“Sentir”, riprese, “e meditar: di poco/esser contento: da la meta mai/non torcer gli occhi: conservar la mano/pura e la mente: de le umane cose/tanto sperimentar, quanto ti basti/per non curarle: non ti far mai servo/non far tregua coi vili: il santo Vero/mai non tradir: né proferir mai verbo/che plauda al vizio, o la virtù derida” (Ode a Carlo Imbonati 207-215).
Premessa a L’arte del caratterizzare nel Manzoni
Alessandro Manzoni (1785-1883) nasce il 7 marzo a Milano da Giulia Beccaria (1762-1841), moglie di Pietro Manzoni, del 1782, amante di Giovanni Verri, il più giovane dei fratelli Verri, Alessandro e Pietro.
*Professore, lei mi dice chiaramente che Giulia, la donna dagli occhi verdi e dai capelli rossi, diciottenne, figlia di Cesare Beccaria – autore del saggio Dei delitti e delle pene – ha relazione amorosa dal 1780, col conte, trentasettenne, scapestrato e galante!

Marco, ti dico così perché so che il bimbo, appena nato è affidato ad una balia, Caterina Panzeri, in una cascina a Costa di Galbiate, lontano dalla madre, che, subito dopo, si trasferisce a Parigi, dove incontra Carlo Imbonati, con cui vive, more uxorio, a Place Vendôme, 3?
*Il piccolo rimane con la balia a lungo?
Si, Marco, per qualche anno e poi la madre ordina di metterlo tra i Somaschi, nel collegio S. Bartolomeo, a Merate, nel 1791, dove rimane per circa 5 anni e poi è trasferito dai Somaschi a Lugano, in un altro collegio, quello di S. Antonio, fino al 1798, per poi venire a Milano al collegio Longone, tenuto dai Barnabiti.
*C’è differenza di insegnamento tra i Somaschi e i Barnabiti, all’epoca?
Marco, te ne parlo brevemente per meglio farti capire l’ambiente in cui matura Alessandro, che è ragazzo solitario e schivo, già depresso, col difetto della balbuzie, sempre bisognoso di affetto materno, deriso dai compagni. Originariamente i somaschi, nati per l’assistenza agli orfani, ai poveri e alle donne “traviate“, si dedicano prevalentemente all’educazione e istruzione della gioventù nei collegi, oltre alla cura pastorale nelle parrocchie, secondo un metodo rigido, proprio della riabilitazione, tipico di San Girolamo Emiliani, nobile veneziano che, dopo una conversione, in prigione, dedica la vita agli orfani, morendo di peste nel 1537, ed è il fondatore di tale istituto caritativo, teso all’accoglienza e ad una severa educazione, in provincia ed anche a Milano. I barnabiti, invece, fondati intorno al 1530 a Milano da sant’Antonio Maria Zaccaria e da laici – Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari- sono detti “Barnabiti” dal popolo che ha centrale la chiesa di San Barnaba, a Milano, che risulta loro prima sede e casa madre. La loro missione ha lo scopo di rinnovare il fervore cristiano attraverso la predicazione, la formazione spirituale e l’educazione nell‘Istituto Zaccaria e nel Collegio Longone.
*Si comporta bene in collegio il bambino e poi l’adolescente Manzoni?
Marco, come può essere un bambino che vive con la balia e poi è messo tra gli orfani? non ha certamente un’infanzia bella ed evidenzia ben presto il difetto della balbuzie, che lo rende irascibile e ribelle, specie quando diventa adolescente ed inizia gli studi classici, in cui ha qualche reale difficoltà.
*E come studente è bravo?
Non direi se non completa neanche gli studi liceali tra i Barnabiti e che viene poi, a venti anni, portato a Parigi dalla madre, che è sola, dopo la morte di Carlo Imbonati, che le ha lasciato un grande patrimonio, compresa la villa di Brusuglio.

*Dunque, prima di arrivare a Parigi, Manzoni non è uno studente modello, non è una promessa come letterato, essendo giovane bleso e ribelle fino al 1801, quando stringe amicizie con Giulio Visconti e Federico Gonfalonieri e poi anche con Vincenzo Monti – da lui avidamente letto, utilizzato per le sue poesie centonate – !
Marco, Manzoni vive un momento difficile, senza affetti, nel 1805 e si scopre perfino giocatore d’azzardo tanto che Il Monti lo apostrofa così faremo grandi versi, vedendolo vivere da popolano, da giacobino e da giovane, continuamente presente al Ridotto, presso la Scala, ritrovo di biscazzieri – aveva scritto già l’opera Il trionfo della libertà, opera non pubblicata, stampata solo nel 1878, post mortem!– e sentendolo parlare spesso il verzee, la lingua del Porta, non quella letteraria italiana, in vari luoghi ed anche a Venezia- dove conosce anche Isabella Teotochi Albrizzi e lo storico Vincenzo Cuoco -.
*Il verzee?
il Manzoni stima Carlo Porta, il poeta milanese, dialettale, riconoscendo il merito di aver salvato la letteratura dall’accademismo e di aver dato voce al popolo realisticamente, di aver descritto gli strati più umili della società, facendolo suo modello insostituibile, oltre che per la genuinità linguistica per i personaggi de I Promessi Sposi. Alessandro, negli anni del collegio Longone, come collegiale esterno, non interno, vive come ospite, ma è libero dalla regola diurna dei Barnabiti, con l’obbligo solo del vincolo notturno, ed è di casa al mercato ortofrutticolo di Milano, situato nei pressi del Duomo, dove si parla il dialetto milanese, che Carlo Porta (1775-1821), ha nobilitato con la sua opera, specie con la La Ninetta del Verzee (1814), in cui descrive e caratterizza una pescivendola milanese che racconta in prima persona la sua storia tormentata, tra dramma e ironia!
*L’uso della lingua italiana già è un problema tra lui, che usa l’italiano letterario, scolastico, e il popolo, che parla il dialetto!?
Manzoni rileva la staticità linguistica letteraria basata sull’imitazione e copiatura di intere frasi di autori celebri, rispetto alla freschezza del verzee, una lingua viva, realistica e popolare, contrapposta all’aulico italiano dell’epoca. Manzoni vive uno strano momento, quello degli inizi del regno napoleonico di Eugenio Beauharnaix (giugno 1805-1814) quando ha 19/20 anni e risulta collegiale esterno, che non ha superato gli esami liceali, ed è alla ricerca di nuovi amici, nonostante le sue fobie di contatto con gli altri, le sue selettive amicizie, i suoi silenzi improvvisi, allorché si sposta anche in territorio veneto al seguito di qualche nobile.
*Non va subito a Parigi?
No, Marco, Manzoni resta a Milano, e seguita per mesi a trascorrere la vita tra Milano e Venezia, da scapestrato, dedito anche al gioco d’azzardo, essendo la madre impegnata nei funerali di Carlo Imbonati, morto a 51 anni, di sifilide, il 15 marzo del 1805, coinvolta in beghe testamentarie. Alessandro, allora, scrive in endecasillabi sciolti In morte di Carlo Imbonati, apparsogli in una visione notturna, elogiando la nobile figura del conte, che gli parla di sentir e meditar e che lo invita a “il santo vero/ mai non tradir”, in una specie di dialogo morale. A Parigi, giunge, infine, presso la madre, e la sente inizialmente come una sconosciuta che, comunque, ora, essendo sola, si ricorda del figlio – poche volte visto nelle rarissime visite nei collegi somaschi e barnabiti! – e ne cerca l’affetto. Giulia torna perfino a Milano, dopo un viaggio di quasi un mese, per la morte di Pietro Manzoni col figlio che dice solo paix et honneur à sa cendre! e, poi, vende la cascina della sua infanzia!
*A Parigi, quindi, Manzoni ha una sua formazione, in lingua francese, vicino ad idéologues, non italiana, quando è consolatore della madre, che ora ha cura di Alessandro ed è amorevole verso il figlio, che è davvero affettuoso e grato a lei fino alla sua morte, nel 1841: la donna è bene accolta, dovunque, nei circoli degli intellettuali parigini ed anche da quelli svizzeri ed italici – dominati da abati come Eustachio Degola, Luigi Tosi tutti oscillanti tra giansenismo e calvinismo –!
Marco non pensare, però, che Manzoni sia lui attivo come letterato, anche se si dedica ora al Poemetto Urania, scrivendo versi neoclassici montiani e foscoliani: Alessandro è ventenne al seguito della madre, che ha un suo ruolo nella società parigina napoleonica ed una sua funzione in quanto figlia del celebre Beccaria, tesa a dare una moglie al suo Lisander – ricca possibilmente! -, avendogli già dato in eredità il patrimonio di Carlo Imbonati ed anche quello di Pietro Manzoni, morto nel 1809. L’abate Eustachio Degola e l’abate, poi vescovo, Luigi Tosi risultano, all’epoca, figure fondamentali nella formazione intellettuale, religiosa e spirituale di Alessandro Manzoni, in quanto i due rappresentano due influenze diverse, anche se complementari, nel suo percorso post-conversione, a seguito dell’insegnamento giansenistico, dopo la conversione di sua moglie Enrichetta Blondel e del matrimonio cattolico, celebrato nella Chiesa della Madeleine, dopo la supplica a Papa Pio VII.
*Ma… lei professore vede il giovane Manzoni solo dopo Urania, scritta nel 1809, come un seguace giacobino di Cuoco, come un discepolo di Fauriel e Cabanis, come un illuminista scettico in campo religioso, come un immaturo al seguito di neoclassici come Monti e Foscolo, seppure legato ad abati italiani?
Marco, Manzoni ha ancora ideali francesi libertari, incline, però, ad assimilare la fides cattolica, legata alle teorie giansenistiche fin dalla stesura degli Inni sacri, quasi desideroso di liberarsi dal male illuministico e rifugiarsi nella religione e nel dogma cristiano, àncora per lui di salvezza, desideroso di predicare il mysterion, anche quando la società milanese popolare comincia ad essere antiaustriaca, nostalgica filofrancese!
*Professore, la Restaurazione non è gradita dal Manzoni che comincia ad operare in modo da conciliare pratica e fede cristiana, secondo un realismo umilistico, di difficile connubio per un nobile, volto alla borghesia, liberale “romantico”, teso al vero letterario, controriformistico!
Marco, Manzoni è ancora, dopo la Restaurazione, uno pseudoletterato, che cerca di avere una missione civile e sociale, moraleggiante, rilevabile in Odi civili e nei Cori delle tragedie (specie in Dagli atri muscosi, dai fori cadenti...) connessi con quella religiosa di La Pentecoste, in una vocazione civile espressa nel 1823 nella Lettera sul romanticismo a Cesare Taparelli d’Azeglio, in una volontà letteraria di farsi maestro di storia ad un popolo imbelle disperso, che ancora spera di essere liberato da armi straniere!
*Professore, dopo i Moti del 1821, Manzoni inizia, tra l’altro, il suo romanzo Fermo e Lucia sulla base di un falso ritrovamento di uno scartafaccio seicentesco, a cui bisogna rifare la dicitura, così da mostrare il male del modello seicentesco spagnolo simile a quello ottocentesco austriaco, in una condanna e del potere monarchico e di quello ecclesiale, i sempre dominanti sul popolo soggetto e analfabeta, sofferente per le ingiustizie, sempre provato da un Padre celeste, la cui Provvidenza di tanto in tanto ripristina un ordine nel disordine, mediante un sistema paternalistico per alleviare la sofferenza degli umili oppressi anche da peste, che, però, può risultare un miglioramento delle condizioni umane dei deboli, a dimostrazione che anche il flebile lamento di poveri arriva in Cielo.
*Ne I Promessi Sposi, professore con “scartafaccio” si intende il finto manoscritto secentesco che Alessandro Manzoni dice di aver ritrovato e che utilizza al fine dii creare una nuova lingua non più toscana, e classicheggiante, ma solo quella parlata da un cittadino colto fiorentino.
Nel romanzo, il testo scartafaccio risulta un espediente letterario fondamentale per giustificare la stesura dell’opera: l’autore dichiara di averne trascritto la storia per migliorarne lo stile, rendendolo più moderno e accessibile. L’uso del manoscritto ritrovato è un’antica tecnica narrativa che permette al Manzoni di raggiungere lo scopo di fingere che gli eventi siano realmente accaduti e documentati da una cronaca dell’epoca ed attribuire all’Anonimo secentista”, le opinioni più scomode, le omissioni di luoghi e nomi reali o le digressioni moraleggianti, creando così un doppio punto di vista. Nell’introduzione, infatti, Manzoni riporta un breve frammento dello scartafaccio per far toccare con mano al lettore la prosa originale. Si tratta di un testo in realtà scritto dallo stesso Manzoni, caratterizzato da uno stile tipicamente seicentesco: ampolloso, retorico, gonfio di metafore artificiose, pieno di lombardismi e di espressioni dialettali e grammaticalmente scorrette. Proprio perché lo stile dello scartafaccio risulta “indigesto” e pesante ai lettori dell’Ottocento, Manzoni immagina di intervenire come “editore”, impegnandosi a “rifarne la dicitura“. Questo gli offre il pretesto per operare la sua celebre e continua ricerca linguistica: ripulire la lingua, eliminare i termini barbari e adottare il fiorentino colto, per consegnare al pubblico un’opera scritta in un italiano finalmente unitario e moderno, al di là delle prospettive montiane e perticariane.
*Lei allude ad una questione linguistica e sottende una dipendenza da Giulio Perticari, genero del Monti, mentre rileva il tentativo del Manzoni di avere sostegno ed aiuto dal Circolo di Viesseux, fiorentino, conscio che il suo linguaggio è sotto la revisione di Emilia Luti, sua governante popolana fiorentina, vivente nel contesto dialettale milanese e lombardo!
Marco, Giovan Pietro Vieusseux organizza, in onore del Manzoni venuto a presentare I Promessi sposi nel 1827 a Palazzo Buondelmonti, sede del circolo, una serata esclusiva per accogliere il poeta milanese reduce dal successo della prima edizione del suo celebre romanzo ora divenuto rinominato Gli Sposi promessi e poi I Promessi sposi durante la quale Alessandro, impacciato e balbuziente, conosce Giacomo Leopardi, piccolo di statura, già malandato, scontroso ed incerto in mezzo ad altri!
*Professore, il Vieusseux, con la rivista Antologia, recensisce l’opera di Manzoni, contribuendo a diffonderne il prestigio a livello europeo, dando una svolta non solo al messaggio cristiano ma anche alla lingua manzoniana, criticata certamente, anche se resa migliore ed unitaria, comprensibile più ai settentrionali che ai meridionali, comunque, più moderna e adattabile a quasi tutta la popolazione italiana! e oltre al Manzoni ha intenzione di propagandare i piccoli Idilli del Leopardi, e li fa incontrare, senza che i due si parlino, dato il naturale riserbo.
Marco, il Manzoni, all’epoca, subisce l’influenza e del Porta che ha una sua visione linguistica. Se per il Porta c’è necessità linguistica del dialetto, che è tipica espressione di un milanese autentico, per il Manzoni la soluzione consiste nel “risciacquare i panni in Arno” ed adottare il fiorentino colto, sebbene l’osservazione della vitalità espressiva dei personaggi del Porta sia stata per lui una palestra fondamentale di autenticità, chiara nei personaggi delle peste, degli untori e dei monatti
*I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quindi, hanno qualcosa di portiano in quanto sono una critica storica e politica strutturata attraverso la narrazione del dominio seicentesco spagnolo equiparato a quello austriaco ottocentesco. Il romanzo, ambientato nella Lombardia del XVII secolo sotto il dominio spagnolo, usa il passato per analizzare e criticare il presente austriaco. ll romanzo, ambientato tra il 1628 e il 1630, descrive la dominazione spagnola come un periodo di violenza, repressione, corruzione e inettitudine, evidenziato dalla figura di Don Rodrigo e dall’incapacità delle autorità di garantire giustizia e mostrando la peste del 1630 e la gestione disastrosa dell’epidemia. viene messa in luce l’incapacità amministrativa del potere spagnolo. Manzoni basa il racconto su ricerche d’archivio reali (come la monaca di Monza e la peste), offrendo un ritratto fedele del “secolo buio” Scrivendo tra il 1820 e il 1821, durante l’occupazione austriaca, Manzoni, non potendo criticare direttamente il governo di Vienna a causa della censura si serve del passato per trattare il presente. La descritta “tirannia” spagnola del Seicento risulta un’evidente metafora della “polizia politica” e della censura austriaca del XIX secolo. Attraverso la descrizione del dominio straniero passato, Manzoni esprime il suo desiderio di un’Italia libera e unita. Invece di celebrare, però, le gesta dei dominatori spagnoli o austriaci, il romanzo celebra l’epopea della gente comune (Renzo e Lucia), che resiste alle ingiustizie del potere. grazie alla Provvidenza, evidenziando il sorgere di una borghesia umile alfabetizzata appena. L’opera segna la nascita del romanzo moderno italiano, utilizzando il fiorentino colto per unire culturalmente l’Italia, contrastando indirettamente la frammentazione imposta dagli austriaci. In sintesi, I Promessi Sposi sono una demistificazione del potere straniero, mostrando le sofferenze che la dominazione spagnola (e per estensione quella austriaca) ha inflitto alla società italiana.
Marco, Manzoni è un nobile meneghino, agorafobico, incapace di fare discorsi, scontrosissimo, permaloso, ha scambi epistolari con italiani col genero G. Battista Giorgini, ed anche con Rosmini, con cui ha anche molti colloqui sulla lingua e sulla necessitas di Inventio, oltre che di filosofia idealistica e di disegno provvidenziale di un Dio Pater sull’uomo, pur avendo avuto nel periodo francese maestri giacobini! Rosmini è uomo molto seguito e il suo apporto è destinato a diventare più significativo, tra il 1850-60 dopo la morte di Enrichetta – da cui ha avuto 10 figli ! – e specie a seguito del matrimonio con Teresa Borri, vedova Stampa, che ha una tenuta a Lesa, gestita dal figlio di primo letto, non lontana da Stresa, domicilio estivo del filosofo, da lui conosciuto nel 1826.

Il periodo di Lesa, dopo quello della villa di Brusuglio – esclusivamente dedicato alle culture agricole e alla sua vocazione di fattore – è ricco di spunti e di sollecitazioni linguistico-culturali. Il ritiro estivo è davvero formativo presso il figliastro Stefano Stampa a Lesa, specie tra il 1839 e il 1850, sul Lago Maggiore, presso Villa Stampa, in quanto lo scrittore ha bisogno di stare in solitudine e di vivere in natura, trovando rifugio lontano dalla vita tumultuosa milanese. Durante questo periodo, consolida l’amicizia con il filosofo Antonio Rosmini, residente a Stresa, che frequenta quasi quotidianamente tra passeggiate, intensi colloqui filosofici e scambi intellettuali, quando scrive Saggio sulla lingua Italiana/Lettera al signor cavaliere consigliere Giacinto Carena, ed Invenzione. Manzoni, anche se quarantenne scrittore di una certa fama per le Tragedie e per gli Inni Sacri, specie per la Pentecoste, pur noto per alcune figure del Fermo e Lucia, romanzo letto da pochi amici, non ha sostanza culturale ed ideologica da mettere in campo di fronte al filosofo in quanto illitterato, inadeguato perfino a seguire la lezione rosminiana provvidenziale, diversa da quella “giansenista” degli abati Degola e Tosi.
Certo, Marco, Manzoni vede il maestro nel filosofo cristiano, che diviene il suo principale interlocutore intellettuale che lo condiziona nel pensiero cattolico, aiutandolo a conciliare fede e ragione, stimolandone le riflessioni filosofiche, chiare nelle revisioni de I Promessi Sposi e nell’aggiunzione di Storia della colonna infame, che diventa memoria di due presunti untori uccisi e torturati, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, testimoni di un colossale ingiustizia, nuovi eroi cristiani, ingiustamente condannati
*La filosofia rosminiana, incentrata sulla ricerca della verità e su un cattolicesimo liberale, influenza profondamente la maturazione del pensiero di Manzoni, contribuendo a definire la sua visione del mondo, della provvidenza e della storia, liberata, comunque dal fatalismo giansenistico – calvinista: il giansenismo manzoniano, agostiniano, rileva la storia come teatro di ingiustizie e l’uomo debole, creatura, convinta che solo l’intervento salvifico di Dio sia possibile, con la Grazia, che permette di trasformare il dolore in redenzione, il male in bene! Manzoni legge la storia segnata dal male e dal dolore, agostinianamente risolta solo per intervento divino che, alla fine, comunque, punisce la forza dei superbi e premia i deboli liberandoli momentaneamente dalla soggezione e dall’oppressione ingiusta.
*Molti critici considerano Manzoni assente dagli eventi politici e socio-economico-culturali dal 1827 alla sua morte. È così?
No, Marco, il Manzoni dopo gli incontri con Rosmini, diventa senatore con Ricasoli e vota la Convezione di settembre del 1864, per cui si attua il passaggio di capitale da Torino a Firenze nel 1865 sotto Marco Minchetti, convinto che presto Roma sarà la capitale Italiana – dalla quale ha poi honoris causa la cittadinanza nel 1871 -. Il suo romanzo è già considerato opera nazionale grazie al ministro Emilio Broglio.
*Non è, come dicono alcuni, che Manzoni è assente?
No. È presente anche in senato, dove ha dato incarico a suo genero Giovan Battista Giorgini di seguire il Ministro nel vocabolario da stilare in senso manzoniano seguendo il Carena. Infatti, accade che nel 1868 Emilio Broglio consacra Alessandro Manzoni come figura chiave per la formazione linguistica e civile italiana, nonostante l’uso quotidiano dell’autore di dialetto milanese e francese. Il piano di Broglio mira a trasformare il “non letterato” Manzoni in un modello di lingua viva, elevando il fiorentino a standard nazionale attraverso I Promessi Sposi per unificare il Paese.
*Quindi, il Ministro inizia la santificazione del romanzo manzoniano compiendo un atto di valorizzazione artistica con una vera e propria operazione di polizia linguistica e culturale che propaganda un’opera complessa, ambigua, come se dovesse ridurre I Promessi Sposi a un semplice manuale di galateo linguistico e civile!
Marco, intervenendo sull’azione stessa dei segretari ministeriali, intenzionati a trasformare l’opera in un pilastro della scuola dell’obbligo, Broglio rende l’opera odiosa a generazioni di studenti, privandola della sua reale carica problematica, valorizzando la volontà cristiana di propaganda provvidenziale, non curante delle critiche, specie linguistiche e morali, e neanche delle accuse di letterati professionisti in un’Italia analfabeta, con molti maestri anche loro analfabeti o semianalfabeti, docenti perché sindaci.
*La sinistra è popolare! il trasformismo già funziona, anche se allo stato iniziale!
L’idea che l’identità nazionale debba nascere dalla scelta ministeriale del fiorentino colto è vista da molti come un atto di dirigismo culturale, che ignora le reali radici plurali dell’Italia, sacrificando le varietà locali sull’altare di un’unità artificiale. Si è in un momento di passaggio politico, già chiaro, centrato sulla necessità di creare una lingua comune per il nuovo Regno d’Italia. Dopo l’unità politica (1861), l’Italia è frammentata linguisticamente, e, perciò, nel 1867, Emilio Broglio, ministro della Pubblica Istruzione, affronta il problema della lingua nazionale per cui nel gennaio 1868, nomina una commissione (divisa tra Milano e Firenze), presieduta da Alessandro Manzoni, col compito di “ricercare e proporre tutti i provvedimenti e i modi, coi quali si possa aiutare e rendere più universale nelle scuole e nel popolo l’uso della buona lingua e della buona pronuncia“. Manzoni, all’età di 83 anni, è invitato a presentare la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla” (marzo 1868). In essa, lo scrittore indica il fiorentino parlato dalla borghesia colta come il modello per la lingua nazionale. I Promessi Sposi, in particolare l’edizione definitiva (“Quarantana” del 1840-42), risciacquata in Arno, vengono riconosciuti come il modello linguistico e letterario, su cui fondare questa unità! L’intento di Manzoni, sostenuto da Broglio/Giorgini, non è accademico, ma sociale e politico: diffondere, attraverso la scuola e il romanzo, una lingua unica per una nazione appena unita!
*I Promessi Sposi, allora, diventano il primo vero “romanzo nazionale” italiano, esemplare per ogni letterato di lingua italiana! Anche Dante diventa il maestro di lingua anzi il fondatore della lingua Italiana, il divino poeta!
Viene esaltato il Manzoni popolare, cristiano rosminiano, anche se giansenista, come lo scrittore politico della Nuova Italia risorgimentale, come esempio di Letterato da studiare ed imitare!
*Posso dire che, per me, lei nell’epistolario rileva non una scelta estetica, ma la volontà manzoniana di dare allo Stato uno strumento di controllo: un’unica lingua per un’unica legge!
Marco, io, fino a 12 anni, ho parlato solo il dialetto ascolano “di Fiagnà/di Folignano”.