Amicizia… cristiana! Pars I

Se sbaglio, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà, che per troppo rigore

Francesco de Sales

*Professore, non mi ha mai parlato dell’amicizia/philia epicurea, ma ha trattato in generale della amicizia per Epicuro e per Lucrezio e non ha mai risolto il problema, anche se mi ha posto davanti la questione, affermando una cosa per lei personalmente ed una per me, in opposizione, mediante un tu: Emoi men oute phoboi oute epithumiai eisin kai sautooi de aoristous phobous kai epithumias proballeis/io non ho desideri né timori e tu, invece, ti fai timori infiniti e desideri.

Eppure ha insegnato a fare historia senza esercizi retorici upourgici o panourgici, volendo indicare che il ruolo dello storico è quello di cercare e trovare le fonti scritte degli autori coevi, da tradurre, di rintracciare i decreti e i codici, a me, libero da cortigiania politica e da interesse ecclesiale!

La lettura di Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος/in principio erat verbum di Giovanni, 1, 1 e, quindi, di theos/o oon o di to onPhusis/rerum natura, in quanto logos/Verbum, è solo un’operazione ontologica, perché verbum caro factum est/o logos egeneto sarcs, risulta in effetti operazione christologica alessandrina!

*Lei “vede” solo lettura esegetica nei christianoi, operando solo in una direzione storica!

Marco, per philia...christiana, tu non sai leggere secondo il pensiero pagano e ritieni necessario agire da storici, in quanto nel cristianesimo esiste solo un matassa aggrovigliatissima inestricabile, volutamente lasciata così per secoli, per non far comprendere niente a nessuno, come se fosse il nodo di Gordio, sotto la nebbia fitta del Tempo!

*Lei “pensa”, quindi, che solo un taglio di spada di un monarca, come Alessandro il grande, può risolvere il problema dell’amicizia ebraico-cristiana, mediterraneamente annodata da filosofi platonico-aristotelici, da stoico-epicurei, scettici che la ritengono areth/virtù desiderabile che, però, trae origine/archh dall’utile/apo ths oophelias.

Per Epicuro (341- 270 a.C.) l’uomo tende alla felicità e all’utile proprio in un mare di mali, generati dal personale umano egoismo, non razionale e non naturale, essendo per natura vivente politico πολιτικὸν ζῷον! Epicuro sa che l’uomo, pur dovendo vivere nascosto e lontano dall’attività politica, va alla ricerca di un proprio annullamento, in un’eliminazione graduale dei propri bisogni, cercando disperatamente di trovare, nella solidarietà di altri, la vera amicizia – un sistema basato sull’empàtheia – per arginare il malessere di vivere e per porsi positivamente in natura, in uno stato di benessere, da animale razionale, derivato dalla continua riduzione degli assillanti angosciosi timori umani – da cui è sconvolta la mente dei mortali, che hanno necessità di uno sradicamento del desiderare: La ricetta tetrapharmakos è utile nell’eliminare la paura di Dio e della morte, e nella selezione dei mali e dei piaceri! ma non è stato così nei rapporti tra uomo ed uomo specie se civis-poliths! L’uomo, vivendo realmente in società ha compreso che vince solo chi fa prepotenza sull’altro, non chi ama l’altro ed è empatico! Tiberio educava Gaio Caligola a non credere mai che un altro accetti la propria inferiorità di civis, ma anzi ognuno è impegnato solo alla sopraffazione, in una volontà di scavalcare e prendere il posto di chi comanda; in ogni civis, maschio, c’è la volontà atavica di prevalere!

*Professore, seguiti! Io la seguo! Su questo concordo perché oggi vedo ciò continuamente attuato, anche se non so se secondo l’affermazione umana di Tiberio o quella divina di Caligola – chiare nei due motti ora celebri Oderint dum metuant caligoliano, opposto a quello tiberiano “oderint dum probent” da lei tante volte a noi spiegato nel senso di culto di latria, il primo, e in senso senatorio, paritario, comunque, di sottomissione al princeps, il secondo –!

Marco, la distinzione tra metuo e probo è molto significativa. Spero tanto che tu capisca quanto è sotteso nel primo termine in senso rituale e religioso e quanto invece è sotteso in senso senatorio e pubblico nel secondo.

*Professore ma… io vorrei trattare di altro e vorrei… sapere qualcosa di più preciso su homophilia e homosessualità, da una parte, e suheterofilia ed heterosessualità dall’altra, ed eliminare tanti equivoci prima di parlare di amicizia… cristiana, amore caritativo cristiano/agaph, volendo essere orientato in modo da valutare anch’io il sistema giudaico-christiano, all’epoca di Jehoshua del I secolo e distinguerlo da quello di Iesous Christos in epoca antonina, in base al valore reale di eraoo e di phileoo, che ho ben capito in Per una “lezione” sul matrimonio per gli esseni.

Marco, tu vuoi uno studio storico sul sistema precettistico giudaico, antichissimo, chiaro in Filone e Giuseppe Flavio, che fanno la storia di generazioni del loro popolo, a partire da Abramo che, con la circoncisione, fa un patto con Dio e ha così l’elezione divina per la sua discendenza e quindi per Isacco Giacobbe, Mosè, Giudici, re Saul e Davide fino all’ellenizzazione dell‘ethnos ebraico sotto i seleucidi e lagidi ed asmonei, dopo l’avvenuta medizzazione in senso aramaico, e in senso giudaico ellenistico, sadduceo, alessandrino, erodiano: il giudeo è eterosessuale e non può neanche indulgere alla philia ellenica in quanto phileoo/diligo latino ha nella cultura ellenistica e romana solo una qualche connotazione carnale, tipica di eraoo/amo latino e può sottendere anche erastria, l’operazione propria fisica di un erasths, amante appassionato che brama sessualmente il corpo di un giovane! 

*Per lei l’homofilia adrianea (l’amore per il simile/giovane) viene “battezzata” o trasfigurata nella spiritualità asiana per cui l‘eroos per il meirachion si trasforma nell’amicizia spirituale tra i membri della comunità, tanto che il legame tra Adriano e Antinoo diventa lo specchio (per contrasto o per analogia) del legame tra il fedele e Cristo, dove, platonicamente, l’attrazione per il bello conduce alla contemplazione del Vero: lei vede i cichristianoi bitini asiani e pontici “copiare” esattamente le strutture ideologiche antonine.

Marco, per me il processo di canonizzazione dei santi e della Sacra Famiglia ricalca l’operazione di divinizzazione delle donne della dinastia antonina (Ulpia Marciana, Matidia e Vibia Sabina, prima, Faustina maior e minor, poi) elevate a una dimensione divina, che prefigura il culto mariano e delle sante donne! Anche quella di Antinoo il favorito bitino divinizzato è risposta estetica e sacrale al bisogno di un “dio giovane che muore e risorge” (o che rimane eterno nella memoria), modello per l’iconografia del Christos. La stessa logica adottiva antonina prepara quella di Giuseppe come “padre putativo” – cosa impensabile e totalmente aliena alla mentalità aramaica/qainita, dove la discendenza è biologica e tribale! -.

*Quindi, per lei Giuseppe padre putativo di Gesù è “un fatto”, un’invenzione greco-ellenistica, una proiezione teologica dell’adozione imperiale romana. Come l’imperatore, sceglie il suo successore rendendolo “figlio” per legge e non per sangue (la pratica degli Antonini), così il sistema mitologico cristiano avrebbe adottato la figura del padre putativo” per giustificare la natura divina del Messia all’interno di una stirpe umana, quella di Davide. Anche la terminologia antonina di Servo dei servi e perfino quella parthica di re dei re sono prova del sistema aggiuntivo cristiano in quanto titoli che noi associamo alla massima umiltà cristiana o alla massima gloria divina che sono prestiti orientali mediati dalla corte antonina e severiana in quanto il secondo è titolo di chiara derivazione parthica/seleucide-achemenide che Adriano e i suoi successori dovettero gestire nel confronto con l’Oriente, mentre il primo è una formula che, prima di diventare papale, appartiene alla retorica del potere imperiale, che si presenta come “servizio” per il bene comune (l’utilitas publica), ma che nasconde una struttura gerarchica assoluta, che deriva dallo stoicismo di Musonio Rufo.

*Professore, al di là di quanto stiamo dicendo sui rapporti tra domus antonina ed Jesous Christos Kourios, nato da una interpretazione efesina ed alessandrina, già nella Bibbia sembra prevalere la condizione di uomo che deve mantenere integro il proprio corpo avendo una cultura di tipo mesopotamico, in cui la donnanè solo oggetto, strumento di piacere, che non ha una sua dignità reale!

Marco, ti riferisci specificamente all’episodio di Lot che (Genesi, 19), per protegger sé maschio e i due angeli, è intenzionato a sacrificare le figlie vergini e la moglie, lasciandole alla passionalità brutale dei sodomiti – poi puniti col fuoco e distrutti da Dio -. Ti riferisci anche all’episodio del levita (Giudici, 19 e 20), nel quale viene lasciata alle voglie dei beniaminiti la donna e questo porterà allo sterminio di quella tribù!

*Professore, per me la Bibbia condanna i sodomiti e i beniaminiti per cui Jehoshua Barnasha, come giudeo galilaico-aramaico, di tradizione mesopotamica, dovrebbe essere heterosessuale, che condanna Sodoma e Gomorra, e quindi teme l’homofilia ed aborre l’homosessualità e che vive secondo i precetti mosaici del Deuteronomio e di Numeri e, quindi, cerca la donna, non l’uomo, avendo anche esempi biblici da seguire in Samuele, nella vita di Saul e di Davide, anche se coi re di Giuda e di Israel la pratica non è più chiara, in quanto l’ebreo si corrompe a contatto con gli altri popoli e poi coi medo-persiani – avendo gli aristocratici, deportati dai babilonesi, subìto menomazioni fisiche, genitali, e servendo come coppieri o concubilari, eunuchi! -.
Perciò potrei concludere che gli ebrei forse non possono essere stati heterosessuali nonostante il rigore di Zorobabel, prima, e poi di Nehemia e di Esdra! Eppure Gesù parla di eunuchi di prostitute destinati al paradiso e di Sodoma e Gomorra città non disimili da Cafarnao, Betsaida e Korazaim!
Comunque vorrei prima sapere il sistema heterosessuale aramaico, messo in relazione con quello homosessuale di un ebreo ellenizzato, come Iesous Christos kurios – simile ad un sadduceo, ad un erodiano e agli oniadi – che potrebbe inclinare all‘homophilia, come anche gli spartani militari lontani dalle donne o come marinai inclini ad unirsi con i mozzi paraculetti. 

Marco, i termini di Epicuro e di Lucrezio, epicureo latino, non sono dissimili da quelli degli evangelisti greci

*Professore, a me sembra che la philia epicurea sia basata sul desiderio carnale di possedere l’amato o l’amata, anche se si afferma sunousih oonhse men oudepote, agapeeton ei mh eblapse/amplesso carnale mai giovò, se non fa danno, è soltanto amabile in quanto desiderabile, pur nella coscienza che senza la vista, senza la conversazione e senza lo stare insieme in continuità, la passione amorosa si estingue/ekluetai to erotikon pathos!

Marco, l’uomo di nobile nascita/gennaios deve saper mantenere il corpo senza l’assillo carnale, che sporca e non essere disposto come meirakion a vendersi tenendo la propria giovinezza come un tesoro, secondo la precettistica di Samuele

*Quindi, in Jehoshua è da escludere la philia come ricerca di piacere carnale in un corpo maschile di meirakion, neaniskos di puer delicatus, deliciae per un maschio – mas di valenza sessuale duplice, teso alla pedofilia e alla paiderastria, in quanto erasths dedito all’homophilia? In gesù aramaico credo che non ci possa essere homophilia date la regole e prescrizioni giudaiche aramaiche vigenti nel I secolo anche se è cantata la desiderabilità di ciò che bellissimo kalliston alla vista/opsis toon plhsion/al primo incontro, per omonousia/utilità fondamentale a causa del bando/keerucsis dell’amicizia, che corre danzando sulla terra, di svegliarsi/epi ton makarismon per lo stato d beatitudine. Ma… ritengo possibile che possa esserci homophilia in Iesous Christos a sguito del processo di ellenizzazione subìto dal personaggio aramaico in Efeso e in Alessandria

*La vera amicizia è, quindi, conquista greca, preziosa per una creatura mortale?

L’amicizia, praticata anche tra le donne e tra gli schiavi nel keepos/giardino ateniese di Epicuro, che procede secondo natura e ragione, diventa esercizio pratico universale nel mondo greco, essendo state date regole ed essendo considerato sacro il vincolo, che unisce tutti quelli che condividono lo stesso pensiero, che venerano il saggio, convinti che di tutti i piaceri che la sapienza ci procura per la beatitudine dell’intera vita/eis thn tou olou biou makariothta, il più grande di tutti è il conseguimento dell’amicizia/polu megiston estin h ths philias kthsis, Gnom. Vatic. (Epicuro, Lettere, sulla fisica, sul cielo e sulla felicità, Prefazione di Francesco Adorno, Bur, 1994), cosciente che non debba esistere la competizione e che ognuno debba cercare di vivere nascosto – celebre Lathe bioosas! – come se non esistesse, in un rifiuto della politica sicuri solo di essere fratelli nel comune destino di morte – cfr. Lettera a Meneceo, dove il filosofo dice che è bello occuparsi del benessere dell’anima … che è meglio farlo in compagnia e specie in vecchiaia…, anche se … da giovani e da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. …e che, se si è saggi… bisogna vivere senza temere di non vivere più… la vita, che non è un male, e che non è un male il non vivere… e che esiste solo l’arte del ben vivere e del ben morire e che non bisogna dire, visto ch viviamo, che sarebbe bello non essere mai nato e varcare prima possibile la porta dell’Ade… perché, finché si vive, c’è qualcosa di bello sempre e che niente è veramente male, in quanto si alternano giorno e notte, luce e tenebre, che sono momenti naturali ed umani, come fortuna e sfortuna, e che l’uomo naturale e razionale è un dio sulla terra, se non desidera niente, ma solo vede che il bene altrui è il proprio bene e se constata la realtà, leggendo esattamente che il male altrui, in quanto male comune, è male dell’uomo, dell’intera umanità, e lo riguarda – cfr. Epicuro, Scritti morali, Traduzione e introduzione di C. Diano, Bur, 1987 -!

*Gli ebrei, farisei, riprendendo la filosofia greca, imitano gli epicurei ed anche la loro spiritualità?

Non credo che i farisei integralisti possano essere amici di chi è naturalemente parthenias/un verginiello. Il loro modello rimane quello orientale mesopotamico, chiuso, nell’ambito tribale, non aperto verso l’altro incirconciso, non contribulo, perché non destinato alla vita eterna, alla risurrezione, nella fine del tempo, perché non clero, eletto come pneumatikos, perché non Figlio di JHWH.

*E… che vita fanno i christianoi, diviis già in tante sette e tanti credi, senza una guida comune in epoca antonina, dopo il massacro degli aramaici e la vendita di 1.500.000 schiavi a Gaza?

Marco, la fine del mondo aramaico dopo la rivolta di Bar Kokhba e la vendita dei prigionieri a Gaza ha creato lo spazio per una radicale trasfigurazione di Jehoshua barnasha. In questo vuoto, la mitizzazione di Antinoo operata dall’AugustusTheos ha fornito il paradigma estetico e teologico necessario ai padri alessandrini per elevare la figura di Christos a divinità ellenistica. facendo un’operazione di sostituzione della storia con il mito, dove l’homophilia e la divinizzazione del meirachion diventano la chiave di volta per la nascita del cristianesimo universale!

*Quindi lei mette me, cristiano del 2026, che ho fede e che professo il credo niceno costantinopolitano, in relazione e paragone con gli alessandrini che, unendo sacro e profano, creano musterion trinitario divinizzando Jehoshua e ponendolo come logos, patros uios?

Marco ti offendi? Gregorio di Nazianzo e i padri occidentali hanno lo stesso pensiero nel 381 d.C.

*Per lei non mi devo meravigliare visto che, quasi duecento anni dopo, in epoca teodosiana, questo è “pensiero dominante”.

Marco, quando 1.500.000 aramaici vengono venduti come schiavi, scompare il contesto dei testimoni oculari di Jehoshua barnasha e viene sradicato il “figlio dell’uomo” storico, umano. In questo vuoto si innesta la rivoluzione di Panteno, Clemente e Origene con l‘Ellenizzazione del Logos!
Ad Alessandria, il ricordo di Jehoshua viene filtrato dalla cultura greca. Non serve più un Messia aramaico, serve un Theos!

La divinizzazione imperiale di Antinoo ha già abituato le masse a un Dio giovane, bello e morto per l’Augustus. I Padri Alessandrini riprendono questo schema: il Cristo non è più solo il barnasha, ma diventa il Logos che si lascia “mitizzare” per essere compreso dal mondo greco-ellenistico! Clemente e Origene allora trasformano l’agape in una forma di ascesi intellettuale. Qui l’homophilia filosofica intesa come l’amore per il simile/divino, diventa lo strumento per unirsi a Dio. Il modello non è più il patto con il Dio di Israele, ma l’unione mistica tra l’anima e il Logos, speculare al legame tra il meirachion e la divinità!
Senza il precedente di Adriano, che eleva un giovane a divinità universale in tutto l’Impero, la successiva costruzione del “Christos-Theos” non avrebbe trovato le categorie mentali per affermarsi. La Colonia Aelia Capitolina ha cancellato l’origine; Alessandria ha creato il mito!
Il cristianesimo che conosciamo è dunque figlio di questa sostituzione: la figura di Jehoshua viene rivestita dei panni della divinità ellenistica proprio seguendo le tracce della mitizzazione di Antinoo. Perché ti meravigli?

*A me cristiano suona male! Anzi ho un malessere, sto male solo a pensarci.

Marco, in questa prima pars di amicizia.. cristiana cerco di decondizionarti dal tuo soìistema logico di uomo che crede di cogitare, poi, nella seconda pars spero di poterti fare in situazione paradigmi operativi Per ora sappi che l‘uomo cerca la felicità, servendo, cosciente di vivere nel kosmos e che la cerca mentre soffre stando con gli altri, anche loro sofferenti e mortali, bramosi di essere makarioi/Beati già col vivere in modo naturale

*Secondo i vangeli (Giovanni, 13, 13), i discepoli, infatti, sono chiamati ad amarsi gli uni gli altri a partire dalla loro amicizia con Gesù essendo uniti in Gesù, il Maestro e il Signore, e contemporaneamente servi l’uno dell’altro: εἰ οὖν ἐγὼ ἔνιψα ὑμῶν τοὺς πόδας ὁ κύριος καὶ ὁ διδάσκαλος, καὶ ὑμεῖς ὀφείλετε ἀλλήλων νίπτειν τοὺς πόδας· ὑπόδειγμα γὰρ ἔδωκα ὑμῖν ἵνα καθὼς ἐγὼ ἐποίησα ὑμῖν καὶ ὑμεῖς ποιῆτε. ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, οὐκ ἔστιν δοῦλος μείζων τοῦ κυρίου αὐτοῦ οὐδὲ ἀπόστολος μείζων τοῦ πέμψαντος αὐτόν. εἰ ταῦτα οἴδατε, μακάριοί ἐστε ἐὰν ποιῆτε αὐτά/se dunque vi ho lavato i piedi, io, il signore e il maestro, dovete anche voi lavarvi i piedi l’un l’atro. Io infatti vi ho dato l’esempio affinché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità in verità io vi dico, un servo non è da più del suo padrone, né un inviato è da più di chi lo ha mandato! Sapendo queste cose sarete beati se le metterete in pratica!

Marco, Giovanni efesino aggiunge: Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici (Giovanni, 15, 15). Per la grazia che Egli ci dona, siamo elevati in modo tale che siamo veramente suoi amici… questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri (Ibidem, 16).

*Dunque, per lei l’amicizia ebraico-antiochena è sistema efesino-alessandrino che è modus vivendi non simile a quello originario aramaico, ma tipico delle strutture antonine che imitano perfino Virgilio, un poeta connesso coi miti orientali e specie con quello esiodeo, inneggianti all’arrivo prossimo di un puer, nel corso di guerre fratricide, già lunghe (Silla-Mario, congiura di Catilina, Cesare e Pompeo, Ottaviano ed Antonio), che attende fiducioso! Virgilio è poeta in attesa al contrario di Orazio, non ancora suo amico, essendo della pars avversa ed ex militare, combattente a Filippi, vivendo a Roma, disorientato e squattrinato, negli Epodi, propone ai cives, l’idea di fuggire lontano dalla guerra, di rifugiarsi nelle isole beate! Virgilio invita a sognare, anche lui, un salvatore/soothr, atteso come un’unica guida per l’impero, sperando in una nuova aetas, quella di Augustus!Hic Caesar et omnis Iuli /progenies, magnum caeli ventura sub axem/ Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis/ Augustus Caesar, Divi genus, aurea condet / saecula qui rursus Latio regnata per arva/ Saturno quondam, super et Garamantas et Indos /proferet imperium; iacet extra sidera tellus/ extra anni solisque vias, ubi caelifer Atlans/ axem umero torquet stellis ardentibus aptum/Ecco Cesare e tutta la discendenza di Iulo, destinata a venire sotto il grande asse del cielo. Ecco l’uomo, ecco colui che ti senti più spesso promettere, Augusto Cesare, stirpe del Divino, che stabilirà l’età dell’oro di nuovo nel Lazio, dove regnò per gli arabili campi un tempo Saturno; oltre i Garamanti e gli Indi estenderà l’impero nella terra che giace oltre gli astri, oltre le vie dell’anno e del sole, ove il portatore del Cielo, Atlante, fa girare sulle sue spalle, l’asse connesso di ardenti stelle (Eneide, VI, 789-797).

L’anafora di Hic virgiliano tradisce il suo esatto pensiero, ora, dopo oltre un ventennio quando ormai è storia la vittoria di Azio e quando si conosce il sotteso significato del titolo di Augustus imperator/autocratoor, destinato a conquistare anche i Garamanti e perfino gli Indi, ancora non sottomessi, essendo stata evitata la guerra parthica (Virgilio muore nel 19 a.C.) Virgilio, comunque, esprime il desiderio epicureo di rigenerazione e di miglioramento tipico di quel momento storico, anelante, all’epoca, a pace e a quiete, avendo già ogni civis fiducia nella sicurezza della persona e dei propri beni, essendo ormai lontana belli rabies e ormai tutelata la proprietà dagli avidi accusatori, spinti dall’amor habendi al possesso degli averi altrui!

*Professore, perciò, lei mi vuole mostrare non la storia di quell’epoca, ma l’originale pensiero epicureo, sfruttato in senso politico come distrazione dal negotium del civis, incitato all’otium cioè alla ricerca privata del vero valore di ataracsia e di philia, come pratica di felicità/eudaimonia su una base fisicanon ancora volgarizzata in ambiente romano-greco e in quello romano ellenistico, mal inteso e letto infine dai cristiani come theoria peccaminosa, basata sul materialismo, sui sensi e sul piacere terreno, opposto allo spiritualismo e alla patria celeste, nonostante l’entusiastica e divina celebrazione di Lucrezio Caro! Lei mi vuole tenere lontano dalle degenerazioni filosofiche, che giungono fino al cristiano Agostino e da quelle mitico-poetiche dei poeti augustei, volgarizzatori come Virgilio, guida morale per i sudditi cives, obbedienti al lathe bioosas/vivi nascosto, rispettosi e veneranti Ottaviano l’Augustus, condizionati già da Cicerone, come Orazio – un porcellino del gregge di Epicuro, cfr. Ep. I, 4, 10 – come Ovidio diventato espressione di pratica sensuale e sessuale di vita, esiliato. Eppure non mancano positivi successivi esempi di saggezza di vero ed autentico epicureismo, come quello, vissuto da Tiberio Balbillo e dai nipoti Filopappo e Giulia Balbilla! Lei mi sposta la ricerca ed io mi disoriento perché mi ha portato già in un’epoca antonina, quando spirito stoico ed epicureo si fondono, in un certo senso, data la quasi comune fisica, nonostante le due diverse pratiche di vita e modelli basati rispettivamente sulla apatia e sulla ataracsia!

Marco, per spiegarti questo aspetto, equivoco, vado oltre i tempi di Lucrezio e dei poeti augustei e perfino oltre quelli di tutta l’epoca giulio-claudia e flavia e ti metto in evidenza una frase di Erode Attico, che risponde ad uno stoico, apatico (cfr. A. Gellio, Noctes Acticae, XIX, 12): nessun uomo, che sentiva e pensava normalmente, poteva fare a meno delle emozioni dell’animo che egli chiamava pathee, di fronte alla malattia, al desiderio, al timore, all’ira, al piacere; ed anche se ci riuscisse, tanto da farle scomparire, ciò non sarebbe un bene perché lascerebbe l’animo languente e intorpidito, privato dal sostegno di certe emozioni, quasi necessario stimolo/nullus usquam homo, qui secundum naturam sentiret et saperet, adfectionibus istis animi, quas pathee appellabat, aegritudinis, cupiditatis, timoris, irae, voluptatis, carere et vacare totis posset; atque si posset etiam, obniti, ut totis careret, non fore id melius, quoniam animus langueret et torperet adfectionum quarundam adminiculis ut necessaria plurium temperie privatus.

*Secondo Gellio, sono basilari le affectiones animi/pathh, naturali e necessarie per Erode Attico, che aggiunge, anche se tali sentimenti ed impulsi, quando eccedono sono dannosi, sono, comunque, connessi e radicati in certe forze ed attività dell’intelletto, e, perciò, se li stronchiamo tutti, sradicandoli, c’è il pericolo che perdiamo anche le buone qualità, utili della mente, connesse, perciò, occorre raffrenarli e purgarli con senso e moderazione/moderandos esse igitur scite considerateque purgandos!

Erode Attico così conclude, dopo aver fatto l’esempio del Trace che, ignorante e barbaro – è un immigrato dediticio! -, volendo imitare la coltivazione di ulivi e viti potati magistralmente dal vicino colono, distrugge colture per l’eccesso e lo zelo nel tagliare purgativoai fini della pulizia del campo; i seguaci di Zenone, desiderando essere apatici risultano calmi, intrepidi, immobili, senza desideri, senza dolori, senza ira, senza piacere e, così facendo, amputano i più vigorosi moti dell’animo ed invecchiano nel torpore di una vita inerte e quasi snervata /omnibus vehementioris animi officiis amputati in corpore ignavae et quasi enervatae viae consenescuntIbidem, 10 -!

*Professore, la lezione di Erode Attico agli stoici è quella di Epicuro che, nella lettera a a Meneceo tratta della necessità e naturalezza delle pathee, che risultano fondamentali per l’animo umano, grazie alle virtù della prudenza e temperanza – cosa di cui lei ci ha parlato in altre occasioni -. Quindi, non è il caso di trattare sui timori degli dei, della morte, dei mali della vita, del futuro (123-127), né del dolore del destino, della fortuna (133-50 ed oltre) né dei desideri in genere (127-28) né di quelli connessi alle virtù della temperanza e prudenza (128-132) e neppure delle kuriai docsai – massimae capitali – e del tetrafarmaco?

Certo Marco. Complimenti per come conosci l’etica epicurea! Sappi, però, che Epicuro così tratta il problema senza considerare la iustitia, che è insita come osservanza del patto, che gli uomini stipulano fra loro di non fare danno, perché sono nella sfera delle tenebre, in quanto espressione del timore, derivato dall’infrazione di quanto comunemente stabilito e pattuito, cosa contraria ed estranea alla natura, anche se divino è il suo insegnamento, liberatorio dalla paura degli dei e della morte!

*Per lei, dunque, bisogna seguire la via naturale di Democrito e di Epicuro e non quella del dovere di Zenone e degli stoici e questo si può fare solo se si rileva la vera filosofia fisica, ben espressa nella lettera ad Erodoto di Epicuro?

Marco, io ti sto orientando, in un tentativo di diradare le tenebre che ti offuscano la mente, verso la fisica epicurea, che è una conquista dello spirito umano, abbandonato dal razionalismo, vinto dal muthos irrazionalistco stoico platonico-aristotelico, neoplatonico, soggiogato dalla fides christiana, e voglio zoomare, in un momento storico eccezionale, quello ateniese della fine del IV secolo e primi decenni del III secolo, a seguito di una revisione del pensiero ionico, milesio, che si fa discorso logos scientifico, pur derivato da linee orientali sumerico-accadiche, assiro babilonesi e caldaiche, confluite in Esiodo, prima di giungere ad Epicuro di Samos (341-271 a.C.) che studia il maestro Democrito (460-370 a.C.) e le connessioni con Parmenide (516-450 a.C.), ritenuto degno di imitazione anche se, poi, cancellato dalla Historia!

*Lei, professore vuole partire dal mito del krusion genos, esiodeo, per falsificarlo e mostrare la mancanza di Dike sulla terra, in quanto il processo umano è solo naturale e non è determinato dagli dei che non esistono, e se esistono, sono indifferenti nella loro divina ataracsia – e che, quindi, dal cielo non viene niente e che da niente non si genera niente ! Vuole, quindi, riproporre il modello di un Epicuro dio sulla terra, perché scientifico e razionale, creatura mortale che si riscatta continuamente e faticosamente dalla misera condizione umana e terrena di bene e male, confusi in un calderone di vizi e virtù, cosciente della mancanza di Giustizia tra i mortali, che, però, formano un solidale sistema, in quanto coscienti esseri sentienti, parti di uno stesso sistema, capaci di trovare nella philia un modo per essere uniti nel comune destino di vita e di morte, in un rifiuto della politica, del negotium, in un fiducia, forse, nella figura di un illuminato basileus, nomos empsuchos! Lei, dopo Esiodo, vuole mostrarmi Parmenide di Elea che, influenzato da Pitagora nel suo poema Peri phuseoos simbolicamente annuncia di cercare sotto la guida delle figlie del Sole la via che conduce a Tetide e a Dike, le due dee della giustizia divina ed umana così da poter distinguere il vero dal falso, realtà ed apparenza per un orientamento, su un preciso sistema giusto, tanto da affermare che la dike kosmia domina su tutto come basilare perno di virtù riconosciuta e praticata?

Marco, per me la filosofia eleatica e quella milesia, in due ambienti diversi, favoriscono la fondazione della scienza da una parte, e, da un’altra, quella dell’historia con Ecateo, mentre si sviluppa anche il pensiero scientifico con Anassimandro e con Leucippo, il cui discepolo Democrito arriva a determinare l’esistenza di un qualcosa che origina il fenomeno naturale tanto da capire il segreto del kosmos inteso come ordine del mondo che è... il vuoto to kenon/inane!

*Professore, sul ragionamento democriteo del vuoto come spazio illimitato, senza centro, inizia la ricerca umana?

Non penso, Marco, che derivi da questa coscienza di vuoto e di spazio e dall’esistenza probabile di atomi indivisibili, che lo percorrono liberi, e che da ciò si possa dire che si costituisca la struttura stessa spaziale. I termini greci e poi quelli latini non autorizzano un tale sviluppo scientifico atomistico, certo: solo nel I secolo a.C. con Lucrezio, in ambiente campano – ad Ercolano forse? – si elabora un sistema linguistico latino su cui si basa il De rerum natura, specie la pars centrale del libro (III-IV).

*Lei parla del vorticoso giro degli atomi che, senza forma, senza colore, senza ordine prefissato, si scontrano, alla fine del IV libro, nello spazio vuoto, a causa del clinamen?

Marco è bene fermarci qui, ora… Riprenderemo, se campo, in un’altra occasione, per mostrare… il nostro vero operare.