Per una lezione sulla biografia di Dante

Imperator enim intra ecclesiam, non supra ecclesiam est/l’imperatore, infatti, è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa.

Premessa ad A. Filipponi, Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2023

 

Dante Alighieri (1265-1321) è un letterato, fondatore della lingua Italiana, il divino sommo poeta, simbolo della nostra cultura Italiana!? 

*Professore, sono passati oltre 700 anni dalla sua morte ed ancora non sappiamo dire chi sia D(ur)ante di Alighiero II, di Bellincione, di Alighiero I, di Cacciaguida – eques, nato nel Sesto di Porta S. Pietro nel 1091 e morto “crociato” in Terrasanta nel 1148(?) -.

Marco, di lui, suo trisavolo, si fa bello e si vanta Dante nel Paradiso XV, XVI, XVII e nel XVIII quando mostra gli altri del Cielo di Marte, nobili militari, tra cui Giuda Maccabeo e Carlo Magno. Tu sai , comunque, che  i canti XVIII-XXXII  non sono di Dante,  in quanto diversi per stile  e per contenuto,  e che  potrebbero essere di altri  ( i figli  Pietro e Jacopo o  ravennati ) abili a chiudere col XXXIII, di mano dantesca, secondo un pensiero mariano -bernardiano?

*Professore, so quel che lei ci ha detto su Dante, perciò dico che  è, uomo  di professione eques/cavaliere, che guarda con disprezzo le genti nove, che crede secondo il credo della tradizione cristiana – come abbiamo visto con Petrarca e Boccaccio in Leonzio Pilato di Seminara -. e che per un certo periodo è celebrata la sua memoria in Firenze  ed esaltata la sua figura anche di letterato in epoca umanistica,  dopo la morte del padre, che coincide  col momento del suo matrimonio con Gemma Donati. so comunque che un eques è un eques nel Medioevo!

 Un eques è uno che ha cavallo e scudiero, addetto alla cura dell’animale e della sua persona, ed ha famiglia nobile – che ha castellum con milites di guardia e un territorio agricolo, donatogli dal dominus valvassore, essendo lui vassallo, che fa lavorare la terra da contadini, che hanno in comune una Chiesa, un edificio di sua proprietà, con un santo patrono – e che conosce i suoi antenati, almeno fino al trisavolo!

*Infatti fa dire al suo trisavolo Cacciaguida che in Firenze il numero dei cittadini, atti alle armi, era allora un quinto di quello del 1300, perché la popolazione cittadina ha subito infiltrazioni dal contado, e lo fa lamentare per l’ingresso in Firenze del villani d’Aguglion, di quel da Signa, uomini pronti alla baratteria e faccendieri, favoriti dagli ecclesiastici antimperiali, in un’allusione alla lotta tra Guelfi e ghibellini. 

Marco, il suo avo andava alla cerca a Simifonti, e degli stessi nobili inurbati da Montemurlo, da Acone, da Val di Greve, convinto che le mescolanze infirmano la compattezza delle città, e il numero di per sé non è forza (vv. XV, 34-72)!

*Andare alla cerca significa andare a scovare e ad uccidere in quanto nemici o avversari? 

Marco, ti aggiungo che D(ur)ante è un eques di prima fila, tra i feditori in quanto così combatte a Campaldino 1289, secondo Giovanni Villani (Nova cronica) come miles ventiquattrenne ai comandi di Vieri dei Cerchi, incaricato di sostenere l’urto dei trecento feditori aretini comandati da Bonconte da Montefeltro, seguiti da altri cavalieri al trotto, con la fanteria, che procede di corsa.

* Mi dice che Dante è tra i 150 feditori, a cavallo, guelfi sotto il comando di Vieri dei Cerchi, che, pur serrando le file, quasi tutti sono disarcionati e costretti poi a continuare il combattimento, appiedati, con asce, spade e mazze in quanto cavalieri di prima linea

Dante fa parte dei feditori/assalitori, in quanto è uno dei cavalieri scelti che hanno il compito di guidare la carica iniziale contro lo schieramento aretino. È un ruolo estremamente pericoloso e prestigioso, da lui ricordato. In una lettera – oggi perduta, ma citata dai suoi antichi biografi, come Leonardo Bruni (1370-1444), scrittore di Vita di Dante – si dice di aver provato inizialmente temenza molta/molta paura, seguita da una grande allegria per l’esito della battaglia.

*La notizia è certa?

Marco,  Leonardo Bruni aretino, ancora  in un momento di esaltazione dantesca  corregge ll trattatello in laude di Dante del Boccaccio, che scrive aneddoti/ cose leggere e non cose gravi/ memorie reali di politica e di storia, e che non parla di una vera formazione letteraria e nemmeno di una spiritualità di Dante.

*Dante appare, dunque, uomo molto influenzato dall’esperienza della guerra e dalla vista dei caduti: nella Divina Commedia, in Canto V del Purgatorio incontra Bonconte da Montefeltro, il comandante ghibellino che muore proprio a Campaldino e parla del suo corpo mai ritrovato!

Marco, è l’11 giugno del 1289, giorno ed anno di uno scontro bellico tra ghibellini fiorentini esiliati ed aretini ghibellini contro un esercito di Guelfi, ancora uniti e non diviso in Bianchi e Neri, comandati da Corso Donati (cfr. Michael Mallet, Signori e mercanti. Guerre nell’Italia del Cinquecento, Bologna 2006, Federico Canaccini 1289. Battaglia di Campaldino Laterza 2021).

*Professore, lei ritiene che Dante, entrato poi nella corporazione dei medici e speziali, dopo il bando di Giano della Bella – cfr. Giano della Bella e gli Ordinamenti di giustizia del 18 gennaio 1293 www.angelofilipponi.com – è favorevole al Comune, anche se non lega con le genti nove?

Certo. Dopo Campaldino, a Firenze, inizia un nuovo periodo, in cui si formano le partes dei bianchi e dei neri a seguito della collocazione nelle corporazioni da parte di equites, intenzionati a partecipare alla vita pubblica e politica per consolidare il loro status di cittadini/cives, a pieno titolo, secondo legge

*Dante, sposato e con figli,  si rende, allora, utile per il Comune per il bene della sua pars bianca facendo ambascerie, in cui l’eques, già discepolo di ser Brunetto Latini (1220-1295) di ars dictaminis, esprime ambiguamente e scandalosamente il suo pensiero con immagini grandiose e realistiche, fuse con altre tipiche di quadretti familiari di botteghe semibuie cittadine, secondo formule naturalistiche, quasi preludio del peccato di sodomia, precisato e rivelato nel canto XV dell’Inferno, nell’incontro col vecchio maestro “chiacchierato”!.

Marco, “là su di sopra in la vita serena” poco, comunque, è il contributo sull’uomo e sul guelfo di un maestro – un bizzoco, focolarino, legato a prelati come il vescovo Andrea de’ Mozzi sodomita ed altri come Francesco d’Accorso, di vita scandalosa – anche se Dante lo dipinge come personaggio, teso a ricordare Li livre dou tresor in lingua d’oil, per una funzione eternatrice, in cui vive – Sieti raccomandato il mio Tesoro/nel qual io vivo ancora… come intellettuale e come civis!

*In epoca guelfa i personalismi sono fuori moda, ora ci sono contrasti tra le partes guelfe – specie tra i Bianchi -, che temono interferenze di Bonifacio VIII, pontefice dopo il gran rifiuto di Celestino V, a seguito della sua politica nepotista, chiara poi con la proclamazione dell’Anno Santo

Marco, i bianchi temono la congiunzione di Carlo di Valois, fratello del re francese, col papa, e Dante è eletto  dal Comune ambasciatore, inviato come missus

*E come ambasciatore, inviato dal Comune, svolge il suo compito in Toscana. 

Si. Dante si reca nel maggio del 1300, poco prima di diventare priore, a San Gimignano come ambasciatore della lega di parte guelfa, per rinnovare la lega toscana e rafforzarne l’unità. L’obiettivo del Comune e di Dante legatus è creare un blocco regionale solido, capace di autogovernarsi, limitando le interferenze esterne, incluse quelle papali.

San Gimignano – Veduta
Panorama di S. Gimignano

 

*Professore, lei ci ha parlato della riforma di Giano della Bella, ma noi abbiamo studiato Dante come stilnovista, come scrittore letterato, che scrive dell’amore cortese in modo nuovo, come spiega a Buonagiunta Orbicciani (Purgatorio, XXIV, 49-63) e fatto Historia, seguendo il modello letterario dantesco, fuso con quello di Petrarca e Boccaccio e, da cristiani, non abbiamo capito il suo reale pensiero!

Non sono serviti i lavori sulla poesia – cfr. Leggiamo insieme… Ungaretti -, né le opere murarie, né le traduzioni e tante altre operazioni tecniche e neppure la logica fattuale filipponiana, ora quasi di moda, dopo il Si cogito non credo, si credo non cogito. Allora? Che fare? Mah! Cosa avrei dovuto fare per orientarvi… davvero?!

*Professore, noi, pur seguaci suoi e professionisti seri, condizionati dal credo religioso e dalla nostra tradizione letteraria, ragioniamo ancora secondo gli schemi tradizionali. Non possiamo ancora leggere come fa lei! Noi ci portiamo sulle spalle un carico di secoli di Storia cristiana, con feste, tradizioni, termini, proverbi della cultura evangelica!

 Marco, io leggo Dante per quello che ha fatto e scritto e per chi è stato veramente: a me risulta che è ancora un eques, comunale pur se iscritto tra gli speziali -, che non si limita a una critica personale a Bonifacio VIII, anche se eleva lo scontro a una questione dottrinale e provvidenziale. In quest’ottica, la figura di Bonifacio VIII non è solo quella di un “papa simoniaco” (paragonato a Niccolò III, che Dante incontra nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno), ma quella di uno che rappresenta l’ostacolo politico alla realizzazione del Mito di Roma, emblema per un cavaliere cristiano medievale! In Monarchia, Dante sostiene che l’Impero Romano fu voluto da Dio per preparare il mondo alla venuta di Cristo e che Il regno di Augusto imperator, è ancora il culmine della pace e della giustizia universale, simbolo stesso, mentre Bonifacio rivendica la superiorità del potere spirituale su quello temporale secondo la tradizione gregoriana ed innocenziana. Da qui la teoria dei “due Soli” dell’Impero e del Papato, che sono due autorità distinte, entrambe derivanti direttamente da Dio, che esige, però, l’omaggio filiale di Cesare al Pontefice!

*Professore, lei legge Bonifacio, come papa che cerca di sottomettere l’Impero e che corrompe l’ordine divino!

Marco, da storico, rilevo che Dante, rimatore volgare bolla come simoniaci Niccolò III e Bonifacio VIII, considerati rei di un peccato religioso, che sottende un atto politico sovversivo pontificio antiprovvidenziale: i papi simoniaci trasformando la Chiesa in un centro di potere economico e territoriale, impediscono all’Imperatore di svolgere il suo compito di guida terrena! In sintesi, per Dante il Papa simoniaco è colui che “calpesta le buone leggi” (Inferno, XIX) e usurpa il ruolo che spetterebbe all’erede di Augusto, portando il kosmos al caos!

*Per lei l’ambasceria di Dante a Roma non è dissimile da quelle precedenti del maggio del 1300, in quanto è un eques, missus/inviato comunale, che vuole un’egemonia, guelfa toscana, indipendente dal Pontefice. In “Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante” infatti, lei mostra il divin poeta come oppositore a Papa Bonifacio VIII, papa simoniaco, come Niccolò III Orsini, evidenziato prima con l’ambasceria a Roma dell’ottobre 1301, come culmine di una strategia diplomatica coerente, che mira a un’egemonia guelfa toscana indipendente – di cui le missioni del maggio 1300 sono il prologo necessario -. Il suo messaggio è chiaro: la missione presso Bonifacio VIII è l’ultimo tentativo disperato di fermare l’invio di Carlo di Valois in Toscana essendo Dante convinto che la pace a Firenze può essere garantita dai Bianchi stessi, senza bisogno di un “paciere” straniero, e che il papa debba essere convinto, che, altrimenti, inevitabilmente consegna la regione ai Guelfi Neri, fautori papali.

*Questa resistenza politica si trasforma in Dante in una vera e propria architettura teorica nella Monarchia sulla base, comunque, romano-ecclesiastica, secondo la logica trecentesca, secondo le direttive di un pontefice, che tende ad essere monarca assoluto, in senso gregoriano.

L’egemonia toscana desiderata da Dante non è un semplice campanilismo, ma l’applicazione pratica dell’idea che l’autorità civile deve essere autonoma, per cui Bonifacio VIII, che interferisce negli affari di Firenze, è avversario che agisce come un “falso pastore” che insegue la “cupidigia” di potere, seguendo l’esempio di Niccolò III Orsini – il primo a praticare la simonia come regni instrumentum in modo sistematico per favorire i parenti e per distruggere l’autonomia dei liberi comuni, traditori della missione duplice, temporale e spirituale della Chiesa -.

*In questa prospettiva, per lei, l’esilio di Dante non è solo una sconfitta personale, ma il fallimento del progetto di una Tuscia guelfa e libera, sacrificata sull’altare delle ambizioni simoniache del Papa.

Marco, il papa, erede della politica teocratica gregoriana, ha potere assoluto sulla terra!

*Professore, Dante eques filoimperiale, guelfo bianco per necessitas, missus comunale, necessariamente si scontra con la teocrazia papale e paga con l’esilio. Noi abbiamo compreso, sulla scia della sua opera – specie quando scrive di un papa Francescano come il cardinale Masci, poi Niccolò IV, asceso al soglio pontificio come il primo papa francescano – la genesi della crisi politica, vissuta da Dante giovane che vede nel papa ascolano il rappresentante di un momento di rottura e, paradossalmente, l’inizio della deriva che porterà a Bonifacio VIII e allo scontro anche con le monarchie nazionali.

Davvero, Marco, hai capito come il Papa Francescano ha ribaltato le alleanze? Hai compreso la politica di Niccolò IV, che avrebbe dovuto ispirare povertà e distacco dal potere e che, favorendo la famiglia dei Colonna, rivali storici dei Caetani, autorizza e dà il via ad una gestione del potere in chiave faziosa, minando la stabilità dell’equilibrio guelfo, trasformando il papato in un attore politico sempre più territoriale e meno universale. La “Pace francescana di Niccolò IV” infatti, determina l’instabilità toscana in quanto sotto il suo pontificato (1288-1292), si assiste a un tentativo di mediazione nelle lotte fiorentine che, però, finisce per rinfocolare le divisioni interne tanto da preparare il terreno alla radicalizzazione tra Bianchi e Neri. L’idea di un’egemonia toscana indipendente nasce proprio come reazione a questo papato che, pur partendo da premesse spirituali, finisce per impantanarsi nelle logiche clientelari.

*Professore, se Niccolò IV rappresenta la contraddizione tra l’ideale francescano e la pratica politica faziosa, Bonifacio VIII, rappresentando la simonia “biologica“, volta a favorire la famiglia, diventa espressione della simonia “teocratica”, che usa il potere spirituale per annientare le libertà civili. Lei suggerisce che Dante, osservando il fallimento politico di questi pontefici – incluso il francescano Masci -, si sia convinto che l’unica salvezza risieda nel Mito di Roma e di Augusto. Se persino un papa francescano non riesce a restare fuori dalle logiche di potere, allora, la separazione dei poteri teorizzata nella Monarchia, diventa l’unica soluzione possibile: la Chiesa deve essere povera e spirituale, l’Impero forte e garante delle leggi! È, però, un’utopia ormai tramontata! In questo senso, l’ambasceria di Dante a Roma non è solo un atto diplomatico, ma l’ultimo atto di difesa di un modello politico che Niccolò IV aveva iniziato a incrinare e che Bonifacio VIII avrebbe definitivamente distrutto!

*Per lei, la storiografia tradizionale e la critica letteraria, nonostante la novitas dell’apporto “sepolcrale “foscoliano, hanno trasformato Dante in un busto di marmo, soffocando l’uomo d’arme sotto una montagna di citazioni bibliografiche, in senso letterario: noi, invece, dobbiamo guardare a Dante, all’esule fiorentino e alla sua dignitosa povertà non come ad un letterato bohémien, ma come alla condizione di un eques decaduto, che rifiuta il compromesso mercantile, che vive, comunque, in corti signorili, presso principes, che esigono un servitium!

Marco, ecco i cardini di questa analisi, depurati dalla retorica accademica! Per Dante, la mancanza di mezzi non è un fallimento economico, ma il segno distintivo di chi non si è “imbastardito” con i traffici delle genti nove. Mentre i nuovi ricchi accumulano fiorini con il cambio e l’usura, l’eques Dante resta povero perché rimane fedele ai valori della casta militare e alla dignità del lignaggio. La sua è una povertà aristocratica! Essere un eques senza patrimonio è una tragedia pratica e simbolica, che è un atto di opposizione politica.

*Quindi, per lei la retorica delle fonti classiche ci parla di filosofia, mentre lei ci parla di sangue e di suolo. Quando Dante attacca chi “puzza di mercatura”, sta parlando da uomo che vede il proprio mondo (quello della militia) travolto dal profitto. La sua povertà nell’esilio non è quella di un mendicante, ma quella di un soldato sconfitto che non accetta la logica del vincitore – commerciante! Dante è un nobile che ha un habitus militare e morale e Cacciaguida rappresenta l’archetipo dell‘eques, che muore per la fede e per l’imperatore, mentre lui, suo erede che, pur iscritto ai Medici e Speziali per necessità di manovra, continua a guardare al fiorino come alla “maledetta fiore/Firenze”, che ha corrotto la gerarchia naturale delle cose! In questa ottica, la Commedia non è una “opera letteraria“, ma il manifesto politico e bellico di un cavaliere che, non potendo più caricare il nemico a Campaldino, usa la parola come ultima linea di difesa contro la deriva borghese mercantilistica, volgare!

Marco, il poeta nell‘Inferno – V, 58-93 – ricorda l’episodio dell’entrata dei Neri, che prendono il potere a Firenze,   e non dimentica l’accusa di baratteria/corruzione, sottendendo la sua condanna all’esilio perpetuo nel 1302, se non paga la multa di 5.000 fiorini, facendo dire a Ciacco dell’Anguillaia che i cittadini… verranno al sangue, in una rievocazione dell’entrata vittoriosa di Carlo di Valois e dell’inizio del dominio delle classi mercantili come conseguenza di un processo politico, mascherato da accuse infamanti.

*Conosco l’episodio di Dante in missione diplomatica presso Papa Bonifacio VIII, e dei Guelfi Neri vincitori con l’aiuto di Carlo di Valois; so bene che il 27 gennaio 1302, il podestà Cante Gabrielli da Gubbio emette una sentenza con l’accusa di Baratteria – reato di chi trae profitti illeciti o vantaggi privati dall’esercizio di cariche pubbliche, di Appropriazione indebita di denaro pubblico, di Opposizione al Papa e ai suoi alleati -. ad un contumace, a persona che mai si presenta a Firenze e che si dichiara exul immeritus/esule senza colpa, nonostante due condanne ed un’altra sentenza contemplante anche due anni di esilio e interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella del 10 marzo del 1302, in contumacia, per il mancato pagamento della multa, per cui la pena è commutata in confisca dei beni e in morte sul rogo, qualora torni in città!

*Ecco perché Dante trascorre il resto della vita, spostandosi tra varie corti dell’Italia settentrionale, trovando ospitalità presso gli Scaligeri a Verona e i Da Polenta a Ravenna, dove muore nel 1321.

Certo.  dopo la seconda condanna, Dante, da militare,  conosce i rischi  che corre, se preso in territorio fiorentino, essendo accusato di baratteria. *Professore,  l’accusa,  pur  non  provata, rimane… e con essa …l ‘infamia!

Marco, gli studiosi concordano sul fatto che l’accusa di baratteria fu un mero pretesto politico per eliminare un avversario scomodo della fazione dei Guelfi Bianchi. L’esperienza traumatica dell’esilio diventa, comunque, il motore creativo fondamentale per la stesura della Divina Commedia, dove il tema della giustizia e la denuncia della corruzione fiorentina occupano un posto centrale. Dante va in ambienti ghibellini, comportandosi come un eques non come un “letterato”, discepolo di Brunetto Latini,  specie dopo la battaglia della Lastra.

*Professore, che professione svolge Dante eques in corti signorili per quasi un ventennio? 

Marco, io ho sotteso in Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, che il poeta Dante è ambasciatore, un eques con diploma di missus dominicus.


*Non ha, però, lì,  esaminato la funzione del missus, che, invece, ha spiegato a noi varie volte. Infatti io so che la sua prospettiva è molto interessante e si sposa con la rilettura storica che vede in Dante non solo il poeta, rimatore e  “teologo”, ma un uomo d’azione e un politico d’ispirazione aristocratica, che, dopo il fallimento militare della Battaglia della Lastra (1304) – che segna la fine delle speranze dei Bianchi di rientrare in armi a Firenze – rompe con la “compagnia malvagia e scempia” dei suoi ex compagni di fazione e riprende il grado militare cavalleresco, avendo smesso i panni del politico comunale.

*Secondo lei, Dante si muove tra signorie come quella dei Malaspina o degli Scaligeri, da pari a pari, pur riconoscendo il loro primato (il princeps è primus inter pares!)? Per lei anche la questione per l’uso della lingua volgare tra Giovanni del Virgilio, litteratus latinus – professore come Cecco di Ascoli in Bologna – e Dante, che risponde con due Ecloghe, in latino, è dimostrazione palese del divario tra un litteratus naturalis, e un un bellabor indoctus!

 Marco,  Dante lo dimostra chiaramente anche nella Quaestio de Aqua  et terra del 1320: il rimatore volgare che fa quaestio non è paragonabile con uomini come Cecco d’Ascoli o Pietro d’Abano fisici/medici,  astronomi,  e laureati in artibus/letterati e nemmeno col professore di latino bolognese Giovanni del Virgilio!   *Per lei Dante  dimostra scarsa conoscenza e non brilla nel 1320 certo per eleganza latina tipica dei magistri dell‘ars dictandi e del cursus,- non ben appreso da Brunetto nel1285 momento della morte del padre-  anche se molto più tardi  Giovanni  Villani lo definisce rettorico perfetto tanto in dictare, in versificare e come in arringa parlare. 

Marco, dopo Boccaccio, in ambiente fiorentino  in genere toscano si parla bene di Dante  anche da parte di umanisti fino a Bembo, ma Dante negli anni ravennati non ha grande fama  e la sua morte improvvisa nella notte tra il 13 e 14 settembre dl 1321  per malaria nelle valli di  Comacchio, dopo l‘esito fortunato della sua arringa al doge e al senato veneto a favore dei Da Polenta, è compianta dai ravennati grati e  dai figli Pietro ed Jacopo, e  perfino da Cino da Pistoia, ma senza celebrazioni con la sola messa di suffragio! 

*Mi vuole dire che solo più tardi Ravenna capisce il valore di aver il corpo di Dante!     All’epoca  vale la parola di  Giovanni del Virgilio su Dante, rimatore volgare!.

Marco,  Del Virgilio   rimprovera a Dante l’uso del volgare, considerato un linguaggio debole e “popolare” per un’opera  come il Paradiso, dedicato, anche se incompleto,  a Cangrande !.  Perciò,  invita il De Aligariiis a scrivere in latino un grande poema epico per poter finalmente ricevere la corona poetica nel suo studium, a Bologna!.

*So che Dante risponde con due Egloghe, ma il dato fattuale è radicale in quanto rifiuta l’omologazione al sistema accademico dei litterati: pur rivendicando la sua alterità non letteraria, il divin poeta mostra che la sua non è ignoranza della lingua, ma rifiuto metodologico della casta dei chierici! Comunque, pur avendo coscienza della illitteralità spera di essere incoronato poeta nel suo bel san Giovanni, al suo ritorno in Firenze!

Marco, non devi pensare a Dante come litteratus: è un uomo in esilio, un semplice intellettuale di corte,  un  eques, che risulta un consigliere politico e diplomatico forse  di alto rango, che mantiene, comunque,  la dignità e la cultura militare della classe cavalleresca, a cui appartiene di diritto.

 *Professore, mi vuole dire che nelle corti Il suo approccio politico muta e che appare “ghibellino” in senso lato, non per interesse di fazione, ma per la convinzione che solo l’Impero possa riportare l’ordine: il suo linguaggio si fa più marziale e meno legato alle dispute dei mercanti fiorentini, suoi accusatori di baratteria: lui eques spiega anche il suo profondo disprezzo per i nuovi ricchi di Firenze – visti come parvenus senza onore, contrapposti alla nobiltà d’animo e di stirpe che lui cerca e che rappresenta presso i domini/signori, specie del Nord -, mostrando il suo animus spiritualis, di discepolo di Ubertino di Casale, fedele al suo Maestro Pietro di Giovanni Olivi.

Marco, devo dirti bravo! Mi hai seguito bene! Dunque, conosci anche giuridicamente la funzione del missus dominicus e sai qualcosa di Dante spirituale, theologico, paradisiaco .

*Veda lei e verifichi! io so che Dante esule definisce la sua reale funzione e il proprio statuto nelle corti trecentesche, attraverso precisi capisaldi documentali: il poeta rimatore volgare,  storicamente, come missus dominicus – che è istituzione di matrice carolingia, poi ottoniana – è delegato diretto del detentore del potere romano/dominus, che non agisce come un semplice cortigiano stipendiato o un segretario di concetto, ministeriali,  ma è un plenipotenziario formale, investito dell’autorità di rappresentare la persona e la volontà politica del Signore (come nel caso dei Malaspina o dei da Polenta) in contesti diplomatici e di arbitrato. Il missus è colui che traduce la volontà sovrana in atti concreti. Infatti nei testi epistolari danteschi del ventennio dell’esilio si riscontra in lui  un cancellarius, quasi un notaio che redige e formalizza accordi di diritto pubblico,  capace di muoversi con assoluta perizia tra le complesse architetture istituzionali dell’epoca.

Marco, io, nel mio lavoro, ho rilevato che tale ruolo pratico trova una perfetta corrispondenza teorica nel trattato politico del De Monarchia, dove il missus opera all’interno di una visione gerarchica e provvidenziale del potere secondo il modello imperiale romano e la pax augusta, fungendo da braccio esecutivo di un ordine temporale legittimo e autonomo dalle ingerenze teocratiche! In pratica, la sconfitta militare trasforma Dante da esule sconfitto a intellettuale militante che parla da pari a pari con i potenti dell’epoca. Le epistole scritte tra il 1310 e il 1311, durante la discesa dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sono il manifesto più limpido della sua postura da eques e della sua “conversione” a un ghibellinismo universale. In questi testi, Dante non scrive con la cautela del diplomatico, ma con la forza di chi brandisce una spada verbale: nellEpistola V ai Principi e Popoli d’Italia Dante annuncia l’arrivo dell’imperatore come quello di un nuovo sole. Si rivolge ai destinatari non come un letterato che offre e dà consigli, ma come un banditore imperiale: Il tono è epico e profetico, tipico di chi vede nell’autorità monarchica l’unica via per restaurare la giustizia cavalleresca! Nell’Epistola VI ai Fiorentini l’atteggiamento da cavaliere emerge nel disprezzo totale, per cui Dante definisce i suoi concittadini “scelleratissimi” e “folli”, minacciandoli di una distruzione imminente. È il linguaggio di una sfida a duello: lui, l’esule che si è fatto “parte per se stesso“, accusa la città di ribellione contro l’ordine divino dell’Impero!

*Professore, ancora di più io trovo in L’Epistola VII ad Arrigo VII il punto più alto del suo impegno politico. Dante, infatti, sembra rimproverare l’imperatore per il ritardo nel colpire Firenze, il “serpente” demoniaco, che corrompe l’Italia centrale! Qui Dante agisce come un consigliere di guerra, esortando Arrigo VII a non perdere tempo negli assedi del Nord, ma a colpire il cuore della ribellione. In tutte queste lettere, la baratteria di cui era stato accusato viene ribaltata: per Dante, i veri “barattieri” sono ormai i dirigenti fiorentini che trafficano con il potere politico per scopi privati, mentre lui si eleva a difensore dell’Onore e della Legge universale divina!

Marco, anche coi Malaspina in Lunigiana, qualche anno prima – forse nell’autunno del 1306 -, Dante si comporta come eques e diplomatico di alto lignaggio e dimostra la sua massima espressione pratica, convinto di trovare nei signori della Lunigiana l’ideale della nobiltà cavalleresca antica, basata su generosità, valore militare e cortesia, in netto contrasto con la “gente nova” fiorentina, da cui è condannato. Il 6 ottobre 1306, infatti, a Castelnuovo Magra, Dante è missus dominicus effettivo in quanto agisce ufficialmente come procuratore speciale per i marchesi Franceschino, Moroello e Corradino Malaspina compiendo la missione di negoziare la pace con il Vescovo-Conte di Luni, Gherardino della Corbara, ponendo fine a decenni di conflitti sanguinosi!

*Professore, è vero che esiste ancora il documento che prova come Dante abbia pieni poteri per firmare il trattato? 

Marco, non conosco il documento ma so che i signori ghibellini non vedono Dante come un “poeta da intrattenimento”, ma come un uomo d’armi e di legge, capace di gestire equilibri politici complessi, come si rileva nel Canto VIII del Purgatorio, quando Dante celebra questa ospitalità nell’incontro con Currado Malaspina (vv.109-138). Qui il poeta mette in bocca al nobile un elogio della sua stessa stirpe secondo lo schema della generosità e della cavalleria, ma è la risposta di Dante che definisce il legame cavalleresco, lodando la famiglia in quanto – nonostante che il mondo stia volgendo al male a causa del papato e dell’impero – essa rimane gente onrata che sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia e non si sfregia/ del pregio della borsa e della spada” (vv. 128-9)!

*Dunque, professore, storicamente, il missus dominicus, imperiale, carolingio ed ottoniano, è delegato diretto del dominus, detentore del potere, per cui Dante non può essere considerato come un semplice cortigiano stipendiato o cancellarius, ma risulta plenipotenziario, investito dell’autorità di rappresentare la persona e la volontà politica degli Scaligeri, dei Malaspina o dei da Polenta specie in contesti diplomatici e di arbitrato: Il missus è, perciò, colui che traducela volontà sovrana in atti concreti!

Marco, nei testi epistolari danteschi di questo ventennio (oltre che nella maggior parte dei canti della Divina commedia – specie quelli politici: i sesti di Inferno, Purgatorio e Paradiso con gli ottavi e con quelli centrali di ogni cantica – e nei due libri del De vulgari eloquentia e nei quattro libri del Convivio e nei tre libri di De Monarchia) si riscontra la competenza, comunque, di un cancelliere d’alto profilo che redige e formalizza accordi di diritto pubblico, muovendosi con assoluta perizia tra le complesse architetture istituzionali dell’epoca. Tale ruolo praticotrova una perfetta corrispondenza teorica nel trattato politico, dove Dante, missus, appare uomo che opera all’interno di una visione gerarchica e provvidenziale del potere, seguendo il modello di iustitia imperiale romana (secondo la pax augusta), fungendo da braccio esecutivo di un ordine temporale legittimo e autonomo dalle ingerenze teocratiche, specie in ambienti veneti.

*Professore, lei mi vuole dire che la marca trevigiana è zona ghibellina, in epoca dantesca, fin dal periodo di Ezzelino III da Romano – la cui sorella Cunizza è celebrata da Dante nel IX canto del Paradiso – imparentato con Federico II in quanto marito di sua figlia Selvaggia Staufen, che è un precursore di Cangrande della Scala, vicario imperiale, anche lui.

Marco, a Cangrande è indirizzata l’epistula XIII, nella cui prima parte il poeta gli dedica il Paradiso, mentre, nella seconda, fa il commento alla Commedia: …propter hoc munuscula mea sepe multum conspexi et ab invicem segregavi, nec non segregata percensui, digniusque gratiusque vobis inquirens. Neque ipsi preheminentie vestre congruum comperi magis quam Comedie sublimem canticam, que decoratur titulo Paradisi; et illam sub presenti epistola, tanquam sub epigrammate proprio dedicatam, vobis adscribo, vobis offero, vobis denique recommendo/spesso ho esaminato i miei piccoli regali e li ho differenziati e poi vagliati, alla ricerca del più degno e gradito a voi. E non ne ho trovato uno, adeguato alla vostra eccellenza, più di quella sublime cantica della Commedia che si intitola Paradiso. E questa, con la presente lettera, come a Voi consacrata con propria epigrafe, a Voi la intitolo, la offro, la raccomando (Epistola, XIII, 10-11).

*Ecco perché Foscolo considera Dante ghibellin fuggiasco?!

Foscolo rileva Dante come uomo che ha l’ideale imperiale di un imperatore giusto e superiore alle fazioni cittadine, specialmente negli ultimi anni di vita, pur conoscendolo come guelfo. In I Sepolcri 171-173 lo sente vicino, conoscendo bene anche l’ambiente padovano, dove, amando Isabella Roncioni, ha scritto Le Ultime lettere di Iacopo Hortis. 

*Forse lo definisce così perché lui, venuto da Zacinto, conosce, grazie anche a Andreas Kalvos, la critica illuminista, contraria a Dante: Foscolo non fa un errore letterario, ma ammira, da soldato napoleonico, da militare, l’eques medievale, fedele all’imperatore.

Marco, conosci Kalvos, ammiratore foscoliano, che lo segue nell’esilio in Inghilterra – dove scrive saggi critici, recensioni e commenti letterari, spesso in inglese, per editori come Murray -, dove Foscolo esule e combattente politico, cerca di assimilarsi a Dante ghibellino esule, esiliato da guelfi?

*Professore, conosco Kalvos e so che Foscolo ammira il divino poeta, che si proclama uomo che fa “parte per se stesso”, che abbandona i “matti” compagni guelfi bianchi, desideroso di mantenere la fides all’Impero, unico ordine possibile contro il caos mercantile!

Marco, Foscolo riconosce in Dante l’eques che ha perso la patria, ma non l’onore! Il termine “Ghibellino” per lui, allora, diventa sinonimo di oppositore della corruzione papale e difensore dell’indipendenza civile, esattamente ciò che lui stesso cerca di essere sotto Napoleone! Forse Foscolo, critico, rileva in Dante, accusatore dei decretalisti, l ‘equivoco di Graziano – Paradiso, X, 103-105, l’uno e l’altro foro/aiutò sì che piace in Paradiso – applaudito, da una parte, perché capace di distinguere il tribunale della coscienza (anima) da quello della legge (corpo) e, da un’altra, abile a limitare i campi d’azione e a separare rigorosamente la sfera civile dal diritto della Chiesa, nonostante l’uso politico e curiale del Decretum, fatto poi dal papato, che assorbe il potere imperiale e crea una teocrazia giuridica.

*Professore, in conclusione, cosa posso dire di Dante? 

È eques, feditore e missus dominicus imperiale e, quando ha tempo è litteratus vir, ben impostato giuridicamente, ed in gioventù è stato rimatore, fedele d’amore, stilnovistico, avendo seguito Guinizzelli e Cavalcanti, dopo essersi staccato da Guittone del Viva d’Arezzo, il notaro!

*Quindi, per lei, Dante è scrittore occasionale di De Vulgari eloquentia, opera in latino, iniziata nel Casentino, non completata – ha scritto I e II libro fino al 14 capitolo, dei quattro previsti!- e di il Convivio, commento filosofico in volgare in 4 trattati – scrive solo un proemio e i commenti a tre canzoni, anche se ne voleva scrivere 15! -, il cui incipit esplicativo mostra come egli sia solo un mendico che è ad un banchetto, in cui sono servite 14 canzoni/vivande e pane/commento, fatto dai convitati, dai quali egli raccoglie le briciole per darle a chi non ha partecipato affatto?!

Così mi risulta!

*Può dirmi l’anno della scrittura di Convivio

Forse è l’anno successivo alla II condanna con la II sentenza, quando Dante intende dirigersi verso il Casentino, presso i Conti Guidi, ghibellini, per i quali vuole fare un convito di sapienza, metafora di pasto, offerto a chi non ha potuto dedicarsi agli studi, perché solo uomini di arme!

*Tutto, ora, mi riporta!

Bravo, Marco! Beato te! Pure Dante giovane, spiritualis (cfr. Abulafia e Dante)? Forse l’esperienza di eques/cavaliere cala Dante nella Historia per cui Il concetto di “combattimento” non scompare, ma si eleva tanto che il cavaliere terreno, che impugna la spada a Campaldino, si trasforma nel cavaliere dello Spirito/spiritualis che impugna la penna nella Commedia, essendo acconcio coi frati!


Informazioni su Angelo Filipponi

Storico, linguista traduttore Un'altra storia del Cristianesimo