Il mito di Roma e di Augusto

MONARCHIA di DANTE

Agli amici, Benedetto e Tonino, Emma e Gianna, e a mia moglie, che attualmente non possono leggermi: leggere la storia è momento successivo alla lettura vera/alethhs di se stessi, della propria famiglia e del proprio paese, connessa alla scoperta di essere autentici christianoi!

Teleion dh ti phainetai kai autarkes h eudaimonia, toon praktoon ousa telos/la felicità sembra un qualcosa di perfetto e di autosufficiente in quanto è fine delle azioni – Aristotele Etica Nicomachea, 1,5(20)-

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Incoronazione di Ruggero II – Chiesa della Martorana Palermo-

Premessa

Dante in Monarchia e in tutta la sua opera parla di due luminaria – impero e papato – configurando due dominatori assoluti -l’imperatore e il papa -secondo la concezione romana augustea nobiliare sacerdotale e di una societas christiana, divisa in Oratores, Bellatores e Laboratores, in cui i primi due hanno privilegia e beneficia, mentre l’ultimo solo il dovere del lavoro con sacrificio, pur dovendo conseguire tutti una felicità comune sulla terra, per acquistarne un’altra più grande, quella paradisiaca ultraterrena, con le buone opere

Il sommo poeta italiano è condizionato dal pensiero della Civitas Dei di  Agostino, che, sulla base  filosofica di Platone, è artefice della tripartizione di un unicum imperium cristiano, basato sul numero tre, simbolico,  simile all’Unità e Trinità di  Dio.

 Il nobile  D(ur)ante è un bellator, che deve combattere come cavaliere e quindi ha possibilità di armarsi e di possedere un cavallo, forse di aver anche uno scudiero, con cui affrontare  il nemico, nobile come lui e difensore della propria terra: questo è il compito di un magnate in Firenze fino all’applicazione degli Ordinamenti di  Giustizia di Giano della Bella del 1293! Viene , allora, stabilita  la norma antimagnatizia, che cioè ogni cittadino  deve  artem exercere se vuole competere per  la carica di priore e  gonfaloniere,  con l’ordinamento basilare costituzionale sacratissimo, di iscrizione ad una corporazione – il nobile viveva di rendita in città senza l’esercizio del lavoro! – ( cfr. N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine del dugento, Firenze 1926 e G. Salvemini,  Magnati e popolani  in Firenze dal 1280 al 1293, Torino 1960– ). Dante, entrato a fare parte dei medici e speziali, una corporazione del popolo grasso, fa politica contro i neri del popolo minuto  in quanto si sente letterato parigino ed è  farmacista (che ha competenze medico-farmaceutiche) fedele di amore e spirituale– favorevole  ai francescani, puritani, integralisti e riformisti-e si dichiara anticlericale e antipapale-…

 Nel corso di sette anni di vita politica di un comune guelfo, si schiera come bianco al seguito di Vieri dei Cerchi, teso alla autonomia cittadina, rifiutando le pericolose  ingerenze papali, ed è attaccato dalla fazione popolana  di Corso Donati e di Cante Gabrielli, legati alla Roma di Bonifacio VIII, aspirante al controllo sulla città, e legato alla corte capetingia ed angioina…

Dante  è vir civilis che non ama le genti nove che, con le consorterie e con le corporazioni manufatturiere,  stanno cambiando il sistema  di vita tradizionale popolare  ed è ostile agli oratores , al vescovo e agli  abati -gli ordini  secolari e regolari clericali, arricchiti, lontani dalla povertà evangelica – ma anche agli uomini del suo stesso ceto popolare -anche se medici, avvocati,  letterati, media borghese –  e in modo particolare alla politica bonifaciana, intrigante, che  è eccessivamente angioina e quindi anche capetingia, avendo dato molto rilievo al clero francese, dominante in Roma  e in Italia da quasi cinquanta anni. cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia,  Demian 1995, pp.32-34.   Dante, inoltre,  non vede bene il rapporto tra il popolo grasso delle arti maggiori e la  curia papale, che  ha autorizzato la riscossione  delle tasse in tutta Europa a molti lombardi. -fiorentini  e toscani- e non cura affatto il popolo minuto –  operai, servi della gleba,  contadini liberi o   piccoli proprietari terrieri inurbati al soldo di patroni gentilizi o clericali. Giunto, comunque, al priorato, Dante, inviato a Roma, con un mandatum cittadino, non rientra più in città,  a seguito della venuta di Carlo di Valois  a Firenze, nel frattempo inviato da papa  Bonifacio VIII  come paciere  che favorisce, con le sue truppe, Corso Donati, che determina  il suo esilio e quello dei bianchi….

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Augusto di Prima Porta

IL MITO DI ROMA E DI AUGUSTO IN MONARCHIA

*Professore, io e i miei compagni dal tempo del liceo aspettiamo di capire realmente cosa ci intendeva dire quando spiegava il passo del DXV, anagramma di DUX del Purgatorio.

Marco, tu ti riferisci ai versi di Purgatorio, XXXIII, 43-46, in cui è scritto: un cinquecento dieci e cinque / messo da Dio, anciderà (ucciderà ) la fuia (ladra)/ con quel gigante che con lei delinque ?

*Si. Questo è il passo in cui Beatrice /teologia parla dell’aguglia/aquila (le cui piume sono cadute su un carro, tramutatosi in mostruosa creatura femminile, diventata preda del gigante), simbolo di Roma, ora senza erede.

Tu vuoi sapere cosa allegoricamente intenda Dante, tramite Beatrice- in Purgatorio XXXII 124-129- che, profeticamente, rileva la trasformazione del carro della Chiesa/lupa, avida, e lo strapotere illegittimo del re di Francia/gigante, Golia biblico, a causa della vacantia imperii?.

*Per me e i miei compagni non è facile capire la situazione del periodo di Bonifacio VIII e della successiva venuta dell’imperatore in Italia, dopo la deportazione in Avignone del papato nel 1305! Non comprendiamo come, dopo oltre mezzo secolo di predominio guelfo, ci possa essere un partito ghibellino, dopo la fine degli svevi, sconfitti ( Manfredi), prigionieri (Enzo) ed uccisi (Corradino, impiccato a Napoli) dagli angioini che sono stati riconosciuti come signori dal Regno meridionale, considerato feudo papale. Ora ci è necessaria una spiegazione, anche se abbiamo informazione da articoli – come Corpus domini 1264, Abulafia e Dante – che, comunque, non ci permettono di entrare in merito alla situazione di un poeta guelfo, che attende fiducioso l’imperatore di Lussemburgo, in un clima di predominio guelfo nel settentrione italico, nonostante qualche potere locale, ghibellino, in città toscane come Arezzo e Lucca o a Milano o nella marca trevigiana- in relazione alla vicinanza con l’Austria degli Asburgo, nominali signori detentori del titolo imperiale, da decenni, disinteressati alle sorti italiche-.

Marco, Dante considera l’impero vacante dalla morte di Federico II nel 1250, in quanto nessuno – e tanto meno gli Asburgo – è venuto a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa, secondo la tradizione del Sacro romano impero: lui stesso ha fatto l’esperienza della vittoria del guelfismo ed ha visto la divisione stessa tra i guelfi in Firenze dopo la sconfitta dei ghibellini, subendo l’ esilio perché guelfo bianco, ligio alla libertà cittadina comunale, in quanto seguace di Vieri dei Cerchi, disdegnoso dell’interferenza papale, voluta, invece, dai neri di Corso Donati, vincitori col sostegno papale e di quello franco-angioino di Carlo di Valois!.

*Quindi, è sottesa la situazione storica di un cinquantennio ed oltre, di lotte tra ghibellini filoimperiali e guelfi filopapali e filoangioini, legati al regno di Francia , specie nel periodo iniziale della cattività avignonese?.

Marco, DUX – anagramma di DXV – è termine latino che indica un condottiero che, vincendo, è proclamato dai milites imperator, destinato a riportare in trionfo la giustizia, avendo mandato di uccidere la prostituta Chiesa e il gigante in un’ operazione di epurazione e di ripristino dell’auctoritas imperiale.

*Quindi, Dante nel Purgatorio fa profetizzare a Beatrice l’avvento di un dux, dopo decenni di attesa, in un clima ancora incerto tra i partigiani del papato e dell’impero.

Certo, Marco, Dante, nel periodo 1310-13, nutre speranze di renovatio imperii e di un ritorno in patria (fiducioso nella discesa di Arrigo VII in Italia ed invia l’ epistola VI – che è una preghiera all’imperatore a restaurare l’impero secondo i principi, che leggiamo in Monarchia), già anticipate nella Divina Commedia e in Convivio. Poeticamente, il poeta  canta nelI’Inferno  l’imperatore, l‘alto Arrigo, alludendo al veltro – in 1,100 – mentre nel Purgatorio ha un misterioso DXV- e nel Paradiso XVII, 82, incontrando il trisavolo Cacciaguida,  parla dell’inganno ordito dal  guasco – papa Clemente V – e nel XXX, marca Beatrice,  che indica un seggio vuoto nella candida rosa, su cui c’è una corona, nella convinzione che la discesa imperiale in Italia ristabilisca l’ordine nel mondo cristiano. Dunque, scrivendo in occasione della discesa di Arrigo VII, lo scrittore di Monarchia crede che sia possibile ristabilire la secura romana libertas – un’antica concezione nata dalla familia anicia, imperiale, connessa ad una ideologia agostiniana, adattata in senso antibizantino, da Gregorio Magno, costituitasi sulla base della lettera di Osio di Cordova a Costanzo e sulla manipolazione giuridica di Leone I, fissata poi con Carlo Magno, esaltata da Gregorio VII come libertas christiana, predominante su Enrico IV, stabilizzata come ierocrazia da Innocenzo III nel Concilio lateranense II e fissata da Bonifacio VIII con la bolla Unam sanctam-!

*Dante, allora, in Monarchia, sottende che l’umanità non ha la guida imperiale, essendoci la vacantia imperii, e che ora esiste il fenomeno di una chiesa avignonese, lontana dalla legittima sede di Roma, contro la volontà di Dio?.

Marco, Dante conosce la storia cristiana ecclesiastica che si è sostituita nel corso dei secoli, gradatamente, alla storia romano-ellenistica e bizantina imperiale, in una concezione fisico geografica tolemaica, geocentrica, esaminata dall’angolazione elitaria sacerdotale, in una tensione al divino e al caelum, in una visione agostiniana propria della Civitas dei, in cui scarso è il rilievo laico popolare terreno ed umano, schiacciato dai sistemi ideologici dominanti, simboleggiati nei due luminaria. Egli segue i compendia di theologia, trattanti la storia cristiana ecclesiale- theoria dei due soli– di scuola aristotelica parigina, secondo una lezione culturale, araba, postvisigotica, mentre ne sta sorgendo un’altra intellettuale gallicana, laica, sulla base della stessa tradizione dell’eternità di Roma, con centralità geografica, terrena, in quanto fonte e sede dell’impero, ideale forma di potenza umana dal periodo giulio -claudio, dal momento stesso della costituzione del principato di Augusto.

* Si tratta, però, di un Augusto cristianizzato, mitico, non storico?

Certo, Marco, Augusto, è cristianizzato perché nel Christos e nel suo millantato vangelo è strutturata la nuova società comunitaria della Chiesa romana, di cui si leggono i fatti mitici, in una sua collocazione di progressivo privilegio, dopo l’affrancamento dall ‘ecclesia costantinopolitana e dall’imperium bizantino, orientale, in mezzo alle dinastie barbariche occidentali, che, da secoli, venerando la dea Roma e Augusto, come datori di iustitia e di pax, neanche avvertono la caduta dell’impero romano nel 476 d.C., ad opera di Odoacre e di Teodorico, che sono patrizi romani che rinviano correttamente le insegne imperiali proprie degli ultimi valentiniani, eredi legittimi teodosiani, rispetto agli usurpatori militari, nominati sulla base di un potere illegittimo di duces barbarici.

*Quel misterioso numero, DXV/515 del Purgatorio, dunque, ha un significato, specifico, per Dante, che ha una sua concezione geografica, cosmica tolemaica e fa una sua storia universale/ cattolica, romana agli inizi del Trecento?

Marco, personalmente, ho sempre pensato che il poeta usi, secondo una lettura equivalente ed equipollente della kabbalah ebraica, quel numero per trasformarlo in dux, mediante inversione dei due numeri finali, titolo da dare all‘ imperatore, considerato guida temporale, secondo le bolle papali del periodo di papa Zaccaria e del suo successore Stefano II (752-755),- che investono del titolo di patricius, proprio degli esarchi di Ravenna, il re dei Franchi, Pipino il breve – e di quello di papa Leone III, che, fuggendo da Roma e, dopo gli incontri di Paderbon, stabilisce sulla linea delle azioni dei suoi predecessori, di investire il franco Carlo, del titolo di imperatore del sacro romano impero, ben conscio dell’ambiguità e dell’equivocità sottesa.

*Perché mi parla di papa Zaccaria e di Stefano II, che sono papi responsabili dell’ illegittima incoronazione di Pipino, a Soisson!? Non sono forse uomini, opportunisti, che, considerando eretico e decaduto l’imperatore d’Oriente, Leone III iconoclasta (675-741), approfittano della quasi contemporanea fine dell’esarca Eutichio ad opera di Astolfo – che ha mire sulle terre del ducato bizantino romano – per chiedere ed ottenere l’aiuto provvidenziale di Pipino, ancora maggiordomo franco, al fine di liberarsi contemporaneamente dal controllo dei longobardi e dei bizantini?. Possibile, professore, che Dante, un indotto, abbia tante conoscenze sulla storia di questo particolare periodo, in cui a Zaccaria viene proposta la quaestio giuridica di chi debba regnare sui franchi, chi ha reale potere o chi ha il titolo di re, da Burcardo di Wuerburg e dall’abate di s. Denis ?. Mi sembra strano che la soluzione di Zaccaria a favore di Pipino, con la decisione della deposizione e imprigionamento dell’ ultimo re merovingio legittimo, Childerico III, risulti anche per Dante un atto che sottende già un trasferimento di potere imperiale da Oriente a Roma, sede papale petrina, ora predominante nell’Italia centrale e nel contesto longobardico, riconosciuta fino ad allora come dignitas sovrana spirituale dagli abati occidentali, compresi quelli del meridione bizantino di Italia ed anche insulare, con maggiore o minore valore, dal periodo di papa Vigilio, nel corso della guerra gotico-bizantina (535-553)!. Mi sembra impossibile che sotto DXV il poeta possa avere individuato il momento storico esatto della formulazione stessa del Constitutum Constantini ed abbia fissato il momento del trasferimento del potere imperiale dall’Oriente in Occidente proprio nel 795, che sarebbe l’anno, che deriva dalla sottrazione matematica da 1310 di 515-DXV, e faccia l’ inversione di V con X per indicare Arrigo, DUX di una restaurazione imperiale, tanto auspicata dai francescanesimo spirituale e dal gioachimismo! Secondo lei, professore, Dante ha chiaro che il 795 è anno fondamentale, per lo scriptorium romano, che porterà alla consacrazione del Sacro romano impero, nell’800, basilare, poi, per la politica gregoriana, innocenziana e bonifaciana?

Non occorre, Marco, che Dante abbia chiara notizia storica: sta scritto chiaramente nelle bolle papali, nei regesta, negli scriptoria il percorso della appropriazione indebita papale, compreso il Constitutum Constantini, nel corso dei secoli, come gli deriva dai decretalisti, suoi avversari! Marco, da loro Dante conosce la data e forse la fissa con DXV, che a lui serve per evidenziare la sua volontà spirituale di riforma del papato, vestito delle piume dell’impero, divenuto carro trainato in processione da un grifone (Purgatorio, XXIX, 106-8), diventato monstrum– la bestia dell’Apocalisse 17,1-3 con sette teste e 10 corna – sopra il quale è una prostituta sciolta- Chiesa!- presa poi dal gigante Filippo il bello, che porta via con sé –Purgatorio, XXXII,150-160 -.

La storia romana dell’ impero, che ha perso le piume, simbolo delle prerogative dell‘aquila imperiale, depredata dalla Chiesa, comincia per Dante con l‘ambiguo Leone III che, dopo l’elezione del 26 dicembre del 795, invia a Carlo le chiavi della tomba di Pietro e lo stendardo di Roma, riconoscendogli il titolo di patricius! ?

*Quindi, per lei, Dante con DXV/DUX indica la data del 795, come punto centrale delle contaminazioni tra impero e chiesa, col carro trascinato dal grifone Christos – nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio, sotto il potere dell’impero, poi trasformato con la donazione di Costantino e con la theoria di Gelasio (sorta subito dopo la deposizione di Romolo Augustolo ad opera di Odoacre re degli Eruli, che chiede il titolo di patricius, dopo aver riconsegnato le insegne imperiali, a Zenone, imperatore di Oriente, unica autorità romana superstite-)?!. E’ così, professore? Ora riassumo quello che ho capito circa l‘equivoco di sacro e romano da parte papale e da parte franca: ognuna dà una sua interpretazione funzionale nella novitas della sacralità, aggiunta alla romanitas, dopo il fatto dell’incoronazione imperiale, a Roma, nel Natale dell’800! Dante, un clericus , che conosce i passaggi generali storici, succedutisi in circa 1000 anni da Costantino ad Arrigo VII, legge dopo cinque secoli dall’incoronazione di Carlo Magno e dall’angolazione papale e da quella carolingia, avendo confuso storia e mito, i cicli di Troia e della nascita di Roma, quello di Alessandro con la Chanson de Roland, coi miti bretoni e coi fablieaux, mescolato sacro e profano, volgarizzato i concetti pagani, cristianizzati, frutto di letture compendiarie retoriche compreso Collactanea rerum mirabilium di Solino, polyhistor- utilizzate da magistri dell’ars praedicandi e dictandi -cfr. L’altra lingua l’atra storia, Demian, 1995- !. Perciò il poeta inneggia nell’Eden, sulla cima del Purgatorio, stando agli antipodi di Gerusalemme, centro del mondo tolemaico, allegorizzando sul carro della chiesa: la sua visione apocalittica mostra la lettura della storia di uno spirituale, che condanna la politica di Gregorio VII, di Innocenzo III e di Bonifacio VIII, ma anche quella da parte imperiale carolingia, ottoniana, sveva e perfino gallicana regale, regolata secondo la scuola palatina di Aquisgrana, sottesa a quella della corte di Filippo il bello, trecentesca. Perciò, mi sembra di poter concludere dicendo che per Carlo, l’investitura sacra vale in quanto lui, re franco, viene riconosciuto, sulla tomba di Pietro, imperatore romano sull’ecumene, (essendo spada della chiesa, perché il papa proclamandolo difensore, concede auctoritas e potestas congiuntamente nelle sue mani, e quindi il potere universale romano) e che a lui, incurante se Leone III si tiene quello spirituale, poco importa se consente il primato sui vescovi e sugli abati, come delegato del rapporto tra l’uomo e Dio, tra il cielo e la terra, e come uomo di preghiera che ottiene la vittoria dal Dio degli eserciti per l ‘imperatore, suo unico unto. E’ giusto?! Non è ancora iniziata la predicazione della natura divina dell’autorità spirituale papale, in quanto il papa è successore di Pietro, vicario di Christos, re e sacerdote, che gli ha concesso il potere di di sciogliere e di legare; e nemmeno è stata intaccata l’auctoritas imperiale romana, di diritto, e neanche quella regale, se non nel caso di tirannia!?

Bene, Marco! Sono, comunque, già presenti le impostazioni laiche proprie di una comunità nuova, che si esprime secondo Ludovico il bavaro ed ancora di più secondo Carlo IV, nipote di Arrigo VII : Marsilio da Padova e Giovanni di Jandun già mostrano il singolare valore dei laici come popolo romano nelle incoronazioni di Ludovico a Roma e poi di Carlo, che ne riconoscerà il potere con la Bolla d’oro. Hai sintetizzato, secondo le tue conoscenze, dunque, ed affermi che, dopo la morte dell’ultimo esarca ravennate, la deposizione di Childerico III e l’elevazione papale dal piano di maggiordomo dei pipinidi a rex dei franchi, col titolo di patricius , dato ufficialmente dai decretalisti pontifici, nel momento dell’ iconolastia dell’imperatore Leone III, decaduto, perché eretico, si considera il 795, anno inziale del nuovo regno franco carolingio! Comunque, ti meravigli di tutto questo e ritieni Dante medievale condizionato dal sistema scriptorio pontificio, incapace di fare storia e di districarsi nella falsificazione dei decretalisti papali, propagatasi come verità dogmatica per 5 secoli, dopo mille anni circa dalla donazione costantiniana: la sua storia è mitica secondo quanto detto e scritto dai decretalisti, romani, a cui si oppone seguendo una via spirituale!.

*Quindi, il pensiero della Monarchia, connesso con quello, sotteso nel Convivio e nella Divina commedia, è quello stesso dei suoi contemporanei, che attendono la conclusione della peregrinatio terrena nell’avvento dell’Anticristo, evento che precede l’inaugurazione del Regno di Dio, alla fine della settima età giochimita, che sarebbe risultata pienezza dei tempi, come quella augustea. Di questa aspettativa escatologica ci sono cenni, all’epoca?

Certo, Marco. Ci sono scrittori cronachisti, ma anche testimonianze scritte di congreghe e confraternite di fraticelli, di flagellanti, di alleluianti e di loro manifestazioni pubbliche, in varie città dell’Italia centrale; celebre è la chronica di Ottone di Frisinga , oltre l’opera di Pietro da Eboli Ad honorem Augusti o di Salimbene da Parma, scritti di Ubertino di Casale e di Pier di Giovanni Olivi e di tanti commentatori di Gioacchino da Fiore (1130-1202) fino alle parole riformistiche dellelaudi di Iacopone daTodi, note anche al baccelliere parigino Giovanni da Ripatransone (1325-1376) – di cui si ha Amice, ascende superius ed una tradizionale lode di Pietro Lombardo-, morto nel 1160 – oltre a 4 libri di Sententiae, (cfr.Jean de Ripa, Lectura super primum Sententiarum, I, Prologi quaestI-II, a cura di A. Combes, Paris 1961) e alle questioni sul Prologo al Commento alle Sentenze.

*E’, dunque, un fenomeno letterario di moda, non solo italico ed occidentale ma anche orientale, se connesso con ideologie caritative ?

Si. Tutti i letterati, specie i dictatores e praedicatores di caritas trecenteschi, sanno di questo fenomeno e ne parlano in vario modo, dopo l’epilogo della lotta tra papato e il re di Francia con la captività avIgnonese ed hanno carattere antingioino ed anticapetingio, nonostante il guelfismo imperante! Singolare, comunque, il contributo di un magister, come Pietro da Abano (1250-1314) conciliator differentiarum quae inter phisicos et medicos versantur, uno studioso, laureato in artibus, e professore di filosofia e di astrologia nello studium di Padova, dopo una formazione giudaico-araba e greca a Gerusalemme, dove fu anche medico/phisicus, avendo studiato Galeno Avicenna ed Averroè .

*Un vero magister, professore!

Marco, conoscendo l’arabo e il greco, come il giudeo Abulafia, è uno dei pochi che può effettivamente commentare Aristotele, avendo il possesso delle due lingue, per la cui scarsa conoscenza altri avevano sostenuto il doppio intelletto, a seguito della lettura dell’Ethica Nicomachea greca. Infatti i suoi Problemata Aristotelis expositio e Problemata alexandrina erano studi sul commento arabo averroistico di Aristotele e su quello greco di Alessandro di Afrodisia. Purtroppo i suoi detrattori lo accusarono di magia e di eresia nel 1306 e per ordine Clemente V fu rinchiuso in prigione, dove morì nel 1314 e i suoi discepoli presero il corpo e lo seppellirono in un altro luogo, diverso da quello indicato dai parenti, convinti che l’inquisitore avrebbe voluto dare al rogo il suo cadavere coi suoi libri, secondo l’uso. Quello stesso anno era stato messo al rogo dopo quasi sette anni di prigionia, il capo dei Templari, a Parigi, Jacques de Molay , imprigionato nel 1307,per comando di Filippo il bello e del papa dopo che era stato sciolto l’Ordine dei Templari, per confiscarne i beni. Morto Clemente, riunitosi il conclave, non essendo i cardinali nel giusto numero, essendosi ritirati quelli italiani, si ebbe un lungo periodo di assenza papale e, dopo due anni, ci fu l’elezione di Giovanni XXII nel 1316. Un altro vero magister fece la stessa fine, il 16 settembre 1327, tredici anni dopo, a Firenze, nella piazza davanti a Santa Croce, accusato anche lui di magia e di eresia, essendo anche lui medico ed astrologo, oltre che laureato in artibus e quindi docente di filosofia ed astronomia, a Bologna, dove ebbe tra i tanti discepoli anche il Petrarca, che ne lodo la grandezza filosofica “o gran esculan che lo mondo allume”.

*Professore, sta parlando di Cecco d’ Ascoli, di Francesco Stabili, il nostro concittadino?

Da un’edizione della Sphera Mundi, Venezia 1490
Cecco d’Ascoli in una miniatura della Acerba (codice trecentesco, Firenze Bibl. Laurenziana)

Miniatura di un codice della Sphaera Mundi, Modena Bibl. Estense

Si. Marco, Cecco, nato ad Ancarano nel 1269, entra già a 18 anni nella setta dei Fedeli di amore, che si riunisce in Ascoli nel monastero di S. Croce ad templum, dove viene iniziato ad una indefinita dottrina occulta templare.

*Che setta era?

Ritengo che i fedeli di amore formino una confraternita affiliata ai templari, legati tra di loro da vincoli di stretta, tenera, amicizia, tipica dell’ eteria spartana, considerata vinculum caritatis, al tempo di Niccolò IV,(1288-1292)- Girolamo Masci ascolano-, connessa con le istanze riformistiche e mistiche della cultura bizantina di Michele VIII, con cui il papa ebbe rapporti come nunzio romano di Slavonia. Si è in un clima di distensione tra la chiesa ortodossa e quella cattolica in cui le idee di caritas vincolano ancora di più l’élite gerarchica, essendo comune il credo religioso- escluso il filioque-. Nell’ultimo ventennio del XIII secolo c’è un ravvicinamento tra i bizantini e i cattolici in quanto all’epoca Michele VIII Paleologo (1223-1282) il basileus , temendo un’invasione angioina, parla di fratellanza universale e di una comunanza ideologica cristiana ed è intenzionato a tornare nel seno della chiesa cattolica a patto di poter professare il credo, senza filioque, Inoltre i fedeli di amore greci hanno relazioni stretti con i cavalieri templari di Gerusalemme, a loro volta collegati con i sufi, oltre che con gli spirituali francescani, a cui sono vicini fra Bonaventura di Bagnoregio e il futuro papa fra Girolamo da Ascoli .

*I fedeli di amore sono un fenomeno elitario, tipico di molte persone di differente nazionalità, sia occidentali che orientali?

Marco, certamente è un fenomeno riformistico del papato e dell’impero, i cui capi hanno una volontà di contenimento del potere dei regni nazionali, in senso spirituale francescano e in senso escatologico gioachimita: Cecco, Cavalcanti, Dante, Francesco da Barberino , Iacopone da Todi e tanti altri ne fanno parte. Se esaminiamo Vita nuova 1,20, rileviamo espressamente il sintagma fedeli di amore oltre che in Purgatorio, XXIV,52-57, dove è presente il codice linguistico stilnovistico con le allegorie e simboli, tipici degli spirituali e dei mistici esoterici. Nell’incontro di Dante con il Bonagiunta Orbicciani, goloso, il poeta lucchese confessa, o frate, issa vegg’io…il nodo/ che il notaro, Guittone e me ritenne di qua del dolce stil novo ch’i’ odo!

*Professore, Bonagiunta fa la confessione, dopo aver sentito le parole di Dante, che sintetizza la poetica stilnovistica . …I‘ mi son un che, quando/amor mi spira, noto e a quel modo/ ch’e‘ ditta dentro vo’ significando. La poesia stilnovistica è caratterizzata da ispirazione da amore e dal cor che ditta un contenuto che chi scrive nota , segna cioè il sentimento dolce interiore, provato ed esperimentato con precisi segni esteriori, in quanto possiede tecnica di un magister dell ‘ars dictaminis.

*Lo stil novo, quindi, è poesia nuova che viene dal cuore, ispiratore dei dolci versi di amore come omaggio cortese verso una donna angelo, creatura venuta in terra a miracol mostrare?

Marco, in latino, puoi vedere la formulazione della poesia stilnovista nell’antitesi interius -exterius di epistula I, 12-13 : solus proinde de ea caritate digne loquitur qui secundum quod cor dictat interius, exterius verba componit/solo chi costruisce il suo discorso, secondo quello che il cuore detta dentro, componendo le parole disposte esternamente in modo adeguato alla carità. Dante, come ogni stilnovista, conosce l’arte del dictare, volgare- e sembra che la sappia applicare, con qualche difficoltà, in latino – oltre all’opera di Hugo de Sancto Victore (Hugues de Saint Victor 1096-1144 –De institutione novitiorum -) in Monarchia e all’epistula ad Severinum de caritate forse di Riccardo di S. Vittore ), in cui si prefigura un contenuto amoroso cortese- mistico con forma dittatoria cfr. F. Figurelli, Il dolce stil novo, in Studi danteschi, XVIII,1934. Marco, chiudiamo qui il discorso su Cecco col poema de L ‘Acerba . Ne abbiamo parlato altrove. Ora,- non dimentichiamolo!- dobbiamo mostrare il mito di Roma e di Augusto nel Medioevo.

*Professore, non ricordo bene – sono passati tanti anni- né l‘Acerba né motivi della condanna al rogo.

Diciamo, allora, che Cecco è scienziato, scrittore e commentatore del Tractatus in sphaeram, commento al De sphaera mundi di Giovanni Sacrobosco- John Holywood- , che aveva commentato il De principiis astrologie di Al Qabisi – Alcabizio- , autore di De eccentricis et epiclis e di Prelectiones ordinarie astroligiae habite Bononiae,e che la sua opera non è mitica, ma scientifica, seppure medievale, con forme già umanistiche e filologiche e il suo pensiero filosofico, proprio di un maestro accreditato dell’ ipse dixit, cosciente di essere libero nel suo lavoro di doctor ed anche nella doctrina filosofica aristotelica, dovunque si trovi, in una libera docenza, accordata da papa Niccolò IV doctor semper ubique, anche se forensis. Infatti, era andato da Ascoli a Parigi dove esercitava la professione di medico già nel 1311,- dove conobbe l’opera del matematico astronomo e filosofo John Holywood ( morto il 1256), famoso per la theoria dell’unica sfera acquea, quasi un buco acqueo nero, in cui era la terra, che poi emerse – contraria alla creazione dell’universo biblica di Genesi. Venuto a Firenze, come guelfo, al seguito di Roberto di Angiò – e di sua moglie Sancia – (che, dopo la morte del padre Carlo II, ne era divenuto anche signore), per poi trasferirsi a Bologna, dove tenne lezioni di medicina e poi di astrologia ed ebbe discepoli di fama, suoi sostenitori, Marsilio da Padova, forse anche Guglielmo Ockham, Michele da Cesena e uditori toscani, oltre al Petrarca. Fu chiamato anche ad Avignone nel 1323 come medico papale, ma tornò a Bologna e nel 1324 ebbe il processo ad opera di Lamberto da Cingoli per il commento alla De sphaera mundi, dove si sosteneva l’influenza astrale sui comportamenti umani e su quelli animali e perfino sulle pietre che acquisivano proprietà. A Bologna rimase, circondato dall’affetto dei colleghi universitari e dei discepoli, fino a quando non fu invitato da Carlo, duca di Calabria, figlio di Roberto, ora rettore della città toscana nel 1326, come phisicus et familiaris cioè come medico di famiglia.

*A Bologna, dunque, Cecco è doctor forensis e come tale, essendo maestro di astronomia e filosofia, professa una doctrina naturalis, razionale, laica, aristotelica, deterministica, basata sull’ordine cosmico e sull’insegnamento classico di Lucrezio Caro, sua guida, nel poema – ho ben letto Età dell’oro in www.angelofilipponi.com ! .

Marco, le sue lezioni bolognesi sono note e sono seguite dai fedeli di amore ed anche dai frati francescani spirituali come Bonagrazia da Bergamo, desideroso di un ritorno alla povertà evangelica, scrittore nel 1322 del De Christi et apostolorum paupertate, braccio destro di Michele da Cesena, capo generale francescano, di tendenze spirituali, ferocemente contrario all’avido papa Giovanni XXII.

* Ho chiara la situazione in cui si trova Cecco e conosco la differenza del pensiero dell’ascolano rispetto a quello del fiorentino, espresso nella Commedia, in cui il poeta mitico Virgilio è spirituale guida, che porta alla Gerusalemme celeste, agostiniana, razionale consigliere che teme la fortuna.

Marco, ti preciso che all’epoca non esiste come pubblicata la terza cantica dantesca del Paradiso, mentre ci sono testimonianze di Inferno e di Purgatorio in Documenti di amore di Francesco da Barberino (1264-1348)- , la cui opera di 7.024 versi è a tre livelli, in cui c’è un sapere letterario erudito enciclopedico in volgare, seguito da una parafrasi in latino e da un commento sempre in latino. Quindi, hai compreso che l’insegnamento di Cecco nega il libero arbitrio dell’uomo, il cui corpo materiale è sotto gli influssi dei corpi celesti e può sempre prevalere sulla fortuna con le doti naturali e conservare la propria nobiltà – che non è quella di nascita, ma di animo e di cuore, connesso con gli avvenimenti temporali fisici e metereologici, fuso e confuso coi poteri stessi delle bestie e dei metalli, secondo la theoria atomistica epicurea e della doctrina aristotelica averroistica, pur nelle forme allegoriche platoniche.

*Certo. professore, comprendo anche il tradimento dei fedeli di amore e dei frati spirituali che, pur simpatizzano per lui per odio del pontificato avignonese, e gli sono vicini, nella corte angioina, non comprendo, però, perché la seconda accusa è fatale rispetto alla prima, a quella di Bologna.

L’accusa è più circonstanziata ed è connessa con eventi storici e con la paventata discesa di Ludovico il bavaro, oltre alla mutata situazione della corte di Carlo di Angiò, dove grande rilievo ha la madre Sancia bigotta, intimorita dalla condanna degli spirituali ad opera del papa avignonese, dove vale molto la parola di Raynald de Maussac, vescovo di Aversa, cancelliere, ora controllato dall” inquisitore Accursio Bonfantini,- che ha scomunicato il ghibellino Castruccio Castracani Intelminelli, signore di Lucca, gonfaloniere imperiale convocato per un processo pubblico a Firenze , dove neanche si è presentato, conscio dell’odio guelfo per le due sconfitte da lui inflitte, quella del 1315 a Montecatini e quella recente del 1325 ad Altopascio- che lo vede incline al ghibellinismo, dopo la prima condanna ecclesiastica, e vicino alla famiglia romana dei Colonna filoimperiale.

*Chi è l’ inquisitore Accursio ?

E’ un nobile fiorentino, prelato francescano, theologiae doctor rector regens in coenobio sanctae Crucis , incaricato della lettura di Dante – è forse il primo lettore ufficiale di Dante, dopo cinque anni dalla morte!.- cfr. M. Alessandrini, Cecco d’Ascoli, Roma 1935 e G. Fornaciari, Arte e vita mistica nella Firenze di Dante Firenze 1926- attivo come inquisitore tra il 1326 e 1328. E’ uomo scrupoloso tanto che richiede il fascicolo di Cecco circa le accuse nel precedente processo bolognese di due anni prima, indetto dal domenicano Lamberto da Cingoli, da cui rileva la singolare personalità dell’ascolano come filosofo, come astronomo seguace dell’Holywood -Johannes de Sacrobosco e come profeta di sventure! Infatti la teoria del Sacrobosco è la pars iniziale del processo contro Cecco , di cui si riporta anche una parte del testo, che è tipica affermazione pitagorica cristianizzata, che, però, essendo considerata aristotelica, tradotta da arabi, è vista con sospetto: Est  enim terra tanquam mundi centrum in medio omnium sita, circa  quam aqua, circa quam aer, circa aerem  ignis ille purus et non turbidus  orbem lunae attingens, ut ait Aristoteles  in libro Metheororum; sic eam disposuit deus gloriosus et sublimis. Et haec  quattuor elementa  dicuntur, quae vicissim a semetipsis alterantur, corrumpuntur et regenerantur…Quorum quodlibet terram orbiculariter  undique  circumdat, nisi quantum  siccitas terrae humori  aquae obsistit  ad vitam animantium  tuendam . Omnia etiam, praeter terram, mobilia existunt; quae ut centrum mundi ponderositate sui, magnum extremorum  motum undique  aequaliter fugiens  sphaerae  medium possidet. -Tractatus in sphaeram-

*Perché?

Siamo nel buio. Forse Cecco nel Trattato contro la sfera del Parabosco, considerato astronomo ortodosso, aggiungeva qualcosa di nuovo che andava contro la biblica creazione del mondo di Genesi!. Eppure il domenicano inquisitore ne rilevava la capacità di accettazione del verdetto ecclesiastico, il plauso dei fedeli discepoli- oltre alla benevolenza del principe angioino che lo vuole perfino alla sua corte- il silenzioso pagamento della multa, oltre alla sopportazione civile dell’obbligo del dire le preghiere mattutine e serali, di vedere confiscati i beni personali e i libri, tra cui la incompleta Acerba!. L’ Accursio, comunque, con gli atti del precedente processo intenta uno nuovo sul libero arbitrio dell’ uomo e sul condizionamento degli influssi astrali per inficiare il suo insegnamento astronomico antiagostiniano ed antitomistico, oltre che per miracolose guarigioni, avvenute per magia e per le dicerie templari e , da giudice vero, inizia ad ascoltare testimoni che vengono a denunciare l’ ascolano, ormai lasciato al suo destino anche dagli angioini, che hanno sentito le predizioni sgradite e a loro funeste. Accoglie le accuse di magia di Dino del Garbo, medico anatomista, quelle dei fedeli di amore ora controllati dal papa avignonese -a seguito della condanna dei templari,- anche perché congiunti con forme caritative popolari, omosessuali, accoglie anche quelle del vescovo cancellarius angioino che racconta della nascita di Giovanna e dell’ oroscopo ingiurioso, verso la famiglia, e di dotti che oppongono l’Acerba alla Commedia dantesca sia sul tema della fortuna che della nobiltà evidenziando una certa dipendenza del fiorentino indotto nei confronti del dottissimo magister ascolano.

*Si accenna nel processo anche alle due diverse poetiche di Cecco e di Dante? l’Accursio conosce l’Acerba?

Si. Marco. l’inquisitore afferma che l ‘Acerba non contiene alcuna maturità o dolcezza cattolica, ma molte acerbità eretiche circa la virtù in quanto ogni cosa viene ridotta alla influenze delle stelle. La sentenza di scomunica per eresia e magia viene letta e sottoscritta da sei consiglieri tra cui Francesco da Barberino e viene fissato il giorno dell’esecuzione per il giorno successivo, 16 settembre, di mattino, a meno che il condannato non faccia solenne abiura davanti al popolo, riunito nella piazza davanti a S. Croce.Il mattino dopo, siccome il filosofo Cecco non vuole abiurare neanche di fronte al rogo, ma pronuncia altezzosamente la frase l”ho detto, l’ho insegnato e lo credo, è dato l’ordine di accendere il fuoco, schernito dal popolo che urla perché teme la sua magia – si conosce la versione di una donna che rifiuta di dare acqua ed è tramutata in statua di popolana che guarda in basso da una finestra o quella della comparsa di un cavallo bianco su cui fugge Cecco, in un magico sdoppiamento di persona.

Le sue cose- compresi i libri- sono vendute e si ricavano solo 3 fiorini e mezzo.

*Che fine fece Accursio?

E’ uomo fortunato anche quando vien accusato di cattiva gestione nelle confische dei beni degli eretici, ma si salva facilmente perché anche dopo la morte di Giovanni XXII, nel 1334, esercita come inquisitore in altre zone.

*Professore, mi può dare una sua valutazione e su Cecco filosofo e sul suo poema Acerba, tanto variamente giudicato, perché confrontato da fiorentini alla Commedia dantesca, letta dall’Accursio e poi dal Boccaccio, dimenticata nei secoli umanistico-rinascimentali e in quelli illuministico-positivistici, ripescata solo nella seconda metà dell’ottocento da Dante Gabriele Rossetti in Inghilterra, nel particolare momento storico dell’unificazione politica italiana ? Io e i miei compagni sappiamo che l’opera di Cecco ebbe una prima edizione nel 1476 e altre 19 successive edizioni nel Cinquecento e ricordiamo le sue parole sull’oroscopo impietoso di Cecco su Giovanna, figlia di Carlo, nata a Napoli il 1326 – lussuria disordinata … perché nata sotto il segno congiunto di Marte con Venere ed ancora sorridiamo per l’aggiunta da lei fatta con voce cupa, da noi spesso imitata: e fu veritiero in quanto ebbe 5 mariti e infiniti amanti, di cui alcuni sono noti nella storia del castello di Arquata del Tronto! Per noi la leggenda di Cecco mago ed occultista, fabbricatore di ponti in una sola notte con l’aiuto diabolico, è rievocata ogni volta che ceniamo all’Osteria di Cecco sul ponte di Porta Maggiore, vicino al vecchio Squarcia! noi ora vorremo saper il suo reale giudizio.

Marco, ti preciso che la prima edizione non fu quella che noi abbiamo come editio princeps, ma quella del bresciano Tommaso Ferrando di due anni prima, a detta di Angelo Colocci (1474- 1549). Tu vuoi sapere se è vero quanto dice Giosuè Carducci e se Gianfranco Contini ha qualche ragione nel valutare l’opera dell’ascolano, eretico sfortunato rispetto a Dante fortunato poeta assurto a genio nazionale dopo secoli di oscurata fama ad opera di Baretti e di Bettinelli,- uomini di cultura razionalistico-materialistico-illuministico, che ridussero la Divina commedia ad un centinaio di versi buoni e a qualche canto leggibile dell’Inferno, opera di una doctrina medievale libresca, poi giudicata da Benedetto Croce non poesia data l’impostazione theologica, specie del Paradiso- . Tu non condividi la critica ufficiale di studiosi che inficiano l’opera di Cecco, magister scientiae, rispetto a Dante- tapino indotto, non invitato al convivio dottorale, solo mendico raccoglitore di briciole- che risulta doctus in un rovesciamento di fortuna-ironia della sorte! negata dal primo assertore della potenza razionale dell’ individuo anche se soggetto agli influssi astrali. per cui il secondo, a secoli di distanza, a seguito di eventi storici è poeta per antonomasia, neanche comparabile l’autore dell’ Acerba !

* Lei parla di Giuseppe Baretti, di Cicalamento e di Frusta letteraria di Aristarco Scannabue- che riduce a ben pochi versi la Commedia in quanto critico virulento e feroce contro i dotti arcadi e contro les philosophes illuministi, desideroso di dire il proprio parere, alla buona, da popolano -?

All’opera dantesca il critico rileva difetti nell’incapacità di dilettare in quanto al dì di oggi non solo non si sente  più voce che canti versi della Divina commedia, ma non c’è uomo che possa più leggere senza una buona dose di risolutezza e di pazienza, tanto è diventata oscura, noiosa seccantissima. Inoltre nota il perduto interesse con la realtà attuale della natura umana, la mancanza di interesse, l’oscurità della forma, che sono per lui limiti insormontabili.   

*Lei parla anche di Saverio Bettinelli che critica la Commedia in Lettere di Virgilio agli arcadi?,

Si. Il critico afferma che non si può chiamare divina la Commedia- che è opera di autore grande rispetto alla rozzezza dei suoi tempi e della sua lingua – degna, comunque, di lettura per alcuni canti dell‘Inferno (quello di Paolo e Francesca e del conte Ugolino)- per il resto trascurabile, modesta, priva di humanitas per la pesante impostazione e strutturazione teologica di Purgatorio e Paradiso? Birbone, ti sei documentato sulla critica settecentesca a Dante. Bravissimo!. Ora posso lavorare sulla critica di Carducci e Contini?!. Tu sai che il toscano Carducci diventa professore all’Università di Bologna, cattedra di letteratura italiana-, come Cecco di Ascoli- cattedra di medicina e poi astrologia – succedendo al ripano Luigi Mercantini nel 1865, epoca in cui scrive Levia-gravia , opera di contrasti anche letterari, chiari nel titolo ossimorico e in Giambi ed epodi in cui si evidenzia come poeta vate della nuova Italia, patriota animato da giovanili slanci polemici repubblicani-mitigati poi per la devozione alla regina Margherita- alimentati da apporti stranieri parnassiani (Baudelaire ), avviato ad una poesia giambica mossa da sdegno contro la politica italiana del primo decennio dell’Unità e dei primi tempi di Roma capitale, specie circa la questione romana e la figura di Garibaldi. Il Carducci, virile, veemente nella politica tirannicida , ghibellina, opposto al buonismo politico e alla mitezza moderata della destra cavouriana, -essendo poeta dai costrutti barbari, un radicale nazionalista, vivace, legato al mito repubblicano romano della rivoluzione francese, alla ricerca di una identità geografica tra quella Roma e il centro del nuovo stato- è meno distante dall’animus fiero di Cecco, che da quello di Dante!. Marco, in altre sedi ho parlato. -essendo tu presente- di Cecco d’Ascoli philosophus non theologus preumanista, lucreziano, scienziato, doctor che oscurava il divino poeta e i suoi concittadini che a cinque anni dalle morte, avendo rimorsi, lo onoravano in Firenze stessa in un momento guelfo difficile, data la sconfitta di Altopascio, impauriti dall’ imminente venuta di Ludovico il bavaro, mentre il vigile occhio di un avido papa avignonese, era attento a castigare la pietas cittadina popolare mercantilizia: la Firenze dell’epoca angioina è quella delle genti nove di mercatanti , che sono delegati a riscuotere le tasse papali in tutta Europea e che lasciano condannare a morte un uomo di cultura superiore, un vero scienziato , denunciato come mago ed occultista, pure come medico capace di guarire magicamente, per miracolo!. E’ chiaro che da toscano, anticlericale, il focoso Carducci ottocentesco demagogo, senza una reale conoscenza dell’opera dell’ ascolano, loda il fiorentino acconcio coi frati, come oggi il comico Benigni ex comunista, e biasima Cecco- un magister che separa morale e politica, filosofia e theologia,- bollandolo come molto ignobile detrattore dell’Alighieri, di cui, all’epoca, ancora non si fanno mitici elogi sul poeta e sul letterato, non comparabile, però, nel Trecento, con uno di superiore cultura, latinista perfetto, parlante greco- se non l’arabo come gli amici ebrei! – assertore del valore della phusis, un eretico, uomo libero, conforme al suo pensiero aristotelico, che distingue la sfera terrena da quella spirituale, cosciente della materialità dell’intelletto tanto da poter ironizzare su ogni profano .- compreso Dante-cfr incipit dell’Acerba: . qui non si canta al modo del poeta/che finge immaginando cose vane -, convinto che non può morire chi al saver è dato/ né viver in povertà né in difetto/né da fortuna può esser damnato. Caro Marco, spesso siamo campanilisti e Giosuè Carducci, ancora giovane, all’epoca, irrazionalmente lodò Dante, perché corregionale. Diverso è il giudizio di G.F. Contini, cristiano cattolico, che considera l’Acerba -opera a lui ben nota.- anticommedia e quindi la definisce giustamente umana e naturale, non divina e non celeste. Infatti la sua lettura della Commedia è perfetta, tipica espressione del pensiero dantesco medievale. Inizia col rilievo della selva oscura, in cui si trova Dante, liberato e salvato dalla tre belve e specie dalla lupa ed avviato per altra via, quella razionale e filosofica da Virgilio, poeta aulico augusteo e mago cristiano, alla felicità terrena – l’Eden- passando attraverso la conoscenza del peccato dell’Inferno e della loro purificazione nel Purgatorio; si conclude quando, finita la funzione umano-filosofica virgiliana, comincia quella teologica figurata in Beatrice, stilnovistica donna d’amore, destinata a condurre attraverso la visione dei beati nei vari cieli, il peregrino alla diretta visione paradisiaca del mysterium di Dio uno e trino, e dell’incarnazione, grazie all’aiuto di Bernardo di Clairveaux e di Maria. Per lui, invece, l’Acerba è aetas acerba giovanile dell’ uomo che, procedendo mediante l’errore, tende verso sempre altre mete, in un percorso umano e terreno, in cui orientatore e guida è Lucrezio Caro, epicureo damnato. Contini, probabilmente, sottende un’altra concezione della creazione del mondo,- che, comunque non conosce bene per come è formulato il suo pensiero- che a me sembrava chiara già allora, negli anni sessanta, quando, giovane laureato, facevo tesi commissionate e lavoravo al testo dell’Acerba con amici, e rilevavo traduzioni dall’arabo, proprie della scuola di Toledo, coordinate dall’arcidiacono Dominique Gundisalvi, che guidava un gruppo di traduttori di varia nazionalità e provenienza, subito dopo la riconquista di Toledo ad opera di Alfonso VI di Castiglia nel 1085: venivano tradotti da ispanici, italici, fiamminghi, inglesi, ebrei, Alfragano (al Farghan), autore -vissuto nel IX- di Elementa astronomica e Alcabizio (Abd al Aziz al Qabis) del X, noto per l’introduzione alla astrologia, ed altri arabi, autori di libri di medicina come Segretum secretorum dello pseudo Aristotele, il cosiddetto libro dei segreti. Nota bene. Tra questi un traduttore sicuro è Johannes Hispanus (Giovanni di Siviglia , 1090-1150), matematico e filosofo ma c’è un non ben identificato Johannes -potrebbe essere De Sacrobosco/ John Holywood?! – inglese, poi vissuto a Parigi , un altro Giovanni, commentato da Cecco , che nel Tractatus In spheram pone la quaestio di Alcabrizio, revisionata e cambiata in alcuni punti tanto da essere processato, pur avendo in comune la stessa theoria circa la creazione del mondo e circa gli eccentrici e gli epicicli , che contemplano il grande aevum che si compie in 600 cicli annuali di 15000 anni, che è quello dell’universo intero.-(esso contiene trentaseimila rivoluzioni solari per cui viene determinata la grandezza della precessione data da Tolomeo ) secondo il De computo ecclesiastico, anno 1244 -che chiude così. si tu stabilire velis opus per temporis aevum hocM. Christi bis C quarto deno quaternoDe sacro bosco descrevit tempora ramus. Attento, Marco!.Il grande evo è lo spazio di tempo al termine del quale tutte le stelle e tutti i pianeti dell’universale firmamento ritornano ai posto che essi occupavano all’origine del mondo secondo Giuseppe(Flavio! ?).

*Professore, al di là della valutazione di Contini, Cecco filosofo ed astronomo è inquisito da Lamberto da Cingoli domenicano e dal prelato fiorentino Accursio per la nuova theoria della creazione del mondoDe opificio mundi- su cui si dibatte da oltre un secolo, avendo fatto commento contro De Sacrobosco e la versione biblica.

*Lei parla dell’ incipit di Genesi?

Si.

Dio creò il cielo e la terra e separò la luce dalle tenebre . Dio separò le acque sotto il firmamento da quelle di sopra. e così creò il cielo. La mano di Dio divise la terra dalle acque e ordinò alla terra di produrre erbe e frutti. La mano di Dio creò i luminari del cielo il maggior per avere ill dominio del giorno e il minore della notte...

*Lei in La creazione del mondo di Filone nel 2015 scriveva:” Kosmopoiia,… non è solo Costruzione del mondo,  traduzione letterale del  termine, in quanto creazione,   né solo  fabbrica del mondo, come opificio (traduzione latina De mundi opificio), in quanto c’è qualcuno che fa opus,   ma  è  Creazione  intesa come  principio (reshit)  o come al principio dei tempi (bereshit) e  agli inizi di ogni cosa, prima del principio stesso,  nella fase  primordiale e  prima ancora  dei primordi stessi, quando esiste  solo il Nulla.
Entrare nella fase primordiale del Kosmos, prima del Kosmos, o cercare di afferrare l’idea di quel momento in cui inizia l’esistenza dell’universo  è penetrare nel mistero e nel  misticismo del silenzio, prima dell’esistenza del silenzio stesso, nella solitudine spaziale, prima della divisione in spazio, nell’assenza di ogni cosa: il misticismo del Rg-Veda sembra ipotizzare per primo (o forse contemporaneamente agli astrologi sumeri) una specie di acqua  primordiale in cui palpita, senza palpito, qualcosa.
Il cercare di capire l’innografia vedica o i versetti iniziali della Genesi  mette in discussione tutta la nostra storia, il nostro metodo operativo, il nostro stesso sistema conoscitivo, le nostre teorie che risultano poca cosa rispetto alla grandezza del big bang iniziale e all’ origine stessa del mondo: sono ragionamenti che si rifanno ad altri ragionamenti di altri uomini, che ci hanno preceduto e che hanno parlato di conflagrazioni, di creazioni dal nulla, di sacrificio di Dio, di solitudine divina, di amore divino e di mille altre cose: ragionamenti propri di piccoli uomini, sgomenti davanti all’immensità celeste, fatti  per spiegarsi  unilateralmente  la nostra funzione  nel creato e  per scoprire, se possibile, qualcosa di diverso e di nuovo
“.

* Ora, dunque, professore, se lei metteva in discussione il nostro stesso sistema conoscitivo scientifico, perché Cecco non avrebbe potuto teorizzare una specie di buco nero primordiale, in un ambiente erudito ebraico -arabo aristotelico, nel commento al trattato De sphera mundi del Sacrobosco, fatto all’Università di Bologna nel 1324?

Molti critici ritengono Cecco un pensatore non profondo, non chiaro, né originale comparandolo con Brunetto Latini -Tresor- e con altri autori di opere didascaliche senza tenere presente la novità astronomica e la scienza  dottrinale dell’Acerba, un poema allegorico-didattico in volgare (come la Commedia dantesca, che è in endecasillabi a terzina aperta libera all’infinito, del tipo ABA -BCB- CDC – DED ecc.)- che è invece in terzine accoppiate, non aperte ABCABC,DEFDEF ecc. di fatto, in sestine. L’opera è strutturata per un messaggio ad uomini come Dante, di media cultura, nobilotti alfabetizzati e mercanti, capaci di leggere e scrivere e far di conto, in grado di seguire un discorso filosofico-teologico attualizzato per studenti, clerici, allegorizzante e metaforico, in cui appare una donna angelicata la sapienza, principio di ogni virtù  come intelligenza attiva, con una guida razionale scientifica, Lucrezio Caro.  L’ opera è più nota per la fama oscura dello scrittore, mago alchimista, che letta nei suoi versi regolari, secondo ritmo, fluidi, non scurrili, e solo apparentemente polemici contro l’Alighieri – che è di lui solo un ammiratore, che chiede, ossequioso, ad un maestro di astrologia qualcosa su cieli, sulle intelligenze motrici, perfino sulla nobiltà e sulla fortuna!-noi oggi siamo sorpresi dell’atteggiamento di superiorità dell’ascolano perché leggiamo, dopo circa 160 anni di formale ossequio ed omaggio ai versi di una Commedia divina! L’Acerba, poemetto di 4365 versi, interrotto all’inizio del V libro -che doveva essere forse di 6 libri come il De rerum natura di Lucrezio – non è da compararsi minimamente con le celebrate tre cantiche dantesche di 100 canti -Inferno, 34 canti ;Purgatorio 33 ; Paradiso 33; per un complessivo di versi 14.233-! L’opera è di difficile lettura perché testo volgare trecentesco, reso più ambiguo dalla terminologia tecnica, che può risultare pesante a chi si avvicina per la prima volta, cosa che capita ad ogni liceale quando legge la Divina Commedia. E’ opera, comunque, ben strutturata, divisa in parti, di normale versificazione, – con lemmi volgari piceni non lontani da quelli toscani dello stesso ceppo linguistico a detta di Dante del De vulgari eloquentia!, d’altra parte, bocciato da Bembo come inadatto ad essere imitato come modello di poesia -( dal cinquecento lo sarà, invece, il Petrarca!-). L’ Acerba è come un’enciclopedia con voci tematiche compendiate, in cui si tratta di cieli, di intelligenze celesti,  di animali, delle loro qualità, di pietre e delle loro proprietà, della fortuna in generale e specie del destino  umano dell’amore dominante in natura,  tra gli uomini, tra gli animali  e perfino tra i vegetali. Come tale ebbe successo per due secoli e mezzo, fu studiata ed apprezzata da umanisti e rinascimentali tanto da avere molte edizioni fino all’epoca di Pio V e del suo successore, Gregorio XIII, papi controriformisti, che la misero all’indice e da avere un imitatore, Leonardo Dati scrittore di La Sfera, in ottave.

*Una domanda! Lei ha operato per anni sullo scrittore ascolano, eretico. Dove ha trovato il materiale per la ricerca oltre che su gli scriptoria medievali?

Marco è materiale di archivio o di autori francesi. (cfr H-J-Becker,Zwei unbekannte kanonisches Schriften des Bonagrazia von Bergamo in cod. lat 4009 in Quelle und Bibliotheken XLIV 1966; in F.Baluze, Vitae paparum avignonensium a cura di C . Mollat, Paris I914; in C. Mollat, Lettres communes analysées d’après les registres dits d’Avignon e du Vatican, Paris 1904-1947) oltre a studi su Agostino, Pelagio , Girolamo, la Domus anicia, sullo scisma del 1130 , sull’epistolario di Bernardo di Clairveaux oltre che su codici e bolle papali.

*Grazie, lei mi ha mostrato martiri eretici, ma ci sono stati anche altri letterati che non hanno subito l’Inquisizione.

Certo alcuni, coinvolti in quanto clerici, sono tecnici, che usano sistemi dictatorii come Tommasino di Armannino, bolognese senza essere disturbato nello studio epistolografico.

*Chi è?, professore, non ne ho mai sentito parlare.

E’ un notaio bolognese, cultore di Elementi di  grammatica e di retorica (di cui si conosce perfino che il 9 ottobre del 1287  acquistò unum Decretum  cum apparatu domini Iohanis- Memoriale di Henrigiptus de Querciis  c-124r- per 42 lire bolognesi), scrittore di Microkosmus o summa dictaminis- un manoscritto membranaceo miniato composto di 132 carte, oggi conservato a Berna, presso la Burgerbibliothek, segnato come Mscpt.161, redatto tra il 1320 e il 1330, utile per gli epistolografi e per i cultori dell‘ars praedicandi che hanno un tipico modo per arrivare al punto, dando rilievo alla intonazione della voce, a seconda del cursus usato, planus, tardus, velox cfr. A.Filipponi, l’altra lingua l’altra storia, Demian 1995 – . Il notaio bolognese è ben ferrato nell’ epistolografia e ars dictandi e divide l’epistula in parti exordium, narratio, petitio, memoria ed actio (conclusio) e si serve delle tecniche retoriche e dictatorie, conoscendo l’opera di di Petrus Blesensis ( Pierre de Blois 1135-1212) Epistulae, opuscola,(estratti da Vincentius  Bellovacensis- Speculum historiale  -o  quelle di Johannes de Capua  e di Jordanus de Terracina- Epistulae (Certamen dictaminis), oltre agli excerpta dello pseudo Cicerone, Rhetorica ad  Herennium e di Johannes de Sicilia (Ars dictandi) tanto da poter definire i dictatores, nei loro specifici compiti.

*Bene, grazie. Riprendiamo il nostro lavoro su Monarchia. La storia di Dante è, quindi, tipica del Medioevo e la sua triplice divisione non ha niente di eccezionale, ma rivela solo la sua tendenza spirituale con una sua volontà di mediazione popolare -dopo aver affermato la necessità dell’ ‘Impero e dimostrato storicamente la sua romanità, secondo diritto, e i rapporti necessari tra Impero e Papato, anacronistici?.

Marco, Dante ha competenze generiche di un signorotto acculturato, non certamente dotto – distante, comunque, dalla ignoranza della massa analfabeta popolare – e segue le sententiae ultime degli scrittori dell’ epoca come Pietro da Abano (1250-1316) e Cecco d’Ascoli (1269-1327) -col qual sembra avere perfino una corrispondenza per lui gratificante, essendo l’altro celebre e ben noto -, o come Giovanni Del Virgilio (morto dopo il 1326 ) e Albertino Mussato (1262.-1329), un laureato poeta e storico padovano, latino. Grazie alle risultanze del loro lavoro e alla propria esperienza politica può dire di considerare la sua epoca nella pienezza del tempo, in cui i due poteri potrebbero avere, ognuno una propria stabilità, al fine della felicità umana e spirituale, senza intralci tra i due luminaria, ambedue voluti da Dio, anche se l’imperatore in Occidente deve reverentia, ut filius primogenitus, al papa, essendo ormai avvenuta la translatio imperii da Costantinopoli a Roma. Marco, devi riflettere sulla centralità di Roma, sede eterna insostituibile del potere e sul valore dell’impero di Augusto – nel cui tempo, ab aeterno stabilito da Dio, si incarna il Figlio in una vergine– per Dante medievale, che lo mostra nel XVI capitolo del I libro della Monarchia, definito da Paolo di Tarso “pienezza dei tempi“, per intendere un’ epoca di pace saturnia.

*Professore, mi può precisare il suo pensiero che, sotatendendo l’anacronismo dantesco, evidenzia da un’altra angolazione storica il pensiero di uno studioso del periodo giulio-claudio, che nega la pax augusta, fondamento del cristianesimo, nonostante l’Ara pacis augustae del 13 a-C.?

Marco, tu conosci la mia visione storica. Il tuo nonostante l’Ara pacis  mi sembra offensivo, quasi beffardo,  un netto cristiano  dissenso dal mio pensiero. 

No, professore. No!.   So che Ottaviano  nel 13 a.C., tornando a Roma, ha  dal senato nel Campo marzio  la dedica di un’Ara pacis augustae per aver restituito stabilità politica e sociale alla città dopo le due guerre civili.- Res gestae divi Augusti -in cui i magistrati, i sacerdoti  e le vestali  dovevano celebrare un sacrificio. So anche che le guerre seguitano in  Gallia e in Germania  e  che ci sono insurrezioni in Siria e in Giudea, oltre che in Mauritania.  

Bene. Non occorre precisare, Marco, per un  tuo orientamento, e sapere  che dopo le campagne  comuni contro i Reti e i Vindelici, Tiberio e Druso ebbero  il mandato di conquista della  Germania,  partendo da due diverse direzioni, il primo  da  Lugdunum, il secondo da Aquileia (12-9 a.C). Io, comunque,  sottopongo  alla tua lettura il XVI del I libro di Monarchia in italiano e in latino (Monarchia, a cura di Maurizio Pizzica, Bur,1988), – quanto scritto da Dante per indicare la volontà unica di un principe unico, che domini e diriga tutti gli altri, come dimostrazione della necessità del monarca, che assicuri le condizioni ideali per l’umanità, indispensabili per il bene umano – dove è trattato il tema del regno di Augusto.

Ecco il testo.

Conferma quanto sopra esposto un avvenimento memorabile, cioè quella condizione particolare dell’umanità, che il figlio di Dio, in procinto di diventare uomo per la salvezza dell’uomo, attese, o meglio quando egli stesso volle, predispose. Infatti se ripercorriamo col pensiero la situazione del genere umano nelle varie epoche, ad iniziare dalla caduta dei primi genitori, punto di partenza deviante di tutti nostri errori, troveremo che solamente sotto il regno del Divino Augusto, grazie all’esistenza di una monarchia perfetta, il mondo fu dappertutto in pace. E che allora il genere umano sia stato felice nella tranquillità della pace universale lo attestano tutti gli storici, i poeti illustri e si degnò di testimoniarlo anche lo scrittore che ci parla della mansuetudine di Cristo. Paolo, infine, chiamò quella felicissima congiuntura “pienezza dei tempi “. E davvero i tempi e gli accadimenti temporali furono “pieni” perché non mancò chi attendesse alla nostra felicità. D’altra parte abbiamo testimonianze scritte e siamo – anche se non vorremmo esserlo- testimoni delle condizioni, in cui si è trovato il mondo dal giorno nel quale la tunica inconsùtile sopportò per la prima volta di essere lacerata dalle unghie della cupidigia. O genere umano, quante tempeste, catastrofi e naufragi è necessario ti sconvolgano, mentre divenuta una belva dalle molte teste, ti affatichi in opposte direzioni! sei infermo nell’uno e nell’altro intelletto, così come negli affetti: non curi con ragioni inoppugnabili né l’inferiore con quanto ti indica l’esperienza ma non curi neanche gli affetti con la dolcezza della divina persuasione quando a te con la tromba dello Spirito Santo proclama: Oh come è bello e lieto che insieme stiano i fratelli!/Rationibus omnibus supra positis experientia memorabilis attestatur: status vidilicet illius mortalium quem Dei filius, in salutem hominis hominem assumpturus, vel expectavit vel cum voluit, ipse disposuit. Nam si a lapsu primorum parentum, qui diverticulum fuit totius nostrae deviationis, dispositiones hominum et tempora recolamus, non inveniemus nisi sub divo Augusto monarcha, existente monarchia perfecta, mundum undique fuisse quietum. Et quod tunc humanum genus fuerit felix in pacis universalis tranquilitate hoc ystoriagraphi omnes, hoc poetae illustres hoc etiam scriba mansuetudinis Cristi testari degnatus est; et denique Paulus “plenitudinem temporis ” statum illum felicissimum appellavit. Vere tempus et temporalis quaeque plena fuerunt, quia nullam nostrae felicitatis ministerium ministro vacavit. Qualiter autem se habuerit orbis ex quo tunica ista inconsutilis cupiditatis ungue scissuram primitus passa est,et legere possumus et utinam non videre.Oh genus humanum, quantis procellis atque iacturis quantisque naufragiis agitari te necesse est, dum, bellua multorum capitum factum in diversa conaris! intellectu egrotas utroque similiter et affectu: rationalibus irrefragabilibus intellectum superiorem non curas, nec esperientae vultu inferiorem sed nec affectum dulcedine divine suasionis cum per tubam Sancti Spiritus tibi effletur: ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum.

* Devo, dunque, dire che io cristiano e Dante medievale non conosciamo il regno di Augusto: personalmente ho capito qualcosa, solo dopo aver letto Giulio Erode, il filelleno oltre a Per un bios di Ponzio Pilato, opere inedite, leggibili solo a parti in www.angelofilipponi.com e i suoi Commentari storici di Strabone ed Incitato il cavallo di Caligola. Lei mostra chiaramente coi fatti, facendo storia, che non c’è pax augusta come non ci sono storici né poeti, che parlano di questo e neppure Lucano in Farsaglia II,1 e neanche Paolo, il quale si riferisce all’ età aurea di Caligola e ai suoi saturnia regna di circa due anni – 37e 38 d.C.-!.

Sono contento, Marco, che lo confessi. Per Dante non c’è confessione ma si sa che dipende dai libri di Mirabilia di Paolo Orosio- VI,22 -oltre che da Girolamo- in Isaiam 1,2,4- da Agostino, De civitate dei, da Tommaso da Aquino -Summa theologica III, q.35 a.8-: Dante ha concezione universale cristiana dell’ impero, in senso provvidenziale, agostiniana, in quanto sente la necessità di un ritorno del Christos che cacci la lupa – cupidigia – evidenziata già nella tunica divisa – grazie alla venuta di un imperatore capace di ripristinare l’ordine nell’impero e di riportare pax e quella iustitia romana, di cui Traiano è fulgido simbolo, conformemente alla volontà divina, che ha stabilito due luminaria, con due orbite, specifiche per il bene corporale e spirituale dell’uomo, composto di corpo e di anima. Forse Dante segue Agostino di De civitate dei – in cui è manifesto l’itinerario delle due città che si confondono e si mescolano in una visione unitaria di eternità e di tempo, sottese in Filone -che ha presente il kronios bios di Caligola (incipit Legatio ad Gaium e Peri Monarchias, logos I,II) e non l’età di Augusto– seppure ritenuto buono – implicite in  Dione di Prusa Crisostomo (40-120,) nelle sue orazioni politiche sulla Monarchia e sulla Tirannide, prefigurate dallo storico Dione Cassio, che propone come perfetto il  governo  di Roma rispetto a quello greco e persiano, in epoca di Ottaviano, considerato modello di principe  per Settimio Severo (cfr. Incitato, il cavallo di Caligola) dopo la crisi postcommodiana, nonostante la celebrazione retorica frontoniana –  a seguito della uccisione di Domiziano- della famiglia antonina,  specie della iustitia di Traiano, e della  soterica  affermazione – a seguito della morte di Nerone e della  crisi del 69-  di Vespasiano e della sua famiglia, a detta di  Filostrato– Vita di Apollonio di Tiana -.

*Dunque, per lei  la paolina pienezza del tempo/pleroma kronou -plenitudo temporis   diventa una concezione chrìstiana derivata da Agostino, tramite altri autori classici e tramandata ai medievali  a seguito della vittoria sui pagani del cristianesimo- religio licita costantiniana e poi triumfans  teodosiana- che ha nella divinità ed eternità di Roma e  nella figura del  buon principato di Augusto  esemplari modelli per la definizione della urbs e popolo romano e della figura sacra imperiale  di Augusto, che sono di diritto  i principi della terra, per volere di Dio. E’ Agostino della Civitas dei, ispiratore, tramite il pontefice romano,  del  sacro romano impero, carolingio prima,- dopo la manipolazione inventata della nefasta  donazione di Costantino, avvenuta  la contaminatio del potere spirituale papale con  quello temporale imperiale- poi del sacro romano impero germanico, ottoniano, a seguito anche della traslatio della  potestas imperiale dai greci ai latini?’ un Dante agostiniano dimostra con chiari segni la necessità di una riforma ecclesiastica e di una restauratio imperii!?. Da qui la figura di Augusto precursore del Christos nella storia romana ,per come viene visto da alcuni scrittori che, riprendendo l’ideologia romantica, lo considerano come l’uomo-dio che chiude un’epoca, quella repubblicana ed inizia un nuovo mondo, quello imperiale!. E’ così?

Marco, tu, sulla loro scia, dici quel che dici. La loro stessa lettura storica, comunque, non è, in effetti, di marca ottavianea, ma è quella della propaganda antoniana precedente, di marca orientale, connessa con Cesarione, figlio di Cleopatra e di Cesare, leggibile in Dionisio di Alicarnasso e in Strabone, poi ripresa da Nicola di Damasco, divenuta, a guerra finita, carta vincente in una propaganda di mediazione e di pacificazione tra le due partes antagoniste, da parte del dux vincitore ad Azio. Allora, il titolo di Augustus /Sebastos, su proposta di Manucio Planco nel 27 a.C., e la proclamazione ad Imperator Caesar divi filius, risultano atti conclusivi della coniuratio occidentale, che determinano la fine della res pubblica  e l’ inizio dell’ auctoritas dell’autokrator catholikos!. Comunque tu, Marco, li segui cristianamente e romanticamente quando invece, all’epoca successiva ad Azio- cfr.  J. P. Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) e R.  Holland, (Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007)- gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia, già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno, inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios,  eirenepoiios, soothr ecumenico, nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del salvatore del mondo” da parte di un organismo militare mai visto, che idolatra il suo imperator, da cui i milites si attendono non solo premi, ma anche un nuovo sistema di vita.

DANTE E L’IMPERO

*Per lei, professore, la divinità di Roma e di Augusto, già celebrata  in epoca di Erode  il grande, diventa lex universale  con Gaio Germanico Caligola, theos, assimilato a Zeus, nel 40 d.C. da intellettuali alessandrini coordinati da Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene, tyrannodidaskaloi in modo da uniformare i popoli dell’attardato Occidente, conservatore, vincitore con l’Oriente progressista  e innovatore, vinto, di superiore cultura, già conformato  da secoli al regno/basileia.  

Bravo, Marco. Vedo che hai ben seguito il lavoro su Giulio Erode il filelleno, e sui Commentari storici di Strabone di Amasea, mi congratulo per la sintesi. Comunque, in Dante, la condizione della Chiesa, che, all’inizio del Trecento, non ha più la sede romana, rovinata e corrotta dalla cupidigia-lupa, ora trasferita ad Avignone, e quella dell’impero, privo di imperatore, hanno creato nel corpus di Cristo, nella società cristiana, una lacerazione profonda e determinato tempeste, naufragi e sconvolgimenti che ora possono dirsi definitivamente finiti, se si accoglie l’imperatore Arrigo VII, – utopia dantesca!-destinato a riformare la Chiesa diventata mostruosa e se si ascolta il messaggio proclamato, con la tromba, dello Spirito santo, di fratellanza universale.

*Per Dante è questo il tempo nuovo messianico di riforma della chiesa e di ricostituzione imperiale, dopo la duplice vacantia! Confesso di aver capito qualcosa, ma non comprendo tante altre, specie circa la vacantia imperii, – che pur esisteva con gli Asburgo di Austria, che hanno abbandonato l’Italia lo giardino dell’impero– comunque, andiamo avanti e mi dica come Dante un individuo, formatosi culturalmente a Parigi, clericus, fiorentino, dopo l’esilio, da guelfo di parte bianca, isolato dai suoi sodales, dopo la sconfitta della Lastra, si possa essere impelagato tra i ghibellini, tanto da pensare di scrivere di un problema come quello monarchico, da filoimperiale e da spirituale, pur nella mediazione tipica dell’epoca che propone al fine del benessere umano-spirituale, l‘autonomia delle due sfere in relazione alle due partes costitutive dell’uomo, il corpo e l’anima, retti rispettivamente dall’imperatore e dal papa, che hanno due competenze diverse, il bonum temporale e quello spirituale, secondo una tradizione fondata sul Constitutum Constantini, un falso documento storico e sulla theoria gelasiana?

 Marco, prima di chiedere qualsiasi cosa, a mio parere, è bene entrare in merito al problema storico e fare la situazione con punto situazionale! Ancora di più bisogna fare indagine storica sugli avvenimenti che precedono l’arrivo di Arrigo VII in Italia, sulla condizione della penisola, ormai guelfa, – considerato l’avvenuto passaggio agli Angioini del Meridione italiano, dopo la morte di Manfredi e di Corradino – , sulla cultura aristotelica dominante a Parigi secondo una traduzione araba, utile ai fini di una propaganda antimperiale ed antipapale, da una pars gallicana, favorevole alla politica di Filippo il bello, sull ‘esilio di Dante da una Firenze occupata da Carlo di Valois e dai Neri di Corso Donati col benestare di Bonifacio VIII.

*Dunque, ho bisogno di molte spiegazioni, se voglio capire qualcosa. Mi dica in breve, comunque, dove Dante si trova, quando inizia il suo libro sulla Monarchia in tre libri, in latino, la lingua ufficiale,?

Marco, Dante, rifiutata la pacificazione, secondo le parole di Roberto, duca di Calabria nel 1302, angioino filopapale, fatti inutili tentativi di rientro coi compagni, bianchi, di esilio, anche se poi si dissocia da loro al momento della battaglia della Lastra, staccatosi da Scarpetta degli Ordelaffi, cerca protezione tra i signori del Casentino nell’Appennino tosco-emiliano per poi dirigersi verso Verona e Treviso, in terra ghibellina, dopo la fine dell’impresa imperiale a Buonconvento nel 1313!. Dante nel 1315 non accetta nemmeno l’ amnistia fiorentina che impone il pagamento di una tassa simbolica e un atto di riconoscimento formale delle colpe, di cui si ha traccia nell’ epistula XII: non è questa la via, padre mio, per il ritorno in patria, tanto da aggiungere nel suo orgoglio, in considerazione del suo onore e della propria dignità, ma se per non nessuna altra via si entra in Firenze, in Firenze non vi entrerò mai. Da qui la definitiva risoluzione di accettare l’invito di Guido da Polenta che lo ospita a Ravenna, dove, sei anni dopo, muore da esule.

Le tappe dell’esilio di Dante

*Grazie. Ora seguiti, altrimenti non ho possibilità di comunicazione con lei.

 Marco, a questo punto, più che fare luce sul periodo, ritengo opportuno leggere direttamente l’intenzione iniziale, parigina, di Dante nell‘incipit del I libro, della Monarchia! Ti risparmio, comunque, la premessa sul compito precipuo dell’umanità, predisposta da Dio ad amare la verità/interesse maxime ad amorem veritatis, e sulla sua volontà di servirsi dell’aiuto degli antichi, al fine di dare ai posteri possibilità di arricchirsi – quo ditetur-, convinto della necessità di dover dare un contributo perché chi, educato publicis documentis, non può non curare ad rem publicam aliquid afferre…in quanto deve essere la pianta fruttifera a tempo opportuno, lungo il fiume, non perniciosa vorago semper ingurgitans,et numquam ingurgitata refundens/una perniciosa voragine che inghiotte sempre senza restituire mai quello che inghiotte,– Monarchia I, I. 2 -. Ti faccio notare che Dante combatte, da aristotelico averroista, una battaglia contro i decretalisti, che hanno come base il testo di papa Gelasio, col Constitutum Constantini, implicito, secondo cui nessun successore di Costantino, può impugnare il diritto della supremazia nella dignitas et potestas della Chiesa, corpus Christi, essendo perfino puerile dare et auferre anche perché la societas christiana sarebbe un corpus monstruosum a due teste, un concetto di Bonifacio VIII, tipico e ricorrente in Unam sanctam, decretale storico riassuntivo.

*Quindi, occorre fermarsi, spiegare Dante parigino, il theorema gelasiano, il constitutum Constantini e le appropriazioni della Chiesa indebite fino a Bonifazio VIII e allo scontro tra il papa e Filippo il bello che termina con lo schiaffo di Anagni e la morte del pontefice, sottesi nella Divina commedia ed anche in Monarchia.

 Marco, ho cercato in questi ultimi anni di farti notare che Dante, essendo acconcio coi frati, spirituali francescani, – secondo Cecco d’ Ascoli un laureato, doctus, in artibus , medico/fisicus, astrologus,- è seguace, comunque, di Sigieri di Brabante (1240-1284), magister parigino averroistico, avversario di Tommaso di Aquino circa il politkoon zoon l’uomo, animale politico, che tende alla felicità, intesa come beatitudo huius vitae, non felicitas cristiana. In questa ricerca, a seguito della morte di Arrigo VII, chiara nella lettera XI ai cardinali italiani, al conclave di Carpentras nell’ aprile-luglio del 1314, dove evidenzia la sua perizia epistolografica specie nell’exordium e nella captatio benevolentiae e notevole bravura nelle clausole metriche del cursus, meglio che in Monarchia- e anche nell’uso retorico delle metafore-. Dante mostra, sul piano dei contenuti, fiducia negli ecclesiastici, decisi anche a boicottare la votazione, col ritiro,-cosa che avvenne!- seppure ormai legati al giogo gallicano, essendo la sede romana senza pontefice e senza imperatore- necessari, comunque, per il conseguimento della felicità umana- . invitandoli a scegliere un papa italiano. Sappi che, secondo la concezione aristotelica makaria/ beatitudo, vale beatitudine ed ha altro valore rispetto ad eudaimonia, tipica di un uomo strutturato ed integrato nel naturale ordine politico, che, ha come fine peculiare della natura, la esplicazione della potenza dell’intelletto/ nous , che non tradisce il fine ultraterreno, e pur non trascurando quello terreno, è desideroso di vivere secondo il corpo con le virtù intellettuali, in una tensione verso il telos spirituale/fine ultimo.

*Cosi ragiona un medievale, che già ha dubbi. nel periodo dantesco!

Certo, Marco. la contemporanea assenza per oltre settanta anni da Roma dei due luminaria produce male nell’ urbs e nel mondo cattolico europeo, ancora unito linguisticamente, nonostante l’uso delle lingue nazionali volgari, tanto che ancora, nel Cinquecento con Agostino Nifo 1469-1538, viene letta un’opera, ignota, di Sigieri, liber de felicitate!

*Perché mi sposta al cinquecento il problema del mito di Roma e di Augusto e la lettura politica di Dante? non è da lei che opera sempre solo in situazione!

Marco, lo ritengo necessario per la tua formazione cristiana, che ha bisogno di rettifiche e di precisazioni, che solo la cultura filologica, tecnico-scientifica cinquecentesca può forse dare, se si esamina la diatriba teologica tra Pietro Pomponazzi (1462-1525) ed Agostino Nifo (1469 -1538).

*Non so niente di Pomponazzi e di Nifo ho letto quanto da lei scritto circa il plagio del Principe di Machiavelli. Se lo ritiene utile, mi dica ed io ascolto.

Pomponazzi è un professore dell’università di Padova, come Pietro da Abano, che insegna filosofia naturale e quindi tratta dell’immortalità dell’anima, non dimostrabile razionalmente, anche se distingue due intelletti, uno passivo potenziale ed uno attivo e confuta sia Alberto Magno che Tommaso di Aquino, ma timoroso nei confronti dell’Inquisizione, invita i suoi discepoli a separare la filosofia dalla teologia e la morale dalla politica, ma anche a credere nell’eternità del mondo, avendo -derivato tutto, forse, da Filone (Commentario allegorico alla Bibbia)- (come poteva averlo?)- o da Pelagio, – oltre che nell’unità dell’intelletto– ritenendo che fecero bene gli antichi a porre l’uomo tra le cose eterne e quelle temporali, cosicché né puramente eterno né semplicemente temporale, partecipa delle due nature , e stando a metà fra loro, può vivere quella che vuole.

*Quindi, il filosofo cinquecentesco commenta l’aristotelismo averroistico e quello originale di Alessandro di Afrodisia, essendo methorios come Filone ? e il Nifo che c’entra?

il Nifo è medico, cioè fa parte della curia papale medicea, da cui ha l’incarico di confutare il Pomponazzi , essendo il più celebrato e pagato professore universitario del tempo, caro a Leone X e poi a Clemente VII e all’imperatore Carlo V. E’ oltre tutto un grecista di valore e quindi abile nella lettura diretta del testo di Aristotele e del commento di Alessandro di Afrodisia, ed avendo dalla sua parte papa ed imperatore, costringe a ripiegare sulla doppia verità l’ avversario eretico, che pur è convinto della impossibilità naturale dell’immortalità della anima/nous aristotelica spirituale attiva.

*Per lei Pomponazzi cede, forse, dietro consiglio di Pietro Bembo (1470-1547), solo perché ha paura per sé e per suoi discepoli, non per altro!

Ha altra cultura di eretico, uno che ha massima disistima del clero- nonostante l’amicizia col cardinal Bembo, unico difensore- e che giudica in questo modo la società cinquecentesca: alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri, sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né all’intelletto e né ai piaceri del corpo. Marco, ricorda questo pensiero di Pomponazzi : in realtà vi sono uomini che, pur agendo per mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, sono stati giudicati maghi,- com’è successo con Pietro d’Abano e Cecco di Ascoli … -mentre altri, ritenuti santi dal volgo, che pensava avessero rapporti con gli angeli…erano magari dei mascalzoni…io credo che facessero tutto questo per ingannare il prossimo, e considera che bolla i prelati come fratres truffaldini, dominichini, franceschini vel diabolini e che invita i suoi discepoli alla filosofia fin dove li porta la ragione e di credere alla teologia per quel che vogliono i teologi e i preti e tutta la chiesa perché altrimenti si fa la fine delle castagne.

*Lei, quindi, per lo confutazione dell’intelletto attivo segue la lezione di Pomponazzi?

Marco, io, uomo di sinistra, ho radice non solo epicureo- lucreziana – cfr. L‘età dell’oro e Lucrezio,- ma anche pomponazziana cinquecentesca e linee culturali illuministico-positivistiche di natura materialistica, deterministico-meccanicistica e così da tale formazione posso valutare anche la cultura dantesca e lo stesso linguaggio e volgare e latino. Infatti, il nostro poeta sommo mostra in lingua latina la sua preparazione culturale in materia, che è quella aristotelica averroistica, antiagostiniana ed antidecretalista, oltre ad evidenziare di conoscere ll decretum di Graziano -che è un  trattato di diritto canonico del XII  secolo (redatto non prima del 1119, e non dopo il 1139!), poi revisionato dal concilio di Trento, che raccoglie e riordina i canoni e decretali  con tecniche ermeneutiche,  tali da far concordare le secolari dispute e discordanze canoniche ecclesiastiche – e le disposizioni dei giuristi bolognesi, che hanno presente Boezio e Cicerone, che risultano i formatori di uomini di alto intelletto e moralità. Anzi ti aggiungo che il poeta non vuole essere come chi ha sotterrata il talentode infossi talenti culpa– ma uomo che vuole produrre frutti per il benessere collettivo e comunicare pubbliche verità/ intemptata ab aliis ostendere veritates – Quindi, ha desiderio di fruttificare e di mostrare verità seguendo l’Etica Nicomachea e La politica di Aristotele, secondo Averroè, senza disdegnare la parabola del servo infedele matthaica (25,14-30 ) e il pensiero del Salmo 1,3!.

*Con questo, però, ora mi deve fare anche spiegazioni sull’Etica, che non conosco ed orientarmi nella lettura latina di un Dante profondamente christianus, uno spiritualis /pneumatikos, forse uomo acceso di amore, tipico della cultura stilnovistica e contemporaneamente mi deve mostrare la stroncatura volgare di Dante da parte di scrittori del Rinascimento, che pur celebrano la Firenze medicea ?-

Marco, devo precisare, prima di iniziare la trattazione politica- e poi filosofica-, che il Bembo di Prose della volgar lingua del 1525 dà grande rilievo alla lingua scritta fiorentina e non a quella parlata quotidiana popolare e crea i modelli linguistici da imitare, stabilendo come modello di lingua letteraria quella usata da Petrarca per la poesia, e da Boccaccio per la prosa, escludendo Dante per le scelte linguistiche troppo basse e realistiche, condannandolo all’oblio per secoli fino alla riscoperta in Inghilterra ad opera del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) . Così facendo, secondo il sistema classico imitativo, il Bembo sancisce la separazione tra lingua scritta e lingua parlata, condizionando il futuro della nostra lingua, che risulta lingua comune letteraria, scritta da pochi, nobili e clero, nobilitata per generi, non espressione reale di un popolo analfabeta, che vive, pur senza cultura, lasciando segni del suo vivere storico, proprio nel dialetto .

*Mi scusi, professore, mi vuole dire tra l’altro che Dante è oscurato anche come autore volgare dai raffinati autori cinquecenteschi che creano il mito di un’ Italia geografica senza popolo e che dànno un’idea di nazione letteraria non popolare, in cui il volgare napoletano ha vigore grande accademico non inferiore a quello fiorentino, per cui ancora oggi 2022, c’è frattura tra lingua scritta e lingua parlata, nonostante l’unificazione italiana, la storia comune di oltre centosettanta anni di cittadini, prima monarchici fino la 1946, poi repubblicani semianalfabeti per l’80% fino agli anni 60, poi alfabetizzati da una scuola gentiliana di indirizzo fascista, nonostante la costituzione anti fascista repubblicana, basata sul lavoro, postbellica, e la funzione educativo- formativa della Tv che ha in un certo senso uniformato ed amalgamato i vari idiomi regionali in un unicum sostanzialmente manzoniano, secondo la metodologia mista di imitazione classica di un volgare letterario di un nobile toscano-fiorentino acculturato.

Marco, voglio dire solo che il problema linguistico é insoluto ancora oggi, nonostante l’orientamento datoci da uomini esperti di ars poetica , commentatori del testo oraziano come Sebastiano Minturno e Giovanni Andrea Gesualdo (1496-1560 )- spositore del Petrarcha incerti tra lingua toscana comunale trecentesca e lingua cortigiana napoletana- , in contrasto con Benedetto Varchi ( 1503-1563) e il G. Giorgio Trissino (1478-1550). Comunque, in questa sede, in cui trattiamo il problema politico dantesco non è il caso di soffermarci sulla questione linguistica ulteriormente. Perciò ora dobbiamo considerare il Dante di Monarchia , uomo di lingua latina che compete con altri sullo stesso piano linguistico, credendosi letterato, avendo fatto un cursus degli studenti in litteris, nello studium parigino, e sentendosi scientifico come un phisicus, anche se non ha diritto ad alcun titolo, in una comunità imperiale universalistica occidentale, direi -con termine moderni- in una società europea di lingua latina, uniformata cristianamente anche nei paesi baltici e finnico-russi.

*Lo so. Dante non ha totalmente compiuto gli studi a Parigi ed è tornato, come bellator, in patria per la battaglia di Campaldino, senza conseguire titolo alcuno, poi si è iscritto a Firenze alle artes dei medici e speziali, per partecipare alla vita politica fiorentina ed ha certamente una base scientifica incompleta, lacunosa.

Marco, il poeta fiorentino non si considera dotto, neanche lui nel Convivio, anche se ha conoscenze di Euclide, Aristotele e Cicerone, maestri rispettivamente di theorema, di felicitas e di cura della senectus e quindi, non è digiuno di Elementa, Eticorum libri e De senectute! So inoltre che Dante ha un suo patrimonio culturale parigino ed ha centrale Aristotele e la felicità come fine supremo dell’uomo assimilata al sommo bene cfr. Compendium thelogicae veritatis, secondo una concezione propria di contemplativi francescani, diffusi in ogni paese latino. Per Dante, comunque, è bene ritrovare tra le verità nascoste ed utili, la temporalis monarchiae notitia, trascurata da molti, perché non produce immediato guadagno/ lucrum materiale. Da qui il suo proposito di molto vegliare utilmente per il mondo, da conquistare, per avere, per primo, la gloria della palma di così nobile gara/tum ut utiliter mundo pervigilem, tum etiam ut palma, tanti bravii primus ad meam gloriam adipiscar. Sappi che Dante aspira alla gloria, come ogni sconfitto, specie quando sente ancora di più il peso della sconfitta e si trova nella condizione di dover chiedere anche il cibo oltre all’alloggio, ad altri, che sono, di norma, guerrieri ignoranti, più del popolo, a volte!. Per me è significativo l’uso di brabeion, premio dato da un brabeus, giudice, da lui volgarizzato come bravium-ii , secondo i commentatori della theologica veritas, tramite Boezio prima e con l’ausilio della traduzione araba dal greco aristotelico! Dante, come poeta volgare, non è noto ed è sconosciuto come scrittore latino ed aspira ad un ritorno in patria con onore, convinto di dover ricevere la corona nel suo bel San Giovanni ! e ciò si rileva nel Paradiso, prima, nei canti di Cacciaguida, XV, XVI,XVII , dove mostra la sua ambiziosa pretesa e poi la sua alta coscienza morale quando gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni gli dànno la missione di renovatio della societas christiana (Paradiso, XXIV,XXV,XXVI) così da poter rientrare nell’ ovile, dove visse come agno, ora profanato da crudeli lupi ! Comunque, Dante è uomo convinto di aver bisogno cristianamente non tanto del suo talento, ma dell”illuminazione divinase lumine largitoris illius qui dat omnibus affluenter et non improperat.

*Perciò, bisogna leggere la Monarchia in relazione ai tempi specifici e prima e durante la venuta di Arrigo VII e anche dopo la sua morte seguendo il suo disegno generale di politico .

Per me, Marco, è importante fermare lo sguardo prima di un lavoro generale su Dante politico, sul terzo libro del trattato, IV, 1-2-3 e poi 17-22, quella di un definitiva mediazione culturale, sulla indipendenza sostanziale dei due soli, nonostante la formale reverentia dell’imperatore in quanto figlio primogenito verso il pontefice, in cui vien posto il principium di irrefragabilis veritas : Dio non vuole ciò che è contrario all’intenzione della natura/scilicet quod illud quod naturae intentioni repugnat Deus nolit.

*Professore, lei mi vuole dire che prima della trattazione della politica dantesca bisogna leggere voluntas Dei e Naturae intentio, altrimenti si falsifica ogni lettura?

Dante ha una coscienza aristotelica e pelagiana, antiagostiniana ed oppone scientia e sapientia (vera cristiana) e non accetta la ragione asservita alla teologia, la filosofia ancilla theologiae, specie là dove si tratta dell’aquila monarchica e non vuole la reductio ad unum in quanto reductio omnium ad theologiam. Infatti diplomaticamente, da politico, lo può anche accettare, all’ atto della venuta dell’imperatore e del contratto tra Arrigo e Clemente V, perché considera la Chiesa istituzione divina, ma sostiene chiaramente di seguire l’ Impero e di volerne fare una vera historia, connessa con quella del cristianesimo, che , comunque, è in dipendenza dall‘imperium romano. Fatta la premessa, affrontando il tema dei rapporti delle due auctoritates, ora congiunte da un patto, ha speranza nei due luminaria- del sole e della luna – circa il typos e secundum intentionem, convinto delle teorie imperiali, collegate col compendium teologicae veritatis, in una proclamazione della monarchia typica forma, figura ed essenza, da una parte, anche se specifica da un’altra, secundum intentionem! Da qui la sua storia romano-imperiale: Roma preesiste al cristianesimo in quanto Christus è nato, per volere del pater, nella pienezza dei tempi, sotto Augusto ed è morto sotto Tiberio; il cristianesimo, dopo un periodo oscuro, diventato simbolo di religione ufficiale dell‘imperium romano come ecclesia, corpus Christi, – il cui papa, successore di Pietro, ha una ben distinta funzione rispetto a quella temporale imperiale universale, che viene ridotta e compromessa con la donazione di Costantino, lebbroso, che snatura e l’impero e la chiesa stessa, che ha illegittimamente preso le penne dell’aquila – si arroga diritti non propri, avendo Silvestro, ricevuto auctoritas e potestas congiunte! Attento, Marco, la monarchia temporalis come imperium, unico principato superiore temporalmente ad ogni altro, è un principio formale che, secondo Dante, risulta necessario per il conseguimento del fine della felicità, compromessa dall’epoca costantiniana, in quanto è considerato l’atto donativo un reale avvenimento storico, indiscusso, a seguito di una malattia mortale dell’imperatore e di una guarigione con susseguente remunerazione da parte del beneficato, grato al benefattore pontefice romano!.

*Per lei ed ora anche per me, la non verità della pienezza dei tempi di Augusto e la falsa donazione di Costantino infirmano alla base l’idea dell’impero dantesco medievale e la concezione di un unico Dio e della redenzione umana, a seguito della venuta del figlio sulla terra! .

Certo Marco. Neanche ha più ragione la triplice divisione dell’opera dantesca e neppure la volontà di ritornare ad una precisa chiarificazione dei termini giuridici, dopo la misera fine di Arrigo VII a Buonconvento- avvelenato con un’ostia consacrata!- per giungere ad una mediazione culturale finale circa la contesa tra papato ed impero:.. primo namque dubitatur et queritur an ad bene esse mundi necessaria sit; secundo, an romanus populus de iure monarche offitium sibi asciverit; tertio an auctoritas monarche dependeat a Deo immediate vel ab altro, dei ministro seu vicario/primo se essa sia necessaria al benessere del mondo, secondo se il popolo romano si sia attribuito di diritto l’ufficio di monarca, terzo se l’autorità del monarca derivi immediatamente da Dio, oppure da un altro, ministro o vicario di Dio.

* Anche l’uso del metodo aristotelico, analitico, col procedimento stesso sillogistico e con la ricerca di una scientificità risulta inutile come ogni altro sfoggio di conoscenza, se svincolata dai principi matematici fisici, divini, per fini averroistici, legata alla l’esposizione della scienza politica come fons atque principium rectarum politiarum/ come fonte e principio dei retti ordinamenti statuali e di quanto rientra nella sfera umana politica!.

Marco, ricorda che Dante tende aristotelicamente ad un fine non speculatorio, ma all’azione, che ha in sé il fine ultimo, principio e causa di tutto /materia presens non ad speculationem per prius sed ad operationem ordinatur!. Da qui Dante rileva il valore della ratio e della fides e fa concreti esami, come tagliare legna, che ha diverso rilievo a seconda se serve allo scopo di costruire una casa o per costruire una nave: l’esistenza di un fine universale per l’umano consorzio, unico, sarà proprio il fondamento di ogni argomentazione politica mondiale, anche se diversificato in relazione alle due sfere, distinte, ambedue volute da Dio!

*L’ azione teleologica dantesca è, quindi, un modus reale di fare in relazione con Etica Nicomachea, opera che non conosco e che è nota a Dante, tramite la lettura araba di Sigieri di Brabante! ho bisogno, quindi, di spiegazioni sulla Scuola parigina e poi sull’Etica aristotelica.

Marco, io ho un altro disegno di lavoro ma tu preferisci chiarire subito il problema della formazione averroistica di Dante e poi conoscere qualcosa circa l’Etica Nicomachea. Cercherò di darti notizie per una comprensione e di Dante e di Aristotele ed anche del mio stesso pensiero, e poi riprenderò il mio lavoro storico. Marco, sappi che agli inizi del XIII secolo, a Parigi, sotto il patronato di Filippo Augusto e col benestare di Innocenzo III viene fondata la Universitas magistrorum et scholarium PARISIIS studentium grazie alle diverse scuole cattedrali, funzionanti da tempo come si rileva facilmente dall ‘epistolario di Bernardo di Clairveaux,, che teme insieme a Pietro il venerabile la superiore cultura ebraica – cfr. Abulafia e Dante in www.angelofilipponi.com – ! specie di Maimonide e quella scientifica e naturalista araba con la riscoperta di Aristotele. Nello studium parigino centrale è l’uomo animale politico, nel corso delle lezioni sull’intelletto umano, pars del logos universale: c’è, allora, poco dopo la fondazione, uno scontro tra i francescani spirituali tesi ad un ritorno alla povertà evangelica in senso contemplativo e i domenicani, che sono assertori della potestas divina del vicario di Christos, la cui auctoritas è sovrana come affermata da Leone IX, anche nei confronti di Cerulario, solennemente ribadita da Gregorio VII e poi da Innocenzo III ed infine proclamata con plenitudo potestatis di Bonifacio VII contro Filippo il bello. Si costituiscono, allora, due fronti, uno domenicano con doppio indirizzo e ed uno francescano. Tra i domenicani Alberto e Tommaso sono gli assertori del nous / anima come mente dell’uomo, umana e divina con due diverse letture, mentre tra i francescani c’è Sigieri con una lettura spirituale, nonostante la definizione naturalis dell’intelletto umano.

*Quindi, all’epoca ci sono due aristotelismi, uno conciliante ed uno integrale.

Certo. Quello albertiano e tomistico, da una parte si integrano e da un’altra si contrastano ma sostanzialmente si rifanno alla stessa fonte agostiniana e pur con differenze, salvaguardano l’immortalità dell’anima e la felicità terrena come civitas naturalis congiunta, però con la civitas divina: il primo è equivoco non riconosce l’intelletto come eterno ma come pars di anima, pur spirituale ma sempre mortale, mnetre il secondo è deciso nella valutazione divina dell’intelletto. Comunque i due hanno in comune la tesi moderata sul regimen principum, che, da una parte, accetta che la collettività sia regolata da vari sistemi politici – i quali, anche se sono modelli propri dello stagirita, ora congiunti al pensiero agostiniano, in una riproposizione della Gerusalemme celeste, sono impossibili a realizzarsi su questo mondo con una civitas terrena,- e da un’altra, giustifica il regnum, solo se resta nell’ambito del sacerdotium predominante. Intorno al 1240, infatti, ci sono molte prescrizioni papali, che intimano di non leggere Aristotele secondo l’arabo Averroè, mentre risorge l’agostinismo riportato in auge da Alberto Magno, riadattato contro la dottrina araba dell’intelletto umano e da un Tommaso intenzionato a far valere la theoria dell’intelletto immortale unico, seppure separato per ciascun uomo. Nella lettura da parte di Dante ha valore il pensiero di Alberto più che di Tommaso, essendo influenzato da Hugo Repilinus, che distingue ragione e fede, cosciente che filosofia e teologia hanno due differenti fini, in quanto sono indipendenti per metodo ed oggetto di indagine.

*Quindi, Dante nega all’epoca dei suoi studi la formula agostiniana di philosophia theologiae ancilla, destinata a fondersi poi con la storia del pensiero occidentale cristiano e non solo di quello teologico ma anche di quello filosofico, spirituale e politico?

Marco, non sto dicendo questo, ma affermo che il pensiero di Alberto Magno è equivoco perché nella sua opera ha grande rilievo la tematica politica fondata su ius naturale e su mos ed autorizza in questo modo un’ interpretazione non univoca umano-razionale al discepolo aquinate, studioso certo del politikon zoon/civile animal, ma distratto dall’ indirizzo del fine ultimo secondo la logica della fede, in un distacco dall’Etica Nicomachea. Ricorda che Dante, come giovane averroista integrale, opera in relazione alla lettura dei dati della storia romana, oggetto del suo studio nel II libro della Monarchia!.

*La storia romana medievale, giunta a Dante è christiana, specie quella occidentale, mitica, letta dal papato petrino, un’autorità illegittima formatasi coi secoli in una manipolazione storica del buon impero Augusto, perfetto principe di pace e del giusto Tiberio, del buon Tito – destinato a vendicare le fora /onde uscì il sangue per Giuda venduto Purg. XXI.83/4- in un ambiente barbarico, bisognoso di legalità, in una volontà di affrancarsi dalla potestas bizantina, vero erede legittimo di Roma imperiale specie dopo la presa di Alessandria ad opera islamica e la fine dell’Esarcato di Ravenna! La razionalità dantesca è già condizionata dalla storia falsificata dai decretalisti papali.

Certo. Marco, Ogni ragionamento dantesco, che pur segue il criterio di lettura dei dati della realtà storica per la costituzione di uno stato naturalis su base familiaris, di una struttura associativa basata sulla esperienza sensibile, ha un fine peculiare alla sua natura di uomo integrato nell’ordine politico, teso alla felicità, corporale, seppure legato ad una doppia verità, ragione e fede. La storia di Roma è quella del cristianesimo per Dante- che pur si sente uomo di scienza e non di sapienza,– fedele di un’ecclesia, corpus Christi, il cui fondatore , figlio di Dio, verbum, ha dato, per volontà del Padre, il potere a Pietro di pascere le sue pecore ed agnelli e di sciogliere e legare, essendo stato inviato sulla terra sotto Augusto nella pienezza dei tempi, in un’epoca di pace e di giustizia unica, destinato ad essere giudicato dal supremo ius romano sotto Tiberio: L’imperium romanum, voluto dal deus sebaoth è secondo l’oikonomia tou theou/ la provvidenza divina / regnum dei, del Christos, nella sua totalità occidentale ed orientale per il Constitutum Constantini   con la donazione dell’ impero romano al vicario di Cristo, papa Silvestro! Da qui il pensiero agostiniano della civitas dei, la theoria dei due luminaria  -sole e luna- delle due spade, delle  due chiavi, sancita da decretali,  ierocratiche  quando invece Dio  aveva  creato solo l’imperium  romano come datore di pace e di giustizia all’ecumene!

*Necessita, quindi, riscrivere la storia del papato, mentre Dante fa la sua storia dell’impero romano de iure, dal sorgere dell’impero fino al 1310 nel II libro?

Marco, possiamo riprendere quanto già scritto in tante parti del III libro di Giudaismo romano, mai pubblicato, e fare opera storica seguendo il II di Monarchia, tenendo presente anche la lezione aristotelica ora congiunta con quella agostiniana, rilevando qualche differenza tra Aristotele di Averroè e quello greco originale nella lezione di Alessandro di afrodisia( scrittore di epoca severiana , autore di Peri eimarmenhs /sul fato e Peri micseos/sulla mescolanza ) cfr. Aristotele, Etica Nicomachea I,II introduzione traduzione commento di Marcello Zanatta, testo greco a fronte Bur,1986, oltre ai Compendia theologicae veritatis. Dante parla di theologia e scienza concreta spiegando che scienza è sapere causale in quanto si conosce la causa per cui è fatta una cosa cfr. Aristotele, Analit. Post, I,71b9-12 perché è rivolta non alla contemplazione come matematica fisica e filosofia prima né alla produzione poihsis cioè alle arti, ma alla prassi cioè all’azione.

*Lei dice che Dante legge Ugo Repilinus scrittore del compendium, oltre tutto.

Certo. Repilinus precisa: Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina, cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur affermando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem e perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur. Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia: per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas, non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus, non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

*Quindi, professore, il poeta ha una conoscenza dell’ Etica nicomachea tramite Repilinus argetoratensis e non conosce esattamente il pensiero politico dello stagirita?.

Non so se è così, ma è un discorso lungo, non facile, anche perché dobbiamo fare, date le tante diverse situazioni storiche, affermazioni politiche in senso medievale!

*Proviamoci. Per prima cosa , allora, chiedo quello che già ho chiesto, come la Chiesa possa aver avuto pretese di ierarchia, e quando effettivamente abbia realizzato il disegno compiutamente in Occidente, senza la pars imperiale priva del legittimo sovrano nel 476, dopo la divisione teodosiana?

Marco, dobbiamo leggere e capire la sostanziale differenza tra regimen spirituale e regimen temporale che si riferisce all’unità del fisico umano, miscrockosmos, che ha anima e corpo, partecipe del macrokosmos universale del mundus: la terminologia di base è quella agostiniana antipelagiana, pars celestis sovrasensibile, eterna l’una rispetto a quella terrena naturalis sensibile l’altra.

*Bene. Procediamo su un piano storico, rilevando che Dante ha una cultura eclettica ebraico -romano-ellenistica, confusa, in quanto si rifà ai Salmi, a collectanea di Solino o a Factorum et dictorum  memorabiium libri novem di Valerio Massimo -un autore dell’epoca tiberiana, scrittore di una raccolta di exempla /paradigmata, episodi tratti dalla storia del popolo romano e da quella di altri popoli, che potrebbe  essere stato, -dopo la scrittura delle due opere di Giuseppe  Flavio  di Guerra giudaica e di Antichità giudaiche utile per gli evangelisti greci per la stesura dopo un lungo periodo di oralità aramaica e greca, che inviano un messaggio sulla base dei ricordi di logia/discorsi oracolari e di erga/ opere paradossali del maran /re aramaico, morto crocifisso, come l’asmoneo Antigono Mattatia, la cui memoria è ancora  venerata sotto gli antonini-.

Vuoi dire, Marco, che il raggruppare in modo illustrativo da parte di Valerio Massimo una serie di virtù, di vizi , di fenomeni culturali e istituzionali, tratti da Varrone, con la distribuzione delle categorie  paradigmatiche, diventa  un sistema esemplare ai fini di una retorica italico-occidentale, ben utilizzato da retori  pagani e cristiani che moralizzano il messaggio facile e piacevole, memorabile?.

 *Non può essere, professore ?

Tutto è possibile, Marco, ma la storia di Dante ha una sua nobiltà, legata alla tradizione davidica del Messia, connessa, comunque, con la grandezza dell’impero romano: ne è prova l’incipit del II Monarchia Quare fremuerunt gentes et populi meditati sunt inania?. perché tumultuarono le genti e i popoli tramarono invano? Si fecero avanti i re della terra e i principi si unirono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Spezziamo le loro catene e liberiamoci dal loro gioco/ Astiterunt reges terrae et principes convenerunt in unum, adversus Dominum et adversus Cristum. Dirumpamus vincula eorum, et proiciamus a nobis iugum ipsorum. Salmo 2 ,1, 2-3. Secondo G. F. Ravasi (I salmi, introduzione, traduzione e commento, BUR 1986), se questo salmo lo si collega col Salmo 110 , costituisce il manifesto della teologia messianica. Infatti, si tratta di una cerimonia di incoronazione di un sovrano ebraico; in un quadro di attentati e di rivolte ci sono, frammiste a congiure, inviti a baciare i piedi di Dio, che è garante del nuovo re. A me sembra che si rimanda ad una situazione di grave crisi politica, a seguito di rivolte di reguli, ostili, in una fase di interregno, in cui è chiara la presenza di un sovrano sereno, unto mashiah, dall‘upsistos/altissimo, suo protettore, che fa due dichiarazioni solenni: 1. io stesso ho insediato il re davidico, in Sion e l’ho reso così stabile ed inattaccabile; 2. tu sei mio figlio, oggi , ti ho generato!

*Si tratta di proclamazioni, che sottendono formule tipiche dell’intronizzazione dei re davidici di Israele e di Giuda, comuni con quelle accadico- assiro-babilonesi e connesse con quella dei faraoni della XVIII dinastia, successori di Tuthmosis III compreso Amenofi IV- Akenaton- cfr. Mirko Filipponi-Angelo Filipponi, Vita di Giuseppe, Antichità Giudaiche 1-200, ebook 2015 e le lettere cuneiformi di Tell el Amarna/Aketaton- . Infatti nel Salmo si dice: siedi alla mia destra affinché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi/ kathou ek decsioon mou, eoos an thoo tous echthrous sou upopodion toon podoon sou! .

E’ vero. Marco. Matteo (22,44; 26, 64 ;), Atti degli apostoli (2, 33-35), Paolo, ( Lettera agli Ebrei 1,13 ) derivano da questi salmi . Anzi ti aggiungo che il tarsense rielabora il secondo, trattando di Christos apparso come sommo sacerdote dei beni futuri / archiereus toon mellontoon agathoon attraverso una tenda più grande e perfetta, non fatta manualmente … né con sangue di capri e vitelli, ma col suo proprio sangue entrò per sempre nel santuario e trovò il nostro eterno riscatto… purificando la vostra coscienza da opere morte per il culto del Dio vivente…facendosi mediatore di un nuovo patto/diathhkhs kainhs mesiths: Christos offrendo un solo sacrificio per i peccati si sedette in perennità alla destra di Dio, ove attende soltanto che i nemici suoi formino sgabello dei suoi piedi, –ibidem10,12,13 – .

*Dunque, nell’ incipit del II Monarchia, Dante mostra che la chiesa, corpus Christi (giudaismo- cristianesimo), e l’ impero romano sono in lui forme di una medesima cultura unitaria, congenita?

Marco, anche se Dante vuole fare la storia dell’ impero romano da civis florentinus, uno strano speziale con cultura spirituale, un guelfo bianco, antimperiale, resta un laico spiritualizzato, che tratta il problema della romanità imperiale per una dimostrazione giuridica del suo potere nei secoli, ma ha presente il Christos, Dio vivente, anima della comunità cristiana e dell’economia divina, il cui disegno provvidenziale è nella storia politica di un imperium terreno, assistito dal cielo, nonostante il male diabolico naturale, impotente nei confronti della volontà di Dio che ha redento il mondo col sangue del proprio figlio unigenito, operatore di pace e di giustizia, assicurando un stato di felicità sulla terra conforme a quella del Paradiso.

Chiara la premessa? Comprendi bene il pensiero aristotelico dell’ Etica Nicomachea, seppure averroistica?

*Certo professore. Procediamo

Marco, devi, però, tenere presente che il disegno divino attuato storicamente nella pienezza dei tempi, in Dante, è antico in quanto il poeta sottende un piano divino sui troiani, salvati dall’eccidio di Troia dalle mani dei greci, e su Enea, eroe pius, su Iulo ed Ascanio, le mogli, il suo insediamento nell’Ausonia e nel Lazio, perché destinato a essere il capostipite dei Giulii, il cui impero è universale , e di Giulio Cesare Augusto, il padre del popolo romano, predisposto dalla natura a comandare/ a natura ordinatus ad imperandum e a sottomettere il mondo, di diritto/ subiciendo sibi orbem, de iure. Perciò, l’Alighieri mostrando da dove derivi la superiorità romana sugli altri popoli, ricalca la propaganda giulio-claudia su cui si sono basate le dinastie successive fino a Costantino e poi fino alla caduta dell’impero romano occidentale sostituito, comunque, dalla Chiesa romana, anicia, nonostante i contatti con l’imperium romano bizantino, ancora vivo, e rispolvera Virgilio, Tito Livio ed anche Lucano e P. Papinio Stazio- seppure confuso col narbonese Lucio Stazio Ursolo, ( Purgatorio XXI, 81-84) perfino Paolo Orosio (380-420).

* Professore, Dante cita espressamente questi autori ?

I primi due sono importanti, ma anche il terzo e il quarto hanno rilievo nel Medioevo. Orosio è scrittore storico di supporto al pensiero di Agostino del De civitate Dei tanto da assumere nel corso dei secoli un ruolo speciale con Historiarum adversus paganos libri septem. Ognuno di questi scrittori ha una sua funzione storica per Dante seppure quella di Virgilio abbia valore simbolico specie nella Divina commedia, di guida che lo porta fino al Paradiso terrestre secondo ragione e natura, per fare un viaggio fino alla contemplazione di Dio a seguito della guida di Beatrice theologica e di Bernardo contemplativo. La funzione storica di Tito Livio è ancora esemplare nel Cinquecento con Machiavelli e Nifo, che separano decisamente la moralis dalla politica mentre quella della Farsaglia di Lucano, pompeiana, attutisce, grazie al significato repubblicano popolare, il valore giulio- claudio della storia mitico-cristiana di Paolo Orosio, che ha presente anche il falso decreto di Tiberio sulla divinizzazione del Cristo di Tertulliano –Apologecitum, V,2-.

*Tali autori servono al fine dimostrativo della grandezza e nobiltà di Roma e del popolo romano in Occidente per la celebrazione della venuta in Italia dell‘alto Arrigo?

Certo, Marco. Tutte queste opere hanno specifico valore in quanto Dante –Ibidem 6,3- mostra l‘ origine delle istituzioni collegiali, esaminando non solo la gerarchia e i rapporti tra i componenti, ma anche le loro capacità ad esercitare le varie funzioni... affermando che la natura attribuisce i ruoli agli esseri, valutando le facoltà di ciascuno per cui questa valutazione sta alla base del diritto istituito dalla natura .. per cui l’ordine naturale nelle cose non può essere mantenuto quando è assente il diritto là dove, al contrario , il fondamento del diritto è inseparabilmente congiunto all’ordine! La sua conclusione infatti è: Necesse, igitur, est ordinem de iure servari/ è necessario, dunque, che l’ordine si mantenga di diritto. Da qui le citazioni dirette di Virgilio – Eneide VI (haec tibi erunt artes pacique imponere morem/parcere subiectis et debellare superbos) come dimostrazione che la natura è perfetta in tutto, in quanto è opera della intelligenza divina -. Da qui in Dante- Monarchia VII,37- il riferimento circa il fine dell’uomo al Filosofo, poi citato con II libro di Fisica , e con Etica Nicomachea -1,1,1194b 10 Agaphton men gar kai enì monooi , kallion de kai theioteron ethnei kai polesin. H men oun mèthodos toioutoon ephietai, politikhs tis ousa / se è amabile il bene concernente il singolo, ancora più bello e più divino è quello relativo ad un popolo e alle città. Se ti è chiaro questo, allora possiamo verificare il grado di comprensione di Dante medievale circa il fine dell’uomo e quindi il ruolo dell’imperatore rispetto a quello della Chiesa, nel contrasto ideologico dell’inizio del Trecento. Ora compaiono nella storia non solo i valori simbolici di due luminaria, di impero e di papato, ma anche le masse popolari rustiche ed ignoranti, gli ordini religiosi, gli eretici come intellettuali non obbedienti alle regole comunitarie e dissidenti nella predicazione del Christos e i comuni – che hanno avuto le regalie imperiali dal periodo di Federico Barbarossa ed ora in un clima guelfo dominante, reclamano la loro autonomia totale dall’impero, anche se si professano cristiani, fedeli al papa.

*Professore, dunque, non si può parlare di una subordinazione della politica dall’etica, ma si può dire solo che Aristotele subordina la società all’individuo, in quanto essa grazie alla politica persegue un suo fine.

Certo, Marco. Aristotele è convinto che il fine della politica non è la conoscenza, ma l’azione/to telos estinou gnoosis alla pracsis -ibidem 1005 . Aristotele è sicuro che un matematico è persuasivo /mathematkou pitanogountos anche se richiede dimostrazioni al rhtorikos in quanto ognuno è buon giudice/ agathos kriths delle cose che conosce, in quanto acculturato, tanto da risultare giudice in assoluto se acculturato in ogni campo, diversamente dal giovane/ o neos, ascoltatore inadatto alla politica, perché inesperto delle azioni della vita e per di più incline a passioni / eti de tois pathesin akolouthhtikos: Bisogna tenere presente, dunque, che l’etica è meros kai archè ths politikhs, e ne è parte seppure precipua, principio basilare!

*Lei vuole in certo senso confutare Dante aristotelico averroista col testo attuale dello stagirita e con lo stesso Alessandro di Afrodisia.

No, Marco . no! Io voglio dire che per Aristotele – Etica Nicomachea, 1,1 non solo l’etica ma ogni arte e ogni ricerca scientifica e similmente ogni azione ed ogni scelta deliberata sembra tendere ad un bene/ pasa technh kai pasa metodos omoioos de pracsis te kai proairesis agathou tinos ephiesthai dokei, anche se ci sono differenze tra i telh /fini, pur essendo fisso il bene assoluto, che è oggetto della scienza più direttiva ed architettonica al sommo grado/ ths kuriootarhs kai malista architektonikhs, della politica, non della teologia

*E’ chiaro Marco?

La politica, infatti, dispone quali delle scienze sono necessarie nelle città e quali ciascuna classe dei cittadini deve apprendere e fino a che punto/tinas gar einai chreoon toon epistemoon en tais polesikai poias ekastous manthanein kai mechri tinos, auth diatassei-ibidem1194b-.

*Comunque, circa il fine dell’uomo, inteso come felicità / eudaimonia Dante è aristotelico anche se averroistico ed albertiano ? il bene è il bene universale e non il bene in relazione ai generi di vita – quello volgare come godimento e piacere o come quello politikos, o come quello theoretikos?

Felicità è ricercare il bene universale /to de katholu beltion che è dovere quando si tratta della salvezza della verità specie se si è filosofi, che devono eliminare gli aspetti personali familiari/ ta oikeia e se si è sul piano ideale platonico- filoniano- agostiniano: eppure Aristotele distingue se si predica nell’essenza,/ en tooi te estin, nella qualità/ en tooi poiooi, nella relazione./ en toooi pros ti .

Cosa intende dire con tale distinzione ?

Si vuol dire che, se si predica nell’estensione del significato dell’esseresulla sostanza come Dio e come intelletto, nella qualità come virtù, nella quantità come misura e nella relazione come utilità, nel tempo come occasione, nel luogo come residenza – essendo categoria- non è certamente qualcosa di comune universale ed uno! infatti si parla per analogia, non per omonimia, secondo le idee platoniche e anche se può avere una certa persuasività, risulta, però, che anche se il medico studia per la medicina ed ogni artista – ingegnere, stratega ecc.- per la sua arte, al di là del modello, c è vera stonatura per le scienze. Perciò Aristotele rileva che la felicità consiste in un’attività dell’anima secondo virtù, facendo l’esempi di un suonatore di cetra  che fa opera di professione  tipica di chi ha anima conforme alla regola ma il suonare bene la cetra è di un virtuoso suonatore di cetra, che è proprio  di uno che possiede la regola e pensa.

* Di conseguenza, professore, lei  ritiene che si debba curare questo uomo qui,  l’individuo virtuoso,  e quindi cercare il bene in relazione all’azione e all’arte -in medicina la salute, in strategia la vittoria, in ingegneria la casa, cioè una cosa in un’arte e una cosa in un’altra-!.

Certo, Marco . In ogni azione ed intenzione è il fine/ en apashi te pracsei kai proairesei to telos. Aristotele conclude dicendo che se qualcosa è il fine di tutto ciò che è oggetto di azione, questo sarà il bene realizzabile nella pracsis e, siccome i fini sono molti, non possono essere tutti perfetti, ma se c’ è un solo fine, che è perfetto, questo sarà il bene e il più perfetto!mNe consegue che ciò che è perfetto in senso assoluto è perfetto sempre degno di scelta per se stesso e non mai a motivo di un altro, mentre gli altri – onore, piacere intelligenza ecc. – sono beni caduchi per cui il bene perfetto della felicità è autosufficiente e sufficiente in se stesso, essendo il fine delle cose, che sono oggetto di azione/ teleion dh ti phainetai kai autarkei h eudaimonia toon praktooon ousa telos .

*Professore, mi sto perdendo,  il filosofo parla di Dio, dell’ente supremo perfetto?

 Aristotele  vuole dire che la felicità come bene supremo è connesso con l’azione dell’uomo che ha regola e pensa, in quanto è il  più bello  e più piacevole anche se parla di  felicità, ordinata allo stesso livello di eutuchia e di areth.

* Buona sorte e  virtù sono componenti o elementi che entrano nella sfera dell’eudaimonia?

 Per Dante la felicità è telos/fine umano,  desiderato dall’individuo e dalle gentes,  che la conseguono per  virtù o per fortuna, ma si ha uno status perfetto  realizzato solo se c’è l’assistenza di Dio sul singolo e sui popoli. … La storia  indica  i passaggi di  potere e la varia supremazia di popoli ma il piano di Dio si attua nella pienezza dei tempo, in una dimostrazione della  centralità di Roma, destinata ad essere  sede papale ed imperiale,  a seguito della vittoria di Ottaviano su Antonio  nel corso della crisi repubblicana in cui avviene la redenzione dell’uomo dal peccato originale tramite la venuta del Figlio sulla terra.

 *Quindi, la storia mostra solo le tante  lotte per la supremazia tra i popoli,  che sono secondo il volere divino, che attua lo stato imperiale come pienezza dei tempi, come pacificazione generale in una città, sede del potere, avendo scelto come popolo eletto la romanitas, fin dalle sue origini, per la Redenzione del genere umano dal peccato di Adamo, mediante l’incarnazione del Figlio, destinato a morire sotto la giustizia romana, per tradimento giudaico

 Certo, Marco, il principato augusteo, voluto da Dio chiude le  lotte repubblicane ed istaura il tempo della  redenzione umana stabilendo sulla  terra un unico pastore  per gli uomini, una sola  città dominatrice, in cui poi ha sede il papato petrino, guida spirituale,  che porta l’uomo, mediante la virtù teologali,  alla felicità spirituale come l’imperium, che ha il compito di provvedere a quella terrena, tramite  pace e giustizia, assicurate al popolo romano, ora christianus! Per Dante  storicamente si è verificata una sovrapposizione delle due sfere, non più distinte  in  relazione ai loro mandata, provvidenziali, quello della felicità terrena e quello della felicità spirituale: i due mondi  entrati  in contrasto, si differenziano  fatalmente  a causa della cupidigiausurpando l’uno l’altro il potere legittimo: il papato e la gerarchia  ecclesiastica invadono il campo imperiale,  usurpando i diritti  e l’imperium  romano, che, menomati nella loro potestas  ed auctoritas, sono incapaci, data la prevalenza del divino sacerdotale sull’umano imperiale, di riportare la Chiesa agli interessi spirituali e religiosi.  Quindi è sotteso in Dante lo scontro del papato e dell’impero che inizia dal periodo carolingio, in cui si evidenzia che il corpo mistico di Cristo  è diviso tra la potestas  del pontefice -vicario di Cristo re  e successore di  Pietro- e la sovranità,  di diritto, imperiale.

*Professore, nel corso di questo contrasto, seguitato con gli Ottoni e poi sfociato nelle lotte per l’investitura, e infine  prima con la casata di Franconia e poi con quella degli Svevi,  fino a Federico II e per ultimo coi re di Francia, si profila una diatriba dottrinale tra etica  e politica,  che sembra infinita ed inconciliabile.

Marco, quando ormai la Chiesa con le decretali e con il falso Constitutum Constantini considera ancora giusto il potere bizantino – anche se già in alcuni punti della donazione di Costantino lo nega , limitandolo all’Oriente- ha campo libero in Occidente, avendo stabilito che la sfera spirituale abbia supremazia su quella imperiale terrena in quanto il sacerdotium, istituzione divina, prevale sull’imperium, e poi nel 1054 infliggendo, la scomunica a Cerulario, Patriarca di Costantinopoli, per il filioque, tramite Umberto di Silva Candida, per ordine di Leone IX, taglia i ponti con l’Oriente – definitivamente con la presa di Costantinopoli nel 1204 – cfr. Filone e Gregorio VII, Filioque il Concilio di Toledo e Filioque e Leone III in www.angelofilipponi.com -.

*Mi vuole dire che l’autorità papale giustifica gradatamente la propria superiorità sull’impero dopo Worms e lo scisma del 1130-37 procedendo sulla linea del dictatus papae gregoriano grazie al carisma spirituale che in un cento senso santifica la figura pontificia mentre viene condannata l’opera peccaminosa di un imperatore e di re Ruggero cfr. Epistolario di Bernardo.

Marco, nella società cristiana è ingigantita la funzione del papa che guida l’uomo alla Gerusalemme celeste mentre viene umiliata quella dell’imperatore (ed anche del re di Sicilia, crociato antislamico ), che pur è spada, in difesa del pontificato.

*Dunque, se ho capito bene, questa è la situazione che va dal periodo della crociata di Urbano II fino al pontificato di Innocenzo III: Il papato, badando bene a tenere ferma la sede di Roma, dopo la morte di Anacleto II, assume nella politica con l’imperatore ed anche coi normanni, un’auctoritas usurpata, imposta in tutto il mondo cristiano, europeo, compreso lo stesso basileus orientale – debilitato dalla presenza crociata in Oriente nella sua funzione, antislamica,- essendo padrona delle nomine episcopali, impegnata nel suo conservatorismo romano nella riforma morale cluniacense e cistercense, ha perfetta coscienza del proprio assolutismo, che cioè la chiesa romana/Prima sedes a nemine iudicatur, anche se lacerata da simonia e da concubinato!.

Marco, siamo al culmine del decretalismo col decretum Gratiani del 1140: la chiesa giuridicamente ha il privilegio esclusivo della nomina episcopale cardinalizia e papale senza interferenza alcuna né imperiale né regia, in una proclamazione implicita dell’assolutismo ecclesiale, come concordia discordantium canonum. Dante stesso, infatti, afferma che la chiesa non abusa del patrimonio in Monarchia, III ,12/ Non abutatur patrimonio sibi deputato, anche se concludendo mostra che ambedue le auctoritates hanno autonomamente il potere con la virtus: ergo, ecclesia non est causa virtutis imperii et per conseguens nec auctoritatis, cum idem sit virtus et auctoritas eius / dunque, la chiesa non è causa della virtù e di conseguenza anche della autorità dell’impero dal momento che in esso virtù ed autorità sono la stessa cosa.

* Io so che con Innocenzo III e con Bonifacio VIII si giunge alle massime affermazioni del papato.

Marco, certo, a seguito, però, degli eventi successivi la venuta di Federico Barbarossa, quando, pur considerandosi legittimo il Constitutum Constantini, iniziano le controversie giuridiche ad opera di commentatori popolari ed eretici. Innocenzo III, allora, si dichiara arbitro nella contesa tra Ottone di Brusnwick e Filippo di Svevia, facendo affermazioni che a Pietro Cristo lasciò non solo il governo di tutta la chiesa ma anche di tutto il mondo, scomunicando perfino il primo – inizialmente accettato -e proponendo al posto dell’altro l’investitura a sovrano di Federico II bambino, ricevendo l’omaggio di tutti i potenti della terra dell’epoca. Infine il papa mette la museruola alla opposizione dottrinale della Università di Parigi mettendo sotto vigilanza gli ordini mendicanti e promuovendo la crociata contro gli albigesi, in una riaffermazione della plenituo potestatis in quanto il pontefice risulta medius constitutus inter deum et hominem perché, come vicarius di Cristo, può deporre, ratione peccati, ogni autorità terrena. Secondo il decretale Per venerabilem i prìncipi non possono intervenire nella valutazione papale in quanto spetta al papa – che predomina erga et super omnes, dopo il trasferimento del potere da Oriente ad Occidente, dai greci ai romani- avere auctoritas con giurisdizione et in spiritualibus et in temporalibus. Comunque alla fine del XIII secolo con Bonifacio VIII si giunge, a seguito della condotta di Federico II re di Sicilia ed imperatore e poi di quella di Filippo il bello , alle formulazione nuove papali,- che in precedenza valevano con Onorio III (1216-1227)-: infatti molti ritenevano legittimo il principio di Gelasio di non interferenza del papa nelle questioni temporali e dell’ imperatore in quelle spirituali /nec papa in temporalibus, nec imperator in spiritualibus se debent immiscere!

*Questo deriva dalla donazione controversa di Costantino che ritiene, comunque, la spoliazione delle prerogative imperiali improponibile perché l’imperatore non avrebbe più auctoritas di illuminare la sua sfera, che invece deve sussistere anche per dare al papa il mandatum spirituale così da illuminare contemporaneamente ognuno la propria sfera, nel rispetto reciproco delle due differenti funzioni.?! Non viene neanche infirmato il principio formale di reverenza filiale dell’imperatore al papa?!

Si. Marco, dici bene! Anche Dante, alla fine del III libro XV, 17-18 in modo conciliatorio, scrive: Quae quidem veritas. ultime questionis non sc stricte recipienda est ut romanus princeps in aliquo romano pontifici non subiaceat cum mortalis ista felicitas quodammodo ad immortalem felicitatem ordinetur. Illa igitur reverentia Caesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem: ut luce paterne gratie illustratus virtuosius orbem terre irradiet, cui ab illo solo prefectus est, qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator/ per altro la verità emersa nell’ultimo problema non deve essere accolta alla lettera nel senso che il principe romano non sia soggetto in qualche modo al romano pontefice dal momento che la felicità mortale è in un certo senso ordinata alla felicità immortale . Cesare, dunque, dimostri nei confronti di Pietro quella riverenza che il primogenito deve al padre cosicché illuminato dalla grazia della luce paterna possa irradiare più vivida la luce sul mondo , cui è stato preposto solo da colui che è signore di tutte le cose spirituali e temporali.

*Bene. Mi può, a questo punto, parlare della successiva theoria bonifaciana ora che il pensiero di Dante mi è chiaro, mentre mi è meno chiaro il sorgere delle concezioni di supremazia temporale papale nel XIII secolo specie nella lotta con Federico II di Svevia imperatore, re di Sicilia ed erede del Regno di Gerusalemme, dopo la morte di Isabella di Brienne (Yolanda di Gerusalemme), sua seconda moglie?

Dovrò trattare del rapporto tra i papi Gregorio IX (1227-1241) ed Innocenzo IV (1243-1254) e l’imperatore Federico II , di cui dovresti conoscere molte cose perché te ne ho parlato in altre opere- cfr. Yolanda di Gerusalemme in www.angelofilipponi.com- : Il primo è un grande decretalista che riunisce tutti i testi conciliari e decretali dopo Graziano nel suo Liber extravagantium, mentre il secondo è un magister dello studium giuridico bolognese, buon commentatore, ambedue desiderosi di limitare il prepotere imperiale, nella convinzione della necessità di mantenere la supremazia gregoriana, arrivando perfino alla scomunica e alla deposizione dell’imperatore svevo, i cui partigiani ghibellini sono numerosi in Roma stessa, capeggiati dalla famiglia degli Orsini, mentre i Colonna sono guelfi, per cui la stessa capitale non è sicura per i pontefici.

*Contro Gregorio decretalista cosa oppone Federico II ?

Marco ad un papa decretalista – impegnato nella difesa del potere papale tanto da trascurare il pericolo mongolo, imminente in Germania, intenzionato a formare lo Statuto dell’inquisizione con la bolla Ad abolendam, (già attivo con Lucio III dal 1184, anche se approvato solo nel 1215 dal Concilio lateranense), e a limitare i privilegi delle Universitates con la bolla Forens scientiarum universitas e a imporre a tutti, anche ai laici, precisi doveri di obbedienza nei confronti della santa sede, cui vincola specificamente l’Ordine teutonico con Pietate proximum- Federico seguita nella sua politica imperiale, filoislamica e antipapale, conservando lo stesso atteggiamento di eretico agnostico, avuto con Onorio III, indifferente ai richiami verbali e alla ventilata scomunica e respinge l’invasione subita da parte dell’ex suocero, fa due assise a Capua e a Messina, difendendosi militarmente con truppe e saracene e greche nel Sud e contrattaccando nel Nord Italia contro i comuni guelfi. Respinge, inoltre, la clausola della crociata, facendo trattato con gli islamici, ma accetta il matrimonio con Isabella di Inghilterra, per lui vantaggioso, dopo la morte di Yolanda, usando la diplomazia. Si serve di un apparato propagandistico per esaltare il suo fastigium, creando con la poesia e con l’arte un’ imago di imperator augustus , divenendo stupor mundi, facendo di Palermo la capitale del Mediterraneo, il centro di rapporti tra Oriente ed Occidente chiamando presso di sé non solo nobili , principi, re , ma anche studiosi arabi, greci, latini ed avendo una vera predisposizione per le lingue – è un poliglotta-. Il suo scriptorium è il migliore di ogni altro dove si conoscono addetti alla epistolografia , alle relazioni con gli altri sovrani e col papa , segretari personali, notai testamentari e protonotari della cancelleria imperiale e che sono contemporaneamente ministri con varie funzioni oltre che poeti, che gareggiano coi trovatori provenzali, anche loro a corte: la poesia siciliana, grazie a un tale le contesto aulico-curiale, diventa un fenomeno letterario di poesia nuova cortese, che non ha nulla da invidiare alla poesia in lingua d’oc e d’oil e nemmeno con quella greco-costantinopolitana e con le scuole saracene di Spagna e di Africa settentrionale, di Egitto. L’imperatore, da buon politico, sistemata la Germania sotto la reggenza di Corrado IV , fondato lo studium di Napoli, crea la Constitutio regni Siciliae, seguendo la tradizione normanna di Ruggero II, autonoma nonostante la nomina regia di papa Anacleto II (cfr. Atti di Anacleto II, XLI e XLIII d’investitura a Ruggero II, della dignità regia – in P. FAUSTO PALUMBO, Lo scisma del MCXXX, presso la Regia deputazione alla Biblioteca Vallicelliana, Roma 1942 -) corretta con la propria incoronazione diretta, ad opera di Dio stesso, rappresentata nella chiesa della Martorana di Palermo-, senza intervento dell’arcivescovo, avendo al suo servizio giuristi come Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa.

*Lei mi parla di fastigium, ma io non so se abbiamo lo stesso referente. Me lo può spiegare?.

Marco, Federico fa gesti eclatanti di potere e prepotere come ostentare da sovrano augustus la sua potenza, inviando il carroccio dei comuni, strappato ai guelfi a Cortenuova, a Roma, a palese dimostrazione della sua superiorità militare o come portarsi dietro l’harem anche in battaglia o mostrare al nunzio papale lo sfarzo della sua aula e il lavoro della sua cancelleria, mentre lo stesso Duomo di Palermo e la ristrutturazione urbana erano simboli del benessere del regno normanno-svevo, sintesi di tre civiltà (greco-romana, germanica e islamica). il termine fastigium vale inclinazione verso il basso e verso l’alto sempre con intenzioni maestose di elevazione e di sublimità in operazioni concrete, tanto da indicare il culmine e sottende il potere assoluto di chi raggiunge il vertice, in quanto è lemma tratto dal Digesto -Lex Iulia-Papia -D. 1.3.31, -: Princeps legibus solutus est: augusta autem licet legibus soluta non est, principes tamen eadem illi privilegia tribuunt, quae ipsi habent.

*Grazie. C’è, quindi, un rapporto conflittuale di Federico II coi due papi, anche se contenuto con scaltra diplomazia?.

Certamente la vittoria di Cortenuova e il prevalere del partito ghibellino favoriscono la politica imperialistica federiciana, seppure limitata dall’antagonismo guelfo dei comuni settentrionali lombardo-tosco emiliani a Fossalta per cui il papato è in crisi per un biennio, dopo il brevissimo pontificato di Celestino IV e l’interregno di quasi due anni non essendo nemmeno sicura la sede romana ed essendo perfino impedito il conclave, anche lontano da Roma. Solo nel 1243 c’è la nomina di Sinibaldo Fieschi col nome di Innocenzo IV, giurista bolognese, autore dell’Apparatus in quinque libros decretalium, salutato papa da Federico II magno gaudio , che pur aveva tentato di impedite il sinodo di Roma e poi il conclave. Dopo l’incontro di Narni, il pontefice, diffidente, costituisce lo studium romano generale e si rifugia a Lione, dove convoca un concilio e riceve i sovrani di ogni parte della terra come se fosse nella sede romana, tanto da stabilire il principio ubi pontifex ibi Roma, nonostante le critiche del vescovo di Lincoln Roberto Testagrossa.

*Il concilio di Lione del 1245 è importante, professore?

Certo Marco, ha grande rilievo giuridico perché vengono trascritti 91 documenti transumpta, perché si dichiara la scomunica con la definizione di Federico II anticristo e con la sua deposizione, che comporta l’elezione germanica di Enrico Raspe – rex clericorum– nonostante l’opposizione del giudice Taddeo da Sessa, e perché c’ è la condanna del Talmud – circolante all’università di Parigi con le inestricabili affermazioni su Maria e con le bestemmie su Dio e Cristo.

*Il papa Innocenzo IV si era sgravato da tanti mali col concilio?

Certo, ma aveva ancora tanti dolori oltre la persecuzione federiciana : l’insolenza saracena, il pericolo dei tartari, il regno latino, la corruzione morale del clero e lo scisma bizantino, acuito da ulteriori odi a seguito della presa di Costantinopoli. Comunque, dopo la morte dell’imperatore, torna trionfante a Roma, dove inizia la canonizzazione di Francesco e di Domenico considerati da Dante le due ruote del carro della Chiesa in quanto promotori della riforma ecclesiastica. Il papa ancora di più è fortunato alla morte di Corrado IV nel 1254, quando può eleggere Guglielmo di Olanda imperatore e tenere a freno Manfredi con le truppe saracene di combattenti, valorosi arcieri di Lucera, ancora insicuro sul trono del padre in Sicilia, in quanto figlio naturale di Bianca Lancia- concubina non uxor– seppure riconosciuto come legittimo. Alla sua morte, col successore Alessandro IV il guelfismo trionfa e il ghibellinismo declina, essendoci per un trentennio la vacantia imperii, fino alla elezione di Rodolfo di Asburgo, specie dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento e la sua fine e poi dopo quella del nipote Corradino, ucciso a Napoli, quando ormai gli angioini hanno avuto in feudo dal papa francese Urbano IV il regno federiciano – cfr. Corpus domini 1264-.

*Lei mi vuole dire che ora il papato, libero dall’accerchiamento degli svevi, ha l’appoggio militare angioino, là dove, invece, aveva nemici e truppe perfino saracene, tranquillità in Germania e amicizia stretta coi re di Francia, ora faro per tutti gli altri sovrani occidentali, riverenti verso Roma e il guelfismo predominante in Italia settentrionale, già pronto per divisioni cruente nell’interno di una stessa citta – come Firenze-?

Marco, ora per il papato sorge il pericolo regio francese che si evidenzia esattamente sotto Bonifacio VIII che, invece, crede ormai di essere all’apice del trionfo papale, specie dopo il primo giubileo della storia,1300, anno che per Dante è inizio del suo viaggio ultraterreno nel corso della Pasqua !.

*Professore, lo schiaffo di Anagni e la morte di Bonifacio VIII e poi l’inizio della cattività avignonese sono noti a Dante, un civis , illuso ancora di essere in un sistema ordinato ed armonioso, in cui l’imperator è datore di felicità terrena e il papa assicura sulla terra eudaimonia, come parvenza delle makaria celeste eterna?.

Marco, Dante conosce il sistema cristiano- anche se controbatte le teorie dei decretalisti, che hanno scritto la storia contro la politica imperale, in difesa del papato – ora oscurato perché è prigioniero nella sede avignonese, senza la luce dei due soli, essendo sorti i regni nazionali e formatesi le autonomie comunali nelle città, costituitesi le leghe anseatiche: sta sorgendo una nuova economia popolare con un nuovo assetto politico in cui è trasformato l’impero e cambiato il vecchio sistema medievale, come si rileva dalle venute in Italia di Ludovico il bavaro e poi di Carlo IV!.

*Secondo lei, dopo la morte di Arrigo VII inizia la frantumazione delle istituzioni medievali e ne è prova la venuta degli imperatori – preoccupati solo di mantenere gli equilibri e coi nobili e coi comuni – in una Roma, senza papa ?.

Ludovico il bavaro (1282-1347 ) viene eletto imperatore nel 1325 dopo la vittoria su Federico di Asburgo anche contro il volere di Giovanni XXII che propone la coreggenza di Filippo il bello: la sua incoronazione romana, contraria alla tradizione, avvenuta ad opera del dux populi romani, il filoimperiale Giacomo Sciarra Colonna e la indebita riscossione di tributi determinano l’interdetto papale avignonese a cui l’imperatore risponde con la destituzione e sostituzione del papa con Niccolò V in un clima di disordini in Italia e in Germania.

*La situazione non migliora con l’elezione dell’imperatore Carlo IV, nipote di Arrigo VII(1316-1378)?

Marco, sappi che durante il regno di Carlo IV – che inizia nel 1346 – c’è una peste che uccide un terzo della popolazione con pogrom ebraico!.

* Me ne parla , professore?

Il sovrano ha rispetto dell’etnia giudaica boema e la rispetta- specie a Praga- nonostante la sua pietas cristiana, mentre punisce gli ebrei dell’impero perché accusati di propagare la peste. Di lui si conoscono due venute a Roma , una prima nel 1354-5 , quando è incoronato imperatore – dopo un viaggio tra le folle di popolo acclamanti e dopo un Natale passato a Castiglione in cui fa incetta di reliquie italiche – da Pierre Bertrand, cardinale designato dal papa Innocenzo VI ; la seconda volta viene a Roma avendo concordato di giungervi insieme ad Urbano V e si comporta come un mercante, secondo le cronache locali, in quanto da ogni città riceve doni in memoria del suo passaggio, tutto impegnato nel favorire il vantaggio familiare e quello regio boemo, del tutto disinteressato del bene pubblico. Per quanto riguarda la promulgazione della Bolla doro – la crisobolla, un’antica usanza dei basileis bizantini!- bisogna ricordare che l’imperatore stabilisce le regole dell’incoronazione imperiale – ora tipica elezione germanica! – fissando la località-non più Roma- e il numero degli elettori laici ( i re di Boemia e di Sassonia, il margravio di Brandeburgo e il Conte palatino del Reno) e i tre prelati di Colonia, di Magonza e di Treviri.

*Bene. Grazie. Torniamo ora alla vicenda bonifaciana e al contrasto tra il papa e Filippo il bello

Marco, tra il 1296.-1303 si discute, da una parte, per affermare la exemptio ab imperio/il togliersi dall’impero e, da un’altra, per ribadire la ierocrazia. Il papa con tre documenti – la bolla apostolica sedes , l’epistula al vescovo inquisitore di Firenze e l’oratio per Alberto di Asburgo – sviluppa le sue tesi apostoliche della ecclesia romana, vicaria di Cristo in una dimostrazione della funzione autorevole paterna del papa e del dovere di figlio, anche se primogenito, dell’imperatore, secondo il pensiero dantesco di Monarchia. E’ chiaramente segnato l’ufficium di tractare et dirigere, di statuere et procedere, di facere et ordinare, secondo il dictatus papae gregoriano, in un riassunto di tutte le decretali pseudoisodoriane, compreso il falso constitutum Constantini, fino alla bolla unam sanctam , che riafferma sostanzialmente che Christus caput unum della chiesa romana ha investito di autorità suprema Pietro e i successori della sede petrina come suoi vicari che, avendo due spade ( spirituale l’una, temporale l’altra, tipica dell’imperatore che, comunque, ha il compito della difesa della chiesa) hanno la preminenza come sacerdotium.

*Viene ribadito, professore, che pascere le pecore giovanneo (21. 1-19) significa sciogliere e legare matthaico (14.19 ), in un utilizzo secolare cristiano , falso, che l’autorità della predicazione iniziale del Vangelo abbia valore iussivo, in quanto il fedele, discepolo, segue il magistero di Pietro, vicario fondatore della chiesa romana , che ha il diritto di regolare l’iscrizione, col battesimo, al regno dei cieli ?,

.Si. Marco, è considerato vero il logion matteano: io ti darò le chiavi de Regno, tutto ciò che legherai in terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla tetra sarà sciolto in cielo e si fa l’aggiunta del signore, con istituzione del potere civile e con mandato di giudicare anche l’imperatore, ratione peccati, se peccatore. Ne deriva che ogni creatura de necessitate salutis, in quanto peccatrice, deve essere sottoposta al pontefice: la bolla unam sanctam, ispirata all’ opera sincretica di Egidio – Colonna -Romano(1245/6-1316 ) De ecclesiastica potestate, è la massima affermazione- quasi il canto del cigno!- fatta effettivamente nel Concilio di Roma del 1302 . A questa solenne affermazione risponde la cancelleria regia, francese, formata da laici e da frati, che sostiene che il papa è intrusus, ereticus et simonaicus e quindi peccatore, anche lui, da deporre e da trascinare in Francia su ordine del re e dell’assemblea dei tre stati riunita a Parigi, che inviano Guglielmo di Nogaret, membro del consiglio di Stato, che dà mandatum a Giacomo Sciarra Colonna di prendere il papa, rifugiato ad Anagni, il 7 settembre del 1303, senza turbare la massa popolare.

*Per mia conoscenza e per quella dei miei compagni, mi può fare una sintesi del complesso delle decretali, che sono nei regesta curiali papali, compreso il constitutum Constantini e la theoria di Gelasio e le cosiddette pseudoisodoriane, al fine di avere un quadro personale completo della falsificazione avvenuta dei testi e della illegittima ierocrazia pontificia e dello stesso pensiero monarchico dantesco contrapposto?

Marco, devi meditare su quanto ti è stato detto circa Aristotele averroistico ed Aristotele alessandrino, e la generale falsificazione teorica medievale, devi riflettere sul sistema falsificato di scritti iniziato già al tempo di Costantino e poi di Teodosio, rivedere la formazione pontificia in senso anicio, ristudiare le decretali pseudisodoriane miste agli atti regi visigotici di Recaredo (559-601) nel periodo di conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, operare a lungo sul monotelismo e la caduta di Alessandria di Egitto sotto gli islamici ed indagare sul sorgere improvviso del nuovo papato romano grazie al contributo teologico di Massimo il confessore con conseguente presa di coscienza antibizantina ed antilongobardica, dopo la fine delle esarcato di Ravenna. Fatto questo, devi collegare il dux dantesco con la storia carolingia , già all’atto della deposizione merovingia, come abbiamo rilevato in epoca di Pipino iI breve e di Carlo Magno, in tante parti di Giudaismo romano -terza parte- disseminate in www.angelofilipponi.com, in cui è chiaro il culto di Roma e di Augusto, basilare per la theoria dei due soli, delle due spade e delle due chiavi.

*Devo, dunque, fare un lungo lavoro di digestione per avere chiarezza su un così lungo periodo!. Noi cristiani abbiamo fatto confusione perché la storia ci è consegnata /tràdita dalla pars elitaria clericale ed abbiamo mescolato, come Dante, – costretto a mediare anche quando c’è la vacantia contemporanea di impero e papato- sacro e profano, facendo muthos della historia.

Bisogna, Marco, perciò, ripartire dall’epoca costantiniana per verificare il pensiero politico di Costantino, figlio illegittimo di Costanzo Cloro stanziato a Treviri, incerto sulle decisioni da prendere circa i donatisti afri, di cui ti ho parlato varie volte- e sulla volontà di Osio di Cordova , giunto presso si lui, in quanto convocato, quando già ha stilato -sembra – l’editto di Milano, perfettisimum opus, di liceità della religione cristiana nell’ Occidente pagano- già valido in Oriente per il decreto di Galerio prima e di Licinio poi, in un clima di pacificazione anche tra ariani e cattolici-. Mentre Costantino deve, però, ancora decidere sulla controversia donatista, -che si sta rivelando un tentativo di rivolta su una base di contestazione religiosa.- Osio è buon suggeritore con l’ausilio di uomini già consiglieri dell’imperatore, Reticio di Autun, Marino di Arles e Materno di Colonia.

*Professore, non ne conosco nessuno. Comunque, non importa. Mi può parlare della personalità di Osio, che conosco superficialmente, come attivo, inizialmente, donatista, poi , per un oltre un venticinquennio, fidato consigliere in sacris, per l’imperatore ed per i suoi figli, ben collegato con Eusebio di Cesarea e Eusebio di Nicomedia, oltre che col patriarcato alessandrino dominante, specie con Atanasio? Vorrei conoscere il suo reale pensiero o parte delle risultanze del suo studio sui costantinidi.

Marco, Osio di Cordova è un scrittore occidentale latino, che è sovrastato dalla superiore cultura degli orientali, che hanno un’altra visione della storia romano-ellenistica , per cui il suo apporto a corte non è lineare, in quanto ora accondiscende agli ariani, ora rimane incerto ed a volte ostile, vincolato forse al credo alessandrino ( cfr. Ario ed Atanasio ). Eusebio di Cesarea in Vita di Costantino I.16- dice: un solo Dio venne per uomini così come sorse e prosperò un impero universale… e nell’espressa volontà del medesimo Dio due radici di bene, l’impero romano e la dottrina della pietà cristiana germogliarono insieme per il vantaggio degli uomini tutti Ti premetto che queste sono le parole di ordine della nuova teologia politica, di cui devo farti una sintesi per un profilo di Osio, un consigliere molto stimato a corte, sotto Costantino sia a Treviri che a Costantinopoli, e sotto i figli Costanzo e Costante, essendo morto centenario nel 358!. Osio, oltre ad aver dato una mano agli altri scrittori, per l’editto di Milano, si segnala specificamente nel 321 per la disposizione di Costantino venuto a Roma coi figli Crispo e Costantino iunior circa la concessione di libertà ad uno schiavo in chiesa, alla presenza di sacerdoti : un atto di manumissio diventa base del potere episcopale e papale riconoscimento della funzione sacerdotale connessa con l’azione imperiale o dominicale! Infatti lo storico Sozomeno (400-450) in Storia ecclesiastica riconosce -oltre allo ius episcopale- anche quello papale, autorizzato come auctorità voluta dall’ imperatore, perché l’azione, fatta in luogo sacro diventa tipica funzione giudiziaria del clero ! Ti aggiungo che Osio consiglia padre e figli in varie riprese a sospendere le attività pubbliche nel giorno del dies solis nel corso dei saturnalia feste pagane – poi divenuto Natalis cristiano per festeggiare la nascita di Iesous kurios Christos da una vergine – . Sappi , però, che Osio compare nei regesta costantiniani, già con la lettera a Ceciliano, vescovo di Cartagine, di Costanzo Cloro quando sembra che l’imperatore di occidente invii 3000 folles una moneta di bronzo con pochissimo argento , come contributo per le spes del clero in Africa. Infatti c’è un brevis di Osio con la richiesta dei cattolici da consegnare al vescovo, oltre ad altri suoi atti come consigliere, poi , di Costantino in cui sembra mediare coi donatisti. Più tardi in lettere del 347-8, sotto Costanzo II, all’epoca del concilio di Serdica, convocato per la conciliazione tra la chiese ariana e cattolica , il suo parere è incerto e non è disgiunto da quello tipico del testardo ed integralista di Atanasio alessandrino. Ancora più insicuro appare nel 355 a Milano, quando viene vien ribadita la condanna di Atanasio tanto che viene confinato , nonostante l’età, a Sirmio dove muore disapprovando il decreto imperiale. Infatti da Sirmio – dove rimane tre anni- Osio invia una lettera Costanzo in cui sostiene che la provvidenza divina ha affidato all’imperatore il potere secolare, mentre al papa romano il potere della chiesa, dando il via alla discussione sulle due orbite e sulle funzioni imperiali e papali, senza, comunque, mostrare la reciproca indipendenza.

*Non ci sono dubbi sull’autenticità di tale lettera?

Marco, contrastanti sono i pareri degli storici, che, comunque, negano rapporti tra la lettera di Osio e il constitutum Constantini, che rientra nelle celebrazione delle feste di papa Silvestro (275?- 335) mentre si parla di contraddizione e di falsificazione nel periodo di Leone I che se ne serve circa un secolo dopo, tanto da autorizzare altri a fare esempi basilari per la costituzione di una chiesa romana universale, che parla di pleroma e lo traduce come plenitudo potestatis del papa vicario di Cristo, successore di Pietro. Comunque non sembra che ci sia il termine princeps, sebbene faccia distinzione tra mundus et deus e tra ecclesia et status romanus, inteso come senatus populusque romanus .

*Da qui allora inizia la theoria di Gelasio ?

Non credo perché il papa ha una sua concezione speciale. Infatti per Gelasio (492-496) la chiesa cattolica è apostolica, nata con l’apostolo  Pietro, venuto davvero a Roma, secondo le lettere pseudo clementine, ritenute all’epoca autentiche. L’episkopos di Roma è vicarius Petri  in quanto successore,  perché Gesù lo ha fatto pastore del suo gregge. Succede però, che all’epoca, nel corso della questione acaciana, nei contrasti tra Acacio di Costantinopoli, monofisita, e  Felice III, assertore dei decreti di Calcedonia sulla doppia natura del Cristo, Gelasio formuli il suo pensiero in De duabus in Christo naturis, quando Teodorico  ancora non è riconosciuto patricius da Anastasio Dicoro/dalle due pupille,-una nera ed una blu- (imperatore dal 491al 518) nel 493. Per lui, invece, già ci sono due poteri sulla terra/mundus uno spirituale con auctoritas sacrata pontificum , uno temporale/ regalis potestas e tra i due è maggiore il primo in quanto gravius est pondus sacerdotum, perché deve aver cura anche dell’operato del re.

*Professore, lei parla di re e non di imperatore, che ha potere sui corpi e che deve sottomettersi all’autorità religiosa, connessa con Dio?

Marco, tu forse chiedi se Gelasio I considera, secondo la tradizione greca orientale, il sacerdotium /ieroosunh superiore al re /basileus e se si riferisce all‘imperator occidentale goto-germanico? Sembra che Gelasio I, natione afer, proclami che Una est christiana fides, quae est catholica mentre parla di re Teodorico e non di Anastasio autocratoor, specificando un uomo mortale, barbaro goto, che sottoposto ad antistites sacerdoti, intende provvedere a redimere la propria anima in quanto necessita di unità religiosa sia con gli ariani che con gli ortodossi. Sappi che Gelasio, divenuto pontefice dopo Felice, mantiene le sue stesse posizioni calcedoniane antimonofisite, seguendo la linea politica del pensiero di Agostino di Tagaste, ribadendo la scomunica ad Acacio e agli acaciani e allo stesso imperatore Anastasio per cui la sua affermazione circa il potere della Chiesa, fissato come auctoritas, vale come potere legislativo di legge vivente / nomos empsuchos mentre quello imperiale è potestas, potere esecutivo, nella coscienza afro-romana che l‘auctoritas è superiore alla potestas  in una volontà di opporre all’imperatore  cesaropapista  la sua fermezza e la indipendenza della sede romana, in contrasto con quella del succube patriarca Eufemio, successore di Acacio.

Lei dice che, dunque, da Gelasio inizia la concezione del potere papale sulla base del comando di Cristo, dato a Pietro di pascere il gregge?

Si. Marco. Gelasio nella lettera ad Anastasio afferma quanto già detto, proprio mentre, nel 494, Teodorico rivendica il suo potere conquistato con le armi, durante la questione acaciana, aspirando ad avere il riconoscimento imperiale del suo principato su Roma, Italia e regioni danubiane pannoniche.

*All’epoca, non si parla affatto del Constitutum Constantini, a cui Gelasio neanche accenna. E’ certa la lettera ad Anastasio? Che significato ha il silenzio su Costantino di Gelasio?

Marco, brancolo nel buio, comunque, posso affermarti che la lettera ad ad Anastasio è autentica e che in essa non ci sono cenni di donazione di Costantino al papato romano, sede succursale non primaria rispetto a Costantinopoli, all’epoca inferiore perfino a quella del vescovo di Ravenna che già sotto Teodorico assume un maggiore rilievo in quanto sede regia, seppure abbia un qualche potere sugli episcopati africani. Roma, come sede papale, ha valore grande quasi un secolo e mezzo dopo la presa di Alessandria da parte dei musulmani, dopo un lungo periodo di dominio bizantino orientale e ravennate , essendo l’antica capitale imperiale alle dipendenze dirette dell’esarca, dalla fine della guerra gotico -bizantina fino alla morte di Eutichio che, nello scontro con Astolfo longobardo, perde la vita, facendo concludere il dominio bizantino nel centro Italia.

*Quindi, professore, non ci sono cenni di una malattia -lebbra- di Costantino né di guarigione e di donazione a Silvestro, successore di Pietro, neanche nominato ?

No. Marco, ma si sa –liber pontificalis da Vita di Milziade papa – della donazione costantiniana del palazzo Laterano e di una costruzione di una basilica negli horti neroniani,- in onore di S. Pietro, lì morto,- secondo la tradizione, a cinque navate, a copertura lignea, con 120 altari, di cui 27 dedicati alla Vergine Maria panagia, theotokos/deipara. Si sa, inoltre, che Giustino, successore di Anastasio, nel 519 effettua la reductio ad unum del poteri, fondendo sacro e profano, riconosciuto anche da Giustiniano che, nel Corpus iuris, riunisce la funzione del basileus con quella dell’ierarchhs , assumendo nella sua figura regia anche lo ius in sacris .

*Dunque, lei nega che in epoca teodericiana ci sia una superiore auctoritas romana pontificia in Roma? ritiene, perciò, che le formulazioni di Osio e quelle di Gelasio, confluite nel Constitutum Constantini – cfr. Datazione del Constitutum Constantini e testo in www.angelofilipponi.com – opera di decretalisti dell’epoca carolina, siano state annullate da Giustiniano, il cui codice giuridico, lodato da Dante stesso ( Paradiso,VI,10-12 ) è basilare per le popolazioni occidentali specie dopo la Restitutio imperii, ad opera dei generali Belisario e Narsete che riconquistano Africa, Spagna ed Italia quando si afferma il cesaropapismo costantinopolitano?.

Certo, Marco, il VI canto del Paradiso diventa centrale nel pensiero politico dantesco, per la figura di Giustiniano – che è nel II cielo, quello di Mercurio, tra gli spiriti attivi per la gloria terrena – che si presenta come imperatore successore, dopo circa duecento anni di Costantino , giudicato come uno che va contro il sistema naturale solare ( … che volse l’aquila / contr’al corso del ciel, ch’ella seguio /dietro a l’antico che Lavina tolse VI.1-3) rispetto a quello, legittimo, seguito da Enea, troiano, padre di romani: Cesare fui e son Iustiniano/ che per volere del primo amor, ch’io sento/ dentro le leggi trassi il troppo e il vano.(10-12).

*Professore, Dante rileva come sia meritoria ed imperitura la stesura del Codex iuris, sintesi del patrimonio giuridico romano, su cui si basa tutta la storia del diritto!

Secondo Dante tale opera dell’imperatore è voluta- dopo la sua conversione dal monofisitismo all’ ortodossia cattolica, tramite il beato papa romano Agapito ,(533- 556)- da Dio, che gli comanda di affidare le imprese militari a Belisario.

*Per Dante Dio dà il compito giuridico all’imperatore, oltre che militare affidato ad un legatus, per assicurare sulla terra la iustitia, avendo un suo piano salvifico, in relazione alla funzione precipua imperiale in quanto è lui il facitore di storia?

Certo Marco. Dio ab aeterno ha una sua oikonomia pianificata nel tempo per il bene dell’ uomo che Dante sintetizza e nel VI del Paradiso e nel II della Monarchia. Infatti procede in modo simile nelle due opere che sono scritte nello stesso periodo.

*Da qui, professore, allora, la storia di Roma mitico-arcaica, repubblicana ed imperiale come abbiamo visto in Monarchia, a cominciare da Pallante, – che morì per dare regno ai romani (v.36) eroe dell’ Eneide di Virgilio, autore augusteo”?- e da Alba longa fino alla sfida decisiva tra Curiazi ed Orazi e ai sette re, (dal ratto delle sabine fino al dolore di Lucrezia e alla graduale conquista dei popoli confinanti)?.

Marco, Dante fa una storia romana per il popolo, mostrandone gli eroi repubblicani, tenendo presente Valerio Massimo e i compendiari latini, e li cita (Manlio Torquato, Quinzio Cincinnato) come egregi e le famiglie dei Deci e dei Fabi , che combattono contro Brenno, contro Pirro, ma dà rilievo a Scipione che abbatte- anacronisticamente considerato crociato – l’orgoglio dei cartaginesi-arabi che, seguendo Annibale hanno valicato le Alpi e sono giunti al Po, invadendo l’Italia, e a Pompeo- forse per la sua conquista della Siria, ridotta a provincia – ritenuti vessilliferi dell’aquila romano -cristiana antislamica e perfino antifiorentina. se si considera i vv. 52-3 .. e a quel colle/ sotto il quale tu nascesti, parve amaro –

*Professore, neanche ho mai notato arabi (VI, 49) e tanto meno ho compreso la allusione a Sergio Catilina, sconfitto a Fiesole nel 62 a.C.. e alla sottesa punizione subita ad opera del sacrosanto segno dai suoi corregionali, e nemmeno avrò letto bene le figure dantesche di Cesare, Ottaviano e Tiberio, oltre a quella di Tito Flavio?

Se non si legge dalla angolazione dell’ oikonomia tou theou, Dante non è comprensibile, data la sua educazione e formazione christiana romano- medievale mitico- sincretica. Infatti il poeta dedica sei terzine a Cesare (55-72), tre terzine ad Augusto, tre terzine a Tiberio ed una terzina a Tito, essendo certamente sotto l’influenza della kabbalah ebraica cfr. Dante ed Abulafia.

*Lei vede il numero delle terzine e dei versi in senso cabalistico?

Non è il caso, Marco, che ti faccio il conteggio di 18, di 9 e 9 , e di 1, né della somma di 37, né dei tre protagonisti giuli, oltre all’unico vendicatore flavio antiebreo, né degli endecasillabi di ogni terzina e di tutte 13 terzine! In altra sede ne possiamo parlare. Per ora ti dico che Cesare ha preminenza assoluta perché ha occhi grifagni ed è uomo stabilito da Dio a dare avvio al disegno politico imperiale, le cui imprese sono elencate (campagna di Gallia- indicata con i nomi dei fiumi – e guerra civile contro Pompeo e contro i pompeiani in Oriente, in Egitto, in Africa e in Spagna ) e perché con lui inizia il cambiamento epocale del mondo, avendo già pacificato l’imperium secondo il volere divino- il ciel volle/ redurre lo mondo a suo modo sereno- Ti faccio notare che la celebrazione di Ottaviano Augusto, considerato anacronisticamente baiulo/balivo seguente-titolo nobiliare a corte press i re di Francia- come secondo portatore dell’aquila (che compie le sue imprese come vendicatore del padre adottivo a Filippi contro Bruto e Cassio, poi a Modena contro Antonio ed a Perugia contro la moglie Fulvia e il fratello di Antonio, ed infine ad Azio contro Cleopatra) è quella stessa della propaganda ottavianea per dire che serrò a Giano il suo delubro indicando un’altra pacificazione ora totale, dopo quella serena cesariana ! . La celebrazione dantesca di Tiberio, fatta da Giustiniano, risulta disposta in modo che si tratti del terzo Cesare, posto esattamente come positio media nel quinto stichos, in modo da essere il centro di tutti i nove versi dedicati al successore di Augusto (3- sein/ ma/noal/ con doppia sinizesi + 5- ter/zo/ Ce/sa/re – +3 si/ mi/ra ) cosi da avere lo stesso numero di sillabe- 44- e prima e dopo, per inviare il messaggio che la viva giustizia che mi spira/li concedette…/gloria di far vendetta alla sua ira, a patto che si miri chiaramente e sentimentalmente.

*Professore, mi vuole dire che Dante segue fonti giudaiche che conoscono Filone alessandrino, per il tipico veder dell’ occhio che, tolto il velo, ha altra visione e quindi altra logica come ben ha scritto in Oralità e scrittura dei Vangeli in www.angelofilipponi.com ?

Si. Marco . C’è qui un altro vedere, quello dell’intelletto non maculato da legge ebraica, non tenebrato da malizia eretica, essendo stato tolto il velo dai propri occhi e fatto ragionamento col cuore/lev , in modo affettivo. Infatti Dante scrive ma ciò che ‘l segno, che parlar mi face/ fatto aveva prima e poi era fatturo/ per lo regno mortale ch’ a lui soggiace/ diventa in apparenza poco e scuro -cioè quanto fatto o destinato a farsi sulla terra dal segno imperiale risulta cosa da poco e di irrilevante importanza – se si guarda attentamente e con meravigliacon occhio chiaro e con affetto puro“. Allora si capisce la funzione di Tiberio che realizza il volere di Dio con la crocifissione del Cristo-agnello.

*Professore, io davvero ora capisco Dante e comprendo bene anche il suo orientamento naturalis ed eretico, seguendo veramente i suoi passi: mi è caduto il velo e vedo -mi verifichi!- che l’umanità (secondo Giustiniano paradisiaco e Monarchia II, XI,5) è giunta al culmine, al punto esatto di arrivo di tutta la storia e della civiltà antica (cioè alla morte e resurrezione del Christos ), per cui per l’uomo inizia la storia rivelata in quanto l’impero romano con la morte del figlio di Dio – tramite l’atto giuridico legittimo tiberiano, di cui è esecutore Ponzio Pilato- diventa strumento divino della salvezza dell’uomo.

Bene. Marco. Hai capito veramente. Non immagini quanto possa io essere felice delle parole che dici con la mente e col cuore e come sia contento che hai capito davvero Dante, finalmente. Infatti il pensiero del grande imperatore bizantino (87-90) coincide esattamente con quello del II libro della Monarchia, in cui , sulla base di Paolo (Romani, 5.2) si afferma che la morte entrò in tutti gli uomini a motivo del peccato originale e che -(Efesini, 2-3 ) – tutti , comunque, furono redenti col sangue del Cristo perché i peccati furono rimessi per la sua gloria che scese doviziosa su di noi . Nota la chiusura dantesca con un un periodo ipotetico di terzo tipo : si de illo peccato non fuisset satisfactum per mortem Cristi, adhuc essemus filii ire natura, natura scilicet depravata/ se con la morte di Cristo non fosse stata data riparazione a quel peccato, saremmo ancora figli dell’ira per natura cioè a causa della natura depravata.

*Professore, leggo bene la terzina su Tito? Senta!. Se per merito e gloria di Tiberio e del diritto romano è stata fatta la vendetta all’ira divina, ora secondo Giustiniano, la giustizia divina con Tito a far vendetta corse/ de la vendetta del peccato antico- Paradiso, VI, 92/93- l’imperatore flavio cioè fa la volontà divina di distruggere il tempio gerosolomitano a causa del deicidio ebraico commesso”!.

Hai capito bene, Ti aggiungo che Tito, soffocando la ribellione giudaica espugnando Gerusalemme, distruggendo il tempio, risulta, secondo la tradizione cristiana, strumento dell’ira di Dio contro il popolo ebraico deicida, come afferma Dante anche in Purgatorio XX,92-96 . Tieni presente che tale lettura è di Paolo Orosio – Historia, VII,iii,8; ix, 9- che, da collaboratore e seguace di Agostino, considera giusta la punizione inferta dal popolo romano agli ebrei, a giustificazione della universalità del potere universale di Roma nella sua organizzazione politica e temporale della cristianità: lo scrittore considera l’impresa flavia atto di giustizia dell’ impero romano sugli assassini dl Cristo, neanche più visti come contribuli, confratelli. Dante lo dice anche in Purgatorio, XXI, 82-84( nel tempo in cui il buon Tito con l’aiuto/ del sommo rege, vendicò le fora /onde uscì il sangue ) per indicare che l’impero romano è voluto da Dio che provvede alla salvezza dell’uomo

*Quindi, Dante anche nel VI canto del Paradiso, nei versi successivi al tema dell’ impresa di Tito, pur tacendo su un lasso lungo di tempo di circa settecento anni, congiunge, nonostante la frattura secolare, la storia, stabilendo l’immediata continuità tra Impero romano e Sacro romano impero, come lei ben ha fatto notare con Dux.

Certo. Dante mette insieme, come se fossero contigui i momenti della distruzione del tempio gerosolomitano e la protezione di Carlo Magno che mette la Chiesa sotto le sue ali -metonimia di aquila rispetto all’altra metonimia di lupo /dente longobardo. In questa ottica di onniscienza divina e compresenza storica viene letta la storia recente dei guelfi e di ghibellini, causa delle sventure contemporanee, in una condanna e di chi al pubblico segno i gigli gialli oppone e di chi appropria quello a parte, per cui è difficile capire chi sbagli più gravemente.

*Dunque, Giustiniano, che legge la storia in Dio, risulta partecipe del piano divino circa l’impero e la restaurazione di Arrigo VII,- con la sua incoronazione a Roma ad opera di un legatus di Clemente V assente (di cui vede la fine) e col prevalere dei guelfi in un clima incerto di lotte partigiane nel centro Italia per la congiunzione delle forze francesi capetinge con quelle angioine di Roberto di Angiò, sovrano di Napoli dal 1309?.

Così sembra dire Dante in Paradiso, che è cosciente del proprio esilio e della affermazione politica e militare del gonfaloniere dell’impero, Castruccio Castracani, che, vincitore insieme ad Uguccione della Faggiuola nella battaglia di Montecatini nel 1315 contro i guelfi fiorentini, entra in buone relazioni con la Milano di Matteo Visconti e con Treviso di Cangrande della scala.

*Uguccione e Castruccio sono ghibellini che per un decennio costituiscono un forte centro antiguelfo nell’Italia centrale ?

Castruccio è un valoroso ghibellino, signore di Lucca, esiliato, rifugiato presso Edoardo I, poi con lui e con Filippo il bello, giostrando in vario modo, partecipa alla campagna di Fiandre ed infine, tornato in Italia, è una specie di vicarius imperiale contro i guelfi, capace di raggruppare gli altri ghibellini e portarli di nuovo alla vittoria, dopo aver ripreso la signoria di Lucca e fatto speciali trattati con Arezzo.

*Professore, credevo che i ghibellini nel Trecento fossero definitivamente sconfitti ed invece comprendo che riportano vittorie e che ci sono collegamenti ancora tra i signori feudali, nonostante che il papato avignonese, legato ai Capetingi e ai D’Angiò , abbia congiunto le forze ed abbia una prevalenza economico-finanziaria, a seguito della fine dell’Ordine Templare, sebbene le popolazioni lombarde, laiche ormai abbiano iniziato l’epopea mercantilistica, ben descritta da Boccaccio.

Marco considera, comunque, che la stessa venuta di Ludovico il bavaro è anch’essa inutile perché Roberto d’Angiò, prima, è nominato capitano della lega toscana e poi suo figlio Carlo, duca di Calabria, signore di Firenze dal papa avignonese, che neutralizza l’eco delle vittorie ghibelline, compresa quella di Zappolino dei modenesi contro i bolognesi.

*Comunque, si può dire che il centro Italia è in mani guelfe, dopo la morte di Cecco d’Ascoli, se Cante Gabrielli ha mandato pontificio in Romagna e nelle Marche di riconquistare le terre romane?.

E’ un periodo burrascoso, iniziato già negli ultimi cinque/sei anni a Ravenna di Dante che sente fortemente il senso di giustizia. Infatti nel cielo di Giove (Paradiso, XVIII,90-92)- in cui le anime degli spiriti giusti formano con le loro luci figure di singole lettere in modo da mandare il messaggio biblico di D.I.L.I.G.I.T.E. I.U.S.T.I.T.I.A.M. Q.U.I. I.U.D.I.C.A.TI.S. T.E.R.R.A.M a cui, poi, si aggiungono altre anime, che disegnano sulla ultima M l’immagine araldica dell’ aquila simbolo dell’impero, sull’esempio di quelle del cielo di Marte, che avevano formato una Croce– il pensiero di Giustiniano/Dante mira a colpire i guelfi e i loro sostenitori, i re di Francia e i parenti angioini dell’Italia meridionale e i papi avignonesi Clemente V e specie Giovanni XXII 1316-1334 , oppositori dell’impero, contrassegnati da avidità.

*Professore, il resto del canto, quindi, è in relazione a chi si oppone all’aquila imperiali, contro cui ci sono invettive, anche se non vengono risparmiati gli stessi ghibellini?.

Marco, in effetti Dante condanna Carlo II d’Angiò – a cui vien predetto sventure sui figli, molte fiate già piansero li figli/per la colpa del padre,.. e non si creda /che Dio trasmuti le armi sue per suoi gigli (VI109-111)- e suo figlio Roberto oltre ai capetingi , Filippo il bello e il fratello Carlo di Valois, bollati per la cupidigia , congiunta all’avarizia di papa Clemente V e Giovanni XXII, la cui curia è sede della lupa.

* La lupa è tema centrale nella Commedia, come simbolo della cupidigia papale. Me ne può parlare in relazione alla condanna dei D’Angiò dei capetingi e del loro guelfismo opposto all’impero e ai vicari imperiali del periodo dantesco?.

Marco, Dante, mentre subisce l’esilio per colpa di Carlo di Valois , inviato da Bonifacio VIII, che aiuta in Firenze la pars bianca sostenuta con le armi di Corso Donati e Cante Gabrielli, assiste al predominio guelfo in Italia garantito da angioini, presenti là dove necessita il loro intervento armato, in appoggio alla politica di Filippo il bello. Questi, – dopo la morte di Bonifacio, impone Clemente V, il francese Bertrand de Got, che annulla l Unam sanctam e tassa il clero francese – impossessandosi del tesoro templare, e, grazie alla scomunica papale, ha la possibilità di risanare le finanze, dopo gli sperperi nel corso della campagna militare contro Edoardo I e poi in quella in Fiandre, e fa una politica unitaria coi cugini d’Angiò che fronteggiano l’imperatore e i comuni ghibellini conseguendo la vittoria, con la morte di Arrigo VII.

*E’ un momento tragico anche per la chiesa avignonese, rimasta senza papa per ben due anni, fino alla elezione di Giovanni XXII!?

Marco, il tempo del papato di Giovanni XXII è quello descritto nel romanzo di Eco In nome della rosa ed è davvero nel segno della lupa dantesca. Infatti il poeta fa un’ invettiva feroce contro i i preti – che sotto gli abiti del pastore di anime nascondono un animo avido di beni temporali- e contro i due papi francesi Giovanni XXII,- originario di Chaors – e Clemente V di Guascogna, che si arricchiscono sul sangue dei martiri (Paradiso XXVII 55 -60 ): In vesta di pastor lupi rapaci/ si veggion di qua su per tutti i paschi /o difesa di Dio, perché pur giaci?/. Del sangue nostro Caorsini e Guaschi/ s’apparecchian di bere: o buon principio / a che vil fine conviene che tu caschi! Ancor più pesante è l’apostrofe,- in Paradiso XVIII,130-136- cruda e polemica contro Giovanni XXII, papa dal 1316 al 1334, bollato come abile ad emanare e ad annullare scomuniche ed editti, deciso a mantenere la sede avignonese, incassando denaro con l’elezione di molti cardinali francesi : ma tu che sol per cancellare scrivi/ pensa che Pietro e Paulo, che moriro/ per la vigna che guasti, ancor son vivi./ Ben puoi tu dire : i’ ho ‘l disiro/si a colui che volle viver solo/e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco né il pescatore né Polo . Marco, ti aggiungo che Giovanni XXII è papa noto perché faceva dipingere il Cristo in croce con un sacchetto di monete al fianco per mostrare che la chiesa è ricca e che è così sollecito a fare editti per guadagnare tanto che invece di applicare la legge imponeva un’ammenda ai prelati, rei di delitti comuni, di illeciti accoppiamenti e di deflorazione di vergini mentre scomunicava e poi toglieva la scomunica a patto che si pagasse per l’assoluzione -che veniva data anche agli eretici, che subito venivano scarcerati, appena sborsato il denaro -.

*Professore, Dante, esule, rileva il male dell’impero, dopo la morte di Arrigo VII, notando l’ incertezza dei vicari imperiali, la desolazione di Roma senza papato, l’ignominia della avidità della curia papale avignonese, la violenza armata nelle province tosco -umbro-emiliane o nelle Marche e marca trevigiana per le lotte fra guelfi e ghibellini, la mancanza di giustizia dovunque e si rifugia nella concezione agostiniana ideale delle due città e nella speranza dei due soli aggiornata con una improponibile impostazione aristotelica pratica?.

Marco. Dante rilevando la situazione caotica dell’impero e del papato denuncia i suoi antichi dubbi sulla legittimità dell’impero romano e su un impossibile ritorno alla povertà evangelica, a seguito dell’oscurarsi dei due soli, essendo sorta l’autonomia dei principi e dei re e con essa anche quella popolare comunale con l’attività commerciale e mercantilistica confessando di aver pensato in modo superficiale- monarchia,II,i.3 tantum superficialiter intuens ilum nullo iure sed armorum tantummodo violentia obtenuisse. Comunque resta convinto dell’ordine voluto da Dio sulla terra, pur contro l’evidenza, in quanto scrutando in profondità con gli occhi della mente comprende.- ibidem ii,1-medullitus oculos mentis– che il progetto divino, essendo in mente prima motoris, si verifica per efficacissima signa providentiam hoc effecisse. Nonostante la fiducia in Dio Dante soffre nella costatazione diretta del tumulto dei popoli, dei re e dei principi cfr. Salmo, 2, 1-3, uniti e concordi fra loro nell’ostilità al loro signore e loro unto il romano principe/ut adversentur Domino suo et Unto suo, romano principi.

*Professore, sto comprendendo, ma mi sono perso qualcosa a causa del termine medullitus. me lo può spiegare in modo da togliermi ogni dubbio? Mi pare strano che tu equivochi , avendo letto attentamente Oralità e scrittura dei vangeli , dove è trattato un altro modo di vedere quello senza velo, col cuore! Comunque, l’avverbio medullitus vale fino al midollo, inteso giustamente -se legato dl verbo amare /diligere -fino al profondo del cuore o a svisceratamente, a seconda del rilievo dato al muscolo cardiaco o alle viscere – ambedue organi sentimentale. Tu, quindi , leggendo, come Dante, con gli occhi della mente, cioè in profondità il testo, non superficilater, senti in modo partecipativo ed attivo , dando rilievo all’intelletto attivo sentimentale.

*E’ questa, ora, la vera nobiltà di Dante?

Marco, Dante ha una sua nobiltà longobarda, come si vede in Paradiso XVI quando parla di O poca nostra nobiltà di sangue / se gloriar di te la gente fai / qua giù dove nostro affetto langue…. / ché là dove appetito non si torce … dico nel cielo, me ne gloriai XVI(1-6), dopo l’incontro col trisavolo Cacciaguida , spirito militante, mettendosi in relazione con le famiglie notabili di Firenze. Dante ha un avo, nobile di scarso rilievo, un cavaliere crociato, non primogenito, forse di origine longobardica, se si esamina il nome del trisavolo o quello di Moronto, di Eliseo, o quello di Alighiero, di Preitenitto, di Bellincione, di Geri, di Drudolo, di Lapo o di D(ur)ante e di Gerardo. Marco, è un problema di onomastica e di araldica, su cui è meglio non entrare perché il poeta afferma -facendo la metafora del mantello prezioso, cui si aggiunge stoffa , accorciata continuamente dal tempo che sembra avere forbici-: Ben se’ tu manto che tosto raccorce/ sì che, se non s’ appon di di in die/ il tempo va dintorno con la force. Dante anche se contrappone alla plebe delle genti nove, venute in Firenze alla fine del Duecento, la sua poca nobiltà, sa ben che – specie dopo la lezione di Cecco D’Ascoli -a cui si è rivolto – da stilnovista e da pensatore, l’importanza all’epoca dell’ essere gentile, di avere una stirpe alta romano-longobardica-franca alle spalle, basilare per la sua poetica ed ideologia . Comunque egli condanna e svaluta la nobiltà di sangue seppure importante nella vita terrena, contrapponendo ad essa la nobiltà di animo connessa con giustificazioni morali. Infatti lo afferma in Convivio (IV, xix,3 e IV, xx,5 ) ma, in Monarchia (II, iii,4 ) spiega il suo pensiero di un impero romano che ha un monarca de iure, non usurpando.

*Mi piace sapere come arriva a questa affermazione, operando sulla nobiltà. Mediante ragionamento sillogistico?.

Marco, Dante procede in questo modo, affermando che al popolo più nobile si addice di dominare su tutti gli altri, che il popolo romano fu il più nobile , per cui, se l’onore è il premio della virtù ed ogni forma di supremazia è un onore, ogni orma di supremazia è anche premio della virtù.

*Professore , a me sembra un puro ragionamento sillogistico!

Certo, Marco. Dante afferma: Sed constat quod merito virtutis noblitantur homines, virtutis vidilicet proprie vel maiorum.Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta philosophum, et iuxta Iuvenalem nobilitas animi sola est atque unica virtus/ ora è noto che per merito della virtù sono nobilitati gli uomini cioè di virtù propria o degli antenati. infatti la nobiltà è virtù e ricchezza antica secondo il filosofo in Politica, e la nobiltà dell’animo è sola ed unica virtù secondo Giovenale (Sat., VIII,20). Siccome, però, ha dovuto citare due massime contrastanti, subito aggiunge: queste due massime si riferiscono dunque a due nobiltà: alla propria e a quella degli avi. poi seguita dicendo che si addice ai nobili, per questo motivo, il premio della signoria e poiché i premi devono essere commisurati ai meriti, secondo il detto evangelico matthaico-(7,2) vi si valuterà con lo stesso metro col quale avrete misurato,-. La sua conclusione è: al supremamente nobile conviene il suprema comando/maxime nobili maxime preesse convenit.

*Dante, nonostante il riferimento alla Politica IV, 8 1294 non riesce a far combaciare la nobiltà di stirpe – che si perpetua nelle generazioni mediante imitazione da parte di individui che, seguendo la virtù dei padri, fanno azioni degne di gloria diventando loro stessi esempio – e la nobiltà d’animo, propria di chi imitando la tradizione patria con la propria virtù si segnala come eroe della famiglia e si fonde col patriarca fondatore ktisths della stirpe?

Marco, viene mostrata storicamente una continuità di virtù duratura sulla base del capostipite, che risulta nobiltà nel destino umano secondo l’oikonomia divina di provvidenza presenziale: formano un unicum Anchise ed Enea , Romolo e ad Augusto , Costantino e i figli e i bizantini, il dente longobardo e Pipino, Carlo Magno e i carolingi fino a Carlo il grosso (881-888), Dante ha coscienza – e lo sottende- che da Carlo il Grosso alla dinastia sassone, con Ottone I  nel 962, ci sono 74 anni di caos, in cui si accennano a formare tre grosse entità nazionali, sulla base dell’eredità carolingia ad opera  delle aristocrazie locali, anarchiche, sia in Italia  che in Francia e in Germania:  la scelta  dei re  e poi di imperatore veniva fatta dai grandi feudatari, per l’Italia, i laici  marchesi del Friuli, di Ivrea, di Toscana e di Spoleto e quelli ecclesiastici, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, mentre per la Francia  i potenti di Provenza e di Aquitania, e per la Germania  quelli di Baviera e di Sassonia.

*Professore, lei vede che storicamente ci sono torbidi politici e scontri tra i notabili aristocratici , comites imperiali, che aspirano ad avere il diritto di supremazia, non più garantito più dal papato romano, nel corso di contrasti tra i figli di Ludovico il pio, il superstite figlio di Carlo Magno tanto che si rivolgono perfino all’imperatore di Oriente a volte?, Per quale motivo noi cristiani rileviamo la mano provvidenziale di Dio, che tramuta il Sacro romano impero in Sacro romano impero germanico, ottoniano?.

Marco, perché è avvenuto il passaggio dall’Oriente all’Occidente dell’imperium grazie alla donazione di Costantino ritenuta ovviamente autentica. Se Dante neppure marca il passaggio, è chiaro che ciò avviene secondo il disegno divino. Comunque, non è così.

*So bene che che sono due leggende, quella del falso Constitutum Constantini, e l’altra della millantata nobiltà di Ugo Capeto.

Marco, mentre i nobili cercano di legittimare il potere barbarico germanico carolingio col diritto dalla fonte dell’impero bizantino, la chiesa romana, specie nel periodo di Giovanni VIII e poi in quello di Giovanni XII, cerca una soluzione tramite i decretalisti, della curia romana e di quella carolingia di Aquisgrana nella falsificazione dei documenti giuridici isidoriani e pseudo isidoriani. cfr. Filioque e il concilio di Toledo e Filioque e Leone III.

*Quindi, professore, lei pensa che il Constitutum e la nobiltà dei capetingi siano voci /rumores popolari poi sancite da papi e da concili ecclesiali a volte anche da cronisti, in un periodo che va dalla morte di Carlo il grosso alla Constitutio ottoniana ed oltre ?

Si. Marco . Ritengo i due atti mistificatori compiuti, non distanti temporalmente – forse due o tre generazioni l’uno dall’altro!-: il Constitutum è databile tra la fine del nono secolo e l’inizio del X e l’altro verso la fine del X, sotto Silvestro II e Ottone III- cfr . Theophàno la bizantina – quando la nobiltà germanica è già ben sicura e il potere papale è di nuovo predominante in Occidente grazie ai rapporti tra la corte germanica e quella bizantina e specialmente grazie al pensiero romano di Gelberto di d’Aurillac, inculcato al suo discepolo, figlio di Theophàno e di Ottone II.

*Professore, ho difficoltà a seguirla . Manco di basi storiche. Se lei mi fa una sintesi, forse capisco.

Allora, Marco, ripartiamo da Ludovico il pio che fa l’ordinatio imperii suddividendo il regno paterno in tre parti, una a Lotario il maggiore, figlio primogenito con diritto di successione imperiale, e due parti secondarie ai figli minori Pipino e Ludovico il germanico.

*Bene, proceda!.

Alla morte di Pipino, gli succede il fratellastro Carlo il calvo, che si accorda con Ludovico contro il fratello Lotario, subito dopo al morte del padre nel 840, facendo il giuramento di Strasburgo nel 842, da cui inizia la divisione di popoli parlanti francese da quelli parlanti germanico, imponendo ali fratello maggiore il trattato di Verdun nel 843. Chiaro?

*Si.

Si stabilisce, allora, che Lotario abbia l’Italia e la zona compresa tra il Reno e la Loira, detta Lotaringia , mentre Ludovico ha la zona germanica oltre il Reno e Carlo il calvo la Francia, grosso modo settentrionale, oltre a porzioni di quella meridionale. Lotario, morendo, rende autonoma l’aristocrazia italica e germanica per cui avviene che non solo la lotaringia ma anche le altre zone del regno carolingio, a seguito della scomparsa dei legittimi sovrani, si riuniscano in un solo regno per un settennio ad opera di Carlo il grosso, Alla sua deposizione nell’anno 888 avvenuta ad opera di Arnolfo di Carinzia figlio di suo fratello Carlomanno, per la neghittosità del sovrano che neanche affronta in battaglia i Normanni -li paga !- e tanto meno frena l’invasione in Italia dei saraceni- nonostante gli appelli dei papi, coinvolti in lotte con le potenti famiglie romane – sorgono qua e là nell’impero candidati alla carica regia ed imperiale in un lungo periodo di anarchia. Allora, in Italia si afferma Berengàrio, duca e marchese del Friuli , imparentato coi carolingi, dopo lunghe lotte con Guido di Spoleto anche lui proclamatosi re e imperatore col figlio Lamberto. La stessa cosa avviene in Francia, dove Oddone di Angers si proclama re, a cui subentra poco dopo Ugo di Provenza, che rivendica anche il diritto carolingio di governare l’Italia, per cui viene chiamato dal papa Giovanni X (916-929) a Roma, dopo la promessa di cacciare i saraceni che investono le coste tirreniche Dopo lo sbarco a Pisa, il sovrano , venuto a Roma , sposa Marozia ma sorgono tafferugli a seguito di accordi tra popolo e aristocrazia locale dopo le notizie del concilio di unione fatto da da Nicola il mistico, patriarca di Costantinopoli ,reintegrato grazie all’intervento del papa romano, desideroso di una riconciliazione tra le due chiese, già dissidenti per il filioque e per la questione del quarto matrimonio dell’imperatore Leone VI. Ne deriva che sono cacciati da Roma Ugo e Marozia, il cui figlio, Alberico, è capo della coalizione antimperiale e che il sovrano cede i suoi diritti dinastici sull’Italia a Rodolfo di Borgogna, mentre in Germania si afferma la candidatura di Ottone, che viene a Roma dove è incoronato imperatore da Giovanni XII. Poco dopo il papa, considerato immorale e eretico, viene deposto e al suo posto viene eletto un antipapa per ordine imperiale. Marco, secondo noi, nasce in questo burrascoso periodo la falsificazione del Constitutum Constantini come testo compatibile per il sistema di scrittura con altre decretali dell’epoca e per il contenuto ideologico -cfr. Datazione del testo del Constitutum Constantini in www.angelofilipponi.com- anche se alcuni critici lo ritengono opera di scrittori precedenti e di differenti scriptoria. Comunque, una lettera di Paolo I (757-767), papa, successore diretto del fratello di Stefano II databile nel 757, uomo contrario e ai longobardi e ai bizantini, desideroso di un connubio coi franchi di Pipino il breve ripropone la formula desueta di un oltre un secolo di senatus populusque romanus, per una legittimazione popolare romana del proprio potere di fronte alle gentes barbariche germaniche, di tipo anicio. Il fatto poi che tale testo sia frammisto a decretali connesse con il Decretum Gratiani dà una qualche possibilità di assegnare la redazione testuale ad un monaco camaldolese, di origine bizantina, falsario, autore delle affermazioni di Costantino, che ha però buona conoscenza e della vita di Costantino e di quella di papa Silvestro, insomma di vite agiografiche, in cui si notifica ai patriarchi di Costantinopoli, di Gerusalemme, di Alessandria e di Antiochia la sovranità del pontefice romano come capo di tutti sacerdoti e chierici ed inoltre si proclama la stessa superiorità papale sull’impero orientale, avendo il possesso totale di quello occidentale.

*Professore, lei mi vuole dire che il testo del Constitutum, essendo stato incluso,- non si sa esattamente quando!- fra le glosse di altra epoca non è di facile databilità ?

Marco, io so solo che il testo è definito apocrifo da Niccolò Cusano nel 1433 e poi anche dal veronese Leonardo Teronda nel 1435-36 ed infine da Lorenzo Valla nel 1440. So che probabilmente non è di origine francese e parigina come affermano alcuni, anche se ci sono a Parigi manoscritti, trovati a S. Denis in cui si parla di donazioni della chiesa, sottoscritti dal cardinale Pietro Pierleoni – poi Anacleto II- legatus a latere di Callisto II insieme al Cardinale Gregorio di s. Angelo- poi Innocenzo II- negli anni 1120-1124 e di un lettera del papa che raccomanda il Pierleoni al re Luigi VI , in occasione del Sinodo tenuto a Beauvais, secondo il Chronicon Mauriniacense,- Ed. MIROT, Parigi 1908 .p.52-.

*Mi può spiegare meglio?.

Marco, Il Cusano -in De concordantia catholica, III, 2- afferma al Concilio di Basilea che , tra l’altro, -pur proponendo , da cardinale, una conciliazione per un’armonia tra Impero e Chiesa – la donazione non aveva mai avuto luogo e che il potere imperiale è altra cosa rispetto al potere papale – cfr. Chr. Bush Coleman, Constantine the Great and Christianity, New York 1914. Sappi poi che il Valla , anche se non conosce la polemica antipapale del Teronda – cfr F. Gaeta, Lorenzo Valla, filologia e storia nell’umanesimo italiano I.I.S.S Napoli 1955- autore abile a contestualizzare insieme a Mario Fois- il pensiero cristiano di Lorenzo Valla nel quadro storico culturale del suo ambiente, Libreria italiana Università gregoriana, 1969- vive nel clima antipapale dell’epoca consapevole della rivalità di Alfonso V di Aragona con papa Eugenio IV, cfr. Fr. Tateo, I centri culturali dell’umanesimo, LIL 10, 1980 pp. 157-160. Per ultimo ti aggiungo che il Constitutum è incluso come testo tra le annotazioni del XII secolo, di Palea, che faceva aggiunzioni interpolando il Decretum Gratiani.

*Professore, il testo, però, nel Medioevo è considerato dall’XI secolo fino alla metà circa del XV secolo autentico.

Certo. Da queste falsificazioni deriva il potere papale per secoli fino al 1929 quando Mussolini , trattando col cardinal Gasparri concede 44 ettari di suolo italiano, romano, al pontefice- a cui era stata tolta l’auctoritas di sovrano dopo Porta Pia- per svolgere la sua funzione religiosa spirituale, creando, di fatto, lo Stato Vaticano esistente ancora oggi, essendo stati fatti nuovi trattati con lo Stato italiano. Le millantate formulazioni del Constitutum sono state accettate come vere, come se dette davvero da Costantino nel 313 , momento in cui li è solo imperatore della pars occidentale non di quella orientale che ha come augustus Licinio (250-325) da poco succeduto a Galerio, contrastato comunque da Massimino Daia, sconfitto nel 314 con l’aiuto del collega, divenuto suo cognato, residente a Nicomedia. Le attribuzioni e concessioni, fatte a Silvestro I e ai successori, sottendono che l’imperatore concede la sua parte occidentale – Roma, Italia e province, mentre mantiene per sé la pars orientale in mano al cognato , vinto solo nel settembre 324 alla battaglia di Crisopoli. Quindi, ogni altra concessione- quella del Palazzo Laterano, dell’uso della tiara delle vesti e di ogni insegna imperiali con l’estensione dei benefici agli stessi prelati quando ancora bisogna fondare Costantinopoli, sede citata con le altre sedi patriarcali, non è storia documentata da storici anche come il cristiano Eusebio di Cesarea, ma è leggenda come la frase conclusiva che cioè quanto decretato debba rimanere immutato fino alla fine del mondo con l’aggiunta che il documento debba essere posto sul corpo del beato Pietro in una basilica romana ancora da costruire. cfr. D. Maffei, la Donazione di Costantino e giuristi medievali. Giuffré Milano 1964. comunque il tutto deve essere considerato opera di un falsario , il cui racconto è in Iacopo di Varazze e nella pittura stessa medievale. oltre che nel diritto cfr. La falsa donazione di Costantino Introduzione note e traduzione di Olga Pugliese, BUR 1994.

*Professore, per me tutto è mistificazione con mito, basato sulla figura ideale di Costantino – grato per la guarigione a dalla lebbra o da altra malattia cutanea- e su quella di Silvestro I, più su quella di quest’ultimo che su quella del primo, di cui ci sono tracce in Roma stessa.

Marco , ci sono molte opere sulle falsificazioni medievali cfr P. di Leo, Ricerche sui falsi medievali EMR Reggio Calabria 1974 e Vita sancti Silvestri papae et confessoris edita in Bonino Mombrizio Sanctuarium sive vitae sanctorum,– Parigi 1910, ristampa Georg Olms Verlag, Hildsheim, New York 1978, vol. II ,pp.508-531. Risulta chiaro, perciò, che i due protagonisti del Constitutum sono visti come santi, eroi in un’ agiografia. Infatti come per Francesco di Assisi la pittura di Giotto illustra la sua vita, così altri pittori in precedenza avranno certamente fatto illustrazioni della vita di Silvestro per educare il popolo ignorante alla vita cristiana, con immagini di edificazione morale .Vengono mostrate in sequenze narrative le scene di Costantino che si ammala di lebbra, mentre vuole procedere ad un nuovo editto anticristiano, che interroga i sacerdoti pagani che gli suggeriscono di immergersi nel sangue di bambini e che rifiuta vedendo le madri piangere e disperarsi,. Seguono immagini dell’imperatore che sogna di vedere Pietro e Paolo – che gli promettono la guarigione a patto di richiamare papa Silvestro fuggito sul monte Soratte- della convocazione del papa e guarigione miracolosa del sovrano c, che si converte dopo che è ammaestrato dal pontefice sui misteri del cristianesimo e che è battezzato dopo che ha compreso il significato della nascita, morte e resurrezione del Cristo, seduto alla destra del Padre, in cielo. sono scene evocate dal testo stesso in cui c’è perfino l’esaltazione di Silvestro, che rifiuta il dono -accettato dai prelati – perché segue i dettami evangelici di povertà, essendo uomo spirituale, di vita esemplare, lontano da ogni forma di potere.

*Professore, lei non ci crederà , ma io ho visto direttamente quello che lei mi dice di S. Silvestro. Io sono curioso e lavorando a Roma , visitando il Celio, ho notato il complesso di Santi Quatto Coronati, un edificio medievale, fortificato , forse dell’XI-XII secolo, in cui c’è l’Aula gotica -dove ci sono 11 affreschi , una stanza rettangolare con una volta botte – ma . sono stato sorpreso dai dipinti dell’oratorio di S. Silvestro di scuola giottesca, ispirati alla donazione di Costantino che fanno bella mostra di sé e qualcuno l’ho fotografato. Perciò, essendo le decorazioni in stile bizantineggiante, collegate tematicamente agli Actus Silvestri – che sono documenti scritti del V secolo, a noi rimasti in lingua latina, greca e siriaca, trattanti del papa, che battezza Costantino e di una sua discussione con 12 rabbini- non è possibile congetturare che il falsario del IX secolo, abbia avuto un suggerimento per la storia della Donazione di Costantino a papa Silvestro?

Donazione di Costantino (Oratorio San Silvestro)

Maroc, se si parla del tema della donazione costantiniana, gli Actus possono essere un antecedente come il Decretum gelasianum di Gelasio -di cui abbiamo già parlato- e come la lettera di Paolo I, oltre ad una iscrizione di un mosaico in S.Pietro in Vaticano di papa Leone I(440-461) ma se si opera su singole affermazioni del testo del Constitutum Constantini bisogna fare operazioni tecniche diverse per la datazione dell’opuscolo e tenere presente il suo uso già nel XI secolo, basilare nella lotta per le investiture tra papato e gli imperatori di Sassonia ,- Ottone II e III- e di Franconia – Enrico IV ed Enrico V,- oltre ad un lavoro lessicale e filologico. Professore, lei, quindi dice che il Constitutum Constantini non è autentico e perciò lo ritiene documento dimostrato falso,correttamente, da Lorenzo Valla in De falso credita et ementita Constantini donatione che cerca su basi filologiche e lessicali di smascherare il falsario monaco bizantino – forse di scuola romana, che ha scritto la donazione di Costantino, falsamente ritenuta vera per secoli fino al 1440, utilizzando materiale storico precedente e unito a leggende. Io approvo, avendo letto i suoi articoli critici prima sulla Renovatio imperii di Ottone III e di sua madre Teofano , sostenuta di Gelberto di Aurillac, e poi sul Dictatus papae di Gregorio VII. Marco, il mio lavoro di ricercatore, all’epoca della lettura dell’epistolario di Bernardo, mi portava a dubitare sulle azioni condotte da Papa Silvestro II prima e poi da papa Gregorio VII, che fanno una politica antibizantina, alla ricerca di un’autonomia religiosa occidentale prima e poi di una affermazione di quella occidentale cattolica universale, bisognosa di un supporto giuridico decretalista riassuntivo circa l’auctoritas e potestas papale romana rispetto alle dichiarazioni orientali, da secoli ben precisate, come si può rilevare nell’opera di Fozio cfr. www.angelofilipponi.com Filioque e il Concilio di Toledo, che ti riassumo… A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit). A Toledo invece Leandro ed Isidoro, creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco di una processione dello Spirito Santo dal Padre, eterno tramite il Figlio e non da Padre e Figlio coeterni …La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione, tra le varie controversie col papa della Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)… ti aggiungo che la questione dottrinale non si i era risolta , anzi avev aportato alla scomunica dlel due parti disidenti con Leone IX e Michele Cerulario…

*Si può dire, professore, che il falsario bizantino sia dell’epoca di Fozio?

Marco, il falsario potrebbe essere un bizantino, vivente a Roma, quando è patriarca a Costantinopoli Fozio, che condanna il sistema romana di aggiunzione al testo convenuto, conciliare, che utilizza un materiale preesistente come gli Actus Silvestri ed altri documenti, in modo da difendere giuridicamente il papato da accuse di abuso di auctoritas, a seguito dell’incoronazione di Carlo Magno e della costituzione illegittima del Sacro Romano Impero, essendoci il basileus costantinopolitano romano, detentore dell’ imperium universale. Per il clero orientale la figura di lebbroso di Costantino, che grato dona metà dell’impero a Silvestro è inesistente, essendo unico il potere imperiale che con Giustiniano, inoltre, ha compiuto l’impresa della Restitutio imperii, riunificando parti staccate dai barbari, specie l’Italia strappata ai goti con una lunga guerra (cfr. Procopio, La guerra gotica, a cura di Elio Bartolini, Tea 1994). Agli orientali è nota – gli archivi romani, teodosiani, sono a Costantinopoli!- la storia dell’esarcato di Ravenna e la fine stessa di Eutichio ad opera di Astolfo e la rapina delle terre imperiali del re longobardo e la sua sconfitta ad opera di Pipino il breve che , una volta padrone dell’esarcato, non lo restituisce al legittimo padrone bizantino, ma lo concede al papato romano che ha legittimato la sua regalità illegittima, annullando quella legittima dei Merovingi. La figura mitica di un Costantino lebbroso, grato al pontefice romano tanto da dividere l’unità dell’imperium , ignota in Oriente, dunque, è basilare per l’Occidente in cui, in epoca dantesca, poi, esiste una concezione di vita nuova, intesa come condivisione dei beni, opposta all’avarizia capetingia e papale avignonese? Marco, vuoi dire che il Constitutum Costantini, comunque, frammisto con le decretali papali, anche se è fonte di potere in quanto autorizza il papato romano ad una gestione territoriale come signore feudatario coi suoi vassalli, sottende un messaggio nuovo di povertà evangelica silvestrina che, unito alla pratica della tzedaqah ebraica consueta, come divisione netta patrimoniale tra ebrei, presenti in Francia- specie meridionale e in Provenza, oltre che nella curia papale, – che comporta un’altra divisione dei beni temporali e di una diversa elargizione di beneficia da parte della nobiltà terriera, che dimostra la propria generosità?

* Si. ho un dubbio, però. Chiedo se vita nuova non è solo forma letteraria stilnovistica, ma se può valere come concezione economica templare dei fedeli di amore e come generosità nobiliare straordinaria, distinta dalla vecchia idea di nobiltà di stirpe, dominante sulla plebe, minimamente partecipe dei beni della terra comuni, concessi da Dio?

Marco, nel momento delle lotte per le investiture contro la casa di Franconia prima e poi nello scontro della Chiesa con gli Svevi ed infine nel periodo dell’affermazione della lupa capetingia sembra sorgere una nuova vita, una trasformazione economica di cui Dante avverte solo l’aspetto letterario che, comunque, sottende un’ altra concezione sociale sostanziale, segno di una trasformazione economica e finanziaria, già in atto in Europa, grazie alla riscossione delle tasse, affidata dal papato ai lombardi –agli italici, specie toscani- della cui ascesa mercantile Giovanni Boccaccio è testimone in Decamerone,- Ser Ciappelletto, Lisabetta da Messina , Andreuccio da Perugia- .

*Professore, quindi, Dante che ha sentore della falsità del documento ma non ha prove, pur conoscendo le applicazioni papali avignonesi, con la sua opera, ed anche con Monarchia si mantiene in un equilibrio pericoloso essendo fedele di amore e spirituale desideroso di riforme morali e religiose , speranzoso in un’autorità imperiale ormai non più interessata all’Italia, dato lo spostamento della stessa sede romana: il suo pensiero risulta anacronistico e la sua invettiva verso il papato e la monarchia francese è una voce comune all’epoca di molti che lamentano la fine dei due luminaria e l’ascesa delle genti nove, un normale fenomeno chiaro in ogni parte di Europa

Marco, ora, sono sorte la monarchie spagnole cristiane antisaracene, quella francese col papato avignonese in opposizione a quella inglese anche perché il sacro romano impero germanico ottoniano ,col consolidamento della famiglia di Asburgo che ha abbandonato l’ Italia senza papato e dominata nel meridione dagli angioini in lotta con gli aragonesi, si è ritagliato totalmente una sua auctoritas in Germania, mentre l’Oriente bizantino ripresosi dopo la fine del Regno latino seppure diviso in Despotati, con Michele VIII Paleologo e poi con Andronico II, suo figlio, che inizia una lotta con i turchi , favorito dalla Chiesa romana e dalle repubbliche italiche e dalla armata catalana degli Almogavazi di Ruggero di Flor e che infine torna nel seno della Chiesa greco-bizantina , visto l’interessato ed avido intervento occidentale …

*Quindi, il sarcasmo e l’ invettiva dantesca del Purgatorio su Ugo Capeto, beccaio, sulla sua stirpe sono solo testimonianze di un poeta, di una certa nobiltà, che ha preso coscienza di una società degenerata sociale commerciale, essendo nostalgico dei vecchi tempi feudali con i soli del papato e dell’impero, gli unici a governare la communitas christiana.

Marco, nell’episodio dell’incontro con Ugo Capeto, Dante mostra il suo pensiero di nobilotto cristiano, indignato e deluso, che rileva l’avidità della lupa, simbolo di ogni male terreno, già anticipata dalla figura di Adriano V ,- Ottobono Fieschi, genovese, conte di Lavagna , filoangioino, nonostante i legami con la chiesa di Inghilterra- il cui breve pontificato di pochi mesi nel 1276 – uomo smanioso di salire in alto, emblema di avarizia e di ambizione per Tommaso di Aquino – Summa theologiae II,ii,118: avaritia est non solum pecuniae sed etiam scientiae et altitudinis cum supra modo sublimitas ambitur/avidità è non solo di denaro, ma anche di conoscenza e di ambizione quando si aspira ad una grado elevato con desiderio eccessivo.

Dante, in Purgatorio XX 43-124 , nel mostrare Ugo Capeto, il capostipite dei capetingi tra gli avari e prodighi io fui radice de la mal pianta/che la terra cristiana tutta aduggia -danneggia si che buon frutto rado se ne schianta-si coglie-) enumera i delitti dei suoi nati a causa della loro avidità di potenza e ricchezza. Il poeta celia sulla nobiltà di Ugo definito secondo la leggenda figlio di un beccaio/macellaio, anche se sa che non lui ma il padre, che era un vassallo dell’imperatore, era di umili origini che, per il valore in guerra era riuscito a sposare l’ultima figlia dell’ultimo re di stirpe carolingia, notizia riportata anche da Giovanni Villani -Cronica, IV,4 -.

Il fondatore della casa rivela che la grandezza della sua stirpe deriva dalla gran dote provenzale: Dante allude al matrimonio contratto da Carlo I d’Angiò- figlio di Luigi VIII il leone fratello di Luigi IX- con Beatrice Berlinghieri, figlia di Raimondo IV di Provenza, che fa potente la stirpe capetingia, ma la rende rea di mali proprio per l’arroganza derivata dalla maggiore dignità del regno. Ugo aggiunge : lì cominciò con forza con menzogna / la sua rapina e poscia per ammenda / Ponti e Normandia prese e Guascogna/ Carlo venne in Italia e per ammenda vittima fe’ di Corrardino,, e poi / ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

*Professore, il poeta ripete tre volte per ammenda dando un significato particolare al termine per indicare la penitenza ,che fa Carlo in quanto come capetingio procede per violenza e per astuzia, segni di popolanità non di nobiltà?

Marco, secondo la narrazione dantesca fatta da Ugo i capetingi per espiare la colpa di aver costretto Beatrice Berlinghieri al matrimonio, commettono peccati ancora più gravi, aumentado la colpevolezza : da qui le tre colpe secondo il capostipite: la prima è quella di Filippo il bello che sottrasse la Contea di Ponthieu in Piccardia e la Guascogna al re di Inghilterra ,Edoardo I, nel 1294 quando già la Normandia era stata annessa alla Francia da suo nonno Filippo II Augusto, che l’aveva tolta a Giovanni Senzaterra; la seconda è opera di Carlo I di Angiò – che, sceso in Italia nel 1265, su esortazione del papa , che lo aveva investito del Regno meridionale svevo, vinse a Benevento Manfredi nel 1266 e fece poi decapitare a Napoli Corradino, erede legittimo del titolo imperiale, dopo averlo sconfitto a Tagliacozzo nel 1268-, come anche la terza , in quanto fece avvelenare- è una diceria! S. Tommaso spedito al cielo nel 1274 a Fossanova mentre era in viaggio per il Concilio di Lione.

*Poi, professore, Ugo Capeto da sarcastico accusatore si fa veggente secondo Dante?

Dante procede secondo la formula della visione, dando una funzione profetica al capetingio, che vede il futuro, servendosi della preterizione ripetendo 6 volte veggio per indicare nei versi 70-93 . Infatti inizia con la visione di Carlo di Valois figlio di Filippo III l’ardito e fratello di Filippo IV che esce da Firenze … solo con la lancia / con la qual giostrò Giuda e quella ponta/ si che a Fiorenza fa scoppiare la pancia, cioè mostra come vien fatto trionfare il male, favorendo i neri sui bianchi innescando una guerra civile. C’ è condanna per l‘ altro Carlo, che da tanto male seminato non avrà ricompensa né come guerriero né come traditore, mentre l’altro, che già uscì preso di nave,-allusione a Carlo II preso prigioniero dagli aragonesi nella battaglia di Napoli del giugno del 1284, poi liberato dopo 4 anni dall’ammiraglio Ruggiero di Lauria- è visto vendere sua figlia Beatrice ad Azzo VIII d’Este, come un corsaro, e da mercante, patteggiare da avido, che non ha a cuore neanche la propria carne! .la terza visione ha centrale la figura di Filippo il bello, che tocca il fondo dell’ avarizia perché fa azione indegna contro il Vicario di Cristo in terra, visto in quattro sequenze, dopo una premessa di Ugo sul futuro e passato a lui compresenti in Dio: 1 .veggio in Alagna- Anagni- entrar lo fiordaliso fleur de lis, il giglio d’oro – e la cattura del Papa, 2. veggiolo – il Cristo– un’altra volta essere deriso – 3. veggiolo rinnovellare l’aceto e ‘l fiele / e tra vivi ladroni essere anciso; 4. veggio il nuovo Pilato si crudele/ che ciò nol sazia , ma sanza decreto / portare nel Tempio l cupide vele.

*Professore, Dante, che ha un grande senso di giustizia, non solo vede Filippo il bello come nuovo Pilato ma come corsaro che corre su navi per rubare l denaro accumulato dai Templari, dopo aver fatto torturare Jacques de Molay contro il decreto di Bonifacio VIII, poi abolito da Clemente V, che rompe gli equilibri definitivamente tra Oriente ed Occidente, dopo che la sede romana si è trasferita ad Avignone! Per questo come Ugo anela a vedere la divina punizione?.

Marco, Dante si sente un giusto, che paga senza colpe, con l’esilio, ben sapendo di essere uno spirituale e fedele di amore che crede nella realizzazione di uno stato felicità terrena, grazie all’impero e alla sua giustizia, anche se congiunto con la funzione papale di felicità ultraterrena , perciò , qui, con Ugo Capeto , e in Monarchia sembra desideroso di vedere compiersi la giustizia divina come apparirà in seguito nel Canto dei giusti in Paradiso. Infatti Ugo non solo condanna la sua stirpe, ma brama di vederla punita, come iustus, sottendendo il Salmo 57 (laetabitur iustus cum viderit vindictam ) e mostrando esempi biblici e non biblici di avarizia punita (Pigmalieone e Sicheo, il folle Acan, trasgressore dell’ordine di Giosuè di non far bottino in Gerico, Anania e Saffira, Polinestore , uccisore di Polidoro, figlio di Priamo). La preghiera di Ugo è, comunque, un’ interrogativa retorica, che chiude la lunga requisitoria sui quattro capetingi col castigo secondo l’oikonomia divina di una giustizia che colpisce Filippo il bello con la morte nel 1314 e consegna la Francia ad un nuovo regime regio: signor mio, quando sarò io lieto/ a vedere la vendetta, che nascosa/fa dolce l’ira tua nel tuo segreto? ibidem 94-95.

*Professore, il messaggio, però, è unico perché è quello della iustitia divina che, avendo  stabilito ab aeterno il cammino degli individui e delle stirpi gli atti individuali e quelli gentilizi in quanto Dio, che ha compresenti tutti i componenti della gens dal primo all’ultimo e le storie di ogni gens, vede tutto ( uomini e fatti  umani)  e ha una provvidenza storica  al di là della precarietà temporale: Anchise ed Enea, Ascanio, Iulo, Alba  Longa, Romolo e gli altri re, i Fabi, i Deci, Cesare ed Augusto, Costantino e i longobardi (il dente longobardo) Carlo magno, i catetingi, gli ottoni, la casata di Franconia e quella degli Svevi –avendo avuto funzione e missione- risultano  storie-tasselli di un’unica storia-mosaico dell’affresco cristiano imperiale romano! Dunque, in questa ottica provvidenziale, si può datare Monarchia come opera contemporanea al racconto di Ugo Capeto e coi canti centrali del Paradiso XIV.XV.XVI. XVII- compreso il XVIII del cielo di Giove (esaltazione della giustizia e dell’aquila)-? c’è una linea politica che congiunge le tre cantiche tale da poter anche indicare le date di scrittura di ognuna?

Marco, non posso dirlo; comunque, sembra possibile rilevare un filo storico-politico che unisce i sesti canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso con le figure del fiorentino Farinata degli Uberti, del mantovano Sordello e dell’imperatore Giustiniano, riformatore del corpus iuris che, congiunto con una linea dei Canti centrali di ogni Cantica chiarisce la situazione fiorentina nell’Inferno, quella italica tramite Guido dl Duca e Marco Lombardo nel Purgatorio, e quella imperiale del Paradiso con Cacciaguida e Ugo Capeto. Si potrebbe pensare ad una possibilità di ideazione generale dantesca, unitaria, che renderebbe possibile perfino una relativa datazione!. Un lavoro comunque, senza prove, basato solo sulla iustitia, collegato alla datazione più facile di Monarchia, legata alla vicenda della venuta in Italia, alla incoronazione a Roma e alla morte dell’imperatore Arrigo VII e alla successiva fine nel 1314 di Filippo il Bello e alla battaglia di Montecatini.

*Professore, dunque, per Dante vir civilis Dio è unico, l’uomo è unico ed unico deve essere l’imperatore sulla terra secondo ordine stesso celeste a che non può essere contrastato da un mortale di logica umana ?

Marco , così scrive Dante. Monarchia I,8, 4-5 fu scritto. Ascolta, Israel , unico è il signore tuo dio/audi, Israel, Dominus tuus unus est! tunc genus humanum maxime est unum, quando tutum unitur in uno: quod esse non potest nisi quando uni principi totaliter subiacet, ut de se patet/ allora il genere umano è uno quando tutto si riduce ed esclusivamente ad unità: cosa che non può essere se non quando sia totalmente soggetta ad un principe , come è chiaro di per se stesso. Ergo humanum genus uni principi subiacens maxime Deo assimilatur et per conseguens maxime est secundum divinam intentionem/in conclusione, il genere umano quando soggiace al dominio di un solo principe somiglia nel più lato grado a Dio e di conseguenza realizza al massimo grado il piano divino. Per Dante questa è veritas: appaiare la luce della ragione umana con quella del raggio della divina autorità, mettere insieme terra e cielo che all’unisono conclamano Dio,- che ha dato potere a Roma e ad Augusto e di conseguenza alla sede romana di PIETRO, vicario di CRISTO, e dei suoi successori-!

Professore, se la chiesa  non è romana, non è corpus Christi spirituale , se  la sua storia è panourgia/astuto raggiro, che cosa è stata e cosa è per noi cristiani, non  creati ad immagne di Dio?!

Marco, vuoi forse dire che funzione ha nel 2022  per un uomo mortale, naturalis?

E… il messaggio, divino, tra i tumulti popolari trecenteschi, di Monarchia di D(ur)ante, bellator,clericus aristotelico averrroista, guelfo bianco esiliato da una Firenze mercantizia come civis  spetialis antibonifaciano, fedele d’amore, spiritualis, romanus  nostalgico dell’imperium, mai  uscito dalla selva nera, sovrastato dalla lupa  avignonese- che, senza Pietro e Paolo, ha auctoritas e potestas nel nome dei capetingi e degli angioini – qual è?

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