Giuseppe Flavio in “De viris illustribus” di Girolamo

Girolamo, in Commentarii in Hieremian, 5, 27, dice che Origene allegoricus semper interpres delirat et in hoc loco quando legge enanthroopeoo/Io mi incarno – io entro in un corpo o tra gli uomini – (cfr. Eliodoro, Etiopiche, II, 31: psuchhn apacs enanthroophsasan/anima una volta incarnatasi in un corpo).

 

 *Perché mi vuole mostrare Girolamo, che tratta nel 393 d.C., in epoca teodosiana, anno di scrittura del De viris illustribus, del caput XIII, cioè di Giuseppe Flavio?

Voglio mostrarti la figura Giuseppe Flavio, sacerdote giudaico, un sadduceo, divenuto fariseo per scelta, nel deserto, sotto la guida di Banno, governatore di Galilea nel periodo iniziale del Bellum Iudaicum, evidenziando gli onori ricevuti dai flavi, Vespasiano e Tito, mettendo in rilievo i suoi libri, conservati in biblioteche, marcando l’onore di una statua, a dimostrazione della riconoscenza dei suoi meriti da parte dei sovrani che non solo lo liberano dalla schiavitù, dopo la vittoria, ma lo affrancano, concedendo il diritto di chiamarsi flavio e dando molti munera, case, ville, praedia a Roma, in Italia e in Iudaea

 *So bene che il sacerdote scrisse per loro e in loro onore la Storia giudaica in sette libri, che secondo Girolamo – che segue Egesippo, cfr. Hegesippus caput XXII, nell’articolo Egesippo – sono libri trattanti la schiavitù del popolo giudaico/captivitatis iudaicae. So dei 20 libri di Antichità Giudaiche, scritti nel XIV anno di Domiziano e specie del Testimonium flavianum, tanto utilizzato dai christianoi, in cui Gesù viene definito poihths e didaskalos due termini per me poco chiari. Conosco i due libri scritti contro Apione, un oppositore greco inviato ambasciatore a Caligola contro Filone e il libro in cui c’è il biasimo per il popolo ebraico/vituperationem gentis ebraicae e quello sulla Sovranità della ragione, che tratta del Martirio dei Maccabei.

Marco, io ti trascuro la figura di Flavio e l’indice delle opere dello scrittore, di cui Girolamo non ha completa conoscenza, voglio invece parlare del suo uso di termine nel tradurre il testimonium flavianum del XVIII di Antichità giudaiche, libro da me tradotto.

 *La sua odierna trattazione, dunque, verte sulla traduzione di Girolamo di 63-64 del XVIII libro di Antichità giudaica, da lui fatta dal greco in latino che riporta in De viris illustribus. Io mi chiedo perché Girolamo traduce ποιητής con patrator?

Birbone, tu vedi le ombre di Apollinare di Laodicea e di Gregorio di Nazianzo alle sue spalle, uomini che hanno letto poihths creatore del mondo e visto la kosmopoiia cfr. Filone, Peri ths Mooseoos kosmopoiias/De opificio dei, quindi, considerato Dio opifex mundi/creatore del mondo e demiurgo!
*Certo. Dopo oltre 350 anni la figura di Gesù, tramandata anche da Flavio, quasi un sessantennio dopo la morte, in un nuovo contesto politico, socio-economico e religioso, ha una sua nuova connotazione, più spirituale che naturale, più pneumatica che umana (psico-ilica), specie dopo Origene, tanto che il santo parla di patrator e di doctor, seguendo un’altra lezione storica, tale da sconvolgerne le caratteristiche umane per una visione divina magistrale di Gesù rabbi, guida spirituale e soprannaturale nella storia umana, cfr. Ma, Gesù, chi veramente sei stato?, eBook KDP, 2012 e Filone e la creazione del mondo.
Marco, voglio farti capire che Girolamo scrive tre secoli dopo Giuseppe Flavio e dopo circa tre secoli e 57 anni dopo la morte del Messia-Christos, ed usa termini del registro sacro pagano sacerdotale; tralascio le dicerie sulla sua morte e crocifissione, sul fatto che è stato visto, in apparizione/epiphaneia, vivo/zoon-vivens, di nuovo, dopo tre giorni, sulla fides dei seguaci/sectatores, che persistono ancora, perseverando dopo decenni dalla crocifissione del Christus, avvenuta ad opera dei principi/protoi giudaici, che avendo invidia/odio lo denunciano (ne ho parlato in altra sede in cui ho mostrato, oltre al valore di endeicsis di denuncia, la necessità di sfruttare la Bibbia, il libro ebraico per eccellenza, dove ci sono sermones vaticinantes adventum Christi!).

 *Lei non crede nella divinità del Messia christoschristus, Girolamo, invece, è credente! 

Marco io ho riportato, anni fa, il pensiero del filologo tedesco K. J. Neumann, autore di Iuliani imperatoris librorum contra christianos quae supersunt, Lipsia, Teubner, 1880: che Gesù non fosse Dio non osò dirlo né Paolo, né Matteo, né Luca, né Marco, ma solo l’ineffabile Giovanni quando vide che già molta gente di Grecia e di Italia era presa da questo contagio. Ti aggiungo che il tedesco seguita a dire che di Gesù non parla Filone né Giusto di Tiberiade, ma solo Flavio nei termini che abbiamo detto, come fu letto da Origene in contra Celsum 1, 47. Ti concludo che, a mio parere, il giudizio di Girolamo è in linea con quello di Eusebio, che aggiorna la figura di Cristo -Dio, dopo il periodo della persecuzione di Diocleziano (St. eccl., 1, 11) nonostante le opposizioni del suo amico Eusebio di Nicomedia, ariano! Ora, detto questo, leggiamo i due testi:
1. Testo latino di Girolamo: …Eodem tempore fuit Iesus vir sapiens, si tamen virum oportet eum dicere. Erat enim mirabilium patrator operum et doctor eorum, qui libenter vera suscipiunt; plurimos quoque tam de Judaeis quam de gentibus sui habuit sectatores, et credebatur esse Christus. Cumque invidia nostrorum Principum, cruci eum Pilatus addixissest, nihilominus qui primum dilexerant, perseveraverunt, Apparuit enim eis tertia die vivens. Multa et haec alia mirabilia carminibus prophetarum de eo vaticinantibus, et usque hodie Christianorum gens ab hoc sortita vocabulum, non defecit. 
2. Testo di Flavio: Γίνεται δὲ κατὰ τοῦτον τὸν χρόνον Ἰησοῦς σοφὸς ἀνήρ, εἴγε ἄνδρα αὐτὸν λέγειν χρή: ἦν γὰρ παραδόξων ἔργων ποιητής, διδάσκαλος ἀνθρώπων τῶν ἡδονῇ τἀληθῆ δεχοµένων, καὶ πολλοὺς µὲν Ἰουδαίους, πολλοὺς δὲ καὶ τοῦ Ἑλληνικοῦ ἐπηγάγετο: ὁ χριστὸς οὗτος ἦν. καὶ αὐτὸν ἐνδείξει τῶν πρώτων ἀνδρῶν παρ᾽ ἡµῖν σταυρῷ ἐπιτετιµηκότος Πιλάτου οὐκ ἐπαύσαντο οἱ τὸ πρῶτον ἀγαπήσαντες: ἐφάνη γὰρ αὐτοῖς τρίτην ἔχων ἡµέραν πάλιν ζῶντῶν θείων προφητῶν ταῦτά τε καὶ ἄλλα µυρία περὶ αὐτοῦ θαυµάσια εἰρηκότων. εἰς ἔτι τε νῦν τῶν Χριστιανῶν ἀπὸ τοῦδε ὠνοµασµένον οὐκ ἐπέλιπε τὸ φῦλον.

 *Vedo che lei non mette traduzione italiana, ma indica i punti nodali in grassetto ποιητής-patrator e διδάσκαλος-doctor, sectatores-anthropoi dechomenoi, Christos-Christus, endeicsei-invidia, theioon prophetoon,.. eireekotoon-carminibus profetarum… vaticinantibus. Cosa mi vuole esattamente dire e far notare

Marco, io cerco di farti capire che Girolamo ciceroniano traduce con un terminologia sacra del vocabolario sacerdotale, pagano, usata anche da storici nel corso dei conflitti, cioè si serve del flamen dialis, nello specifico del pater patratus.

 *Me ne ha parlato, trattando delle corporazioni sacerdotali in Aedituus e neookoros. Ora, mi vuole mostrare un inedito Girolamo, all’atto del tradurre! Mi dica. Io ascolto. 

Marco, Girolamo è veramente latino e ciceroniano e, come tale, conosce bene Varrone e la theologia latina e gli usi, il sistema sacerdotale e specie quello dei flamini, degli arvali, dei salii, degli aruspici, degli auguri ecc. e quindi il termine patrator, che è dell’area semantica, specifica del flamen dialis di Giove. Quindi ha presente Livio (Storia, I, 20), che mostra Numa Pompilio, re pacifico, opposto a Romolo bellicoso, che invita il popolo di ladroni a non fare guerre e a godere della pace istituendo il culto di Giano e il sacerdozio e le corporazioni, tra cui i flamines di cui è capo il patrator, il flamen dialis. Quindi nel tradurre il santo sottende Tacito (Annales, XIV, 62) che indica Aniceto, prefetto della flotta del Miseno come patrator necis, un esecutore, quasi autore sacro del misfatto del matricidio compiuto da Nerone – poi inviato in esilio in Sardegna con l’accusa di adulterio con Ottavia, dove muore di morte naturale vivendo agiatamente non inops/non senza impegni, ma con qualche carica onorifica -.

 *Mi resta difficile capire il reale significato degli storici, se, con questo termine poi Girolamo indica Dio, il logos creatore, fattore di azioni paradossali παραδόξων ἔργων ποιητής. Il santo dà un altro valore in quanto fonde l’azione prodigiosa con un qualcosa di straordinario morale e soprannaturale! Con patrator Girolamo vuole indicare uno che conclude un’operazione di pace o guerra in quanto abile a fare l’azione di patrare, condurre a termine sottendendo il pater patratus, che stipula trattato di alleanza o di pace o fa guerra, che si attiva in caso di dichiarazione di guerra contro popolazioni straniere – resesi responsabili di provocazione nei confronti del popolo romano -.
Per lei, Girolamo aggiunge qualcosa di nuovo all’idea platonica di Dio creatore?!

Marco, il santo conosce il rito del flamine, che, entrato nei confini territoriali nemici, procedeva alla richiesta di restituzione degli uomini o delle cose sottratte e se, dopo 33 giorni, tale richiesta non era stata soddisfatta, tornato sul posto, pronunciava la solenne dichiarazione di sfida, lanciando una lancia nel territorio nemico! Il termine risulta a lungo, dopo l’uso fatto da Girolamo, vocabolo estraneo al cristianesimo, ma poi rientra nel sistema cattolico, nella catechesi di Roberto Bellarmino, in epoca controriformistica accompagnato da orbis ed entra nelle preghiere, come vocativo connesso con optime e, quindi, risulta invocazione a Dio, ottimo creatore del mondo/orbis patrator optime!

 *Professore, questo Girolamo vuole intendere, a questo vuole portare e questo fa col tradurre tou kosmou ποιητήs cioè col mostrare il creatore del mondo, fattore della kosmopoiia del platonico Filone alessandrino, di un creatore che fa imprese, ineffabili, divine, alludendo a Giove ottimo massimo. La stessa cosa sembra fare con didaskalos, che viene staccato dall’uso alessandrino, tipico del didaskaleion giudaico-cristiano. Il santo va oltre il significato dato da Clemente alessandrino caput XXXVIII, che parla di Paidagoogos del Signore, maestro che educa i ragazzi, in quanto dotto/sophos, dotato di una sophia divina, eterna in quanto logos-verbum della Santa Trinità, ispiratore stesso della Sapienza e Sapienza lui stesso?

Marco, in Girolamo ora predomina la concezione giudaico-rabbinica e per questo risulta educatore/rabbi come persona anziana e saggia, capace di orientare e guidare il prossimo contribulo in Christos, che è pars del corpus dell’Ecclesia, legato ormai al valore ellenistico platonico, basato su sophia/saggezza sapienziale!

 *Dunque, da quanto detto e scritto da lei, evincendo e deducendo, posso dire che Girolamo traduttore riprende ll pensiero di Gregorio di Nazianzo – cfr. Amici cristiani, perché diciamo “credo”? KDP, 2014 – e quotidianamente ripete, in latino, il simbolo niceno-costantinopolitano credo …et in unum Dóminum Iesum Christum, Filium Dei unigénitum
et ex Patre natum ante ómnia sǽcula:
Deum de Deo, Lumen de Lúmine,
Deum verum de Deo vero,
génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt;
qui propter nos hómines
et propter nostram salútem,
descéndit de cælis, et incarnátus est
de Spíritu Sancto ex Maria Vírgine
et homo factus est, crucifíxus étiam
pro nobis sub Póntio Piláto, passus
et sepúltus est, et resurréxit tértia
die secúndum Scriptúras…

Marco, quindi, letto il bios di Giuseppe Flavio, si può dire che Girolamo col suo credo, da una parte, boccia la tradizione di Papia di Hierapolis e, da un’altra, quella di Marcione di Sinope, desideroso di mantenere legami stretti con la Bibbia, fondamentale libro per i sermones vaticinanti la venuta del signore, per i biblia sapienziali, per i profeti, per la dinastia davidica e per quella stessa asmonea, che risultano vincoli per Gesù, uomo – dio, logos dell’Agia Trias.

 *Girolamo, perciò, così facendo e scrivendo, convinto di essere possessore di una vera religione cristianizza il sacerdote Giudaico! Come Agostino (cfr. La vera religione, Introduzione, traduzione, note ed apparati di Onorato Grassi, Testo latino a fronte, Rusconi, 1997) plaude al Cristianesimo e non accetta l’interpretazione di Origene sull’humanitas del Christos! Grazie per avermi fatto capire il testimonium flavianum e la figura stessa del Christos-Christus, secondo Flavio, scrittore domizianeo, letto dall’angolazione geronimiana in De Viris illustribus.

Io ringrazio te per avermi sempre seguito anche se conosci bene il pensiero di scrittori di valore, nazionale ed internazionale, che hanno visto anche loro la cristianizzazione di Giuseppe Flavio, oltre a quella di Filone e di Seneca.

 *Per la mia formazione non è stato utile né J. P. Meier (Un ebreo marginale, ripensare il Gesù storico, Queriniana, Brescia 2002), né L. Canfora (La conversione, come Giuseppe Flavio fu cristianizzato, Salerno Ed., Roma, 2021) ma solo lei è stata la mia vera guida! Io ho meditato a lungo, studiato e ristudiato un suo articolo: Giusto di Tiberiade o Giuseppe Flavio? La scelta cristiana del IX secolo.