una tradizione parziale  aramaica, e solo più tardi  in epoca flavia cominciano a comparire  in greco  singolarmente  – anche gli Atti degli apostoli-  e  solo quello di Giovanni sembra essere di epoca postadrianea  -cfr. Giovanni  21. 18-23  Avvenire di Pietro e Giovanni (se voglio che egli resti, finché io ritorni, che te ne importa’ seguimi!)

Da qui sembra che derivi  la diceria popolare sulla non morte del discepolo prediletto.

Per questo, professore, potrebbe essere indicativo il prologo di Atti degli apostoli circa l’Ascensione al cielo ?

Potrebbe, ma  di certo non si può dire niente. Dunque, riepilogando e sintetizzando, se Marco è  scheletrico nel famoso  controverso  epilogo marcino- il signore Gesù dopo aver parlato, si elevò al  cielo e  siede alla destra di Dio-con l’aoristo di elevarsi e col presente di sedersi (in qualche testo – epilogo lungo marcino-  c’è ekathisen aoristo!) , e  se Luca evangelista dà indicazioni temporali e locali, propri di una tradizione aramaica (li condusse fuori verso Betania e alzate le mani  li benedì. E mentre li benediceva  si partì da loro ed ascese al cielo),che mostra il successivo ritorno a Gerusalemme, dopo l’adorazione del signore sul Monte degli ulivi, solo il Prologo di Atti degli apostoli potrebbe diradare la nebbia sulla ascensione al cielo!

Leggiamo 1,9-11, lasciando per ora da parte la dedica a Teofilo- di cui abbiamo parlato varie volte –  e le ultime istruzioni ai suoi da parte di  uno che parte definitivamente  e raccomanda ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme e di attendere l’adempimento  della promessa del padre, in un ricordo di  Giovanni  che, però,  ha battezzato con acqua e della differenza battesimale nuova paolina ( Ma voi sarete fra pochi giorni, battezzati nello Spirito Santo che darà tale potenza che sarete testimoni  in Gerusalemme, in tutta la Giudea , in Samaria e  fino all’estremità della terra,) togliendo loro la speranza di un ristabilimento del Regno di Israelenon sta a voi conoscere i tempi  e  i  momenti che il padre ha riservato in suo potere-!…. detto questo, si elevò in alto, mentre essi guardavano, finché una nuvola lo tolse al loro sguardo. E stando così con gli occhi fissi al cielo, mentre lui se ne andava  ecco, due uomini  vestiti di bianco,  si presentarono a loro  dicendo: Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? quel Gesù  che, partito da voi,  si è elevato al cielo,  verrà nello stesso modo con cui voi l’avete veduto  salire al cielo!.

Luca, professore, dopo cinquanta anni, afferma solo,(volendo precisare l’Ascensione al cielo,- avendo memoria della nuvola mosaica – la missione di Gesù, la costituzione di un’ ecclesia, che deve  rimanere a Gerusalemme e la successiva venuta dello Spirito santo) che ci sarà il ritorno del Christos sulla terra – a detta di uomini bianchi, aggeloi/nunzi  della tradizione  aramaico -mesopotamica -.

Marco,  questo è il messaggio di Luca christianos antiocheno, in due diversi momenti, misto con notizie  tratte dalla cultura aramaica, alquanto discordante, in quanto consapevole di narrare un fatto non certamente storico: in sostanza  la sua ascensione risulta un modo letterario per segnare  la fine della vita terrena di Gesù  e l’inizio della  missione apostolica con l‘avvento  dello Spirito santo. Anche tu, comunque, fai un po’ di confusione come i primi cristiani, che,  in epoca costantiniana, con Elena, mostravano il luogo perfino dell’ Ascensione  al Cielo e il punto preciso con le impronte dei piedi del signore, in una grotta  (cfr. J. Murphy- O’Connor,  La terra santa, EDB 1996,pp 128-9 Moschea dell’Ascensione) – . Sembra che  lì, sulla grotta,  fu costruita una chiesa detta Imbomom / sulla vetta  da Poimenia,- una ricca matrona, nel 378, -visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria,( che partecipò ad una cerimonia liturgica!) che aveva forma circolare, il cui centro era aperto verso l’alto. Essa fu poi incendiata dai persiani e in seguito  ristrutturata,  Di ciò abbiamo notizie da fonti archeologiche e da Arculfo,  che ne fece un disegno per i pellegrini bizantini nel 670 d.C., invitati a venerare  le impronte dei piedi interamente e chiaramente impresse  nella polvere. I crociati ricostruirono la chiesa che ebbe, però, pianta ottagonale ed era  circondata da un monastero fortificato. L’attuale moschea, costruita dal Saladino nel 1198,   è ancora oggi possesso dei musulmani “che hanno riutilizzato i capitelli crociati,  specie i due  con quadrupedi alati,  con testa di uccello“. Si può ancora osservare in essa, nell’interno,  un piccolo rettangolo che circonda l’impronta del piede destro di Gesù, mentre l’altro contenente l’impronta del piede  sinistro  fu trasferita nel Medioevo nella Moschea al Aqsa “cfr.  J. Murphy-O’Connor,  La terra santa, ibidem,  p.129.

Marco, essendo palese che Gesù non può essere asceso come corpo in cielo e che, invece,  si allontanò in qualche modo dai suoi, come fece Apollonio di Tiana ( cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth) tanto da non dare la possibilità di trovarne il corpo  e da non concedere certezze sulla morte,   sorge il mythos  sulla fine del Christos, scomparso, in quanto morto o in quanto andato a morire in altre località lontane,  per alonare la sua figura, già misteriosa di Messia  per la millantata resurrezione dai morti. Il mito  ebbe subito  fortuna  ed è già attestato  agli inizi del 400 d.C. dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4): Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l’impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi. 

Le lettere di Paolino- cfr . G. Santaniello, Paolino di Nola, lettere (2vol.)  Ler, 1992-, sono connesse, Marco, con quel Teofilo di Antiochia,  scrittore  di Tre libri ad Autolico (ed. Paoline1965), (di cui abbiamo già parlato),  che risulta  uno dei precursori di quel gruppo di scrittori, compreso Ireneo, che  hanno una generica  impostazione realistica,  per cui non solo rompono l’oscurità che si stende sulla storia dei primi secoli della Chiesa cristiana, ma che, in Oriente come in Occidente, la portano in evidenza dal punto di vista letterale, lasciando,  comunque, sempre confusa ogni cosa,  perché dànno patina di vero al mito, avendo impostato e definito il dogma della Trias/trinità (Cfr. Ad Autolico, 1,5-7) .

Dunque, professore,  Gesù  umano, crocifisso,  non morto,  non  resuscitato, non asceso al cielo, scompare (lentamente) e diventa figura evanescente,  mentre giganteggia Gesù divinizzato,  Verbum/logos persona della  Trinità col Padre e con lo Spirito santo, unico Dio, Trino,  maestro di saggezza e di vita!.

Marco, è la nostra conclusione,  ma… è così!

Professore, per me è così!

Il Gesù galileo, un qenita, acclamato messia, in epoca postseianea, crocifisso dai romani – perché  autoproclamatosi maran col favore di Artabano III-  non morto fortunosamente in croce,  non risorto, non asceso al cielo, vissuto poi, anonimamente,  per anni,  divenuto possesso dei giudeo- cristiani, ellenisti del  Regno di Dio, christianoi antiocheni ed alessandrini,  dopo la galuth adrianea, è propagandato come crocifisso,  come morto,  risorto  asceso al cielo  secondo  la lettura allegorica filoniana e  paolina, e divinizzato come seconda persona, uios/Figlio  del Padre (Spirito Santo)  della Trias/trinità, risultando il maestro eterno per eccellenza, l’agnello divino, il salvatore dell’uomo, la legge vivente per ogni fedele!

Marco!  Se dici e pensi così non sei più un christianos! La tua azione, necessariamente, non è più la stessa!