Lucius Crassius Tertius = Τέρτιος ὁ γράψας paolino?!

Lucius Crassius Tertius = Τέρτιος ὁ γράψας paolino?!

 

 In memoria di GioacchinoTonino Capriotti, il mio più caro amico. 

Ogni giorno mi vedo sempre più bambino, più piccolo, più brutto e più vecchio! Mi sento un estraneo al mondo, uno che vive un bios anhdonos toon thide/vita senza piaceri terreni, di quaggiù, un fuggiasco solitario, che ha scelto phugh monou pros monon/fuga di solo a solo – Plotino, Enneadi, VI, 50 -.

 

Marco, hai mai sentito parlare di Lucius Crassius Tertius?

*No. Penso, però, che possa essere un liberto di epoca cesariana, se considero il nomen Crassius!

Niente altro?

*Mi viene in mente che possa essere un liberto della famiglia di Crasso Dives, forse di un suo erede, oppure di un nomen derivato da un segretario di ufficio scriptorio, se penso a graphoo – scrivo greco, data l’alternanza gutturale consonantica C/G latina, ma sono sempre sul piano delle supposizioni, in relazione ad uno o grapsas, di un qualche rilievo fra gli altri scrittori-scribae. Perché mi fa domande e non mi dice, invece, il suo pensiero

Marco, so di questo liberto poco e brancolo nel buio, da anni, circa la sua identificazione, pur avendo, da una parte, una citazione paolina in Lettera ai romani e, da un’altra, pur conoscendo i resti di una villa rustica ad Oplontis accanto alla villa di Poppea Sabina, augusta moglie di Nerone, intestata ad un Lucius (C/G)rassius Tertius – di cui esiste un anello sigillo come testimonianza del suo ultimo padrone, forse morto insieme ad altri, nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. – legato per qualche motivo ad un Marcus Licinius Crassus.

*Io conosco, oltre al triumviro, il figlio, omonimo, che fu legatus di Cesare in Gallia insieme al fratello Publius, e il nipote anche lui Marcus, console nel 30 a.C., poi proconsole in Tracia, dove si segnalò per le vittorie sui Bastarni e specie per il duello vittorioso col loro re, nel 29, che suscitò una certa invidia in Ottaviano, che gli assegnò le insegne trionfali, ma non i dovuti onori per le spoglie opime-spolia opima e, subito dopo, lo licenziò senza più dare alcun incarico pubblico.

Non conosci, però, il figlio, avuto da Cecilia Metella Cretica, che potrebbe aver avuto in Campania, come grammatikos, Tertius-Tertios.

*Professore, no, non lo conosco, Lei, comunque, neanche ritiene paolina la Lettera ai romani, che per lei è di epoca successiva. Quindi, essa non è utile o di scarso conto ai fini della sua ricerca attuale! La villa rustica, poi, non è quella vicino alla villa di Poppea, in cui Giuseppe Flavio, ambasciatore per il sinedrio gerosolomitano, nel 64 d.C., dopo il naufragio, fu portato dal mimo Alituro?

Si. È così! Sono, comunque, molto incerto. Per questo, faccio domande e non faccio l’orientatore! Cerco, però, lavorando con te, di identificare un o grapsas latino e, caso mai, il proprietario della villa b di Oplontis.

*Chiede aiuto, dunque, ad un… profano, che non può dare niente?

 È vero! Chiedo aiuto, quando sono ignorante, nesciente, anche a te! Tu… non sei, però, un profano! tu sei un neookoros/un aedituus …un servo del tempio, ma interno al tempio, essendo già uomo divino, operante nel divino, fuggiasco da ciò che è terreno, come me!

*Lei mi gratifica come uno che è dentro il fanum-tempio! Grazie.

Marco, non essere modesto! Non amo l’umiltà pelosa cristiana! Io parlo con te ormai da tempo, alla pari! La lettera ai Romani si può dire, oggi, che non sia paolina e che possa essere di altra epoca e di autore, che ha, comunque, pensiero paolino! Del proprietario della villa b si può pensare che sia la stessa persona o un liberto letterato di epoca flavio-antonina, della stessa età di Luca evangelista, scrittore di Atti degli apostoli (cfr. Anania e Saffira).

*Nel suddetto articolo, infatti, lei diceva: i due che depongono il denaro, frutto della vendita di un loro podere, desiderosi di vivere in comunità, sono considerati intorno agli anni ottanta-novanta, come persone dominate da pleonecsia ed aischrokerdeia, quindi, cattive (prigioniere di Satana) ed intenzionate ad ingannare lo Spirito Santo, quando, invece, i due vecchi, bisognosi di protezione avevano fatto il sacrificio di vendere il loro terreno, in un momento storico critico (di massima desolazione!), quale quello successivo il Malkut fallito, ed avevano portato il ricavato, sottraendone una minima parte per le loro necessità senili.
I due vecchi, in effetti, erano veri giudei, che avevano creduto nel Meshiah ed avevano sofferto e soffrivano per la sua morte e per la fine delle illusioni messianiche!

Certo Marco, se datiamo in altro tempo, i saluti finali di Paolo, della Lettera ai romani che si intrecciano con quelli di Tertios, che ha scritto la Lettera, si rileva una storia diversa da quella neroniana. Infatti vi è scritto: saluto voi io Terzio, che ho scritto-scrissi la lettera nel signore/ἀσπάζομαι ὑμᾶς ἐγὼ Τέρτιος ὁ γράψας τὴν ἐπιστολὴν ἐν κυρίῳ. 

*Lei scrive inoltre, in un altro articolo, quello su Origene e Paolo: Origene commenta ed interpreta le seguenti lettere 1 Corinzi, Efesini, Colossesi, 1 Tessalonicesi, Tito, Filemone ed Ebrei. Possiamo dire che I’alessandrino commenta solo una metà del corpus paolino. Questo mi fa pensare che chi scrive la Lettera ai Romani sia un retore, in quanto sa mettere in opposizione umas ed egoo, per cui posso inferire, forse impropriamente, che un occidentale latino possa scrivere grassius in quanto ha memoria dell’impresa di Licinio Crasso triumviro e della sconfitta di Carre del 53 a.C. e del declino stesso dello famiglia, essendo un membro, un liberto della gens Licinia Crassa, che ha fondi agricoli in Campania (cfr. Ma… chi può andare a Roma, veramente, in epoca neroniana?).

Marco, tu procedi proprio come i christianoi, che operano su piccoli indizi e fanno grandi costruzioni fantasiose, senza porti nemmeno il problema sotteso in kurios, che potrebbe valere maran aramaico!

*In epoca flavia, allora, anche lui, Crassius, potrebbe essere il dominus di una villa ad Oplontis, essere considerato un despoths, un kurios/signore che ha avuto titolo da auctoritas non romana, un unto utile in uno specifico momento storico?

Nulla vieta, ma non si conosce niente di questo o grapsas, scrittore, che, in epoca neroniana ha una villa rustica – una vera azienda di vendita merci- accanto a quella padronale di Poppea Sabina! io non so niente di questo signore, scrivente la lettera en kuriooi.

*Non ci sono, dunque, prove che comprovano il fatto, ma neanche controprove che lo negano, per cui è pensabile che all’epoca la villa sia unica e di proprietà imperiale, bisognosa, comunque, di un restauro perché nel 63 d.C. la città di Pompei ed altre città campane, furono quasi distrutte da un terremoto, tanto che Poppea si trasferì ad Anzio, dove le nacque una figlia! 

 È vero. Dopo il terremoto, un libertus potrebbe… aver acquistato la villa b, adiacente alla villa dominica di Poppea, anch’essa danneggiata e riparata tanto da essere ancora la residenza dell’augusta, anche dopo la morte dell’augusta figlia, quattro mesi dopo! Da allora- epoca dell’arrivo di Giuseppe Flavio – ci fu la separazione fra le due ville, distinte in villa dominica e villa rustica, deposito, in cui, poi, forse, il nuovo dominus/kurios fu sepolto dalla lava del Vesuvio nel 79. d.C.! Sono supposizioni! Niente altro!

*Lei non ha detto che Cenide ed altri in epoca flavia acquistano proprietà vicino Roma ed anche in Campania – cfr. Cenide e Vespasiano -?

Io, incerto, avendo fatto supposizione – e la ritengo probabile! – ho identificato Grassius con Tertios o grapsas e l’ho connesso con Epafrodito, segretario a libellis, con compiti speciali ispettivi alle petizioni e agli affari interni, in quanto controllore delle lettere in arrivo e quelle in partenza, uomo con un ruolo politico tale da essere in grado di smascherare la congiura di Gaio Calpurnio Pisone e di Seneca, di Petronio, di Lucano e di altri, denunciati al vigile prefetto del pretorio, Ofonio Tigellino, che risultò uomo degno di trionfo (cfr. Tacito, Annales, XV, 72)! 

*Lei, collegando Tertios con Epafrodito sposta la datazione paolina in epoca flavia, domizianea?! Lei pensa che Epafrodito ebbe in regalo dall’imperatore, dopo la morte di Nerone, gli horti pallantiani, cioè di Pallante (fratello di Cenide e di Felice) ucciso nel 62 d. C., e che ricevette anche il titolo di viator praetorius perché fidelis alla causa giulio -claudia fino al 68, anno della morte dell’imperatore, che fu aiutato nel suicidio, proprio in quegli horti, a detta di Giulio Frontino (40-106), autore di De aquaeductu urbis Romae! Lei mantiene sempre Tertios, comnque, come uomo che scrive nel signore, senza fare attribuzioni sulla base della chreestoths e tanto meno sulla base di una unzione!

Marco, l’equivoco è nella terminologia e nei tempi di scrittura rispetto a quelli di lettura! I nomina latini, perciò, di L. Crassius Tertius e di Claudius Nero Epaphroditus, anche se di origine orientale, forse ebraica, sono di uomini che possono avere scriptoria in Roma o averli costituiti in un iniziale periodo flavio, ben circoscritto, non prima, perché sotto l’ultimo Nerone c’è persecuzione verso i filosofi, rei di magia ed accusati di astrologia ed occultismo, anche se collegati con Poppea Sabina (augusta come la piccola Claudia morta infante) e di nuovo incinta nel 65 d.C. e vivente ad Oplontis -Torre Annunziata, già caduta in disgrazia (cfr. Musonio Rufo ed Apollonio di Tyana)!

*In Campania, quel Crassius Tertius poteva, dunque, essere un libertus di un discendente di Crasso dives, (quel Marco Licinio Crasso Frugi – figlio del vincitore di Bastarni -, che fu fatto uccidere da Messalina nel 47, un consularis, che aveva ben meritato in Britannia ed era stato governatore di Mauritania – cfr. Svetonio, Claudio -) che era divenuto uomo di fiducia di Pallante, per cui aveva accompagnato forse in Giudea, anche il governatore Felice e poi un segretario di Epafrodito, che lo aveva prestato a Cenide e Vespasiano nel 66 d.C,sotto i quali avrebbe potuto fare carriera e diventare dominus!

Marco, sembra cosa possibile: non è facile ricostruire la carriera di un o grapsas/grapheus/copista-scrivano, retore, un abile professionista passato indenne sotto gli ultimi anni di Nerone, diversamente da Paulus, ucciso di spada, un uomo capace, comunque, d’intuire l’unità dottrinale della Chiesa, prima che essa potesse avere una reale unità istituzionale – anche se non raccolse mai l’unanimità idealistica intorno alla sua persona, e non ebbe, se non dopo la sua morte, l’autorità apostolica di un fondatore, ecista – : l‘apostolo delle genti sapeva bene che era uno dei tanti apostoloi del primo cristianesimo, attivi in Asia, sui Balcani ed anche a Roma, in epoca dell’ultimo Nerone e del primo anno, contrastato di Vespasiano, dove, associato a Simon Pietro, ne diventò ktisths, in una riconciliazione, successiva, di stampo clementino (cfr. L.Sanders, L’hellenisme de saint Clement de Rome et le paulinisme. Le panégyririque de saint Paul, Studia hellenistica, 2 Lovanio 1943), anche se messo in relazione con Epafrodito, che è quello che esorta Flavio a scrivere storia giudaica – quando già ha perfino liberato Epitteto (50-130) e che muore nel 91, nel clima di una reazione violenta da parte di Domiziano, divino dictator! -.

*Sembra che, così, mi voglia datare la morte di Paolo tra la fine di Nerone e l’inizio del regno di Vespasiano! Questo mi vuol dire?

Marco, si sa che gli Atti di Paolo sono del II secolo e che non esiste un decreto di Nerone, se non nelle Lettere Pseudo clementine e che il martirio dell’ apostolo delle genti è inserito alla fine dell’epoca neroniana, connesso con quello di un Pietro romano, martire nella stessa epoca, così da farli ecisti della stessa ecclesia, unitamente allo pseudo Lino in Passioni di Pietro e Paolo del secolo VI/VII, 10-13 e 17 (cfr. V. Chapot, La province romaine proconsulaire d’Asie, Parigi, 1904).

 *Professore, poco si sa di un Paolo, tornato a Roma e decollato, forse nei mesi convulsi del regno breve, di sette mesi, di Galba, dopo il rifiuto del titolo imperiale di L. Verginio Rufo – c’era qualche rapporto familiare coi Rufus, nati dalla madre di Paolo? – o di quelli di Otone o di Vitellio, legatus anche lui della Germania!

Marco, non mi sembra che ti ho parlato di J. Schwartz, – Bulletin de l’institut francais d’archeologie orientale, il Cairo, 49, 1950 (37-55) – che pare optare per una relazione tra Paulus e Verginius Rufus e tanto meno di un mago, che tratta con Nerone, il quale già è in rapporto con Simon mago ed ha come consulente politico Tiberio Claudio Balbillo, presente a Roma, dopo la sua prefettura di Egitto, come riverito figlio di Trasillo?!

*No. Ho pensato per conto mio, sulla base delle mie conoscenze circa la madre di Paolo, sposata a Roma con un ignoto Rufus, che ha avuto da lui figli, fratellastri di Paolo!

Bene. Comunque, è probabile che la decollazione di Paolo avvenga sotto Galba, prima della morte dell’ imperatore nel gennaio del 69 d.C., quando si succedono le acclamazioni militari di Otone e di Vitellio ed, infine, di Vespasiano, presso il quale è Giuseppe Flavio insieme a Giusto di Tiberiade, col principe Agrippa II e con la principessa Berenice, amante di Tito, portata a Roma – cfr. Cenide e Vespasiano.

*Quindi, posso argomentare – parlando di possibilità di un diakonos/dioikeths al seguito prima dell’Augusta Poppea Sabina e poi di Cenide che, tornato dalla Giudea, dopo il trionfo di Vespasiano, a Roma, gestisce una villa rustica – che Crassius abbia avuto opportunità di acquistare la villa b, essendo entrato nell’area di Epafrodito, kratistos all’epoca, in una situazione favorevole ancora ai letterati, a detta di Apollonio di Tyana, al momento fiducioso nella nuova dinastia imperiale?

 Marco, per me sono solo supposizioni, sono dei tentativi di comprensione di quel particolare momento postneroniano, ancora indecifrabile, data l’incertezza dei combattimenti tra i tre designati imperatori! certamente il termine kratistos dalla fine del I secolo è connesso come titolo onorifico coi neookoroi, i custodi del tempio/neoos-koroi e di Pergamo e di Efeso che hanno rilievo religioso, grazie al neocorato, al culto divino dei Cesari, chiaro nella monetazione efesina del periodo di Vespasiano e Tito e poi di Eliogabalo

 

non definito

 

*Professore, vedo nell’iscrizione che la città di Efeso si vanta di avere avuto per 4 volte l’onore del neocoratotetrakis -. (cfr. Atti degli apostoli 19,35 : καταστείλας δὲ ⸂ὁ γραμματεὺς τὸν ὄχλον⸃ φησίν· Ἄνδρες Ἐφέσιοι, τίς γάρ ἐστιν ⸀ἀνθρώπων ὃς οὐ γινώσκει τὴν Ἐφεσίων πόλιν νεωκόρον οὖσαν τῆς ⸀μεγάλης Ἀρτέμιδος καὶ τοῦ διοπετοῦς/calmata la folla il cancelliere disse: efesini, chi è mai quell’uomo che non sappia che la citta degli efesini è custode della grande Artemide e del simulacro caduto dal cielo?)! In epoca flavia si parla di un’altra neookoria?

Si. Specie sotto Tito è attestata un’iscrizione – cfr. Steven J. Friesen, Ephesus, Asia and the cult of the Flavian imperial Family, 2004 -. 

*Perciò, forse, ora mi dovrà far rilevare esattamente la situazione politica, evolutasi non solo nel periodo del quindicennio neroniano, per comprendere la crisi economico-finanziaria (ormai inarrestabile, dopo la ricostruzione neroniana dell’urbs incendiata, dopo la costruzione della domus aurea, della sistemazione del Colosso imperiale e dell’area adiacente, sottostante il colle Oppio, e specie dopo lo spreco finanziario per la visita in Grecia e per la venuta a Pozzuoli e a Roma di Tiridate dall’Armenia, con la sua corte e con 3.000 arcieri a cavallo, pagata dal fisco imperiale, già da tempo dissestato, mentre la tassazione è estremamente pesante in Spagna, Gallia e Germania, quando anche la penisola italica iniziava un fenomeno di declassamento per la scarsità della manodopera servile nelle villae, mal gestite dai nobili latifondisti, inurbati e viventi a corte!) ma anche in epoca flavioantonina-severiana!

Marco, la Roma neroniana, dopo il felice esordio del principe Domizio sotto l’influenza moderata di Afranio Burro e di Seneca, dopo il periodo della clementia, nella reggenza oculata di Agrippina, durante il quinquennio saturnio, entra in un vortice di crisi continue politiche, amministrative economico-finanziarie, mentre si vuole attuare una politica di potenza universale, favorendo l’Oriente a scapito dell’Occidente, con faraoniche imprese senza la copertura della moneta aurea bancaria. In questa operazione sono coinvolte le banche giudaiche, oniadi, alessandrine che sono restie, a lungo, al compromesso, fino al 64 d.C., dopo un secolo circa di politica comune dalla fondamentale riforma economica augustea. All’epoca, il giovane Domizio Nerone avverte la necessità di apportare alcune modifiche al sistema monetario e decide di abbassare il peso dell’aureo da grammi 7,80 a grammi 7,30 e quello del denario da grammi 3,90 a grammi 3,41, forse senza l’apporto della finanza delle trapezai alessandrine, che iniziano la loro decadenza, che si acuisce nei periodi successivi fino ad Alessandro Severo.

*Si opera, quindi, un distacco tra il mondo ebraico finanziario e la corte! 

L’imperatore, Marco, sembra di aver deciso di cambiare il volto stesso di Roma, da una parte, e comincia a favorire le nuove classi sociali, più attive e detentrici della moneta argentea, scambiando un buon pezzo d’oro di grammi 7,30 con 25 denarii di soli grammi 3,41 e con meno argento, mentre tende a rimpinguare le casse dello Stato, diminuendo il contenuto argenteo e, quindi, la quantità di metallo necessario alla coniazione, pur mantenendo immutato il valore nominale della moneta.

*Questa innovazione non basta a compensare le tante spese senatorie e quelle imperiali, improntate ad una politica di grandeur e risulta insufficiente per il pagamento delle truppe occidentali, nonostante il gravame di tributi aumentati specie in Gallia e Germania. Così facendo, Nerone si aliena la fedeltà giudaica secolare, proprio quando viene inviato Vespasiano come dux, all’inizio del Bellum iudaicum.

 Marco, la successiva introduzione di alcune innovazioni anche nel campo tipologico col dupondio, che viene contraddistinto dall’immagine dell’imperatore con corona radiata, secondo formule universalistiche – forse per facilitarne la distinzione dall’asseevidenzia il reale cambio di queste due monete, che, avendo pesi e diametri simili, marcano ancora di più la crisi a livello popolare, in acquisti primari, nonostante la securitas augusti, conclamata!

*Professore, ma l’assolutismo illuminato neroniano iniziale, anche se dominato dalla madre, aveva determinato la stessa morte di Britannico, coerede, ed alienato il favore del patriziato, che pur accontentato col matrimonio di Claudia col principe, lentamente se ne era liberato col favore delle migliori famiglie romane, che premevano per riprendere la politica accentratrice di Caligola dell’unico padrone e pastore del gregge umano, secondo le formulazioni caligoliane?

Questo si vede sotto Vespasiano, anche se già la superiorità militare romana era chiara con l’incoronazione romana di Tiridate, che, oltre l’investitura del fratello Vologese, desidera avere quella neroniana e fa un viaggio, pagato dal senato romano, a cavallo, passando attraverso le province orientali romane, prima di fermarsi a Napoli e a Pozzuoli per essere riconosciuto maran, e legittimato come basileus dall’imperatore, a Roma, con una cerimonia fastosa per essere considerato difensore dei confini orientali dalle invasioni degli Alani.

*Professore, in questo contesto con un Nerone, ricostruttore della città, postincendiario, ristrutturatore della zona col Colosso e con la Domus aurea e che investe di autorità regia Tiridate, partito dall’Armenia con la sua corte nel 66, si fa, a mio parere, una politica di sovranità, che risulta equivoca per il senato e per il popolo, le cui attese sono vicine all’impostazione augustea, tese alla valorizzazione senatoria e al benessere popolare, minato dallo sperpero finanziario dell’epiphaneia divina dell’imperatore, intento a mostrare al monarca straniero la grandezza dell’Occidente, non inferiore a quella dell’Oriente, secondo armonia saturnia cosmica, conforme, comunque, alla teatralità giulio-claudia!

Marco, a Nerone manca il finanziamento giudaico oniade alessandrino nel momento della sua attività edilizia urbana, quando l’esercito in Occidente, oltre che in Oriente, reclama il pagamento degli stipendi e degli arretrati -mentre vengono pagati i trasferimenti di Tiridate e di vigiles e pretoriani, pur impegnati nel salvare i cittadini! – senza essere accontentato nella richiesta. Inoltre l’imperatore, trascura le dicerie popolari, amando viaggiare, anche dopo la distruzione e ricostruzione delle 14 regioni cittadine e il pagamento ai tanti burocrati, intenti a coordinare il viaggio di andata e ritorno e di fermate intermedie in Grecia. Noi rileviamo una certa indifferenza e non conosciamo l’effettivo progetto di Nerone dopo la ricostruzione delle regioni cittadine e il suo ritorno affrettato a Roma, quando in Gallia inizia la sommossa di Vindice, allorché i rapporti commerciali con l’Egitto e con la Parthia sono migliorati, grazie a ventilate promesse di visite imperiali in regioni mesopotamiche, con partenza dall’Egitto.

Marco, Nerone è legge vivente per il mondo romano-ellenistico! L’imperatore ha un originale piano di diffusione culturale, non più secondo il sistema militaristico, volendo conquistare con la superiore cultura ellenica ed ellenistica, col teatro e con la musica, i popoli soggetti. Si può capire questo, se si legge Plutarco (Vita di Pompeo, 70, 1, 6) che, parlando delle lotte fratricide di seguaci di Cesare e di Pompeo – di circa 70.000 uomini che si affrontano fra loro, pur avendo un campo vasto di battaglia in Parthia e in Germania, oltre che scontrarsi con barbari in regioni lontane (India, Seria), nella battaglia di Farsalo – deplora i tanti morti di stirpe comune!

*Professore, mi vuole dire che Nerone, all’epoca, ha già chiara la missione di Roma, diversa da quella di Tacito, che scrive in Agricola, 30, 4: auferre trucidare, rapere falsis nominibus imperium atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, rilevando l’imperium non come creazione di solitudo/erhmia, a seguito della violenza di stragi e depredazioni, ma quello di una diffusione irenica hremhsis-hremia/quiete civile e culturale, mediante paideia per la formazione di un mondo di pace, obiettivo di una azione politica continuata armoniosa? Quindi con Nerone HREMIA è opposta ad Erhmia!

Si. Marco, sembra che Domizio Nerone desideri la pace e cerchi per l’impero romano un’alternativa al bellum, una nuova Via irenica!

*Per lei, dunque, Nerone è soggetto pacifico, amante della arti, un artista che rifiuta il militarismo, che deplora: l’imperatore vuole affermare si pacem vis, cole pacem! Non più il motto tebano, che ripeteva quanto detto in Leggi di Platone, qui desiderat pacem, praeparet bellum/chi desidera la pace prepari la guerra, utilizzato in epoca cesariana da Cornelio Nepote, (Epaminonda, 5, Paritur pax bello) come poi nel IV secolo da Vegezio, Epitome rei militaris, si pacem vis, para bellum! 

Marco, il bellum iudaicum è per Nerone solo un ultimo monito al giudaismo a non destabilizzare il clima pacifico generale armonioso, saturnio, in cui vive l’impero romano. L’invio di Vespasiano è solo un ultimo atto di repressione di un focolaio, aramaico, destinato a spegnersi subito, in pochi mesi, essendoci già vigente il trattato coi Parthi! Per Nerone l’integralismo aramaico irrazionale fideistico mosaico è un male per l’armonioso imperium romano.

*Professore, questo Tertios, dunque, potrebbe essere espressione simbolica di una universale pacificazione neroniana, poi cristianizzata theoria evangelica, basata su caritas/agaph

Marco, non credo che si possa dire così, perché Plutarco stesso, ierofante, pagano, profetizzava un nuovo mondo, in De fortuna romanorum (Moralia, testo greco a fronte, coordinamento di Emanuele Lelli e Giuliano Pisani, Bompiani, 2017) pur incerto se il nuovo mondo sorgesse sulla base di una fortunata coincidenza/Kata tuchhn o se di un divino disegno/kata pronoian, anche se, poi, Paolo Orosio (Historiae adversus paganos, VI, 20, 4) tratta del peccato di Adamo, punito nella carne di Christos, ripreso anche da Dante in Monarchia,II, 12,1-5, dove afferma che Christo venturo omnia praeparatum Caesaris imperium/l’impero di Cesare è stato preparato sotto ogni aspetto per il Christos destinato a venire! Ritengo, comunque, che la tua supposizione potrebbe risultare non scartabile per uno che legge attentamente l’ultimo Nerone, la dura guerra civile del 69 d.C. e l’annuncio da Alessandria di Vespasiano Flavio, della venuta del sothr dalla Giudea, unto autokratoor dal Signore degli eserciti /Deus Sebaoth!

*Professore, lei ce ne ha parlato varie volte nella sua opera, ma ora io devo rinfrescarmi la memoria.

Bene. Cercherò di rinfrescarti la memoria dicendoti che …Poppea Sabina prima moglie di Rufrio Crispino, pretoriano, e poi di Otone, governatore di Lusitania, è con Tigellino l’autrice delle accuse contro Ottavia – che viene uccisa come adultera nel 62 – essendo diventata moglie di Nerone nel 63 – a cui ha dato una figlia, che muore 4 mesi dopo – ed incontra ad Oplontis Giuseppe Flavio (che chiede la libertà per i sommi sacerdoti, i quali da un decennio erano prigionieri a Roma e l’ottiene grazie all’intervento dell’ebreo Alituro, un mimo amico dell’Augusta e dell’imperatore, proprio nel 64!). Questo è in Bios, 3, 13-16 (cfr. Autobiografia, introduzione, traduzione, note di Elvira Migliario, testo greco a fronte, Bur, 1994) met’ekaston de kai ekton eniauton eis Roomhn moi sunepesen anabhnai dià thn lechtheesomenhn aitian/Compiuti i ventisei anni, mi capitò di andare a Roma per la ragione che dirò. Flavio, infatti, dice la ragione del suo invio a Roma da parte del sinedrio – sotto la procura di Lucceio Albino (63-64), dopo la morte di Giacomo fratello del Christos – e ricorda l’epoca, in cui Felice era procuratore della Giudea, parlando di alcuni sacerdoti di sua conoscenza, persone rispettabili, che furono inviati prigionieri a Roma per una ragione futile e occasionale, per rendere conto a Cesare. Lo storico dichiara che si voleva trovare un mezzo per liberarli, avendo saputo in particolare che, pur essendo in angustie, non avevano dimenticato i loro doveri, verso la divinità, ma si cibavano di fichi e noci. Infine Flavio racconta, come Paulus, le peripezie nel corso della navigazione e del naufragio e della sua miracolosa salvezza, con altri grazie all’abilità del nuoto, essendo rimasto in acqua per tutta la notte/di’olhs ths nuktos – ne morirono 520 (se ne salvano solo 80!)! – fino all’arrivo di una nave cirenaica. Chiude il discorso …Giunto sano e salvo a Dicearchia, che gli Italici chiamano Puteoli, strinsi amicizia con Alituro, un mimo particolarmente caro a Nerone, di origine giudaica. Presentato da lui a Poppea, la moglie di Cesare, provvidi subito a pregarla di liberare i sacerdoti. Ricevuti da Poppea, oltre a questo favore, grandi doni, me ne tornai in patria.

*Professore, grazie per le notizie che si riferiscono all’epoca dell’incendio e della ricostruzione del 64 d.C., per cui Nerone, potrebbe essere ad Oplontis, alla morte della piccola augusta.

Marco, sembra che Nerone sia impegnato nella ricostruzione urbana e che sia in attesa dell’arrivo in città di Tiridate, che ha iniziato il suo viaggio in territorio romano! l’imperatore ha vari altri impegni al momento in Roma! Forse a Flavio, giunto a Pozzuoli, conviene non andare a Roma e cercare piuttosto di commuovere l’Augusta, che è ad Oplontis non molto distante dal porto campano, dove vivono anche letterati e senatori in ville vicine. Paulus, invece, sbarcato quasi due anni prima a Pozzuoli ha già come scriba Tertios a Roma con pochi discepoli – una trentina di persone?! – vive la sua prigionia in attesa di processo, lasciando quei pochi nomi della Epistola ai romani, come tracce.

*Professore, si sa del suo viaggio avventuroso – sembra una replica di quello di Flavio e questo fa pensare ad un scrittore successivo di epoca flavio/antonina! -. Si conosce il suo pensiero di un Christos crocifisso morto e risorto e del suo proporsi come modello cristiano, in conformità al discorso tenuto con Festo e con Agrippa II e Berenice in Atti degli Apostoli, tipico di un civis che discute di pietas/trescheia secondo il sistema farisaico con confratelli giudaici e che è scortato da legionari ed ascoltato dal prefetto, riverente e timoroso di trovarsi di fronte ad un profeta di poteri soprannaturali, ma pagano stizzoso, convinto nei suoi classici valori quiritari.

Marco, Paolo, dopo il viaggio avventuroso, dopo il colloquio coi principi erodiani, si salva a Malta e riparte con una nave alessandrina, capace di affrontare il Mediterraneo anche a mare chiuso, nel periodo che va da novembre a marzo, che lo conduce a Pozzuoli, dove ci sono ancora oggi segni del suo passaggio, al porto.

*Professore – al di là dell’autenticità della lettera e dei saluti a poche persone indice di una scarsità di cristiani a Roma, nel 64 d.C., che invalidano il racconto di Tacito, che attesta l’accusa ai cristiani dell’incendio e riporta la condanna a morte negli Horti Vaticani -, l’urbe attrae uomini che vengono e che restano come Apollonio tianeo, il quale, niente affatto turbato dalle spie, infiltratesi nel suo stesso gruppo, chiede ed ottiene il permesso di stare presso un tempio pagano, dopo la fuga di alcuni discepoli, tanto da rimanervi ancora un anno, fino al processo davanti Ofonio Tigellino per magia, dopo il miracolo della resurrezione della fanciulla romana, per poi… misteriosamente …scomparire! Dall’urbe altri fuggono, temendo condanne a morte. In questo contesto, dunque, Tertios/Tertius, come Apollonio, o come Tiberio Claudio Epafrodito, potrebbe essere un giudeo, che, coraggiosamente resta in città, come cliens che ha un potente patronus del tipo di Theofilo, l’eccellentissimo dell’evangelista Luca!

*Lei vorrebbe dire che il Tertios paolino potrebbe essere uomo all’ombra del liberto Epafrodito?

Marco, Epafrodito all’epoca neroniana è il padrone di horti hepaphroditiani, vicini a quelli pallantiani, ad est della Domus aurea, situati nell’Esquilino, nella V Regio augustea! Ricorda che Pallante-Pallas è fratello di Cenide e di Felice-Felix, agenti finanziari di Antonia minor, nonna di Gaio Caligola. 

Marco, per far cessare la diceria di un incendio, appiccato dall’imperatore,-che canta 65 versi in trimetri giambici la distruzione di Troia/Troiae halosis!si dice che da Nerone vengono accusati i christianoi, che sono inesistenti -.

*Professore, lei crede che Petronio in Satyricon, XV – faccia la parodia di Nerone ed anche di quella di Lucano, mediante le figure di Eumolpo e di Encolpio?

Marco, i versi recitati da Eumolpo, che rivaleggia con Encolpio, che canta Bellum civile di Lucano in esametri, potrebbero essere di uomini della stessa epoca, ma potrebbero essere un esercizio epico senza riferimento alcuno, un gioco retorico, in casa di un ricco epulone!

*Comunque, professore, Nerone trova dei colpevoli, sottomettendo a pene raffinatissime coloro che la plebaglia denominava cristiani, detestati per le loro nefandezze (Tacito, Annales, XV, 44)!

Marco, l’opera in questione, non può essere datata prima del 96 – ultimo anno trattato in Historiae e quindi, essendo successiva, anche se tratta degli avvenimenti della famiglia Giulio-claudia Ab Augusti discessu (14-68 d.C.), oscilla tra i primi anni dell’impero di Traiano – quando si cominciano a ricevere le prime relazioni sui christianoi, distinti dai giudei di Bitinia, dopo che è stata annessa la Nabatea, in un clima di persecuzione ebraica, specie a Cipro, in Cirenaica e a Creta, nella cosiddetta guerra di Kitos, a seguito della feroce reazione di Lusio Quieto (115-117) – e i preparativi per la spedizione antiparthica ad Antiochia. Dunque, se conosci la domanda, conosci anche la risposta che, comunque, ti trascrivo (Ibidem, X, 97): Nell’istruire i processi di quelli, che erano stati a te deferiti, in quanto Cristiani, hai seguito, mio Secondo, il procedimento che dovevi. E, infatti, non si può stabilire qualcosa in generale che abbia quasi una forma inderogabile. Comunque, non devono essere ricercati; se, però, vengono denunciati e risultano colpevoli, sono da punire, tuttavia in modo tale che colui che abbia negato di essere Cristiano e lo abbia dimostrato con i fatti, col supplicare, cioè, i nostri dei, ottenga, benché sospetto in passato, il perdono, dopo il pentimento. I libelli, presentati, poi, senza firma non devono avere spazio in nessuna accusa! Infatti è cosa di pessimo comportamento e non degna della nostra epoca.

*Lei, che ha tradotto Antichità giudaiche, e che conosce altri documenti, che parlano del Messia-Christos e dei christianoi, ha rilevato, nonostante alcune interpolazioni successive di epoca origeniana, la presenza christiana ancora nel 94 d.C., poco prima della morte di Domiziano, ed anche in seguito, non si meraviglia della scoperta di Plinio il giovane – nominato epitropos-praefectus del Ponto nel 111 d.C., nei primi mesi di governatorato, durato fino al 113 – e della richiesta sul come si debba comportare di fronte ai cristiani, accusati di immoralità ed antropofagia dai pagani, col mostrare contemporaneamente il suo sistema d’indagine. Nel frattempo nei confronti di coloro che venivano deferiti a me come Cristiani, ho seguito questo comportamento. Ho chiesto loro direttamente se fossero Cristiani: a quelli che confessavano ho chiesto per la seconda e la terza volta, minacciando la condanna a morte: a coloro che perseveravano ho ordinato che fossero condotti a morte. Né, infatti, dubitavo che, qualunque cosa fosse quello che confessavano, dovessero certamente essere punite la caparbietà e l’inflessibile ostinazione (Lettere, X, 96)?

 No. Marco. Si è nella norma. Niente, invece, all’epoca, vieta che il Chrhstos svetoniano non sia Iesous Christos: eta e iota sono letti allo stesso modo come i in italiano! Per me è normale che vi siano giudeo-cristiani (chrhstianoi o christianoi?!) in altre zone, in Siria ed Asia minore al confine con la Parthia aramaica, antiromana in quel periodo, e che ve ne siano molti in quegli anni che precedono la guerra di Kitos e l’invasione della Mesopotamia da parte di Traiano.

*Lei, professore, ha tradotto Testimonium flavianum (Ant. Giud., XVIII, 62-63) e conosce la lettera di Mara bar Serapion, in cui ci sono ricordi del ventisettennio del governo dei Flavi – che possono essere messi in relazione con quelli di epoca traianea e poi adrianea- ha certamente rilevato la spiritualità di tipo paolino dei christianoi antiocheni e la loro tendenza a seguire l’exemplum paolino?

Marco, i nuclei dei christianoi, all’epoca sono il logos incarnato, lo scandalo della croce e lo spirito santo di genere femminile, perché in siriaco – e forse anche in aramaico, il termine indicante spirito, non dovrebbe essere maschile! -.

*Allora, si può dire che nella stessa epoca o poco prima si tratta di una comunità religiosa, credente in un Christos logos incarnato, crocifisso ktisths/fondatore di un’ ecclesia, che, assistita da uno Spirito santo femminile, si riunisce di sabato ancora in sinagoga (in cui si fanno riti misterici col pane e vino, mal interpretati dai pagani nel periodo che va dalla fine del regno di Domiziano ai preparativi di guerra antiparthica di Traiano) ed ha memoria, dopo oltre 80 anni dalla morte e resurrezione, presunta, in zone, come l’Osroene, Cappadocia, Adiabene, Cirrestica, globalmente, in Bitinia (Asia minore) e in Siria?!

In Oriente è possibile la presenza cospicua christiana, ma non a Roma dove è impensabile in epoca neroniana, nella capitale! Posso ammettere che ci siano rarissimi elementi che si raggruppano in case di parenti, di numero inferiore perfino a 30! Anche il misterioso Teofilo lucano, il vangelo e gli Atti degli Apostoli sono spia letteraria di altra epoca – cfr. Teofilo di Antiochia.

*Senza entrare in merito ai loro stessi nomi e al preciso computo, ora, vorrei sapere qualcosa di più su Tertios o grapsas.

Marco, so solo che un certo Lucio Crassio Terzio vive ad Oplontis – Torre Annunziata, nella villa b di Poppea Sabina, moglie del sabino Nero-valoroso, donna, a detta di Giuseppe Flavio, timorata di Dio, sua protettrice nel corso del viaggio diplomatico del 64 d.C. e che a lei lo storico si rivolge al momento come legatus/presbus/ambasciatore con mandato del sinedrio gerosolomitano di cercare di liberare i sacerdoti incriminati da Felice – il cui periodo di procura iniziato forse nel 52, dura fino al 59, quando è sostituito da Porcio Festo 60-62 (Lucceio Albino, 63-64 e Gessio Floro sono gli ultimi governatori!). All’epoca, Tertios potrebbe conoscere la Villa rustica, ma non averla acquistata, essendo sotto Nerone deposito e azienda commerciale, funzionante come emporion, gestito da dioiketai ellenistici, che vendono anche vino ed olio! In seguito se Tertios paolino è Lucius Grassius Tertius, data la conoscenza di Epafrodito e quella di Giuseppe Flavio, può aver fatto l’acquisto ed aver trasformato una villa rustica in un fundus agricolo, non più dipendente dalla villa dominica. Cfr. Di una probabile Centuriazione romana nel Piceno.

 

Villa rustica di Lucius Crassius Tertius. Plan showing location of villa and the Villa di Poppea.
See Malandrino C., 1981, Sylva Mala II, p. 4.
Villa di Poppea Sabina e di Lucius Crassius Tertius. Il disegno con la precisa ubicazione in Torre Annunziata è tratto dal sito internet della Soprintendenza.

 

 

*Tertios potrebbe essere, dunque, anche un o grapsas della corte dell’Augusta, legato da amicizia ad Epafrodito?

 Marco, non posso fare questa affermazione, ma… non posso non ricordarti che gli operai di Christos si ribellarono a Ponzio Pilato che, per pagarli rubò denaro dal korbonas/tesoro del tempio, provocando la stasis/rivolta come poi accadde anche nel 66 contro Gessio Floro, poco dopo la morte di Giacomo, che aveva autorizzato la spartizione delle entrate della ricchezza templare col procuratore romano! Nel 66 d.C. la stasis inizia col non versare il tributo a Cesare – circa 40 talenti cioè 1.200.000 euro! – con l’abbattere il portico dell’Antonia (Guerra giudaica, II, 405), mentre viene uccisa la guarnigione romana a Masada ed Eleazar, figlio di Anania, fa cessare i sacrifici per i Romani e per Cesare (ibidem, 410) quando il popolo incendia la casa del sommo sacerdote e la reggia di Agrippa II e Berenice, e vengono bruciati gli archivi (ibidem, 427) dopo la fuga dei grammaphulakeioi/burocrati, conservatori degli atti, desiderosi di fare scomparire i contratti di prestito e di impedire la riscossione del denaro/aphanisai speudontes ta sumbolaia toon dedaneikootoon kai tas eispracseis apokopsai toon chreoon/tanto da attirare dalla propria parte la massa dei debitori e da mettere, senza timore alcuno, i poveri contro i ricchi/autoi te plhthos proslaboosin toon oophelhthentoon kai met’adeias tois euporois epanasthsoosi tous aporous!

*Professore, se Gessio Floro come uomo, che si è assunto l’incarico di provocare e di far scoppiare la guerra, manda da Cesarea milites a prelevare dal Tesoro templare circa 17 talenti col pretesto, che servono per l’amministrazione imperiale, non può meravigliare la rivolta del popolo gerosolomitano, impaurito, già da precedenti massacri a causa del saccheggio delle case vicine (Guerra giudaica, II, 308).

Allora, sai anche che il numero di morti nell’occasione di circa 3.600/peri triachilioous kai ecsakosious – è esagerato: forse sono solo 360 o 630! – Conosci pure il discorso di Agrippa II, dopo che ha conosciuto il pericolo corso dalla sorella, quel 16 di Artemisio corrispondente ai primi giorni di giugno del 66 in un clima di guerriglia – e conosci anche tutti i fatti di quei particolari momenti all’atto della assunzione di potere di Menahem figlio di Giuda e la rivalità di Giovanni di Giscala, padrone del Tempio e Simon bar Giora, signore della Città bassa.

*Professore me ne ha parlato tante volte e, quindi mi ricordo che ho sempre detto che gli ebrei si uccidono fra loro per la religio, facendo godere i romani pagani, come per secoli hanno fatto cristiani e musulmani, in nome di Dio, quando la fede irrazionale aumenta la passionalità dell’uomo razionale.

La vittoria romana flavia è un trasferimento del deus Sebaoth a Roma da Alessandria, nella figura del nuovo Soothr, un ex mulio, sabino, venuto dalla Giudea, per trionfare, predicando pax al mondo romano! Flavio, in Antichità Giudaiche, I, in Bios, 430 e in Contra Apionem, 1, invoca Epaphroditos come kratiste androon? Uno scriba può aver raggiunto i vertici degli onori in Roma flavia, tanto da essere onorato col superlativo relativo di agathos, che ha valore assoluto in relazione a pantoon androon, il migliore uomo, l’ottimo tra gli uomini?! Dopo la morte di Nerone, in epoca flavia, poteva essere diventato tanto ricco da essere dominus della villa b di Oplontis, ceduta all’amico Tertios, che l’acquista?!

Marco, Se Narcisus era diventato ricchissimo in epoca neroniana, un periodo in cui molti populares facevano carriera, specie se letterati ed artisti, in quanto Nerone,favoriva chi era dotato di ingenium, perché anche sotto i flavi non potevano fare fortuna equestri, commercianti e specie un liberto, che reggeva la segreteria e la corrispondenza imperiale (praepositus ab epistulis), o anche un semplice scriba, come Tertios?

*Lei mi ha parlato di questo liberto, Epafrodito, trattando di Pallante e Felice in Cenide e Vespasiano, facendo un preciso riferimento a Svetonio (Vespasiano, 14), pur, dopo aver rilevato un primo scontro al momento dell’adozione di Domizio Enobarbo nella famiglia dei Neroni, quando c’è opposizione da parte di Narciso che vuole imporre i diritti di Britannico e poi, per il matrimonio di Claudio dopo la morte di Messalina, tra Lollia Paolina, da lui sostenuta contro il parere di Pallante, sostenitore di Agrippina minor. Infine mi ha mostrato Epafrodito attivo nel 55 d.C. dopo il suicidio di Narciso, che conserva intatto il capitale, in quanto sceglie di morire e non subire processo e, quindi, ha solo le decurtazioni di legge! Eppure tantissimo del suo capitale fu perduto nel bonificare la palude del Fucino, quando ci furono insuccessi gravi nelle due progettate gallerie! Per lei, è possibile, comunque, che Tertios sia Lucius Crassius Tertius e che possa connettersi con altri liberti?

Marco, per me Paulus nel 61, dopo molte peripezie sbarcato a Pozzuoli, forse con Tertios, è accolto al porto da curiosi, che vogliono vederlo, ritenendolo un mago e rimane in città per sette giorni, facendo cure termali, esortando i suoi fratelli a diffondere la parola di Christos-messia per poi passare per la via campana e dirigersi a Roma, anche se legato al centurione, che deve relazionare al suo legatus o a Tigellino.

Tra i tanti nominati e salutati della lettera ai romani, ci sono, oltre a Tertios o grapsas, la madre, i fratellastri Rufus, la famiglia di Narcisso, Erodione, ed altri. Ecco come saluta, ripetendo 11 volte aspàsasthe che sottende un invito all’accoglienza e al saluto seppure da lontano: ἀσπάσασθε Ἐπαίνετον τὸν ἀγαπητόν μου, ὅς ἐστιν ἀπαρχὴ τῆς ⸀Ἀσίας εἰς Χριστόν/ salutate Epeneto, a me caro, che è primizia di Asia in Christo; ἀσπάσασθε ⸀Μαριάμ, ἥτις πολλὰ ἐκοπίασεν εἰς ὑμᾶς./Salutate Maria che ha lavorato molto per voi; ἀσπάσασθε Ἀνδρόνικον καὶ Ἰουνίαν τοὺς συγγενεῖς μου καὶ συναιχμαλώτους μου, οἵτινές εἰσιν ἐπίσημοι ἐν τοῖς ἀποστόλοις, οἳ καὶ πρὸ ἐμοῦ γέγοναν ἐν Χριστῷ./Salutate Andrònico e Giunia, miei parenti che sono stati in prigione con me. Sono degli apostoli insigni e sono diventati cristiani prima di me (Lettera ai romani, 16, 7): ἀσπάσασθε Ἀμπλιᾶτον τὸν ἀγαπητόν μου ἐν κυρίῳ/Salutate Ampliato che mi è caro nel Signore; ἀσπάσασθε Οὐρβανὸν τὸν συνεργὸν ἡμῶν ἐν Χριστῷ καὶ Στάχυν τὸν ἀγαπητόν μου/Salutate Urbano, nostro compagno al servizio di Cristo, e il mio caro Stachi; ἀσπάσασθε Ἀπελλῆν τὸν δόκιμον ἐν Χριστῷ. ἀσπάσασθε τοὺς ἐκ τῶν Ἀριστοβούlou/Salutate Apelle, che è stato messo alla prova per la sua fede in Cristo. Salutate la famiglia di Aristòbulo; ἀσπάσασθε Ἡρῳδίωνα τὸν συγγενῆ μου. ἀσπάσασθε τοὺς ἐκ τῶν Ναρκίσσου τοὺς ὄντας ἐν κυρίῳ/Salutate il mio parente Erodione. Salutate quelli della casa di Narciso che credono nel Signore; ἀσπάσασθε Τρύφαιναν καὶ Τρυφῶσαν τὰς κοπιώσας ἐν κυρίῳ. ἀσπάσασθε Περσίδα τὴν ἀγαπητήν, ἥτις πολλὰ ἐκοπίασεν ἐν κυρίῳ/Salutate Trifèna e Trifòsa, che lavorano per il Signore, e la mia cara Pèrside, che pure ha molto lavorato per lui; ἀσπάσασθε Ῥοῦφον τὸν ἐκλεκτὸν ἐν κυρίῳ καὶ τὴν μητέρα αὐτοῦ καὶ ἐμou/Salutate Rufo, degno di lode nel Signore, e sua madre che è madre anche per me; ἀσπάσασθε Ἀσύγκριτον, Φλέγοντα, Ἑρμῆν, Πατροβᾶν, Ἑρμᾶν καὶ τοὺς σὺν αὐτοῖς ἀδελφούς/salutate Asincrito, Flegònte, Ermete, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro; ἀσπάσασθε Φιλόλογον καὶ Ἰουλίαν, Νηρέα καὶ τὴν ἀδελφὴν αὐτοῦ, καὶ Ὀλυμπᾶν καὶ τοὺς σὺν αὐτοῖς πάντας ἁγίους/con loro salutate Filologo, Iulia, Nerea e sua sorella e Olimpa e tutti i santi.

*A me più che suoi seguaci, sembrano parenti più o meno collegati in Christos crocifisso morto e risorto. Tra questi significativi sono Erodione – figlio di un nipote o pronipote di Giulio Fasael, primogenito di Giulio Antipatro, marito della sorella di Paulus – i rufus, parenti di sua madre e quelli della famiglia di Narciso e quelli della famiglia di Aristobulo – probabilmente i tanti parenti romani asmonei, discendenti di Aristobulo II, padre di Antigono, rimasti a Roma come esiliati da 4 generazioni -. Per la loro identificazione potremmo fare qualche ulteriore indagine sui fratellastri di Paolo, sulla madre, e su Andronico e Giunia, suoi parenti/suggeneis dalla linea dei Rufus.

Per me il nucleo del pensiero paolino nel periodo neroniano non è molto diverso da quello successivo di Mara bar Serapion e di Bardesane. Saul di Tarso, infatti, ha come basilare il logos incarnato, lo scandalo della croce e lo Spirito Santo forse di genere femminile, in quanto in siriaco il termine è femminile, come abbiamo detto!

*Per lei chi scrive la Lettera ai romani è contestuale a Filopappo o a Mara o a Bardesane: il suo scrittore greco ha solo memoria di christianoi antiocheni in Roma, che vedono nei parenti o amici di Paolo, correligionali, contribuli ancora attestati come discendenti da elementi di origine giudaica dall’epoca neroniana, come persone abilitate all’accoglienza e al saluto da lontano (significato di aspazomai!).

*Bene, professore. Come posso spiegarmi la villa di Tertios e la sua ricchezza ad Oplontis? non capisco!

 Marco, ritengo che Tertios o grapsas negli anni della ricostituzione della provincia di Iudaea con Sesto Lucilio Basso, dopo la venuta di Agrippa II a Roma col suo segretario Giusto, possa essersi avvicinato al gruppo di Flavio già impegnato a Roma a scrivere Guerra giudaica e pronto a pubblicare i sette libri di un’opera filoflavia, in cui viene data una veste migliore greca rispetto alla precedente forma aramaica, a seguito dell’ approvazione del re filoromano e della sorella Berenice, allora amica ed amante di Tito, così da congiungere la tradizione genealogica ebraica con quella romano-greca, nonostante l’opposizione del senato e di Cenide.

*Devo pensare che a corte ci sono molti gruppi, anche in contrasto fra loro circa la celebrazione della vittoria di Vespasiano e di Tito sulla Giudea, data anche la presenza della regina ebraica, non desiderata come futura imperatrice?

Marco, se rileggi Giusto di Tiberiade o Giuseppe Flavio. La scelta cristiana del IX secolo, vedrai come è tradìta l’alhtheia e forse possiamo intendere la lezione di Paulus/Tertios, del Gesù crocifisso, morto e risorto, un pensiero sopravvissuto a Paulus in una Roma non ancora cristiana, esportato forse ad Alessandria. 

 *Non è, comunque, certa, l’identificazione di Tertios, come è incerto anche il passaggio di cultura dalla ecclesia romana puramente giudaica a quella cristiana della fine del II secolo al didaskaleion alessandrino!

Marco, i viaggi paolini in territorio romano sembrano avere solo un intento di Occidentalizzazione del pensiero paolino, quando, invece, è più probabile una via culturale nuova tra Italia ed Egitto con una comunicazione diretta tra Roma ed Alessandria, specie dopo il regno flavio e i nuovi rapporti con l’Egitto in epoca traianea ed adrianea.

*Professore, lei mi vuole dire che, come non conosciamo il vero Giuseppe Flavio (uomo bellicoso o sacerdote pacifista!) così, neanche conosciamo il reale pensiero di Paulus, un civis, tarsense, fariseo, assimilatosi con Christos, convinto di essere nuovo Christos, il primo di tanti, desiderosi di essere alter Christus, apologisti e padri della chiesa, che sono perfidi integralisti, santificati poi (di cui lei ha fatto vedere, nella sua opera, gli eccessi nel ragionamento, la spietatezza disumana, il fanatismo religioso!). Io ho presente ancora la sua caratterizzazione di Ario ed Atanasio, quella di Cirillo e di tanti altri, compresi Damaso e Girolamo, Ambrogio, di cui non so leggere segni di reale santità!

 Marco, Marco… lascia perdere… seguitiamo il nostro discorso. Oggi si dà una generica preferenza alla relazione di Vita/bios di Flavio, che ci mostra la figura di Giuseppe pacifista, come aveva già fatto nella Guerra Giudaica, presentando solo ciò che in quel tempo gli faceva comodo, tacendo tutto ciò che lo importunava e che fu messo in piena luce, solo più tardi per cui nel periodo domizianeo, scrisse tutte le altre opere: noi abbiamo ‘ambiguità’ in Giuseppe come anche in Paulus, un magister visionario legalista come Esdra e come ogni elemento sadduceo di ognuna delle 24 famiglie sacerdotali operative nel Tempio cfr. Ma… chi può andare a Roma, veramente, in epoca neroniana?. Le argomentazioni usate da Giuseppe Flavio per giustificare il proprio tradimento e quello dei suoi fratelli, sembrano riecheggiare agli inizi del periodo flavio le parole di Paolo, che si salva solo grazie alla imitazione di Christos… I due sembrano essere in sintonia per quel che riguarda il loro atteggiamento nei confronti del mondo romano: Paolo considera suo dovere liberare la chiesa di Gesù dal legalismo del giudaismo e dalla dipendenza dal territorio palestinese, e di renderla universale/catholica, legandola al mito di Roma e dei Cesari; Flavio riconosce il la missione della nuova Roma flavia, legittima sostituta del sacerdozio giudaico templare e di Sion eterna/Gerusalemme divina. Ambedue sono strani farisei – sadducei, retorici, fedeli all’ebraismo a parole, ma di fatto opportunisti che saltano sempre sul carro del vincitore, predicatore di militarismo. Anche se non ci sono sufficienti indicazioni storiche per dire che i due si conoscono e che hanno legami tra loro, come con Giusto di Tiberiade, mi pare non improponibile di poter rilevare una comune cultura farisaica, già nel padre, mai nominato, di Paulus, amico di Rab Gamaliel, con Mattatia figlio di Giuseppe, padre di Giuseppe Flavio (cfr. Bios, 5: …Ioshpou Matthias basileuontos Archelaou to dekaton, Matthia de egoo tooi prootooi ths Gaiou Kaisaros egemonias...) e con Pistos, padre di Giusto. Non per nulla, Paulus in Atti degli Apostoli, dopo essere tornato a Gerusalemme, condotto di fronte ai sommi sacerdoti ed al Sinedrio per essere giudicato (Atti, 22, 30) si difende dicendo: Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella resurrezione dei morti. Al sentirlo nasce una disputa tra farisei e sadducei..,tanto che tra clamori, alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi in piedi, protestavano dicendo: “Non troviamo nulla di male in quest’uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse parlato davvero?”. Essendosi la disputa accesa, il tribuno, temendo che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza. (Atti, 23; 1-10).

*Professore, all’epoca, Giuseppe Flavio, essendo un sacerdote di alto rango, poteva essere col padre e, a quel tempo, trovarsi presente a quell’assemblea, avendo già aderito alla setta dei farisei, all’età di 19 anni, dopo la conoscenza di Bannus nel deserto, ed alzarsi con altri in difesa di Paolo.

Non lo posso certificare, ma è possibile, dati i comuni buoni rapporti con governatore romano Felice, fratello di Pallante e di Cenide, che lo tenne agli arresti per qualche tempo, fino a quando non fu inviato a Roma – dove passò due anni in prigione (cfr. Atti, 28, 29) prima di essere liberato, senza processo, nel 63 o 64 d.C. -, insieme ad altri prigionieri (cfr. Atti, 27, 1), per essere giudicato dall’imperatore, al quale Paolo, in qualità di cittadino romano, si era appellato.

*Del viaggio di Paulus e di Giuseppe sono ben informato, come anche dell’incontro con Alituro e Poppea e della liberazione dei sacerdoti, ora vorrei sapere meglio qualcosa sull’incontro coi principe Agrippa II e con Berenice che, ospiti di Festo, hanno possibilità di parlare con Paulus prigioniero destinato ad andare a Roma. Io rifletto e penso, data coincidenza di date, fatti e persone coinvolte se Giuseppe venne a Roma, a suo rischio e spese, appositamente per liberare i sacerdoti, potrebbe aver liberato anche Paolo, che seguita la cristianizzazione in Occidente?

Marco, tu supponi questo perché sai che Paolo, liberato, ha altri anni di vita e di predicazione poi, ed inoltre perché sai che Giuseppe, affrancato da Vespasiano, viene a Roma con Tito nel 70 d.C., quando già Paulus è stato giustiziato, quando la Giudea è stata presa, quando il Tempio è distrutto e la famiglia sacerdotale quasi sterminata e lui è bollato come traditore/prodoths!

 *Professore, in questa situazione, secondo lei, Tertios, quindi, può essersi arricchito, stando accanto a Giuseppe Flavio, ora cortigiano dei Flavi e del suo principe filoromano e della principessa Berenice, amante di Tito, destinata a divenire Augusta, nonostante l’opposizione di Cenide e di tante altre personalità senatorie. Anche nella classe sacerdotale vinta, pur animata da risentimento e da desiderio di rivincita e vendetta, c’è rassegnata sottomissione nei confronti della romanitas vittoriosa!?

Marco, tu pensi all‘opportunismo del clero ebraico, vinto, disperso, e ad un suo possibile piano culturale sacerdotale a Roma, da parte di uomini come Paulus, Flavio, Tertios, Epafrodito che giocano la carta letteraria, seppure contraddetti da altri ebrei come Giusto di Tiberiade, secondo le linee tracciate nel periodo asmoneo ed erodiano, in una nuova proposizione per tutto l’impero della theoria della doppia autorità, dei due unti/christoi, quella medievale dei due soli, l’autokratoor e il pontifex maximus così da conquistare, già sotto i flavi, posizioni di precedenza e di dirigenza.

 *Professore, quando i christianoi antiocheni cominciano a venire a Roma sotto i flavi e si collegano con i giudei, i circa 50.000 ebrei di Transtevere, si servono delle stesse sinagoghe, si sentono uomini importanti, più importanti dei siriaci anche loro venuti nell’Urbe e credono di poter essere il klhros, la classe dirigente di tutto l’impero!

 Marco, vedo che sei entrato nella logica flavia di trasformazione sociale, in cui i primi diventano ultimi e gli ultimi primi ed hai una tua precisa theoria a proposito, che in un certo senso, posso anche giustificare. Per me le argomentazioni di Giuseppe Flavio per giustificare il proprio tradimento e quello dei suoi fratelli, riecheggiano le parole di Paolus e si possono capire dal discorso fatto dall’apostolo delle genti davanti ai principi di Giudea ospiti di Festo, a Cesarea marittima, in Atti degli apostoli, 25/6. Come Paulus si difende con Felice, fratello di Pallante, governatore amante di Drusilla, così fa un decennio dopo, con Agrippa II e Berenice, venuti a riverire il procuratore romano – che ritiene inopportuno per un magistrato sedersi in tribunale per valutare una questione religiosa dottrinale, tipica espressione di due parti avverse, e che è meglio lasciare il caso ad un filoromano, ebreo, di stirpe sacerdotale -, così da poter fare all’imperatore una relazione completa, scritta, sul caso di un civis romano tarsense, un ambiguo politico visionario, accusato di magia dai contribuli, che, secondo loro, è degno di morte, perché contrario alla legge mosaica, in quanto predicatore di un nuovo vangelo in nome di Christos.

*Professore, per lei è importante la difesa di Paulus per comprendere la lezione sacerdotale di Giuseppe Flavio, tramite la scrittura di Tertios o grapsas paolino, colui che potrebbe essere di un comune contesto culturale a quello dell’evangelista Luca!

 Marco, anticipi quanto io desidero dirti sul pensiero paolino e lucano. Forse è bene attendere per fare una precisa valutazione generale.

 *Bene, attendo.

Marco, Paolo, fatta captatio benevolentiae del re e richiestone ascolto/akousai mou con longanimità/macrothumoos, tratta della sua giovinezza a Gerusalemme, proclamando di essere fariseo e dichiarando ora di essere sotto processo a causa della promessa fatta da Dio ai padri per tutte le tribù disperse, che attendono il compimento/νῦν ἐπ’ ἐλπίδι τῆς ⸀εἰς τοὺς πατέρας ἡμῶν ἐπαγγελίας γενομένης ὑπὸ τοῦ θεοῦ ἕστηκα κρινόμενος, eiς ἣν τὸ δωδεκάφυλον ἡμῶν ἐν ἐκτενείᾳ νύκτα καὶ ἡμέραν λατρεῦον ἐλπίζει καταντῆσαι.

* Paulus, mostrando lo zelo di un fervente fariseo – Τὴν μὲν οὖν βίωσίν μου τὴν ἐκ νεότητος τὴν ἀπ’ ἀρχῆς γενομένην ἐν τῷ ἔθνει μου ἔν ⸀τε Ἱεροσολύμοις ἴσασι ⸀πάντες Ἰουδαῖοι, 5προγινώσκοντές με ἄνωθεν, ἐὰν θέλωσι μαρτυρεῖν, ὅτι κατὰ τὴν ἀκριβεστάτην αἵρεσιν τῆς ἡμετέρας θρησκείας ἔζησα Φαρισαῖος – parla, quindi, del compimento della promessa di Dio! 

 Si Marco. Paulus connette il nome di Gesù, un aramaico di Galilea antiromano, mago, lhisths/ladrone crocifisso sotto Pilato, con la speranza di questo compimento e della resurrezione dai morti, affermando di aver fatto molte cose grazie a lui, raccontando anche del suo apostolato giovanile farisaico antichristianos in Gerusalemme ed altrove, ricordando il suo viaggio a Damasco e il suo incontro con uno, morto, redivivo, apparsogli improvvisamente /Ἐν ⸀οἷς πορευόμενος εἰς τὴν Δαμασκὸν μετ’ ἐξουσίας καὶ ἐπιτροπῆς ⸀τῆς τῶν ἀρχιερέων ἡμέρας μέσης κατὰ τὴν ὁδὸν εἶδον, βασιλεῦ, οὐρανόθεν ὑπὲρ τὴν λαμπρότητα τοῦ ἡλίου περιλάμψαν με φῶς καὶ τοὺς σὺν ἐμοὶ πορευομένους· πάντων ⸀τε καταπεσόντων ἡμῶν εἰς τὴν γῆν ἤκουσα φωνὴν ⸀λέγουσαν πρός ⸀με τῇ Ἑβραΐδι διαλέκτῳ· Σαοὺλ Σαούλ, τί με διώκεις; σκληρόν σοι πρὸς κέντρα λακτίζειν. ἐγὼ δὲ εἶπα· Τίς εἶ, κύριε; ὁ δὲ ⸀κύριος εἶπεν· Ἐγώ εἰμι Ἰησοῦς ὃν σὺ διώκεις· ἀλλὰ ἀνάστηθι καὶ στῆθι ἐπὶ τοὺς πόδας σου· εἰς τοῦτο γὰρ ὤφθην σοι, προχειρίσασθαί σε ὑπηρέτην καὶ μάρτυρα ὧν τε εἶδές ⸀με ὧν τε ὀφθήσομαί σοι, ἐξαιρούμενός σε ἐκ τοῦ λαοῦ καὶ ⸀ἐκ τῶν ἐθνῶν, εἰς οὓς ἐγὼ ⸂ἀποστέλλω σε ἀνοῖξαι ὀφθαλμοὺς αὐτῶν, τοῦ ⸀ἐπιστρέψαι ἀπὸ σκότους εἰς φῶς καὶ τῆς ἐξουσίας τοῦ Σατανᾶ ἐπὶ τὸν θεόν, τοῦ λαβεῖν αὐτοὺς ἄφεσιν ἁμαρτιῶν καὶ κλῆρον ἐν τοῖς ἡγιασμένοις πίστει τῇ εἰς ἐμέ. Ὅθεν, βασιλεῦ Ἀγρίππα, οὐκ ἐγενόμην ἀπειθὴς τῇ οὐρανίῳ ὀπτασίᾳ, ἀλλὰ τοῖς ἐν Δαμασκῷ πρῶτόν ⸀τε καὶ Ἱεροσολύμοις, ⸀πᾶσάν τε τὴν χώραν τῆς Ἰουδαίας, καὶ τοῖς ἔθνεσιν ⸀ἀπήγγελλον μετανοεῖν καὶ ἐπιστρέφειν ἐπὶ τὸν θεόν, ἄξια τῆς μετανοίας ἔργα πράσσοντας/con questo scopo, munito di autorizzazioni e permessi dei sommi sacerdoti, andavo io a Damasco, quando, verso mezzogiorno ho visto, o re, su mio cammino una luce del cielo, più risplendente del sole, sfolgorante intorno a me e ai miei compagni di viaggio.Tutti cademmo per terra ed io udii una voce che diceva in lingua ebraica: Saul Saul perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro i pungoli! Io dissi: chi sei, signore? Il signore rispose: io sono Gesù che tu perseguiti. Ma ora alzati e sta in piedi davanti, dritto. Infatti questo è il motivo per cui ti sono apparso per costituirti ministro/upeereths e testimone delle cose che tu hai visto di me e di quelllo che ancora ti mostrerò. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, a cui ti mando, per aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, affinché ottengano per la fede in me la remissione dei peccati e partecipino all’eredità dei santi. Perciò o re Agrippa io non volli resistere alla visione celeste/ourania optasia, anzi ho predicato prima a quelli di Damasco, poi, a quelli di Gerusalemme e per tutto il paese di Giudea, infine, ai pagani, che dovevano pentirsi e convertirsi a Dio, facendo opere di vera penitenza (Ibidem, 12-20).

*Dunque, Paulus, dopo aver mostrato Gesù che lo fa ministro e testimone delle cose viste e di quelle ancora da mostrare, osa chiedere ad Agripa se crede ai profeti volendo far vedere come immotivata la persecuzione dei giudei che vogliono ucciderlo ingiustamente, a seguito della cattura: Paulus con l’aiuto di Dio fino a questo giorno ha reso testimonianza agli umili e ai potenti non dicendo niente altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, che il Christos doveva soffrire e che, risuscitato, per primo da morte, avrebbe annunciato al popolo e ai pagani la luce/.ἕνεκα τούτων ⸂με Ἰουδαῖοι⸃ ⸀συλλαβόμενοι ἐν τῷ ἱερῷ ἐπειρῶντο διαχειρίσασθαι. ἐπικουρίας οὖν τυχὼν τῆς ⸀ἀπὸ τοῦ θεοῦ ἄχρι τῆς ἡμέρας ταύτης ἕστηκα μαρτυρόμενος μικρῷ τε καὶ μεγάλῳ, οὐδὲν ἐκτὸς λέγων ὧν τε οἱ προφῆται ἐλάλησαν μελλόντων γίνεσθαι καὶ Μωϋσῆς, εἰ παθητὸς ὁ χριστός, εἰ πρῶτος ἐξ ἀναστάσεως νεκρῶν φῶς μέλλει καταγγέλλειν τῷ ⸀τε λαῷ καὶ τοῖς ἔθνεσιν (Ibidem, 21-23).

Questo, Marco, è il suo reale pensiero: lui, libero dal popolo e dai pagani, deve aprire loro gli occhi, convertendoli dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio, ottenendo grazie alla fede in lui/pistis h eis eme, la remissione dei peccati, facendoli partecipi dell’eredità di cieli. Questa è la sua personale conclusione per cui ha predicato a Damasco a Gerusalemme, in tutta la Giudea invitando tutti a pentirsi e convertirsi a Dio, facendo opere di vera penitenza, facendo conoscere che Christos doveva soffrire e che, risuscitato per primo, da morte, avrebbe annunciato la luce!

 *Professore, ora capisco bene la reazione, agitata, da romano – da uomo dai solidi principi con coscienza di fides, maiestas, gravitas – di Porcio Festo /Ταῦτα δὲ αὐτοῦ ἀπολογουμένου ὁ Φῆστος μεγάλῃ τῇ φωνῇ ⸀φησιν· Μαίνῃ, Παῦλε· τὰ πολλά σε γράμματα εἰς μανίαν περιτρέπει. ὁ δὲ ⸀Παῦλος· Οὐ μαίνομαι, φησίν, κράτιστε Φῆστε, ἀλλὰ ἀληθείας καὶ σωφροσύνης ῥήματα ἀποφθέγγομαi/tu stai delirando, Paolo; il tuo gran sapere ti ha dato alla testa! e Paolo invece risponde: o eccellentissimo Festo, io dico parole di verità e di saggezza Paulus è convinto di essere approvato da Agrippa, che, credente nei profeti, sa leggere oltre la lettera e ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare la parola di Dio.

Marco, vedo che hai esaminato bene rhmata di Paulus, la sua retorica e la sua insania-mania, registrata da Luca (e forse anche da Tertios), che insiste col poliptoto (Mainhi, Manian e Mainomai)e che hai rilevato Christos e cristianesimo come continuazione e completamento dell’ebraismo, come rovina dei principi razionali e naturali umani del paganesimo e della sua classica armoniosa tradizione.

*Per me, comunque, la frase del re, confratello giudeo, risulta ambigua come tutta la politica erodiana e lo stesso pensiero asmoneo-erodiano, pencolante tra giudaismo e romanità: Agrippa è emblematico ebreo, politikos, che non si cristianizza, comunque: Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano/Ἐν ὀλίγῳ με πείθεις Χριστιανὸν ⸀ποιῆσαι!

Marco, un politico filoromano, specie in epoca flavia, dove c’è il rovesciamento dei ruoli, sociali, deve saper mantenere il proprio honor, anche se può pure accettare l’augurio irrealizzabile di Paulus di diventare come lui, ad eccezione delle catene/Εὐξαίμην ἂν τῷ θεῷ καὶ ἐν ὀλίγῳ καὶ ἐν ⸀μεγάλῳ οὐ μόνον σὲ ἀλλὰ καὶ πάντας τοὺς ἀκούοντάς μου σήμερον γενέσθαι τοιούτους ὁποῖος καὶ ἐγώ εἰμι παρεκτὸς τῶν δεσμῶν τούτων/O poco o molto Dio volesse che non solo tu, ma anche quelli che mi ascoltano, diveniate come io sono, eccettuate le catene.

*Professore, le successive parole degli uditori di Paulus, che se ne vanno, servono solo a giustificare per i posteri la figura di Paulus uomo che non può aver fatto nulla per meritare la morte e le catene/καὶ ἀναχωρήσαντες ἐλάλουν πρὸς ἀλλήλους λέγοντες ὅτι Οὐδὲν θανάτου ⸂ἢ δεσμῶν ἄξιον⸃ ⸀τι πράσσει ὁ ἄνθρωπος οὗτος. È, comunque, una valutazione spirituale-pneumatica, non certamente dell’epoca come anche quanto detto da Agrippa!: Agρίππας δὲ τῷ Φήστῳ ἔφη· Ἀπολελύσθαι ἐδύνατο ὁ ἄνθρωπος οὗτος εἰ μὴ ἐπεκέκλητο Καίσαρα/quest’uomo poteva essere rilasciato, se non si fosse appellato a Cesare (Ibidem, 32). In epoca neroniana non ci fu condanna per Paulus, che, infatti, viene rilasciato da Tigellino, che ha sentito la testimonianza del centurione, legato al prigioniero, durante la stessa udienza con Festo e coi due principi di Giudea. 

 Marco, Flavio dà, a modo suo, una testimonianza circa il regno neroniano quando scrive: molti hanno scritto la storia di Nerone; alcuni mentendo per benevolenza; altri per odio contro di lui, riprovevoli anch’essi; e non mi meraviglia che abbiano mentito, giacché mentirono anche a proposito dei suoi predecessori, sebbene scrivessero molto tempo dopo di essi. Perciò, concludendo, mi piace citare W. Bohrmann, Le voyage à Rome de Flavius Josephus (Vita, 13-16), in J. U. Kalms – F. Siegert (eds.), Internationale Josephus-kolloquium, Bruxelles, 1998, Münster, 1999, pp. 222 -, che sembra concordare con le mie conclusioni sul regno di Nerone, e anche sulla figura di Paulus!