Specta, iuvenis, et omen quidem dii prohibeant; ceterum in ea tempora natus es, quibus firmare animum expediat constantibus exemplis/Esamina, o giovane, e che gli dei tengano lontano da te il triste augurio, tu sei destinato a vivere in tempi tali con esempi di forza obversis/vani (comunque… nonostante la fermezza).
Tacito, Annales, XVI, 36
Della storia di Nerone imperatore, divisa in due parti, una positiva del quinquennio come perfetto principe 54-59 d.C., e l’altra, negativa, di un novennio di principato di un sovrano, peggiore di quella di Caligola, non è nemmeno il caso di parlare. È questa la lettura di una storiografia, basata su una visione fattuale flavia ed antonina denigratoria della domus giulio-claudia, tacitiana, svetoniana e pliniana, connessa a quella ebraica e greca (Giuseppe Flavio, Plutarco, Luciano Frontone) ed infine cristiana (Apologisti e Padri della Chiesa), che ha falsificato le figure di imperatori giulio-claudi e in particolare quella di Caligola e di Nerone. La storia di Nerone è da vedere, perciò, in relazione a precisi studi di autori, impegnati in ricostruzioni fedeli della realtà storica, di esaminatori concreti che mostrano il passaggio dalla Ees publica al Principato, come Mazzarino ed Alberto Pincherle, Carcopino ed Hengel e altri critici, autori italiani e stranieri, che hanno tentato di fare vera storia, di contestualizzare e di decodificare gli scritti di una tradizione antigiulio-claudia, di cui la mia opera è parte significativa (cfr. A. Filipponi, La conversione di Paolo, Una messinscena aramaica!?, KDP, 2022; Per un bios di Ponzio Pilato, KDP, 2022; Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2023 e specie gli articoli accademici in www.angelofilipponi.com:
- Lucius Crassius Tertius = Tertios o grapsas Paolino;
- La sacra Famiglia: un modello di reale amore!?;
- Cenide e Vespasiano;
- Vespasiano e il Regno;
- Apollonio di Tyana e Gesù di Nazareth;
- Il silenzio di Apollonio;
- Ma…chi può andare a Roma, veramente, in epoca neroniana?;
- Musonio Rufo ed Apollonio di Tyana;
- Ellenizein;
- Domus anicia;
- Il mito di Pietro.
Lucio Domizio Enobarbo, nato il 15 dicembre del 37 d.C. non ha un’infanzia felice, nonostante i natali del padre Gneo Domizio Enobarbo, militare come il nonno, omonimo, con Druso maggiore, imparentato con i Giulio-claudi, essendo la nonna Antonia maior, sposa dell’avo e la madre Agrippina, figlia di Germanico, vedova di Domizio Enobarbo iunior, quando il bambino – che vive presso la zia Domizia Lepida – ha tre anni e lei è già relegata a Ventotene, dal fratello Caligola per aver cospirato contro di lui!
Con l’inizio del regno di Claudio il bimbo eredita la proprietà familiare/oikos confiscata e riabbraccia la madre, che subito si sposa con Gaio Sallustio Crispo Passieno, “tolto” alla cognata Domizia, ricchissimo figlio dello storico, padrone anche delle terre che oggi formano il territorio dell’attuale Stato del Vaticano – 44 ettari! -. Con la zia, Domizio, puer, vivendo in solitudine, ha amore e buona educazione artistica, pur senza alcuno affetto della madre, che è presa in intrighi politici ed incappa anche nella inimicizia di Messalina, che sembra aver inviato emissari ad uccidere il bambino – salvatosi per l’apparizione di un serpente, sbucato da sotto il letto dove il piccolo dormiva – per punire l’invadente cugina! Comunque, grazie all’eredità, ha tutori e nutrici ed amici populares (barbieri, danzatori, operai, artisti ecc.) ma anche letterati come Aniceto e Berillo, non encomiabili come educatori per la loro corruzione morale, come lo stesso Seneca, che diventa pedagogo, orientandolo ai fini della conduzione dell’impero già dal 50, quando ha 13 anni, allorché lo segue, essendo stato posto a fianco del principe ereditario Britannico, decenne figlio dell’imperatore, per volontà dell’augusta Agrippina, di nuovo vedova, che ha, però, sposato Claudio, suo zio, vincendo la gara di bellezza!
Il ragazzo, pur in ambiente romano campagnolo, matura un carattere artistico più che politico, ma ha paranoie persecutorie, specie nei confronti della madre, che, avendo un suo piano di potere grazie al figlio, lo sconvolge, già come adolescente, data la sua continua invadenza coi precettori, specie con lo spagnolo Seneca, arrivista eukairos/opportunista, che lo forma secondo i canoni stoici della retorica in un ambiente come la corte, dominata da adulatori ambigui, che lo circuiscono continuamente: la pressione della madre cresce dopo l’adozione da parte dell’imperatore che, comunque, decide la successione diretta, naturale! Agrippina sa, però, del vincolo di Augusto a Tiberio e conosce l’elezione illegittima di Claudio come evento casuale e perciò, con avvocati prepara un piano giuridico per scavalcare la legittimità del principe Britannico, a favore di Domizio, figlio adottivo di Claudio e nipote di Germanico, figlio adottivo di Augusto, avendo dalla sua parte anche gli astronomi egizi, specie Balbillo, figlio di Trasillo e il capo pretoriano Afranio Burro, a cui è fatta promessa di dare ad ogni suo uomo 15.000 sesterzi. Un dono favoloso, se si pensa che un legionario prende 900 sesterzi annui! Un regalo sedici volte superiore allo stipendio annuale di un miles (cfr. Un curioso spiritoso epigramma)! Al momento della morte di Claudio, avvelenato con un fungo, alla presenza di liberti, che tacciono, viene tenuto nascosto l’evento, in modo da far acclamare imperator il giovane dai pretoriani di guardia, che lo accompagnano a Castra praetoria, dove avviene la distribuzione del denaro, ad ogni miles secondo promessa: giuridicamente Nerone maggiorenne può regnare, Britannico ancora minorenne deve attendere!
Segue l’approvazione del Senato il 13 ottobre del 54 quando Nerone, entrato in Senato, fa il discorso ufficiale, preparato da Seneca, mentre Britannico quattordicenne, per legge, rimane fuori, come minorenne, con Agrippina, donna, che, comunque, si sente già domina, reggente per il figlio! Non per nulla, Tacito inizia il XIII libro di Annales col racconto della soppressione di Giunio Silano e di Narcisso ad opera di Agrippina come preludio di una lunga serie di uccisioni, necessarie per la sicurezza del nuovo principato (Prima novo principato mors Iunii Silani proconsulis Asiae, ignaro Nerone, per dolum Agrippinae, paratur…)
Seneca, infatti, traccia, nel discorso neroniano al senato, il programma del giovane imperator, intenzionato ad eliminare la burocrazia dei liberti ministeriales, a ridare valore ai senatori, a trasformare, comunque, il principato in una reale basileia ellenistica, in un ritorno, però, ad Augusto, al fine di riequilibrare il conservatorismo senatorio con l’autoritarismo monarchico.
Gli eventi successivi, specie l’uccisione dell’appena quindicenne Britannico, sono di non buon auspicio al buon governo di un puer, ora marito di Ottavia, considerato delizia del genere umano, uomo contento a sera di aver sempre fatto quotidianamente il proprio dovere: le idee di principato felice di uno che elimina la corruzione statale, che ristabilisce l’ordine senatorio a cui vengono ridate le antiche prerogative, si rivelano contraddittorie, in quanto retorica di regime!
Inoltre il dispotismo di Agrippina diventa una vessazione continua per il giovane imperatore, sempre limitato e condizionato, anche nel rapporto con la moglie, dal precettore e dal capo pretoriano, pedine della madre, regina sovrana. Ne deriva che Nerone, volendo diventare vero basileus secondo le linee ellenistiche, inizia a rompere i rapporti con i precettori e con la madre, mentre si fa preoccupante la comunicazione con la plebe per le mancate distribuzioni di grano, durante le stagioni invernati, non essendo pagati i nauarchoi alessandrini, secondo il sistema del vecchio imperatore, mentre fervono i lavori per la costruzioni di terme e di una palestra per ellenizzare i romani, che, all’epoca, non hanno bagni, ad eccezione dei patrizi. Per Tacito (Annales, XIV) Nerone, giovane sportivo ed agonista, ha piacere di guidare una quadriga in corsa e di cantare, accompagnandosi con la cetra, gareggiando coi professionisti, non solo a Roma, ma anche, poi nelle città greche, cose che i tutori autorizzano per non perdere autorità col discepolo, aspirante ad essere simile ad Apollo e cosciente di essere caro al popolo! L’uccisione, però, a Baia della madre, delusa nelle sue aspettative di fronte al figlio-attore, citaredo, proteso ad una carriera artistica, dimentico di essere monarca, nel marzo del 59, dopo vari falliti attentati – a seguito di una manomissione dell’imbarcazione della domina che, comunque si salva a nuoto, ma poi percossa con un bastone e finita nella sua stanza dai pretoriani – è una dimostrazione che Nerone, un artista, è un matricida feroce, che ha piani non dissimili da quelli di Caligola, essendo un ellenizzato, condizionato dai tanti adulatori equestri, dai plebei, dai pretoriani fedelissimi perché strapagati rispetto agli altri militari! Dopo la morte della madre, punita anche per la difesa della nuora Ottavia, che subisce in silenzio i tradimenti con Atte e con Poppea, da Baia iniziano le sue performances artistiche, che sono rivoluzionarie trovate per l’ellenizzazione di Roma e del popolo! Ripudiata Ottavia e relegata a Ventotene, avendo ora al suo fianco, Poppea, si presenta come divinità solare, Helios, a corte, mentre ha l’idea di formare una nuova capitale, abbellita in ogni sua parte. Avendo intenzione di svecchiare i vertici politici, Nerone forma gruppi di giovani plaudenti, festanti in ogni occasione, che adorano lui, principe-dio, riconoscibili non solo dalla lunga capigliatura ma dall’anello equestre, in quanto clientes imperiali che costituiscono una squadra di cinquecento augustiani, seguiti da un corpo paramilitare di 4.000 plebei, anch’essi riccioluti, divisi in tre gruppi chiamati Neroniani.

Da giovane imperator, Nerone sempre così accompagnato, vive ora la vita romana quotidiana a contatto col popolo e con l’esercito – meglio con le squadre di pretoriani, comandate da Fenio Rufo e Ofonio Tigellino – dopo la morte di Afranio Burro nel 62 – in una volontà di essere philhllhn, cioè di fare una politica massimamente popolare, secondo la cultura greca/paideia, nelle forme alessandrine, in un desiderio di trasformare il quiritarimo arcaico romano-italico, agricolo, dominato dal senato, per creare un nuovo principato, secondo le strutture caligoliane rivoluzionarie della neooteropoiia e divine dell’ekthseoosis del theos/dio, del nomos empsuchos/legge vivente, di unico pastore del gregge umano sulla terra, di un artista, grande, apollineo, solare, capace di plasmare ogni materia e di creare un paradiso terrestre, facendo tornare l‘aetas saturnia/kronikos bios, tenendo a freno gli eccessi barbarici giudaico-parthici in Oriente, e quelli druidici gallico-britannici, in Occidente, secondo paradigmi nuovi pacifici universali! È un neos, però, educato non alla padronanza di sé, ma all’utopia ellenica democratica dei filosofi sincretici platonico-stoico-aristotelici! La sua utopia puerile non è connessa con la lezione tiberiana, fatta a Caligola, cosciente della malvagità della natura dell’uomo – che, non accettando la supremazia di un altro, anche se chiaramente manifesta, è falso nel servire e che il suo servitium è interessato, non partecipativo, rispetto a chi comanda ed è proprio di chi è costretto ed impaurito dal potere sovrano! -. Per Nerone, che sogna di essere libero ed artista, di essere Apollo, non Zeus sovrano, quindi, si prospetta un servitium, quello di un dominus–basileus non quello di despoths e kurios, in quanto deve essere sempre disponibile a litourgeiai, cioè a fare elargizioni al popolo, ozioso, che chiede, da padrone, panem et circenses!

Perciò, come democratico, inizia una riforma fiscale, congiunta con un’altra finanziaria, a seguito di una crisi economica e di una crescente inflazione monetaria, mentre vengono aboliti i dazi ed vengono imposte le tasse dirette ad ogni singolo pater familias, rompendo il precario equilibrio tra senato e popolo e tra imperator e plebe, quando già ha disfatto quello personale e quello familiare avendo già affidato il governo delle province a generali conservatori e il conflitto coi Parthi a Domizio Corbulone, poi richiamato, destituito e fatto uccidere, nonostante il complessivo successo dei suoi interventi in Armenia e la parentela – cfr. Lucius Crassius Tertius = Tertios o grapsas Paolino.
L’incendio improvviso scoppiato tra il18 e 19 luglio del 64 d.C., durato fino al 26 è una catastrofe per i romani, nonostante l’intervento del corpo dei vigiles riformato ed organizzato da Claudio appositamente per il problema degli incendi, endemico in un città di oltre un 1.500.000 persone, costruita con materiali combustibili, nel corso di uno sviluppo urbanistico disordinato: 10 delle 14 regiones bruciano, 3 totalmente, e si salvano solo il Foro e parte del Campidoglio anche se Nerone torna da Anzio precipitosamente ed organizza i soccorsi creando zone di rifugio provvisorio ai quasi 300.000 bisognosi nei giardini del Vaticano e nel campo Marzio – non esiste un decreto anticristiano con stragi di cristiani, inesistenti all’epoca! – desideroso di dare un aspetto nuovo alla città! Subito ordina all’architetto Celere e ai suoi colleghi, di fare per la ricostruzione dell’urbe, progetti grandiosi e di includere anche la costruzione della sua casa, Domus aurea – lui viveva ancora in una Domus Transitoria! – sul colle Oppio e l’erezione di un Colosso di Helios di 119 piedi e mezzo ad opera di Zenodoro – Domizio, coronato da raggi solari, da porre nella zona sottostante dove si facevano le naumachie. Mentre viene potenziato il corpo dei vigiles e ferve la ricostruzione della stessa Via sacra, arriva in città anche l’Aqua Claudia tra il tripudio popolare. Fatti, poi, portici e messi alberi, pianeggiata tutta la parte sottostante la Domus aurea, eretto il Colosso solare, posto sul vestibulo della domus, la città costruita si trasforma secondo un preciso piano urbanistico diventando l’urbs imperiale per eccellenza, superiore perfino ad Alessandria tolemaica! Le casse imperiali, però, sono dissestate ed urge una riforma esattoriale con un nuovo sistema finanziario e con deprezzamento monetario dell’Aureo e svalutazione del Denario (cfr. Lucius Crassius Tertius = Tertios o grapsas Paolino)! Allora iniziano trame eversive di nobili, che complottano contro il lusso e la vita inimitabile di Neronia, la nuova Roma, e dell’artista Nerone, che ha finanziato anche l’arrivo di Tiridate con la famiglia e con 3.000 arcieri dall’Armenia e che ha fatto spese folli per i preparativi di una tournée musicale in Grecia, per due anni 66 e 67, dopo aver perfino iniziato i lavori sull’Istmo di Corinto (cfr. Ma… chi può andare, veramente, a Roma, in epoca neroniana?). La congiura di Gneo CalpurnioPisone è già cominciata in Campania, nel 62, ma aumenta e diventa esecutiva più tardi.
La congiura inizia quando ci sono i primi colloqui tra G. Calpurnio Pisone e Seneca ed altri senatori, conservatori, desiderosi di destituire Nerone e mettere al suo posto proprio Pisone, ma aumenta di numero nel periodo dell’incendio e della ricostruzione, quando cresce la sproporzione tra la magnificenza imperiale e la povertà popolare, che diventa eclatante, tanto che si stabilisce di passare all’esecuzione il 19 aprile del 65, quando ancora è in Italia Giuseppe Flavio e si sono aggiunti anche gruppi di dissidenti equestri, di pretoriani, di milites e marinai campani, malcontenti dell’onnipotenza giulio-claudia. La congiura è scoperta perché la liberta Epicari fa palese propaganda presso la flotta di Miseno: saputa ogni cosa da Epafrodito, ministro ab epistulis, la reazione di Nerone, cominciata dopo la morte di Poppea, è feroce e perdura a lungo con processi sommari ed inviti al suicidio, che coinvolgono Seneca e parenti annei, Corbulone e Petronio arbiter elegantiarum, di cui Tacito racconta la morte (Annales, XVI, 18-19). Esemplare è la morte della liberta, per Tacito, rispetto anche ai senatori (Annales, XV, 57): fulgido esempio di eroismo, dato da una donna, una liberta, che in un così grande pericolo volle proteggere degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre degli uomini nati liberi, dei cavalieri e dei senatori romani, senza essere sottoposti a tortura, tradivano ognuno le persone più care!
Durante il viaggio, durato quasi due anni, in Grecia, dove l’imperatore è acclamato artista sublime, cresce l’opposizione a Nerone a causa della munificenza imperiale e del fasto della corte, mentre esiste la crisi economica e finanziaria ed aumentano le lamentele per la penuria alimentare, quando l’inflazione è alle stelle! C’è allora una defezione colossale di neroniani che tradiscono, di provinciali orientali ed occidentali che non vogliono più pagare per le le stranezze dell’imperatore, di legionari ai confini, che esigono l’equiparazione con la paga dei pretoriani: l’impero occidentale (Gallia Lugdunense, Spagna Tarraconense, Lusitania e Betica) è in rivolta – anche per la crisi finanziaria, che, nonostante il tentativo neroniano di svalutazione, non ha prodotto gli effetti sperati di un progresso nel commercio e negli scambi – e in questa situazione sembra morire Paolo di Tarso (cfr. La conversione di Paolo. Una messinscena aramaica?, KDP, 2022) ed allora, il Senato decreta Nero hostis e riconosce Galba, governatore di Spagna, nuovo principe!
La morte, per suicidio, di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico avviene il 9 giugno del 68 d.C.