invito a leggere attentamente le sintesi di due mie revisioni, una paradigmatica di storia romana imperiale ed una di storia del cristIANEsimo

INCITATO, IL CAVALLO DI CALIGOLA

  1. Lei, professore, in Caligola il sublime, ha parlato brevemente dell’amore di Caligola per il circo e per le corse, e ha mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi – cfr. Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi parla in modo diffuso di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che possa leggere esattamente e comprendere finalmente nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti riferisci all’enunciato di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio, con l’aiuto dei soldati, affinché il suo cavallo Incitato non fosse disturbato, il giorno prima della corsa, ed inoltre, avendogli fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente, però, ti interessa la frase, conclusiva, celebre dello scrittore: consulatum quoque traditur destinasse, la cui traduzione è questa: si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico e beffardo del giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare – massima aspirazione per un civis – al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale, esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/adorazione da tutti – popolo, esercito, senatori – imposta perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme, minacciando che, in caso di ribellione, li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.) esiste un solo pastore, un imperator autokratoor, una lex, un nomos empsuchos/legge vivente, un essere divino, che ha di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi/eguali, essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale, tra la massa di clientes, riverente davanti al patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths kurios – circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei, è solo una chiacchiera popolare circolante in un clima di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati all’uccisione del sovrano.

D’altra parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot o trottatori come Varenne – che, finito il periodo delle corse, come stallone veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro! – Certamente non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione, avendo visto scuderie di grande valore, maestose, e conosciuto la cura e la dieta straordinaria per gli animali, accuditi da tanti inservienti!

Da questo lato, neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro, 6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1 – ed Arriano-Anabasi di Alessandro, V, 14,4; 19,4; 29,5 – mi sorprendo affatto conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto a tredici anni dal padre Filippo, in regalo, comprato alla cifra di 13 talenti: è un’esagerazione pagare un animale circa 390.000 euro, per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo, per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro! – Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5! –

Perciò, si può dire che non si trova niente di speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare salire il re e che, pur ferito, non tollerava che un altro portasse in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui – avrebbe sterminato tutti i componenti di una tribù barbarica di Uxii, che aveva catturato il suo cavallo, se non glielo avessero immediatamente restituito! In onore di lui, morto, fondò città, chiamate col suo nome!

Perché, allora, si sono sprecate le accuse per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente – non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana – le dinastie che si sono succedute, dopo quella giulio-claudia, la cui nomenclatura, divina, è stata utilizzata da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine da Caracalla ed usurpata dalla Santa Romana Chiesa Cattolica!-

Ogni critico, prima di valutare, dovrebbe porsi il problema di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40 d.C. come ektheosis, durante la vita, distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!

Essi dovrebbero esaminare, con cautela, il tentativo denigratorio, maligno, delle casate successive, fatto col favore di letterati, prezzolati, compiacenti, al fine di una propria legittimazione al potere e di un proprio ruolo, dopo quello di una sovranità divina della precedente dinastia.

Il fallimento di una politica di imitazione risulta deleterio e per gli intellettuali e le nuove domus imperiali, inadeguati come mezzi per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano ha avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini provinciali ispanici, poi, ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che il soterismo di Vespasiano viene esaltato dopo il fatale 69 e che il principato dell’ottimo vale in relazione al dispotismo sovrano di Domiziano e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo il funesto 193 d.C., a seguito della morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di una peste iniziata nel 165, capace di mietere 20.000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII, 1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di deporre la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius – che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento politico personalistico e per scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27 a.C., presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica dalla tirannide di Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni, ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia, per la dinastia dei Severi, Caligola resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio, ma ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare Germanico Caligola doveva essere exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco, è rimasto bollato come pazzo/insanus prima dai contemporanei ostili al suo governo cioè Seneca e Filone alessandrino, poi da Svetonio (69 d. C.-122/125) un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote giudaico, traditore del suo popolo e falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano equivoci nella loro retorica frontoniana come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque, di preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo, perciò, che Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) – un militare di Nicea di Bitinia, che fa una straordinaria carriera, in quanto diventa senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo – accettando il mito di Augusto imperator, inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale degli altri imperatori della domus giulio-claudia, che restano etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario, Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce vita, azioni, pensiero e morte di Caligola e ne rileva la novità istituzionale, pur seguendo il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione, nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37, e sull’acclamazione popolare del Neos sebastos, giovane Augusto, e sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente pazza, di una creatura che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino, tessuta magnificamente per l’assimilazione del sovrano con Zeus, progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe, semidio e theos!.

In questo generale clima di derisione di Caligola capra, pur celebrato nuovo Augusto -Alessandro, lo stesso trionfo sui Germani, voluto e programmato lontano da Roma sul ponte costruito tra Pozzuoli e Bacoli, non induce Dione ad uno studio della figura complessa del giovane imperatore e a cambiare giudizio sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che cavalca Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse, una pagliacciata teatrale che finisce con l’ordine di distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile; solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus, poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui e per i suoi contemporanei Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di regnare a Roma e di imporre ai romani un regime dopo la sceneggiata di comando di Ottaviano, attore, e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse a mostrare come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto – un vero compromesso -, non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio, che ha intenzione di reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei maestri di tirannia – i turannodidaskaloi Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose, mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge il plauso popolare, l’amore dei militari, la devozione clientelare di patres e di equites ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano, pregano per la sua salute quando cade malato e che inneggia follemente nelle piazze per settimane per il suo ristabilimento fisico, perché garante di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere Caligola, per il negativo giudizio ebraico di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono quasi un biennio magico di benessere per l’impero e di eccezionale fortuna, anche se deridono poi l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras, avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto Augusto, un vir fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato, congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire che Caligola, perenne giovane e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere l’unico pastore del gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di Tiberio che, ritiratosi a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva ripreso il potere diretto, ma lo concedeva a Macrone, altro pretoriano, anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo e Tiberio Gemello, figlio naturale!

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di una nuova era saturnia e quindi regna serenamente, si esercita nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia grave, ristabilitosi, inizia il suo regno assoluto, rifiutando i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente temendo una possibile scissione nell’impero.

Ti ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della mente di Caligola, anche senza trattare la vera pars costruttiva innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola è padrone degli Horti sallustiani, che sono suo privato campo di allenamento per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono alla zona – forse un po’ più ampia – dell’attuale Stato del Vaticano. Caligola si esercitava andando a cavallo con Incitato o per allenarsi alle gare di quadrighe, dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore faceva girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi cortigiani, di senatori ed equites che lo applaudivano per la sua abilità.

Marco, dove lo hai letto? non si sa esattamente se to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo, fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco – fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto e Cassio Cherea, anche il suo auriga Eutiche /fortunato e Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti!

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo che, comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a Caligola astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante – e lo confessava ad Antonia, sua cognata e nonna di Caligola – ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue impazienti e fortemente desiderosi che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe. L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi liberato, a seguito della morte di Tiberio.

Per fortuna la responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella stalla di Incitato a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi è proposto imperatore da Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque professore, per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è ricalcata su quella di Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te leggere il testo di Dione -St. Rom: CLIX, 14,7.: Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai epi deipnon ekalei , khrousas te autoooi kritas pareballe,, kai oinon en khrousois ekpoomasi proupine, the te soothrìan autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos an kai tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!) L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute e per il destino, è un augurio/omen consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola principe, ormai noto come pazzo, per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare come prototipo di una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

GESÙ CHRISTOS

2. La mia ricerca di quasi 50 anni potrà avere qualche valore se ci saranno persone desiderose di studiarmi e di fare un lavoro serio,- dividendolo in tante parti, vista la mia poliedrica cultura – sulle mie traduzioni, specie su quelle greche e sulla mia ricostruzione storica romano-ellenistica, visibile in modo speciale in Il giudaismo romano I e II e in un’infinità di articoli che avrebbero dovuto formare il III volume.

Nella mia mente, vista la deficienza popolare e la mentalità del cristiano cattolico, coi decenni, maturava l’idea unitaria sulla figura di Gesù storico, mentre mi allontanavo da impostazioni pur serie, ma solo razionalistiche come quella di Reimarus e di Voltaire o impropriamente storiche come quella di Ernest Renan o di Charles Guignebert. Mi avvicinavo, allora, ad altri contesti culturali o facevo viaggi, mirati in Turchia, in Giordania o in Egitto o in Grecia, subendo il fascino della lettura di stampo protestantico o ortodossa. 

Mi persuadevo, comunque, di essere storicamente ben impostato, solo dopo aver rilevato una guerra di quasi duecento anni tra Roma e il giudaismo.

Lo studio, letterario e culturale, comparato con quello di altri che operavano su questo fronte (come Rudolf Bultman e come Samuel Brandon e Martin Hengel), fatto sulle fonti, da me tradotte con certosina pazienza, dopo aver lavorato sui codici, mai sicuro della traduzione altrui, mi autorizzava a vedere la Iudaea come una polveriera in continua esplosione, come un cancro per la Romanitas.

Roma era un Kosmos con armonia, uno stato universale di 3.300.000 km2 retto da un imperatore, che governava, come erede da una parte, d’una politeia perfetta, che metteva insieme popolo e senato e consules e che, in emergenza, aveva il dictator – che conciliava le due opposte fazioni popolari e patrizie con un imperium proconsulare maius infinitum e con la tribunicia potestas – e, da un’altra, come theos, che aveva assorbito le connotazioni regali della basileia orientale, funzionante da quasi tre secoli con la ektheosis regale e con il nomos empsuchos/legge vivente.

Roma stava facendo di tanti popoli un solo popolo con un’amministrazione ancora lacunosa, ma rispettosa delle singole gentes, delle loro autonomie e delle culture e religioni locali, che lentamente si integravano nel Kosmos imperiale, che pur aveva distrutto i loro eserciti e fatto stragi al momento della conquista.

Refrattaria ad ogni invito alla moderazione e alla partecipazione alla koinonia con Roma, era la popolazione della Iudaea, fortemente antiromana ed antiellenistica, in opposizione perfino col sommo sacerdozio sadduceo filoromano, già da decenni ellenizzato, che deteneva il potere del Tempio, a Gerusalemme , col suo gazophulakion

Dal 63 a.C, quando Pompeo entrò nel Sancta Santorum, a cavallo, profanando il Tempio di Gerusalemme l’etnia ebraica aramaica rimaneva ostinatamente in guerra con la romanitas, anche se variamente rappresentata, ma vigile sul tempio con la guarnigione militare della fortezza Antonia.

Gli interventi romani, inizialmente non invasivi, ma solo mirati a guidare il debole Hyrcano contro il fratello Aristobulo, integralista e filopartico come tutta la sua famiglia e il suo stesso popolo agricolo e piccolo sacerdotale, a cui faceva mantenere la ierosune, protetta militarmente da Antipatro, un filoromano cesariano.

Poi Roma interveniva pesantemente, vista la congiunzione con i Parthi all‘epoca di Pacoro che, dando il regnum ad Antigono e invadendo Siria e Palestina, raggiungeva perfino il Mare Nostrum, nel momento della lotta tra i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido.

Arginata l’invasione partica da Antonio, responsabile del settore orientale, grazie al Legatus Ventidio Basso, vittorioso a Gindaro, dato il regnum ad Erode nel 38 a.C., Roma assicurava alla regione stabilità e pace con un’organizzazione diretta da Augusto e da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato per il settore orientale dal re giudeo, nominato o Surias epitropos.

Erode, figlio di Antipatro, con una politica lungimirante, tesa a staccare il suo popolo dall’orbita parthica e ad ellenizzarlo, meritava davvero il titolo di grande re fino alla morte del suo amico Vipsanio Agrippa nel 12 a.C., ma, poi, per molte ragioni perdeva auctoritas e potestas e tra i romani e tra il suo popolo, invischiato in congiure di famiglia e ormai debilitato dalla malattia e dalla precoce vecchiaia.

Eppure per oltre un venticinquennio aveva assicurato pax al suo popolo, stabilità internazionale e sicurezza interna e un buon rapporto tra gli aramaici ciseufrasici e transeufrasici, dando un rilievo al sacerdozio e al tempio, nonostante le accuse di uomo di menzogna e di philéllen, a lui dato dagli esseni.

Davvero un grande re Erode, l’unico capace di tenere un genos fanatico della propria elezione divina e del suo patto eterno col suo unico Dio e padrone, pur quotidianamente offeso dall’invasore romano, pur dilacerato nel suo interno tra una pars aramaica mesopotamica integralista ed una pars progressista, aperta ad ogni novitas ed abile a sfruttare la koinonia universale romana.

Erode un politico eccezionale, terzo uomo dell’impero, quale epitropos orientale, gestore dei rapporti con l’impero Parthico, methorios tra Roma e Ctesifonte, amico di Augusto e di Vipsanio Agrippa!

Dopo la pausa erodiana, ricominciavano le staseis, rivolte giudaiche aramaiche contro i figli di Erode e contro il sacerdozio sadduceo, in nome di una antiromanità, fomentata dai re di Parthia, specie in epoca tiberiana, da Artabano III.

Non esisteva in terra palestinese un vero filoromano: neanche il sacerdozio sadduceo, che subiva infidamente la dominazione, sacrificando a Dio per l’imperatore e per i romani; neppure gli erodiani, che politicamente rappresentavano Roma, ma dovevano fare per necessità una politica filoparthica, data la fratellanza di sangue, lingua e religione: un mondo totalmente antiromano con molte sfaccettature e differenze, in contrasto fra le diverse fazioni, viveva in un territorio, di poco più grande di Marche ed Abruzzo, ribollente per le tante sette aireseis, pervase dalla cultura aramaica mesopotamica ed iranica!

Un mondo totalmente diverso e molto più numeroso era invece quello della diaspora, che era stata una dispersione del seme giudaico a seguito di un ‘apoikia/ colonizzazione ebraica del bacino del Mediterraneo, data la supremazia del commercio giudaico e considerata la ricchezza bancaria e commerciale dei trapeziti e naucleroi di origine ebraica: il fenomeno si era diffuso da Alessandria grazie alla famiglia degli oniadi, discendenti da Onia IV, figlio di Onia III, legittimo sommo pontefice rifugiatosi dopo la morte del padre, presso i lagidi, dai quali ebbe la possibilità di erigere perfino un tempio a Leontopoli.

La diffusione del sistema oniade, commerciale, favorito dai lagidi prima e poi dai romani, specie da Cesare ed Augusto, diventava capillare in epoca tiberiana e caligoliana, quasi una catena di S. Antonio, una ragnatela giudaica con un suo politeuma, costituzione politica propria, protetta con trattati dall’ autorità locale. Ogni porto e ogni città piccola o grande erano pieni di ebrei che avevano una loro sinagoga, una banca, empori e dominavano la zona portuale, reclutando marinai, allestendo flotte che operavano quotidianamente, dovunque, toccando ogni regione sotto il controllo dell’impero romano. Le rotte, però, andavano anche oltre i confini dell’impero romano, lungo le due vie nilotiche -in quanto avevano buone relazioni con il regno dei Parthi e con quello maurya, grazie a trattati commerciali-, quella pelusiaca e quella canopica.

La prima partendo da Clisma (Ismaelia), toccava le località del Mar Rosso fino al Corno d’Africa, costeggiava l’Arabia ed arrivava a Baricaza in India e da lì volgeva verso Ceylon e verso i porti della Indonesia. La seconda arrivava da Kanopos al centro dell’Africa…

I giudei, mediante il sistema della Tzedaqah, la caritas, intesa come atto di giustizia di un fratello per il confratello, a cui secondo legge spettava la metà dell’oikos paterno, si propagavano nell’ecumene grazie al proselitismo.

Erano una popolazione di commercianti, di proprietari di emporia, di banche (trapezai ), di venditori all’ ingrosso e al minuto, naukleroi, dominanti ogni porto di ogni parte del mondo grazie al sistema bancario che permetteva trasferimenti di capitali, depositi, e pagamento dilazionato tramite carte di credito, e che autorizzava un esercito di funzionari, di intermediari, di cambiavalute, di agenti addetti ai passaggi di patrimoni, finanziatori attivi in ogni corte che occupavano anche i posti più rilevanti dell’amministrazione civile cittadina in ogni parte dell’ecumene.

Gli ellenisti formavano un gruppo di oltre 2.500.000 di giudei scismatici che riconoscevano come loro capo l’etnarca di Alessandria di solito anche sommo sacerdote di Leontopoli, chiamato col titolo di alabarca , di norma della famiglia oniade.

Questi formavano l’élite mondiale nell’impero romano ed erano i magnati dell’epoca che avevano surclassato i banchieri greci e latini ed erano epitropoi e dioichetai, rappresentanti perfino dell’imperatore in quanto amministratori del fisco imperiale e del patrimonio personale di Antonia minor, moglie di Druso maggiore, fratello di Tiberio, madre di Germanico e nonna di Caligola.

Gli ellenisti, comunque mandavano la loro doppia dracma al tempio di Gerusalemme ed in città avevano banche, alberghi, cimiteri, csenodocheia alberghi ,sinagoghe anche se non parlavano più l’aramaico ed erano scismatici rispetto ai confratelli aramaici che li odiavano e che facevano attentati contro di loro, durante le feste.

Dunque, il giudaismo palestinese aramaico, essendo filoparthico aspirava a ricongiungersi con quello dell’impero Parthico, come al tempo di Antigono, fatto uccidere da Antonio ad Antiochia come uno schiavo, dopo fustigazione.

Il mondo ebraico ellenistico, invece, procedeva di pari passo con l’impero romano e, nell’ ultimo settantennio, aveva decuplicato il suo patrimonio.

Augusto stesso, nel 6 d.C. dopo l’esautorazione di Archelao aveva pianificato l’organizzazione statale con una costituzione specifica per la Nuova provincia di Iudaea, ben conoscendo la doppia natura del giudaismo, le tante sette giudaiche, le attese messianiche, il territorio regionale choora, a seguito delle tante relazioni dei procuratori, d’ordine equestre o libertino.

Dopo una prima sistemazione, a seguito di una stasis rivolta, repressa ferocemente, veniva stabilita per la Ioudaea (Idumea, Giudea e Samaria), sottoposta ad apotimesis dopo apographè, cioè a censimento e pagamento di tasse patrimoniali e personali, una costituzione di sottoprefettura dipendente dalla prefettura di Siria, che durò per un trentennio mentre veniva controllata e regolata dall’ autorità prefettizia romana la successione al sommo sacerdozio.

Questo periodo trentennale è il più inquieto e movimentato della storia giudaica (toledot) specie quello sotto la prefettura di Ponzio Pilato,(26-36), inviato da Elio Seiano, il potente pretoriano, ministro infedele di Tiberio, fatto dall’ imperatore uccidere il 18 ottobre del 31 d.C. (Cfr. A FILIPPONI,Caligola il Sublime, Cattedrale 2009).

La sua politica antigiudaica, poco conosciuta, se non da Filone, acuiva gli animi portandoli alla rivolta, favorita anche dall’assenteismo di Tiberio che, impegnato a scovare i nemici del suo regno, uomini dell’ ex suo ministro, inseriti nella burocrazia amministrativa romana, italica e provinciale, si disinteressava del governo della Siria e della Iudaea.

Questa, in epoca Tiberiana, pur avendo un territorio di quasi 25000km2 , pur essendo un centotrentaduesimo dell’impero romano era in un’ aperta guerra con Roma perché non riconosceva di dovere di santificare, di sacrificare all’ autocrator Theos e di riconoscere come signore l’imperatore, un mortale: il giudeo proclamava due volte al giorno di avere un solo signore immortale, Dio (e non un mortale)!

I giudei aramaici erano solo 600.000 uomini, uomini irriducibili , combattenti contro 60.000.000, di cives, romani, che avevano fisse, ai confini, in Siria, stabilmente 4 legioni lungo l’Eufrate, una Legione in Iudaea, a Cesarea Marittima, oltre alle guarnigioni di Cafarnao e dell’Antonia e a reparti di cavalleria stanziati in varie stazioni in Samaria, coadiuvati da sebasteni e dalle milizie di Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea ) e di Filippo (tetrarca di Iturea, Gaulanitide, Auranitide e Traconitide).

Essi erano guerriglieri che facevano una guerriglia urbana, montana e desertica, dopo un periodo di indottrinamento religioso in senso penitenziale e catecumenale e un altro di addestramento militare come zelota ( e poi come Sicario). Nessun romano- neppure il governatore, – aveva tranquillità di vita in Iudaea, nessun sadduceo o ellenista era al sicuro da rapimenti, sequestri, attentati, cattura di servi, latrocini entro la propria casa; neppure un erodiano, non solo i privati, ma anche i due tetrarchi entro le loro corti: tutti, governatori, tetrarchi, etnarchi, toparchi, sommi sacerdoti erano condannati a morte dagli esseni, da hasidim, uomini pii, la cui parola era divina, logion, a cui non si poteva non obbedire.

In sintesi questa è la mia risultanza, derivata dalla traduzione accurata di fonti (non solo greca) sulla base di Filone (Opera omnia) e di Flavio (Antichità giudaiche e Bios), della situazione Giudaica durante la vita di Gesù Cristo, un giudeo di Galilea cioè di un uomo, sottoposto per nascita all’ impero romano, direttamente, ma per residenza suddito di Erode Antipa, un filoromano (Cfr A.F., Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003).

Può, dunque, in un tale situazione vivere un giudeo che predica di amare il nemico e di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare ?: un partigiano antiromano non predica, ma uccide, anche proditoriamente: sono altri che predicano, che sono istruiti, che sono profeti, che sono rabbi ed, avendo potere, giudicano e condannano a morte, e il loro anathema maledizione è subito eseguito dalla mano armata zelotica.

Gesù, dunque, è visto non come Dio, ma come uomo di lingua aramaica, giudeo di Galilea , che vive nella realtà storica del suo tempo, svolgendo la professione di Qayin/Kayin, seguendo il padre Giuseppe, un costruttore. Cfr. Premessa a Ma Gesù chi veramente sei stato? E book Narcissus 2013 e cfr. I terapeuti De vita contemplativa E book Narcissus 2015 cfr. Esseni Quod omnis Probus.

I qeniti erano davididi che costruivano, famosi perché vivevano in cooperative, a gruppi, là dove un sovrano richiedeva la loro opera che durava mesi (esempio Filippo per la costruzione di Betsaida , Erode Antipa per quella di Tiberiade) o dove ricchi ebrei costruivano ville per conto proprio o sinagoga per conto della comunità, specie ad Alessandria. Non potevano essere meno di 11 (e tra questi c’erano un macellaio per il cibo casher e un cohen per il canto dei salmi) ed oscillavano per numero: potevano formare squadre da 50, 100, 1000 a seconda della grandezza del lavoro, fino a 18.000 tectones che costruivano il tempio di Gerusalemme, finito solo al 66 d. C. e che rimasti inattivi, chiedevano lavoro ad Erode Agrippa II, che fu costretto a concederlo, altrimenti potevano scoppiare rivolte. Lo stesso Pilato si servì dei qeniti, pagandoli con i soldi del tempio per costruire un acquedotto.

Gesù doveva essere un capo e quindi un benestante come tutti i qeniti, una categoria, considerata intermedia tra i sommi sacerdoti e il medio sacerdozio, con un tenore di vita di molto superiore a quello dei leviti e del popolo.

Il mestiere non escludeva una formazione zelotica, naturale per ogni giudeo che, quindi, subiva una vera dipendenza dal pensiero dei Farisei, Esseni e dei Contemplativi alessandrini.

Zelotes greco traduceva kanah aramaico ed indicava un patriota guerrigliero che combatteva e moriva per gli ideali della legge mosaica, essendo un puro integralista, votato alla morte. Cfr. Vita di Mosé III,208. Ciascuno di voi, presa una spada, corra per tutto l’accampamento ed uccida, da ogni parte, non solo gli estranei ma anche i più vicini tra gli amici e parenti, pensando che è azione molto ben fatta, in nome della verità e in onore di Dio, per la cui difesa il lottare e il combattere è fatica molto leggera.

Conoscendo bene la storia ed avendo passato giorni e notti per la decifrazione esatta di autori come Filone e Flavio, non mi sono mai potuto immaginare in Palestina una figura di un personaggio pacifico, mite, moderato, come quella astorica del Gesù dei Vangeli, non corrispondente neanche all’ideale prototipo di esseno comunitario qumranico e neppure al più puro dei terapeuti alessandrini.

Perciò, ho rilevato le caratteristiche reali di un Giudeo galilaico dell’epoca tiberiana come un barbaro, aramaico, integralista, kayin e kanah, che fu acclamato come mashiah dai suoi contribuli che l’ elessero Maran re, in opposizione a Roma che sola poteva dare quel titolo, perché padrona di quel territorio.

Dunque, Gesù fu crocifisso perché aveva commesso il crimen maiestatis nei confronti di Tiberio e del Senato, i soli che potevano autorizzare il Regnum in Palestina.

Il crimen, collegato all’intitolatura regale in triplice lingua, scritta sulla croce stessa, è spiegato dalla motivazione della morte servile di un ribelle all’imperium: Gesù era uno delle decine di migliaia di crocifissi ad opera dei romani.

Un uomo di tal specie, dunque, non poteva essere un rabbi.

Si diventava rabbi dopo un lungo esercizio psico-fisico e un percorso di studi lungo e serio, in cui si dimostrava la somma capacità di fare ermeneusis dià sumboloon, dopo aver fatto gli studi enciclici (grammatica, geometria, astronomia, retorica, musica, logica) e filosofici, al fine di essere theologos.

Un lunghissimo tempo di studi che si completava non prima dei trenta tre anni: c’erano molte tappe intermedie come quella della verifica dello studio elementare, fatta al tempio, quando il giudeo, ragazzo, raggiungeva tredici anni ed un giorno, da una commissione sacerdotale, che lo definiva figlio del comandamento bar mitzvah , o come quella che chiudeva il ciclo di studi superiori fino a 18 anni fatta sempre davanti ad una commissione sacerdotale, e come quella del ritorno a casa dopo una fase di addestramento nel deserto, presso maestri, per la scelta tra le sette (aireseis) e per l’universale riconoscimento di dottore /scriba.

Di Gesù non si conoscono maestri (Flavio ha Banno, Shaul Gamaliel, ecc.), e si conosce solo una verifica al tempio quella del passaggio alla maturità per la preghiera –Bar Mitzvah – e poi più nulla circa la formazione culturale.

Perciò si può definirlo un teknites o tekton, una specie di operaio, forse specializzato in quanto capo mastro, o architetto, ma sempre un normale qenita di formazione operaia regolare, per un giudeo vivente in Galilea, che, comunque, non ha nemmeno completato gli studi enciclici.

Detto in greco era un banausos, un oikodomos, un muratore – costruttore che sapeva usare ogni mezzo del mestiere.

Su Gesù maran ho dovuto lavorare per decenni per definire esattamente il periodo del suo regno e qualcosa di preciso sono riuscito a determinarlo, dopo la scoperta di un buco storico (cfr. Buco storico www.angelofilipponi.com).

Allo stato attuale queste sono le risultanze.

Alla Pasqua del 32 Gesù ebbe il Malkuth ha shamaim, il regno dei Cieli, come parte della federazione partica, forse solo la Giudea (una parte della Iudaea) sotto il re dei re Artabano III, da cui aveva avuto la corona regale col titolo di maran, ma già era stato riconosciuto universalmente sia in Partia che in Palestina e in Siria Meshiah/Christos, unto del Signore .

Tale regno ebbe una sua nazionalistica autonomia per un quinquennio e su di esso regnò il Maran Mashiah Gesù Cristo che accettò parzialmente la resa delle città galilaiche, samaritane e giudaiche, occupò la Città Santa, prese la guarnigione romana dell’Antonia, purificò il tempio, affidandolo per metà al sacerdozio sadduceo, che funzionava con un calendario lunare, e per metà al sacerdozio essenico, che seguiva il calendario solare.

A seguito dei trattati con il Re di re Artabano, con Areta IV re dei Nabatei e con Izate re di Adiabene (e forse con Asineo satrapo di Mesopotamia), il regno forse si ampliò con la conquista di Samaria e della Galilea ed ebbe una sua stabilità, finché perdurò il disinteresse romano per la Siria e per l ‘Armenia minor, occupate da Artabano III.

Il regno ebbe vita fino all’arrivo di legatus tiberiano Lucio Vitellio, inviato nel 35 d.C., col mandato di ripristinare l’ordine in Siria, e di punire Artabano ed Areta.

Il governatore di Siria si disinteressò del regno di Gesù, convinto di dover affrontare per primo Artabano, suo principale antagonista, sovvertitore dell’area, che, predicando il messianismo aveva congiunto il giudaismo ed aveva potuto perseguire i suoi disegni politici di riconquista della Siria ed avere uno sbocco sul Mediterraneo, progetto da decenni accarezzato dagli Arsacidi, naturali eredi dell‘impero seleucide ed achemenide.

Radunate le sue forze, rimaste a lungo inoperose, fatta una nuova leva, congiunte le 8 legioni romane, avute le truppe ausiliarie dai re limitrofi consociati con l’impero romano, Vitellio attuò i piani di invasione secondo la progettazione di Giulio Cesare, aggiornata da, Augusto e Tiberio stesso , che aveva avuto rapporti diplomatici con i re delle popolazioni caucasiche, Albani ed Iberi, ed altre genti scitiche.

L’invasione iniziava dal nord, dalla zona di Ninive (tra Mosul ed Arbil) ed era fatta dalle popolazioni caucasiche, seguite dalle legioni romane ed ausiliarie, che penetrate nel territorio parthico, furono affrontate dal figlio di Artabano, Arsace, erede al trono, con un imponente esercito di 100.000 e con squadroni di cavalleria catafratta.

Artabano fu sconfitto e il figlio morì in combattimento: il re dei re chiese la pace e fece un trattato a Zeugma, un isolotto dell’Eufrate (cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano II, Narcissus, 2012)

Il trattato fu stipulato ed Artabano, alla presenza di notabili ebraici come il tetrarca Erode Antipa, s’impegnò a pagare le spese di guerre, diede ostaggi (il figlio Dario e un gigante ebraico di nome Lazar) riconsegnò l’Armenia minor e altre terre ai romani.

L’impresa partica determinò la fine della coalizione antiromana di Izate, di Areta, di Asineo e di Gesù stesso.

Ognuno di questi dovette difendere i propri confini e rendere conto personalmente della guerra perduta contro l’ imperium romano ai propri popoli, ora maggiormente tassati: il più odiato da Tiberio è Areta IV, di cui l’imperatore chiese espressamente la testa.

Mentre l’esercito avanzava contro Areta, in direzione di Petra, Vitellio deviò verso Gerusalemme e la cinse di assedio intimando o la consegna del maran, di chi cioè era stato fatto re senza autorizzazione romana, o la distruzione della città.

In Gerusalemme il partito filoromano-consapevole degli eccidi successivi la capitolazione della città sperimentati già due volte – riprese il sopravvento e il nuovo sinedrio decise la resa, l’arresto del Christos, la paradosis consegna ufficiale del Meshiah, che venne fustigato e crocifisso come un ribelle all’imperatore Tiberio.

La Pasqua fu celebrata da una folla festante, come una liberazione, alla presenza dei romani vincitori e dello stesso Vitellio nel 36 d.C. (cfr. Giudaismo romano II e commento Antichità Giudaiche XVIII,95-105). Su Gesù Christos Messia rimando a Jehoshua o Jesous? – Maroni, 2003 – e alle connotazioni proprie di tale figura militare e sacerdotale rilevate in molti momenti del mio lavoro su Filone (Vita di Mosé, De somniis ecc.) e su Flavio ( Antichità giudaiche, XVIII)…