Non quia difficilia sunt, non audemus, sed quia non audemus, sunt difficilia/ non perché le cose sono difficili, non le osiamo, ma, perché non le osiamo, sono difficili! (Seneca, Lettere a Lucilio 104,26)
Seneca (4 a.C. -65 d.C.), stoico, uomo vissuto per 16 anni ad Alessandria, accanto a Filone alessandrino, ebreo oniade, platonico ellenistico, dà rilievo alle due proposizioni causali contrapposte (non quia difficilia sunt... sed quia non audemus) per evidenziare antiteticamente il contrasto logico dei due enunciati principali, invertiti, in anadìploosis. (non audemus…sunt difficilia) al fine di fare un paradigma operativo, con apoftegma, sulla base di un fare con audacia, sostenuto da continuità di azione e da prudenza, con invito a festina lente/ speude bradeoos/affretttati lentamente di Augusto (Svetonio Augusto, XXV).
*Professore, lei ci ha orientato ad essere audaci senza essere imprudenti, a non temere di fare, coscienti che niente è facile e che niente è difficile, se si opera secondo ragione e natura, convinti dei propri limiti, ma certi di superare ogni ostacolo con coraggio, cautela e continuità operativa.
Marco, se si “cogita” da creatura mortale, che osa, il facere rende facile ogni cosa ed elimina la difficoltà paventata, rendendo la cosa fattibile, in quanto diventata normale e quotidiana, anche se si sa che ci sono cose che dipendono da noi ed altre che non dipendono da noi, in quanto niente di “terreno” è veramente nostro, compreso il vivere, a tutti dato in uso, secondo la precettistica epicurea Vìtaque màncipiò nullì datur, òmnibus ùsu.
*Professore, lei ci ha fatto capire la sua logica fattuale con precisi paradigmi operativi, specie dopo la formulazione teorica antitomistica ed anticartesiana del si cogito non credo, si credo non cogito. Allora? , mostrandoci la via del fare come ricerca continua, dubbioso circa pensiero e fede che spegne l’intelligenza, che cerca verità definitiva, in quanto noi senza pensare e senza credere, in senso astratto, possiamo vivere e vivendo “cuciamo ed uniamo” le tensioni di chi fatica ricercando e di chi si affida ad un incerto padre provvidente celeste, e sbagliando ci adattiamo a vivere da creatura mortale naturale in progressione. Lei ha trasmesso a noi, suoi discepoli, l’esperienza vissuta e la relazione empatica con l’altro, avendo rifiutato il cristiano pensiero medievale e il dubbio metodico cartesiano, per cui abbiamo operato secondo ragione e natura, alla ricerca dell’uomo come “io”, mediante “alter”, convinti di scoprire noi stessi grazie alla conoscenza dell’ altro, sicuri, solo di vivere sbagliando e di apprendere facendo Historia, in un’ esplorazione continua ecumenica ed universale.
Marco, noi vivendo ci conosciamo tramite l’altro, che è un altro noi, fuori di noi, ma come noi, creatura mortale, naturale: noi sbagliando “non pecchiamo” e “non falliamo” ma entriamo e siamo in una condizione unica ed autentica, in quanto rifiutiamo la perfezione a favore di una dinamicità vitale, di cui motore di conoscenza è proprio l’errore.
*Quindi, professore, noi apprendiamo facendo historia in quanto” la verità” non è formula astratta, ma è un percorso temporale poiché non è il passato, ma è l’atto di costruire il presente attraverso l’azione e l’esperienza pratica, in una esplorazione ecumenica universale.
Marco, noi romano -ciceroniani, di cultura umanistico- rinascimentale, illuministico-positivista e liberale, abbiamo come base la coscienza epicurea razionale e naturale di essere creatura del creato, senza creatore e senza privilegi, dotata di comunicazione differente, eguale ad ogni altro vivente di questa terra o sistema solare o dell’universo: noi viviamo e moriamo come ogni altro essere e lasciamo… solo forse, se fortunati, una bava di lumaca, per breve tempo, argentata, niente altro, se non il nostro piccolo contributo infinitesimale a chi …resta come vivente, che tenta di essere autentico, tipico e funzionale. Questa visione trasforma il “nichilismo” in una forma di altruismo cosmico estremamente ferma e lucida, per cui radicare l’esistenza nella coscienza epicurea significa liberarsi dalla paura degli dei e della morte per abbracciare la pura realtà della materia. Di conseguenza, l’uomo, non essendo un progetto divino, ma un evento naturale, si scrolla di dosso il senso di colpa e il dovere verso l’alto, restituendo la responsabilità totale del vivere all’individuo, compos sui/padrone di sé, che può avere anche una “comunicazione differente” (il linguaggio orale, la ragione di homo sapiens), che, comunque, è vista come una specializzazione biologica, non come un segno di superiorità sugli altri viventi : l’uomo è un vivente tra i viventi, dal microbo alla stella, uno che è , come tutti gli altri esseri!. il fatto di lasciare o di poter lasciare per qualche momento una bava di lumaca argentata è fortuna come simbolo di “bellezza fragile”. Il nostro passaggio terreno, comunque, ha un valore estetico e vitale (“argentata”), destinato a svanire rapidamente sotto gli agenti della storia e del tempo: Non si vive per l’immortalità dell’anima o della fama, ma per nutrire il processo vitale di chi resta. La nostra traccia serve a facilitare il cammino di chi viene dopo, esattamente come la scia della lumaca facilita il movimento sulla rugosità del terreno In questo sistema, l’etica non nasce da un comando esterno, ma dalla consapevolezza della fine: accettare la propria finitudine, comunque, come un fatto biologico, elimina l’angoscia metafisica!. Se siamo tutti solo “bava di lumaca” nell’universo, l’unica cosa che conta è la qualità della relazione con l’altro durante quel breve istante di luce, che è momento direi magico e divino che sostituisce la speranza della salvezza ultraterrena con la dignità della coscienza di umana presenza terrena. Non cerchiamo il cielo, ma onoriamo la terra con il nostro piccolo, lucente passaggio.
Questa “bava argentata” che lasciamo — risultanza di atti, parole e Historia — è, dunque, l’unica forma di memoria umana possibile, finché dura il kosmos del sistema solare!.