I tuoi figli non sono tuoi figli! Sono fratelli e sorelle, bramosi di vita per se stessi: ti puoi ingegnare per essere come loro, ma non si deve cercare di renderli come noi! Kahlil Gibran (1883-1931).
La peste di Galeno: scontro epocale tra predicazione cristiana di Morte Resurrezione ed Ascensione al cielo del Christos e la politica antonina!
Noi moriamo e risuscitiamo col Christos! Cosi si salutavano i cristiani quando, condannati a morte, entravano a schiere negli anfiteatri romani nel II e III ed inizi IV secolo. Così si salutano i monaci del Monte Athos, a Pasqua, dicendosi reciprocamente Christos anesth (pronuncia anesti) Cristo è risorto e rispondendosi Alethoos, Christos anesth/ Veramente Cristo è risorto. Così, ancora oggi, i greci ortodossi ripetono durante la festività pasquale!
E’ viva, dunque, la tradizione pasquale di Morte e di Resurrezione, affermatasi nel II secolo, nel corso della peste antonina? Professore, me ne può parlare diffusamente per comprendere il reale significato di un enunciato cristiano, che celebra contemporaneamente l’antitesi di vivere – morire naturale con l’innaturale risorgere, in modo enfatico? A tanta irrazionalità ed innaturalezza porta il fenomeno della peste nel II secolo, epoca del trionfo del paradosso, della retorica e della bugia? E’, dunque, retorico il messaggio cristiano stesso, che si sovrappone a quello pagano classico antonino, anch’esso retorico, che, comunque, ne vede la connessa teatralità e ne falsifica i contenuti, rilevandone l’inconsistenza astratta teologica dottrinale, proprio nella pienezza della peste, di fronte allo spettacolo concreto e crudo di morte reale!
Marco, sotto Marco Aurelio, Lucio Vero e Commodo, in circa 25 anni di peste antonina, morirono 20 milioni di cives e a Roma stessa ci furono giorni nell’anno 167 d.C., in cui morirono 5.000 persone!
E’ una realtà tragica, apocalittica, un fenomeno luttuoso comune a tutto l’impero romano, uno stato polietnico di oltre 3.500.000 km. quadrati, le cui popolazioni- gravitanti sui bacini del Mare Mediterraneo ( Mare nostrum -Ligure, Tirreno, Adriatico, Ionico, Egeo- ) sul Mar Nero, e sul Mar d’Azov, sulla parte occidentale del Mar Caspio, sul Mar Rosso , oltre che sull’ Oceano Atlantico e sul Mare baltico e perfino sull’Oceano Indiano – sono decimate (ispanici, galli, britanni germanici, sarmati reti, illirici, daci, traci, greci, italici, asiatici, siriani, mesopotamici, palestinesi, arabi, egizi, cirenaici libici, berberi, afri dell’Atlante ecc.).
Interi popoli sono sterminati e lasciano terreni incolti, immensi spazi vuoti, prima, lungo il Tigri e l’Eufrate e poi, lungo il Danubio /Istro, e i suoi affluenti, infine, lungo le sponde del Mare settentrionale, sul confine del Reno, per cui le gentes limitrofe, barbariche, non romane, anch’esse decimate, cercano ospitalità e chiedono aiuto, penetrando entro i confini, indifesi – anche in Africa settentrionale succede lo stesso fenomeno!- per la scomparsa delle guarnigioni militari, e si insediano in zone romane, spopolate o scarsamente popolate, avendo perfino assistenza ed accoglienza, a parole, dai procuratori imperiali, che si dicono disposti a sistemarli, al momento opportuno, a fine epidemia, facendo contratti verbali di reciproco aiuto, tra famiglie migranti e quelle stanziali, accomunate dal pericolo mortale della peste.
Ci sono foedera non scritti, convenzioni senza comunicazioni, patti di solidarietà immediati, istintivi, in momenti di sopravvivenza straordinari, data l’evenienza della morte incombente in zone lontane dalla caitale dove ear attecchito il vangelo di Marcione di Sinope! Il voler vivere in Christos – come desiderio di morte e ritorno al Padre e al suo Regno celeste – innesca un equivoco colossale tra christianoi filobarbarici e filoparthici, solidali col nemico ed accoglienti e la cultura romana in zone di confine ! I Christianoi risultano per l’impero romano un altro mondo, le cui affermazioni di libertà interiore e di autonomia di coscienza hanno un altro valore in nome della sovranità del Dio unico, opposto all’imperatore augustus/sebastos e diventano problema politico perché sottendono un complotto contro la sicurezza dello stato di contestatori, che sembrano avere strutture rivoluzionarie, che intaccano le giunture stesse del sistema statale legislativo romano – che è sostanzialmente un apparato violento militaristico distruttore di ogni altra civiltà e cultura al fine della costituzione livellatrice di una sola lex e della proclamazione di un solo dominus universale-.
Marco, considera che questo avviene quando, oltre alla peste, ci sono i barbari Quadi, Marcomanni e Iazigi, che, appestati entrano nell’Impero, pressati da altre tribù, legate da vincoli di sangue, decise a sconfinare coi loro parenti dediticii, già accolti, mentre a migliaia muoiono, oltre confine, convinti che la salvezza sia dentro i territori romani: I cristiani, specie i seguaci di Marcione, colgono questa occasione e sono vincenti nella loro decisione di accogliere e di fare il dovere di fratelli, svolgendo una funzione consolatoria, facendo, comunque, opera di assistenza e di cura medica !
I cristiani illirici ripetono le azioni di altri cristiani fatte in Siria, in Mesopotamia e in Asia Minore, al ritorno dell’esercito di Lucio Vero dalla spedizione vittoriosa contro i Parthi, dopo la presa di Seleucia: ora essi sul confine danubiano e renano sono pronti ad accogliere chiunque abbia bisogno della loro caritas! considera, Marco, che è di questo periodo la pseudo- lettera di Paolo ai romani, 15,7 con l’invito all’accoglienza reciproca/diò paralambanesthe allhlous, nella convinzione che il dio della speranza riempie di ogni gioia e pace nella fede !
Qui succede un fatto strano: i christianoi, uomini accusati di essere renitenti alla leva, immorali, che hanno un’ altra logica rispetto a quella pagana- incentrata sul sovrano, Augustus/sebastos- ora accolgono tra loro i barbaroi, li sfamano, li curano come fratelli, incuranti della loro stessa salute, predicando la morte e la resurrezione del Christos, loro salvatore, re di un altro regno, ultraterreno!. L’ opinione pubblica dei cives è sconvolta: si adora l’immagine dell’imperatore dio vivente, signore dell’impero romano universale, sommo sacerdote, venerabile, segno stesso dell’unità civile e sociale!. Nel nome del Christos, opposto all‘imperator/ autokrator, i cristiani affrontano il martirio, invece, andando felici incontro alla morte, fiduciosi in una resurrezione e in un premio eterno, in un paradiso celeste, preferendo la morte alla vita, decisi a non offrire pochi , salvifici, granelli di incenso alla statua imperiale, un idolo, pur consci che, così facendo, meritano la morte con supplizio!. Per i cives pagani è un absurdum ciò che accade, più della peste stessa!
Professore, i cristiani, quindi, pur tacciati di ateismo e di apostasia, di indifferenza davanti alla fides comune e di incivismo, sono per i cives esempio di virtus, nonostante la loro antiromanità?!. Per i romani essi, pur nemici, risultano cives apparentemente esemplari e per i barbari fratelli, che li aiutano a sopravvivere!.
In questa accoglienza, indecifrata, spontanea– di cui non esistono atti giuridici- sembra, Marco, che lungo il confine medio danubiano si verifichi il maggior numero di contatti dei peregrini con le comunitates cristiane, ben organizzate dagli episkopoi e dioichetai, che guidando amministrativamente ville romane di grandi dimensioni, ora anche accorpate, hanno una propria autonomia, in quanto non legittimamente riconosciuti come dipendenti né dal potere centrale imperiale né periferico, ma nemmeno da quello ecclesiale cristiano, inesistente, sostanzialmente acefalo, data la diversità d’indirizzo dottrinale e rituale di primi christianoi, dispersi nelle varie province orientali, rari in quelle occidentali e in Africa, gravitanti intorno ad alcune città, in cui convivono con le comunità ebraiche, da decenni ben collegate fra loro ed amministrate, anche da giudeo-cristiani. E’ un fenomeno spontaneo, di convivenza e … di convenienza, dettato dal bisogno!
La peste, quindi, professore, unifica ed affratella i popoli di stati diversi confinanti, ostili da secoli, come parthi e romani, divisi da lingua religione e costumi e anche i barbari germanici con le comunità pagane e cristiane dell’imperium, non solo delle province ma anche dei pagi e delle città, tanto che gli episkopoi con la loro amministrazione centralizzata, locale, hanno possibilità di accoglienza e fanno proselitismo, dimostrando efficienza nella cura dei malati, nella rapidità di sepolture e nell’inglobamento di masse rozzamente catecumenizzate, in precise strutture residenziali, adibite a magazzini o dormitori per gli schiavi, secondo la caritas cristiana, mimetizzandoli con i propri fedeli in Christos, senza neanche rilevare il cambiamento di numero, ora variabile per le tante morti, visto che pagavano le tasse solo i cives fattori/vilici, formanti anche la gerarchia ecclesiale, seppure dipendenti per legge da padroni di classe senatoria o equestre?!
Si sa che esistono queste comunità, che accolgono e che, pur essendo corpuscoli insignificanti rispetto al numero di cives pagani filoimperiali, assolvono ad una missione di aiuto e di salvezza nei confronti di ogni altro, anche di stranieri, proprio quando si spopolano i territori dell’ impero romano a causa della peste e quando manca ogni intervento statale organizzativo, costruttivo, essendo venuta meno la burocrazia ministeriale periferica per la morte di diretti superiori locali di rango patrizio o equestre.
Marco, le comunitates cristiane, agricole, già si erano segnalate nel passaggio stesso dell’esercito di Lucio Vero, diretto contro la Parthia, verso Seleucia e Ctesifonte, per azioni caritatevoli in Asia e in Siria, sistemando i nemici tra i loro fideles, anonimi, schiavi e liberti, liberi non censiti, sfamando i peregrini e facendoli partecipi delle loro cerimonie, dopo un periodo di rapido indottrinamento, ora, nel pieno della pandemia, il nomen christianum assume un altro valore e gli episkopoi, specie se di origine patrizia, usurpano, opportunamente, un potere, grazie alla loro attività caritatevole verso i peregrini, tipica del buon samaritano.
Il termine, collegato con csenos greco, sottende la peregrinitas che indica il soggiorno di un civis in un paese straniero rispetto all’indigena,/vernaculus o domesticus, residente autoctono, il cui stato civile romano è equiparato ed assimilato a quello del barbaro che chiede asilo, entrando entro i confini di un altro territorio, ed è accolto pacificamente, essendo comune la paura della peste.
Infatti la stessa operazione, fatta dagli episkopoi mesopotamici, sembra diventare norma ad opera dei christianoi bosforitani ed asiatici prima, poi, di quelli stanziati al confine sull’Istro e da quelli di tutto l’Illiricum fino ad Aquileia, dove già esiste una comunitas certa apostolica, marcina, che è un faro per i cittadini di un grande territorio, compreso tra il Mar Nero e il Mare Adriatico.
Perché dice marcina?
Marco, Aquileia, capitale di Venetia ed Histria – decima Regio augustea – sembra che inizialmente abbia avuto come episkopos Marco, l’evangelista che, poi, designa come successore Ermagora, prima di andare altrove !la sede, perciò, è ritenuta apostolica tanto da poter essere definita marcina!
Grazie, professore. Lei vorrebbe dire che la vera prima accoglienza barbarica avviene nell ‘Illiricum, (Medio Danubio e i suoi affluenti) e in Aquileia , sede marcina?! E vuole dire pure che in Illiricum – che comprende le province di Pannonia e Dalmazia che, congiunte con la Moesia, proteggono Tracia ed Acaia da infiltrazioni barbariche sull’ Egeo – inizia il fenomeno dell’accoglienza barbarica, cosa molto diversa da una penetrazione militare barbarica!. Dunque mi vuole ribadire che la dioikesis marcina accoglie stranieri, senza autorizzazione statale, nel nome di Christos, secondo direttive ecclesiali – di una ecclesia madre dipendente, comunque, in qualche modo, sempre da Antiochia, sede cristiana centrale ?!.
Si verifica, Marco, forse, in questa zona danubiana centrale, e meno sul confine renano, un aumento di popolazione cristiana, notevole, a causa della paura della peste, nelle regioni dell’odierna Ungheria Repubblica ceka e slovacca, Serbia e Bosnia, Croazia e Slovenia, con un avvicinamento fraterno tra i popoli per cui, deposte le armi, a carovane, con carri, i barbari trasmigrano e ad ondate, penetrano, senza ostacoli nell’interno fino ad incontrare piccoli centri abitati, i cui capi decidono di accettarli, pur tenendoli a distanza, inizialmente, avendo pietà della loro condizione, aiutandoli in qualche modo, servendosi anche del loro aiuto, in caso di necessità, a seguito della scomparsa di tanti loro defunti, cooperando nel lavoro dei campi, ormai quasi abbandonati, spartendosi il ricavato in un mutuo trattato di reciproca protezione anche da altre popolazioni e perfino da razziatori della stessa tribù, rimasta oltre il confine. Questi peregrini, considerati dediticii cioè barbari che si sono arresi e dati prigionieri spontaneamente, ora decidono, nel corso del ventennio, di peste di condividere totalmente la vita quotidiana dei pochi rimasti cives romani, favoriti e condizionati dall’eleos /caritas e dal sistema di vita comunitario dei cristiani, anche loro peregrini in quanto si professano seguaci di Christos, uomo – dio, inviato dal Padre sulla terra, per redimerli dal peccato, dal Cielo, dove aspirano a tornare, perché loro patria, promessa come eterna ricompensa al loro sacrificio di vivere. I barbari, professore, sono accolti da domini, padroni di grandi praedia che fanno coltivare i loro terreni da affittuari non solo in Italia ma anche nelle province. Plinio il giovane in Ep . III,19; V,15 ed altrove mostra la difficoltà nel trovare coloni e perfino incertezza nel riscuotere gli affitti. essendo venuta meno la manodopera servile. In tempo di peste la situazione è peggiorata. Se è vero quanto diceva già Plinio il vecchio – Nat. Historia, XVIII,35 latifundia perdidere Italiam- ancora di più le province, specie lungo l’Istro durante la peste sono rovinate dalla struttura stessa del latifondo!
Nel clima della peste, matura, dunque, la propagazione del nomen dei cristiani che, propagandando, alcuni, la fine del mondo e il ritorno del Christos trionfante, ed altri, celebrando la morte come porta per il premio eterno paradisiaco, appaiono tutti desiderosi, comunque, di morire per congiungersi al loro Dio, salvatore, nel Regno dei Cieli, loro patria.
La morte e la resurrezione di Christos, propagandate come fatto reale, diventano un problema di stato per il senato e per la corte imperiale, per i protoi e per gli intellettuali, per i capi stessi dei vari popoli che entrano a contatto coi christianoi, confusi con gli ebrei, oltre che per le masse analfabete e semianalfabete, mal informate, mentre infuria la pandemia, dovunque, e non si contano più i morti, da seppellire o bruciare.
L’ opinione pubblica, da una parte, plaude all’ esempio, strano, di uomini che preferiscono la morte alla vita, che credono nel ritorno del loro eroe, semidio, che sperano in un premio eterno e che non sacrificano agli dei pagani e all’imperatore e alla dea Roma, convinti di essere parte di un altro regno, ma, da un’altra, è sbigottita di fronte alla forza teatrale del gesto dei martiri cristiani, che, impavidi e sorridenti vanno alla morte anche se gettati ad leones, negli anfiteatri, dopo esemplari condanne, quando sono scoperti e rifiutano di gettare granelli di incenso alla statua dell ‘imperatore – dio, per amore del loro Dio vivente.
Marco Aurelio e gli intellettuali vogliono dare, comunque, una risposta alla propaganda cristiana- che everte e sovverte la stessa struttura dello stato e la sacrosantità della tradizione avita pagana – degli Apologisti e, specie, alla ideologia analogica della scuola alessandrina, che sostiene il pensiero cristiano, non univoco e spesso contraddittorio – data la base biblica, comune con gli ebrei, oltre tutto, di logica platoneggiante e spesso legata alla diatriba cinica -capace di creare nuovi paradigmi operativi rispetto al pensiero greco latino di democrazia, di iustitia e di pax per i popoli, applicato, solo dopo la violenza della guerra distruttiva, dal diritto romano.
La teatralità del gesto di martirio cristiano più della theologia cristiana e dell’analogia alessandrina risulta, nella sua anomalia, un exemplum pericoloso per lo stato, specie nel III secolo quando si moltiplicano gli esempi di morte gloriosa a seguito degli editti di Decio e Valeriano ed ancora di più durante la persecuzione di Diocleziano.
Lo spectaculum di christianoi, (che rifiutano di incensare alla statua del sovrano e che, privi del libellus-che attesta l’adempimento del dovere del cittadino verso la figura sacra imperiale e verso il numen di Roma personificata- risultano atei e vanno con mogli e figli a morte), desta un moto di solidarietà e commozione, specie di fronte a comunità intere, distrutte per la loro ostinazione nel credo religioso e favorisce sotterranee adesioni tanto che Tertulliano può dire che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani (Apologetico. 50,3). Eppure essi, anche se christianoi, tra breve, sarebbero stati destinati ad essere equiparati giuridicamente come cives dell’impero romano, uniformati indiscriminatamente, a seguito dell’Editto di Caracalla del 212!.
Ormai si è propagato, in ogni parte del mondo, il paradigma vincente di un altro modo di essere e di vivere sulla terra, non da romani vincitori, ma da derelitti e timidi viri, christianoi, simili ai cinici, cenciosi denigratori della superbia di classe della romanitas: sarà sempre più dominante il moto protestatario, anche se di varia rilevanza a seconda delle province, dove è maggiore o minore la fama dello spirito cristiano, specie dopo la vittoria costantiniana, quando si attua la fusione del pensiero cristiano storico con quello imperiale romano e si fondono potestas laica ed auctoritas sacerdotale, mentre viene lasciata ignorante la massa popolare e si ripristina col cristianesimo stesso l’ideologia militaristica greco romano ellenistica, giustificata ora in nome di Dio Padre, protettore della Romanitas, nuovo Zeus, con la nuova Triade (Padre, Figlio e Spirito santo) Dio degli eserciti/Deus sebaoth, datore di Vittoria/nike. La radice ebraica è chiara nella triplice invocazione di sanctus/agios da parte dei serafini del Dio degli eserciti (Isaia,6,3) e del benedictus /euloghtos-baruch di Ezechiele,3,12 propria dei cherubini!.
Quindi, professore, già nel II secolo, nell’llliricum, c’è uno scontro culturale tra gli intellettuali neosofisti e gli apologisti e la scuola alessandrina didascalica, in lotta, oltre tutto, con lo gnosticismo, mentre equivoco ed incerto è il comportamento dei militari di Pompeiano, ora marito di Lucilla, di Ponzio Lolliano e di Dasumio Tullio, ex governatori di Pannonia e dei comandanti di origine pannonica, Quinto Sosio Prisco e Giulio Vero.
Marco, è questo, secondo me, il momento più traumatico della storia umana, occidentale, in cui, a seguito di una peste più che ventennale, emerge una forma unitaria cristiana non ancora perfezionata a causa delle contraddizioni, date le molte anime del movimento stesso di matrice ebraica, comunque, evidenziata nel periodo dell’anarchia militare, postseveriana, che va del 236 al 284, in cui giuridicamente si costituisce un fronte di legittimità confessionale religiosa, maturata a seguito degli editti di Traiano, di Adriano e di Marco Aurelio, Commodo e Settimio Severo, decisi ad immettere, comunque, alla pari degli altri culti, un altro Dio nel pantheon pagano.
E. Renan ( Marc Auréle et la fin du monde antique, Paris 1882,) parlando di embriogenesi del cristianesimo sottende durante la peste antonina l’avvento di un mondo nuovo che, poi, si precisa come presenza attiva e fiorente alla fine del II secolo e lascia tracce ben visibili nel III, in quanto si stabilizza l‘ area religiosa grazie al sussidio di opere grandi e di figure notevoli di cristiani specie a Cartagine e ad Alessandria, ma anche ad Efeso, in Asia, e perfino in Gallia.
Gli scritti, a cui accenna il francese, formano un corpus christianum, costituito da libri, lettere, iscrizioni, martirologi, con testimonianze di magistrati e funzionari inquirenti, filosofi e letterati, oltre agli apologisti greci e latini e agli alessandrini Panteno, Clemente Alessandrino ed Origene, col suo discepolo Gregorio il Taumaturgo, e oltre a Melitone di Sardi, apologista antiantonino che, comunque, per primo tenta di conciliare gerarchia imperiale e quella ecclesiastica, sulla base di una lettura profetica del Vecchio e del Nuovo testamento, della storia greco-ellenistica e romana, connessa con l’oikonomia tou theou, cristiana, anticipando gli intellettuali, storici dell’epoca costantiniana. Sembra, davvero, che già la fede cristiana illumini il mondo pagano (cfr. II Pietro I,19- scritta probabilmente alla fine del II secolo- la lampada brilla in un luogo oscuro fino a quando sorge il sole e la stella del mattino, Il Cristo, entra nei cuori)! E’ una prefigurazione molto vicina alla visione profetica di Melitone…Ecco chi si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello, che non apre bocca; egli è l’agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte(?!). Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto a decomposizione!. Ancora di più enigmatica è la sua formulazione in Peri tou Pasxa: o theos pephoneutai, O basileus tou Israhl anhiretai upo decsias Israhlidos/il dio è stato ucciso, il re di Israel è stato fatto fuori dalla destra israelita!.
Lei, professore, ci ha parlato spesso di Militone e del simbolismo della sua scrittura, per cui h decsia, difficile a leggere, potrebbe esprimere o la logica dell’ integralismo farisaico aramaico o la lettura dei sadducei, contraria e sacrilega nei confronti della tradizione ebraica dell’agnello indifeso -a cui è congiunta anche l’agnella Maria- di figlio con madre di Dio! la mancata conformazione alle promesse fatte al popolo, sembra segnare la fine del cleronomos ebraico, chiara con la distruzione del Tempio, punizione giusta per la colpa della morte dell’agnello?!
Marco, non ti sembra di andare oltre quanto hai compreso!? io lascerei stare, ora, il problema di Melitone e la sua clef / chiave – trascrizione medievale latina del testo melitoniano- cfr. J. Pierre Laurant, Simbolismo e scrittura ( Symbolisme et Ecriture le cardinal Pitra e la “clef “de Méliton de Sardes) trad. Rosanna Campagnari e Pier Luigi Zaccatelli, Edizione Arkeios 1999! E’ Militone, un simbolista cristiano di difficilissima interpretazione, in quanto dal Medioevo è venuta una lettura esoterica, a mio parere impossibile da decifrare, essendo troppo scarsa la documentazione scritta, greca, dell’autore di Sardi, morto sotto Commodo, forse martire, dopo aver inviato un’apologia a Marco Aurelio( o a Lucio Vero ?!) nel 167, ed essersi prodigato secondo caritas cristiana nel corso della peste, infuriata in Lidia, in Caria e in Ionia, al passaggio di ritorno di milites antiparthici, destinati a stanziarsi nei pressi di Aquileia, come supporto alle imprese militari dell’imperatore, impegnato contro Quadi e Marcomanni!. Eppure Militone difende Marco Aurelio che fa bene ogni cosa, anche se ci sono stragi. Il vescovo di Sardi incolpa gli esecutori degli ordini imperiali non l’imperatore: infatti, per lui, un imperatore giusto non potrebbe mai impartire un ordine ingiusto e… noi sopportiamo con gioia il premio di una simile morte (Cfr. St. Eccl. di Eusebio, che mostra la differenza sostanziale tra Paolo e Militone e gli altri cristiani la cui coscienza di cristianesimo non sembra di una religione escatologica, ma di una fides umana presente, già radicata nel territorio romano tanto da contribuire al suo progresso e da autorizzare l’innesto costantiniano sulla base dell’ unitarietà dei 4 patriarcati di Roma, Antiochia, Efeso ed Alessandria!.
Dunque, professore, nonostante i contrasti e le diatribe sull’ origine non divina del potere politico, ritenuto diabolico da alcuni, che, invece, considerano solo divino quello ecclesiastico, bisogna dire che uniformemente tutti sono consapevoli di aver inserito le strutture cristiane nella cultura ellenistica, coscienti di essersi conformati al sistema dell’epoca.
Certo, Marco, con Aristide Marciano di Atene già si può affermare che davvero i cristiani sono i migliori cives perché essi sono pii e con la loro pietas anticipano quanto proclamato da Clemente alessandrino che afferma che sono più utili con le preghiere loro cristiani che i soldati con le loro armi!. Marco, con Melitone e gli apologisti c’è fusione già del cristianesimo con Roma, mentre è definitiva la rottura col giudaismo in quanto si ritengono non i romani uccisori di Christos ma i giudei perché incirconcisi di cuore e di orecchie, in quanto ingannati da un angelo malvagio, non hanno mai compreso la volontà di Dio e la sua oikonomia: Melitone va oltre Giustino e nell’ambiente antigiudaico di Sardi inizia una nuova lettura del Vecchio Testamento, chiara nell’ Omelia 77, dove, secondo una ideologia cristocentrica, persone e istituzioni, parole ed eventi diventano immagini del Christos venuto, vangelo stesso!
Da qui, da Alessandria e da Roma si può, allora, vedere due mondi che si oppongono, due tradizioni culturali in lotta, mentre infuria la peste che mostra la vacuità ideologica dottrinale delle teorie pagane stoico-platoniche e gnostiche rispetto alla pratica della theologia del cristianesimo che, di fronte al male di vivere, risponde trionfalmente dando esempi di gioia nella morte ed annullandone il timore stesso con la speranza ultraterrena?.
Certo! Marco. L’apologia cristiana risulta vittoriosa contro la doctrina pagana e quella gnostica (cfr P. de Labriolle, La rèaction paienne, Parigi 1934) come si evince dalle Omelie clementine, uno scritto molto manipolato del II secolo – che riprende avvenimenti precedenti, come i contrasti e ad Alessandria e a Roma, tra credenti in diverse fedi, tra Simon mago e i primi cristiani, evidenziando lo spirito cristiano -anche se non è sempre coerente specie nei legami coi cenacoli gnostici di Basilide, di Isidoro, di Valentino e Carpocrate – confuso nella volontà comune di non avere un’ organizzazione gerarchica, nonostante l’impegno nell’ esegesi ardita dei messaggi e nell’estremo rigore polemico, non ben accetto ai concreti romani ed alessandrini, che dànno rilievo alla pratica di vita, in quanto tutti i predicatori di ogni genere e culto, divergono nel comportamento quotidiano.
Comunque, professore, nel conflitto generale ideologico, il cristianesimo è vittorioso contro lo gnosticismo e contro l’impostazione stoico -platonica imperiale di Marco Aurelio, proprio nel corso della peste, che sancisce la legittimità sovrumana della speranza cristiana e fa esaltare il mito della resurrezione del Christos!
Marco, se la gnosis era la cristianizzazione dell’ellenismo, la cui cristianizzazione risultava una pseudo-gnosis (cfr. L. Bouyer, la spiritualité du nouveau Testament et des Pères, Paris 1960 ) la lettura cristiana della vita nel venticinquennio di peste è positivamente vista e giustificata in quanto la morte e resurrezione del Christos santificano il paradigma comportamentale rispetto a quello filosofico pagano e gnostico. le cui dottrine sono svuotate di contenuto dall’atto pratico!. Allora, il messaggio innovativo cristiano si propaga ed annulla il valore della speculazione dottrinale pagana, mettendo in luce il mistero di Dio ineffabile, uno e trino, celeste, opposto alla nullità della miseria umana, della gnosis ed anche di quella dell‘imperatore filosofo, considerato più che augustus una petulante vecchietta: la frapposizione di una massa di eoni, intermediari tra il creatore e la sua opera, pur spiegando la caduta dell’uomo, non chiarisce la funzione del logos, che risulta manifestazione dell’archetipo, non di una reale incarnazione per riportare l’uomo allo stato originale!
Da qui, professore, la teoria dell’oikonomia tou theou di Ireneo che, dalla visione pessimistica della creazione dell’uomo decaduto dall’età saturnia dell’oro, rileva la possibilità di salvezza storica con la sicurezza di una resurrezione col Christos e del premio eterno!
All’epoca, comunque, Marco, le dottrine si oppongono, le une alle altre, e il dibattito tra i pochi cristiani e i tanti pagani è duraturo grazie alla partecipazione di uomini di grande prestigio come Celso, degno di confutazione da parte di un grande come Origene, di personaggi come Luciano di Samosata, come Plutarco, come Frontone e lo stesso imperatore Marco Aurelio.
Professore, lei ci ha già parlato di Frontone e degli antonini. In un’altra lezione speriamo di sentire il fronte degli intellettuali pagani e la difesa dei valori tradizionali della cultura greco-romana contro i Christianoi!.
Marco, se hai ben compreso il clima di vittoria cristiano in epoca antonina, posso chiudere qui il mio discorso sulla predicazione vittoriosa delle morte e della resurrezione del Christos!
Si.Mi sembra tutto chiaro! Dunque, professore, grazie!
Marco, al prossimo incontro, vedremo, seguendo il Discorso vero di Celso, in un dibattito culturale, come risponde la cultura pagana al cristianesimo, che ha vinto praticamente la sua battaglia nel corso della peste, con la dimostrazione pratica dell’eleos fraterno, universale.
Con la misericordia celeste e con l’accoglienza fraterna episcopale, Marco, il cristianesimo, di diritto, si afferma come religio tra i culti e Christos è accolto come theos/deus tra gli dei pagani tanto da essere venerato, insieme alle altre divinità, da Giulia Domna, legittima moglie di Settimio Severo!