*Lei considera Ambrogio platonico e neo platonico e vede in De virginitate una relazione col Fedro di Platone!
Marco, a me sembra che il santo milanese mostri l’ascesa dell’anima secondo allegoria, seguendo l’exemplum/paradeigma di Filone alessandrino e secondo il pensiero di Origene, chiaro in Rufino di Aquileia, suo traduttore.
*Professore, come Girolamo dipende da Apollinare di Laodicea e da Gregorio di Nazianzo, così lei vede una dipendenza di Ambrogio da Rufino traduttore de I Princìpi (cfr. Origene, I princìpi, a cura di M. Simonetti, Utet, 1968)?
Marco, io vedo in profondità, tu in superficie: rilevo che Ambrogio nel suo pensiero è essenzialmente platonico!
*Al di là della profondità o della superficialità, mi dica perché il mito platonico di Fedro è sotteso in Ambrogio di De virginitate come messaggio poetico?
Vuoi affrontare il problema, partendo direttamente dal De virginitate di Ambrogio e non dal Fedro di Platone? È così?
*Si. È questo il mio pensiero!
Vuoi esaminare prima il testo di Ambrogio in De verginitate 15, 94 e sgg.? Bene. Eccolo, con la relativa traduzione:
94. Christus…animam iusti velut currum agitator ascendens, Verbi habenis gubernat, ne violentorum equorum furore in abrupta rapiatur/Cristo… dominando l’anima del giusto come l’auriga il carro, la guida con le redini del Verbo, perché non venga tratta nel precipizio per l’impero dei focosi cavalli.
95. Sunt enim eius quattuor equi, quattuor affectiones, ira, cupiditas, voluptas, timor/ Sono infatti quattro cavalli le quattro passioni dell’anima, ira, cupidigia, piacere e timore!
Quibus furentibus, cum coeperit agi, nequaquam se ipse cognoscit; corruptibile enim corpus animam gravat et tamquam irrationalium animalium currus invitam rapit, volventibus curis velut quodam impetu proruentem donec memoratae corporis passiones Verbi virtute mitescant/E se l’anima incomincia ad essere trascinata dalla loro furia (ed essendo questi furiosi) non conosce più se stessa; infatti il corpo corruttibile opprime l’anima e come carro tratto da animali irrazionali la trascina, suo malgrado, col moto vorticoso da vane cure, fino a che le dette passioni non si ammansiscono per virtù del Verbo. Haec Verbi tamquam boni agitatoris est providentia, ne illi animae quae in se non est morti obnoxia corpus mortale coniunctum agitationem sui faciat esse difficilem/Questa è cautela del Verbo come di un abile auriga, il quale fa in modo che il corpo mortale, congiunto all’anima, di per sé non soggetta a morte, non ne renda difficile il movimento. 96. Primo igitur hos veloces motus corporis domitet et nexu rationis infrenet; dein caveat ne dispari motu se velut equi implicet, ut bonum aut improbus decoloret, aut tardus impediat, aut turbidus inquietet; fremit enim equus malitiae seseque iactando currum laedit, gravat iugalem./Cerchi dunque essa innanzitutto di domare questi rapidi moti del corpo e di frenarli con le redini della ragione,badi poi di non lasciarsi impacciare da moti disordinati come accade ai cavalli, il malvagio non faccia sfigurare il buono, né il pigro lo trattenga, né il focoso l’inquieti, infatti il cattivo freme e scuotendosi rovina il cocchio, danneggia il compagno di pariglia. Hunc bonus auriga demulcet et in campum veritatis immittit, fraudis declinat anfractum/ Il buon auriga lo ammansisce e lo fa entrare nella pianura della verità, allontanandolo dalle vie tortuose della frode. Tutus ad superiora cursus est, periculosus ad inferiora descensus/Il cammino verso alto è sicuro, pericolosa la discesa verso il basso. Inde quasi emeriti qui bene portaverint iugum Verbi, usque ad Domini praesepe ducuntur, in quo non phoenum est esca, sed panis qui descendit de caelo /Così coloro che hanno portato bene il giogo del Verbo, quasi emeriti, vengono condotti fino alla greppia del Signore in cui non si dà per cibo il fieno, ma il pane che discende dal cielo.
*Ambrogio tende alla perfezione e crea un modello di verginità propsettando un mistico sposalizio col Christus.
Il santo è impegnato dal 375 fino al 393 in opere circa la verginità. Infatti prima di De virginitate del 377 ha scritto De virginibus in tre libri e poi nel 392 De Institutione virginis e nel 393 Exortatio virginitatis
*Professore, Ambrogio è impegnato nel proporre la verginità , troppo impegnato da sembrare risoluto a mostrne la bellezza e la santità sulla scia platonica. Eppure tra Platone ed Ambrogio ci sono quasi otto secoli di distanza temporale, come tra noi e Dante! Le situazioni sono diverse e vissute in relazione ai tempi: Platone scrive agli inizi del IV secolo a,C., poco dopo la morte di Socrate, condannato come uomo che turba l’ordine sociale e la religione avìta, nel trionfo della democrazia popularis di Trasibulo, mentre Ambrogio, vivendo alla fine del IV secolo d.C. nel trionfo imperiale di Teodosio sui goti invasori ariani barbarici e nel trionfo del cristianesimo, fa trionfare, da millenarista, l’allegoria con uno stile esegetico tale da mettere in confronto il corso dei cavalli platonici, idealistici e divini, con quello di un magistero del Christos dominus, che ora nomos empsuchos, divenuto geronimiano slogan via, veritas, vita – cfr. Io sono la via, la verità, la vita. Giovanni, 14.6 – ha potere supremo anche sull’imperator-autocrator romano che è uomo che fa parte della Chiesa, del corpus Christi.
Bene, Marco, Seguita! io ascolto!
*Io la seguo, professore, anche se lei, scettico, ritiene che nessuna comunicazione sia veramente proficua in quanto sempre equivoca per l’interpretazione terminologica dell’altro. Capisco, comunque, che Ambrogio prima di tutti gli altri crede che l’imperatore sia soggetto alla Chiesa, non adelphos/frater sacerdotis/iereoos, come hanno fatto Basilio e gli altri cappadoci, che poi condizionano Girolamo ed anche il patriarcato bizantino per secoli!
Marco, se io parlo del Fedro di Platone faccio, già parlando e mettendo in relazione i termini stessi del dialogo platonico con De virginitate, errore grave e genero equivoco in te, anche mio caro discepolo, che deve capire i motivi del mio lavoro di agnostico, oltre a quello dei due scrittori, uno pagano col culto di Zeus e l’altro christianos col culto di Christos, uomo giudeo-galilaico, e Dio uno e trino, uomini appartenenti a tre diversi contesti e con codici tipici! Parlare solo di un dialogo costruttivo come il Fedro – che insieme a Convivio, Repubblica e Fedone, è già opera mostruosa, dato il pensiero centrale e basilare, espresso dal filosofo ateniese – è un suicidio! Come posso mostrare in sintesi il dialogo tra Socrate e Fedro, diviso in due parti l’una sulla bellezza e morte e l’altra su retorica e dialettica, due temi apparentemente distaccati? come posso dopo tanti secoli evidenziare il tentativo del Vescovo tedesco-milanese di porre le basi della superiorità ecclesiastica sul potere temporale imperiale, capace di appropriarsi anche della letteratura greca, dopo che ha fatto bottino di quella giudaica biblica, tanto da considerare bonus auriga il Christos/ logos-verbum?
*Lei mi vuole dire che non è proponibile neppure parlare di Platone e quindi è equivoco fare relazioni con autori, come Ambrogio, che, dopo secoli, l’adattano cambiando termini, significato e codice, desiderosi solo di movère/commuovere (e stimolare alla lettura il pubblico candidus, fidelis et pius) e docère/insegnare (orientandolo secondo idee platoniche) ai fini della supremazia dell’Ecclesia, destinata ad essere l’Una, santa, apostolica, Chiesa Romana – cfr. Agli amici e parenti, cristiani -.
Tu, come Ambrogio, fai la stessa cosa; ti servi, infatti, del sistema propagandistico catechetico di autori controriformistici come Roberto Bellarmino! La cosa migliore sarebbe non parlare, ma se abbiamo fatto lunga ricerca e conosciamo qualcosa su Platone, possiamo forse dire che le due parti del dialogo, nonostante apparente diversità, si integrano a vicenda, in quanto l‘opera è perfettamente unita dal sottile filtrare dei motivi dell’una e dell’altra parte dalla perfetta continuità dei ritmi e del clima (cfr. R. Bonghi, opere di Platone, Roma, 1880-1895, di Fr. Acri, dialoghi di Platone Milano 1913-15 di C. Diano Bari,1946) e forse possiamo aggiungere che la sintesi della dihgeesis/narrazione platonica, prima di fare confronti, parallelismi, paragoni e vedere concrete relazioni tra il greco e il milanese-trevirense, è opera interpretativa christiana di un vir romanus, innografo, padre della Chiesa! (Cfr. Neil B. Mc Lynn, Ambrose of Milan: Church and Coourt in a Christian Capital, The trasformation of the Classical Heritage, Berkeley, 1994; Cesare Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della Fede a Milano, Busto Arsizio, Nomos Edizioni, 2010; P.M.C.Elliott, Creation and Literatury Re-Creation: Ambrose’s Use of Philo in the Hexaemerai letters, Gorgias press, 2019).
*Mi vuole fare una breve sintesi, allora, del Fedro? o vuole smettere di parlare, visto il sorgere di equivoci?
Marco, per una tua personale conoscenza, solo per te, mio amico e discepolo, faccio il sunto, operando sulla base di un studio precedente, fatto sul testo di Platone (Fedro, a cura di Roberto Velardi, BUR, 2006) e su un lavoro su Platone di F. Trabattoni (La verità nascosta. Oralità e scrittura in Platone e nella Grecia classica, Roma, 2005), di un altro a cura di C.Calame (L’amore in Grecia, Roma-Bari, 1983)! Socrate incontra Fedro, entusiasta di aver sentito un discorso di Lisia sull’amore e si fa compagno nella passeggiata lungo le Mura, ambedue, però, desiderosi di meditazione. Socrate, comunque, da maestro, che deve insegnare, gli spiega lungo le rive dell’Ilisso – luogo dove Borea ha rapito la ninfa Origia – contento di vivere al sole una giornata in un clima naturale, come Fedro, che si sofferma sul paradosso di Lisia, se cioè sono preferibili alle profferte di un vero amante quello di chi non ci ama, il quale preso dalla passione, non ha riconoscenza per l’amato, abbandonato alla fine della relazione, perché uomo che pensa solo a se stesso e non all’altro, in senso utilitaristico!
*Il dialogo del Fedro parte, dunque, da un paradosso?
Socrate, allora, definisce l’amore come desiderio secondo due forme, una che tende confusamente al piacere, l’altra che tende intellettualmente al meglio: il primo è amore appassionato, desiderio irresistibile ed insensato della bellezza, per cui l’amante che pensa al suo piacere, non rende l’amato migliore, ma lo assoggetta, abbassandone l’intelligenza, effeminandone il corpo, tenendolo lontano da chi potrebbe migliorarlo, facendosi, però, suo schiavo, per poi abbandonarlo, finito il furore passionale! per Socrate il secondo è esattamente il contrario del primo, per cui non è il caso nemmeno di parlarne! Quindi, Socrate, pur condannando il discorso di Lisia sofista, fa la palinodia del primo discorso (cfr. Palinodia in Filone) rovesciando il valore stesso negativo di chi ama, in quanto afferma che la passione d’amore ha origine divina come il delirio profetico, religioso e poetico, perché conosce la natura dell’anima e la sua immortalità!
*Socrate, dunque, giustifica, data la natura dell’anima immortale, come divino il delirio amoroso, e giustificherebbe anche il delirio profetico religioso e poetico?
Marco, per Platone, chi è mosso dall’interno, avendo anima immortale, ha in sé il principio del suo movimento, mentre quello che è mosso dall’esterno si estingue con l’estinguersi della sorgente amorosa, anche se ha anima della stessa natura! Comunque, l’anima, in relazione alla sua natura, può essere definita solo da una scienza divina, che rivela la sua sostanza, di cui l’uomo può solo avere immagini, mediante proprie rappresentazioni mitiche!
*Da qui la visione platonica di anima come un cocchio che deve essere guidata da un buon auriga, che regola con le redini i cavalli?
Platone, prima, però, parla dell’anima degli dei e poi di quella degli uomini. Perciò, il filosofo immagina l’anima degli dei perfetta come un cocchio alato, tirato da due cavalli perfetti, mentre vede l’anima umana come un cocchio con due cavalli imperfetti di diversa natura (l‘uno, bianco e nobile che tende al cielo, l’altro, nero e corpulento, tende alla terra) guidati da un cocchiere, in balia degli istinti dei due equini!
*Che accade, allora, per Platone?
Attenzione al mito platonico! Ad ogni rivoluzione astronomica gli dei, in corteo, guidati da Zeus, risalgono i confini dell’universo e si affacciano alla soglia di un altro mondo, dove sono le idee, il sapere, la giustizia ecc. e lì va anche il corteo delle anime umane con un’ascesa contrastata dal cavallo nero, che non riesce a non farle avvicinare, ma è capace di non farle restare e di deviarle fino a farle precipitare sul nostro universo, avendo, comunque, dato opportunità di vedere qualcosa!
*Quindi, gli dei hanno una visione perfetta, l’uomo una visione parziale d imperfetta, momentanea, come un’apparizione/epiphaneia. Ho capito?
Marco, se le anime umane, cadute, non degenerano, possono restare in quello stato confuso fino alla successiva rivoluzione, mentre, se degenerano, sono destinate, una volta cadute sulla terra, a reincarnarsi, dimentiche di quanto hanno visto!
*C’è, dunque, una varietà di anime umane?
Per Platone ci sono nove tipologie di uomini (1: filosofi; 2: re e condottieri; 3: politici e finanzieri; 4: medici ed igienisti; 5: falsi profeti ed esorcisti; 6: pittori e poeti; 7: operai ed artigiani; 8: sofisti e demagoghi; 9: tiranni). Dopo la prima incarnazione le anime sono giudicate e sono punite quelle cattive per 1.000 anni sotto terra, quelle buone per 1.000 anni nei cieli! Finito il millennio, le anime e cattive e giuste, possono reincarnarsi anche in un animale! Questo avviene varie volte per 10.000 anni per poi tornare al luogo di origine. Nel caso che un’anima si comporti giustamente per tre volte consecutive, avviene il ritorno al terzo millennio!
*Platone favoleggia come i christianoi chiliasti- millenaristi, -di cui lei ci ha parlato varie volte, dicendo miti come l’origine dei 4 deliri, – seguito dalla Chiesa!
Marco, tu giudichi Platone e Chiesa cattolica! Il termine χιλιασμός da χίλιοι/mille, da cui deriva chiliasta, sottende una dottrina che predica l’avvento del Regno di Cristo in terra, prima del giudizio finale, riservato ai soli giusti e, secondo la maggior parte dei computi, destinato a durare mille anni, dai cui il latino millenarius con millenarismo (cfr. I sabelliani e i due Dionigi)! Se l’uomo ricorda, nel corso della vita, le immagini di ciò che ha visto con gli dei, come amante, seguendo la bellezza della persona amata, ha qualcosa di divino nella passione/pathos, la quale innalza all’eterno chi ricerca bellezza: se si sforza in questo, conduce sé e l’amato al cielo e all’eterno; se invece vincono i sensi, c’è la passione sensuale e sessuale, che porta lui e l’amato uniti in luoghi sotterranei!
*Il dialogo non finisce qui?
No, alla prima parte Socrate aggiunge la seconda con tre discorsi, in cui fissa gli scopi e i modi della retorica, definita non scienza di regole formali, usata per condizionare gli altri e condurli alla propria docsa/opinione, ma guida delle anime verso la bellezza e la giustizia, in quanto implica da un lato la conoscenza della verità e da un altro quella dell’anima stessa eterna secondo canoni di amore.
*Quindi, Socrate cuce la verità/aletheia con l’anima che ama la retorica, espressione viva del pensiero filosofico, inteso come assoluto e proprio di chi è eletto ed ha dialettica.
Marco, così facendo, Socrate-Platone unisce la prima parte con la seconda facendo una rappresentazione mitica della preesistenza celeste e mettendo equilibrio in un’esaltazione dell’attività dell’uomo, che torna al mondo superiore, in opposizione a quella sofistica che, con le sue critiche capziose, seppure fascinose e suggestive, è condannata alla visione cosmogonica.
*Così, però, viene dato maggiore rilievo alla parola parlata che a quella scritta?
Certo. Viene rilevata nella parola scritta la pigrizia, mentre, in quella parlata si coglie un’umanità superiore, che risulta una civiltà paradossale e magnifica mediante la viva voce e l’esempio vivo!
*Ed Ambrogio, christianos cosa ha capito? e cosa ha lasciato come eredità a noi con De virginitate?
Ambrogio è un grande non solo come innografo, ma anche come filosofo padre della Grande Chiesa, che è in formazione, divenendo maestro per noi cristiani e creando una theoria alternativa alla superiorità pontificale stessa imperiale di Teodosio, destinato alla riunificazione dell’imperium romano e alla sua stessa divisione in Pars Occidentale, concessa a suo figlio Onorio e in Pars Orientale a Arcadio, altro figlio.
*Quindi, lei dà grande importanza alla funzione di Ambrogio che, seguendo il Fedro, manda un messaggio–guida per la Chiesa, controverso per secoli, ma utile ad indirizzarla verso la supremazia papale gregoriana nei confronti dell’imperatore romano.
Seguimi bene! Ambrogio considera l’imperator un christianus, che è dentro la Chiesa – pars del Corpus Christi, verbum-auriga, seconda persona della Trinità che guida i corpi e le anime verso la patria celeste – anche lui elemento da guidare alla patria celeste, come ogni altro fidelis.
*Bene. Seguiti!
Lui è maestro che segue il logos–verbum, auriga del cocchio; lui è il delegato, legatus Christi, maestro di stile, che indulge alla retorica e alla dialettica, combattendo contro i phalerati sermones e i loro assertori sapientes litterati e quindi come maestro di retorica e dialettica è capace di un’elaborazione tecnica degli enunciati, che sono da un lato tipici del lessico classico e, da un altro, propri di quello popolare, dello stile veemente utile per i grandi discorsi!
*Mi spieghi bene il significato di phalerati…
Per Ambrogio phalerati deriva dal greco ta phàlara, corrispondente al latino phàlerae/fàlere, che sono piastre preziose rotonde, portate sul petto come decorazioni militari con immagini cesellate – anche se possono essere collane preziose appese ai colli delle donne o pendagli ornamentali sulle fronti dei cavalli -.
*Quindi, si tratta di uno stile oratorio, ampolloso, impreziosito da immagini retoriche di grande effetto scenico! In conclusione, posso dire che Ambrogio sa usare, senza rinunciare alla completezza, ogni forma (ellissi, aforismi, proverbi) di concisione brachilogica e di ridondanza terminologica.
Il santo, ora con la brevitas, ora con la concinnitas ciceroniana, ora con l’irruenza asiana, consegue i suoi obiettivi Cristiani a seconda delle situazioni!
*Penso di aver compreso qualcosa di Ambrogio, dopo molte letture, perché tendo anch’io al paradigma operativo, in situazione, e non alla theoria: La brevitas Ambrogio la utilizza per creare sentenze, facendo un’operazione tecnica su ogni termine, portatore reale di messaggio, pur nella concisione dell’enunciato semplice, mentre abbonda di figure di ogni genere, come poeta, per la spiegazione del misterium cristiano!
I padri della Chiesa sono ancora venerati ed onorati come grandi santi… ed oratòri!