Pilato è il quinto procuratore della Iudaea dopo Coponio (6-9) , Ambibulo (9-12), Rufo (12-15) e Grato (15-26 d.C) e ha un preciso mandato.
Pilato, un eques e un ex pretoriano – congedato dopo 16 anni di ferma militare, avuta una buona liquidazione, dopo un servitium ben retribuito di 2 denarii al giorno- cfr. Tacito, Annales, I,17,6 – come procuratore, ha l’incarico di reggere la turbolenta regione delIa Iudaea, da Elio Seiano, con l’approvazione di Tiberio, di frenare il potere degli ioulioi erodiani e del sommo sacerdozio templare e di saggiare il comportamento giudaico, in relazione alla proclamazione divina di Augusto e di Tiberioa, connesso con la già effettuata persecuzione giudaica in Roma del 19 d.C. (Cfr. Flavio, Ant. Giud. ,XVIII, 80-84 e Tacito, Annales, II,85,4).
Professore, nel 26 d.C. Seiano ha già tanto potere da inviare uomini propri in Oriente, dopo i fatti di Roma, per me misteriosi del 19 d.C. ?
Marco, tu parli di mistero, forse, per il nostro pregiudizio su quella porzione di storia ebraica, di Antichità giudaiche, posta là dove doveva essere, secondo noi, il bios di Gesù, sostituito da christianoi, con la Storia di Paolina e Mundo-Anubi, forse accaduta nello stesso periodo? o forse perché non riesci ad inquadrare né la figura di un phugas/ esule giudaico, eretico, fuggiasco da Gerusalemme, reo di trasgressione di leggi, anche se esegeta interprete della Torah, né il contesto romano, dove l’uomo può svolgere, nonostante l’anàthema, la sua professione di saggio lettore biblico? o forse perché non riesci a capire storicamente neanche la figura di Fulvia, nobile matrona, una proselita romana, di cui Flavio indica superficialmente la reale estrazione sociale col solo nomen gentilicium, neppure, quando è detta moglie di Saturnino!
Ti preciso, allora, rispondendo, per ora, a questo tuo dubbio, ultimo, che Fulvia è figlia o nipote di un fratello di Fulvia, terza moglie di Marco Antonio, sposata in prime nozze con Claudio Pulcro /Clodio, in seconde nozze con Gaio Scribonio Curione, donna avida nella sua oikonomia familiare, come il padre, originario di Tuscolo, Marco Fulvio Bambalione/balbuziente, secondo Cicerone homo numero nullo/una nullità – Filippiche,III,16,- anche se già ricca per l’eredità della madre Sempronia, il cui padreTuditano, nobile e pazzo, gettava denarii alla folla dalla tribuna degli oratori!- Ti aggiungo che Fulvia è donna nota anche perché, avendo ereditato una fortuna, è moglie di Senzio Saturnino, un militare, ex governatore di Siria e poi di Germania!
Professore, grazie per l’identificazione di Fulvia, ma di questa vicenda romano-giudaica non capisco, oltre alla imprecisa collocazione storica di Flavio, il motivo di una condanna all’esilio, diciamo, in Gerusalemme, del fariseo aramaico esegeta da parte dei sadducei sinedriali di Anano I e di Kaiphas e poi a Roma, e non colgo affatto il contrasto per una usuale e legittima raccolta, come offerta al tempio, data da una nobildonna romana – una vecchia fedele bigotta di riti giudaici!- oltre la riscossione del tributo per il tempio, della doppia dracma, secondo legge, fatta da tre uomini, definiti malfattori, in anticipo giudicati per la loro intenzione di fare il furto dell’intera somma di tutta la comunità, dal momento della conversione di Fulvia, persuasa a dare oro e porpora al tesoro templare /gazophulakion !.
Marco, tu cerchi soluzioni, quando non comprendi il problema generale e pensi che i tre malfattori siano pretoriani infiltrati tra gli ebrei delle cinque sinagoghe, o tre normali ebrei – attirati dai pretoriani al furto, sotto loro protezione – che hanno il compito di far apparire i pii ebrei e i loro saggi sacerdoti goetes simili a quelli egizi, che ingannano Lollia Paolina.
La nobildonna, devota fedele del Dio Anubi, era stata scelta tra le tutte le romane per accoppiarsi col dio egizio, suo segreto innamorato, secondo i sacerdoti, in una determinata notte, quando invece era desiderata dal giovane Mundo, disposto a sborsare per un amplesso notturno 250.000 dracme -quasi 43 talenti -, mentre ne spese solo 50.000 – circa 8 talenti-, per soddisfare il proprio capriccio, dati ad Ida, sua confidente, amica del sommo sacerdote egizio (Flavio, Ibidem 65-80) abile a sfruttare la passione del giovane – cfr. Un curioso spiritoso epigramma www.angelofilipponi.com !, A Roma, dunque, Marco, esistono pratiche straniere condannate dai senatori come culti falsi ed esecrabili che, comunque, sono ancora, in epoca tiberiana considerati legittimi e sacri, nonostante alcuni eccessi!
Professore, Tiberio, seguendo le direttive di riforma di Augusto intenzionato a riportare la romanitas corrotta ai mores prisci, sembra che voglia eliminare i costumi stranieri, ormai radicati in Roma, specie per l’adesione di donne come Lollia Paolina ai riti egizi e come Fulvia a quelli ebraici: l’imperatore sulla base delle ultime denunce, ritiene indegni della romanitas i culti egizi ed ebraici, perché risultano paradigmi comportamentali nocivi e fa un editto contro maghi e profeti, in genere, diretto specificamente contro i riti religiosi di altre nazionalità.
Marco, Tiberio, considerando esempi indegni, quelli di patrizie, contaminate da culture straniere, secondo Flavio, ordina la cacciata dall’Urbe, insieme ai maghi e falsi filosofi, delle famiglie di etnia egizia e giudaica, mentre per Tacito, sembra trattarsi di un provvedimento, relativo la questione, già dibattuta in senato, dell’asilo.
Infatti sono molte all’epoca le richieste di usufruire di un asilo proprio, non solo di famosi templi greci (Artemision), di città greche – Efeso- e di isole -Delo- ma anche di località asiatiche e siriache (tempio di Apollo a Dafne) o giudaiche (Tempio di Pan in Paneas ) che vantano luoghi sacri in cui rifugiarsi, in caso di atimia / perdita dei diritti civili e di condanna a morte per reati comuni!
Ho capito, professore, bene: la vicenda ebraica con la cacciata dell’etnia da Roma può rientrare nel problema della limitazione dei luoghi di asilo!
Proprio così, Marco. Infatti, dopo la denuncia di Senzio Saturnino, amico personale di Tiberio, l’imperatore ordina alla comunità giudaica (sono circa 50.000 persone! un venticinquesimo della popolazione urbana, di cui una parte minima aramaica ed una ellenistica, molto più numerosa !) di abbandonare Roma– Flavio, ibidem 83-.
Roma assiste ad una tragedia immane: famiglie sradicate dai propri focolari, uomini uccisi perché si ribellano ai pretoriani; pianti di donne e di bambini, vecchi abbandonati e massacrati, un popolo intero alla gogna, in balia della plebaglia che deruba le case dei partenti, incolonnati! Scene orribili come quelle poi descritte da Filone in In Flaccum ad Alessandria nel 38 d.C.!
Professore, dunque, per la leggerezza di Fulvia, moglie di Senzio Saturnino, Senior – non escludo che possa trattarsi anche del figlio!- , autore del processo contro i figli di Erode, Alessandro e Aristobulo – una donna conformata ai costumi ebraici, secondo la cultura aramaica, ammiratrice dell’esule, divenuta timorata di fede, zelante nella tzedaqah/ charitas- e per la malvagità di sole 4 persone, Tiberio, fatto redigere dai consoli un elenco di quattromila giudei per il servizio militare, li inviò nell’isola di Sardegna, ma ne penalizzò molti di più che, temendo di andare contro le regole della legge giudaica, rifiutavano il servizio militare- Ibidem, 84.
Marco, è sottesa- forse- a questo decreto un’operazione segreta antiebraica dei pretoriani, che fanno il loro dovere di inquisizione per ordine dei consoli e poi, dato l’accertamento anagrafico dei neoi, stilano un elenco di 4 000 giudei in età per il servizio militare- uccidendo quanti si rifiutano perché impugnano vecchi decreti cesariani a favore dei Giudei (Cfr. Antipatro, padre di Erode www.angelofilipponi.com) destinati al servizio in Sardinia, notizia confermata da Tacito –
Lo storico latino certamente dipende dalla fonte ebraica -(Annales II,85, 1): eodem anno gravibus senatus secretis libido feminarum, coercita cautumque, ne quaestum corpore faceret/ nel medesimo anno gravi decreti del senato posero un freno alla dissolutezza delle donne e si provvide che non si facesse mercato del proprio corpo…- Tacito, ibidem,4 – …per quattuor milia libertini generis ea superstitione infecta, quis idonea aetas, in insulam Sardiniam veherentur, coercendis illic latrociniis/ che 4 mila liberti, rei di quella superstizione, e in età di portare armi, fossero trascinati a forza nell’isola di Sardegna a reprimervi il brigantaggio.
Tacito aggiunge che si ob gravitatem Caeli interissent, vile damnum/ nel caso che fossero morti per l’insalubrità del clima, sarebbe stato un danno da poco…ceteri cederent Italia, nisi certam diem profanos ritus exuissent/ e che i rimanenti altri, invece, dovevano lasciare l’Italia a meno che, entro un determinato giorno, non avessero rinunciato ai loro culti profani.
Dalle due fonti, professore, si può dire che l’imperatore caccia i peregrini, libertini, externi, da Roma e dall’Italia e che la probabile loro morte non ha valore alcuno per i Romani! c’è sotteso grande disprezzo, con odio, contro i Giudei, da parte di Seiano ( e di Tiberio), insomma di Roma, per gli ebrei!
Certo. Marco. Questa – lasciamo stare l’indagine sulle motivazioni di tale odio!- è la realtà storica dell’anno 19, ancor di più segnata da rancore – di cui non si conoscono le esatte ragioni – in seguito, per il giudaismo perseguitato per dodici anni da Seiano, ritenuto responsabile di un tale eccidio da Filone che, invece, assolve l’imperatore, stranamente!
L’episodio di Fulvia, anche se raggirata da malfattori e dal clero giudaico, ha conseguenze troppo gravi tanto da far pensare ad una volontà di estirpare il giudaismo, da decenni attivo specie in campo finanziario e commerciale, avendo molti ebrei ricchi emporia/supermercati e trapezai /banche in città. Il decreto tiberiano, applicato da Seiano doveva avere altre motivazioni, connesse con la terra di origine giudaica e col fenomeno del giudaismo ellenistico, che proliferava in modo abnorme arricchendosi dovunque, dati i tanti privilegi di cui godevano i giudei dal periodo di Giulio Cesare, avendo vinto la competizione economico-finanziaria con l’etnia commerciale greca e latina. Il decreto tiberiano, quindi, antigiudaico, ha relazione con gli interventi già attuati da Augusto nella questione dell’ esautorazione di Archelao, nella nuova costituzione della Iudaea (Idumea, Giudea e Samaria ) censita ed annessa come choora all’imperium romano, con una forma di autonoma amministrazione prefettizia, anche se sottoposta a quella della Siria.
Quindi, professore, posso ritenere che le direttive di Seiano a Pilato sono simili a quelle romane, di massima intransigenza per chi, ebreo, non fa il dovuto omaggio all’ imperatore sebastos, pur conoscendo la normale reazione del martire giudaico! Per lei, la nomina di Pilato, probabile pretoriano, è una garanzia per una fedele osservanza delle prescrizioni imperiali in Iudaea, già applicate a Roma! Pilato, per lei, al momento della partenza, nel 26, anno di massimo dominio del potente capo pretoriano, è l’uomo giusto, nel posto giusto e col mandato giusto!
Certo, Marco, specie dopo l’episodio di Sperlonga, ultimo atto di devozione e di abnegazione del pretoriano, predisposto al sacrificio della vita personale per l’imperatore, già ben disposto verso di lui, per avergli risolto coi suoi pretoriani, fedelissimi, il problema dei culti stranieri a Roma e delle popolazioni peregrinae, specie ebraiche ed egizie!.
Tacito, infatti, dice riferendosi, comunque, ad un periodo precedente, all’anno 23, quello della morte di Druso, parlando di Elio Seiano (Annales, IV, 1-2) di uno stato in pace / res publica composita e della domus imperiale fiorente/ florens, nonostante la cacciata con eccidio dei Giudei.
L’ accenno di Tacito, comunque, in tale momento, alla morte di Gaio Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore, è segno di una volontà di un autore di considerare colpevole dell’avvelenamento Tiberio, rivelando che, ora, ha la possibilità di dare rilievo al proprio figlio Druso minore, finita la storia del fratello dioscuro, come se la prescrizione augustea, non avesse più valore, circa la successione imperiale.
Infatti Tacito, pur marcando la gioia di Tiberio, che ritiene fausta la morte di Germanico – e non infausta – e che dà la tribunicia potestas al figlio con la ratifica senatoria nel 22 d.C., esaltandone la carriera militare, il doppio consolato e i tre figli, nota: all’improvviso la fortuna cominciò ad oscurarsi/repente turbare fortuna coepit ed egli stesso a divenire crudele e a prestare le sue forze alla crudeltà altrui!
Dunque, professore, per lo storico, la vicenda umana di Tiberio, dopo un’apparente fortuna, sembra volgere verso un crudele destino, mentre radioso sembra l’avvenire di Seiano?!
Tacito, facendo seguire il suo giudizio negativo su Elio Seiano, prefetto delle coorti pretorie, considera, però, da storico che giudica col senno del poi, il pretoriano, origine e causa di questo turbamento e cambiamento imperiale – Ibidem- di cui traccia un profilo sulla sua nascita a Vulsinii/Bolsena, sui suoi costumi, sulla sua potenza, conquistata col delitto ...insinuatosi con vari accorgimenti/variis artibus, nelle grazie di Tiberio tanto da renderlo nei suoi riguardi fiducioso ed aperto, mentre agli altri era impenetrabile /adeo ut obscurum adversum alios sibi uni incautum intectumque efficeret.
Lo storico conclude, dicendo che ciò avvenne non per abilità di Seiano, ma per ira degli dei contro Roma, a cui la sua prosperità e la sua caduta furono egualmente funeste.– ibidem-: Seiano è causa di rovina per Roma e per la casa imperiale, secondo un disegno divino, giudaico!
Tacito dipende dalla fonte giudaica che legge la storia come oikonomia tou Theou?! oppure segue la tradizione pagana dei theoi invidiosi della fortuna delle grandi famiglie e delle nazioni dominatrici?!
Tacito, pagano, che ha visto la fine del suocero Agricola e rileva il progressivo decadere del popolo romano in epoca flavia, ha una visione storica, basata sullo phthonos toon Theoon/invidia degli dei.
Tacito, comunque, traccia del pretoriano anche un profilo psico-fisico – non dissimile da quello di Velleio Patercolo (St., II,127)-: ebbe un corpo robusto, animo audace dissimulatore per sé, abile nell’infangare altri, adulatore insieme ed orgoglioso, nelle apparenze esteriori modesto, nell’intimo sfrenatamente avido di potere, per ottenerlo ostentava talora una fastosa larghezza, più spesso attività e vigilanza, che non sono meno dannose, allorché si adoperano per conquistare il potere ! – Annales IV, 1,3-.
Dunque, come abbiamo visto nel precedente lavoro la tragedia di Druso minore, Tiberio, molto sfortunato, dopo un periodo di incertezza, e di depressione, pur dandosi un contegno aristocratico, lasciato il potere in mano di Seiano, decide di ritirarsi in Campania e poi si stabilisce definitivamente a Capri, dopo aver visto ed approvato il suo operato ostile nei confronti di Agrippina e dei suoi figli. E’ questo periodo di circa cinque anni il momento di massimo potere di Seiano che cerca di realizzare il suo piano di graduale ascesa all’impero?!
Certo Marco!, Seiano, dopo l’ invio in Giudea di Pilato, consegue ogni onore e raggiunge ogni obiettivo, mettendo i membri della casata, imperiale gli uni contro gli altri, cosciente di tenere le redini dell’impero perché ha il potere militare sulla base dell’equivoco di una predilezione speciale dell’imperatore.
Lei mi vuole dire che il senato crede che, obbedendo passivamente a Seiano, faccia il suo dovere verso l’imperatore in quanto l’uno è imago dell’altro, tanto da far porre statue per ambedue per la città, da venerare, data l’assenza di Tiberio, facendo diventare divino anche il pretoriano!.
Certo, Marco, senza questo equivoco di venerazione accordata e alla statua del pretoriano e a quella dell’imperatore, Seiano non sarebbe divenuto patronus di una vastissima clientela senatoria e non avrebbe potuto agire contro la fazione giulia con quella sicurezza con cui affronta i fautori ex legati di Germanico, la moglie e i suoi figli maggiori.! Infine Seiano è favorito da una rete di spie, e dall’ambiguità di Livilla, moglie del defunto Druso minore, amante da tempo fedelissima del pretoriano, che anticipa ogni mossa, guidato dalla sorella di Germanico e di Claudio, la cognata di Agrippina, la zia di Cesare Nerone e di Druso Cesare, la figlia indegna di Antonia Minor! Livilla è una madre che tradisce perfino i segreti di sua figlia Giulia Livia e del genero, suo nipote! Una donna innamorata pazza del suo uomo, un eques, dimentica del suo passato familiare (moglie di Gaio Cesare e di Druso Minore!) per anni traditrice del suo stesso sangue! (cfr. La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime, cit)!
A Seiano, che ha potere militare, in città, favore certo del senato, plauso popolare e la fedeltà di Livilla e dei militari, non è difficile ottenere la tribunicia potestas e l’ imperium proconsulare maius!. Comunque, essendo montato in superbia, come se davvero fosse diventato re dell’universo, commette l’errore di trascurare Antonia Minor, madre di Livilla, abile a controllare, in silenzio, la tresca, a far pedinare, spiare, seguire i movimenti dei due amanti, registrati ogni giorno, senza poter impedire la tragedia dei suoi cari- salvando, però, Caligola- per non poter rivelare la colpa della figlia, degenere, all’imperatore! Seiano, comunque, non sa leggere il disappunto e il dramma della donna, rispettata da Tiberio per la sua integrità morale giudaica- non si risposa anche se il marito le muore, quando ha 27 anni- ! il pretoriano neanche sa vedere la sua perfetta amministrazione dell‘oikos familiare, tramite numerosi nummularii, latini, trapeziti, agenti finanziari giudaici sparsi per il mondo- come Pallante e Felice e la loro sorella Cenide- specie orientale, superiore perfino a quello stesso dell’imperatore, gestito dall’alabarca di Egitto, l’oniade Alessandro, il fratello del filosofo Filone, sommo sacerdote di Leontopoli! Seiano è convinto di averla neutralizzata, opponendole la suocera, l’augusta Livia, che Antonia riverisce conoscendola nella sua subdola mente di intrigante Ulisse in Gonnella.
Comunque, Marco, il 26 è l’anno della consacrazione ufficiale del potere di Seiano, riconosciuto universalmente come braccio destro di Tiberio e come il vero patronus e princeps autoproclamato, capace di indirizzare con propri uomini il pensiero del senatus – cliens!
Il mandato di Pilato, perciò, anche se univoco nel telos/fine, varia col crescere della fortuna di Seiano, per cui diversa è la sua posizione a seconda degli anni della sua procura in Oriente, accanto agli altri procuratori asiatici e specie siriaci ed egizi, anche loro schierati o con Seiano o con Tiberio o con Antonia e il partito Giulio.
Quindi, nell’anno dodicesimo di regno di Tiberio, o, poco dopo, è da segnare la prima provocazione contro i giudei, che ha un suo valore, ma il prefetto, non avendo le spalle coperte, deve cedere agli ordini imperiali e deve coordinare il proprio compito con quello del procuratore di Siria e coi sovrani giulii, figli di Erode il Grande, con Erode Antipa, tetrarca di Galilea e Perea, con Filippo, tetrarca di Iturea, Traconitide Auranitide, Paneas e con Giulia Livia Augusta , erede di Salome, governante la zona costiera con un procuratore imperiale, Erennio Capitone, teatino.
Pilato e gli altri, Marco, dipendono dal prefetto di Siria, epitropos ths olhs Surias Pomponio Flacco, amico stretto di Tiberio, anche di bevute, che ha alla sua corte molti erodiani, tra cui Erode Agrippa e suo fratello minore Aristobulo IV, figli di Berenice e di Aristobulo III.
Questi, già governatore di Mesia – ricordato anche da Ovidio in Epistulae ex Ponto,IV ,9,75, è un fedelissimo tiberiano, collaudato nel suo servizio di governatore tanto che come amico di Tiberio aveva eseguito il suo ordine di destituzione ed esautorazione del re Rescuporide di Tracia, suo amico personale, indotto a seguirlo nei castra romani e poi imprigionato in attesa di essere condotto a Roma, dopo aver diviso la regione in parti, assegnate una a Remetalce, il figlio, e l’altra ai figli di Cotys, re precedente.
Quindi, Pilato, inizialmente, gerarchicamente è subordinato al governatore tiberiano di Siria ed ha un’auctoritas con potestas limitata e condizionata e deve anche fare una comune politica insieme al governatore di Egitto, Gaio Galerio (14-31), zio di Seneca, nipote della moglie, e a quella di Marco Emilio Lepido, console nel 6 d.C – sostituto ora nel 26 di Norbano Flacco- governatore di Asia, oltre a quella del governatore di Acaia, e mantenere buoni rapporti coi reguli ancora esistenti asiatici, dopo l’esautorazione di Archelao di Cappadocia e poi anche di quella successiva di Remetalce di Tracia.
Ha un compito difficile e delicato, dunque, seppure non del tutto autonomo, Professore?
Marco, i romani avendo copiato il sistema amministrativo dei satrapi achemenidi e poi quello Seleucide e Tolemaico, costituito da epitropoi epimeletai e dioichetai, uparchoi, creano in Oriente prima, poi anche in Occidente, una rete di funzionari, burocrati zelanti dispotici nella propria area, che inviano mensili relazioni ed annuali resoconti scritti come delegati, che mostrano il proprio lavoro al senato e all’imperatore circa il mantenimento dell’ordine interno provinciale, circa lo stato delle classi sociali, circa l’applicazione della giustizia e la riscossione delle tasse e dei tributi con l’ indicazione anche dei nomina dei funzionari pubblicani, che riscuotono, a seguito di censimenti delle popolazioni rilevate, sul piano fondiario ed economico-sociale.
Pilato, come praefectus, è un funzionario statale tiberiano, che non si piega né si addolcisce nel corso del sua azione spietata – secondo il significato dei verbi camptoo/piego e meilliskoo / addolcisco (Legatio ad Gaium, 301)- della tipologia di Avillio Flacco cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com
Professore, il sistema romano imperiale siriaco è veramente ben impostato ed organizzato in quanto frutto di precedenti amministrazioni achemenidi e macedoniche ed ora il funzionamento ha raggiunto il massimo grado di efficienza per l’inserimento mirato dei coloni militari, in zone chiavi, grazie anche alla burocrazia latino-italica, che applica lo ius ed è subordinata alla vox dell’unico pastor dell’impero, a cui nulla sfugge di quanto accade in provincia, data anche la rete di spie di cives libertini ed equestri e di pubblicani. Eppure, nonostante il funzionamento del sistema universale, la struttura giudaica non è ben sistemata e risulta un cancro, che incancrenisce tutta la cellula siriaca, infettandola come un virus.
Ora capisco, quello che lei scriveva tanti anni fa su Caligola il sublime quando diceva che l’imperatore riteneva necessario un intervento chirurgico immediato, volendo estirpare o deportare l’etnia giudaica, che si salvò solo per la sua morte, a mano di Cherea!.
Caligola, Marco, fu una mente geniale superiore, un uomo divino, che avrebbe voluto Regnare come Dio sul Kosmos romano, essendo l’unico pastore del gregge umano, dopo la formazione del Principato dell’eques Ottaviano e dopo l’incerta conduzione imperiale dell’aristocratico Tiberio Nerone!
Certo, professore – Caligola fu Caligola, un imperatore sconosciuto dagli storici! La legge vivente per i cives sudditi veneranti il Dio! a lei non piacciono i confronti con uomini di oggi- Caligola nomos empsuchos non è un uomo come Giuseppe Conte! Per lei- lo so- la storia non è mai magistra vitae! mi lasci, comunque, dire che il nostro presidente del consiglio, in un momento storico di emergenza, straordinario, non può e non deve rimanere sempre incerto ed incapace di dare una linea di condotta univoca nella pandemia, e risultare personaggio debole, stritolato tra la comunicazione del comitato scientifico e la necessitas di salvaguardare l’economia, diventando ogni giorno di più una maschera tragica italica, ridicola anche per il contorno di politici spocchiosi di sinistra e di grillini semianalfabeti, inconcludenti, su cui può ironizzare motteggiando anche il popolo, ancora culturalmente bambino! E’ ora, dopo la seconda ondata del coronavirus, di predisporre, sulla base certa di relazioni dei Presidenti delle Regioni, un piano eccezionale per la salvaguardia della salute pubblica, connesso ai dati sicuri territoriali, raccolti dai singoli sindaci, nei comuni delle singole province e regioni, isolate a seconda del bisogno effettivo, in relazione allo studio scientifico medico, applicando la normativa della sovranità, trascurando le lamentele delle opposizioni demagogiche e le tautologiche querule degli intellettuali! bisogna dare mandato dittatoriale ad ogni sindaco responsabile della cellula del suo comune, rispettoso, comunque, del mandato del presidente regionale, supervisore, che avendo effettivamente il controllo preciso e dettagliato di ogni abitante contagiato di coronavirus, grazie alle relazioni locali delle singole province, dovrebbe avere la situazione reale del contagio nella regione, il cui stato deve essere segnalato ai funzionari governativi, esattamente, per un energico piano dettagliato nazionale operativo, unitario, pur con qualche specifica deroga settoriale! Mi scusi, professore, se ho parlato da ciarlatano, da demagogo e da stolido intellettuale, non avendo dati per parlare e non avendo chiara la situazione, a causa della presenza, nel tessuto italiano socio-economico e civile, della Chiesa e delle mafie nelle singole Regioni italiane!
Caligola, Marco, – lasciamo da parte il coronavirus e il povero Conte, invecchiato di colpo in pochi mesi !- poté fare quel che fece in Roma, in Italia, in Oriente e in Occidente avendo al suo servizio un esercito di funzionari fedelissimi, desiderosi di far carriera in una burocrazia perfetta, costituita da ministri – schiavi, funzionali, educati alla professione secondo le direttive oniadi, che regolavano commercio e stato lagide prima e, poi, il sistema romano-ellenistico imperiale – del quale i discendenti di Onia erano compartecipi al profitto dell’imperatore, con precise clausole contemplanti le percentuali annue, essendo loro i gestori maggiori delle riscossioni delle tasse e dei tributi dei cives oltre che delle decime e della tassa per il tempio di Gerusalemme, fissata per ogni maschio giudaico di età superiore ai 13 anni, data la loro attività bancaria, dal periodo di Cesare, potenziata da Augusto e da Tiberio, capaci di mettere in comunicazione anche con messaggi cifrati le singole strutture fra loro e queste col sistema imperiale, tanto abili da far sentire,-se lo volevano, in caso di convenienza – la voce del pastore e la sua volontà a tutte le pecore disperse dell’impero, nel giro di una settimana, con vari mezzi e perfino con segnali di fumo, inviati da un monte ad un altro!.
I messaggi del sovrano erano oracoli/logia del dio vivente, la sua legge applicata conformemente alla sua volontà e nessuno osava contrastare un Dio, onnipotente! Caligola fu un un genio politico ed amministrativo, un giovane educato da Tiberio stesso a regnare, viste le sue qualità superiori ad ogni altro uomo! Infatti Caligola, seguendo l’esempio di Tiberio e di Seiano con gli ebrei romani, all’epoca, conosciuta la situazione, decide un intervento chirurgico immediato, di estirpazione o di deportazione della stirpe, riluttante ad accettare la sua ektheosis , avendo avuto le relazioni congiunte di Pilato, di Erennio Capitone e poi di Erode Antipa e quella di Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, sulla fine del Regnum messianico e sulla ekplhcsis/sbalordimento paralizzante, per la crocifissione del maran/re aramaico!
Perché, professore, un principe amatissimo dal popolo e dai militari, la legge vivente dell’impero romano, il neos Sebastos, alter Zeus, uomo equilibrato – non pazzo– arriva ad una tale risoluzione, dopo oltre cento anni di dominio romano sui Giudei, già censiti alla pari degli altri popoli sottomessi?
Marco, devo dire che, se mi poni questa domanda, non conosci la situazione del 38 d.C. dopo la morte di Drusilla, sua sorella divinizzata come Panthea, né la rivolta ebraica alessandrina e il richiamo a Roma di Avillio Flacco per il processo, come già era avvenuto per Pilato, l’anno prima, e come avverrà, poi, l’ anno dopo per Erode Antipa!. mi sorprendo perché l’azione di Caligola è in relazione a quella di Tiberio nel 19 e di Seiano, che invia Pilato con un preciso mandato. Sono deluso, Marco, e ci soffro per una tale domanda!.
Il 19, il 26 , il 38 e il 40 sono date che indicano un crescendo di persecuzione ebraica da parte di Roma, tesa alla estirpazione dell’etnia giudaica!.
Professore, ho vaghe idee – non corrispondenti a precise realtà -e non conosco esattamente i fatti sottesi alla In Flaccum, e quindi, non ho chiaro né la situazione né i motivi ed ho bisogno di spiegazioni! La mia è un vera richiesta informativa!
Bene. Marco! Prima di ogni cosa, devi considerare la pietas e dei giudei aramaici e dei giudei ellenistici, ora congiunti nelle rivendicazioni dopo la fine del messianesimo e a seguito della rivolta samaritana! Sono eventi traumatici per un giudeo – cfr. Il Messia mancato www.angelofilipponi.com -!
Caligola, il Neos Sebastos, da poco autokratoor /dominus, Pastor, dopo la malattia, col suo consilium principis, insieme a Emilio Lepido e sua moglie Drusilla, poi improvvisamente morta, divinizzata, per suo ordine, nell’impero, e celebrata anche in Alessandria, come dea, determina, anche per l’azione provocatoria di Avillio Flacco – che accusa gli ebrei di nascondere le armi nelle loro case e che fa intervenire l’esercito, avendo anche il favore di tutta la cittadinanza greca – l’insurrezione dei giudei alessandrini e il primo pogrom della storia (Cfr. Una strage di Giudei in epoca caligoliana, Ebook Narcissus 2011), non certamente evitato dall’invio di Erode Agrippa, amico personale, -pur nominato tetrarca successore di suo zio Filippo di Iturea, Traconitide, Auranitide, Batanea, Paneas- per una pacificazione generale.
Il successivo richiamo di Flacco per il processo – che termina con il suo confinamento prima nell’isola di Andros, e, poi, con la morte – e l’invio di Petronio Turpiliano come governatore di Siria, sono atti che evidenziano già l’attuarsi della neoteropoiia e della ektheosis e della volontà imperiale di un culto universale dell’imperator, nomos empsuchos/legge vivente.
Insomma lei, professore, mi vuole ricordare che c’è di mezzo un buco storico messianico, quello del Malkuth, seguito dalla rivolta samaritana, eventi connessi con una reazione ebraica alla repressione alessandrina del 38, fatta dal prefetto, oltre ad un altro mandato di Caligola a Petronio, nuovo governatore di Siria con l’ordine di estirpazione giudaica, in caso di non accettazione del suo colosso statuario, entro le mura del tempio (Cfr. Legatio ad Gaium)!
Marco, ti manca l’esame di circa nove anni e, quindi, ti è impossibile capire la situazione del giudaismo, dopo il fallimento del messianesimo! Dovresti rileggerti quanto ho già scritto e poi seguitare la nostra conversazione.
E’ vero, non ho competenza non solo su questo periodo ma anche sui cinque anni dall’arrivo di Pilato in Cesarea Marittima fino all’esplosione dell’ euforia giudaica davanti alla venuta del messia e sua trionfale entrata in Gerusalemme, verificatasi qualche mese dopo la morte di Seiano, il 18 ottobre del 31!.
Marco, io mi meraviglio che tu non sappia queste notizie perché hai seguito lo studio su Giulio Erode il filelleno, hai lavorato con me e Andrea ad In Flaccum e a Legatio ad Gaium ed hai presentato con gli altri Caligola il sublime e i libri XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche!
Una cosa, professore è seguire le lezione e una cosa capire lavorando insieme, su concreti problemi con la volontà operativa di una soluzione, come stiamo facendo ora sul mandato di Pilato!
Ho capito, ora, che tu sei nella fase operativa e ti trovi a disagio nonostante la positiva recezione delle notizie generali! Sbaglio io, Marco ! Devo stare attento a non dare per scontato quanto dico! Bene. T i aggiungo che, comunque, anche l’intervento chirurgico di Caligola, utile per la realizzazione della spedizione parthica ventilata, all’epoca, sarebbe stato inutile, se fosse stato attuato da Petronio, secondo gli ordini ricevuti nel 40! Deve passare ancora quasi un secolo di storia prima che si avveri, quanto deciso da Caligola, che viene realizzato compiutamente da Adriano nel 135 d.C!
E’ opportuno, professore, fermarci per qualche settimana, allora, e, poi, riprendere il nostro discorso in modo che io sia più preciso anche nelle domande da formulare.
Certo, è giusto che tu rilegga e studi i testi che ho citato! quando avrai riletto e rivisto tutto…ci rivediamo e, un pomeriggio, ci mettiamo a tavolino, a distanza, con le mascherine, e discuteremo sul mandato di Ponzio Pilato! …
Hai già fatto i...compiti, amico mio?!
Sei sempre bravo, il migliore dei miei alunni!
Professore, ho riletto e studiato quanto mi ha suggerito e comprendo ora davvero cosa mi dice: il fenomeno ebraico non è solo palestinese, ma universale, in quanto l’ebreo ha apoikiai dovunque, non solo nel Mediterraneo, nel Ponto Eusino o nel mare Caspio e nel Mare Rosso, ma anche in tutti i porti con le basi navali, con le trapezai e con la particolare economia ed amministrazione ecclesiale emporistica, anche oltre i confini dell’impero romano, in quello parthico e in Seria, nelle isole dell’Oceano Indiano, avendo colonizzato anche il Bosforo cimmerico, le calde zone africane al confine con i territori romani egizi, cirenaici, numidi ed anche mauri, grazie all’impresa di Quinto Giunio Bleso contro Tacfarinate nel 31 d. C, – poi, coinvolto, al ritorno in patria nella caduta del nipote Elio Seiano, con tutta la sua famiglia-!.
Marco, parli in modo nuovo, dopo lo studio!. Non è, comunque, il caso che ti ripeta la grande impresa mercantilistica e finanziaria, methoria, dei gestori giudaici di trapezai e di emporia sotto Cesare, Augusto, Tiberio e Caligola?.
No, professore, possiamo seguitare a trattare della politica imperiale in relazione al mondo giudaico e rilevare insieme come, in epoca giulio-claudia fino a Tiberio, la direttiva romana è ancora duplice nei confronti dell’ebraismo, che è ben distinto in aramaico da punire e in ellenistico da proteggere e da seguire nella sua stessa vittoriosa direzione colonizzatrice e che solo con Caligola diventa unitaria, in una volontà di sterminio e di deportazione a seguito dell’ ektheosis imperiale, evento che ricompatta il giudaismo in senso antiromano, perché cosciente della imminente rovina! Filone – Legatio ad Gaium– e gli altri ambasciatori si rinchiudono in una stanza per piangere sulla fine del Tempio e della loro stessa etnia, storditi ed attoniti alla notizia del decreto caligoliano!.
Se prima esistono due direttive, una di provocazione per i giudei stanziati nella choora di Iudaea ed una di compartecipazione alla economia mondiale mediterranea ellenistica per gli ebrei della diaspora regolati e connessi dall’etnarca e dall’ alabarca, oniade, sommo sacerdote e gumnasiarca di Egitto, al sacerdozio sadduceo gerosolomitano, nonostante l’opposizione farisaica ed essenica e l’avvento del Regno dei cieli, ora sotto Caligola il pericolo di annientamento è comune a tutti i giudei, dovunque si trovino!.
Finito il Regno dei Cieli tragicamente, perduta la civitas /politeia, con la profanazione del Tempio, la nave ebraica affonda! Così sembra dire Filone in Legatio ad Gaium!
Dunque, professore, devo capire bene questo, per seguire il suo pensiero: cioè, nonostante che Roma e il sommo sacerdozio templare concordano in una politica di comune interesse per la gestione del tesoro del Tempio, con Caligola si è chiarito l ‘equivoco ormai della filoromanità giudaica – che, sacrificando ambiguamente al proprio Dio e alla maestà del popolo romano e di Augusto, ritiene di essere in perfetta regola con gli altri sudditi dell’Impero e di vivere secondo legge, quando, invece, sacrifica solo al proprio Dio per Roma e per l’imperatore, quando è espressamente richiesto il sacrificio al Dio Caligola, pathr, soothr, euergeths, unico pastore del gregge umano! I giudei aramaici e i giudei ellenisti, di fronte all’aut aut di Caligola- venerare un uomo-dio o Jhwh – preferiscono la morte alla vita, risoluti al martirio piuttosto che tradire la loro fede e la patria, dicendo Shema Israel, Adonai eloenu, Adonai echad/ Ascolta, Israele, il Signore è il mio signore, il Signore è unico!
Caligola dimostra agli ambasciatori alessandrini che bisogna fare atto di latria a lui Theos, a lui Zeus, unico soothr, eurgeths, Pathr e a nessun altro Dio! O fare questo o morire!
La risposta giudaica è quella della scelta del martirio alla venerazione del dio imperiale: meglio morire che tradire la legge!Il giudaismo, unitariamente, aramaico ed ellenistico si autocondanna al bando o allo sterminio etnico!
Devi capire, Marco , questo evento con questa situazione propria dell’anno 40 d.C., che si verifica subito dopo il trauma della morte del Messia e della capitolazione di Gerusalemme messianica, taciuto dalla storia cristiana – a seguito anche di una vittoria romana sui Parthi e di una sanguinosa controrivoluzione gerosolomitana antimessianica, entro le mura della città assediata-. Ora, il mandato di Pilato, alla luce di questo studio e dell’esame da noi fatto, è specifica applicazione prefettizia in un dato momento storico, limitato alla sola provincia di Iudaea, avvenuto prima della morte di Seiano, che ha già fatto una sua politica antiebraica a Roma, ma di scarsa consistenza rispetto al pericolo mortale e di sterminio della etnia stessa, in epoca caligoliana!
Filone sembra aver chiaro e questo momento tragico seianeo e quello caligoliano – che risulta il più tragico della storia giudaica vissuto mentre attende di essere ricevuto dall’imperatore, come incaricato dai giudei alessandrini di far valere le ragioni di una parte dell’ ebraismo, seppure maggioritaria, quella ellenistica- !
Professore, per me cristiano, educato secondo cultura cristiana , non è facile, neanche, dopo aver studiato i suoi testi (Jehoshua o Iesous? Maroni, 2003 e Giudaismo Romano I, II E.book Narcissus 2014), seguire né comprendere il suo argomentare, seppure storicamente corretto, e documentato: Io sono perplesso ed ho un magone indescrivibile, che mi impedisce perfino di dialogare con il mio maestro, colpevole di farmi vedere oltre il velo delle parole cristiane e del messaggio ebraico! Abituato alle chiacchiere cristiane e al muthos, il suo dire mi stravolge e confonde ogni mio pensiero, e distrugge la mia personale costruzione cristiana. Neanche so confessare quanto mi accade!
Hai ragione, Marco, le parole cristiane senza fatti hanno formato il cristiano che ora, davanti ai fatti, è sconcertato e crede perfino l’amico, che ha di fronte, un nemico!
Vada, comunque, avanti, professore!
Bene!. Io riprendo il mio discorso! Se vuoi, seguitiamo e facciamo parlare i fatti, documentati!.
Tu sai che in Iudaea e in Gerusalemme, specialmente, è presente un forte gruppo di irriducibili e integralisti aramaici filoparthici, che sono anche sparpagliati nelle province asiatiche e siriache e in quelle egizio-cirenaiche ed acheo-traciche ed insulari, nell’Egeo, mescolati a giudei ellenistici di lingua greca, di norma loro datori di lavoro, diffusi in ogni parte del mondo e romano e non romano. Su questi prima l’ordine di Seiano (Pilato, Pomponio Flacco, Capitone, Erode Antipa, Filippo) e poi quello di Caligola (Petronio Turpiliano) suonano come incitamento alla guerriglia urbana e provinciale e a connessioni con il re dei re e con Areta IV di Petra!
Dunque, professore, Pomponio Flacco, Pilato, Capitone e gli egemoones della Decapoli, gli erodiani superstiti, e il governatore di Egitto, specialmente, hanno tutti un mandato imperiale di provocazione dell’etnia ebraica, che ritiene di essere l’eletta di Dio, e di aver un solo signore Jhwh, di essere l’unica, pia e religiosa nell’ecumene, avendo un patto eterno con il Theos, Upsistos, che l’ha sancito da secoli con gli antenati patriarchi, di cui segno visibile è il tempio di Gerusalemme, la città santa!.
Marco, Caligola sapendo che i giudei vivono in ogni parte dell’imepro romano ha fatto un decreto catholikos/universale!. Tieni presente questo, e lavoriamo cercando di capire l’operato in Iudaea di Ponzio Pilato, un pretoriano seianeo- se è giusta la nostra lettura di un praefectus, equestre, sannita, formatosi al seguito di Seiano – che ha già lavorato per annientare gli ebrei romani, in ottemperanza degli ordini di Tiberio che abroga, tra il 17 e 19 d.C., i particolari nomoi delle etnie domiciliate a Roma o viventi nell’impero ( Cfr. Tacito Annales, III, 54-60 ), in relazione al verdetto supremo dei senatori sulle richieste di provinciali, obbligati, comunque, ad evitare e vietare l’abuso di stabilire luoghi di asilo, divenuti fonte di riunione indebita e covo di uomini perversi.
Inizialmente Pomponio e Seiano dànno disposizioni univoche, claudie, che poi cominciano a divergere quando il partito claudio si sdoppia e costituisce un gruppo di fedelissimi filoseanei ed uno filotiberiano, per cui, essendo assente la voce di Tìberio, non c’ è unità nell’applicazione dei mandati, come risulta dalla favola sulle rane e del re travicello di Fedro: le rane gracidano nel pantano al re travicello, su cui, perfino, saltano sopra, dopo averne notato l’innocuità cfr. Caligola il sublime, cit!.
Pomponio, in tale situazione, è oscurato dalla personalità di Seiano ora assimilata all’imperatore, fraintesa dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, specie dai giuli erodiani e oniadi, che acuisce il clima di rappresaglia tipico del mondo giudaico aramaico, generando panico negli uomini di stirpe, religione e lingua aramaica, che sembrano girare alla larga da Gerusalemme e perfino dalla Iudaea e dalla Galilea e Perea stessa, facendo strani percorsi in Celesiria, in zone fenicie o montane ituraiche, per stanziarsi in Decapoli e per poi rientrare da Betsaida o dalla Gaulanitide nella choora di Erode Antipa, persecutore anche lui di aramaici, come Giovanni il battista collegato con Areta IV e coi Nabatei (cfr. Gesù meshiah aramaico, methorios e politikos in www.angelofilipponi.com )
Professore, ora mi spiego, finalmente, i giri che fa il nostro Gesù che va da Tiro a Sidone e da lì in Paneas e poi passa in Gaulanitide e Batanea fino a Gerasa e poi si dirige verso il confine tra la tetrarchia di Filippo e quella di Erode Antipa. Potrebbe essere questo il momento del nuovo matrimonio di Erode Antipa, che, essendo giulio, oltre all’ostilità di Pilato e Seiano, ha anche quella di Areta IV e dei seguaci di Giovanni,- che, stanziati a Betania oltre il Giordano/al Kharrar, sono sotto la protezione del re nabateo, vivendo entro il suo territorio – ed anche di quelli di Gesù?
Certo, Marco, potrebbe essere così, perché Areta sembra fedele seguace di Giovanni, che ha favorito la fuga della figlia da Tiberiade coi suoi uomini, portandola fino al territorio di Damasco, allora possesso di suo padre, intenzionato a vendicarsi dell’erodiano che ha ripudiato (D)asha, dopo 25 anni, e che è anatemizzato dagli esseni per le nozze incestuose!
Davvero, professore, è questo il tempo che potrebbe coincidere con la prima predicazione di Gesù del Messianesimo dopo che il mastro/maestro, dotato di abilità da terapeuta, è venuto a contatto con emissari di Izate di Adiabene e con Artabano III e con Asineo!. si sarebbe già nel clima dell‘Avvento del Regno dei Cieli, ora pianificato, dopo la morte del cugino, con delegati Mesopotamici, anche loro coinvolti nel disegno messianico per una riconquista dei territori dell’ex Siria seleucide, rivendicata da decenni dai Parthi?
Marco, posso solo confermare, oltre ai fermenti messianici, l’ attrito tra Pilato ed Erode Antipa e l’aspro contrasto tra il tetrarca e l’ex suocero re di Petra, in questo periodo di cinque anni oscuri della procura di Pilato, e la vita vagabonda di Erode Agrippa, dopo la morte della madre Berenice a Roma e specie, dopo quella dell’amico Druso Minore.
Lei ha parlato spesso della vita dispendiosa di Giulio Erode Agrippa, privato cittadino, proprio di uno scialacquatore di un patrimonio principesco, senza, però, precisare il momento storico, romano, antigiudaico. Ora me ne può parlare, sulla base delle notizie generali di Flavio?
Per lo storico, Agrippa fa il viaggio per la Iudaea quasi con le stesse navi di Pilato e nello stesso periodo, gravato di debiti e pressato da creditori perché dopo la morte della madre, lasciato in balia dei suoi capricci, spese molto del suo denaro per il lusso quotidiano in cui viveva facendo smisurate spese ed offrendo regali ai liberti di Cesare, sperando di essere aiutato, tanto da ridursi in povertà (cfr. Ant. giud., XVIII,145 e A. Filipponi ,incipit romanzo storico l’Eterno e il Regno, ebook Narcissus 2013). Agrippa, a Roma, avendo un alto tenore di vita grazie all’eredità materna, non toccato dall’editto di Tiberio perché non libertino né peregrino, ma civis censito come neos, quindi, probabilmente arruolato con qualche incarico diplomatico con Pomponio Flacco, con Germanico e poi con Druso, si trova al ritorno in città, all’improvviso, in condizioni disagiate, indebitato. Forse nel momento del dokimasia/valutazione il giovane principe già aveva dovuto sborsare ai pretoriani inquisitori e ai liberti funzionari denaro per il riconoscimento dei suoi diritti, inficiati dal decreto tiberiano, che non riconosceva la politeia la cittadinanza antica cesariana, nonostante le amicizie a corte! La sua situazione si era aggravata poi per la sua natura megalomane e munifica, ma anche per i debiti contratti con trapeziti oniadi, specie dopo la morte di Druso e la cacciata dalla presenza di Tiberio, che non voleva più vedere gli amici del figlio perché la loro presenza lo faceva soffrire -ibidem-. E’ probabile che si sia accodato, nel viaggio, alla sorella Erodiade, che, separatasi dal marito Erode Filippo, figlio di Mariamne, figlia del sommo sacerdote, con l’adolescente Salome e col Tetrarca, all’ epoca a Roma, tornava in patria. Giunto a Cesarea, pressato dai creditori, oniadi, si ritira a Malata, in Idumea , ed è intenzionato al suicidio. La moglie Cipro, col suo patrimonio erodiano, dotale, fa allentare le richieste oniadi, data anche la famigliarità con Alessandro alabarca (cfr. Caligola il sublime, cit. e L’ alabarca in www.angelofilipponi.com) e invia lettere alla cognata perché lo accolga alla sua corte a Tiberiade, città in costruzione ad opera di qainiti galilaici, avendo lo stesso tetrarca fatto appello per popolare la nuova polis con cittadini di prestigio. Flavio così scrive spiegando la determinazione al suicidio di Agrippa evidenziando l’accorato impegno della moglie che prega Erodiade di soccorrere il suo congiunto: tu vedi quanta cura ho, come vedi, di sollevare in ogni modo il marito, anche se le mie sostanze non sono come le tue -ibidem148-.
A mio parere, Marco, si dovrebbe essere nell’anno della morte dell’Augusta Livia , il 29,d.C. in cui Capitone, governatore di Azoto ed Iammia e Faselide, tratta con gli eredi di Salome – tra cui Agrippa nipote e Cipro pronipote,- dando somme di liquidazione definitiva in proporzione al diritto di successione, a seconda delle percentuali, avendo goduto la madre di Tiberio dell’eredità dell’amica e della rendita del suo patrimonio per il 51%. Quindi la principessa ha denaro in relazione alla metà dell’intero patrimonio di Salome, che aveva una rendita di 50 talenti annui e prendeva parte all’eredità, solo ora, alla morte dell’Augusta, del lascito del gran Re alla sorella di 500.000 dracme d’argento -XVII,190-. Forse in seguito a questa divisione di eredità a cui partecipa, come erede, anche la moglie di Erode Antipa, ad Agrippa viene assegnata l’abitazione a Tiberiade con l’incarico di agoranomos e con una pensione, in relazione alla sua dignità di principe-ibidem149-.
Ti aggiungo anche che Giulio Erode Agrippa, dopo pochi mesi, si allontana dallo zio -cognato perché non ritiene soddisfacente la sua sistemazione e perché umiliato dal Tetrarca che gli rinfaccia, in un convito a Tiro, sotto gli effetti del vino, la sua povertà e la dipendenza per il pane quotidiano dalla sua elemosina.-Ibidem150-.
Perciò, Agrippa si rivolge al proconsole Pomponio Flacco, governatore di Siria, suo amico dal periodo romano, dopo aver chiesto denaro probabilmente agli stessi ex liberti di sua madre, – come poi nel 35 d.C. per il viaggio a Roma da Tiberiade- prima a Marsia, poi a Proto che, però, hanno legami con Antonia, la nonna di Caligola, il cui gestore finanziario generale è l’alabarca di Egitto, suo massimo creditore- Ibidem 156.
Professore, il povero Agrippa si trova stritolato tra agenti finanziari che, oltre tutto, litigano fra loro per le percentuali!
Marco, il principe nel 33 d.C. oltre alla sua precaria situazione finanziaria, acuitasi dopo la vicenda del suo soggiorno ad Antiochia presso l’amico Pomponio Flacco che, poco prima di morire lo licenzia, perché accusato dallo stesso suo fratello Aristobulo, da tempo suo fidato consigliere, per la questione del confine tra Damasco e Sidone – Le due città infatti erano in contrasto da tempo ed Agrippa favorì nell’arbitrato i Damasceni, che lo avevano pagato per la sentenza favorevole!-, avendolo scopertolo reo di concussione.
Il principe, fuggito da Antiochia e rifugiatosi ad Antedone, vicino Gaza nel 35 d.C. perde il figlio primogenito Antipatro e cerca denaro, deciso a partire per l’Italia su una nave mercantile, noleggiata, ma è disperato come nel 29, all’epoca del suo trasferimento a Tiberaide, quando si era nel periodo della guerra tra suo cognato e Areta IV.
Era quello il tempo in cui Erode Agrippa era Agoranomos/ ispettore del mercato, a Tiberiade ed appariva nei Vangeli come il giovane ricco?
Si- forse-, Marco!. Quello poteva essere il tempo esatto in cui ancora Giovanni predicava che il regno dei cieli era vicino e richiedeva ai suoi seguaci il battesimo penitenziale e Gesù predicava il Malkuth venuto come tempo della metanoia, del cambiamento radicale e dell’abito bianco nuovo per la festa.
Marco, come vedi, però, stiamo mescolando dati certi con altri supposti, contestati dai miei detrattori cristiani, del Malkuth ha shemaim (Jehoshua o Iesous? cit.).
Comunque, all’epoca, Marco, era iniziata la lite tra Areta ed Erode per il ripudio di Dasha e per l’arrivo a Tiberiade di Erodiade, che non avrebbe potuto sposare il fratello del marito per la torah/ legge e perciò incorreva nell‘anàthema del Battista, nonostante la segretezza della sua entrata in città. Infatti la figlia di Areta secondo Flavio aveva chiesto al marito – che credeva che la moglie non sapesse niente della sua intenzione matrimoniale -, di poter andare a Macheronte, castello fortificato al confine tra lo stato nabateo e quello erodiano, di poter avere l’occorrente per il viaggio da un dioicheths/amministratore.
Flavio scrive: la donna passando da un governatore ad un altro per fare il suo viaggio – probabilmente favorita da Giovanni e dai suoi discepoli, allora stanziati ad al Kharrar, luogo di passaggio della principessa in fuga- , giunse dal padre, a cui raccontò il progetto di Erode.
Areta, dopo la querela, a proposito di una precedente lite per l distretto di Gabala, avendo volontà di guerra, fece la rassegna dei soldati, seguito anche da Erode ed ognuno inviò propri legati per iniziare le ostilità.
Accadde che nello scontro l’esercito di Erode Antipa fu sconfitto perché al suo seguito c’erano uomini della tetrarchia ituraica di Filippo, zeloti /lhistai che parteggiavano per Areta e per Giovanni che, tradendo, decisero delle sorti della battaglia.
A Tiberio giunsero, da una parte, la denuncia di Areta e da un’altra, i resoconti di Antipa della battaglia e della guerra – che i due non potevano fare senza autorizzazione romana – , tanto che l’imperatore inviò ispettori – sembra che questa vicenda preceda la morte del Battista e sia prima della morte di Filippo nel 33 d C e quindi i fatti sono all’incirca poco prima o poco dopo la morte di Seiano, quando ancora non è deciso l’intervento contro Artabano e contro lo stesso Areta, che si è coalizzato con il re dei re, in un momento in cui non ci sono rapporti con Roma, non avendo ancora avuto mandato Macrone, il nuovo capo pretoriano, di ripristinare l’ordine in Siria e regioni vicine -.
Comunque, Marco, siamo allo stato di supposizioni, essendo oscure le notizie di Flavio. Ora, io, ottantunenne, come allora sessantenne, -all’epoca della scrittura di Jehoshua o Iesous?,- non ho pezze reali di appoggio se non le lamentele di alcuni giudei nei confronti della morte di Giovanni, che consideravano la sconfitta di Erode ad opera di Areta come giusta punizione divina e vendetta per la decapitazione del Battista, di cui si fa l’elogio e si mostra la santità di vita e la sua predicazione nel deserto (ibidem 116-119).
Si potrebbero addurre anche le successive lagnanze dei sacerdoti a Pilato per l’iscrizione sulla croce secondo il vangelo di Giovanni – scritto in epoca antonina, sotto il regno di Antonino il Pio- (138-161)- che comprovano le fonti di probabile derivazione siriaca, di un Gesù re, che non regnò – cfr. Eisler, in www.angelofilipponi.com – di cui ti ho parlato in altre occasioni.
Perché accetta con molta cautela quanto dice l’evangelista Giovanni su Pilato? Non crede che hanno qualcosa di vero gli altri storici che adducono la fonte di Giovanni -anche se so che è di epoca antonina-?
Marco, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32; Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.) ho scritto varie volte, ma ho solo rilevato lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano, che ribadisce che quanto scritto sulla croce in triplice lingua non deve essere cambiato. La frase O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua, di cui è segno atta amarta (su legis /tu dicis), e serve a fare indagine sulla reale figura di Gesù, un aramaico, giudeo di Galilea (cfr Iesus, the Jew from Galilee), un Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.
Per ora esaminiamo, Marco, comunque, l’azione di Pilato, che esegue gli ordini del capo, all’epoca di questi fatti, seppure in modo non conforme con quello generale della provincia siriaca, pianificato da Pomponio Flacco, claudio, tiberiano, che protegge il tempio e fa una politica favorevole ai sadducei e agli erodiani, presenti ad Antiochia.
Professore, da quanto detto, quindi, lei divide alcuni fatti come dettati da Seiano prima della costituzione del presunto Regno dei Cieli – di cui parlano gli evangelisti- ed altri, come invece compiuti autonomamente, dopo la fine del Regno messianico!
Marco, venendo ai fatti, per certo abbiamo tre episodi adombrati anche nei vangeli, evidenziati da Giuseppe Flavio in Guerra giudaica (II, 9,2,3,4) ed Antichità giudaiche (XVIII, 55sgg) senza altre conferme storiche, se non da Filone, anche lui giudeo (Legatio ad Gaium,298-299).
L’ operato, dunque, reale di Ponzio Pilato è solo di fonte giudaica, evangelica, poi rielaborata, specialmente da scrittori cristiani alessandrini del III e IV secolo, dopo la sistematica revisione di Eusebio in epoca costantiniana.
Dunque, esaminiamo i fatti del quinquennio prima della morte di Seiano e poi, il fatto dopo la fine dell’episodio messianico e la resa di Gerusalemme a Lucio Vitellio.
Pilato secondo Flavio (Ant Giud, XVIII,55-59) introduce di notte in Gerusalemme, città santa, le immagini dell’imperatore. Ecco il testo molto simile a quello di Guerra giudaica-(II,169-177): Pilato, governatore di Giudea, fece partire le truppe da Cesarea e le mandò nei quartieri invernali di Gerusalemme e compì un gesto audace al fine di sovvertire le leggi giudaiche introducendo in città i busti degli imperatori, attaccati agli stendardi militari offendendo la nostra legge, che vieta immagini/eikones.
Lo storico spiega che i precedenti procuratori quando entravano in Gerusalemme usavano stendardi senza immagini e precisa che lui fu il primo ad introdurre immagini in città e le pose in alto e fece ciò senza che il popolo se ne accorgesse perché era entrato in città, di notte. Quando il popolo se ne accorse, in massa, si recò a Cesarea e per molti giorni lo supplicò di trasferire altrove le immagini.
Circa venti anni prima di scrivere Antichità Giudaiche, nel 74 Flavio subito dopo la distruzione del Tempio, aveva scritto in Guerra giudaica precisando che Pilato aveva inviato, senza andare a Gerusalemme di persona e che lo sdegno per l’offesa alle leggi ebraiche e la rabbia dei cittadini fecero accorrere in massa la gente del contado e che tutti insieme, recatisi in fretta a Cesarea, pregarono di rimuovere le immagini e di rispettare le loro tradizioni, prosternati con la faccia a terra, intorno alla residenza del procuratore, restando immobili per cinque giorni e cinque notti.
E’ chiaro, Marco, che Pilato invia le truppe con i busti secondo gli ordini di Seiano, ma lui rimane in Cesarea mentre un suo legatus esegue.
Filone, che parla di un cambio di residenza nel 4O d.C., e di un suo insediamento nel Palazzo gerosolomitano di Erode, forse si riferisce ad un altro avvenimento a noi sconosciuto, riportato da una fonte erodiana. Comunque, Pilato fa uno spostamento di castra, strano, perché in iudaea di solito i legati chiedono il contrario, cioè di svernare dalle zone fredde montuose in pianura in riva al mare o nella zona sottostante di Gerico, piuttosto calda, anche d’inverno!
A Cesarea, dunque, Pilato rifiuta di accondiscendere alle richieste, ma, vista la folla che ha fatto un settantina di chilometri, circondare la sua abitazione, pur pacificamente, ed indire la solita contestazione di protesta silenziosa, prosternata con la faccia a terra, immobile per cinque giorni e cinque notti- ibidem 171- motiva il suo rifiuto in questo modo: se agisco diversamente, reco oltraggio all’imperatore Ant. giud. XVIII, ibidem.
Professore, c’è una qualche contraddizione nelle due versioni di Flavio, tra quella del 74 di Guerra giudaica e quella di Antichità Giudaiche del 94. Infatti nella seconda Pilato appare come uomo che venera l’imperatore come dio mentre gli ebrei venerano il loro dio unico! Pilato, invece, vuole dimostrare che, come lui anche il popolo ebraico deve sacrificare e venerare l’unico dio, l’imperatore, cosa impossibile a dirsi prima della distruzione del Tempio, ma possibile a Tempio distrutto, in epoca domizianea!
Vuoi dire, Marco, che Flavio, sacerdote ellenizzato e romanizzato, cortigiano, è entrato in merito alla divinizzazione di Caligola, ripresa moderatamente da Vespasiano e Tito, che hanno distrutto il Tempio e che ora, in epoca domizianea, riconosce che uno solo è il dio, l’imperatore romano! Questo ti sembra di rilevare dall’ esame dei due testi flaviani, e per questo ritieni giusta la risoluzione di punire da parte di Pilato gli ebrei, che persistono nella loro volontà di venerazione del proprio Dio, unico e che seguitano a supplicarlo … fino al sesto giorno – fino cioè al giorno che precede il sabato- . Egli dispose le truppe in posizione di attacco e lui stesso andò sulla tribuna, che era stata costruita nello stadio per dissimulare la presenza dell’esercito, che era in attesa di ordini… minacciando di punirli subito di morte , se non ponessero fine al tumulto e se non tornassero nelle loro località di partenza (Ibidem 58).
Pilato conosce la consueta scena ebraica del martirio di uomini che si gettano bocconi e si denudano il collo e che affermano che di buon grado preferiscono la morte piuttosto che disobbedire alle prescrizioni della legge!.
Marco, in Guerra giudaica II 172-4, Flavio mostra i giudei pronti al martirio, a farsi massacrare, persistenti nel non accogliere le immagini di Cesare, alla minaccia di sterminio di Pilato, assiso su un tribunale, nel grande stadio / epi bhmatos en tooi megalooi stadiooi e chiarisce lo stratagemma del procuratore ex pretoriano.
Essendo stata convocata la folla come se volesse dare loro una risposta, (Pilato) fece ai soldati un segnale convenuto perché circondassero i giudei, in assetto di combattimento, per cui, quelli, rinchiusi da una schiera su tre file, rimasero attoniti a quella vista inattesa.
Marco, è questo il modo inerme di precedere ebraico, da tempo collaudato di fronte alla bia/violenza dei vincitori, armati!
Flavio mostra nella sua narrazione e in Guerra giudaica e in Antichità giudaiche il sistema della vittima, insegnato dai farisei da decenni, opposto a quello nuovo degli zeloti, di Giuda il Gaulanita, che risponde all’ oltraggio con oltraggio, al sangue con sangue!. Spesso negli ultimi decenni dietro al sistema vittimistico è nascosta la stasis armata: all’indifeso martire si sostituisce lo zelota armato!
Ogni governatore di Iudaea e di Siria conosce questo metodo, che Flavio falsamente mostra come forma che desta ammirazione, stupore e pietà nei romani che, invece, da militari, bollano e catalogano come codardia, che cela il fenomeno della resistenza armata di bande di ladroni aramaici, collegati con parenti parthici che vivono sui monti e nelle zone di confine ciseufrasiche e transeufrasiche, pronti a vendicare i fratelli, inermi, massacrati dai Romani!.
Per ricordartelo ti mostro, come ulteriore esempio, quanto avviene nel 40 d.C. col governatore di Siria Petronio: gli ebrei, essendosi raccolti in una grande pianura vicino Tolemaide, con le mogli e coi figli, per supplicare il governatore per la salvaguardia della tradizione paterna e per la loro personale salute, riescono con una preghiera collettiva e con lo spirito di remissione totale a convincere Petronio, che lasciò tous andriantas kai tas stratias/le statue e gli eserciti a Tolemaide, ed entrato in Galilea, convocò il popolo e tutti i notabili di Tiberiade dove parlò della potenza di Roma e delle minacce di Cesare per dimostrare che la loro richiesta era irragionevole/ thn acsioosin… agnoomona!
Il governatore aggiunge, infatti, l’esempio di tutti gli altri popoli, soggetti/Upotetagmenoi, che mettevano in ogni città, accanto alle statue degli altri dei, anche la statua di Cesare e poi conclude mostrando di conoscere il modo di agire ebraico: Il fatto che solo loro si opponessero a questo uso era una specie di ribellione aggravata dall’offesa/to monous ekeinous antitassesthai pros touto skhedon aphistamenoon einai kai metà ubreoos.!-ibidem194-
Per meglio confrontarlo con quello di Pilato, Marco, ti mostro la risposta a Petronio degli ebrei che adducevano la legge e il costume patrio, secondo cui non era lecito collocare nemmeno un’immagine di Dio e tanto meno di un uomo, non solo nel tempio, ma neanche in qualunque luogo profano del paese!.
Ti preciso, allora, anche il pensiero espresso dal governatore che sa bene che ormai da decenni si è convenuto che le insegne possono stare, fuori di Gerusalemme, dovunque, e che lui, come i cives giudei è suddito: devo anch’io osservare la legge del mio padrone/ tou mou despotou; se io la calpesto e vi risparmio, giustamente sarò messo a morte! Chi mi manda, non io, vi farà guerra; anche io, come voi, devo obbedire!
Professore, so come finisce la questione tra giudei e Petronio perché lei ce lo ha mostrato in Giudaismo romano II -e boolk Narcissus, cit.- evidenziando l‘humanitas del governatore, ma anche la perfidia giudaica, che cela sotto il martirio, la volontà di fare guerra a Cesare.
Lei, comunque, mi vuole ricordare che Polemeesete…ara Kaisari;/farete guerra a Cesare? è la domanda retorica posta da Petronio ai giudei, sottesa già circa 10 anni prima, al tempo di Pilato obbediente al suo despoths Seiano, che ha coscienza di una prossima guerra polemos – cancellata dalla tradizione umilistica cristiana del Gesù vittima, agnello sacrificale-.
Infatti, Marco, nel 40 i giudei rispondono alla domanda del governatore: noi sacrifichiamo due volte al giorno per Cesare e per il popolo romano, ma se lui vuole far collocare le sue statue nel tempio, deve prima sacrificare tutto intero il popolo giudaico; insieme con le mogli e coi figli essi si sarebbero offerti alla strage!. -ibidem197.
Petronio, allora, ritira le truppe perché è cosciente della presenza di un popolo aramaico, affiancato dagli zeloti, anche se ora sono privi dell’assistenza militare dei parthi, vincolati dal recente trattato di Zeugma a non intervenire dopo la loro sconfitta ad opera di Vitellio e la fine dell’idea messianica!.
A questo punto, professore, mi chiedo se il comportamento di Pilato sia il medesimo o diverso durante la vita di Seiano sotto il governatorato di Pomponio, e se sia del tutto cambiato sotto quello di Lucio Vitellio, un filogiulio, legato da vincoli politici e economici ad Antonia Minore, con Valerio Asiatico e Vinuciano, mentre concordo con lei che, nel suo discorso, sottende che il ritiro delle truppe e la millantata philantropia petroniana sono una copertura per una giustificazione futura di un governatore, astuto, che ha rapporti coi congiurati giudaici a Roma, che già hanno dato assicurazioni segrete sulla volontà di uccidere il sovrano-Dio!
Marco, la tua richiesta sul comportamento di Pilato sotto Pomponio e Vitellio è prova che non ti è chiara la situazione romana, né quella della provincia di Siria – specie di Giudea, dove si è costituito il Regno di cieli tra la Pasqua del 32 e la Pasqua del 36,- quando a Roma il comando dell’impero è ripreso da Tiberio, dopo la denuncia di Antonia, tramite Cenide, poi comprovata dalla confessione in processo di Apicata, ex moglie di Seiano, circa la tresca amorosa del pretoriano con Livilla, con qualche illazione sulla nascita dei due gemelli, suoi nipoti!.
Tiberio, ora, che conosce la verità sulla morte di Druso, fatto morire Seiano, grazie alla collaborazione di Macrone, accertata la veridicità del racconto di Apicata, torturata, fattala giustiziare con tutta la sua famiglia, compresa la figlia vergine, inquisiti amici e parenti di Seiano, manda lettere a Pomponio e a Pilato, quando già a Gerusalemme, sta avvenendo la stasis aramaica messianica, mentre affida la nuora infedele alla madre Antonia, nota come donna di costumi integerrimi, che la fa morire di inedia, rinchiudendola nella sua casa, mentre forse già è stato soppresso, a Ponza, Nerone Cesare, dando, comunque, mandato ancora di persecuzione al nuovo capo del pretorio, in senso antigiulio, tenendo accanto a sé, come ostaggio, l’ultimo dei figli maschi di Germanico- precedentemente sotto il controllo della madre, Augusta Livia- col proposito forse di affiancarlo a suo nipote Tiberio Gemello, educati ambedue da comuni maestri, a Capri, interpretando il decreto augusteo sulla successione come alternanza e non come precedenza tra i due rami imperiali. Non so se ricordi che Macrone si avvicina, poco dopo, a Caligola, astro nascente, ai Giuli e ad Antonia, che ha ancora intatto il potere politico su molti uomini, legati alla memoria di suo figlio Germanico, preoccupata apparentemente del suo impero finanziario ed economico, rimasta a Roma, da dove senza minimamente intralciare l’operato dell’imperatore caprino, manovra il senato, anche se non allevia le sofferenze di Druso Cesare, imprigionato sul Palatino e nemmeno quello di Agrippina a Ventotene – maltrattata dal centurione e quasi accecata! – che vanno ambedue a morte all’incirca due anni dopo la morte di Seiano.
Ricordo bene, Professore. Comunque, lei, sottendendo il Regnum del Christos a Gerusalemme, pensa che Pilato sia a Cesarea Marittima, protetto dalla flotta, agli ordini di Capitone e di Pomponio Flacco – fino alla sua morte, forse, agli inizi dell’anno 34!- e che vi rimanga fino all’arrivo di Lucio Vitellio, nuovo governatore di Siria con un duplice mandato secondo Antichità giudaiche -ibidem 120,- uno di fare guerra ad Artabano III ed uno contro Areta IV, – reo di aver combattuto senza ordine romano, contro Erode Antipa e di averlo vinto,- con un preciso comando, quello di marciare contro di lui e di inviarglielo in catene, qualora lo catturasse vivo, e se morto, di mandargli la testa- ibidem 115-.
Professore, dalle fonti in nostro possesso (Svetonio, Tiberio LIV; Tacito, Annales VI, 25; Dione Cassio, Storie, LVIII,11.9) oltre a Flavio, il mandato di Vitellio sottende che Pilato- non esercitando più la sua funzione prefettizia- come militare debba essere al servitium del suo superiore, specie nella seconda spedizione contro Areta, al momento dell’occupazione di Tolemaide, città che è presso la grande Pianura in territorio samaritano?
Certo Marco! Pilato deve far parte con i suoi milites delle due legioni di fanteria pesante e leggera e dei reparti di cavalleria annessa a loro come ausiliaria -cfr. Ant. giud., XVIII, 120.- Ti faccio notare, amico, a questo punto, che in Guerra Giudaica, libro II non c’è alcun cenno dell’impresa di Lucio Vitellio, anche se poi parla del figlio Aulo Vitellio dettagliatamente, nel IV libro (495,546-547,549, 586,588, 594, 596, 598, 606, 619, 631,633-634, 636, 638, 641, 643, 647, 649-651, 654-655).
Mi è sfuggito questo dato, professore. Strano!
Non è affatto strano, Marco, che nel 74 non si parli di Lucio VitellIo!: ai flavi non piace affatto dare il titolo di storico ufficiale ad uno che loda l’impresa giudaica del padre di Aulo Vitellio- imperatore dall’aprile a dicembre del 69, loro nemico ed uccisore di Sabino, fratello di Vespasiano!-I flavi impongono di tacere dell’impresa parthica e della pacificazione giudaica successiva! Il silenzio dei flavi, poi, è utile ai cristiani che eliminano la vicenda del Christos!.
Quanto è difficile fare storia, professore!. Troppi silenzi sono imposti dai vincitori agli storici!
Marco, noi dobbiamo pensare che Pilato ora segua Lucio Vitellio e che sia a fianco di Erode Antipa, con cui sale a Gerusalemme, dopo aver fatto la strage dei samaritani che forse tenevano ancora Tolemaide, dopo il Malkuth – a cui avevano aderito -.
Mi sembra di aver chiarito molte cose, professore! Riassumo. Dunque, Tiberio, liberatosi dei nemici interni, riprende la politica orientale in opposizione alle pretese sull’Armenia,-dove Artabano ha posto come re suo figlio Arsace – alle rivendicazioni sulla choora della Siria, della fascia mediterranea, della Celesiria e Fenicia, come patrimonio degli achemenidi e dei seleucidi, in una volontà di stroncare i collegamenti tra i giudei aramaici di Iudaea, promotori del malkuth celeste / il regno dei cieli e i giudei parthici e la coalizione antiromana di Areta IV col re dei re, avendo, inoltre, timore di altre sommosse locali – Flavio, Ant.Giud., XVIII,96-.
Marco, ti faccio, infine, notare che Vitellio ha avuto un mandato difficile più arduo di quello di Petronio, che deve reprimere una rivolta, causata solo dalla volontà di Caligola di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme, che, comunque, risulta massima provocazione per il giudaismo messianico, già sconfitto !
Per noi, Marco, quanto scrive Flavio poi da 96 a 119 riguarda il tempo degli avvenimenti del Malkuth ha shemaim, quelli dei cinque anni del regno di Jehoshua, epoca da tutti gli storici ritenuta di inerzia assoluta dell’imperatore romano, che, invece, fa una politica nuova orientale tramite Macrone e Caligola, in cui Tiberio – pur rimanendo a Capri- ancora sta facendo le epurazioni in Roma e in Italia inquisendo seguaci, amici e parenti di Seiano ucciso, compreso Giunio Bleso, richiamato dopo la vittoria su Tacfarinate. Comunque, Marco, alcuni vecchi storici sembrano concordare con me circa la confusione cronologica di Flavio e di Tacito, – A. Garzetti (La Data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria in ” Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni “vol. I, 1956, pp211-229,) e L’impero da Tiberio agli antonini, Bologna, Cappelli 1960, – ed altri, stranieri, cominciano ad affrontare storicamente il contributo reale di Lucio Vitellio, per ovvi motivi stroncato dalla dinastia Flavia -cfr.J.P.Lémonon, Ponce Pilate, ed. Atelier,2007-.
Quindi, professore, il suo giudizio sull’ultimo atto di Pilato è in relazione alla figura di Vitellio, un legatus romano amato dagli ebrei, ritenuto un benefattore specie dall’elemento sacerdotale ed erodiano, anche se ha distrutto il Regno dei Cieli?
La condanna di Pilato all’esilio è da connettersi col mandato di Vitellio, che conclude la sua missione antiarsacide tra il tripudio dei gerosolomitani e con la punizione dei samaritani, azioni, però, non addebitate al governatore di Siria, ma al prefetto di Giudea ex seianeo, capro espiatorio della situazione.
Ho pensato a questa soluzione quando scrivevo Vita sublime di G. Cesare Germanico Caligola e.book Narcissus 2016, che è testo eguale a Caligola il sublime 2008 con la premessa di Per una datazione di Consolatio ad Marciam di Seneca, in cui individuo in Erode Agrippa il vero capo di un gruppo di congiurati che, però, sono prevenuti dai pretoriani che, temendo la partenza di Caligola per Alessandria, nuova capitale, avendo di timore di perdere la liquidazione, lo uccidono! Allora ho ritenuto il povero Pilato come condannato per la sua reintegrazione. nel corso già di una nuova politica caligoliana, nella sua carica prefettizia, a subire la malevolenza giudaica samaritana, perché bollato come crudele seianeo! ed allora ho rilevato meglio la figura di Petronio Turpiliano, confrontato col suo predecessore Vitellio, che avendo inaugurato una nuova politica nei confronti del giudaismo vinto, è esemplare per il successore!
Per me, Marco, ripeto, Petronio che mostra thauma kai oiktos/ammirazione e pietà per lo zelo religioso dei giudei e che, senza decidere niente, li licenzia, da una parte è funzionario in linea col comportamento di Vitellio accondiscendente verso i giudei, remissivi ed imploranti, e da un’altra è vir sospetto! Petronio non è un praefectus tiberiano e caligoliano che fa sempre il suo dovere e spietatamente esegue, fedele al suo imperatore! uno che agisce disobbedendo agli ordini ricevuti e tergiversa, chiaramente è un traditore, collegato con uno dei tanti gruppi di congiurati, dissidenti e contrari al riformismo di Gaio – già deciso ad invadere il territorio parthico e a fare una preventiva deportazione o un eccidio dei giudei-!
Erode Agrippa, tetrarca, allora, a Roma, a corte, centrale in questa congiura, è l’anello di congiunzione tra i dissidenti romani e i rivoltosi pacifici giudaici, tra cui Aristobulo, che consigliano a Tiberiade, la strategia di tergiversare e di inviare una lettera a Gaio! Infatti il governatore di Siria fa ogni azione secondo legge, da politikos: organizza colloqui coi maggiorenti di Tiberiade, sudditi ora di Erode Agrippa, fa pubbliche adunanze popolari in cui manifesta la potenza militare di Roma e di Gaio, specie quando si rende conto che i giudei, inoperosi da cinquanta giorni, non hanno seminato e, perciò, non possono pagare il tributo.
Inoltre il governatore mostrando di temere i collegamenti tra giudei e i parthi- che sono della stessa etnia, lingua e religione- quando già Caligola ha deciso il bellum parthicum, da iniziare subito dopo l’insediamento nella nuova capitale di Alessandria, per dirigere da lì le operazioni belliche, aumenta i sospetti di collusione con chi, come Agrippa, non vuole né la profanazione del Tempio né una tale guerra contro i fratelli aramaici. Infine mi sembra strano il discorso (di un magistrato, suddito nei confronti del despoths, suo signore-dio, lui legatus all’ imperator,) che io ho tradotto a lettera, in discorso diretto, più efficace rispetto a quello indiretto: se vuoi perdere, oltre agli uomini, anche la regione, conviene non violare la loro legge e far cadere l’ordine dato/ ei mh bouletai pros tois andrasin kai thn khooran apolésai, deoi phulattein te autois ton nomonkai parienai to prostagma!.
Un governatore così può parlare a Caligola?! Impossibile!. Neanche sono parole pensabili da un governatore tiberiano e caligoliano, cioè di un una creatura umana che parla col suo Dio, di un suddito col suo autokratoor divino, legge vivente, di un legatus col suo imperator!
Ridicola in un tale contesto è la decisione: preferisco correre il rischio/parakindineuton emoi mallon! Ancora più sciocco e non praticabile il pensiero successivo: h gar tou theou sunergountos peisas Kaisara sootheesomai met’umoon hdeoosh parocsunthentos uper tosoutoon etoimoos epidoosoothn emautou psuchhn /o infatti con l’aiuto di dio convincerò Cesare ed avrò la gioia di essere salvo insieme con voi oppure, se si adirerà, sarà pronto a dare la vita per un così gran numero di persone!.
Marco, io penso che solo un traditore filogiudaico, connesso ai circoli anticaligoliani della capitale e coi pretoriani già esautorati e sostituiti coi germani, può seguire il consiglio di Aristobulo, fratello di Agrippa, di Elchia, capo della cavalleria del tetrarca di Galilea e Perea e di Iturea, e di un misterioso Anziano- Flavio, Ant. Giud., XVIII 263-288-
Professore condivido il suo pensiero, specie in relazione all’ordine divino di Gaio di porre la sua statua /colosso entro il tempio di Gerusalemme – simbolo concreto per la tradizione, giudaica, di una comunicazione tra dio e il suo popolo eletto-! Professore, perci, io penso che se questo- la profanazione templare!- accade 10 anni dopo l’azione di Pilato, che, invece, conosce i movimenti già palesi della ideologia messianica ed esegue conformemente gli ordini di Seiano, assume altro valore rispetto a quanto poi detto dai Cristiani, che santificano perfino l’uomo sotto cui patì il signore, vedendolo come strumento di Dio, necessario per la umana redenzione! Sto comprendendo bene la lezione ?!
Certo, Marco, Sei Bravo! Roma già dieci anni prima voleva applicare con Seiano il piano così crudele di sterminio di un popolo! – Flavio, Guer.Giud.II,197-
Quindi, professore, devo pensare che una cosa è l’azione di repressione seianea in epoca Tiberiana ed una quella petroniana in epoca caligoliana, dopo l’eccidio alessandrino, anche se l’autore flavio usa gli stessi termini per indicare il comune stupore e meraviglia di fronte alla pietas di un popol,o che preferisce la morte alla vita, per la tradizione patria, specie se si considera l‘animus occidentale e lo sberleffo con scorregge e con altre villanie del centurione Celere-(Cfr. Guer. Giud., II, 224-25 ), condannato poi da Claudio, dopo un processo a Roma e dopo il ritorno a Gerusalemme a morire, costretto a passare tra la folla di giudei inferociti per l’offesa volgare al Tempio- ibidem 231.
Claudio dava soddisfazione al popolo giudaico, facendo punire il colpevole reo di aver scoperto il deredano e di scorreggiare mentre faceva il servizio di guardia dall’ alto della torre Antonia, facendo sorgere una sedizione che era costata la morte di 30.000 persone, chi per la ressa, chi per la spada dei soldati romani, in Gerusalemme, durante la festa degli Azimi!
Dunque, Marco, bisogna fare distinzioni e capire che Pilato non si trova nella condizione di Cumano, quindici anni dopo, inquisito dal suo superiore Ummidio Quadrato, governatore di Siria! Pilato ha il pieno appoggio di Seiano e la sua condotta provocatoria è accettata grosso modo da Pomponio per cui la sua meraviglia di fronte allo spettacolo di una rappresentazione di un così intenso spirito religioso/ uperthaumass to ths deisidaimonias akraton, pur considerata massima da Flavio, non è reale, ma è una forma letteraria, un topos della pietas giudaica per la romanitas, degli scribi ellenistici che traducono il testo aramaico del sacerdote ebraico!
Lei, professore, non concede che Pilato faccia la successiva operazione di ritirare le truppe e di farle tornare con le semaia a Cesarea perché impressionato da tale manifestazione sacerdotale giudaica! Pilato è un militare di professione – lo stesso soprannome lo dichiara- che sa di focolai accesi per la Idumea e per la Giudea oltre ai tradimenti samaritani, ora attirati dai galilei aramaici e peraici della tetrarchia di Erode Antipa, all’idea messianica e quindi è un prefetto prudente che ritiene opportuno non insistere nella provocazione in quanto conosce la connessione tra samaritani e galilei, avvenuta in relazione al divorzio tra Erode e la figlia di Areta e all’arrivo di Erodiade e agli anathemi dei farisei e di Giovanni- e forse di Gesù – per le nozze incestuose tra zio e nipote. Il ritiro di truppe è una strategia militare di prudente cunctatio/ temporeggiare per trovare un’altra soluzione che faccia esplodere l’ insofferenza ebraica ed autorizzi l’intervento delle legioni romane in modo drastico e risolutivo!.
Professore, per lei Pilato ha dato prima la lezione ai giudei – io come voi, come sudditi, obbediamo all’imperatore, l’unico comune dio! – e poi senza fare altri interventi, ha portato via le insegne imperiali indesiderate e le ha ricondotte a Cesarea, secondo gli ordini ricevuti anche se avrebbe voluto personalmente fare diversamente. Infatti in altri tempi lei ha scritto che obbedire all’ordine di Seiano era rischiosissimo, essendo conosciuto lo spirito giudaico e considerato il rapporto tra giudaismo e Gerusalemme: era come interrompere una manifestazione diretta della comunicazione umano-divina di un popolo col suo Dio sul monte del Tempio, una profanazione con la volontà di provocazione di una stasis/rivolta (Jehoshua o Iesous?,cit.) in un momento in cui si stavano unendo le due anime giudaiche quella aramaica e quella ellenistica, in quanto il popolo seguiva le direttive sadducee e le loro richieste di autonomia, perché sdegnati coi romani che li avevano privati dei loro specifici poteri di propria elezione pontificale e di custodia della stola, ora tenuta sulla Torre Antonia, da un phrourarchos/comandante di presidio. PiIato conosce, inoltre, il fanatismo integralista dei farisei. che hanno il sicuro supporto armato dei zeloti ed è incerto sulla condotta degli erodiani, giuli, che comunicano con lettere e con corrieri ogni accaduto in Gerusalemme al governatore di Siria ( e quindi l’imperatore), informandolo delle sue azioni.
Infatti, secondo Filone, Tiberio, conosciuto che, con la sua azione, ha provocato novitas / tolmatos kainourgethentos, in Gerusalemme città santa, è adiratissimo/barumesis – Legatio ad Gaium 304/5-. Nella lettera del 40, scritta da Erode Agrippa a Caligola si dice, in riferimento a questo o ad altro avvenimento, che quattro erodiani denunciano all’epoca la politica di Seiano e la novitas di Pilato che provocano la reazione popolare giudaica. Ciò spiega il comportamento di Tiberio che ordina a Pomponio direttamente di far ritirare le truppe di Pilato a Cesarea e a fare ristabilire il prefetto nella sede assegnata, lasciando il palazzo di Erode gerosolomitano, dove si era insediato per dirigere le operazioni antigiudaiche!.
Insomma, Marco, Pilato più che turbato dalla volontà di martirio giudaico è costretto a ritirarsi da un superiore ordine del governatore di Siria che conosce meglio di lui il fanatismo giudaico!.
Professore, mi sembra di aver capito bene la lezione su questa prima operazione di Pilato. Mi dica, ora, la seconda.
Marco, questa è operazione ancora più grave perché Pilato non solo turba gli equilibri territoriali e cittadini, ma anche quelli templari perché, facendo lavori che interessano il tempio, deve pagare gli operai qainiti, che hanno costruito l’acquedotto, che va dalla zona di Betlemme fino al Tempio, collegando varie sorgenti.
Non capisco il male fatto da Pilato? Anzi mi sembra opera encomiabile, propria di un prefetto che porta il contributo della scienza romana a vantaggio dei giudei e quindi risulta un colonizzatore benefico!
Tu, cristiano, a distanza di secoli, senza entrare in situazione, superficialmente leggi l’opera di Pilato come un beneficio per una popolazione barbaricamente attardata, e non rilevi, come un aramaico, la profanazione del luogo santo intorno a Sion, fatta con operai che costruiscono un acquedotto romano, in cui è chiara la manus di Roma con la maestosità monumentale, opposta a quella religiosa templare. Inoltre neanche rilevi l’illeicità del pagamento di Pilato, che non paga di tasca propria con denarii del fisco imperiale– neanche la moneta con l’effigie dell’imperatore può circolare in città!– romani, ma col Karbonas, il sacro tesoro del tempio, destinato alle vedove e ai bisognosi.
Marco, come giudicheresti un parroco che prende le elemosine e le intasca quotidianamente per comprare una villa per i nipoti o un governatore italiano eritreo che saccheggia un santuario per fare regali alla moglie o uno inglese che deruba le perle di Shiva per regalarle alla figlia?!
Capisco! ora capisco, professore! E’ un sacrilegio! Insopportabile per un popolo soggetto, analfabeta, sobillato dal sacerdozio!Un aramaico neanche può toccare i soldi, provenienti dal tesoro templare, che devono essere restituiti tramite le bocche-sophurot del santuario: Non si sente, perciò, pagato e si ribella e si arma, pronto anche a morire!
Seguiamo, Marco, per meglio entrare in merito, il testo di Flavio (Ant. Giud.,XVIII ,60-62) che tratta della canalizzazione dell’acqua, un fatto riportato anche da Guerra giudaica (II, 175-177), che divergono di poco e solo nella lunghezza di 200 stadi o di 400 (Guerra Giudaica) ed indicano chiaramente il tempo di epoca seianea e forse proprio del 30-31 d.C. quando il pretoriano, essendo all’apice della sua fortuna (Caligola il sublime, cit.), approva la dura repressione: Infatti la folla ribolliva di sdegno ed una volta che Pilato si trovava a Gerusalemme ne circondò il tribunale, schiamazzando -era numerosa!- chiedendo di desistere dall’impresa, unendo insulti e ingiurie e villanie tanto che il prefetto, che aveva previsto il tumulto, aveva sparpagliato fra la folla soldati armati, vestiti in abiti civili, con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti. Perciò ad un certo punto, diede il segnale.
Professore, questa particolare strategia è tipica dei pretoriani, a Roma, già nel 19! Questa strategia le ha fatto pensare ad un Pilato ex pretoriano, abile a mimetizzare i suoi milites tra la folla in abiti civili?!
Questo ed altro mi hanno indirizzato a connotare Pilato come pretoriano, abituato ad operazioni segrete specie nel periodo dell’espulsione ebraica da Roma: travestirsi, infiltrarsi, agire in relazione ad altre spie, coordinate per una comune azione sono espedienti che richiedono tempismo e esercizio – non sono azioni che si apprendono in un giorno!- che i giudei mostrano in seguito di aver appreso anche loro nel periodo della procura di Felice, uccidendo in Gerusalemme i soldati schierati di guardia a postazioni, come sicari, zeloti in abiti comuni ebraici, armati di sica !
Professore , che succede al segnale convenuto di Pilato?
Accade che all’attacco improvviso i soldati picchiano i dimostranti e il popolo impaurito, fa ressa tanto che molti vengono uccisi mentre altri, spaventati, spingendosi tra loro e calpestandosi muoiono durante il fuggi fuggi!
Flavio mostra a conclusione uno spettrale silenzio /to pleethos esiophsen/ la folla ammutolì!
La folla in silenzio sfolla , cedendo alla bia di Pilato, convinta della irregolarità ed ingiustizia romana! Più che l’altra azione questa fa arrabbiare Tiberio! la scena finale con tanti morti a terra col silenzio di morte!
Per i giudei dunque, professore, Pilato non doveva toccare le fonti che alimentavano il tempio e non poteva pagare servendosi delle entrate sacre templari!
Marco, dovere di un aramaico è morire pur di far rispettare la legge mosaica che considera intoccabile il Karbonas e che impone la protezione dell’area sacra, dove alita lo spirito di Dio!
Ho capito anche questo, professore!. Devo chiedere, però, se l’accusa a Pilato è solo da parte aramaica o da parte ellenistica, che è costituita da sadducei ellenizzati e romanizzati da due secoli e quindi aperti alla industrializzazione e al progresso?
Marco, rifletti! Il clima è già messianico nel trenta – c’è l’Avvento del Signore!- e quindi certamente domina lo spirito di una supremazia della pars aramaica, popolare, anche in Gerusalemme, su quella nobiliare sacerdotale ed erodiana, che concordano ed accettano il beneficio dell’acquedotto, ma condannano il latrocinio del tesoro templare per il pagamento dell’opera romana, per cui si avvicinano ai fratelli tumultuanti !
Bene professore! lei ci ha spiegato il valore dello stadio attico–alessandrino di circa 177,60 metri e quindi, facendo i conti, Pilato costruisce un acquedotto di circa 200-400 stadi, equivalenti a km. oscillanti tra 35,52 e 71,04, mentre la distanza tra le due città non supera i 10 km!
Lo storico dà due diverse misure per equiparare forse l’acquedotto ebraico a quelli italici, spagnoli e gallici, avendo vaghe notizie circa il gradiente, ipotizzato e raccomandato da Vitruvio (De architettura, libro X) o da Frontino (De aquae ductu)?. Flavio è un sacerdote birbone, un militare che si occupa di tutto anche di acquedotti e forse per questo dà due misure sapendo che gli idraulici raccomandano la misura di O,34 per 1000 metri, per cui con duecento stadi già si supera l’indice di Vitruvio, in quanto dopo 5 km si degrada 17 metri e dopo 10 di 34 metri e dopo 20 di 68, dopo 40 di134 m, cosa non compatibile nemmeno con quello del Serino!
Le due misure, rispettivamente superano ampiamente i parametri in relazione alla differenza di altezza della zona sorgentizia betlemita e di quella gerosolomitana.
Marco, tu sei ingegnere e comprendi meglio di mei – io non ho competenza specifica, anche se ho fatto opere murarie e sono figlio di un fontaniere che faceva ad occhio e parlava di ‘ngannata/ all’incirca, operando alla meglio, provviso-riamente! Il giudeo Flavio, campanilista e apologetico, fa di queste sparate forse per avvicinare questo acquedotto, opera di Pilato, di cui, secondo archeologi ebraici, ci sono ancora tracce nella zona montuosa tra le due città, a quello italico, augusteo! L’ ebreo vuole fare paragoni forse con quello di Serino, fatto da Agrippa nel 33 a C, per approvvigionare la classis misenensis, dopo un percorso di 96 km.
Professore, i vangeli parlano di Betsetha, di Siloe e di altre piscine, gerosolomitane, mentre la Bibbia parla di Salomone (VIII,186) delle sue vasche, all’incirca, nella zona di Betlemme!. Cosa pensa in effetti del lavoro del sannita Pilato ?
Marco, la descrizione di Flavio, non è sempre attendibile; comunque, ti posso solo dire che né Salomone, che, pur aveva fatto condutture di acque per il tempio, provvide a rifornire la città di acqua e nemmeno Erode lo fece, che pur pensò ad un rifornimento per Herodion.
So da Luigi Moraldi, Antichità giudaiche, volume II, nota 24 del libro XVIII, 60 , che l‘acquedotto prendeva inizio a 3 km a sud di Betlemme e faceva un lungo tragitto – Ain Arrub, Techoah , Betlemme, Sur Bahir – e portava l’acqua a Gerusalemme e che fu restaurato più volte e solo nel 1918 sostituito con tubi !-pag.1115-
Marco, sappi che la zona di partenza dell’acquedotto vicino a Betlemme si trova in una regione montuosa, che è un altopiano di una trentina di metri più in alto di Gerusalemme – zona di Betsetha, che, all’epoca di Gesù, era il punto più alto, dove erano le sorgenti di acqua, a 754 metri, rispetto a quelli di Ain Etan a metri 783!. Lo storico non ci dice, comunque, il tragitto effettivo ed è vago circa le la presenza di condutture in Gerusalemme, per cui il tracciato delle condutture potrebbe essere di molto più lungo rispetto alle attuali distanze tra le due città e il gradiente potrebbe rientrare nella norma romana degli acquedotti e sembra che si riferisca anche ad un tunnel di Ezechia, antico re di Giuda, che fece l’opera di circa cinquecento metri per rifornire Gerusalemme dalla sorgente Ghihon, situata nella valle del Cedron, fuori della cinta muraria?
Professore, anche se non si può rilevare il sistema gradiente in relazione alla distanza effettiva del luogo di arrivo rispetto a quello di partenza, si può forse dire che Pilato, conoscendo quello del Serino- Acquedotto augusteo- che parte da un’altezza di 376 metri del Terminio in Irpinia, un monte della catena dei Picentini, – ripristinato da Tiberio, che da Pozzuoli fa servire tutta la zona di Arco Felice e dei Campi Flegrei per dirigere le condutture verso Bacoli e Baia e la Piscina Mirabilis- non segue i criteri vigenti per un normale graduale scorrimento dell’acqua? Io non conosco affatto il tunnel di Ezechia?
Forse Marco,! ma non è sicuro! Si sa solo che l’acquedotto augusteo servì anche per le condutture di acqua sul ponte di Caligola -secondo Dione Cassio St. Rom., LIX 17,1-: vi furono costruite anche stazioni di sosta ed anche alloggi con condutture di acqua corrente potabile ! (Cfr. Caligola il sublime cit.pag.148-)!. e per quanto riguarda Ezechia, un re che essendo ribelle a Sargon II, pensò di approvigionarsi di acqua e decise di scavare un tunnel facendo lavorare e dalla sorgente fuori città una squadra di operai e dall’interno della città un’altra, in modo che ognuna facesse duecento cinquanta metri di scavo della roccia, di un’altezza e di una larghezza tale , da far passare un uomo comodamente, tagliando in modo che la differenza di livello tra la sorgente e la piscina fosse di nemmeno trenta centimetri!. Sembra che fu un’opera di alta ingegneria se i due gruppi riuscirono ad incontrarsi, nonostante che il tunnel fosse curvo e all’inizio e alla fine!
Su questa seconda operazione di Pilato, professore ho capito tutto, compresa l’opera antica del pio Ezechia, padre del malvagio Manasse -mi sembra-! Ora mi dica della terza, certamente avvenuta dopo il malkuth celeste, sotto la procura di Vitellio, in un altro contesto, in un’altra situazione a seguito di episodi di guerriglia per la Grande pianura tra samaritani e giudei e poi tra samaritani e Galilei.
Marco, noi delle operazioni certe, fatte in Giudea da Pilato, conosciamo due compiute prima della morte di Elio Seiano ed una contro i samaritani, datata nel corso dell’arrivo di Lucio Vitellio e della resa della città al vincitore di Artabano, accolto trionfalmente in Gerusalemme nel 36, anno della consegna e della crocifissione del nostro Gesù. Si pensa che tale azione venga fatta dopo la fine del Regnum del maran aramaico, quando Pilato può tornare in Gerusalemme, probabilmente a fianco del governatore di Siria suo superiore, dal quale ha forze per attaccare i samaritani, dopo la Pasqua e la crocifissione del Messia.
Da tale suddivisione di Flavio, sembra potersi rilevare l’organizzazione generale originaria dell’autore del XVIII libro di Antichità Giudaiche, che predispone il racconto della procura di Pilato, una parte prima dell ‘evento messianico ed un’altra dopo.
Infatti l’attuale divisione sul mandato di Pilato, esaminato tra la descrizione dell’impresa dei busti imperiali- 55-59- e della costruzione di un acquedotto – 60-62 – e la punizione dei samaritani- 85-89 ingloba e il testimonium flavianum e l’episodio di Paolina e quello della cacciata degli ebrei, scritti successivamente per riempire la porzione dedicata al Christos (63- 84)-.
Marco, Flavio ha parlato delle tribolazioni inflitte ai giudei da Pilato ed ora aggiunge, come se non ci fosse altro, in mezzo, quelle patite dai Samaritani.
Infatti scrive, riallacciandosi al discorso precedente sulle azioni del procuratore – Antichità giudaiche XVIII 61-. Anche la nazione samaritana non andò esente da simili mali – ibidem 85-
Professore, non sorprende che il sacerdote Flavio – ex governatore della Galilea, vinto da Vespasiano ad Iotapata e fatto prigioniero, conoscitore della rivalità di lunga data tra Galilei e samaritani, per il passaggio più comodo per andare a Gerusalemme rispetto a quello scomodo lungo il Giordano, acuita da Erode il grande e dai romani che privilegiano Samaria /Sebaste e i suoi abitanti, militari filoromani, esplosa in seguito in un contrasto armato sotto Cumano (Ant. giud.XX,118-136), settimo procuratore della Iudaea, dopo il sesto, l’ebreo scismatico, apostata, Tiberio Alessandro,- subito dopo la fine del Regno dei cieli, mostri il mal governo di Pilato?
Marco , il giudizio di mal governo a Pilato (che prima con Seiano ha eseguito ordini e, poi, in assenza di potere, ha operato conformemente alla volontà di Pomponio e di Tiberio, senza riuscire a far fronte ad una coalizione aramaica così forte come mai si era verificata- neanche all’epoca di Antigono asmoneo e dei tre capi di un esercito invasore parthico di Orode nel 40 a.C. con Labieno, Pacoro e Barzafane- ed infine ha svolto un’operazione di punizione contro i samaritani, che probabilmente erano stati coinvolti nell’impresa messianica) sembra essere pesante per un procuratore che ha fatto il suo dovere, a meno che ci sia nascosto qualche episodio, noto a Lucio Vitellio, che poi fece relazione e scrisse nelle sue Memporie/ upomnhmata o noto ad Erode Antipa anche lui zelante relatore del trattato di Zeugma e dei fatti samaritani.
Il fatto che Pilato è inviato a Roma, per discolparsi, da Vitellio, mi pare che sottenda una volontà di dare un capro espiatorio di un evento indesiderato dai romani, giustificandolo con la repressione samaritana illegittima, ultimo atto ufficiale del procuratore di Giudea!
Alla luce dei lettori della relazione scritta, Macrone e Caligola, c’è l’oscuro silenzio di Giuseppe Flavio in Guerra giudaica sull’impresa di Vitellio: sembra che il giudizio negativo su Pilato abbia un’altra motivazione che può sottendere un fatto come l’evento messianico, non proponibile da Flavio storico ufficiale del soothr Vespasiano, che scrive nel 74 il bellum iudaicum, da poco finito, con la presa di Masada, fortezza in cui si manifesta l’ ultima ed estrema eroica resistenza ebraica.
Marco, secondo me, Roma ( Macrone e Caligola) vuole ricucire, nel 36 d.C. dopo l’evento messianico, lo strappo con i samaritani che erano stati fedeli con le truppe ausiliarie e con la popolazione già dal tempo di Archelao in cui galilei e giudei combattevano contro di loro tanto che il re veniva accusato dalle ambascerie congiunte di entrambi i fronti, che ne chiesero l’esautorazione e la ottennero (Guerra giudaica, II,112) il pretoiano e l’astro nascente giudicano,ora, il governo di Pilato e lo puniscono per premiare i samaritani da utilizzare forse come alleati nella prossima guerra coi Parthi,
Caligola appena salito al potere pianifica l’invasione della Parthia destinata ad essere inglobata ed annessa, come già aveva preventivato Marco Antonio, il bisnonno del futuro imperatore!
Pilato, pur agendo secondo legge, pur andando solo contro i riti samaritani, non contro giudei e samaritani che si azzuffano per motivi religiosi deve essere sacrificato alla nuova politica del nuovo sovrano!. I samaritani, guidati da un goes, un ciarlatano definito uomo di menzogna, un demagogo che, abituato ad imbrogliare la popolazione dopo averla abbindolata, la guida in massa, al Garizim, che per la loro tradizione è la montagna sacra per antonomasia- sono per Roma caligoliana ingiustamente puniti!- Ibidem 85-.
E’ chiaro che Macrone e Caligola sono indifferenti alla cerimonia religiosa che in un certo senso ricompatta i samaritani, turbati dal movimento messianico, sul monte Garizim- dove sarebbe stato mostrato il vasellame sacro, nascosto da Mosè-!. I romani sanno bene che anche i samaritani si nascondono dietro la pietas religiosa per fare una rivolta, simile a quella del Christos e perciò sul Garizim si sarebbero riuniti uomini in armi e popolo per andare numerosi sul monte- ibidem – Ai due gestori della politica orientale nel 37, epoca del dell’esilio, poco interessa se Pilato, ingannato dalla presenza dei militari, secondo Flavio, li prevenne occupando prima di loro la cima con un distaccamento di cavalleria e di soldati con armi pesanti ed affrontò quella gente e in una breve mischia in parte li uccise, in parte li mise in fuga, mentre prese molti come schiavi e tra questi mise a morte i capi più autorevoli – Ant. giud. XVIII,87-
Per loro conta solo per il momento il ripristino della pax nella zona samaritano-galilaica ! E’ già pronto come tetrarca, il fedele Erode Agrippa!
Flavio, comunque, tace sulla partecipazione di Vitellio all’impresa di Pilato : il silenzio conviene quando bisogna nascondere episodi non graditi ai vincitori flavi!
Comunque, Marco, Vitellio è accolto di nuovo con sommi onori in città che risulta pacificata- dopo la controrivoluzione sadducea ed erodiana, dopo il ripristino della fedeltà a Roma con la costituzione di un nuovo sinedrio,! Anzi, ora dopo il favore del passaggio dell’esercito con le immagini nel territorio samaritano, invece che su quello giudaico, per la guerra contro Areta, il prefetto soggiorna riverito dal clero e dagli erodiani, nella città Santa, avendo stabilito di passare per la grande pianura/mega pedion.
Nota, amico, come Flavio conosce bene il luogo, in Guerra giudaica, II 188, parlando di Petronio, descrivendo la città di Tolemaide che sorge all’ingresso della grande pianura ed è circondata da catene di montagne: ad oriente, a sessanta stadi di lunghezza dai monti della Galilea , a sud dal Carmelo dista centoventi stadi, a nord dai monti più elevati che gli abitanti del luogo chiamano scala dei Tiri e distano cento stadi.
L’ accusa dell’eccidio, fatto da Pilato, al tribunale di Vitellio, vincitore di Artabano, e ripristinatore della pax augusta romana in Gerusalemme, da parte del sinedrio samaritano, che afferma che la sosta a Turathua era stata concertata proprio per sottarsi alla persecuzione di Pilato- ibidem- che forse li voleva punire per l’aiuto dato al messia galilaico- non è credibile!.
Perché? professore
i Samaritani non sono più fedeli ed hanno anche loro motivo di odio contro la rapacità dei pubblicani – non essendo più esentati da tasse e tributi!-e contro la giustizia romana sommaria!
Noi abbiamo maturato da tempo l‘idea che combacia e si sposa bene con la volontà dei samaritani– uomini sempre fedeli sotto Tiberio, anche se legati ai giulii e ad Antonia, che ha all’epoca al suo servizio anche Valerio Asiatico e Lucio Vitellio(legati ancora alla memoria dell’Augusta in epoca di Claudio)- ormai convinti di essere accomunati ai giudei e di doverne seguire la stessa sorte.
Flavio nel 74 ormai non distingue tra le varie popolazioni della zona ostili a Roma e non facendo cenno alcuno dell’impresa di Vitellio, troppo preso nell’ upourgia discorso celebrativo dei flavi, segue invece i vincitori che impongono il silenzio sui vitelliani. Marco, all’epoca , non è conveniente, ai fini di una ricerca di una pacificazione allora in atto tra i cives romani a Roma, parlare di Lucio Vitellio, senior, pater di Aulo Vitellio quando un suo figlio Aulo Vitellio – fatto uccidere dopo la seconda battaglia di Bedriaco, insieme al fratello minore Lucio Vitellio iunior e i nipoti, per aver decretato la propria rinuncia all’impero, davanti a Sabino fratello di Vespasiano, fatto poi massacrare proditoriamente dalla plebaglia, ancora a lui favorevole- un generale, di grande valore e di pretigio politico, capace di risolvere contemporaneamente la guerra contro Artabano III ed annientare il sogno messianico giudaico, ridando pax alla zona !
Pilato che torna a Roma , come colpevole, sotto scorta, risulta immagine vecchia di una storia Tiberiana mentre Vitellio che sta per entrare con Erode Antipa di nuovo a Gerusalemme nella Pasqua del 37 festeggiato- rimanendovi tre giorni durante i quali depose il sommo sacerdote Gionata dal suo ufficio e pose al suo posto Teofilo figlio di Gionata – è simbolo di una nuova età. quella saturnia del primo Caligola, neos Sebastos!
Infatti , per Flavio, nel quarto giorno gli fu recapitata una lettera che lo informava della morte di Tiberio: egli allora indusse il popolo a giurare obbedienza a Gaio dopo aver richiamato l’esercito che marciava contro Areta sospendendo l’impresa poiché non c’erano ordini diretti del nuovo imperatore. Ibidem 123-124.
Sembra, dunque, Marco, che Vitellio con la seconda entrata in Gerusalemme giustifica in parte la nostra supposizione circa il malkuth debellato e la crocifissione di Gesù,- dalla quale era iniziato un rapporto amichevole tra Erode Antipa e Pilato, già inquisito,- anche se lo scrittore giudaico mostra ancora la rivalità del tetrarca e di Areta IV ed anche quella tra Erode Antipa e l’epitropos di Siria, a seguito del trattato di Zeugma!.
Cosa era accaduto durante il trattato di Zeugma ?
Secondo Flavio (ibidem, 101-103) Artabano e Vitellio si incontrarono sull’Eufrate Si gettò un ponte sul fiume ed Artabano e Vitellio si incontrarono in mezzo al fiume (c’era un isolotto!) ognuno con la sua guardia del corpo. Giunti al termine degli accordi il tetrarca Erode diede una festa sotto una tenda da lui innalzata in mezzo al ponte con grande spesa E Artabano inviò suo figlio Dario a Tiberio come ostaggio con molti doni tra cui un uomo alto sette cubiti, di nome Eleazar, che per l’enorme altezza era chiamato Gigante. I due poi tornarono l’uno a Babilonia e l’altro ad Antiochia.
Come Vitellio diventa nemico di Erode Antipa, pur essendo ambedue giulii?
Secondo Flavio,-ibidem- Erode desideroso di essere il primo a comunicare all’imperatore la notizia che Artabano aveva dato gli ostaggi, scrisse una relazione precisa e completa e spedì corrieri con lettere che lo informassero esattamente e al governatore non lasciò più nulla di nuovo da comunicare.
Vitellio, infuriato per l’azione fatta da Erode, che avrebbe dovuto dovuto rispettare il grado del governatore di Siria, essendo a lui gerarchicamente inferiore, subì l’offesa di sentire dall’imperatore che i suoi dispacci erano arrivati tardi, rispetto a quelli di re Giudaico che l’aveva informato di tutto puntualmente, circa il trattato di Zeugma!
Professore, Erode Antipa “la volpe ” cominciava a temere un’inquisizione sulla sua tetrarchia e sul suo sistema di governo, incapace di frenare le istanze messianiche dei suoi galilei, aramaici, e i loro pericolosi legami con i confratelli parthici e con lo stesso Artabano!
La fretta e superbia del tetrarca saranno poi fatali davanti a Caligola perché Vitellio nel 39 d. C. si schiera dalla parte di Erode Agrippa e si vendica dell ‘offesa, recatagli, convalidando le accuse del nipote di mal governo della Galilea e della Perea, della guerra con Areta e dei contrasti tra il suo popolo e i samaritani.
Erode Antipa e Ponzio Pilato finiscono ambedue in esilio ad opera di Caligola, Professore! Hanno, comunque, un valore, ora, differente dal giudizio della tradizione cristiana. Per me, professore, Pilato è un prefetto di stampo tiberiano, un pretoriano, esecutore di ordini, non uomo che si lava le mani, tirandosi fuori, da ignavo, dai suoi compiti, ma un vir romano che ha potuto fare in parte il suo dovere prefettizio perché capitato in Iudaea nel momento peggiore della storia, quando l’etnia giudaica è sul punto di subire la massima punizione, rinviata di un secolo, per la sua fides monoteistica!. Anche lui è una vittima!