Di un ordine femminile soppresso nel 1572
Il presente articolo è un vecchio lavoro di traduzione, fatto dopo una ricerca di archivio.
Lo propongo così come l’ho tradotto negli anni settanta!
Ho ricopiato quanto ho trovato in un quaderno scritto, a matita, e dopo molte incertezze, lo pubblico perché lo considero, comunque, non degno del mio impegno storico attuale e nemmeno del mio consueto stile: non vorrei apparire simile ad uno scrittore del II cinquecento ancor incerto tra delectare e docere, del subito dopo l’evento controriformistico, nel clima di guerra cristiano-musulmano!.
Ho lasciato alcune frasi, forti, anche pornografiche, allora usuali che mi sembravano inizialmente troppo piccanti, inutili ai fini della vicenda, ma poi sono state considerate necessarie per evidenziare la corruzione del clero perfino in epoca tridentina e per denunciare un fatto, condannato, all’epoca, dal Pontefice stesso, che sopprime l’Ordine di clausura nell’ascolano, in ottemperanza del Decretum del 1563 De regolaribus et monialibus .
Ecco la traduzione
Nell’anno del Signore, MDLXXII (1572), in una località imprecisata- testo abraso – del Piceno ( Ripatransone?) fu soppresso un ordine di monache di clausura, per ordine del papa Pio V.
Questo è l’incipit di un relazione scritta da un prelato per la curia papale come atto di accusa in cui si rivela quanto accaduto e sono precisati i luoghi e i nomina dei protagonisti.
Era accaduto che un sacerdote di Offida, avendo preso tra le vedove una suora, incinta di 8 mesi, l’avesse fatto partorire, grazie al suo personale impegno, e l’aveva sistemata nella canonica, provvisoriamente, dopo la Nascita di un bel bambino.
Il relatore, dopo indagine, riporta i fatti, indulgendo ad una descrizione minuziosa di come si verificano, facendo partecipare anche chi deve giudicare!,
Infatti scrive: Il sacerdote venne a sapere che il bimbo era frutto di un rapporto della suora, tale Domenica Pupilli di Grottazzolina e del suo Confessore, un trentenne frate francescano, tale Padre Gesualdo Guglielmi.
Questi, dopo la morte del precedente padre confessore, era diventato l’amante della madre badessa, di nome ignota, che era già stata la donna del vecchio precedente confessore, che viveva nel paese, in cui era il monastero.
Padre Gesualdo era uomo, scuro di carnagione, un mulatto, aitante e piacente, che, scaltramente cercava di entrare nelle grazie della madre badessa, anch’ essa donna bella, trentanovenne, incapace di controllare la propria sessualità, dopo la tresca col defunto frate.
Aveva, perciò, dopo qualche mese, confessato al nuovo confessore la sua relazione con una consorella, giovanissima, e chiedeva l’assoluzione per il suo rapporto omosessuale.
La relazione è in più punti abrasa , ma invia un preciso messaggio: Il confessore gliela negava recisamente, dicendo che lui, da uomo, non capiva nemmeno quello, di cui la donna parlava, e che aveva bisogno di prove concrete per poter dare la giusta penitenza.
Passarono giorni prima di convenire per un incontro nella cameretta della Madre badessa, in cui si tenevano i convegni tra le due suore, che si univano in amplessi omosessuali, proibiti.
Il frate ebbe la possibilità di stare in una camera accanto. semiaperta, e di vedere le effusioni amorose delle due suore che, nude, si mostravano frenetiche nella ricerca del piacere: pur sapendo di essere spiate, sembravano ancora di più eccitate, come per provocare un maschio!.
Padre Gesualdo osservò tutto e, nonostante l’eccitazione provata, si contenne, richiuse lentamente la porta ed uscì, mentre le due ancora erano impegnate nella loro focosa relazione amorosa.
Ci sono parti abrase ma il senso è chiaro:
La confessione del peccato ora ebbe l’assoluzione con penitenza e con le dovute preghiere di rito: il frate disse che lui personalmente diventava strumento punitivo di Dio, che voleva la purificazione dei corpi, con dolore!.
Perciò lui, sebbene indegno, doveva punire la lussuria prima della badessa poi della consorella, facendo un’operazione dolorosa, mediante la penetrazione del suo membro, posto in podice /nell’ano delle due penitenti, che così scontavano la pena di peccare contro natura.
Padre Gesualdo mostrò loro la necessità di tornare ad essere le spose illibate, le agapete di Cristo!
Ordinò loro, nel frattempo, di portare un cilicio adatto, che lui stesso dispose sui loro due corpi, nudi, dopo averli toccati minuziosamente in ogni parte, anche in quelle intime.
Fu un’operazione lunga, separata: prima la giovane, che ebbe anche una minuziosa esplorazione vaginale, seguita da un cunnilungus che fece quasi svenire la virgo/vergine per il piacere; poi, la badessa, spogliata con le proprie mani, accarezzata perfino sui corti capelli, fatta piegare inizialmente, in modo che la donna mettesse le mani aperte tra le sue gambe, all’indietro, per poi lentamente rialzarla e tirarla verso di sé, così da comprimere i seni turgidi contro il proprio petto maschile, in un abbraccio vigoroso.
La terza cartella molto corrotta, comunque, porta scritto :
Il frate, qualche giorno dopo, a notte fonda, entrava nella camera dove erano le due donne, nude e pronte, col culo all’insù.
Nel massimo silenzio Padre Gesualdo fece la doppia operazione penetrativa, essendo l’una accanto all’altra, mettendo in un tempo di attesa l’una, mentre faceva godere l’altra, dosando le proprie forze, frenando il suo istinto, consapevole di essere uno strumento della collera di Dio.
Mentre l’una godeva, l’altra pregava dicendo Ave Maria e Kyrie eleison, e il frate chiudeva con Amen, Gloria in excelsis Deo.
Il frate si accorse che la madre badessa nella tensione afferrava le sue mani e se le metteva sul davanti, sul clitoride, in modo da avere anche lei una continua eiaculazione, tanto da torcersi per il piacere, favorendo la penetrazione, essendo già abituata a quel tipo di perforazione; la giovane sorella, invece, provava dolore e stava rattrappita, muta, e neanche osava emettere un lamento per la paura e subiva la pena, pregando Dio, dicendo anche Pater noster, sperando che l’uomo si soddisfacesse il più presto possibile.
La madre badessa in confessione confidò al frate che la penitenza di padre Romualdo, il vecchio confessore, era diversa: consisteva in fellatio, punitiva, contraria alla pratica del sesso innaturale, che era, comunque, cosa gradita a lei e all’uomo, anziano, che astutamente così si preparava ad avere turgido e duro il cannoncino per la penetrazione.
Il Frate, allora, fece allestire una stanza per la penitenza in un angolo del convento, lontano dai possibili sguardi di estranei dove la madre badessa poteva punire le suore per i peccati secondo le esigenze e le modalità precedenti, adottate saggiamente dal vecchio confessore.
Padre Gesualdo volle mettere, perciò, alla prova quanto diceva la madre badessa e si presentò una sera, verso la prima hora della seconda vigilia nella sua stanza, non in quella delle penitenze.
La donna era già nuda ed aveva preparato una sedia episcopale, alta su cui fece sedere il frate, che, già eccitato, mostrava il suo pene dritto, grosso.
Lei si inginocchio ai suoi piedi e con le mani agitò un po’ e scapocchiò l’uccello, e lo baciava sul glande e sulla corona, proprio là sotto, dove c’è l’innesto con l’asta del pene, che subito diventò rossa e si dilatò ancora di più.
Con abilità la donna schioccava la lingua, facendola girare intorno al membro maschile e poi, con la mano s’infilava quanto più poteva tutto l’organo maschile dentro la bocca, dando gioia immensa al frate, che chiudeva gli occhi e sembrava muggire.
La monaca, allora, capita la situazione, di scatto si tirava indietro, con la bocca, e saltava con un balzo sopra le gambe dell’uomo e si ficcava dentro la sua vulva, aperta, il pene, agitandosi, e muovendosi, comprimendo il petto, baciando freneticamente, in faccia, l’uomo, che ora le si avvinghiava.
Il frate non ebbe neanche il tempo di controllarsi e frenare quella furia di donna e si sentì esplodere per il piacere e, con forza, alzò la badessa avvinghiata, si separò dall’amplesso e la spostò al suo fianco, mentre due schizzi di sperma colpirono la parete del muro di fronte.
Basta disse il Frate e si ricompose, timoroso che qualche goccia dello sperma fosse rimasto dentro la vulva della donna, avendo visto gocciolante il suo membro.
Il relatore ora aggiunge notizia circa l’identità del frate: Chi era padre Gesualdo?
Il frate era nato da un relazione tra una certa Porzia ed Alessandro il Moro, duca di Firenze, figlio naturale, a sua volta, di Papa Clemente VII, morto nel 1534, dopo undici anni di pontificato, frutto di un rapporto tra il cardinale Medici e una mulatta amerindia.
Padre Gesualdo, il cui nome era Giulio, adottato da una famiglia picena, aveva fatto rapida carriera tra i francescani.
Da piccolo aveva saputo il 6 gennaio 1537 della morte di suo padre Alessandro, in un postribolo, ed aveva conosciuto perfino l’uccisore Lorenzino dei Medici e lo stesso Cosimo I dei Medici, successore del padre nel ducato fiorentino…che lo tennero in convento, anche se sapevano che lui era l’erede del ramo principale legittimo mediceo, imparentato con l’imperatore Carlo V, pagando somme di denaro…all’abate.
Seguono i timori della coppia, ben descritti dal relatore…
Il frate temeva, perciò, che la sua passionalità potesse rovinare la sua carriera ecclesiastica ora che vigevano i canoni di Papa Paolo IV che, a Trento, aveva fatto giurare la nuova fides catholika, nel 1563.
Il frate sapeva che le regole della controriforma erano rigide, specie in materia morale, sessuale, e che già erano applicate in ogni convento, dove erano escluse le donne!
C’erano in convento solo le icone della Madonna con bambino!
Padre Gesualdo, anche se pregava la madre di Dio, comunque, ora era divenuto un oggetto nelle mani della badessa, che sapeva come punire non solo le sue suore, ma anche il confessore, ormai dominato dalla lussuria della donna, che, nella stanza della penitenza, aveva allestito una camera di supplizio, con vari tipi di cilicio e di cazzi di legno di varie dimensioni, per le suore che non obbedivano.
Il frate, comunque, divenne, col consenso della badessa, lo stallone di 15 cavalle, consorelle, il montone di tutto il gregge del signore.
Qualche mese dopo, però, ci fu l’incidente di sorella Domenica la sedicenne rimasta incinta: decisero insieme, lui e la badessa dopo lunghe discussioni, tra abbracci ed accuse reciproche, di cacciarla dal convento, come difesa del buon nome delle religiose ag(ostiniane?)…
Prima della decisione sofferta, la madre badessa e il padre confessore furono presi dal panico: si vedevano additati al pubblico disprezzo, disonorati; vedevano la loro carriera finita e sentivano l‘anathema episcopale con la condanna ad essere murati vivi, separatamente!.
Piangevano da soli ed insieme: neanche si guardavano.
In tale stato di animo, esagitato, i due, dopo infiniti incontri segreti, senza sesso, decisero, prima, di segregare la consorella, poi di rinviare a casa la giovane ed infine di uccidere il figlio, alla nascita, dando denaro alla donna perché non dicesse mai l’infamante verità.
Il relatore nella quarta carthula descrive la fortuna di essere quaresimalista e dice:
per fortuna, il frate confessore era stato chiamato ad Offida, un paese poco lontano, come quaresimalista, da un sacerdote secolare, riformato.
Le prediche (erano)…molto seguite dai populares offidani, condizionati dalle scene infernali, evocate dalle orribili visioni apocalittiche del frate: la sua retorica era altissima e il tono di voce, roboante, chiudeva il discorso ora pacatamente come lo sciabordare dell’onda marina sulla spiaggia, ora, invece, come un fiume in piena, attirando l’uditorio, che stava a bocca aperta ad ascoltare il francescano nella chiesa di S Maria!.
ll prete e il frate divennero amici, facendo cena insieme e bevendo vino: si raccontavano la loro vita e il loro essere sacerdoti e cominciarono a confidarsi.
Il frate in confessione disse il suo peccato e il prete inorridì inizialmente, ma ancora di più fu sorpreso, quando sentì che si voleva compiere un infanticidio.
Perciò, assennatamente, prima di licenziarlo e pagarlo per la belle prediche sulla Quaresima, il prete fece la sua proposta di ridurre allo stato secolare la suora e di affidare a lui il bambino appena nato da allattare dalla stessa madre, nella sua casa parrocchiale.
Il frate abbracciò il prete per la soluzione del suo problema, lo ringraziò, diede denaro per far crescere il figlio (Domenico), con la promessa di mandare madre e bambino presso di lui prima possibile.
L’ultima pagina tratta dell’inimicizia sorta tra i due ministri di Dio.
Qualche anno dopo il frate e il prete, non più amici a causa di un litigio per un terreno, regalato da un nobile benefattore alle monache, anche se era stato promesso al sacerdote, divenuto parroco di una pievania vicina, si …erano scontrati in un pubblico giudizio.
Il prete, avido, decise di vendicarsi e di denunciare il fatto della nascita del piccolo mulatto al Vescovo e di portare come prova la giovane ex suora vivente ora nella parrocchia con Domenico ed altri suoi figli, nati da rapporti con altri uomini.
Seguì un sommario processo canonico e alla fine ci fu la soppressione delle suore di clausura, poco dopo la battaglia di Lepanto il 1 ottobre del 1571.
Il vescovo della diocesi aveva informato del fatto il cardinale Felice Peretti da Montalto ( futuro Sisto V) e questi, uomo ligio al dovere controriformistico, fece regolare denuncia.
La relazione si chiude con la condanna di papa Pio V- di cui era confessore il cardinal Montalto – e con la successiva punizione del frate.
Esaminate le carte e fatto il processo, canonico, Pio V, decisa la chiusura dell’ ordine, si occupò del trasferimento del frate in altra sede, in una diocesi romana: fece tutto con diplomazia, non potendo correre il rischio di contrasti col duca di Firenze e col re di Spagna!
Non si poteva pubblicare tutta la storia della nascita illegittima di Alessandro il Moro, della sua vita di libertino gaudente, delle sue numerose amanti, e neanche della sua morte: si decise il silendi strategema; tacendo, il silenzio, col tempo, copre ogni cosa!
La vicenda del confessore, dato il suo nome e considerata la sua abilità retorica, doveva essere oscurata, nascosta: il suo nome rimase anonimo!
La chiesa non avrebbe avuto macchie! Il buon nome del clero doveva essere salvaguardato!
Il frate, comunque, venne tenuto recluso e, per un periodo, breve, di penitenza e di astinenza, fece esercizi gesuitici!
Finita la reclusione, il frate, con un’anima rinnovata, con lo spirito da neofita, tornò tra i confratelli e poco dopo ebbe la nomina a Nunzio Vicario nelle Americhe, dove morì agli inizi del 1600, a Lima.
In fondo, in scrittura minuta, c’era un lungo Post scriptum, di altra mano, da me tradotto sulla buona condotta del frate in America: c’era scritto che Padre Gesualdo in America diventò un integerrimo esecutore di ogni regola controriformistica, pur rimanendo sempre vicino alle popolazioni mulatte, in considerazione della sua stessa pelle scura.
Era stato un perfetto esecutore delle theorie di José de Acosta, suo venerato superiore diretto.
Questi, poco prima, aveva formulato una teoria di classificazione di tutti i popoli, compresi gli Incas e gli Aztechi, che venivano suddivisi secondo le caratteristiche tipiche, in modo da orientarli, a seconda della razionalità e funzionalità personale, esaminate nella storia della stirpe e di quella individuale, a seguito delle loro azioni.
Un vero gesuita era José de Acosta!
Da tale discriminazione, rilevabile non solo nella forma istituzionale, preesistente l’arrivo degli Spagnoli, ma anche nei comportamenti individuali, De Acosta derivava una tripartizione, a suo dire, oggettiva, scientifica.
Al primo posto c’erano gli Europei, di razza bianca, da Dio stesso creati come principi sulla terra di ogni creatura, perché senzienti, razionali e capaci di costruire sistemi articolati e forme di stato di vario genere.
In tale gruppo di dominatori includeva anche i cinesi e gli orientali, considerati popoli di civiltà superiore, noti grazie alle relazioni di padre gesuiti come Matteo Ricci e Francesco Saverio e altri missionari.
Al secondo posto poneva i Messicani che avevano costituito un sistema articolato imperiale come quello azteco, annientato da Hernan Cortés e i Peruviani che avevano creato il regno Inca, distrutto da Francisco Pizarro.
Infine erano posti tutti gli altri amerindi, nativi, come selvaggi incapaci di essere ordinati secondo sistema, viventi come bestie, anche se senzienti e sentimentali, uomini da educare civilmente e moralmente, progressivamente, secondo graduali processi di ispanizzazione, in conformità alla cultura e religione cattolica tridentina.
Non c’era scritto altro nella postilla!
Personalmente mi sono sempre chiesto come poté vivere, a Lima, Gesualdo, il quaresimalista, il confessore, il nipote di un papa?
Probabilmente la sua vita di Alto prelato sudamericano fu come quella di prima: visse circondato da donne (monache e non) in America latina, cercando di apparire un buon ministro di Dio!