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Gesù un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos!

Ho,  da decenni,  sostenuto, Marco, che Gesù fu un giudeo di Galilea, aramaico, un po’ ellenizzato, ma non christianos e mi sembra di aver ben dimostrato la sua cultura e la sua adesione al fariseismo ed essenismo, nel periodo di regno messianico (cfr. Gesù, meshiah aramaico, methorios,  politikos).

Dunque, professore, chi oggi parla e riconosce come vero ebreo il Gesù cristiano dovrebbe riconoscere la validità delle  sue risultanze storiche, studiando attentamente ogni parte  del suo lavoro circa il Malkuth ha shemaim  e  circa il regno di un quinquennio (32-36 d.C.) cancellato dalla repressione  romana tiberiana,  con l’impresa militare anti parthica di Lucio Vitellio!

Certo, Marco, tutti quelli che, oggi,  rilevano la figura umana  di un Gesù vero ebreo, devono anche  ammettere  quanto da me scritto sulla distinzione tra  Regno dei Cieli e Il Regno di Dio prima,  sulla guerra tra la cultura aramaica (musar) e quella romano-ellenistica (paideia), durata due secoli, poi,  e sulla metamorfosi, infine, della  figura di Gesù,  eroe  aramaico crocifisso, divinizzato secondo il sistema delle ascensioni ebraico e quello mitico  romano ellenistico, pitagorico -platonico,  avvenuto  nel Didaskaleion di Alessandria, nel periodo antonino-severiano, in un delicato momento di strano  equilibrio  tra accettazione barbarica  ad opera dello stesso militarismo antonino-severiano,  nel clima di  peste venticinquennale, e nel contesto di  decadenza finanziario-economica, aggravata dall’ instabilità di potere imperiale  per quasi tutto il III secolo, fino all’intervento riformistico socio-economico e finanziario – politico  della tetrarchia dioclezianea.

Forse, solo la cultura ebraica  potrebbe seguirla in una reale revisione storica  e potrebbe in nome della verità  storica accettare le sue  risultanze, dopo un meticoloso studio della sua opera cinquantennale, certamente non priva di contraddizioni e di errori,   e  rilevare il suo contributo  culturale, specie  per l’indagine acuta nuova, rispetto a  quella della tradizione  cristiana dei padri della Chiesa,   circa la lettura  di Filone  alessandrino, testimone della tragedia giudaica ellenistica  in epoca caligoliana,  da cui credo sia partita la sua indagine  di christianos, che rileva la cristianizzazione di Filone stesso, di  Gesù e di Giacomo  e di tutta la comunità  aramaica gerosolomitana,  annientata anch’essa da Adriano, dopo la sconfitta  di Shimon bar Kokba e  la fine del nazionalismo aramaico!

Marco, non credo che possa avere tanta fortuna, nonostante il contributo alla reale lettura di Filone e di Giuseppe Flavio,  considerata  la mia vecchiaia: sarebbe  già un  onore  essere  letto da ebrei,  desiderosi di scoprire l’ebraicità di un contribulo,  come il nostro Gesù, cristianizzato, e poterli orientare e guidare  storicamente nella condanna progressiva della  Chiesa Romana, che, usurpando il nomen di Roma imperiale e la  funzione del pontificato, li ha anatemizzati, nel corso dei secoli, in nome di Gesù Christos (uomo  non ucciso dai romani, ma dagli stessi arconti ebraici, compatrioti!)  ghettizzati, bollati falsamente  per l’eternità, secondo una interpretazione dello stesso Origene, lettore acuto di Paolo di Tarso, un civis  ellenizzato rabbino giudeo !. Comunque, accettiamo l’augurio di  letterati, amici,  che vedono ormai vicino il tempo di una nuova lettura storica del Meshiah/Christos!

Glielo auguro, di cuore, professore!  Nessuno, più di lei, che ha lavorato  da solo, in silenzio  e lontano da ogni fonte di  potere, a mio parere,  può meritare un tal riconoscimento! Lei, davvero, ha fatto un’altra lettura del cristianesimo!

Marco, ti ringrazio. Neanche immagini quanto ora abbia bisogno di parole di stima e di conforto!

S. Michele arcangelo

Nonno,  mamma e papà sono andati a visitare Mont Saint  Michel, in Normandia, e so dell’importanza di questo arcangelo, divenuto anche santo nel Medioevo, venerato anche in  Val di Susa e nel Gargano, oltre che in Irlanda, in Cornovaglia e in Umbria  a Ferentillo!. Vorrei chiederti qualcosa su di lui, ma tu …fai   questioni teologiche e filosofiche: io,  ragazzo, amo solo i racconti e i cammini come quello di Santiago o dei Romei; io sono curioso di conoscere luoghi nuovi  e  leggende! Se devi proprio  parlare di teologia, fàllo almeno solo all’inizio e poi raccontami ed io ti seguo, come sempre.

Mattia,  cercherò di non pesarti e di non  annoiarti!  ti parlerò prima, di  S. Michele arcangelo garganico,  che ha il culto più antico, rispetto  a tutti  gli altri: la sua venerazione  inizia con le sue apparizioni  al vescovo di Siponto (Manfredonia), leggendarie,  Lorenzo Maiorano – un ultra centenario vissuto dal 440 al 545, un nobile parente dell’ imperatore di Oriente, Zenone (474 -486)  da lui inviato in Puglia e eletto prelato da papa Gelasio I –  protagonista del Liber De apparitione sancti Michaelis  in Monte Gargano, opera scritta nel XII secolo. 

Quindi, Nonno,  iniziamo con il racconto delle apparizioni nella grotta  di S Michele, non lontana dal santuario di S. Michele garganico, attuale, dove viveva il santo vescovo? il culto dell’arcangelo, diffuso in Europa,  deriva dalle prime  apparizioni sul Gargano!

Certo. Mattia! il monaco  bizantino soleva rifugiarsi nella grotta  per pregare ed aveva  le  visioni dell’arcangelo, considerato   il  protettore  degli uomini contro le insidie del demonio, tentatore, Lucifero- Satana, anche lui un tempo un angelo. Monte Saint Michel  in Normandia e La Sacra in Val di Susa sono due località in cui viene  anche celebrata  l’apparizione dell’arcangelo, ma in epoche successive, quando il mito di S. Michele ormai ha radici profonde in tutta Europa.  La via francigena– dopo che i visitatori pellegrini  arrivano a Roma –  procedendo lungo due direzioni, una lungo l’Appia e l’altra lungo la Salaria fino all’Adriatico, costeggiandolo  fino al luogo santo della grotta garganica, (diventata punto di incontro e di raccolta per la meta finale di Gerusalemme, specie dopo il proclama della I crociata fatta da  Urbano II, papa francese, nel decennio 1088-1099), risulta una  via  per la Terra Santa.

Nonno, dunque, il culto di S Michele diventa internazionale  dopo il proclama del grande papa di riconquista del Santo sepolcro, e di Gerusalemme  da secoli, sotto il dominio, comunque, pacifico musulmano.

Mattia, Urbano II  segue il disegno teocratico di Gregorio VII, tipico dei Pierleoni, giudeo-cristiani,  stanziati nella isola tiberina, favorito da Matilde di Canossa e dalla sua famiglia, dopo la vittoria sull’imperatore del  Sacro romano impero  Enrico IV,   a seguito dei viaggi in Italia meridionale e di quelli in Francia, dove, a  Clemont -Ferrand,  ha indetto la  I crociata. Il culto dell’arcangelo ha funzione politica e ricuce lo strappo tra Occidente ed Oriente dello scisma del 1054, collegando le aspirazioni cluniacensi di riforma  cristiana con le idee di grandezza della chiesa romana, che, avendo la  solidarietà dei  popoli e dei duchi in senso antimperiale,  anche nel Meridione di Italia  e in Sicilia, zone  considerate feudo pontificio, ha dato potere ai normanni  in Puglia  e in Calabria, nominando Roberto il Guiscardo  duca  e servendosene  per un servitium antibizantino ed antisaraceno.  Il papa, poi,  avendo accolto anche il grido di soccorso  di Alessio Commeno, imperatore bizantino impegnato contro i turchi, ora ha possibilità concrete  di  riunificare la chiesa cristiana cattolica con quella ortodossa  e di  riconquistare, con forze latine,  Gerusalemme.

Quindi, nonno,  il culto di s. Michele serve a questo proposito ed è utile nella lotta tra  cristiani coalizzati, bizantini e germanici, contro i  musulmani, in quanto  si dice che le milizie di Dio lottano contro  quelle demoniache.

Certo, Mattia,  per il papato, l’arcangelo  guida i  soldati  cristiani, segnati con la croce e da essa purificati contro le forze del male maomettane!. Così facendo e facendo propaganda  Urbano II  scatena un guerra religiosa, convinto che il Dio degli eserciti sia favorevole ai buoni! In questo modo la feccia di Europa – specie i figli della nobiltà, cadetti, militari arroganti e  senza terra, morti di fame, avidi di nuove terre,-  va  alla conquista dell’Oriente e dei mercati orientali  in nome di Dio, favorita da Venezia e dalle altre repubbliche marinare,  ha la funzione della  difesa della  fede, ed ha la benedizione papale:  in caso di morte, ogni morto è celebrato come eroe e martire, e se, invece sopravvive, ognuno  si conquista un regno per sé e la famiglia! Anche  è benedetta l’impresa di riconquista  della Sicilia di Ruggero I, fratello di Roberto,  modesto signore di Melito  in Calabria. Infatti il papa usurpa  le funzioni del  potere imperiale,  assumendo potestas ed auctoritas,  impropria per il sacerdotiun /ierosousune ,  e nel  suo viaggio nel meridione italiano, prima a Melfi, poi a Bari durante la celebrazione dell’arrivo delle reliquie di  S. Nicola di Mira,  concede benefici e  un insperato  mandatum ai  due fratelli normanni : al duca di Puglia e Calabria riconosce le funzioni egemoniche e concede al fratello  l’autorità di governare la Sicilia, strappata ai musulmani con l’ aggiunta di un beneficio  pontificio – cosa negata gli imperatori di  Germania-  di  nominare vescovi, di raccogliere  le rendite della chiesa, riservandosi il diritto della  decima da inviare successivamente a Roma,  e di svolgere interventi anche in questioni di materia religiosa, d’accordo coi vescovi locali sottoposti, comunque, alla autorità laica dei normanni, devoti e pii fideles Sancti  Michaelis, e di trapiantare in Sicilia coloni lombardi.

Nonno,  che significa  il  termine Michele e qual è il suo grado nella corte celeste?

 Mikha-el  significa  uno che è come Dio, un  essere, purissimo,  asessuato, che è  vicino al trono divino ed è suo rappresentante, in quanto svolge la funzione di  comandante delle  truppe angeliche, divise in tre classi, in relazione alla vicinanza con Dio, come mostra anche il nostro Dante nel Paradiso.

 Quali?

La Terza classe, quella inferiore,  più lontana da Dio, è composta da angeli, arcangeli e principati; la seconda, media, da  potestà virtù  e dominazioni; quella, superiore, da  Troni, Cherubini e Serafini secondo Dionigi aeropagita, un presunto discepolo ateniese di S. Paolo , che invece è un filosofo neoplatonico del V secolo – legato a Damascio –  che ha lasciato un complesso  corpus  aeropageticum, di cui fa parte il liber De coelesti Hierarchia/la celeste gerarchia

E lui che parla degli angeli, allora?

Certo Mattia. E’ un autore dello stesso periodo di S. Lorenzo Maiorano,  bizantino, che tratta  della maestà del  trono di Dio e delle gerarchie angeliche,  di cui parla diffusamente, mostrando una celeste theoria,  derivata da Aristotele, da una parte, come imitazione del reale   e, da un’altra, da Platone, come  specchio  della realtà, fondando un’estetica basata sulla  bellezza sovrumana secondo canoni basilari di semplicità, di armonia, di simmetria, di regolarità ricorrente e di lucentezza, in relazione all’ uomo- dio  Christos, figlio, Verbo del Padre, dal cui  reciproco amore deriva lo Spirito Santo.

Grazie, nonno,  per aver brevemente parlato teologicamente e per avermi fatto capire che S. Michele è il comandante degli eserciti divini, in quanto il migliore dei serafini,  loro capo e quindi condottiero delle nove gerarchie angeliche (angeli, arcangeli, principati,  potestà , virtù, dominazioni, troni, cherubini  e serafini)  colui che ha il mandato celeste di combattere il male, il tentatore Satana  -Lucifero, il ribelle!

Bravo Mattia . Hai buona memoria come me! Hai capito che Michele è il principe di tutti gli angeli, nonché uno dei quattro arcangeli ( con Gabri- el/dio forza , Rafha-el /dio cura, e Uri- el/ dio luce) che  presiedono rispettivamente ai quattro punti cardinali- cfr Giovanni Apocalisse–  est, ovest, nord e sud, come protettore della  terra, in ogni direzione, con la propria influenza benefica.

Nonno,  non è strano che un essere, angelico possa essere venerato come un uomo  e santificato?

No. Mattia. Può apparire singolare che un essere celeste si umanizzi  come anche che  un essere umano si divinizzi. E’ un fenomeno, detto muthos,  che si verifica quando la sfera di azione dell’elemento estraneo al suo contesto , diventa usuale in un ambiente non proprio, tanto da essene parte significativa.  Le continue apparizioni con volto umano diventano come reali manifestazioni dell ‘arcangelo nella grotta garganica e rendono umane le  sue azioni, come se quelle divine si fossero atrofizzate in quanto lontane ormai dalla  sfera di corte divina.

Nonno  mi dici  cioè che accade quanto noi rileviamo nella divinizzazione della figura umana di Gesù, che, essendo considerato figlio di Dio,  ipso facto, partecipa della natura e  funzione trinitaria e  quindi è maestro sapiente e  sapienza stessa!

Ciò avviene, però,  in specifici momenti storici  in cui si afferma il muthos, per cui accade di trovarsi di fronte ad un doppio culto, sebbene predomini la forma ibrida di angelo-uomo nelle fantasia umana, specie in epoca barbarica.  I primi infatti a  creare un culto umano-divino sono i Longobardi.

I longobardi?

Si Mattia . I longobardi di Alboino, scesi in Italia  nel 568 e divenutine  padroni, con la costituzione del  Regno di Pavia e dei due ducati di Spoleto  e di Benevento si irradiano lungo la dorsale  appenninica, lasciando le coste adriatiche  e quelle tirreniche, oltre le isole, Sicilia Sardegna e Corsica,  all’ impero bizantino, che pur aveva riconquistato tutta l’Italia,  con Giustiniano  nei diciotto anni di  guerra gotica (535-553). Sembra che si possa dire  che  con Teodolinda si attua la cattolicizzazione dei longobardi nel 589, per cui pare che    con Cuniperto  la grotta diventi parte del Ducato di Benevento, e quindi sia meta di pellegrini, anche se già precedentemente è attestato un viaggio di papa Gelasio (492-496).  Allora il culto dell’angelo  e del santo  cresce anche perché la venerazione  dei longobardi per S.Michele  si fonde con quella  di  Odino/Wotan e seguita coi franchi,   loro vincitori e poi, coi normanni  tanto che papi come Leone X, Urbano II,  Alessandro III,   Gregorio X e  Celestino V giungono alla grotta come pellegrini, seguiti da  imperatori e nobili  e popolani,  intenzionati a partire per la Terra Santa  – Ludovico II ed Ottone III,   Matilde  di Canossa  e perfino, s. Francesco vi  arriva, senza entrarvi,  nel 1216-.

Grazie,  nonno.  Mi hai fatto capire il mito di S Michele…senza troppe questioni!

L’ascensione al cielo del Christos

L‘ascensione  al cielo del Christos è, professore, un fatto reale storico o un’ invenzione teologica di esaltazione divina,  successiva alla presunta morte e resurrezione  di un uomo? E’ un dato di fatto  personale o evento propagandato,  da una comunitas di seguaci che si costituisce come  ecclesia   apostolico- romana, a seguito della galuth adrianea, secondo il genus letterarium/ genere letterario dell’Ascensione al cielo di un eroe nazionale, destinato a sedere alla destra del Padre? E’ un servizio  greco e greco ellenistico,  strumentale, della retorica  per dare rilievo al presente,  mediante il passato, per legittimare  ogni tipo di situazione abnorme,  ogni forma pragmatica e soluzioni  future, possibili, di attesa? E ‘proprio un modus ellenistico di mettere insieme spatium mitico e spatium storico, indefiniti temporalmente, di una cultura ebraica, confusi da opposti indirizzi  di uomini, capaci di collegare mito e storia, favole con  storia persiana?  Esemplari in tal senso sono Erodoto, Platone   e Plutarco?!

Marco,  non hai mai fatto una domanda tanto complessa e tanto difficile  così da obbligarmi a  fare  sintesi  per darti una decente risposta, anche se sostanzialmente chiedi solo se l’Ascensione al cielo del Christos rientra in un genere letterario  tipico del II secolo d.C., che sovrappone il piano della genealogia mitica con quello della storia reale, il cui  telos è dare certezza fideistica all’ignoranza  di un popolo che, in una grave situazione di epidemia,  cerca una solidarietà fraterna universale. Comunque, mi sembri deciso a conoscere  realmente i fatti, dopo la presunta morte e resurrezione del Christos vivente! Ti dico quel che so.  Se Erodoto inserisce nel sistema multinazionale  persiano la paideia greca, Platone parla di un fabulistico racconto di vecchie a bambini in Ippia Maior 285  mostrando Ippia che si vanta  che gli spartani apprezzano le sue mitiche storie genealogiche  umano-eroiche  e le fondazioni di ecisti anche se Socrate  considera il sofista uomo di  scienza rozza nel Fedro (229e ), utile, comunque, per una società popolare,  in un processo  di razionalizzazione  storica-!. Plutarco, infine, nel mito di Romolo, scomparso improvvisamente,  insiste  sulla necessità di razionalizzare  la nebbia della storia per una verità,  opinabile,  mostrando il processo degli storici, nello studio del passato,  simile alla visione nebulosa degli indovini  per il futuro!. La cultura greca di fronte alla sparizione di un corpo, perplessa, si affida alla retorica al mito e giustifica secondo il dogma trinitario!  A Dio niente è impossibile! 

Professore, mito e storia  non hanno confini precisi e non  avendo limiti tra loro in quanto non hanno  spatium  temporale determinato, risultano campi nebbiosi, in cui  ogni cosa può essere vera!.

Marco, se leggiamo insieme Plutarco (Romolo,29 ), possiamo capire qualcosa, facendo riflessioni  circa la scomparsa  del re all’età di 54 anni,  dalla vista degli uomini/ eks anthroopoon  aphanistheenai. Sentimi bene!.  Plutarco afferma che Romolo di fatto aveva limitato i senatori ad ascoltare in silenzio i suoi ordini/ sighi prostattontos  hkrooonto ed aveva destabilizzato la loro auctoritas,  avendo distribuito, a suo arbitrio, le terre ai soldati  e restituiti gli ostaggi ai Veienti, per cui alla sua scomparsa in modo insolito,  poco tempo dopo,  sul senato ricaddero sospetti e calunnie/eis upossian kai diabolhn enepese paralogoos aphanisthentos autou met’oligon khronon  Ibidem 27. Lo storico, dopo un exursus sulla morte strana di Scipione l’Emiliano nel 129 a.C., in casa sua, dopo pranzo,  sospetta,-  morto non si sa se per via naturale  o per veleno o per strangolamento!- rivela che il suo corpo fu esposto al pubblico ed i dubbi rimasero,  mentre quello di Romolo, scomparso all’improvviso,  non si poté mai più vedere né alcuna parte del corpo né  un lembo della veste – ibidem -.

Plutarco aggiunge che, sulla sua scomparsa, non si può dire nulla di sicuro né sapere nulla che appaia attendibile,  tranne la data nel mese di Quintilio (Iulios, oggi), alle none/Il 7, e che non bisogna meravigliarsi,  nonostante le celebrazioni successive.

Lo scrittore  precisa:  alcuni pensano che, perciò, i senatori, rivoltatosi contro di lui nel  tempio di Efesto,  lo avessero ucciso,  spartendosene il corpo  e portandosene via ciascuno una porzione, occultata nel grembo….altri invece dicono che non nel tempio  avvenne la morte, ma che  lui avesse convocato  l’assemblea, fuori città, nei pressi dello stagno, chiamato della capra, e all’improvviso si avvicendarono nel cielo fenomeni eccezionali ed indescrivibili, a parole, e cambiamento di tempo incredibile infatti la luce del sole si eclissò  e calarono le tenebre ovunque, non foriere di pace e tranquillità, ma piene di tuoni terribili e di soffi di vento,  che arrecavano tempeste da ogni dove.

E cosa succede in una situazione dominata da fenomeni atmosferici, molto simili a quelli della morte del Signore?

Avvenne che in tale situazione tempestosa, straordinaria,  la moltitudine -non vi erano solo senatori ma anche altri, convenuti come per una festa- si sparpagliò, chi da una parte, chi da un’altra e i senatori  si raccolsero tra loro. Finita la tempesta, tornato il sole,  i più ritornarono al luogo dell’assemblea e  si misero a ricercare il re, ma i senatori non  permisero  di impicciarsi della scomparsa ed ordinarono a tutti  di onorare e di venerare  Romolo/timan pasi kai sebesthai Roomulon come se fosse stato assunto in cielo,  fra gli dei,  e, da ottimo re,  si fosse trasformato in Dio benevolo  nei loro confronti/ oos anhrsparmenon eis theous  kai theon eumenh genhsomenon autois ek khreestou basileoos ibidem.

La  folla, per lo più, credette a quanto  detto e perciò se ne andò, dopo aver  pregato ed essersi  prostrata, piena di speranza, ma alcuni  che sopportavano a  malincuore l’accaduto e con rancore, screditavano i senatori- che erano preoccupati  ed inquieti!- perché ritenevano che  in realtà quelli  avevano ucciso il re  e con parole avevano abbindolato il popolo sciocco/ oos abeltera ton dhmon.

Forse per qualche giorno la cosa rimase in sospeso, Professore, ma, poi, successe altro?

Secondo Plutarco, tutto cambia quando un giorno, un uomo, originario di Alba, Giulio Proculo si presenta al foro e fa giuramento solenne  su quanto di più sacro e santo  ha, affermando di aver incontrato Romolo, apparso a lui, che camminava per strada.

Professore, certamente Plutarco precisa la figura del  personaggio!

Certo, Marco.  Chi vede il re, non  è una donnetta- che non ha diritti civili,-  come la Maddalena nei Vangeli,  secondo la tradizione cristiana, che fa testimonianza! E’ un uomo che lo incontra frontalmente, un patrizio, un notabile /prootos hthei per costume, amico intimo e fidato di Romolo/ te dokimotaton autooi te Romuloioi piston kai suneethee!. 

Professore, non è sospetto che proprio un Ioulios faccia un solenne giuramento, un antenato della stirpe  fondatrice dell’impero a Roma?

Certamente i giuli, Cesare ed Ottaviano (ed anche Claudio) sono interessati alla vicenda di Romolo  e alla  sua morte, in quanto   a loro è cosa gradita  accostare un loro antenato al re morto  e divinizzato, come poi, avviene per Giulio Cesare!  all’epoca di Romolo, però, i giuli erano agroikoi di Alba, venuti a Roma, solo sotto Tullo Ostilio!

Quindi, professore, il dato di Plutarco è notizia di storici  di epoca successiva, un’ aggiunta giulia, della propaganda  imperiale giulia del periodo cesariano, in cui viene utilizzata l’ektheoosis  di Cesare, poi, celebrato nella divinizzazione alessandrina  di  Gaio Caligola -cfr.Filone, Legatio ad Gaium,76-93 – !

Marco, è  una leggenda successiva,  rispetto al periodo mitico di Romolo, che definisce Giulio Proculo, già come patrizio intimo  del re!.

Comunque sia, mi dica cosa lo scrittore greco  scrive del racconto di Proculo, e dello scambio di parole tra un vivo e  l’eroe vivente, anche se scomparso!

Marco, Plutarco racconta che Giulio Proculo incontra Romolo kalos men ophtheenai kai mega oos oupote prosthen oplois de lamprois  kai phlegousi  kekosmeenos /bello  a vedersi e grande,  come non mai in precedenza,  ricoperto di armi lucenti e scintillanti,  e parla con lui!

Ecco il testo: oo basileu, ti dh pathoon h dianoetheis, hmas men  en aitiais…adikois kai ponerais, pasan de thn polin orphanan en muriooi penthei  proleloipas?/ o re. cosa ti è successo? perché hai voluto abbandonare noi patrizi ad accuse…ingiuste e terribili e la città in un immenso dolore, rendendola orfana?

La risposta è questa.  O Proclo, agli dei è parso giusto che passassimo un certo tempo fra gli uomini  e, dopo avere fondato una città destinata  a divenire potente e prestigiosa, tornassimo ad abitare in cielo, da dove eravamo venuti.  C’è, Marco, anche il commiato, augurale! Addio e dì ai romani  che, dimostrandosi saggi e valorosi raggiungeranno il culmine dell’umana potenza!. Per voi io sarò il benevolo dio Quirino/ theois edocsen, oo Procle, tosouton hmas genesthamet’anthroopoon khronon,kai polin ep’archhi kai docshimegisthei ktisantas , authis oikein ouranòn, ekeithen ontas. Alla khaire kai phraze Roomaiois oti soophrosunhn  met’andreias  askountes  epi pleiston anthroopinhs aphicsontai, dinameoos . egoo  d’umin eumenhs  esomai daimoon Kurinos.

Dopo le parole, credute, data la figura  morale dell’uomo, i romani, presi da entusiasmo ed ispirati dagli dei, fatti cadere   ogni sospetto e calunnia, pregarono Quirino  e lo invocavano come Dio/ euchesthai Kurinooi kai theoklutein ekeinon.

Professore, lei sta parlando a lungo  di questo episodio  ed ha un preciso scopo, quello di mostrare come per Plutarco l’esempio di Romolo  dia opportunità di trattare del  problema dell’anima e della sua immortalità  – di cui lei ci ha parlato in altre occasioni- in quanto ha di mira anche  la dimostrazione  della non morte e della non resurrezione  del Christos, apparso ai discepoli, non come fantasma ma come vivente, celebrato secondo due diverse tradizioni, una aramaica farisaica  ed una  greco-ellenistica,  cioè quella gerosolomitana di Giacomo e Simeone, e quella antiochena di Pietro e Paolo!

Complimenti! Mi  conosci bene! Le due tradizioni, in relazione al rapporto  con la romanitas, hanno avuto diverso  rilievo nella storia, la prima quella del  Regno dei cieli, sconfitta, insieme all’esercito di  Shimon bar Kokba, può avere, oltre alla diceria popolare  della visione da parte della Maddalena, di un  sepolcro vuoto, anche la propaganda dell’Ascensione al cielo,  quella sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, mentre la seconda,  già nel II secolo, fa circolare la leggenda di morte e di resurrezione del  Cristo vivente, congiunta con l’Ascensione  gerosolomitana  e  con l’onore del nuovo Dio  che siede alla destra  del Padre, di matrice aramaica.

Professore, lei mi vuole dire che le due tradizioni si sono  sovrapposte specie dopo la galuth adrianea, già  in epoca antonina e, poi confuse in quella costantiniano-teodosiana?

Marco, le fonti cristiane, di matrice giudaica, e Plutarco,  un ierofante pitagorico-platonico, hanno in comune la celeste provenienza delle  anime  e l’ascensione al cielo di quelle dei  buoni eroi, tipo  Ercole e Romolo, che, però, coincidono con la tradizione aramaica delle Ascensioni  di Isaia  e di  Enoch, biblici personaggi, ascesi al cielo, secondo la testimonianza  ebraica  propria della fine del I secolo,  di epoca flavia, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

All’epoca , dunque, professore,  l’ascensione al cielo  è un topos  comune a pagani e naziroi aramaici  e ai  giudeo-cristiani ellenistici?.

Marco, questo mi risulta e questo ho capito dopo tanti anni di studio e di traduzioni. Io ti voglio mostrare come, all’epoca, un seguace giudeo- ellenista  possa leggere la figura di Gesù, un galileo, la cui impresa messianica era fallita, ma la sua memoria, – cfr. Bios  di  Ponzio Pilato-   era rimasta, dopo il martirio, mentre  la sua ascensione al cielo era divenuta leggendaria tra i suoi  naziroi, sconfitti anche loro da Adriano,  tanto da circolare ancora in Alessandria nel didaskaleion di Clemente e di  Origene. E’ mia intenzione farti rilevare come l’ascensione pagana e quella giudaico-aramaica  e quella giudaico-ellenistica siano   paradigmi di una stessa  concezione  letteraria, mitica!.

Quindi, professore riprendiamo da Plutarco  e  teniamo presente  la sfera terrestre, il cui piano orizzontale centrale   terreno  è quella della vita per i viventi, mentre  quello celeste, oltre il cielo,  è quello degli eroi, e quello sotterraneo dell’Ade, è quello delle  ombre dei morti  e dei demoni cfr.  Luciano, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti, una Vita vera,  I patiti della menzogna/Philopseudeis  ecc.  o Plutarco, Moralia, specie il  De anima, pur frammentario, e il De facie in orbe lunae.

Bene, Marco, devo aggiungere solo che per i giudei aramaici centrale è Gerusalemme e perciò da lì deve partire il Christos per la sua ascensione al cielo, come, poi, anche Maometto, seppure in luoghi diversi, ma sempre gerosolomitani. A parte questo,  procediamo con Plutarco  che, trattando dell’ascensione al cielo di Romolo, mostra la sua  theoria delle anime e  la loro provenienza dal cielo, in cui hanno una tensione (genetica) a tornare, portando l’esempio di  Aristea di Proconneso  e di Cleomede di Astipalea.

Sono, Marco, due personaggi noti,  il primo, grazie ad Erodoto  (St., IV,13-15 ), come un taumaturgo dell’epoca di Creso  e il secondo  come vincitore  di gare olimpiche nel 492 a.C., che, impazzito per  la rabbia del mancato riconoscimento del suo valore, distrusse le scuole della città, determinando la morte degli allievi.  Comunque, ambedue gli uomini, ritenuti  degni di memoria e di celeste fama,  come Alcmena, di cui non si vide mai il corpo, perché portato in cielo da Hermes, in quanto amata Zeus, gli aveva concepito Heracles/Ercole, secondo la tradizione pagana, sono  politai ouranoi!. Plutarco, da ierofante, giunge perfino a coniare una proverbiale massima.- misconoscere la natura divina della virtù sarebbe empio e vile, ma mescolare la terra al cielo sarebbe stolto /apognoonai men ounpantapsi thn theiothata  ths arethaanosion kai agennes,ouranooi  de meignuein ghn abelteron!. La sua conclusione infine è  pindarica:  sooma men oantoon epetai thanatooi peristhenei/ zoon d’ eti leipetai aioonos eidoolon/to gar esti monon ek theoon/ il corpo di un uomo insegue la morte irresistibilmente, ma lascia dopo di sé una scia di eternità. Solo questa, infatti, viene dagli dei!

E’ un grande Plutarco non solo per  Vite parallele ma anche per Moralia, scrittore  capace di condensare tutto il sapere spirituale/ pneumatikos   greco-ellenistico!.

Marco, lasciamo, quindi, cadere tutta la trattazione sull’anima  /h psuchh, che viene dal cielo e che lì torna,  ma non col corpo. Anzi, all’epoca  la teoria più celebrata è quella di  Eraclito, per chi crede che  l’anima  solo quando  si separa e  si allontana dal corpo, divenuta pura e priva della  carne  e casta,  allora si stacca come la folgore da una nube/ oosper astraph nephous!. Anche Seneca,  un secolo  circa prima, con Apokolokyntosis / Lusus de morte Claudii, gioca sull’ ascensione al cielo dell’Imperatore, condannato, poi, da un giudizio celeste, nonostante la difesa di Giano e di Augusto,  ad essere  relegato, al pari degli altri mortali, comuni,  nell’ Ade, dove Eaco lo concede come schiavo  ad un liberto, che lo fa giocare eternamente con dadi, tratti da un barattolo senza fondo!

La conclusione plutarchiana, comunque, è questa: non bisogna far salire contro natura i corpi dei buoni in cielo, ma bisogna senz’altro pensare che le loro virtù e le loro anime, secondo natura e secondo legge divina, passino dallo stato di uomini a quello di eroi e da quello di eroi a quello di demoni/ ek men anthroopoon  eis hroas, ek d’hroooon eis daimonas, e  da demoni…a dei /ek de   daimonoon…eis theous, non in base alle leggi della città,  ma secondo verità  e una logica plausibile.  raggiungendo il traguardo più bello e felice, ma  solo quando le anime  si sono purificate e santificate,  come nei riti di purificazione, dopo essersi sottratte  del tutto alla loro natura  mortale e sensibile – ibidem 28-.

Professore, questo si verifica tra i pagani, ma tra i giudei quando si può parlare di un’ascensione al cielo di un eroe, come Gesù?

Marco, bisogna distinguere se parliamo di  giudeo-aramaici o giudeo-ellenisti ?

Nel primo caso si deve pensare che  a Gerusalemme, dopo la distruzione del Tempio,  dopo il ritorno da Pella dei naziroi, forse si comincia a parlare di un Messia, asceso al padre, mentre tra i  giudei ellenisti la cosa potrebbe  essersi verificata  dopo  la  galuth adrianea,  a seguito anche della teologica  speculazione  alessandrina ed efesina sul  Christos logos/Verbum e sulla Trias/trinità  quando l’aramaico  Gesù viene assimilato al logos-verbum ed, allora,  viene celebrata l’  ascensione gerosolomitana!.

Simeone e gli aramaici, avendo  una cultura biblica, seguono la tradizione  dell’ascensione di Enoch e di quella di Isaia, i cui autori,  d’altra parte, copiano l’exemplum di Elia e l’episodio del  carro di fuoco, portato da cavalli, pure di fuoco, tra un  turbinio di luce (cfr. II Re, 2.11) intorno all’850 a.C.!

Per lei, quindi, sono importanti i paradigmi giudaico- aramaici, divenuti utili agli inizi del II secolo ,che celebrano l’ascensione del profeta Isaia, salito al cielo, dopo il martirio  ad opera del re Manasse, il suo passare attraverso i sette cieli,  di cui si rileva  l’apocalisse,  con la celebrazione congiunta della morte resurrezione ed ascensione al cielo del Messia stesso christiano!.  A noi sembra un recupero mitico del profeta morto nel settimo secolo con una connessione con Gesù,  nuovo martire, da parte della cultura cristiano- ellenistica mediterranea, che ingloba  l’antico passato con la storia recente, adrianea, di una desertificazione del territorio stesso gerosolomitano!

Quindi, professore  si può dire che noi riteniamo che vi siano influenze nel testo dei vangeli  di Marco e di  Giovanni e in quello di Luca, oltre che negli Atti degli apostoli  a causa della galuth adrianea e  della funzione nuova del Christos-Logos  specie in Efeso e in Alessandria?

Marco,  questo,  certamente, penso, dopo operazioni su morte resurrezione e ascensione del Christos, ma in concreto mi piace precisare  che  i testi cristiani,  parlando di Gesù,  dànno per certo la sua morte e resurrezione, come dato acclarato,  e scrivono stranamente,  in modo univoco,  tanto che, però, se  si legge, senza pregiudizio, si rileva solo la presenza di una figura di vivente, che  partecipa della vita stessa delle persone vive, cui  si manifesta uno, dotato di corpo reale: il nuovo vedere (cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli ) diventa espressione di un’altra conoscenza,  che risulta riconoscimento di un essere già noto,  per precedenti atti significativi!.

Mi spieghi professore, meglio!  lei parla di un altro vedere, allegorico e mi  vuole dire che,  se leggiamo il testo evangelico   e quello  degli Atti degli apostoli, si ha l’impressione di un reale incontro tra persone viventi  e non di un episodio straordinario  di epiphaneia miracolosa!.

Marco, voglio dire che il miraculum è nella lettura letterale di  un incontro tra un Gesù – morto e risorto, destinato ad ascendere al cielo e sedere alla destra del padre- e i discepoli, incerti sulla figura di uno, comparso improvvisamente, a loro ignoto, che è viventeall’univoca scrittura dei testi evangelici  c’è sottesa un’ambiguità  nel contenuto del messaggio!

Leggiamo i testi, professore, e mi faccia comprendere!. Io ascolto  e spero  di poter aprire gli occhi e stappare le orecchie!

Marco, leggiamo da un’altra angolazione, quella non di un Gesù morto e  risorto, ma di un Gesù vivo, salvatosi grazie a lunghe cure mediche, desideroso di farsi riconoscere dai suoi, che lo credono morto e  sepolto.  Da questa  angolazione si rileva l’humanitas di chi appare, conscio di  destare sorpresa,  sbigottimento e timore  in altri che, di fronte alla presenza di uno da identificare, a prima vista, sconosciuto, entrano in panico!

Leggiamo l’episodio dei due discepoli di  Emmaus  (Luca, 24.31)  da me  mostrato già in Il messia mancato: I due, parenti oltre tutto, hanno fatto cammino con un un viandante senza riconoscerlo e solo allo spezzare del pane, gli occhi dei due  si aprirono e lo riconobbero, ma egli disparve  dai loro sguardi! . Luca professore, è contraddittorio  per quanto riguarda il tempo e lei   ne ha già  parlato. Comunque, seguiti nella sua dimostrazione con la lettura di Marco  e di Giovanni e poi riprenderemo Luca!.

Secondo Marco, gli apostoli, non avendo creduto né alla Maddalena né  ai due di Emmaus,  timorosi di rappresaglia, sono chiusi nel cenacolo  e lì improvvisamente Gesù si  presenta,  agli Undici, che sono a tavola,  e li rimprovera per la loro incredulità  e durezza di cuore, rispetto a quelli che lo hanno visto  risorto, per poi dire, prima di concedere loro i carismi (cacciare i demoni,  parlare lingue, prendere i serpenti per mano, imporre le mani ai malati e guarirli) , essendo in procinto di ascendere al cielo: andate per tutto il mondo, predicate il vangelo, ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo,  chi non crederà, sarà condannato!. L’evangelista, teso a mostrare la missione data dal maestro ai discepoli,  chiaramente fa la sintesi di quanto avvenuto  dopo la morte del Signore  e non dà possibilità per un oggettivo calcolo della durata temporale, stabilita da altri invece, in 40 giorni di permanenza del risorto che fa apparizioni ancora in terra, da vivo.

Per Luca l’apparizione di Gesù agli apostoli è questa: Gesù apparve in mezzo a loro e disse “la pace sia con voi”  24. 36-49.

Professore, ai discepoli, sbigottiti,  che credono di vedere uno spirito/ un phantasma e sono pieni di timore  Gesù dice: Perché siete così turbati  e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i piedi: sono proprio io; palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha  carne  e  ossa come vedete,  che ho io.  E, dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ti ricordi  bene il passo di Luca!. Ti  aggiungo ancora che Luca mostra un  Gesù, che  per vincere  la  esitazione dei suoi  e far superare lo stato di  meraviglia, chiede cibo  da mangiareavete qui, qualcosa da mangiare ? Luca dice per fornire la prova concreta della presenza di un uomo, vivo:  essi gli presentarono del  pesce arrostito  ed egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza-  ibidem-.

Se Marco non dice niente come tempo, Luca  non dà possibilità reale  di capire quanti giorni (anni?)  dopo, ci  sia incontro tra maestro e discepoli! La prova, fornita  dell’humanitas presente del Christos nel cenacolo,  è utilizzabile solo allegoricamente se  traduciamo 40 giorni con quaranta anni! Infatti Luca parla  di Gesù che si conforma  a quanto detto biblicamente e scritto nella legge di Mosè,  nei Profeti e nei Salmi, al fine di far gli apostoli,  testimoni   di resurrezione dai morti al terzo giorno e di far loro comprendere la necessità di predicare,  in suo nome, la penitenza e la remissione dei peccati, a cominciare da Gerusalemme!

Professore, Luca aggiunge un altro dato:  Ecco, mando sopra di voi il Promesso dal padre mio, ma voi rimanete  in  città fino a quando non sarete rivestiti di potenza  dall’alto.  Sembra che lo faccia  per meglio mostrare la resurrezione  del Christos, che, destinato a scomparire, lascia la ecclesia sotto la protezione divina!  Lei  ce ne ha parlato, ma non ci ha mai precisato  questo punto!.

Marco, anche io non ho capito bene le parole di Luca anche dopo anni di studio, perché non comprendo esattamente la situazione in cui l’evangelista  parla.  Penso che l’evangelista alluda alla partenza definitiva di Gesù, che è fiducioso  nella venuta di un promesso del cielo  (Spirito  Santo?!)  che favorisca la costruzione di un’ Ecclesia, anche se  non indica  le modalità e i tempi. Comunque, sembra definitivo il distacco di Gesù vivo dalla terra e da Gerusalemme, descritto poi come  ascensione al cielo, di cui Giovanni ci  dà ulteriore  testimonianza concreta, però, in Galilea,  e non a Gerusalemme, dove  si mostrò loro di nuovo /ephaneroosen.

L’ evangelista  parla di pescatori, intenti alla pesca  che, all’ alba, (prooias de hdh genomenhs), vedono, sulla riva, uno sconosciuto che chiede loro di mangiare, a cui  dànno una risposa negativa  perché  hanno pescato invano  tutta la notte. Allora lo sconosciuto  consiglia di gettare la rete dalla parte opposta rispetto a quanto  fatto prima, infruttuosamente, ed essi   eseguono l’ordine e fanno una pesca  miracolosa.

Questo episodio, comunque, professore,  è finalizzato  principalmente al primato di  Pietro che,  per primo, riconosce il signore, che, dopo aver perfino preparato i carboni  e pane,  invita i pescatori  a  mettere  pesci sopra, per mangiarli insieme .- 21.1-13-.

Professore, se Giovanni tende alla dimostrazione di Pietro, capo di ecclesia,  cosa per noi molto successiva ai fatti, comprovata anche  dalla  volontà  di mostrare la veridicità  del suo scritto  evangelico  apostolico, circa le  azioni e i detti del Signore,  in quanto la sua testimonianza è vera  alhthh  autou h marturia estin,  bisogna pensare  che Gesù salga al cielo dopo quaranta giorni dalla sua resurrezione!.

Lei, professore, ci ha insegnato che secondo il processo allegorico, 40 giorni equivalgono a 40 anni -e che quaranta  in realtà sono 25 anni  per  gli aramaici che hanno un calendario lunare cfr . A. e M. Filipponi, Vita di Giuseppe ebook 2016- .

Di conseguenza, si deve pensare che Gesù sia scomparso nel 61 d.C., poco prima della morte di suo fratello Giacomo/Jakobos, ad opera di Anano II, a Gerusalemme: non si sa se per morte naturale o per destinazione ignota (India?!).

Tutti  i vangeli,  compresi quelli di Marco e di Matteo, all’epoca non esistono, se non  come parti orali di una tradizione parziale  aramaica, e solo più tardi  in epoca flavia cominciano a comparire  in greco  singolarmente  – anche gli Atti degli apostoli-  e  solo quello di Giovanni sembra essere di epoca postadrianea  -cfr. Giovanni  21. 18-23  Avvenire di Pietro e Giovanni (se voglio che egli resti, finché io ritorni, che te ne importa’ seguimi!)

Da qui sembra che derivi  la diceria popolare sulla non morte del discepolo prediletto.

Per questo, professore, potrebbe essere indicativo il prologo di Atti degli apostoli circa l’Ascensione al cielo ?

Potrebbe, ma  di certo non si può dire niente. Dunque, riepilogando e sintetizzando, se Marco è  scheletrico nel famoso  controverso  epilogo marcino- il signore Gesù dopo aver parlato, si elevò al  cielo e  siede alla destra di Dio-con l’aoristo di elevarsi e col presente di sedersi (in qualche testo – epilogo lungo marcino-  c’è ekathisen aoristo!) , e  se Luca evangelista dà indicazioni temporali e locali, propri di una tradizione aramaica (li condusse fuori verso Betania e alzate le mani  li benedì. E mentre li benediceva  si partì da loro ed ascese al cielo),che mostra il successivo ritorno a Gerusalemme, dopo l’adorazione del signore sul Monte degli ulivi, solo il Prologo di Atti degli apostoli potrebbe diradare la nebbia sulla ascensione al cielo!

Leggiamo 1,9-11, lasciando per ora da parte la dedica a Teofilo- di cui abbiamo parlato varie volte –  e le ultime istruzioni ai suoi da parte di  uno che parte definitivamente  e raccomanda ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme e di attendere l’adempimento  della promessa del padre, in un ricordo di  Giovanni  che, però,  ha battezzato con acqua e della differenza battesimale nuova paolina ( Ma voi sarete fra pochi giorni, battezzati nello Spirito Santo che darà tale potenza che sarete testimoni  in Gerusalemme, in tutta la Giudea , in Samaria e  fino all’estremità della terra,) togliendo loro la speranza di un ristabilimento del Regno di Israelenon sta a voi conoscere i tempi  e  i  momenti che il padre ha riservato in suo potere-!…. detto questo, si elevò in alto, mentre essi guardavano, finché una nuvola lo tolse al loro sguardo. E stando così con gli occhi fissi al cielo, mentre lui se ne andava  ecco, due uomini  vestiti di bianco,  si presentarono a loro  dicendo: Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? quel Gesù  che, partito da voi,  si è elevato al cielo,  verrà nello stesso modo con cui voi l’avete veduto  salire al cielo!.

Luca, professore, dopo cinquanta anni, afferma solo,(volendo precisare l’Ascensione al cielo,- avendo memoria della nuvola mosaica – la missione di Gesù, la costituzione di un’ ecclesia, che deve  rimanere a Gerusalemme e la successiva venuta dello Spirito santo) che ci sarà il ritorno del Christos sulla terra – a detta di uomini bianchi, aggeloi/nunzi  della tradizione  aramaico -mesopotamica -.

Marco,  questo è il messaggio di Luca christianos antiocheno, in due diversi momenti, misto con notizie  tratte dalla cultura aramaica, alquanto discordante, in quanto consapevole di narrare un fatto non certamente storico: in sostanza  la sua ascensione risulta un modo letterario per segnare  la fine della vita terrena di Gesù  e l’inizio della  missione apostolica con l‘avvento  dello Spirito santo. Anche tu, comunque, fai un po’ di confusione come i primi cristiani, che,  in epoca costantiniana, con Elena, mostravano il luogo perfino dell’ Ascensione  al Cielo e il punto preciso con le impronte dei piedi del signore, in una grotta  (cfr. J. Murphy- O’Connor,  La terra santa, EDB 1996,pp 128-9 Moschea dell’Ascensione) – . Sembra che  lì, sulla grotta,  fu costruita una chiesa detta Imbomom / sulla vetta  da Poimenia,- una ricca matrona, nel 378, -visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria,( che partecipò ad una cerimonia liturgica!) che aveva forma circolare, il cui centro era aperto verso l’alto. Essa fu poi incendiata dai persiani e in seguito  ristrutturata,  Di ciò abbiamo notizie da fonti archeologiche e da Arculfo,  che ne fece un disegno per i pellegrini bizantini nel 670 d.C., invitati a venerare  le impronte dei piedi interamente e chiaramente impresse  nella polvere. I crociati ricostruirono la chiesa che ebbe, però, pianta ottagonale ed era  circondata da un monastero fortificato. L’attuale moschea, costruita dal Saladino nel 1198,   è ancora oggi possesso dei musulmani “che hanno riutilizzato i capitelli crociati,  specie i due  con quadrupedi alati,  con testa di uccello“. Si può ancora osservare in essa, nell’interno,  un piccolo rettangolo che circonda l’impronta del piede destro di Gesù, mentre l’altro contenente l’impronta del piede  sinistro  fu trasferita nel Medioevo nella Moschea al Aqsa “cfr.  J. Murphy-O’Connor,  La terra santa, ibidem,  p.129.

Marco, essendo palese che Gesù non può essere asceso come corpo in cielo e che, invece,  si allontanò in qualche modo dai suoi, come fece Apollonio di Tiana ( cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth) tanto da non dare la possibilità di trovarne il corpo  e da non concedere certezze sulla morte,   sorge il mythos  sulla fine del Christos, scomparso, in quanto morto o in quanto andato a morire in altre località lontane,  per alonare la sua figura, già misteriosa di Messia  per la millantata resurrezione dai morti. Il mito  ebbe subito  fortuna  ed è già attestato  agli inizi del 400 d.C. dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4): Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l’impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi. 

Le lettere di Paolino- cfr . G. Santaniello, Paolino di Nola, lettere (2vol.)  Ler, 1992-, sono connesse, Marco, con quel Teofilo di Antiochia,  scrittore  di Tre libri ad Autolico (ed. Paoline1965), (di cui abbiamo già parlato),  che risulta  uno dei precursori di quel gruppo di scrittori, compreso Ireneo, che  hanno una generica  impostazione realistica,  per cui non solo rompono l’oscurità che si stende sulla storia dei primi secoli della Chiesa cristiana, ma che, in Oriente come in Occidente, la portano in evidenza dal punto di vista letterale, lasciando,  comunque, sempre confusa ogni cosa,  perché dànno patina di vero al mito, avendo impostato e definito il dogma della Trias/trinità (Cfr. Ad Autolico, 1,5-7) .

Dunque, professore,  Gesù  umano, crocifisso,  non morto,  non  resuscitato, non asceso al cielo, scompare (lentamente) e diventa figura evanescente,  mentre giganteggia Gesù divinizzato,  Verbum/logos persona della  Trinità col Padre e con lo Spirito santo, unico Dio, Trino,  maestro di saggezza e di vita!.

Marco, è la nostra conclusione,  ma… è così!

Professore, per me è così!

Il Gesù galileo, un qenita, acclamato messia, in epoca postseianea, crocifisso dai romani – perché  autoproclamatosi maran col favore di Artabano III-  non morto fortunosamente in croce,  non risorto, non asceso al cielo, vissuto poi, anonimamente,  per anni,  divenuto possesso dei giudeo- cristiani, ellenisti del  Regno di Dio, christianoi antiocheni ed alessandrini,  dopo la galuth adrianea, è propagandato come crocifisso,  come morto,  risorto  asceso al cielo  secondo  la lettura allegorica filoniana e  paolina, e divinizzato come seconda persona, uios/Figlio  del Padre (Spirito Santo)  della Trias/trinità, risultando il maestro eterno per eccellenza, l’agnello divino, il salvatore dell’uomo, la legge vivente per ogni fedele!

Marco!  Se dici e pensi così non sei più un christianos! La tua azione, necessariamente, non è più la stessa!

Predicazione di Morte e Resurrezione del Christos

 

I tuoi figli non sono tuoi figli!. Sono fratelli e sorelle bramosi di vita per se stessi: ti puoi ingegnare per essere come loro, ma non si deve cercare di renderli come noi!Kahlil Gibran (1883-1931).

Noi moriamo e risuscitiamo col Christos!  Cosi si salutavano i cristiani quando, condannati a morte,  entravano a schiere negli anfiteatri romani nel II e III ed inizi IV secolo. Così si salutano i monaci del Monte Athos, a Pasqua,  dicendosi  reciprocamente Christos anesth (pronuncia anesti)  Cristo è risorto e  rispondendosi  Alethoos, Christos anesth/ Veramente Cristo è risorto. Così,  ancora oggi,  i greci ortodossi ripetono durante la festività pasquale!.

E’ viva, dunque,  la tradizione pasquale di Morte e di Resurrezione, affermatasi nel II secolonel corso  della peste antonina? Professore, me ne può parlare diffusamente per comprendere il reale significato di un enunciato  cristiano, che celebra contemporaneamente l’antitesi di vivere – morire naturale con l’innaturale risorgere, in modo enfatico?  A tanta irrazionalità ed innaturalezza porta il fenomeno della peste nel II secolo, epoca del trionfo del paradosso, della retorica e della bugia? E’, dunque,  retorico il messaggio cristiano stesso, che si sovrappone a quello pagano classico antonino, anch’esso retorico, che, comunque, ne vede la connessa teatralità e ne falsifica i contenuti, rilevandone l’inconsistenza astratta teologica dottrinale, proprio nella pienezza della peste, di fronte allo spettacolo concreto e crudo  di morte reale

Marco,  sotto Marco  Aurelio, Lucio Vero  e Commodo, in circa 25 anni di peste antonina, morirono 20 milioni di cives e a Roma stessa ci furono giorni nell’anno 167 d.C., in cui morirono 5.000 persone.!.

E’ una realtà tragica, apocalittica, un fenomeno luttuoso comune  a tutto l’impero romano,  uno stato polietnico  di oltre  3.500.000 km. quadrati, le cui popolazioni- gravitanti sui bacini del Mare Mediterraneo ( Mare nostrum -Ligure, Tirreno,  Adriatico,  Ionico,  Egeo- )  sul Mar Nero,  e sul Mar d’Azov, sulla parte occidentale del  Mar Caspio, sul  Mar Rosso , oltre che sull’ Oceano Atlantico e  sul Mare baltico  e perfino sull’Oceano Indiano – sono decimate (ispanici, galli, britanni germanici, sarmati  reti, illirici, daci, traci, greci, italici, asiatici, siriani,  mesopotamici, palestinesi, arabi, egizi, cirenaici libici, berberi, afri dell’Atlante ecc.).

Interi popoli sono sterminati  e lasciano terreni incolti, immensi spazi vuoti, prima, lungo il Tigri e l’Eufrate e poi, lungo il Danubio /Istro, e i suoi affluenti,  infine, lungo le sponde del Mare settentrionale, sul confine del Reno,  per cui  le gentes limitrofe, barbariche, non romane, anch’esse decimate,  cercano ospitalità e chiedono aiuto,  penetrando entro i confini,  indifesi – anche in Africa settentrionale succede lo stesso fenomeno!- per la scomparsa delle guarnigioni militari, e si insediano in zone romane, spopolate o scarsamente popolate,  avendo  perfino assistenza ed accoglienza, a parole, dai procuratori imperiali, che si dicono disposti a sistemarli, al momento opportuno, a fine epidemia, facendo contratti verbali di reciproco aiuto, tra  famiglie  migranti e  quelle stanziali, accomunate dal pericolo mortale della peste.

Ci sono foedera non scritti, convenzioni senza comunicazioni, patti di solidarietà immediati, istintivi, in momenti di sopravvivenza  straordinari, data l ‘evenienza  della morte incombente! Il voler vivere in Chistos  – come desiderio di morte- innesca un equivoco colossale  tra christianoi filobarbarici e filoparthici, solidali col nemico  ed accoglienti e la cultura romana! I Christianoi risultano per l’impero romano un altro mondo, le cui affermazioni di libertà interiore e  di  autonomia di coscienza hanno un altro valore in nome della  sovranità del Dio unico, opposto all’imperatore augustus/sebastos e diventano  problema politico perché sottendono  un complotto contro  la sicurezza dello stato  di  contestatori, che  sembrano avere strutture  rivoluzionarie, che intaccano le giunture stesse del sistema statale legislativo  romano – che è  sostanzialmente un apparato  violento militaristico  distruttore di ogni altra civiltà e cultura al fine della costituzione livellatrice  di una sola lex  e della proclamazione di un solo dominus universale-.

Marco, considera che questo  avviene quando,  oltre alla peste, ci sono i barbari Quadi, Marcomanni e Iazigi, che,  appestati  entrano  nell’impero, pressati da  altre tribù, legate da vincoli di sangue, decise a sconfinare  coi loro parenti dediticii,  già accolti, mentre a migliaia muoiono, oltre confine, convinti che la  salvezza sia dentro  i  territori  romani: I cristiani  colgono questa occasione e sono vincenti nella loro decisione di accogliere e di fare il dovere  di fratelli svolgendo  una funzione consolatoria, facendo, comunque, opera di assistenza e di cura medica !

I cristiani illirici  ripetono le azioni di altri cristiani fatte in Siria, in Mesopotamia e in Asia Minore,  al ritorno dell’esercito di  Lucio Vero dalla  spedizione vittoriosa contro i Parthi, dopo la presa di Seleucia:  ora essi sul confine danubiano e renano sono pronti ad accogliere chiunque abbia bisogno della loro caritas! considera, Marco, che è di questo periodo la pseudo- lettera di Paolo ai romani, 15,7 con l’invito all’accoglienza reciproca/diò paralambanesthe allhlous, nella convinzione che  il dio della speranza riempie di ogni gioia e pace nella fede !

Qui succede un fatto strano: i christianoi,  uomini accusati di essere renitenti alla leva, immorali, che hanno un’ altra logica rispetto a quella pagana-  incentrata sul sovrano,  Augustus/sebastos-  ora accolgono  tra loro  i barbaroi, li sfamano, li curano come fratelli, incuranti della loro stessa salute, predicando la morte e la resurrezione del  Christos, loro salvatore, re di un altro regno, ultraterreno!.   L’ opinione pubblica dei cives  è sconvolta: si adora  l’immagine    dell’imperatore dio vivente, signore dell’impero romano universale, sommo sacerdote, venerabile, segno stesso  dell’unità civile e sociale!. Nel nome del Christos,  opposto all‘imperator/ autokrator, i cristiani affrontano il martirio, invece, andando  felici  incontro alla morte, fiduciosi in una resurrezione e  in un premio eterno, in un paradiso celeste, preferendo la morte alla vita, decisi a non offrire pochi , salvifici, granelli di incenso alla statua imperiale, un idolo, pur consci  che, così facendo, meritano la morte con supplizio!. Per i cives pagani è un absurdum  ciò che accade, più della peste stessa!

Professore,   i cristiani, quindi, pur tacciati di ateismo e di apostasia, di indifferenza davanti alla fides comune e di incivismo,  sono per i cives  esempio di virtus, nonostante la loro antiromanità?!. Per i romani essi, pur nemici, risultano  cives apparentemente esemplari e per i barbari fratelli, che li aiutano a sopravvivere!.

In questa accoglienza, indecifrata, spontanea– di cui non esistono atti giuridici-  sembra, Marco,  che lungo il confine medio danubiano si verifichi il maggior numero di contatti dei peregrini con le comunitates cristiane, ben organizzate dagli episkopoi e dioichetai, che guidando amministrativamente ville romane di grandi dimensioni, ora anche accorpate, hanno  una propria autonomia,  in quanto non legittimamente riconosciuti  come  dipendenti né dal potere centrale imperiale né  periferico, ma nemmeno da quello ecclesiale cristiano, inesistente, sostanzialmente acefalo, data la diversità d’indirizzo dottrinale e rituale di primi christianoi, dispersi nelle varie province orientali, rari in quelle occidentali e in Africa,  gravitanti intorno ad alcune città, in cui convivono con le comunità ebraiche, da decenni ben collegate fra loro ed amministrate,  anche da giudeo-cristiani. E’ un fenomeno spontaneo, di convivenza e … di convenienza, dettato dal bisogno!

La peste, quindi, professore,  unifica ed affratella i popoli di stati diversi confinanti, ostili da secoli, come parthi e romani, divisi da lingua  religione e costumi  e anche i barbari germanici con le comunità pagane  e cristiane dell’imperium, non solo delle  province ma anche dei pagi e delle città, tanto che gli episkopoi  con la loro amministrazione centralizzata, locale, hanno possibilità di accoglienza e fanno proselitismo, dimostrando efficienza nella cura dei malati, nella  rapidità di sepolture e  nell’inglobamento di masse rozzamente catecumenizzate,  in precise strutture residenziali, adibite  a magazzini  o dormitori per gli schiavi,  secondo la caritas cristiana, mimetizzandoli con i propri fedeli in Christos, senza neanche  rilevare  il cambiamento di numero, ora variabile per le tante morti, visto che pagavano le tasse  solo i cives fattori/vilici,  formanti  anche la gerarchia ecclesiale,  seppure dipendenti per legge da padroni di classe  senatoria o equestre?!

Si sa che esistono queste comunità, che accolgono e che, pur essendo corpuscoli insignificanti rispetto al numero di  cives pagani filoimperiali, assolvono ad una missione di aiuto e di salvezza  nei confronti di ogni altro, anche di  stranieri, proprio quando si spopolano i territori dell’ impero romano a causa della peste e  quando manca ogni intervento statale  organizzativo, costruttivo,  essendo venuta  meno la burocrazia  ministeriale  periferica per la morte di diretti superiori locali di rango patrizio o equestre.

Marco, le comunitates cristiane, agricole, già si erano  segnalate nel passaggio stesso dell’esercito di Lucio Vero, diretto contro la Parthia, verso Seleucia e Ctesifonte,  per azioni caritatevoli in Asia e in Siria, sistemando  i nemici  tra i loro fideles,  anonimi, schiavi e liberti, liberi non censiti, sfamando i  peregrini  e  facendoli partecipi delle loro cerimonie, dopo un periodo di rapido indottrinamento, ora, nel pieno della pandemia,  il nomen christianum assume un altro valore e gli episkopoi, specie se di origine patrizia,   usurpano,  opportunamente, un potere, grazie alla loro attività caritatevole  verso i peregrini, tipica del buon samaritano.

Il termine, collegato con csenos greco, sottende la peregrinitas che indica il soggiorno di un civis in un paese straniero rispetto all’indigena,/vernaculus o domesticus,  residente autoctono, il cui stato civile romano è equiparato ed assimilato a quello del barbaro che chiede asilo, entrando entro i confini di un altro territorio, ed è accolto pacificamente, essendo comune la paura della peste.

Infatti  la stessa operazione, fatta dagli episkopoi  mesopotamici,  sembra diventare norma  ad opera dei christianoi bosforitani  ed asiatici prima, poi, di quelli stanziati al confine sull’Istro e da quelli di tutto l’Illiricum  fino ad Aquileia, dove già esiste una comunitas certa apostolica, marcina,  che  è un faro   per i cittadini di un grande territorio, compreso  tra il Mar Nero e il Mare Adriatico.

Perché dice marcina?

Marco,  Aquileia, capitale di Venetia ed Histria – decima Regio  augustea – sembra che  inizialmente abbia avuto come episkopos Marco, l’evangelista che, poi,  designa come successore Ermagora, prima di andare altrove !la sede, perciò, è ritenuta  apostolica tanto da  poter essere definita marcina!

Grazie,  professore. Lei vorrebbe dire che la vera prima accoglienza barbarica avviene nell ‘Illiricum, (Medio Danubio  e i suoi affluenti) e in Aquileia , sede marcina?! E vuole dire pure che in Illiricum – che  comprende le province di Pannonia e Dalmazia che, congiunte con la Moesia,  proteggono Tracia ed Acaia da infiltrazioni barbariche sull’ Egeo – inizia  il fenomeno dell’accoglienza barbarica, cosa molto diversa da una penetrazione militare barbarica!. Dunque mi vuole ribadire  che  la dioikesis marcina   accoglie stranieri, senza autorizzazione statale, nel nome di Christos, secondo direttive ecclesiali – di una ecclesia madre  dipendente, comunque, in qualche modo, sempre da Antiochia, sede cristiana centrale ?!.

Si verifica, Marco, forse,  in questa zona danubiana centrale, e meno sul confine renano, un aumento di popolazione cristiana, notevole,  a causa della paura della peste, nelle regioni dell’odierna Ungheria  Repubblica ceka e slovacca, Serbia e  Bosnia, Croazia e  Slovenia, con  un avvicinamento  fraterno  tra i popoli  per cui, deposte le armi,  a carovane, con carri,  i barbari trasmigrano e ad  ondate, penetrano, senza ostacoli nell’interno fino ad incontrare piccoli centri abitati, i cui capi decidono di accettarli, pur tenendoli a distanza,  inizialmente,  avendo pietà della loro condizione, aiutandoli in qualche modo,  servendosi anche del loro aiuto,  in caso di necessità, a seguito della scomparsa di tanti loro defunti, cooperando  nel lavoro dei campi, ormai quasi abbandonati, spartendosi il ricavato in un mutuo trattato di reciproca protezione anche da altre popolazioni e perfino da razziatori della stessa  tribù,  rimasta oltre il confine.  Questi peregrini, considerati dediticii cioè barbari che si sono arresi e dati prigionieri spontaneamente, ora decidono, nel corso del ventennio, di peste di condividere totalmente  la vita quotidiana dei pochi rimasti  cives romani,  favoriti e condizionati dall’eleos /caritas e dal sistema  di vita  comunitario dei  cristiani, anche loro peregrini in quanto si professano seguaci di Christos, uomo – dio, inviato dal Padre sulla terra, per redimerli dal peccato,  dal Cielo, dove aspirano a  tornare, perché loro patria, promessa come eterna ricompensa al loro sacrificio di vivere. I  barbari, professore, sono accolti da domini, padroni di grandi praedia  che fanno coltivare i loro terreni  da affittuari non solo in Italia ma anche nelle province. Plinio il giovane in Ep . III,19; V,15 ed altrove   mostra la difficoltà nel trovare coloni  e perfino incertezza  nel riscuotere  gli affitti.  essendo venuta meno la manodopera servile. In tempo di peste la situazione è peggiorata. Se è vero quanto diceva già Plinio il vecchio  – Nat. Historia, XVIII,35  latifundia perdidere Italiam- ancora di più le province, specie lungo l’Istro durante  la peste sono rovinate dalla struttura stessa del latifondo!

Nel clima della peste, matura, dunque,  la propagazione del nomen  dei cristiani  che, propagandando, alcuni,  la fine del mondo e il ritorno del Christos trionfante, ed altri, celebrando la morte come porta  per il premio eterno paradisiaco, appaiono  tutti desiderosi, comunque,  di morire per congiungersi al loro Dio, salvatore, nel Regno dei  Cieli, loro patria.

La morte e la resurrezione di Christos, propagandate come fatto reale, diventano un problema di stato per il senato e per la corte imperiale, per i protoi e  per gli intellettuali, per i  capi stessi  dei vari popoli che entrano a contatto coi christianoi, confusi con gli ebrei, oltre che per le masse analfabete e semianalfabete, mal informate, mentre infuria la pandemia, dovunque, e  non si contano più i morti, da seppellire o bruciare.

L’ opinione pubblica, da una parte, plaude all’ esempio, strano,  di uomini che preferiscono  la morte alla vita, che credono nel ritorno del loro eroe, semidio,  che sperano in un premio eterno e che non sacrificano agli dei pagani e all’imperatore e alla dea Roma, convinti di essere parte di un altro regno, ma, da un’altra, è sbigottita di fronte alla forza teatrale del gesto dei martiri cristiani, che, impavidi e  sorridenti vanno alla morte anche se gettati ad leones, negli anfiteatri, dopo esemplari condanne, quando sono scoperti e rifiutano di gettare granelli di incenso  alla statua dell ‘imperatore – dio, per amore del loro Dio vivente.

Marco Aurelio e gli intellettuali vogliono dare, comunque, una risposta alla  propaganda  cristiana- che everte e sovverte la stessa struttura dello stato e la sacrosantità della tradizione avita  pagana –  degli Apologisti  e, specie,  alla ideologia analogica della scuola alessandrina, che sostiene  il pensiero cristiano,  non univoco e spesso contraddittorio – data la base  biblica, comune  con gli ebrei, oltre tutto,  di logica  platoneggiante e spesso  legata alla diatriba cinica -capace di  creare nuovi paradigmi operativi rispetto al pensiero greco latino di  democrazia, di iustitia e di pax  per i popoli,  applicato, solo dopo la violenza della guerra distruttiva, dal diritto romano.

La teatralità del gesto di martirio cristiano più della theologia cristiana e dell’analogia alessandrina  risulta, nella sua anomalia, un exemplum pericoloso per lo stato,  specie nel III secolo  quando si moltiplicano gli esempi  di morte gloriosa a seguito degli editti di Decio e Valeriano  ed ancora di più durante la persecuzione di Diocleziano.

Lo spectaculum di christianoi, (che rifiutano di incensare alla statua del sovrano  e che, privi del libellus-che attesta l’adempimento del  dovere del cittadino verso la figura sacra imperiale  e verso il numen di Roma  personificata-  risultano atei  e vanno con mogli e figli  a morte), desta un moto di solidarietà e commozione, specie di fronte a comunità intere, distrutte per la loro ostinazione nel credo religioso e favorisce sotterranee  adesioni tanto che Tertulliano può dire che il sangue dei martiri è seme  di  nuovi cristiani (Apologetico. 50,3). Eppure essi, anche se christianoi,  tra breve, sarebbero stati destinati ad essere  equiparati  giuridicamente  come  cives dell’impero romano, uniformati indiscriminatamente, a seguito dell’Editto di Caracalla del 212!.

Ormai si è propagato, in ogni parte del mondo,  il paradigma vincente  di un altro modo di essere e di vivere sulla terra, non da romani vincitori, ma da derelitti e timidi viri, christianoi, simili ai cinici, cenciosi denigratori della superbia di classe della romanitas: sarà sempre più  dominante  il moto protestatario, anche se di varia rilevanza  a seconda delle province, dove è maggiore o minore  la fama dello spirito cristiano,  specie dopo  la vittoria costantiniana, quando si attua  la fusione del  pensiero cristiano storico con quello imperiale romano  e si fondono  potestas laica ed auctoritas  sacerdotale,  mentre viene lasciata ignorante la massa  popolare  e si ripristina col cristianesimo stesso l’ideologia militaristica  greco romano ellenistica, giustificata ora  in nome di Dio  Padre, protettore della Romanitas, nuovo Zeus, con la nuova  Triade (Padre, Figlio e Spirito santo) Dio degli eserciti/Deus sebaoth, datore di Vittoria/nike. La radice ebraica è chiara nella triplice invocazione di sanctus/agios da parte dei serafini del Dio degli eserciti (Isaia,6,3) e del benedictus /euloghtos-baruch di Ezechiele,3,12 propria dei  cherubini!.

Quindi, professore, già nel II secolo,  nell’llliricum, c’è uno scontro culturale tra  gli intellettuali  neosofisti  e gli apologisti e  la scuola alessandrina didascalica, in lotta, oltre tutto, con lo gnosticismo, mentre equivoco ed incerto è il comportamento dei  militari di Pompeiano, ora marito di  Lucilla,  di Ponzio Lolliano e di  Dasumio Tullio,  ex governatori di Pannonia  e  dei comandanti di origine  pannonica,  Quinto Sosio Prisco e  Giulio Vero.

Marco, è questo, secondo me, il  momento più  traumatico  della  storia  umana, occidentale,  in cui,  a seguito di una peste  più che ventennale,  emerge una forma unitaria cristiana  non  ancora  perfezionata a causa delle contraddizioni, date le molte anime  del movimento stesso di  matrice ebraica,  comunque, evidenziata nel periodo dell’anarchia militare, postseveriana,  che va del 236 al 284, in cui giuridicamente si costituisce un fronte di legittimità confessionale religiosa, maturata a  seguito degli editti di Traiano, di Adriano e di Marco Aurelio, Commodo e Settimio Severo, decisi ad immettere, comunque, alla pari degli altri culti, un altro Dio  nel pantheon pagano.

E. Renan ( Marc Auréle et la fin du monde antique,  Paris 1882,) parlando di embriogenesi del cristianesimo  sottende  durante la peste antonina  l’avvento di un mondo nuovo che, poi, si precisa come presenza attiva e fiorente  alla fine del II secolo e lascia tracce ben visibili nel III, in quanto  si stabilizza  l‘ area religiosa grazie  al sussidio  di opere grandi e di figure notevoli di cristiani  specie a Cartagine e ad Alessandria, ma anche  ad Efeso, in Asia, e perfino in Gallia.  

Gli scritti, a cui accenna il francese,  formano un corpus christianum, costituito da libri, lettere, iscrizioni, martirologi, con  testimonianze di magistrati  e funzionari inquirenti,  filosofi e letterati, oltre agli apologisti greci e latini  e agli alessandrini Panteno, Clemente Alessandrino ed  Origene, col suo discepolo Gregorio il Taumaturgo,  e oltre a Melitone di Sardi, apologista antiantonino che, comunque, per primo tenta di conciliare gerarchia imperiale e  quella ecclesiastica, sulla base di una lettura profetica  del  Vecchio e del Nuovo testamento,  della storia greco-ellenistica e  romana, connessa con l’oikonomia tou theou, cristiana, anticipando gli intellettuali, storici dell’epoca costantiniana. Sembra, davvero, che già  la fede cristiana illumini il mondo pagano (cfr. II Pietro I,19- scritta probabilmente alla fine del II secolo-  la lampada brilla in un luogo oscuro fino a quando sorge il sole  e la stella del  mattino, Il Cristo, entra nei cuori)! E’  una prefigurazione molto vicina alla visione profetica di Melitone…Ecco chi si incarnò nel seno della  Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello, che non apre bocca; egli è l’agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte(?!). Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto a decomposizione!.  Ancora di più enigmatica è  la sua formulazione in Peri tou Pasxao theos pephoneutai, O basileus tou Israhl  anhiretai upo decsias Israhlidos/il dio è stato ucciso, il re di Israel  è stato  fatto fuori dalla destra israelita!. 

Lei, professore, ci ha parlato spesso di Militone  e del simbolismo della sua scrittura, per cui  h decsia, difficile a leggere,  potrebbe esprimere o  la logica dell’ integralismo  farisaico aramaico  o  la lettura  dei sadducei, contraria e  sacrilega nei confronti della tradizione ebraica dell’agnello  indifeso -a cui è congiunta anche  l’agnella  Maria- di figlio con  madre di Dio! la mancata conformazione  alle promesse fatte al popolo,  sembra segnare la  fine del cleronomos  ebraico, chiara  con la distruzione del Tempio,  punizione giusta  per la colpa  della morte dell’agnello?!

Marco, non ti sembra di andare oltre quanto hai compreso!? io lascerei stare, ora, il problema di  Melitone e la sua  clef / chiave  – trascrizione  medievale latina del testo melitoniano-   cfr. J. Pierre Laurant, Simbolismo e scrittura ( Symbolisme et Ecriture  le cardinal Pitra e la “clef “de Méliton de  Sardes)   trad.  Rosanna Campagnari e Pier Luigi Zaccatelli, Edizione  Arkeios  1999! E’ Militone, un simbolista cristiano di difficilissima interpretazione,  in quanto dal Medioevo è venuta una lettura  esoterica,  a mio parere impossibile da decifrare, essendo troppo scarsa  la documentazione scritta, greca, dell’autore di Sardi, morto sotto Commodo, forse martire,  dopo aver inviato un’apologia a Marco Aurelio( o a Lucio Vero ?!) nel 167, ed essersi prodigato secondo caritas cristiana nel corso della peste, infuriata in Lidia, in Caria e in Ionia, al  passaggio di ritorno di milites antiparthici, destinati a stanziarsi nei pressi di Aquileia, come supporto alle imprese militari dell’imperatore, impegnato contro Quadi e Marcomanni!. Eppure  Militone difende Marco Aurelio che fa bene ogni cosa, anche se ci sono stragi. Il vescovo di Sardi incolpa gli esecutori degli ordini imperiali non l’imperatore: infatti, per lui,  un imperatore giusto non potrebbe mai impartire  un ordine ingiusto  e… noi sopportiamo con gioia   il premio di una simile morte (Cfr.  St. Eccl. di Eusebio, che mostra la differenza sostanziale tra Paolo e  Militone e gli altri cristiani la cui  coscienza di cristianesimo  non sembra  di una religione escatologica, ma di una fides  umana presente, già radicata  nel territorio romano tanto da contribuire al suo progresso e da autorizzare  l’innesto  costantiniano sulla base dell’ unitarietà dei  4 patriarcati di  Roma, Antiochia,  Efeso ed Alessandria!.

Dunque,  professore, nonostante  i contrasti e le diatribe  sull’ origine non divina del potere  politico,  ritenuto diabolico da alcuni, che, invece, considerano solo divino quello ecclesiastico, bisogna dire che uniformemente tutti  sono  consapevoli di aver inserito le  strutture cristiane nella cultura ellenistica, coscienti di essersi conformati al sistema dell’epoca.

Certo, Marco,  con Aristide  Marciano di Atene già  si può   affermare che davvero i  cristiani sono i migliori cives  perché essi sono pii e con la loro pietas anticipano quanto proclamato da Clemente alessandrino che afferma che  sono più utili con le preghiere loro cristiani   che i  soldati con le loro armi!. Marco, con Melitone  e gli apologisti c’è fusione già del cristianesimo con Roma,  mentre è definitiva la rottura col giudaismo in quanto si ritengono non i romani uccisori di Christos ma  i giudei  perché incirconcisi di cuore  e di orecchie, in quanto ingannati da un angelo malvagio, non hanno mai compreso la volontà di Dio e la sua oikonomia: Melitone va oltre Giustino  e nell’ambiente antigiudaico di Sardi  inizia  una nuova lettura del  Vecchio Testamento, chiara nell’ Omelia 77, dove, secondo una ideologia cristocentrica,  persone e istituzioni,  parole ed eventi  diventano  immagini del  Christos venuto, vangelo stesso!

Da qui,  da Alessandria e da Roma  si può, allora, vedere due mondi che si oppongono, due tradizioni culturali in lotta,  mentre infuria la peste che  mostra la vacuità ideologica dottrinale delle teorie pagane  stoico-platoniche e gnostiche rispetto alla pratica della theologia  del cristianesimo  che, di fronte al male di vivere, risponde trionfalmente dando esempi  di gioia  nella morte ed annullandone il timore stesso con la speranza ultraterrena?.

Certo! Marco. L’apologia cristiana risulta vittoriosa  contro la doctrina  pagana  e quella  gnostica  (cfr P. de Labriolle, La rèaction paienne, Parigi 1934) come si evince dalle Omelie clementine, uno scritto molto manipolato del II secolo – che riprende avvenimenti precedenti,  come  i contrasti e ad Alessandria e a Roma, tra  credenti in diverse fedi, tra Simon mago e  i primi cristiani, evidenziando  lo spirito cristiano -anche se  non è sempre  coerente specie nei legami  coi cenacoli gnostici di Basilide, di Isidoro,  di Valentino e Carpocrate – confuso nella volontà comune  di  non avere un’ organizzazione gerarchica, nonostante l’impegno nell’ esegesi  ardita dei messaggi e nell’estremo rigore polemico,  non ben accetto ai concreti romani ed alessandrini, che dànno rilievo alla pratica di vita, in quanto tutti i predicatori di ogni genere e culto, divergono nel comportamento quotidiano.

Comunque, professore,  nel conflitto generale ideologico,  il cristianesimo è vittorioso  contro lo gnosticismo e contro l’impostazione stoico -platonica imperiale  di Marco Aurelio, proprio nel corso della  peste, che sancisce la legittimità sovrumana della speranza cristiana e  fa esaltare il mito della  resurrezione del Christos!

Marco, se  la gnosis era la cristianizzazione  dell’ellenismo, la cui cristianizzazione risultava una pseudo-gnosis (cfr. L. Bouyer, la spiritualité du nouveau Testament et des Pères, Paris 1960 ) la lettura cristiana della  vita nel venticinquennio  di peste è positivamente vista e giustificata  in quanto la morte e  resurrezione del Christos santificano il paradigma comportamentale  rispetto a quello filosofico pagano e gnostico. le cui dottrine sono svuotate di contenuto dall’atto pratico!. Allora,   il messaggio innovativo  cristiano  si propaga ed annulla il valore  della  speculazione dottrinale  pagana, mettendo in luce il mistero di Dio  ineffabile, uno e trino, celeste, opposto alla nullità della miseria umana, della gnosis ed  anche di quella  dell‘imperatore filosofo, considerato più che augustus una petulante vecchietta:  la frapposizione di una massa di eoni,  intermediari tra il creatore e la sua opera, pur spiegando la caduta dell’uomo, non chiarisce la funzione del logos, che risulta manifestazione dell’archetipo, non di una reale incarnazione  per riportare l’uomo allo stato originale!

Da qui, professore, la teoria dell’oikonomia tou theou di Ireneo   che, dalla  visione pessimistica della  creazione  dell’uomo  decaduto dall ‘età  saturnia dell’oro, rileva la possibilità di  salvezza storica con la sicurezza di una resurrezione col Christos e del premio eterno!

All’epoca, comunque, Marco, le dottrine si oppongono,  le une alle altre, e il dibattito tra i pochi cristiani e i tanti pagani  è duraturo grazie alla partecipazione di uomini di grande  prestigio  come Celso, degno di confutazione da parte di un grande come Origene, di personaggi come Luciano di Samosata, come  Plutarco, come Frontone  e lo stesso  imperatore  Marco Aurelio.

Professore,  lei ci ha già parlato di  Frontone e degli  antonini. In un’altra lezione  speriamo di sentire il fronte degli intellettuali pagani  e la difesa dei valori tradizionali della  cultura greco-romana  contro i Christianoi!.

Marco, se  hai ben compreso il clima di vittoria cristiano in epoca antonina, posso chiudere qui il mio discorso sulla predicazione  vittoriosa delle morte e  della  resurrezione del Christos!

Si.Mi sembra tutto chiaro! Dunque,  professore,  grazie!

Marco, al prossimo incontro,  vedremo, seguendo il Discorso vero di Celso, in un dibattito culturale, come risponde la cultura pagana al cristianesimo,  che  ha vinto praticamente  la sua battaglia  nel corso della peste,  con la dimostrazione pratica dell’eleos fraterno, universale.

Con la misericordia celeste e con l’accoglienza fraterna episcopale, Marco, il cristianesimo, di diritto, si afferma come religio tra i culti e Christos è accolto come theos/deus  tra gli dei pagani tanto da essere venerato, insieme alle altre divinità, da Giulia Domna,  legittima moglie di Settimio Severo! .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ credibile una “lettura letterale” di Gesù vivente?

Professore, è credibile   che una “lettura letterale” da parte della scuola antiochena  – che ci ha tramandato un  Christos  zoon vivente-  abbia valore diverso, umano,  da quello della scuola alessandrina  origeniana,  basata su una testimonianza divina in relazione al problema cristologico, alla Trinità e alla funzione di theotokos di Maria vergine?

Si. Marco. Può essere avvenuto, anche se   l‘altra lettura, quella allegorica della scuola di Alessandria   vince  – dopo la fine del tempio e dei sadducei e poi della definitiva  estirpazione  ebraica con la galuth  adrianea –  e  proclama crocifissione e resurrezione  sulla base di Paulus – civis romano di Tarso,  discepolo di Gamaliel, nipote di Hillel il grande, neos/giovane efebo, censito dopo la dokimasia,  ellenistico,  di cultura mistico-ascetico platoneggiante,  educato secondo i principi  culturali enciclici, venuto a Gerusalemme alla scuola farisaica, inviato dal ricco padre!-.

Le due opposte theorie, Marco,  derivano da scuole ebraiche quella di Hillel il Grande e quella di Shammai, che divergono sulla natura dell’anima, immortale per il primo, e materiale e mortale per il secondo, anche se ambedue hanno un concezione basata sulla loro tradizione aramaica comune, angelologica, di origine accadica, e sull‘unicità di un Dio padre.

Un’ulteriore divisione è nella visione realistica profetica, specie di Isaia e di Ezechiele,  dei farisei, spirituali – che considerano l’anima immortale e quindi accettano la  resurrezione  per i giusti – e in quella cruda dei sadducei, materialisti – che negano  la sopravvivenza per tutti e che leggono i testi secondo lettera, al contrario degli altri che leggono secondo simbolo-.

La scuola alessandrina allegorica,  stravolgendo, in epoca antonina, i termini sulla base della predicazione della  divinità del Christos /verbum-logos, Uios incarnato, seconda persona/upostasis della Trinità/Trias, tramanda, allora, la morte in croce e la resurrezione del Christos, come cardine del  cristianesimo paolino, secondo il sintagma anastasis toon nekroon/un rialzarsi dai morti, a seguito di un risveglio ad opera di Dio/energesis ( Cfr. Marco 16, 9-18; e Il corpo di Antigono in www.angelofilipponi.com ), mediante un vangelo cristiano origeniano (cfr. Origene, I principi-Manlio Simonetti-  Utet, 2010; e Opere di Origene –Manlio Simonetti e Lorenzo Perrone– , Città Nuova, 2009 ).

E, ad Alessandria,  l’allegoria, professore,  vince sulla lettera,  sotto gli ultimi antonini!?.

Si. La vittoria  alessandrina cristologica  ha, però, una reazione con i letteralisti, che ,con  con Luciano di Antiochia, con  Diodoro di Tarso (330-392) e Teodoro di Mopsuestia, in vari momenti,  operano una diversa  lettura biblica secondo  un metodo storico-critico-letterario. Essi, pur ritenendo la Sacra scrittura  libro  ispirato  da Dio, rilevano che è scritta, comunque,  da uomini,  tanto da vedere il Cantico dei cantici solo come un inno nuziale di una particolare epoca, cogliendo segni di humanitas, là dove gli altri vedono  divinitas.

La reazione antiochena alla scuola alessandrina si diversifica nel tempo  ed  ha due momenti significativi , quello ariano e quello nestoriano, di cui abbiamo parlato  (Ario ed Atanasio, Nestorio e Cirillo www.angelofilipponi.com) relativamente al concilio di Nicea e a quello di Costantinopoli e di Efeso  specie in riferimento ai due antiocheni, divenuti  patriarchi di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo e  Nestorio, che rilevano in Christos, la figura umana, nonostante la  sua funzione creatrice  di ogni altro elemento, seppure  distinta in  due nature distinte quella  umana e quella  divina,  e che non accettano la  formulazione efesina  sulla  theotokos/madre di dio, pur non disdegnando quella di Christotokos.

Professore, lei mi vuole dire che, quindi, l’ eresia di Ario e poi quella di Nestorio derivano ambedue dalla scuola antiochena umana e letterale?

Non è proprio così. Comunque, si può dire che l’arianesimo sorge in rapporto  a Luciano di Antiochia (235-312), maestro  autorevole di  Ario,   di Eusebio di Nicomedia  e  di Eusebio di  Cesarea, sconfitti a Nicea, ma subito dopo, da Costantino stesso, il tredicesimo apostolo, secondo un’altra lettura di logos, non origeniano,  riabilitati, secondo una lettura letterale, legata ai testi adozionisti di Paolo di Samosata,   che si oppone al pensiero origeniano, facendo un rilievo umano circa la morte e la resurrezione del Christos,  in un clima ereticale, in cui predominano le correnti subordizionaliste e modaliste .

Subordizionalismo  e modalismo  sono teorie che, tese l’una all’assoluto monoteismo  del Dio biblico, monarchiano – in quanto  Figlio e Spirito sono  forme subordinate al Padre, monarca, non persone– e l’altra  alla  trascendenza del Padre,  insegnano:  Padre, Figlio e Spirito santo sono solo tre modi di manifestarsi nella storia, di un unico Dio, che rimane unico nel suo inaccessibile mistero, ineffabile: viene liquidato il cristianesimo in un normale monoteismo, mentre Gesù di Nazareth è visto come  personaggio storico, giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato, sotto il regno di Tiberio.

Quindi, professore, si dice: il Christos non è logos/verbum perché creato, ed, in sostanza, viene posto il dilemma  di un Gesù Cristo  creato o generato?!.

Marco, puoi  dire così, ma devi tenere presente che sono infinite le derivazioni pratiche circa la figura di Christos, che  non muore in croce perché un Dio che non può morire, ma  che muore solo l’uomo, in una dimostrazione della crocifissione, come una modalità  per la salvezza umana.

Le discussioni per allora  sono dominate da Luciano, data la sua rilevanza in quel periodo, notevolissima,(cfr. Girolamo Gli uomini illustri, Aldo Ceresa Castaldo, EDB, 2014, vita 77)  nonostante il credo alessandrino origeniano di Christos generato e non creato.

Marco, eppure, in questo clima, il concilio di Nicea  sancisce la vittoria  del Christos origeniano su quello ariano lucianeo:  la vittoria origeniana, comunque,  è nel crudo realismo delle due scuole, prima ebraiche  e poi cristiane,  in cui predomina  quello raffinato della retorica alessandrina, che sa coniugare il verbo cinico con la franchezza e la  ripetitività terminologica, con  l’uso dell’antitesi e del chiasmo,  con  l’espressione tipica della scuola rabbinica  carne e sangue – divenuta nel Medioevo carnalis  e cordialis-.

Dunque,  professore, il cristianesimo catholikos del Regno di Dio nasce dall’opposizione tra il credo realistico  letterale  della comunità di Antiochia – in  cui è nato  il vangelo di Paolo e di Luca, insieme a quello di Marco,- congiunto con quello efesino di Giovanni – che, in epoca diversa, interpreta la morte e resurrezione come un fatto divino, voluto Dio ed impone il credo delle resurrezione, su una  base allegorica alessandrina!

Quindi, secondo lei, realmente e concretamente, potrebbe essere accaduto che Gesù, salvatosi dal supplizio dalla croce, sepolto vivo, si svegliò,  fu preso e portato in Galilea, dai seguaci semipagani, che ne avevano comprato il sooma, dai romani stessi, e là si incontrò coi suoi – manifestandosi con dosate epiphaneiai suggestive-  e visse per qualche mese, per poi scomparire definitivamente (per morte naturale–   descritta come ascensione, secondo la cultura profetica di Isaia e di Eliseo-)?. D’altra  parte, nel 1564, alla morte di Michelangelo, la sua salma non fu trafugata  e portata  a Firenze da suo nipote per non lasciarla in mano all’Inquisizione, intenzionata a prendere corpo e  carte dello spirituale divino artista, seguace di Reginald Pole?

Marco?! Che dici?  Sai bene che non si devono fare citazioni inutili erudite e mettere insieme fatti ed episodi storicamente lontani! Non si fa storia, accostando esempi, ma lavorando ed indagando sul punto situazionale, fissato storicamente,  senza fare salti temporali, senza divagare: una è la storia del corpo di Cristo nella Pasqua  del 36 d.C.  ed una quella della salma, di  Michelangelo, morto il 18 febbraio del 1564 e poi traslata a Firenze per le solenni esequie secondo la tradizione del  Vasari! Due epoche… lontane…! due mondi …incomunicabili!. Perciò,  Marco,  al di là  della avventura occasionale del cadavere di Michelangelo, ritengo che il vedere vivente qualcuno, creduto morto in croce sia un fatto reale, non un miracolo, seppure evento straordinario – a seguito dell’apparente morte del crocifisso  e di un seppellimento,  provvisorio, temporaneo in cripta,  da vivo, come nei romanzi ellenistici-  e che sia stato letto in modo differente,  nonostante  i comuni termini usati (non esistendo  all’epoca nemmeno il termine  resurrezione  né in aramaico né in greco – dove anabioosis vale solo rivivere e anastasis rialzarsi– in relazione alla duplice lettura mishnica-aramaica  sadducea da una parte e  farisaica dall’altra).

Marco, considera lo stesso termine epiphaneia/apparizione – da epiphainoo / mostro, faccio apparire  improvvisamente–   legato all’idea di un’ apparenza esterna, come dimostrazione  di regalità o gloria  o fama, opposta ad alhtheia/verità, quindi, intesa come costruzione artificiale, volutamente evidenziata per stupire l’altro, specie perché  riferito a Christos /meshiah, uomo ucciso dai romani come Antigono asmoneo, anche lui un maran/basileus eletto dai parthi, un antiromano, apparentemente morto  martire   in difesa del territorio nazionale e della  legge patria, in quanto fedele al suo unico  PADRONE, Dio padre!

Inoltre, tieni presente  il valore di lettera per intendere il reale significato di un messaggio,  che viene inviato ad un amico, ad un conoscente o ad una comunità, come difesa del pensiero di un  letterato o di un fondatore di dottrina o di uno ktistes di ecclesiai, del tipo di Epicuro – che scrive ad Erodoto  sulla fisica, a Pitocle sul cielo e a Meneceo,  sulla felicità –  come Paolo che scrive ai Romani, ai Corinti  per un proprio messaggio ecc..

Infine, considera  logos  come conferenza, che viene tenuta da un retore  ad un pubblico, in sale  pubbliche,  affittate per dibattiti culturali in grandi città dell’impero, non solo a Roma ed Alessandria, ma anche ad  Efeso, Antiochia, Atene, Corinto,   Cirene,  Cartagine  Marsiglia, Pergamo, al fine di  esprimere il proprio pensiero  per informare  gli uditori delle novità della dottrina, anche mediante la voce di retori  prezzolati per propaganda ideologica, essendo molte le diatribe, anche popolari!. Il logos, specie nel II secolo d.C.,  è strumento di difesa apologetica e di offesa  contro avversari anche politici !

Lei mi vuole dire che Paolo usa lettera con lo stesso intento di Epicuro e di altri maestri  ellenistici ,con valore polemico e  apologetico, avendo  da spiegare il proprio pensiero  mistico-ascetico, basato  sullo scandalo della croce, che  risulta pietra di inciampo, essendo lui aborto! 

Non è il caso che io ti spiego i termini da te ben usati ed interiorizzati -cosa già fatta e  ben compresa da te! Aggiungo solo che la lettera paolina è utile come  quella della scuola epicurea, stoica, neoplatonica  e come quella dei  cinici che,  oltre tutto,  fanno lezione in piazza  con attacchi immediati anche al popolo, attirato bruscamente per una riflessione  filosofica da barbuti maestri col bastone, variamente vestiti, tipo  Giustino apologista! .

La lettera risulta  strumento di divulgazione dottrinale della  croce /stauros ! L’apparizione viene sfruttata come  elemento miracoloso  cristiano e dalla scuola alessandrina e da quella antiochena  a seconda dei momenti storici, specie nel corso della peste antonina e dopo,  anche nella  grave crisi imperiale post severiana, nel periodo compreso tra Alessandro Severo  e  Diocleziano, quello degli imperatori illirici. Le due scuole  fanno ricorso, quindi, ad un sistema comunicativo retorico per bandire il pensiero cristiano e  per volgarizzarlo con la straordinarietà della propaganda della morte e resurrezione del Christos,  uomo-dio, mentre ferve il contrasto ideologico tra i dioiketai -episkopoi e l’elemento oltranzista monacale comunitario!

Mi spiega ulteriormente la differenza culturale delle  due dottrine  patriarcali antagoniste?

Marco, premetto che l’ho fatto già; comunque, aggiungo che   bisogna esaminare attentamente dall’angolazione  dei vedenti il fatto di morte e  di resurrezione che,  dalla visione, fanno scaturire una verità, in relazione  a quanto sanno vedere come letteralisti e  o come simbolisti ed analogisti.

Per lei l’apparizione stessa, dunque,  è una messa in scena  galilaica di un Christos, miracolosamente guarito,  dopo essersi alzato dai morti e svegliato?

Si, Marco!  Il fatto galilaico per alcuni è tenuto  segreto e poi mostrato improvvisamente  per avere un maggiore effetto; per altri, invece, è solo una manifestazione del divino, veramente accaduto, di un  uomo -dio, veramente risorto, come  viene descritto nell’ apparizione , considerata vera e reale,  a Paolo-  un nemico che incontra, si scontra e  cade da cavallo di fronte  al  CHRISTOS, risorto, perseguitato,  e  che viene  abbacinato dal sole, sulla via di Damasco-!

Poalo di Tarso  ne parla lui stesso  ai discepoli  in Lettera  I  ai Corinti  15,1-9, anche se la sua parola,  il suo davar, mostra  un suo vedere specifico aramaico, con connessione culturale tra musar e  paideia greca,  risultanza di una realtà, propria di giovane tarsense, un neos  farisaico,  un giudeo ellenizzato e romanizzato.( Cfr. M. F. Baslez, Paolo  di Tarso,  Sei, Torino 1993 pp. 22-41).

Professore, ho letto questo libro su Paolo  ed anche quello di Riccardo Calimani, da noi conosciuto insieme,  a Venezia, ( Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo, Mondadori,1999 ) ed anche quello di Vittorio Messori (Dicono  che è risorto, SEI, 2000) Mi sono informato e  ne conosco il pensiero,- specie di Messori che risulta  influenzato da E.Sanders-  e ne rilevo il  desiderio  di mostrare  la  novità del suo studio storico, in cui riconosce giustamente che ” l‘ultima cosa che un ebreo  si attendeva dal Messia era che dovesse patire,  morire e poi risorgere ;  l’ultima cosa che ci  si aspettava per i tempi messianici (anadiplosi!) erano una croce e un sepolcro vuoto nella storia!”

Per Messori, comunque,  è una novità il fatto che la testimonianza sul risorto avviene da parte di donne  in una società maschilista, ed è riconosciuta unanimemente dalle fonti evangeliche, dagli Atti e da Paolo!.

Marco, non è facile  avere concordia in chi narra e questo, per me,  è segno di manipolazione in quanto chi vuole unanimità la costruisce!

Professore,  io quando lessi  il libro di Messori, rimasi sorpreso che lo scrittore si facesse tradurre  da un prete,  Antonio Persili il testo giovanneo  dal greco,  per rilevare  che il lino che avvolgeva il capo era stato come “inamidato” nella  resurrezione,  tanto che l’apostolo, avendo visto,  “credette”.

Tu, Marco, ti riferisci a Giovanni 20. 6-7-8.: Theoorei ta othonia  keimena/(Pietro) vede la bende per terra, kai to soudarion, o hn epi ths kephalhs  autou, ou meta toon othonioon keimenon allà chooris  entetuligmenon  eis ena topon/ e Il fazzoletto che gli era stato posto sul capo, non per terra  con le bende,  ma piegato in un luogo separato, in disparte; tote oun eiselthen o allos mathhths , o elthoon prootos eis mneemeion, kai eiden kai episteusen/ allora entrò l’altro discepolo,  quello che era giunto primo al sepolcro,  e vide e credette.

Si. Mi riferisco al testo di Giovanni, ma per me,  il vedere il fazzoletto posto accanto in disparte, piegato, non può determinare il credere giovanneo ed essere  una novità! Mi sembra poco: Giovanni  vide quel che vide cioè le bende a terra  il fazzoletto ripiegato,( inamidato?! – per il parroco di Tivoli, studioso di greco) forse da una donna, e il sepolcro vuoto, senza sooma, portato probabilmente da  galilei non ebraici, collusi con romani ( Cornelio?). Infine, professore, l’affermazione successiva  non comprova la novità  messoriana che cioè Giovanni a causa del vedere  comprende quanto scritto nelle  Scritture  oti dei auton ek nekroon anasthnai/che doveva alzarsi risuscitare dai morti. Insomma per me il fatto che Giovanni non si sofferma  sull’argomento e che solo lui  riporta un fatto tanto eccezionale, è ancora di più segno di non verità anche perché  Gesù non è riconosciuto all’inizio né  da Maria di Magdala né dai due discepoli di Emmaus, i quali solo con lo spezzare del pane identificano il maestro -Eppure erano parenti!-..

Bravo Marco! Ricordi anche il mio lavoro  su il messia mancato in www.angelofilipponi.com ?

Certo, professore.  Per me l’articolo fu più importante del libro di Messori perché lei marcava che la  profezia messianica non era in linea con l’uomo Gesù, ma col figlio di Dio Logos ! Lei ancorar di più in Oralità e scrittura dei vangeli mostra che essere fariseo, discepolo di Gamaliel, significa opporsi alla lettura letteralis  carnalis, ed è riconducibile alla lettura allegorica e cordialis, in quanto tipica dei pneumatikoi, che attendono il premio eterno come ricompensa del loro ben operare, congiunto con la predicazione del Christos  venuto, crocifisso e risorto !

Marco è  la grande novità  di un Paolo, visionario, aborto, schiavo, imitatore di Christos  crocifisso e  risorto, senza cui  non c’è cristianesimo. Lui  di questo è  testimone ultimo,  ma sempre testimone cfr. I Corinti: 15,3-10: anzitutto vi trasmisi  quanto anch’io ricevetti che Cristo morì peri nostri peccati, secondo le scritture   e venne sepolto  e fu risvegliato  il terzo giorno/oti Christos apethanen uper toon amartioon hmoon kata  tas graphas, kai oti etaphh, kai oti eghgertai thi hmerai thei trithi e che fu visto da Cefa,  poi dai dodici e poi fu visto  da più di cinquecento fratelli in una sola volta, per la maggior parte ancora in vita, adesso, qualcuno già addormentato, quindi fu visto da Giacomo, poi da tutti gli inviati  e finalmente dopo tutti, fu visto da me, come dall’aborto/oosperei tooi  ektroomati.

L’aborto, fedele cristiano, operoso,  dall’incontro con Christos  sulla strada per Damasco, non solo conosce la verità ma ha una nuova vista potenziata, dopo la cura di Anania! le sue affermazioni diventano carne  e sangue per gli alessandrini  Panteno, Clemente ed Origene  e la  Croce risulta emblema del cristianesimo. Dunque, in Oralità e scrittura di vangeli tu hai letto che  io distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo genericoprecisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito  e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di una, ontologica, intellegibile, di vero e falso (‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione. Su un’ altra visione – propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah su guardare hibbit  e su avere una visione hazah  in modo differenziato – si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica, ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi, a cui è tolto il velo  così da leggere, oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto/ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore/ lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Quindi, Marco, ora puoi   davvero rilevare  il vedere di  Giovanni, anche lui  giovane all’epoca,  aramaico di cultura, il suo stare nel sepolcro come atti reali di contatto,  diversi da quelli avvenuti poi altrove,  per cui il credere in un risorto  vivente  è più in relazione a quanto visto dopo,  circa l’opera  sul lago di Tiberiade che nel sepolcro.

Professore,  mi sembra di aver capito qualcosa circa le questioni sottili degli orientali “spirituali” sulla resurrezione e  ringrazio.    Comunque, come mai il problema orientale sulle due diverse visioni e credi  è restato  limitato all’Asia Minore, alla Siria  e  all’Egitto, e zone limitrofe  e solo più tardi si è  propagandato in Occidente?

Ti ho spesso detto che gli orientali, specie i cappadoci, ritengono che noi latini occidentali, non avendo uno strumento linguistico adeguato,  comprendiamo male i significati circa la Trinità e la divinizzazione del Christos!. Ne deriva che il problema resta  sotto l’impero bizantino, specie dopo la fine dell’impero di Occidente, caduto in mani barbariche nel 476. Solo con la guerra gotico-bizantino (535-553)  il problema della  divinitas e  quello della  christologia   riguardano anche il papato romano e  le chiese occidentali. La restitutio imperii  di Giustiniano (527-565)  è il momento di presa di coscienza cristiana cattolica occidentale romana, quando l’imperatore costringe  papa Vigilio a sottoscrivere  la condanna dei Tre Capitoli.

Quindi, professore, la stessa riconquista dei territori occidentali, specie di quello dell’Italia,  comporta una reazione unanime barbarica  antibizantina,  in nome di Dio e della religione, concentrata intorno al papato romano, costretto  alla sottoscrizione da Giustiniano, a seguito del verdetto del Concilio di Costantinopoli del 553?.

Si. Marco. La condanna dei tre capitoli, cioè  delle proposizioni  di Teodoro  di Mopsuestia, di Teodoreto di Cirro  e di Iba di Edessa, essendo la scomunica non dei monofisiti- che hanno il favore della regina, Teodora- ma dei nestoriani, diventa la bandiera dell’ opposizione,  anche politica  in Africa, in Spagna,  oltre che in Italia, dove  la sola diocesi di Aquileia rimane filobizantina!.

La vittoria bizantina  militare scatena una reazione religiosa  con feroce  avversione popolare contro l’imperatore, che  cuce i vari popoli e li coagula secondo vincoli nuovi,  grazie alla lingua comune latina. Ne deriva che per quasi un secolo e mezzo i rapporti restano tesi tra la communitas latina e  quella bizantina, mentre vi sono guerre tra ariani ed ortodossi  e, spesso, tra ariani misti a catholikoi  contro i bizantini!

Ed allora, professore, in questo clima  antibizantino  si afferma, in un momento di stasi  politico-giuridico -formale,  l’auctoritas con potestas  del papato romano, che sa manovrare le masse barbariche  occidentali, nel nome di Roma, prima sede imperiale,  tanto da costituirsi un proprio  potere temporale su basi giuridiche inventate,  basandosi sulla  sua  funzione   pontificale,  e si arroga il titolo di papa, rappresentante  in terra di un Dio vivente!

La “missione” di Papa Francesco

 

Franciscus… nomen omen!

Professore, lei considera  papa Francesco, uomo non credibile  perché francescano-gesuita?! lo ritiene prelato argentino di fede cristiana confusa,  acceso di amore universale comunistico, alla ricerca della fratellanza vegetale animale ed umana, cosciente di essere una minima pars del kosmos, significativa? ! Per Lei  è più un discepolo di Che Guevara che di Christos, un possibile Gorbaciov per l’istituzione sovranazionale, illegittima, dello Stato Vaticano?!

Marco, lo vedo come un buon  faccendiere, un impegnato dioikeeths  non un uomo spirituale, dedito all’ascesi, secondo lo spirito  cristiano della nostra tradizione.

So  che Il suo papato, controverso, è una dimostrazione concreta che il basileion politeuma/ l’ istituzione regale della Chiesa, durata per secoli, sta giungendo alla fine, esaurito  lo spirito agostiniano con gli slanci platonico-aristotelici, concluso il connubio impossibile francescano-gesuitico, durato quasi cinque secoli!

Il papato  è ora, col coronavirus, in agonia come la fides cristiana evangelica,  mai insegnata col vangelo  (cfr. Don Alberione  www.angelofilipponi.com) al popolo, ignorante, al quale ha solo dato speranza di un’altra vita  con un premio eterno, in cielo!

Si discute sul munus e sul ministerium  come nel 1130 tra i seguaci  di  Innocenzo II Papareschi e di Anacleto II  Pierleoni ( cfr  P. Fausto Palumbo, Lo scisma del MCXXX, Roma  1942,XX): essere servo dei servi non comporta la teoria  delle due chiavi e tanto meno quella delle due spade! potrebbe sottendere il munus, inteso  come  mandato divino, dato  da Dio stesso, (Christos, Uios/Logos)  ad un suo rappresentante terreno, che ha anche il ministerium come  amministrazione statale, propria   di un amministratore, capo dei ministri/dioiketai!.

C’era, allora, una lotta feroce tra la Chiesa gallicana giovane e quella romana vecchia, una che voleva una riforma spirituale in senso cluniacense e cistercense  ed una che voleva un potere maggiore, centrale, sulla base della potestas romana  (Cfr. Epistula CXLVII  di Bernardo  www.angelofilipponi.com ).

Professore,   secondo molti, esistono anche oggi due papi uno spirituale  pneumaticos,  addetto allo spirito e cose divine  – apparentemente papa  emerito, ritiratosi sua sponte  –   ed  uno  naturalis,  ilico-psichico, addetto al corpo  e a cose umane, ai rapporti con i sovrani della terra come vicario vero  di Dio, ambedue legge vivente , ambedue  alter  Christus, come se,però,  si fossero divisi i compiti: papa  Ratzinger  Benedetto  XVI, e papa Bergoglio  Francesco ?!

Marco, a dire il vero il Christos  aveva  dato  solo ad Jakob/ Iakobos/Giacomo, suo fratello, galilaico anche lui,   la missione  di continuare la lotta aramaica  antiromana  e non un mandato di creare una Ecclesia  Universale romana con munus e ministerium  ad un Cepha/ Petros,  pescatore galileo ignorante,  mai venuto a Roma  a predicare ( cfr. Il mito di Pietro)  con gli altri apostoloi,  un cristianesimo stoico e  neoplatonico,  religione  futura, che mostra qualche segno christiano in lingua greca, solo dopo la galuth/ dispersione ed eliminazione fisica del giudaismo aramaico ad opera dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.) !Mi sembra che oggi e  l’uno e l’altro  sono indecifrabili nel loro messaggio di christianos catholicos! .  Forse accade quel che dice Ario in Thalia /banchetto – riferendosi probabilmente ad Alessandro e ad Atanasio, papi, patriarchi di Alessandria:  negano Dio, a fatti, quelli, che a parole,  affermano di mostrarlo (theon omolougousin eidenai, tois de ergois arnountai)!.  Senza entrare in merito  a problemi… così misteriosi e segreti,  settari  clericali, noi, da laici, rileviamo solo  un vuoto … del divino  e dello spirituale,  e ancora più , col coronavirus… procediamo sbandati e disorientati,  essendo venuta meno anche  la scienza,  stressati,  nella impossibilità  di comunicare, non vediamo la luce,  anche se abbiamo speranza nella fratellanza e razionalità umana,  oltre che nel superiore equilibrio selettivo  divino della Natura!.

Professore, ma lei non ha sentito la parole di fratellanza e di misericordia di papa Francesco l’11 aprile,  proprie di un ministerium  di un dioicheths ellenista, che  fa allegoria senza  avere coscienza  reale  di quanto dice e, senza conoscere la situazione  contestuale, fa, a parole, proclami misericordiosi?

Io  sono un po’ sordo, ma…  ancora qualcosa sento! A che valgono, Marco,  le sue parole ministeriali, se non sa neanche il loro reale  significato perché ragiona  come  un theologos,  che ha il munus  divino  (Cfr.  Anania e Saffira ).

La sua lectio sulla misericordia è uno sproloquio, visto dall’angolazione storica , anche se letta  secondo il comunitarismo universalistico  cristiano.

Il papa, impegnato razionalmente e naturalmente, dice come parola di Dio, la verità,  ma confonde Il regno dei cieli col Regno di Dio, uno stato ebraico aramaico antiromano, con uno stato  ecclesiale  katholicos, di epoca costantiniana e teodosiana, secondo una lettura atanasiana e damasiana, celebrato da una tradizione  romano-ellenistica!

Per lei, dunque, professore, sono parole  quanto dice papa Bergoglio: nessuno è sbagliato, inutile, escluso;... condividere la proprietà non è comunismo, ma cristianesimo allo stato puro!

Atti degli apostoli – opera  forse di un Luca, che neanche sapeva quel che diceva  e ricordava  quel che ricordava  del  Regno dei cieli , dopo la  distruzione  del Tempio – non sono parola ispirata da Dio  ma  frutto di una tradizione cristiana ellenistica!

Le successive  parole del papa non hanno significato, ma sono solo interpretazione allegorica  di una realtà comunitaria:  nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune!   La sottesa attuazione del Regno dei cieli aramaico è chiara  se si pensa ai discepoli che entrano in contrasto al momento della vittoria  sui Romani, nel periodo 32-36 d.C.:  si spiegano le parole stesse  del papa – sorpreso al passaggio di uomini interessati poco prima  alla divisione del potere, passati improvvisamente  ad una condivisione della proprietà-:  tanto più sorprendente se pensiamo che quegli stessi discepoli, poco prima, avevano litigato su premi ed onori  e su chi fosse più grande tra di loro   ed ora, condividono tutto.

La  conclusione papale  è perfetta, ma non reale, non cristiana: nessuno fra loro era bisognoso!

Marco,  si erano costituite le haburoth, le comunità aramaiche, consociate, anticipazioni delle cooperative, che imponevano di mettere  in comune i beni, amministrati  da un solo responsabile, che pagava le tasse per tutti!.

Il papa, Marco, conoscendo il Regno di Dio confuso col Regno dei  cieli, alla fine del IV secolo ed inizio V secolo, segue la linea interpretativa filoniana ed origeniana  dei  Padri  della Chiesa   e dice:    i discepoli hanno visto l’altro  perché  la misericordia  ha trasformato la loro vita, ed hanno scoperto  di avere in comune la missione, il perdono, il corpo di Cristo.

Professore, da  qui deriva  che il cristiano, caritatevole, non deve rimanere indifferente  di fronte al bisogno dell’altro, deve essere misericordioso,  testimone di misericordia, essendo stato “misericordiato”! Solo così la fede sarà viva. E la vita sarà unificata. Solo così annunceremo il Vangelo di Dio, che è Vangelo di misericordia! 

Ma io, cristiano, mi chiedo: Chpontifica? il Vicario di Dio, l’uomo con due poteri?!  Chi ha munus  o chi ha ministerium?

 

Il “corpo” di Antigono

I  romani riconsegnarono nel 37 a.C. il corpo /sooma del re  asmoneo Antigono Mattatia,  dopo la tortura e la decapitazione?

Non sembra. Inviarono, però,  ad Erode messaggeri con la testa di Antigono  per dare la certezza della sua morte ed avere la ricompensa in talenti e in preziosi.

Marco,  Flavio  – Ant. giud.XIV,487-491- scrive :  Erode temeva che Antigono, custodito  da Antonio,  per essere portato a Roma, potesse avere la possibilità  di perorare davanti al senato la sua causa  e dimostrare di essere legittimo discendente di re,  rispetto a lui, che era comune cittadino, e che i suoi figli avrebbero regnato in virtù della loro stirpe, nonostante le offese che egli aveva arrecato ai romani.

Lo storico giudaico conclude:   (Erode) diede molto denaro ad Antonio e lo convinse a liberarsi di Antigono.

Questo viene detto a termine del XIV libro di Antichità giudaiche con cui viene evidenziata la fine della dinastia asmonea,  dopo 126 anni  di regno, con la conclusione della guerra coi Parthi, vinta da Antonio per legatos, prima, tramite Ventidio Basso e, poi,  grazie a  Gaio Sosio!

Quindi,  professore, Flavio archivia  storicamente il regno degli asmonei con la fine della guerra parthica, conclusasi con l’assedio e presa di Gerusalemme, ed inizia col XV  a trattare del  regno di Giulio Erode, figlio di Antipatro,  capostipite della dinastia degli Antipatridi. E’ così ?!

Si. Nel  mostrare i difficili inizi del suo regno, a causa della reazione armata degli aramaici,  fedeli alla  vecchia dinastia regia e alla persona di Antigono, mostra i tumulti in Gerusalemme – una città da poco presa dai romani ed ancora sotto le macerie –  evidenziando la necessità del nuovo re, considerato illegittimo,  di far bottino,  di spogliare i ricchi gerosolomitani – tra cui Abba/Baba – al fine di  avere a disposizione molta quantità di oro e di argento.

Professore,  i tumulti popolari  autorizzano Erode a  reprimerli con l’aiuto dei romani e  far giustiziare i nemici o ad esiliarli, incamerando i loro beni nel suo tesoro privato, facendo  probabilmente doni anche al Tempio e ai sadducei!

Certo, Marco!

Flavio (Ant. Giud.,  XV, 1-10), infatti,  scrive…. fece uccidere 45  partigiani di Antigono e pose guardie alle porte delle mura  affinché con i morti non si potesse portare fuori nulla in quanto queste perquisivano  attentamente i cadaveri  e quanto trovavano d’oro e di grande valore portavano al re,  che.. avido padrone … li saccheggiava,  anche perché aveva bisogno di denaro, essendo la terra in riposo, in quanto si era nel settimo anno.

Professore, lei,  in molte sue opere, ha fatto vedere il continuo stato di guerra dei giudei coi romani  e le stragi perpetrate dai milites  e, quindi, la processione  di  carri,  pieni di morti,  portati fuori dalle mura della città e  in  Giulio Erode basileus  – il secondo libro  del bios di Erode il Grande, il  filelleno, opera inedita – tratta della vicenda  insurrezionale di Costubar e mostra il suo tradimento, avvenuto circa 12 anni prima, all’epoca dell’ assedio di Gerusalemme e dei primi mesi del regno erodiano,  dove  parla specificamente dei figli di Baba/Abba!

E’ vero! Ne ho parlato!. Flavio,  infatti, narra che nel 28 a.C. ancora esistevano dei rivoltosi favorevoli ad Antigono,  e che  Costubar con Lisimaco e Dositeo (Ant Giud., XV, 261-266)  era stato  tra i guardiani delle porte  e che, all’epoca della presa di Gerusalemme,  salvò i figli di Baba/Abba, stimati ed onorati  da tutto il popolo,  ritenuti uomini utili,  in caso di cambiamento di governo,   tanto da decidere di segregarli  in Idumea,  regione sotto il suo diretto controllo. Quando Salome ripudia il marito e lo accusa di tradimento, viene fuori tutta la vicenda dei figli di Baba/Abba, determinando la morte di loro e di Costubar.

Bene,  professore. Ora, siccome so che  Flavio,  dopo  aver evidenziato i primi atti  regi di Erode  e la sua difficoltà a regnare, è costretto a  mostrare dettagliatamente la morte di Antigono  ad Antiochia e a citare anche Strabone, come prova di veri, le chiedo se anche l’evangelista  Giovanni, che narra  di una vicenda di guerra, appena conclusa, quella messianica,  usa la stessa tecnica  informativa o si serve di qualche accorgimento per provare la morte di Gesù e poi  per dimostrare la  miracolosa resurrezione! Mi può mostrare i testi in modo da compararli?

Marco, io  non ho difficoltà a citare  Flavio Ant. Giud. XV,8-10 e neanche Giovanni 19,31-42.

Per il primo ti sintetizzo il pensiero e ti rimando  alla mia  traduzione del XV libro di Antichità Giudaiche: Antonio, avendo intenzione di mantenerlo vivo, per portarlo con sé a Roma per il trionfo, come emblema di nemico punito per la ribellione aramaica, filoparthica,  lo tiene prigioniero a Antiochia. Erode, ora re di Giudea, fatta la  strage dei fautori aramaici asmonei, coi loro beni  forma un tesoro da inviare al triumviro  e lo spinge,  dietro compenso, ad uccidere subito  il ribelle,  informandolo che altrimenti egli  non ha possibilità di regnare,  essendo grande l’amore per la vecchia dinastia  tanto quanto l’odio  per lui, un romanizzato ed  idioths/civis privato!. Detto questo, ti riporto, fedelmente, il testo italiano di  Flavio:  decise, allora, di tagliargli la testa: in altro modo, infatti, non si sarebbe potuto  tenere tranquilli  i giudei! Strabone il Cappadoce,  confermando le mie parole, scrive: Antonio fece decapitare Antigono, precedentemente condotto presso di lui, ad Antiochia. Fu il primo romano a decidere di far decapitare un re: pensava, infatti, che non vi fosse  altro modo che potesse cambiare il sistema dei  giudei, che non potevano accettare Erode al suo posto, in quanto, neanche sotto tortura,  essi lo avrebbero onorato ed acclamato reAntonio pensava che così sarebbe caduta la sua  memoria e fosse diminuito l’odio verso Erode!.

Quindi, professore, per Flavio, che riporta anche la fonte autorevole di Strabone, la testa di Antigono, inviata ad Erode  è  segno  per gli ebrei  aramaici che la loro dinastia  nazionale è finita e che ora i romani impongono come re Erode, figlio di Antipatro, come loro kurios e che sono troncati i legami coi parthi!. Ma il sooma/corpo  del re asmoneo che fine fa, come anche quello di tanti altri prigionieri portati ad Antiochia da Sosio, governatore di Siria, a guerra finita?

Questa, Marco,  è una storia ancora da raccontare! sappi, comunque, che i  corpi/soomata  dei nemici, uccisi in battaglia o crocifissi, venivano ceduti  dai romani al migliore  offerente, a   parenti  o amici o partigiani, ricchi, che, pagando,  potevano fare il loro ufficio funebreBastava pagare!  Flavio riporta molti casi di riscatto  di sooma ed io ne conosco molti e li ho citati nella Biografia di  Giulio Erode, il Filelleno . (Per il fratello Fasael, prigioniero e poi ucciso, avrebbe pagato fino a 300 talenti- XIV,371-, per l’altro fratello  Giuseppe, ucciso da Antigono, il riscatto di 50  talenti è pagato da Ferora -XIV,430-). Anche Giovanni  evangelista, senza dirlo esplicitante, si riferisce a  questa pratica  di riscatto, comune a parthi,  ad asmonei e a romani, che  applicano una norma prefettizia pubblicana,  che, comunque, è diversa in tempo di guerra, dato il gran numero di morti! Marco, ecco il testo di Giovanni: era il giorno della preparazione /paraskeuh’ e, dunque, i  giudei richiesero hroothsan a Pilato -era infatti un giorno solenne quel sabato  – per non far rimanere quei corpi sulla croce / epi tou staurou ta soomata, di far spezzare loro le gambe  e di portarli via. Vennero, dunque, i soldati  e spezzarono le gambe al primo   e poi all’altro, che era crocifisso con lui.  Venuti da Gesù, vedendolo già morto tethnhkota, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei  soldati  gli aprì il fianco con una lancia  e subito ne uscì  sangue con acqua. Giovanni aggiungequello,  che  ha visto, ha reso testimonianza,  e vera è la sua testimonianza,  e sa  che dice cose vere/ o eoorakoos memarturhken kai alethinh autou  estin h marturia, kai ekeinos oiden oti alhthh legei.

Professore, non è troppo insistente per essere vero il dire i fatti  ricorrendo al poliptoto alhthinh – alhthh ?

Marco,   l’uso del poliptoto giovanneo  e dell’ avverbio alhthoos marcino (Marco,15,39 aleethoos  outos o anthroopos estin uios theou hn/ veramente quest’uomo era figlio di Dio!) è davvero  opportuno per una manifestazione  di fede  e ancora di più è dubbio tutto il testo,  se  rilevi che questo è detto come  spiegazione di passi della Scrittura: non gli sarà spezzato alcun osso!; guarderanno a colui  che hanno trafitto!

Professore, lei vuole dire che sotto c’è  lettura allegorica di quanto avviene e che  si scrive in tempi lontani dai fatti?

Certo Marco! i fatti sono letti, dopo decenni, in modo da  essere significativi per i credenti in Christos,  secondo una visione sapienziale e  simbolica!. Infatti il sangue (col pane) è segno dell’eucarestia mentre l’acqua esprime il battesimo con sottensione dello Spirito Santo  secondo una lettura  tipica del IV-V secolo d.C.  che considera la Chiesa come nata dal costato di Cristo, colpito da Longino,  al pari di Eva nata da quello di Adamo  (cfr. Agostino e Giovanni  Crisostomo ).   Giovanni seguita il racconto: Giuseppe di Arimatea quel discepolo -senza patronimico, indicato  col solo nome di città, inesistente all’epoca, non identificabile, ignoto  – che,  di nascosto, era andato da Gesù, per timore dei giudei, chiese a Pilato di potersi prendere il corpo di Gesù/to sooma tu Ihsou e Pilato lo concesse (epetrepsen). Venne anche anche Nicodemo, che la prima volta era andato da lui, di notte, e portò una mistura di mirra e di aloè di cento libbre/pheroon migma amurnhs kai alòhs oos litras ekaton.

Quindi, si può dire, professore, che due del consiglio dei settanta, due sinedriali  vanno da Pilato, in via ufficiale,  a chiedere il sooma di Gesù e lo ottengono, non come discepoli ma come notabili consiglieri, protoi,  per conto della comunità gerosolomitana!

Certo, Marco! La precisazione di Giovanni fa escludere, data la vigliaccheria dei due, che essi, da privati, si espongano,  dopo la morte di Gesù! Essi  rappresentano  quel Sinedrio nuovo, filoromano – subentrato a quello vecchio filoparthico e messianico –  che si è lamentato della scritta in triplice lingua  sulla croce circa la regalità del Crocifisso e che era stato zittito dallo stizzito  Pilato, che aveva risposto o gegrapha, gegrapha!   Professore,  io penso, come lei, che i due discepoli, segreti, non certamente dopo la morte del Messia possono aver il coraggio di fare un richiesta privata e familiare compromettente!

Tu  ritieni , dunque, con me, che tutto il testo di Giovanni, scritto dopo molti decenni dai fatti,  è equivoco nel processo davanti ad Anna e kaifas e in quello  davanti a Pilato, perché non mostra il clima di guerra e  parla di un uomo che si è fatto Dio – inconcepibile all’ epoca !-  perciò,  degno di crocifissione  secondo la legge ebraica (cfr. Giovanni 19,7 – anche se accenna al lhisths Barabba– cfr ibidem 18,40 e cfr.  Marco 15,7, che parla di un  desmios  un prigioniero,  o legomenos Barabbas, il detto Barabba/figlio di Abba,   che con altri rivoltosi stasiastai aveva commesso nella rivolta/stasis  un delitto-!).

Certo, professore,  sono d’accordo anche io  perché Pilato insiste sul regno/basileia di Gesù, pur salutato  per scherno -diciamo noi!- re dei giudei  dai soldati, anche se  stranamente non trova colpe in uno che è detto re (maran?!) dei giudei o si è autoproclamato  sovrano  di un territorio romano – seppure a parole viene fatto risultare dopo molti anni da uno scrittore efesino, un re di un regno non di questo mondo/h basileia h emh ouk estin ek tou kosmou toutou, i cui ministri/ uphretai avrebbero  combattuto  hgonizoonto, per non darlo in mano ai giudei!

Inoltre, Pilato, professore, fa appendere una tabella con iscrizione col titolo regale di Gesù sulla  croce – che  già di per se stesso risulta un crimen  di lesa maestà  nei confronti di Tiberio,   che non ha autorizzato la sua exousia/il potere, dato, invece, dal nemico partho Artabano III, secondo la sua ricostruzione  storica! Comunque, lasciando da parte i Vangeli,  Flavio  nella  sua opera,  parla, altrove, di soomata?

Flavio ne parla in altre parti della sua opera e, in specifico, in  due punti, uno di Guerra  Giudaica  ed uno di Bios-. Esaminiamo  Guer. Giud. V, 13, 7 (367.69), in cui  il sacerdote ebraico,  ora al servizio di Tito, come interprete,   mostra gli orrori della guerra in corso: in quei giorni si rifugiò Manneo,  figlio  di Lazzaro, il quale riferì che, attraverso una sola porta, affidata alla  sua sorveglianza  nel  periodo tra il 14 del mese di Xantico, quando i romani si erano  accampati presso la città e il primo del mese di Panteno,  erano stati trasportati fuori 115.880 cadaveri. Tutti questi appartenevano  ai ceti popolari più bassi ed egli,  pur non essendo preposto  a questo ufficio, li aveva dovuto contare  perché aveva l’incarico di pagare col denaro pubblico  le spese  del trasporto,  mentre gli altri erano sepolti a cura dei parenti che facevano la  sepoltura, tirandoli fuori e buttandoli via dalla città/tous de loipous oi proshkontes  ethapton, taphh d’hn to prokomisantas  ek tou asteos ripsai. 

La mia traduzione, Marco,  diverge  da quella di Giovanni  Vitucci  di norma perfetta, che in Guerra giudaica, II,  Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori  editore1974, non è chiara e  risulta quasi contraddittoria,  in quanto, da una parte, mostra il pietoso  ufficio di seppellire thaptein, fatto dai  proshkontes/ congiunti che hanno da compiere il dovere funebre  e, da un’altra, sembra che i cadaveri siano estratti dal mucchio e  buttati via dalla città.

Noi, invece, pensiamo che  la sepoltura a cura dei pii parenti  consisteva nel precipitarsi  a levare/ riptein dal mucchio i corpi dei propri  cari morti  che, una volta tratti fuori, vengono portati,  processionalmente, al luogo stabilito nei limiti della contingenza della situazione bellica.  Si è in guerra!  e  sembra che i morti, contati con quelli delle altre  porte,  siano 600.000,  a detta di altri custodi, rifugiati, in seguito, presso i romani!

Marco, per capire  quanto  scrive  Flavio  devi  sapere che esiste un magistrato responsabile, sorvegliante  di ogni porta, incaricato da un phrourarchos/ capo della guarnigione, a far svolgere un servizio ad uomini,  pagati a spese pubbliche, in relazione al numero dei morti accertati, e a  verificare i cadaveri  e a commissionare, dopo l’uscita  dalla città,  il trasporto su  carri   dei corpi  a schiavi o liberti , che,  con  asini e vecchi cavalli, guidano le carovane mortuarie in zone designate per la  sepoltura plebea. E’ sotteso che il costo della  sepoltura   popolare a spese pubbliche è modico, e in relazione  al percorso da fare fuori città e al  numero dei carri  impegnati  al bisogno,  mentre il riconoscimento dei cadaveri dei protoi e il loro trasporto  è un rito privato con un  corteo di familiari, che portano profumi per la dovuta imbalsamazione!.

Ora, professore, capisco il motivo per cui lei, sempre  rispettoso della traduzione altrui, perfino di quella di Luigi Moraldi- da lei ritenuto un traduttore di traduttori, frettoloso, rispetto ad altri già da tempo impegnati nella stessa traduzione di Flavio  – (Antichità giudaiche, I,II, UTET, 2000), in questo caso, ha  voluto fare  un proprio intervento sul testo, riportato dal Vitucci!.

Marco, grazie per la tua amichevole approvazione! Sappi, comunque, che   Flavio  narra di un altro episodio, bellico,  quello accaduto a Tecoa, descritto  in Bios (Cfr. Giuseppe Flavio,  Autobiografia, Introduzione Traduzione e note di Elvira Migliario, Testo greco a fronte,  BUR,1994).

Giuseppe, all’epoca, anche se prigioniero,  segue Tito che, nel 69 d.C.,  riprende l’assedio di Gerusalemme,  ancora nel quadro di guerra civile,  tra Vespasiano e  Vitellio (cfr. Vespasiano e  Il regno e Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth)  e  svolge  la funzione di interprete, invidiata-  anche se spesso è accusato di tradimento dai suoi  contribuli-! In seguito, quando  scrive Guerra giudaica  mostra il suo amore per la  patria, per Gerusalemme, per il Tempio distrutto, per i confratelli ed evidenzia la sua emozione caritativa di fronte alla tragedia dei suoi amici e parenti e ricorda atti di generosità personale verso i suoi  compatrioti, seppure rabbiosi nei suoi confronti ed invidiosi. Lui,  ora, vive a Roma nella stessa casa dove viveva  Vespasiano  da privato con Cenide,   ha onori ufficiali,   ha  in dono ville e terreni  in Italia e in Giudea ed ha la cittadinanza romana  e fa  parte della familia  flavia tanto da parlare alla pari col suo basileus Giulio Erode Agrippa II e  con Berenice, allora  destinata a divenire moglie di Tito, che convalidano ed approvano la sua opera storica!.

Quindi, il racconto del suo amore per il suo popolo vinto e per la Iudaea capta è da vedere da questa nuova angolazione di civis romano e di rispettato liberto imperiale!.

Certo, Marco! Comunque,  così scrive, dopo aver mostrato di aver liberato, grazie alla protezione di Tito, 195 amici e parenti, raccontando l’incontro con  molti prigionieri crocifissi, tra cui tre amici  (Bios, 420-21): inviato da Tito con Cereale e 1000 cavalieri / chiliois ippeusin ad un villaggio, chiamato Tecoa, per verificare se il villaggio era adatto ad accogliere  un campo trincerato/ charaka, nel ripartire, vidi molti prigionieri crocifissi  e ne riconobbi tre,  che erano stati miei amici,  e ne ebbi il cuore straziato ed andai subito da Tito a dirlo. Egli ordinò che immediatamente  fossero tirati giù e che ricevessero le cure più attente e due di loro morirono, ma il terzo sopravvisse.

Professore, al di là  di questi  fatti,  viene fuori che, in tempi di guerra, prevale la disumanità,  normale per i romani, un popolo in continuo stato di guerra,  che dalla  vittoria ha una grandissima  ricchezza, che, a fiumi, arriva da tanti popoli soggetti, alla Capitale. Flavio  è da vedere certamente come un filoromano, costretto dalle vicende  alla guerra nel periodo galilaico, e, dopo Iotapata,  divenuto  schiavo, risulta un traditore, eukairos/ opportunista,  un collaboratore dei romani che se ne servono come  interprete ed intermediario  fidato coi Giudei  specie gerosolomitani, presso i quali vive  forse ancora il padre – sacerdote  della  prima delle 24 classi sacerdotali, un notabile gerosolomitano, coetaneo  del nostro Gesù- ed anche la madre discendente asmonea, che, in un’occasione,  piange il figlio, perfino, come morto – cfr. Giusto di Tiberiade -. E’ chiaro che in tale  stato come scrittore, cerca di  alonarsi,  vestendosi da  filantropo e  benefattore  per amici e parenti: questo capitò dopo il 70 d.C.,  ma la stessa cosa potrebbe essere  stata fatta dagli evangelisti  che narrano molto dopo l’impresa fallita  messianica  del 32-36 d.C., che, comunque, aveva lasciato tracce di un pur breve periodo di Malkuth,  glorioso,  e specie Giovanni  potrebbe  aver stravolto  i fatti, grosso modo narrati da Marco e Matteo, e già mitizzati da Luca, vivendo in tempi apocalittici ed escatologici: Giovanni /lo pseudo Giovanni, più degli altri, visionario, dà una sua visione falsata del Christos, della sua morte  e della sua resurrezione, dei miracoli galilaici come testimonianza della presenza del Messia, ancora vivente, cantato dalla toledoth. Siccome gli sfugge la realtà cruda della guerra,  ricrea  figure, non storiche, di  Gesù e di Pilato e degli altri protagonisti della vicenda!.

Professore,  operando in questo modo, lei mi permette di  pormi domande circa il corpo di Antigono, ma anche circa il sooma di Gesù e il sepolcro vuoto,  in quanto la situazione  autorizza un esame da un’altra angolazione.

Marco, cosa vuoi dire realmente ?

Vorrei sapere da lei, che ha operato e sulla vicenda reale del Christos e sul muthos galilaico della tradizione:

1. se i romani vendettero il corpo di Antigono, maran  giudaico di Gerusalemme, dopo una guerra vinta contro i parthi, perché non  avrebbero potuto fare la stessa operazione col corpo di un altro maran, dopo oltre un settantennio, a seguito della vittoria sui Parthi di Lucio Vitellio,   del  trattato di Zeugma e la successiva morte di Tiberio, con la proclamazione nella città Santa  dell’avvento al trono del neos sebastos  Gaio Germanico Caligola?;

2.  se la prima entrata, solenne, a Gerusalemme di Lucio Vitellio, avvenuta nella Pasqua del 36 d.C.,  determina la crocifissione  di Gesù e  la seconda, ancora più solenne, sempre nel periodo pasquale, del 37 d.C. risulta  proclamazione  di Caligola giovane augusto, sovrano dell’ecumene, simbolo  di una nuova età dell’oro per l’Oriente e l’Occidente, espressione di una pacificazione  tra tutti i popoli e specie  tra ebrei e romani, ora affratellati di fronte all’ evento  dell‘avvento di un divino puer, che autorizza le più rosee speranze per l’universo, come si legge in  Filone,  prefazione a Legatio ad Gaium ( cfr. A.Filipponi,  Legatio ad Gaium,  e.book Narcissus 2011), – non si può pensare che in tale clima di euforia e di gioia universale cessino  le ricerche del corpo di Gesù, trafugato dai romani nel corso del  riposo  del Sabato , estese, poi, anche in Galilea da Pilato -subito  esautorato dal legatus imperiale, trionfatore su Artabano III –   per ordine di quel  Marcello, suo provvisorio sostituto, destinato a  cedere il mandato prefettizio  ad Erode Agrippa favorito di  Gaio Caligola, che lo fa tetrarca prima dell’ Ex tetrarchia di Filippo e poi di quella di Galilea e Perea, tenuta da Erode Antipa, ed infine,  divenuto re, ad opera di Claudio, dell’intera Iudaea, riunificata?- cfr.  Giudaismo romano II E book Narcissus 2012 -.

Marco, alla prima domanda rispondo che è possibile che  i romani abbiano effettivamente sottratto  il corpo di Cristo  e lo abbiano venduto come fecero  con quello di Antigono decenni prima, ritrovato  in un Ossario nel 1971 da archeologi ebraici  in  una nicchia segreta di una  delle due camere costituenti la Grotta detta di Abba;  per la seconda  ti aggiungo che si vive in un momento magico per l’impero romano che festeggia per sette mesi il nuovo giovane re del Mondo,  che, comunque,  passa improvvisamente da una continua festa ad uno stato di  disperazione e  di trepidante attesa,  alla notizia di una malattia mortale che ha colpito il divino puer  e, quindi, rimane per un periodo di circa tre mesi in affanno, in cui si prega, si sacrifica, si fanno voti augurali di ogni genere  per la guarigione del giovane amatissimo/ peroptatissimus figlio di Germanico, ristabilitosi negli ultimi giorni di gennaio del 38 d.C.: Filone parla di un giubilo indescrivibile popolare, incontenibile, in  ogni parte dell’oikoumenh  e greca e barbarica:  Marco, in quel tempo,  Caligola, erede di Tiberio,  è segno di una pacificazione generale  straordinaria nell’impero romano, a seguito della vittoria su Artabano III:  si teme solo l’invidia degli dei/phtonos toon theoon, vista la  irraggiungibile grandezza e potenza di Roma, governata da un solo Signore, di stirpe divina! Che valore poteva avere, in un tale clima  di  rinnovata certezza di pace, grazie all’erede  divino della divina  famiglia giulio-claudia, la ricerca di un sooma di un povero galileo, di un  ribelle maran vinto e crocifisso, venduto dai soldati  a partigiani, desiderosi di seppellirlo degnamente in Galilea?. Specie quando a capo delle due tetrarchie  erodiane  è signore  Giulio Erode Agrippa, un principe gerosolomitano  amico e maestro di Caligola,  che ha nel suo nome  stesso una storia di romanizzato ma ha nel sangue i geni congiunti  della stirpe asmonea in quanto  discendente dalla nonna  Mariamne, figlia di Alessandra di Hyrcano,  e  quelli della stirpe erodia in quando figlio di Aristobulo  – suo  secondogenito e di Erode il grande, destinato a riunire tutto il regno dei propri avi, grazie al debito di riconoscenza dell’imperatore Claudio, fratello di latte!

Dunque, professore, secondo lei, i  soldati romani possono aver venduto il corpo di Gesù  e  rimanere  anche impuniti date le circostanze favorevoli, epocali,  per circa una ventina di mesi, essendo cessate le indagini  sul sooma di Gesù  e sulla sua presunta vita di risorto  in Galilea, sui miracoli della pesca  sulla sua ascesa al cielo e sull’invio degli apostoli a predicare  il khrugma evangelico,  a seguito della  calata dello Spirito Santo!

Allora,  professore,  in una tale situazione è probabile  la nascita della leggenda di Gesù  che, non  essendo morto– era stato curato e salvato da amici  che avevano acquistato il sooma!-. Secondo la medicina attuale Gesù, come crocifisso poteva morire per asfissia perché piegato in avanti,  e rimanendo in tale posizione si sarebbe potuto soffocare, ma ricevuto il colpo di lancia, emise sangue con acqua  e poté avere  una certa respirazione proprio quando era svenuto ed appariva morto, per poi cadere in uno stato di  deliquio comatoso, profondo, tale da non accorgersi neppure di essere  sepolto da mani pietose! Rinvenuto nello tomba, si era risvegliato e i romani, venuti per vendere il corpo lo trovarono svegliato dal torpore del coma  e, pur sbigottiti,  lo consegnarono ai  compatrioti  galilaici,  seguaci, che lo trasportarono in  Galilea  e lo fecero curare da medici!

Marco, sei  molto fantasioso! Hai letto Caritone di Afrodisia, (Il romanzo di Calliroe, a cura di Renata Roncali, testo greco a fronte, Bur 2012)? Vi si legge  che Calliroe. sepolta  perché creduta morta dopo un calcio all’altezza del diaframma – che bloccò il respiro (IV,12) – dato dal  suo fidanzato Cherea,  geloso, si sveglia, quando  alcuni predoni, marinai, sono intenti alla violazione/Tumbooruchia e al saccheggio della tomba/ierosulia : ta de peri Kallirohn allhn elàmbane  paliggenesian kis tinos apheseoos  eggenomenhs, mogis kai kat’oligon anepneusen/ quanto a Calliroe, otteneva la sua rinascita  una seconda volta e come avvenne l’emissione di fiato, che era venuto meno per via del digiuno, a fatica, a poco a poco, riprese a respirare, poi ricominciò a muovere il corpo nelle sue parti ed, aperti gli occhi, ebbe la sensazione  di essersi svegliata da un sonno /aistheesin elambanen egeiromènhs ecs upnou  VIII,1  -!

La tua ricostruzione, Marco,  non ha alcuna base storica  se non la frase di Bios di Flavio che uno dei tre crocifissi di Tekoa  si salvò  e  una bella favola milesia, raccontata da Eumolpo uno dei protagonisti di Satyricon di Petronio, la Matrona di Efeso   cfr. 111-112  ( Satyricon  a cura di Vincenzo Ciaffi.UTET  1967). Non te la ricordi? L’ho narrata molte volte per mostrare  la levitas/leggerezza delle donne,  anche le più pudiche, facili ad innamorarsi e a dimenticare, perfino, i figli,  pur di aver una esperienza fuori casa /peregrina libidine!- Ibidem,111- Te la sintetizzo. Si tratta di una donna  che trascorreva in pianto il tempo e viveva  nel sepolcro stesso,  nella cripta, dove era la salma del marito,  secondo l’uso greco,  vegliandolo e compiangendolo…decisa a morire di fame, avendo  accanto una ancella.   Tutti, senza distinzione di classe riconoscevano che mai si era visto  nella realtà una prova così lampante di amore di pudicizia! -ibidem-Accadde che il governatore della provincia/imperator provinciae  fece crocifiggere dei ladroni secundum illam casulam in quan  recens cadaver matrona deflebat/ vicino all’edicola in cui  la matrona compiangeva il suo uomo.  Un soldato incaricato di sorvegliare le tre croci  affinché  i corpi non fossero asportati,  di notte sentì piangere e si avvicinò al sepolcro e vide la bella donna con la serva,  che aveva un lume.  Stupito per la  divina  bellezza della matrona,   resosi conto della situazione, portò la sua cena alla servetta che, mangiatane un po’, convinse la padrona ad assaggiare  e a bere qualcosa, dopo cinque giorni di digiuno. Il  soldato,  convinta la donna  a mangiare ed a bere, le portava  ogni giorno,  appena poteva, la sua cena! La  matrona cominciò a mangiare e poi  ad accettare anche la corte  del giovane  e belloccio soldato, sollecitata anche dalla serva, tanto che alla fine  il miles,  entrato  nel sepolcro, si accoppiò con lei. Avvenne, però, che le assenze del  soldato furono  notate dai parenti dei crocifissi che  rubarono un  corpo.   Il soldato, appena si accorse di ciò, temendo  la punizione del governatore, sguainò la spada per uccidersi, ma fu frenato dalla donna che non meno pietosa che pudica / non minus misericors quam pudica ebbe a dire: Dio non voglia che dei due uomini  più cari, che ho avuto,  io assista  ad un tempo a due funerali! preferisco appendere un morto che uccidere un vivo! malo mortuum impendere quam vivum occidere.

Petronio fa chiudere il racconto ad Eumolpo così:  il giorno dopo, il popolo era lì a chiedersi,  stupito, come il morto fosse salito in croce/posteroque die  populus miratus est qua ratione mortuus isset in crucem! -ibidem 112,8-.

Professore, ora mi ricordo!  Comunque  vorrei conoscere i particolari del ritrovamento dell’Ossario della grotta di Abba, certamente più interessante della fabula milesia,  dato il valore di un ritrovamento archeologico.

Non è cosi?!

Come no!. Non si tratta, mica, di una fabula , raccontata in un romanzo antico, ma di un fatto vero.

Bene.  Professore, io ascolto.

Marco, io so che al Museo  nazionale di Gerusalemme c’è esposto un  reperto del 1968,  un chiodo ficcato su un piede di un crocifisso del I secolo d.C.  di un tale Yohanan ben Hagdol, trovato non lontano dalla Grotta di Abba, nello stesso quartiere di Givat Hamivtar,  che  ha un’iscrizione  aramaica  del  primo secolo a.C. ll ritrovamento della grotta  è del 1971 nel corso di scavi per le fondazioni di una casa civile ,  ed essa, oltre ad un  Ossario molto ben decorato, ha una iscrizione in lingua aramaica, in cui si legge : Sono  figlio del sacerdote Eleazar, Abba, l’oppresso,  nato a Gerusalemme ed esiliato a Babilonia, quello che  ha riportato Mattatiah,  figlio di Giuda   e che lo ha sepolto, nella  grotta che ho acquistato. 

Professore, si parla di Antigono Mattatiah  figlio di Aristobulo II?

E’probabile, ma non è certo. Comunque, l’Ossario, in calcare, era sotterrato,  nascosto  in una nicchia, sotto terra, e potrebbe essere di un personaggio di grande rilievo. Le ossa,  inoltre,  sono compatibili con l’epoca della morte di Antigono, la cui identificazione resta enigmatica, nonostante l’iscrizione.  Infine l’attribuzione  ad Abba/Baba  è tutta da studiare e ,allo stato attuale,  non si hanno reali indicazioni circa l’assimilazione.

Professore, dopo il ritrovamento, ci saranno stati studiosi  che hanno cercato di risolvere l’enigma?

Certo.  Marco!

Nel 2013, Yoel  Elitzur, storico della  Hebrew  University   considera  Abba un sostenitore  degli asmonei, esiliato da   Erode, che,  al ritorno dall’esilio,  essendo di passaggio ad Antiochia,  forse richiamato in patria insieme ad  Hyrcano, (cfr.  Erode Basileus), ebbe la possibilità di riportare a Gerusalemme i resti  del re asmoneo, in forma non pubblica, ma segreta e  nasconderli sotto il pavimento di una delle due camere della  Grotta, da lui acquistata, lasciata in eredità  ai suoi figli,  come un bene da conservare lontano dagli sguardi altrui!.  Anche Israel Hershkovitz, antropologo dell’Università di Tel Aviv, rileva che nell’Ossario di Antigono c’è un chiodo  in una mano  che fa pensare ad una tortura e ad una crocifissione, prima della decapitazione.

Professore, quindi gli ebrei si sono impegnati a comprendere la figura di Abba e a ricercare il sooma di Antigono!

Marco, ti aggiungo che anche  l’archeologo James Tabor si dice che sia  interessato alla Grotta di Antigono,  ma, finora, non ha  pubblicato  niente  in merito.

Professore,  gli ebrei dovrebbero essere interessati più dei cristiani all’enigma della morte di Antigono  e alla scomparsa del corpo anche per le molte somiglianze con la passione e morte del Christos!  Essi potrebbero,  dati i mezzi a disposizione,  arrivare a  scoprire qualcosa circa il sepolcro vuoto del Messia,  circa il sooma  di un uomo, non certamente risuscitato e tanto meno salito al cielo, alla destra di Dio Padre!

Marco, non mi sembri più Marco!  Col venire  dietro di me, col seguire la ricerca  di un laico, stai guardando il cristianesimo da un’altra angolazione e …stai perdendo …la fede!

 

 

 

Marco, 16,9-20

Solo l’epilogo del vangelo di Marco è spurio?

 

Ho già detto che il Vangelo di Marco è un’accozzaglia di dati interpolati,  in cui la prima parte, fino a 9,  compreso,  è tipicamente ellenistica  (della Scuola di Alessandria ) e la seconda parte è sotto l’influenza dei logia originali di Matthaios aramaico, fino alla sepoltura di Gesù.
Il 16, compreso 1-8, (ll ritrovamento del sepolcro vuoto)  è spurio….

Professore, per lei le tre donne, secondo Marco  (Maria di Magdala, Maria  di Giacomo e Salome) definite solo di nome,  identificabili comunque come  la “donna” di Gesù, la zia- moglie di Cleofa – e la madre di Giacomo maggiore  e di Giovanni, che vanno ad imbalsamare il cadavere del defunto,  al levare del sole,  portando il necessario per il rito, incerte sul come aprire  il sepolto, data la grandezza del masso, ruotante, posto all’imboccatura e sul  probabile non accesso a causa del decreto prefettizio  circa la custodia del cadavere, operano di testa loro,  all’insaputa degli uomini?!.

Marco, non si può dire, ma, sembra un’iniziativa tutta femminile, presa all’alba, del giorno del Signore  (per noi, Domenica)  per loro, invece, il giorno dopo il sabato, appena si è  liberi dai vincoli prescrittivi  di legge: lo stato d’animo  delle donne – di una donna per Giovanni, La Maddalena-,  diverso da quello degli uomini, storditi dalla mazzata della morte del Christos/Messia,  è quello irrazionalistico di terminare il loro ufficio pietoso, senza considerare i sigilli  del governatore  e la presenza dei milites -cfr Giovanni 17.28-42-.

Lo pseudo Marco  sorprende col problema delle donne di aprire il sepolcro:   gli uomini conoscono dal Venerdì  che il sepolcromnhmeion– di Gesù è sorvegliato,   avendone parlato per tutto il sabato  nel  Cenacolo, consapevoli dell’ avvicendarsi dei soldati alla tomba di Giuseppe di Arimatea, secondo  quanto ordinato da Pilato e sanno bene dell’impossibilità di completare l’imbalsamazione.

Marco,  per spiegarti, ti dico che  essendo giorno di preparazione – epei paraskeuh hn Giovanni 19.31 – l’imbalsamazione giudaica diversa da quella egizia ,  non  fu ultimata, anche se il corpo fu  profumato, alla meglio,  con balsami.

Allora è vero il dato di  Nicodemo  che  porta una mistura di aloe e di mirra di  circa cento libbre  -ibidem 39- ? ed anche quello di una sepoltura provvisoria con  bende al corpo del  crocifisso deposto e messo frettolosamente  nella tomba  di Giuseppe di Arimatea , nel khpos/giardino ? L’azione  è fatta sotto lo sguardo del corpo di guardia dei soldati di Pilato, dunque!.

Certo, Marco, non c’è il tempo di fare ulteriori azioni di purificazione: le regole del sabato impongono il riposo, dal tramonto del sole del venerdì pomeriggio!

Noi così vediamo la sepoltura di Gesù,  a seguito della  sua morte in  croce e alla  deposizione del corpo, sua fasciatura e profumatura,  dopo il permesso accordato  ai discepoli dal governatore  Pilato  che ha fatto l’accertamento di morte con la lancia!.
Noi per il Bios di Gesù e il suo Malkuth ha shemayim abbiamo letto a lungo e in varie fasi della nostra vita, la parte  del Vangelo – 15 – di Marco, primo vescovo di Alessandria secondo Eusebio, che lo ritiene falsamente fondatore dei Terapeuti, attestati nella città dal 180 circa a.C.. fino all’ epoca di  Sinesio, fino cioè al 415 d.C.in epoca teodosiana…
Sui problemi della prima parte  e del 15 abbiamo fatto molti interventi tecnici al fini di ritrovare non solo la funzione didascalica del didaskaleion alessandrino, ma anche il modo di procedere di Clemente nel  Pedagogos,  grazie al lavoro fatto su Stromateis  e sul commento del I libro ….

Quindi,  professore,  Marco (16,1-8)  che parla di tre donne che, di  buon mattino, vanno al sepolcro   è scrittore non di prima mano dei fatti,  ma uomo di epoca,  successiva di molto, in quanto sembra non conoscere che la tomba sigillata sia  sotto la custodia dei milites  per ordine del governatore:  l’autore marca solo  la preoccupazione delle  donne di  spostare il masso rotondo, che chiude il sepolcro.

L’ evangelista sa che per le donne è un viaggio inutile se non trovano chi fa rotolare apokulisei il masso dall’ ingresso del sopolcro! eppure le donne per lo pseudo Marco vanno, perché sanno  già che il sepolcro è aperto. La Maddalena, che per Giovanni è già andata e non ha detto niente a nessuno  per lo sbigottimento,  ora torna  con le altre al sepolcro- che invece  pensano a come togliere il masso-.

Quindi, all’epoca. già ci sono due versioni dei fatti: una della sola Maddalena che ha fatto la scoperta, l’altra delle tre donne che fanno la scoperta del sepolcro violato!

Comunque, secondo l’evangelista  le donne sono andate al sepolcro e  anablhpsai theorousin/ guardano e constatano  che la pietra è rotolata  via e ne rilevano la eccessiva grandezza/hn gar megas sphodra –  era infatti  molto grande.

Quindi per lei si tratta di una violazione del sepolcro, non di resurrezione/anastasis toon nekroon( o egersis), per come oggi lo intendiamo noi ?  Un uomo che, accertato come morto, si alza dal sepolcro e  vive  di nuovo, avendo spirito vitale, riprende a vivere con ritmi normali  ed appare vivo ad altri!

L’evangelista Marco dice  quel che dice e scrive quel che scrive   secondo la tradizione evangelica cristiana del Regno di Dio:  le donne,  non essendoci nessuno  ostacolo, entrano nel  sepolcro/ eiselthusai eis mnhmeion e vedono /eidon  un giovinetto neaniskon un ragazzo non ancora adolescente  meirakion (in Giovanni,20.12 sono due  aggelous),  che siede a destra, vestito di veste bianca ed hanno timore e sono  stupite.

Amico  mio, io sono sorpreso dalla  varietà  dell’uso dei termini che indicano  l’atto reale  di  vedere (anablepoo/ sollevo gli occhi e guardo fisso;   theooreoo/ scorgo e contemplo oraoo/ miro ) e dal loro attonito stupore con timore espresso da  ekethambeetheesan.

Ancora di più sono sorpreso dalle  parole del giovane: mh ekthambeiste/non  state stupite ed impauritevoi cercate Gesù  il Nazzareno il crocifisso!.

I due enunciati  semplici, coordinati, mandano due messaggi che mostrano il risveglio di uno e la sua non presenza nel luogo  mediante una prima enunciazione  affermativa con   hgerthe  -da egeiroo/ sveglio desto– aoristo passivo  che  vale fu risvegliato,  da sempre tradotto è risorto,  che sottende il fatto della non presenza subito poi marcata ; e una seconda, negativa, con  cui si nega che sia lì /ouk estin oode, il corpo  che lì era stato deposto, indicato ad una persona, ide o topos opou  ethhkan auton / vedi il luogo dove era stato posto!.

Segue un enunciato iussivo per altre donne:  upagate  eipate oti mathetais  autou  kai toi Petroioi,  che introduce una proposizione dichiarativa  oti proagei umas  eis thn Galilaian/ che (lui, quello che si è svegliato e non è lì)  vi precede in Galilea!. Professore   il testo marcino sottende, dunque,  che la persona non presente più  nel sepolcro, come corpo,  è altrove, in Galilea a distanza  di oltre 100 chilometri?! una cosa che succede varie volte nella vita di Apollonio di Tiana secondo Filostrato, come  lei ha molte volte mostrato  – scompare a Roma e riappare a Pozzuoli dopo giorni o si eclissa da una parte per ricomparire in altre zone e alla fine della vita scompare  e neanche si ritrova più  il suo corpo! -cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth –

Il riferimento ai discepoli e a Pietro, loro  capo, col pronome personale  voi, in poliptoto umas e umin, da parte del neaniskos- divenuto nella tradizione cristiana,  aggelos-  sottende già una gerarchia accettata  quando all’epoca  si sa del primato di Giacomo/ Jakobos, fratello del Signore/kurios, e dei successori gerosolomitani fino alla galuth adrianea !  Perciò, amico mio, comprendi che  nel testo marcino in esame si tratta di  un convegno, già prestabilito prima della morte,  per cui il neaniskos testimonia il ricordo, infatti afferma che  Gesù il risorto/risvegliato-  colui, che si è  alzato  dai morti – attende in Galilea, là lo vedrete, come vi ha detto.

L’uso del futuro  per la visione e dell’aoristo  per il  ricordo fissato  esprime il fatto reale dell’accadimento dell’incontro presenziale in Galilea, inizio e fine del movimento messianico, luogo, però, di diffusione  del Keerugma  evangelico della morte e resurrezione del Maestro,  uomo dio, figlio di Dio!

La conclusione dello pseudo Marco  alle donne impaurite e sbigottite,  evidenzia la volontà di andare via (ecselthein) e di fuggire (phugein )e di non dire niente a nessuno (oudeni ouden eipein). L’evangelista mostra lo spavento  delle donne con ephobounto gar( infatti esse erano spaventate).

Professore,  lei ha parlato spesso della conclusione di Marco con gar e non è qui il caso di ripetere !.Comunque,  ho compreso che   le donne, dopo la fuga, restano chiuse nel silenzio,  essendo piene di tromos kai ekstasis/timore e spavento.

Marco, sono contento che sono riuscito a spiegare l’inizio del 16, il cui epilogo  è sicuramente di altra età! Infatti il Vangelo marcino si chiude con gar :   non esiste né nel codice Vaticanus né in quello Sinaiticus l’epilogo grande ( e nemmeno quello piccolo): non può essere un caso che ambedue li omettano…

Questa aggiunta /parathhkh deve essere probabilmente del periodo di Basilide  ed è di fonte alessandrina perché fu immesso come parte finale del Vangelo (codici copti, greci, etiopici ed armeni)  anche perché la testimonianza su Gesù  (Flavio, Ant. Giud. XVIII,64) è dello stesso linguaggio, diversissimo da quello precedente.
In risposta a Basilide probabilmente  il presbitero Aristione aggiunse la conclusione di Marco,  già conosciuta da Giustino, da  Taziano e da Ireneo, un’altra versione della sepoltura e della resurrezione!.
Tutti questi ormai la consideravano come parte integrante del vangelo di Marco, compreso 16, 1-8…
Sembra che tutto il 16 sia di questa epoca e non solo quella parte del Keerugma (come anche l’incipit  evangelico senza figlio di Dio) …
Infatti Flavio dice: ephanh gar autois trithn ekhoon  hmeran palin Zoon, toon theioon prophhtoon tauta te kai muria thaumasia  peri autou eirhkotoon /dicono  infatti che a loro apparve  di nuovo vivente, avendo i profeti di Dio preannunciato queste ed altre innumerevoli cose divine, meravigliose,  su di lui.
Lo pseudo Marco  scrive -16,14-  : usteron anakeimenois autois tois endeka ephanhroothh /Poi apparve agli undici, mentre stavano a cena.
Non inganni il diverso verbo in quanto il significato è eguale: aoristo passivo di phainoo con l’aggiunta di palin zoon corrisponde  a phaneroo  appaio (quindi apparve) che all’aoristo passivo debole vale si mostrò (si fece noto;  si fece vedere vivo, si manifestò)…
Solo la chiesa cattolica considera questa porzione sacra e  ispirata dallo Spirito Santo  ma  le altre chiese, specie i protestanti sono dell’avviso di ometterla….
La seconda parte quella del malkuth  ha shemaim , cioé della parte che si riferisce all’azione del Mashiah  è da vedere come uno sviluppo del Matthaios aramaico: non per nulla solo in Marco si trovano 2 volte rabbi (10,51; 14,45) ed una sola volta anche se viene, varie volte, usato al nominativo,   O didascalos, oppure il vocativo didaskale (10.17,35, 12.13,19; 13,1), oppure  en thi didachhi (8.11,18.9) e molte volte il verbo didaskoo.
In effetti, però, neanche qui è realmente presente il termine rabbi/ rabbouni ma si rileva che  il suo uso deriva non tanto dalla  funzione di Gesù quanto dal suo potere nell’esorcismo e nel fare miracoli/ paradocsa: l’exousia gli deriva dalle opere non dalle parole: Lui non è un rabbi ma un facitore di opere paradossali….(cfr. 11,27 e ss.)!
Tutta questa parte deve essere datata  con una certa sicurezza dopo il trionfo di Tito e di Vespasiano;  tutto il capitolo 13, se letto attentamente indica che l’autore conosce i fatti.

La predizione non rimarrà pietra su pietra, si leverà nazione contro nazione, regno contro regno, l’abominio della desolazione/ to bdelugma ths erhmooseoos, e specie gregoreite!- verbo del vigilare nelle forme  di blepein  vedere  e agrupnein  essere desto – sono tipici della Apocalisse, come il vegliate ( 13.33-37), comune a Matteo (24.42, 25.13-15) e a Luca (19,12).

Professore, dunque, il testo marcino greco (14 e 15 ) narrante  l’arresto, i due processi,  la passione, la morte e  sepoltura  non è spurio, ma pars di un testo aramaico conservante la storia di un martire  nazionale, che, però,  professa il suo credo in koiné  –  il suo credo-12,29  Akoue Israel,kurios o theos hemoon kurios eis estin/ascolta, Israel, il signore nostro è l’unico signore!

Marco, per noi questo significa che dopo la  repressione adrianea, in Alessandria, si crea il mito di Gesù cristiano sulla base del  pensiero  già esistente di Filone e di Paolo di Tarso oggetto di studio nei  didaskaleia alessandrini  in contrasto forse con la cultura neoplatonica di Ammonio Sacca e  degli gnostici (cfr. Chritospooiia e theopooiia) .

La fabbrica di Christos e di Theos potrebbe iniziare con l’evangelizzazione  secondo Marco che mostra la venuta del Figlio dell’uomo e la similitudine del  fico connessa con Matteo (24.29-36 )e con  Luca (21.25-33), da lei espressa in altra  sede?

Marco,  altrove ho parlato del sepolcro vuoto trovato dalla Maddalena,  da cui Gesù aveva cacciato sette demoni (Marco,16,9 )-a cui  appare la prima volta  e poi agli altri a cui indica la Galilea come ultimo punto di incontro, là dove il risorto    prima di ascendere al cielo e di sedersi  alla destra di Dio padre,   dà agli apostoli la missione del Keerugma.

Lo pseudo Marco chiude, infatti, una prima volta ( 16, 9-20)  con una chiusura piuttosto lunga il suo vangelo,   indicando, oltre al rimprovero del maestro per l’incredulità e durezza di cuore dei discepoli,  i segni  della necessità del loro andare  come inviati nel mondo a tutte le creature,  a  propagandare di averlo visto  vivo e risuscitato in quanto datore in futuro  di  salvezza/sooteria  – secondo già una collaudata e schematizzata precettistica!-: chi crederà  e sarà battezzato sarà salvo /pisteusas kai batptisteis , soothhsetai, ma chi non crederà sarà condannato /o de apisthsas  katakrithhseta ! Professore quali sono i segni?

Per lo pseudo Marco i seemeia per i credenti sono quelli noti paolini: nel mio nome  cacceranno  i demoni, parleranno nuove lingue,  prenderanno i serpenti,  e se berranno qualcosa di mortifero  non recherà loro alcun danno, imporranno le mani ai malati guariranno/ en tooi onomati mou daimonia  ekbalousin, glossais laleesousin kainais, opheis arousin, kan thanasimon  ti  pioosin  ou mh  autous  blapshi, epi arroostous kheiras epithhsousin  kai kaloos eksousin.  

Professore,  è una precettistica tipica del II secolo come quella di oikodomhsoo/  fonderò  ed è, ora,  comune all’ecclesia di Efeso e di Alessandria!

 Marco,  questo è  il racconto epilogo  del testo marcino lungo,   che  chiude   con gli apostoli che partono e predicano dappertutto,  mentre il Signore opera con loro  confermando  la parola coi prodigi di accompagnamento/tou logou bebaiountos  dia toon epakolouthountoon shmaioon!  

Qual è l’epilogo breve

E’ un testo di quattro righe più amhn. Esso sottende  che  le donne  -ma potrebbero essere anche  indefiniti altri! –  annunciarono in modo abbreviato  tutte le cose riferite a Pietro e a quelli intorno a lui al fine di riconoscere col primato petrino romano l’ apostolicità delle altre sedi -. cfr. II mito di Pietro

Marco, suntomoos  rimanda al compendio e quindi fa pensare ad epitomatori  greci del  II secolo  che scrivono  per uso didascalico  ed anche ad Eutropio scrittore latino del IV secolo  autore di un Breviarium  sotto l’imperatore Valente,  e può sottendere l’idea di una chiesa romana, all’epoca ancora sotto Antiochia, sede primaria con quella di Alessandria,  mentre sta sorgendo quella di  Costantinopoli, in relazione all’invito diretto da parte di Gesù stesso a predicare da oriente  fino ad occidente to ieron kai aphtharton keerugma ths aiooniou sooterias/il santo ed incorruttibile  annuncio della salvezza eterna.

Professore, lei in altri tempi, marcando l‘annuncio  santo ed incorruttibile della salvezza eterna  ha operato alla definizione della  parola finale aramaica di amhn. Vuole aggiungere qualcosa

Marco,  Serve a qualcosa? Serve a  qualcuno? In Italia?   Non serve, amico mio! Nessuno legge, tutti parlano  anche gli scienziati! I  virologi fanno impazzire il povero Mario Draghi, ben intenzionato a razionalizzare, mediante la digitalizzazione  il sistema e a creare nuove strutture  per svecchiare l’apparato  burocratico, civile,  amministrativo e giudiziario italiano, a cambiare il metodo stesso politico … servendosi di franchezza comunicativa !  Cosa posso fare io, povero  vecchietto! Posso solo consigliare la lettura di La  lunga lunghissima storia di amen!.

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Di un ordine femminile soppresso nel 1572

Di un ordine femminile soppresso nel 1572

Il presente articolo è un vecchio lavoro di traduzione, fatto dopo una ricerca di archivio.

Lo propongo così come l’ho tradotto negli anni settanta!

Ho ricopiato quanto ho trovato in un quaderno scritto,  a matita, e dopo molte incertezze,  lo pubblico perché lo considero, comunque, non degno del mio impegno storico attuale e nemmeno del mio consueto stile: non vorrei apparire  simile ad uno scrittore del II cinquecento ancor incerto tra delectare docere, del subito dopo l’evento controriformistico, nel clima  di guerra cristiano-musulmano!.  

Ho lasciato alcune frasi, forti, anche pornografiche, allora usuali che mi sembravano  inizialmente troppo piccanti, inutili ai fini della vicenda, ma poi  sono state considerate necessarie  per evidenziare la corruzione del clero perfino  in epoca tridentina  e per denunciare un fatto, condannato,  all’epoca, dal Pontefice stesso, che  sopprime l’Ordine di clausura nell’ascolano.

Ecco la traduzione

Nell’anno del Signore, MDLXXII (1572),  in una località imprecisata- testo abraso – del Piceno ( Ripatransone?) fu soppresso un ordine di monache di clausura, per ordine del papa Pio V.

Questo è l’incipit di un relazione  scritta da un prelato per la curia papale come atto di accusa in cui si rivela  quanto accaduto   e sono precisati i luoghi  e i nomina dei protagonisti.

Era accaduto che  un sacerdote di  Offida, avendo preso tra le vedove una suora,  incinta di 8 mesi, l’avesse fatto partorire, grazie al suo personale impegno, e l’aveva sistemata  nella canonica, provvisoriamente, dopo la Nascita di un bel bambino.

Il relatore,   dopo indagine,  riporta i fatti, indulgendo ad una descrizione minuziosa di come si verificano, facendo partecipare anche chi deve giudicare!,

Infatti scrive: Il sacerdote venne a sapere che il bimbo  era frutto di un rapporto della suora, tale  Domenica Pupilli di Grottazzolina e del suo Confessore, un trentenne frate francescano,  tale Padre Gesualdo Guglielmi.

Questi, dopo la morte del precedente padre confessore, era diventato l’amante della madre badessa, di nome ignota, che era già stata la donna del vecchio precedente confessore, che viveva nel paese, in cui era il monastero.

Padre Gesualdo era uomo, scuro di carnagione, un mulatto, aitante e piacente,  che, scaltramente cercava di entrare nelle grazie della madre badessa, anch’ essa donna bella, trentanovenne,  incapace di controllare la  propria sessualità, dopo la tresca col defunto frate.

Aveva, perciò, dopo qualche mese, confessato al nuovo confessore la sua relazione  con una consorella, giovanissima,  e chiedeva l’assoluzione per il  suo rapporto omosessuale.

La relazione  è in più punti abrasa , ma  invia un preciso messaggio: Il confessore gliela negava recisamente, dicendo che lui, da uomo, non capiva nemmeno quello, di cui  la donna parlava, e che aveva bisogno di prove concrete per poter dare la giusta penitenza.

Passarono giorni prima di convenire per un incontro nella cameretta della Madre badessa, in cui si tenevano i convegni  tra  le due suore, che si univano  in amplessi omosessuali, proibiti.

Il frate ebbe la possibilità di stare in una camera accanto. semiaperta,  e di vedere le effusioni amorose delle due suore che, nude,  si  mostravano frenetiche nella ricerca del piacere: pur sapendo di essere spiate, sembravano ancora di più eccitate, come per provocare un maschio!.

Padre Gesualdo  osservò tutto e, nonostante l’eccitazione provata, si contenne, richiuse lentamente la porta ed uscì, mentre le due ancora erano impegnate nella loro focosa relazione amorosa.

Ci sono parti abrase ma  il senso è chiaro:

La confessione del peccato ora ebbe  l’assoluzione con  penitenza e con le dovute preghiere di rito: il frate disse che lui personalmente diventava strumento punitivo di Dio, che voleva la purificazione dei corpicon dolore!.

Perciò lui, sebbene indegno,  doveva  punire la lussuria  prima della badessa poi della consorella, facendo un’operazione dolorosa, mediante la penetrazione del suo membro, posto in podice /nell’ano  delle due penitenti, che così scontavano la pena di peccare contro natura.

Padre Gesualdo mostrò loro la necessità di tornare ad essere le spose illibate, le agapete di Cristo!

Ordinò loro, nel frattempo, di portare un cilicio adatto,  che lui stesso  dispose sui loro due corpi, nudi, dopo averli toccati minuziosamente  in ogni parte, anche in quelle intime.

Fu un’operazione lunga, separata: prima la giovane, che ebbe anche una minuziosa esplorazione vaginale, seguita da un cunnilungus che fece quasi svenire la virgo/vergine  per il piacere; poi, la badessa, spogliata con le proprie mani, accarezzata perfino sui  corti capelli, fatta piegare inizialmente, in modo che la donna  mettesse le mani aperte tra le sue  gambe, all’indietro,  per poi lentamente rialzarla  e  tirarla  verso di sé,  così da comprimere i seni turgidi contro il proprio petto maschile, in un abbraccio vigoroso.

La terza  cartella  molto corrotta, comunque, porta scritto :

Il frate, qualche giorno dopo, a notte fonda,  entrava nella camera dove erano le due donne,  nude e  pronte, col culo all’insù.

Nel massimo silenzio  Padre Gesualdo fece la doppia operazione penetrativa, essendo l’una  accanto all’altra, mettendo in un tempo di attesa l’una, mentre  faceva  godere l’altra, dosando le proprie forze, frenando il suo istinto,  consapevole di essere uno strumento della collera di Dio.

Mentre l’una godeva, l’altra pregava dicendo Ave Maria e Kyrie eleison, e il frate chiudeva  con Amen, Gloria in excelsis Deo.

Il frate si accorse che la madre badessa nella tensione afferrava le sue mani e se le metteva sul davanti,  sul clitoride, in modo da  avere anche lei  una continua eiaculazione,  tanto da  torcersi per il piacere,  favorendo la penetrazione, essendo già abituata a quel tipo di perforazione; la giovane  sorella, invece, provava dolore e stava rattrappita, muta,  e neanche osava emettere un lamento per la paura e subiva la pena, pregando Dio,  dicendo  anche Pater noster, sperando che l’uomo  si soddisfacesse il più presto possibile.

La madre badessa in confessione confidò al frate che la penitenza di padre Romualdo, il vecchio confessore,  era diversa: consisteva in fellatio,  punitiva, contraria alla pratica del sesso innaturale, che era, comunque, cosa gradita a lei e all’uomo,  anziano, che astutamente  così si preparava ad avere turgido e duro il cannoncino per la penetrazione.

Il Frate, allora, fece  allestire una stanza per la penitenza  in un angolo del convento, lontano dai possibili sguardi di estranei dove la madre badessa poteva punire le suore per i peccati secondo le esigenze  e le modalità precedenti, adottate saggiamente dal  vecchio confessore.

Padre Gesualdo volle mettere, perciò, alla prova quanto diceva la madre badessa e si presentò  una sera, verso la prima hora della seconda vigilia nella sua stanza, non in quella delle penitenze.

La donna era già nuda ed aveva preparato una  sedia episcopale,  alta  su cui fece sedere il frate, che, già eccitato, mostrava il suo pene  dritto, grosso.

Lei si  inginocchio ai suoi piedi e con le mani  agitò un po’ e scapocchiò l’uccello, e lo baciava sul glande  e sulla corona, proprio  là sotto, dove c’è l’innesto con l’asta del pene,  che subito diventò rossa e si dilatò ancora di più.

Con abilità la donna schioccava la lingua, facendola  girare intorno al membro maschile e poi, con la mano s’infilava quanto più poteva tutto l’organo maschile  dentro la bocca, dando   gioia immensa al frate, che chiudeva gli occhi e sembrava muggire.

La monaca, allora, capita la situazione,  di scatto  si tirava  indietro, con la bocca,  e saltava con un balzo sopra le gambe dell’uomo  e si ficcava dentro  la sua vulva,  aperta, il pene, agitandosi, e muovendosi, comprimendo il petto,  baciando freneticamente,  in faccia, l’uomo, che ora le  si avvinghiava.

Il frate non ebbe neanche il tempo di  controllarsi  e frenare quella furia  di donna e si sentì esplodere per il piacere e, con forza, alzò la badessa  avvinghiata,  si separò dall’amplesso e la spostò al suo fianco, mentre due schizzi di sperma colpirono la parete del muro di fronte.

Basta disse il Frate e  si ricompose, timoroso che qualche goccia dello sperma fosse rimasto dentro la vulva della donna, avendo visto gocciolante il suo membro.

Il relatore ora aggiunge notizia circa l’identità del  frate: Chi era padre Gesualdo?

Il frate era nato da un relazione tra una  certa Porzia ed  Alessandro il Moro, duca di Firenze, figlio naturale, a sua volta, di Papa Clemente VII, morto nel 1534, dopo undici anni di pontificato, frutto di un rapporto   tra il cardinale Medici e una mulatta amerindia.

Padre Gesualdo,  il cui nome  era Giulio, adottato da una famiglia picena, aveva fatto rapida carriera  tra i francescani.

Da piccolo aveva saputo il 6 gennaio 1537 della morte di suo padre Alessandro, in un postribolo,  ed aveva conosciuto perfino l’uccisore  Lorenzino dei Medici e lo stesso Cosimo I dei Medici, successore del padre nel ducato fiorentino…che lo tennero in convento,  anche se sapevano  che  lui era l’erede del ramo principale  legittimo mediceo, imparentato con l’imperatore Carlo V,  pagando somme di denaro…all’abate.

Seguono i timori della coppia, ben descritti dal relatore…

Il frate temeva, perciò,  che la sua passionalità  potesse   rovinare la sua carriera ecclesiastica  ora che vigevano i canoni di Papa Paolo IV che, a Trento, aveva fatto giurare la nuova fides catholika, nel 1563.

Il frate sapeva che le regole della controriforma erano rigide, specie in materia morale, sessuale, e che già erano applicate in ogni convento, dove erano escluse le donne!

C’erano in convento  solo le icone della Madonna con bambino!

Padre Gesualdo, anche se pregava la madre di Dio, comunque,  ora era divenuto un oggetto nelle mani della badessa, che sapeva come punire non solo le sue suore, ma anche il confessore, ormai  dominato dalla  lussuria della donna, che, nella stanza della penitenza, aveva allestito una camera di supplizio, con  vari tipi di cilicio e di cazzi di legno di varie dimensioni, per le suore che non obbedivano.

Il frate, comunque, divenne, col consenso della badessa, lo stallone di 15  cavalle, consorelle, il montone di tutto il gregge del signore.

Qualche mese dopo, però, ci fu l’incidente di sorella Domenica la sedicenne  rimasta incinta: decisero insieme, lui e la badessa dopo lunghe discussioni, tra abbracci ed accuse reciproche, di cacciarla dal convento, come difesa del buon nome delle religiose ag(ostiniane?)…

Prima della decisione sofferta, la madre badessa e il padre confessore furono presi dal panico: si vedevano additati al pubblico disprezzo, disonorati; vedevano la loro carriera finita e sentivano l‘anathema episcopale con la condanna ad essere murati vivi, separatamente!.

Piangevano da soli ed insieme: neanche si guardavano.

In tale stato di animo, esagitato,  i due, dopo infiniti incontri  segreti, senza sesso,  decisero, prima, di  segregare  la consorella, poi  di rinviare a casa la giovane ed infine  di uccidere il figlio, alla nascita, dando denaro alla donna  perché non dicesse mai l’infamante verità.

Il relatore nella quarta  carthula  descrive la fortuna di essere quaresimalista  e dice:

per fortuna, il frate confessore era stato chiamato ad Offida, un paese poco lontano,  come quaresimalista,  da un sacerdote secolare, riformato.

Le prediche (erano)…molto seguite dai populares offidani, condizionati dalle scene infernali,  evocate  dalle orribili visioni apocalittiche del frate: la sua retorica era altissima  e il tono di voce, roboante,  chiudeva il discorso ora pacatamente come lo sciabordare dell’onda marina sulla spiaggia, ora, invece, come un fiume in piena, attirando l’uditorio,  che stava a bocca aperta ad ascoltare il francescano nella chiesa di S Maria!.

ll prete e il frate divennero amici, facendo cena insieme e bevendo vino: si raccontavano la loro vita e il loro essere sacerdoti e cominciarono a  confidarsi.

Il frate in confessione disse il suo peccato e il prete inorridì inizialmente, ma ancora di più fu sorpreso, quando sentì che si voleva compiere un infanticidio.

Perciò, assennatamente, prima di licenziarlo e pagarlo per la belle prediche  sulla Quaresima,  il prete  fece la sua proposta  di ridurre allo stato secolare la suora e di affidare a lui il bambino appena nato  da allattare dalla stessa madre, nella sua casa  parrocchiale.

Il frate abbracciò il prete per la soluzione del suo problema,  lo ringraziò, diede denaro per far crescere il figlio (Domenico), con la promessa di mandare madre e bambino presso di lui prima possibile.

L’ultima pagina  tratta dell’inimicizia sorta tra i due ministri di Dio.

Qualche anno dopo il frate e il prete, non più amici  a causa di un litigio per un terreno, regalato da un nobile benefattore alle monache, anche se era stato  promesso al sacerdote,  divenuto parroco di una pievania vicina, si …erano scontrati in un pubblico giudizio.

Il prete, avido, decise di vendicarsi e di  denunciare il fatto della nascita del piccolo mulatto al Vescovo e di portare come prova la giovane ex suora  vivente ora nella parrocchia con Domenico ed altri suoi figli, nati da rapporti con altri uomini.

Seguì un sommario processo canonico e alla fine ci fu la soppressione delle suore di clausura, poco dopo la battaglia di Lepanto il 1 ottobre del 1571.

Il vescovo della diocesi aveva informato del fatto il cardinale Felice Peretti da Montalto ( futuro Sisto V) e questi, uomo ligio al dovere  controriformistico, fece regolare denuncia.

La relazione si chiude con la condanna di papa Pio V e la successiva punizione del frate.

Esaminate le carte e fatto il processo, canonico,  Pio V, decisa la  chiusura dell’ ordine, si occupò  del trasferimento del frate in altra sede, in una diocesi romana: fece tutto con diplomazia, non potendo correre il rischio di contrasti col duca di Firenze e col re di Spagna!

Non si poteva  pubblicare tutta la storia della nascita  illegittima di Alessandro il Moro, della sua vita  di libertino gaudente, delle sue numerose amanti, e neanche della sua morte: si decise il silendi strategema;  tacendo, il silenzio, col tempo, copre ogni cosa!

La  vicenda del confessore,  dato il suo nome e considerata la sua abilità retorica, doveva essere oscurata, nascosta: il suo nome rimase anonimo!

La chiesa non avrebbe avuto macchie! Il buon nome del clero doveva essere salvaguardato!

Il frate, comunque,  venne  tenuto recluso e,  per un  periodo, breve, di penitenza e di astinenza,  fece esercizi  gesuitici!

Finita la reclusione, il frate, con un’anima rinnovata,  con lo spirito  da neofita, tornò tra i confratelli e poco dopo ebbe la nomina  a Nunzio Vicario  nelle Americhe, dove morì agli inizi del 1600, a Lima.

In fondo, in  scrittura minuta,  c’era un  lungo Post scriptum, di altra mano,  da me tradotto sulla buona condotta del frate in America:  c’era scritto che Padre  Gesualdo in America diventò un integerrimo esecutore di ogni regola controriformistica, pur rimanendo sempre  vicino alle popolazioni mulatte, in considerazione della sua stessa pelle scura.

Era stato  un perfetto esecutore delle theorie di José de Acosta, suo venerato superiore diretto.

Questi,  poco prima, aveva formulato  una teoria  di classificazione di tutti i  popoli, compresi  gli Incas  e gli Aztechi, che venivano suddivisi  secondo le caratteristiche tipiche,  in modo da orientarli, a seconda della razionalità e funzionalità  personale, esaminate nella storia della stirpe e di quella individuale, a seguito delle loro azioni.

Un vero gesuita era José de Acosta!

Da tale discriminazione, rilevabile non solo  nella forma istituzionale, preesistente l’arrivo  degli Spagnoli,  ma anche nei comportamenti individuali,  De Acosta derivava una tripartizione, a suo dire, oggettiva, scientifica.

Al primo posto  c’erano gli Europei, di razza bianca, da Dio stesso creati come principi sulla terra di ogni creatura, perché senzienti, razionali e capaci di costruire sistemi articolati  e forme di stato di vario genere.

In tale gruppo di dominatori  includeva anche i cinesi e gli orientali, considerati popoli di civiltà superiore, noti  grazie alle relazioni di padre  gesuiti come  Matteo Ricci e  Francesco Saverio e altri missionari.

Al secondo posto poneva  i Messicani che avevano costituito un sistema articolato imperiale come quello azteco, annientato da  Hernan Cortés e i Peruviani che avevano creato il regno Inca, distrutto da Francisco  Pizarro.

Infine  erano   posti  tutti gli altri amerindi, nativi, come selvaggi  incapaci di essere ordinati secondo sistema, viventi come bestie, anche se senzienti e sentimentali, uomini da educare civilmente e moralmente, progressivamente, secondo graduali processi di ispanizzazione, in conformità alla cultura e religione cattolica tridentina.

Non c’era  scritto altro nella postilla!

Personalmente mi sono sempre chiesto come  poté vivere,  a Lima, Gesualdo,  il quaresimalista, il confessore, il nipote di un papa?

Probabilmente la sua vita  di Alto prelato sudamericano fu come quella di prima: visse  circondato  da donne (monache e non)  in America latina, cercando di apparire un buon  ministro di Dio!

Angelo Filipponi. Commenti ai Vangeli

Ho voluto, Marco, raggruppare gli scritti circa gli evangelisti, i loro vangeli e quello di Giacomo e Paolo – estranei alla tradizione evangelica  cristiana- al fine di un tuo disegno di un libro  sul Regno  dei Cieli e sul Regno di Dio, distinti storicamente,  in relazione ai diversi momenti di scrittura, connessi con gli episodi reali di accadimento dei fatti, avvenuti nel periodo 32-36 d.C. , ma trascritti in epoca flavio – antonina, dopo una lunga fase di Oralità e di Scrittura, aramaica e greca, infine, revisionata in Ambiente Alessandrino,  sotto Antonino il Pio e Marco Aurelio.

Ho scelto per  orientarti nella  lettura evangelica  secondo la mia personale  angolazione storica, da cui, comunque, sei libero  di fare ulteriori selezioni, ed anche divergere con qualche tuo  eventuale scritto, a seconda del tuoi propri indirizzi, avendo già tu una tua reale formazione vetero-neotestamentaria.

Mi piacerebbe che tu,  sulla base di questi scritti, facessi  non più  un’ intervista, non più come discepolo, ma, come maestro capace di orientare  gli altri nella ricerca, cominciassi ad indicare un possibile iter ai tuoi compagni ed anche a me che seguo il tuo lavoro:  la tua visione,  ora, potrebbe dare risultanze nuove per un’ altra lettura, che ha  qualche punto  fisso di partenza, comune,  fondamentale per ulteriori indagini.

Ecco i titoli degli articoli selezionati, oltre ai tre iniziali (Nonno, raccontami!, Io sono qui, di nuovo in ascolto, Nonno seguita, io seguo!) :

Giacomo e Paolo;

Il messia mancato;

Oralità e scrittura dei Vangeli;

Gesù, Meshiah aramaico, methorios o politikos;

Gesù Christos;

Betsaida e Cafarnao;

Il quadrante della vedova;

Un’altra lettura dei dieci lebbrosi;

Parabola del Fariseo e del Pubblicano;

Denuncia e consegna di Gesù;

Anania e Saffira;

Una matassa aggrovigliatissima;

Luca e il vissuto reale di Gesù;

Crucis ofla/pendaglio da forca;

Qual è il “sondergut ” di Luca e quale quello di Matteo?;

La lunga lunghissima storia storia di Amhn;

Marco 16, 9-20;

Il vangelo di Luca e gli amministratori;

L’arresto di Gesù;

I Vangeli  e loro datazione;

Ossequio formale/upourgia  e Vangelo di Marco ;

Christopoiia  e Theopoiia;

Gesù e la samaritana al pozzo;

Il “corpo” di Antigono.

La predicazione di morte e resurrezione del Christos ;

E’ credibile una ” lettura letterale” di Gesù vivente? ;

L’ Ascensione al cielo del Christos ;

 

Marco,  Buon Lavoro!