“Un’altra Storia del Cristianesimo”
Autore: Prof. Angelo Filipponi
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“Μὴ νομίσητε ὅτι ἦλθον βαλεῖν εἰρήνην ἐπὶ τὴν γῆν· οὐκ ἦλθον βαλεῖν εἰρήνην ἀλλὰ μάχαιραν”
“Non crediate che io sia venuto (venni) a portare pace sulla terra: non sono venuto (venni) a portare pace ma una spada!”
Matteo,10, 34
Introduzione
L’opera del Filipponi è essenzialmente storica e linguistica (cfr. Intervista all’autore). Il lavoro storico è stato fatto prima sulla cultura medico-persiana (cfr. Ciro di Persia, KDP, 2023) e sulla Bibbia, poi specificamente sull’ellenismo romano, sulla base delle opere di Filone di Alessandria e di Giuseppe Flavio e del Talmud babilonese e quindi di tutta l’area culturale classica (sia storica che retorica che filosofica, oltre che economico-sociale), con l’ausilio anche della numismatica e dell’archeologia. Infine il lavoro per un trentennio è stato centrato sulle Origini del Cristianesimo.
Da questo lavoro trentennale sono venute le seguenti conclusioni (cfr. Una personale conclusione sul cristianesimo) come risultanza di un’altra lettura della Storia del Cristianesimo.
Questa altra lettura della storia del cristianesimo non ha niente a che vedere con l’impostazione di Samuel Reimarus, né con quella di Georg W. F. Hegel, né di David F. Strauss, né di Ernest Renan né di Albert Schweitzer, tesi tutti alla contestualizzazione giudaica della figura di Gesù e alla lettura di una figura di Messia, realizzatasi secondo formule ultraterrene, senza distinguere l’apporto culturale sincretistico pagano-misterico, platonico, teurgico, gnostico, anzi fatta con l’inglobare i contributi delle culture vigenti.
La storicità del giudaismo, delle sue vicende e della figura di Gesù veniva vista solo da un’angolazione generica, fatta più per giustificare la storia cristiana che per studiarne la reale consistenza storica.
Inoltre lo studio non è fatto con gli strumenti adatti, per me basilari: quelli di una distinzione tra cultura aramaica e cultura ellenistica giudaica (quella di una torah originaria e della sua esplicazione rabbinica torah al pe’ distinta nettamente da quella letta secondo la traduzione dei Settanta e il commento allegorico filoniano-cristiano), con lingua aramaica da una parte e con quella greca dall’altra.
Senza nulla togliere alla grandezza dell’apporto culturale di tale studio, da parte di uomini di tanta cultura, sulla vita di Gesù, anzi riconoscendo la profondità e la potenza di operazioni di molti, specie di P. Wendland, G. Ricciotti, di S. Brandon e R. Bultmann, di E. Kasemann e di E. P. Sanders, di M. Noth, M. Hengel e di J. Bright, noi crediamo di aver fatto storia cristiana e di aver dato un qualche contributo alla conoscenza della reale figura di Gesù Cristo, grazie anche ai lavori sul giudaismo da parte di uomini, che hanno operato sulla cultura ellenistica in senso letterario, economico-socio-politico ed archeologico.
Descrizione
Noi abbiamo iniziato il lavoro con uno studio sull’ellenismo e sul giudaismo e poi abbiamo individuato tre giudaismi in epoca romano-ellenistica, come premessa a tutto lo studio:
1 – giudaismo palestinese, costituito da gruppi ebraici viventi nel territorio della Ioudaea erodiana, puri solo nella Giudea, frammisti ai pagani in tutte le altre regioni (Galilea, Perea, Samaria, Idumea, Decapoli, zona Ituraica, Gaulanitide ecc…), uomini di formazione agricola, di lingua aramaica, popolari ed antiromani, ostili agli erodiani e ai sacerdoti, eccitati alla rivolta da farisei e da Esseni;
2 – giudaismo parthico, costituito da un numeroso gruppo di ebrei, viventi in Mesopotamia, in Adiabene, in Cirrestica, in Osroene, in Cappadocia,in Siria ciseufrasica e Commagene, oltre che in Perside, anch’essi di cultura agricola, di lingua aramaica, popolari ed antiromani in quanto già in maggioranza cittadini della federazione parthica, ben integrati nel sistema confederativo, specie nel periodo di Artabano III;
3 – giudaismo ellenistico, di cultura commerciale, ben integrato nel sistema romano, costituito da giudei di lingua greca, separati dai fratelli aramaici e riconoscenti come capo l’alabarca di Egitto, come centro il tempio di Leontopoli, lettori della traduzione dei Settanta ed interpreti allegorici in senso farisaico del nomos/legge giudaico.
Gli ebrei ellenisti di professione emporoi o capeloi (commercianti all’ingrosso o al minuto), sono quasi esclusivi proprietari del sistema di trapezai alessandrino e con esso sono i dominatori dell’area portuale sia interna che esterna (sul Mediterraneo e sul Nilo), tendono al proselitismo tramite la tzedaqah (philanthropia-charitas), formano il numero più grande e ricco del giudaismo e sono filoromani in quanto connessi con la casa giulio-claudia, in quanto cives iulii, dal periodo di Cesare.
Sulla base di tale premessa abbiamo operato sui seguenti temi:
- La figura di Gesù Cristo Signore
– Abbiamo rilevato che la figura di Gesù Cristo Signore non è storica, ma è storica quella di Jehoshua Meshiah maran.
– La tradizione aramaica tramanda la figura umana di Jehoshua Barnasha/barenash, quella cristiana ellenistica la figura umano–divina di Iesous Khristos Kurios.
– Le due figure indicano un solo uomo, ma viste in modo diverso: in senso antiromano la prima e in senso filoromano la seconda.
– Esse vengono lette secondo sistemi opposti, espressioni di due diverse culture: musar la prima, che è agricola ed aramaica; paideia l’altra che è commerciale e trapezitaria, ellenistica.
– Jehoshua Meshiah Maran è effettivo personaggio storico, figlio di Josip (Gesù figlio dell’uomo–Barenash), nato il 7 a.C. e morto nel 36 d.C. crocifisso, celebrato dalla toledot (storia giudaica), come eroe nazionale.
Egli fu kain (architetto) e kanaah (zelota), e maran (re) dal 32 al 36, e realizzò per breve tempo il sogno del Malkuth ha shemaim/il Regno dei cieli, come mashiah/messia.
– Jesous Christos Kurios, invece, è un nome dato allo stesso personaggio in traduzione greca, da Shaul di Tarso, giudeo della tribù di Beniamino, noto come Paulus, artigiano ed emporos, ellenista, civis romanus, fariseo, discepolo di Gamaliel, abile nella interpretazione allegorica. Questi fonde cultura giudaica aramaica con il pensiero medio platonico, secondo la lezione di Filone di Alessandria (25 a.C. – 42 d.C.), e con la cultura isiaca, creando il Regno di Dio, fondato sulla figura mitizzata di Gesù Cristo Signore, figlio di Dio, crocifisso, morto e risorto dai morti.
- Il Malkuth ha shemaim/Il regno dei cieli (in greco è H basileia toon ouranoon, mentre H Basileia tou Theou significa Il regno di Dio)
Abbiamo rilevato che Il primo non è il secondo e lo abbiamo nettamente distinto, in quanto i due regni sono considerati cristianamente sinonimi, dopo che sono stati congiunti e confusi nel passaggio dalla lingua aramaica a quella greca, in epoca antonina.
I due sintagmi sono stati precisati come espressione di due fasi storiche diverse:
– la prima ha come protagonista Jehoshua Barnasha e poi suo fratello Jakob/Iakobos-Giacomo (morto nel 62) che, nell’attesa del ritorno del fratello, come capo della Comunità di Gerusalemme (cfr. Giacomo e Paolo in www.angelofilipponi.com) prepara i fratelli con la preghiera, la penitenza e con l’esercizio militare, a seguito dell’interpretazione essenica della scrittura, alla guerra, e convinto della vittoria sui romani coinvolge i discepoli che dopo la sua morte, vanno – in nome di Dio degli eserciti/sabahot, il sempre vincitore – alla guerra antiromana (66-73), che termina con la sconfitta ebraica e con la distruzione del Tempio (Cfr. A. Filipponi, Antichità giudaiche, XVIII, testo greco a fronte, KDP, 2015);
– la seconda ha come protagonista Paulus che inventa un altro Gesù, sulla base della figura storica di Jehoshua antiromano, trasformata in un filoromano, servo di due padroni (Dio e i romani) teorico di un Regno celeste e di una cultura sincretistica romano-ellenistico-giudaica.
Paulus è un eretico giudaico che conia (insieme a Barnaba) nel 43 il termine Christianos/cristiano e come tale è punito varie volte da Jakob/Giacomo anche con la pena di morte.
Il suo pensiero si afferma qualche anno dopo il 70, dopo la sconfitta, con gli evangelisti (Marco e soprattutto Luca) sulla base di un antico testo di memorie di Matteo, il pubblicano, che aveva stenografato i logia/detti del Signore in aramaico.
Il pensiero cristiano è confuso per tutto il I secolo fino ai primi anni del regno di Traiano con la cultura giudaica in quanto ha in comune gli stessi riti e le stesse usanze di stampo, però, ellenistico, di lingua greca, non palestinese e parthico, di lingua aramaica.
- Jehoshua kain (tecton), una specie di architetto, qanaah, Maran, mashiah
– Abbiamo rilevato che Gesù fu Kain/qain, non un semplice falegname, fu qanaah fu maran (re) e fu chiamato mashiah.
Il termine Kain evidenzia una classe sociale ebraica di famiglie di costruttori che in greco designa i tectones, cioè uomini abili a progettare e realizzare lavori di costruzione sia come carpentieri che come muratori, pagati a seguito di regolari contratti, anche da governatori e da re, intenzionati a fare acquedotti, e perfino a ricostruire o costruire di nuovo città, considerati moltissimo dopo le classi privilegiate sacerdotali, superiori a tutti gli altri tecnitai, richiesti già al tempo di Erode (37 a.C. – 4 a.C.) ed ancora di più sotto i suoi figli nel periodo romano imperiale, data la mole di costruzioni e la ricerca di nuove tecniche.
Qanaah, corrispondente a zelotes e a sicarius, quindi ha valore di partigiano, uomo con la màchaira/pugnale a tracolla, che combatte contro i romani secondo lo schema di una guerriglia montana e desertica o anche urbana, determinata da santoni (esseni) e da asceti come Giovanni il Battista che battezzano secondo un rito iniziatico penitenziale e militaristico.
Jehoshua in quanto discepolo di Giovanni, e in quanto battezzato, ha fatto il suo corso formativo di penitente e di combattente.
Maran vale re (Basileus, melek). Il titolo poteva essere dato solo da Roma: indebita era l’acclamazione popolare che con l’elezione regale aveva compiuto un atto di rivoluzione (stasis, novitas) e quindi doveva attendersi la punizione da parte del senato e dell’imperatore che governavano l’impero (Giudea, Samaria ed Idumea, avevano un governo retto dal procuratore romano che dipendeva dal governatore di Siria, responsabile di tutto il settore orientale).
- Gesù e il suo regno effettivo (collocato tra la pasqua del 32 e la pasqua del 36)
Noi abbiamo rilevato che
– egli fu proclamato re dal popolo, dopo la morte di Seiano (18 ottobre 31) e dopo la successiva esautorazione di quasi tutti gli amministratori dell’area orientale, specie siriana, bollati come seianei (Pilato, procuratore di Giudea, Erode Antipa re di Galilea e Perea, Pomponio Flacco, governatore di Siria, incaricato di mantenere l’ordine militare lungo il confine eufrasico).
E perciò abbiamo dedotto ed evinto che
– il regno si poté forse costituire a seguito di una serie di trattati locali con Izate di Adiabene, con Artabano, re dei parthi e con Areta re dei nabatei, grazie anche a ricompattamenti ideologici tra i giudei di Mesopotamia e quelli dell’impero romano (sia palestinesi che ellenistici della cosiddetta diaspora) oltre che con i samaritani;
– Il regno di Jehoshua durò quasi cinque anni, dopo la conquista del Tempio, avvenuta con spargimento di sangue per la presenza della guarnigione romana sulla torre Antonia sovrastante il tempio e data l’importanza finanziaria del tempio – gazophulakion/tesoro -, difeso da sadducei e dalle loro guardie;
– Il regno dovette essere tranquillo, dopo la conquista avvenuta mediante resa delle singole città che accoglievano i delegati galilaici inviati a chiedere l’adesione mediante la formula persiana erodotea (acqua e sale, cambiata in acqua e pane): fu purificato il tempio, si celebrò la Pasqua essenica col nuovo calendario solare di 364 giorni, fu giurato il nuovo patto di alleanza con Dio del popolo, come quello di Nehemia;
– Per quasi quattro anni lo stato non ebbe pericoli esterni poiché era connesso con la federazione parthica e poiché Tiberio si disinteressava della questione orientale, intento a debellare i suoi nemici interni, seguaci di Elio Seiano e ad organizzare la propria successione.
– Il regno di Jehoshua dovette finire con la spedizione di Lucio Vitellio, nominato proconsole dopo E. Lamia (che non era mai partito) ed incaricato di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria, con un mandato antiparthico ed antinabateo;
– Vitellio, costretto Artabano III a difendere i suoi stessi confini con un’abile manovra militare e politica, pressate e costrette le popolazioni caucasiche scitiche ed albano-iberiche (di Albania/Azerbaijian e di Iberia/Georgia) all’invasione del territorio parthico, su ordine di Tiberio, concede la tregua al re dei re che, visto il suo territorio occupato ed invaso, chiede un accordo e un trattato, stipulato a Zeugma sull’Eufrate, prima della Pasqua del 36;
Partecipa a questo trattato anche Erode Antipa, al seguito di Vitellio, che tratta con Artabano, costretto a rinunciare ai territori transeufrasici, a dare ostaggi (il figlio Dario e un gigante giudaico di nome Lazar) come garanzia di pace e a pagare indennizzo di guerra imprecisato.
– La clausola di non interferenza nell’orbita romana, voluta dai romani fu una condanna a morte per il maran Jehoshua, abbandonato al suo destino e per lo stesso Areta IV, abbandonato all’ira di Tiberio.
Il caso di Jehoshua diventò una questione interna al mondo romano e, quindi, Vitellio, dopo aver dato l’ultimatum alla città di Gerusalemme, assediata, ricevette dai sadducei e dai farisei, e dal nuovo sinedrio filoromano, che fecero prigioniero il ribelle messia, che venne fatto crocifiggere: la città fu salva, si ripristinò l’ordine romano, si purificò il tempio e si celebrò la Pasqua sadducea tra il tripudio popolare, alla presenza del governatore siriaco.
Il tradimento di Giuda è un equivoco, dovuto al termine tradere /consegnare in latino (la negatività del termine traditor comincia in epoca severiana quando alcuni vescovi e fedeli consegnarono ai magistrati i segni sacri del cristianesimo e quindi tradirono il loro credo facendo apostasia).
Nel caso della consegna di Cristo ad opera di Giuda a Vitellio e a Pilato si tratta di una procedura a seguito di una richiesta espressa del proconsole romano, che comporta, dopo la resa della città, come ultimo atto di un sinedrio dimissionario, il mandato di dare il reo di crimen ai romani (il termine prodotees greco non aveva allora nessun rapporto con traditor latino, che aveva valore di uomo che consegna, come nel corrispondente aramaico, dove è marcata la funzione di intermediario-mediatore-ambasciatore in una trattativa).
In Occidente, dunque, sotto i Severi si indica Giuda col termine traditor bollandolo per l’eternità, con l’aggiunta probabile dell’episodio dei trenta denari e della morte.
Giuda Iscariota in quell’epoca divenne il simbolo del tradimento, quando invece l’uomo (ish) di Kerioth ebbe l’incarico dal sinedrio (e forse dallo stesso Messia) di consegnare il deposto maran ai romani, che assediavano la città.
– Abbiamo mostrato, inoltre, che di Vitellio si conoscono due entrate in Gerusalemme ambedue festose: la prima dopo la resa della città quando viene ucciso Gesù e la seconda dopo la guerra iniziata contro Areta IV, interrotta per la morte di Tiberio: la nuova entrata in Gerusalemme coincide col giuramento di fedeltà fatto dalla città al nuovo imperatore Caio Caligola, che per primo fu acclamato proprio dai Giudei nella Pasqua del 37.
– E abbiamo rilevato che Vitellio, tornato a Roma con Pilato, destituito, divenne un cortigiano, e creò il modello di cortigiania orientale a Roma, facendo prima il confidente di Caligola e poi di Claudio, con cui fu anche console e da cui ebbe la reggenza imperiale nel periodo della spedizione britannica.
- La Iudaea e la nuova sistemazione
Abbiamo rilevato che:
– Viene eletto nel periodo di Gaio Caligola Giulio Erode Agrippa, re legittimo di Iturea Traconitide e Gaulanitide e poi di Perea e Galilea (dopo il processo di Erode Antipa, esiliato con la moglie Erodiade dall’imperatore) mentre veniva conservata la prefettura in Giudea, Samaria ed Idumea sotto Marcello, comandante militare con poteri eccezionali.
– Viene eletto dal 41 lo stesso Erode Agrippa, dopo la morte di Caligola, re di tutta la Giudea comprendente, tutto l’ex regno di Erode il grande, suo nonno: Claudio in un certo senso premia il giudaismo filoromano dando un re federato con Roma stessa cambiando la costituzione, accogliendo implicitamente le richieste del popolo che aspirava al Malkuth, con la speranza di placare la sua antiromanità, dopo aver ripristinato gli antichi statuti ebraici ad Alessandria e in tutto l’impero.
La nuova costituzione ebbe vigore fino al 44, anno della morte di Erode Agrippa: Claudio decise una nuova forma ritornando all’antico con una sottoprefettura, a seguito dei torbidi avvenuti alla morte del suo amico erodiano, convinto della necessità della presenza militare romana in una zona non ancora pacificata.
- La figura di Giulio Erode Agrippa I
Figlio di Berenice e di Aristobulo, terapeuon di Tiberio il giovane e poi turannodidaskalos, insieme ad Antioco di Commagene, di Caio Caligola, probabilmente filosofo scettico (cfr. Scetticismo e tecnicismo nel primo secolo), amico personale di Claudio e suo elettore nei giorni subito dopo l’uccisione di Caligola, grande re giudaico;
Abbiamo fatto su Giulio Erode Agrippa molti lavori nel corso di oltre trenta anni ed abbiamo concluso che, come scettico, è ancora tutto da scoprire.
– Di lui sono stati visti i rapporti prima con Tiberio,
poi con Caligola
poi con Claudio
– ma si sono ricostruiti anche i contesti galilaici e giudaici, nel corso della sua vita da civis, privato, come marito di Cipro, sua parente sempre di linea erodiana e come agoranomos a Tiberiade e come emporos fallito ad Antedone.
- La Ioudaea dal 44 al 66
– Abbiamo rilevato che la Ioudaea è una polveriera
e che la guerriglia nell’area giudaica dopo la nuova costituzione, si amplificò specie sotto la prefettura di Tiberio Alessandro, un giudeo alessandrino, figlio di Alessandro Lisimaco, alabarca di Egitto e poi di Felice, fratello di Pallante.
– Abbiamo esaminato la figura di Jakob e la sua antiromanità ed abbiamo dedotto che questa figura (come anche quella di Jehoshua) debba essere chiarita in senso patriottico e nazionalistico eliminando le incrostazioni religiose (i termini rechabita e nazireo, giusto ed oblias devono avere una nuova connotazione in senso religioso militaristico, senza le sovrastrutture date dalla lettura secondo gli eretici del Regno di Dio).
– Abbiamo mostrato che la guerriglia durò fino alla presa di Gerusalemme nel 70, riprese subito dopo e fu attiva anche nel 115-16 in epoca traianea durò ancora fino alla impresa di Bar Kokba (134-5) in epoca adrianea.
- Dio-logos, come conquista della cultura giudaico-ellenistica, presente in Aristobulo e Filone Alessandrino
Abbiamo rilevato che Dio-logos esprime la funzione creatrice divina, distinta da Dio padre.
– Il logos filoniano è conosciuto da Saul/Paulus, che lo amplia e giunge a mostrare in senso classico da una parte il macroskosmos universale e da un’altra il mikrokosmos umano fino a fondere tutti i partecipi del kosmos in un unico corpo dei credenti in Christos che, redenti dal suo sangue, aspirano al Regno di Dio, in un mistico abbandono e in una tensione spirituale all’unione col proprio creatore.
Il logos = Christos è in Giustino, intorno alla seconda metà del II secolo sotto Antonino il Pio, in relazione al corpo civile romano considerato vivificato da Christos logos, soteer che affratella gli uomini e li libera dal peccato per una dimostrazione di Cristo utile, Christos/chreestos (paronomasia), della utilità del cristianesimo, in un contesto puramente gnostico, dominato da Valentino, in cui si fondono sincretisticamente pitagorismo, platonismo, aristotelismo e stoicismo (cfr. Alessandro di Afrodisia, Il destino, a cura C. Natali, Rusconi, 1996).
– Da qui deriva tutto il processo che porterà alla Trinità e alla divinizzazione di Jesous Christos Kurios, Logos, distinto da Pneuma agion, nel concilio di Nicea (325) e poi in quella di Costantinopoli (380) in quanto omoousios (soggetto della stessa sostanza) del Padre/Pateer.
- La persecuzione neroniana
Abbiamo rilevato che la persecuzione neroniana è un falso sulla base di errate interpretazioni di Svetonio e di Tacito: Nerone aveva vaga conoscenza dell’eresia cristiana mentre ben conosceva il giudaismo che a corte era rappresentato da sua moglie Poppea (che accolse Giuseppe Flavio e favorì la sua ambasceria richiedente la liberazione dei tre saggi giudei, precedentemente imprigionati) e da altri elementi filogiudaici: per lui i cristiani erano solo una minoranza confusa con i giudei, di nessun rilievo, incalcolabili ed irrilevanti come numero (sebbene forse riconoscibili ed individuabili per il loro rigore religioso e il loro culto nuovo rispetto ai già rigorosi giudei tradizionalisti ellenisti), usati come scaricabarile nell’ incendio di Roma, a lui addebitato dal popolo (cfr. Tacito, Ann., 38, 2; 40, 1; Svetonio, Nerone, 38, Dione Cassio, LXII, 16-18. Dei 14 quartieri romani solo 4 rimasero intatti dopo l’incendio, durato forse sei giorni e sette notti).
– Non esiste alcun atto né decreto né rescritto persecutorio neroniano: l’antefatto a cui si riferiscono apologisti ed Eusebio non ha una base storica; il crimen di Jehoshua di una regalità usurpata era già condanna implicita per i seguaci di uno crocifisso: l’accusa ad un corpuscolo di giudeo-cristiani non avrebbe sciolto l’imperatore dal crimen dell’incendio: invece l’accusa a tutti i giudei romani è plausibile, dato il numero di circa 50000 e considerati i rapporti con il giudaismo palestinese, allora già in subbuglio e in agitazione contro le legioni romane (cfr. azione militare di Corbulone, cfr. Tacito, Ann., XIII, 8, 3 e 35; 9, 2-3, XV, 3,1, 6,1 – 2, 10; 16,3, 26,3; Plinio, Nat. Hist., II, 180; V, 83; VI, 23 e 39 Dione Cassio, St. Rom., LXII, 19, 22-23).
– Abbiamo inoltre mostrato che le persecuzioni del I e II secolo (flavie ed antonine) sono un falso: si tratta solo di ius coercitionis per elementi che non sono patriottici e buoni cives, fautori di una religio insana, giudaica in genere, i cui vertici episcopali sono puniti più da amministratori periferici sobillati da masse pagane, inferocite a seguito di cataclismi o di guerre, a causa del loro magistero troppo integralista.
La lettera di Traiano a Plinio in risposta alla lettera dello scrittore del 112 e il rescritto di Adriano sono manifesti segni non di una una persecuzione in un’area ben precisa orientale, ma di un tentativo di richiamare con forza alla moderazione chi è ostinato nella pertinace azione di opposizione all’impero e alle sue leggi, convinto di appartenere ad un altro regno, seppure celeste, a cui anela rientrare al più presto.
– I più accaniti agitatori religiosi e i più fanatici, in numero sempre molto ristretto, vengono massacrati non per ordine di funzionari statali ma dalla plebe che arbitrariamente fa giustizia sommaria, contro lo stesso ordine imperiale: rari sono i casi di giudizi di legati imperiali che impongono la legge ad uomini gerarchicamente influenti sul numero di cristiani, ancora esiguo (la persecuzione contro i giudei in epoca antonina è ben altra cosa, in quanto presenta stermini di massa ed una volontà imperiale di estirpare chirurgicamente dal proprio grembo il cancro giudaico): le relazioni lettere delle Comunità di Lione e di Vienne (cfr. Eusebio, St. Eccles. 5, 1, 1) la Passio di Perpetua e Felicita (6.1), il Martyrium di Policarpo (Eusebio, ibidem, 8, 3, 9, 1) e specie i martiri scillitani, non presentano segni di persecuzione ma evidenziano solo indagini sfuggite al controllo del magistrato.
– Tutte le persecuzioni si riducono ad una vera persecuzione sotto Decio (un editto, di cui non c’è traccia) e sotto Valeriano (due editti nel 253 e 258) in cui si ha un decreto con uno spietato tentativo di estirpazione del cristianesimo concepita come mala pianta a causa di una insubordinazione militare di uomini arruolati, considerati renitenti pacifisti e disfattisti di fronte al nemico persiano, e per di più assertori di una civitas ultraterrena, a cui aspirano ricongiungersi con la morte, tramite il martirio: il sistema razionale proprio del logos ellenistico condanna il muthos cristiano e bolla come integralisti e sovversivi i cristiani, una mala pianta di origine giudaica, connessa d’altra parte in vario modo e forme diverse con oltre un milione di confratelli dell’area mesopotamica, della stessa lingua.
– Le persecuzioni sono dettate da un’esigenza difensiva interna antibarbarica e da una volontà di ripristinare il credo pagano arcaico secondo una logica repubblicana per una maggiore coesione di tutti i cives, che devono partecipare attivamente alla difesa dello stato, alla costruzione di un kosmos che andava affrontando crisi economiche e sociali, come risulta da Porfirio (I quindici libri contro i cristiani, cfr. Porfirio, Storia della Filosofia, a cura di A. R. Sodano, Rusconi, 1997 e Vangelo di un Pagano, a cura di A. R. Sodano, Rusconi, 1993) che, pur essendo amico di Gallieno (260-268), espresse tolleranza, desiderando coesione nell’impero, riconosciuta da Eusebio (St. eccl., 7, 13).
– Le persecuzioni sono un tentativo di ricompattare religiosamente in un unico credo sincretistico i fedeli di tante religioni e di punire quelli che non si integrano nel sistema unitario, desiderosi di una loro autonomia in una coscienza di singolarità e di tipicità fideistica.
– La persecuzione di Diocleziano rientra nel quadro riformistico dell’impero: la restaurazione dell’impero, a cominciare dalla nuova costituzione della tetrarchia, si basa sulla sacralità della persona dell’imperator (che assume una nomenclatura divina), sulla nuova amministrazione con ripartizioni territoriali e divisioni del potere politico da quello civile, sul riordino della finanza e del sistema fiscale. Di conseguenza la ristrutturazione dando compattezza all’apparato pagano si scontra con l’ideologia cristiana proprio per una maggiore rigidità di riti e forme cultuali pagane, riportate in auge e fissate secondo perfino un nuovo calendario.
– La persecuzione iniziale era contro una eresia cristiana, il manicheismo, allignato in Africa e in Egitto e nel 297 (la data dell’editto coincide con la vittoria di Galerio sui persiani – cfr. Lattanzio, Ist. Div., V, 3, 4 – ss. dove si parla di Sossiano Ierocle, governatore di Celesiria e di Palmira e poi di Bitinia che tratta di Cristo come di un capoladrone/archilhisths e fa un confronto tra Cristo ed Apollonio di Tiana ed infine proclama la superiorità morale pagana, sulla base di un unico Dio creatore e Padre di tutti i viventi e di dei a lui asserviti -.
– L’imperatore proclama che è grande crimine variare ciò che gli antenati hanno definito (cfr. Lex dei sive mosaicarum et romanarum legum collatio, tit. XV).
– Più tardi Diocleziano, convinto che il cristianesimo fosse di ostacolo alle sue riforme, fa una serie di editti che si succedono rapidamente, fatti a seconda delle zone/diokeseis imperiali (4 per l’esattezza, dal 303 al 304) e proibisce il culto cristiano, indicendo il sequestro dei libri e oggetti sacri, e fa distruggere gli edifici sacri, impedisce azioni giuridiche ai cristiani e confisca i beni, imprigiona il clero e, dopo la tortura, manda a morte chi persiste nella fede ed infine obbliga tutti a dare una prova di fedeltà all’imperatore/pontifexmaximus, col far sacrificio agli dei, estendendo a tutto l’impero, alle 12 diocesi, i suoi decreti.
Questi ebbero vario valore in Occidente ma ebbero potere immenso fino al 311 in Oriente (Massimino Daia lo ribadì nel 306).
- L’editto di Licinio 312 e poi quello di Costantino
– Abbiamo rilevato che con questi due editti finisce la persecuzione e si instaura un nuovo corso con il Cristianesimo, considerata religio licita.
– Abbiamo mostrato che questa ultima fase si basa sulla lettura dell’opera di Eusebio e di Gregorio di Nazianzo ed sui testi sia del Concilio di Nicea che quello di Costantinopoli.
– Abbiamo fatto un punto situazionale sull’arianesimo e le correnti religiose dell’epoca, circa la divinità o umanità di Gesù.
La lotta antiariana e i concili di Nicea e di Costantinopoli sono i nuclei di uno studio cristologico e trinitario cfr. Perché diciamo “Credo”? E boook
N.B.
In sostanza il Lavoro del Filipponi, storico, tende a mostrare le risultanze del Regno dei Cieli ancora giudaico, nazionalistico, e a riportare il significato originario del sintagma vigente nell’epoca giulio-claudia, proprio di una comunità, aramaica, popolare e medio sacerdotale, sionista ante litteram, desiderosa di riappropriarsi della terra dei padri, sacra, divina, usurpata dai romani.
In relazione a tale studio è venuto l’altro studio sul Regno di Dio, considerato frutto proprio di un mistico, spirituale/pneumatikos e di altri giudei, mitici, irrazionalmente tesi a leggere la storia giudaica farisaicamente, mediante interpretazione allegorica, dopo la fine del Tempio e la sconfitta militare del 70 d.C. e, specie, dopo la Galuth adrianea del 135 d.C. e la fondazione di Colonia Aelia Capitolina. Scomparsi i seguaci del Regno dei cieli, aramaici, i christianoi del Regno di Dio si dividono in una miriade di sette ereticali espandendosi nel mondo romano per tutto il II e III secolo, più in Oriente che in Occidente, grazie alla tolleranza imperiale, e solo sotto Decio e Valeriano e poi sotto Diocleziano sono realmente perseguitati, per risultare nel IV secolo, infine, Religio triumphans con Costantino e poi definitivamente con Teodosio, dopo una lotta di 56 anni tra cristhianoi della Chiesa cattolica, ortodossa, e della Chiesa ariana, eretica!