Marco, In Vita di Tito, 9, Svetonio, autore latino, scrive: il principato è dato dal caso/principatum fato dari.
Flavio, sacerdote ebraico in Antichità Giudaiche, specie in Vita di Davide, invece, afferma che non il fatum ma Dio, Padre e Signore, dà potere, realizzando la sua oikonomia divina, in modo imprevedilbile per l’uomo.
*Professore, fatum come necessitas /anaggh – eimarmenh ed oikonomia come providenza imponderabile/pronoia divina, sono in fin dei conti la stessa cosa, data l’imprevidilità degli eventi umani storici?! Quindi, nella Storia di Roma Fato e Provvidenza sono un unicum?!
No. Non proprio, Marco. Rifetti! La storia romana è stata considerata come caso, come un evento fenomenale, con Roma esaminata come città che, sorta con Romolo e con una banda di ladroni, pur rimasta per qualche secolo sotto il dominio etrusco nel periodo dei Re, avuta una sua costituzione repubblicana nel 510 a.C., con fortunate imprese, doma le popolazioni latine e poi quelle sabine e umbro – picene ed infine tutte quelle italiche e, sconfitti Pirro e Cartagine, crea le province e diventa ora fortuitamente, ora meritatamente, l’urbs conquistatrice di quasi tutti i popoli del mondo mediterraneo, ellenizzato e di parte dell’Occidente: la piccola città, allora, risulta l’urbs per antonomasia, la città destinata all’egemonia, grazie ad un’organizzazione tipica, che vive col contrasto sociale fra plebe e senato, che è forza propulsiva, in quanto cresce dalla dialettica politica, come se tale vis antitetica fosse il motore della sua storia repubblicana, in una costante ricerca di equilibrio!
*Da qui l’ammirazione dei greci Polibio, Panezio e Posidonio che vedono il miracolo dell’imperium romano repubblicano, della sua diale costituzione come fenomeno militare e politico, realizzato dal senatus populusque romanus, quasi fosse una costituzione mista, dove coesistono monarchia (potere consolare), aristocrazia (potere senatorio), e democrazia (potere plebeo dei comizi).
*Professore, questa è storia repubblicana e… quella imperiale?
Tira, da solo, una conclusione pertinente!
*Dico quello che ho compreso dalle sue lezioni. L’egemonia della domus Iulia, invece, per lei, non è fatale, ma divina, in quanto basata sul genio militare di Cesare e sul sistema amministrativo e politico geniale di Ottaviano Augusto, ambedue sotto la protezione divina, di Venus/Venere e Iuppiter/Giove, suo padre, che, proteggendo la domus augusta, destinata ad un govermo universale eterno, concedono divinità alla città stessa di Roma e all’imperator, quali numina romanorum, venerabili! Ho capito bene? Sono un discepolo serio?
Certo, Marco. Sei bravissimo! Con l’impero si evidenzia l’intervento divino, di un Giove Ottimo Massimo che predilige il popolo romano, che, quindi procedendo di vittoria in vittoria, è predestinato ad essere dominatore universale, a restare per sempre nella memoria umana, come Il colosseo (Anfiteatro Flavio) secondo il venerabile Beda, ottavo secolo d.C., che scrive: Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma/cum cadet Colyseus cadet et Roma;/cum cadet Roma cadet et mundus/finché starà eretto il Colosseo anche Roma starà, quando cadrà il Colosseo anche Roma cadrà, quando cadrà Roma anche il mondo cadrà (cfr. A Filipponi, Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2022 e Noi siamo romano ciceroniani, non giudaico cristiani, KDP, 2025).

*Professore, quindi, posso dire che, in epoca imperiale, quando l’imperium romano si dilata ulteriormente, grazie alla domus augusta e flavia, la protezione divina di Venere – divenuta da numen familiare et gentilicium, dea imperiale, unita al padre Iuppiter, risulta segno di un’elezione celeste dell‘imperator/autocratoor, che è pastore del gregge umano universale e legge vivente, sulla terra, sovrano assoluto divino – Deus/Theos? -. Dico bene?
Si. Marco, se hai rilevato anche il contributo e la funzione storico-politica di Gaio Giulio Cesare Germanico Caligola, il sublime – cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale, 2008 e l’articolo Incitato, il cavallo di Caligola oltre all’articolo Filone e il “principato” di Caligola e Giulio Erode il grande, filelleno, “turannodidaskalos“ di Augusto?! -.
*Ho letto varie volte Caligola il sublime ed ho ben compreso la funzione militare e politica dell’imperatore, figlio di Germanico, che non potè realizzare (essendo stato ucciso a meno di 29 anni!), il suo sogno universale, sublime, di essere esemplare condottiero come Caesar, seguendo l’esempio militaristico di suo padre Germanico!
Esatto. Si, Marco. Gaio Cesare Germanico Caligola non fu fortunato né come Caesar né come Augustus in quanto la sua ektheoosis/divinizzazione non ebbe consensi a Roma, anche se ci fu un suo culto in ogni citta dell’impero romano, mentre fortunato è Vespasiano, che risulta sooteer/salvatore quasi fosse destinato al trono dalla predilezione e dal favore degli dei, ed ancora di più Tito Cesare Vespasiano Augusto, che è già nella titolatura ufficiale espressione di una fusione tra Domus Giulio – claudia e domus Flavia, in quanto è vincitore dux–Caesar di Gerusalemme e distruttore del Tempio di JHWH, ed Augustus amministratore, che governa il mondo col favore celeste, come rappresentante umano in terra, quasi fosse un dio venuto a lenire i mali e curare il kosmos, anche se colpito da cataclismi naturali, non casuali ma provvidenziali, per evidenziare la bontà dell’imperatore manifestamente attivo nella cura dei mali, quasi dio medico/RAPHA-EL ebraico, un figlio di Apollo, Esculapio!
*Perciò, il millantato soterismo giudaico e l’elezione stessa del popolo ebraico cadono di fronte alla nuova elezione divina imperiale flavia! Solo il cristianesimo, radice ebraica, sulla base giudaica davidica, fonderà il suo imperium spirituale /temporale, quel potere ecclesiastico romano nel quinto secolo d.C., essendo imminente la caduta di Roma ad opera, prima, del gotho Alarico (410) e poi del vandalo Genserico (455) quando è forte la paura della fine del mondo e vicino il ritorno del Christos (cfr. A. Filipponi, L’Altra lingua l’altra storia, Demian 1995, e A. Filipponi, Noi siamo romano ciceroniani, non giudaico cristiani, KDP, 2025).
Marco, il cristianesimo, catholikos/universale, con la fondazione, a Roma, del primato di Pietro (Patrimonium sancti Pauli et Petri) diventa erede dell’impero romano imperiale occidentale, in una ripresa anche della fatalità della storia romana republicana e perfino nella continuità con l’ebraismo tramite il libro della Bibbia, in un’accettazione dell’elezione a popolo eletto cristiano al posto di quello giudaico che, sconfitto, deve vivere nella condizione di peregrinus!
*Lei mi vuole dire che è Roma col suo imperium la prediletta da Dio e non il popolo giudaico e tantomeno l’Una, santa, cattolica romana Chiesa! O meglio, essendo lei agnostico e laico, bisogna dire che non ci sono elezioni divine con predilezioni verso precise gentes, ma solo storicamente, c’è un’apparente epiphaneia di un Dio, che dà potere in certi e specifici momenti! È così?
Marco, per me, la Chiesa fa usurpazione dell’eredità del popolo romano e di Roma, con la funzione storica, già ben riassunta da Virgilio (70-29 a.C.) – ritenuto mago per la IV Egloga di Bucoliche! – in Eneide, VI, 851.853: Tu regere imperio populos, Romane, /memento (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, /parcere subiectis et debellare superbos/tu ricorda, o romano, di dominare le genti; (queste saranno le tue arti) stabilire norme alla pace, risparmiare i sottomessi e debellare i superbi.
*Per lei è usurpazione christiana quella dei Padri della chiesa nel V secolo d.C.! Per lei è usurpazione illecita quella gregoriana del Dictatus, insieme a quella del Sacro romano impero carolingio e ancora più illecita quella del Sacro romano impero germanico ottoniano!
Ma…non dobbiamo fare lezione su Tito Cesare Vespasiano Augusto?!
*Certo. Dobbiamo parlare di Tito Cesare Vespasiano Augusto e del suo breve principato! Questo è il nostro tema! Mi dica, professore, io ascolto! Comunque, mi permetta questo ultimo intervento riassuntivo; mi dia il tempo di precisare per i miei ex compagni, mediante un riepilogo, che il mondo pagano naturale, umano, soggiace al fatum, mentre quello ebraico è nelle mani di Dio, creatore, che fa la storia della sua creatura dando un potere al sacerdotium ed uno al monarca, ambedue unti/Christoi, con due distinti compiti, ad uno di guidare le anime alla perfezione spirituale e al Paradiso e all’altro dare Pax e leges in terra e mi faccia aggiungere che su questa linea ebraica dei due unti il cristianesimo, dopo lunga lunga competizione tra papato ed impero, arriva al primato di Gregorio VII, col Dictatus!
Tu, cristiano, hai già interpretato il mio pensiero secondo la latinizzazione cristiana occididentale geronomiana e, quindi, vedi perfino nei Flavi la mano di Dio, anche se, a Roma, all’epoca, esistono solo ebrei, vinti, che si adoperano per avere un ruolo coi nuovi sovrani, che devono sostituire il potere della domus giulio-claudia, dopo oltre un anno di guerra civile combattuta nel suolo Italico, quando ancora la pax deve venire e il bellum ancora persiste – cfr. Tacito, Historiae, IV, 1 -.
*Professore, ma c’è pure Giulio Tiberio Alessandro, governatore di Egitto figlio dell’alabarca Alessandro, un ebreo ellenizzato, che, essendo apostata, ha riconosciuto coi suoi milites imperator Vespasiano ed è inviato con Tito nel 70, ad assediare Gerusalemme, dilaniata da una guerra civile tra Eleazar ben Giairo, Giovanni di Giscala e Simone ben Ghiora, vincitori di Cestio Gallo, ths Surias epitropos romano a Bethoron nel 66 d.C, per cui Nerone invia Tito Flavio Vespasiano a vendicare l’onore della XII legione Fulminata, offesa perchè depredata delle sue insegne dalle bande integralistiche aramaiche di zeloti e di sicari!
Certo, Tito e l’apostata ebraico fanno insieme il percorso tradizionale dall’Egitto fino a Cesarea marittina, passando per Pelusio, Rafah, Gaza, Ascalona ed Ioppe per poi fare marce forzate con tre legioni, V Macedonica, la X Fretensis, e la XV Apollinaris, per congiungersi coi resti dell Fulminata e con gli auxilia di Antioco re di Commagene, fino ad arrivare a Gerusalemme e fermarsi a nord in posizione elevata, sul Monte Skopos, dove fa castra, nel periodo pasquale del 70.
*Professore, Tito, dopo un assedio di 6 mesi, segnato da prove di valore dall’una e dall’altra parte, conquista Città bassa ed alta e distrugge il Tempio l’8 settembre del 70 lasciando Gerusalemme nelle sue macerie, da ricostruire, totalmente, portando con sé prigioniero Giuseppe Flavio, suo interprete e tanti ebrei (sacerdoti sadducei, zeloti, sicari e farisei) ed adiabeni, figli e fratelli di Izate, arresi, ad ornare il suo trionfo e quello di suo padre. La regina Giulia Berenice e il fratello Giulio Agrippa II non sono più a Gerusalemme? vivono già a Roma?
Non credo. Penso che siano in una villa di amici in Campania o ad Oplontis vicino a Pozzuoli, in attesa del compagno Tito, figlio dell’imperatore per arrivare con lui a Roma, non come prigionieri, ma come trionfatori, alla pari di Giulio Tiberio Alessandro: i romani distinguono bene i giudei aramaici nemici dai giudei ellenisti filoromani!
*Professore, devo pensare che anche dopo la morte di Vespasiano ad Aquae Cutiliae/Cittareale, c’è ancora uno stato di malessere generale in Italia e nel kosmos romano? Quando Tito succede al padre, ormai i fatti accaduti in Giudea sono chiusi, anche se resta la memoria della distruzione del Tempio – come se JHWH fosse fuggito a Roma per rifugiarsi nel Pantheon! – ed unita ad essa, c’è il ricordo della morte gloriosa di Eleazaro e degli altri oltranzisti zeloti e sicari, che fanno un suicidio collettivo (960 e famiglie!) per non cadere prigionieri dei romani, non potendo più difendere Masada nel 73, ormai presa dal legatus Silva! Tito, poi, dopo il trionfo, mantiene per un quinquennio come amante fissa Giulia Berenice, figlia di Agrippa I, onorata come regina a corte, anche se osteggiata chiaramente da Cenide e da tutti i senatori, che vedono in lei una nuova Cleopatra e temono che il figlio maggiore di Vespasiano possa fare la fine di Marco Antonio e negano l’autorizzazione ad un coniugium tra i due.
*Immagino i commenti/rumores dei romani su Tito iuvenis trentenne in trionfo e la tardona, quarantaduenne, puttana incestuosa, donna navigata, rispetto al romano, già padre di Giulia e due volte sposato, all’epoca, ritenuto scapestrato e libertino, ed anche crudele capo pretoriano!
La propaganda romana, comunque, marca la pietas di Tito e deplora la scostumatezza della regina, che dagli stessi ebrei romani è considerata prostituta ed incestuosa, in quanto femina orientale!
*Alla donna, nata nel 28 d.C., è morto il primo marito alessandrino, senza figli, Giulio Marco (figlio dell’alabarca e fratello di Giulio Tiberio Alessandro) quando era tredicenne e anche il secondo marito, Giulio Erode di Calcide di Libano, suo zio (da cui ebbe due figli Bereniciano ed Hyrcano), a 20 anni, alla cui morte è promessa a Polemone di Cilicia (che accetta la proposta di doversi circoncidere prima del matrimonio per poterla sposare) ma dopo due anni, nel 64, ottenuto il divorzio, a trentasei anni, preferisce vivere more uxorio col fratello Agrippa II – incestuosamente, essendo naturale la philadelphia per i basileis (re e regine) che possono essere anche philopatores o philopappoi!
Se lei è donna di questo genere, come le sue sorelle Drusilla e Mariamne, come sua zia Erodiade e sua cugina Salome, anche Tito non è uno stinco di santo: il figlio di Vespasiano si e sposato due volte la prima con Arrecina Tertulla e, morta questa, con Marcia Furmilla, da cui ebbe Giulia ed è uomo dissoluto e lussurioso/suspetta in eo etiam luxuria (Svetonio, Ibidem), desideroso di sposare una tale donna, lui considerato da tutti alius Nero, in quanto uomo dedito ad orge, con amici fino a notte fonda, circondato da torme di pederasti ed eunuchi/exeletorum et spadonum greges ed impegnato solitamente a prendere provvigioni e premi nelle cause trattate davanti al proprio padre/in cognitionibus patris nundinari praemiarique solitum.
*Lei, traduttore, ci ha parlato della lussuria delle donne erodiane a cominciare da Salome, sorella di Giulio Erode il grande, e si è soffermato a lungo in Per un bios di Ponzio Pilato, Amazon 2022, sulla tresca amorosa tra il tetrarca Giulio Erode Antipa e la nipote Giulia Erodiade, che spodesta Dasha, figlia di Areta IV, a Tiberiade, come nuova regina, sposando lo zio e dando la figlia Giulia Salome, pronipote, all’altro tetrarca, Filippo di Iturea! Lei ci ha detto di Giulia Drusilla, sorella di Berenice, sposata col Giulio Azizo, re di Emesa, rapita da Felice, governatore di Giudea, col suo consenso e di Giulia Mariamne la più giovane e quieta delle figlie di Agrippa I, sposa di suo zio paterno Aristobulo e madre di Aristobulo V!
Ti ricordi tutto?!
*Certo. Sono diligente discepolo e so della lunga relazione di Tito con Berenice di 11 anni fino a quando il principe ereditario non decide di mandarla via, sembra malvolentieri, come anche la donna, che malvolentori si allontanò da Roma, a detta di Svetonio (Tito, 7) – Berenicem statim ab urbe Roma dimisit invitus invitam (Poliptoto con allitterazione!) -. Io, per conto mio concordo con lei e tanti altri critici che, pur adducendo la ragione di stato aggiungono che tale decisione è da collegarsi col divenire di Tito amante di Domizia, ripudiata dal fratello, Domiziano, per il suo folle amore per l’istrione Paride (cfr. Svetonio, Domiziano, 3).
Lei, traduttore di Flavio e di tanti altri classici, conosce perfettamente la vita di Giulia Berenice più di chiunque altro! chi, meglio di lei, mi può orientare esattamente sul reale ruolo di Tito Cesare, che da cattivo civis privato diventa buon principe, improvvisamente?!
Grazie, Marco, per la stima nei confronti del tuo vecchio insegnante, che sa bene, comunque, che molti accademici “comunisti” e che perfino “democristiani”, prima di lui, hanno capito bene i Flavi, anche se non hanno lavorato sul fenomeno cristiano, letterati come Concetto Marchesi (1878-1957) Ettore Paratore (1907-2000) e come Italo Mariotti (1922-1992), archeologi come Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), Antonio Giuliano (1930-2018)!
*Ora cominci davvero la lezione su Tito!
Marco inizio con Svetonio che parla del suo nome, omonimo del padre, e del propagandato cambiamento di fama e… della sua nascita, il terzo giorno prima delle Kalende di Gennaio, nell’anno celebre per l’assassinio di Gaio in una povera casa, vicino al Settizonio, in una stanzetta misera ed oscura che esiste e viene mostrata ancora oggi/Titus, cognomine paterno, amor ac delicae generis humani… natus est III kalendis iaunuariis, insigni anno gaiana nece, prope Septizonium, sordidis aedibus, cubiculo vero perparvo et obscuro, nam manet adhuc et ostenditur.
*Professore, lo storico parla della nascita il 30 dicembre del 40, 25/26 giorni prima dell’uccisione di Giulio Cesare Germanico Caligola, di un figlio di un eques, squattrinato, che all’epoca è in condizioni economico-finanziarie pessime, proprie di un mulio/mulattiere, sabino, come lei ha ben rilevato in Cenide e Vespasiano.
Certo, l‘incipit svetoniano sottende, comunque, che l’autore (che scrive nel 107 d.C., in epoca traianea) non crede al miracolo del cambiamento di vita di uno scapestrato, fatto educare a corte con Britannico, che era bravissimo in tutto, essendo anche un bel ragazzo, seppure non alto, ma forte fisicamente e perciò, strafottente, tanto che Vespasiano padre si lamentava di doverlo attendere anche per il trionfo, ma, poi, festinans in Italiam/affrettandosi per l’Italia Romam inde contendit expeditisismus inopinantique patri/da lì (Alessandria) arrivò a Roma da suo padre che non l’aspetttava più… e da temerario, dice veni… pater, veni!/sono arrivato, o padre, sono qui!
* Professore, lei ci ha sempre detto che il padre stravedeva per questo figlio!
Marco, Tito era un ragazzo di aspetto piacevole-forma egregia, non alto ma robusto, abile nell’imparare le arti di guerra e di pace, a maneggiare armi e cavalli/armorum et equitandi peritissimus, capace di comporre poesie e discorsi in latino e in greco, di cantare e suonare la lira, e soprattutto sapeva stenografare tanto da gareggiare e vincere gli amanuensi ed imitare qualunque scritto avesse visto, così da vantarsi di poter essere maximus falsarius! Forse Svetonio ritiene che un uomo di successo e di potere, fortunato, diificilmente cambia il proprio comportamento, se aumenta di grado, anzi potrebbe peggiorare! Tito, diventato imperatore il 24 Giugno del 79, invece, da padrone dell’imperium romano, perde ogni arroganza e diventa buono, tanto buono che a fine giornata dice a chi gli è vicino: amici, perdidi diem/amici, ho perso una giornata, se non ha fatto niente di buono per gli altri, in quel giorno!
Marco, che mi vuoi dire con forse e con invece? Sembra che, da una parte, tu voglia discutere su praoths/mitezza e su metrioths/moderazione di Tito, un militare educato ellenisticamente, e da un’altra che tu desideri chiedere se il successore di Vespasiano abbia una sua nuova politica rispetto a quella paterna, tanto da indirizzare con la magnificenza e con la munificenza il fratello minore, in senso caligoliano e neroniano, in modo divino.
*Vorrei capire bene se Tito col suo breve pricipato ha influenzato anche l politica del fratello, che, poi, alla fine segue i modelli divini di Caligola e Nerone.
Marco, Tito è militare di professione e capo del pretorio, amante di un principessa orientale, uomo colto, in bilico tra gli esempi di Caligola e di Nerone, da ellenizzato, per regnare pacificamente senza più i rischi di guerra- porta ancora i segni di un macigno cadutogli su una spalla che ancora procura dolore! – ma gli sembra ridicola la sua divinizzazione, implicita con l’assunzione dei nomina di Caesar e di Augustus: infatti accetta tutti i titoli ellenici di filelleno e filopatore, ma da uomo virtuoso romano prende in giro e sorride, dopo l’allontamento di Berenice e dopo l’accettazione del titolo di Pontefice massimo, che gli amici facciano retoricamente e letterariamente il tentativo di innalzare la mediocrità equestre familiare e paterna col far risalire l’origine dei Flavi ad un compagno di Ercole, fondatore di Rieti, sulla base della presenza di un suo sepolcro sulla via Salaria!
Quindi, Tito, come Tiberio, vuole essere imperator, ma creatura umana e mortale, naturalis, non divinus/anhr theios!
Marco, si sa che nel suo principato compie buone azioni e che si comporta secondo le regole di Pontefice massimo, desideroso di non macchiarsi di sangue e di rimanere durante le funzioni religiose in stato di purità, tanto da dire periturum se potius quam perditurum/che sarebbe morto piuttosto che causare morte (Svetonio, Tito, 9).
*Professore, a Roma, ci sono solo giudei e convertiti al giudaismo, timorati di Dio, che sono sotto la giurisdizione del Pontefice massimo, non christianoi che vivono in catacombe e fanno i loro riti nell’oscurità? Lei così ci ha sempre detto!
Marco, Lo ripeto ancora: il problema cristiano lo affronto con la lezione su Domiziano, pur avendolo già risolto in altri articoli come in Lucius Crassius Tertius = Τέρτιος ὁ γράψας paolino. Sotto i Flavi, essendoci il Pontefice massimo, non può esserci un papa cristiano e non ci sono nemmeno i christianoi – che sono rari e sparsi in Oriente, in piccole comunità ecclesiali -. Tacito, Plinio il giovane e Svetonio ne parlano ma in epoca traianea.
*Professore la martire Domitilla e la morte di Flavio Clemente non sono testiomianza della presenza cristiana a Roma?
No. Marco non ci sono prove reali di una presenza cristiana e del martirio né della vergine Domitilla né del cristiano Flavio Clemente (cfr. Svetonio, Domiziano, 15) Sembra che Domiziano, divenuto odioso per la sua volonta di essere dominus divino a Roma, dopo l’uccisione di Epafrodito, rimane vittima di una congiura, tramata da amici e da liberti che sono legati con Domizia, la moglie dell’imperatore e con la sorella (o una sua nipote), di cui Stefano è liberto – Ibidem, XIV – al fine di porre sul trono un ramo collaterale della famiglia Flavia, quello di Flavio Sabino!
*Bene proceda, allora, su Tito e sul suo buon comportamento al momento dell’eruzione del Vesuvio e nei giorni dell’inaugurazione del Colosseo.
Birbone, sei tu a dettare i tempi e i modi di procedere sulla vita di Tito Vespasiano Cesare Augusto, esaminato secondo i tuoi desideri e richieste!
*Professore, so che Tito ha lasciato buona memoria di sé per la sollicitudine durante l’eruzione del Vesuvio, complicata a Roma da incendium per triduum per totidemque noctes/durato tre giorni e tre notti, e da una pestilentia/epidemia.
L’imperatore, aveva già mostrato un nuovo sistema di comportarsi ed eccelleva nella difficilissima arte di ingraziarsi tutti per intelligenza, carattere e fortuna/vel ingenium, vel ars vel fortuna, ed era popolare in ogni cosa essendo esemplare come privato cittadino come popularis democratico, che non disdegnava di fare il bagno in bagni pubblici e di fare entrare nelle sue terme private di Aquae cutiliae tutti i cives. Ora, nel momento grave dell’eruzione del Vesuvio, nonostante il contemporaneo contrattempo dell’incendio romano, fu sollecito a portare aiuto alle popolazioni campane sorprese durante la notte del 24/ 25 agosto, a detta di Plinio Il giovane, che ne parla nelle Epistulae Familiares in Lettera I e II a Tacito del 107 d.C.
*Professore, Plinio parla delle varie fasi dell’eruzione, seguendo il racconto delle azioni fatte in sua presenza dallo zio, ammiraglio della flotta romana deciso a vedere di persona e da vicino il fenomeno eruttivo, in cui morì. È vero, professore, che la data è forse da spostare a circa due mesi dopo? Marco, mi sembra strano che vi siano stati alcuni che hanno potuto dire che l’eruzione avvenne nella notte tra il 24 e 25 ottobre: non ho capito come hanno fatto questa scoperta. Sulla base archeologica o su quella naturalistico-scientifica o sull’esame di corpi pietrificati? E dove? A Pompei? A Stabia? Ercolano? Oplontis? O altre località? In relazione ad un Agrippa, figlio di un erodiano, giunto a Pozzuoli nel settembre, morto sepolto dalle ceneri del Vesuvio?
*Non sorprende, quindi, che Tito fece editti per soccorrere i campani, assegnando i beni dei morti nell’eruzione, senza eredi, ai pochi superstiti e alla ricostruzione in altra sede delle case. Immagino, invece, quanto fu festosa la cerimonia di inaugurazione dell’Anfitertaro flavio nell’80!
Tito inaugura il Colosseo il 21 aprile anno octingentesimo tricesimo tertio con magnificenza invitando anche Giulia Berenice ad assistere con fratello e molti altri erodiani, con re orientati e protoi, che arrivano per celebrare i Flavi e la loro imponente costruzione. Tito celebrò anche il genetliaco di Roma secondo la datazione di Taruzio fermano, corretta da Varrone e quindi indisse i Ludi secularares, fece corse tradizionali di bighe e di quadrighe anche nel Circo ed allestì in uno dei 100 giorni di feste proelium etiam duplex equestre ac pedestre/due tipi di combattiemnti, uno con fanti ed uno con cavalieri e fece entro il perimetro del Colosseo, una battaglia navale, preparando perfino spettacoli di gladiatori e cacce notturne al lume delle lampade, non solo di uomini, ma anche di donne! Nei cento giorni di festeggiamenti ci furono pure gare poetiche, teatrali e musicali: prolungò le feste fino a dicembre per celebrare i riti del Septimonzio, a lui cari fin da bambino!
*Quindi, tutti, patres, equites, liberti, populus di ogni classe ed anche i letterati parteciparono all’evento.
Certo. Penso di averti parlato spesso del cliens Marziale ispanico (40-104 d.C.) che, in De spectaculis, scrive epigrammi, in distici elegiaci (esametro-pentametro):
Barbara pyramidum sileat miracula Memphis,
Assyrius iactet /nec Babylona labor;
nec Triviae templo molles laudentur Iones,
dissimulet Delon /cornibus ara frequens
aere nec vacuo pendentia Mausolea
laudibus inmodicis /Cares in astra ferant.
Omnis Caesareo cedit labor Amphitheatro:
unum pro cunctis /fama loquetur opus.
La barbara Menfi non stia ad esaltare il miracolo delle piramidi; il lavoro assirio non vanti Babilonia;
i molli Ioni non siano lodati per il tempio di Diana; l’altare costruito con corna di capra non procuri gloria a Delo;
i Cari non portino alle stelle con lodi esagerate la tomba di Mausolo, che si libra nella vuota aria.
Tutti i monumenti restano inferiori all’anfiteatro di Cesare: la fama celebrerà questa sola opera al posto di tutte le altre.
*Tito morì nella stessa villa del Padre, presso l’attuale lago Paterno, a Falakrine/Aquae Cutiliae, il 15 di settembre dell’81, a 42 anni/anno altero quadragesimo aetatis, e fu pianto da tutti.

Il Castrum di Aquae Cutiliae è a sinistra di Roma (cfr. Tabula peutingeriana).