Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù, sembra raggiro, non sapienza. Fozio, Gnoomai, 245.
Ho sempre pensato che il Dio cristiano avesse più una connotazione militaristica e tragica – in quanto è un dio arcaico ebraico – piuttosto che universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….
Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano, è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia: vede solo nel Theos, Jhwh sebaoth dio degli eserciti, il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…
Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e Lattanzio) innesta, grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione, che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…
Il Theos giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos nella costruzione della storia privata e collettiva.
Con thaumasia/miracoli e terata/prodigi il theos scardina la normalità di vita, sconvolge ed abbatte il regolare flusso temporale di vita, storico, e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge, dimostrando di essere il solo padrone della storia e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime…
L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto, stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria ubris/superbia di creatura rispetto al creatore…
Questo avviene non solo nei processi storici e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli accadimenti naturali come maremoti, terremoti, eruzioni di vulcani, inondazioni, glaciazioni, e nelle staseis rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati ecc…
Non solo ai vertici delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare il theos applica la sua legge indistintamente accomunando tutti i mortali, nati per morire.
Ogni creazione stessa umana è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la riconosciuta geniale perizia…
Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile, rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…
Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore del to olon universo, e del to pan/il mondo conosciuto terreno, ellenistico e barbarico costituito da tutti viventi (piante ed animali)?
Si parla, comunque, di un Theos ellenico, dei contadini della beozia dell’Vlll secolo, di Esiodo che parte dal Kaos (Teogonia, 116 – prootista Kaos geneto –) che però dipende dai culti accadici ed hurriti, derivati, anche loro, dal RgVeda…
Esiste, dunque, kosmos con armonia: un sistema costruito ordinatamente e meravigliosamente dalla mente del Theos, a vantaggio dell’uomo, razionale e loquace, principe rispetto agli altri elementi irrazionali e muti del creato?
Ma, ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano sugli altri ?!
Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta dall’alto, ma solo principato di una specie. La pronoia di un Dio, giusto distributore di sorti, potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino, da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti e ai climi e al suolo stesso e alle diverse latitudini.
Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente senza merito e casualmente, tipica dell’uomo e di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?
Se il pianeta Terra è, nel sistema solare, con la sua Luna, solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici – come riteneva il mondo antico – ma mondi dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare, perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?
Tra i tanti elementi antitetici, contrastivi e contraddittori, connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso verso la spiritualità come elevazione morale, ektheosis/indiamento (una sorta di unione estatica dell’uomo con Dio) e telioosis/perfezione, disgiunta nettamente dalla realtà umana popolare, volgare e materialistica, discriminata come ilica, mi piace sottolineare come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri del romanzo e della tragedia.
Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento straordinario privato.
Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere come cultura individuale, come famiglia, come relazione sociale, come possibilità di proiezioni in varie direzioni, anche in senso commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque, moderata fiducia e speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.
Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale costruzione, convinto del suo genio creativo, che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina, perché educato religiosamente come figlio di Dio, padre, di cui ha sacro timore, secondo la tradizione giudaica.
Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.
In latino il concetto retorico di aprosdoketon è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è Marziale che lo usa – facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come di un fulmineo colpo di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.
I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente e gli altri legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…
Dunque, aprosdoketon è usato specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica e vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che l’autore del Peri upsos parla di Ekstasis/fuoruscita di mente.
Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica, fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.
Dio, secondo Paolo (1, Corinzi) confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte, per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta, tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….
Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21, 33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi… – Matteo, 20, 16 -.
È una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti, che la conquistano con una vita di sacrifici e di dolore, a seguito di profonde lacerazioni materiali, pur circondati dal male e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.
Ora per noi cristiani la Storia con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali, è nelle mani di Dio, che ne è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice, che guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota, mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale…
Peripeteia deriva da peripiptoo che vale cado circondato (sottende “da nemici” o “da onde del mare” o “da fuoco”, oppure da altri elementi pericolosi).
Dunque, peripeteia rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba, cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza, e grazie a fortunate coincidenze…
Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente cioè dalla similitudine alla metafora e religiosamente al gioco simbolico ed allegorico sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.
L’artificialità classica poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione e risulta rito ripetuto, specie da masse guidate da un sacerdote, trasforma i due termini da elementi complementari e formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte in un unicum…
Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena, Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale, la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…
Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda la luce come tenebra e con esso la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos, ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…
Allora, così circondato, io-mortale – al quale il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza – sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore, venuto perfino a salvarmi su questa terra, a redimermi da peccati originali, ma al Caos datore di Bios vita e di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano e si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.
La presenza oggettiva di male come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos mi turba tanto da farmi pensare che ogni disarmonia, ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle idee rappresentative del mondo terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.
Un ribollire caotico di pulsioni primordiali è preferibile, come concezione, ad un kosmos classico giudaico/cristiano…
D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza, con la Bibbia, con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica, e con essa la retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare e dilettare e di insegnare l’esercizio della mimesis/ imitazione dei modelli, paradigmi di vita teatrali.
Ambedue, comunque, dipendono culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.
Genesi 1-2 sembra dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo – (cfr. P. Meriggi, Atenaeum, XXXI, 1953, pp.101-103), come anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus: in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…
La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…
In Rg., X, 129, infatti, si legge – cfr. R. Panikkar, I Veda, BUR, 2001 -:
In principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? Dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era. Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse... – cfr. Creazione del mondo, www.angelofilipponi.com –.
Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos, in cui ogni uomo è stato informe e a cui personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere, indistintamente, nel vuoto assoluto, io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…