Professore, è credibile che una “lettura letterale” da parte della scuola antiochena – che ci ha tramandato un Christos zoon vivente – abbia valore diverso, umano, da quello della scuola alessandrina origeniana, basata su una testimonianza divina in relazione al problema cristologico, alla Trinità e alla funzione di theotokos di Maria vergine?
Si. Marco. Può essere avvenuto, anche se l’altra lettura, quella allegorica della scuola di Alessandria vince – dopo la fine del tempio e dei sadducei e poi della definitiva estirpazione ebraica con la galuth adrianea – e proclama crocifissione e resurrezione sulla base di Paulus – civis romano di Tarso, discepolo di Gamaliel, nipote di Hillel il grande, neos/giovane efebo, censito dopo la dokimasia, ellenistico, di cultura mistico-ascetico platoneggiante, educato secondo i principi culturali enciclici, venuto a Gerusalemme alla scuola farisaica, inviato dal ricco padre! -.
Le due opposte theorie, Marco, derivano da scuole ebraiche quella di Hillel il Grande e quella di Shammai, che divergono sulla natura dell’anima, immortale per il primo, e materiale e mortale per il secondo, anche se ambedue hanno un concezione basata sulla loro tradizione aramaica comune, angelologica, di origine accadica, e sull‘unicità di un Dio padre.
Un’ulteriore divisione è nella visione realistica profetica, specie di Isaia e di Ezechiele, dei farisei, spirituali – che considerano l’anima immortale e quindi accettano la resurrezione per i giusti – e in quella cruda dei sadducei, materialisti – che negano la sopravvivenza per tutti e che leggono i testi secondo lettera, al contrario degli altri che leggono secondo simbolo –.
La scuola alessandrina allegorica, stravolgendo, in epoca antonina, i termini sulla base della predicazione della divinità del Christos/verbum–logos, Uios incarnato, seconda persona/upostasis della Trinità/Trias, tramanda, allora, la morte in croce e la resurrezione del Christos, come cardine del cristianesimo paolino, secondo il sintagma anastasis toon nekroon/un rialzarsi dai morti, a seguito di un risveglio ad opera di Dio/energesis (Cfr. Marco 16, 9-18; e Il corpo di Antigono in www.angelofilipponi.com), mediante un vangelo cristiano origeniano (cfr. Origene, I principi-Manlio Simonetti – Utet, 2010; e Opere di Origene – Manlio Simonetti e Lorenzo Perrone -, Città Nuova, 2009).
E, ad Alessandria, l’allegoria, professore, vince sulla lettera, sotto gli ultimi antonini!?
Si. La vittoria alessandrina cristologica ha, però, una reazione con i letteralisti, che, con con Luciano di Antiochia, con Diodoro di Tarso (330-392) e Teodoro di Mopsuestia, in vari momenti, operano una diversa lettura biblica secondo un metodo storico-critico-letterario. Essi, pur ritenendo la Sacra scrittura libro ispirato da Dio, rilevano che è scritta, comunque, da uomini, tanto da vedere il Cantico dei cantici solo come un inno nuziale di una particolare epoca, cogliendo segni di humanitas, là dove gli altri vedono divinitas.
La reazione antiochena alla scuola alessandrina si diversifica nel tempo ed ha due momenti significativi, quello ariano e quello nestoriano, di cui abbiamo parlato (Ario ed Atanasio, Nestorio e Cirillo www.angelofilipponi.com) relativamente al concilio di Nicea e a quello di Costantinopoli e di Efeso specie in riferimento ai due antiocheni, divenuti patriarchi di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo e Nestorio, che rilevano in Christos, la figura umana, nonostante la sua funzione creatrice di ogni altro elemento, seppure distinta in due nature distinte quella umana e quella divina, e che non accettano la formulazione efesina sulla theotokos/madre di dio, pur non disdegnando quella di Christotokos.
Professore, lei mi vuole dire che, quindi, l’eresia di Ario e poi quella di Nestorio derivano ambedue dalla scuola antiochena umana e letterale?
Non è proprio così. Comunque, si può dire che l’arianesimo sorge in rapporto a Luciano di Antiochia (235-312), maestro autorevole di Ario, di Eusebio di Nicomedia e di Eusebio di Cesarea, sconfitti a Nicea, ma subito dopo, da Costantino stesso, il tredicesimo apostolo, secondo un’altra lettura di logos, non origeniano, riabilitati, secondo una lettura letterale, legata ai testi adozionisti di Paolo di Samosata, che si oppone al pensiero origeniano, facendo un rilievo umano circa la morte e la resurrezione del Christos, in un clima ereticale, in cui predominano le correnti subordizionaliste e modaliste.
Subordizionalismo e modalismo sono teorie che, tese l’una all’assoluto monoteismo del Dio biblico, monarchiano – in quanto Figlio e Spirito sono forme subordinate al Padre, monarca, non persone – e l’altra alla trascendenza del Padre, insegnano: Padre, Figlio e Spirito santo sono solo tre modi di manifestarsi nella storia, di un unico Dio, che rimane unico nel suo inaccessibile mistero, ineffabile: viene liquidato il cristianesimo in un normale monoteismo, mentre Gesù di Nazareth è visto come personaggio storico, giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato, sotto il regno di Tiberio.
Quindi, professore, si dice: il Christos non è logos/verbum perché creato, ed, in sostanza, viene posto il dilemma di un Gesù Cristo creato o generato?!
Marco, puoi dire così, ma devi tenere presente che sono infinite le derivazioni pratiche circa la figura di Christos, che non muore in croce perché un Dio che non può morire, ma che muore solo l’uomo, in una dimostrazione della crocifissione, come una modalità per la salvezza umana.
Le discussioni per allora sono dominate da Luciano, data la sua rilevanza in quel periodo, notevolissima (cfr. Girolamo Gli uomini illustri, Aldo Ceresa Castaldo, EDB, 2014, vita, 77), nonostante il credo alessandrino origeniano di Christos generato e non creato.
Marco, eppure, in questo clima, il concilio di Nicea sancisce la vittoria del Christos origeniano su quello ariano lucianeo: la vittoria origeniana, comunque, è nel crudo realismo delle due scuole, prima ebraiche e poi cristiane, in cui predomina quello raffinato della retorica alessandrina, che sa coniugare il verbo cinico con la franchezza e la ripetitività terminologica, con l’uso dell’antitesi e del chiasmo, con l’espressione tipica della scuola rabbinica carne e sangue – divenuta nel Medioevo carnalis e cordialis -.
Dunque, professore, il cristianesimo catholikos del Regno di Dio nasce dall’opposizione tra il credo realistico letterale della comunità di Antiochia – in cui è nato il vangelo di Paolo e di Luca, insieme a quello di Marco,- congiunto con quello efesino di Giovanni – che, in epoca diversa, interpreta la morte e resurrezione come un fatto divino, voluto Dio ed impone il credo delle resurrezione, su una base allegorica alessandrina!
Quindi, secondo lei, realmente e concretamente, potrebbe essere accaduto che Gesù, salvatosi dal supplizio dalla croce, sepolto vivo, si svegliò, fu preso e portato in Galilea, dai seguaci semipagani, che ne avevano comprato il sooma, dai romani stessi, e là si incontrò coi suoi – manifestandosi con dosate epiphaneiai suggestive – e visse per qualche mese, per poi scomparire definitivamente (per morte naturale – descritta come ascensione, secondo la cultura profetica di Isaia e di Eliseo -)? D’altra parte, nel 1564, alla morte di Michelangelo, la sua salma non fu trafugata e portata a Firenze da suo nipote per non lasciarla in mano all’Inquisizione, intenzionata a prendere corpo e carte dello spirituale divino artista, seguace di Reginald Pole?
Marco?! Che dici? Sai bene che non si devono fare citazioni inutili erudite e mettere insieme fatti ed episodi storicamente lontani! Non si fa storia, accostando esempi, ma lavorando ed indagando sul punto situazionale, fissato storicamente, senza fare salti temporali, senza divagare: una è la storia del corpo di Cristo nella Pasqua del 36 d.C. ed una quella della salma, di Michelangelo, morto il 18 febbraio del 1564 e poi traslata a Firenze per le solenni esequie secondo la tradizione del Vasari! Due epoche… lontane…! due mondi …incomunicabili! Perciò, Marco, al di là della avventura occasionale del cadavere di Michelangelo, ritengo che il vedere vivente qualcuno, creduto morto in croce sia un fatto reale, non un miracolo, seppure evento straordinario – a seguito dell’apparente morte del crocifisso e di un seppellimento, provvisorio, temporaneo in cripta, da vivo, come nei romanzi ellenistici – e che sia stato letto in modo differente, nonostante i comuni termini usati (non esistendo all’epoca nemmeno il termine resurrezione né in aramaico né in greco – dove anabioosis vale solo rivivere e anastasis rialzarsi – in relazione alla duplice lettura mishnica-aramaica sadducea da una parte e farisaica dall’altra).
Marco, considera lo stesso termine epiphaneia/apparizione – da epiphainoo/mostro, faccio apparire improvvisamente – legato all’idea di un’apparenza esterna, come dimostrazione di regalità o gloria o fama, opposta ad alhtheia/verità, quindi, intesa come costruzione artificiale, volutamente evidenziata per stupire l’altro, specie perché riferito a Christos/meshiah, uomo ucciso dai romani come Antigono asmoneo, anche lui un maran/basileus eletto dai parthi, un antiromano, apparentemente morto martire in difesa del territorio nazionale e della legge patria, in quanto fedele al suo unico PADRONE, Dio padre!
Inoltre, tieni presente il valore di lettera per intendere il reale significato di un messaggio, che viene inviato ad un amico, ad un conoscente o ad una comunità, come difesa del pensiero di un letterato o di un fondatore di dottrina o di uno ktistes di ecclesiai, del tipo di Epicuro – che scrive ad Erodoto sulla fisica, a Pitocle sul cielo e a Meneceo, sulla felicità – come Paolo che scrive ai Romani, ai Corinti per un proprio messaggio ecc.
Infine, considera logos come conferenza, che viene tenuta da un retore ad un pubblico, in sale pubbliche, affittate per dibattiti culturali in grandi città dell’impero, non solo a Roma ed Alessandria, ma anche ad Efeso, Antiochia, Atene, Corinto, Cirene, Cartagine Marsiglia, Pergamo, al fine di esprimere il proprio pensiero per informare gli uditori delle novità della dottrina, anche mediante la voce di retori prezzolati per propaganda ideologica, essendo molte le diatribe, anche popolari! Il logos, specie nel II secolo d.C., è strumento di difesa apologetica e di offesa contro avversari anche politici!
Lei mi vuole dire che Paolo usa lettera con lo stesso intento di Epicuro e di altri maestri ellenistici, con valore polemico e apologetico, avendo da spiegare il proprio pensiero mistico-ascetico, basato sullo scandalo della croce, che risulta pietra di inciampo, essendo lui aborto!
Non è il caso che io ti spiego i termini da te ben usati ed interiorizzati – cosa già fatta e ben compresa da te! Aggiungo solo che la lettera paolina è utile come quella della scuola epicurea, stoica, neoplatonica e come quella dei cinici che, oltre tutto, fanno lezione in piazza con attacchi immediati anche al popolo, attirato bruscamente per una riflessione filosofica da barbuti maestri col bastone, variamente vestiti, tipo Giustino apologista!
La lettera risulta strumento di divulgazione dottrinale della croce/stauros! L’apparizione viene sfruttata come elemento miracoloso cristiano e dalla scuola alessandrina e da quella antiochena a seconda dei momenti storici, specie nel corso della peste antonina e dopo, anche nella grave crisi imperiale post severiana, nel periodo compreso tra Alessandro Severo e Diocleziano, quello degli imperatori illirici. Le due scuole fanno ricorso, quindi, ad un sistema comunicativo retorico per bandire il pensiero cristiano e per volgarizzarlo con la straordinarietà della propaganda della morte e resurrezione del Christos, uomo-dio, mentre ferve il contrasto ideologico tra i dioiketai-episkopoi e l’elemento oltranzista monacale comunitario!
Mi spiega ulteriormente la differenza culturale delle due dottrine patriarcali antagoniste?
Marco, premetto che l’ho fatto già; comunque, aggiungo che bisogna esaminare attentamente dall’angolazione dei vedenti il fatto di morte e di resurrezione che, dalla visione, fanno scaturire una verità, in relazione a quanto sanno vedere come letteralisti e o come simbolisti ed analogisti.
Per lei l’apparizione stessa, dunque, è una messa in scena galilaica di un Christos, miracolosamente guarito, dopo essersi alzato dai morti e svegliato?
Si, Marco! Il fatto galilaico per alcuni è tenuto segreto e poi mostrato improvvisamente per avere un maggiore effetto; per altri, invece, è solo una manifestazione del divino, veramente accaduto, di un uomo-dio, veramente risorto, come viene descritto nell’apparizione, considerata vera e reale, a Paolo – un nemico che incontra, si scontra e cade da cavallo di fronte al CHRISTOS, risorto, perseguitato, e che viene abbacinato dal sole, sulla via di Damasco -!
Poalo di Tarso ne parla lui stesso ai discepoli in Lettera I ai Corinti, 15, 1-9, anche se la sua parola, il suo davar, mostra un suo vedere specifico aramaico, con connessione culturale tra musar e paideia greca, risultanza di una realtà, propria di giovane tarsense, un neos farisaico, un giudeo ellenizzato e romanizzato (Cfr. M. F. Baslez, Paolo di Tarso, Sei, Torino, 1993 pp. 22-41).
Professore, ho letto questo libro su Paolo ed anche quello di Riccardo Calimani, da noi conosciuto insieme, a Venezia (Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo, Mondadori, 1999 ) ed anche quello di Vittorio Messori (Dicono che è risorto, SEI, 2000) Mi sono informato e ne conosco il pensiero -, specie di Messori che risulta influenzato da E. Sanders – e ne rilevo il desiderio di mostrare la novità del suo studio storico, in cui riconosce giustamente che “l’ultima cosa che un ebreo si attendeva dal Messia era che dovesse patire, morire e poi risorgere; l’ultima cosa che ci si aspettava per i tempi messianici (anadiplosi!) erano una croce e un sepolcro vuoto nella storia!“.
Per Messori, comunque, è una novità il fatto che la testimonianza sul risorto avviene da parte di donne in una società maschilista, ed è riconosciuta unanimemente dalle fonti evangeliche, dagli Atti e da Paolo!
Marco, non è facile avere concordia in chi narra e questo, per me, è segno di manipolazione in quanto chi vuole unanimità la costruisce!
Professore, io quando lessi il libro di Messori, rimasi sorpreso che lo scrittore si facesse tradurre da un prete, Antonio Persili il testo giovanneo dal greco, per rilevare che il lino che avvolgeva il capo era stato come “inamidato” nella resurrezione, tanto che l’apostolo, avendo visto, “credette”.
Tu, Marco, ti riferisci a Giovanni, 20.6-7-8.: Theoorei ta othonia keimena/(Pietro) vede la bende per terra, kai to soudarion, o hn epi ths kephalhs autou, ou meta toon othonioon keimenon allà chooris entetuligmenon eis ena topon/e Il fazzoletto che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo separato, in disparte; tote oun eiselthen o allos mathhths, o elthoon prootos eis mneemeion, kai eiden kai episteusen/allora entrò l’altro discepolo, quello che era giunto primo al sepolcro, e vide e credette.
Si. Mi riferisco al testo di Giovanni, ma per me, il vedere il fazzoletto posto accanto in disparte, piegato, non può determinare il credere giovanneo ed essere una novità! Mi sembra poco: Giovanni vide quel che vide cioè le bende a terra il fazzoletto ripiegato (inamidato?! – per il parroco di Tivoli, studioso di greco) forse da una donna, e il sepolcro vuoto, senza sooma, portato probabilmente da galilei non ebraici, collusi con romani (Cornelio?). Infine, professore, l’affermazione successiva non comprova la novità messoriana che cioè Giovanni a causa del vedere comprende quanto scritto nelle Scritture oti dei auton ek nekroon anasthnai/che doveva alzarsi risuscitare dai morti. Insomma per me il fatto che Giovanni non si sofferma sull’argomento e che solo lui riporta un fatto tanto eccezionale, è ancora di più segno di non verità anche perché Gesù non è riconosciuto all’inizio né da Maria di Magdala né dai due discepoli di Emmaus, i quali solo con lo spezzare del pane identificano il maestro – eppure erano parenti! -.
Bravo Marco! Ricordi anche il mio lavoro su il messia mancato in www.angelofilipponi.com?
Certo, professore. Per me l’articolo fu più importante del libro di Messori perché lei marcava che la profezia messianica non era in linea con l’uomo Gesù, ma col figlio di Dio Logos ! Lei ancorar di più in Oralità e scrittura dei vangeli mostra che essere fariseo, discepolo di Gamaliel, significa opporsi alla lettura letteralis carnalis, ed è riconducibile alla lettura allegorica e cordialis, in quanto tipica dei pneumatikoi, che attendono il premio eterno come ricompensa del loro ben operare, congiunto con la predicazione del Christos venuto, crocifisso e risorto!
Marco è la grande novità di un Paolo, visionario, aborto, schiavo, imitatore di Christos crocifisso e risorto, senza cui non c’è cristianesimo. Lui di questo è testimone ultimo, ma sempre testimone – cfr. I, Corinti, 15, 3-10 -: anzitutto vi trasmisi quanto anch’io ricevetti che Cristo morì peri nostri peccati, secondo le scritture e venne sepolto e fu risvegliato il terzo giorno/oti Christos apethanen uper toon amartioon hmoon kata tas graphas, kai oti etaphh, kai oti eghgertai thi hmerai thei trithi e che fu visto da Cefa, poi dai dodici e poi fu visto da più di cinquecento fratelli in una sola volta, per la maggior parte ancora in vita, adesso, qualcuno già addormentato, quindi fu visto da Giacomo, poi da tutti gli inviati e finalmente dopo tutti, fu visto da me, come dall’aborto/oosperei tooi ektroomati.
L’aborto, fedele cristiano, operoso, dall’incontro con Christos sulla strada per Damasco, non solo conosce la verità ma ha una nuova vista potenziata, dopo la cura di Anania! le sue affermazioni diventano carne e sangue per gli alessandrini Panteno, Clemente ed Origene e la Croce risulta emblema del cristianesimo. Dunque, in Oralità e scrittura di vangeli tu hai letto che io distinguo i due mondi, quello ebraico-aramaico, basato su una diversa concezione del vedere, puntata su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito e su una concezione sensibile di bene e di male (tov wa ra) e di una, ontologica, intellegibile, di vero e falso (‘emet wa sheqer), e specie di una diversa idea di visione. Su un’altra visione – propriamente ebraica, basata su vedere ra’ah su guardare hibbit e su avere una visione hazah in modo differenziato – si possono indicare vari gradi di osservazione fisica, ma anche designare una percezione intellettuale tanto da avere la forma/temunah (come vera natura di Dio – Num., 12, 8 -) in seguito ad un aprirsi degli organi, a cui è tolto il velo così da leggere, oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto/ram, in un alzarsi qimah grazie al cuore/lev, centro sensibile affettivo infi’al – su cui poggia la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.
Quindi, Marco, ora puoi davvero rilevare il vedere di Giovanni, anche lui giovane all’epoca, aramaico di cultura, il suo stare nel sepolcro come atti reali di contatto, diversi da quelli avvenuti poi altrove, per cui il credere in un risorto vivente è più in relazione a quanto visto dopo, circa l’opera sul lago di Tiberiade che nel sepolcro.
Professore, mi sembra di aver capito qualcosa circa le questioni sottili degli orientali “spirituali” sulla resurrezione e ringrazio. Comunque, come mai il problema orientale sulle due diverse visioni e credi è restato limitato all’Asia Minore, alla Siria e all’Egitto e zone limitrofe e solo più tardi si è propagandato in Occidente?
Ti ho spesso detto che gli orientali, specie i cappadoci, ritengono che noi latini occidentali, non avendo uno strumento linguistico adeguato, comprendiamo male i significati circa la Trinità e la divinizzazione del Christos! Ne deriva che il problema resta sotto l’impero bizantino, specie dopo la fine dell’impero di Occidente, caduto in mani barbariche nel 476. Solo con la guerra gotico-bizantino (535-553) il problema della divinitas e quello della christologia riguardano anche il papato romano e le chiese occidentali. La restitutio imperii di Giustiniano (527-565) è il momento di presa di coscienza cristiana cattolica occidentale romana, quando l’imperatore costringe papa Vigilio a sottoscrivere la condanna dei Tre Capitoli.
Quindi, professore, la stessa riconquista dei territori occidentali, specie di quello dell’Italia, comporta una reazione unanime barbarica antibizantina, in nome di Dio e della religione, concentrata intorno al papato romano, costretto alla sottoscrizione da Giustiniano, a seguito del verdetto del Concilio di Costantinopoli del 553?
Si. Marco. La condanna dei tre capitoli, cioè delle proposizioni di Teodoro di Mopsuestia, di Teodoreto di Cirro e di Iba di Edessa, essendo la scomunica non dei monofisiti – che hanno il favore della regina, Teodora – ma dei nestoriani, diventa la bandiera dell’opposizione, anche politica in Africa, in Spagna, oltre che in Italia, dove la sola diocesi di Aquileia rimane filobizantina!
La vittoria bizantina militare scatena una reazione religiosa con feroce avversione popolare contro l’imperatore, che cuce i vari popoli e li coagula secondo vincoli nuovi, grazie alla lingua comune latina. Ne deriva che per quasi un secolo e mezzo i rapporti restano tesi tra la communitas latina e quella bizantina, mentre vi sono guerre tra ariani ed ortodossi e, spesso, tra ariani misti a catholikoi contro i bizantini!
Ed allora, professore, in questo clima antibizantino si afferma, in un momento di stasi politico-giuridico-formale, l’auctoritas con potestas del papato romano, che sa manovrare le masse barbariche occidentali, nel nome di Roma, prima sede imperiale, tanto da costituirsi un proprio potere temporale su basi giuridiche inventate, basandosi sulla sua funzione pontificale, e si arroga il titolo di papa, rappresentante in terra di un Dio vivente!