Sua cuique civitati religio, nostra nobis/ad ogni cittadinanza la propria religione, a noi la nostra!
In memoria di Paolo Trento, mio caro amico ed alunno.
*Professore, come mai vuole esaminare il sistema di vita ebraico dal 59 a.C. al 38 d.C.? Cosa vuole indagare? Vuol mostrare forse il comportamento ebraico nel periodo di circa un secolo, per evidenziare lo stato di guerra permanente tra Roma e la stirpe giudaica aramaica, impegnata in un Bellum di 200 anni, per meglio imprimere i fatti di un’impresa messianica fallita? O vuole mostrare come l’ebraismo sia di casa a Roma non solo sotto la Repubblica, ma anche sotto i Giulio-claudi, sotto i Flavi (69-96) e gli antonini (97-192) e i severi (193-235), come ha fatto vedere chiaramente, anche in recenti articoli?
Marco, io esamino, da una parte, il periodo successivo alla presa di Gerusalemme nel 63 a.C., gli anni, specificamente, sotto il pontificato di Hyrcano II – che è sotto la protezione militare di un filoromano dux, padre di Erode, il pompeiano Antipatro – e, da un’altra, studio la situazione ebraica in Gerusalemme, successiva al Malkut ha shamaim/Regno dei cieli, del quinquennio 31-36 d.C., fallito, di Iehoshua Barnasha – un messia aramaico antiromano (che patì la crocifissione sotto Tiberio per ordine di Lucio Vitellio e Ponzio Pilato nel 36 d.C.) – oltre ad indagare quella della deificazione /ektheoosis di Caligola a Roma e quella di Drusilla Panthea ad Alessandria – avendo intenzione di vedere anche quegli anni, che precedono la presa pompeiana della Città santa, e di evidenziare il numero degli ebrei residenti in Roma, la capitale dell’Impero romano, desideroso di rilevare il giudaico radicamento, pur diversificato, sempre, comunque, più profondo in epoca Flavia ed Antonina e severiana!
*Quindi, mi parlerà, solo inizialmente, di Lucio Flacco e del suo governatorato secondo l’angolazione del pompeiano Cicerone, che lo difende dall’accusa di estorsione per avere avuto, 4 anni prima, la collaborazione nell’episodio del 3 dicembre del 63 a.C., quello dell’arresto del gruppo di Galli Allobrogi, latori di una lettera compromettente di Lucio Sergio Catilina? Poi, mi dirà qualcosa circa la situazione alessandrina sotto il principato di Caligola e circa l’eccidio giudaico, operato da Avillio Flacco, ben rilevato in In Flaccum e circa l’ambasceria in difesa degli ebrei, accusati dai greci e dal loro rappresentante Apione, chiara in Legatio ad Gaium, opere da lei tradotte e pubblicate, confluite nel suo libro Caligola il sublime (Cattedrale, 2008)?
Marco, conosci i fatti del 63 a.C., quando i pretori Valerio Flacco e Gaio Pontino eseguirono l’ordine del console Cicerone di requisire sul Ponte Milvio agli Allobrogi – che uscivano da Roma – un’epistola di Catilina?! Bene. Ti parlo, dunque, di un amico di Cicerone, di un pompeiano che, nominato governatore di Asia, conosce il mondo ebraico e la ramificazione giudaica asiatica e che teme il numeroso gruppo popolare di coloni giudaici – viventi a Trastevere, fautori del tribuno della Plebe, Clodio, e tumultuanti a causa del particolare sistema di riscossione della doppia dracma (cosa da noi anticipata nei sei libri di Giulio Erode, il filelleno, KDP, 2002) -.
*Professore, so qualcosa di questo personaggio e vorrei potermi orientare meglio per seguirla nel suo lavoro di ricerca per poi relazionare ai miei ex compagni, quando ci incontriamo: noi cristiani sappiamo poco della presenza ebraica a Roma, dove vivono ebrei, avversari della famiglia asmonea che sono stati esiliati e si sono rifugiati coi loro servi o a Roma o a Ctesifonte, le capitali delle due grandi potenze mondiali, sotto il patronato di potenti famiglie romane o parthiche!
Bene. In breve ti dico la sua carriera, congiunta con quella del padre: Lucio Valerio Flacco è figlio di Lucio Valerio Flacco senior – console nel 100 a.C., morto nell’anno 85 – che partecipa insieme a Pompeo alla terza fase della guerra mitridatica, combattuta dai generali romani Lucio Licinio Lucullo e Gneo Pompeo Magno dal 73 al 63 a.C., come legatus nel 66-64! Come pretore nel 63, fa pervenire a Cicerone, console per quell’anno, le carte che gli ambasciatori degli Allobrogi hanno ricevuto dai complici della congiura di Catilina, poi diviene nel 62 propretore ed ha in sorte la Provincia di Asia, ma, al suo ritorno, è accusato di estorsione e nel 59 è difeso da Cicerone (e da Ortensio) nella causa contro gli asiatici.
*Grazie. Ora posso entrare nel problema e nel contesto storico della provincia di Asia in epoca cesariana, avendo letto anch’io, su suo suggerimento, Cicerone, In difesa di Lucio Flacco/Pro L. Flacco, a cura di Giorgio Maselli, Testo a fronte, Letteratura Universale Marsilio, 2000, ben compreso l’epoca del I Tiumvirato – cfr. Historiae di Sallustio in www.angelofilipponi.com -, avendo sotto gli occhi la cartina dei domini romani sotto Mitridate, anche se non ho chiara la presenza giudaica a Roma!

All’epoca, l’Asia romana è quella ereditata da Attalo III con capitale Pergamo, seppure, poi, Roma annetta i territori del Regno di Mitridate e dei suoi alleati, quando già sta per finire anche il Regno della Grande Armenia e quello dei Seleucidi e degli Asmonei.
*Dunque, mi dica e mi precisi la reale situazione della presenza ebraica nel momento postcatilinario, quando si vivono tragici momenti per l’assenza di Cesare, impegnato in Gallia, e per quella di Crasso, andato incontro alla sconfitta di Carre, durante il coniugium di Giulia con Pompeo, triumviro rimasto a Roma con un‘auctoritas, inficiata e debilitata dai populares di Clodio, che, pur in lotta con i miloniani, riesce a mandare in esilio Cicerone stesso e crea il panico in città, specie di notte – cfr. A. Filipponi, Giulia, la figlia di Cesare, in Antipatro, padre di Erode, in Giulio Erode il Filelleno, libro I, KDP, 2022!
Cicerone, mentre scrive pro Flacco, risente ancora della situazione dopo la proclamazione di Mitridate il grande di ripresa delle ostilità – in un tragico momento di ribellione asiatica contro l’urbs ladrona, considerata potenza militare selvaggia e primitiva per natura – divenuta col tempo continua ribellione/stasis, a seguito delle arbitrarie annessioni e del trionfo quadruplice di Pompeo – cfr. Angelo Filipponi, Antipatro, padre di Erode in Giulio Erode, il Filelleno, Libro I, cit.: l’oratore teme i populares cesariani e specie Clodio Pulcro, anche se gli ha opposto i gladiatori di Milone, impotenti di fronte alla plebe romana affamata e agli ebrei transteverini – una colonia straniera con numerosi fautori populares – !
*Questo mi è chiaro quando Cicerone indaga sulla liceità o non liceità per Flacco, propretore, di requisire denaro/pecuniam càpere a provinciali Tralliani (abitanti di Tralle, clientes sotto il suo patrocinio familiare) in nome del padre, ma, non capisco quando l’oratore ricorda il bellum mitridaticum – in cui gli asiatici lodavano ed imploravano Mitridate, chiamandolo dominum, illum patrem, illum conservatorem Asiae, illum Euhium, Nysium, Bacchum, Liberum/signore, padre, salvatore dell’Asia, Evio, Nisio, Bacco e Libero – e quando accenna al numeroso gruppo di ebrei populares romani, che si agitano a causa della confisca in Asia del tesoro ebraico, destinato al Tempio di Gerusalemme, prelevato ed incassato dal governatore di Asia!
Marco, mi vuoi dire che tu dici questo perché sai che Cicerone conosce esattamente l’operato di Flacco – governatore per soli quindici mesi – anche perché suo successore in Asia nel marzo del 61 a.C., è suo fratello Quinto, come propretore, e perché è amico di Decimo Lelio – figlio di un legatus di Pompeo, che non accoglie le lagnanze delle città asiatiche e delle comunità sparse in Asia, ebraiche e neppure quelle degli ebrei transteverini operanti in Asia coi membri della famiglia Sestulia ed Aufidia, ben collegati coi giudei romani in quella particolare situazione di fine repubblica -? Pensi questo!?
*Professore, io penso così, ma ho difficoltà a seguirla! ho bisogno di riepilogare! Dunque, siamo nel 59 a.C., anno della Pro Flacco, in cui Cicerone difende il governatore di Asia, accusato a fine mandato di De repetundis/crimine di estorsione, concussione, dalle città asiatiche e dalla comunità di ebrei asiatici, che secondo costume, raccolgono la doppia dracma per il Tempio, sostenuti nella capitale dai populares di Clodio, favoriti anche dai numerosi giudei trasteverini. Cicerone, allora, fa, prima, un’operazione di selezione e non di computo generale, desideroso di expendere cives, non numerare/di valutare i cittadini e non contarli, in una volontà di mostrare due gruppi, uno contrario a Flacco, da beffeggiare, e l’altro, a lui favorevole, da elogiare, come erede della cultura ellenica di una genuina Grecia/vera atque integra Graecia, inventrice di humanitas, litterae, etiam fruges, formata da ambasciatori legati ad Flaccum laudandum – che pur si ricordano dello scacco militare subito dal padre Flacco senior, console, inviato contro Mitridate nell’anno 86/5, in cui avviene la sua morte – poi, trattando dell‘oro giudaico, parla del contributo dato ai clodiani dagli ebrei romani, di cui loda enfaticamente turba, manus e concordia e specie il valore in contionibus/nelle assemblee.
Marco, tu ti riferisci espressamente al paragrafo 66 di pro Flacco: sequitur auri illa invidia iudaici! Tu, quindi, certamente consideri legittima la raccolta dell’oro per il Tempio gerosolomitano nelle province dell’Impero romano e parthico, ritenendola consuetudine da tempo regolata da leggi aramaico-parthiche e quindi, ritieni illegittimo l’annullamento voluto da Flacco che modifica lo statuto ebraico–parthico con un editto romano, successivo alla presa di Gerusalemme, ad opera di Pompeo nel 63, vietando di esportare l’oro dall’Asia/sanxit edicto ne ex Asia exportari liceret – 67 -, in relazione alle mutate condizioni, in terra giudaica!
*Certo. Penso così e vedo l’insistenza di Cicerone nella difesa dell’operato di Flacco come prova di una difesa di ufficio di un bonus/aristocratico per un altro aristocratico/bonus, di un pompeiano che favorisce un pompeiano, pronto a legittimare l’intervento di confisca dell’oro ebraico in Asia, anche se non ancora regolarizzato con un Editto!
Tu rilevi che Cicerone vuole giustificare Flacco, magistrato che non fa furtum, per un vantaggio personale, ma che opera per il pubblico bene: ritieni, come E. Mary Smallwood (The Jews under Roman Rule: from Pompey to Diocletian, Leiden, 1976), che Flacco, facendo l’editto, è funzionario corretto nell’operazione di sequestro, pur se si conosce che ogni sequestro non è privo di abusi per come viene fatta l’operazione ad opera di pubblicani, in assenza di leggi speciali, regolanti la riscossione stessa in territorio romano, specie lungo l’Eufrate, linea di confine, abitato da popolazioni aramaiche, quando non è precisata e né accettata, nemmeno, la motivazione della ricostruzione del Tempio gerosolomitano e della costituzione del tesoro/korbonas per le vedove e gli orfani, dopo la conquista pompeiana del Tempio!
*Professore, io so che Cicerone nel riconoscere la legittimità dell’editto, nel processo, ironizza sugli asiatici, come poi farà Antonio dopo la vittoria di Filippi, che impone da vincitore indistintamente tasse, ma so pure che in tali regioni, a lungo sotto il potere parthico, vigeva la legge comune a tutto l’impero parthico di raccolta dell’oro ebraico per il Tempio e quindi esisteva la pratica della riscossione orientale aramaica, pur con diverse modalità da Stato a Stato.
Marco, tu ti ricordi di Flavio Antichità Giudaiche, XIV, 211-215 e dei decreti repubblicani e di quelli di Cesare, dittatore in favore degli ebrei, che lo hanno aiutato nel bellum alexandrinum, grato verso Hyrcano II, verso Antipatro e gli Oniadi alessandrini, tanto da dare loro la civitas e il nome stesso di Iulius.
*Certo. Ricordo bene quelli cesariani, dopo la vittoria di Cesare su Farnace, poi perfino modificati dopo l’accordo tra Erode il grande e Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto – legatus con ius proconsulare maius e con tribunicia potestas, dopo la sistemazione del Regno bosforitano, come lei ha rilevato in Giulio Erode il filelleno, libro IV, op. cit. – nel corso del viaggio di attraversamento delle province ioniche del magistrato romano e del re giudaico – che ascolta le lamentele degli ebrei e chiede l’intervento dell’amico! -.
Bravo, Marco, Ricordi bene quanto ho scritto in Giulio Erode, il Filelleno!
*Professore, Cicerone astutamente, dopo aver mostrato l’assenza di leggi senatorie per gli ebrei, sembra volere far distinzione tra i greci, suddivisi in quelli che, come eredi degli antichi greci colonizzatori, sono filoromani, e in altri caratterizzati come colonizzati ed ellenizzati nelle regioni di Frigia, di Misia, di Caria e di Lidia così che può motteggiare e ridicolizzare gli avversari mediante proverbi/apoftegmi, e sui frigi che migliorano con le busse, e su un cario, elemento buono per ogni sperimentazione, e sul detto “ultimo dei Misii“, e sul “servo Lidio“, protagonista della Commedia attica, al fine di rilevarne la superficialità/levitas, la volubilità/inconstantia e partigianeria/cupiditas greca asiatica!
Marco, Cicerone è oratore, retorico (cfr. L. Laurand, études sur le style des discours de Cicéron, Parigi, 1965; H. Lausberg, Elementi di retorica trad. it., Bologna, 1969), un patronus, che, difendendo il cliente anche da un’accusa calunniosa/auri illa invidia iudaici, mostra quale sia il motivo per cui la causa si svolge non lontano dalla gradinata di Aurelio, nel foro, presso il tempio di Castore dioscuros, un luogo scelto per la sua ampiezza da Decimo Lelio al fine di raccogliere un grande numero di ascoltatori: l’oratore precisa, comunque, che i romani sono viri iusti/uomini giusti come Pompeo, vir bonus, che dopo la resa di Gerusalemme, espugnato il Tempio, vi entra ma non confisca il tesoro – diversamente da quanto poi fa Licinio Crasso! – comportandosi davir civilis politico accorto coi vinti!
*Professore, conosco l’astuzia politica di Pompeo che è ben consigliato da Antipatro e Hyrcano II e che, perciò, non allunga, da romano, le mani sull’oro, ma non lo fa certo per pudor/scrupolo di coscienza o eusebeia-pietas!
Hai ragione. Cicerone, infatti, definisce Pompeo Hierosolymarius – in Ad atticum, 2, 9, 1 – mentre qui in pro Flacco, lo porta come esempio di vir bonus, imitato da Flacco magistrato, che non faappropriazione indebita cioè furtum! Ricorda che siamo in un momento republicano in cui la fazione popularis e quella senatoria sono ai ferri corti, avendo ognuna una banda di tagliagole prezzolati (i Clodiani e i miloniani)! La causa Pro Flacco, nonostante la forma retorica, potrebbe aver avuto una sua logica di difesa dei valori senatori rispetto a quelli popolari, in una così grande piazza!
*Ricordo. Ricordo bene! L’ampiezza, comunque, del foro e la possibilità della presenza di un numeroso gruppo di Giudei, vociferanti ed ostili a Flacco, connessi col gruppo di ellenizzati di Frigia, di Caria, Misia e Lidia a loro equiparati, preoccupano l’animo di Cicerone, che teme rappresaglie popolari di gruppi eversivi, convenuti, solidali, reclamanti giustizia contro il crimen del magistrato, uno dei boni patres, come Gabinio, altro pompeiano, accusati di corruzione e di mal governo a fine mandato. Cfr. A. Filipponi, Antipatro, ibidem.
Tu vuoi dire che il successivo comportamento di Cicerone, che parla a voce bassa per farsi sentire solo ai giudici e non al popolo, è un espediente comico, un artificio retorico proprio dei servi nella commedia attica, che dicono una cosa ai padroni ed un’altra al pubblico, una recita davvero efficace! Tu biasimi anche la peroratio, che risulta una effettiva miseratio detta al fine di movère la commozione dei giurati – pro Flacco, 106 -: Miseremini familiae, iudices, miseremini fortissimi patris, miseremini filii, nomen clarissimum et fortissimum vel generis vel vetustatis vel hominis causa rei publicae reservate/abbiate pietà dell famiglia pietà per un padre fortissimo, pietà per il figlio; conservate per le nostre istituzioni repubblicane un nome tanto famoso e tanto forte di un uomo e di grande stirpe e di gloria atavica! L’oratore sa utilizzare il patetico, suscitare compassione presentando perfino il figlio, piccolo, tra le mani paterne, che coi pianti si fa sentire al popolo!
*Professore, Cicerone conosce tutti i trucchi per farsi ascoltare dai giudici -desideroso di chiarire che Flacco ha fatto un editto secondo la tradizione romana e che il suo divieto di esportare l’oro fuori dall’Italia e da tutte le nostre province/ex Italia et omnibus provinciis nostris è secondo giustizia e non è furtum – anche perché teme la folla, piena di uomini violenti, aizzati contro di lui e i boni!
Marco, l’oratore cerca di dimostrare che c’è anche una registrazione ufficiale, con testimoni, di quanto è stato versato dalle singole città, ad eccezione del contributo di Acmonia, fin dalla guerra contro i pirati, quando Pompeo divise il mare su due fronti, uno con una flotta, uno con un’altra, e a Flacco affidò quella che operava dall’Asia in Macedonia, allorché il pretore utilizzò bene i proventi secondo i comandi del dux, conforme alla divisione fatta da Silla, avendo ben distinto tutte le comunità dell’Asia in distretti contributivi proporzionali. Cicerone, perciò, in pro Flacco cita le circa cento libbre dì’oro di Apamea, pubblicamente versate dal cavalier Cestio Cesio, delle venti libbre di Laodicea alla presenza di Gneo Domizio, antenato di Nerone e della modica quantità di oro di Pergamo volendo significare che tutto quadra e che l’oro è nell’erario/auri ratio constat, aurum in aerario est, e che non c’è furtum, ma solo invidia, convinto che ogni comunità ha la sua religione/sua cuique civitati religio, e che noi abbiamo la nostra/nostra nobis!
*Da qui il confronto tra il mondo giudaico e il mondo romano? Cicerone vuole dire che ogni popolo è pius e che ha una sua pietas che non si limita solo alla religione in quanto ogni vir ha doveri verso gli altri e riconosce le giuste gerarchie, che strutturano il mondo politico, e, perciò, in base a principi naturali l’uomo ha comportamenti di pietas filiale nei confronti dei genitori, di patriottismo nei confronti della patria e di venerazione per gli dei, secondo forme religiose precise, cfr. J. Champeaux, La religione dei Romani, Il mulino, 2002.
Bravo, Marco. L’oratore mostra, quindi, che ogni popolo nell’impero romano può vivere secondo la propria tradizione religiosa ed ha pari diritti e nessuno ha privilegi! D’altra parte gli ebrei da sempre vivono separati dagli altri popoli e aborrono i riti stranieri, ligi solo alla legge mosaica e al culto del loro Dio. Infatti anche quando Gerusalemme si ergeva potente/stantibus Hierosolymis e gli ebrei non erano in rivolta/pacatisque iudaeis, tuttavia, per Cicerone, il rito delle loro cerimonie era in antitesi – contrastava – con la magnificenza del nostro potente stato, con la serietà della nostra azione, con le istituzioni dei nostri avi/tamen istorum religio sacrorum a splendore huius imperii, gravitate nominis nostri, maiorum institutos abhorrebat. Cicerone aggiunge che ora il contrasto è ancora maggiore perché quella gente ha rivelato con l’insurrezione (con le armi) i suoi reali sentimenti verso la nostra supremazia/nunc vero hoc magis, quod illa gens quid de nostro imperio sentiret, ostendit armis! L’oratore conclude: quam cara dis immortalibus esset docuit quod est victa, quod elocata quod serva/quanto essa sia cara agli dei è stato dimostrato dal fatto che si ritrovi sconfitta, data in appalto, ed assoggettata!
*Professore, il pagano Cicerone condanna il fanatismo religioso degli integralisti giudaico-aramaici, che credono nel Dio degli eserciti/Deus sabaoth, convinti nella vittoria finale, in quanto figli di Jhwh, padre, rilevandone la condizione di vinti! L’oratore, però, parla genericamente degli ebrei, mentre lei ha distinto nettamente i giudei aramaici filoparthici dai giudei ellenisti filoromani, specie oniadi alessandrini – cosa ignota a tutti che ha creato grande confusione anche tra noi christianoi, che siamo eredi, nel nome, del Messia aramaico, aspirante al Malkuth ha shemaim, ma siamo strutturati e istituzionalizzati come Ecclesia cattolica, secondo la cultura ebraica ellenistica e la lettura filosofica filoniana! -.
Marco, tu mostri da cristiano l’equivoco e la confusione ciceroniana, che comunque, forse qualcosa aveva capito nella distinzione che faceva tra i greci ellenici e gli ellenisti barbaroi, ed anche tu sei incerto, ma se leggessi una ventina di pagine di Ch. Delplace, Pubblicains, traphiquants et financiers dans les provinces d’Asie Mineure sous la Republique in “Ktema” 2, 1977, pp. 233-252, potresti renderti conto dell’effettivo ed efficiente sistema romano di colonizzazione repubblicana, specie se comparato con il testo di L. Hermann, Cicéron et les juifs in Atti del Congresso di studi Ciceroniani, Roma, 1961 e con molti miei articoli – che mettono in evidenza la natura dell’ebreo aramaico, nutrito secondo la musar mesopotamica, che cuce la parola con l’opera e quella dell’ebreo ellenistico alessandrino, vivente in contraddizione, incapace di fondere coerentemente parola ed opera, perché strutturato secondo paideia e legge giudaica -!
*Professore, anche così capisco quello che lei ci ha sempre detto sulla guerra di 200 anni tra romani e giudei. Cicerone lo aveva intuito già nel 59 a.C., anticipando di un secolo l’Editto di Claudio, imperatore, agli alessandrini!
Marco, la frase sua cuique civitati religio, nostra nobis, diventa ordine imposto ai giudei come legge, vietante il proselitismo, dopo la crocifissione del Christos; essa dovrebbe far meditare i cristiani sulla guerra per la supremazia in nome di Dio, improponibile tra un grande Impero di oltre 3.300.000 Km2, di superficie, con un esercito potentissimo e la Iudaea, una sua minima porzione di soli 25.000 Km2 con pochi partigiani/lhistai, combattenti! La storia insegna che la fede in Dio di un popolo, pur eletto, non vincerà mai, nonostante i miracoli! La condizione finale di una tale lotta è quella fissata da Cicerone di una popolazione victa, elocata, serva o quella di epoca antonina adrianea, di estirpazione del cancro giudaico dal corpus romano con fondazione di Colonia Aelia Capitolina al posto di Gerusalemme, concancellazione del nome stesso di Iudaea,chiamata Palestina! È una visione apocalittica millenaristica di un ritorno/parousia del Christos, che fa risuscitare i giusti e con loro, governa 1.000 anni, ricorrente nella tradizione cristiana, ma falsa! Anche Israele deve rinunciare a questa pretesa di supremazia messianica e vivere la propria storia di normale popolo, di creatura umana alla pari di ogni altra creatura, ed accettare la propria condizione di vivente mortale, senza privilegi, senza miracolosi interventi divini e rinunciare alla tradizione atavica biblica di popolo sacerdotale eletto da un Dio padre e signore con cui fu stabilito un patto che lo vincola per l’eternità! La storia ha dato precisi verdetti mostrando ben altri segni rispetto a quelli sognati dal popolo ebraico che, duro, persiste ostinatamente nel suo idealistico sogno soprannaturale, spirituale, trionfalistico, nonostante le tragedie subite!
*Professore, Israele è Israele ancora oggi! Non essendo stato ammaestrato dalla lezione storica secolare, né dallo sterminio di Hadrianus, nè dalla persecuzione papale cristiana, né dalla shoah di Hitler, vive separato ancora convinto di poter dominare perché pius filius Dei, prediletto dal Pater, con cui ha un patto eterno e con esso il diritto di possesso di Gerusalemme e del circostante territorio! E noi christianoi, come i giudei, crediamo ancora nel XXI secolo di essere i soli a dominare il mondo, contro ogni evidenza – anche senza forza militare! – sottoposto per secoli a noi europei, bianchi, biblicamente prìncipi della terra, per diritto divino!
Cicerone marca chiaramente la supremazia romana, mostrando l’assurdità delle pretese giudaiche e la loro condizione di victi, evidenziando splendor imperii, gravitas nomenis nostri, maiorum instituta, puntando il dito sul crimen della gens ebraica, deridendo quel sentimento di ostilità e quella velleità di egemonia di una minoranza in nome di un Dio padre, pur miracoloso! L’oratore, perciò, nei paragrafi 66-69, sembra chiarire la situazione ebraica mostrando come legittimo il rancore degli ebrei romani per Pompeo – che è entrato nel Tempio a cavallo, profanandolo, anche se non ha fatto furtum/kloph –, considerando quasi normale la rabbia verso Flacco – che ha fatto editto contro la riscossione del denaro, destinato al Tempio per le vedove e per gli orfani – ma è certo circa la coscienza romana di superiorità rispetto agli ebrei dissidenti e raccoglitori dell’oro per il Tempio nel loro impero, prospettando la reale loro condizione di gens già victa, elocata e serva!
*Lei mi ha ben mostrato e dimostrato – ora tramite Cicerone e in altri tempi tramite gli articoli per suo nipote Mattia i 200 anni di belligeranza ebraica contro il predominio romano, a cominciare proprio dalla presa di Gerusalemme ad opera di Pompeo nel 63, fino al 135 d.C. – che i giudei sono andati verso la propria rovina in nome di Dio, lottando come eroi aramaici contro l’impero romano con o senza l’aiuto dei contribuli ellenistici, sparsi nell’impero romano cfr. Storia di Colonia Aelia Capitolina in angelofilipponi.com. Di questo la ringrazio; comunque, qui in Pro Flacco, io, rilevando la preoccupazione di Cicerone pompeiano di fronte ai populares romani e ai giudei trasteverini che sono numerosi e capaci di influenzare perfino il verdetto dei giudici, nonostante il loro sentimento barbarico antiromano, noto un maggior tono retorico nella difesa, quasi uno sfoggio della propria abilità oratoria per avere la vittoria e l’assoluzione dell’imputato! Questo per me è segno che l’oratore teme il numero dei giudei romani, che, all’epoca, non dovevano essere tanti! Lei ci ha informato che a Roma sotto Nerone c’erano 5 sinagoghe con un complessivo numero di circa 50.000 di fedeli ebrei su una popolazione pagana di oltre 1.500.000 di abitanti e, perciò mi chiedo quanti ebrei potessero vivere nell’Urbe un secolo prima, circa.
Marco, secondo me, nel 59 a.C. a Roma forse vivono solo circa 25.000 giudei, ma uomini bellicosi e violenti in quanto aramaici ed asmonei, chiamati spartani, cacciati dal Regno giudaico o fuggiti in territorio romano ed arrivati anche nell‘Urbe a seguito di potenti famiglie sacerdotali sadducee esiliate o di farisei, perseguitati da Alessandro Iamneo e poi anche da Hyrcano II e da Antipatro che lottavano contro Aristobulo II, esilato coi suoi figli, liberato poi agli inizi della guerra civile del 49 da Cesare – ostile inizialmente ad Hyrcano II, che era pompeiano, ma in seguito, divenuto cesariano, dopo la morte del fratello e di Pompeo, lo aiutò e salvò nel Bellum Alexandrinum! Cfr. Antipatro, padre di Erode in Giulio erode il filelleno, cit.
*Quindi, lei mi vuole dire che fino al tempo di Cicerone, la direzione degli esiliati dal Regno asmoneo di norma era quella di Alessandria, centro della migrazione ebraica con una colonia di oltre 500.000 giudeo-egizi ed oniadi,di famiglia sommosacerdotale, che erano un terzo della popolazione greco-egizia, pagana e non quella di Roma, che invece diventa mèta privilegiata dei fugades dal Regno di Erode e dei figli, fino alla crocifissione di Christos e all’editto di Claudio, quando i nuovi venuti sono uomini del seguito dei figli di Erode che vivono nei quartieri della societa bene accanto alle domus dei patrizi, come Messalla o Pollione o altre casate filoaugustee.
Questo posso dirti sulla base delle mie traduzioni dei libri XII-XVII di Antichità Giudaiche e delle risultanze storiche circa la vita di Erode il grande e dei tetrarchi, suoi figli ed eredi!
*A questo punto, professore, non serve neanche che lei mi mostri dettagliatamente la crescita di numero degli ebrei a Roma nel corso di un secolo dalla fine della Repubblica romana fino alla morte di Caligola, io, se lei permette, potrei fare una sintesi per orientare i miei compagni nella storia romana sulla base delle sue opere e di articoli come Diaspora e Methorios!
Puoi farlo, se ne hai voglia e tempo!
*lo desidero ed ho tempo, nonostante i miei impegni di ingegnere. Vorrei sintetizzare a cominciare specie dalle risultanze di Giudaismo romano I e II e da decine di articoli sul periodo successivo. Mi sembra cosa facile dare, ora, le sue risultanze in relazione a quanto detto da Cicerone, certamente studiato e meditato da un imperatore, storico, come Claudio, che, in effetti, rende operativo il decreto di Flacco, estendendolo a tutto l’impero, orientale ed occidentale, bandendolo come decreto-lettera agli alessandrini – cfr. B. Levick, Claudius, Routledge, 2015!
Prova, Marco! Io ti ascolto volentieri.
*Allora ci provo. Dunque, Il giudeo aramaico è un fanatico integralista, figlio di Dio, che crede di essere onnipotente ed invincibile con l’aiuto di JHWH, Dio degli eserciti – Giuseppe Flavio ne mostra nel corso della Vita di Mosè, di Giòsue, dei Giudici, di Saul, di Davide e poi dei Maccabei e degli Asmonei, esempi eclatanti! – che lei ha ben evidenziato nelle sue traduzioni, rilevando la parentela con gli spartani in Abramo, marito di Qetura/Keturah! La figura di militare eccezionale, simile a quella di Mario, del padre di Erode, Antipatro diventa modello ed emblema del giudeo spartano alonando l’ebreo aramaico, in quanto celebrata dai romani, che rievocano l’episodio della vittoria del Nilo di Cesare, salvato dai curti giudei e da Mitridate pergameno, nel corso del trionfo finale cesariano! La gratittudine di Cesare per Antipatro e per gli ebrei è manifesta anche nei decreti a favore di Hyrcano, ben marcata da Flavio nel XIV libro di Antichità giudaiche, per cui l’ebraismo prospera nelle sue due anime (quella aramaica e quella ellenistica) sotto Ottaviano Augusto – che, decidendo una generale pacificazione con l’impero parthico, accontenta gli aramaici degli stati al confine sull’Eufrate, che sono etnicamente e linguisticamente parthici – e poi anche sotto Tiberio (che, comunque, ne limita i privilegi nel 19 d.C., quando caccia i giudei da Roma – cfr. Tacito, Annales, 2, 85, 4 – e cfr. Flavio, XVIII libro di Antichità giudaiche, episodio di Paolina! – e quando fa guerra contro il nemico Artabano III, predicatore di messianesimo antiromano, che fa una rivendicazione territoriale di tutto l’Oriente, ex acheminide ed ex seleucide). Infine l’ebraismo è ridimensionato economicamente e perseguitato religiosamente sotto Caligola (che ne fa una strage in Alessandria, dopo aver fatto scadere il diritto di cittadinanza!) -. Con Claudio, imperatore i rapporti tra i giudei e la romanitas sembrano migliori formalmente, anche se in Iudaea il militarismo aramaico si dota del corpo speciale dei sicari, che operano proditoriamente come lhistai travestiti contro le postazioni nemiche nel corso dei turni di guardia! Con Nerone, politico poco vigile nella politica interma, ma nauseato e stancato dalle tante staseis giudaiche – pur essendo stato per qualche tempo ben disposto con gli aramaici specie dopo l’incontro con Tiridate incoronato a Roma! -, ne decide, infine, lo sterminio con l’invio di Flavio Vespasiano nel 66 d.C., convinto che il male parthico è congiunto coi giudei che hanno determinato col loro tradimento le sconfitte romane del triumviro Licinio Crasso a Carre, la disfatta di Antonio nella spedizione del 36, della morte di Gaio Cesare, erede designato di Augusto. Nerone, allora, riprende la politica tiberiana antiaramaica, ritenendo come necessaria la precedente guerra fatta come risposta armata ad Artabano III, sovrano messianico da punire insieme ad Areta IV e ad Izate di Adiabene, rei di aver favorito l’impresa di Jehoshua barnasha, entrato vincitore in Gerusalemme e giustamente incriminato e crocifisso da Lucio Vitellio, epitropos Surias e da Ponzio Pilato praefectus Iudaeae – reintegrato nelle sue funzioni governative, a seguito del trattato di Zeugma -!
Bravissimo, Marco! Hai fatto una buona sintesi e mostrato non solo la crescita dei giudei a Roma sotto la famiglia giulio-claudia, ma hai rilevato la necessitas di una severa punizione, a seguito delle provocazioni ebraiche nel corso di tanti decenni!