*Professore, Tito, uomo sveglio ed intelligentissimo, non è convinto affatto del potere derivato dal soterismo messianico ebraico e dal collegamento con la domus giulio-claudia, mentre Domiziano, suo fratello, più scaltro, vuole formare il dominatus/signoria sulla base del culto della Dea Pax e della Famiglia Flavia, divina, legata al dux Domizio Corbulone, di cui sposa la figlia, parente di Giulio Claudio Domizio Nerone, anche se poi divorzia, ma la riprende ufficialmente come moglie, come garanzia dell‘imperium.
Tito, avendo carattere umano, naturale, militare, non ascolta neppure Antioco IV che, insieme ad altri re, cortigiani, lo consiglia di proclamarsi discendente di un compagno di Ercole, di cui si può vedere un simulacro nella via Salaria!
*Si tratta di Antioco IV di Commagene, re socio di cui ci ha parlato spesso? Cfr. Filopappo.
Si. Nell’anno 72 d.C. Antioco IV, reo di aver fatto trattato coi Parthi, è attaccato dal governatore di Siria Lucio Perennio Peto ed è costretto alla fuga dalla Commagene in Cilicia – altra parte del suo regno – dove rimane in attesa degli eventi, lasciando il figlio e il fratello Callinico a difesa del regno.
Il re, ricevute lettere da Vespasiano e da Volegese, re dei Parthi, fa la sua scelta e si affida non ai parthi ma ai soldati romani e si rifugia a Roma, scortato da militari che lo accompagnano dall’imperatore, il quale lo accoglie e gli concede perfino un vitalizio per mantenere il suo alto tenore di vita.
*Visse, dunque, a Roma e di tanto in tanto andava a corte insieme ad altri re, convocato dall’imperatore, che aveva a fianco Giulio Erode Agrippa II, suo consigliere porivato, quasi fosse un minister a litteris?
Si. Anche lui fa parte del consilium principis di Vespasiano, avendo stabilito rapporti amichevoli con Tito e Domiziano, avendo consigliato loro la basileia/il sistema monarchico orientale, su base divina, tanto da essere considerato dai romani turannodiskalos, come precedentemente suo padre lo era stato per Gaio Caligola, insieme a Giulio Erode Agrippa I.
*Professore, dunque, i flavi per regnare cercano forme concrete per dimostrare la propria natura divina, nonostante la mediocrità equestre, molto simile a quella di Ottaviano Augusto (se commisurata con la regale exousia/potere lagide di Cesarione, di Cleopatra, sua madre e di Marco Antonio stesso, patrigno e difensore dei diritti del figlio naturale di Giulio Cesare o se esaminata dall’angolazione di nobiltà claudia di Tiberio!).
Marco, ora, a corte ci sono nuovi turannodidaskaloi, Giulio Erode Agrippa II e Antioco IV di Commagene. Hai capito questo? Si ripete, dopo 40 anni, la situazione del periodo caligoliano di ektheoosis e neoteroopoiia con un giovane innovatore, desideroso di divinizzazione, che impone ai sudditi la proskunhsis/l’adorazione.
*Professore, Caligola per dare l’esempio ai romani di concreta venerazione fatta al sovrano si serve di Lucio Vitellio, padre di Aulo Vitellio imperatore – ths Surias epitropos, appena ritornato dalla Iudaea, dopo la vittoria su Artabano III e dopo la morte del Messia, consegnato dai sadducei per la crocifissione, in quanto ribelle e reo di lesa maestà verso Tiberio -. Lucio Vitellio secondo Svetonio, introduce la proskunhsis a Roma col prostrarsi a capo velato, rinculando secondo il sistema dei sudditi orientali ed è esemplare cortigiano che, per far carriera politica venera l’imperator come Deus, creando le basi del culto divino imperiale: Idem miri in adulando genii, prius C. Caesarem adorare ut deum instituit, cum reversus ex Syria non aliter adire ausus esset quam capite velato circumvertensque se, deinde procumbens/Era anche uomo di un meraviglioso ingegno nell’adulare e fu il primo ad introdurre l’uso di adorare Gaio Cesare come un dio: infatti, ritornato dalla Siria mostrò palesemente di non potersi avvicinare, se non con il capo coperto da un velo, girandosi attorno e poi prosternandosi. Vitellio, da generale vincitore diventa cortigiano, ministro dell’imperatore sebastos, modello per i romani del suddito!
Marco, Caligola regna come sovrano assoluto per neanche 4 anni, e, dopo Claudio, Nerone si considera Dio, avendo preteso la proskunhsis da Tiridate, venuto dalla Armenia, dopo un lungo viaggio, pagato con denaro pubblico, a venerare l’imperatore, che investiva di autorità suprema nella sua patria chi per generazioni era stato stimato re dei re! Cfr. Ma… chi può andare a Roma, veramente, in epoca neroniana?.
*Ho ben capito il passaggio dalla libertà repubblicana alla cortigiania imperiale e la sublimità della mente di Caligola e il suo sentirsi ed essere davvero figlio divino della coppia augusta, Germanico ed Agrippina maior, uomo destinato da Zeus/Iuppiter ad essere unico pastore del gregge degli uomini, tutti eguali davanti alla sua maestà, sudditi tutti, patres, equites, liberti, plebei e peregrini in quanto unico dominus et deus et lex vivens/nomos empsuchos sulla terra, un Kurios signore che ha di fronte clientes paritari (cfr. Il re è legge vivente, ma la legge è un re giusto). Ho capito che tale rito, poi, diventa patrimonio della Chiesa ed è significativo nell’adorazione del Messia-Christos Basileus ellenistico!
Bene. Allora, hai compreso anche la koinonia/comunicazione di Claudio e il suo tentativo di concordia religiosa? Ti è chiara anche la parabola della cetra di Apollonio di Tyana, relativa al governo di Nerone, immoderato?!
*Certo. Ho compreso il tentativo di Claudio di mitigare con la lettera agli alessandrini il sistema divino imperiale, accordando ad ogni popolo la propria forma religiosa, secondo il pensiero ciceroniano, scritto in Pro Flacco (Sua cuique civitati religio, nostra nobis/Ad ogni cittadinanza la propria religione, a noi la nostra!). Ho capito anche Nerone, che riprende la linea augusta dello zio, Caligola, in una volontà di universale pacificazione e di nuova età dell’oro/ saturnia regna virgiliani- kronikos bios filoniano, alla ricerca di una concordia, seppure alternando i processi, come dice Apollonio di Tyana.
Ti è chiaro il pensiero del tyaneo, che vuole educare al Regno l’eques Vespasiano, dopo l’arringa di Eufrate e di Dione? Ti è chiara la denigrazione di Nerone, pur bravo nell’accordare la cetra, ma capace di disonorare l’impero col suo stringere o allentare troppo, nel corso del compromesso coi parthi, nell’essere più un artista che un governante, nella politica troppo dispendiosa, tanto da portare lo stato al fallimento economico a causa della mancanza di metrioths/moderazione, col suo voler essere Apollo-Sole, con la grandiosità del suo Colosso e con la fastosità della Domus aurea, come epiphaneia/manifestazione divina?
*Ho studiato bene e a lungo Vespasiano e il regno!
Bene. Quindi, non ti meravigli se Domiziano afferma la sovranità assoluta col suo dominatus imperiale, in senso divino e mediante la sacralità di culto per sé e per la sue statue, avendo lui rivendicato anche con Vespasiano e con Tito il diritto al potere, vantandosi di avere dato lui l’impero al padre e al fratello, che glielo avevano restituito/et patri se et fratri imperium dedisse, illos sibi reddidisse (Svetonio, Domiziano, 13).
*Mi meraviglio, comunque, che Domiziano possa parlare così, se ha visto il trionfo del padre e del fratello, seguendoli con un cavallo bianco, e se fa spese enormi per la costruzione e l’inaugurazione solenne dell’Arco di Tito e se, insistendo nel fare altri archi/arcus per la celebrazione flavia, fa dire ad alcuni scherzosamente in greco basta/arkei! (lettura arki). Svetonio ed altri storici marcano, quindi, l’errore di Domiziano, dominus/despoths di fare magnificenza e munificenza imperiale con l’erezione di archi in varie parti dell’Italia e dell’impero?
Si. Ai sudditi, specie orientali, l’autokratoor /imperator appare vanitoso ed egoista, nella convinzione di essere lui, equestre, divino, ad imporre ai cives il dovere del culto di latria per un soothr, quasi fosse stato lui il salvatore e portatore della pace.
*Per questo, Domiziano ha eretto ed inaugurato il Tempio flavio della Pax – eretto là dove oggi sono le rovine della Torre dei conti di Anagni – fortificata poi da Innocenzo III nel 1202, improvvisamente crollata durante il restauro, pagato 6.900.000 euro! -. Domiziano è un civis ellenizzato, ormai, che non si vergogna nemmeno di riprendere con sé riammettendola nel suo letto personale, sua moglie Domizia, dopo il divorzio, a seguito di un decreto, in cui è scritto che lui l’aveva riammessa nel suo letto divino/revocatam eam in pulvinar suum.
Tu conosci il valore sacro e divino di pulvinar?

*Certo Pulvinar è il letto sacro su cui si poneva il busto di una divinità o di più divinità/lectisternium.
Quindi, sai pure che Domiziano trasforma la casa in cui nacque il 24 giugno durante il consolato del padre del 51, nel VI Rione di Roma, detto Malum punicum/melograno, in Templum gentis Flaviae?
*Certo! Domiziano, ormai intenzionato a costituire il dominatus, scrive già ai suoi procuratori lettere con questo incipit: dominus et deus noster hoc fieri iubet/ il signore e dio nostro comanda che ciò sia fatto (Svetonio Domiziano, 13), quando da tempo è salutato, insieme alla moglie, con termini augurali alla salute del padrone e della padrona/ domino dominaeque feliciter (Ibidem).
Domiziano segue l’esempio caligoliano circa i procuratores e, trascurando i patres, avidi amministratori, ripristina il ministero del fisco /a rationibus, assumendo prima Claudio minister poi Fortunato Attico, registra e controlla in modo funzionale quello delle finanze – e poi quello ab epistulis/della corrispondenza epistolare, affidandolo a Titinio Capitone, un vero segretario con funzioni politiche sia estere che interne, e perfino quello processuale/a cognitionibus, affidato ad un incaricato ai processi, oltre a quello dei ricevimenti/a libellis concesso ad Epafrodito e poi ad Entello, utile per le petizioni, mentre rimoderna l‘ufficio a studiis per la cura degli archivi.
*Professore, le sue riforme risultano chiaramente antisenatorie e sono dettate da una smania di propaganda in senso popolare e militare!
Certo. Tutti conoscono la sua volontà di spedizioni militari, e prima e dopo dopo l’usurpazione del titolo imperiale di Lucio Antonio Saturnino, discendente di Marco Antonio, superioris Germaniae praeses, eletto dalle truppe col concorso di popolazioni barbariche, deciso ad iniziare, grazie al suo nomen patrizio, una nuova guerra civile.

Marco, Domiziano ripristina le sportulae, secondo la tradizione clientelare, facendo donativi al popolo, mediante cestini pieni di viveri giornalieri da ritirare ogni mattina presso ministri, addetti alla distribuzione e concede aumenti salariali, doppi o tripli, all’esercito, specie dopo la morte dell’usurpatore Saturnino, quando sa che un’aquila ha abbracciato una sua statua con stridii molto gioiosi, come presagio di vittoria/statuam eius romae insignis aquila circumplexa pinnis, clangores latissimos edidit (Svetonio, Domiziano, 13).
*So bene che Domiziano fa spedizioni militari col favore dell’esercito in Gallia, in Britannia, in Germania e in Dacia – contro Decebalo – e, pur in sua assenza, vuole che le sue statue d’oro o d’argento siano venerate come se lui, pontefice massimo, fosse presente! La sua azione bellica è preventiva, volendo l’imperatore mostrare la superiorità militare romana e le machinae poliorcetiche/di assedio. So anche dei suoi due trionfi, tanto che poi vuole chiamare i mesi di settembre e di ottobre, Germanico e Domiziano in quanto nel primo aveva preso l’impero e nel secondo era nato /quod altero suscepisset imperium, altero natus esset (Ibidem, 13).
Nel fare questa politica di conquista e di grandeur ha bisogno di denaro e perciò, è esoso nella tassazione e si inimica specialmente il mondo ebraico romano, da cui esige il pagamento del fiscus iudaicus anche dai convertiti oltre che dai giudei/qui vel professi iudaicam viverent vitam vel dissimulata origine imposita genti tributa non pependissent/e quelli che vivevano secondo i precetti della religione giudaica e coloro che tentavano di nascondere la loro origine, per non pagare i tributi imposti a quella gente (Ibidem).
Per questo, secondo Svetonio, l’imperatore diventa inopia rapax, metu saevus/per povertà rapace, per paura crudele, apparendo come una mistura di vizi e di virtù per poi mutare in vizi anche le virtù/mixtura quoque aequabili vitiorum atque virtutum, donec virtutes quoque in vitia deflexit.
*Professore, questo determina la fine del consenso popolare e militare che sembra volgersi verso altre figure familiari e gentilizie, anche se seguita ad offrire per la plebe spectacula magnifica et somptuosa/ spettacoli magnifici e costosissimi e a fare doni ai militari concedendo loro trecento sesterzi a testa per le feste del Septimonzio, offrendo perfino un banchetto con la distribuzioni di vivanda anche ai cavalieri e ai senatori!
Professore, di questo periodo è il racconto dell’incontro con Cenide, concubina del padre, che ritorna dall’Istria, solita a porgere la guancia al suo bacio, mentre lui le tende la mano da baciare (come un papa o un vescovo della Chiesa cattolica!).
Marco, ancora peggio fa col genero di Tito imperatore, marito di Giulia, i cui servi sono vestiti di bianco, apostrofato in greco secondo il pensiero di Caligola, omerico, ouk agathonpolukoiranih/non è bene che ci siano molti sovrani (nota il valore del vestito bianco per il Pontefice romano!). Questo cambio di consenso, dunque, è avvertito da Domiziano che, pur pavido ed ansioso per ogni cosa anche minima/pavidus semper atque anxius minimis etiam suspicionibus rifiuta le guardie del corpo e fa uccidere Epafrodito – un segretario di corte, noto per aver aiutato ad uccidersi Nerone che era stato abbandonato da tutti – convinto di dissuadere così i domestici di corte dal procurare la morte del padrone. Giuseppe Flavio definisce Epaphroditos, il praepositus a libellis, kratistos toon androon /il migliore uomo, l’ottimo tra gli uomini, un minister un tempo amico di Ofonio Tigellino, che denuncia i congiurati antineroniani e con la scoperta della congiura sembra dare la possibilità al capo dei pretoriani di avere il trionfo – (Tacito, Annales, XV, 72) cfr. Lucius Crassius Tertius = Τέρτιος ὁ γράψας paolino? –.
*Professore, si tratta di Epafrodito, non quello Paolino, salutato in Lettera ai Romani, ma quello che è dominus/padrone del filosofo stoico Epitteto, da cui è affrancato e liberato dalla schiavitù, e che consiglia l’ebreo Giuseppe Flavio – che gli dedica Antichità giudaiche, In Apionem e Bios nel 94, l’anno prima della sua morte – a fare apologia del suo popolo, a mostrare i nemici della sua gente e a far valere la sua figura sacerdotale giudaica.
Marco, Domiziano completa la sua azione tirannica con l’uccisione, per un leggerissimo sospetto, del cugino, Flavio Clemente, appena uscito dal consolato, pur essendo questi un uomo disprezzatissimo per la sua pigrizia e pur avendone apertamente designato i figli, ancora bambini, quali propri successori, mutando loro i nomi e facendoli chiamare il primo Vespasiano e il secondo Domiziano /denique Flavium Clementem patruelem suum comptemptissimae inertiae,ciuus filios etiam tunc parvulos successores palam destinaverat abolitoque priore nomine alterum Vespasianum appellari, alterum Domitianum, repente ex tenuissima suspicione tantum non in ipso eius consulatu interemit (Svetonio, Domiziano, 15).
*Quindi, comportandosi in questo modo, Domiziano accelera la sua morte, annunciata da tanti segni nefasti per 8 mesi, finché non è ucciso da Stefano, Domitillae procurator, reo di aver stornato del denaro, che si presentava ogni giorno con un braccio fasciato in cui aveva messo un pugnale e che avendo denunciato una congiura era stato ammesso nella sua camera e che, preso il pugnale, trafisse l’imperatore, intento a leggere la lettera (Ibidem, 17), che, poi, fu finito da altri congiurati sopraggiunti in aiuto.
*Professore, da quanto leggo, Domiziano è ucciso da una congiura di parenti non certamente cristiani, cioè da santa Domitilla, sua sorella e dal christianos Flavio Clemente, patruelis /discendente dallo zio paterno Flavio Sabino, suo cugino, marito – la coppia che ha 7 figli! – e da un loro segretario, intenzionati a cambiare i vertici e a formare una nuova dinastia collaterale.
Marco, bisogna a questo punto, vedere il modo di procedere dei cristiani di epoche posteriori nell’esame dei Giulio claudi e dei Flavi, quando inizia a costituirsi la Chiesa, nelle sue varie forme greche, in Oriente, dopo la fine di Gerusalemme e della Judaea e dopo la costituzione di Colonia Aelia Capitolina, dopo oltre un secolo dalla morte dl Messia aramaico Jehoshua barnasha.
*Io ricordo bene le sue lezioni! Se vuole, faccio io il riassunto per i miei compagni e li invito a leggere Lucius Crassius Tertius = Τέρτιος ὁ γράψας paolino?, Frontone e gli antonini e, specificamente, Marco Aurelio e la famiglia.
Bene. io ascolto.
*La tradizione cristiana tramanda la Nascita di Christos sotto Ottaviano Augusto come per indicare che Gesù ha diviso la storia, nascendo a Betlemme nell’anno zero/O cioè septingentesimo quinquagesimo tertio ab urbe condita, nella pienezza dei tempi, in un disegno specifico della pronoia divina, secondo un’oikonomia tou theou e segnala un dato storico, quello del censimento di Quirinio/Cirino, governatore di Siria – cfr. Jehoshua o Iesous?, Maroni, 2003 -. Aggiunge che Gesù va a battezzarsi al Giordano da Giovanni Il battista, che inizia la sua predicazione nel deserto, nell’anno quindicesimo di Tiberio XV – anno 28 d.C., cioè DCCLXXXI ab urbe condita e ne colloca la morte sotto Ponzio Pilato praefectus Iudaeae, dipendente dall’epitropos ths Surias/governatore di Siria Pomponio Facco, reo di lesa maestà per essere accolto dalla popolazione ed acclamato come maran/Basileus in Gerusalemme, nella Pasqua del 32 d.C. DCCLXXXV – cfr. A Filipponi, Per un bios di Ponzio Pilato, KDP, 2022 -, poi crocifisso, dopo 5 anni di Malkuth/regno, a seguito della sconfitta di Artabano III e del trattato romano-parthico di Zeugma, imposto dal vincitore Lucio Vitellio. Dopo la morte del Messia, la tradizione cristiana dà qualche notizia su Giacomo, fratello di Gesù e sulla sua autorità nel Tempio e fra i discepoli, fino alla morte nel 62, senza citare il regno di Caligola e la pretesa imperiale di porre un colosso della sua immagine nel Tempio, trascurando perfino la lettera agli alessandrini di Claudio, sotto cui c’è una rivolta a Roma – impulsore Chreesto/sotto la spinta di un Chreesto/Christo – quando l’imperatore decreta che ogni popolo abbia la sua religione e che sia contento del proprio culto, proibendo il proselitismo agli ebrei, senza evidenziare l’apporto del platonico Filone, ambasciatore in difesa della sua etnia contro i Greci, rei di aver fatto un eccidio ebraico col consenso di Avillio Flacco, prefetto egizio – notizie che sappiamo, comunque, da Giuseppe Flavio! -. La tradizione tramanda un Domizio Nerone che accusa i christianoi di incendio e li perseguita facendo morire anche come martiri Pietro e Paolo, dando notizie falsificate probabilmente da amanuensi illitterati, che riprendono dati scritti da In Flaccum di Filone o da Giuseppe Flavio in Testimonium flavianum del XVIII libro di Antichità Giudaiche o anche dai primi dieci libri – cfr. Praefatio di Samuel Adrianus Naber –.
Bene. Bravo. Hai mostrato in breve i rumoreslr chiacchiere dei christianoi orientali che poi aggiungono notizie sulla morte di Domiziano considerato già nel II secolo persecutore, come anche gli antonini, secondo il De ira dei di Lattanzio (La collera di Dio, Bompiani, 2011).
*Professore, è vero che dalla Ionia, da Efeso, esattamente, Apollonio di Tyana vede la morte di Domiziano?
Si, Filostrato afferma che, mentre a Roma, Stefano, segretario di Domitilla colpisce l’imperatore, è visto dall’invisibile occhio del tianeo, impegnato in un comizio davanti all’Artemision, il quale di fronte allo spettacolo dell”uccisione dell’imperatore, improvvisamente cambia voce, come uomo che, preso da improvviso timore, sta confuso, paralizzato osservatore di un altro avvenimento, e, perso il filo del suo discorso, tace e fissa la terra e terrorizzato, fa tre passi in avanti, esclamando con voce aspra: colpisci! Stefano, colpisci, e bada che il tiranno non scappi! Filostrato parla del giorno 18 settembre del 96 d.C. hora sesta, indicando giorno ed ora della morte di Domiziano, con precisione! Apollonio, ripreso il controllo di sé, dice: efesini, non abbiate paura, riprendete coraggio! Il tiranno non c’è più; oggi è stato ucciso, ma che dico oggi? Nello stesso istante e nello stesso momento in cui mi sono interrotto, lui è stato sgozzato!,cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, a cura di Dario Del Corno, Adelfi, Milano 1982 e Mario Meunier, Apollonio di Tiana, a cura di Gianfranco de Turris, traduzione dal francese di Nuccio D’Anna, Mediterranee 2011. Marco, ti ho narrato la storia di Domiziano con la sua morte secondo scrittori latini e greci che narrano la storia dell’imperatore, uccisore di Flavio Clemente, suo cugino, ex console nel 93, marito di sua sorella, anche lei fatta morire, dopo tre o quattro giorni dalla fine dell’uomo e poi di Epafrodito, in un momento storico preciso, quello in cui Domiziano decreta anche la cacciata dei filosofi da Roma (Svetonio, Domiziano, 11), per cui Apollonio, allora in Grecia, decide di trasferirsi ad Efeso per essere sotto la protezione sacerdotale del santuario dell’Artemision.
*Quindi, professore, lei mi ha raccontato i fatti da un’angolazione storica classica, seppure miracolosa e mitica, ed ora mi invita a precisare quanto ho detto genericamente sulla tradizione cristiana, che rielabora, in nome di Christos, il racconto storico latino e greco, secondo la retorica mitica connessa coi tempi dell’autore, che scrive, tramandando la morte di Domitilla.
Marco, tu sai che gli autori cristiani cattolici parlano di due Domitille, ambedue Flavie, distinta l’una come madre e martire, e l’altra come vergine e martire, mentre la Chiesa ortodossa conosce un sola Domitilla parthenos e martus.
*Professore, lei, meglio di me, sa che noi cristiani seguiamo fondamentalmente Eusebio di Cesarea e la sua Storia ecclesiastica, Lattanzio e Girolamo ed io sono preoccupato nel parlare perché lei ci ha sempre parlato di falsificazioni e di falsari, già in epoca cesariana, poi tra i giulio-claudi ed infine tra i flavi e tra gli antonini, quando si raggiunge il massimo della bugia e della mistificazione specie con gli amanuensi degli scriptoria, con gli autori fabulistici e mitici come Apuleio e Luciano di Samosata, e con retori come Frontone, per non citare i falsificatori cristiani apollinaristi, ammaestrati da Apollinare i Vecchio e da Apollinare il giovane di Laodicea (310-390), maestro cristiano, insieme a Gregorio di Nazianzo, di Girolamo!
Marco, stai tranquillo, nessuno ti giudica! Dì quel che sai secondo la tua lettura cristiana dei fatti, pensando di trasmetterli ai tuoi ex compagni.
*Professore, inizio col dire che la morte di Domitilla e di Flavio Clemente non è per me testimonianza della presenza cristiana a Roma perché non ci sono prove reali di martirio né di Domitilla, madre cristiana, né di una Domitilla vergine e martire, né del console Flavio Clemente cristiano, da quanto detto da Svetonio (Domiziano, 15). Sembra invece che Domiziano, divenuto odioso per la sua volontà di essere dominus divino a Roma, dopo l’uccisione di Epafrodito, rimanga vittima di una congiura, tramata da amici e da liberti che sono legati con Domizia, la moglie dell’imperatore e con la sorella (o una sua nipote), di cui Stefano è liberto-segretario (Ibidem, XIV) al fine di porre sul trono un ramo collaterale della famiglia Flavia, quello di Flavio Sabino! Quindi, concordo con la sua versione classica della morte di Domiziano e della fine della famiglia flavia. Stento, invece, a citare il pensiero di Eusebio, discepolo di Panfilo che, pur avendo una biblioteca a Cesarea Marittima, fa molti errori storici su Teofilo e su Cipriano, per cui invalido la notizia circa il brillare della fede e la testimonianza sul martirio di Flavia Domitilla, non figlia di Vespasiano, ma di una nipote omonima, vergine rilegata a Ponza, poi martirizzata: In quel tempo la dottrina della nostra fede brillava tanto che anche gli autori, estranei alla nostra tradizione non esitarono a tramandare nelle loro storie la persecuzione e i martiri avvenuti in essa. Indicano anche il tempo preciso, dicendo che nel quindicesimo anno di Domiziano, fra moltissimi altri, Flavia Domitilla, figlia di una sorella di Flavio Clemente, allora uno dei consoli di Roma, è stata condannata, per avere dato testimonianza a Cristo, ad essere relegata nell’isola di Ponza (Storia Ecclesiastica, III, 28). Non prendo nemmeno in considerazione la notizia, confermata da Lattanzio e da Girolamo nel Khronikon, in quanto inattendibile perché all’epoca si cerca di santificare la verginità al posto della maternità, essendo necessaria l’ideologia di una vergine madre per la theotokos/madre di Dio Maria, ancora da fissare col Concilio di Efeso del 431 d.C. (cfr. Angelo Filipponi, Noi siamo Romano-ciceroniani, non giudaico-cristiani, KDP, 2025). Infatti mi sembra artificioso e retorico inventare la figura di una vergine Flavia quando è chiara la figura storica di madre di Domitilla, che difende il figlio di Flavio Sabino, suo marito, costretto a recitare la pars di uomo contemptissimae inertiae per salvare la propria pelle di civis. Si sa che lei Domitilla è donna probabilmente fortunata e felice con sette figli, di cui due sono educati da Quintiliano (Institutio oratoria, Praefatio 4), e che solo dopo il 90 d.C. sembra iniziare la sua congiura dopo che ha constatato la rivalità del fratello imperatore contro il marito e dopo l’adozione dei due figli, lasciando il compito della vendetta al suo segretario Stefano, secondo Svetonio (Domiziano 17). e secondo Dione Cassio, che parla anche di una Domitilla, relegata a Pandateria/Ventotene (Compendio di Xifilino, Storie romane, LXVII, 14).
Marco, la tirannia imperiale impone, a seconda dei tempi, il dovere di suddito: in epoca antonina chi scrive è obbligato a mentire e ad elogiare il sovrano, retoricamente, come nel periodo dei flavi e poi in quello dei severi, quando il mentire vale più dell’essere silenzioso quando il non parlare si alterna alla regola sottesa di omettere, se non si dice cosa utile al dominus e si cerca di astenersi dalla politica con silenzio assoluto sui politici – che mettono la museruola ai letterati parrhsiastai/i rari coraggiosi, liberi di parola, come Plutarco, considerati cani rabbiosi se aprono bocca, degni di punizione pur se lodano la grande natura/Megalopsuchia del soggetto imperiale, divino, rispetto alla caratterizzazione del civis come povera creatura, personaggio, controverso e passionale, nella parabola del declino sociale, nello sfacelo di ogni morale (cfr. Il II secolo d.C.: trionfo della retorica, del paradosso e della bugia) -.
*Professore, lei ci ha parlato di Historia e di storici veri e di Upourgia e di cortigiani, compresi i viri prezzolati politici, che si vendono al migliore pagatore, svendendo il proprio pensiero e ci ha educato all’autenticità in senso razionale e naturale, orientandoci, ognuno a seguire una tipica via e non le correnti!
Grazie, Marco. Concludi, allora, definitivamente, la lezione su Cesare Domiziano Augusto.
*Professore, chiudo col sogno della gobba d’oro, fatto da Domiziano interpretato da Svetonio- uomo addetto all’ufficio a studiis /un archivista antonino – come augurio di un regno migliore per i successori: lo storico aneddotico da letterato come Frontone e come i retori del periodo dei severi e di quello degli illirici e dei tetrarchi, dioclezianei, e di quello di Costantino e dei suoi figli e nipoti e di quello dei Valentiniani e di Teodosio e figli, crede sempre di cambiare, quando invece tutto resta come prima perché i vertici, anche se mutati come persone, restano simboli di Cesare e di Augusto con il potere, proprio della tribunicia potestas con veto e dell’imperium proconsulare maius militare congiunto con la venerabilità sacerdotale, conservando per secoli, quindi, ininterrottamente la stessa forma governativa: ferunt somniasse gibbam sibi pone cervicem auream enatam/tramandano che egli sognò che gli era nata una gobba d’oro sotto la nuca, come se presagisse che dopo di lui ci sarebbe stata una condizione più felice più felice e più serena per lo stato!
*Svetonio archivista antonino, plaude ai tempi nuovi e chiude la vita di Domiziano lodando l’abstinentia et moderatio dei principi, che lo seguirono: è solo elogio alla nuova dinastia!
Sono contento della tua conclusione, a cui io aggiungo solo che in favore di Domiziano, dominus et deus, nessuno si muove alla sua morte, non il popolo che lo maledice, non l’esercito che senza capi non ha forza, solo il senato ripristina il proprio potere repubblicano, affidandosi al figlio di un giurista noto per la sua moderazione e il rigore ideologico, decretando di portare scale per strappare gli scudi domizianei, i suoi ritratti, di buttarli e fracassarli sul pavimento dopo avere fatto scalpellare le iscrizioni e distruggere di lui ogni memoria.
*È vero professore che solo la balia/nutrix Fillide pensa a Domiziano?
Si, in tanta confusione, pur trepidante, la donna crema il suo cadavere nella villa suburbana di via Latina, ne porta di nascosto i resti nel tempio della famiglia flavia e ne mescola le ceneri con quelle di Giulia figlia di Tito anch’essa educata da lei!
*Professore, la successione non avviene per come pensano i congiurati, che pur avendo operato col consenso del senato, vengono subito allontanati da ogni carica ed oscurati.
Il senato si assume la responsabilità dell’uccisione del tiranno, di cui è cancellata la memoria ed elegge imperator Cocceio Nerva, italico di Narni, figlio di un giurista, ex governatore di Mauretania ed amico stretto di Vespasiano, noto per la sua ideologia del migliore, essendo uomo senza figli, propenso come Augustus ad adottare il proprio successore come Caesar impegnato nella difesa dei confini di un impero ora superiore ai 3.500.000 km quadrati.
*Infatti Nerva innova, rifiutando di formare una dinastia, scegliendo tra due uomini, ritenuti universalmente ottimi, uno legatus in Illiria, Ulpio Traiano, e l’altro il governatore di Siria Marco Cornelio Ngrino Curiazio Materno. Sono cittadini ispanici l’uno di Italica, con ascendenti proveniente da Todi e l’altro di Lliria, pure lui ispanico, di origine umbra. Nerva nel suo breve regno, dal settembre del 96 d.C. al 25 gennaio del 98 d.C., sembra cambiare totalmente il sistema imperiale con l’adozione del migliore – cfr. Frontone e gli antonini -.