Nel clima della I guerra mondiale si situa la nuova figura di Cesare Battisti, vista nel suo socialismo, a contatto con Benito Mussolini e con gli altri socialisti, sia italiani che austriaci e tedeschi…

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Il problema dell’irredentismo e il socialismo italiano
Dopo il 1870, l’atmosfera di diffidenza nei rapporti italo-francesi e la necessità di garantirsi contro colpi di testa del clericalismo francese autorizzavano un avvicinamento dell’Italia alla Germania e all’Austria e permettevano di sviluppare i già amichevoli rapporti con l’Inghilterra1.
Il governo italiano, però, pur non intendendo far gravitare la sua azione internazionale sul compimento dell’Unità territoriale del paese, non aveva accantonato, comunque, completamente gli obiettivi del Trentino e della Venezia Giulia. Infatti le occasioni irredentistiche erano vivaci e quotidiane e la propaganda dei gruppi mazziniani e garibaldini era molto forte nei principali centri della penisola.
In armonia con la la linea politica di responsabilità europea, che il governo si era tracciata, la diplomazia italiana sembrava voler riprendere Il metodo delle trattative amichevoli e pareva inquadrare la questione delle province italiane sotto il dominio austriaco, in una evoluzione di interessi che si spostava sempre più verso i Balcani.
Crispi, presidente della camera, nel suo viaggio circolare a Berlino, Parigi, Londra e Vienna, comprese chiaramente che l’occupazione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria non avrebbe arrecato alcun vantaggio territoriale all’Italia.
Così, infatti, si espresse davanti allo stesso Crispi, il presidente del consiglio austriaco Andrassy: un eventuale ampliamento dell’Austria non avrebbe giustificato pretese territoriali italiane verso di essa!
Da quel momento il governo accantonò l’irredentismo in nome della ragione di stato, puntualizzata con prontezza e franchezza da Sidney Sonnino in un articolo del 29 Maggio 1881: gli interessi, che possiamo avere a Trento, sono troppo piccoli di fronte a quelli rappresentati dalla nostra amicizia sincera con l’Austria. Questa amicizia rappresenta per noi la libera disposizione di tutte le nostre forze di terra e di mare; rappresenta – inutile illudersi! – l’autorevolezza della nostra parola nel concerto europeo.
Il Sonnino si pone la domanda: È serio… rinunciare ad ogni influenza nei Consigli d’Europa… per correre dietro ad un acquisto, che non rappresenta nessun grande interesse e che non otterremo mai finché durino in Europa i presenti raggruppamenti di stati?
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- 1. F. Cataluccio, Problemi e sviluppi della politica estera italiana dal 1861 al 1918, Marzorati, 1968, in Nuove Questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, II.
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A questa si risponde con grande coerenza politica: È una politica infantile quella che ci condanna alla impotenza nel solo obiettivo pratico di mantenere dei dissapori con l’Austria, conscio che l’Austria sia una condizione indispensabile per una politica concludente ed operosa, convinto di doverla coltivare con cura e di dover dissipare ogni malumore2. Dopo le delusioni del trattato di Berlino ed a seguito della conclusione, il Trentino viene del tutto accantonato, come problema, da risolversi in “momenti nuovi e favorevoli” (Ibidem).
La popolazione trentina, che sempre si era professata italiana, rimasta isolata nel grande agglomerato austriaco, subiva un processo di snazionalizzazione lenta a cui, però, si contrapponeva un forte movimento di opposizione, che trovava uniti tutti i partiti di tendenze liberali e socialiste.
Già nel 1872 si era costituita la “Società degli alpinisti trentini” e nel 1886 “La pro Patria” a cui si aggiunsero varie società sportive, altre di mutuo soccorso e di cultura. Notevole influenza ebbe “La lega nazionale“ che raccoglieva nel 1914 ben 8.000 soci su un territorio di soli 380.000 abitanti.
Carattere popolare ebbe l’erezione del monumento a Dante in Trento, a cui concorsero tutte le classi sociali.
D’altra parte la condizione del Trentino era particolare in quanto subiva un’amministrazione composta in gran parte dalla borghesia clericale e feudale del Tirolo3, a cui era stato annesso nel 1815.
I tentativi di affrancamento dalla Dieta di Innsbruk, numerosi, non avevano portato a felici conclusioni e si andavano esaurendo in un
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- 2. B. Mussolini, La Voce, Marzo 1911.
- 3. Già nel 1715 a Bologna, studenti trentini fecero pubblici tumulti per non essere annoverati fra i tedeschi. Nel periodo napoleonico il Trentino rimase aggregato al Regno di Italia, partecipando ai moti carbonari attivamente e alla Giovane Italia, specie con Gustavo Modena alle giornate del 19 e 20 marzo del 1948. E sempre nello stesso anno iniziava la lotta per svincolarsi dalla Confederazione Germanica a cui era stato aggregato nel 1818. Nel 1859 Trento rifiutò l’indirizzo di fedeltà all’imperatore, imposto dal Comitato Permanente della Dieta Tirolese. Nelle elezioni politiche del 1861 e del 1864 il Trentino dimostrò la propria maturità politica, astenendosi completamente dalle votazioni. Seguirono arresti e condanne, dopo una congiura, scoperta per una sollevazione in rapporto con i fatti di Sarnico e coi moti di Forlì.
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moto autonomistico, sacrificato per la prosperità dell’altra provincia. Si noti che nelle entrate del bilancio comune, il Tirolo si attribuiva più di un milione di corone all’anno per i lavori pubblici, mentre al Trentino veniva assegnato solo 28.000 corone.
Il tracciato, inoltre, delle vie di comunicazione era tale da precludere naturali sbocchi col Sud e da includerlo nella zona austriaca, staccandolo dagli interessi italiani.
Il sistema elettorale, poi, era combinato in modo che 580.000 trentini fossero rappresentati da 21 deputati, mentre 500.000 tirolesi avevano 68 rappresentanti come delegati.
Era, in effetti, una questione di minoranza, che, però, ingigantiva, nel clima di repressione e portava a continue manifestazioni politiche e sociali, su cui premevano il nazionalismo e il socialismo.
Il Lavoro di propaganda socialista, in forma organizzata, si manifestava nel Trentino solo col 18954.
Agli inizi era un gruppetto di operai e di studenti che, durante l’emigrazione e negli atenei di Vienna e di Innsbruk e dei vari centri italiani, avendo assorbito le idee socialiste, diede vita, nel gennaio del 1895 alla Rivista popolare Trentina, sequestrata dopo il primo numero.
Il programma della Rivista, pubblicato in L’Alto Adige, era di generica ispirazione socialista ed aveva un linguaggio molto cauto ed involuto con
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- 4. Qualche affermazione, non documentata, fa risalire l’origine del socialismo trentino al 1890. Cesare Battisti (Scritti politici, Firenze, 1923, p. 31) dice: Il suo sorgere nel Trentino data dal 1890. Anche nel n.6 dell’Avvenire c’è l’allusione di un oratore al 1890. come anno della formazione del movimento socialista tra gli italiani sotto il regime austriaco. La Società democratica-socialista Italiana di Vienna fu inaugurata il 17 Febbraio del 1895 e la stampa avversaria (Alto Adige, Voce Cattolica, Patria) si mostra allarmata negli articoli del 1895 per la presenza e per l’apparizione del nuovo e pericoloso movimento.
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Contenuti ingenui e vaghi, basati sul lume della scienza, positiva5. Seguì, poi, dopo il fallimento del primo tentativo, un convegno a Trento, per dare vita ad un settimanale dichiaratamente socialista da pubblicare a Vienna e che effettivamente uscì il 15 novembre 1895 col titolo di L’Avvenire.
Nello stesso tempo cominciò la propaganda orale, intensa nelle città, mentre si costituivano le prime unità organizzative.
Ora gli scopi erano così definiti dallo statuto della “Società dei lavoratori e lavoratrici in Trento e dintorni”: La società tende a promuovere lo sviluppo intellettuale ed artistico dei suoi membri e precisamente
- con l’impartire lezioni, tenere conferenze sopra questioni scientifiche, tecniche e sociali, senza toccare la politica e la religione; inoltre col preparare indirizzi, suppliche, stampati, gravami ed altri manifesti permessi dal legge, così pure con partecipazioni in iscritto o vocali, fatte ad altre corporazioni che tendono al medesimo scopo onde ottenere un vicendevole trattamento dei membri con speciale riguardo all’aiuto;
- col fondare una Biblioteca gratuita dei soci;
- con l’organizzare feste e divertimenti sociali, atti a promuovere la vita delle società;
- con l’eventuale introduzione obbligatoria di un foglio speciale;
- con l’erezione di sale di lettura per l’istruzione, per conferenze, per trattazioni ed unioni;
- con l’interporsi, gratuitamente, per procurare lavoro e sussidi ai membri nel caso mancassero di lavoro, e ciò in proporzione dei mezzi che vi saranno disponibili.
La Società tende, inoltre, a raggiungere lo scopo col proteggere gratuitamente il diritto dei suoi in questioni industriali, sorte nell’esercizio del loro mestiere6.
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- 5. L’alto Adige (n.25,30-31 gennaio 1895) così scrive: …bisogna riconoscere che, presso tutti i popoli colti, va accentuandosi un movimento ampio e profondo, che tende a far sparir gli odi nascenti tra le classi, e che esamina, illuminato dalla scienza, l’attuale questione sociale in tutti i suoi elementi; si cerca di vedere come si possano far cessare le miserie della vita, come si debba fare una più equa distribuzione del lavoro e dei suoi benefici.
- 6. Libro di legittimazione e Statuto della Società dei Lavoratori e delle lavoratrici in Trento e dintorni, Rovereto,1896.
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Poi con la fondazione del Settimanale L’avvenire del Lavoratore nel 1896, nel Trentino, apparve chiara la situazione politica. La fede socialista infatti, che fa proseliti continuamente, non dissente dalla questione irredentistica, anzi consente di sentirla come una pregiudiziale alle rivendicazioni del nuovo diritto, predicato dal socialismo. E di farne una bandiera per il popolo partecipe e consenziente.
Si fece, allora, luce nei Trentini che in un paese economicamente e politicamente schiavo non si poteva unire i lavoratori e tanto meno farne una forza operante, fino a quando il problema nazionale non fosse posto e risolto come un problema di libertà e di giustizia sociale, che cioè fosse considerato come un punto di partenza per la soluzione di tutti gli altri.
L’irredentismo acquistò, perciò, dal socialismo un indirizzo nuovo che avrebbe influito in modo fruttuoso sugli altri partiti. E siccome durava La Triplice, gli irredenti dovevano provvedere personalmente alla loro italianità e di conseguenza ripresero la lotta per l’autonomia amministrativa per distaccarsi dal Tirolo, adoperando tutti i mezzi (resistenza passiva ed attiva; ostruzionismo alla camera e alla Dieta, manifestazioni pubbliche, agitazioni universitarie, opuscoli).
Col contributo di Cesare Battisti, uomo che si era formato a Firenze e a Torino7 nella sede socialista, il socialismo trentino, secondo Arfé8 si avviava ad un riformismo graduale, ma aggressivo, economico e politico, tendente insieme a diventare il pungolo di tutte le forze, in una battaglia autonomistica e democratica, e faceva da macchina indietro spingente il treno della borghesia, secondo un’espressione cara al Battisti, in attesa di poter prendere il posto di guida.
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- 7. La formazione socialista di Cesare Battisti (1875-1916) avviene gradualmente dopo che ha frequentato il Regio Ginnasio a Trento e dopo che si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza a Graz, dove si lega a un gruppo di studenti, tra cui il socialista roveretano, Antonio Piscel, e con loro fonda nel 1894 un’associazione di stampo socialista, chiamata Società Studenti Trentini. Completa il suo credo socialista quando si iscrive all’Università degli Studi di Firenze, dove cambia facoltà (passa a Lettere e Filosofia) e specialmente quando è a Torino, dove vivaci sono i fermenti socialisti anche per opera di Edmondo De Amicis, attivo dal 1890 in città.
- 8. G. Arfè, Dizionario biografico degli italiani, III, Roma 1963.
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L’elemento nuovo introdotto dal Battisti è costituito dall’innesto della questione unitaria nazionale nella problematica socialista.
A questa unità di visione si ispira la lotta, condotta dal Battisti, per la difesa della valle di Fiemme, che il governo iniziava a snazionalizzare. Si propendeva, infatti, a collegarla con una ferrovia a Bolzano per sottrarla all’influenza di Trento.
Grazie a Battisti si ebbe un vasto movimento di agitazione della classe popolare che si saldò, in un clima di solidarietà, con altri movimenti socialdemocratici.
La figura del Battisti, dunque, in quegli anni campeggia sulle altre poiché è a capo del movimento socialista, non solo perché mette insieme, fondendoli, i settori culturali e sociali in quanto si interessa a tutti problemi oltre a quelli locali, ma perché ha ormai una formazione tipicamente italiana con un’esperienza tale da rompere col “provinciale ambiente trentino”9.
Secondo A. Galante Garrone10 I comizi, i congressi, la prima stampa periodica socialista, la prima camera del lavoro, la prima stampa patriottica socialista, gli scioperi, i sequestri, i processi, le angherie poliziesche, le aspre polemiche fra i partiti, tutto questo che caratterizza il difficile esordio del socialismo trentino, è strettamente legato alla persona di Cesare Battisti.
Dall’Epistolario11, inoltre, risulta chiaro lo stato di lotta in cui si dibatteva il Battisti, reso ancora più aspro dal continuo contrasto coi preti, tanto che le condizioni di vita erano eroiche.
Allora, si profila nel Trentino la tendenza in seno al partito socialista che inclina ad utilizzare, dapprima come alleati, poi come compagni elementi provenienti dalla borghesia liberale. Dunque, tutta l’opera del primo Battisti tende a sollecitare la coscienza popolare ad una presa di posizione oggettiva all’insegna di un ideale inteso a mettere il socialismo a confronto col problema della nazionalità e a trovare una soluzione mediatrice ed unificatrice della questione dell’irredentismo, proiettato verso il superamento dei puri termini irredentistici, nei quali i repubblicani per un ventennio a cavallo del Novecento cominciano a considerare il problema di Trieste e Trento12 in modo unitario.
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- 9. Galante Garrone, Introduzione agli scritti politici e sociali di Cesare Battisti, Firenze 1966
- 10. Ibidem
- 11. P. Alatri, Introduzione all’Epistolario di Cesare Battisti, Firenze, 1966
- 12. Ibidem.
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L’azione politica di Cesare Battisti dal 1895 al 1914
Vogliamo delineare la figura del socialista Cesare Battisti seguendo le righe dell’Epistolario e degli Scritti politici, convinti che solo in essi ci sono i segni che meglio lo caratterizzano.
Vogliamo dimostrare come il Battisti, anche se inizialmente ben inserito nell’irredentismo trentino, venuto a contatto con la fede socialista nel periodo fiorentino-torinese, abbia maturato idee socialiste tali da diventare il capo indiscusso del socialismo trentino e da ricercare con una certa inquietudine personale, una soluzione politica, sulla scia di quella salveminiana1, nella coscienza della necessità della lotta organizzata secondo gli schemi e i moduli socialisti.
Così facendo e vivendo, Battisti, pur sottomettendo la tematica irredentistica al socialismo mantiene intatto il carattere di propagandista dell’Irridentismo.
Comunque, il suo socialismo, pur presentando i caratteri dell’ideologia marxista, non evidenzia uno svolgimento unitario e una compattezza problematica, ma risente eccessivamente della sua formazione borghese familiare e della tradizione trentina, oltre che della crisi degli ideali borghese-liberali post-risorgimentali, comune a tutti gli intellettuali della fine del secolo.
Infatti, col positivismo, cadute le illusioni romantiche, si andavano formando le concezioni realistico-economiche, lasciando negli spiriti un bisogno di sconsacrazione dei miti idealistici con la necessità di sostituirli con le realtà più concrete.
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Battisti, nel periodo fiorentino, aveva conosciuto anche Gaetano Salvemini (1873-1957). Questi, dopo la laurea in Lettere, aveva avuto molti trasferimenti e nel 1908 era a Messina dove nel catastrofico terremoto gli morirono cinque figli e la moglie. Poi era divenuto professore all’Università di Trento nel periodo stesso in cui Battisti è a Firenze. Salvemini, nel frattempo, aveva aderito al partito socialista, alla corrente “meridionalista”, però, ed aveva collaborato a Critica Sociale. Già da allora aveva mostrato la sua propensione al suffragio universale e al federalismo, convinto che col movimento socialista si potesse risolvere il problema del Meridione (ed anche dell’Irredentismo). Soprattutto era proiettato a collegare i contadini del Sud con gli operai del Nord e propagandava l’idea della necessità dell’abolizione del protezionismo delle tariffe doganali di stato e, boicottando la costituzione da parte dello stato di una piccola proprietà contadina, aveva volontà di colpire gli interessi dei latifondisti, impegnati a fare parziali concessioni per mantenere intatti i loro privilegi atavici.
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A questo scompenso di varia natura, comune a tutta Europa, storicamente, si accompagnavano esigenze di sostituzione politica e di rinnovamento radicali che si operavano attraverso la rivoluzione socialista.
In Italia, con la sinistra al potere, si era acuito il divario fra il Nord e il Sud e si andava verso forme di nazionalismo esasperato, in un clima di reali necessità, misconosciute, per la salvaguardia di un’Italia ufficiale, da immettere nel consesso di grandi nazioni.
Da qui il tentativo crispino di soluzione di problemi interni con la politica estera, con la conquista dell’Eritrea, che poi risulterà fatale13. Al clima politico di fine secolo, nazionalistico, gli individui rispondono in vario modo, a seconda della propria formazione: al silenzio dell’ultimo Verga14 si oppone la denuncia socialista di Vecchi e giovani di Pirandello15, al superomismo dannunziano16 con le esasperanti forme estetiche, il socialismo comunitario di Pascoli17, al modernismo fogazzariano18 – seppure superficiale e denotante la ricerca del Nuovo con soluzioni problematiche esistenziali fa riscontro “l’inettitudine” sveviana dei primi romanzi.
Lo stesso Battisti risente della crisi di fine secolo: l’Epistolario ne è una prova evidente.
Infatti, da esso risulta, a prima vista, il ritratto di un uomo inquieto che, nel socialismo di marca paternalistica, diremmo, deamicisiana, trova la soluzione dei propri problemi personali e politici.
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- 13. L’Italia si interessa ad Assab, poi prende Massaua nel 1890, nonostante la sconfitta di Dogali e conquista ufficialmente l’Eritrea, che è considerata colonia. Nel 1896, a seguito della sconfitta di Adua, cancellato il trattato di Uccialli, con la pace di Addis Abeba si riconosce il regno di Abissinia e si proclama l’annessione dell’Eritrea all’impero;
- 14. Giovanni Verga è muto in situazione;
- 15. Pirandello mostra il fallimento italiano;
- 16. D’annunzio propende per un decadentismo superomistico;
- 17. Pascoli per un vittimismo cosmico;
- 18. Fogazzaro ne vede l’assetto “modernistico”.
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Se si esamina la lettera ad Ernesta Bittanti del 10 novembre del 1898, si rileva l’incertezza nella scelta del proprio destino di uomo in cerca di una giusta collocazione nel mondo del lavoro. Infatti Battisti ha coscienza che la sicurezza dell’avvenire nostro non sta nella scelta della professione: in questo momento sta tutto ed unicamente nel coraggio e nella fiducia, che avremo in noi stessi. Inoltre, all’epoca, il bivio professionale (ricerca scientifica da una parte e tipografia dall’altra) imponeva una scelta che veniva rimandata, come dimostrazione di una coscienza instabile ed insicura, anche per i tempi fortunosi. Si riconosce nella stessa lettera che c’è in Austria molta tolleranza; c’è molto rispetto per la cultura e la scienza; si precisa che in Italia il governo reazionario, di Pelloux, non permette progetti immediati. Perciò l’autore conclude che pensa ad un avvenire difficile, fortunoso. Dunque, dalla lettura dell’Epistolario – specie della prima parte, relativa gli anni trascorsi nel Trentino -, risulta che Battisti è alla ricerca di una personale definizione, che va da affermazioni romantiche ed eroiche, oltre ad una sublimazione del proprio io, in una coscienza della singolarità della propria azione e del proprio destino, ad una precisazione del proprio compito politico, in un ambito di confine, come quello trentino. L’oscillazione dell’animo giovanile di Battisti, come si nota nelle lettera di Ernesta Bittanti ai figli, viene mostrata nel rifiuto delle direttive materne che lo volevano avvocato, nell’iscrizione alla facoltà di Lettere a Firenze, a Graz per legge e poi a Torino e a Vienna. L’inquieto girovagare permette di cogliere il vagabondare spirituale del giovane, che ancora non ha una linea di condotta unitaria e una direzione ben precisa. È ancora una giovane contestatore che vorrebbe rinunciare al patrimonio del passato, ma non vede l’avvenire di una realtà da contrapporre alla vecchia. È un giovane simile a quelli del romanzo pirandelliano I vecchi e i giovani, che nella coscienza del dramma popolare trova l’espressione completa in una denuncia sociale e, quindi, nell’attivismo socialista, la via del riscatto politico del Trentino e la propria professione, in un rifiuto dell’eredità borghese dei vecchi. L’approdo del giovane al socialismo avviene a Torino, dopo una sommaria preparazione ed un superficiale indottrinamento fiorentino. Si sa del suo arrivo a Firenze… da una testimonianza di Salvemini, che risale al 1917…