Per una lezione su Diarchia Antonina
*Che gioia vedervi! Grazie Marcello e Grazie Andrea! Siete venuti a vedere il muro di recinzione che sto facendo?!
A. No. Io sono venuto da Firenze a trovare i miei genitori, ed essendo sabato, sono passato da Marcello e abbiamo deciso di venirti a trovare. Siccome stiamo ripassando la storia romana coi nostri figli, vogliamo conoscere esattamente il valore della Diarchia antonina e discutere con te anche della cristianizzazione e santificazione di Marco Aurelio rispetto alla demonizzazione di Lucio Vero, i due figli adottivi di Antonio il Pio, educati a regnare insieme secondo il disegno di Adriano, con lo stesso metodo!
*Andrea, finisco di mettere questi mattoni e poi andiamo a sedere, facciamo colazione al gazebo insieme, poi …andiamo al nostro “studiolo all’aperto”, e lì discutiamo, sotto il Thermopolio!


A. Marcello, potevamo portare i nostri figli a sentire una vera lezione di Storia, invece che mandarli a scuola!
M. Andrea, ormai li abbiamo portati a scuola! Sentiamo la lezione e facciamo domande, così possiamo capire meglio e spiegare a loro quanto ci è detto.
*Amici, forse è meglio che io senta parlare voi e poi intervengo, una volta che sono entrato nel problema della diarchia antonina per come l’avete appresa!
A. Bene. Io ho ricordato a Marcello che tu ci hai parlato molte volte della doppia adozione fatta da Antonino il Pio, su suggerimento di Adriano, e che ci hai precisato che non c’è novità istituzionale, marcando la necessità di una rettifica alla successione imperiale, in relazione a quanto determinato genericamente, davanti al senato, da parte di Antonino il Pio, quando Faustina minore e Marco Aurelio, nel 145 d.C., contraggono matrimonio!
*Andrea, ricordo che vi ho mostrato che il 145 d.C. è l’anno del I consolato di Marco Aurelio, e che vi ho detto che è falsa la scelta dell’ottimo in epoca antonina e che non si può neanche parlare di Diarchia – che, invece, è un problema di successione per linea femminile, data la mancanza di figli maschi -!
M. Non si tratta, dunque, di elezione del migliore e neppure di una novità!
*Ragazzi, dobbiamo pensare che Adriano, traumatizzato dalla nomina illegittima di Selinunte, “chiacchierata”, ad opera di tre donne e di Attiano, dopo la morte di Ceionio Commodo, concedendo la nomina di ottimo ad Arrio Antonino, pensa bene di far nominare al suo successore due elementi, il diciottenne Marco Aurelio e il novenne figlio di Ceionio: la sua è una precauzione più che un’elezione dell’ottimo, con coscienza di due partes imperiali di diversa storia e di differente cultura! Non c’è novitas in diarchia antonina, perché ci sono esempi precedenti in epoca augustea, tiberiana, oltre che flavia!
A. Si ripete quanto fece Augusto – modello per gli antonini! – con Tiberio e Germanico, l’uno, designato come Augusto regnante, in quanto imposto da Livia sua moglie, e l’altro come Cesare, futuro successore, come figlio del fratello Druso maggiore – ritenuto da molti, suo figlio legittimo -. Fa la stessa cosa Tiberio, che nomina successori nell’estate del 36 Caligola e Tiberio Gemello, figlio il primo di Germanico, erede con diritto prioritario, e il secondo, Tiberio iunior, figlio di Druso minore, suo figlio!
M. Anche Vespasiano, nominato augustus dal senato, si associa Tito come Caesar al fine di una pacifica successione, alla sua morte!
*Marcello, la stessa cosa avviene in epoca antonina, già con Traiano, senza figli maschi. Plinio il giovane gli augura la nascita di un figlio per la successione! Adriano, non avendo figlio, poi, concede di fare nomine sulla base adottiva ad Antonino il Pio, che modifica, stando a Lorium/Castel Guido, con una politica matrimoniale, senza intaccare il principio adottivo “nerviano” del predecessore, ma fa sposare sua figlia Faustina con Marco Aurelio, a cui impone di dare in moglie all’altro successore, designato, fratello adottivo, Lucio Vero, la figlia, Lucilla! Siamo su una logica familiare, più che adottiva di un pater familias, che ha ancora una concezione amministrativa consolare, tipica di due consoli!
M. Questo lo sappiamo, ma non comprendiamo esattamente come ci sia tanta differenza morale tra due figli adottivi, educati allo stesso modo e con gli stessi principi, conoscendo due figure diametralmente opposte, tramandate dalla Storia romano-greca (Historia Augusta e Dione Cassio) e poi dagli autori Christianoi, Apologisti e Padri della Chiesa!
A. Io e Marcello rileviamo una falsificazione dei dati sui due eletti, con una connotazione di bontà e santità l’uno, Marco Aurelio, e di immoralità e demonicità l’altro, Lucio Vero! Perciò, siamo venuti per conoscere il tuo pensiero in modo da trasmetterlo ai nostri figli ed anche ad altri che non conoscono né il metodo storico di Filipponi, né la sua ricerca in tre lingue, né il suo linguaggio, né i fini di una riforma religiosa e scolastica, connessa con la volontà di dare identità ad un’altra Europa, sulla base romano ciceroniana repubblicana!
*Per me Antonino temeva di non fare cosa buona per la famiglia, conoscendo il rapporto giovanile tra coetanei, di fidanzatini, viventi a corte, noto a molti, di sua figlia e di Lucio Vero, un meirachion, spregiudicato e troppo vivace (cfr. Marco Aurelio e la famiglia)! Decise comunque di dare in matrimonio sua figlia, Faustina minore a Marco Aurelio, console, destinato come migliore ad essere suo successore nel 145, poi, alla nascita di Annia Aurelia Galeria Lucilla (148-182), concesse a Marco Aurelio la tribunicia potestas, quando Lucio Vero diventò iuvenis ed ebbe la toga virile e rinnovò, modificando parzialmente l’adozione adrianea, stabilendo che la nipote neonata fosse sposa del figlio di Ceionio, coerede adottivo al trono, decretando ufficialmente la Diarchia/il comando di due!
M. Questo ci è chiaro, ma nei tredici anni successivi, Marco Aurelio, caesar, matura una sua figura di vir/uomo e di civis/cittadino come anche Lucio Vero, in relazione ad una educazione dello stesso tipo, a corte, prima in senso familiare, poi, secondo quanto ordinato da Antonino il Pio. I due, al di là delle diverse funzioni nei due differenti contesti (occidentale ed orientale), quindi, dovrebbero essere moralmente sani ed ottimi in egual modo!
*Certo. Marcello! Antonino ha stabilito i magistri per i due destinati al trono, e li fa orientare secondo i suoi principi, educandoli allo stesso modo, come Marco Aurelio scrive in Ta eis eauton/A se stesso, Pensieri, I libro, 16. (cfr. Marco Aurelio, Pensieri, a cura di Maristella Ceva, Oscar Mondadori, 1989).
A. Può dirci esattamente – per lei, che ha una memoria prodigiosa, è uno scherzo ricordare! – i nomi dei maestri e il reale sistema di orientamento di Antonino il Pio, prima di presentarci la precisa immagine tradizionale dei diarchi?
*Io ti dico, se me li ricordo, i nomi dei magistri con le loro competenze – trascurando il contributo formativo dei familiari (il nonno Vero, uomo cortese, mai irato; il padre –riservato e fermo/aidhmon kai arrenikon -, la madre – insegnante di theosebes/sentimento religioso e di aphektikon/generosità, donna che ha ripugnanza per le azioni e i pensieri cattivi, esemplare per semplicità di vita e per l’avversione al modo di vivere degli honestiores, oltre al disprezzo e rifiuto della scuola pubblica in quanto desiderosa di dare privati maestri, capaci di insegnare altruismo – e il precettore Euforione, che lo educa a non essere tifoso al circo – verde o azzurro – né ai giochi gladiatori – parmulario o scutario – ma ad essere resistente alla fatica e a fare tutto da solo e non impicciarsi ai fatti altrui e a non essere delatore):
1. Diogneto (forse il christianos!), un pittore che insegna il disinteresse per la futilità, per le chiacchiere di maghi e ciarlatani, l’avversione ad addestrare quaglie di combattimento o spettacoli di tal genere, l’accettazione della franchezza altrui su di lui, la familiarità con la filosofia, l’esercizio letterario anche da ragazzo, il netto rifiuto dell’educazione specifica greca;
2. Q. Giunio Rustico, politico, non filosofo di professione, vero ispiratore di principi di etica stoica;
3. Apollonio filosofo frigio, vir attento a non lasciare niente al caso e nemmeno alla libertà morale, ma ad essere imperturbabile di fronte ad ogni evenienza, ad essere paziente in ogni spiegazione e non condizionabile a seguito di favori o di amicizie, cosciente della propria incompleta esperienza, tanto da non poter pontificare su niente e quindi della necessità di tacere;
4. Sesto di Cheronea, nipote di Plutarco, orienta a saper viver in una famiglia numerosa secondo natura, ad essere dignitoso senza affettazioni, ad essere accorto e sollecito verso gli amici, ad essere tollerante anche con gli incolti e coi sapientoni in un adattamento continuo verso tutti, senza ostentare la propria cultura, in un tentativo di rimanere impassibile pur nella moderazione sentimentale ed affettiva, in un disdegno dell’adulazione e in un’esaltazione dei meriti altrui;
5. Alessandro il grammatico che non rimproverava/to anepiplhkton e non si arrabbiava con chi usava solecismi o barbarismi o altre improprietà/to mh onesidistikoos epilambanesthaitoon barbarikoon, ma, con pacatezza, riprendeva e correggeva gli errori;
6. Frontone, un maestro che insegnava a scoprire a quale grado di invidia, di scaltrezza, di ipocrisia potessero arrivare i tiranni e gli honestiores, essendo uomini operanti senza vero;
7. Alessandro, il platonico di Seleucia, divenuto poi suo segretario capace di invitarlo a non rimandare perfino la discussione col pretesto di affari urgenti;
8. Catulo Cinna, filosofo stoico, abile ad insegnare il dovere di non trascurare i rimproveri di un amico e bravo ad invitare a seguire l’educazione dei figli – ne ebbe 13 da Faustina! -;
9. Caudio Severo, suo consuocero, capace di proporre l’idea di stato democratico basato sull’uguaglianza e libertà di parola – dopo avergli fatto conoscere Trasea, Elvidio, Catone, Dione e Bruto – e quella di monarchia fondata sul rispetto della libertà dei sudditi oltre ad avergli instillato l‘amore per la famiglia, per la verità e per la giustizia/To philoìkeion kai Philàleethes kai philodìkaion avendogli inculcato il culto costante e fermo della filosofia, la disposizione a far il bene, l’ottimismo e la grande liberalità, unite alla fiducia nell’affetto degli amici, alla franchezza nel rimproverare, con chiarezza di intenti, qualcuno;
10. Claudio Massimo, filosofo stoico, un moderato, procuratore di Africa il giudice di Apuleio, accusato di magia, da cui apprende il dominio su se stesso, fermezza, serenità specie nelle malattie, moderazione di carattere oltre ad essere dolce ed insieme dignitoso, pronto a compiere il dovere senza lamentarsi,fiducioso verso chi si comporta coerentemente in reazione a quanto dice e a non stupirsi né turbarsi, a non essere mai precipitoso, né irresoluto, né sfiduciato, né abbattuto, né pronto a passare da una gran risata alla collera o al sospetto, a rimanere generoso nel perdono e fermo in quanto persona, che deve dare l’idea di uomo retto, capace di correggere anche gli altri con l’esempio, che sono cortigiani e sudditi!
M. Grazie per averci ricordato i magistri dei diarchi – che hanno avuto lo stesso padre adottivo e la stessa famiglia, con cui vivono a corte e, quindi, che hanno ricevuto un’eguale educazione, ben rilevata dallo stesso Marco Aurelio e nel I libro e nel XII libro di Eis eauton/a se stesso – ed ora aspetto di sentire il preciso messaggio educativo del pater adottivo Antonino.
*Così scrive Marco Aurelio: da mio padre imparai la mitezza e perseveranza irremovibile nelle decisioni/tohmeron kai menetikon… l‘indifferenza per gli onori, l’amore per il lavoro e l’assiduità/to philopon kai endeleches… appresi a distinguere severità ed indulgenza, a proibire la pederastia, a lasciare liberi figli ed amici nel seguirlo senza fare ritorsioni, a favorire solo chi merita, ad esaminare ogni cosa nelle assemblee sulla base di precise indagini, a mantenere amicizie senza infatuazioni di sorta, a saper agire in situazione senza mostrare capacità di previsione e senza fare divisioni capillari di particolari insignificanti, a reprimere ogni manifestazione eccessiva, specie le adulazioni, a fare quanto necessario come servizio da saggio amministratore statale, capace di stemperare e sorvolare anche circa le critiche, a non essere superstizioso nel culto degli dei/to mhte peri theous deisidaimon e ad essere sobrio in tutto e fermo senza mai volgarità e smania di innovazioni. Insomma, secondo Marco Aurelio, il padre adottivo è modello comportamentale anche nella vita quotidiana tanto che i christianoi lo prendono come prototipo, specie nelle prescrizioni del XII libro, nel cui incipit si afferma: …senza seguire vie traverse, puoi raggiungere ogni obiettivo, se lascerai dietro di te tutto il passato, se affiderai il futuro alla provvidenza e se ti preoccuperai del presente, soltanto indirizzandolo verso la santità e la giustizia/ean pan to parelthon kateliphiskai to mellon bepitrepshis thi pronoiai kai to paron monon apeuthunhis pros osiothta kai dikaiousunhn.
A. L’uso del periodo ipotetico di 2 tipo sul fare quotidiano secondo santità e giustizia mi fa capire bene il suo articolo Si cogito non credo,si credo non cogito. Allora? Che fare?.
E mi rende chiaro il sistema antonino, preso come modello dai christianoi e dallo scrittore di Lettera a Diogneto – citato come primo maestro a corte divenuto esemplare nella cristianizzazione del III secolo ed infine in quella di Girolamo della fine del IV secolo, che vede in Marco Aurelio il prototipo del cristiano, anche se non lo cristianizza, come invece fa con Filone e Seneca, con Giuseppe Flavio e Giusto di Tiberiade -.
M. Anche a me sembra che i detti di Marco Aurelio siano sottesi a quelli dei Vangeli – che quindi, hanno una loro veste definitiva greca dopo l’epoca antonina – con specifici rimandi a logia del Signore Iesous Christos!
*Ragazzi, il II secolo è davvero il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia ed è epoca di falsificazioni, per cui non bisogna meravigliarsi se le due figure di Diarchi sono mistificate, cambiate ed adattate ala momento secondo la pittura di Diogneto, e poi, in relazione alle contingenze storiche successive del terzo secolo, specialmente, quando risulta imperante la predicazione persiana di Mani (216-277), letta secondo la logica dei Sabelliani e dei due Dionigi (cfr. I sabelliani e i due Dionigi), ripresa infine da Girolamo! Si tratta di un lungo processo, durato oltre due secoli!
A. Io ho seguito, anche praticamente, le lezioni ed invito anche te, Marcello, a guardare il fare e l’essere del nostro vecchio insegnante: per me questo è vivere razionale e naturale secondo la precettistica lucreziana repubblicana, e non quella imperialistica antonina! Per me i precetti del Doppio Decalogo di Mastreia’ (cfr. Angelo Filipponi, Mastreia’, KDP, 2022) sono come i logia del signore!
M. Per me anche Il doppio decalogo è paradigma operativo valido per noi alunni che speriamo solo di lasciare come segno del nostro passaggio terreno almeno una bava argentata di lumaca!
*Andrea, Andrea…! Marcello, Marcello…! Che dite!? Cosa può aver detto di positivo un vecchio bambino, rimbambito, una povera creatura umana, destinata a decomporsi nel nulla!? I logia di Antonino e dei magistri, specie di Diogneto, sono utili e basilari per i Diarchi; quelli del Christos hanno dato a tanti speranza di risurrezione e di vita eterna fino ad oggi (cfr. Predicazione di morte e resurrezione del Christos e politica antonina e L’ascensione al cielo del Christos e la politica antonina)! Diogneto è un maestro sapiente che non solo è pittore, ma educatore morale di Marco Aurelio e Lucio Vero, che recepiscono il messaggio di pittura come Paideia, come arte non elitaria, ma destinata alla formazione degli humiliores, usando lo strumento della vista per orientare il popolo al bene Comune statale e alla disciplina interiore in un rifiuto della superstizione!
A. Per me Marco Aurelio, l’ottimo “Cristianizzato”, crea paradigmi popolari utilizzati successivamente come verità assolute, dogmatiche, in una traduzione dell’armonia di Diogneto in giustizia sociale e protezione dei deboli, in una volontà di incarnare durante la peste, la stabilità morale e il sacrificio personale – vendita dei beni della corona!-. Lucio Vero, invece il condottiero “demonizzato” scade da eccellente stratega a viveur in Antiochia al momento della guerra parthica, che vince attraverso i suoi legati e poi porta inconsapevolmente col suo esercito la peste antonina in Occidente: facile, dunque, la contrapposizione con Marco Aurelio, il buono, e normale la negatività di Lucio Vero, uomo dedito al lusso e lussurioso, non incline alla disciplina ascetica!
M. Allora bisogna porsi il problema di Diarchia nella logica di Antonino il Pio, che sembra avere già una sua impostazione, anticipando Diocleziano, di divisione in due parti dell’impero romano, poi affidato a due augusti e a due cesari, ai tetrarchi?!
Lucio Vero a Efeso (Museo archeologico)
*Esiste, davvero, una diarchia antonina? Personalmente ho rilevato che Lucio Vero è caesar nei confronti di Marco Aurelio augustus, che, oltre tutto, è anche pontifex maximus, autorità religiosa, anche se il frater maior, isonomos per legge, mai considera l’altro inferiore – col quale è veramente in tutto paritario – tanto che trionfa insieme dopo la vittoria parthica per decreto senatorio: finché vive Lucio Vero la diarchia funziona! Con la peste, con la malattia dell’imperatore, ora solo ed unico sovrano, con la guerra contro i barbaroi, col problema dei christianoi, dopo la ribellione di Avidio Cassio, dopo la vittoria sui Germania si ritorna al sistema dinastico, col figlio Commodo associato all’impero, dando così esempio ai Severiani.
M. Historia augusta parla della presenza contemporanea di due imperatori/augusti per circa otto anni, in quanto Marco Aurelio governa dal 161 al 180, e suo fratello adottivo Lucio Vero governa con lui, come Augustus dal 161 al 23 gennaio del 169!
A. So che i due sembrano imitare i due consoli specie nell’anno 162, prima della partenza di Lucio Vero per l’oriente, quando i due creano l’anagrafe, imponendo ad ogni honestior di denunciare la nascita di un figlio, entro i trenta giorni.
*Abbiamo evidenziato il comportamento dei diarchi e quello stesso di Lucio Vero con Frontone, intento a scrivere il De bello parthico, invitato a rilevare gli errori dei legati precedenti nella conduzione bellica, in modo da esaltare poi l’impresa dell’imperatore, come vittoria alonata, santificata dal favore divino e degna di immortale gloria (cfr. Frontone e gli antonini).
A. La Diarchia risulta “Istituto” che rappresenta una tensione costante tra la sapienza etica di Marco Aurelio e la potenza militare di Lucio Vero, per cui la peste trasforma il trionfo in una catastrofe, obbligando l’augustus senior, pontefice massimo, a usare la “pittura politica” di Diogneto per dare un ordine morale al lutto degli humiliores, e la tromba frontoniana per una propaganda ufficiale!
*Amici, stiamo parlando troppo! Non è meglio, che tu, Marcello, riassuma i fatti relativi la figura di Lucio Vero e tu, Andrea, quelli di Marco Aurelio e poi discutiamo?
A. La morte di Vero, la peste e la malattia di Marco Aurelio, i barbaroi e i christianoi, determinano una crisi epocale tanto che, all’uccisione di Commodo, inizia una nuova dinastia, dopo un guerra civile con 5 imperatori, che si contendono il titolo imperale nel 193, anno in cui l’Afer Settimio Severo diventa Augustus e i logia del Signore utilizzati dai christianoi sulla base dell’autore della Lettera a Diogneto, diventano tali che sono ancora oggi validi, seppure quasi vanificati da una morale comune americanizzata: la peste è evento divino discriminante, oikonomia tou theou indefinibile e imprevedibile per l’uomo, costretto a rilevare sulla terra la presenza di un pater provvidente secondo misteriosi disegni, unico facitore di storia!
*Amici, dunque, procediamo sul nostro tema e leggiamo i fatti storici, seppure tramandati da autori greco-latini e da christianoi, e poi cerchiamo di fare una nostra formulazione critica conclusiva probabilistica, tuzioristica.
M. Forse è bene che io faccia vedere, prima di passare alle sue imprese militari e alla sua vicenda umana, l’immagine di Lucio Vero, secondo l’autore di Vita Veri, 10, 6-7 – Historia augusta -: Fuit decorus corpore, vultu geniatus, barba prope barbarica demissa, procerus et fronte in supercilia adductiore venerabilis/Fu fisicamente di aspetto bello, amabile nel volto, di barba semplice quasi barbaricamente scomposta, di alta statura, venerabilmente augusto per la fronte piuttosto contratta nelle sopracciglia. C’è però, un’aggiunta con dicitur sane/si dice con certezza che ebbe cura dei capelli così grande che si aspergeva pagliuzze di oro sul capo per rendere la chioma bionda più luminosa/tantam habuisse curam flaventium capillorum ut capiti auri ramenta respergeret, quo magis coma inluminata flavesceret. È questa un’aggiunta, data come cosa certa, propria di un giovane fanatico che ha gusti decadenti, tipici di un viveur, “palestrato”! Questo è l’uomo fidanzato di Faustina, moglie di Marco Aurelio, e marito della figlia, sposato ad Efeso nel 164, con cui Lucilla ha 4 figli in meno di 5 anni di matrimonio!

A. Io mostro, per contrasto, Marco Aurelio, la figura di vir austero, di civis colto, dedito a studi filosofici, un filosofo stoico, un retore eclettico, un personaggio – di cui abbiamo molti busti ed una statua a cavallo, ritenuta nel Medioevo di Costantino e come tale preservata e non fusa. Da Storia augusta (Vita Veri et Marci) vengono notizie che sono contraddittorie poi revisionate dagli Apologisti e dai Padri della Chiesa, che ne fanno un altro ritratto per ammorbidire la persecuzione antonina, specie del buon filosofo Marco Aurelio – che accusava di teatralità i christianoi, li condannava come renitenti alla leva e disertori davanti al nemico, come romani cives di un’altra patria, apolidi che non sacrificavano agli dei tradizionali e all’Augustus, Pontefice massimo! Con questo, posso affermare che la sua figura imperiale, tramandata, non è reale ma è immagine totalmente falsa, volutamente falsificata, in un’epoca neosofistica, di un vir alonato dagli artisti della colonna Antonina, dall’andriantopoiòs/scultore della statua equestre, dalla letteratura frontoniana (cfr. Frontone e gli antonini), dalla sua stessa opera Eis auton, per di più divinizzato dal figlio Commodo, e posso anche aggiungere che tutta questa falsificazione, fatta per poco più di qualche decennio, si verifica subito dopo la successione ad Antonino Pio, secondo il volere di Adriano e dopo un secolo e mezzo torna attuale, con la vittoria cristiana, a causa della presenza della Statua e della colonna Antonina e dell’opera scritta. Marco Aurelio, dunque, è visto come ideale virtuoso sovrano, equilibrato, seppure possa avere pose da guerriero, che dà l’idea di uomo riflessivo, stabile e serio, che, pur avendo una capigliatura ben curata con riccioli e barba “serpentinata”, ha occhi grandi e sporgenti tipici di chi, dominato da un profondo senso del dovere, serietà e autocontrollo, ha spirito filosofico stoico ed è introspettivo, incline alla malinconia, sorretto, comunque, da una volontà ferrea. capace di essere servo dello Stato in quanto sente il dovere imperiale di pubblico servitium – diakonia!

*Bene. Bravi! Avete mostrato le due figure dei diarchi, Ora tu, Marcello, riassumi la vita di Lucio Vero, di un abile militare, dux prudens e fanatico viveur, un dandy, a partire dalla morte di Antonino il Pio (imprese parthiche, matrimonio ad Efeso, il trionfo romano, villa lussuosa di Acquatraversa e morte) e tu, Andrea, mostra la vicenda di Marco Aurelio, dopo la morte del Frater augustus, di un inadeguato condottiero, anche dopo il matrimonio nuovo di Lucilla con un militare di professione come Tiberio Claudio Pompeiano, uomo già malato di peste e filosofo stoico anche al fronte, le sue campagne germanico-sarmatiche, la rivolta di Avidio Cassio, la morte di Faustina, il trionfo, la successione di Commodo e la sua morte.
M. Comincio io. Stando alla notizia di Historia Augusta (Vita Marci, 7, 6), sembra che il senato voglia un’unicità di potere imperiale, ma che Marco Aurelio sibique consortem fecit (Verum) – si opponga, pur avendo il senato concesso a lui solo l’imperium/cum illi soli senatus detulisset imperium (Vita Veri, 3, 8) – e si associa Vero come Cesare ed Augusto, costituendo così la diarchia! All’atto dell’ascesa al potere, dunque, Marco Aurelio è marito già da anni di Faustina e Lucio Vero è solo promesso sposo di Lucilla, bambina, e i due insieme ratificano quanto stabilito sull‘anagrafe dal senato. Mentre Lucio Vero parte per la Siria, il frater è vincolato da un decreto senatorio a rimanere a Roma per l’amministrazione popolare e per il pagamento promesso ai 200.000 ai pauperiores e agli altri poveri occidentali: i due hanno compiti diversi, ma sono legati tra loro da una lealtà reciproca in quanto isonomoi cioè aventi stessa auctoritas imperiale e stessa potestas tribunicia, oltre all’affinità dei legami di sangue (suocero e genero) come i due Flavi, Vespasiano e Tito – padre e figlio – dal 71 al 79 d.C. per gli otto anni di governo comune! Lucio, dunque, si dirige dopo un viaggio marittimo, specificamente nella lussuosa zona di Antiochia, a Dafne, vicino al tempio di Apollo Dafneio, e, conoscendo bene la situazione bellica, avendo avuto le relazioni dei governatori di Cappadocia e di Siria, sconfitti da Vologese IV e della perdita dell’Armenia occupata, fa venire dall’Egitto G. Avidio Cassio e P. Marzio Vero come legati e li invia in Commagene e in Osroene al fine di operare congiuntamente ad un suo ordine militare. Sembra falsa la notizia di una campagna militare lasciata ai legati – essendo lui considerato uomo dedito ai piaceri, lussurioso, inattivo – ed è vero invece che si trasferisce a Nisibis per arruolare i battellieri locali, pagati per il trasporto dei militari e ed è certo che poi ordina, dopo la conquista dell’Armenia e dell’avanzata vittoriosa in Media di P. Marzio Vero, comandante della legione V Macedonica e di auxilia iberici, di imbarcarsi su battelli operativi sul Tigri, mentre già nel marzo del 163 Avidio Cassio ha vinto, a Dura Europos, Vologese IV, ed avanza con battelli sull’Eufrate per congiungersi col collega a Seleucia e in seguito a Ctesifonte, che vengono prese, senza colpo ferire, essendo la popolazione fuggita o morta di peste. Essendo fortunata la spedizione, Lucio Vero ritorna ad Antiochia e si imbarca per andare ad Efeso, dove attende l’arrivo di Lucilla per celebrare fastosamente il matrimonio (cfr. Marco Aurelio e la famiglia).

Dopo il matrimonio, Lucio Vero torna a Dafne con la moglie ed ha la prima figlia, Lucilla Plauzia, ed ha la notizia della conquista delle due capitali, oltre alla riconquista definitiva dell’Armenia e della capitale Artaxata. Quando riceve anche le ambascerie dal re dei re per un trattato di pace, si sa che ordina di non congiungersi in Charakene con le navi romane stazionate sul golfo persico e di tornare indietro verso la Cilicia. In Armenia rimette sul trono Soemo, già re sotto Antonino il Pio, deposto da Vologese IV (cfr. A. E. Retgate, The armenians, Blackwell Publishing, 2000) e, poi ritorna a Roma accolto festosamente dal popolo e dal senato, che conferiscc il Trionfo a lui e al frater senior, diarchi augusti! Segue poi il trasferimento nella villa ad Acquatraversa, dove vive lussuosamente con Lucilla, dove invita anche lo stesso Marco Aurelio e Faustina, in occasione della nascita di Lucio Vero iunior. La villa è così descritta da Giulio Capitolino: costruì nel frattempo una villa sullalvia Clodia famosissima, in cui per molti giorni lui stesso folleggiò coi suoi liberti ed con amici di Paride, alla cui presenza non c’era alcuno pudore reverenziale, chiamò anche Marco che venne per mostrare al fratello il corretto e dignitoso sistema di vita da imitare rimanendo nella stessa villa cinque giorni o invitando il fratello lui e preparando lui il banchetto/Villam praeterea extruxit in via Clodia famosissimam, in qua per multos dies et ipse ingenti luxuria debacchatus est cum libertis suis et amicis Paridis, quorum praesentia ulla inerat reverentia, et Marcum rogavit – qui venit – ut fratri venerabilem morum suorum et imitandam ostenderet sanctitudinem, et quinque diebus in eadem villa residens cognitionibus continuis operam dedit, aut convivante fratre aut convivia comparante (Vita Veri, 8.8 –1983 – volume II). Sembra che lì nasca anche Aurelia Lucilla, e che la villa di Lucio Vero sia descritta come officina di mali, bisognosa di correzione da parte del frater, filosofo stoico austero, che cerca di dare esempio buono ad uno amante del lusso, della vita mondana e degli spettacoli, già noto per la sua bellezza e la sua passione per le feste, le corse dei carri e per la caccia!

Comunque, la diarchia risulta un bene in quanto i due fratres si compensano a vicenda, Infatti, dopo aver arruolato confusamente le II e III legione Italica, stabiliscono di partire con le loro famiglie, congiunte, per Aquileia, la sede della corte, ritenuta località adatta per le operazioni militari per la campagna germanica. Forse lungo il viaggio qualche rumor/pettegolezzo-chiacchiera “danneggia” l’iter di dodici giorni in quanto Lucilla sa da amiche che la madre era stata amante di suo marito fin dalla più tenera età – la cosa potrebbe aver determinato la morte per avvelenamento, ventilata da alcuni storici! -. Comunque, si sa che il 23 gennaio 169 Lucio Vero muore per un ictus, ma non si sa se la morte lo coglie mentre tornava da un’ispezione dall’Illiricum o mentre stava per arrivare ad Aquileia, vicino ad Altino, avendo al suo fianco il frater Augustus! Marco Aurelio comanda subito di tornare a Roma e di fare lì, le esequie, davanti al popolo e al senato e poi di tumulare i resti nel Mausoleo di Adriano.
*Bene, Marcello. Ora, Andrea, riassumi tu la vita di Marco Aurelio, che inizia a governare da unico Augustus in un momento critico socio-economico, aggravato da peste e da guerra ai confini coi barbaroi, e con un nemico infido interno, i christianoi, da una rivolta di un legatus favorito dalla stessa moglie e dalla necessitas di dover abolire l’adozione nerviana e ritornare al vecchio sistema dinastico.
A. Per me, professore, finita la diarchia, inizia con la peste e con le campagne germaniche il declino della domus antonina, in quanto Marco Aurelio è malato, ma è curato da medici di corte e vive da filosofo stoico, cogitabondo, incapace di reali soluzioni coi christianoi che, da apolidi, accolgono barbaroi peregrini e dediticii, pronti a far entrare entro i limites adrianei Iazigi, Quadi Marcomanni, Longobardi ed altri, loro parenti, pressati dagli Unni, appestati, convinti di avere maggiore speranza di salvezza nel territorio romano, dove ci sono anche ospedali – cfr. Il medico di Augusto (A. Filipponi, Alessandra, la suocera di Erode: Giulio Erode, il filelleno, Libro III, KDP, 2025) – I barbari ora conoscono, grazie ai Christianoi, il sistema sanitario romano in cui il medico è figura popolare, in Occidente, come seguace di Asclepio/Esculapio – Elio Aristide, un retore (117-180), scrittore di 6 Discorsi Sacri, è modello esemplare di malato curato per anni a Pergamo! – con la metodica comportamentale di base: tastare il polso, toccare la fronte, esplorare bocca e occhi, mettere orecchio al petto, colpire la rotula del ginocchio col martelletto, esaminare il colorito, bussare sulla schiena! Marco Aurelio, appestato, accetta la malattia, da stoico, ma non è in grado di migliorare le condizioni economico-sociali e prevenire i barbari che arrivano fino alla reggia di Aquileia, minacciosi. A lui non servono nemmeno i consigli di Tiberio Claudio Pompeiano, nuovo marito di Lucilla, un militare di professione, un guerriero più che stratega, che lo avverte di desistere dalla volontà di creare due province nuove (Marcomannia e Sarmazia): l’imperatore sa parlare, ma non ha coscienza dell’urgenza socio-economico finanziariaeseguita a procedere nella sua velleitaria e costosa operazione germanico–sarmatica con truppe raccogliticce, da borioso conquistatore militare (cfr. Frontone e gli antonini; Marco Aurelio e la famiglia; Predicazione di Morte e Resurrezione del Christos e politica antonina; L’ascensione al cielo del Christos e la politica antonina)! Io, essendo stato bene avviato secondo queste letture, le ho meditate ed ho a lungo studiato The Meditations of the Emperor Marcus Antoninus (edited with translation and commentary by Arthur Spenser Loat Farquharson, A.S.L. Farquharson, published by Oxford Clarendon Press, 1968 – First published in 1944) e l’opera di Augusto Fraschetti (Marco Aurelio: La miseria della filosofia, Laterza, 2008), per cui posso dire che ritengo Marco Aurelio inadeguato sovrano oltre che caparbio ed ostinato nella sua volontà operativa contro i barbari, convinto del suo dovere verso la romanitas, e nel suo ritorno al sistema dinastico, procedendo mediante clementia verso Avidio Cassio, i Christianoi e la moglie, infine, anche divinizzata! Comunque esaminiamo i fatti insieme! Morto il frater, Marco Aurelio decide di far risposare la figlia con Tiberio Claudio Pompeiano, un siriaco, antiocheno, fedelissimo, che lo segue e a Carnuntum/Petronell Austria e a Sirmio/Sremska Mitrovica, persona sempre diligente e attenta alla salute dell’imperatore! Dunque, nelle campagne germanico-sarmatiche Marco Aurelio mostra il valore degli eserciti romani combattendo, nel 170, inizialmente, quando Ballomar, re dei Marcomanni, travolte le difese romane, invade il Norico e la Rezia, arrivando ad assediare Aquileia nel nord-est dell’Italia mentre altri barbari sul Danubio sono accolti dai Christianoi, come fratelli, bisognosi di aiuto in quanto malati di peste, uomini da curare, o se non malati, necessari per la conduzione agricola delle ville coloniche ora disabitate e non coltivate, vivendo sicuri per le promesse cristiane. È equivoca la promessa cristiana di cives romani senza patria credenti in un altro mondo, e sudditi di un altro dominus, quello celeste! Equivoco il bellum sarmaticum degli antonini contro gli Iazigi, chiamati dai fratelli curati entro i limites adrianei, divenuti agricolae sedentari, dediticii! Ancora più equivoca è la guerra contro i Quadi, subito dopo l’impresa sarmatica, nel 171-173 quando l’imperatore da Carnuntum guida le operazioni militari, scrivendo Eis Eauton, pensieri sulla vita e sulla morte, sul tempo ed eternità, vivendo tra peste e guerra in mezzo a legionari, arruolati alla rinfusa con gentaglia di ogni più umile estrazione sociale e di qualsiasi etnia, tutti poveri ptoochoi! Che dire degli eserciti che lo seguono contro i Marcomanni nel 174, quando Marco Aurelio è a Sirmio, dove è chiaro che non ci sono né vinti né vincitori ma solo morti, specie nel corso dell’invernata, quando arriva una copiosa nevicata e negli Hiberna comincia serpeggiare la diceria della rivolta in Oriente di Avidio Cassio – che crede morto l’imperatore per peste?! -. Avidio Cassio ha accettato il titolo di Augustus, conosciuta la notizia della morte del sovrano a Sirmio – morirà invece a Vindebona/Vienna cinque anni dopo! -, ritenuta vera per l’arrivo di Faustina nel suo accampamento, col figlio Commodo, quattordicenne, accolti trionfalmente. L’ex legatus di Lucio Vero è figlio di Eliodoro segretario ex epistulis di Adriano, governatore di Egitto sotto Antonino il Pio, familiaris di Filopappo e Balbilla, un honestior, ricco, amato dai soldati, contrario a christianoi e a filosofi, capace di bollare nel 175 lo stesso Marco Aurelio come Philosophans anicula/una vecchietta che filosofeggia, che parla di perdono e di clemenza anche verso i nemici e che vuole condurre eserciti, quando invece serve un militare che impone la pax con la forza/vi! Avidio è un militare, che conosce la guerra e che ha un esercito ben addestrato e che ha anche la sicura fides di Faustina – che muore poco dopo ad Halala in Cappadocia – e di Commodo, lontani dal malato imperatore, idealista retorico filosofo stoico, inconcludente! La philosophans anicula, però, gioca bene le sue carte e, venuta a Roma, ha dal senato il mandatum di condurre un bellum contro Avidio, che, proclamato hostis-nemico, si ritira in Egitto, inseguito da Marco Aurelio che dalla Siria giunge sulla foce pelusiaca, dove l’ esercito dell’usurpatore, impaurito, lo abbandona e lo costringe al suicidio, anche se l’imperatore ha proclamato di perdonarlo e di lasciare intatto il patrimonio ai suoi eredi! È noto quanto dice Marco Aurelio alla sua morte: non ho avuto la possibilità di mostrare clemenza! L’imperatore divinizza la moglie e riporta il figlio a Roma e con lui trionfa, dopo averlo associato come Caesar! A seguito di nuove invasioni in Pannonia, a causa di ribellioni di tribù, che passano il Danubio, Marco Aurelio e Commodo fanno un’ultima campagna nel 178-79, ma l’imperatore si aggrava e muore a Vindebona il 17 marzo del 180, dopo aver nominato successore il figlio per diritto dinastico, abolendo il sistema adottivo nerviano.

M. Dunque, il “governo dei filosofi e dei retori” risulta non utile ed è odioso in un momento di peste e di guerra e non può “cementare” la lealtà dei vertici militari, che vedono in Marco Aurelio un leader astratto, titubante e malato sovrano, bisognoso di bisognoso di consulenza militare e di strategia che il fido Pompeiano non può dare come invece aveva fatto il frater Lucio Vero, uomo di indole più pragmatica e mondana, militaresca, vero “braccio operativo” e parafulmine sociale: non è quello il tempo dei filosofi che parlano ma è il momento di uomini di azione: il suo ruolo di guida morale è travolto da una crisi sistemica che segna la fine di un’epoca, facendo emergere le contraddizioni tra l’ideale filosofico e la dura realtà politica!

*Amici, grazie per le sintesi, per i riassunti e per le formulazioni critiche sulla Diarchia Mi auguro di poter fare chiarezza definitiva sul grave equivoco esistente in epoca antonina tra parola e fatto, tra la retorica antonina e quella cristiana sulla base della Lettera a Diogneto, dell’opera di Melitone di Sardi e dell’apologia di Atenagora di Atene, mediante un’Appendice su La peste e i Christianoi a Per una lezione su Diarchia antonina.
M. Andrea, Si è fatto tardi! Ringraziamo e salutiamo il professore! Dobbiamo andare a riprendere i ragazzi!
*Ciao. Ciao e a presto!