Durante la peste di Galeno, essendoci uno scontro epocale tra predicazione cristiana di Morte, Resurrezione ed Ascensione al cielo del Christos e la politica antonina, avvengono, secondo me, la divinizzazione di Romolo, pagana, di Plutarco e quella cristiana di Christos che risultano due forme differenti di eroicizzazione e mitizzazione, che diventano tipici culti! L‘ascensione al cielo del Christos è,comunque, professore, un fatto reale storico o un’invenzione teologica di esaltazione divina, successiva alla presunta morte e resurrezione di un uomo? È un dato di fatto personale o evento propagandato, da una comunitas di seguaci che si costituisce come ecclesia apostolico – romana, a seguito della galuth adrianea, secondo il genus letterarium/genere letterario dell’ Ascensione al cielo di un eroe nazionale, destinato a sedere alla destra del Padre? È un servizio strumentale greco e greco-ellenistico della retorica per dare rilievo al presente, mediante il passato, per legittimare ogni tipo di situazione abnorme, ogni forma pragmatica e soluzioni future, possibili, di attesa? È proprio un modus ellenistico di mettere insieme spatium mitico e spatium storico, indefiniti temporalmente, di una cultura ebraica, confusi da opposti indirizzi di uomini, capaci di collegare mito e storia, favole con storia persiana? Esemplari in tal senso sono Erodoto, Platone e Plutarco?!
Marco, non hai mai fatto una domanda tanto complessa e tanto difficile così da obbligarmi a fare sintesi per darti una decente risposta, anche se sostanzialmente chiedi solo se l’Ascensione al cielo del Christos rientra in un genere letterario, tipico del II secolo d.C., che sovrappone il piano della genealogia mitica con quello della storia reale, il cui telos è dare certezza fideistica all’ignoranza di un popolo che, in una grave situazione di epidemia, cerca una solidarietà fraterna universale!. Comunque, mi sembri deciso a conoscere realmente i fatti, dopo la presunta morte e resurrezione del Christos vivente! Ti dico quel che so. Se Erodoto inserisce nel sistema multinazionale persiano la paideia greca, Platone parla di un fabulistico racconto di vecchie a bambini in Ippia Maior 285, mostrando Ippia che si vanta che gli spartani apprezzano le sue mitiche storie genealogiche umano-eroiche e le fondazioni di ecisti– anche se Socrate considera il sofista uomo di scienza rozza nel Fedro (229e ), utile, comunque, per una società popolare, in un processo di razionalizzazione storica-!. Plutarco, infine, nel mito di Romolo, scomparso improvvisamente, insiste sulla necessità di razionalizzare la nebbia della storia per una verità, opinabile, mostrando il processo degli storici, nello studio del passato, simile alla visione nebulosa degli indovini per il futuro!. La cultura greca di fronte alla sparizione di un corpo, perplessa, si affida alla retorica al mito e giustifica secondo il dogma trinitario! A Dio niente è impossibile!
Professore, mito e storia non hanno confini precisi e non avendo limiti tra loro in quanto non hanno spatium temporale determinato, risultano campi nebbiosi, in cui ogni cosa può essere vera!.
Marco, se leggiamo insieme Plutarco (Romolo,29 ), possiamo capire qualcosa, facendo riflessioni circa la scomparsa del re all’età di 54 anni, dalla vista degli uomini/ eks anthroopoon aphanistheenai. Sentimi bene!. Plutarco afferma che Romolo di fatto aveva limitato i senatori ad ascoltare in silenzio i suoi ordini/ sighi prostattontos hkrooonto ed aveva destabilizzato la loro auctoritas, avendo distribuito, a suo arbitrio, le terre ai soldati e restituiti gli ostaggi ai Veienti, per cui alla sua scomparsa in modo insolito, poco tempo dopo, sul senato ricaddero sospetti e calunnie/eis upossian kai diabolhn enepese paralogoos aphanisthentos autou met’oligon khronon Ibidem 27. Lo storico, dopo un exursus sulla morte strana di Scipione l’Emiliano nel 129 a.C., in casa sua, dopo pranzo, sospetta,- morto non si sa se per via naturale o per veleno o per strangolamento!- rivela che il suo corpo fu esposto al pubblico ed i dubbi rimasero, mentre quello di Romolo, scomparso all’improvviso, non si poté mai più vedere né alcuna parte del corpo né un lembo della veste – ibidem -.
Plutarco aggiunge che, sulla sua scomparsa, non si può dire nulla di sicuro né sapere nulla che appaia attendibile, tranne la data nel mese di Quintilio (Iulios, oggi), alle none/Il 7, e che non bisogna meravigliarsi, nonostante le celebrazioni successive.
Lo scrittore precisa: alcuni pensano che, perciò, i senatori, rivoltatosi contro di lui nel tempio di Efesto, lo avessero ucciso, spartendosene il corpo e portandosene via ciascuno una porzione, occultata nel grembo….altri invece dicono che non nel tempio avvenne la morte, ma che lui avesse convocato l’assemblea, fuori città, nei pressi dello stagno, chiamato della capra, e all’improvviso si avvicendarono nel cielo fenomeni eccezionali ed indescrivibili, a parole, e cambiamento di tempo incredibile: infatti la luce del sole si eclissò e calarono le tenebre ovunque, non foriere di pace e tranquillità, ma piene di tuoni terribili e di soffi di vento, che arrecavano tempeste da ogni dove.
E cosa succede in una situazione dominata da fenomeni atmosferici, molto simili a quelli della morte del Signore?
Avvenne che in tale situazione tempestosa, straordinaria, la moltitudine -non vi erano solo senatori ma anche altri, convenuti come per una festa- si sparpagliò, chi da una parte, chi da un’altra e i senatori si raccolsero tra loro. Finita la tempesta, tornato il sole, i più ritornarono al luogo dell’assemblea e si misero a ricercare il re, ma i senatori non permisero di impicciarsi della scomparsa ed ordinarono a tutti di onorare e di venerare Romolo/timan pasi kai sebesthai Roomulon come se fosse stato assunto in cielo, fra gli dei, e, da ottimo re, si fosse trasformato in Dio benevolo nei loro confronti/ oos anhrsparmenon eis theous kai theon eumenh genhsomenon autois ek khreestou basileoos –ibidem–.
La folla, per lo più, credette a quanto detto e perciò se ne andò, dopo aver pregato ed essersi prostrata, piena di speranza, ma alcuni che sopportavano a malincuore l’accaduto e con rancore, screditavano i senatori- che erano preoccupati ed inquieti!- perché ritenevano che in realtà quelli avevano ucciso il re e con parole avevano abbindolato il popolo sciocco/ oos abeltera ton dhmon.
Forse per qualche giorno la cosa rimase in sospeso, Professore, ma, poi, successe altro?
Secondo Plutarco, tutto cambia quando un giorno, un uomo, originario di Alba, Giulio Proculo si presenta al foro e fa giuramento solenne su quanto di più sacro e santo ha, affermando di aver incontrato Romolo, apparso a lui, che camminava per strada.
Professore, certamente Plutarco precisa la figura del personaggio!
Certo, Marco. Chi vede il re, non è una donnetta- che non ha diritti civili,- come la Maddalena nei Vangeli, secondo la tradizione cristiana, che fa testimonianza! E’ un uomo che lo incontra frontalmente, un patrizio, un notabile /prootos hthei per costume, amico intimo e fidato di Romolo/ te dokimotaton autooi te Romuloioi piston kai suneethee!.
Professore, non è sospetto che proprio un Ioulios faccia un solenne giuramento, un antenato della stirpe fondatrice dell’impero a Roma?
Certamente i giuli, Cesare ed Ottaviano (ed anche Claudio) sono interessati alla vicenda di Romolo e alla sua morte, in quanto a loro è cosa gradita accostare un loro antenato al re morto e divinizzato, come poi, avviene per Giulio Cesare! all’epoca di Romolo, però, i giuli erano agroikoi di Alba, venuti a Roma, solo sotto Tullo Ostilio!
Quindi, professore, il dato di Plutarco è notizia di storici di epoca successiva, un’ aggiunta giulia, della propaganda imperiale giulia del periodo cesariano, in cui viene utilizzata l’ektheoosis di Cesare, poi, celebrato nella divinizzazione alessandrina di Gaio Caligola -cfr.Filone, Legatio ad Gaium,76-93 – !
Marco, è una leggenda successiva, rispetto al periodo mitico di Romolo, che definisce Giulio Proculo, già come patrizio, intimo del re!.
Comunque sia, mi dica cosa lo scrittore greco scrive del racconto di Proculo, e dello scambio di parole tra un vivo e l’eroe vivente, anche se scomparso!
Marco, Plutarco racconta che Giulio Proculo incontra Romolo kalos men ophtheenai kai mega oos oupote prosthen oplois de lamprois kai phlegousi kekosmeenos /bello a vedersi e grande, come non mai in precedenza, ricoperto di armi lucenti e scintillanti, e parla con lui!
Ecco il testo: oo basileu, ti dh pathoon h dianoetheis, hmas men en aitiais…adikois kai ponerais, pasan de thn polin orphanan en muriooi penthei proleloipas?/ o re. cosa ti è successo? perché hai voluto abbandonare noi patrizi ad accuse…ingiuste e terribili e la città in un immenso dolore, rendendola orfana?
La risposta è questa. O Proclo, agli dei è parso giusto che passassimo un certo tempo fra gli uomini e, dopo avere fondato una città destinata a divenire potente e prestigiosa, tornassimo ad abitare in cielo, da dove eravamo venuti. C’è, Marco, anche il commiato, augurale! Addio e dì ai romani che, dimostrandosi saggi e valorosi raggiungeranno il culmine dell’umana potenza!. Per voi io sarò il benevolo dio Quirino/ theois edocsen, oo Procle, tosouton hmas genesthai met’anthroopoon khronon,kai polin ep’archhi kai docshimegisthei ktisantas , authis oikein ouranòn, ekeithen ontas. Alla khaire kai phraze Roomaiois oti soophrosunhn met’andreias askountes epi pleiston anthroopinhs aphicsontai, dinameoos . egoo d’umin eumenhs esomai daimoon Kurinos.
Dopo le parole, credute, data la figura morale dell’uomo, i romani, presi da entusiasmo ed ispirati dagli dei, fatti cadere ogni sospetto e calunnia, pregarono Quirino e lo invocavano come Dio/ euchesthai Kurinooi kai theoklutein ekeinon.
Professore, lei sta parlando a lungo di questo episodio ed ha un preciso scopo, quello di mostrare come per Plutarco l’esempio di Romolo dia opportunità di trattare del problema dell’anima e della sua immortalità – di cui lei ci ha parlato in altre occasioni- in quanto ha di mira anche la dimostrazione della non morte e della non resurrezione del Christos, apparso ai discepoli, non come fantasma ma come vivente, celebrato secondo due diverse tradizioni, una aramaica farisaica ed una greco-ellenistica, cioè quella gerosolomitana di Giacomo e Simeone, e quella antiochena di Pietro e Paolo!
Complimenti! Mi conosci bene! Le due tradizioni, in relazione al rapporto con la romanitas, hanno avuto diverso rilievo nella storia, la prima quella del Regno dei cieli, sconfitta, insieme all’esercito di Shimon bar Kokba, può avere, oltre alla diceria popolare della visione da parte della Maddalena, di un sepolcro vuoto, anche la propaganda dell’Ascensione al cielo, quella sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, mentre la seconda, già nel II secolo, fa circolare la leggenda di morte e di resurrezione del Cristo vivente, congiunta con l’Ascensione gerosolomitana e con l’onore del nuovo Dio che siede alla destra del Padre, di matrice aramaica.
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Cappella dell’ascensione
Professore, lei mi vuole dire che le due tradizioni si sono sovrapposte specie dopo la galuth adrianea, già in epoca antonina e, poi confuse in quella costantiniano-teodosiana?
Marco, le fonti cristiane, di matrice giudaica, e Plutarco, un ierofante pitagorico-platonico, hanno in comune la celeste provenienza delle anime e l’ascensione al cielo di quelle dei buoni eroi, tipo Ercole e Romolo, che, però, coincidono con la tradizione aramaica delle Ascensioni di Isaia e di Enoch, biblici personaggi, ascesi al cielo, secondo la testimonianza ebraica propria della fine del I secolo, di epoca flavia, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
All’epoca , dunque, professore, l’ascensione al cielo è un topos comune a pagani e naziroi aramaici e ai giudeo-cristiani ellenistici?.
Marco, questo mi risulta e questo ho capito dopo tanti anni di studio e di traduzioni. Io ti voglio mostrare come, all’epoca, un seguace giudeo- ellenista possa leggere la figura di Gesù, un galileo, la cui impresa messianica era fallita, ma la sua memoria, – cfr. Per un Bios di Ponzio Pilato- era rimasta, dopo il martirio, mentre la sua ascensione al cielo era divenuta leggendaria tra i suoi naziroi, sconfitti anche loro da Adriano, tanto da circolare ancora in Alessandria nel didaskaleion di Clemente e di Origene. E’ mia intenzione farti rilevare come l’ascensione pagana e quella giudaico-aramaica e quella giudaico-ellenistica siano paradigmi di una stessa concezione letteraria, mitica!.
Quindi, professore riprendiamo da Plutarco e teniamo presente la sfera terrestre, il cui piano orizzontale centrale terreno è quella della vita per i viventi, mentre quello celeste, oltre il cielo, è quello degli eroi, e quello sotterraneo dell’Ade, è quello delle ombre dei morti e dei demoni cfr. Luciano, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti, una Vita vera, I patiti della menzogna/Philopseudeis ecc. o Plutarco, Moralia, specie il De anima, pur frammentario, e il De facie in orbe lunae.
Bene, Marco, devo aggiungere solo che per i giudei aramaici centrale è Gerusalemme e perciò da lì deve partire il Christos per la sua ascensione al cielo, come, poi, anche Maometto, seppure in luoghi diversi, ma sempre gerosolomitani. A parte questo, procediamo con Plutarco che, trattando dell’ascensione al cielo di Romolo, mostra la sua theoria delle anime e la loro provenienza dal cielo, in cui hanno una tensione (genetica) a tornare, portando l’esempio di Aristea di Proconneso e di Cleomede di Astipalea.
Sono, Marco, due personaggi noti, il primo, grazie ad Erodoto (St., IV,13-15 ), come un taumaturgo dell’epoca di Creso e il secondo come vincitore di gare olimpiche nel 492 a.C., che, impazzito per la rabbia del mancato riconoscimento del suo valore, distrusse le scuole della città, determinando la morte degli allievi. Comunque, ambedue gli uomini, ritenuti degni di memoria e di celeste fama, come Alcmena, di cui non si vide mai il corpo, perché portato in cielo da Hermes, in quanto amata Zeus, gli aveva concepito Heracles/Ercole, secondo la tradizione pagana, sono politai ouranoi!. Plutarco, da ierofante, giunge perfino a coniare una proverbiale massima.- misconoscere la natura divina della virtù sarebbe empio e vile, ma mescolare la terra al cielo sarebbe stolto /apognoonai men ounpantapsi thn theiothata ths arethaanosion kai agennes,ouranooi de meignuein ghn abelteron!. La sua conclusione infine è pindarica: sooma men oantoon epetai thanatooi peristhenei/ zoon d’ eti leipetai aioonos eidoolon/to gar esti monon ek theoon/ il corpo di un uomo insegue la morte irresistibilmente, ma lascia dopo di sé una scia di eternità. Solo questa, infatti, viene dagli dei!
E’ un grande Plutarco non solo per Vite parallele ma anche per Moralia, scrittore capace di condensare tutto il sapere spirituale/ pneumatikos greco-ellenistico!.
Marco, lasciamo, quindi, cadere tutta la trattazione sull’anima /h psuchh, che viene dal cielo e che lì torna, ma non col corpo. Anzi, all’epoca la teoria più celebrata è quella di Eraclito, per chi crede che l’anima solo quando si separa e si allontana dal corpo, divenuta pura e priva della carne e casta, allora si stacca come la folgore da una nube/ oosper astraph nephous!. Anche Seneca, un secolo circa prima, con Apokolokyntosis / Lusus de morte Claudii, gioca sull’ ascensione al cielo dell’Imperatore, condannato, poi, da un giudizio celeste, nonostante la difesa di Giano e di Augusto, ad essere relegato, al pari degli altri mortali, comuni, nell’ Ade, dove Eaco lo concede come schiavo ad un liberto, che lo fa giocare eternamente con dadi, tratti da un barattolo senza fondo!
La conclusione plutarchiana, comunque, è questa: non bisogna far salire contro natura i corpi dei buoni in cielo, ma bisogna senz’altro pensare che le loro virtù e le loro anime, secondo natura e secondo legge divina, passino dallo stato di uomini a quello di eroi e da quello di eroi a quello di demoni/ ek men anthroopoon eis hroas, ek d’hroooon eis daimonas, e da demoni…a dei /ek de daimonoon…eis theous, non in base alle leggi della città, ma secondo verità e una logica plausibile. raggiungendo il traguardo più bello e felice, ma solo quando le anime si sono purificate e santificate, come nei riti di purificazione, dopo essersi sottratte del tutto alla loro natura mortale e sensibile – ibidem 28-.
Professore, questo si verifica tra i pagani, ma tra i giudei quando si può parlare di un’ascensione al cielo di un eroe, come Gesù?
Marco, bisogna distinguere se parliamo di giudeo-aramaici o giudeo-ellenisti ?
Nel primo caso si deve pensare che a Gerusalemme, dopo la distruzione del Tempio, dopo il ritorno da Pella dei naziroi, forse si comincia a parlare di un Messia, asceso al padre, mentre tra i giudei ellenisti la cosa potrebbe essersi verificata dopo la galuth adrianea, a seguito anche della teologica speculazione alessandrina ed efesina sul Christos logos/Verbum e sulla Trias/trinità quando l’aramaico Gesù viene assimilato al logos-verbum ed, allora, viene celebrata l’ ascensione gerosolomitana!.
Simeone e gli aramaici, avendo una cultura biblica, seguono la tradizione dell’ascensione di Enoch e di quella di Isaia, i cui autori, d’altra parte, copiano l’exemplum di Elia e l’episodio del carro di fuoco, portato da cavalli, pure di fuoco, tra un turbinio di luce (cfr. II Re, 2.11) intorno all’850 a.C.!
Per lei, quindi, sono importanti i paradigmi giudaico- aramaici, divenuti utili agli inizi del II secolo ,che celebrano l’ascensione del profeta Isaia, salito al cielo, dopo il martirio ad opera del re Manasse, il suo passare attraverso i sette cieli, di cui si rileva l’apocalisse, con la celebrazione congiunta della morte resurrezione ed ascensione al cielo del Messia stesso christiano!. A noi sembra un recupero mitico del profeta morto nel settimo secolo con una connessione con Gesù, nuovo martire, da parte della cultura cristiano- ellenistica mediterranea, che ingloba l’antico passato con la storia recente, adrianea, di una desertificazione del territorio stesso gerosolomitano!
Quindi, professore si può dire che noi riteniamo che vi siano influenze nel testo dei vangeli di Marco e di Giovanni e in quello di Luca, oltre che negli Atti degli apostoli a causa della galuth adrianea e della funzione nuova del Christos-Logos specie in Efeso e in Alessandria?
Marco, questo, certamente, penso, dopo operazioni su morte resurrezione e ascensione del Christos, ma in concreto mi piace precisare che i testi cristiani, parlando di Gesù, dànno per certo la sua morte e resurrezione, come dato acclarato, e scrivono stranamente, in modo univoco, tanto che, però, se si legge, senza pregiudizio, si rileva solo la presenza di una figura di vivente, che partecipa della vita stessa delle persone vive, cui si manifesta uno, dotato di corpo reale: il nuovo vedere (cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli ) diventa espressione di un’altra conoscenza, che risulta riconoscimento di un essere già noto, per precedenti atti significativi!.
Mi spieghi professore, meglio! lei parla di un altro vedere, allegorico e mi vuole dire che, se leggiamo il testo evangelico e quello degli Atti degli apostoli, si ha l’impressione di un reale incontro tra persone viventi e non di un episodio straordinario di epiphaneia miracolosa!.
Marco, voglio dire che il miraculum è nella lettura letterale di un incontro tra un Gesù – morto e risorto, destinato ad ascendere al cielo e sedere alla destra del padre- e i discepoli, incerti sulla figura di uno, comparso improvvisamente, a loro ignoto, che è vivente! all’univoca scrittura dei testi evangelici c’è sottesa un’ambiguità nel contenuto del messaggio!
Leggiamo i testi, professore, e mi faccia comprendere!. Io ascolto e spero di poter aprire gli occhi e stappare le orecchie!
Marco, leggiamo da un’altra angolazione, quella non di un Gesù morto e risorto, ma di un Gesù vivo, salvatosi grazie a lunghe cure mediche, desideroso di farsi riconoscere dai suoi, che lo credono morto e sepolto. Da questa angolazione si rileva l’humanitas di chi appare, conscio di destare sorpresa, sbigottimento e timore in altri che, di fronte alla presenza di uno da identificare, a prima vista, sconosciuto, entrano in panico!
Leggiamo l’episodio dei due discepoli di Emmaus (Luca, 24.31) da me mostrato già in Il messia mancato: I due, parenti oltre tutto, hanno fatto cammino con un un viandante senza riconoscerlo e solo allo spezzare del pane, gli occhi dei due si aprirono e lo riconobbero, ma egli disparve dai loro sguardi! . Luca professore, è contraddittorio per quanto riguarda il tempo e lei ne ha già parlato. Comunque, seguiti nella sua dimostrazione con la lettura di Marco e di Giovanni e poi riprenderemo Luca!.
Secondo Marco, gli apostoli, non avendo creduto né alla Maddalena né ai due di Emmaus, timorosi di rappresaglia, sono chiusi nel cenacolo e lì improvvisamente Gesù si presenta, agli Undici, che sono a tavola, e li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore, rispetto a quelli che lo hanno visto risorto, per poi dire, prima di concedere loro i carismi (cacciare i demoni, parlare lingue, prendere i serpenti per mano, imporre le mani ai malati e guarirli) , essendo in procinto di ascendere al cielo: andate per tutto il mondo, predicate il vangelo, ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà, sarà condannato!. L’evangelista, teso a mostrare la missione data dal maestro ai discepoli, chiaramente fa la sintesi di quanto avvenuto dopo la morte del Signore e non dà possibilità per un oggettivo calcolo della durata temporale, stabilita da altri invece, in 40 giorni di permanenza del risorto che fa apparizioni ancora in terra, da vivo.
Per Luca l’apparizione di Gesù agli apostoli è questa: Gesù apparve in mezzo a loro e disse “la pace sia con voi” 24. 36-49.
Professore, ai discepoli, sbigottiti, che credono di vedere uno spirito/ un phantasma e sono pieni di timore Gesù dice: Perché siete così turbati e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i piedi: sono proprio io; palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha carne e ossa come vedete, che ho io. E, dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ti ricordi bene il passo di Luca!. Ti aggiungo ancora che Luca mostra un Gesù, che per vincere la esitazione dei suoi e far superare lo stato di meraviglia, chiede cibo da mangiare: avete qui, qualcosa da mangiare ? Luca dice per fornire la prova concreta della presenza di un uomo, vivo: essi gli presentarono del pesce arrostito ed egli ne prese e ne mangiò alla loro presenza- ibidem-.
Se Marco non dice niente come tempo, Luca non dà possibilità reale di capire quanti giorni (anni?) dopo, ci sia incontro tra maestro e discepoli! La prova, fornita dell’humanitas presente del Christos nel cenacolo, è utilizzabile solo allegoricamente se traduciamo 40 giorni con quaranta anni! Infatti Luca parla di Gesù che si conforma a quanto detto biblicamente e scritto nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, al fine di far gli apostoli, testimoni di resurrezione dai morti al terzo giorno e di far loro comprendere la necessità di predicare, in suo nome, la penitenza e la remissione dei peccati, a cominciare da Gerusalemme!
Professore, Luca aggiunge un altro dato: Ecco, mando sopra di voi il Promesso dal padre mio, ma voi rimanete in città fino a quando non sarete rivestiti di potenza dall’alto. Sembra che lo faccia per meglio mostrare la resurrezione del Christos, che, destinato a scomparire, lascia la ecclesia sotto la protezione divina! Lei ce ne ha parlato, ma non ci ha mai precisato questo punto!.
Marco, anche io non ho capito bene le parole di Luca anche dopo anni di studio, perché non comprendo esattamente la situazione in cui l’evangelista parla. Penso che l’evangelista alluda alla partenza definitiva di Gesù, che è fiducioso nella venuta di un promesso del cielo (Spirito Santo?!) che favorisca la costruzione di un’ Ecclesia, anche se non indica le modalità e i tempi. Comunque, sembra definitivo il distacco di Gesù vivo dalla terra e da Gerusalemme, descritto poi come ascensione al cielo, di cui Giovanni ci dà ulteriore testimonianza concreta, però, in Galilea, e non a Gerusalemme, dove si mostrò loro di nuovo /ephaneroosen.
L’ evangelista parla di pescatori, intenti alla pesca che, all’ alba, (prooias de hdh genomenhs), vedono, sulla riva, uno sconosciuto che chiede loro di mangiare, a cui dànno una risposa negativa perché hanno pescato invano tutta la notte. Allora lo sconosciuto consiglia di gettare la rete dalla parte opposta rispetto a quanto fatto prima, infruttuosamente, ed essi eseguono l’ordine e fanno una pesca miracolosa.
Questo episodio, comunque, professore, è finalizzato principalmente al primato di Pietro che, per primo, riconosce il signore, che, dopo aver perfino preparato i carboni e pane, invita i pescatori a mettere pesci sopra, per mangiarli insieme .- 21.1-13-.
Professore, se Giovanni tende alla dimostrazione di Pietro, capo di ecclesia, cosa per noi molto successiva ai fatti, comprovata anche dalla volontà di mostrare la veridicità del suo scritto evangelico apostolico, circa le azioni e i detti del Signore, in quanto la sua testimonianza è vera alhthh autou h marturia estin, bisogna pensare che Gesù salga al cielo dopo quaranta giorni dalla sua resurrezione!.
Lei, professore, ci ha insegnato che secondo il processo allegorico, 40 giorni equivalgono a 40 anni -e che quaranta in realtà sono 25 anni per gli aramaici che hanno un calendario lunare cfr . A. e M. Filipponi, Vita di Giuseppe ebook 2016- .
Di conseguenza, si deve pensare che Gesù sia scomparso nel 61 d.C., poco prima della morte di suo fratello Giacomo/Jakobos, ad opera di Anano II, a Gerusalemme: non si sa se per morte naturale o per destinazione ignota (India?!).
Tutti i vangeli, compresi quelli di Marco e di Matteo, all’epoca non esistono, se non come parti orali di una tradizione parziale aramaica, e solo più tardi in epoca flavia cominciano a comparire in greco singolarmente – anche gli Atti degli apostoli- e solo quello di Giovanni sembra essere di epoca postadrianea -cfr. Giovanni 21. 18-23 Avvenire di Pietro e Giovanni (se voglio che egli resti, finché io ritorni, che te ne importa’ seguimi!)–
Da qui sembra che derivi la diceria popolare sulla non morte del discepolo prediletto.
Per questo, professore, potrebbe essere indicativo il prologo di Atti degli apostoli circa l’Ascensione al cielo ?
Potrebbe, ma di certo non si può dire niente. Dunque, riepilogando e sintetizzando, se Marco è scheletrico nel famoso controverso epilogo marcino- il signore Gesù dopo aver parlato, si elevò al cielo e siede alla destra di Dio-con l’aoristo di elevarsi e col presente di sedersi (in qualche testo – epilogo lungo marcino- c’è ekathisen aoristo!) , e se Luca evangelista dà indicazioni temporali e locali, propri di una tradizione aramaica (li condusse fuori verso Betania e alzate le mani li benedì. E mentre li benediceva si partì da loro ed ascese al cielo),che mostra il successivo ritorno a Gerusalemme, dopo l’adorazione del signore sul Monte degli ulivi, solo il Prologo di Atti degli apostoli potrebbe diradare la nebbia sulla ascensione al cielo!
Leggiamo 1,9-11, lasciando per ora da parte la dedica a Teofilo- di cui abbiamo parlato varie volte – e le ultime istruzioni ai suoi da parte di uno che parte definitivamente e raccomanda ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme e di attendere l’adempimento della promessa del padre, in un ricordo di Giovanni che, però, ha battezzato con acqua e della differenza battesimale nuova paolina ( Ma voi sarete fra pochi giorni, battezzati nello Spirito Santo, che darà tale potenza che sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea , in Samaria e fino all’estremità della terra,) togliendo loro la speranza di un ristabilimento del Regno di Israele – non sta a voi conoscere i tempi e i momenti che il padre ha riservato in suo potere-!…. detto questo, si elevò in alto, mentre essi guardavano, finché una nuvola lo tolse al loro sguardo. E stando così con gli occhi fissi al cielo, mentre lui se ne andava ecco, due uomini vestiti di bianco, si presentarono a loro dicendo: Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? quel Gesù che, partito da voi, si è elevato al cielo, verrà nello stesso modo con cui voi l’avete veduto salire al cielo!.
Luca, professore, dopo cinquanta anni, afferma solo,(volendo precisare l’Ascensione al cielo,- avendo memoria della nuvola mosaica – la missione di Gesù, la costituzione di un’ ecclesia, che deve rimanere a Gerusalemme e la successiva venuta dello Spirito santo) che ci sarà il ritorno del Christos sulla terra – a detta di uomini bianchi, aggeloi/nunzi della tradizione aramaico -mesopotamica -.
Marco, questo è il messaggio di Luca christianos antiocheno, in due diversi momenti, misto con notizie tratte dalla cultura aramaica, alquanto discordante, in quanto consapevole di narrare un fatto non certamente storico: in sostanza la sua ascensione risulta un modo letterario per segnare la fine della vita terrena di Gesù e l’inizio della missione apostolica con l‘avvento dello Spirito santo. Anche tu, comunque, fai un po’ di confusione come i primi cristiani, che, in epoca costantiniana, con Elena, mostravano il luogo perfino dell’ Ascensione al Cielo e il punto preciso con le impronte dei piedi del signore, in una grotta (cfr. J. Murphy- O’Connor, La terra santa, EDB 1996,pp 128-9 Moschea dell’Ascensione) – . Sembra che lì, sulla grotta, fu costruita una chiesa detta Imbomom / sulla vetta da Poimenia,- una ricca matrona, nel 378, -visitata due anni dopo dalla pellegrina Egeria,( che partecipò ad una cerimonia liturgica!) che aveva forma circolare, il cui centro era aperto verso l’alto. Essa fu poi incendiata dai persiani e in seguito ristrutturata, Di ciò abbiamo notizie da fonti archeologiche e da Arculfo, che ne fece un disegno per i pellegrini bizantini nel 670 d.C., invitati a venerare le impronte dei piedi interamente e chiaramente impresse nella polvere. I crociati ricostruirono la chiesa che ebbe, però, pianta ottagonale ed era circondata da un monastero fortificato. L’attuale moschea, costruita dal Saladino nel 1198, è ancora oggi possesso dei musulmani “che hanno riutilizzato i capitelli crociati, specie i due con quadrupedi alati, con testa di uccello“. Si può ancora osservare in essa, nell’interno, un piccolo rettangolo che circonda l’impronta del piede destro di Gesù, mentre l’altro contenente l’impronta del piede sinistro fu trasferita nel Medioevo nella Moschea al Aqsa “cfr. J. Murphy-O’Connor, La terra santa, ibidem, p.129.
Marco, essendo palese che Gesù non può essere asceso come corpo in cielo e che, invece, si allontanò in qualche modo dai suoi, come fece Apollonio di Tiana ( cfr. Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth) tanto da non dare la possibilità di trovarne il corpo e da non concedere certezze sulla morte, sorge il mythos sulla fine del Christos, scomparso, in quanto morto o in quanto andato a morire in altre località lontane, per alonare la sua figura, già misteriosa di Messia per la millantata resurrezione dai morti. Il mito ebbe subito fortuna ed è già attestato agli inizi del 400 d.C. dalle lettere di Paolino da Nola (Ep. 31,4): Così in tutta la superficie della basilica solo questo luogo rimane verdeggiante e la terra offre alla venerazione dei fedeli l’impronta dei piedi del Signore, in modo che davvero si può dire: noi lo abbiamo adorato là dove si sono posati i suoi piedi.
Le lettere di Paolino (cfr . G. Santaniello, Paolino di Nola, lettere (2vol.),”Strenae Nolanae” 4 d 5 Napoli-Roma, Libreria Editroce Redenzione,1992 p.715 e 740.,) sono connesse, Marco, con quel Teofilo di Antiochia, scrittore di Tre libri ad Autolico (ed. Paoline1965), (di cui abbiamo già parlato), che risulta uno dei precursori di quel gruppo di scrittori, compreso Ireneo, che hanno una generica impostazione realistica, per cui non solo rompono l’oscurità che si stende sulla storia dei primi secoli della Chiesa cristiana, ma che, in Oriente come in Occidente, la portano in evidenza dal punto di vista letterale, lasciando, comunque, sempre confusa ogni cosa, perché dànno patina di vero al mito, avendo impostato e definito il dogma della Trias/trinità (Cfr. Ad Autolico, 1,5-7) .
Dunque, professore, Gesù umano, crocifisso, non morto, non resuscitato, non asceso al cielo, scompare (lentamente) e diventa figura evanescente, mentre giganteggia Gesù divinizzato, Verbum/logos persona della Trinità col Padre e con lo Spirito santo, unico Dio, Trino, maestro di saggezza e di vita!.
Marco, è la nostra conclusione, ma… è così!
Professore, per me è così!
Il Gesù galileo, un qenita, acclamato messia, in epoca postseianea, crocifisso dai romani – perché autoproclamatosi maran col favore di Artabano III- non morto fortunosamente in croce, non risorto, non asceso al cielo, vissuto poi, anonimamente, per anni, divenuto possesso dei giudeo- cristiani, ellenisti del Regno di Dio, christianoi antiocheni ed alessandrini, dopo la galuth adrianea, è propagandato come crocifisso, come morto, risorto asceso al cielo secondo la lettura allegorica filoniana e paolina, e divinizzato come seconda persona, uios/Figlio del Padre (Spirito Santo) della Trias/trinità, risultando il maestro eterno per eccellenza, l’agnello divino, il salvatore dell’uomo, la legge vivente per ogni fedele!
Marco! Se dici e pensi così non sei più un christianos! La tua azione, necessariamente, non è più la stessa!