Hominem mortuum intra moenia urbis ne sepelito neve urito (Legge delle XII Tavole)
Professore, per lei la diarchia antonina (161-169 d.C.) di Marco Aurelio e Lucio Vero rappresenta un modello di condivisione del potere imperiale, analizzato attraverso la corrispondenza di Frontone e lo studio di storici, da cui si evidenzia come la cooperazione tra i due imperatori, educati ed orientati dal pater adottivo, permetta una gestione efficiente dell’impero su più fronti. È così?
*Per me, la Diarchia antonina rappresentò un istituto positivo perché garantiva equilibrio e permetteva una gestione collegiale del potere con una distribuzione efficace dei compiti militari e amministrativi, pur mantenendo vivo lo spirito della collaborazione istituzionale. Al contrario, il periodo di governo assoluto di Marco Aurelio (169-180 d.C.) viene oggi letto negativamente perché tempo senza la collegialità, in quanto ogni responsabilità è accentrata su un solo uomo, Augustus unico, che si trova a gestire una fase di crisi sistemica economico-finanziaria, acuita dalle guerre marcomanniche, dalla peste antonina, dalla presenza bancaria “oniade” cristiano-ecclesiale, in Roma stessa, invasiva sotto il figlio Commodo, progressivamente crescente sotto i Severiani – specie sotto Eliogabalo (218-222) ed Alessandro Severo (223-235), nel sincretismo religioso di Giulia Moesa, sorella di Giulia Domna, residente a Roma dal 193 al 217 d.C.!
Per lei, dunque, la nuova situazione segna il passaggio verso una gestione più rigida e isolata, che prefigura “la fine dell’epoca d’oro” degli Antonini! Nella sua visione, professore, il passaggio dalla Diarchia al governo assoluto di Marco Aurelio non è solo un cambio di gestione, ma risulta la premessa strutturale che rende inevitabile il disastro politico di suo figlio, Commodo, quando non esiste più il modello del migliore, scelto per adozione, ma è avvenuto il ripiego alla successione dinastica naturale, con l’associazione del figlio al comando supremo, già all’età immatura di 16 anni!
*Marco, se la Diarchia era un istituto positivo di condivisione, il governo solitario di Marco Aurelio crea un vuoto di mediazione, di cui Commodo eredita un potere assoluto e senza contrappesi, trasformato rapidamente in un’autocrazia dispotica, secondo un sincretismo religioso, che tende ad unificare Oriente ed Occidente, tramite il mito di Heracles ed Ippolita, prima, e, poi, tramite la storia di El gabal/Sol Invictus e Vesta, con Eliogabalo, e, perfino, tramite la fantasia evangelica del Christos con la Dea Roma! Infatti, Eliogabalo, che sposa una vergine vestale, nel 220, Aquilia Severa, compie uno degli atti più scandalosi e trasgressivi del suo breve regno, percepito dai romani come una profanazione delle loro tradizioni millenarie, in opposizione alla stessa nonna Moesa – pur eclettica e anticonformista, permissiva coi Christianoi (fossores di catacombe, sotto l’Appia, honestiores trapeziti antiocheni, censiti come dioichetai, epitropoi, episkopoi, come clero, alla pari dei sacerdoti eunuchi di Emesa – cfr. Antonin Artaud, Héliogabale ou l’anarchiste couronné, trad. Albino Galvano, Parigi, 1934 – che, falsificando la storia stessa, imitano le strutture della diarchia!) –.

Col regno di Commodo invece si apre un conflitto con la classe senatoria in quanto manca quella “guida con collegialità“, che Marco Aurelio aveva perso negli ultimi anni in un clima di malattia e di favoritismi, in cui dominano i delatori e le spie, quando nel preparare una successione istituzionale solida apre la strada a quella che Cassio Dione definisce un’epoca degradata, che segna la fine della Pax Romana! In conclusione, per lei, la Diarchia era la soluzione, mentre il governo assoluto di Marco Aurelio è il problema che genera Commodo, che trasforma un impero, guidato dalla ragione collettiva senatoria, in una tirannia, basata sull’arbitrio, già dopo il matrimonio con Bruttia Crispina nel 178, e nel divorzio successivo? Da qui la preoccupazione sul volto dei busti di Commodo, che, identificato con l’eroe mitologico, simboleggia la sua divinizzazione in vita, il dominio universale e l’ossessione narcisistica di chi, come reincarnazione di Ercole, legittima il suo potere assoluto leonino con la clava – mano destra! -, promette immortalità ed eterna giovinezza coi pomi delle Esperidi – mano sinistra! – tenendo sottoposto Globo e Tritoni (la terra e i mari), avendo ai lati Amazzoni e cornucopie (libertà ed abbondanza)!
*Per me, tutto questo è propaganda antonina di un Commodo Antonino, educato ed orientato fin da bambino secondo retorica frontoniana imperiale! È fantasia mitica!
Ci sono esempi già sotto Marco Aurelio di fedeli sudditi e di buoni militari che accettano la retorica divina diarchica, ma non quella assoluta di Marco Aurelio e di Commodo, comunque, irrazionalmente rispettati e venerati personalmente, nonostante il contrasto ideologico?
*Si. È esemplare il comportamento del marito di Lucilla, Tiberio Claudio Pompeiano, che si dissocia dalla moglie nel momento della congiura del 182, fatta con altre donne antonine e con famigliari, dopo appena due anni dall’inizio di regno di Commodo!
Il comportamento di Tiberio Claudio Pompeiano, per lei, è secondo lex, non segno di vigliaccheria e di tradimento, ma espressione massima della lealtà istituzionale, che la Diarchia aveva cercato di preservare! Il dux, dopo momenti di perplessità, si distanzia dalla congiura di Lucilla in quanto uomo di fiducia del vecchio Imperatore, generale che incarna la virtus militare e il rispetto dei ranghi, segno della stabilità e legittimità dell’Impero, anche se ora il sovrano è un figlio degenere, come Commodo, soldato frettoloso a tornare in Roma!
*Marco, per Pompeiano, un militare fedele, Lucilla. sua moglie, è donna infantile e ripiccosa che agisce per desiderio di riprendersi il rango di Augusta perso, dopo il matrimonio di Commodo, che ha assegnato il titolo alla consorte: la congiura è atto contrario alla lex e alla pietas, che potrebbe scatenare il caos civile! Il suo rifiuto esprime e sottolinea la frattura tra la vecchia guardia senatoriale, legata alle regole, e l’impulsività aristocratica della moglie, educata secondo il sistema elitario degli honestiores! Il dux, fedele alla diarchia antonina, è in antitesi a Commodo, ma anche a Lucilla, sua moglie, figlia viziata, degna di sua madre Faustina minore, simile al fratello per la smania di apparire, di essere popolare, di volere successo! Rifletti! Commodo compare 700 volte nell’anfiteatro, durante il suo regno – spesso come Ercole/Heracles contro Ippolita, regina delle Amazzoni, nell’atto di compiere la nona fatica, quella di portare ad Euristeo la cintura della regina, come segno della vittoria del matrimonio sulla verginità o contro l’amazzone Marcia come ierogamia/matrimonio sacro (ripetizione di quello di Lucio Vero con Lucilla ad Efeso!); di norma, appare come gladiatore, secutor, dotato di scudo piccolo e rotondo/parma e di gladius contro un retiarius, uomo armato di tridente/fuscina e di rete -. L’imperatore, con la sua dissociazione dal senato e col suo esibizionismo infantile, mostra come il passaggio al governo assoluto abbia tolto ogni spazio di manovra legale, lasciando al suddito solo la scelta tra essere schiavi o congiurati! A questo ha portato, dopo due anni di regno, Commodo, e questo ha compreso anche il cognato! In questo dilemma, però, Pompeiano sceglie un’altra via l’isolamento dignitoso, come uscita dalla scena politica, determinando il fallimento della congiura, l’esilio di Capri e poi la morte di Lucilla, che non riesce a compattare i senatori e i militari, di cui il secondo marito è il punto di riferimento naturale.
Per lei, dunque, il fallimento della congiura di Lucilla è il momento di non ritorno in quanto l’evento trasforma definitivamente il governo assoluto – già considerato negativo in Marco Aurelio – letto quasi come deriva patologica di Commodo, che, sembra nave travolta da onde, proprio mentre tenta di propagandare una nuova forma di assolutismo col consenso popolare e militare, connessa con quella del dominatus di Domiziano e con quella sublime della neoteropoiia e dell’ektheoosis di Caligola (utilizzata già per la divinizzazione del Christos dagli apologisti, da Ippolito romano, dall’autore della lettera a Diogneto e da Barnaba/ Βαρνάβα Ἐπιστολή, dalle lettere pseudo-clementine, petrine!).
*Marco, se la Diarchia era l‘istituto dell’equilibrio, la reazione di Commodo al tradimento della sorella è l’esatto opposto in quanto il sovrano si chiude ora in una solitudine difensiva che non è più governo, ma puerile mitica sopravvivenza! La paura di nuovi complotti annulla ogni residuo di collegialità, l’imperatore cerca solo il plauso popolare come sostegno al suo principato, in un’esaltazione della sua forza fisica, facendone dimostrazione esibizionistica diretta nell’anfiteatro.
Lei sottolinea come l’esibizione di Commodo nell’arena non sia solo follia, ma rifiuto totale del ruolo di Princeps nerviano, di un uomo che, scendendo nel fango dell’anfiteatro, calpesta la dignità divina del modello antonino, in una rinuncia ad essere il primo tra i pari, honestiores, volendo essere idolo popolare theos erculio e benefattore dell’umanità, protagonista teatrale col consenso della plebe e dei pretoriani, in un tentativo di annullare ogni legittimo “decreto” amministrativo del Senato, antagonista.
*Mentre Marco Aurelio, pur nel suo governo assoluto “negativo“, manteneva una forma di rispetto per le istituzioni, Commodo le ridicolizza con la figura autoritaria di Tigidio Perenne, capo del pretorio, e poi ancora di più con quella di Cleandro, che diventa lo scudo tra l’imperatore e il mondo reale: il potere non passa più per il merito o l’adozione, ma per il favore personale e la corruzione. Il fallimento della via diplomatica o di quella interna tramite la sorella Lucilla, e l’astensione di figure come Pompeiano, lasciano l’Impero in mano alla forza bruta: questo è il momento in cui l’ideale filosofico/philosophans anicula di Marco Aurelio, viene definitivamente tradito dal sangue del figlio – molti, all’epoca, negavano che Commodo fosse realmente suo figlio!-.
Professore, dunque, in questa lettura, Commodo non fa che esasperare i difetti del governo assoluto, iniziato dal padre nel 169 d.C., portando il sistema al collasso finale, mediante la figura di Cleandro! Lei così spiega il fallimento della politica e la malattia stessa di Commodo! Chi è Cleandro, l’uomo che mette in luce il fallimento della politica antonina e la malattia di Commodo, giovane megalomane?
*Marco Aurelio Cleandro/Marcus Aurelius Cleander (150? d.C. – Roma, 190 d.C.) è un controverso ministro dell’imperatore romano Commodo, uomo di umili origini, un liberto di origine frigia, che, ottenuta la fiducia dell’imperatore, diviene prefetto del pretorio, dopo la caduta di Tigidio Perenne nel 185 d.C.
Cleandro subito accentra su di sé un potere immenso, detenendo essendo minister a pugione – cioè è simbolo di diritto di vita e di morte in quanto custode del pugnale imperiale – governando di fatto l’impero, mentre Commodo si dedica ai piaceri e ai giochi gladiatorii! La sua gestione è caratterizzata da una mostruosa vendita di cariche pubbliche, di magistrature e di sentenze giudiziarie tanto che il pretoriano, essendo emblema del trionfo dell’arbitrio assoluto, si arricchisce notevolmente. La sua rapida ascesa e la corruzione dilagante lo rendono, però, odioso al Senato e al popolo romano. Nel 190 d.C., a causa di una grave carestia che la popolazione attribuisce alla sua cattiva gestione, scoppiano rivolte a Roma e Commodo, per placare la folla, su suggerimento di Marcia cristiana, abbandona il suo ministro, consegnandolo alla furia popolare, condannandolo a morte per squartamento.
Per lei, il governo personale tramite ministri è lo schiaffo definitivo alla nobiltà senatoriale in quanto non esiste più la guida del “migliore scelto per adozione”, ma c’è un favorito imperiale o aduna concubina, come Marcia amazzone, che governa l’imperium e che favorisce il formarsi di un’ecclesia cristiana romana, i cui capi cercano filoniana ameicsia/separazione senza mescolarsi, ai pagani, coscienti, pur nella differenza – modalisti, monarchiani, millenaristi, montanisti, alogoi, artotyriti, patripassiani, gnostici, ofiti sabelliani ed altri – di essere un corpo unico in Christos, anche se eretici, che hanno, ognuno una propria fede, anche se credono differentemente in Christos Dio, logos, figlio del Padre, nato da una vergine-madre ad opera dello Spirito Santo, redentore e salvatore dell’uomo – creatura mortale destinata a soffrire, a cui viene promesso come un premio eterno., il Paradiso, regno celeste -.
Professore, nonostante le atipicità ideologiche, i singoli gruppi orientali sono tesi a fare unitario profitto mediante il sistema bancario “oniade” ellenistico e l’affaire cimiteriale (cfr Il crocifisso nel graffito del Palatino www.angelofilipponi.com e Non dicere ille segrita a bboce ibidem).
*Marco – pur essendo i christianoi skapheis ecsoruttontes/fossores/minatori dipendenti, pauperiores ergastolani, servili diakonoi rispetto alle gerarchie costituite da domini coordinatori, compartecipi agli utili, gerarchi servi servorum antonini ed antoniniani, operai nel lavoro di scavo nei koimhtheria/cimiteri, che possono usufruire anche del possesso e del controllo dei terreni lungo l’Appia e di quanto è sopra la rete sotterranea cunicolare, a cielo aperto, necessario per la sopravvivenza quotidiana – sotto Cleandro, tutto è possibile, succede di tutto in quanto le cariche pubbliche vengono letteralmente messe in vendita (si arriva a nominare 25 consoli in un solo anno, per guadagnare di più!). Essendo distrutto il concetto di “istituto positivo”, le magistrature, che nella Diarchia erano il fulcro della gestione statale, ora invece diventano pura merce di scambio ed i christianoi ne approfittano, da abili orientali siriaci! Mentre Marco Aurelio nel suo governo assoluto cercava ancora di servire lo Stato, pur con i limiti negativi, con Cleandro, capo del pretorio, commodiano, lo Stato commodiano viene usato per fini privati. Ormai Commodo delega tutto ad altri e specie a Leandro, in quanto pensa di accentrare in sé ogni auctoritas col nominare commodiano tutto, perfino il senato, ed ogni carica, per potersi dedicare solo ai giochi gladiatori, segnando divisioni tra figure, in una reale scissione totale tra chi comanda e chi è responsabile, essendo i ministeriales tanti, anarchici ed acefali, succubi dell’arroganza del commodiano capo del pretorio! La caduta di Cleandro dimostra che il governo assoluto commodiano è diventato un sistema basato sulla paura e sul capro espiatorio, lontanissimo dalla collaborazione razionale della Diarchia! Il sistema, però, ha un suo fine!

L’imperatore ha l’ ektheoosis ricevendo dagli uomini la divinizzazione cultuale!
Cleandro è per lei il mostro, generato dal vuoto istituzionale! Quando si distrugge il mito della collegialità della Diarchia divina, il potere non resta vuoto, ma viene occupato da figure parassitarie, che portano l’Impero, ancora appestato, verso il collasso!
Professore, rilevo che non solo uomini hanno potere (prefetti del pretorio o cubiculari-maggiordomi) ma anche altri, di mansioni secondarie, e perfino donne, come Marcia – di cui so poco – Mi può meglio illustrare la sua figura, che, io, cristiano, conosco come santa e timorata di Dio, theophilhs -philotheos, di matrice ebraico-cristiana?
*Marco, sotto Commodo, appaiono molti personaggi, che hanno grande rilievo a corte, perfino bambini come Filocommodo – un ragazzino di 5 o 6 anni che vive tra prostitute, cubiculari e schiavi di servizio, come mascotte, che gira nudo, vestito di collane di perle, con capelli pieni di pagliuzze d’oro, con bracciali dorati, con anelli d’oro con diamanti nelle dita dei piedi e delle mani, in grandi stanze adibite, come palestre per esercizi da gumnastai/maestri professionisti per il sovrano, che ha anche bagni, sale con saune, con piscine e vasche di varia profondità, lunghezza e larghezza, riservate per atleti e cortigiane, sotto il vigile sguardo di pretoriani, che fanno il loro turno di guardia notte e giorno secondo gli ordini di Quinto Emilio Leto, successore di Leandro!
Lei mi vuole dire che il vuoto di potere è riempito da figure dominanti a corte come Quinto Emilio Leto, capo dei pretoriani ed Ecletto egizio, cubiculi minister/cubiculario-maggiordomo e Marcia, referente per “i papi siriaci”, gestori di una “comunità antiochena”, con diecine di migliaia di christianoi di vari credi, uniti, però, dalla preghiera comune a Christos Kurios, uomo-dio, ancora non ben definito?
*Marco, per me la concubina imperiale, Aurelia Ceionia Marcia è una patrona di clientes orientali trapeziti, come Vittore e Zeferino dioichetai comunitari, patroni del delegato diakonos Callisto! È donna nata nel 167, ex liberta siriaca, venuta con la madre, pure lei liberta alla villa di Acquatraversa di Lucio Vero, che, adocchiata per la bellezza da G. Ummidio Quadrato (138-182), figlio di Faustina Cornificia, sorella di Marco Aurelio – allora amante di Lucilla – ne è concubina fino alla sua morte, quando con tutto il patrimonio confiscato, è portata a corte, dove per un decennio è la donna preferita dell’imperatore!

Una liberta, una schiava liberata, è capace di dominare chi, come nuovo Ercole, domina il mondo, per dieci anni! Una cristiana può favorire l’ascesa di tanti pauperiores ed humiliores, orientali, “siriaci”, invasori scaltri, secondo Giovenale (Satira, III 60-67, dove Umbricio dice di non poter sopportare una Roma greca: non possum ferre, Quirites, Graecam urbem! convinto che già da tempo il siro Oronte sfocia nel Tevere/iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes!), sovvertitori della tradizione latina coi timpani, con le loro donne, con la loro esuberanza sessuale… al servizio totale anche della aviae/ nonne romane, corrottissime! Lei mi dice che, dopo quasi un secolo dall’indignatio del rustico, aquinate, italico, che non sopportava una Roma Greca, ora bisogna sopportare che Christos/Jehoshua ellenizzato ed El gabal/Sol invictus, convivano con Venere e Roma, con Giano, Vesta, Quirino e la triade capitolina (Minerva, Giunone e Giove) e che siano sincreticamente venerati e che la citta sia ormai greco-siriaca, orientale, destinata ad avere imperatori – ex coloni afri dominati per giunta dalle figlie di Avito Bassiano, sommo sacerdote di Emesa, re e sacerdote del Tempio del Sole, incaricato di custodire la pietra sacra rappresentante il dio solare arameo l’Altissimo/o upsistos, erede degli aramaici sampsigeramidi -!
*Marco, ora comprendi, quindi, come i christianoi, orientali, avendo una potente cortigiana referente, che fa acquistare terreni, sull’Appia, o che li concede lei stessa, possono amministrare ingenti capitali e fare grandi affari con le banche comunitarie, con depositi caritatevoli per vedove ed orfani, gestite da professionisti come il diacono, ex ladro, Callisto e come Teodoto trapezita, tanto da formare ecclesiai/communitates, ben organizzate finanziariamente, operose, ricche, anche se i loro adepti lavorano sotto terra, fabri-genieri da rispettare per il numero di clientes, per il nomen dei banchieri/trapeziti e per il timore di potenti protettori a corte. Questo avviene quando accade l’episodio dello struzzo, ucciso in un combattimento nell’anfiteatro, dall’imperatore, che poi avanza verso i senatori, seduti nella zona loro riservata del Colosseo, tenendo la testa decapitata nella sinistra ed alzando la destra, che impugna la spada, mentre sghignazza e scrolla la testa con una smorfia, lasciando presagire che li tratterà allo stesso modo. Cfr. Cassio Dione (Storia romana, LXXIII, 21, 1-39), che aggiunge che lui stesso, presente, stacca una foglia di alloro, che ha in testa, come corona, e la mastica per dare l’esempio agli altri senatori, al fine di non far vedere il loro amaro sorriso, ironico!
Nella sua visione storica e politica, socio economica poco vale che Marcia è detta donna timorata di Dio da Ippolito romano (Refutatio omnium haeresium/Φιλοσοφούμενα ἢ κατὰ πασῶν αἱρέσεων ἔλεγχος, IX, 17, 10) e da Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco Aurelio, 1, 16, 12), che autorizza il compimento dei piani divini, secondo l’oikonomia tou Theou, essendo fautrice dei cristiani, che vivono a Roma, che hanno anche banche come quella di Carpoforo, che sono banchieri spregiudicati, in quanto si sentono protetti a corte, per cui sono intoccabili i loro amministratori “papi” Vittore, Zeferino e Callisto! Secondo lei, gli epitropoi, dioichetai e diakonoi presbutai possono, dunque, arricchirsi nel decennio in cui la donna è concubina Amazzone di Commodo, e passare perfino tra gli honestiores concedendo alla communitas ecclesiale prosperità e benessere!
*Marco, siccome la situazione è questa e degenera anche dopo la morte di Commodo, ancora di più, per un altro ventennio, la condizione cristiana rimane stabile, anche dopo la morte di Marcia nel 193, dopo l’uccisione del suo nuovo marito-vir, Ecletto.

Uomo capace di contattare il senato e di chiamare con la sua approvazione Augustus, col sostegno iniziale del prefetto del pretorio, Elvio Pertinace (che, poi, viene sostituito dopo 88 giorni, da Didio Giuliano, un honestìor milanese, ricchissimo, che assicura, come regalo immediato ad ogni pretoriano, la somma di 25.000 sesterzi), coraggioso, comunque, nel passaggio di potere, tanto da combattere contro i pretoriani di Leto (ora traditore) e a morire, restando fedele all’imperatore, senza accettare il ricco dono milanese, determinando forse la morte di Marcia.
Sono anni bui per lo stato “degradato” rispetto alla res pubblica della diarchia!
*Il 193 è l’anno dei cinque imperatori, Infatti a Didio Giuliano si ribellano il governatore di Britannia, Clodio Albino, quello di Siria, Pescennio Nigro e quello di Illirico, Settimio Severo – detto Afer, l’africano -. Dopo la morte di Didio Giuliano, Pescennio Nigro è attaccato congiuntamente dagli altri due governatori, che prendono rispettivamente il titolo di Augustus Settimio Severo e quello di Cesare, Clodio Albino, rimanendo così per circa un triennio (Historia Augusta Clodius Albinus, 9.3-4) finché l’afer, con la vittoria di Lugdunum, stabilisce il primato assoluto dei Severiani 193-235! Comunque, domina ancora la corruzione che fa diventare maggiore il divario tra honestiores e humiliores – si pensi al regalo di Didio Giuliano, messo in relazione allo stipendio annuo di un ducenarius, un funzionario equestre o un comandante di eserciti che percepisce 200.000 sesterzi/50.000 denarii-dracme, rispetto allo stipendio di 900 sesterzi/225 denarii–dracme di un legionario, poi triplicato sotto Caracalla 675 denarii/2.700 sesterzi, mutati in 338 circa antoniniani (cfr. A. Aste, Le vite minori dell’Historia augusta D. Septimius Clodius Albinus, Tricase Libellula Edizioni, 2012).
Professore, sotto Caracalla, iuvenis in cerca di gloria militare, in una situazione di sfacelo economico finanziario l’imperatore affida l’amministrazione ad un senaculum mulierum con a capo Giulia Domna e Giulia Moesa, che hanno l’ufficio ab epistulis e quello relativo le tasse, dopo aver decretato la Constitutio antoniniana nel 212 e dato la civitas ad ogni cittadino dell’impero romano, compresi i cristiani, ed anche ai fossores, ai trapeziti, possessores di terre sopra i cimiteri, al fine di avere maggiori profitti. Siamo, comunque, andati oltre l’epoca di Commodo Antonino e di Marcia, e neanche abbiamo detto qualcosa sulla morte dell’imperatore, su cui io ho una versione cristiana poco credibile. Me ne può parlare, in modo da rettificare ogni cosa?
*Marco, mi sono dilungato perché ho voluto mostrarti che il vuoto della patrona Marcia è preso in seguito da Moesa, figlia di Bassiano, che ha relazioni con christianoi e che presiede con la sorella il senaculum mulierum (cfr. Dione Cassio, Storia Romana, LXXIX, 9, 3) ed ho dovuto accennare ai fossores scavatori – operai orientali, stipendiati da Zeferino e dal diacono Callisto – e al suo avversario ideologico, Ippolito detto Romano, ma di origine anche lui siriaca, ora uomini paganti tasse dopo la Constitutio antoniniana di Caracalla anche se “papi siriaci”, che risultano all’anagrafe amministratori/epitropoi, dioichetai, trapezitai di una comunità romana mista di fede differente, impegnata in costruzione di catacombe cfr. Il crocifisso del graffito del Palatino www.angelofilipponi.com.Dopo questa premessa, posso ora parlare dell’uccisione di Commodo. Secondo la mia ricostruzione, diversa da quella storica, riportata dai christianoi, che omettono termini, e falsificano la narrazione storica aneddotica. Ascolta attentamente! Commodo, fatto l’amore con la sua concubina, a lei confida la sua decisione di onorare Giano, partendo non dalla reggia con la scorta dei senatori, ma dalla caserma dei gladiatori, sotto la loro scorta. La donna, tra i singhiozzi, lo prega di non inasprire ulteriormente il senato e se ne va piangendo. Entrato il cubiculario, sente il discorso di Commodo e lo disapprova energicamente, seguito poi anche da Quinto Emilio Leto, che aggiunge particolari notizie circa la svalutazione del denario argenteo e della crisi economico-finanziaria, dibattuta dai senatori in quei giorni di dicembre, dopo i Saturnalia, per cui neanche è stata presentata la petizione di aumento per lo stipendio dei pretoriani.
Dunque, professore, la morte di Commodo avviene dopo questi fatti – noti anche da apologisti e storici -, tramandati, comunque, da Historia augusta, Commodo 12, 1, 2; da Cassio Dione, Storia romana, LXXII, 22, 4 e da Erodiano, Storia dell’impero dopo Marco Aurelio, 1, 16, 17.
*Commodo – seguimi bene! – è dissuaso dagli amici, forse christianoi, che pensano così di convincere l’augustus herculius, formale e vanaglorioso, mostrandogli problemi pratici finanziari e la necessità di soluzioni urgenti, e se ne vanno convinti di aver fatto opera buona e legittima. Invece, Commodo, rimasto solo, si ubriaca e scrive, adirato contro i tre, la loro condanna a morte, lasciandola scritta su un foglio di papiro, sopra il suo petto – si parla di foglia di tiglio o di una sua scorza! – e si addormenta, dopo aver dato l’ordine ai pretoriani di non far entrare nessuno!
Professore, Mi sembra risibile la versione degli storici e dei cristiani, che mostrano una strana metamorfosi con una metanoia /cambio di opinione e di sentimento troppo improvvisa – propria di un pazzo, che fa cosa assurda per un regnante seppure vir megalomane teso all’assimilazione con Heracles! -. La narrazione è mitica e fantastica, propria della perfidia e della falsificazione cristiana, appresa dalla lezione frontoniana!
*Anche per me, non cristiano. è così! Anzi ancora di più strana e improbabile appare la reazione dei tre amici, che decidono subito di congiurare contro l’imperatore, alla lettura del foglio, dato da Filocommodo, uscente dalla camera imperiale, e di stabilire immediatamente l’avvelenamento, pensando perfino al coinvolgimento di altri. Infatti, Marcia, incontrato ed abbracciato il bambino, letto lo scritto, chiama gli altri due, condannati come lei, e diventa da amante avvelenatrice, col supporto organizzativo degli altri due.
Professore, per me tutto il racconto è manipolato da cristiani, che vedono la mano provvidenziale di Dio, che si serve del piccolo Filocommodo per punire il pazzo erculeo tiranno, più legato ad all’eroe Heraklhs che al Christos! Comunque, ci sono interessi economici e finanziari, per cui i tre congiurano ed uccidono Commodo, servendosi perfino di un suo allenatore gladiatore, Narciso, che strangola l’imperatore che, avvelenato, sta a vomitare ed è debilitato, in altra stanza, forse con Marcia, che tiene la fronte!
*Marco, tutto è possibile! pensa, però, alle azioni, successive al 31 dicembre 192, dei tre che non fanno trapelare niente della morte di Commodo, ma vanno, dopo aver ordinato ai pretoriani di fare la guardia, secondo i turni, e di non svegliare l’imperatore, prima, al senato a far sapere la notizia non al consesso senatorio, ma al solo Elvio Pertinace, poi condotto ai Castra praetoria, a ricevere il titolo di Augustus con l’acclamatio militare, e a chiedergli denarii, pur conoscendo la probitas del senatore, che, comunque, accetta la nomina, ma, poi, tradito da Leto, vendutosi al ricco Didio Giuliano, è ucciso (Historia Augusta, Elio Sparziano, Vita di Didio Giuliano, 3, 2). Rifletti, ora, sul potere successivo di Moesia con la sorella Giulia Domna, che, da presidente del Senaculum mulierum, è riverita Pia Felix Augusta Mater Augusti nostri et castrorum et Senatus et Patriae et totius domus divinae per quasi 20 anni e pensa che, circa 120 anni dopo, Costantino sceglie il cristianesimo non perché è vera religio, ma perché è l’unica organizzazione con una tenuta amministrativa e immobiliare, capace di sostituire l’apparato statale romano imperiale ancora in crisi, dopo la tetrarchia dioclezianea!
Professore, non si può dire allora che sotto Commodo esiste una colonia di christianoi che vivono da schiavi, da pauperiores e fanno servizio ed hanno riunioni periodiche in luoghi sepolcrali di ricchi che li riuniscono in ecclesiai, nelle catacombe, dove prima dell’alba intonano a cori alterni un inno a Cristo, come se fosse un dio, e si obbligano con giuramento a non perpetrare qualche delitto, e a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data/fides e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti! Bisogna, invece, correggerci e dire che essi, formando una communitas succursale romana, organizzata da Vittore, Zefferino e Callisto, non possono essere una setta di attesa escatologica – come proposta da Ippolito nei dieci libri di Philosophoumena – ma sono diventati uno stato nello stato, una potenza pragmatica, capace di scavare nel tufo la propria indipendenza finanziaria e politica, secondo un sistema di realismo siriaco, che ha saputo anticipare la storia, trasformando il sottosuolo dell’Appia nel primo vero catasto di Stato della Chiesa! In conclusione, è possibile dire che la morte di Commodo è legata alla realtà economica dell’epoca – inflazione, crisi del denario e costi militari e gladiatori -, in una vera sconfessione del semplice aneddoto biografico.
*Marco, secondo il mio giudizio, l’imperatore, che ha necessità disperata di liquidità per il 1° gennaio, giorno della festività di Giano vede nel rifiuto dei tre christianoi la loro avversione alle sue stesse imprese gladiatorie e alla sua assimilazione con Ercole e li condanna perché non disponibili a favorire la mediazione coi banchieri correligionari! La condanna a morte dei tre è un suicidio per lui, in quel particolare momento storico, allorché tutto è in vendita, quando già inizia il regno di Settimio Severo, un berbero/afer che non è solo un militare, ma è anche un amministratore che ha capito la necessità di aumentare lo stipendio ai soldati e di fare gestire economicamente e finanziariamente alle donne lo Stato come patrimonio familiare/oikos! Questa è la sua volontà testamentaria lasciata ai suoi figli con la raccomandazione di andare d’accordo: triplicare lo stipendio ai militari ed affidare il patrimonio statale all’Augusta, mater familias universale!
Dunque, posso dire che la congiura del 31 dicembre 192 non fu un tirannicidio, ma un tentativo estremo di bloccare una confisca di Stato, dettata dal fallimento economico
*Vuoi dire che Commodo cerca di fare confische forzate ai cristiani per non dichiarare bancarotta?! Vuoi dire che questo poi farà Caracalla, vent’anni dopo, con una truffa monetaria legalizzata su scala imperiale! Devi, però, rilevare come i cristiani, in quel particolare sistema commodiano di svalutazione, siano diventati un “banco di prova” economico, come possessori di capitali reali (terreni e tesori comunitari) in un impero dove gira ormai moneta “falsa”, in un clima di svalutazione del denario e di grave inflazione, per cui i loro “cimiteri” assumono un’importanza politica, in quanto non confiscabili, comunque, perché l’ecclesia romana gestisce ogni cosa ormai in modo semipubblico, grazie alla protezione di figure influenti a corte. D’altra parte, Commodo è uno dei primi a “truccare” la moneta in modo massiccio per pagare i gladiatori e i soldati senza avere vero argento, riducendo la percentuale di metallo prezioso nel denario a circa il 70% di purezza. Marco, io, dunque, ritengo colpevoli della morte di Commodo i christianoi, che, essendo banchieri venuti a migliaia a Roma dall’Oriente anche come operai, fossores/scavatori, coi capi mastri, architetti, periti agrari, risultano ora operai salariati per la costruzione di catacombe, cimiteri dentro gallerie, tunnel, grotte con basiliche sotterranee, con tombe anche per “i 16 papi siriaci”, sepolti sotto la via Appia e dominano, con le loro trapezai, Roma greco-siriaca!
Professore, possibile che una metropoli come Roma di oltre 1.500.000 abitanti ci siano tanti cristiani alla fine del II secolo capaci di costruire opere colossali come le catacombe di S. Callisto e di essere iscritti tra gli honestiores o a comparire simili a loro!
*Ti meravigli? Noi ammiriamo ancora oggi l’imponente opera ingegneristica di Via Appia 110/126, un’area cimiteriale comunitaria che è un complesso cantiere sotterraneo, dal secondo al terzo miglio sull’Appia, che ha richiesto una disciplina e una logistica senza precedenti, Forse non sappiamo comprendere il reale lavoro di fossores, di architetti, di salariati che per anni operarono per la conservazione del patrimonio Christianos ecclesiale.

Io, ingegnere, capisco che i christianoi – chiamati nella capitale altri fossores orientali con squadre di tectones/fabri e di architetti per lo scavo delle miniere a 20 metri, sotto terra per fare un iter sotterraneo di quasi 20 chilometri – costituiscono un grande gruppo di lavoro con un piano da realizzare – dopo l’acquisto di terreni in superficie e l’uso concesso in dono di aree suburbane da potenti famiglie, che possono dare schiavi propri e maestranze qualificate ai “papi” antiocheni (Zeferino e Callisto), nonostante i contrasti ideologico/filosofici con Ippolito romano -.
*Bene, sono contento che tu, professionista, approvi quanto dico!
Professore, lei pensa a miriadi di christianoi, impegnati nei lavori delle catacombe, iniziati forse subito dopo l’interessamento di Marcia e il ritorno di Callisto dalle miniere in Sardegna, quando Zeferino, uomo ignorante e rozzo, lo nomina diaconos, factotum per le aree cimiteriali, secondo Philophoumena di Ippolito romano. Lei ci ha mostrato Callisto ex ladro ed ex trapezita, trasformare un’attività clandestina e disorganizzata sotterranea, mineraria, in un sistema strutturato. che sottende il passaggio chiave del know-how estrattivo sardo/il duro lavoro ad metalla, come applicazione alla friabile roccia di tufo romana, al fine di farci comprendere come le catacombe smettono di essere semplici cunicoli privati, per diventare una rete logistica complessa, dove i fossores non sono più solo scavatori, ma una vera corporazione gerarchicamente organizzata!

*Marco, i cristiani, ora, hanno antoniniani per pagare e i fondi non provengono da collette caritatevoli, ma dalle rimesse della centrale antiochena e dai patrimoni delle matrone, vicine a Giulia Mesa, cognata dell’imperatore, che presiede il senaculum mulierum di tutto il mondo romano, per cui il trapezita diakonos applica criteri da amministratore, abile a collegare l’ecclesia romana con quella orientale, a renderla proprietaria fondiaria collettiva, capace di superare il diritto romano, che pur lega il sepolcro alla famiglia, di far scavare con una logistica industriale e di portare via migliaia di metri cubi di tufo estratti e smaltiti senza attirare l’attenzione delle coorti urbane, col favore della corte stessa.
Lei mi vuole dire che nelle catacombe si custodivano non solo corpi, ma archivi e tesori, cioè una la struttura materiale necessaria per presentarsi a Costantino, circa un secolo dopo, come l’unica forza organizzata capace di gestire l’ordine pubblico, in quanto l’ecclesia romana ancora era proprietaria fondiaria collettiva, superando il diritto romano che legava il sepolcro alla famiglia!
*Marco, questo mi sembra di aver capito e questo, ora, cerco di comunicare a chi mi ascolta.
Professore, lei, che ha fatto per noi lezioni così nuove e rivoluzionarie sugli imperatori antonini, è davvero autore di Un’altra storia del Cristianesimo, degna di studi approfonditi in grandi Atenei!