Epistula CXXXIV ad Augustinum

L’uomo nasce piangendo e piangendo muore, anche se, talora, vivendo, può ridere, se, amando se stesso, ama l’altro e la natura!

 

A Don Sincero Mantelli

 

 *Lei vuole parlare di Epistulae ad Agostino, di Girolamo, ma… io sono preso, da giorni, dal problema dell’ineffabilità di Dio e della sua reale comprensione da parte di una creatura, in quanto Agostino dice in Sermone, 117, 3, 5: Se lo capisci, non è più Dio! È vero? È così, professore?

È vero e aggiungo che il santo, riprendendo Sermone, 52, 6, 16, scrive: Quid ergo, dicamus, fratres, de Deo? Si enim quod vis dicere, si cepisti, non est Deus/Cosa, dunque, diciamo, o fratelli su Dio? Se infatti vuoi dire qualcosa e se l’hai compreso, non è Dio! Poi insiste: si comprehendere potuisti, aliud pro Deo comprehendisti/Tu avresti compreso altro invece che Dio, se avessi potuto comprenderlo! Si quasi comprehendere potuisti, cogitatione tua, te decepisti/ti ingannasti col tuo pensiero, se quasi lo avessi potuto comprendere! E conclude: Hoc, ergo, non est, si comprehendisti: si autem hoc est, non comprehendisti/dunque, questo non è, se lo hai compreso: se, invece, questo è, non lo hai compreso. Quid, ergo, vis loqui, quod comprehendere non potuisti?/Di cosa vuoi parlare, dunque, che non puoi comprendere?

 *Dunque, lei, a seguito di questi ragionamenti cristiani ipotetici di Agostino, mi consiglia di non parlare di cose che non posso capire!

Marco, anche se il pensiero originario era di Gregorio di Nazianzo (che in Orazione, 24, 4, scriveva: È impossibile esprimere Dio, ma è ancora più impossibile comprenderlo!), bisogna concludere che per i cristiani Orientali e per gli Occidentali è bene non porsi il problema di capire Dio! Perciò, smettiamo di parlare dell’ineffabilità di Dio e della sua comprensione, impossibile per l’uomo mortale!

 *Se il problema della conoscibilità di Dio per un cristiano non è solubile, parliamo, allora, delle Lettere di Girolamo ad Agostino, come lei mi ha proposto. Io ho, comunque, letto attentamente, su suo consiglio, S. Girolamo, Lettere (Introduzione di Claudio Moreschini, traduzione di Roberto Palla. Testo latino a fronte, Bur, 1989). Mi dica! Io ascolto, come sempre! 

Marco, il problema della non intelligibilità di Dio da parte umana è questione ancora oggi insoluta ed insolubile, perché il creatore non può essere compreso dalla creatura, che può solo pensare e… parlare… senza mai entrare in merito all’Unità e Trinità di Dio e all’Incarnazione del Verbo, che sono mysterium fidei! Dunque, o ci credi o non ci credi! Questa è la condizione umana! Tu, uomo, non potrai mai conoscere Dio e Mosè, che ha rivelato Dio all’uomo e dato leggi, per me… non è credibile, se si pensa ad una completa rivelazione divina/epiphaneia, come non è completa quella di Gesù Christos-Christus, un galileo, che, come uomo, non ha possibilità di rivelare Dio ad un fidelis, che ritiene tutto opera di Dio e considera lo stesso Messia, figlio di Dio, logos-verbum, persona della Santa Trinità, sapienza stessa di Dio e Dio stesso, secondo le indicazioni di una tradizione evangelica posteriore, tipica dei Padri della Chiesa, i quali hanno seguito l’eroicizzazione e la divinizzazione del personaggio, operata da Flavio su Mosè nel III libro di Antichità giudaiche!

 *Dunque Flavio è per lei un modello per i Padri orientali, che sono i maestri per gli Occidentali che divinizzano gradatamente la figura del Messia e lo considerano theos zooon/vivente, in quanto legge vivente tra gli uomini, avendolo ritenuto puer inviato dal Pater, nato da una betullah (virgo-parthenos) a Betlemme, in tempi augustei, per opera dello Spirito santo, morto in croce sotto Tiberio per i nostri peccati e risorto per redimere i peccati del genere umano – segnato negativamente dal peccato originale di Adamo – destinato a tornare alla fine dei tempi come giudice e a regnare coi giusti per un millennio?!

Marco, bravissimo! A me, traduttore, sembra che Flavio esalti Mosè, condottiero e legislatore, profeta e re, divinizzato, presente sempre e vivente tra il popolo, celebrandolo come uomo di natura divina, come essere sovrumano e soprannaturale, come la stessa nomothesia e lo rende mitico, sulla base del lavoro platonico del didaskaleion di Alessandria e specie di Filone! Il suo pensiero è chiaro in epoca flavia: Mosè e la costituzione ebraica sono opera divina e non umana e naturale, anche se il riferimento è all’imperatore Claudio e al nomos alessandrino – ancora in vigore in epoca flavia! – che sottende un’imposizione con decreto imperiale agli ebrei di non fare proselitismo e di accettare la professione di fede degli altri popoli dell’impero romano, come aventi diritto di vivere, a modo proprio, la loro religiosità! Si ricordi, però, che per un ebreo dell’epoca giulio-claudia dire H politeia eemin/la costituzione è per noi ebrei(che cioè tutto è per loro ebrei!) e che nomothesia tou theou/costituzione divina è giudaica in quanto esattamente è detto biblicamente che il pathr è di noi/hmoon, come anche il klhros/eredità! Flavio, quindi, pur avendo ora rispetto della pietas altrui, dopo 53 anni dal Decreto di Claudio, forse ammaestrato dalla distruzione del Tempio, ribadendo la divinità del fondatore e della nomothesia, autorizza i christianoi col suo esempio all’imitazione, in un’assimilazione del Messia col Legislatore e alla creazione del Regno di Dio sulla terra, opera di inviati/ apostoloi-missi, Apologisti e Padri della Chiesa!

 *Ora capisco anche la connessione, necessaria con la Bibbia e con i libri sapienziali e col lavoro dei Padri, congiunti al fine della cristianizzazione latina occidentale e della romanizzazione dell’Ecclesia, riconosciuta da Teodosio alla pari con quella costantinopolitana, quali sedi di Pietro e di Andrea in quanto Roma e Nuova Roma! Anche in questo, mio dovere è credere! Ora devo credere anche alla sua ricerca e alla sua parola su Flavio e sui Padri della Chiesa, imitatori del giudeo! Non ho altra possibilità, se non quella di credere! Bene! Allora… sono curioso, dopo tre secoli ed ottanta anni dalla morte presunta del Christos galilaico – come quasi dai tempi di Olimpia, la Pimpaccia e di Innocenzo X ad oggi -, di sapere cosa scrive un santo ad un altro santo, in una comunicazione di reciproco rispetto e di amore cristiano, anche se so che i due non sempre vanno d’accordo!

Marco, cosa pensi che scriva uno, inferiore di grado, in quanto presbitero, ad uno, superiore, episcopus, allora, genericamente chiamato papa o beatitudo?

 *Professore, Girolamo, presbitero, è formalmente riverente nei confronti del vescovo, che ha una maggiore dignità. Infatti Hyeronimus scrive così al suo destinatario: Domino vere sancto et beatissimo papae Augustino!

Marco, il termine papa è tipico già dal III secolo in Alessandria e diventa proprio di tutti gli episcopoi africani nel IV secolo ed è di uso comune agli inizi del V secolo e specie nel 416, anno di scrittura della presente lettera, in cui i rapporti tra Girolamo ed Agostino sono idilliaci, avendo i due in comune la lotta contro i pelagiani – cfr. Pelagio – ed avendo comuni nemici i Gothi e i Vandali – che, pressati dagli Unni, essendo in disaccordo con i figli di Teodosio, tendono a sistemarsi in Italia, in Gallia o in Hispania e già mirano anche verso l’Africa, specie dopo la morte di Flavio Stilicone e il sacco di Roma del 410, anno terribile /horribile factum per i cives romani, ritenuto un segno del ritorno del Christus! -.

 *Professore, formalmente è così, ma se si leggono attentamente le lettere, specie quella del 403 si avverte rancore con rabbia repressa da parte di Girolamo a causa di equivoci, dovuti alla cattiva corrispondenza epistolare e ai corrieri per i ritardi dovuti alla navigazione invernale, lungamente chiusa, insomma per le difficoltà del canale comunicativo poco funzionale per la distanza e per i latori, impediti nel loro esercizio, anche per i conflitti tra popoli barbari, ariani anticattolici: il sistema comunicativo romano è già in crisi in quanto il canale della la rete viaria terrestre e marittima non è sotto controllo dell’imperatore, garante della sicurezza dei corrieri, che sono perquisiti e perfino imprigionati da truppe barbariche, che danneggiano la normalità della corrispondenza delle epistulae, che giungono a destinazione, oltre i termini previsti o non giungono affatto!

Marco, mi vuoi dire che sia in Oriente che in Occidente non esiste più il superiore controllo imperiale nelle vie di comunicazione a causa del movimento migratorio dei barbari visigoti e vandali, spinti verso l’Occidente, che è la pars più debole del sistema romano, quella sotto Onorio, figlio di Teodosio che, nel 395 d.C., morendo, lascia il regno Occidentale al figlio minore e quello Orientale ad Arcadio, ponendo accanto come magistri militum per l’uno il vandalo Flavio Stilicone e per l’altro l’eunuco Rufino, che sono in competizione fra loro, non essendo ben designati i confini tra le due partes!

 *Quindi i corrieri devono temere anche i conflitti ai confini, nel loro esercizio, nelle vie romane e possono perfino essere presi ed uccisi, non avendo il necessario lasciapassare!

Certo. Si è in un momento storico horribilis per l’Impero di Occidente per la paura dei Gothi che, dopo la vittoria di Adrianopoli su Valente del 378 d.C., hanno pretese crescenti, pur se federati da Teodosio, in quanto desiderosi di primeggiare tra gli altri barbari, specie con Alarico, che aspira al titolo di Magister militum e a stanziarsi in Italia o in Provenza, pur professando l’arianesimo, insegnato da Ulfila, inviato loro da Eusebio di Nicomedia, in epoca costantiniana. 

 *Professore, noi cattolici abbiamo sempre considerato i gothi barbari e non cristiani e non abbiamo rilevato bene il contributo di Ulfila nella cristianizzazione della Gothia sarmatica, fatta con maestri, che hanno tradotto Bibbia e Vangelo in antico gothico e dato libri in lettura ai capitribù! Ulfila è un gotho, istruito, che nel 339 – 340 sotto Costanzo II è nominato vescovo da Eusebio di Nicomedia, secondo Filostorgio (368-433, scrittore di Historia ecclesiastica con visione apocalittica, cristiano eretico, antipagano citato in un frammento dall‘epitome di Fozio) che conosce perfino i suoi antenati cristiani, oriundi dalla Cappadocia, e che ricorda che esercita la carica episcopale per 40 anni – di cui 7 in terra gothica a nord del Danubio, e 33, coi cosiddetti Gothi minori, in un territorio romano, nella Mesia inferiore -.

 *Si può quindi dire che Ulfila vede anche i frutti del suo insegnamento, in Mesia, avendo fornito i mezzi necessari per la cristianizzazione. 

Certo. I gothi sono cristianizzati come ariani già alla sua morte, che avviene a Costantinopoli, dove Ulfila si è recato per prendere parte a una disputa ecclesiastica, probabilmente intorno all’anno 383 d.C.
Dalle notizie deriva che la consacrazione da parte di Eusebio e lo schierarsi con Acacio nel Concilio di Costantinopoli del 360 e la sua sottoscrizione alla formula, fanno ritenere che Ulfila è un ellenizzato di lingua latina e greca, traduttore di trattati e commenti, inventore dell’alfabeto gothico (ossia dei caratteri da usarsi su pergamena), in mezzo a un popolo praticamente analfabeta, abile a dare loro gran parte della Sacra Scrittura! Si conosce perfino parte di questa traduzione pervenutaci nei frammenti della Bibbia gothica, tramandatici dal Codex Argenteus di Upsala – contenente in 187 fogli, su 330 originali, frammenti dei quattro vangeli – e dai palinsesti provenienti da Bobbio, che forse erano di Cassiodoro, tra cui il Codex Carolinus, a Wolfenbüttel (4 fogli con frammenti di una redazione bilingue, gothico-latina, della Lettera ai Romani), i Codices Ambrosiani, a Milano, contenenti amplissimi frammenti delle lettere paoline, brevi passi di Matteo e Neemia, che, comunque, sono insieme ad altri codici con parti dei Vangeli di Luca e di Giovanni, manoscritti risalenti al secolo V o al VI, messi insieme nell’Italia settentrionale, seppure siano di provenienza costantinopolitana dell’epoca di Giovanni Crisostomo a detta di Paolo Orosio in Storia contro i Pagani/Historia adversus paganos!

 *Professore, anche i Vandali, allora vicini di territorio, possono avere avuto una colonizzazione cristiana ariana come i gothi, in quanto popolazione anticattolica?

Non so dirlo, ma posso dimostrare che la lettera dell’anno 416 ha connessioni con quelle del 403, anno in cui si verifica una lega gothico-vandalica sotto il comando di Radagaiso, che viene poi sconfitto a Fiesole da Flavio Stilicone, mentre si diffonde un terrorismo secondo l’ariano Filostorgio, e l’ortodosso Orosio ed anche successivamente secondo Jordanes, notaio cristiano ortodosso, che parlano di tempi apocalittici, di un ritorno prossimo del Christus: il mondo occidentale è sconvolto, nella sua totalità, al di là della professione religiosa, per cui ci sono i christianoi anacoreti, che fuggono lontano dalle città e si ritirano in preghiera in luoghi solitari, testimoniati da pagani come Rutlilio Namaziano, che incolpano dei mali presenti i cristiani non belligeranti, mentre questi, come il portoghese Paolo Orosio (380-420 d.C., amico di Agostino e di Girolamo) accusano i pagani di aver offeso coi loro peccati Dio, che, bibblicamente, si vendica su di loro!

 *So che Orosio, recatosi in Palestina nel 415 d.C. per arricchire la sua preparazione teologica accanto a Girolamo, combatte anche lui a Gerusaleme la sua battaglia antipelagiana partecipando anche al Concilio di Gerusalemme, ma poi accusato a sua volta di pelagianismo dal vescovo Giovanni II, scrive l Liber apologeticus contra pelagianos e che, mentre ritorna dalla Palestina in patria, durante il viaggio – avuto notizie di guerre e di grandi disordini in Spagna – allora si ferma in Africa da Agostino, intento alla composizione del De civitate Dei, il quale lo induce a scrivere gli Historiarum adversus paganos libri septem, la sua opera maggiore, a cui dedica due anni di lavoro (417-18)!

Marco, in quest’opera Orosio prende spunti dal III libro del De civitate dei di Agostino – che ritiene i mali sempre presenti nella storia umana – e seguendo la tradizione pagana, già sfrutttata da Eusebio di Cesarea (Sallustio, Svetonio, Giustino, un’epitome di Tito Livio, Floro ed Eutropio) fa un’Historia dell’humanitas, tenendo presente anche Giuseppe Flavio (ed Egesippo). la sua oikonomia tou teou, il piano provvidenziale di Dio che, secondo lui, ha preordinato la formazione della Romània e le stesse invasioni barbariche, congiunte col ritorno/parousia del Christus!

 *Il clima è dunque quello del terrore, comune ai pagani, agli ebrei ed eretici e alla Grande Chiesa, di cui Agostino, Ambrogio e Girolamo sono dottori e padri.

Sembra che tu voglia capire dal carteggio tra i due padri lo stato d’animo contraddittorio di Girolamo e le controversie esistenti all’epoca, prima e dopo il sacco di Roma di Alarico.

 *Vorrei capire bene la situazione ed entrare veramente in merito ai problemi di uomini che vedono anche la sfacelo dell’Africa romana ad opera di Vandali che la governano, fino alla riconquista definitiva di Giustiniano nel 534!

Quindi, sei curioso di sapere anche la Storia successiva ad Agostino, alla nuova presa di Roma ad opera di Gianserico nel 455 e capire le ragioni di una tale rovina dell’Impero romano, derivata dall’impero Unno e dalle progressive conquiste di Attila, che rende tributario perfino l’imperatore Teodosio II.

 *Si. Vorrei essere ben informato sulla rovina dell’assetto politico teodosiano e della stirpe di Valentiniano III e sulla crescente paura del ritorno di Cristo, prima di seguitare a leggere le Lettere di Agostino a Girolamo e le sue risposte. So bene che questo è un momento buio per l’impero romano occidentale con un imperatore pavido, che vive a Ravenna e che ha fatto una politica contraria a quella del fratello Arcadio e che ha turbato l’ordine militare, facendo giustiziare il vandalo Stilicone, suo suocero -sua figlia Maria ha sposato l’imperatore! – abile a tenere a freno i Visigoti, i Vandali ed Unni. Ho letto e studiato, come lei, i fatti secondo Jordanes (Storia dei Goti, a cura di Elio Bartolini, testo latino a fronte, Tea, 1991) che mostra la situazione dell’Occidente, a seguito della morte di Attila nel 453, che per un ventennio ha sconvolto la terra, avendo invaso i balcani, cinto d’assedio la stessa Costantinooli, marciando in Gallia fino ad Orleans, cacciando da Ravenna lo stesso imperatore nel 452, prima di essere fermato da Leone I, prodigiosamente, sul Mincio alla confluenza col Po solo coi paludamenti sacri, ma anche militarmente dal generale Aezio e da Marciano.

 

undefined
L’impero unno di Attila

 

Quindi sai che i popoli vicini al grande impero unno si allontanano verso Ovest e Sud ovest, per cui i Gepidi si stanziano in Dacia, gli Ostrogoti in Pannonia, i Sarmati ed altre tribu in Illirico, mentre gli Sciti, si fermano in Dobrugia in Bulgaria, dopo aver fatto foedera/trattati con Marciano che, salito al trono con Pulcheria nel 450, decide di non pagare più tasse agli unni ed arruola Candace re degli Alani, facendo un atto notarile di consociatio militaris con notai alani, come il nonno di Jordanes, ed attacca Attila e lo vince, dirottandolo verso l’Occidente ritenendo offensivo per il nomen romanum pagare tributi ad un barbaro! E conosci la sua sonfitta ai Campi Catalaunici e il suo rientro nei propri confini intenzionato a scatenare il conflitto contro l’impero bizantino, fermato poi… dalla morte!

 *Questo clima bellico specie occidentale turba la comunicazione dei due santi, che hanno qualcosa da rimproverarsi e sembrano poco concordi nelle loro affermazioni, non avendo una reciproca fiducia per circa il decennio 403-413, nonostante l’apparenza formale di rispetto di Girolamo presbitero di fronte alla dignità episcopale di Agostino, comunque, insofferente davanti al dominus vere sanctus et ommi mihi affectioni venerabilis/papa, a causa di sospetti di critica, circa la sua traduzione dall’ebraico del Vecchio Testamento!

Girolamo gli comunica di aver accolto l’ispanico, Paolo Orosio, suo discepolo, che lotta con lui contro i pelagiani coi suoi scritti (De infantibus baptizantisDe spiritu et littera ed Epistula ad Hilarium) e aggiunge che ha abbandonato anche gli studi in quanto sta attraversando un momento difficilissimo/tempus difficillimum, in cui si manifesta canina…facundia.

 *Nel trattare della presente situazione contro i pelagiani cfr. I Pelagiani e Girolamo, il santo sembra riprendere la rabies canina di Lattanzio (Institutiones, VI, 28, 26) cioè rabbiosa e violenta eloquenza, imitata forse da Quintiliano (Institutio oratoria, XII, 9, 9), che pur dipendeva letterariamente da Sallustio e Cicerone?!

Certo. Bravo. Girolamo dimostra di essere ciceroniano, rispondendo a due scritti di Agostino dotti e splendenti di fulgore di eloquenza, eruditissimi, dove si parla dell’origine dell’anima/de animae origine (Ep. 415) in cui probabilmente i due avevano divergenze tanto che Girolamo afferma che Paolo dice che unusquisque in suo sensu abundet alius quidem sic alius autem sic …autorizzando ciascuno a mantenere le convinzioni personali, chi in un modo chi in un altro in quanto ognuno è immerso in luce circa ogni cosa, secondo le Sacre scritture!

 *Professore, il santo è sincero?

Non lo so. So solo che è riverente di fronte alla dignità dell vescovo e all’altezza del suo ingegno, riconosciuta e lodata tanto da aggiungere che noi cristiani discutiamo tra noi per imparare. I nemici avversari, invece, e soprattutto gli eretici – pelagiani -, se vedono che tra noi ci sono pareri diversi, diranno mentendo che derivano da rancore. Ma io ho deciso di amarti, di sostenerti, di venerarti e di difendere le tue parole come fossero mie… e piuttosto diamoci da fare perché venga spazzata via dalle chiese la pericolosissima eresia, che simula sempre il pentimento per avere la possibilità di insegnare nelle chiese, rivelandosi apertamente di essere cacciata fuori e di morire/Nos enim inter nos eruditionis causa disserimus. Ceterum aemuli et maxime heretici, si diversas inter nos sententias viderint, de animi calunniabuntur rancore descendere. Mihi autem decretum est te amare, suscipere, colere, mirari tuaque dicta quai mea defendere… magisgue demum operam, ut perniciosissima heresis de ecclesiiis auferatur, quae semper simulat paenitentiam, ut docendi in ecclesiis habeat facutatem, ne, si aperta se luce prodiderit, foras expulsa moriatur.

 *Per me non è sincero, ma è interessato solo all’annientamento della eresia pelagiana, come lei ha già detto in altri articoli! Comunque, qui è allineato a fini apologetici.

A dire il vero mi sono astenuto dal dire qualcosa, comunque, qui il santo, dopo aver aggiunto che già ha parlato della necessità di stroncare il pelagianesimo in Dialogus adversus pelagianos – in cui (III, 19) ritiene Pelagio, reo di pensare di poter conseguire la salvezza con le sole forze umane, absque dei gratia/senza la grazia di Dio fa la seguente affermazione, per noi utile per la comprensione generale: in questa provincia (in Palestina) soffriamo una grande mancanza di copisti di lingua latina e pertanto non possiamo soddisfare alla tua pressante richiesta, sopratutto per l’edizione dei Settanta, che è contrassegnata da asterischi ed obeli; abbiamo infatti perso la maggior parte del precedente lavoro per la perfidia di un tale/Grandem latini sermonis in ista provincia notariorum patimur penuriam et idcirco praeceptis tuis parére non possumus, maxime in aeditione Septuaginta quae asteriscis veribusque distincta est; pleraque enim prioris laboris ob fraudem cuiusdam amisimus!

 *Mi sta rimandando a Lettera, LVII, di Girolamo a Pammachio in Girolamo e la traduzione? Con la notizia della mancanza di notarii e col diniego di inviare uomini per lo scriptorium agostiniano in ottemperanza ai suoi praecepta, mi mostra segni di un rancore ancora fresco nel santo betlemita! Mettendo l’accento auto sull’infinito, mi fa notare il valore di parére, che significa essere obbediente, uniformarsi alle prescricrizioni/praeceptis di un superiore! 

Nella Lettera a Pammachio ho mostrato chiaramente come traduce veramente Girolamo e i tempi in cui scrive, davvero apocalittici, oltre alla perfidia di un notarius!

 *Grazie, allora, professore, per questa lezione, a me utile non solo per i miei dubbi sulla conoscenza cristiana di Dio, ma anche per le notizie sulla fine dell’Impero romano. 

Io ti ringrazio sempre per l’ascolto. 

 *Nel ringraziarla di nuovo, ribadisco, comunque, che per me i rapporti tra i due santi non sono idilliaci, ancora, nel 416, nonostante le attestazioni del betlemita, di amore, affetto e stima e porto, come prova, il diniego, la non obbedienza di un ribelle Girolamo ai praecepta di un Augustinus papa, che è intenzionato a leggere criticamente il testo con asterischi ed obeli con notarii competenti!

È chiaro per te l’invito di Agostino a cantareprovocare una palinodia – cfr. Palinodia in Filone come è scritto in Epistula CV, dove Girolamo si dice offeso da uno che gli vuole ridare la vista/oculos (gioco metonimico!), violando le regole delle buone relazioni di amicizia! -.