Esistere è vivere “tipico”? significa essere uno che, pur dovendo naturalmente sopportare tutto, patendo senza lamentarsi e senza sperare niente, a compenso, come ogni creatura attiva, che ama, lascia, comunque, in terra, una bava di lumaca, da anhr theios, tupon/impronta argentata del proprio passaggio con signa memorabilia?!
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*Perché mi vuole trattare dell’Epistula XLVII, ad Desiderium, di Girolamo, una lettera, poco nota?
Desidero datare esattamente il De viris illustribus di Girolamo, un’opera molto importante per comprendere la latinizzazione dell’Occidente.
*Lei mira a rilevare il valore del lungo processo di latinizzazione dell’opera di Girolamo?!
Marco, faccio un’operazione storica per far conoscere esattamente il carattere di un santo, dottore della Chiesa, il quale afferma di aver scritto, circa dieci anni prima, tale opera, insieme ad altre rispetto a questa lettera, una delle Diversae, del 403, in cui si legge: ante annos ferme decem cum Dexter amicus meus, qui Praefecturam administravit Praetorii, me rogasset ut auctorum nostrae religionis ei indicem texerem/quasi dieci anni prima, Destro, mio amico che fu prefetto del pretorio, avendomi pregato che gli mettessi insieme un sommario degli autori della nostra religione, inter caeteros tractatores posui et hunc librum a Pamphilo editum/tra tutti gli altri commentatori posi anche questo libro, edito da Panfilio (padre spirituale di Eusebio).
*Lei, professore, ha certamente una ragione non solo letteraria, ma anche morale per fare questo lavoro! Vuole forse precisare prima i termini nel loro vero significato, specifici all’epoca, poi indicare chi lo sollecita in tale azione ed infine operare sul De viris illustribus e sul suo reale valore nella Storia della Chiesa romana, allora in formazione con papa Siricio – 384/399 -, con Anastasio I – 399/401-, e con Innocenzo I – 401/417- nel periodo, prima e dopo la conquista di Alarico di Roma del 410 d.C., in un tragico momento storico, quello della morte di Stilicone, del 408, unico difensore dai Goti e da Radagaiso, un dux vandalo, romanizzato, capace di fermare e frenare i barbari, ora cristiani ariani ellenizzati col clero ferocemente anticattolico, stanziati provvisoriamente nel territorio di Venetia ed Histria, dopo l’occupazione della Grecia, la presa di Atene e la distruzione di Corinto?! Ho capito?!
Certo, amico mio, bravo, bravissimo! Tutto questo ho espresso precedentemente, invitando ad essere se stessi, a vivere autenticamente e tipicamente e l’ho già mostrato anche in Noi siamo romano-ciceroniani, non cristiano-giudaici, dove oltretutto tratto di Gesù, un ebreo, accusato e crocifisso, pagante tasse e predicante amore, tradìto sotto Tiberio, un grande imperatore, indurito da continui tradimenti! Io ti voglio precisare non la situazione storica – che dovresti conoscere da Melania iunior e i pelagiani – ma solo lo specifico valore dei termini di auctores e di tractatores, che Girolamo usa, servendosi del primo con valore di autori (in quanto uomini, che producono e creano oggetti materiali e fanno ordinamenti costitutivi, divenendone artefici e fondatori), e dell’altro come commentatori, pur conoscendo il valore di manipolatori, tipico di tecnici massaggiatori di atleti, adattandoli secondo la lettura evangelica apostolica ed apologetica.
*Professore, quindi, il santo sottende, da una parte, sulla base della radice di augeo, uno che promuove, fa e fa avanzare, producendo qualcosa di nuovo da altro, non esistente, e da un’altra, in relazione a traho, trasferisce il significato di uno che massaggia ad uno che commenta i libri biblici! Girolamo, insomma, fa un’altra lettura!
Bene. A te, Marco, ora, fare osservazioni, dopo aver letto il mio pensiero su Girolamo che scrive – anni dopo la pubblicazione di De Viris Illustribus – di uomini che sono stati famosi ed hanno operato per il cristianesimo e per la fondazione della Ecclesia christiana, facendone la Storia, agiografica, di oltre trecento anni. Tu, comunque, già sai che il monaco-prete, dopo otto anni dal suo arrivo a Gerusalemme nel 385 e dal suo stanziarsi in Betlemme in una zona sotto la giurisdizione dell‘episkopos, Giovanni di Colonia Aelia Capitolina (Gerusalemme), qualche mese dopo, scrive la lettera a Desiderio, in cui dice: scripsi librum De illustribus viris et apostolis usque ad nostram aetatem, imitatus Tranquillum graecumque Apollonium: et post Catalogum plurimorum, me quoque in calce voluminis quasi abortivum/nato prematuramenteet quasi minimumomnium chirstianorum posui, ubi mihi necesse fuit usque ad decimumquartumannum Theodosii principisquid scripserim, breviter annotare.
*Professore, io leggo che (cosa che so, avendo studiato attentamente Noi siamo romano-ciceroniani, non giudaico-cristiani! ed Anacoretismo giudaico e cristiano, in cui viene mostrato il santo che tratta anche di Prefazione commentariorum in Jonam e del II libro di Contra Rufinum!) Girolamo ha scritto un libro sugli uomini illustri e sugli apostoli fino alla sua età, imitando Svetonio Tranquillo e il greco Apollonio e che alla fine delle vite di moltissimi -134 personaggi- ha posto se stesso, collocandosi per ultimo come centotrentacinquesimo (cfr. Gerolamo, Gli uomini illustri, a cura di Aldo Ceresa Gastaldo, EDB classici, Firenze, 2014).
Marco, in effetti, il santo si colloca come nono, dietro solo ad Origenes alexandrinus, delineato con 45 righe scritte, a Paulus di Tarso con 42 righe a Iacobus, fratello di Gesù, con 41, a Dionysius alexandrinus e Filon Iudaeus con 29, a Joannes l’evangelista, efesino, con 28, a Polycrates efesino ed Ignatius Antiochenus con 26, dedicandosene 23, superando, Lucas medicus antiochensis con 22, Giuseppe Flavio e Clemente alessandrino, celebrati con 21 righe, Irenaeus presbyter con 20, Hippolytus con 17, Alexander di Cappadocia ed Iustinus Philosophus con 16, Petrus pontifex maximus, Marcus eius interpres et discipulus, Hilarius e Papias, Tertullianus presbyter con 14, Clemens, quartus episkopus Romae ed Apollonius con 13, Melito asianus, Eusebius di Cesarea e Gregorio di Nazianzo, Firmiano Lattanzio con 12, Hegesippus historicus con 11, Didymus alexandrinus con 9, Athanasius episcopus e Seneca Cordubensis con 7, dimostrando di avere piena coscienza del suo valore nel cristianesimo, rispetto a tutti gli altri, rilevati con poche righe (da otto a due!) con notizie essenziali circa la condizione sacerdotale, il luogo dell’esercizio e le opere scritte: lui, prete, fa atto di umiltà dicendosi abortivum, ma si considera un altro Paolo – il quale pure maschera bene se stesso chiamandosi aborto – anche se poi si dice quasi minimum christianorum, gonfio, comunque, di orgoglio, tipico di chi aveva aspirato a succedere a papa Damaso, a Roma!
*Professore, capisco, capisco bene! Devo, però, intendere il sintagma in calce voluminis come calx mali/ pollone ai piedi del melo, e, quindi, come ultimo nato della pianta del cristianesimo? conosco altre letture ma mi piace questa, perché posso evidenziare la coscienza di Girolamo, uomo convinto di poter essere dottore della Chiesa, in mezzo a tanti che hanno operato per l’affermazione del Christos uomo-dio!
Penso di si! Il suo dire mi sono posto in calce voluminis, per me, significa atto di umiltà, connesso con abortivum e con quasi minimum omnium christianorum, ma sottende una personale esaltazione in quanto si sente nuovo Paolo, che segue Gesù, messia venuto, redentore del mondo, secondo i detti della Bibbia, in opposizione a Marcione di Sinope – neanche citato e del tutto oscurato, anche se tratta di un discepolo (Ambrogio diacono) – e ai maggiori commentatori vetero-testamentari, specie a Filone e ad Origene alessandrino! Molti, però, respingono tale lettura e dànno altro significato a calx, inteso come calcagno-calcio, usandolo non, per traslato, come calx mali – come interpretato da noi – ma lo intendono letteralmente come calce, calcina, usata negli ippodromi, in quanto mèta, fine e termine della corsa, segnata anche con creta!
*Quindi, anche lei, che conosce bene ognuno dei personaggi citati dall’eremita betlemita, rileva che, con De viris illustribus, Girolamo aspira a porsi come Paolo,opponendosi ad Origene e alla tradizione aramaica giacobita – come già detto dieci anni fa, in Giacomo e Paolo, e ribadito in Pelagio ed infine ne I Pelagiani e Girolamo, quando tratta della creazione del mondo e si sofferma a parlare di natura e delle sue leggi – Il santo, da Betlemme, crede di poter evangelizzare il mondo occidentale col latinizzarlo, in nome di Roma, quando la Romanitas imbarbarita come exercitus da secoli è dominata da duces vandali e goti ed anche da unni, con cui gli imperatori (i valentiniani e i teodosiani) devono patteggiare, concedendo titoli o territori (anche a popoli dediticii!).
Marco, questa concezione politica, naturale e razionale, connessa con una tragica situazione storica, mi sembra chiara in Noi siamo romano-ciceroniani, non cristiano-giudaici e risulta ben collegata con la latinizzazione dei barbari, germanici, occidentali, avendo lui, dottore della Chiesa, avviato il processo culturale, cosciente della sua funzione ed anche di quella di Ambrogio e di Agostino! Io mostro solo che noi, europei, non abbiamo niente a che fare con un giudeo galilaico, come Gesù (predicatore di amore e giustizia, uomo pagante tasse, accusato senza colpa all’autorità romana dai connazionali) e con la Bibbia! Noi siamo latino-occidentali, barbarici, indottrinati e christianizzati già in epoca teodosiana da grandi dottori e dopo la costituzione dell’Ecclesia romana e del suo pontefice massimo, a seguito della riconsegna delle insegne imperiali occidentali nel 476 d.C., all’autokratoor unico orientale romano, ora residente nella nuova Roma, Costantinopoli!
*Infatti, il santo, disponendo il caput CXXXV, ultimo capitolo del De viris illustribus, come conclusione, parla della sua opera, immensa, ed è conscio della grandezza dei tanti, che hanno scritto a favore del cristianesimo, in oltre trecento anni di storia ed anche di altri che sono precursori e eretici, inglobando perfino pagani o ebrei! Girolamo conosce l’opera di tanti che hanno scritto a favore della Chiesa ed anche di Ambrogio (339-397) e di Agostino (354-430) può veramente christianizzare?!
Marco, Girolamo è esemplare discepolo di cultura ebraica – secondo la lettura della Bibbia dei Settanta e secondo l’esegesi alessandrina – che dà rilievo alla paternità, alla nazionalità e al tempo – per cui sa christianizzare con la sua opera, seguendo i passi di quanti già hanno operato.
*Per lei, Girolamo, avendo avuto un preciso insegnamento orientale, ellenico, ora inizia la sua christianizzazione!
Marco, in De viris illustribus il santo inizia a dire il nome di suo padre, Eusebio, a menzionare quello della patria, città-oppidum di Stridone, eversum a Gothis antico confinium tra Dalmatia e Pannonia, e a precisato l’anno presente, cioè Theodosiii principis decimum quartum, 393 d.C., cioè anno millesimo centesimo quadragesimo sexto ab urbe condita, per poi far seguire l’elenco di tutte le le sue opere, elencandole, per come lui dice di averle scritte.
*Professore, c’è una certa vanità di scrittore in tale rassegna?
Certo, Marco. È orgoglio naturale e normale, se non fosse velato da pelosa umiltà cristiana! Anch’io spesso divento antipatico agli amici e risulto superbo quando mostro il mio lavoro ininterrotto di 57 anni! Pensa, comunque, che le opere non sono state scritte nello stesso tempo, ma ognuna ha una sua precisa collocazione temporale, specie il vario epistolario e perfino ogni singola epistula! Ecco, comunque, la rassegna/index di tutte le sue opere:
1. Vitam Pauli monachi;
2. Epistolarum ad diversos librum unum;
3. Ad Heliodorum exhortatoriam;
4. Altercationem Luciferiani et Orthodoxi;
5. Chronicon omnimodae Historiae;
6. In Hieremiam et in Ezechiel Homilias Origenis viginti octo/28 libros – quos de graeco in latinum verti –;
7. De Seraphim, de osanna, de frugi et luxurioso filiis;
8. De tribus quaestionibus legis veteris;
9. Homilias in Cantica canticorum duas;
10. Adversus Helvidium de verginitate Mariae, perpetua;
11. Ad Eustochium de verginitate servanda;
12. Ad Marcellam epistularum librum unum;
13. Consolatoriam de morte filiae ad Paulam;
14. In epistulam Pauli ad Galatas, commentariorum libros tres;
15. Item ad Ephesios, libros tres;
16. In epistulam ad Titum, librum unum;
17. In epistulam ad Philemonem, librum unum;
18. In Ecllesiasten commentarios;
19. Quaestionum hebraicarum in Genesim librum unum;
20. De Locis librum unum;
21. Hebraicorum nominum librum unum;
22. De Spiritu Sancto Didymi, quem in latinum transtuli/tradussi, librum unum;
23. In Lucam homilias triginta novem;
24. In Psalmos a decimo usque ad decimum sextum, tractatus septem;
25. Malchi captivi monachi vitam et beati Hilarionis;
26. Novum Textamentum graece fidei reddidi;
27. Vetus iuxta Hebraicam transtuli;
28. Epistularum autem ad Paulam et Eustochium, quia quotidie scribuntur, incertus est numerus.
Fa seguire, poi, altri sette libri (2 libri di Spiegazioni/explanationum su Michea, 1 su Naum, 2 su Abacuc, 1 su Sofonia, 1 su Aggeo), aggiungendo che ha ora per le mani molte altre opere sui profeti/nunc habeo in manibus multa alia de opere prophetali, non ancora terminate, oltre a 2 libri Adversus Jovinianum e Ad Pammachium Apologeticum et Epitaphium.
*Bene. Sono comunque sorpreso di non trovare, marcata tra gli scrittori e commentatori biblici, l’opera di Ambrogio di Treviri, vescovo di Milano, citato, però, e di non vedere nemmeno il nomen di Agostino afer.
Ambrogio nel 393 è in esilio a Bologna e poi a Firenze per l’usurpazione del trono imperiale di Eugenio, mentre Teodosio ha contattato Alarico, re dei goti, e forse lo ha insignito del titolo di magister eguitum per averlo a fianco nella battaglia del Frigido contro l’usurpatore. Comunque, Girolamo a lui dedica il caput CXXIV.
*Me ne parla? Mi dice esattamente il suo pensiero?
Sappi che Ambrogio muore nel 397, due anni dopo Teodosio, a cui lui, episkopos catholikos impone penitenza per l’eccidio di Tessalonica del 388 – cosa realmente fatta a Milano dall’imperatore, succube del prelato della potente famigli Aurelia, cugino di Aurelio Simmaco – e che in Oriente e in Palestina il fatto di un autokratoor penitente non fu unanimemente accettato, per cui si comprende il significato delle parole geronomiane: Ambrosius,Mediolanensis episkopus, usque ad praesentem diem scribit, de quo, quia superest, aut meum iudicium subtraham, ne in alterutram partem aut adulatio in me reprendatur aut veritas /Ambrogio, vescovo di Milano, continua tuttora a scrivere, ma, mi asterrò dal giudizio, poiché è ancora in vita, perché non mi si rimproveri in un senso o nell’altro o l’adulazione o la verità! Marco, sulla figura di autore e commentatore di Ambrogio, considerato il suo valore politico, il betlemita non si arrischia nel giudizio, che viene sospeso, seguendo il suo maestro Gregorio di Nazianzo, lacerato dai nemici e dagli avversari e perfino dilaniato dagli stessi amici! Girolamo teme, comunque, la critica, anche se è d’accordo per l’esegesi filoniana, accettata dal vescovo milanese, che fa interpretazione allegorica del testo biblico, e che ricerca nei patriarchi e nei personaggi biblici la figura del Christos – come poi farà anche Agostino, che si converte vedendo l’esempio di Ambrogio, al cui fianco è la madre Monica, che combatte contro gli ariani, come scrive in Confessiones, V, 34,24 -.
*Perciò, raccoglie l’invito di bere alle due fonti: bevi, dunque, a tutti e due i calici dell’Antico e del Nuovo Testamento perché in entrambi bevi Cristo ela scrittura divina si divora quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell’anima (cfr. Commento ai Salmi, 1, 33 e specie in Commento al Vangelo di Luca/Exspositio evangelii secundum Lucam oltre che in Exameron, sulla creazione del mondo e dell’uomo,ripresa daBasilio di Cesarea).
Marco, Girolamo, ciceroniano, è sulla linea di Ambrogio che, col De officiis ministrorum, di argomento morale ed ascetico, indirizza i suoi figli ad un messaggio spirituale, non politico, secondo una diversa lettura di honestum e di utile dando rilievo non tanto alla impostazione stoica ma al predominio della razionalità, che deve domare la volontà di ricerca di piaceri, orientando la mente al sommo bene, dando precisi exempla ed insegnando le virtù cristiane di giustizia,prudenza, fortezza e temperanza con l’aggiunta della caritas paolina e dell’umiltà per la soluzione dei problemi dei poveri e delle vedove!
*Professore, Ambrogio è sensibile anche al problema della verginità, avendo inclinazioni millenariste, apollinariste, specie nel periodo di Calcide di Siria 375-6 – cfr. Anacoretismo giudaico e cristiano -.
Significativo è il suo contributo alla verginità nelle opere De virginibus, de viduis, De virginitate, De institutione virginis ed Exhortatio virginitatis, dove segue la precettistica di Paolo, giudeo beniaminita, che afferma: chi sposa la sua vergine fa bene, fa meglio chi non la sposa (1 Corinzi, 7, 38).
*Professore, a questo punto, siccome Girolamo tratta di verginità, perpetua, circa la Madonna e della verginità da conservare, come bonum per Eustochio, con inviti ad astenersi dal sesso e siccome considera la donna, elemento diabolico – anche se strumento-oggetto necessario per la procreazione, ma non per il piacere – e siccome parla di celibato per i monaci, desideroso di imporlo a se stesso e al clero, come pratica – che era illegittima, essendoci il dovere naturale per l’uomo di avere famiglia e fare figli – mentre già i millenaristi cristiani predicano il ritorno/parousia di Christos e la fine del mondo, imminente, per expuroosis, non è forse bene che lei mi illustri come viene intesa la sessualità in senso romano-latino-italico secondo la tradizione pagana e poi secondo quella greco-ellenistica ed infine quella ebraico-cristiana?
Marco, è forse necessario affrontare il problema, ma prima devo mostrare le differenze e le distinzioni delle varie tradizioni culturali, evidenziando il sistema occidentale, monogamico, diverso da quello secolare orientale poligamico, anche se ellenizzato, oltre a quello stesso ebraico-cristiano di origine mesopotamica e medo-persiano.
*Mi dica, professore, io ascolto.
Marco, il maschio romano-latino-italico dell’Italia centrale, tosco-umbro-piceno, osco-vestino-sannita anche nell’atto sessuale, è educato alla supremazia per cui deve essere predominante, in quanto dedito alla virtus agricola ed ad essere in situazione compos sui, ad essere dominus corporis padrone del corpo della femmina e dell’adolescente, inferiori naturalmente, da sottomettere e da sottoporre i col suo pene al suo volere e capriccio edonistico – destinati ad essere penetrati e traforati l’una davanti e dietro – costretta alla fellatio e sollecitata anche col cunnilungus, l’altro, di origine varia (patrizia, equestre, libertina, servile), obbligato alla passività, anche a seguito di sesso orale per una migliore erezione del proprio membro, funzionale alla penetrazione in podice! A cominciare da Cesare ci sono, comunque, eccezioni vergognose, che non pregiudicano, però, l’autorevolezza del dux, che mantiene inalterato il suo imperium, data la sacrosantità del mandatum istituzionale, nonostante la fama di impudicizia, obbrobriosa e riprovevole (Svetonio, Cesare, IXLIX): sembra che non creano problemi i versi scritti da Licinio Calvo …Bithynia quicquid/et paedicator Caesaris unquam habuit/tutto quello che Bitinia e lo stupratore di Cesare mai ebbe! Non ebbe effetto negativo neppure l’offesa di Dolabella – genero di Cicerone – che lo definiva rivale della regina, né quella di Curione – suo legatus in Gallia – che lo bollava come postribolo di Nicomede e bordello di Bitinia, e neppure la frase del collega console Bibulo che diceva motteggiando: la regina di Bitinia prima volle il re, ora il regno, e neanche quella di Cicerone, che scriveva: in Bitinia il discendente di Venere introdotto dalle guardie nella camera del re si era coricato con una veste di porpora nell’aureo letto, dove aveva perso il fiore della sua gioventù!. Cesare rimase dux in carica fino alla morte grazie alle vittorie militari!
*Ora ricordo anche la strofette oscene dei soldati durante il trionfo, rivolte al comandante: Cesare conquistò le Gallie, Nicomede Cesare / ecco ora trionfa Cesare, che conquistò le Gallie / e non trionfa Nicomede che conquistò Cesare!
Quindi, ricordi pure la frase che circolava a Roma: Cesare è marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti! e ricordi anche qualcosa sulla effeminatezza di Marco Antonio, considerato da Curione padre e figlio come invertito non mas pederasta/paedicator-paedicans, ma come loro femina! Solo, dopo la sconfitta di Azio, è abbandonato da Tutti!
*Professore, lei ci diceva che anche Ottaviano, giovane militare in Spagna subisce violenza da Cesare, suo prozio, che poi lo adotta e lo premia nominandolo erede testamentario, essendo stato femina-vir passivo, a detta di Antonio.
Marco, ti aggiungo che in Vita di Augusto, 71, Svetonio scrive che l’imperatore, libidinoso fino alla vecchiaia, è, comunque, mas… ad vitiandas virgines promptior, come vir dedito al gioco dello sverginare ragazze, a lui portate da ogni parte dell’impero e procurate perfino dalla stessa moglie, Livia! Ottaviano, divenuto Augusto, governa Roma, sempre vincitore, col favoer degli dei, mantiene tribunicia potestas e ius consulare maius
*È chiaro, quindi, che essere maschio per i latini, comunque, è virile affermazione vittoria e di un predominio in quanto a Roma il vir è educato virtuosamente al comando, secondo la tradizione arcaica del pater familias, che ha creato un modello di maschio che domina l’altra/l’altro e che è valido se predomina non solo sulla donna, ma anche su un giovane maschio, eunuco/spadoon–spado, o puer-neaniskos sessualmente ritenuto inferiore, specie se schiavo, definito puer delicatus–deliciae dominis! Questa lezione è epicurea e si diffonde a Roma con la predicazione di Cicerone e specie di Lucrezio in età cesariana, già praticata in Campania, in una società ormai ricca, ora Domina anche in Oriente, da cui arriva non solo abbondanza di ricchezze, ma anche varietà di lusso e forme nuove di vita sessuale tanto da stravolgere i riti religiosi atavici e diventare crisi religiosa, ben evidenziata da Varrone reatino – cfr. Varrone e la theologia -.
Marco, se hai letto il mio articolo su Varrone e la crisi religiosa, vuol dire che hai letto anche J. Champeaux (la religione dei romani, Mulino, Bologna, 2002) che, operando sulla crisi socio – morale del primo secolo a.C., mostra come già al momento dell’ellenizzazione aristocratica si era diffuso l’uso campano dei baccanali.
*I baccanali? I riti ellenistici traci, propri delle baccanti nel corso delle feste dionisiache?!
Si, Marco, i romani accettano il rituale dei Baccanali del 186 a.C., in cui è chiara l’offesa alla tradizione latina con l’iniziazione al culto dionisiaco di ragazzi giovanissimi, quando predomina promiscuità tra uomini e donne ed avvengono dissolutezze strane per i latini con sparizioni misteriose e si costituisce una società segreta formante uno stato nello stato, quasi un secondo popolo annullando le figure di sacerdos e di flamen dialis: si registra in seguito in un clima di negligenza religiosa il suicidio votivo in Campidoglio del Flamine di Giove Lucio Cornelio Merula nel 87 a.C., dimenticato, fino alla riforma di Ottaviano Augusto che, in quel particolare momento, restaura ben 82 templi, lasciati in abbandono a causa della miscredenza popolare.
*Professore, con Ottaviano e poi con i giulio-claudi ancora hanno una funzione gli aruspici che, interpretando i segni, leggono nei prodigi la collera degli dei anche se l’incredulità popolare cresce, e svolgono regolari funzioni sacre, se si possono vedere statue dell’imperatore pontifex maximus e flamen dialis! il sovrano, comunque, già si considera dio e crede anche lui nel miracoli e nei prodigi, che sono letti, però, dal sovrano stesso uomo-dio, sommo sacerdote, che è tramite tra cielo e terra, interprete tra ciò che accade in cielo e si manifesta prodigiosamente in terra, così da avere sèguito nel popolo credulone e nell’esercito, fidus, che ha in lui fides circa la nikh/victoria!
Marco, la riforma morale augustea è connessa con la cultura astronomica varroniana e non risolve la crisi religiosa – che è acuita da Caligola e da Nerone che, divini, aspirano ad essere comparati con Helios e con Zeus – nonostante la celebrazione dei ludi secolari del 17 a.C. (cfr. Fr. Haltheim, il dio invitto – cristianesimo e culti solari -, Feltrinelli, 1960).
*Si. Ho letto il testo di Jacqueline Champeaux, nella traduzione di Graziella Zattoni Nesi e quello di Haltheim, ed ho capito lo scandalo di quei baccanali la cui rappresentazione ancora oggi possiamo vedere negli affreschi eseguiti nel 60 a.C. nella Villa dei misteri di Pompei e so perfino che Cicerone, pur avendo impostazione stoica, risulta fidelis creatore di divinità, capace di dare rilievo all’eroe e al politico, al sistema del negotium specie nelle Tusculanae disputationes – IV, 3, 7 -.
Marco, in Cicerone il fenomeno della ricerca dei piaceri e dell’otium, considerato naturale, risulta giustamente diffuso in Italia (cfr. De finibus, II, 15, 49) in quanto si rileva la propensione della società romana al messaggio epicureo, come rinuncia perfino all’attività politica e come volontà di un vivere libero da affanni di qualsiasi tipo, perfino quello amoroso, nella convinzione che sia bene prezioso solo l’amicizia, in una tensione più all’amore platonico che a quello carnale, in un rifiuto del sesso stesso, in un disprezzo dei riti venuti dall’Oriente lussuriosi e molli, celebranti i rituali della vegetazione, congiunti a quelli siriaci della fecondità (cfr. Antonin Artaud, Eliogabalo, l’anarchico incoronato, Adelfi, 1978).
*Quindi, per lei, il predominio di Afrodite ed Adone – che sono della stessa schiera della Gran Madre Cibele e di Actis, ed anche di Iside ed Osiride (venerati ad Hierapolis a Baalbek ed ad Emesa, favorisce la formazione di culti sincretici di triadi come quello di Atargatis-Venere unito a quello di Giove-Hadad e a Mercurio-Shamash), che impongono nel bacino del Mediterraneo, in Asia minore e Siria e Celesiria la sacra prostituzione con sacrifici di maschi, con castrazioni di ragazzi ed efebi, con vendita della verginità femminile nei templi. Del primo secolo sono anche i Priapaea – 95 carmi in distici elegiaci ed endecasillabi faleci e coliambi – dedicati a Priapo, di cui ti cito due versi, osceni: io Priapo… punirò così chi ruba nel mio giardino: le donne o le ragazze le penetrerò vaginalmente; gli uomini li penetrerò oralmente; e i ragazzi li penetrerò analmente (cfr. Carmina Priapaea, a cura di C. Gazzaniga, Paravia, Torino, 1959).
Mi vuol dire che ormai dovunque c’è corruzione, col trionfare del vir “penetratore” pur infiacchito ed invecchiato, e col venir meno tra i cives di tali uomini in Italia, dove maggiore è il lusso, considerato che da ogni parte del mondo arrivano i frutti per i vincitori, ora gaudenti commensali sperperatori di patrimoni, non più assennati catoniani rustici?! mi vuole far intendere che non solo l’Oriente è fucina di riti orgiastici, sfrenati per lussuria e immoralità, ma che anche le popolazioni italiche, vivendo nel benessere, hanno perso il vigore ciceroniano di rusticanus vir, di uomo abituato ed avvezzo al sacrificio – cfr. Tusc. disput., II, 63 -?
Marco, l’immoralità dell’Oriente è penetrata coi misteri isiaci e con quelli dei culti cappadoci e siriaci della dea Ma, cara a Silla felix e ai suoi soldati e a quelli di Ventidio Basso, tanto che Catullo nel carme 16, rivolto ad amici anche loro poetae novi, lascivi ed effeminati come lui, dice accusandoli di essere troppo irrispettosi dei costumi e denigrando la loro passività di pathici – di chi soffre sofferenze anali ed orali muliebri – in quanto uomini passivi che hanno perso ogni virilità: Pedicabo ego vos et irrumabo/ve lo infilo in culo e in bocca, o Aurelio succhiacazzo e Furio frocio/Aureli pathice et cinaede Furi. Un secolo dopo, la corruzione divampa in epoca giulio claudia tanto che Roma non è più la stessa, essendo crollato il freno dell’autorità familiare e statale, tramontati i costumi atavici agricoli latino- italici, essendo l’urbe ellenizzata ed orientalizzata, specie dopo lo straripamento dell’Oronte nel Tevere, secondo Giovenale, in quanto i patres, ora rammolliti hanno dato dimostrazione di decadenza morale con banchetti sontuosi, luculliani cfr Petronio Satyricon, Coena Trimalchionis, con un lussuoso tenore di vita, con la promiscuità nelle thermae, con le matrone, servite da centinaia di schiave e schiavi sottoposti al loro capricci, le quali rivaleggiano coi viri per la supremazia su una femina e su un culattone/parthenias!
*So, professore, da autori del II secolo di epoca antonina e poi severiana che esistono le scostumate dette ai tribades, in greco, frictrices in latino (da frico, as fricui frictum-fricatum fricare, chiavare) donne che sono ricciolute e, come maschi, avendo posticci peni, penetrano, facendo frictio-fricatio, vulve femminili e culi di pathici, meglio dei viri, paedicatores naturali, perché dotate di strumenti artificiali, e competono per il predominio sessuale alla fine delle iniziazioni rituali, durante le sfrenate orgiai/orge, dove i corpi si unisconoin catene mostruose, guidate al suono di cembali ed altri striduli strumenti asiatici musicali, da ubriachi e drogati elementi sacerdotali, neookoroi ed aeditui, in mistiche processioni – cfr. Aedituus e Neookoros ed Il Crocifisso nel Graffito del Palatino -.
Anche i due Seneca, Marziale e Giovenale, Tacito e Plinio il vecchio e il giovane oltre a Frontone, e poi Filostrato, ci mostrano una Roma dominata da liberti e servi, che impongono la loro volontà a padrone e a padroni effeminati e ne portano esempi, rivelando una decadenza morale pagana mai vista nel periodo repubblicano, in cui gli antichi romani erano viri, severi patres familias, honesti cives con fides negli dei degli antenati, per cui ammirano in epoca imperiale il naturale costume dei germani dei britanni e dei geti!
*Per lei esiste un grande equivoco sul nome di Roma, divenuta christiana, da dea, dominante nel mondo, ancora faro di giustizia e datrice di potere in Occidente e in Oriente grazie alla memoria storica dei successi militari, nonostante la fine dell’ordo pagano istituzionale lasciato dai patres, impotenti davanti alla totale disgregazione morale e sociale: Roma e il suo impero sono una cloaca di immoralità, al di là delle diversi credi, contraddittori in teoria, ed in pratica incapaci di migliorane le condizioni, anche se gli scrittori christianoi, che si sentono superiori a quelli pagani, vogliono orientare secondo gli insegnamenti biblici e secondo l’evangelion di un giudeo-galilaico predicatore di pace, fratellanza e di caritas, mediante le formule democratiche elleno-ellenistiche romanizzate dagli autokratores nel corso dei secoli, seppure deriso come asino-uomo crocifisso, equivalente per i pagani a un dio-uomo venerato!
Marco, in questa lotta tra intellettuali pagani e christiani – di cui abbiamo registrazioni fedeli e reali sia in chiave pagana con Il Satyricon di Petronio e con Le Metamorfosi in 11 libri di Apuleio che in quella christiana ad opera di Vita di Antonio di Atanasio o Vita di Malco, Ilarione e Paolo di Girolamo e in tante altre vite di santi, modelli agiografici di nessun valore effettivo -, si rileva l’inutilità delle narrazioni che dimostrano retoricamente due modelli di vita ormai sorpassati in un impero entrato in crisi totale da secoli, dopo la costituzione di una basileia catholikh, che abolisce lo stato repubblicano romano, per la sua stessa grandezza territoriale, per le tante popolazioni da gestire, in difficoltà nella integrazione dopo la conquista violenta armata, per le diverse lingue parlate, nonostante la divisione in Regnum occidentale latino ed orientale greco!
*L’impero, professore, sopravvive, comunque, nonostante i cataclismi naturali, le pesti, ricorrenti, le sconfitte ad opera dei barbari germanici e degli Arsacidi-Sasanidi e poi dei Maomettani, il sorgere ed affermarsi della religione del Christos, predicatore ebraico di riti orientali, inneggianti all’amore e caritas, alla vita eterna celeste in un Paradiso, premio all’uomo che soffre in terra, capace di disinteressarsi della patria terrena, non sua, e di opporsi all’autorità costituita tanto da affrontare il martirio o da cercare l’anachoresis, fiducioso in un dio redentore, padre onnipotente, risolutore dei problemi umani, grazie alla provvidenza divina secondo un piano di oikonomia universale, ribelle e renitente alla leva, pur vivente in un impero militaristico di ladroni e conquistatori, che credono nel Mito della dea Roma e di Ottaviano Augusto, di Diocleziano, e di Giustiniano!
Marco per secoli lo stato è considerato nave alla deriva, senza più governo centrale, nonostante l’apparente presenza di luminaria duo- il potere sacerdotale e quello imperiale -!
*Per lei, dunque, rilevare la mancanza di fides negli dei, cogliere la disperazione delle masse, marcare le crisi personali, mostrare la fine del rapporto naturale tra familia e genius individuale – cfr. Il Genio/Genius – sono solo operazioni che evidenziano il malessere pubblico, ma non lo risolvono, essendo la società ormai ingovernabile, data la mole dell’impero romano e le tante lingue parlate, considerata la pressione dei barbari, rilevato il disimpegno militare dei christiani, che, avendo la coscienza biblica di un’altra patria, quella celeste, non curano la vita presente da cui fuggono, cercando, da monaci, un personale sistema alternativo, per vivere lontano dalle urbes, in solitudine, e penetrando nei deserti alla ricerca di Dio, abbandonano gli stessi aviti patrimoni o vivono in modo comunitario, in meditazione e in preghiera, sotto la guida di abati, hgemones, che dànno precise regole imponendo digiuni ed astinenze quotidiani, per avere un premio nel Paradiso, conquistato col sacrificio in terra!
Marco, non so se capisci il grave errore del modello christiano monacale, agiografico, di separazione farisaica dagli altri e di ricerca spirituale, utile ai fini della formazione del papato romano, di fronte al caos di sconvolgimenti non solo naturali e sociali, ma anche militari e politici dei secoli V, VI,VII, VIII, IX e X e in Occidente e in Oriente, mentre orde barbariche provenienti dal nord baltico, dal centro-sud africano, dalle steppe usbeco-kirkiso, si muovono verso il mito romano greco-ellenistico di democrazia universale, retto da una ideale monarchia illuminata dal diritto, di cui ancora sussistono i nomina di Costantinopoli, seconda Roma e di quella antica, fondatrice dell’imperium, la prima Roma, quella della res pubblica, sintesi dell’antinomia dialettica patrizia e popolare, dell’auctoritas proconsularis e della potestas tribunicia!
*Professore, capisco la negatività della funzione monacale che, comunque, risulta, dopo le affermazioni radicali spirituali, un progressivo recupero delle ville romane e dei compiti dei vilici, ora sostituiti dagli abati tanto che risultano, coi loro conventi, i depositari dei valori romani, di una civiltà agricola e di una cultura greco/latina – che viene tramandata in codici e conservata nonostante le distruzioni vandaliche indiscriminate – e comprendo il male della spiritualità bizantina e cristiana che, tendendo ad astenersi dalle armi, delega i barbari christianizzati alla difesa patria, chiamati a condividere le terre danubiane e sarmatiche o scitiche del regno bosforitano, chiamati fratelli in Christos, anche se ariani, quando invece sono invasori da respingere specie nel maggior momento di caos politico-militare quando le classi sociali subiscono repentini passaggi, sconvolgimenti e scambi si sono ridotte a due, quelli dei primi/protoi (sacerdoti ed aristocratici) e quella degli ultimi/eschatoi (massa popolare ancorata da Diocleziano ai mestieri e al servizio agricolo) – secondo Marco, 10, 31: πρῶτοι ἔσχατοι καὶ οἱ ἔσχατοι πρῶτοι -, nel momento del declino del diritto romano logorato e sconvolto dalla lettura christiana orientale biblica, bizantina, ora unica fonte di potestas e di auctoritas, apparentemente erede di Roma aeterna, con un‘exousia sacerdotale predominante, nonostante il cesaropapismo.
Marco, stai attento, tu tiri giudizi, ma io non credo che tu mi capisca bene e che tu possa comprendere perfino l’opera di un Apuleio afer – come Cipriano e Tertulliano e tanti altri cristiani – che svolge nel suo poema il tema della magia da una parte e quello dell’incontinenza femminile da un’altra nella figura di un giovane divenuto asino, che cerca disperatamente di tornare allo stato umano – razionale mangiando rose e che solo, alla fine, riesce nell’impresa, per caso, dopo tante avventure, grazie all’intervento di Iside – implorata come Luna/Selene da Lucio asino dopo una purificazione nel mare – che autorizza il sacerdote officiante, avvertito in sogno, in una processione, a porgere una corona di rose, per cui avviene la metamorfosi dell’asino in giovane davanti alla folla incredula: qui si tratta di una storia di una iniziazione misterica che diventa emblema di un riscatto della razionalità in un contesto formale teatrale e scenico, tipico della società del II secolo!
*Professore, lei mi vuole dire che Apuleio nel libro XI dell’Asino d’oro celebra non il miracolo di una metamorfosi, ma la fase iniziale del rito di una vera e reale iniziazione con una morale propedeutica, necessaria per il riscatto di chi, caduto per errore nella bestialità, lentamente, nella sofferenza, affina la propria razionalità e grazie a piccole ascese e a graduali purificazioni giunge a riscattarsi e a riprendere la forma primigenia.
Marco, non sono certo che tu abbia veramente compreso la metamorfosi dell‘asino Lucio, giovane greco, che diventa un mysths di Osiride, come lo sarà poi il madaurese Apuleio, a Roma, dove eserciterà come pastoforo del dio, in quanto sacerdote di grado maggiore nel culto egizio, incaricato di portare in nicchie di legno dorato, le immagini divine.
*Professore, devo capire, quindi, che la trasformazione del giovane greco, credulone nella magia, è passaggio da asino-uomo a musths di Apuleio afer di Madaura, un fatto reale dopo l’iniziazione!
Si. Devi entrare nella logica di un civis afer romanizzato, venuto a Roma ed iniziato ai misteri isiaci cioè di uno che passa da una fase di culto apollineo classico, proprio di un laico superstizioso ed agnostico ad un’altra, da quella cioè tipica di Luciano di Samosata autore anche lui di metamorfosi negante ogni religiosità e sarcastico vir, a quella di un fidelis mistico, di fede ingenua nel soprannaturale di uno che mescola intrecciando favole varie milesie (Conseram fabulas, prologo di Metamorphoseon, libri XI) facendo una narrazione spiritosa e piacevole con morale per la formazione di coscienze di candide menti popolari, a Cencre, porto corinzio, dove inizia il processo iniziatico che è già metamorfosi dopo il rifiuto di giacere, anche se con aspetto d’asino con una donna, rea di assassinio in uno spettacolo teatrale.
*Professore, la vicenda, quindi, di Lucio-asino è emblematica per l’uomo in quanto è simbolo dell’esistenza di un essere divenuto per magia asino che conserva la propria razionalità umana tanto da vedere ciò che accade e da osservare il comportamento dei padroni e delle padrone stando bene solo coi due fidanzati Caricle e Tlepolemo, da rilevare la malvagità dei servi di una domus che lo vendono al mercato, il comportamento abietto dei sacerdoti siriaci degenerati arrestati per crimini, e dei vari padroni – un mugnaio la cui moglie infedele si copre di misfatti, lo stupido ortolano e il soldato fanfarone – conoscere le vergogne degli uomini, la mancanza di giustizia nel mondo per finire nelle mani di un ricco che si accorge della sua sapienza e razionalità tanto che viene appetito da un donna che si innamora di lui e della sua destrezza tanto che paga l’asinaio, per restare sola giacere con l’amato asino nella stalla, arrivando alla massima degradazione!
Marco, per Apuleio la massima degenerazione è quella del padrone che conosciuto il misfatto, indice uno spettacolo a Cencre dove si deve esibire l’asino con una donna, rea di omicidio e condannata ad bestias! Tutti sono pronti per lo spettacolo teatrale…ma non si trova l’asino che rifiuta di fottere, inorridito, una donna in una pubblica piazza! C’è la condanna implicita del pubblico di Cencre – porto conosciuto da Paolo di Tarso -, e del padrone, che cerca il guadagno con la rappresentazione di tutta la società romana, con allusione al cristianesimo condannato da Luciano e da Apuleio, che condividono l’accusa di Marco Aurelio ai seguaci di Christos, di teatranti sbigottiti da resurrezioni misteriose e da magie orientali incredibili, viventi in un kosmos romano, ormai senza giustizia, senza freni morali e civili, naturalmente succube del fato-caso e della necessitas di natura, bisognoso di iniziazioni misteriche (cfr. Jacques Monod – 1910-1976 – autore di Il caso e la necessità, traduzione di Anna Busi, Mondadori, 2022!).
*Professore, per me proprio allora il vir romanus, privo ora dei valori della tradizione repubblicana, a seguito del phobos di nuove ere e di una ventilata fine del mondo, vivendo in mezzo ad esperienze traumatiche a causa di cataclismi naturali e di pestilenze micidiali, è disorientato di fronte agli avvenimenti e cerca salvezza nei misteri. Da qui il monachesimo cristiano e l’abbandono dell’esercizio della caccia e di quello militare, dell’ufficium dei mandata proconsolari e propretori, messi in mani barbariche dai patres latino-italici, ora effeminati ed orientalizzati, inondati da ricchezza, divenuti grassi porci proprietari di fondi agricoli e di servi, destinati a diventare domini dei loro padroni, mediante il predominio stesso sessuale …siriaco, mitraico ed isiaco!
Vuoi dire, Marco, che la rinuncia alla virilità e il culto di Mitra e del sol invictus, di Elagabalus, theos upsistos della montagna, di Emesa col suo betilo, del Christos crocifisso morto e risorto, e di altre le nuove divinità del Panteon latino-greco, determinano un nuovo ciclo che sottende una cultura ancora de definire!
*Dal periodo dei flavi, perciò, inizia una tendenza spirituale mistico-misterica quando il civis, preso atto della crisi della civiltà romana degenerata, obbedisce all’editto di Vespasiano che esautora i romani e gli italici dal comando militare, che già in epoca antonina diventa appannaggio gallo-ispanico e germanico mauro-numidico, per risultare nel III secolo, esclusivo predominio dalmata-pannonico-illirico, per essere infine nel IV e V secolo, dominio assoluto, da una parte, gallico-britannico e, dall’altra, vandalo-gotico, a seguito dell’imperversare della peste sul bacino danubiano, ricorrente da secoli. Apuleio, perciò, non è lontano dalle descrizioni misogine di Luciano di Samosata che parla di donne… che desiderano gli eunuchi, e di questi che vanno in smanie per le donne, mentre nessuno è geloso, ed anzi tale comportamento è stimato molto pio! Apuleio, dunque, non è distante nemmeno dalla concezione dell’apologista Tertulliano che evidenzia situazioni di immoralità dei pagani e perfino dei cristiani – che si macchiano di peccati carnali, vergognosi, in orge familiari, al termine di rituali sacri, come quello dell’eucarestia, dopo che sono spente le candele, nel cuore della notte!
Marco, il maschio ebraico-cristiano non è dissimile da quello pagano nel II secolo, epoca di retorica dominante, dove la bugia predomina con la teatralità.
*Certo, professore, ora che il Mare mediterraneo è mare nostrum, la cultura greco romana predomina e le popolazioni cercano di integrarsi all’unica concezione che dovrebbe essere unitaria sull’esempio della domus antonina, modello di virilità con i sovrani e di femminilità con le sovrane, come Lucilla e la madre Faustina – cfr. Frontone e gli antonini -.
Marco, nonostante la diversa cultura giudaico-cristiana, di origine mesopotamica, medo/persiana, in cui scarso è il valore della verginità in quanto l’almah giovane donna non vale perché betullah/vergine, ma perché prolifera, bisogna far capire che una giudea dodicenne, appena mestruata, è già destinata al matrimonio. All’epoca si deve dire che è inesistente anche il celibato, mai consideratonella storia millenaria giudaica, anche se, dalla fine del II secolo a,C., esistono gli esseni, che vivono nel deserto, presso il Mar Morto – cfr. Angelo Filipponi, ESSENI: Quod omnis probus, KDP, 2021 -, anche se l’uomo deve rimanere illibato, vergine e deve evitare la masturbazione fino a 20 anni – cfr. A. e M. Filipponi, Vita di Giuseppe, KDP, 2012 -.
*Ho letto il libro e so che la classe sacerdotale, deve sposare donna che non è stata toccata da altro uomo, che “non conosce uomo“, e che il matrimonio è tutelato dalla Legge tanto che lo sposo fresco non può essere arruolato!
Quindi, comprendi che non esiste celibato, ma solo matrimonio, tutelato dalla legge, per il giovane ebreo – o giudeo/cristiano. Tra pagani ed ebrei (aramaici palestinesi ed ellenisti mediterranei e giudei parthici) i christianoi, antiocheni, siriaci, sono considerati per decenni ebrei, ma uomini peggiori perché mangiatori di carne umana, testamentari – dato l’ordine del maestro di cibarsi della sua carne e di bere il suo sangue! – ritenuti giudeo-siriaci, depravati, incestuosi, abituati all’amore libero, tanto da accoppiarsi fra parenti e perfino con la madre, in segrete riunioni conviviali, animalesche, per cui sono definiti elementi derelitti della società, gli ultimi che sperano di essere primi con l’aiuto di un Dio, padre misericordioso, che premia il suo fedele, preparando un regno in cielo a chi vive, sperando in lui e nel suo spirito vivifico, anche se macerato, in terra, dal dolore della sofferenza quotidiana! – cfr. Ma… chi può andare, veramente, a Roma, in epoca neroniana? in www.angelofilipponi.com -, L’ebreo e il cristiano, educati biblicamente sono regolati dalla legge mosaica, che ritiene la donna – nata da una costola di Adamo, diabolica – non degna di diritti paritari, ma solo utile ai fini della generazione e della procreazione di figli, nei tempi debiti postmestruali : si vieta il rapporto con altro uomo e si tiene lontano con proibizioni severe il giovane da pederasti in quanto è considerato peccato il fare l’amore perfino per il solo fine edonistico! Perciò, il sistema christianos, nella crisi di identità nazionale romano-greca occidentale, risulta simile a quello siriaco e vale solo in alcune zone, mentre in altre è fallimentare proprio nel rapporto comunitario in quanto le ecclesiai, gestite da epitropoi/episcopoi secondo regole finanziario-economiche ancora giudaiche, proprie degli oniadi, ebraici, che organizzano la vita e la regolano secondo le prescrizioni mosaiche, risultano isole elitarie!
*Questo cessa, però, con le nuove regole della Constitutio antoniniana di Caracalla del 212.
Marco, la novitas della civitas data a tutti i cives dell’impero è ulteriore certificazione della presenza delle ecclesiai e dei loro gestori, che pagano le tasse, mentre la massa non è ancora registrata in quanto si conosce solo la collettività ecclesiale coi presbiteri e diaconi, cooperanti nel servitium, che ora forse sono iscritti in registri.
*Non è sicura, dunque, nemmeno che la Constitutio antoniniana vincoli tutti i cives!
Marco, ti aggiungo che due secoli ed oltre dopo i tre grandi dottori, con l’episkopos romano, Gregorio I (540-604), anicio, prevale l’impostazione agostiniana su quella pelagiana e e si forma la sincresi derivata dai precedenti dottori, che hanno sintetizzato il platonismo di Filone con l’impostazione stoico- aristotelica, non disgiunta da epicureismo naturalistico. avviene allora che l’Antico testamento è collegato con Nuovo mentre viene seguito anche il pensiero di Costantino, che sancisce come unità cristiana il mettere insieme il il morso del cavallo coi chiodi della croce del Christos nazzareno, in una ripresa della palese bugia ambrosiana, espressa In morte di Teodosio, 50!
*Mi fa capire questo passaggio e cosa c’entra Ambrogio?
Subito. Si allude alla corona di Costantino e al morso del suo cavallo, fatti coi chiodi della croce del Christos, per cui Ambrogio elogiando Teodosio, sottomesso a Christos, come penitente, dopo l’eccidio di Tessalonica, afferma che l’arroganza imperiale e la tirannica dissolutezza degli imperatores, propria di cavalli selvaggi, smaniosi di piaceri, propensi alla turpitudine degli adulteri, secondo il costume di Caligola e di Nerone e di altri, ora sono frenati perché hanno una cosa santa sul morso!
*Quindi, dovrei concludere che gli evangelisti, i padri apostolici, apologisti e dottori della Chiesa hanno effettivamente creato il mito del cristianesimo e lo hanno ben costruito con la latinizzazione dell’Occidente, e che Girolamo con Il De viris illustribus è l’artefice principale – a cui segue l’azione di completamento dopo la fine dell’impero occidentale, ad opera della domus Anicia, che detiene il pontificato romano, anche se collegato con l’Esarca di Ravenna, autorità funzionante come rappresentante dell’Impero romano di Oriente fino ad Eutichio – cfr. Astolfo ed Eutichio/Chiesa romana -.
Marco, per me l’opera di Girolamo, bene collegata con quella dei dottori orientali diventa il fondamento della Chiesa cattolica romana che risulta opera di tanti pensatori. Non penserai mica che l’Ecclesia romana sia sorta all’improvviso, sbocciata come un fiore in quanto costituita per virtù dello Spirito santo?
*Ci saranno stati, però, scontri, diverbi, controversie, anche se alla fine prevale il pensiero di Girolamo, con quello di Ambrogio e di Agostino, legato con quello dei padri cappadoci?
Certo. Si conoscono diatribe e problemi, poi ricomposti e successivamente ripresi e di nuovo affrontati con diverse soluzioni. Alcuni sono esposti anche in De viris illustribus, come quello origeniano circa la lettura di Origene, come quello di Donato circa i lapsi o come quello di Pelagio circa la natura!
*Quindi, professore, posso dire che il De viris illustribus è opera fondamentale per la dimostrazione in senso antiariano, antiebraico ed antipagano, in cui Girolamo risulta autore centrale per la latinizzazione dell’Occidente in quanto uomo formatosi alla scuola di padri orientali – cfr. Christopoiia e Theopoiia -, capace di cucire quanto scritto dagli ebrei e quanto espresso e dai cappadoci e dagli alessandrini, grandi esegeti biblici, spocchiosi nei confronti dei doctores occidentali, commentatori latini e storici del cristianesimo, limitati, comunque, dalla stessa lingua latina.