Marco, “Guarda la terra, non il cielo!” non è un altro aforisma, di cui spesso ci parla il professore, su cui ha fatto anche qualche paradigma operativo conclusivo, in riferimento a Cecco d’Ascoli (1269-1327), alla sua statua, vicina al Forte Malatesta e alla Taverna, a lui intitolata, sopra il mitico Ponte del Diavolo, a pochi metri dalla Squarcia?

*L’ho sentito, Andrea, trattare del materialismo epicureo e dell’atomismo lucreziano, molte volte, specie nel lavoro su Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2023?
Il professore cita perfino il Teeteto di Platone 173c-175b circa la mutazione di animo e l’umano procedere!
*Mi ricordo bene!
Ricordi anche come Talete, astronomo, è deriso da una servetta di Tracia, spiritosa e simpatica, perché guarda il cielo ἄνω/in alto e non fa attenzione al basso/kàτω, e cade nel pozzo, non badando a quello che gli è davanti e sotto i piedi?
*Si certo. Anzi ti ripeto la frase in Greco! Θαλῆν ἀστρονομοῦντα,…καὶ ἄνω βλέποντα, πεσόντα εἰς φρέαρ, Θρᾷττά τις ἐμμελὴς καὶ χαρίεσσα θεραπαινὶς ἀποσκῶψαι λέγεται ὡς τὰ μὲν ἐν οὐρανῷ προθυμοῖτο εἰδέναι, τὰ δ’ ἔμπροσθεν αὐτοῦ καὶ παρὰ πόδας λανθάνοι αὐτόν.
Hai buona memoria, quasi come quella del professore!
*Con Cecco D’Ascoli, Francesco Stabili, e con altri magistri inizia un fenomeno nuovo quello del passaggio ad una sostanziale mutazione di animo con un altro procedere terreno ed umano, basato su “fare, errare e rifare”! L’opera poetica maggiore, l’Acerba, ha, infatti, come guida Lucrezio Caro, uno “scienziato” epicureo non un poeta–mago, come Virgilio, per Dante, che guarda il cielo ed è “acconcio coi frati”, in quanto è uomo del partito Bianco, guelfo, comunque, in una Firenze, guelfa, di cui diventerà Priore nel 1300, dopo essersi iscritto alle Arti Maggiori, antibonifaciano, in una rinuncia al titolo di “eques e feditore” (cfr. Giano della Bella e gli Ordinamenti di giustizia del 18 gennaio 1293); lui, Cecco, invece, è laicus, litteratus, phisicus, astronomus, a volte richiesto di oroscopi, accusato e condannato per alchimia a Firenze!
Firenze è l’urbs delle genti nove, dove si lavora, dove si è mercatanti dove è iniziata l’epopea mercantilistica, dove ci sono ora corporazioni operaie qualificate, che commerciano ed hanno un altro passo rispetto alla superbia degli equites, nullafacenti domini, provocatori di guerre perché sempre avidi della roba altrui e munifici sperperatori di patrimoni.
*Nel 1300 Cecco di Ascoli, comunque, non è a Firenze, ma esercita già l’arte di cerusico/Fisicus–Medico a Bologna come “forensis“, come un professionista peregrinus, bisognoso della firma di uno del posto per fare pratica.
*Cecco è già cerusico, una specie di chirurgo – all’epoca poco più di un barbiere, di norcino, di ambulante capace di operazioni manuali come salassi e estrazioni di denti, bisognoso di droghieri abili preparatori di farmaci – che, però, ha fatto già studi di medicina e non è solo uno che fa lavoro di mano/cheiros ergon!
Da Ascoli era andato a piedi a Bologna, da solo, quando bizzoco, in quanto diciottenne elemento dei focolarini/fedeli di amore, stava già al seguito dei D’Angiò, (legati al servizio di Niccolò IV, elettore a Rieti di Carlo II d’Angiò re di Napoli!) che partivano per la Provenza? Io, comunque, non ho chiaro come si potesse camminare tanto e non ho presente la situazione e nemmeno conosco bene il momento storico, in cui il re angioino è incoronato dal papa ascolano: mi sfugge tutta la questione dei Vespri siciliani del 1282 e della lotta ventennale tra gli aragonesi ed angioini per la Sicilia!? Aveva, allora, a 31 anni, fatto la scuola di Salerno, essendo andato via dalla sua città, dopo i 18 anni.
*Andrea, mi sorprendo sentendoti parlare come se tu non avessi seguito le lezioni su odopòria o sulle carte geografiche (cfr. Tabula peutingeriana, Madaba e chiesa di S. Giorgio ecc.) e se tu non conoscessi le tante comitive che si spostavano nel Medioevo, in pellegrinaggio verso santuari o verso le città vicine – cfr. S. Michele arcangelo –, a cui si accodava chi temeva il pericolo di ladri e di incidenti in itinera! Comunque, il nostro Cecco vive il tramonto del potere temporale e di quello della Chiesa e perciò vede di persona anche il formarsi dei Regni di Francia, di Inghilterra e Aragona come nuova forma di governo, in quanto monarchia nazionale, seguente il modello federiciano normanno-svevo del Regno di Sicilia, secondo forma di autarchia patria con una propria oligarchia amministrativa e, quindi, vede la Chiesa cattolica, già divisa da quella bizantina, ora cercare un recupero dell’unità, mediante il latino, col potere sovrano papale, mentre esiste una profonda crisi economica e sociale, in un clima di guerra.
Vorrei ben capire lo sfaldamento dell’impero e della Chiesa nel momento del passaggio dal governo ancora feudale al regime di una monarchia nazionale.
*Andrea, tu mi fai maestro come se fossi il professore! anch’io ho notizie vaghe sparse, non ben incasellate, anche se ricordo bene la situazione francese dove, comunque, inizia la Rinascita dopo il Mille, a seguito della grande paura millenaristica del popolo, arciprostrato da fame, carestia, guerre, incursioni e saccheggi di normanni ed arabi, oltre che da fenomeni naturali, come tempeste e alluvioni, quando è ricorrente la peste!
Mi vuoi dire che in Europa – dove sembra collaudato il sistema feudale con i due soli del Papato e dell’Impero – si sfalda e si sbriciola tutto il sistema feudale, lentamente, a causa dei grandi feudatari, vassalli carolingi imperiali ed ecclesiastici – anche di nomina ottoniana germanica – che, dividendo i loro territori, concessi in beneficio a feudatari minori (valvassori e valvassini) creano il caos nelle strutture feudali, per cui i feudi diventano ereditari facendo venire meno l‘omaggio al signore e svalorizzando lo stesso giuramento di fedeltà a chi dava il mandatum in cambio di fedeltà, ed hanno dòmini che ora spesso diventano felloni/traditori. Che dire, poi, sull’economia curtense basata sulla autonomia di ciascun territorio, coltivato da servi della gleba, legati da secoli alla terra e da contadini liberi che avevano porzioni staccate dal castello del signore, specie in caso di distruzione? Il professore ci ha parlato di tre ordini: i nobili combattenti, equites, gli ecclesiastici oranti e contadini lavoratori oltre a figure come notai, artigiani e mercanti e del loro sfaldarsi e rovinare improvvisamente!
*Ti ricordi, allora, che i cadetti, senza feudo, iniziano a formare milizie e squadre di milites e di equites – che poi saranno disciplinati e benedetti in ordini cavallereschi dal Papato, che promette, di fronte allo spauracchio della morte in guerra e della paura dell’Inferno, Il Paradiso, oltre ai benefici ecclesiastici in caso di loro uccisione da parte nemica, per le famiglie, azzerando così il potere dei demoni – visti come satiri bestiali trascinanti al peccato l’uomo e alla dannazione specie durante l’attesa terrificante del ritorno del Christus e del suo giudizio universale!
Certo.
*Ricordi, allora, il terrore del Millenarismo non solo dei nobili e degli ecclesiastici ma anche delle plebi agricole, che considerano l’evento come prossimo, inteso come fine del mondo, che, non verificatosi, provoca una esplosione di vita nuova con ripresa delle attività ora rinnovate da diverse tecnologie, quando anche la Chiesa romana si organizza meglio, libera dai carolingi e parzialmente anche dagli ottoniani, che gratificano il Pontifex romanus come frater, alla ricerca di una concordia con divisione di mandata-munera, quello terreno e quello spirituale, tenendo separate le due diverse funzioni.
So, Marco, di questa pacificazione apparente, politicamente accettata, che determina una grande ripresa dopo che le scorrerie di invasori pagani e, quindi, e so che c’è anche un grandissimo incremento demografico dell’ Europa, che passa da 20 milioni a quasi 60 milioni con un risveglio economico-agricolo anche perché ci sono innovazioni tecniche (rotazione triennale, migliore uso della forza animale, aratro di ferro, la ruota ad acqua e il mulino al vento) e perché rinascono e fioriscono le città in Inghilterra e in Francia. Ricordo che accade che, iniziato il dissidi tra papa e imperatore per la questione vescovi-conti e sul chi per prima deve investire di autorità, si giunge all’umiliazione di Enrico IV a Canossa (cfr. Filone di Alessandria e Gregorio VII), in cui il professore afferma che Con la bandiera di Pietro, grazie alle due chiavi petrine, Gregorio fa il bando della guerra santa, benedice i conflitti e concede le indulgenze e la remissione dei peccati e delle pene ai militari, per cui Gregorio era un Pietro con la spada, che cavalcavariccamente bardato edandava fieroin battaglia, deciso ad uccidere seguendo il detto di Mosè (Filone, Vita di Mosè, II, 104 …Ciascuno di voi, presa una spada, uccida quelli che hanno compiuto opere degne di mille morti…uccideteli, dunque, anche se parenti ed amici: sia amicizia e parentela solo la santità dei buoni!) oquello di Geremia: Maledetto chi trattiene la spada dal sangue… ricordo anche il seguito Al papa interessava per il momento la supremazia sui vescovi conti e quindi sulla chiesa, anche se accettava ancora che l’imperatore fosse Caput ecclesiae grazie al fatto di essere unto e rappresentante di Dio, per cui i vescovi erano divisi fra le due potestà tanto da non accettare le pretese monarchiche papali all’ordine canonico ecclesiale: per loro l’imperatore, rex et sacerdos con regno, investito di proprietà sacerdotali era un naturale centro di raccolta di ogni resistenza ecclesiastica in cui, comunque, stavano tradizioni, convinzioni profonde e ragioni di convenienza politica… e che interessava al momento solo l’obbedienza di Bisanzio e, quindi, la conquista di Gerusalemme per poter risolvere lo scisma d’Oriente…
Ritengo che le formulazioni del dictatus, perciò, sono spia di un programma di liberazione della sede apostolica romana dai laici, dalle casate nobiliari romane, che brigano per l’elezione papale, e specie dalla supremazia dell’imperatore, seppure già contenuta entro i termini di una paritarietà.
Infatti già dalla metà dell’XI secolo, anche se si seguita a pregare sia per il papa che per l’imperatore, frater sacerdotis, viene minato il potere imperiale che viene considerato di origine diabolica…
*Bene. Ho letto anch’io tutto l’articolo! Nel XIII accade la stessa cosa in Francia, dove i capetingi mantengono il titolo arcaico di rex, pur avendo potere diretto in una regione piccola, compresa tra Parigi e Orleans, confinanti con feudi germanici imperiali come quello di Borgogna, di Aquitania e di Normandia – dove esiste anche una sovranità Inglese – ampliano i loro territori con Filippo Augusto (1180-1223) che, appoggiandosi alla borghesia delle città, contrapposta ai feudatari limitati nei loro poteri a seguito della sua vittoria sugli Inglesi nella battaglia di Bouvines, ha ampliamenti territoriali – tanto da poter sottrarre territori francesi da loro posseduti – imitato da Filippo l’Ardito Filippo il Bello 1268-1314 e l’impero e i papi, filofrancesi, attivi nella guerra contro gli islamici e contro gli Imperatori germanici, in lotta con la chiesa di Roma. Lo scontro avviene tra Bonifacio VIII e Filippo IV, che è il vero organizzatore del Regno di Francia capace davvero di governare sui feudatari, spodestati o limitati nei poteri mentre si affida a funzionari regi anche per la giustizia: egli propone ed impone un governo centrale forte esercitando pressione sulla capitale, Parigi, e su tutto il territorio francese, dopo aver reclutato e formato un corpo di d funzionari efficienti e fedeli, amministrando con sicurezza ogni parte del regno anche se si affida a viri novi, figli della borghesia, cittadini, non politici, ma studenti di diritto nelle università, e, seguendo l’esempio inglese, si appoggia ad una assemblea, quella degli stati generali costituita da membri della nobiltà, del clero e delle città, da cui venivano votate le richieste regie specie quelle circa le tasse.
Un vero riformatore, per l’epoca?
*Tutti i monarchi operano riforme in questo periodo, non solo Filippo il bello, che agisce in reazione alla Chiesa di Roma ormai uno Stato al centro della nostra penisola Patrimonium Sancti Petri et Pauli, tanto grande da dividere il potere del sacro romano impero germanico da cui cerca di non farsi stritolare quando Federico I ottiene per il figlio Enrico VI come moglie la normanna Costanza erede del trono di Sicilia per il figlio Federico II.
In questa particolare situazione, dunque, avviene lo scontro tra le monarchie nazionali e il papato.
*La Chiesa, che si è ribellata allo strapotere svevo, ora combatte anche contro le pretese dei re nazionali, in quanto ha coscienza di avere come sovrano, il pontifex maximus, col mandato gregoriano teocratico, che congiunge potestas ed auctoritas universale/cattolica, in quanto responsabile di ogni ecclesia e dei monasteria dei paesi, che sfruttano il beneficio delle antiche ville romane con notevoli rendite, ma così facendo suscita gli appetiti regi!
Allora è per via della tassazione che avviene la lotta tra il papato e Filippo IV e gli altri re cattolici?
*Andrea, non solo. La situazione deve essere considerata anche in relazione alla richiesta da parte delle chiese nazionali di una maggiore autonomia da Roma, anche in materia religiosa e in relazione pure alle suppliche dei popolani che, avendo usi e costumi diversificati, desiderano essere tenuti in considerazione e rispetto in relazione al numero dei fedeli, desiderando di essere alleggeriti nella tassazione, che è piombata su ogni regno, gravati già dai re, che aspirano ad entrare in comproprietà di tutte queste fonti di ricchezza dei monasteri e degli ordini cavallereschi, specie di quelle dei Templari. Il Papato romano, inoltre, dopo Niccolò IV, è dominato dai cardinali francesi che si oppongono a tante forme spirituali francescane italiche e ad eresie popolari e gioachimite – di cui sembra garante papa Celestino v che è sotto la protezione dei D’Angiò imparentati coi Valois di Francia – per cui l’azione decisa da Bonifacio VIII contro ogni pretesa monarchica ed anche ecclesiastica, dettata dalla coscienza di detenere il primato di vicario sulla terra in nome di Dio e di Roma imperiale, si scontra contro un avversario ancora più motivato, Filippo IV, convinto dai cardinali di poter tassare le ricchezze del Patrimonium Sancti Petri et Pauli e riscuote dalle Chiese stanziate in terra francese, i tributi: segue la scomunica papale emessa per dare esempio agli altri regnanti del primato petrino al fine di non seguire il modello francese illegittimo!
Marco, so bene quel che accade poi. Filippo porta lo scontro in Roma stessa e fa accordi con le potenti famiglie dei Colonna e degli Orsini rivali die Caetani tanto che il papa è arrestato e forse schiaffeggiato ad Anagni da uomini al servizio francese come Nogaret e Sciarra Colonna sicuri di condurlo in Francia e processarlo Comunque, il papa è subito liberato dal popolo di Anagni e poco dopo muore, ma il suo successore è clemente V francese traferisce la sede petrina da Roma a Carpentras e poi ad Avignone.
*Allora ti ricordi che il professore dice che lì incontra ser Petracco, aretino, guelfo bianco, stabilitosi in Francia con la moglie Eletta Caniggiani, dopo peregrinazioni per la Toscana, fino alla morte di Arrigo VII, decidendo di educare i figli, Francesco, Giovanni e Gherardo, lontani dalla guerra guelfo ghibellina italica.
Non Bene. Seguita!
*Il nostro Cecco, forse, essendo stato presso arabi ed ebrei nella zona di Girona, una specie di zona franca (cfr. Cartina “Catalan Counties“),

per approfondire i suoi studi di astronomia, avendo tradotto già l’opera De Sphaera mundi dell’inglese Joannes Hollywood/Sacrobosco, pur avendo scritto in Spheram, dopo parla di Genesi, influenzato da Abulufaia e da altri ebrei, precisa il suo pensiero sulla creazione ex nihilo nihil, e proprio allora è chiamato come fisicus – medico a corte da Giovanni XXII, prima a Carpentras poi ad Avignone dove va sotto la protezione del cardinale Convenevole da Prato, amico di Ser Petracco, già funzionario papale presso la corte avignonese.
Cichus de Ascoli litteratus, laureato in artibus/un professore di lettere, incontra a Carpentras il giovane Francesco Petrarca – destinato a segnare la storia della nostra letteratura come maestro di stile poetico in volgare, premiato comunque, per il poema latino de Africa, e laureato da Roberto d’Angiò a Roma – che ne subisce il fascino tanto da considerarlo “grande” e scrivere l’endecasillabo o grande esculan che lo mondo allumi, da seguirne le lezioni e poi da ritornare in Italia per sentire all’Università di Bologna il magister docente di astronomia, intorno all’anno 1325!
*Hai seguito bene il professore! Bravo! Ma… non vuoi saper la storia dai Vespri siciliani alla pace di Caltabellotta per chiarirti le idee sulla situazione circa la lotta tra gli angioini, uniti ai Valois, contro gli aragonesi?
Certo, Marco. Mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo dell’incontro di Cecco con Francesco Petrarca, due italiani dell’Italia centrale che hanno anche in comune il nome del santo, beatificato circa un secolo prima, ed ho dimenticato perfino il nostro tema su Guarda la terra, non il cielo!
Forse è bene che chiudiamo questa prima parte, che tratta della storia medievale, rivolta al cielo e al soprannaturale, per poi avviarci ad una trattazione naturale e terrena di recupero del mondo romano agricolo e della res pubblica idealizzata nel Medioevo al fine di edificazione morale e di educazione cristiana e ridare centralità all’uomo (cfr. Leonzio Pilato di Seminara) secondo formule preumaniste per cogliere il valore cecchiano di chi disdegna il cielo e di chi ama la terra, e, rilevare ancora la differenza dottrinale dell’ascolano dal fiorentino Dante e la vicinanza culturale dell’aretino Petrarca con nostro Cichus de Esculo, letterato medico ed astronomo di professione, anticipatore del fenomeno umanistico…