*Professore, lei ci ha parlato sempre di Caligola, sublime, primo vero imperatore della storia romana, e della testimonianza, pur contraddittoria, di Filone alessandrino, scrittore di In Flaccum e di Legatio ad Gaium, opere superstiti, facenti parti di Peri toon aretoon/sulle virtù, un’opera in cinque libri, perduta, ed ora di nuovo ci propone “il principato” del figlio di Germanico. Io la seguo. Mi dica.
Marco, sembra che Filone di Alessandria, col De monarchia I e II, abbia favorito il “principato” di Gaio Cesare Caligola – che rompe la tradizione romana del principato augusteo e tiberiano – ed abbia dato un modello giudaico asmoneo, fondato sul regno davidico, anche se poi, essendo contrario e alla neooteropoiia e all’ektheosis imperiale, di conseguenza, debba ripiegare sulla Basileia orientale.
*Professore, dunque, le critiche filoniane di Legatio ad Gaium sono solo in relazione alla diversità di applicazione circa la sovranità divina, fatta da Caligola nella struttura dell’impero romano e non contro la neooteropoiia?
Marco, è evidente che l’oniade, alessandrino, avendo visto le conseguenze del principato caligoliano nel pogrom giudaico di Alessandria del 38 d.C., nonostante l’acclamazione popolare e il plauso dei turannodidaskaloi Erode Agrippa e Antioco di Commagene, ora, dissenta dal sistema monarchico assoluto del puer optatissimus, che, comunque, ha il merito di aver riportato sulla terra l’età saturnia!
*Filone, nel De monarchia, ragiona forse come il profeta e giudice Samuele – che nomina malvolentieri Saul re e che è del tutto contrario alla monarchia, in quanto ha una concezione di stato aristocratica, senatoria, sacerdotale (cfr. J. De Fraine, L’aspect religieux de la royauté israelite, Roma, 1954) –.
Filone – vista la nuova situazione in Alessandria, in cui gli ebrei sono apolidi, in quanto hanno perso la cittadinanza romana/politeia, revocata dopo quasi novanta anni, e visto l’imprigionamento del fratello, l’alabarca Alessandro (cfr. Alabarca) accetta di essere capo ambasciatore per neutralizzare l’ambasceria greca, capitanata da Apione scrittore traduttore di Omero (cfr. in Apionem di Giuseppe Flavio, In difesa degli ebrei, a cura di Francesca Calabi, testo greco a fronte, Marsilio, 1993) e spera di vincere nel processo, davanti a Caligola e di mostrare come gli ebrei, essendo aristocratici, di classe sacerdotale, sono cives boni–politai agathoi, formanti una categoria di philosophoi da secoli.
*Professore, Apione accusa in modo preciso, ricordando le antiche dicerie antiebraiche:
a. l’origine egiziana degli ebrei e sembra poter portare prove dirette in quanto scrittore esegeta di Omero e storico dell’Egitto, conoscitore di Manetone;
b. la loro cacciata dall’Egitto in quanto lebbrosi;
c. la loro ostilità verso tutti gli altri popoli ed aggiungendone altre, note agli alessandrini pagani greci, conviventi coi giudei;
d. gli omicidi rituali;
e. l’adorazione di animali nel Tempio;
f. la volontà di separazione/ ameicsia dagli altri), dato il prescrittivismo legalistico (613 prescrizioni!) che limitava il loro sistema di vita nel lavoro, nelle pratiche quotidiane e perfino nel cibo e che impediva l’accesso ai thiasioi/danze e processioni in onore degli dei e alle summoriai/riunioni con incarichi di leitourgiai/servizi per lo stato come choregia, gumnasarchia, trihrarchia, ecc..
Marco, tu vuoi dire che Apione aveva capi di accusa tali da schiacciare gli ebrei filotiberiani specie ora che non erano cives e che avevano subito una carneficina ad opera di Avillio Flacco (cfr. Una strage di ebrei in epoca caligoliana, eBook, San Paolo Store) – che aveva imposto la proskuneesis all’imperatore e alla Dea Pantea/Drusilla, ed aveva sequestrato i loro beni, le trapezai/banche, emporia/supermercati, i cantieri navali, bloccato il commercio, rovinato le loro imprese – : Apione conosceva bene egli ebrei che, avendo un solo padrone e Dio, non potevano fare né sacrifici né lustrationes mediante turiboli, a statue di uomini mortali!
*Professore, questo io ho capito leggendo Caligola il sublime (II ed. KDP, maggio 2025). Non è così?
Certo. Apione conosceva il sistema ambiguo degli ebrei di sacrificare per Roma e per l’imperatore, che era operazione fatta al tempio di Gerusalemme, ma era un sacrificio a JHWH in favore dell’imperatore, non a Caligola/ Dio, secondo il rituale stabilito dall’imperatore per tutti i cives! Inoltre sapeva che l’ebreo onorava l’imperatore, ma lo poteva chiamare coi soliti titoli di kurios, sebastos e basileus non con quello di despoths/sovrano assoluto, secondo l’etichetta richiesta da Caligola, un mortale!
*Dunque, posso dire che l’imperatore conosceva il sistema di adorazione, imperfetto degli ebrei, avendolo saputo dalle relazioni di Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, che aveva scritto Upomnhmata/Memorie?
Si, certo. Non solo Vitellio, ma anche Ponzio Pilato e perfino Erode Antipa ed Erode Agrippa avevano mostrato la deferenza religiosa ebraica sui generis, ma imperfetta per Caligola. Specie quando al ritorno del dux vincitore, l’imperatore lo aveva costretto a fare l’orientale proskunhsis, davanti ai patres e al popolo per dare un esempio a tutti i cives della nuova moda ora vigente anche a Roma, a corte: Lucio Vitellio divenne il più bravo cortigiano e fece carriera anche con Claudio, tanto da fungere da magistrato supremo a Roma, durante l’assenza britannica dell’imperatore, a dimostrazione che Gaio Cesare era il pastore unico dell’ecumene e che tutti gli altri, in quanto sudditi, erano gregge.
*Lei ha scritto che su Caligola e sui circa 46 suoi mesi di regno, dal 18 marzo 37 d.C. al 24 gennaio 41 d.C., si hanno notizie da molti storici, che ne hanno tramandato la vita, in modo contraddittorio, palesemente contraffatta, volutamente esagerata, come esempio di eccesso, di stravaganza e di pazzia.
Marco, io ho cercato di capire le cause, che hanno determinato una tale biografia mostruosa, ed ho scoperto che viene usato un tale sistema operativo non solo per Caligola, ma anche per Nerone e, in misura minore, per gli altri imperatori della domus Giulio-claudia, poi anche che per Domiziano, per Commodo, Caracalla, Eliogabalo e Alessandro Severo, Decio, Valeriano e Gallieno, oltre a Claudio II il gotico e ad Aureliano, fino a Diocleziano e alla figura del Tetrarca divina, sovrani che avevano in comune un gruppo sacerdotale che officiava all’imperatore–Dio, che era Pontifex maximus, che presiedeva a tutti i culti, compreso il proprio ed esigeva il culto di latria imperiale in nome di Roma/dea. Si conclude, perciò, che bersaglio della storia da una parte sia stata la casata, che ha fondato il principato, specialmente Cesare, Augusto, Caligola, Claudio e Nerone, che, in modo diverso, hanno incarnato una tipologia di principe, odioso ai cives, ai repubblicani, la cui ideologia dello stato era opposta a quella della monarchia e, da un’altra, l’ideologia divina dell’imperatore, pastore di popoli, unica legge vivente.
*Professore, questo è chiaro già col passaggio dalla dittatura cesariana al principato (dopo le convulse lotte per la successione dei triumviri) e dal principato illuminato augusteo (tramite forme intermedie e teurgiche tiberiane) alla monarchia assoluta con ektheosis caligoliana, ed infine, da questa (dopo il periodo di Claudio, moderato, di transizione) ad una nuova impostazione teocratica imperiale, propagandata con tutti i mezzi di diffusione della cultura ellenistica, che sottende una fortissima opposizione repubblicana trascurata- non ben rilevata da noi posteri, impressionati dalla pax augustea e dalla iustitia romana, ingannati dagli storici, condizionati dall’ideologia dominante ed infine dai christianoi, apologisti e padri della chiesa che, in sede alessandrina, deificano come Figlio di Dio, Iesous Christos Kurios -.
Marco, non è proprio chiaro, ma si può scoprire l’inganno degli storici, che, repubblicani, per utile personale, fanno upourgia-omaggio servile, servendo il principe, e vivendo a corte, minimizzano i complotti e le congiure, esaltano l’età augustea facendone l’exemplum del periodo felice di Roma, dopo le tante lotte fratricide del I secolo a.C., approdata alla concordia, alla pacificazione generale degli ordines, protetta dalla costituzione del principato: Il fare storia ora risulta impegno nella falsificazione della realtà, ovattata, cortigiana, ordinata e prona alla volontà di chi comanda, che paga ogni scriptorium, concedendo anche cariche pubbliche alla persona che mostra di essere maggiormente fedele all’imperatore-pontefice massimo!
*Gli storici hanno tramandato, dunque, falsamente un’età dell’oro, una nuova era di Saturno, quando, invece, dal 27 a.C. al 68 d.C., c’è un clima di repressione della libertà repubblicana, inaudito, con soppressione dei diritti umani e civili, eredità di una perfetta costituzione mista, tanto decantata da Polibio come miracolo politico!
Il personaggio di Caligola è così negativamente costruito dagli storici perché è quello che riassume le tante contraddizioni della casata imperiale e i tanti odi repubblicani, concentrati nell’opposizione all’ideologia del monarca, teso alla neooteropoiia (novitas politica) ed alla ektheosis (divinizzazione), in senso ecumenico, non più quiritario ed occidentale, secondo apotheosis, post mortem, della tradizione latina occidentale: Caligola diventa il punto più debole della catena imperiale, perché la straordinarietà della sua inventio, grazie alla sublimità di mente, non percorribile, data anche la novitas costituzionale, dalle casate regnanti successive, flavie ed antonine, autorizza motteggi, satire, scherni, ogni forma di dileggio a causa della incomprensibilità ed incomunicabilità della sua azione politica, d’altra parte, troppo breve, per essere chiara e lineare.
*Professore, l’opera di Caligola, però, diventa nodale ad ogni cambio di dinastia regnante, costretta a cercare vie nuove, diverse, comunque, dall’assolutismo giulio-claudio, naufragato con la morte di Nerone a quello flavio e a quello antonino! La divinizzazione di Caligola diventa perfino esempio da imitare per il didaskaleion alessandrino nel corso della creazione dell’ideologia dell’unità e trinità divina,alla fine del II secolo!
Caligola e Nerone sono, comunque, i due imperatori, che più sono stati tartassati e sfruttati per denigrare il loro operato e quello della famiglia giulio-Claudia, e, quindi, vilipesi ed ignominiosamente insultati, divenuti oggetto di un quasi (c’è qualche dissenso militare!) totale disprezzo e di un immenso odio, a dimostrazione della grave frattura, operatasi tra Res publica e Principato, nel momento augusteo e della immensa sofferenza, subita dai cives, ridotti a sudditi, e dai patres costretti ad essere clientes, a servire, di fatto, un imperatore-dio, secondo il modello della Basileia ellenistica. A distanza di secoli, noi non riusciamo a capire il grave trauma di quattro o cinque generazioni di uomini, specie aristocratici, sradicati dal loro sistema secolare repubblicano e costretti ad essere soggetti, alla pari di tutti gli altri cives, da una famiglia che, in nome delle sue imprese militari e dei meriti personali di Cesare e di Ottaviano, di Druso, di Tiberio e di Germanico, aveva rotto la costituzione repubblicana e l’aveva sostituita con un regime assolutistico, sfruttando l’elemento popolare e l’esercito, servendosi di un apparato religioso, rinnovato.
*Professore, né Cesare, né Augusto, né Tiberio regnarono sicuri: le congiure si susseguirono e segnarono le loro vite, come quelle di Caligola, di Claudio e di Nerone: nessun uomo accetta la supremazia di un altro, se non costretto dalla forza; nessuno riconosce l’altro come superiore, finge soltanto, se vinto dal beneficio personale e dall’interesse privato. L’opera storica di Tito Livio, di Nicola di Damasco e di Dionigi di Alicarnasso, non ci sono del tutto tramandate, in modo tale da far capire il loro effettivo pensiero nei riguardi di Ottaviano, la cui enigmatica figura è stata più esaltata che valutata e studiata dalla storiografia posteriore alla domus giulio-claudia, concorde perché fondatore dell’impero e, quindi, utile alle dinastie successive per la giustificazione del potere.
Marco, la letteratura cortigiana augustea ha gravi demeriti, proprio nel cantare il principe e nel presentare l’epoca in modo idilliaco, tanto da far pensare ai cristiani che Dio abbia voluto far nascere il proprio figlio nell’epoca di Augusto considerata pienezza dei tempi. Virgilio, Orazio, Livio che esaltarono le imprese ed elogiarono il principato come perfetto strumento di costituzione, accettato da tutti, nobili, cavalieri, popolo, esercito in nome di una pax universale e di una iustitia nuova, assicurata dal dominus, coprirono la voce di tanti che, essendo all’opposizione, furono condannati a morte. Tra i tanti, le cui opere, censurate, bruciate, non furono tramandate ci sono, però, alcuni che hanno scritto in modo da non farsi scoprire e, perciò, sono stati tramandati perché letti come filoimperiali, o per lo meno, non nocivi alla ideologia imperante.
*Il suo lavoro, quindi, professore, è stato quello di scovare uomini che hanno in sé contraddizioni dovute alla propria formazione, come Filone e Seneca che sono due scrittori, letterati, che hanno, da una parte, collaborato con il principato e, da un’altra, sono fermamente convinti della validità della res publica, ma ambiguamente si sono comportati e ci hanno lasciato, in modo equivoco, opere in cui falsità e verità sono così mescolate, che è difficile dipanare la matassa della storia, in modo regolare e coerente.
Marco, noi stiamo parlando di autori, di prima generazione, che hanno tramandato la vita ed opera di Caligola e dei giulio-claudi, in modo ambiguo, avendo scritto una storia, in relazione al loro tipico mondo sociale e culturale, ma ci sono anche autori, di seconda generazione, Giuseppe Flavio, Plinio il Vecchio, Svetonio e Tacito, che hanno scritto, in epoca flavia o flavio-antonina, seguendo altri, che già avevano mostrato il loro pensiero, come oppositori al sistema, radiati dal regime, oppure come storici, testimoni dei fatti, non coinvolti direttamente dalla repressione imperiale, ancora circolanti a distanza di tempo. Sappi, inoltre, che di altri, che potevano essere informati, oltre a Tacito, che è stato tagliato in molti punti, a Plinio il Vecchio, storico, oscurato, non ci sono arrivati testi: Lucio Vitellio (Upomnhmata) Claudio, imperatore (De vita sua), Agrippina Minor (Le Memorie), Cremuzio Cordo (Annales) non hanno avuto la fortuna di far sentire la loro voce, specie l’ultimo, che trattava del tramonto delle istituzioni repubblicane e polemizzava contro il principato augusteo e tiberiano e, perciò, era stato, in epoca tiberiana, requisito e bruciato, per riapparire in quella caligoliana, per qualche mese, per, poi, scomparire per sempre. Di epoca severiana è Dione Cassio, che ha informazioni ormai collaudate e stabilizzate secondo ottiche antigiulie, derivate da autori dell’epoca flavia ed antonina. Gli storici cristiani (specie Eusebio, Girolamo, Orosio) sono, invece, del tutto inattendibili, perché sono informati da fonti giudaiche e riferiscono notizie già manipolate: essi, perciò, da noi non sono, di norma, consultati o superficialmente tenuti presenti. Le notizie giudaiche, inoltre, sono di parte, cioè di nemici, che, da anni, combattono contro l’impero romano: i giudei ellenisti, come Filone di Alessandria, sono amici infidi, come gli erodiani e i sadducei – che hanno bisogno di potere per i loro commerci, ma favoriscono di nascosto i nemici della romanitas, loro confratelli, aramaici, congiunti con i giudei di Parthia – o quelli palestinesi, come Flavio, che sono nemici, prevenuti per zelo religioso, etimologicamente perfidi (troppo pii), in quanto integralisti!
*Mi può precisare la non reale storicità di Seneca, filosofo di cultura ebraica, didaskalos più alessandrino che occidentale, graziato da Caligola, esiliato da Claudio, e poi richiamato per servire il principato come maestro degli eredi al trono, come letterato moderato teso a formare un civis –, quasi fosse cristianizzato da un Paulus – destinato a morte sotto Nerone perché coinvolto nella congiura die Pisoni?
Marco, Seneca è un caso a sé, in quanto uomo che sintetizza l’infido sistema cortigiano dell’epoca giulio-claudia. Egli, discepolo di Sozione di Alessandria (neoplatonico e neopitagorico) e di Attalo di Pergamo (citato in molte Lettere a Lucilio, 9,7; 63, 51 ecc.) stoico, di Papirio Fabiano, scettico e stoico, (De brevitate vitae, 10,1), considerata la sua formazione sincretistica ad Alessandria, nel periodo di oltre 15 anni, in cui rimane al seguito di suo zio, G. Galerio, governatore tiberiano di Egitto fino al 31 d.C., è un filotiberiano, in quanto Tiberio sconfessa aristocraticamente l’operato divino di Cesare e di Ottaviano, teatranti duces vittoriosi, convinto che anche il principe è uomo, mortale, e che non ha niente di divino, se non l’alonatura popolare, secondo la pagata propaganda letteraria retorica! A causa delle connessioni dello zio con Elio Seiano, Seneca è costretto a subire a Roma, dal 32 d.C. al 37 d.C., la reazione di Tiberio, contro il senato o contro i cavalieri, accusati di lesa maestà, in relazione alla partecipazione diretta o indiretta alla congiura del pretoriano. Perciò, Seneca, a Roma, si schiera per la successione tra i due coeredi (Caligola sostenuto dal partito Giulio e Tiberio Gemello da quello Claudio), a favore del secondo. Egli seguiva la via più facile, come avevano fatto tanti, come aveva fatto il nuovo governatore di Egitto, Avillio Flacco, (Filone, In Flaccum) fautore del nipote diretto di Tiberio ed oppositore di Gaio Caligola, che era favorito, invece, dal popolo e dall’esercito, memore della figura e delle imprese del padre Germanico (Svetonio, Caligola, I-VI, XIII).
*Da qui, allora, deriva la volontà di Caligola, dopo la sua elezione, di ucciderlo, non per il discorso ornato, fatto in senato, documentato da Dione Cassio, ma per l’ostilità alla sua elezione (Storia Romana, LIX, 19, 7-8)!
Marco, sappi che Seneca, amante di Giulia Livilla, sorella dell’imperatore, moglie di Marco Vinicio, è bollato nella sua arte, fumosa e sabbiosa, aerea, ma è risparmiato da Caligola grazie ad un intervento femminile, rilevante la precaria salute del filosofo mentre, poi, sarà condannato all’esilio in Corsica da Claudio, sul quale si rifarà indecorosamente, alla sua morte, con l’Apokolokyntosis, anche se richiamato nel 49 d.C. grazie ad Agrippina, altra sorella di Caligola, considerata, in seguito, da Dione Cassio, sua amante (Ibidem, LXI 10, 1), che lo nomina nel 49 d.C. precettore diDomizio Nerone, suo figlio.
*È vero che Seneca, governando l’impero, sotto Nerone puer-meirachion, fa una politica ambigua, pensando molto al proprio “particulare”?
E’ così. Alla sua morte, lascia un patrimonio immenso di oltre 300.000.000 di sesterzi (ousian eptakischilion kai pentakosion muriadon), 500 tori di cedro, con piedi di avorio, tutti eguali, (pentakosious tripodas kitrinou csulou elephantopodas isous kai omoious) ed infiniti oggetti di valore, confiscati nella sua casa romana e nelle ville (Dione Cassio, St. Rom., LXI, 10, 3), a testimonianza reale della sua morale…giudaica!
*Un Seneca moralis esemplare?
Marco, secondo Dione, Seneca era come un prete: diceva un cosa e ne faceva un’altra! Aveva predicato povertà e rimproverato i ricchi; aveva predicato la castità, mentre nutriva passione per ragazzi, non più tanto giovani; puntava il dito contro la tirannide ed era al servizio, come maestro, di un tiranno; parlava male dei collaboratori imperiali, mentre lui partecipava alla vita di corte (Ibidem) e, per di più, nel periodo dell’esilio in Corsica, non era stato dignitoso, ma era stato sfacciato adulatore di Polibio, ministerialis, a cui aveva dedicato una Consolatio, perché intercedesse per lui presso Claudio! Seneca, nel corso della sua azione politica, è sempre ambiguo, ma specie in occasione della rivolta della Britannia nel 61d.C. (Ibidem, LXII, 2), raggiunge il massimo della ambiguità, dimostrando chiaramente il suo modo di operare: è un retore, figlio di retore, retore per tutta la vita, che si copre di filosofia stoica, per una moralis civilis: Dione, seguendo forse la fonte storica di Plinio il Vecchio, afferma che Seneca, mentre mette sotto accusa le tirannidi, esercita il ruolo di maestro di tirannia/Turannodidaskalos (Ibidem, LXI,10, 2).
*Cosa si può fare con Caligola nomos empsuchos/legge vivente?
Davanti ad un despoths che dice di saper leggere l’animo umano, fissando il suo sguardo divino sull’altro, che è tremante davanti a lui, tutti, di qualsiasi classe sociale, sono terrorizzati! Il re Erode Agrippa, suo amico e maestro, malato di cuore, sviene, incapace di perorare la causa ebraica e chiedere la revoca del decreto di porre nel Sancta sanctorum-Debir la sua statua, il colosso; Filone, contestatore della sua proclamata divinità, in Monarchia II gli mostra i difetti dell’humanitas terrena, in una visione soprannaturale e sacerdotale ebraica, ma, nel processo non ha scampo, se non nella retorica e in sibilline frasi brevi ed è un perdente causa, costretto ad andarsene sconsolato, convinto del naufragio del giudaismo. E Seneca, pur salvo grazie alla sua salute malferma, resta in attesa di una grazia imperiale, come l’ebreo di un miracolo di Jhwh Padre misericordioso! Caligola impone una lealtà comportamentale alla nobiltà senatoria, annullando il rapporto col senato (dove Seneca ha fatto capolino da poco), a favore dei ministeriales, che sono abili economisti, liberti della sua famiglia, modesti, fidati, contenti del poco, non superbi, non infidi ed avidi come i senatori. Egli fa una tassazione capillare, indistintamente per tutti, una politica rivoluzionaria, inconcepibile per un ben pensante di stampo senatorio, ispano, condizionato dalla cultura giudaico-ellenistica: quindi, essendo contrario al partito dell’imperatore, avendo subìto la sua elezione, è, comunque, un senatore ostile alla politica caligoliana. Come scrittore Seneca è divorato da odio e livore, inconfessato contro Caligola e contro la famiglia giulio-claudia, anche se, grazie ad essa, si è arricchito enormemente ed ha avuto gloria ed onori, lui coi suoi fratelli (Lucio Anneo Novato Gallione e Lucio Anneo Mela), come già suo padre! Egli è uomo di parte e, come tale, ha creato, da scrittore tragico, il mito del Tiranno e quello della Clemenza: egli, con il teatro, ha mostrato la tematica del regno, evidenziando gli orrori, che dilaniano il Palazzo, e ha dato suggerimenti per lenirli, con comportamenti paternalistici, in senso razionale. Egli, da filosofo, riprendeva Platone (Repubblica, 563 d-69; 575 d-79), Senofonte (Ierone), Aristotele (Politica, 3, 4; 4, 1; 11, 8 ecc.) e soprattutto Cicerone (Repubblica, 2, 25-27; 3, 31; 1, 33, 42; De officiis, 2, 33; 3, 59) sul tiranno e sulla tirannide.
*Non capisco come abbia potuto scrivere così ed agire in modo opposto. Non dovrebbe essere stato facile vivere così in tempo caligoliano, con tante spie intorno e, poi, stare a corte sotto Claudio e Nerone.
Per me, l’opera di Seneca è un rebus, se letto nel suo contesto: interpretato poi cristianamente è un altro discorso, specie, se si considera che a lungo rimane al potere e che riesce a salvarsi da vari processi, specie quello del 58 d.C. (Dione Cassio, Storia Romana, LXI, 10, 1): per Seneca il sommo potere è emblema della Fortuna stessa, che, però, ha valore positivo e negativo in quanto può innalzare o abbattere i potenti, per cui è bene rilevare il bonum fortuitum nella sua essenza illusoria e precaria! Comunque, per lui, in ogni caso, conviene la clemenza, cioè un’amministrazione oculata per evitare la spirale tirannica, che fa precipitare gli eventi, sollecitando il popolo all’uccisione del tiranno. Egli sa mostrare la disumanità del tiranno, che, malvagio per la stessa natura del regno, è figura centrale nelle sue tragedie, in antitesi con la metriotes o modus del consigliere, amante di Agrippina minor: le due figure oppositive risultano, però, due facce di una stessa tragedia umana, come forme naturali, male e bene, forze operative nel Kosmos! Seneca, che aveva conosciuto il potere di cinque imperatori giulio-claudi ed aveva compreso la schiavitù di Roma popolare, la fine della nobilitase la licenza del potere del vincitore cesareo, nota con dolore, orrore e nausea, il malessere del suddito e il male assoluto del potere (cfr. Hercules Furens, 331-350 e, specificamente, il personaggio di Lico, in tutto simile a Elio Seiano, e quello di Megara, comparata con Claudia Livilla, vedova di Druso di Tiberio, amante del pretoriano).
*Professore, posso dire che Seneca vede che il potere è nefas/miasma, in quanto ha sovvertito ogni norma etica, poiché nel palatium c’è la mercificazione fraudolenta di ogni bonum e perché in esso manca ogni valore umano? Posso dire cristianamente che l’uomo ieri come oggi non muta la sua natura?
Marco, lascia stare ieri ed oggi, pensa solo che il potere imperiale per Filone e per Seneca si stabilisce sulla terra come un nuovo ordine infernale: Regnum è tipico di Plutone (cfr. Hercules furens, 511, 1260, 316-7; Troiane, 566-7; Fenicie, 297; 318-19 ; Medea, 20; Agamennone, 996). Anzi in Edipo c’è perfino l’affermazione che solo la morte strappa l’innocente alla fortuna (349), in quanto il potere seduce, ma contemporaneamente, essendo licenzioso e dimentico del suo scopo di favorire la felicità umana, ne è, invece, diventato il nemico! per i due filosofi, ebreo-alessandrino e romano-ipsanico Caligola è visto furens, emblema del tiranno diabolico e raffinato nel fare il male assoluto, che compie ogni azione cattiva perché ha diritto alla crudeltà: come tiranno che trae piacere dal male è amorale, superomistico, ben relazionato con la figura stessa di Lico e con quella di Nerone (cfr. Ottavia)!
*Professore, secondo me, Seneca, col suo teatro e con la sua cupa atmosfera tragica, stravolge perfino la comunicazione e i termini stessi del linguaggio umano, usando ambiguità e confusione in quanto è un asservito al potere: egli a questo deve soggiacere, anche se di questo vuole rompere la struttura tirannica.
Amico mio, Seneca ha evidenziato con le tragedie come ogni potere grondi sangue, in quanto la tirannia si esercita solo col delitto, mediante la spada sguainata (strictus ensis – cfr. Hercules furens, 343 -), per cui il male assoluto è la domus augusta, dove si organizzano e si perpetrano sciagure e delitti. Da qui la distruzione dei valori primari della famiglia, in relazione con i miti della cultura arcaica, trasferiti a Roma nel Palatium e il sovvertimento delle norme legali di convivenza politica, per cui si innesca un processo ciclico e criminale di sangue. La famiglia Giulio-claudia ha in se stessa il male: esso è nel suo sangue, nelle sue origini stesse divine. Infatti, per Seneca, la domus augusta è espressione del Kosmos: domus augusta e Kosmos formano un’unità: se essa rovina sconvolge il mondo umano e l’universo stesso! Segue, infatti, ad ogni colpa imperiale il prodigio, come oscuramento del sole o precipitare delle costellazioni dello zodiaco, come segno di un turbamento cosmico in un rilievo della stretta connessione tra casa regnante e cielo (sole ed astri in genere). Non per nulla c’è dal periodo di Tiberio la tensione a celebrare l’imperatore come sole e l’impero come kosmos.
*Quindi, professore, ad ogni disordine nel palatium si avverte in natura un simile fenomeno, di cui l’ordo dei sacerdoti, dei flamini, degli auguri garantisce una lettura, sulla base di una ricerca dei signa perturbatori, al fine di un riequilibrio, voluto dai numina?
Seneca, immettendo il mito arcaico, pervertito, come per mostrare la perversione dei nuovi dei, quelli della domus augusta, simili ai tantalidi, simili a Ercole, simili ai troiani, ne rileva anche il loro miasma (contaminazione) e, quindi, l’oscura maledizione è sottesa ad ogni potere: Seneca è filoniano, seguace dl un sacerdote terapeuta alessandrino, che ha commentato la Bibbia e ha visto la fine stessa della megalòpolis e del kosmos, uomo che attende la parousia del signore! Questa visione negativa della famiglia augusta e del mondo comporta, quindi, la presenza delle furie nel teatro, uniche divinità agenti nel deserto del divino: Seneca esamina, dolente, e rappresenta l’uomo che geme sotto le forze caotiche dell’inferno, anche se mostra che nel palatium c’è un inferno peggiore dell’inferno (Hercules Furens, 91; Agamennone, 11; Tieste, 473).
* Professore, Le Furie sono la massima rappresentazione del male romano giulio-claudio e, quindi, la massima affermazione del caos e dell’impotenza umana: esse, figlie della notte, sorveglianti l’entrata infernale, sono guardiane delle case degli uomini, che assistono alla crisi delle famiglie, alla rovina di padri, di madri, di figli e dei loro matrimoni. Non è così?
Certo. I loro capelli, intrecciati di serpenti, simboleggiano l’intrigo del male nelle vicende familiari, politiche e sociali e le loro mani, bagnate di sangue, armate di fiaccole, simboleggiano la distruzione, mentre il volto pallido ed esangue evidenzia il loro disgusto esecutivo, mediante la vendetta, che è l’ultimo argine di un diritto di custodia, di cui sono garanti, in quanto perseguitano gli omicidi, facendo impazzire i colpevoli. Le furie, in Seneca, diventano- essendo mediatrici fra terra ed inferno- espressione dei dubbi e delle insicurezze e delle convulsioni di ogni tiranno, che precipita nel male della pazzia e contemporaneamente spettrale ed allucinante teatralizzazione del mondo imperiale e romano della decadenza, rappresentato in sogni spaventosi notturni.
*Professore, insomma, Seneca mostrando la fine dell’Olimpo e delle forze apollinee, rileva le convulsioni di un lento e progressivo morire dello stato romano, devastato dalla brutalità del princeps: l’esperienza vissuta sotto Caligola è alla base del teatro di Seneca. Dico bene?
Secondo noi, Seneca teatrale è corresponsabile insieme ad altri storici che, operando male, inventano il mito della pazzia di Caligola, insieme a Filone di Legatio ad Gaium (cfr. Incitato, il cavallo di Caligola) mentre la sua stessa testimonianza su Caligola deve essere selezionata e studiata, in relazione al momento specifico storico!
* Per lei, quindi, anche Svetonio è da leggere con attenzione: la sua storia aneddotica può dare una visione distorta della realtà romana?
Diciamo per prima cosa che Svetonio non è uno storico vero, ma un erudito che cerca nelle notizie, in epoca flavia, ciò che trova negli archivi e fa scalpore e suscita eccitazione nel suo tempo: più i fatti sono paradossali e più sono raccontati secondo retorica e più attirano il pubblico con la novità e la bizzarria!
Quindi, diciamo per seconda cosa che le sue notizie sulla figura di Caligola matto di mente e sulla sua salute sia mentale che fisica, sulla presunta epilessia, sui ventilati ritiri de purgando cerebro e sul medicamento amoroso che lo volge a furore (Caligola, L), sono solo affermazioni, staccate dal contesto storico e culturale, che fanno cassetta e sono ben accolte dalla corte flavia ed antonina, antagoniste di quella giulio-claudia?!
*Svetonio non è attendibile?
Marco, la storia svetoniana di Caligola è un affastellamento di varie notizie, senza ordine logico, un continuum, tenuto insieme solo dalla volontà di stupire e di eccitare i lettori: la sua veritas non rileva una vita di un imperatore, ma nemmeno di un uomo: Svetonio parla di un mostro, che regge un impero di 3.300.000. km quadrati, con oltre 50.000.000 di abitanti (gallo-ispanici, celti, germanici, sarmati, illirici dalmati, italici, greci epiroti, traci asiani, cappadoci, siriaci, giudei, celesiri, fenici, egizi, cirenaici, afri, ecc.) che sono felici di avere il figlio di Germanico come despoths, uno che unisce Occidente ed Oriente e che sta facendo un solo popolo di tanti genti!
* Svetonio è, dunque, filoniano nel suo cambio di registro?
Non so se conosce il testo filoniano, ma è certo che, dopo due generazioni e il cambio di dinastia imperiale, già la figura di Caligola è esecrata. Un fatto è certo. Tutti i cives sono in lacrime, fanno sacrifici, pregano per la salute di Gaio, malato, convinti che solo in lui c’è salvezza per il mondo romano, che, conosciuta la notizia della guarigione, esplode in canti, danze e feste! Testimone è Filone che poi cambia registro, facendo palinoodia/ritrattazione, vedendo il male assoluto in chi prima era puer portatore di kronikos bios sulla terra, facendo un’operazione antitetica contrastiva retorica!
*Professore, anche Tacito è dello stesso parere degli altri?
Marco, bisogna vedere tutta la sua opera e seguirla bene, ma… abbiamo il testo corrotto, frammentario in alcune parti (cfr. Il buco storico). Tacito, inoltre ha un altro modo di fare storia, con cui avrebbe potuto mostrarci il regnum e la vita dell’imperatore Caligola, ma, in effetti, risulta simile agli altri, retorico, in quanto dà solo un parziale giudizio di Caligola, definito uomo di mente ottenebrata: la sua valutazione, complessiva, comunque, non si conosce bene per il buco storico esistente nella sua opera, proprio durante il regno caligoliano!
* Professore, allora, bisogna fidarsi per la storia su Caligola, di Dione Cassio nell’epoca Severiana, che, mostrandolo come uomo che ha smarrito la ragione, lo rifiuta come sovrano fondatore di uno stato assoluto, e fa la scelta del paradigma di Augusto, ormai consacrato ed alonata da una secolare tradizione.
Marco, devi, però, tenere presente che Dione è condizionato dagli storici precedenti e dal giudizio tipico della sua epoca sul sistema giulio-claudio imperiale assolutistico, legato alla concezione teatrale senecana e alla visione illuministica, positiva severiana, siriaca, segnata da un’angolazione generale antigiulia ed anticaligoliana, tipica di Filone ebreo che, sulla base di una malattia non ben precisata (Legatio ad Gaium, 22) aveva scritto: “…non passò molto tempo e l’uomo, che era stato considerato salvatore e benefattore, colui che avrebbe fatto piovere nuove fonti di benessere sull’Asia e sull’Europa per assicurare a ciascuno privatamente e a tutti pubblicamente una felicità imperitura … si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera…”. *Quindi, professore, per lei, Dione Cassio, partendo dalla pazzia e seguendo Filone e Svetonio che aveva diviso il principato in due parti (la prima, costituita da 21 capitoli su Caligola imperatore e la seconda su Caligola mostro, a seguito di una grave malattia – Caligola, XXII -) conoscendo anche la distinzione di Flavio (Antichità Giudaiche, XVIII, 256), del breve regno caligoliano in due sezioni, ( la prima, quella anteriore alla malattia, e la seconda quella posteriore) necessariamente scarta il figlio di Germanico e dà per i Severi, come esemplare modello, la figura di Augusto.
Marco, Dione Cassio non ha alternativa in Storia Romana, LVIII, 3, 1, se segue la fonte giudaica di Filone e di Flavio basata sulla pazzia di un uomo, che, padrone del mondo, fortunato erede di Tiberio, cambiati vita e costumi, si ammala e diventa da ottimo principe spietato carnefice per gli ebrei, destinato a morte da Dio, che compie la sua vendetta come attuazione della pronoia, punendo il persecutore e liberando i giudei dal male, dopo aver fatto pagare anche a loro la pena dei loro peccati/amarteemata (Filone, Legatio ad Gaium, 14, 22, 42, 59, 63, 66-73; Flavio, Ant. Giud., XVIII, 256). Anzi, per Filone, tutto comincia dopo la malattia, i cui segni potrebbero far pensare a forme di ipertiroidismo o di forme di epilessia, correlata con quella di Cesare e di altri elementi giuli ( tre figli muoiono presto ad Agrippina e Claudio potrebbe essere epilettico o spastico, o poliomelitico)! Per Svetonio (Caligola,V) la sua salute e mentale e fisica non fu salda (Valitudo neque corporis neque animi constitit); da bambino fu soggetto ad una malattia epilettica (Puer comitiali morbo vexatus) e da giovinetto era abbastanza resistente alle fatiche, ma, a volte, sentendosi mancare improvvisamente, non riusciva a camminare e nemmeno a stare in piedi, e a stento poteva ritornare in sé e reggersi. Lo storico aggiunge per quanto riguarda lo stato mentale: lui stesso si era accorto del suo disordine mentale, tanto che pensò spesso di ritirarsi e di curare il proprio cervello (mentis valetudinem et ipse senserat ac subinde de secessu deque purgando cerebro cogitavit), ma si contraddice perché mai, poi, ci informa di questa volontà di ritiro e di segregazione, mentre, invece, ci parla dei motivi (più fisici che mentali), per cui viene escluso dalla successione Claudio da Augusto e da Tiberio. Insomma su questa malattia si ricama: infatti Flavio (Ant.Giud., XIX,193) e Giovenale (Satira, VI, 615-617) indicano ambedue Caligola come persona malata per un poculum amatorium (intruglio afrodisiaco) di Milonia Cesonia, la moglie, confermato anche da Svetonio (Ibidem, 50). Comunque, sulla malattia e neanche sulle sue cause c’è accordo, ma dopo la malattia tutti, abbastanza concordemente, parlano della pazzia di Gaio.
* Professore, lei ha lavorato su questo periodo per decenni e perciò, avendo operato sulla storia giulio-claudia con acribia (ne è fedele testimonianza Giudaismo romano I, Giudaismo romano II) ha fatto una ricostruzione notevole dell’epoca romana, dei 118 anni, circa, di storia giulio-claudia – a cominciare da Giulio Cesare – specie su Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone), ed ha spiegato i motivi per cui i Giulio-claudi, e specie Caligola, non sono stati visti positivamente dalla critica del periodo flavio ed antonino, può meglio ancora precisare, facendo un punto situazionale tuzioristicamente probabile?
Marco, per me il motivo è il seguente: l’assolutismo giulio non può essere applicato dai flavi e tantomeno dagli antonini, che, però, cercano di arrivarci in altro modo: il comportamento di Domiziano, che chiude la famiglia Flavia, e quello di Commodo, ultimo della dinastia antonina, sono simili a quelli caligoliani e neroniani, e, perciò, deprecabili per gli storici. Ogni tiranno, o presunto tale, viene sempre bollato dagli storici, secondo uno schema fisso per tramandarne la memoria in modo offuscato: Elio Sparziano, autore di Storia Augusta, ce lo rivela dicendo, mentre parla della successione a Commodo, di Pertinace, di Pescennio Nigro, di Didio Giuliano e del periodo che precede il regno di Settimio Severo: primum, quae magna sunt in eorum honorem, ab scriptoribus depravantur; deinde, alia supprimuntur; postremo non magna diligentia in eorum genere ac vita requiretur, cum satis sit audaciam eorum et bellum, in quo victi fuerint, ac poenam proferre (primo, sono peggiorate le cose grandi che sono a loro onore; poi, sono soppresse le altre, infine si indagherà con non grande diligenza nel loro sistema di vita, poiché è sufficiente evidenziare la loro audacia, la guerra in cui furono sconfitti e la pena)!
*Per lei, Elio Sparziano è, dunque, la voce stessa degli storici precedenti, operanti sul tiranno?!
Noi, con questo studio, cerchiamo di fare storia e di mostrare quello che realmente ci risulta su Caligola e i Giulio-claudi: essi hanno dato molto all’impero romano, anche se lacerati dal dissidio tra il partito Giulio e quello Claudio, tipico di una lotta per la successione imperiale: gli imperatori di questa famiglia hanno creato un prototipo di monarchia, che è rimasto per sempre nella storia dell’uomo, quello caligoliano, tramandato da Filone alessandrino, tramite neoteroopoiia ed ektheoosis! Per secoli il nome Cesare ed Augusto sono stati emblema di regalità e di potere, anche sacerdotale, e lo saranno ancora per sempre, come abbiamo mostrato in Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2023. Caligola voleva l’unità dell’impero, che era nel simbolo imperiale, in lui stesso nomos empsuchos/legge vivente, Dio supremo celeste e terreno Zeus stesso, onnipotente, unico, incarnante la Nikh: ogni dittatore, Mussolini compreso, aspirò ad unificare il suo popolo; anche Hitler per la Germania volle l’unità, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale: lo slogan è ancora popolare ein Volk, ein Reich, ein Fuehrer/un popolo, un Regime, un Capo! Flavi e Antonini con i loro letterati devono combattere una mostruosa battaglia diplomatica e propagandistica, impossibile contro la grandiosità, eccezionalità e superiorità della famiglia giulio-claudia e contro il suo patrimonio culturale: ogni battaglia è persa! Solo la maldicenza ha qualche risultato: la deformazione della figura di Tiberio, l’invenzione della pazzia di Caligola, della seminfermità di Claudio, dell’istrionicità di Nerone, possono solo alleggerire la sconfitta del confronto! Solo Augusto è lasciato (quasi) immune da vizi, alonato nella sua grandezza, in quanto ritenuto fondatore dell’impero e, quindi, utile anche per i Flavi e per gli Antonini. La grandezza dei Giulio-Claudi rimane, tra l’altro, con la monumentalità delle loro opere: l’obelisco di Piazza S Pietro, ad esempio, è un regalo di Caligola, trasportato con navi speciali dall’Egitto negli Horti di Agrippina nella zona vaticana, uno dei tanti simboli della grandiosità inimitabile giulio-claudia.
*Professore, dopo oltre un secolo mezzo di chiacchiere su Caligola, valutato negativamente, nessuno storico lo poteva indicare come fondatore di uno Stato monarchico assoluto?
Marco, non era possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini provinciali ispanici, poi, ed infine dai Severi, provinciali afri! Bisogna, perciò, tener presente, oltretutto, che il soterismo di Vespasiano viene esaltato dopo il fatale 69 e che il principato dell’ottimo vale in relazione al dispotismo sovrano di Domiziano e che il potere dei Severi si basa sull’ordine militare ripristinato dopo il funesto 193 d.C., a seguito della morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di un peste iniziata nel 165, capace di mietere 20.000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di istituzioni monarchiche!
*La sola figura di Augusto rimane simbolo unico, degno di imitazione?
Si. Proprio così. Non per nulla Dione Cassio, che pur ha già narrato la peste in Storia romana (LII, 1-4) rievoca Ottaviano nel 29 a.C. – indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di deporre la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius – che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate sulla necessità di dare allo stato forma democratica o monarchica. Il primo propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento politico personalistico e per scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia, dando pratici suggerimenti! Dione, mostra, poi Ottaviano nel 27 a.C., che si presenta in senato, come in pratica faceva un dictator, al termine del suo mandato e si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica dalla tirannide di Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni, e grazie a Munazio Planco, che lo saluta come Sebastos/Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina! Dione Cassio riconosce dunque in Augusto il sovrano assoluto.
*Quindi, professore, Augustus diventa il punto fermo di riferimento con Caesar, espressione moderata di monarchia, per la dinastia dei Severi, che, con Settimio e Giulia Domna creano la nuova dinastia di stirpe divina, in senso augusteo.
Il modello augusteo- sebastico, sembra più conveniente ai letterati severiani, anche se i galla e i sacerdoti di Emesa propendono per un stato sovrano assolutistico siriaco, di tipo caligoliano (cfr. F. Altheim, Il dio invitto, Feltrinelli, 1960). Caligola, comunque, resta ancora vittima di una damnatio memoriae, non fatta dal suo successore, Claudio suo zio, ma ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida all’inizio del III secolo d.C., quando invece il breve regno di Gaio Cesare Germanico Caligola doveva essere exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus!), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato oltraggio alla memoria del Neos Sebastos-Novus Augustus (cfr. La morte di un Dio)! Il modello per Dione Cassio non può essere Caligola, per il negativo giudizio ebraico di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono quasi un biennio magico di benessere per l’impero e di eccezionale fortuna, anche se deridono, poi, l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras, avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini! Viene scelto Augusto, un vir fortunato, ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato, congiunto col militarismo di Cesare, e viene scartato l’exemplum di Tiberio, che, per natura aristocratica, tendeva a alla restitutio rei publicae! Così è andata la storia con i nomi di Augustus e Caesar, titoli divini per i tetrarchi dioclezianei, rimasti per sempre come segno di potere militare e politico- amministrativo.
*Retorica e teatro e religione vincono sempre, se non si fa luce vera secondo historia! La figura di Gaio Cesare Caligola è, davvero, quella del primo vero imperatore romano Augustus, mentre quella descritta da Filone e Flavio, ebrei cristianizzati, risulta contraddittoria e volutamente deturpata!