Filone e la creazione del mondo
Peri tes Moseos kosmopoiias (De opificio Mundi Mosis)
Premessa: Il significato di Kosmopoiia
Kosmopoiia è termine composto da Kosmos (da Kosmeoo ordino ed orno) che vale Mondo ma anche ornamento e da Poiia che corrisponde a poiema o poiesis e vale costruzione, fabbrica.
Come nome composto Kosmopoiia è dell’area lessicale di Kosmopoieoo (non di quella di kosmogignomai, né di kosmoplassoo, né di kosmourgeoo in quanto sottende un poietes, la cui opera, in quanto azione costruttiva, personale, creativa, tipica, è il mondo sensibile/aisthhtos ed intellegibile/nohtos.
Perciò l’azione di costruttore (del poieths) in quanto creativa e personale dovrebbe escludere l’azione di un demiourgos, la cui opera implica lavoro manuale per un pubblico, costituito da propri simili (di cui colui che fa è parte), che gli hanno dato il mandato di fare qualcosa di nuovo! Questa è la lettura platonica derivata dalla visione arcaica sumerico- accadica di un Mosè legislatore, discendente di Abramo di Ur.
Come gli scienziati contemporanei potrebbero leggere la creazione del mondo?
La demiourgia, propria di un demiourgos, è mestiere professionale che permette di realizzare, per conto di altri, qualcosa che sia di utilità comune.
L’uso di Platone del termine sottende e comporta che colui, che svolge azione demiurgica, carica pubblica, in quanto ha capacità creative, diventa krhstos utile, data la pratica e la funzione professionale, che risulta buona cosa per la comunità.
In effetti il poiema personale e creativo caritativo è e risulta demiourgia solo nel contesto comunitario, quando c’è una politeia (costituzione) e quindi quando esiste la polis e quando ogni componente del sistema è struttura significativa.
Siamo cioè nella storia con demiourgia, mentre con poiema siamo prima della storia, prima del tempo, prima dello spazio stesso, quando neppure esistono le cose e tanto meno l’uomo.
La professionalità, infatti, è caratteristica di una società già organizzata, che si esprime nell’azione sequenziale e nella suddivisione ordinata in momenti specifici di tutto il poiema, di tutto l’opus, sia in Genesi secondo Mosè che in Timeo di Platone e quindi nell’opera di Filone.
Per comprenderci meglio e per non far sorgere equivoci sul problema, mi sembra opportuno fare l’esempio del fornaio Artopoios (termine anch’esso composto che rimanda ad un poiema sull’artos – ad una costruzione del pane – azione tipica rispetto a quella dell’artoklasia – spezzamento – o dell’artokopeion – distribuzione dei pani in panetteria -): la sua azione comporta una sapiente regia organizzativa, riduttiva, unilaterale, rispetto a quella universale cosmica, dopo ideazione, a seguito di una volontà creatrice di fare pane, in relazione ad un tessuto di altri professionisti, utili ai fini della realizzazione del piano, dopo le operazioni di raccolta di frumento. di macinatura e di riduzione a farina, seguite da impasto e da lievitatura, in varie fasi, con la formazione di varie forme di pani, poi infornati e cotti, successivamente destinati al consumo proprio o alla vendita.
L’opera del fornaio, dunque, complessa, frazionata, diventa un’operazione completa di creazione solo a fine impresa, alla cottura e allo sfornamento del pane, alla presenza del prodotto finito, realizzato conformemente a quanto ideato: il buon fine è connesso con la polis in cui vive l’artigiano e per cui opera, come struttura di un sistema funzionale.
Artopoios, quindi, indica colui che fa il pane, in quanto artista che crea la pagnotta, o oltre forme di pane, dopo una serie di operazioni che portano al risultato della varie confezioni di pani di diversi dimensioni, derivati da una massa informe iniziale: il fornaio, così esaminato, in questo senso, non è artopoles cioè venditore di pane in una artopoiia (intesa come vendita di pane) ma è essenzialmente artopoios, un creatore di pane che può delegare anche un altro al frazionamento, alla distribuzione, alla vendita del prodotto di sua fabbricazione, di sua invenzione.
L’artopoios è inventore e creatore di una materia, però, come il pane, di un elemento cioè derivato dal frumento, parte del kosmos, su cui agli inizi dei tempi e prima ancora del tempo, fa il suo intervento o kosmopoiòs (il creatore del mondo) che è o kosmopoietés.
Il termine kosmopoiia, dunque, essendo composto, sottende il valore di poietes e di tutta l’area riferita al Kosmos, oggetto della operazione, creativa, non plastica, né demiurgica.
Il poietes neanche, perciò, è da mettere in relazione con lo ktistes che è un costruttore, ma solo uno che fonda città, in quanto è un costitutore di colonia (apoikia).
Lo ktistes, trasferendo suoi concittadini, che hanno un medesimo sistema culturale, in un‘altra regione, si inserisce in un ambiente nuovo, conservando la propria identità, in un tentativo di speciale integrazione.
Infatti il verbo ktizoo rimanda all’azione di costruire mura, case, città, sottendendo la professione indifferentemente di carpentiere (tekton) o di muratore, architetto in genere (oikodomos), necessaria ai fini della formazione della nuova apoikia
Caratteristica dello ktistes è l’abilità di costruttore connessa con quella di conduttore di colonia e di amministratore.
Ogni Poiia, essendo poiema (o poiesis) sottende, dunque, un poietes che costruisce una fabbrica, la cui funzione non solo è in relazione all’ergon (lavoro) dell’ammassare e del confezionare ma anche al materiale usato e soprattutto alla ideazione che precede l’azione del fare che, in Kosmos, ha valore di ornare e di ordinare, secondo moduli prefissati e preordinati, ideali.
Kosmopoiia, perciò, non è solo Costruzione del mondo, traduzione letterale del termine, in quanto creazione, né solo fabbrica del mondo, come opificio (traduzione latina De mundi opificio), in quanto c’è qualcuno che fa opus, ma è Creazione intesa come principio (reshit) o come al principio dei tempi (bereshit) e agli inizi di ogni cosa, prima del principio stesso, nella fase primordiale e prima ancora dei primordi stessi, quando esiste solo il Nulla.
Entrare nella fase primordiale del Kosmos, prima del Kosmos, o cercare di afferrare l’idea di quel momento in cui inizia l’esistenza dell’universo è penetrare nel mistero e nel misticismo del silenzio, prima dell’esistenza del silenzio stesso, nella solitudine spaziale, prima della divisione in spazio, nell’assenza di ogni cosa: il misticismo del Rg-Veda sembra ipotizzare per primo (o forse contemporaneamente agli astrologi sumeri) una specie di acqua primordiale in cui palpita, senza palpito, qualcosa.
Il cercare di capire l’innografia vedica o i versetti iniziali della Genesi mette in discussione tutta la nostra storia, il nostro metodo operativo, il nostro stesso sistema conoscitivo, le nostre teorie che risultano poca cosa rispetto alla grandezza del big bang iniziale e all’origine stessa del mondo: sono ragionamenti che si rifanno ad altri ragionamenti di altri uomini, che ci hanno preceduto e che hanno parlato di conflagrazioni, di creazioni dal nulla, di sacrificio di Dio, di solitudine divina, di amore divino e di mille altre cose: ragionamenti propri di piccoli uomini, sgomenti davanti all’immensità celeste, fatti per spiegarsi unilateralmente la nostra funzione nel creato e per scoprire, se possibile, qualcosa di diverso e di nuovo.
Noi uomini, condizionati dalle impostazioni precedenti mistico-mitico-sacerdotali e poetici, non sappiamo liberarci dalla teleologia e ricadiamo sempre nella ricerca di cause, procedendo secondo le leggi di causa ed effetto o di successione e siamo presi dalla poeticità dell’immagine e dall’intuizione religiosa perché succubi del phobos: la paura atrofizza il nostro cervello.
Ma se ci poniamo, anche se pieni di phobos, come mistici di fronte al Nulla al momento della nascita (e al momento della fine) possiamo forse riconfigurarci il preludio del mondo e forse intuire qualcosa.
Oppure se ci avviciniamo al Nulla, da uomini di perfetta razionalità, liberi da preconcetti, con la mente tipica dello scienziato, possiamo leggere la genesi del mondo, favoriti dagli strumenti, segni della nostra crescita e della nostra industrializzazione e del nostro progresso.
Comunque, l’uomo ha conseguito risultato sia da mistico che da puro scienziato: con la filosofia ha invece confuso il proprio spirito e lo ha ulteriormente spaventato.
Secondo le formule ascetico-mistiche, infatti, i vedici e i sumeri, si misero a guardare il cielo ed iniziarono lo studio dell’universo: questi per primi mostrarono la kosmopoiia secondo innografia sacerdotale, in caratteri sanscriti e cuneiformi, e allo stesso modo fecero ingenuamente e miticamente i sacerdoti egizi, i magi caldaici, gli scribi ebraici, connessi con quelli accadici, assiri, zaratustriani; e con questo criterio guardarono il cielo poi i classici (i greci e latini), gli stessi druidi e poi i bizantini e gli arabi) e secondo il loro insegnamento noi abbiamo conosciuto la creazione del mondo e su questi parametri noi ragioniamo, credendo di aver realizzato la massima razionalizzazione possibile, grazie anche alla nostra cultura informatica, espressione scientifica della nostra superiorità culturale attuale.
Lo scienziato, anche se condizionato dalla storia e dalla cultura precedente, procede invece scientificamente davanti alla creazione, senza minimamente essere scalfito dalla ricerca eziologica, libero da problemi teleologici.
Lo scienziato torna indietro, perfino, nel tempo, posiziona i suoi strumenti di lavoro al centro dell’universo, sente i suoni e i rumori primordiali, ritorna alla fase, in cui il mondo è simile ad un’arancia: vede e sente con occhi ed orecchie infinitamente potenti e misura facendo calcoli di quanta materia sia rimasta di quel brodo primordiale in cui avvenne quella scintilla iniziale.
L’impresa di Plank ed Herschel del 14 maggio 2009, di fotografare l’universo bambino con lo strumento LFI (Low Frequence Instrument) mi ha riportato alle sensazioni provate nel ’78, quando tradussi la prima volta la Creazione del mondo di Filone e mi ha fatto risentire il problema delle origini del creato, come attuale, contro tutte le teorie apocalittiche e contro le parousiai escatologiche, contro le pazze idee della fine del Mondo, profetizzata per il 2012.
L’indagine cosmica attuale è in linea con tutta la serie infinita di esplorazione celeste fatta dai primordi della storia: i mezzi tecnici e i vettori spaziali, però, hanno possibilità effettive di avvicinare il cielo alla terra quasi di congiungerla e quindi di vedere esattamente ciò che è avvenuto e ciò che avviene, quasi in contemporanea, annullando quasi il tempo stesso.
Il misticismo, in generale, anticipa la scienza in modo incredibile e quasi perfettamente si accorda con le tecnologie del nostro secolo: oggi la misurazione delle anisotropie comporta un tentativo di rilevare il grado di vicinanza al big bang iniziale, e con esso la possibilità reale di poter vedere quel brodo primordiale e di poter sentire quasi il vagito dell’universo e seguirlo nel suo espandersi e farsi: anche i fisici sono costretti a parlare metaforicamente, benché il loro linguaggio sottenda un grande lavoro di numeri, di calcoli, di formule, di studi scientifici!
Se allora, duemila anni circa prima di Cristo i mistici del Rgveda e i sumeri coglievano, quasi nello stesso tempo, a seguito di una lunga ascesi e di un processo di estraniazione dal terreno e dal contingente, la realtà siderale e l’inizio dell’universo, secondo formule innografiche e religiose, ora i fisici stanno ad attendere le risultanze del loro lavoro, che vengono studiate in laboratorio, dopo che le fotografie spaziali sono intercettate e trasmesse da enormi antenne planetarie, poste in luoghi strategici, in Australia e in Spagna: gli scienziati, che catalogano e leggono i segni fotografati dallo strumento ultrasensibile di LFI, ed, in un certo senso, sentono i rumori e le musiche siderali, vedendo la polvere siderale, hanno la stessa trepidazione e lo stesso timore di quei mistici che scrutavano il cielo, giorno e notte, e facevano le loro ricerche astrologiche.
Lo stesso mistero, che la scienza cerca di scoprire con sofisticati congegni esplorativi installati, lassù, al centro (si fa per dire) dell’universo, dopo che è stato individuato un punto strategico, nella sua infinita grandezza, grazie al vettore spaziale, Ariadne, forse non sarà più misterioso, ma ora sarà intellegibile alla ragione umana, non solo, però, di mistici e di sacerdoti, di classi cioè costituite alla lettura delle sfere celesti, ma di tutti gli uomini, grazie anche ai mezzi di diffusione planetari e ai mass media: grazie alla scienza non sarà più un fatto elitario ma un fenomeno, direi, di massa e quindi di cultura massificata, che sarà l’inizio di una nuova cultura.
Il nulla iniziale può essere squarciato nella sua nebbia primordiale e sarà ora una conquista razionale e scientifica, non più un’intuizione di mistici vedici, di profeti, di astrologi antichi, di magi caldaici, come quelli dell’enuma anu enlil cioè degli incaricati di leggere giornalmente il cielo e la terra, simboleggiati negli Dei Anu ed Enlil, o come gli zaotar zaratustriani o come i Contemplativi giudaici alessandrini.
Il sistema vedico ha lasciato un numero impressionante di versi e creato un sistema culturale mistico di incomparabile bellezza e di poetica dolcezza, suddiviso in varie parti e sottoparti ed ha mostrato come è iniziato il mondo e come era il mondo prima di esistere ed evidenziato la funzionalità paritaria di ogni vivente, compreso l’uomo, considerato come tutti gli altri esseri, creatura, senza privilegi.
Quello sumerico fu poi riciclato dagli accadi e dagli assiri,che, convinti della divinità degli astri (al pari della Bibbia, che considera le stelle esseri viventi), trascrissero, codificarono e formularono anche loro una creazione del mondo in senso antropico, centralizzato sull’uomo principe del creato,dando possibilità infinite di lettura del cielo e della terra, in modo congiunto, comunque, secondo strutture ancora ben leggibili in uno numero sconfinato di tavolette raccolte a Ninive e Dur Sharrukin, sotto i vari monarchi assiri: da tutti loro derivò quella scuola caldaica, opposta a quella egizia,che fu per secoli in relazione con quella zaratustriana ed ebraica.
L’infinita documentazione di tavolette, riordinate dal periodo di Sargon II (722-704 a.C.) e di Sennacherib (704-681 a.C.) disseminati nei musei delle grandi città europee ed americane è un patrimonio di immenso valore, oggi, abbastanza conosciuto e di grande utilità, specie se comparato con gli altri patrimoni astronomici ed astrologici di altre culture, seppure venate da forme religiose.
Sono queste tavolette, trovate a Ninive e specie a Kuynjik (cfr. R. F. Harper, Assyrian and Babylonian literature, Londra, 1901; Simo Parpola, Letters from assyrian scholars to the Kings Esarhaddon and Assurbanipal, Eisenbrauns, 2007) rendiconti quasi giornalieri dell’andamento degli astri, durante il giorno e durante la notte, inviati da incaricati dal sovrano di leggere ciò che, scritto nel cielo, poi si verifica sulla terra, ineluttabilmente.
La funzione dei vedici non doveva essere diversa da quella sumerica, accadica ed assira: gli astrologi di Assarhaddon (681-669) e di Assurbanipal (668-631) dànno un‘idea della conoscenza astrologica e della influenza astrale sul destino umano secondo le concezioni religiose: la moralitas e la sapienza astrologica diventano espressione di un retto vivere e di un saggio operare di re e di sacerdoti, legislatori che dal cielo traggono le regole per una positiva vita sulla terra.
Ora sia per i vedici che per gli assiri conformarsi ai voleri celesti è la massima legge di questa ricerca esplorativa astrologica che diventa divinazione, che comporta una serie di formazioni di collegi sacerdotali, abili ad esplorare il volere del cielo, del Dio celeste.
Sacerdoti, magi e legislatori profetici, assumono, perciò, valore immenso nell’antichità.
Ora la scuola vedica, quella caldaica ed egizia sembrano aver dominato la scena delle osservazioni celesti ed aver influenzato in vario modo sia la speculazione zoroastriana, che quella giudaica e poi greca.
Sulla base di tale osservazione celeste deriva la normativa per l’uomo, la legge, e, quindi, la morale umana: i re mesopotamici, persiani, i comandanti greci e romani, basileis ellenistici timorosi del cielo e di Dio, fanno leggere il cielo per conformarsi al volere divino, convinti che gli astri siano esseri viventi che, con la loro razionale disposizione ed armonia, influenzano la vita sulla terra.
Perciò ogni uomo, dotato di potere politico prima di ogni azione, interroga la classe sacerdotale scriba e magica, in quanto capace di osservare il cielo e quindi di profetizzare, ed agisce in conformità delle risposte: guerra e pace, vita o morte dei sudditi, politica conservatrice o innovatrice sono legati alla interpretazione dei segni celesti e poi dei segni scritti della Legge, fissate da legislatori, anch’essi dotati di potere ermeneutico celeste.
La pietas dei re e dei capi militari era segno della loro elezione divina e del loro potere sugli altri, espressione del loro radioso destino già segnato nel cielo, già scritto nelle stelle: tutti i grandi della storia, compreso Gesù, sono considerati figli delle stelle, come Shimon bar Kokkeva, ultimo a fregiarsi di questo titolo in epoca adrianea.
Il mondo antico nella sua stretta connessione con la sapienza magica è religioso, quindi, superstizioso secondo la lettura epicurea razionale, che rileva invece l’indifferenza del cielo e degli dei per le cose umane, di fronte al Kosmos, in quanto esseri assenti ed improvvidi.
Gli studiosi del destino, umano, specie in epoca romana ebbero un vero e proprio successo, come si rileva da Astronomica di Manilio: la scienza investigativa del cielo predomina su quella degli aruspici, degli auguri, dei flamini e di ogni altro collegio sacerdotale ed in epoca tiberiana assume un suo specifico valore in senso teurgico – come abbiamo dimostrato in Scetticismo e Tecnicismo, opera non pubblicata – come evidenzia in modo specifico Luciano di Samosata nelle sue opere (specie Alessandro o il falso profeta e la Morte di Peregrino)…
La ricerca sulla creazione del mondo coincide con la funzione dell’uomo e lo studio della sua eimarmenh, la sorte a lui data dagli dei, come destino segnato già negli astri: il conformarsi alla propria sorte è sapienza in epoca classica, l’opposizione è follia.
Filone, ebreo ellenista, ben conformato con le scuole ebraiche influenzate dalla cultura precedente persiana, assira e quindi accadico-sumerica, ha anche conoscenza della cultura vedica e mostra come Abramo, venuto da Ur, domiciliato a lungo a Carre, sia l’espressione tangibile della superiorità caldaica orientale rispetto a quella egizia (cfr. Abramo e la Migrazione di Abramo).
Una visione univoca della creazione del mondo, vedica, è globalmente di cultura aria, nonostante le posizioni semitiche proprie degli accadi e di ebrei, condizionati dal sistema sumerico.
Non è qui il caso di insistere su questo piano, ma precisiamo che le due impostazioni arie (vediche e sumeriche) sono, comunque, differenti da quelle semitiche (accadi ed ebrei), che influenzano le successive letture platoniche e filoniane, che determinano una cultura agostiniana cristiana, sulla cui scia sussistono tutta la teoria medievale e le successive impostazioni irrazionalistiche e la divisione in due sfere, quella umana e quella divina, influenzata rispettivamente da Satana e da Dio: la superiorità dello spirituale sul corporale deriva da questa confusione e divisione, l’auctoritas del sacerdotium rispetto alla potestas regia nasce da questa errata lettura…
C’è, però, al di là delle tipologie etniche, una comune ricerca della creazione del mondo, in tutti i popoli a cominciare dagli arii, che, in sanscrito, hanno lasciato le loro testimonianze sui primordi stessi e prima dei primordi e quindi prima della stessa kosmopoiia.
I vedici partono dalla coscienza iniziale di un Nulla che improvvisamente si accende di calore e diventa un puntino di luce da cui scaturisce l’universo intero, in una progressione e dilatazione infinita, che diventa Kosmos, un tutto ordinato, secondo forme demiurgiche per le culture semitiche e culture derivate, mentre è solo universo per gli arii.
La differenza forse è sull’ordine e sull’organizzazione, sulla funzione dell’uomo: i primi hanno la centralità del kosmos, della terra e dell’uomo, gli altri non hanno alcuna centralità e non dànno privilegi.
ll lavoro, che viene proposto, è fatto sulla scia della traduzione dell’opera di Filone, un giudeo ellenista, un oniade, un eclettico un sincretista, un filoromano, un methorios, un rabi, un nabi, un esegeta che legge e commenta la Genesi alla luce della sua concreta esperienza alessandrina e del pensiero platonico, secondo la cultura giudaica cosmopolita, ben istruito sulle cose arie, data la rotta Clisma-India, dominata dalle navi ebraiche oniadi accertata dal periodo di Augusto…
Come potrebbe leggere T. H. Huxley e come Margherita Haks o mio cognato Reno Mandolesi, che ha colpito con Ariadne il centro dell’Universo ed ha fotografato il nuovo kosmos o St. Hawking, che prevede un ekpiroosis origeniana per il 2600, con fine del mondo?
Viene fuori un’altra realtà con un altro posto dell’uomo nella natura…. con tante altre forme di vita nell’universo come dice Hack, convinta che esistono esseri intelligenti in altre galassie che, comunque, per problemi legati alla lontananza, non possono stabilire contatti con noi terrestri. Operiamo, dunque con calma e cerchiamo di capire secondo processi scientifici non religioso-filosofici, tramandati dal cristianesimo…
Dio è davvero l’unico responsabile della creazione, che avviene “ex nihilo” (cfr. ex nihilo nihil cecchiano cioè dal nulla, nulla) senza l’uso di una materia preesistente? Oppure questo è dihghsis/narrazione di un sistema pietistico-consolatorio di chi ha una sua storia e che fa la storia dell’uomo che vive in natura essendo un punto nell’universo lui e il sistema solare stesso in cui vive, un punto matematico un’ombra fuggevole un fuscello preso nel turbine di una forza immane, che però ha pensiero, secondo Pascal, e quindi ha possibilità di costruire una concezione simbolica dell’universo che, seppure imperfetta, lo autorizza ad orientarsi come se fosse carta ad un navigante in modo da guidarsi nella sua sfera pratica di azione, per avere una idea del corso della natura?
Il corso è ordine naturale? I nostri parametri di presente sono esatti come quelli di passato e di futuro? Noi abbiamo una visione conseguenziale del tutto, noi procediamo per causa ed effetto e consideriamo il presente figlio del passato e padre del futuro e parliamo di ordine di natura e crediamo in una costante naturale che non può essere spezzata: il nostro è un processo induttivo suffragato da uno deduttivo sillogistico! È… confusione sincretica! Questo sembra voler dire Huxley in Tree Lectures on Evolution, tenutesi a New York nel settembre 1876. Egli scarta le prime due ipotesi formulate – esperienza ab aeterno nell’universo nelle presenti condizioni, e della sua creazione subitanea improvvisa divina biblica – e ne introduce una terza miltoniana evoluzionistica, di cui dà prove nelle due successive conferenze – prove paleontologiche dell’evoluzione degli organismi -.
Nella II conferenza tratta della lunga durata di certe forme e discute sul problema dell’imperfezione dei dati geologici che possono essere solo testimonianza neutra anche se cita come testimonianze favorevoli quelle rappresentate dalle forme di passaggio dai rettili agli uccelli.
Solo con la III conferenza affronta la testimonianza dimostrativa dell’evoluzione estendendosi sulla serie fossile degli EQUIDAE (dalle forme eoceniche attraverso le mioceniche e plioceniche fino agli equus del pleistoicene ed attuali), mostrati poi più precisamente in Inizi e progressi della Paleontologia. Nell’esame dell’opera poetica e mitica di J. Milton (1608-1674) del Paradiso perduto (Paradise Lost), ci fa un quadro concreto e definito dell’origine del mondo animale (il sesto giorno sul suon dell’arpe/ spuntava, il sesto/ che del creare fu meta; e disse Iddio/ produci o terra anime vive, armenti/ rettili e belve di ogni genere. Intese/ quel comando la terra e il fertil grembo/ ad un tratto aprendo innumerabil copia/ di vive creature ad un parto schiude,/ perfette e appien cresciute…)
Per Huxley questo vedrebbe un osservatore, secondo Milton, se ci fosse in quel dato tempo creativo, ma se si tornasse veramente indietro nel tempo, al momento creativo, si arriverebbe a concepire forme vitali sempre più semplici fino a giungere ad un mondo primordiale che si presenta come massa di protoplasma indifferenziato…cioè come substrato comune di ogni attività vitale… quasi brodo siderale
Si arriva, dunque, ad un processo naturale che è senza soluzione di continuità per cui bisogna sospendere il giudizio coscienti ed indifferenti ad ogni manifestazione a priori. c’è un’origine ma noi non possiamo dire quale, se procediamo per prove testimoniali o per prove circostanziali !….