Studium Urbis, Sapientiae

Marco, oggi ti parlo dello Studium URBIS, bonifaciano, cioè dell’Università romana della Sapienza, all’epoca del I Anno Santo della storia, detta anche Studium Sapientiae. 

*Bonifacio VIII, seguendo il riformismo nel sistema di studia di Niccolò IV, vuole formare per Roma, urbs per eccellenza, un’Università, dando ad essa un preciso valore sapienziale, theologico, da cui ogni altra (specie le universitates di diritto) doveva in un certo senso dipendere nel catechizzare il popolo e commentare la Bibbia e il Vangelo, in modo da manifestare la Superiorità della Sancti Petri et Pauli Càthedra/kathédra-seggio episcopale pontificale!

Marco, il papa utilizza il termine Sapientia secondo il valore, dato dai tre Cappadoci e poi da Girolamo, che considera il libro della Sapienza – un libro salomonico accettato allora dai cristiani cattolici ed ortodossi, ma non dagli ebrei – opera di un ebreo di Alessandria, individuato in Filone di Alessandria, il filosofo platonico, capo delegazione degli ebrei antiellenici dopo la strage ebraica di Avillio Flacco, del 38 d.C., adombrata nel XIV capitolo del Liber, commentatore della Bibbia dei Settanta (cfr. A Filipponi – In Flaccum di Filone Alessandrino – Una strage di ebrei in epoca caligoliana, KDP, 2022).

*Professore, io so bene che lei valuta i cappadoci, Girolamo e gli scolastici, come anche i filosofi e teologi, viri litterati, che procedono ancora su base ideologica spirituale, marcando solo significante-significato, senza tenere in alcun conto la referenza!

 Marco, la cultura alessandrina dell’epoca è certamente tra il I secolo a C. e il I secolo d.C. specie sotto Caligola in un periodo aureo, fino al momento della neoteropoiia e dell’ektheoosis, dominato dai discendenti di Onia IV e da Filone e da suo fratello Alessandro, l’alabarca (cfr. A. Filipponi, L’eterno e il Regno, II capitolo, KDP, 2022 e A. Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale, 2009), nonostante l’eccidio della popolazione ebraica, l’imprigionamento dell’epitropos oniade di Antonia Minore e l’abolizione della cittadinanza romana!

*Tutto questo induce Girolamo, 360 anni dopo, circa a pensare che il liber sia opera di Filone, nonostante le contraddizioni tra la pars prima salomonica (1-9) e l’altra (10-19) trattante degli anni tra Tiberio/Caligola e Claudio, in cui vi sono riferimenti concreti connessi con In Flaccum, come già detto.

Bene, Marco! A noi interessa, però, il liber solo per l’uso che ne fa Bonifacio VIII nel periodo dell’Anno Santo del 1300 che, riprendendo un’altra interpretazione sapienziale, originale, dell’Antico Testamento, la riferisce al Nuovo, mediante arcaiche profezie secondo lettura esegetica spirituale, per cui sembrano chiari i riferimenti al Logos di Dio, cioè all’onnipotenza della parola divina, che si rivela come misericordia e tolleranza verso il peccatore, in un allusione alla cultura paolina del Crocifisso – cfr. Crucis Ofla/pendaglio da forca -.

*Mi dica! Io ascolto.

Marco, Bonifacio ha qualche conoscenza del commento biblico filoniano e lo sfrutta come già hanno fatto Girolamo e Ambrogio, che considerano il cosmo umano corpus Christi, di cui è parte anche imperatore.

*Perciò, Bonifacio da tomista trae le conclusioni secondo sillogismo: tutti gli uomini sono corpus Cristi, l’imperatore è un uomo, l’imperatore è corpus Christi!

Birbone, conosci pure il sillogismo deduttivo e, perciò, concludi col pontefice che anche l’imperatore, in quanto parte del corpus Christi, è soggetto al potere papale come ogni altra creatura o autorità terrena. Quindi, l’universitas sapientiae romanae è generale studium prevalente sugli studia francesi e partenopei, anche se più antichi (compreso quello bolognese, che sono umani, di Sapienza umana) in quanto fondato dal Papa, che è plenitudo potestatis… pontifex summus omnibus aliis pontificibus superior… pater summus et papa sine determinatione loci

*Professore, chiaramente il papa concede benefici alla sua universitas, al generale studium, dando privilegia libertatibus immunitatibus et doctoribus et scholaribus!

Il papa promuove lo studium sapientiae e, quindi, mette in rilievo la cultura teologica opponendola in un certo senso a quella giuridica giustinianea, in una volontà almeno di pareggiare lo studium Urbis con quello di Parigi e di Napoli, i cui eccelsi magistri sono i domenicani, i francescani e l’eretico Sigieri di Brabante, averroista!

*Professore, dopo questa pur breve spiegazione, capisco meglio il disegno di uno studium urbis romano di Bonifacio VIII, uomo teso a combattere non solo la potente famiglia dei Colonna, ma anche il predominio culturale francese ed angioino, specie dopo aver indetto il Giubileo, per cui la concessione di licentia ubique docendi per qualche tempo è esclusivamente romana e poi avignonese, dopo lo schiaffo di Anagni ad opera di Sciarra Colonna e all’oltraggio di Guglielmo di Nogaret!

Marco, io cerco di mostrarti questo particolare periodo storico, dopo il pontificato di Niccolò IV e il breve momento di 4 mesi di Celestino V, aquilano – napoletano, quando il papa è quasi prigioniero di Carlo II d’Angiò e dei Colonna, allorché le scholae episcopali ormai non funzionano in Europa, specie in Francia, e necessita un rinnovamento spirituale teologico secondo coscienza giudaico- gregoriana, sacerdotale, di assoluta indipendenza del papato dai poteri regi tirannici, che tendono a fare raggruppare in Universitates magistri et scholares al fine di una augusta invadenza culturale opposta a quella papale celestiniana florense, perché desiderosi di far costituire sotto il loro patronato corporazioni di letterati, quando già iniziano le corporazioni di mestiere come quella di Calimala o dei Medici e speziali – distinti poi in Firenze in Artes Maggiori e Minori (cfr. F. Braudel Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Milano, Bompiani, 1987 e Giano della Bella e gli Ordinamenti di giustizia del 18 gennaio 1293 e A. Filipponi, Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante, KDP, 2022) -.

*Bene, vada avanti.

Marco, mentre le Universitates di diritto mantengono il loro indirizzo in un quadro politico socio-economico, dove ormai sono scomparsi impero e papato, i due soli, imperator e sacerdos, e sorgono le auctoritates comunali e poi le signorie nello sfacelo dei poteri tradizionali col ghibellinismo e guelfismo, e si affacciano alla storia le plebi/gentes novae, la curia papale con le sue artes dictaminis e col cursus sta per cedere alla stampa e al progresso – che intensificano lo studium humanitatis con la filologia e con l’archeologia nuove scienze – mantiene anche con quella avignonese per tutto il Trecento un sistema scriptorio magistrale romano-cassinense, seppure staccato, specie nel Quattrocento dall’impostazione spirituale ultraterrena e divina.

*Sorge lo studium humanitatis con una concezione dell’uomo faber sua quisque fortunae sulla terra, per cui l’archigimnasium romano, già vacillante di fronte allo studio del diritto civile e canonico, è accusato perfino dai francescani spirituali, da Iacopone, da Dante stesso e da Filippo il bello!

A poco serve la previdenza di Bonifacio, che aveva fissato quasi ogni cosa nel liber sextus, introdotto dalla bolla Sacrosanctae già il 3 marzo del 1298, quando tassativamente impone che bisogna servirsene in iudiciis et in scholis, avendo fissato le regole giuridiche con l’universalità di Roma, urbs destinata ad essere la sede, in cui bisogna spezzare il pane della sapienza e della scienza, quasi fosse città divina, domicilio di Dio, a cui si deve il timor come per Dio!

*Professore, i miei compagni mi dicono che Bonifacio fonda lo studium urbis sulla base dell’antico studium di Fermo dell’825, istituito da Lotario.

Marco, non credo che sia così perché sembra che questo sia potenziato da Bonifacio IX nel 1398, come studium destinato a formare letterati e giuristi, mentre Bonifacio VIII dà privilegi allo studium urbis nel 1303 con la bolla Conditoris omnium! Ti aggiungo che in quel particolare momento il papa pensa anche alla sede pontificia di Avignone, bisognosa di restauro e di alcune ricostruzioni, intenzionato a sottrarla a Filippo il bello, nel caso che il re non paghi quanto deve al papato circa le decime provenienti dagli episcopati carolini francesi!

*Bene Grazie. I soldi francesi, secondo Bonifacio, servono per la campagna antislamica, non per i capricci… di Filippo il Bello!