Appendice Il “corpo” di Antigono
I romani riconsegnarono nel 37a.C. il corpo /sooma del re asmoneo Antigono Mattatia, dopo la tortura e la decapitazione?
Non sembra. Inviarono, però, ad Erode messaggeri con la testa di Antigono per dare la certezza della sua morte ed avere la ricompensa in talenti e in preziosi.
Marco, Flavio – Ant. giud.XIV,487-491- scrive : Erode temeva che Antigono, custodito da Antonio, per essere portato a Roma, potesse avere la possibilità di perorare davanti al senato la sua causa e dimostrare di essere legittimo discendente di re, rispetto a lui, che era comune cittadino, e che i suoi figli avrebbero regnato in virtù della loro stirpe, nonostante le offese che egli aveva arrecato ai romani.
Lo storico giudaico conclude: (Erode) diede molto denaro ad Antonio e lo convinse a liberarsi di Antigono.
Questo viene detto a termine del XIV libro di Antichità giudaiche con cui viene evidenziata la fine della dinastia asmonea, dopo 126 anni di regno, con la conclusione della guerra coi Parthi, vinta da Antonio per legatos, prima, tramite Ventidio Basso e, poi, grazie a Gaio Sosio!
Quindi, professore, Flavio archivia storicamente il regno degli asmonei con la fine della guerra parthica, conclusasi con l’assedio e presa di Gerusalemme, ed inizia col XV a trattare del regno di Giulio Erode, figlio di Antipatro, capostipite della dinastia degli Antipatridi. E’ così ?!
Si. Nel mostrare i difficili inizi del suo regno, a causa della reazione armata degli aramaici, fedeli alla vecchia dinastia regia e alla persona di Antigono, mostra i tumulti in Gerusalemme – una città da poco presa dai romani ed ancora sotto le macerie- evidenziando la necessità del nuovo re, considerato illegittimo, di far bottino, di spogliare i ricchi gerosolomitani – tra cui Abba/Baba – al fine di avere a disposizione molta quantità di oro e di argento.
Professore, i tumulti popolari autorizzano Erode a reprimerli con l’aiuto dei romani e far giustiziare i nemici o ad esiliarli, incamerando i loro beni nel suo tesoro privato, facendo probabilmente doni anche al Tempio e ai sadducei!
Certo, Marco!
Flavio ( Ant. Giud., XV, 1-10), infatti, scrive…. fece uccidere 45 partigiani di Antigono e pose guardie alle porte delle mura affinché con i morti non si potesse portare fuori nulla in quanto queste perquisivano attentamente i cadaveri e quanto trovavano d’oro e di grande valore portavano al re, che.. avido padrone … li saccheggiava anche perché aveva bisogno di denaro, essendo la terra in riposo, in quanto si era nel settimo anno.
Professore, lei, in molte sue opere, ha fatto vedere il continuo stato di guerra dei giudei coi romani e le stragi perpetrate dai milites e, quindi, la processione di carri, pieni di morti, portati fuori dalle mura della città e in Erode basileus – il secondo libro del bios di Erode il Grande, il filelleno, opera inedita – tratta della vicenda insurrezionale di Costubar e mostra il suo tradimento, avvenuto circa 12 anni prima, all’epoca dell’ assedio di Gerusalemme e dei primi mesi del regno erodiano, dove parla specificamente dei figli di Baba/Abba!
E’ vero! Ne ho parlato!. Flavio, infatti, narra che nel 28 a.C. ancora esistevano dei rivoltosi favorevoli ad Antigono, e che Costubar con Lisimaco e Dositeo (Ant Giud., XV, 261-266) era tra i guardiani delle porte e che, all’epoca della presa di Gerusalemme, salvò i figli di Baba/Abba, stimati ed onorati da tutto il popolo, ritenuti uomini utili, in caso di cambiamento di governo, tanto da decidere di segregarli in Idumea, regione sotto il suo diretto controllo. Quando Salome ripudia il marito e lo accusa di tradimento, viene fuori tutta la vicenda dei figli di Baba/Abba, determinando la morte di loro e di Costubar.
Bene, professore. Ora, siccome so che Flavio, dopo aver evidenziato i primi atti regi di Erode e la sua difficoltà a regnare, è costretto a mostrare dettagliatamente la morte di Antigono ad Antiochia e a citare anche Strabone, come prova di verità, le chiedo se anche l’evangelista Giovanni, che narra di una vicenda di guerra, appena conclusa, quella messianica, usa la stessa tecnica informativa o si serve di qualche accorgimento per provare la morte di Gesù e poi per dimostrare la miracolosa resurrezione! Mi può mostrare i testi in modo da compararli?
Marco, io non ho difficoltà a citare Flavio Ant. Giud. XV,8-10 e neanche Giovanni 19,31-42.
Per il primo ti sintetizzo il pensiero e ti rimando alla mia traduzione del XV libro di Antichità Giudaiche: Antonio, avendo intenzione di mantenerlo vivo, per portarlo con sé a Roma per il trionfo, come emblema di nemico punito per la ribellione aramaica, filoparthica, lo tiene prigioniero a Antiochia. Erode, ora re di Giudea, fatta la strage dei fautori aramaici asmonei, coi loro beni forma un tesoro da inviare al triumviro e lo spinge, dietro compenso, ad uccidere subito il ribelle, informandolo che altrimenti egli non ha possibilità di regnare, essendo grande l’amore per la vecchia dinastia tanto quanto l’odio per lui, un romanizzato ed idioths/civis privato!. Detto questo, ti riporto, fedelmente, il testo italiano di Flavio: decise, allora, di tagliargli la testa: in altro modo, infatti, non si sarebbe potuto tenere tranquilli i giudei! Strabone il Cappadoce, confermando le mie parole, scrive: Antonio fece decapitare Antigono, precedentemente condotto presso di lui, ad Antiochia. Fu il primo romano a decidere di far decapitare un re: pensava, infatti, che non vi fosse altro modo che potesse cambiare il sistema dei giudei, che non potevano accettare Erode al suo posto, in quanto neanche sotto tortura essi lo avrebbero onorato ed acclamato re! Antonio pensava che così sarebbe caduta la sua memoria e fosse diminuito l’odio verso Erode!.
Quindi, professore, per Flavio, che riporta anche la fonte autorevole di Strabone, la testa di Antigono, inviata ad Erode è segno per gli ebrei aramaici che la loro dinastia nazionale è finita e che ora i romani impongono come re Erode, figlio di Antipatro, come loro kurios e che sono troncati i legami coi parthi!. Ma il sooma/corpo del re asmoneo che fine fa, come anche quello di tanti altri prigionieri portati ad Antiochia da Sosio, governatore di Siria, a guerra finita?
Questa, Marco, è una storia ancora da raccontare! sappi, comunque, che i corpi/soomata dei nemici, uccisi in battaglia o crocifissi, venivano ceduti dai romani al migliore offerente, a parenti o amici o partigiani, ricchi, che, pagando, potevano fare il loro ufficio funebre. Bastava pagare! Flavio riporta molti casi di riscatto di sooma ed io ne conosco molti e li ho citati nella Biografia di Erode. (Per il fratello Fasael, prigioniero e poi ucciso, avrebbe pagato fino a 300 talenti- XIV,371-, per l’altro fratello Giuseppe, ucciso da Antigono, il riscatto di 50 talenti è pagato da Ferora -XIV,430-). Anche Giovanni evangelista, senza dirlo esplicitante, si riferisce a questa pratica di riscatto, comune a parthi, ad asmonei e a romani, che applicano una norma prefettizia, pubblicana, che, comunque, è diversa in tempo di guerra, dato il gran numero di morti! Marco, ecco il testo di Giovanni: era il giorno della preparazione /paraskeuh’ e, dunque, i giudei richiesero hroothsan a Pilato -era infatti un giorno solenne quel sabato – per non far rimanere quei corpi sulla croce / epi tou staurou ta soomata, di far spezzare loro le gambe e di portarli via. Vennero, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro, che era crocifisso con lui. Venuti da Gesù, vedendolo già morto tethnhkota, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia e subito ne uscì sangue con acqua. Giovanni aggiunge: e quello, che ha visto, ha reso testimonianza, e vera è la sua testimonianza, e sa che dice cose vere/ o eoorakoos memarturhken kai alethinh autou estin h marturia, kai ekeinos oiden oti alhthh legei.
Professore, non è troppo insistente per essere vero il dire i fatti ricorrendo al poliptoto alhthinh – alhthh ?
Marco, l’uso del poliptoto giovanneo e dell’ avverbio alhthoos marcino (Marco,15,39 aleethoos outos o anthroopos estin uios theou hn/ veramente quest’uomo era figlio di Dio!) è davvero opportuno per una manifestazione di fede e ancora di più è dubbio tutto il testo, se rilevi che questo è detto come spiegazione di passi della Scrittura: non gli sarà spezzato alcun osso!; guarderanno a colui che hanno trafitto!
Professore, lei vuole dire che sotto c’è lettura allegorica di quanto avviene e che si scrive in tempi lontani dai fatti?
Certo Marco! i fatti sono letti, dopo decenni, in modo da essere significativi per i credenti in Christos, secondo una visione sapienziale e simbolica!. Infatti il sangue (col pane) è segno dell’eucarestia mentre l’acqua esprime il battesimo con sottensione dello Spirito Santo secondo una lettura tipica del IV-V secolo d.C. che considera la Chiesa come nata dal costato di Cristo, colpito da Longino, al pari di Eva nata da quello di Adamo (cfr. Agostino e Giovanni Crisostomo ). Giovanni seguita il racconto: Giuseppe di Arimatea quel discepolo -senza patronimico, indicato col solo nome di città, inesistente all’epoca, non identificabile, ignoto – che, di nascosto, era andato da Gesù, per timore dei giudei, chiese a Pilato di potersi prendere il corpo di Gesù/to sooma tu Ihsou e Pilato lo concesse (epetrepsen). Venne anche anche Nicodemo, che la prima volta era andato da lui, di notte, e portò una mistura di mirra e di aloè di cento libbre/pheroon migma amurnhs kai alòhs oos litras ekaton.
Quindi, si può dire, professore, che due del consiglio dei settanta, due sinedriali vanno da Pilato, in via ufficiale, a chiedere il sooma di Gesù e lo ottengono, non come discepoli ma come notabili consiglieri, protoi, per conto della comunità gerosolomitana!
Certo, Marco! La precisazione di Giovanni fa escludere, data la vigliaccheria dei due, che essi, da privati, si espongano, dopo la morte di Gesù! Essi rappresentano quel Sinedrio nuovo, filoromano – subentrato a quello vecchio filoparthico e messianico – che si è lamentato della scritta in triplice lingua sulla croce circa la regalità del Crocifisso e che era stato zittito dallo stizzito Pilato, che aveva risposto o gegrapha, gegrapha! Professore, io penso, come lei, che i due discepoli, segreti, non certamente dopo la morte del Messia possono aver il coraggio di fare un richiesta privata e familiare compromettente!
Tu ritieni , dunque, con me, che tutto il testo di Giovanni, scritto dopo molti decenni dai fatti, è equivoco nel processo davanti ad Anna e kaifas e in quello davanti a Pilato, perché non mostra il clima di guerra e parla di un uomo che si è fatto Dio – inconcepibile all’ epoca !- perciò, degno di crocifissione secondo la legge ebraica (cfr. Giovanni 19,7 – anche se accenna al lhisths Barabba– cfr ibidem 18,40 e cfr. Marco 15,7, che parla di un desmios un prigioniero, o legomenos Barabbas, il detto Barabba/figlio di Abba, che con altri rivoltosi stasiastai aveva commesso nella rivolta/stasis un delitto-!).
Certo, professore, sono d’accordo anche io perché Pilato insiste sul regno/basileia di Gesù, pur salutato per scherno -diciamo noi!- re dei giudei dai soldati, anche se stranamente non trova colpe in uno che è detto re (maran?!) dei giudei o si è autoproclamato sovrano di un territorio romano – seppure a parole viene fatto risultare dopo molti anni da uno scrittore efesino, un re di un regno non di questo mondo/h basileia h emh ouk estin ek tou kosmou toutou, i cui ministri/ uphretai avrebbero combattuto hgonizoonto, per non darlo in mano ai giudei!–
Inoltre, Pilato, professore, fa appendere una tabella con iscrizione col titolo regale di Gesù sulla croce – che già di per se stesso risulta un crimen di lesa maestà nei confronti di Tiberio, che non ha autorizzato la sua exousia/il potere, dato, invece, dal nemico partho Artabano III, secondo la sua ricostruzione storica! Comunque, lasciando da parte i Vangeli, Flavio nella sua opera, parla, altrove, di soomata?
Flavio ne parla in altre parti della sua opera e, in specifico, in due punti, uno di Guerra Giudaica ed uno di Bios-. Esaminiamo Guer. Giud. V, 13, 7 (367.69), in cui il sacerdote ebraico, ora al servizio di Tito, come interprete, mostra gli orrori della guerra in corso: in quei giorni si rifugiò Manneo, figlio di Lazzaro, il quale riferì che, attraverso una sola porta, affidata alla sua sorveglianza nel periodo tra il 14 del mese di Xantico, quando i romani si erano accampati presso la città e il primo del mese di Panteno, erano stati trasportati fuori 115.880 cadaveri. Tutti questi appartenevano ai ceti popolari più bassi ed egli, pur non essendo preposto a questo ufficio, li aveva dovuto contare perché aveva l’incarico di pagare col denaro pubblico le spese del trasporto, mentre gli altri erano sepolti a cura dei parenti che facevano la sepoltura, tirandoli fuori e buttandoli via dalla città/tous de loipous oi proshkontes ethapton, taphh d’hn to prokomisantas ek tou asteos ripsai.
La mia traduzione, Marco, diverge da quella di Giovanni Vitucci di norma perfetta, che in Guerra giudaica, II, Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori editore1974, non è chiara e risulta quasi contraddittoria, in quanto, da una parte, mostra il pietoso ufficio di seppellire thaptein, fatto dai proshkontes/ congiunti che hanno da compiere il dovere funebre e, da un’altra, sembra che i cadaveri siano estratti dal mucchio e buttati via dalla città.
Noi, invece, pensiamo che la sepoltura a cura dei pii parenti consisteva nel precipitarsi a levare/ riptein dal mucchio i corpi dei propri cari morti che, una volta tratti fuori, vengono portati, processionalmente, al luogo stabilito nei limiti della contingenza della situazione bellica. Si è in guerra! e sembra che i morti, contati con quelli delle altre porte, siano 600.000, a detta di altri custodi, rifugiati, in seguito, presso i romani!
Marco, per capire quanto scrive Flavio devi sapere che esiste un magistrato responsabile, sorvegliante di ogni porta, incaricato da un phrourarchos/ capo della guarnigione, a far svolgere un servizio ad uomini, pagati a spese pubbliche, in relazione al numero dei morti accertati, e a verificare i cadaveri e a commissionare, dopo l’uscita dalla città, il trasporto su carri dei corpi a schiavi o liberti , che, con asini e vecchi cavalli, guidano le carovane mortuarie in zone designate per la sepoltura plebea. E’ sotteso che il costo della sepoltura popolare a spese pubbliche è modico, e in relazione al percorso da fare fuori città e al numero dei carri impegnati al bisogno, mentre il riconoscimento dei cadaveri dei protoi e il loro trasporto è un rito privato con un corteo di familiari, che portano profumi per la dovuta imbalsamazione!.
Ora, professore, capisco il motivo per cui lei, sempre rispettoso della traduzione altrui, perfino di quella di Luigi Moraldi- da lei ritenuto un traduttore di traduttori, frettoloso, rispetto ad altri già da tempo impegnati nella stessa traduzione di Flavio – (Antichità giudaiche, I,II, UTET, 2000), in questo caso, ha voluto fare un proprio intervento sul testo, riportato dal Vitucci!.
Marco, grazie per la tua amichevole approvazione! Sappi, comunque, che Flavio narra di un altro episodio, bellico, quello accaduto a Tecoa, descritto in Bios (Cfr. Giuseppe Flavio, Autobiografia, Introduzione Traduzione e note di Elvira Migliario, Testo greco a fronte, BUR,1994).
Giuseppe, all’epoca, anche se prigioniero, segue Tito che, nel 69 d.C., riprende l’assedio di Gerusalemme, ancora nel quadro di guerra civile, tra Vespasiano e Vitellio (cfr. Vespasiano e Il regno e Apollonio di Tiana e Gesù di Nazareth) e svolge la funzione di interprete, invidiata- anche se spesso è accusato di tradimento dai suoi contribuli-! In seguito, quando scrive Guerra giudaica mostra il suo amore per la patria, per Gerusalemme, per il Tempio distrutto, per i confratelli ed evidenzia la sua emozione caritativa di fronte alla tragedia dei suoi amici e parenti e ricorda atti di generosità personale verso i suoi compatrioti, seppure rabbiosi nei suoi confronti ed invidiosi. Lui, ora, vive a Roma nella stessa casa dove viveva Vespasiano da privato con Cenide, ha onori ufficiali, ha in dono ville e terreni in Italia e in Giudea ed ha la cittadinanza romana e fa parte della familia flavia tanto da parlare alla pari col suo basileus Giulio Erode Agrippa II e con Berenice, allora destinata a divenire moglie di Tito, che convalidano ed approvano la sua opera storica!.
Quindi, il racconto del suo amore per il suo popolo vinto e per la Iudaea capta è da vedere da questa nuova angolazione di civis romano e di rispettato liberto imperiale!.
Certo, Marco! Comunque, così scrive, dopo aver mostrato di aver liberato, grazie alla protezione di Tito, 195 amici e parenti, raccontando l’incontro con molti prigionieri crocifissi, tra cui tre amici (Bios, 420-21): inviato da Tito con Cereale e 1000 cavalieri / chiliois ippeusin ad un villaggio, chiamato Tecoa, per verificare se il villaggio era adatto ad accogliere un campo trincerato/ charaka, nel ripartire, vidi molti prigionieri crocifissi e ne riconobbi tre, che erano stati miei amici, e ne ebbi il cuore straziato ed andai subito da Tito a dirlo. Egli ordinò che immediatamente fossero tirati giù e che ricevessero le cure più attente e due di loro morirono, ma il terzo sopravvisse.
Professore, al di là di questi fatti, viene fuori che, in tempi di guerra, prevale la disumanità, normale per i romani, un popolo in continuo stato di guerra, che dalla vittoria ha una grandissima ricchezza, che, a fiumi, arriva da tanti popoli soggetti, alla Capitale. Flavio è da vedere certamente come un filoromano, costretto dalle vicende alla guerra nel periodo galilaico, e, dopo Iotapata, divenuto schiavo, risulta un traditore, eukairos/ opportunista, un collaboratore dei romani che se ne servono come interprete ed intermediario fidato coi Giudei specie gerosolomitani, presso i quali vive forse ancora il padre – sacerdote della prima delle 24 classi sacerdotali, un notabile gerosolomitano, coetaneo del nostro Gesù- ed anche la madre discendente asmonea, che, in un’occasione, piange il figlio, perfino, come morto – cfr. Giusto di Tiberiade -. E’ chiaro che in tale stato come scrittore, cerca di alonarsi, vestendosi da filantropo e benefattore per amici e parenti: questo capitò dopo il 70 d.C., ma la stessa cosa potrebbe essere stata fatta dagli evangelisti che narrano molto dopo l’impresa fallita messianica del 32-36 d.C., che, comunque, aveva lasciato tracce di un pur breve periodo di Malkuth, glorioso, e specie Giovanni potrebbe aver stravolto i fatti, grosso modo narrati da Marco e Matteo, e già mitizzati da Luca, vivendo in tempi apocalittici ed escatologici: Giovanni /lo pseudo Giovanni, più degli altri, visionario, dà una sua visione falsata del Christos, della sua morte e della sua resurrezione, dei miracoli galilaici come testimonianza della presenza del Messia, ancora vivente, cantato dalla toledoth. Siccome gli sfugge la realtà cruda della guerra, ricrea figure, non storiche, di Gesù e di Pilato e degli altri protagonisti della vicenda!.
Professore, operando in questo modo, lei mi permette di pormi domande circa il corpo di Antigono, ma anche circa il sooma di Gesù e il sepolcro vuoto, in quanto la situazione autorizza un esame da un’altra angolazione.
Marco, cosa vuoi dire realmente ?
Vorrei sapere da lei, che ha operato e sulla vicenda reale del Christos e sul muthos galilaico della tradizione:
1. se i romani vendettero il corpo di Antigono, maran giudaico di Gerusalemme, dopo una guerra vinta contro i parthi, perché non avrebbero potuto fare la stessa operazione col corpo di un altro maran, dopo oltre un settantennio, a seguito della vittoria sui Parthi di Lucio Vitellio, del trattato di Zeugma e la successiva morte di Tiberio, con la proclamazione nella città Santa dell’avvento al trono del neos sebastos Gaio Germanico Caligola?;
2. se la prima entrata, solenne, a Gerusalemme di Lucio Vitellio, avvenuta nella Pasqua del 36 d.C., determina la crocifissione di Gesù e la seconda, ancora più solenne, sempre nel periodo pasquale, del 37 d.C. risulta proclamazione di Caligola giovane augusto, sovrano dell’ecumene, simbolo di una nuova età dell’oro per l’Oriente e l’Occidente, espressione di una pacificazione tra tutti i popoli e specie tra ebrei e romani, ora affratellati di fronte all’ evento dell‘avvento di un divino puer, che autorizza le più rosee speranze per l’universo, come si legge in Filone, prefazione a Legatio ad Gaium ( cfr. A.Filipponi, Legatio ad Gaium, e.book Narcissus 2011), – non si può pensare che in tale clima di euforia e di gioia universale cessino le ricerche del corpo di Gesù, trafugato dai romani nel corso del riposo del Sabato , estese, poi, anche in Galilea da Pilato -subito esautorato dal legatus imperiale, trionfatore su Artabano III – per ordine di quel Marcello, suo provvisorio sostituto, destinato a cedere il mandato prefettizio ad Erode Agrippa favorito di Gaio Caligola, che lo fa tetrarca prima dell’ Ex tetrarchia di Filippo e poi di quella di Galilea e Perea, tenuta da Erode Antipa, ed infine, divenuto re, ad opera di Claudio, dell’intera Iudaea, riunificata?- cfr. Giudaismo romano II E book Narcissus 2012 -.
Marco, alla prima domanda rispondo che è possibile che i romani abbiano effettivamente sottratto il corpo di Cristo e lo abbiano venduto come fecero con quello di Antigono decenni prima, ritrovato in un Ossario nel 1971 da archeologi ebraici in una nicchia segreta di una delle due camere costituenti la Grotta detta di Abba; per la seconda ti aggiungo che si vive in un momento magico per l’impero romano che festeggia per sette mesi il nuovo giovane re del Mondo, che, comunque, passa improvvisamente da una continua festa ad uno stato di disperazione e di trepidante attesa, alla notizia di una malattia mortale che ha colpito il divino puer e, quindi, rimane per un periodo di circa tre mesi in affanno, in cui si prega, si sacrifica, si fanno voti augurali di ogni genere per la guarigione del giovane amatissimo/ peroptatissimus figlio di Germanico, ristabilitosi negli ultimi giorni di gennaio del 38 d.C.: Filone parla di un giubilo indescrivibile popolare, incontenibile, in ogni parte dell’oikoumenh e greca e barbarica: Marco, in quel tempo, Caligola, erede di Tiberio, è segno di una pacificazione generale straordinaria nell’impero romano, a seguito della vittoria su Artabano III: si teme solo l’invidia degli dei/phtonos toon theoon, vista la irraggiungibile grandezza e potenza di Roma, governata da un solo Signore, di stirpe divina! Che valore poteva avere, in un tale clima di rinnovata certezza di pace, grazie all’erede divino della divina famiglia giulio-claudia, la ricerca di un sooma di un povero galileo, di un ribelle maran vinto e crocifisso, venduto dai soldati a partigiani, desiderosi di seppellirlo degnamente in Galilea?. Specie quando a capo delle due tetrarchie erodiane è signore Giulio Erode Agrippa, un principe gerosolomitano amico e maestro di Caligola, che ha nel suo nome stesso una storia di romanizzato ma ha nel sangue i geni congiunti della stirpe asmonea in quanto discendente dalla nonna Mariamne, figlia di Alessandra di Hyrcano, e quelli della stirpe erodia in quando figlio di Aristobulo – suo secondogenito e di Erode il grande, destinato a riunire tutto il regno dei propri avi, grazie al debito di riconoscenza dell’imperatore Claudio, fratello di latte!
Dunque, professore, secondo lei, i soldati romani possono aver venduto il corpo di Gesù e rimanere anche impuniti date le circostanze favorevoli, epocali, per circa una ventina di mesi, essendo cessate le indagini sul sooma di Gesù e sulla sua presunta vita di risorto in Galilea, sui miracoli della pesca sulla sua ascesa al cielo e sull’invio degli apostoli a predicare il khrugma evangelico, a seguito della calata dello Spirito Santo!
Allora, professore, in una tale situazione è probabile la nascita della leggenda di Gesù che, non essendo morto– era stato curato e salvato da amici che avevano acquistato il sooma!-. Secondo la medicina attuale Gesù, come crocifisso poteva morire per asfissia perché piegato in avanti, e rimanendo in tale posizione si sarebbe potuto soffocare, ma ricevuto il colpo di lancia, emise sangue con acqua e poté avere una certa respirazione proprio quando era svenuto ed appariva morto, per poi cadere in uno stato di deliquio comatoso, profondo, tale da non accorgersi neppure di essere sepolto da mani pietose! Rinvenuto nello tomba, si era risvegliato e i romani, venuti per vendere il corpo lo trovarono svegliato dal torpore del coma e, pur sbigottiti, lo consegnarono ai compatrioti galilaici, seguaci, che lo trasportarono in Galilea e lo fecero curare da medici!
Marco, sei molto fantasioso! Hai letto Caritone di Afrodisia, (Il romanzo di Calliroe, a cura di Renata Roncali, testo greco a fronte, Bur 2012)? Vi si legge che Calliroe. sepolta perché creduta morta dopo un calcio all’altezza del diaframma – che bloccò il respiro (IV,12) – dato dal suo fidanzato Cherea, geloso, si sveglia, quando alcuni predoni, marinai, sono intenti alla violazione/Tumbooruchia e al saccheggio della tomba/ierosulia : ta de peri Kallirohn allhn elàmbane paliggenesian kis tinos apheseoos eggenomenhs, mogis kai kat’oligon anepneusen/ quanto a Calliroe, otteneva la sua rinascita una seconda volta e come avvenne l’emissione di fiato, che era venuto meno per via del digiuno, a fatica, a poco a poco, riprese a respirare, poi ricominciò a muovere il corpo nelle sue parti ed, aperti gli occhi, ebbe la sensazione di essersi svegliata da un sonno /aistheesin elambanen egeiromènhs ecs upnou VIII,1 -!
La tua ricostruzione, Marco, non ha alcuna base storica se non la frase di Bios di Flavio che uno dei tre crocifissi di Tekoa si salvò e una bella favola milesia, raccontata da Eumolpo uno dei protagonisti di Satyricon di Petronio, la Matrona di Efeso cfr. 111-112 ( Satyricon a cura di Vincenzo Ciaffi.UTET 1967). Non te la ricordi? L’ho narrata molte volte per mostrare la levitas/leggerezza delle donne, anche le più pudiche, facili ad innamorarsi e a dimenticare, perfino, i figli, pur di aver una esperienza fuori casa /peregrina libidine!- Ibidem,111- Te la sintetizzo. Si tratta di una donna che trascorreva in pianto il tempo e viveva nel sepolcro stesso, nella cripta, dove era la salma del marito, secondo l’uso greco, vegliandolo e compiangendolo…decisa a morire di fame, avendo accanto una ancella. Tutti, senza distinzione di classe riconoscevano che mai si era visto nella realtà una prova così lampante di amore di pudicizia! -ibidem-. Accadde che il governatore della provincia/imperator provinciae fece crocifiggere dei ladroni secundum illam casulam in quan recens cadaver matrona deflebat/ vicino all’edicola in cui la matrona compiangeva il suo uomo. Un soldato incaricato di sorvegliare le tre croci affinché i corpi non fossero asportati, di notte sentì piangere e si avvicinò al sepolcro e vide la bella donna con la serva, che aveva un lume. Stupito per la divina bellezza della matrona, resosi conto della situazione, portò la sua cena alla servetta che, mangiatane un po’, convinse la padrona ad assaggiare e a bere qualcosa, dopo cinque giorni di digiuno. Il soldato, convinta la donna a mangiare ed a bere, le portava ogni giorno, appena poteva, la sua cena! La matrona cominciò a mangiare e poi ad accettare anche la corte del giovane e belloccio soldato, sollecitata anche dalla serva, tanto che alla fine il miles, entrato nel sepolcro, si accoppiò con lei. Avvenne, però, che le assenze del soldato furono notate dai parenti dei crocifissi che rubarono un corpo. Il soldato, appena si accorse di ciò, temendo la punizione del governatore, sguainò la spada per uccidersi, ma fu frenato dalla donna che non meno pietosa che pudica / non minus misericors quam pudica ebbe a dire: Dio non voglia che dei due uomini più cari, che ho avuto, io assista ad un tempo a due funerali! preferisco appendere un morto che uccidere un vivo! malo mortuum impendere quam vivum occidere.
Petronio fa chiudere il racconto ad Eumolpo così: il giorno dopo, il popolo era lì a chiedersi, stupito, come il morto fosse salito in croce/posteroque die populus miratus est qua ratione mortuus isset in crucem! -ibidem 112,8-.
Professore, ora mi ricordo! Comunque vorrei conoscere i particolari del ritrovamento dell’Ossario della grotta di Abba, certamente più interessante della fabula milesia, dato il valore di un ritrovamento archeologico.
Non è cosi?!
Come no!. Non si tratta, mica, di una fabula , raccontata in un romanzo antico, ma di un fatto vero.
Bene. Professore, io ascolto.
Marco, io so che al Museo nazionale di Gerusalemme c’è esposto un reperto del 1968, un chiodo ficcato su un piede di un crocifisso del I secolo d.C. di un tale Yohanan ben Hagdol, trovato non lontano dalla Grotta di Abba, nello stesso quartiere di Givat Hamivtar, che ha un’iscrizione aramaica del primo secolo a.C. ll ritrovamento della grotta è del 1971 nel corso di scavi per le fondazioni di una casa civile , ed essa, oltre ad un Ossario molto ben decorato, ha una iscrizione in lingua aramaica, in cui si legge : Sono figlio del sacerdote Eleazar, Abba, l’oppresso, nato a Gerusalemme ed esiliato a Babilonia, quello che ha riportato Mattatiah, figlio di Giuda e che lo ha sepolto, nella grotta che ho acquistato.
Professore, si parla di Antigono Mattatiah figlio di Aristobulo II?
E’probabile, ma non è certo. Comunque, l’Ossario, in calcare, era sotterrato, nascosto in una nicchia, sotto terra, e potrebbe essere di un personaggio di grande rilievo. Le ossa, inoltre, sono compatibili con l’epoca della morte di Antigono, la cui identificazione resta enigmatica, nonostante l’iscrizione. Infine l’attribuzione ad Abba/Baba è tutta da studiare e ,allo stato attuale, non si hanno reali indicazioni circa l’assimilazione.
Professore, dopo il ritrovamento, ci saranno stati studiosi che hanno cercato di risolvere l’enigma?
Nel 2013, Yoel Elitzur, storico della Hebrew University considera Abba un sostenitore degli asmonei, esiliato da Erode, che, al ritorno dall’esilio, essendo di passaggio ad Antiochia, forse richiamato in patria insieme ad Hyrcano, (cfr. Erode Basileus), ebbe la possibilità di riportare a Gerusalemme i resti del re asmoneo, in forma non pubblica, ma segreta e nasconderli sotto il pavimento di una delle due camere della Grotta, da lui acquistata, lasciata in eredità ai suoi figli, come un bene da conservare lontano dagli sguardi altrui!. Anche Israel Hershkovitz, antropologo dell’Università di Tel Aviv, rileva che nell’Ossario di Antigono c’è un chiodo in una mano che fa pensare ad una tortura e ad una crocifissione, prima della decapitazione.
Professore, quindi gli ebrei si sono impegnati a comprendere la figura di Abba e a ricercare il sooma di Antigono!
Marco, ti aggiungo che anche l’archeologo James Tabor si dice che sia interessato alla Grotta di Antigono, ma, finora, non ha pubblicato niente in merito.
Professore, gli ebrei dovrebbero essere interessati più dei cristiani all’enigma della morte di Antigono e alla scomparsa del corpo anche per le molte somiglianze con la passione e morte del Christos! Essi potrebbero, dati i mezzi a disposizione, arrivare a scoprire qualcosa circa il sepolcro vuoto del Messia, circa il sooma di un uomo, non certamente risuscitato e tanto meno salito al cielo, alla destra di Dio Padre!
Marco, non mi sembri più Marco! Col venire dietro di me, col seguire la ricerca di un laico, stai guardando il cristianesimo da un’altra angolazione e …stai perdendo …la fede!
PER UN BIOS STORICO DI PONZIO PILATO
A Pina Mandolesi, mia moglie
Historia vero est testis temporum, lex veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur ?/Chi se non l’oratore raccomanda all’immortalità la storia, testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggero di antichità (Cicerone, De oratore, II, 9,36)
Professore, Ho letto alcuni libri su Ponzio Pilato, tesi a sciogliere l ‘enigma della sua figura di procuratore e a valutare il giudizio della condanna a morte di Gesù Christos, ma non ho capito quasi niente, eppure sono due buoni scrittori e conoscitori di storia?! mi riferisco a Helen K. Bond Ponzio Pilato, Paideia 2008 e Aldo Schiavoni, Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria. Einaudi 2016.
Marco, tu ti riferisci specie ad Aldo Schiavone e alla sua volontà di sciogliere l’enigma Pilato, procedendo secondo i vangeli, senza ver chiara la sitauzione e il quadro storico degli anni 32-36 d. C.del Malkuth ha shemaim, a lui del tutto ignoto .
Le chiedo, professore, perché non ci parla di Ponzio Pilato e ci precisa davvero il decennio di procura (26-36 d.C.), in modo scientifico, o almeno il più oggettivo possibile, secondo le formule tuzioristiche, così da migliorare la figura ambigua di Christos uomo, Messia, re, mastro e zelota?.
Noi, tuoi alunni, sappiamo del Regno dei cieli, aramaico è differente dal Regno di Dio, ellenistico, ma non conosciamo realmente Ponzio Pilato e nemmeno il suo mandato in Iudaea!
Per noi la sua morte è avvolta nella leggenda, come quella di Gesù! Di lui tutto è indefinito – origine, nome, giovinezza, formazione, cultura, periodo militare, perfino il decennio come amministratore cum iure gladii, cioè di praefectus con funzioni militari, non è chiaro perché è sconosciuto il contesto anche geografico di una regione, all’epoca già ritenuta ellenizzata e romanizzata, la Iudaea, ma non ancora sottomessa e soggetta, nonostante il censimento di Qurinio e l’invio di già 4 procuratori augustali, dopo quasi 90 anni dalla prima conquista di Pompeo di Gerusalemme e dopo 65 dalla seconda di Sosio, per ordine del Triumviro Marco Antonio – che eseguiva, di fatto, il mandato senatorio del 40 a.C. di uccisione di Antigono filoparthico e di esautorazione della dinastia Asmonea, a favore dell’ investitura a re/basileus, nominale, di Giulio Erode-?!
Certo. Marco! Devo precisare molte cose che ho detto in Jehoshua o Iesous? (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni, 2003 ) e in altre opere, a cominciare dal Nomen di Ponzio Pilato.
La figura di Ponzio Pilato non ha sostanza reale umana, come quella di Christos, perché coi secoli è stata oscurata da quella, alonata, di Gesù uomo-dio, giudeo di Galilea, messia, fondatore di una religione di amore, in un periodo di guerra tra la nazione giudaica e l’impero romano, che teneva in una piccola zona, in tre punti diversi, tre guarnigioni, una a Cesarea Marittima di una legione intera, una postazione militare sulla Torre Antonia sopra al Tempio ( 1 coorte) ed una mista di fanteria e di cavalleria a Cafarnao in Galilea, di supporto al tetrarca Erode Antipa, oltre alle truppe sebastene ausiliarie e alla presenza in Siria di 4 legioni sul confine eufrasico.
Un grande spiegamento di forze militari per una piccola regione che era 1/132- un centotrentaduesimo dell’impero romano – compresa la fascia costiera mediterranea, la Galilea e Perea erodiana e le zone ituraiche sotto Filippo-!
Marco, la tipicità ebraica richiede una particolare attenzione da parte dell’imperatore Tiberio, che considera strategica l’annessione fatta da Augusto della Iudaea erodiana (Giudea, Samaria e Idumea e zona costiera) a causa della centralità del Tempio di Gerusalemme e della perfidia della popolazione giudaica, divisa in ellenistica filoromana (erodiani e sadducei) ed aramaica filoparthica (popolo e piccolo e medio sacerdozio) rispettivamente di cultura greca/ Paideia, la prima, e aramaica /Musar, la seconda, legata per stirpe, lingua e religione al regno dei Parthi, dominato dal re dei re Artabano III, che rivendica i territori di Siria e Giudea e di Asia Minore come propri, secondo la tradizione achemenide, seleucide ed, ora, arsacide.
Il muthos, professore, ha avuto, dunque, il sopravvento sulla storia tanto che si favoleggia sulla nascita e sulla morte, sul periodo che precede l’ arrivo di Ponzio Pilato in Iudaea e su quello della sua condanna, dopo il richiamo a Roma da parte di Tiberio e il successivo giudizio sotto Gaio Germanico Caligola!. E’ mio vivo desiderio che lei orienti me e i miei compagni in un periodo molto complesso per la definizione stessa della figura di Tiberio e della sua politica antiparthica, dominata per il primo quinquennio da Elio Seiano e nel secondo da Macrone e Caligola più che da Tiberio, caprino!.
Marco, tu vorresti comprendere esattamente la reazione di Tiberio in senso antiseianeo e poi antiparthico, cosa da me affrontata già in Caligola il Sublime e in Giudaismo romano II e volgarizzata nel romanzo L’eterno e il Regno (Ebook Narcissus 2012)- prima ancora di affrontare il problema della curatela di Ponzio Pilato – rimandato a Roma da Lucio Vitellio vincitore di Artabano III, sotto il consolato di Ponzio Nigrino e di Acerronio Proculo, per subire il processo intentato dai Samaritani, condannato dal neos sebastos, poco prima della sua malattia, prima dell’ attuazione della politica della Neoteroopoiia e dell ‘Ektheoosis!
Mi vuole dire, professore, che Pilato è condannato nel periodo universalmente accettato dagli storici del buono stato di salute di Caligola, ritenuto perfetto principe, amatissimo dal popolo e dai militari, ben guidato dall’onnipotente Macrone – la cui moglie Trasilla è amante del giovane imperatore, da poco vedovo- nella rinnovata saturnia età dell’oro, secondo Filone (incipit di Legatio ad Gaium !)
Marco, ti aggiungo che è probabile che la Claudia, moglie di Pilato, non abbia alcuna parentela, neanche se fosse la bambina nata ad Urgulanilla, poi esposta, per ordine di Claudio, che non l’accoglie nella sua domus e ripudia la madre per tradimento coniugale! Preferisco pensare che Pilato sia parente di Ponzio Nigrino e che sua moglie Claudia Procula sia un ‘Acerronia Procula !
Comunque siano i rapporti della Domus Pontia con i consoli dell’anno 37 d.C. e con i giulio/claudi, l’esilio a Lione, in una zona gallica, ebraica, non è una punizione grave, da parte di un Giudice, che risulta clemente! L’esilio di Pilato è nella stessa zona in cui , due anni dopo, l’imperatore confina Giulio Erode Antipa e la moglie Erodiade per l’accusa di rapporti tra il prefetto romano e il tetrarca galilaico, alla presenza, ora, di Lucio Vitellio, scrittore di Commentaria della recente impresa parthica!.
Professore, vuole iniziare il bios di Ponzio Pilato dal suo esilio ad opera di Caligola!. Mi piace l’idea!. Iniziamo il lavoro.
Marco, per prima cosa preciso la non attendibilità storica del ritorno di Pilato in epoca Flavia, in Italia e a Roma, su un carro trainato da bufali indemoniati, che precipitano il corpo del prefetto imperiale, dopo ampi giri nell’Appennino centrale, entro il laghetto ancora oggi detto di Pilato, sotto il Vettore, divenuto caro nel Medioevo, ai Negromanti dei monti sibillini. Storicamente, Pilato non può essere rimasto ancora per oltre trenta anni in un territorio a lui ostile, dopo il richiamo tiberiano! Insieme con questa leggenda picena, cadono tutte le altre di epoca neroniano-flavia di un iter in Valle di Aosta e in Savoia del carro trainato da bufali, prima di arrivare a Vienne – come anche del passaggio di S .Pietro nella zona (cfr. Valore storico di Cronaca di Novalesa )-.
La leggenda del laghetto di Pilato, professore, potrebbe sottendere una verità, quella della ubicazione della famiglia Pontia nell’Appennino centrale e di una nascita del futuro procuratore imperiale nel Samnium- IV Regio augustea-?.
Non so, Marco, anche se non posso escludere che Pilato sia un eques di origine sannita, in quanto ci sono almeno tre distinti rami di Pontii ( quello di Aquila, di Nigrino e di Pilato) che sembrano essere uomini di una gens addetta agli acquedotti e alla costruzione di Ponti, stanziati ad Isernia, ad Amiterno e a Bisenti, ed anche in Umbria ed Etruria e in altre località anche campane, montuose, dove hanno Villae, sia gli Aquila che i Nigrino e i Pilato.
Allora può convalidare una nascita vestina/teramana di Pilato a Bisenti?
Marco, non ho prove per dirlo, ma so della presenza di una casa di Pilato con un impluvium, che ha alcune condutture idriche,laterizie, posta nel paese della valle del Fino, confinante da una parte con la Sabina (Amiternum) e da un’altra con la valle del Vomano, zona del Picenum (V Regio) , dove sembra già insediata da secoli una colonia cananea di lingua aramaica, fuggita dalla patria, dopo il ritorno degli ebrei, favoriti da Ciro il Grande nel 536 a.C.!.
Per questo, professore la zona era detta palestina piceni?
Non credo Marco che la denominazione sia, però, di epoca augustea perché il termine divenne consueto in Italia dopo la galuth ebraica, quando Adriano nel 135 d.C. denominò Palestina la ribelle Iudaea, dopo la vittoria su Shimon Bar Kokba, ultimo eroe-messia giudaico!
Comunque, nella zona il sannita Pilato, da giovane, potrebbe aver avuto rapporti con la comunità cananea, aramaica?.Per diventare prefetto non bisognava conoscere la lingua del luogo? E’ così ? professore!
Ci sono molte leggi De provinciis consularibus: la lex Poppia stabiisce i costituenti la familia al seguito del praefectus, la lex Sempronia regola il comportamento degli esattori, pubblicani, dell’ordine equestre, in Asia, mentre l’orazione omonima di Cicerone marca il mal governo di Cesare in Gallia e quello di Gabinio in Siria e Giudea – che tradidit in servitutem Iudaeis et Syris, nationibus natis servituti!- e le leges, successive, quando già c’è la divisione in province senatorie e province imperiali, sembrano stabilire il criterio che il proconsole o propretore abbia una competenza linguistica per svolgere proficuamente il suo compito, così da aver rapporto diretto con gli amministrati locali e con la burocrazia provinciale. Comunque e dovunque abbia appreso la lingua aramaica, Marco, è probabile che la carriera militare di Ponzio Pilato sia stata in relazione a quella del coetaneo Elio Seiano – che fece il soldato/primum stipendium meruit- al seguito di Gaio Cesare nella spedizione armena – accanto a cui il sannita rimase in zone di lingua aramaica, al servizio dei legati Lollio o Quirinio, o altri!-, dopo il suo ferimento invalidante e la malattia che lentamente condusse il dux principe, alla morte a Limira nel 4 d.C.
Quindi, non solo nella zona italica Palestina piceni, ma anche lungo la fascia eufrasica, dove le popolazioni parlano l’ aramaico, potrebbe aver appreso, in compagnia di Seiano, la lingua parlata in Giudea?. Per lei, anche Seiano ha una cultura aramaica? Per Filone -incipit in Flaccum– il pretoriano è il nemico più grande degli ebrei, dopo Caligola – anche lui conoscitore della lingua aramaica fin da bambino, probabilmente dall’epoca del suo viaggio a Petra, col padre e con la sua famiglia, alla corte di Areta IV!-
Professore, lei, certamente, non può dire che Seiano e Caligola, in quanto nemici dell’ ebraismo aramaico, debbano aver necessariamente una cultura aramaica e conoscere la lingua!
Con sicurezza, Marco, non si può affermare niente, ma neanche negarlo! Comunque si potrebbe pensare che la carriera di Ponzio Pilato, al di là della possibilità di conoscenza linguistica dell’aramaico da parte di Seiano e di Caligola, sia parallela a quella di pretoriano, eques anche lui, il cui padre Lucio Seio Strabone è prefetto del pretorio sotto Augusto (Tacito, Annales IV, 1)- un esperto di politica orientale, come prima Senzio Saturnino, come Varo, come Lollio e Quirinio e i predecessori di Pilato nella prefettura della Iudaea. Certo, Marco, è una supposizione senza prove! Comunque, Pilato probabilmente segue il capo pretoriano anche in Pannonia, quando Druso minore, figlio di Tiberio, fu accompagnato per ripristinare l’ordine nella zona turbata da ribellioni e da contrasti tra gli stessi soldati di Quinto Giulio Bleso, zio di Seiano.
Pilato, essendo rimasto accanto a Seiano dopo il 15 d.C., quando il padre, nominato praefectus Aepypti, lascia al figlio il comando unico del pretorio, ne vede la continua ascesa negli honores e la crescita di potere quando Tiberio gli concede nel 23 d.C. di costituire una sede fissa per i pretoriani nei Castra Praetoria sul Viminale, come premio di un servizio utile per il mantenimento della sicurezza civile sociale dei cives!
I pretoriani, insieme agli altri corpi militari urbaniciani, avevano fatto un grande lavoro per la pulizia degli alvei fluviali, per il mantenimento dell’ordine pubblico sulla base di un regolamento dettato da Tiberio che aveva distinto la popolazione in cives e peregrini externi)/ forestieri, dando compiti e funzioni con indicazioni precise circa il comportamento quotidiano, in relazione ad un’etica conservatrice, quiritaria, in linea con le riforme augustee.
Quindi, professore, i pretoriani vengono organizzati e pagati meglio degli altri corpi militari, per la loro efficienza e per la varietà di servizi relativi alle differenti formazioni di specifiche squadre, che hanno funzioni proprie!
Certo, Marco, Tiberio li ricompensa per la manutenzione della stessa urbs, divisa in zone, oltre che per i lavori di convogliamento delle acque dei fiumi Aniene e Tevere, per quelli delle fognature urbane, eseguiti insieme al corpo dei Urbaniciani e dei Vigiles, tutti uomini attenti a seguire le regole riformistiche dell’imperatore, molto attivo tra il 16-23 d.C. nel migliorare le condizioni di vita dei cives, deciso anche a limitare il potere degli stranieri, numerosi come popolazione, da anni troppo invadenti in ogni campo, specie religioso e morale e a punire i tanti goetes/maghi ciarlatani, egizi e siriaci, oltre a quelli ebraici, dando massimo rilievo alla pietas latina, quiritaria, già ripristinata da Augusto!.
Quindi, professore, per lei, Pilato sarebbe uno dei 9000 pretoriani di stanza a Roma al servitium dell’imperatore stesso? Forse un tribunus di una delle nove cohortes! Dunque, Ponzio Pilato, seguendo Seiano, può aspirare anche lui, a fare la carriera prefettizia, il cui vertice è la prefettura di Egitto!
Certo, Marco, la nomina a prefetto di Giudea è una promozione per un eques, amico del suo capo e fedele all’imperatore, già stabilito in Campania, desideroso di ritirarsi a Capri (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008), che potrebbe permettere, dati i rapporti amichevoli, un incarico maggiore, in caso di buon governo amministrativo e militare.
Quindi, l’invio in Iudaea nel 26 d.C. avviene per ordine diretto di Elio Seiano, che già ha il controllo totale dell’impero, specie dopo l’episodio di Sperlonga (Svetonio, Tiberio, XXXIX), quando, dopo la morte di Druso minore, si sono già formate a corte due partes ostili, quella dei Giulii e quella dei Claudii, ora separate, in quanto ciascuna ha un proprio candidato, successore al trono.
C’è, dunque, una precisa direttiva politica- anche se coperta e quasi segreta– da parte di Tiberio?
Marco, sembra che ora, nel 26 d.C., il quasi sessantottenne imperatore, scampato alla frana – grazie all’intervento del pretoriano, che lo protegge, facendo arco col proprio corpo- stanco del clima cortigiano e delle lotte interne alla famiglia, abbia volontà di appoggiare il suo erede diretto, appena settenne, Tiberio Gemello, facendo andare contro le disposizioni di priorità dinastica, date da Augusto, il suo potente ministro, incaricato segretamente di minare il potere della famiglia di Germanico, che ha precedenza, sostenuta da Antonia, nonna, e da Agrippina maior, madre, per i nipoti e figli maggiori Nerone Cesare e Druso. Ricorda, Marco, che Tiberio è aristocratico e che accetta, mal volentieri e costretto, l’impero quasi coactus, lamentandosi della miserevole ed onerosa servitù, che gli viene imposta (querens miseram et onerosam iniungi sibi servitutem), pur con la speranza di potersene liberare/ nec tamen aliter quam depositurum se quandoque spem faceret, dicendo, comunque di accettare fino a quando giunga il momento in cui voi, senatori, stimate di concedere un qualche riposo alla mia vecchiaia/ videri dare vos aliquan senectuti meae requiem – Ibidem XXIV-. Forse, però, dopo la morte del figlio, l’imperatore cambia programma e da astuto politico, senza apparire, decide di sovvertire il decreto augusteo a favore del nipote diretto, tramite l’azione di Seiano, capace di controllare il senato e le due famiglie con le clientele, ora opposte.
Lei accetta parzialmente e solo in un preciso momento- non certamente all’atto della accettazione dell’impero – la tesi di Tacito, comunque, di un Tiberio falso e simulatore.
Tacito (Annales, I,11-12) scrive dopo che ha visto il fallimento della politica giulio-claudia e flavia, desideroso di riforme costituzionali! la sua storia è retorica e poco attendibile, essendo filoantonina !
Ho bisogno, professore, a questo punto -oltre alla spiegazione del nomen incompleto – di aver idee più chiare sulla situazione romana subito dopo la morte di Germanico, da Augusto stabilito Cesare come suo successore, con precedenza sulla diretta discendenza di Tiberio stesso, Claudia!.
Ti meravigli, Marco, che si dica Pontius Pilatus, cioè solo nomen gentilicium e cognomen, senza praenomen? Dagli storici conosciamo solo Pontius con indicazione alla gens Pontia – da pons – e soprannome di Pilatus – che rimanda a Pilum e ad uomo che usa il giavellotto– senza prenome. Anche l’iscrizione, trovata su un blocco di pietra da archeologi italiani a Cesarea Marittima, accanto al teatro romano, nel 1961, oggi posta al Museo di Israele, a Gerusalemme, non riporta il praenomen. Vi si legge, infatti:
S.TIBERIEUM costruzione in onore di Tiberio
(PO)NTIUS PILATUS Ponzio Pilato
(PRAEF)ECTUS IUDA(EA)E prefetto di Giudea
D(ICAVIT) dedicò.
Non posso darti, perciò, il praenomen a meno che non lo deduca da quello di altri rami della stessa gens, esempio Lucio Ponzio Aquila|!
Marco, credo che ora tu voglia- dopo questa parentesi sul prenome- che spieghi i motivi della guerriglia urbana nel settennio 20-26 d.C. , dopo la formazione dei due partiti e che ti mostri come Seiano, divenuto onnipotente, grazie all’appoggio di Tiberio e delle truppe pretoriane, a lui fedeli, col favore degli altri corpi militari della città, riesca ad imporsi , grazie alla violenza e al tacito consenso tiberiano (cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime, cit. e Giudasmo romano II Ebook, Narcissus 2011) ai capi del partito giulio, dominato dalla nonna e dalla madre dei due designati eredi al trono, sostenuti dagli ex legati di Siria, fedeli amici di Germanico, desiderosi di vendicarne la morte, decisi a far processare Gneo Pisone, ritenuto reo di avvelenamento per ordine di Tiberio stesso, ispiratore del delitto. Ti devo, perciò, fare un quadro preciso della situazione con un punto fermo, quello di un contrasto tra l’imperatore e il figlio Druso Minore, legato da amicizia profonda a Germanico cugino e cognato, avendone sposato la sorella Giulia Livilla, in seconde nozze.
Per questo, gli storici parlano di Germanico e di Druso come Polluce e Castore, giovani eroi. belli fisicamente e moralmente, celebrati vendicatori della sconfitta di Quintilio Varo, come Dioscuri /figli di Giove, dal popolo – che aveva esaltato precedentemente allo stesso modo i figli di Livia, famosi per le campagne germaniche, Tiberio e Druso !.
Certo, Marco, il trionfo a Roma di Germanico nel 17 d.C e l’ovatio tributata a Druso Minore sono segni dell’amore dei cives romani per i due giovani e della volontà senatoria di mantenere l’ordine di successione secondo il volere di Augusto. La famiglia giulio-claudia, prima della divisione in partes è ricca di imperatores!
Nel corso della carriera dei due cugini, eroi nazionali entrambi, non si rilevano inimicizie, ma solo attestati di reciproca solidarietà e di amicizia. Perciò, le accuse mai fugate sulla morte di Germanico e il successivo suicidio di Pisone, durante il processo, forse misero in un maggiore contrasto Tiberio e Druso, padre e figlio, circa la necessità di invertire la priorità, alla successione imperiale!
Druso minore accetta il volere augusteo, ma non Tiberio, che nel 14 d.C. aveva fatto uccidere Agrippa Postumo, coerede, senza divulgare la notizia della morte del sovrano, negando di aver dato l’ordine, temendo l’impopolarità. (Cfr. Svetonio Tiberio, XXII), davanti al senato dopo aver fatto rileggere il testamento di Augusto– ibidem, XXIII-. Druso, inoltre, rileva l’intesa segreta di Tiberio con Seiano, capo dei pretoriani, e ne è geloso, vedendosi escluso dalla gestione politica tanto da lamentarsene molte volte.
Dunque, professore, Tiberio e Druso non vanno d’accordo circa i rapporti con la famiglia di Germanico! Lei pensa anche che il figlio, inoltre, rimproveri il padre di dare eccessivo potere al pretoriano che fa parte dei 20 amici e famigliari velut consiliarios in negotiis publicis -ibidem, LV -?.
Druso è uomo istintivo, che non solo ha diverbi col padre, ma è anche ferocemente ostile al pretoriano, che ha il compito di proteggere la sua famiglia e che, da ambizioso, cerca spazio per diventare intimo dell’imperatore: non per nulla in breve tempo fa fuori molti suoi consiglieri e poi lo stesso figlio, l’ostacolo maggiore alla sua ascesa politica!
E Tiberio? Tiberio si accorge tardi, dopo otto anni dalla morte di Druso, della perfidia del suo ministro e nel frattempo lo innalza fino a farlo diventare quasi pari di grado a se stesso, col segreto pensiero di distruggere la domus Iulia! : Ad summam potentiam non tam benevolentia (Seianum) provexerat, quam ut esset cuius ministerio ac fraudibus liberos Germanici circumveniret, nepotemque suum ex Druso filio naturalem ad successionem imperii confirmaret/aveva innalzato (Seiano) al massimo potere non tanto per benevolenza, quanto per aver qualcuno, tramite cui irretire i figli di Germanico, al fine di rinsaldare nella successione all’impero il figlio di suo figlio naturale- Svetonio, Ibidem -.
Dunque, Tiberio, favorendo Seiano, nel suo odio contro i Giulii, non si accorge di condannare a morte lo stesso figlio, tanto, che Svetonio afferma che l’imperatore non ama nessuno con tenerezza paterna/ filiorum…patria caritate diligit, nemmeno Druso il figlio carnale/ neque naturalem neque adottivum (Germanico) perché giudica il figlio indegno per gli errori /Vitiis, in quanto era di vita eccessivamente molle e rilassato fluxioris remissiorisque vitae erat – ibidem LII- e Germanico un eroe troppo esaltato dalle folle per imprese da nulla! –ibidem-.
Lo storico antonino racconta, a distanza di anni, i fatti e i rumores popolari e quindi è lontano dalla verità storica, di un vecchio imperatore che ha compiuto anche lui grandi imprese e che può anche disconoscere alquanto, per una comprensibile senile punta di invidia, il valore di quelle altrui, figlio e nipote, ma è orgoglioso di quanto fatto indistintamente dai giulio-claudi, che hanno onorato il nome militare di Roma, anche se vuole far prevalere la pars Claudia. Druso, da ellenizzato, è uomo aperto, come Germanico verso la cultura ellenica, in senso ecumenico, desideroso di ellenizzare l’Occidente, fidando nella protezione paterna, non preoccupato della presenza di un pretoriano, seppure stimato dal padre! E Germanico, specie nel periodo della sua permanenza in Siria e dei suoi viaggi in Arabia e in Egitto, ha già una coscienza imperiale, sicuro della benevolenza del padre Tiberio e dell’amicizia del fratello!
I due dioscuri nemmeno vedono gli avversari e non temono l’invidia né di Gneo Pisone né di Elio Seiano: sono eredi imperiali di I e II grado di un’unica domus regnante Augusta/ Sebasth Giulia, che, di fatto è Claudia, essendo Germanico, figlio di Druso maggiore!
Eppure, Professore, la ruota della storia non gira secondo le speranze dei due giovani, secondo le acclamazioni e i voti popolari: la morte coglie ambedue i dioscuri, avvelenati entrambi, in circostanze misteriose, quasi allo stesso modo, nel giro di 4 anni!. Inspiegabile quella di Germanico, in provincia, ma ancora di più incredibile quella di Druso Minore a Roma, nel giro di una settimana di una presunta malattia, diagnosticata dal medico Eudemo allo stesso Imperatore, destinato a vederne la morte il 24 settembre del 23 d. C., e a celebrare il funerale, sontuoso, come quello del cugino- le cui ceneri furono riportate dalla moglie l’anno dopo, nel 20, in Italia, e portate in processione da Brindisi fino alla capitale dell’impero nel cordoglio generale delle popolazioni!.
Tiberio, che dignitosamente riprese subito, per Svetonio, la sua attività imperiale amministrativa, avrebbe potuto subito indagare e scoprire l’avvelenatore del figlio, invece, credette alla fatalità del caso, alle relazioni mediche e ai resoconti del potente ministro che coordinò le manifestazioni funebri: l’imperatore è preoccupato solo di affidare al senato i figli di Germanico e quello rimasto dei gemelli di Druso, essendo morto, poco dopo il padre, anche l’appena quattrenne Germanico Iunior!
Seiano e i suoi pretoriani furono perfino premiati con la costruzione dei Castra pretoria poiché negli ultimi anni avevano fatto grandi azioni repressive in Roma e avevano svolto anche funzioni segrete come spie /kataskopoi, infiltrati per scoprire le attività strane della comunità ebraica ed egizia (Cfr. Flavio Ant Giud. XVIII, Episodio di Paolina ) oltre ad aver risolto, a monte, con un lavoro continuato per mesi, l’intasamento ricorrente del Tevere. Gli storici concordano nel dire che pretoriani all’epoca operano, oltre alla protezione della città con opere idriche e fognarie- seguendo l’esempio di Vipsanio Agrippa, che per primo ispezionò le cloache – e alla difesa fisica di Tiberio stesso, che, rifiutando il titolo di imperatore e di padre della patria pur ereditati da Augusto, però, è seguito segretamente da uomini di scorta, anche se esercita il consolato per breve tempo e solo tre volte in 23 anni di regno e potrebbe servirsi di littori!.
Tiberio, da aristocratico, si sente autorevole per nobiltà e per aspetto fisico, oltre che per la statura e per la forza fisica : ricorda Marco, che Tiberio è chiamato leone da fonte Ebraica, e da Fedro, non solo per la chioma lunga e bionda e che dal popolo è considerato alonato da magia, anche per la presenza del mago Trasillo, suo suggeritore giornaliero per ogni impresa! Perciò, disdegna che sia chiamato dominus e che si dicano sacre le sue attività, desideroso che le sue opere fossero considerate faticose proprio di un normale civis: l’imperatore ama mostrarsi aristocratico, rispettoso del senato a cui diligentemente riferire circa ogni cosa grande o piccola, pubblica o privata, e desidera consultarlo e sulle imposte e sui monopoli, sulle costruzioni, sul restauro dei monumenti ma anche sulla leva e sui congedi dei soldati oltre che sull’organizzazione delle legioni, degli ausiliari e perfino sulle persone a cui prorogare i comandi militari straordinari e sul contenuto e sulla forma di lettere da inviare a re – –ibidem XXX-.
Tiberio aristocraticamente va da solo al senato e riverisce il mandato e la figura di ogni console – diversamente da Augusto, eques malaticcio, modesto per statura, bisognoso di protezione- e si alza alla loro entrata rimproverando i consolari che, preposti agli eserciti, non inviano relazione al senato, ma a lui, a cui chiedono ricompense militari, secondo i decreti vigenti di Ottaviano- Ibidem XXXII-.
In effetti Tiberio è sempre legalmente perfetto formalmente avendo grande rispetto dei senatori, anche se, comunque, rimprovera i consolari desiderosi di aumentare il peso delle imposte ai provinciali avvertendoli che boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere/ è compito di un buon pastore non scorticare ma tosare le pecore e cosciente del suo potere non li cambia, conoscendo l’animo umano e la brama di arricchire dei governatori. Si riferisce, professore, all ‘apologo del ferito, che non scaccia le mosche perché poi sopravvengono altre, più fameliche, con allusione alla spoliazione dei provinciali al cambio di ogni procuratore, che arriva povero e torna ricco dalla Provincia! Certo, Marco. Tiberio difende i provinciali dall’avidità dei governatori specie quelli con delega senatoria.
Insomma, professore, per lei, Tiberio è espressione della legge senatoria ed è uomo che, come aristocratico, insiste nella riforma augustea, correggendo ogni rilassatezza dei costumi, riducendo le spese degli spettacoli dei giuochi, decurtando le paghe degli attori, limitando perfino il numero delle coppie dei gladiatori, e legiferando pure sul circo e perfino sui prezzi dei vasi di Corinto e del pesce, fissando ogni anno il calmiere dei viveri e delle carni, incaricando gli edili di sorvegliare le taverne e le mescite ed anche nella vendita della pasticceria.- Ibidem XXXIV-. : l’aiuto dei fedeli pretoriani è prezioso!
L’imperatore, anche se deferente verso il senato, di fatto, regola a suo arbitrio, tutto anche la vita delle donne, arrivando a privare quelle, scostumate, della dignità e dei diritti di matrona, in caso di prostituzione accertata!. Professore, in questo rigore morale, Tiberio ripristina i mores prisci/i vecchi costumi, garantendo da una parte, una vita quiritaria comune in Roma e in Italia assicurando coi pretoriani una pubblica quiete dando indicazioni per uniformare i suoi ordini a tutto l’impero, affidando la correzione dell’Oriente ad Elio Seiano! Così mi sta mostrando un Tiberio che da aristocratico non può seguire totalmente le direttive augustee, essendo la sua natura di un patrizio diversa da quella di un eques, conservatrice l’una, innovatrice l’altra! Insomma sta convalidando l’affermazione di Plinio il vecchio, che Augusto è beffato dal destino e deve lasciare il potere al figlio di un nemico! sta definendo Tiberio come un nemico che odia Augusto benefattore e la sua stirpe, e come Antipatro, figlio di Erode, è rancoroso verso il padre benefattore (Giulio Erode, il filelleno www.angelofilipponi.com ).!
Marco, Tiberio è uomo molto permaloso, impenetrabile come i Claudio Nerone apparentati con gli Enobarbo (che hanno barba di bronzo, fegato di ferro e cuore di piombo) che ha dovuto ingoiare rospi e prima dell’esilio a Rodi a causa di Giulia e dopo il ritorno negli ultimi 10 anni di cogoverno con l’imperatore, assillato dalla madre Livia! E’ necessariamente differente come animus rispetto all’imperatore eques, che, comunque, è costretto a nominarlo alla fine, erede per mancanza di giulii adottivi, essendo rimasto il solo Agrippa Postumo, un ercole senza testa, inaffidabile al negotium – dopo la morte di Lucio Cesare e di Gaio Cesare, i figli di Giulia, adottati – e i giovani principi nati da suo fratello, Druso maggiore ed Antonia – Germanico, Livilla, e Claudio- e i loro figli, conoscendone l’asprezza e la durezza del carattere, rilevato nel corso del matrimonio con sua figlia Giulia, dopo la morte del marito Agrippa. Forse per Augusto Tiberio doveva essere un imperatore di transizione in quanto la stirpe di suo fratello Druso maggiore, doveva essere quella legittima imperiale. Infatti già aveva mostrato la sua predilezione per Druso con assegnazione del mandato del bellum germanicum dopo il disastro di Lollio, a Druso, che pur più giovane del fratello di 3 anni, aveva compiuto un’impresa eccezionale, ricacciando i Sicambri, costruendo il canale Reno- Zuidersee , con l’appoggio della flotta romana, stazionante lungo la costa, nel Mar del Nord sconfiggendo i suebi e i catti e, mediante una capillare invasione, giungendo fino all’Elba, dopo aver superato il Weser . La sua morte nel 9 a.C. fu una tragedia per la casa regnante, per il mondo romano e per Tiberio, legatissimo al fratello, che riportò le ceneri a Roma, scortandole fino al Mausoleo di Augusto!
E’ vero, professore, che allora riserpeggiarono le voci di un Druso figlio naturale di Ottaviano, che aveva rapito, la moglie e il figlio treenne, Tiberio, al marito, Tiberio Claudio Nerone, di Livia Drusilla – seppure poi si disse che era stata ceduta e concessa dal marito- la moglie incinta già di tre mesi, che partorì, comunque, nella casa di Augusto, il figlio, concepito tra le mura claudie!
Tiberio, avendo subito molti ordini insopportabili, rassegnatamente, dall’imperatore, oltre quello del distacco dal padre naturale, è, al momento della morte del fratello, iuvenis trentatreenne, descritto da Velleio Patercolo come vir nutrito dai precetti di illustri maestri, genere, forma, celsitudine corporis , optimis studiis maximeque instructissimum qui protinus quantus est, sperari potuerat visuque praetulaerat principem / di altissima nobiltà, fornito dalla natura di bellezza, di statura corporea, di ottimi studi e di grande intelligenza, il quale, fin dal principio, faceva prevedere la sua grandezza e già nell’aspetto si presentava come principe (Ibidem, II, 94,1). Il giudizio morale e fisico di Patercolo, suo legatus e suo ammiratore popolare, migliore di quello di Svetonio e di Tacito, è molto simile a quello di Druso Minore, morto trentenne per una caduta di cavallo, accidentale/ adulescens tot tantarumque virtutum, quot et quantas natura natura mortalis recipit vel industria perficit/ adolescente di tante e tali virtù quante e quali la natura umana ne comporta e la pratica perfeziona, delle cui inclinazioni non si saprebbe dire se fossero più spiccate per le opere di guerra o per quelle di pace. Di lui lo storico aggiunge: furono inimitabili la dolcezza del carattere, la cortesia, l’apprezzamento per gli amici tanto da collocarli al suo stesso piano, e la sua bellezza era simile a quella del fratello/ morum certe dulcedo ac suavitas, et adversus amicos aequa ac par sui aestimatio inimitabili fuisse dicitur, namque pulchritudo corporis proxima fraternae fuit!
Davvero due figli di Zeus, al di là delle chiacchere popolari, allevati da Augusto nella linea di successione come eredi di II fascia, rispetto ai prediletti figli di Giulia e di Agrippa di I fascia!
Dunque, professore, ad Augusto, da tempo impegnato a trovare un successore, morto prima Marcello, Agrippa poi, e dopo tre anni anche Druso, rimangono i figli di Giulia ed Agrippa, troppo giovani e quindi, ha bisogno di Tiberio, del pazientissimo Tiberio (Svetonio Tiberio, XXVIII firmus et patiens) a cui impone di di sposare Giulia, donna corrotta, giovane, lasciva e capricciosa già sua amante nel corso della sua vita matrimoniale col marito, suo suocero. Per lei Tiberio aveva dovuto lasciare il piccolo Druso minore, natogli dal matrimonio legittimo con Vipsania Agrippina, figlia di Agrippa, da lui teneramente amata, tanto che gli amici, visto il profondo legame, nel corso del suo regno, una sola volta gliela fecero vedere!
Con Giulia l’austero Tiberio è marito fedele per qualche tempo ma dopo la nascita di un figlio nell’11 a.C., morto dopo pochi mesi, nauseato dalla immoralità della moglie rinuncia all’eredità di Augusto ed abbandona la moglie e si ritira volontariamente in esilio dimorando come privato civis a Rodi, non ancora quarantenne, stanco degli intrighi di corte ed anche dell’imperatore che prediligeva Lucio e Gaio Cesare, figli di Giulia, destinati all’impero!.
Un brutto periodo quello dell’esilio per Tiberio che passa dagli altari alla polvere, professore?
Certo Marco. Tiberio, isolato a corte, non potendosi fidare nemmeno della madre Augusta e neppure della moglie – circondata da tanti amanti, politicamente a lui contrari, in apparenza filoaugustei, ambiziosi -e tantomeno di Ottaviano, suo suocero. non contento del suo rapporto astioso con la figlia, dimentico dei servizi del genero, inviso anche per la sua austerità morale ed altezzosità nobiliare,- già incline verso i figli adolescenti di Giulia, decide di imitare Agrippa e come lui fa un passo indietro e si allontana da Roma e dall’Italia , cinque anni dopo la morte del fratello, al culmine della sua carriera di militare e di amministratore.
Così è descritta la rinuncia di Tiberio da Velleio Patercolo (Ibidem, II,99,1-4 e 100):Tiberio Nerone -due volte console e due volte trionfatore- parificato ad Augusto per la compartecipazione alla potestà tribunicia , superiore a tutti i cittadini tranne uno, e ciò non per sua volontà, massimo tar i generali, colmo di gloria e di fortuna, e in verità secondo lume e secondo capo dello stato – con meraviglioso incredibile ed inestimabile gesto di bontà, di cui si scoprirono ben presto le cause, quando Gaio Cesare aveva ormai preso la toga virile e Lucio era nel vigore dell’età, non volendo che il proprio splendore fosse un ostacolo per i due giovani ai loro inizi, chiese al suocero e patrigno il permesso di riposarsi dalle fatiche ininterrotte, senza peraltro rilevare il motivo della sua decisione/dissimulata causa consilii sui, commeatum ab socero atque eodem vitrico adquiescendi a continuatione laborum petiit.
Nessuno- nemmeno la madre, né la moglie – riesce a dissuaderlo e lascia i cives amici in lacrime al momento della separazione. Comunque, per Patercolo nei sette anni , che fu a Rodi, dice che tutti i proconsoli e i legati che andavano nelle province di oltremare come di fronte ad un principe recandosi a visitarlo abbassavano i lor fasci davanti a quel privato, ammettendo che l’inattività di lui era più autorevole che le loro funzioni di comando convinti che cessando Tiberio di tutelare l’urbe i nemici avrebbero cambiato strategia operativa nei confronti dell’impero romano : -cosa che in effetti avvenne- i Parthi, abbandonata l’alleanza romana, misero le mani sull’Armenia ed anche la Germania, sviatosi lo sguardo del suo conquistatore, si ribellò.
E’ proprio vero, professore, che tutti andavano a Rodi a riverire l’esule?
No certamente!. Tutti quelli che erano del partito giulio non potevano fare atto di omaggio a Tiberio! il fedele Patercolo esagera perché gli altezzosi figli di Giulia, figliastri di Tiberio, coi loro legati non lo degnano di un saluto, ligi agli ordini di Augusto, indispettito nei confronti del figlio di Livia ! Il solo Quirinio è veramente deferente verso di lui e pochi altri che lo onorano nei loro passaggi per l’amministrazione delle province orientali.
La rabbia dell’imperatore nei confronti di Tiberio, quasi fosse stato colpevole per l’abbandono della moglie, solo dopo il 2 d.C. si attenua quando Augusto annulla il matrimonio e punisce la figlia, e si placa, dopo una fase di distensione di rapporti, a seguito dell’infelice esito della spedizione armena, dopo i dissapori tra il principe e Lollio, quando Gaio morente invia lettere al divino padre, in un momento di lucidità mentale suggerendo di non privarsi del servizio di un uomo, come il suo patrigno. A seguito di questo e anche per le preghiere della madre, Augusto decide di richiamarlo avendo condannato al confino a Pandateria – Ventotene- la figlia, rea di lesa maestà, seguita nell’esilio dalla madre Scribonia, dopo aver condannato a morte i suoi amanti, tra cui, Iullo Antonio costretto al suicidio! Augusto aveva perfino pensato di ucciderla, considerandola inferiore a Febe , una schiava! -Svetonio, –Augusto LXXV-
Anche il suo ritorno, comunque, a Roma non è del tutto felice perché Ottaviano ha già organizzato la successione in modo da privilegiare la discendenza di suo fratello Druso Maggiore e non la sua. Infatti viene stabilito il criterio che successore è Tiberio con la clausola che deve adottare per la sua successione il nipote Germanico, figlio di Druso maggiore, in un’esclusione del suo erede naturale Druso Minore, mentre gli viene imposto come collega nella gestione imperiale Agrippa Postumo: si stabilisce così sulla carta la prima diarchia imperiale!
In seguito, però, Marco, Ottaviano avendo avuto relazioni negative su Agrippa Postumo circa il carattere e il comportamento /ingenium sordidum ac ferox -Ibidem- , lo rilega prima a Sorrento e poi a Pianosa. Poco dopo rilega a Tremerus /Tremiti anche la nipote Giulia minore, la sorella, rea di adulterio.
Augusto, come Erode, non ebbe fortuna in famiglia, pur avendo educato la figlia e la nipote secondo gli antichi costumi e perfino a filare la lana Svetonio, Ibidem, LXXIV?
No. Non ebbe fortuna, anzi la fortuna lo deluse, Ti aggiungo che due amici. Lucio Adesio e Asinio Epicadio, secondo lo storico Svetonio (Ibidem, 19) tentano di portare via dall’ esilio e Agrippa e Giulia dalle rispettive isole di confino, per presentarli agli eserciti illirici e germanici rivendicanti ut aequarentur stipendio praetorianis/ di essere equiparati come stipendio ai pretoriani ( cfr. Svetonio, ibidem ,XXV) ma, sorpresi nella loro azione, sono uccisi proprio dai pretoriani. In seguito, Augusto sembra che volle riappacificarsi con Agrippa, che aveva inviato molte suppliche, e l’imperatore, poco prima di morire, fece un viaggio segreto con l’amico Paolo Fabio Massimo a Pianosa ed ebbe un incontro affettuoso col nipote e lo perdonò.
Augusto, tornato a Roma, si ammalò e seppe dalla moglie e da Tiberio della sua riappacificazione con Agrippa: Livia lo aveva saputo da Marcia moglie di Fabio, che aveva tradito il segreto!, Si dice che l’imperatore gli ordinò di suicidarsi per questa colpa!
Agrippa, comunque, sperava di essere portato da Clemente, un suo schiavo- che aveva organizzato la fuga dall’isola – in Germania e di essere presentato agli eserciti da suo cognato Germanico, che stava reprimendo una rivolta militare.
Il povero giovane fu, invece, sorpreso dall’ improvviso ordine di morte di Augusto ( o di Tiberio!) al suo custode, pretoriano, che lo uccise: solo le sue ceneri furono portate da Clemente alla sorella Agrippina maior! .
Quindi, professore, Augusto, pur rilevando l’ austerità del carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator convinto che possa essere l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.
Certo, Marco, Svetonio stesso deve anche lui confessare, che l’imperatore prega spesso gli dei di proteggere la salute del figlio se non vogliono la fine dell’impero romano! Lo storico aggiunge che non condivide il giudizio di molti che affermavano che Augusto lo avesse eletto per le preghiere della moglie, spinto dal desiderio di farsi maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Perciò dice: non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente/circumspectissimum et prudentissimum, abbia agito alla leggera in un caso di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato e virtù e vizi di Tiberio ed abbia trovato maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto che aveva giurato in assemblea di adottarlo nell’interesse dello stato e che in molte sue lettere lo celebrò come grande comandante militare ed unico sostegno dell’impero romano.
Professore, Svetonio in questo si allinea al giudizio dato da Filone in Legatio ad Gaium!.
Sono contento che ti ricordi che Filone loda entusiasticamente, da giulio, il regno di Augusto e quello di Tiberio ed anche i primi due anni di Caligola e ti invito a rileggere Perché la casata di Erode e quella di Fiolne hanno in comune Ioulios /Iulius? E’ chiaro, Marco che Tiberio abbia ben governato l’impero romano: neanche secoli di critica contro la sua natura austera da una parte e libidinosa da un’altra mostrata nel periodo caprino, da vecchio in riposo, evidenziata dagli scrittori Flavi, antonini e severiani, hanno scalfito il suo aristocratico sistema di guida dell’impero romano, anche se a lungo indeciso tra restitutio rei publicae e stabilizzazione del principato! Noi lo abbiamo rivalutato giustamente nel leggere la figura di Seiano, quella di Pilato e quella di Caligola ed abbiamo evidenziato, comunque come positivo il quadro del regno giulio-claudio, nel suo complesso.
Bene, professore, le ho fatto fare una grande digressione ed ora riprendiamo il discorso su Pilato. Non mi voleva mostrare Pilato dal momento del suo esilio? Riprendiamo da lì e dalla condanna di un giudice clemente, come Caligola!
Sembra, Marco, che Pilato sia esiliato con la moglie Procula a Lione dove muore .
Professore io ho molte domande da fare ancora sul regno di Tiberio e sul comportamento dei pretoriani e quindi di Seiano e di Pilato nelle varie circostanze di lavoro ed ora anche su Procula. Io so che è venerata come santa dagli ortodossi ed insieme al marito è celebrata in Etiopia come una coppia di santi e so che il suo nomen gentilicium è Claudia. E vero? .
Marco, ritengo che non ci sia relazione tra Procula e Claudia della tradizione cristiana nata da un saluto della II lettera a Timoteo (4.21) di Paolo, prigioniero a Roma, che scrive: ti saluta Eubulo, Pudente, Lino e Claudia e i fratelli tutti quanti. Sono leggende le notizie su Claudia donna della famiglia Claudia, che non seguì il marito e rimase a Roma, perché divenuta cristiana! E’ una notizia derivata di Ambrogio e da altri! .
C’è solo Procula, nome dato dalla tradizione alla moglie di Pilato, non esplicitamente nominato da parte di Matteo (27,19) che parla di un biglietto della moglie di Pilato che sta esaminando il caso di Gesù, in cui si parla di un sogno della donna e di una sua preoccupazione con spavento per Gesù, uomo giusto, indagato.
Quindi, professore, lasciamo stare Claudia/ Procula e mi parli dei pretoriani che agiscono in occasione della deportazione degli ebrei in Sardinia , collegata alla cacciata degli egizi e dei maghi ed indovini peregrini.
Marco, tu sai che a Roma, come in Alessandria, ad Efeso e a d Antiochia, ci sono forestieri, csenoi , che però pagano le tasse e sono metoikoi, se svolgono attività commerciali e partecipano anche alle litourgiai; si chiamano a seconda della zona di provenienza e formano comunità, gelose della loro autonomia sia religiosa che sociale! Gli ebrei, presenti a Roma da oltre due secoli, hanno costruito una comunità iniziale di base aramaica, poi ellenistica, ed hanno 5 sinagoghe con doppio rito uno aramaico ed uno greco-alessandrino e non formano una stirpe unita e concorde in quanto i primi si servono della torah e del testo mosaico originale , mentre gli altri usano una vulgata alessandrina detta Bibbia dei settanta, greca, ed hanno due sacerdozi diversi quello sadduceo e quello oniade, in connessione con la data di arrivo nella capitale romana.
Lei, professore, ci ha parlato spesso di questa differenza in quanto i primi sono farisei, venuti all’epoca della loro condanna ad opera degli asmonei e del numero considerevole di giudei romani (non meno di 50.000), e quasi tutti aristocratici anche se non mancano popolani svolgenti umili professioni di supporto ai ricchi gestori di emporia commerciali e di trapezai banche, obbligati alla caritas dalla Tzedaqah, ebrei alessandrini. Sono venuti nell’urbe a scaglioni e sono molti di stirpe regale asmonea esiliati da Erode ed altri erodiani stabilitisi, infine, per vari motivi, e prima e dopo la morte di Erode nel 4 a,C. Da quanto ci ha detto deriva che delle 5 sinagoghe, attive al di là del Tevere, la più grande sia quella più antica aramaica chiamata Velia, accanto alla quale c’era anche una specie di scuola, didaskaleion, che insegnava la legge mosaica secondo musar, differente da quella della paideia greca! .
Marco, dopo la morte di Augusto, Tiberio ha tumulti in città e nelle province, specie in Germania superiore e in Pannonia , controllate rispettivamente da Germanico e da Druso Minore. Perciò il nuovo imperatore instaura un regime poliziesco in Città con una specie di coprifuoco per un controllo della popolazione romana e specie di quella straniera, dando l’incarico proprio ai pretoriani di Seiano, che vi aggiunge nel corso dei rastrellamenti quotidiani un corpo speciale di spie, infiltrate tra le gentes peregrinae, externae, con un basanisths inquisitore, che indaga per la distinzione, difficile per un civis- che ironizza genericamente sui curti Iudaei- tra aramaici e giudei ellenisti.
Tiberio sembra che autorizzi un servizio maggiore ai pretoriani che ora assumono molti compiti non solo quelli soliti, e perciò sono ducenarii cioè pagati in modo più alto rispetto anche ai vigiles e ai milites normali, invidiosi. Non ti parlo degli stipendi perché te ne ho parlato in altre occasioni.
Professore, Augusto aveva scelto Tiberio per i suoi meriti certamente, anche se era stato costretto dalla sorte a farlo suo successore?
L’imperatore certamente aveva grande stima di Tiberio-nonostante una certa antipatia ottavia, equestre, per la famiglia claudia, nobile ed austera – in relazione alla sua personale grande prudenza e scaltrezza, unite a forza in una fusione delle virtù di Ulisse e Diomede, tanto da dire, ripetendo versi omerici (Iliade X, 246-7 : toutou g’espomenoio kai ek puros aithomenoio/Amphoo nosthsaimen, epei perioide nohsai/ se fosse con me anche in un braciere ardente ce la caveremmo entrambi, la sua avvedutezza è senza pari! –Svetonio Tiberio XXI-. Una grande celebrazione pubblica è sottesa alla frase di Omero, che inneggia ai due eroi!
Quindi, professore, Augusto, pur rilevando l’ austerità di carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator (Svetonio ibidem) convinto che possa essere l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.
Professore concordo con lei , dunque, sulla rivalità , celata, di Tiberio aristocratico con Augustus eques, e sulla sua politica di servirsi dei pretoriani di Seiano per abbattere i suoi nemici Giulii, ma non riesco a capire specie dopo la morte dl figlio, la sua volontà di allontanarsi dalla città, dalla corte, dal senato: mi sembra quasi un rifiutare di regnare e con volontà di lasciare libertà di pianificare un progetto di personale potenza al suo ministro, ambizioso, ingordo nella sua brama di potere, ritenuto subito dal popolo re dell’universo rispetto all’imperatore re di un Isolotto!
Non capisco questo capovolgimento che fu una tragedia e specie per i Giuli e per i loro partigiani e che risulta anche una spaccatura nel partito claudio, diviso in claudi tiberiani e in claudi seianei.
Marco ritengo che tu debba prima essere informato sul rapporto tra il pretoriano e la casata tiberiana e poi tra la famiglia di Druso Minore – Livilla sua moglie- e Seiano ed infine debba conoscere meglio la figura del capo pretoriano -che deve fare i conti con Antonia Minore, il reale capo della domus Giulia la nonna di Caligola – Cfr. .Caligola il sublime cit. ) entrando in merito ai fatti del settennio dal 19 al 26 d.C. , e del quinquennio successivo quando mostro esattamente la situazione romana di quegli anni . E’ un lungo discorso di circa 11 anni da cui si può dedurre la successiva politica apparentemente rinunciataria di Tiberio, aristocratico nauseato dalle lotte in famiglia e da quelle politiche cittadine e senatorie, disgustato dalla sudditanza del senato stesso in relazione all’autokratoor, perfino del pretoriano Seiano. Tutto questo sarà oggetto della prossima discussione, se …campo!.