Dopo il periodo sillano – dittatura e ritiro di L. Cornelio Silla, 82/78 – in un clima dominato dagli aristocratici e dai senatori, si segnalano nuove figure politiche, Gneo Cornelio Pompeo e M. Licinio Crasso. mentre tra i populares spiccano Gaio Giulio Cesare, nipote di G. Mario, e Lucio Sergio Catilina, desiderosi di novitates, di evertere cioè distruggere dalle fondamenta le strutture statali repubblicane.
Pompeo si era già distinto sotto la dittatura sillana, guadagnandosi giovanissimo, il titolo di Magnus/grande e ben presto divenne garante per gli aristocratici e cavalieri, in opposizione alle richieste tribunizie popolari.
Perciò, ebbe dal senato vari incarichi/mandata, quello contro Sertorio, un mariano che sembrava volere staccare la Spagna da Roma, quello contro i pirati, quello contro Mitridate VI (III guerra mitridatica), estendendo il potere romano in Oriente e creando le due province di Siria e Ponto-Bitinia.
M. Licinio Crasso dives, il più ricco romano, si era imposto per l’immensità del suo patrimonio, con la munificenza, favorendo la pars mariana e popularis dominata da Catilina e Cesare – uomo considerato da Silla uomo pericoloso per i patres (Nam Caesari multos Marios inesse!/infatti in Cesare ci sono molti Marii!, Svetonio, Cesare, 1) – ed aveva avuto gloria militare, vincendo nella guerra servile il gladiatore Spartaco, che si era ribellato ai padroni romani in Campania ed aveva turbato l’ordine nelle ville rurali meridionali, anche se aveva dovuto dividere la gloria con Pompeo, che, ritornando dalla Spagna aveva con le sue legioni annientato gli ultimi gladiatori, che cercavano di allontanarsi dall’Italia.
Mentre serpeggiava ancora la guerra servile, e quando Pompeo era ancora in Asia, i ricchi arricchivano sempre di più e i poveri si indebitavano ulteriormente, dovunque nella penisola Italica ed anche a ROMA, per cui scoppiavano tumulti popolari, invano frenati da Cesare e Crasso. Catilina, che, sconfitto nelle elezioni del 64 a.C., promise al popolo la cancellazione dei debiti e la proscrizione dei ricchi, avendo un seguito di giovani ambiziosi, squattrinati e violenti, convinti di conseguire, con la rivoluzione, ricchezza e potere, ebbe, allora, il favore incondizionato popolare!
Catilina decise di fare una congiura nel 63 a.C., anno in cui Pompeo prendeva Gerusalemme ed entrava nel Tempio a cavallo, tra la costernazione giudaica, profanandolo. Il piano di Catilina era di uccidere i consoli dell’anno e prendere il potere come dittatore, ma fu scoperto da Marco Tullio Cicerone, console dell’anno, che denunciò i congiurati, i quali fuggirono in Toscana, dove, a Pistoia, furono sconfitti da un esercito consolare, comandato da Marco Petreio. e l’oratore fece giustiziare senza appello al popolo, gli altri congiurati, rimasti in città: tra i pochi, scampati, ci fu Cesare che, divenuto pontifex maximus, grazie al lauto finanziamento di Crasso, era inviolabile nella persona.
Ritornato Pompeo vittorioso dall’Asia, nel 62, subito dopo la fine di Catilina, il popolo di Roma era ai piedi del grande generale vincitore – dux imperator -, che, contento dello spettacolare quadruplice trionfo, sicuro che le sue richieste circa la sistemazione dei suoi legionari e circa la divisione in Province, fatta da uno che veniva a deporre il proprio potere militare e che accettava di tornare, dopo circa un decennio di comando, ad essere un idioths/privato cittadino, fossero esaudite senza alcuna discussione ed approvate unanimemente dal senato. Invece il Senato tergiversava ed anzi c’erano alcuni che volevano imputarlo come reo di mala amministrazione e processarlo, allora, Pompeo, amareggiato che la richiesta circa le terre assegnate ai soldati e circa la sua suddivisione provinciale non veniva approvata, nel caos postcatilinario, si pentì di non aver approfittato, come Silla, del suo grado militare e del favore dell’esercito, di non essersi proclamato dictator a vita e, perciò, si unì a Crasso e Cesare e costituì con loro il primo triumvirato, facendo un’intesa segreta, privata, tra tre cives per dominare l’imperium romano e contenere ogni forma di anarchia.
Ogni triumviro aveva un suo telos/obiettivo: Cesare il consolato per l’anno successivo, Crasso il comando militare in Oriente per una guerra contro i Parthi, Pompeo il governo nominale della Spagna dopo che le sue richieste venivano ratificate dai nuovi consoli.
I tre ottennero quello che volevano col reciproco aiuto e Cesare, concessa sua figlia Giulia in matrimonio a Pompeo (cfr. A. Filipponi, Antipatro, padre di Erode, primo volume di Giulio Erode, il filelleno; cfr. i quattro libri di Vita di Erode il grande, traduzioni di Antichità giudaiche, XIV, XV, XVI, XVII, KDP, 2022) come ulteriore segno di alleanza politica, tenne saldamente il consolato del 59 a.C. favorito dagli altri due, potendo annullare l’operato dell’altro console M. Calpurnio Bibulo, approfittando anche del favore dei tribuni della plebe, tanto che si disse che quello fu l’anno del consolato di Giulio e di Cesare: Cesare così deliberò a favore di Pompeo, riconoscendo ogni atto compiuto in Asia dal genero, e le divisioni territoriali per i veterani, fece leggi finanziarie a favore di Crasso, che ebbe anche il proconsolato dell’Oriente, e a suo favore si decretò il governo per cinque anni della Gallia Cisalpina con l’aggiunta della Gallia Narbonense e dell’IIllirico – cfr. cartina -.
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Cesare, partendo, lascia Roma in uno stato di anarchia popolare, in mano dei tribuni della plebe, che, coordinati da Clodio Pulchro, fratello di Clodia, amante di Catullo, tengono sotto assedio gli aristocratici per anni. Infatti in città vige il coprifuoco notturno in quanto scorrazzano le bande clodiane tanto che il senato decide di formarne un’altra, di gladiatori, comandata da Milone, che scontratasi nel 51 con quella avversaria, pur sconfitta, riesce ad uccidere, però Clodio, che, trionfante, va cercando il cadavere del capo nemico, per cui Milone, processato, viene inviato in esilio a Marsiglia, nonostante la difesa dell’oratore Cicerone, impaurito dalla folla tumultuante.
Nel corso di tali azioni faziose, Cesare, essendo scaduto il termine del suo governatorato, ha la riconferma per altri cinque anni a Lucca, dagli altri due triumviri e dal senato nel 55 a.C., per cui il proconsole può portare a termine la sua azione militare in Gallia, procedendo nella sua azione di penetrazione nel territorio della Gallia Transalpina, avendo preso la difesa degli alleati Edui, attaccati dagli Elvezi, pressati dai Germani. Risultando sempre vincitore negli scontri coi popoli gallici e germanici, tra il 58 e il 53 a.C., il proconsole compie straordinarie imprese da lui stesso narrate in terza persona in Bellum Gallicum (8 libri), pacificando, dopo eccidi di massa, il territorio transalpino e facendo perfino due incursioni in Britannia, per stroncare i collegamenti propri del clero dei Druidi. Accade, però, che un risveglio nazionalistico si verifichi proprio nel 53 a.C., quando Vercingetorige, capo degli Alverni, coagula intorno a sé i capi di tutte le altre etnie e li sprona ad un movimento di ribellione congiunta contro l’invasore, che, grazie alla superiore organizzazione militare e alle strategie romano-ellenistiche, assedia e prende Alesia, sconfiggendo definitivamente i galli, che arresi, accettano la riduzione a Provincia…
Intanto, a Roma muore Giulia di parto e si rompono i vincoli familiari con Pompeo, mentre Crasso partito per la spedizione parthica, viene sconfitto ed ucciso a Carre nel 53 a.C. e il senato, preoccupato e dalla situazione internazionale e dalle condizioni di anarchia popolare cittadina, dà un mandatum straordinario a Pompeo, nominato consul sine collega e impone a Cesare di deporre lo ius proconsulare maius e di tornare in patria, come privato civis dopo 10 anni di proconsolato: due modi diversi di valutare l’opera di due benefattori dello stato, che hanno ampliato notevolmente il territorio dell’imperium romano!
Cesare comprende che il senato ha favorito l’ascesa di Pompeo a causa dei tumulti popolari che ora nel 49 hanno raggiunto il culmine e, perciò, dopo lunghi colloqui col suo consilium principis, stabilisce come capo popularis di andare contro il mandato dei patres e di invadere il territorio stesso romano attraversando il Rubicone, il fiume che divide la Gallia dall’Italia.
Cesare, a 51 anni, entra in territorio romano, armato, e dice alea iacta est/il dado è stato gettato, quasi giocasse con la sorte, convinto che compie un impresa senza ritorno, un’azione che fa terminare lo stato repubblicano della patria, accelerando i processi eversivi per un’altra forma di governo, prevedendo il giudizio dei posteri – cfr. Plutarco, Cesare, 32 -, non potendo accettare una legge che, senza valutare il potere militare cesariano popularis, incorona e premia Pompeo, il superstite del triumvirato.
La guerra civile, anch’essa da lui narrata in Bellum civile (I, II, III) dura fino al 45 a.C. anche dopo la morte di Pompeo, che, sconfitto a Farsalo in Tessaglia nel 48 a.C., – a seguito della fuga a Brindisi col senato prima e poi in Grecia, per riprendere il comando militare orientale – è ucciso da Tolomeo XIII, re egizio presso il quale spera di avere rifugio -.
Cesare, avendo ricevuto la testa del genero su una patera d’oro (utensile usato dagli antichi Romani nei sacrifici, a foggia di bassissima scodella, senza orlo né anse) subito punisce il re egizio e lo sostituisce con la sorella Cleopatra VII, che, divenuta sua amante, partorisce Cesarione determinando, però, un complicato Bellum, alexandrinum, da cui è salvato per l’intervento congiunto di Mitridate pergameno e dell’etnarca ebraico Hyrcano II (cfr. A. Filipponi, Antipatro, padre di Erode).
Fatto il trionfo, Cesare vince Farnace, re del Ponto, figlio di Mitridate il grande a Zela con una fulminea azione tanto da poter scrivere il sintetico messaggio di veni, vidi, vici al Senato, prima di tornare a Roma e fare preparativi per la spedizione antipompeiana in Africa – dove trova la morte Catone Uticense, dopo la sconfitta di Tapso nel 46 – e per quella in Spagna nel 45 – dove muore il giovane Gneo Pompeo, dopo al definitiva vittoria a Munda -. Cesare, celebrato il trionfo, è acclamato dictator a vita dal popolo osannante, in quanto capo incontrastato, popularis, che ha diritto di trasmettere il titolo ai propri discendenti, compreso quello di imperator, comandante supremo degli eserciti con ius proconsulare maius e con tribunicia potestas, mantenendo la carica di pontifex maximus capo della religione e censore, prefetto dei costumi.
Avendo tutti questi poteri il dictator – che, comunque, aspira alla basileia orientale anche se si accontenta di una corona di alloro, sul capo – inizia una serie di riforme col favore del senato e del popolo e dell’esercito, sembra di tutti, secondo un plauso universale al suo genio, non solo militare.
Gli storici ricordano in vari tempi le use varie riforme: vengono marcate le distribuzioni di grano ai miserabili e agli inabili, mentre sono ben definiti i diritti degli abili, che trovano nel lavoro il sostentamento mediante il salario; vengono fatte agevolazioni per quelli che tornano a lavorare i campi come salariati vietando i raggruppamenti oziosi di uomini, convinti di vivere su elargizioni governative mentre vengono favoriti i disoccupati richiedenti lavoro iscritti nelle liste professionali, tutelati perfino da una lex, che incita la plebe urbana a tornare ai paesi di origine; vengono incrementate le costruzioni di opere pubbliche, fatte deduzioni di molte colonie in Italia e fuori dell’Italia; vengono promulgate leggi a favore dei capi di famiglie numerose. Così facendo, il dictator può andare a svolgere le sue numerose funzioni senza guardie del corpo, sicuro dell’inviolabilità della persona datagli dalla carica tribunizia e da quella sacerdotale, certo dell’amore popolare e del l’universale rispetto, amministrando la giustizia con clemenza ed avendo esteso la cittadinanza anche ai protoi provinciali, ai nobili delle province che hanno anche la possibilità di comprare il titolo di senatore e sedere nel senato come i patres conscripti italici, in modo da accelerare i processi di integrazione, facendo una politica di unificazione tra i popoli, culturale, promuovendo in ogni città; la costruzione di templi e di ginnasi e di studia humanitatis; ed, infine, riforma il calendario latino che non è più compatibile con le stagioni. Infatti al suo tempo il calendario comprendeva dodici mesi così suddivisi con giorni variabili:
Martius (31 giorni);
Aprilis (29 giorni);
Maius (31 giorni);
Iunius (29 giorni);
Quintilis/luglio (31 giorni);
Sextilis/augustus (29 giorni);
September (29 giorni);
October (31 giorni);
November (29 giorni);
December (29);
Ianuarius (29);
Februarius (28).
In totale 355 giorni divisi nei 12 mesi, di cui quattro di 31 giorni, sette di 29 giorni ed uno di 28 giorni – mentre l’anno astronomico, solare è di 365 giorni e sei ore -. Cesare seguendo il modello egiziano, consultando uomini del Museo alessandrino, trascurando i pompeiani eruditi, il fermano Lucio Taruzio (cfr. Lucio Taruzio) e il reatino Varrone, fece il nuovo calendario molto simile a quello di oggi, anche se riformato poi nel 1582 da Gregorio XIII, che fece passare dal 4 ottobre giuliano al 15 ottobre, direttamente, sopprimendo i giorni intermedi ed inserendo l’anno bisestile (cfr. Antipatro, padre di Erode, in Giulio Erode il filelleno, cit.).
Cesare, come liberalis, coltissimo, aperto alla comunicazione, è fiducioso nell’uomo, quasi spavaldo, anche per il continuo esercizio delle armi, la perfetta tecnica di addestramento ricevuta e conservata anche a 56 anni nonostante le crisi epilettiche, oltre che per l’excelsa statura! È diverso, molto diverso da Tiberio che, pur atletico, fortissimo in ogni parte del corpo, specie nelle dita – un leone, così lo definiscono gli ebrei contemporanei -, si protegge, da giovane e da vecchio, sicuro che nessuno accetta la supremazia di un altro anche se ne riconosce la superiorità fisica e culturale tanto da affermare: mi odino pure, purché mi approvino/oderint, dum probent!
L’uccisione di Cesare è testimonianza certa della cattiva natura umana, e dell’ingratitudine verso il benefattore dell’uomo che agisce, in nome di idee, di ideologie, di Dio, capace di celare nell’animo segrete ed inconsce acrimonie: eppure il dictator non era stato dittatore crudele, ma vir clemente con tutti, anche se accantonava i nemici, destinandoli verso le loro mete preferite, togliendo loro il negotium/l’attività politica, avendo riordinato lo stato secondo nuovi paradigmi operativi, preparandosi già per la guerra antiparthica, di cui già aveva fatto i piani esecutivi, consegnati ad Antonio, avendo affidato compiti militari anche al giovane Ottavio, pronipote diciottenne, malaticcio, impegnato negli studi ad Apollonia, in Epiro.
Comunque, Cesare è ucciso con 23 pugnalate, le Idi di marzo, il 15, da Marco Giunio bruto Cepione, Decimo Giunio Bruto, da G. Cassio Longino e da altri, stupidi conservatori indottrinati da Cicerone stoicamente, anelanti alla libertà, ingrati, molte volte beneficati e perdonati, mentre Cleopatra, venuta per il trionfo e rimasta nella sua villa sull’Appia, in modo discreto, accanto al suo uomo, deve precipitosamente fuggire col Piccolo Cesare, treenne, e tornare in Egitto.
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