Per una lezione su Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

Alla morte di Cesare, Marco Antonio, console del 44 a.C., capo dei populares cesariani, vincitori, oppositore del senato, aspira all’eredità politica del dittatore, di cui è stato legatus/luogotenente, fedelissimo, quando, invece, gli viene imposto l’erede testamentario, G. Giulio Cesare Ottaviano, venuto da Apollonia con truppe cesariane, chiamato da Tullio Cicerone, princeps senatus, convinto di poter manovrare il diciannovenne giovane, malaticcio, biondino, sconosciuto, figlio di un nummularius/esattore di Velletri/Velitrae, città dei Volsci.

Il senato, accolto il giovane Giulio Cesare Ottaviano, figlio adottivo di Giulio Cesare – che ha fatto un colpo di stato coi milites del prozio, entrando in città, armato (cfr. L. Canfora, La prima marcia su Roma, Laterza, 2009) -, gli conferisce poteri di arruolare altro esercito e di muovere contro Antonio, insieme ai consoli del 43 a.C., Aulo Irzio e Vibio Pansa, contro i cesariani che assediano Mutina/Modena per aiutare Decimo Giunio Bruto Albino, cesaricida, governatore della Gallia Cisalpina, nominato beneficiario nel testamento del dittatore: è scoppiata una nuova guerra civile, che sottende anche tradimenti fra i vincitori, ora schierati su fronti opposti: Antonio e gli altri cesariani da una parte, ed Ottaviano, erede e pronipote di Cesare, da un’altra, alleato del senato con le truppe senatorie, vicine ad un cesaricida, ex legatus cesariano!

 

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Dunque, ci sono alleanze strane che, comunque, tengono politicamente, tanto che Ottaviano vince a Forum Gallorum le truppe cesariane, anche se muoiono i due consoli, in modo alquanto misterioso, in battaglia. 

 Il ritorno a Roma non è tranquillo e si risolve in un tumulto, a causa della richiesta di Consolato di Ottaviano, non accolta, data la giovane età, e per il fatto che il senato giudica hostis nemico Antonio e gli altri generali cesariani, compreso il piceno Ventidio Basso, che hanno la confisca di beni, su proposta di Tullio Cicerone. 

Avviene, allora, che si verifica una coalizione fra tre influenti figure politiche, militari di professione, che formano un nuovo triumvirato, essendo Ottaviano scontento di non aver ottenuto il consolato e essendo furibondi Marco Antonio ed Emilio Lepido per essere stati additati come hostes tra i cives.

Ora, dopo 27 anni dal primo, non si tratta di un triumvirato come patto segreto, privato tra tre uomini, ma di una volontà comune di spartizione del potere politico, di cives che scavalcano il senato, inficiano le cariche maggiori (censura, pretura consolato) e minori, con nomine personali, a breve durata, a mo’ di onorificenza: i tre, avendo potere militare, fanno un accordo per far cessare la guerra civile, dopo essersi liberato degli avversari politici con le proscrizioni e dopo aver incamerato i loro beni, per fare la spedizione orientale contro i cesaricidi e per creare una nuova magistratura riconosciuta dal Senato e dal popolo, che dànno loro il mandatum di riformare lo stato/Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate.

Essi, concordato il luogo dell’incontro, in un’isola sul Reno, vicino Bononia/Bologna, si accordano anche sulla durata della nuova magistratura fissata per cinque anni fino al 37 a.C., regolata dalla lex Titia, che assegna per ciascuno un’orbita, dove operare autonomamente (Antonio Oriente e parti della Gallia e Spagna; Ottaviano Italia e Gallia Cisalpina; Lepido. le Spagne ed Africa) – cfr. Angelo Filipponi, Erode basileus, in Giulio Erode, il filelleno, 6 volumi più 4 libri di Vita di Erode il grande, traduzione Antichità giudaiche XIV, XV, XVI, XVII, KDP, 2022 -.

I tre, pianificati i tempi di azione, fanno prima le loro vendette private e, poi, col denaro dei coscritti – sono migliaia! – ricavato dalla vendita dei beni, due, Antonio ed Ottaviano, si accingono alla partenza, mentre il terzo, Lepido, è destinato a rimanere a Roma: Cicerone è tra i primi coscritti da Antonio, eliminato a Formia, il 7 dicembre del 43, perché nemico personale, scrittore ed oratore di 14 Filippiche contro di lui!

Antonio ed Ottaviano, partiti da Brindisi, seguendo la via Egnatia (cfr. Egnatia) attraversano la Grecia ed arrivano fino all’odierna Cavala e, da lì, si dirigono verso Filippi, dove Bruto e Cassio hanno i castra, già pronti alla guerra: la battaglia di Filippi è fatale per i due cesaricidi, che si uccidono, dopo la sconfitta subita, per cui la pars orientale dell’impero romano è sotto Antonio, il vero vincitore militare che cerca di riorganizzare le province asiatiche che, però, sono sotto l’attacco, invase da Pacoro, figlio di Orode re dei Parthi, desideroso di affacciarsi sull’Egeo, mentre Ottaviano è richiamato in Italia, in subbuglio, per il Bellum Perusinum e per il contrasto tra i vecchi coloni e i militari assegnatari dei terreni secondo centuriatio (cfr. Di una probabile centuriazione nel Piceno) sia nella zona mantovana, che in quella campana. Antonio, dopo l’accordo di Tarso con Cleopatra, ha incaricato i suoi legati di stanza in Italia Munacio Planco e Ventidio Basso, attivi in Gallia, di seguire la volontà della moglie Fulvia e del fratello Lucio Antonio, console, intenzionati a ridurre l’auctoritas dell’erede di Cesare, che, invece, difende la legalità del suo potere triumvirale, tanto che riesce a rinchiudere gli avversari in Perugia alla fine del 41 e, poi, a prendere la città e, quindi, ad esiliare Fulvia a Sicione, dove muore, ed ad allontanare, perfino, Lucio Antonio che, dopo trattative, ottiene la Provincia di Spagna, come proconsole.

Mentre Ottaviano risolve positivamente la lotta contro gli antoniani in Italia, Antonio, davanti al pericolo parthico in Oriente, ha bisogno di uomini e, quindi, ordina a Munacio Planco di proteggere le coste dell’Egeo con la flotta e a Ventidio Basso di tentare di arginare l’assalto parthico, iniziando le operazioni militari dalla Cilicia, al fine di ripristinare l’ordine romano nella zona occupata da tre eserciti parthici, invasori, comandati dal satrapo Barzafarne, da Pacoro e da un disertore – Quinto Labieno, figlio di Tito, proditor/traditore divenuto dux pathorum, dopo la sconfitta di Filippi – che hanno occupato anche Gerusalemme ed insediato sul trono l‘asmoneo Antigono, cacciando i figli di Antipatro, filoromani, Fasael ed Erode.

Antonio risolve il problema parthico nel migliore di modi grazie al legatus Ventidio Basso che, con una prudente tattica, attira il giovane principe in Cirrestica, a Gindaro, e lo sconfigge nel 38 a.C., vendicando così la morte di Licinio Crasso a Carre del 53 a.C.
Il triumviro, rinviato Ventidio in Italia per il trionfo, preso il comando delle operazioni militari a Samosata, lo sostituisce col legatus Sosio, che riconquista Gerusalemme, aiutato dai giudei filoromani, fa prigioniero Antigono, poi fatto uccidere a Antiochia e consegna Gerusalemme al nuovo re – nominato già Basileus, sulla carta, nel 40, a Roma, durante i saturnalia, dal senato, da lui e da Ottaviano, quando era venuto profugo dalla sua patria, grazie agli aiuti finanziari di Cleopatra stessa, allora incinta e prossima al parto di un suo figlio – cfr. Erode basileus in Giulio Erode il filelleno, cit. -.

Dunque, Ottaviano ed Antonio nel primo quinquennio del triumvirato, hanno risolto parzialmente i loro problemi: il secondo ha avuto forse maggiore fortuna nell’impresa parthica grazie al contributo di legati, mentre il primo, desideroso di rimanere l’unico signore occidentale, sta cercando di liberarsi di Emilio Lepido, per anni, invano, avendo intenzione di ridurlo alla carica di Pontifex maximus, ma non avendo una grande flotta, non riesce neanche ad avvicinarsi all’Africa, dovendo, oltre tutto, contrastare Sesto Pompeo che domina in Sicilia, anche se intelligentemente ha combinato il matrimonio tra sua sorella Ottavia ed Antonio, vedovo di Fulvia, staccandolo dall’idillio amoroso con Cleopatra, fissando anche il domicilio in Atene per i due coniugi. Ora nel 37 a.C. i due hanno bisogno reciproco, per cui esiste una corrispondenza epistolare, in cui si parla di fare un trattato conveniente ad ambedue, dopo il fallimento di quello brindisino: l’uno chiede all’altro truppe di fanteria per l’impresa parthica, decisiva contro il re dei re, l’altro chiede navi per l’impresa contro Sesto Pompeo per dare grano al popolo romano. L’incontro di Tarentum del 37 è importante ai fini di una generale pacificazione, molto celebrato dagli storici, utile anche per rinnovare il triumvirato (cfr. Egnatia).

Il momento storico è critico e c’è bisogno di uomini di politica, di diplomatici e di letterati amici, che fanno da mediatori tra i due cognati, domini-signori del mondo romano, intenzionati per fare la situazione oggettiva, dopo i fatti accaduti nel quinquennio triumvirale e fissare, con un foedus, le direttive per un altro quinquennio. Ora necessita un trattato non solo per stabilire i rapporti tra Ottaviano ed Antonio, ma anche per fissare limiti al ruolo di Emilio Lepido e chiudere definitivamente la partita coi pompeiani di Sesto Pompeo, che, dominando sulla Sicilia, impedisce i rifornimenti di grano alla capitale determinando malcontenti popolari a Roma, affamata.

Urge, quindi, una soluzione diplomatica con amici plenipotenziari comuni, che, a Tarentum, in casa di Ottavia, sorella di Ottaviano e moglie di Antonio, incinta di Antonia minor, gettino le basi di una pacificazione, convinti che nessuno, meglio di Ottavia, possa dettare ai contendenti, fratello e marito, le condizioni di una permanente stabilità/diamonh, col rinnovo del foedus triumvirale quinquennale: lei, sola, può appianare le contese tra i due rivali e portare ad una fusione dei due partiti, secondo Plutarco (Antonio, XXXI). Ottavia ingenuamente crede di poter impedire la guerra tra i due cognati, nonostante le scappatelle del marito, infedele, amante di Cleopatra, e concordare un trattato, favorevole ad entrambi! Certo, la povera Ottavia, fiduciosa in un nuovo rapporto col marito, favorisce la venuta del suo vir nel golfo di Taranto con le trecento navi: il dux discende dalla nave ammiraglia e, calata una scialuppa, da solo rema, a torso nudo, dalla foce del fiume Taras, dirigendosi verso l’interno per circa un miglio, per incontrarsi con Ottaviano, che, accampato non lontano da Metaponto, gli viene incontro anche lui, a torso nudo, su una barchetta tra gli applausi delle sue truppe di fanteria, disposte sulla riva sinistra! Una sceneggiata! Gli storici concordemente parlano di una volontà nuova di pace, in un clima festoso di concordia generale: Appiano (Guerre civili, 94) scrive: i due rivali si incontrano con alle spalle i loro eserciti, festanti per la riconciliazione, mentre Dione Cassio (Storie, XLVIII, 54) tratta del foedus tarantino, e Plutarco (Antonio, 35) sembra riassumere tutte le speranze dei romani in Ottavia col pancione, che incontra la delegazione ottavianea di Fonteio Capitone, Cocceio Nerva e Mecenate coi poeti Virgilio ed Orazio, desiderosa di vedere in pace marito e fratello, che, commosso dalle parole, si recò a Taranto, con intenzioni pacifiche e i presenti ammirarono uno spettacolo bellissimo: un grande esercito di fanteria tranquillo e molte navi, che stavano immobili presso la costa, mentre i comandanti e i loro amici si scambiavano visite e dimostrazioni di affetto. Viene, dunque, fatto il foedus tarantino, che è solo un accordo privato, propagandato per il rinnovo triumvirale tra i due uomini, al momento considerati personaggi più potenti perché in Oriente dopo la vittoria di Ventidio Basso sui Parthi, tutto è sotto controllo romano antoniano, e in Occidente, Ottaviano – anche se non ha risolto i problemi in quanto l’Africa ha Emilio Lepido come padrone-dominus con le sue otto legioni e che sembra appoggiare Sesto Pompeo, che domina in Sicilia e che affama il popolo – ha, comunque, grazie al suo legatus Vipsanio Agrippa il controllo completo della Gallia e dell’Italia! Quindi, i due cognati hanno interesse comune, quello di debellare la pars pompeiana definitivamente, dopo il fallimento del trattato di Brindisi del 40 a.C., ed ora, nel 37, vogliono accordarsi per potenziarsi a vicenda contro i possibili nemici: l’uno spera di avere truppe di fanteria contro i Parthi e l’altro navi contro Sesto Pompeo, per cui ripartire dalla Lex Titia è un bene oggettivo per ambedue!

 Nel quinquennio successivo la politica dei due signoridomini è seguita dai cives che, divisi in partes antoniana ed ottavianea, inneggiano al proprio campione: gli orientali celebrano la coppia divina Heraklhs-Iside, in attesa della maggiore età di Cesarione, figlio legittimo, riconosciuto, di Cesare, destinato alla sovranità sull’impero universale, mentre gli occidentali si sono uniti in nome di Ottaviano, erede testamentario di Cesare, figlio adottivo giulio, pur proveniente dalla familia ottavia, convinti della illegittimità della ierogamia romano-egizia – simile a quella di Enea e Didone, esecrata -, essendo fautori dei diritti di Ottavia, moglie legittima, esempio di onestà e bellezza. 

In una prima fase la situazione antoniana sembra migliore anche perché grazie alla potenza navale di Cleopatra e alle truppe ausiliarie, fedeli, Antonio fa l’impresa parthica in una vittoriosa avanzata nel territorio nemico, procedendo dal Caucaso, secondo i piani cesariani, prima di subire rovesci che lo costringono dopo il disastro – in cui è annientata la retroguardia e vengono distrutte le machinae belliche -, a cui segue un vergognoso ritorno ad Antiochia, con molte perdite umane, mentre Ottaviano vince a Nauloco il 3 settembre 36 con le navi antoniane e con una flotta ben organizzata da Marco Vipsanio Agrippa, avendo già ridimensionato Emilio Lepido e privato del titolo triumvirale.

 

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In una seconda fase, Antonio, conquistata l’Armenia, fa donazione ad Alessandria di territori a Cesarione e ai figli, avuti da Cleopatra, mentre il senato, indignato per il trionfo celebrato in Egitto e per la spartizione ai figli della regina, di terre appartenenti a Roma e non al triumviro, ormai decaduto, d’accordo con Ottaviano si impossessa del testamento di Antonio, custodito dalle Vestali, preso solo dopo un ‘opera di corruzione, lo fa leggere al popolo, che proclama hostis l’ex triunviro, fedifrago e traditore: siccome si teme la guerra civile, si indice bellum-guerra a Cleopatra, regina di Egitto, che col suo amante già nell’autunno del 32, fissa il suo quartier generale a Patrasso. La lettura del testamento antoniano è segno di una rottura definitiva dei rapporti tra Antonio ed Ottavia – che pur aveva portato 2.000 uomini scelti per l’impresa parthica ed era stata accanto al marito, sconfitto ma era stata rimandata in Italia dall’uomo, tornato dall’amante – e tra gli stessi due padroni del mondo, pronti per la scalata alla supremazia ecumenica. Gli storici Appiano, Livio, Nicola di Damasco, Velleio Patercolo, Svetonio, Plutarco e Dione Cassio riportano questo clima di guerra, prima dello scontro definitivo di Azio, nel golfo di Ambracia, in Grecia, del 2 settembre del 31! Al primo scontro tra le due flotte, Antonio e Cleopatra, senza sapere l’esito della battaglia, fuggono ed iniziano subito le defezioni dei marinai antoniani, non intenzionati a morire combattendo tra cives, per cui anche le truppe di fanteria, sebbene superiori di numero, si arrendono, lasciando solo il dux – solo un gruppo di fidatissimi gladiatori seguita a dare dimostrazioni di valore in onore del loro condottiero pagante il servitium! – che va dietro la sua donna, sconfitta, fino ad Alessandria, dove si uccide, e muore tra sue braccia. Ottaviano sistema l’Oriente e concede di nuovo potere all’antoniano Erode, fiducioso nella lealtà alla famiglia giulia e nel suo buon governo (cfr. A. Filipponi, Il sovrano amministratore e costruttore, IV, in Giulio Erode, il filelleno, cit ) e poi giunge in Egitto, entra trionfante in Alessandria: vorrebbe risparmiare Cleopatra – per portare a Roma come prigioniera per il suo trionfo la regina, che si uccide, dopo confessioni con l’amica regina di Giudea, Alessandra – ma, dopo la sua morte, ordina, senza neanche volerlo conoscere, la morte anche di Cesarione, figlio diciottenne di Cesare, fatto tornare dalI’India con la promessa di una basilia/regno in Oriente (cfr. A. Filipponi, Alessandra, la suocera di Erode, III libro di Giulio Erode il filelleno, cit.).

Ottaviano è ora l’unico signore dell’impero romano, l’uomo che unisce occidente ed Oriente e domina su un territorio di oltre 3.000.000 di km quadrati risultando arbitro che pone fine alla guerre civili del periodo repubblicano, che fa chiudere simbolicamente il tempio di Giano, esaudendo il desiderio di pace di tante gentes, spossate da lutti, stragi devastazioni, anche se non accetta né il regno né la dittatura, per come scrive lui stesso in Monumentum Ancyranum con Res gestae Divi augusti: non accettai la dittatura che, durante la mia assenza e dopo il mio ritorno a Roma mi fu offerta dal senato e dal popolo romano.

Ottaviano è uomo scaltro, un politico raffinato che sa quanto siano invisi ai romani i termini di rex e di dictator e, perciò, rispetta formalmente le regole repubblicane istituzionali e governa, facendo il teatrante, facendo la scena di essere normale civis, un privato fortunato/idioths eutukhhs, che ha compiuto eroiche imprese, però! È uno di genio – cfr. Il Genio/Genius -!

Infatti appare un civis comune, che è ossequioso verso il senato e si mostrs deferente verso coloro che hanno cariche istituzionali repubblicane, i quali nel 27, su proposta di Munacio Planco, gli conferiscono tutti i poteri, liberamente, tanto che Ottaviano può riassumere in sé lo ius consulare maius e la tribunicia potestas, avendo la possibilità di essere chiamato princeps – primo fra pari e primo a parlare in assemblea -, imperator/comandante supremo per sempre, oltre a potersi dotare dei titoli di pater patriae, connesso con quello di pontifex maximus e di augustussebastosvenerabile, dio sulla terra, in quanto nomos empsuchos/legge vivente, per cui la sua persona è sacra ed inviolabile!

Ottaviano Augustus, quando ancora vi sono guerre nell’impero, in Spagna in Germania e in IIliricum, nonostante la propagandata Pax augusta, inizia le sue riforme, dopo che si salva da una malattia difficile, superata a stento, grazie alle cure del medico Musa, avendo coscienza di costituire un nuovo organismo statale con altri paradigmi – diversi da quelli senatoriali univoci, tipici di magistrati dominatori – in relazione al grado di integrazione nel sistema romano quiritario delle gentes, che cooperano alla formazione culturale di un civis di tradizione romano-ellenistica, basata sul bilinguismo comunicativo, latino e greco delle due partes, occidentale ed orientale.

Augustus è vir civilis-o politikos, flessibile e moderato, capace di interventi differenti, in relazione alle situazioni e ai tanti popoli, maturati con culture diverse secondo la propria storia, già possessori di forme tradizionali, di culti religiosi, usi e costumi, sistemi politici, connessi coi loro linguaggi locali, anche se è convinto che ci debba essere un’unica lex, con un solo ius, quello romano, per portare i tanti ad essere un solo popolo con la sola cultura quiritaria, benché collegata con la tradizione greco-ellenistica universale: è questo il suo disegno, realizzato compiutamente, un venticinquennio dopo la sua morte, da Gaio Cesare Germanico Caligola, grazie alla sublimità della sua mente, che attua l’idea di un Solo Pastore dell’unico gregge umano con la sua neoteropoiia ed extheosis (cfr. A. Filipponi, Caligola il Sublime, Cattedrale, 2008)!

Il senato, in epoca repubblicana, aveva imposta la stessa legge a tutti i popoli indifferentemente senza fare distinzioni, con durezza, dissanguando le province, assecondando e proteggendo l’avidità di governatori, patres ed equites, che, senza rispettare le autonomie locali, avevano un sistema di riscossione delle imposte, fiscalissimo, con turmae di esattoripubblicani, seguiti da milites; Augusto, invece, controlla le singole province, avendo una diretta conoscenza dei costumi, usi e culture anche religiose, e vi pone truppe in relazione al grado di integrazione sociale e le divide in senatorie ed imperiali.

Questa divisione sottende un preciso piano attuativo in quanto i cives di quelle senatorie sono già equiparati agli italici e romani, essendo considerati pacificati e quindi non bisognosi di guarnigioni militari, ma solo di vigiles con compiti di polizia, amministrati da procuratori, che hanno mandata dal senato; quelle imperiali, invece, sono governate da legati (pro praetore/al posto del pretore o pro consule/al posto del console) nominati dall’imperator, in quanto province di confine, vicine a nemici, esposte a pericoli di invasione germanica o parthica, quindi, bisognose di un maggior numero di milites e di auxiliamilizie ausiliarie, date dai confinanti popoli, federati con Roma. Uno speciale statuto è riservato all’Egitto, considerato proprietà privata giulia, un suo feudo, specifico possesso personale di Augustus, lì venerato come sebastos, come erede dei Faraoni, con un preciso culto divino egizio, tanto che vieta l’ingresso ad ogni senatore!

Particolare cura viene data a Roma, ora caput mundi, destinandola ad essere la metropoli ecumenica superiore perfino a ad Alessandria lagide, in una volontà di superarla, dotando la capitale di Musei, biblioteche, di ginnasi, di fori, di Terme, di statue, di Templi, di circhi, del suo Mausoleo, dell’Ara pacis, dell Pantheon, valorizzando tutti i quartieri, protetti da squadre di vigiles, addetti agli incendi, trasformando la vecchia città di mattoni in una nuova di marmo – tanto che iure sit gloriatus marmoreum se relinquere, quam latericium accepisset/giustamente si gloriò di lasciare di marmo una città ricevuta di mattoni -. facendo costruire castra praetoria, dove vivono 9.000 soldati, 9 coorti di pretoriani di 1.000 uomini ciascuna, speciali truppe addette alla protezione di cives urbani e a quella sua personale.

Augusto vuole una grande urbs, che inglobi i pagi-villaggi suburbani, limitata e definita dall’area sacrale del pomerio e delle antiche mura serviane, seppure suddivisa in 14 regiones con un magistrato per ciascuna e in 262 vici sotto commissari governativi, dove si celebrano i lares compitales, il genius e il numen – cfr. cartina -.

 

 

Data l’immensità della superficie dell’impero, Augusto, siccome essa si estende dall’Atlantico all’Eufrate e al Mar Rosso, dal Reno germanico al Nilo e al deserto africano, ritiene necessario aver un esercito permanente per mantenere il dominio di ogni singola parte, specie di quelle di confine e perciò ha un esercito stabile di 28 legioni, di circa 6.000 uomini ciascuna, per un totale di 168.000 militari di professione ed altrettanti auxilia, truppe ausiliarie date da singoli re, confederati, nelle zone calde di guerra, oltre ai milites dei castra praetoria, guidati dal prefetto del pretorio, addetti alla sicurezza dei cittadini e a quella dell’imperator, come guardie del corpo, che sono 9 coorti di 1.000 ciascuna – cfr. Vegezio, Epitome delle istituzioni militari,V, 1-2 -.

Oltre le truppe di terra, Augusto ha permanentemente due flotte, una a Miseno per le operazioni in Gallia Transalpina, Spagna, Mauritania, Africa, Egitto Sardegna e Sicilia, ed un’altra a Ravenna per raggiungere direttamente l’Epiro la Macedonia, l’Acaia-Grecia, la Propontide, il Ponto, l’Oriente, Creta e Cipro.

 Facendo queste operazioni Augusto mostra la sua predilezione per l’Italia, come se volesse ricordare il nome e il contributo di ogni popolazione nella costruzione dell’impero, lasciando come province speciali Sicilia e Sardegna:

  1. Latium et Campania;
  2. Apulia et Calabria;
  3. Lucania et Bruttium;
  4. Samnium;
  5. Picenum;
  6. Etruria;
  7. Umbria;
  8. Aemilia;
  9. Venetia et Histria;
  10. Liguria;
  11. Transpadana.

Augusto, avendo visto uno scadimento della morale pubblica a causa della tanta ricchezza che dalle province arriva alla capitale, decide una riforma dei costumi per frenare il lusso sfrenato delle donne aristocratiche, volendole relegare entro le mura domestiche e tenerle lontane dalla politica, e per ridurre la superbia nobiliare, desideroso di un ritorno alla tradizione avita, che si basava sulla patria potestas e sulle antiche virtù quiritarie della probità, giustizia, pietas/religiosità per gli dei, amore della famiglia e della patria. A tale scopo impone forti tasse ai celibi, favorisce e finanzia la famiglie numerose in modo da aumentare la popolazione romana ed italica, decimata dalle guerre civili ed ora poco prolifera, tanto da temere l’estinzione, incentivando in vario modo i capifamiglia, anche alle adozioni, cercando di arginare l’amore per il lusso e la ricerca del piacere, moderando e tassando il gusto delle cene luculliane, volendo la parsimonia agricola, tipica espressione quiritaria, e punendo gli eccessi orientali, compresi quelli greci.

La sua famiglia stessa (pur guidata da grandi figure femminile, matrone vere, come La moglie Livia o sorella Ottavia, o la cognata Antonia minor, moglie di Druso esemplare donna, di costumi ebraici, rimasta vedova a 27 anni, mai risposata, o come la nipote Agrippina, moglie di Germanico, una virago politica, bramosa di potere) risulta, però, malata, come le altre, condizionata da una doppia cultura quella commerciale dei maestri greci viventi a corte nel lusso e quella agricola quiritaria, contaminata ormai dall’immoralità orientale, e dal denaro: sua figlia Giulia rimane come emblema della scostumatezza romana, simbolo della moglie infedele di Marco Vipsanio Agrippa – già amante del parente Tiberio (poi anche coniuge, stratradito anche con congiure) e donna, raffinata e colta, ma astuta tanto da affermare nisi navi plena, tollo vectorem/non prendo ammiraglio se non a nave piena cioè a pancia piena dopo palesi segni di gravidanza – rispondendo alle amiche che chiedono come faccia a fare figli belli e similissimi al padre, pur tradendo) insieme a sua figlia, omonima, accusata nell’8 d.C. di adulterio col poeta Ovidio, autore di Ars amandi, inviato in esilio a Tomi/Costanza in Romania. 

Perciò, nella sua riforma morale non è fortunato, se si lamenta di avere due cancri, figlia e nipote adultere, donne corrottissime, spudorate puttane, accusate di parricidio, oltre che di adulterio, politiche di grande cultura ellenistica, capaci di colpi di stato improvvisi con gli amanti (Giulia maior ed Iullo, figlio di Antonio, nel 2 d.C. contro Augusto e Tiberio; Giulia minore e Emilio Lepido, intenzionati nell’8 ad esautorare l’imperatore e il suo diadokos-successore!). Augusto non solo le confina in un’isola ma stabilisce che esse non debbano essere mai messe nel suo Mausoleo! Forse per meglio capire lo stato di animo di Augusto di fronte alla scostumatezza ignobile delle due Giulie sono utili il giudizio del militare Velleio Patercolo (Historiae romanae, 100.3Quippe filia eius Iulia, per omnia tanti parentis ac viri immemor, nihil, quod facere aut pati turpiter posset femina, luxuria libidineve infectum reliquit, magnitudinemque fortunae suae peccandi licentia metiebatur, quidquid liberet pro licito vindicans/infatti la figlia Giulia, immemore della grandezza del padre e del marito, per dissolutezza o per libidine, fece tutto quanto una donna può fare o patire di turpe, anzi pareggiava la sua elevata posizione pretendendo che fosse lecito tutto ciò che le faceva piacere!) e quello di Plinio (Historia Naturalis, VII, 149): adulterium filiae et consilia parricidae palam facta/l’adulterio della figlia e i suoi propositi di parricidio, perpetrati alla luce del sole.

Si è detto di un Augusto fortunato militarmente nella guerra civile e della modestia del suo servitium militare rispetto ad Antonio, ad Agrippa, a Tiberio e Druso e suo figlio Germanico, ma nel corso delle suo lungo regno subisce, comunque, due rovesci militari, uno dovuto a M. Lollio Paolino nel 16 a.C che perde l’intera legione V Alaudae con l’aquila ed uno a P. Quintilio Varo, che il 15 settembre dl 9 d.C. sconfitto nella selva di Teutoburgo, perde le insegne con tre legioni, sterminate da Arminio, poi, punito da Germanico e Tiberio i quali con le forze congiunte secondo la strategia della tenaglia, venendo uno da ovest da Lione e uno da est da Bolzano stritolano i nemici, presi tra due fuochi, secondo uno schema militare, attuato già in altre campagne dai figli di Livia, figliastri dell’imperatore, nel triennio 12-9 a.C.

Ancora meno fortunato Augusto è nella scelta del successore, forse perché non avrebbe voluto un diadokos della domus claudia, aristocratica, a cui la sorte sembrava che lo destinasse, considerate le virtù militari di Tiberio, dopo la scelta infelice fatta nel 23 quando era malato e moribondo con M. Vipsanio Agrippa, uomo caro all’esercito e al popolo, allorché secondo Dione Cassio (Storie romane, LIII, 32, 1) mise in antagonismo M. Claudio Marcello (42-23 a.C.) marito di suo figlia Giulia, col suo amico poi inviato frettolosamente in Siria e subito lo richiama, essendosi ammalato il genero.

L’imperatore, morto Marcello a Baia, costringe Agrippa a sposare Giulia, sua figlia, – libidinosa, già amante del leone Tiberio, suo figliastro – dal quale nascono cinque figli, Gaio e Lucio, Giulia ed agrippina, ed Agrippa Postumo.

Morto anche questo nel 12 a.C., Augusto ordina a Tiberio di abbandonare e ripudiare l’amata moglie Vipsania Agrippina, figlia di Marco Agrippa, madre di Druso Minore e di sposare la vedova di suo suocero, che pur avendo avuto da lui, un figlio, poi morto, seguita nelle sue avventure amorose con Iullo Antonio, figlio di Antonio il triumviro, comportandosi in modo così spudorato che il marito decide di andare in esilio a Rodi, dove rimane come privato cittadino, pur avendo già avuto il trionfo, anche perché l’imperatore gli preferisce i due giovani nipoti diretti, destinati alla successione.

Morti, comunque, anche i due antagonisti, Lucio nel 2 d.C. in Gallia, Gaio nel 4 d.C. in Siria, a seguito di una cancrena per un ferita infettata, Augusto richiama Tiberio e gli conferisce il comando dell’esercito, insieme con Germanico con cui riporta di nuovo vittorie in Germania e in Illiria. Infine consapevole di essere vicino a morte, qualche mese prima di morire nel 14 d.C., decide di adottare il dux claudio e di concedergli lo ius proconsulare maius e la tribunicia potestas con la clausola, però, di non poter fondare una dinastia, imponendogli l’alternanza tra la sua discendenza e quella del fratello morto, obbligandolo quindi, a scegliere come successore Germanico, come se lui fosse un reggente!

Informazioni su Angelo Filipponi

Storico, linguista traduttore Un'altra storia del Cristianesimo