Per un “Bios” di Giòsuè, “diadochos” di Mosè, secondo Giuseppe Flavio

Giuseppe Flavio, Antichità giudaica V
Per un “Bios” di Giòsuè, “diadochos” di Mosè secondo Giuseppe Flavio

 

Arnauld d’Andilly divide il V libro di Histoire des Juifs écrite par Flavius Ioseph sous le titre de Antiquitez Judaiques (Traduite Sur L’original Grec Reveu Sur Divers Manuscrits, Par Monsieur Arnauld D’andilly, Gallica, 1681) in 11 capitoli, che noi riassumiamo, suddividendoli in due nuclei:
Il primo ha come protagonista Giòsuè di Nun (I, II, III, 1-184);
Il secondo tratta de i Giudici (IV, V, VI.VII, VIII, IX, X, XI, 185 -362);

Secondo noi, Flavio, nei primi tre capitoli, tratta di Giòsuè di Nun, un uomo della tribù di Efraim (Numeri, XIII, 9, 17; I Cronache, VII, 22-27), segnalatosi già con Mosè, scelto tra tutti come diadokhos/successore, destinato a conquistare la Palestina e a suddividerla in partes, assegnate alle singole tribù, che vivono autonomamente, secondo le proprie tribali tradizioni di cultura sumerico-accadica-mesopotamica, con uno specifico e comune culto sacerdotale ad Jhwh, venerato in diverse zone e poi sul monte Moriah, in Gerusalemme, dopo la costruzione del Tempio davidico-salomonico, centro religioso.

Giòsuè, avendo coadiuvato Mosè in varie circostanze – era stato inviato con altri ad esplorare il paese di Canaan prima che gli Israeliti si avvicinassero ad esso, per invaderlo (Esodo, XVII, 9; XXIV, 13; XXXIII, 11; Num., XI, 28; XIV, 6 e segg.) – solo alla fine della sua vita, dal legislatore era definito suo diadochos (cfr. Num., XXVII, 18 e sgg), col compito di stanziare le popolazioni nei territori conquistati nel corso di tante migrazioni più o meno accolte dagli autoctoni popoli con cui avveniva una graduale integrazione, salvo in casi di sterminio etnico, simile a quello arcaico di Sichem, episodio di Dina stuprata, vendicata dai fratelli contro la volontà di Giacobbe! cfr. Dina, figlia di Giacobbe e di Lia in www.angelofilipponi.com.

Noi rileviamo che in questa sezione Flavio segue Il libro di Giosuè, biblico – che è il sesto dei libri della Bibbia ebraica, dopo i Cinque del Pentateuco, ma operiamo secondo la narrazione del V libro di Antichità Giudaiche (cfr. V, 1-126) in cui è trattata la narrazione dell’arrivo degli ebrei sulla riva orientale del Giordano, del suo passaggio e dell’inizio della conquista della terra di Canaan, che viene spartita tra le 12 tribù.

Per noi, Giuseppe Flavio fonde il Pentateuco e il libro biblico di Giosuè, formando un insieme, che risulta unicum, tanto che alcuni critici, seguendo la tradizione samaritana, credono che si possa parlare di Esateuco, in quanto hanno in comune gli stessi documenti scritti, che, comunque, dànno notizie mitiche, non supportate da reali prove archeologiche e storiche, in contrasto con altri – oggi più numerosi! – che cercano di datare l’Esodo, lavorando tra la fine della dinastia egizia XIX e l’inizio della XX, a partire dal regno di Merenptah-Miniptah, fissato tra 1235 a.C. e il 1226! Perciò, si ritiene che sulla base degli scavi di Gerico – già fatti dai Tedeschi nel triennio 1907-9 e ripresi dagli Inglesi nel 1930 – intenzionati a fissare l’epoca della caduta della città, agli inizi del XII secolo – e su quelli odierni, israeliani, dopo quasi un secolo, non ci sono oggettive scientifiche prove archeologiche, neanche su tale congettura (cfr. Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman, Sulle tracce di Mosè, Carocci editore, 2021). Di conseguenza, allo stato attuale, bisogna confessare che, esaminando anche le tracce, lasciate di Giòsuè, esse sono scarse e risultano memorie di popolazioni nomadi, che si sono congiunte inizialmente senza amalganarsi con quelle autoctone in quanto giungono in vari periodi storici, ancora da determinare, non essendoci elementi sicuri per una datazione ufficiale.

È chiaro che la fonte giudaica di Filone e di Flavio difende in epoca romana la propria tradizione contro la diceria di un popolo lebbroso, cacciato da Avaris dai ramessidi o da Boccoris (718-712 a.C.) secondo il racconto di Manetone e Cheremone, propagandato, da Apione (cfr. G. Flavio, Autobiografia, a cura di Elvira Migliario, Bur, 1994) proprio nel momento dell’Ekteoosis/Divinizzazione di Gaio Caligola e di Drusilla/Panthea, e del decreto d’installazione del colosso imperale nel tempio di Gerusalemme, anno 40. d.C. cfr. Filone, Legatio ad Gaium (a cura di A. Filipponi, eBook, KDP, 2022).

Perciò, si rileva solo apologia con esaltazione di Mosè e di Giòsuè. Noi, comunque, cerchiamo di fare rilievi più precisi in relazione ad un duplice recinto delle mura di Gerico, ritrovato – quello, presunto, caduto sotto Giòsuè – che dovrebbe essere, forse, quello interno, il quale corre sulla cresta della collina, e che mostra evidentissime tracce di distruzione violenta. Su questa distruzione ci sono, però, varie opinioni in quanto alcuni la fissano alla metà del sec. XV a.C. sulla base dei vasi in ceramica, ivi rinvenuta, altri, come noi, per diversa interpretazione e lettura storica degli eventi e degli stessi ritrovamenti, la riportano a circa la metà del XII, al tempo successivo a Merenptah! Questa datazione, stabitita agli inizi della XX dinastia, dopo la fuga dei lebbrosi da Avaris, fissata poco dopo 1198 a.C. quando alcuni israeliti, hapiru, iniziato l‘Esodo, dopo aver girovagato nel deserto per un venticinquennio, sotto la guida di Osarseph, l’egizio Mosè, si stanziano nella Transgiordania, inizialmente, seguiti, poi, da altri gruppi di contribuli hapiru, che arrivano, ad ondate, sotto la guida di Giòsuè – quello che chiamiamo Gesù di Nun o di uomini chiamati giudici! – che conquista Canaan, la zona della Cisgiordania, e la suddivide alle varie tribù, ora confederate, dopo la circoncisione, come segno del Patto comune con JHWH, pathr/padre e despoths/signore. Noi, comunque, partiamo da considerazioni sulla base degli scavi di Timnath-seraḥ (dove Giòsuè, possessore di terreni, assegnatigli nella spartizione del paese, è sepolto!), e pensiamo di essere autorizzati a credere al testo greco dei Settanta (XXIV, 30 bis che dà, in più, rispetto a Testo masoretico, la notizia che, nella sua tomba, ci furono deposti i coltelli di pietra, usati per la circoncisione, praticata a Ghilgal, località oggi comunemente identificata con Tibne (a circa 15 km a nord-est di Beth-el, presso il cosiddetto “villaggio di Giosuè/Kefr Yeshū‛ā” dove esistono molte tombe, scavate nella roccia, di cui una, nel 1870, aveva parecchi coltelli di pietra, affilati con coti, che lo scopritore, all’epoca, ritenne ssll’epoca esser quelli deposti nella tomba di Giosuè!?).

Siamo scettici, comunque, per quanto riguarda la datazione in quanto non ci troviamo davanti ad una vera prova storica!

 Bisogna precisare, infatti, che il redattore del libro biblico di Giosuè non si serve di un solo documento, ma di documenti vari, parecchi dei quali sono di epoche diverse, anche se fa riferimento all’occasione della vittoria, relativa il sole e la luna, fermatisi nel loro corso celeste, all’ordine del condottiero giudaico (X, 12, segg.).

Di questo evento, non c’è traccia alcuna in altri scritti, ma solo una formale memoria!

Comunque, per la distinzione e per l’epoca, noi andiamo oltre i commenti di H. Holzinger (Joshua, in Kurzer Hand-Commentar zum A. T., Tubinga e Lipsia, 1901); di Fr. de Hummelauer (Commentarius in libr. Josue, Parigi, 1903); di S. Friedeberg (Joshua, Londra, 1913); di G. A. Cooke (The book of Joshua, Cambridge, 1918); di E. Dimmler (Josue, Richter, Ruth, Gladbach, 1922); di C. Steuernagel (Das Buch Josua übers. und erklärt, in Handkommentar zum A. T., Gottinga, 1923 – ristampa anastatica dal 1900 -); di A. Schulz (Das buch Josue übers. und erklärt, in Die heil. Schrift des A. T., Bonn, 1924); di J. Kaulers (Het Bock Josuë, Brugge, 1928) e, procedendo, in senso storico, consideriamo ogni cosa mitica, tipica di uomini, che non conoscono neanche quello di cui parlano, come succede proprio a Filone – nella sua trattazione filosofica del commento sacerdotale ed allegorico della Bibbia – e a Flavio – che, oltre tutto, polemicamente e apologeticamente, parlando, da storico, fa una grande confusione della storia egizia e che, neanche sa rilevare la migrazione dei popoli del mare, come dimostra chiaramente In difesa degli ebrei contro Apione (a cura di Francesca Calabi, collona sotto la direzione di Maria Grazia Ciani, Marsilio, 1993) -.

 Anche Il libro biblico, d’altra parte, che è diviso, anch’esso in due parti (capp. I-XII e XIII-XXII), ed ha pure un’appendice (capp. XXIII-XXIV) fa gran confusione!

 Nella prima parte, infatti, è narrata la lenta penetrazione in Canaan con la sua conquista: cioè sono marcati l’esplorazione della città di Gerico (II) e il passaggio miracoloso del Giordano – che trattiene miracolosamente le sue acque fino a che l’Arca e tutto il popolo non siano passati (III-IV) – oltre la pratica, compiuta a Ghilgal, del rito della circoncisione (che era stato negletto nei 40 anni di peregrinazione nel deserto) – V -. Per quanto riguarda la mitica e taumaturgica espugnazione di Gerico – le cui mura rovinano davanti alla processione degl’Israeliti con l’Arca (VI) al suono delle trombe – bisogna aggiungere che vengono rilevati il ripetuto assalto alla città di Ai (Hai), la sua conquista, e la punizione di Achan/r, israelita – che viola il ḥerem (anathèma di distruzione), pronunciato contro Gerico -, e il pubblico arringo del popolo sui monti Garizim ed Ebal, per rinnovare il patto della legge (VII-VIII)!

Inoltre, viene esaminata l’astuzia, con cui i Gabaoniti evitano di essere distrutti dagl’Israeliti, dei quali diventano servi (IX), mentre è narrata anche la vittoria sui cinque re amorriti, in cui Giòsuè comanda al sole di fermarsi per aver più tempo di sfruttare la vittoria, grazie al persistere, oltre natura, della luce del sole tramontante (X); vengono celebrate la vittoria contro la lega, capeggiata da Iabin re di Hasor (XI) ed altre vittorie con le estensioni della conquista (XII). Nella seconda parte si narra la spartizione del territorio conquistato, fatta da Giòsuè alle varie tribù israelitiche, dapprima a Ghilgal (XIII-XVII), e, in seguito, a Silo, dopo che ivi fu trasportata l’Arca (XVIII-XXII).

L’appendice, invece, riferisce le ultime allocuzioni di Giòsuè e si chiude con la sua morte a 110 anni, e il suo seppellimento a Timnath-seraḥ, nelle montagne di Efraim.

B. Tutti questi fatti, compresa la morte di Giòsuè e quella di Eleazaro – che lascia il sacerdozio a Finees – sono anche nel V libro di Giuseppe Flavio, in cui è compresa pure la storia del levita e della moglie con la vendetta di tutti i contribuli giudaici sulla tribù di Beniamino, che viene duramente punita per l’oltraggio fatto al levita anche se poi viene, in un certo senso, beneficata e salvata grazie al decreto degli anziani, che autorizzano matrimoni con figlie di israeliti ai supertiti maschi. Si noti che questo non fa parte del libro biblico di Giosué, insieme ad altri racconti sulla migrazione dei daniti, che sono in Giudici (17, 1-13; 19, 1-30; 20, 1-48; 21, 1-14) a dimostrazione che anche Giuseppe Flavio fa un’opera raccogliticcia a fine memoriale e propagandistico, anche quando esamina la situazione della tribù di Dan che, emigrata, è costretta a ritirarsi dalla pianura sulle montagne di Giuda, perché incapace di combattere contro i nemici più quotati militarmente! Tutto sembra essere stato scritto per l’origine del santuario dei Daniti: lo scrittore indica, infatti, i nomi dei primi giudici, come uomini di quella tribù, facendo perfino confusione tra Keniazo e Otniel, figlio di Kenaz-Keniazo, attivo contro un sovrano assiro! Questa è parte ben divisa dalla prima. Dopo la morte del condottiero e del sommo sacerdote, secondo Bibbia e secondo Flavio, inizia l’epoca dei Giudici, che noi abbiamo così riassunto, ma prima abbiamo cercato di comprendere il motivo della disputa tra Jefte giudice biblico e il re di Ammon circa il territorio compreso tra Arnon e Jabbok cfr. cartina.

Noi abbiamo studiato a lungo quanto è ben descritto in Giosué (12,1-6), quando Mosé vince Og, re del Basan, ed occupa il territorio ad oriente del Giordano, che si estende dal torrente Arnon al fiume Jabbok. Si sa che quel territorio è concesso alla tribù di Ruben, e di Gad e alla metà di quella di Manasse – che per noi sono le tribu di hapiru che, dopo 40 anni cioè circa 25 anni, secondo il nostro conteggio solare – con Mosè/ il mitico Osarseph manetoniano, per Giuseppe Flavio, prendono possesso per primi della zona (a cui segue poi un’altra migrazione quella di Giòsuè che conquista il territorio cisgiordano, dove vengono stanziate le alttre tribù, venute coon questa nuova ondata) -. Noi, perciò, facendo i calcoli a partire dalla morte di Mineptah diciamo che gli ebrei conquistano Transigordanua e poi Cisgiordania meridionale in un arco di tempo di un settantennio, compreso la migrazione nel deserto ed affermiamo che al tempo di Jefte, dopo i biblici trecento anni, cioè i nostri 176 anni – noi calcoliamo come già abbiamo fatto in Angelo e Mirko Filipponi (eBook Antichità giudaica, II (1-200), I, Vita di Giuseppe, 2015), riducendo 120 anni-lunazioni a 75 anni solari – per cui i 300 di Jefte risultano 176 anni circa, così da sarrivare alla fine del libro dei Giudici e alla elezione di Saul re, ad opera di Samuele dopo, un cinquantennio da Jefte, all’anno 1020 a.C. e, quindi, ad una probabile elezione di Davide, dopo circa un decennio di regno del predecessore, intorno 1005 a.C. e a Salomone intorno al 970 a.C.

Dunque, la datazione di Jefte diventa centrale nel nostro lavoro dopo quella della morte di Merenptah in quanto, contati gli anni di peregrinazione nel deserto, dopo gli arrivi in Transgiordania e i 76 anni di possesso isralitico del territorio tra Arnon ed Jabbok, tolto agli amorrei, si giunge, seppure con qualche incertezza, all’anno di contesa 1050 a.C.
I primi due giudici, sorti in occasione della soggezione delle tribù – che soffrono di un’anarchia e che non osservano le leggi divine – ad un re assiro innominato e ad un re di Moab, di nome Eglon, dovrebbero essere in carica intorno all’anno 1128: del primo sappiamo che si chiama, secondo Flavio, Keniazo, mentre la Bibbia riporta un altro nome quello di Otniel figlio di kenaz; il secondo ha nome Ehul,e come l’altro è liberatore dal tiranno, inviato da Dio, offeso dal popolo infedele, restio alle punizioni e al pentimento (Bibbia Giudici – 3, 7/10 e 3, 12/31 – e Flavio, V, 4, 179/184).

Per quanto riguarda Debora e Barak – a cui Flavio dedica il quinto capitolo – si potrebbe anche accettare come data d’inizio del mandato divino, l’anno 1216 di H. G. M. Willianson (Dictionary of the Old Testament, Downers Grove, 2005), accettata, sembra, anche da P. Sacchi (curatore de I giudici, Paoline edizioni, 1985).

Flavio dedica, poi, il sesto capitolo a Gedeone, il settimo ad Abimelech e Jair, Apsana, Elon e Abson, oltre che ad Jefte, per chiudere con l’ottavo mediante la figura dell’eroe Sampsone, col mito della forza mostruosa grazie ai capelli, mai tagliati, secondo le regole del nazireato (275-317). Infine da Flavio, che ha mostrato una carestia che affligge gli israeliti, viene narrata la vicenda di Ruth e di Booz, genitori di Obed, il cui figlio è Jesse, padre di Davide, in modo da evidenziare i rapporti con la futura dinastia davidica. Flavio tratta, comunque, prima le figure di Eli e di Samuele, destinate a chiudere il libro dei Dikastai/shophetim o shopherim שופטים – data l’alternanza nei codici di tau e resh -. Precisiamo che essi non sono giudici, magistrati/kritai o dikastai che amministrano solo la giustizia, ma sono capi militari tribali, salvatori e liberatori/ sootheres ed eleutherontes – dei loro popoli!

 Flavio, infatti, mostra come gli israeliti sono etnh confederate, che tendono ad avere unione tramite Dio, padre e signore, e quindi ad avere un comune centro religioso, quando ancora sono vaganti, disuniti, desiderosi di aver unità sulla base di una stabile dimora di JHWH, che li ha tratti fuori dall’Egitto, dopo aver dato una guida militare Mosè ed una spirituale Aronne, e fatto un patto secondo le formule mesopotamiche di Abramo, Isacco, Giacobbe e dei suoi figli, capostipiti ktistai-fondatori tribali. In circa due secoli, XII e XI, le tribù di hapiru, giunte in Palestina – dove si sono stanziate accanto alle genti preesesistenti – come quelle di Jebul/Gerusalemme – hanno formato una confederazione di stati autonomi, ancora in lotta coi popoli vicini, non sottomessi, dopo le varie ondate migratorie di epoca mosaica e gesuana, in quanto questi risultano superiori militarmente, meglio organizzati, poiché la loro fanteria è fornita di carri falcati, simili a quelli ittiti ed assiri, ed hanno il monarca come simbolo della loro unificazione popolare. Gli ebrei, invece, avendo subito le divisioni territoriali, da Mosè e da Giòsuè, hanno bisogno, dopo l’accettazione delle regole e delle prescrizioni rituali secondoTorah, proprie del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) in relazione alla promessa di Dio ad Abramo – un nomade, che viene da Ur in Sennaar fino ad Harran, e da qui fino al Negheb, credente in un suo unico Signore e padre, che vuole come segno esteriore la circoncisione del prepuzio per i suoi fedeli, obbligati a venerarlo con un unico culto, secondo il sacerdozio levitico, che, nel corso dei 40/25 anni di peregrinazione nel deserto, ha creato una Tenda per il suo Dio, fino a quando Salomone, figlio di Davide non costruisce un Tempio stabile, in Gerusalemme – per relazionarsi tra loro e separarsi dalle vicine popolazioni, d’altra parte, ostili.

La storia-mito della conquista progressiva di Canaan è un evento di violenta invasione con sterminio di popolazioni, voluta da un Dio crudele, che si ascrive ogni vittoria, che mostra la sua potenza, non quella del popolo ebraico – che deve solo avere fiducia nella promessa divina e mantenersi puro, seguendo le regole prescrittive mosaiche, ricordate dai sommi sacerdoti e dai profeti, che si sono definiti giudici, aristocratici personaggi che amano e temono Dio, con cui hanno una reale comunicazione, quasi fossero i suoi ministri sulla terra, interpreti e messaggeri del celeste divino pensiero -.

 Flavio, nella seconda parte del libro V, 120, parlando dei Giudici, mostra come si dia potere egemonico secondo la parola del sommo sacerdote Finees, figlio di Eleazaro, alla tribù di Giuda, al fine di operare lo sterminio della stirpe dei Cananei con l’aiuto della tribù di Simeone, transgiordana, a patto che si fosse liberata dal tributo ai nemici e come tutto si risolva 

a favore ebraico, nonostante insuccessi, dovuti alla inferiorità militare, nel tentativo di conquista della shefela, pianura, e la corruzione di costumi, dopo la vittoria, a seguito di una conseguita ricchezza, agricola. 

 Flavio, diversamente dal racconto biblico, pone subito la storia del levita e della sua donna bethlemita, appartenente alla tribù di Giuda, contestualizzata nella città di Gabaa, in una zona, toccata in sorte alla tribù di Efraim (136-150) per evidenziare la corruzione di contribuli, che si sono allontanati dalla Legge ed hanno commesso un grave peccato – quello stesso di Sodoma e Gomorrra, punito da Dio -. Lo scrittore si pone il problema se è compito dei contribuli attaccare e sterminare i beniaminiti, colpevoli del reato di Sodomia in quanto la legge vieta di perseguitare con le armi un fratello se non dopo aver inviato ambasceria e fatto tutti i tentativi per indurre i malfattori al pentimento. Fatte le debite operazionì di conciliazione, avute le risposte negative, la guerra contro i gabaoniti si risolve con il loro sterminio ad eccezione di pochi, che poi possono contrarre matrimoni con ebrei di altre tribù, che concedono le loro figlie, anche se rapite! La Bibbia con I re, 6,1 afferma “Ed avvenne il quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dei figli di Israele dal paese d’Egitto, nel quarto anno, nel mese di Ziv, cioè il secondo mese, dopo che Salomone era divenuto re su Israele, che egli edificava la casa di JHWH”.

Tale affermazione, dunque, per noi, vale come se Salomone, figlio di Davide comincia a costruire il tempio a Gerusalemme nell’anno 974 a.C., dopo circa 240 anni, da quando forse il mitico Mosè parte, il 15 Nisan 1213 a.C.