Per una lezione sul “soterismo” di Tito Flavio Vespasiano

TITO FLAVIO VESPASIANO

Vae, puto, Deus fio/povero me, divento Dio, credo!

Svetonio, Vespasiano, 23, 4

Noi cristiani associamo soothr/salvatore solo a Cristo, ma i cives romani e Giuseppe Flavio, nel 70 d.C., acclamano, all’arrivo a Roma da Alessandria, Tito Flavio Vespasiano come ths oikoumenhs soothr!

Col termine i romani, in greco, salutavano ed acclamavano il vincitore della guerra civile – non un dio! – che aveva pacificato i cittadini dell’impero romano, dopo la guerra tra gli aspiranti alla successione di Nerone, militari, italici, eletti imperatori dal senato o dagli eserciti, durata oltre l’anno 69 d.C., dopo i contrasti tra fazioni opposte di quanti parteggiavano per Galba – un volsco di Anxur/Terracina ed Otone – un etrusco di Ferento – prima, e poi per Otone e Vitellio – un campano di Nuceria Alfaterna -, ed infine per Vitellio e Vespasiano- un sabino di Cutilia -.

 Quest’ultimo aveva fatto una carriera militare non certamente splendida, perché non di stirpe patrizia, ma notevole sotto l’imperatore Claudio, come legatus del dux Aulo Plauzio – un romano di ascendenza etrusca – e si era segnalato durante la guerra britannica nella conquista dell’isola di Vette/Wite, essendo venuto trenta volte a battaglia col nemico … ed avendo costretto alla resa due fortissime tribù e preso più di venti castra. Dunque, non essendo militare di professione, aveva fatto carriera politica sotto Claudio in quanto amico di Cenide, liberta di Antonia, e dei suoi potenti fratelli Pallante e Felice, avendo abbandonato il sistema esattoriale sabino, tipico della sua famiglia, insieme a suo fratello Tito Flavio Sabino che riuscì a ricoprire la carica di consul suffectus nel 47 e poi quella di praefectus urbi, che tenne anche negli anni di Nerone, fino al dicembre del 69 d.C., per morire in difesa dell’imperium di Vespasiano, ucciso dai vitelliani, già sconfitti ed arresi.

 Secondo noi, Vespasiano sfrutta, dunque, il soterismo orientale, consacrando il suo numen, già come Serapide, in Egitto, pur rifiutando onori divini, come uomo che riporta definitivamente la pace dopo il fatale 69, ripristinando con le truppe di Tiberio Alessandro, di Gaio Licinio Muciano e di Marco Antonio Primo il kosmos, turbato dalla fine della casata giulio-claudia, finito nel caos di una lotta fratricida a causa dei ambiziosi italici, pretendenti al trono imperiale dei divini giulio-claudi.

Il regnare di Vespasiano e dei suoi figli, dopo la domus augusta, non è cosa facile: bisogna giustificare il diritto di successione al potere di una famiglia non fortunata, ma meritevole dell‘imperium, per elezione divina, con un italico pater familias, che ha due figli, pronti per comandare e creare una dinastia!

Il ventisettennio del regime flavio (69-96 d.C.) è secondo la volontà degli dei, che hanno punito gli eccessi della domus dominante e hanno premiato la domus sabina, conservatrice, occidentale, vincitrice della guerra giudaica e della guerra civile, capace di riportare l’ordine e la pace in Occidente con gli eserciti orientali: la victoria flavia, propagandata, risulta una coniuratio orientale, opposta a quella occidentale degli altri pretendenti che si rifacevano all’esempio di Ottaviano, quasi fosse una rivincita antoniana ed egizia! Cfr. Frontone e gli antonini.

Negli anni di guerra giudaica, Vespasiano conosce il messianesimo, secondo la musar /cultura aramaica, volgarizzata ed ellenizzata poi da Giuseppe, figlio di Mattatia, interprete, uomo di famiglia sommo sacerdotale, da parte paterna (cfr. Bios) e asmoneo, da parte materna, fatto prigioniero ad Iotapata, come comandante, responsabile militare della Galilea.

Il legatus romano apprende da lui il valore del Messia, allora propagato in terra giudaica e mesopotamica in una versione come venuta del Meshiah/Christos o in altra forma, tipica gerosolomitana, come suo ritorno/parousia, vittorioso, trionfale!

Giuseppe, pur formatosi aramaicamente secondo il pensiero degli esseni, pur seguace della setta farisaica e dell’asceta Banno, avendo già i germi dell’ellenizzazione sacerdotale, propria dei sadducei, filoromani, educati da oltre due secoli alla paideia/cultura greca, tradisce il messianesimo aramaico, poiché ben conosce la superiorità militare romana (cfr. Discorso di Agrippa II, Guerra Giudaica, II, 345-404) e si serve dell’espediente sacerdotale della rivelazione e manifestazione del disegno divino – dopo aver fatto un discorso in cui esorta i suoi a dare la vita in cambio della gloria e fare atti di valore poi ricordati dai posteri, incitando all’eroismo, ed infine al suicidio i valorosi superstiti, rifugiatisi in una grotta -.

 Mentre i compagni si uccidono, sacrificando la vita in nome del martirio zelotico, lui, rabbi farisaico, con un altro, si consegna ai romani e a Vespasiano, predicendo un ambiguo Khreesmos/oracolo, attualizzato, secondo un ermhneuma/spiegazione esegetica personale. Lo storico ebreo in Guerra giudaica III, 401, infatti, scrive, rilevando l‘arcano divino: su Kaisar, Ouespasiané, kai autokràtoor, su kai pais o sos outos. Desmei de me nun asphalesteron kai threi seautooi. Despoths men gar ou monon emou su, Kaisar, alla kai ghs kai thalasshs kai pantos anthoopoon genous. Egoo d’epi kai timoorian deomai phrouràs meìzonos, ei kataskhediazoo kai theou/tu, Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e questo tuo figlio. Fammi ora legare ancora più forte e custodiscimi per te stesso, perché tu, o Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra, del mare e di tutto il genere degli uomini ed io chiedo di essere punito con una prigionia più rigorosa, se sto scherzando anche con Dio.

Il sommo sacerdote, secondo Vincenzo Ussani (Rendiconti Pontificia Accademia Archeologica, X, 1934 p. 157 sgg. e volume II p. 665) nel fare la conta, sbaglia per ingannare gli indomabili compagni di Iotapata, decisi a morire, come risulta anche in Traduzione slava (cfr. Eisler e la traduzione slava di Flavio).

Vespasiano è, dunque, l’eletto del theos di Israele, che ha un piano divino e lo manifesta in sogno, a Giuseppe, destinato al martirio, stanco della strage degli amici, a cui dà virtù profetica: È un‘elezione doppia – quella dell’ermeneuta e quella del legatus neroniano – da parte del Theos upsistos/Shaddai, chreesth/utile per l’universalismo romano e per l’etnos giudaico, che deve accettare la superiorità militare e la nuova oikonomia divina, che con la nike/vittoria sancisce il diritto dei vincitori sui vinti, in una superiore imperscrutabile visione della storia.

Il legatus neroniano non deve credere di avere davanti un aichmalootos/prigioniero, ma un aggelos/nunzio di cose maggiori/meìzonoon, in quanto inviato in anticipo da Dio/upo theou propempòmenos, conscio dell’applicazione della legge mosaica, che impone il martirio del comandante: la notizia è un segreto per il dux, che lo estende anche al figlio Tito e ad altri due ufficiali!

Si è nel mysterium, nell’area sacrale di un’epiphaneia segreta! Giuseppe, prima della rivelazione, fa tre domande:
1. Mi mandi a Nerone?!
2. Perché/Ti gar? seguono nel testo puntini (…)
3. Quelli, successori dopo Nerone resteranno per quanto tempo fino a te?/oi meta Nerona mechri sou diadochoi menousin.

Flavio, quindi, considera Vespasiano uomo della providenza divina destinata a riportare la pace, specie in Italia, dopo la morte di Nerone.

Per Flavio, dunque, i suoi connazionali ebraici – che riferiscono tale notizia al messianesimo – si sbagliano perché il  Theos  ha stabilito nella sua  oikonomia  l’egemonia di Vespasiano, acclamato imperatore in  Oriente, riconosciuto ora in Occidente e stanziato a Roma: egli giustifica la fuga del Dio verso Occidente  riprendendo l’idea del ritorno in Occidente di Dioniso con Ottaviano, collegando la  fortuna di Ottaviano, poi  Augusto, con quella di Vespasiano Soothr. Egli rettifica che l’adventus augusti, cioè di un imperatore, riferito a Vespasiano,  è voluto da Dio , che ha eletto  Roma come sede, destinando alla distruzione il tempio di Gerusalemme, non più suo luogo sacro e   l’abbandono   definitivo  della stirpe giudaica,  non più erede, essendosi scambiato il cleronomos: Esaù (il pagano) e non Giacobbe/Israel (il vedente)  è il legittimo erede! Roma è la nuova Gerusalemme!

L’opera del Regime  di Giuseppe Flavio, (Guerra Giudaica, in 7 libri), pubblicata nel 74,  è come un manifesto del governo legittimo in contrapposizione a quanti interpretano male la profezia.  portando a rovina e allo sterminio la loro patria: la  sua opera tende a mostrare come Roma sia  l’ eletta al dominio universale e che la domus Flavia   è la depositaria del Cleronomos. L’astuto sacerdote, tradendo, è cosciente  di ciò  che vuole  dimostrare  in senso  giudaico-ellenistico, avendo intenzione di comunicare anche a giudei romani quanto già scritto in aramaico per i barbari mesopotamici  ebraici senza la retorica greca, solo secondo acribeia e ricerca dell’alhtheia: suo skopos iniziale  è collaborare  per salvare il salvabile – così da impedire  la distruzione del tempio,  bollare la stoltezza correligionaria (prefazione Guerra Giud., I, 1-3;  VII,455) – e poi per accettare la volontà divina di abbandonare il popolo eletto definitivamente. Flavio  con Guerra giudaica  celebra  la missione soterico-messianica dei Flavi, mentre  con   Antichità giudaiche, Bios, e   In Apionem   facendo  apologia del giudaismo si allinea,  dopo un venticinquennio, con  la nuova forma antonina  di governo.   E  Vespasiano, comunque,   risulta il  sothr messianico  anche in Italia  dove c’è la guerra civile tra Galba ed Otone, e poi tra Otone e Vitellio, dove si vedono  le cose orribili,  fatte dai barbari,  predatori Iazigi, Galli, Quadi, Marcomanni ,che hanno saccheggiato le villae romane della  pianura padana, rimaste nella memoria dei  rustici:  quelli  che sono venuti come  auxilia/truppe ausiliarie, arruolate come carne da macello,  una volta vincitrici,  sono lasciate libere di rubare,  massacrare i cives ricchi della pianura padana, di stuprare vergini, di massacrare  famiglie, di rovinare ogni messe, vigneto ed oliveto ! .

 La battaglia di Bedriaco tra Otone e Vitellio e la vittoria di Aulo Cecina Alieno un civis gallo di Vicenza, vitelliano sono l’inizio delle stragi e dei mali per gli italici  che non sperano  nella pace, ma  comprendono  che  gli odi tra i cives sono  aumentat perché, ora, è sorta  anche la candidatura di Vespasiano, sostenuta a Roma dal fratello Sabino e dal senato e in Oriente dalle truppe antigiudaiche, da Licinio Muciano e poi dall’egizio Tiberio Alessandro, mentre cominciano le defezioni nell’esercito di Aulo Vitellio, specie di quelle accampate all’assedio di Cremona,  e mentre  è chiaro il tradimento del loro comandante. 

La crisi italica diventa terribile per le popolazioni, all’arrivo delle truppe di Antonio Primo dalla Mesia, incaricato da Vespasiano non a combattere contro i vitellliani, già pronti a tradire con Cecina stesso, ma ad attendere nel Norico  o a Verona, le truppe di Licinio Muciano, che vengono ostacolate e sono costrette a rallentare la marcia dai Daci, che si sono ribellati.

Mentre Tito esegue le disposizioni del padre – fermo ad Alessandria – di prendere Gerusalemme e di distruggere il Tempio, in Italia, Antonio Primo, sicuro di vincere con le sue truppe e con gli auxilia barbarici, attacca le truppe vitelliane che, sbandate, vengono facilmente travolte a Bedriaco, là dove qualche mese prima hanno vinto i milites otoniani, e autorizza il saccheggio della zona e permette perfino l’assedio e la presa di Cremona, che viene distrutta ed incendiata, data in mano ai barbari, che compiono nefandezze di ogni genere, come racconta Tacito (Historiae, III, 33).

Per lo storico quarantamila armati fecero irruzione in Cremona con un numero di servi e portatori anche maggiore, gente assai portata alla crudeltà ed ai disordini. Nessuno era protetto dall’età o dal grado. Si consumarono stupri e uccisioni. Uomini e donne vecchissime erano trascinati come oggetto di ludibrio…Se capitava tra le mani qualche giovane fanciulla di particolare bellezza veniva fatta a pezzi… Qualcuno, che portava via denaro o doni votivi d’oro dai templi, veniva ucciso da un altro più forte di lui… altri disseppelirono tesori, battendo con verghe e torturando i padroni… soldati provvisti di torce, dopo aver rubato la preda, le lanciavano per divertimento dentro le case…come suole accadere in un esercito dalle parlate e dalle usanze diverse, nel quale si frammischiavano cittadini/cives, alleati/socii e forestieri/peregrini; anche le passioni erano varie, e chi credeva lecita una cosa, chi un’altra e nulla era illecito

Lo stesso dux, gallo di origine, di Tolosa definito becco-rostrum, dopo avere dato l’ordine, non riesce poi a frenare il saccheggio e limitare gli eccessi militari, comunque, per un po’ calma i milites e si ferma ad Otricoli, in attesa degli ordini di Licinio Muciano e di Vespasiano, mentre a Roma si è scatenata una guerriglia urbana tra i vitelliani vinti e Flavio Sabino, che promette come praefectus urbi di salvare la vita a Vitellio, se cede il trono a Vespasiano.

Sabino, avuta la parola/fides di Vitellio, con pubblica sottoscrizione, davanti a senatori, garanti, testimoni del documento, da lui presentato sulla sua abdicazione a favore del fratello, si ritira sul Campidoglio. Vitellio, pur contento di aver ottenuto la vita salva e un appannaggio di 100.000.000 di sesterzi, il mattino dopo, si pente della sua decisione e si presenta ai Rostri e chiede ai suoi fautori, presenti, di seguirlo nell’impresa di fare, su un’altra base, una nuova tregua coi flaviani, che gli hanno imposto la fine del suo impero, essendo lui emblema di pace e di concordia, per cui la folla, vitelliana, osannante, brucia il tempio di Giove Ottimo Massimo e la casa di Tiberio, cattura ed uccide Sabino lì rifugiato.

Serpeggia, comunque, in Roma, subito la voce/rumor che M. Antonio Primo è alle porte di Roma, per cui Vitellio viene consegnato ad un legatus flavio, che si congiunge con i milites di Domiziano, sfuggito al massacro dello zio. che saccheggiano Roma, casa per casa, là dove ci sono vitelliani. Vitellio, preso, è beffeggiato per la sua statura, per la goffagine del portamento e per l’eccessiva pinguedine ed è fatto a pezzi per poi essere gettato nel Tevere a furor di popolo!

Tacito descrive più la fine della guerra che l’inizio di pace/bellum magis desierat quam pax coeperat mostrando i vincitori armati, che dànno la caccia tra i quartieri, con implacabile odio, ai vinti, evidenziando il disordine urbano, le vie piene di stragi, le piazze e i templi grondanti sangue, gente ammazzata dovunque, come il caso l’aveva esposta alle rappresaglie/plenae caedibus viae, cruenta fora templaque, passim trucidatis ut quemque fors obtulerat (Historiae, IV, 1, 1). La situazione romana si normalizza solo dopo alcuni giorni, quando arrivano le truppe di Muciano, che gestisce l’urbs con fermezza, cercando di mantenere un qualche ordine, fino all’arrivo di Vespasiano da Alessandria, a primavera inoltrata.

Risolto il problema romano, Licinio Muciano deve intervenire in Germania per la rivolta batava e, seguito da Diomiziano, fa marce, per aiutare Quinto Petilio Ceriale. Questi è genero di Vespasiano, che ha già sconfitto le tribù germaniche, coordinate da Giulio Civile, un principe batavo romanizzato, che avendo riunito i capi tribù, e fattili giurare, ha approfittato della confusione di comando in Germania. I capi tribù germanici, solo al sentire che Muciano avanza, cominciano a tradire, prendono e uccidono il principe batavo, prima ancora dell’arrivo a Roma di Vespasiano.

Dunque, Vespasiano, un sabino sessantenne, di origene borghese, un militare ed ex mulio/mulattiere, di famiglia esattoriale, un uomo di buon senso e di concretezza contadina, riconosciuto ora come soothr, entra a Roma e regna, giustificando che Roma è urbs aeterna, una dea che pacifica l’oikoumenh occidentale ed orientale, settentrionale e meridionale!

 Il suo imperium, voluto dagli dei dal popolo (non solo il proletariato urbano ed italico, ma anche afro- gallico-ispanico), accettato dall’esercito e dal senato che ha già decretato la damnatio memoriae per Nerone hostis publicus, risulta per il mondo giudaico romano come un trasferimento di Jhwh, entrato come nuovo protettore per i cives tra gli altri numina nel Pantheon: il potere di Vesaoaiano è quello di un ultimo divenuto primo ed è universale anche per i peregrini e per i barbaroi, i non parlanti greco-latino, destinato cioè ad ampliarsi e dominare l’oikoumenh, il mondo intero abitato, compresa la Parthia, a superare l’Oceano, andando oltre i limiti, fissati dal greco Heracles/Ercole con le sue mitiche colonne!

Tutti devono amare e temere la dea Roma anche gli ebrei, che ora pagano all’imperatore il fiscus iudaicus, quello che ogni devoto ebreo mandava annualmente come doppia dracma al Tempio, in qualunque parte del mondo vivesse! Da Roma vengono gli ordini /mandata per i legati che devono frenare gli aramaici delle regioni vicine – specie quelli di Commagene (cfr. Filopappo), in una volontà di chiudere definitivamente la partita col giudaismo, che ancora ha combattenti, zeloti e sicari, che resistono in piazzeforti erodiane, come Macheronte e Masada, decisi a morire come martiri. Infatti, dopo la morte di Sesto Lucilio Basso, viene nominato Lucio Flavio Silva Nonio Basso – nativo di Urbs Salvia-Urbisaglia -, ora (73 d.C.) col compito di annientare i rivoltosi rimasti, che, costretti alla resa, si suicidano collettivamente a Masada, esempio di eroismo lacedemonico!

Vespasiano, come oculato amministratore, impone tasse, deciso a rimpinguare la casse dello stato, su ogni attività, cercando di avere utile anche dai vespasiani, pubblici orinatori con buche, aumentati di numero nei vari quartieri per la raccolta delle urine, usate dai pellicciai che ne avevano l’appalto e la gestione per la concia delle pelli, grazie all’ammoniaca estratta dal liquame.

Famoso l’apologo del vecchio imperatore che, festoso, fa annusare i sesterzi ricavati dall’urina al figlio Tito, che dissente dal suo disegno, e dice pecunia non olet (Svetonio, VIII, 23, 3) ammiccando maliziosamente Atquin e lotio est/eppure viene dall’urina! Oggi frase proverbiale indica ancora che il denaro è denaro, qualunque sia la sua provenienza.

La crisi economica postneroniana è tanto grave che costringe l’imperatore a separare il patrimonium principis dai beni personali cioè dalla res privata imperiale, e ad annullare l’erarium senatorio, sempre in deficit, rimpinguando e risanando il bilancio statale con la confisca dei beni di Nerone e di tutta la domus giulio-claudia, sfruttando gli introiti provinciali come si faceva in epoca repubblicana, cercando di eliminare le spese e i contributi assistenziali alla plebs urbana, centellinandone i donativi ed imponendo tasse indirette e sacrifici ai ceti proletari e ai peregrini delle provinciae senatorie facendo una capillare propaganda per il risanamento del bilancio al fine di abbellire Roma, le città italiche e le metropoli orientali dietro concessioni di privilegi.

In questa ottica estetica l’area posta alla confluenza del Celio, dell’Oppio e della Velia, là dove Nerone aveva fatto un lago e posto il suo Colosso per arricchire e abbellire la su domus, è restituita alla plebs in uso pubblico, dopo la confisca dei beni neroniani, da Vespasiano, intenzionato a erigervi un anfiteatro, al cui fianco porre il colosso Neroniano con una nuova corona di raggi solari.

 L’area era di 120 ettari, divisa dagli architetti neroniani, Cerere e Severo in tre porzioni, di 40 ettari ciascuna, di cui la parts sull’Oppio destinata alla domus Aurea, viene abbandonata, mentre la pars media quasi pianeggiante dove erano il lago e il colosso, è destinata per circa due ettari all’anfiteatro, che viene eretto per un’altezza di 52 metri con una struttura ellitica lunga 188 metri e larga 156, tanto da avere una superficie interna di quattro tavole, 4.000 metri circa. L’opera non è completata da Vespasiano, che, invece, inaugura il Tempio della pax, iniziato nel 74, come segno della sua volontà di pacificazione interna ed estera e di una svolta politica romana.

 Vespasiano è un uomo rude, un contadino sabino, un burlone fino alla fine della sua vita, che vuole una sua dinastia, instaurando una nuova tradizione, senza riallacciarsi all’esempio di Ottaviano Augustus – che ha auctoritas pincipis – in un rifiuto di essere Dio sulla terra e nomos empsuchos/legge vivente e, quindi, da creatura umana mortale, impone ad altri mortali la lex de imperio Vespasiani, votata dal senato ed accettata dal popolo come base giuridica del suo potere imperiale, rivendicando per sé le prerogative di capo dello stato, limitando de iure e non solo de facto, la facoltà del senato e dei comizi popolari, sicuro che il principato suo ha carattere di magistratura vitalizia per sé e per i figli. 

 C’è ancora un’iscrizione mutila come testimonianza di questo accordo tra il soterico dux, vincitore degli ebrei e pacificatore universale, col senato e popolo, che garantisce al sovrano la sua legittimità, senza critica pretestuosa di nessuno, così da essere principe assoluto che non ha bisogno di difendersi dalle opposizioni, in quanto ha la sicura neutralità senatoria, la certa protezione personale, essendo Tito, suo figlio, capo del pretorio col compito di avere le simpatie orientali monarchiche e l’adesione delle correnti ellenizzanti, avendo dalla sua parte la cultura letteraria con la scuola, pagata lautamente dal fisco. Il retore Quintiliano, magister /didaskalos ha uno stipendio di 100.000 sesterzi annui. (Svetonio, Vespasiano, XVIII) – cfr. Un curioso, spiritoso epigramma -.

Dalla sua esperienza militare e dalla lunga vita quotidiana di mulio, Vesposiano matura l’idea di guardarsi sempre intorno e di diffidare dei legati italici e di ogni rivale civis concorrente in campo agricolo, commerciale, economico finanziario, avendo rilevato l’ambizione italica militare e la volontà di arrichire dei clientes meridionali, per cui decide di escludere gli italici dalle legioni e dai comandi, preferendo gli elementi afro-gallo-ispanici, dimostratisi ottimi anche nel corso della rivolta batava e nella conquista delle zona della Selva Nera, lasciata a loro da dividere in tutto il territorio, compreso fra il Reno e il lago di Costanza – agri decumates – e incrementando la loro ascesa nell’esercito, senza, però, licenziare i migliori come l’ammiraglio comasco naturalista Plinio il vecchio.

In questo modo compie un’operazione equilibratrice nel tentativo di limitare il potere dei cives italici e la loro corruzione, dando possibilità di acquistare terreni ai peregrini, che ora competono alla pari per comprare agri confinanti prima acquistati solo dai vicini latifondisti.

Nel suo tentativo di conciliaie cives fra loro, nonostante le differenze sociali, al fine di amalgamare i piccoli proprietari terrieri, da cui venivano i militari, con i grandi domini/padroni di ville, ha, comunque, volontà di fare la sua piolitica fiscale centralizzata in quanto tutto deve passare sotto la sua osservazione, avendo infinita pazienza contro i detrattori di ogni nazionalità – specie gli spocchiosi alessandrini che l’avevano già bollato come kybiosacths, avaro patentato, preso in giro dai mimi come mercante di pezzi di tonno.

Burlone e scettico anche alla fine della vita – quando stando ad Aquae Cutiliae Falakrine/Cittareale gli sono annunciati nel cielo, presagi per lui risibili e riferibili, specie una cometa/stella crinita, a Giulia Calvina, discendente da Augusto o altro prodigio astrale al re de Parthi/ad Parthorum regem, data la lunghezza della sua chioma rispetto alla sua zucca pelata – Vespasiano muore, a 69 anni circa, alzandosi a stento in piedi, per stare ritto come un soldato, secondo Svetonio, il 24 giugno del 79 (VIII kalendas Iulias).