Ancora su Dante!?

*Professore, Dante è florentinus natione/ fiorentino per nascita? .

Certo Marco, Ti preciso meglio quello che dice Dante nelle Epistulae  XII e XIII:“Dantes Alagherii florentinus natione,  non moribus”/ Dante Alighieri, fiorentino per nascita, non per costumi”

*Cosa vuole dire  il sommo poeta italiano con questa celebre espressione?,

Dante rivendica con orgoglio le proprie origini fiorentine,  distaccandosi dalle plebi urbane/ genti nove  per  diversità culturali,  prendendo duramente le distanze dalla corruzione morale, dalle ingiustizie e dalle lotte politiche intestine,  caratterizzanti  i cittadini fiorentini, comunali, appartenenti al  Sacro romano impero Germanico. Il Sommo Poeta  utilizza questa precisa formula per firmare alcune delle sue opere e lettere più importanti durante gli anni dell’esilio: a. L’Epistola XII (A un amico fiorentino), scritta nel 1315, è il documento in cui Dante rifiuta l’amnistia che gli avrebbe permesso di tornare a Firenze a patto di pagare una multa e umiliarsi pubblicamente ammettendo colpe mai commesse. Nella lettera, conservata grazie a Giovanni Boccaccio, esprime tutto il suo sdegno verso la città; b. L’Epistola XIII (A Cangrande della Scala) è la famosa lettera di dedica del Paradiso al signore scaligero.

 *Dante, dunque,  professa di essere florentinus natione, non moribus in Epistula XII e XIII, in quanto all’epoca  è catholikos/catholikus vir, eques romani imperii, missus dominicus , seppure  legato a una precisa identità ideale e istituzionale perché ha una sua tradizionale visione politica universale?

 Quindi, Marco,  secondo questa prospettiva, il distacco dai “costumi” fiorentini /non moribus non è solo una condanna morale, ma risulta  affermazione di una cittadinanza superiore, catholica- universale in quanto  è Catholicus vir/ un uomo universale, fedele all’ortodossia e alla dimensione spirituale universale della Chiesa poiché è Eques romani imperii/un cavaliere del Sacro Romano Impero, che riconosce l’autorità imperiale come l’unica legittima guida temporale per l’umanità, in quanto è Missus dominicus /un inviato del Signore, investito della missione profetica di indicare la retta via al mondo corrotto, attraverso le sue opere  latine e volgari, avendo forse qualche potere giuridico.

* Per lei, dunque, l’esilio trasforma Dante da cittadino di una singola e faziosa realtà comunale a cittadino del mondo e vicario dell’ordine imperiale e divino?!. Lei, infatti,   dice  in Il mito di Roma e di Augusto in Monarchia di Dante che  il divino poeta volgare non è vir  italicus, ma imperialis  catholicus latino in una ” demistificazione” dell’ l’immagine tradizionale di   “fondatore della lingua italiana” e di  rimatore volgare!.  Anzi, al contrario, lei lo inquadra come un vero e proprio imperialista latino, un ideologo politico che fonda il suo pensiero sull’assolutezza e sulla legittimità giuridica dell’Imperium romano!

 Marco,  secondo me, i capisaldi della tesi di Monarchia sono  utilizzati per condurre una battaglia intellettuale e smascherare le sovrastrutture del suo tempo,  da parte di un  uomo  convinto di attaccare frontalmente il sistema decretalista, la Donazione di Costantino /Constitutum Constantini) e la teoria gelasiana delle due spade, usate dalla Curia romana per giustificare la teocrazia. Inoltre, per lui politico,  imperialista latino, l’alleanza tra il Corpus iuris e il modello politico di Augusto non è una semplice utopia, ma la dimostrazione della necessitas di una sede temporale universale a Roma, indipendente dal Papato stesso!

* Lei mi vuole dire che l’opera  dantesca si pone  in netta opposizione alla cultura gallicana e ai sistemi canonistici (come il Decretum di Graziano), rivendicando la supremazia del diritto romano e imperiale, per  cui l’espressione florentinus natione non moribus assume la sua massima forza: Dante si spoglia della dimensione municipale e “volgare” per farsi portavoce del diritto latino universale, agendo appunto come eques romani imperii!.

 E’ così! E’ proprio così! Dante lo mostra chiaramente, prima nel VI canto  del Paradiso,   col  corpus iuris Giustinianeo,  e  poi  in Monarchia.

* Lei, dunque, valuta Dante politicamente  un vir attardato con idee obsolete, un  eques “imperialista” ed illitterato specie nell’ultima cantica “contestata” del Paradiso (XVIII-XXXII).  Lei, così operando, vuole scardinare l’immagine monumentale  dantesca mettendo  in luce le profonde contraddizioni storiche e intellettuali, smascherando definitivamente  il  “mito” dantesco?!

Marco, tu  conosci “l’utopia anacronistica dantesca” e sai come  io uso il termine “imperialista”, quando  descrivo l’ossessione dantesca  per l’Impero Universale nel Paradiso Cielo di Giove (Canti XVIII/XX) – allorché  celebra l’aquila imperiale come supremo simbolo di giustizia, mentre  il “mondo” si muove verso i moderni Stati nazionali (come la Francia di Filippo il Bello) e  verso l’autonomia dei Comuni,  allorché rimane ancorato a un’utopia medievale e restauratrice, sognando una sottomissione universale a un sovrano germanico Arrigo VII  o ai  D’Asburgo e loro vicari imperiali, al cui servizio  dedica,  da  illitteratus,  la propria vita  di eques!.

*Professore, oggi equivochiamo  circa illitteratus, anche se sappiamo  che, nel Medioevo, il termine non significa “analfabeta”, ma  designa chi non padroneggia il latino dotto della scolastica o che non ha compiuto il percorso accademico regolare nelle grandi università (come Bologna o Parigi): illitteratus è chiunque svolga altra professione fuori  da un studium universitario!

Marco, al di là di Dante illlitteratus,  secondo me,  non è difficile rilevare che  Il Paradiso rappresenta la massima espressione di  un rimatore volgare che tenta di farsi teologo e profeta senza averne i titoli ufficiali, teologali, costruendo un’immensa cattedrale teologica  da profano: Infatti   con  “diligite iustitiam” scritto nel cielo di Giove, canto XIX,  e col simbolo dell’aquila il rimatore volgare  può evidenziare solo  il proprio ideale dell‘imperium romanum!

 *Professore, forse, all’epoca,  “il divino poeta” ha in mente le parole di Giovanni del Virgilio,  che lo invitano a scrivere un poema epico latino, anche se  Dante non ha minima coscienza di una nazione italiana quando è  nel cielo di Giove (Paradiso XVIII-XIX), dove vuole mostrare la “verità” della Monarchia  come perfetta transustanziazione visiva e dottrinale, con  le anime dei  giusti ,che non compongono una frase poetica astratta, ma imprimono nel cielo l’ammonimento  fattuale giuridico della Sapienza biblica in un invito agli imperatori , preposti ad una laica giustizia : “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM”

 Marco, per l’imperialista latino, la giustizia non è un sentimento, ma una struttura oggettiva, che si realizza unicamente attraverso l’applicazione reale del Corpus Iuris Giustinianeo. La metamorfosi finale di quelle lettere formante con M l’immagine dell’Aquila rappresenta il sigillo definitivo in quanto l’Aquila è il simbolo dell’autorità imperiale romana, l’unico potere legittimo, deputato da Dio come MONARCHIA  a governare il mondo secondo il diritto: Giustiniano stesso,  infatti, precedentemente, nel canto VI, parla non come letterato, ma come legislatore che, sotto il segno dell’Aquila, ha operato, levando” il troppo e il vano” dalle leggi, restaurando il diritto romano universale!

*Professore, per lei, la totale assenza di velleità “comunali” o “nazionali volgari” è confermata dal dato fattuale dello scambio epistolare con Giovanni del Virgilio. Il maestro bolognese, incarnazione dell’accademia e della casta dei chierici, che rifiutano l’eques  Dante,  reo per aver scritto il poema in volgare — lingua considerata popolare e debole —  lo  rimprovera invitandolo  a comporre un poema epico latino per poter finalmente ricevere la corona poetica a Bologna!. 

 Marco, nelle sue Egloghe di risposta, Dante non si piega all’omologazione del sistema accademico. Il suo rifiuto metodologico dimostra che la scelta del volgare non è l’ingenua epifania di una coscienza nazionale italiana, ma un’operazione ideologica di portata ben più vasta: bisogna usare una lingua universale per comunicare l’assolutezza dell’Impero a tutta l’umanità, scardinando il monopolio culturale della curia e dei dotti! In Dante non esiste la minima coscienza di una nazione italiana nel senso moderno del termine. L’Italia, per l’Alighieri, è solo il “giardino dell’Impero”, una provincia geografica rimasta “serva” e “senza nocchiere” a causa del tradimento dei sovrani germanici e dell’usurpazione pontificia!

 *Professore,  per lei,  in  Dante c’ è  solo la coscienza di essere eques, natione florentinus, feditore a Campaldino, imperiale catholicus, ma non quella di essere ” italicus “fondatore della lingua  volgare italiana! Lei ci ha mostrato la reale figura di Dante Alighieri definitivamente restituita nella sua identità   e statura storica e ideologica, lontana dalle deformazioni della retorica risorgimentale che lo ha dipinto come “italico”  precursore del nazionalismo moderno.

 Marco, io ho cercato di far comprendere: a.   Dante eques e feditore a Campaldino,  uomo d’arme e di diritto, un cavaliere (eques) che conosce il valore del sangue, del dovere e dell’ordine gerarchico, non quella di un letterato da tavolino; b.  Dante Florentinus natione, non moribus  indicando che  la sua è una nascita puramente geografica e anagrafica. e che ripudia i costumi faziosi, mercantili e corrotti di Firenze per elevarsi a una dimensione superiore; c. Dante Imperiale Catholicus col suo orizzonte universale ed ecumenico, un suddito ideale del Sacro Romano Impero e un fedele spiritualis  dell’ortodossia cristiana, il cui fine ultimo è la sottomissione dell’umanità alle due uniche guide universali legittime: il Monarca temporale  Romano (custode del Corpus Iuris) e il Sommo Pontefice spirituale!.

 *Quindi,  per lei, Dante non è “Padre della Patria” italica ed anzi   secondo lei, è un  “falso storico” l’idea dantesca di scrivere  la Commedia con la coscienza di fondare la lingua di una futura nazione italiana!.  Per lei Dante fa la sua scelta linguistica per  un’operazione di imperialismo culturale per  portare la dottrina dell’Impero fuori dalle secche del latino scolastico dei chierici  così da  farla arrivare a tutto il popolo, scardinando il monopolio politico della Curia papale.

 Per me, amico mio, il “divino poeta” della vulgata scolastica cede il passo all’imperialista latino, al cavaliere dell’Impero che usa la poesia come una spada per restaurare il diritto di Roma.

*Ora… speriamo di non dover più sentire le “prediche” del ” comico”  Roberto Benigni su Pietro, su Dante e sul Risorgimento italiano!

Informazioni su Angelo Filipponi

Storico, linguista traduttore Un'altra storia del Cristianesimo