Premessa

Ogni ricercatore lavora con poche speranze, ma procede desideroso solo di illustrare ciò che gli è oscuro, e, curioso, approfondisce, rilevando ed esplorando ogni dettaglio: le sue conclusioni sono parziali risultanze di una struttura di un immenso sistema, non decifrabile per un uomo.
Io che ho fatto ricerca storica (dopo un lungo esercizio come linguista e traduttore) convinto solo di fare qualcosa, di portare un contributo di uomo all’humanitas, di dare un frutto di fatica, ho avuto entusiasmo sempre crescente nel lavoro.
Ho evitato di procedere teleologicamente perché ho potuto capire che ogni costruzione prefissata non ha neanche il seme della verità.
Ho potuto capire a mie spese quanto scarso sia il frutto di una skepsis, non orientata, ma tesa a scoprire il fatto storico, e quanto difficile raggiungere una qualsiasi meta, anche se il campo di indagine è ristretto e il tempo rilevato è limitato: le situazioni da ricostruire, i contesti da referenziare, le culture da esaminare e le tante forze (sociali, economiche, politiche) in gioco si intrecciano si aggrovigliano si sommano per cui ogni lavoro risulta sempre povera cosa, opera di un uomo che può, pur avendo dedicato tutta la vita, perfino non lasciare alcuna traccia di sé.
Ho lavorato per oltre quaranta anni senza poter frenare la mia curiosità, convinto che il primo problema è nella trasmissione scritta di testi, prima all’atto della loro codificazione e  del valore nel tempo di scrittura, a cui si connette quello della lettura e semantizzazione in relazione al tempo della esegesi ed interpretazione di altri momenti storici.
Infatti ritengo che sia facile aggiungere qualcosa nel tradurre e che sia facile sbagliare nel trasferimento di senso strettamente letterale da una lingua ad un ‘altra: è naturale ed umano pensare quanto pensiamo e credere che quanto traduciamo sia oggettivamente quanto ha pensato in altri tempi l’emittente, di cui conosciamo il contesto.
Credo impossibile rendere un mondo sepolto in un’altra lingua, nonostante la perfetta conoscenza linguistica e gli studi di supporto storici, economici, culturali fatti per rilevare quel mondo di cui il termine è portatore di significato e valore convenzionale.
Il mondo giudaico inoltre indica con Seraf l’atto di liberare il metallo dalle scorie e sottende una purificazione attraverso il fuoco nel momento di unire anagrammare e combinare l’insieme della parola significativa.
La codificazione implicita pitagorico-essenica (che poi sarà cabalistica) non ha niente in comune con la moderna scienza del linguaggio in quanto nelle sue operazioni non va alla ricerca della storia della parola in senso diacronico, ma la libera da ogni storia ed indaga sui segni grafici, numerici e semantici che legano le lettere che le compongono e fa giochi creando nuovi mondi di significati sulla base di aggregazioni di egual valore numerico: suddivisioni,sostituzioni, norme di equivalenze e di intercambiabilità, diventano operazioni possibili che producono una infinità di interpretazioni di una stessa frase e perfino di una stessa parola.
Perciò nonostante gli sforzi di decondizionamento, non si può leggere un testo allo stesso modo: ogni popolo ha una suo sistema di codificazione e quindi ha bisogno di un sistema diverso di lettura: solo quel popolo lo può leggere interpretare e capire che lo ha generato: tutti gli altri tentativi di decifrazione sono sempre inesatti: rimanere fedeli alla lettera in senso sadduceo era una possibilità di essere pii; andare oltre la lettera e fare esegesi farisaica era un’altra lettura, forse più alta ma certamente più difficile, più enigmatica, meno vera.
Non si riesce mai a rilevare esattamente la convenzione di un gruppo nell’atto della semantizzazione di un termine, anche il più banale.
Chi dei miei pochissimi lettori, d’altra parte selezionatissimi, sta comprendendo l’esatto valore di banale collegato col termine banno medievale ?
Con chi ho una vera comunicazione di questo specifico termine? Con quanti sono in equivoco?
Perciò prima di fare lo storico, ho fatto prove di verifica linguistica e ho lavorato sul linguaggio.
Mi sono dedicato, a lungo, al linguaggio, sicuro che in ogni trasmissione di pensiero, nonostante la buona fede dell’emittente e di ogni traduttore, c’è necessariamente l’errore o per difetto o per eccesso,
Senza dare una valutazione di bugia e di blasfemia, propria dell’ebraismo, ho cercato fedelmente di tradurre in modo da non essere valutato bugiardo se troppo legato alla lettera né blasfemo in caso di aggiunte.
Decifrare il lessico, rilevare il testo, leggere l’equivoco proprio di ogni termine, definire il piano espressivo e quello dei contenuti, secondo la regola morfo-sintattica, sono state operazioni tecniche, neutre il più possibile, che però hanno permesso di ricercare la storia, falsificata dai vincitori.
La codificazione e semantizzazione antica sono di base retorica perché tendono a cogliere lo stupore del fedele e a provocare smarrimento e turbamento phobos per averne la sumpatheia (compartecipazione affettiva).
Sicuro perciò che ogni dogmatismo nasconda retorica e che comunque nella retorica c’è qualcosa di vero, qualcosa di oggettivo, nascosto sotto lo slogan propagandistico retorico, ho operato molto sulla referenza in modo da referenziare correttamente, dopo aver semantizzato il concetto.
Il referente dà corpo e sostanza all’idea connessa nell’asse significante – significato convenzionale: la sua individuazione come immagini reali rimanda ai fenomeni naturali, alla logica e al sistema di significazione di un popolo, la cui scrittura è la base effettivamente storica della sua esistenza e del suo tipico esserci nel mondo di relazioni sia interne che esterne sia con gli elementi della propria etnia che con quelli di altre.
Per meglio referenziare mi sono decondizionato dal classicismo e dalla sua logica ed ho lavorato come banausurgico.
Mi sono isolato alquanto dagli altri e per di più, sono fuggito in campagna, alternando al lavoro culturale uno artigianale; mettendo insieme artes liberales e sordidae , ho meditato, dopo la fatica fisica, sulle forme più elementari e genuine del vivere.
Perciò non ho avuto mai il tempo di alzare la testa dal lavoro e non ho avuto occasioni di relazionare, di confrontarmi se non con coloro che mi avevano preceduto nella ricerca.
Sono, poi, del tutto incapace di muovermi alla ricerca di sponsor o di qualcuno che possa diffondere le risultanze del mio lavoro, e perciò ho atteso, a lungo, fiducioso che il tempo sia giusto giudice.
Dopo i lunghi studi sulla Bibbia , sul medismo e sull’ellenismo, ho scritto Una lettura del Padre Nostro, e Jehoshua o Jesous?, mostrando le risultanze storiche sulla figura di Gesù e sulla sua funzione come fondatore  aramaico del Malkut ha Shemaim (Regno dei Cieli).
H Basileia ton ouranon, greca, si è evidenziata come un regno del tutto diverso da H basileia tou Theou (Il regno di Dio) ed ho perciò, staccato storicamente i due eventi rilevando due diverse epoche storiche, con due diverse mentalità e culture, giudaica e giudaico-cristiana, in una distinzione del primo cristianesimo rilevato nelle sue due anime, quella gerosolomitana, di Jakob, nazirea e basileica e quella successiva antiochena, di Paolo, nate entrambe dallo stesso fondatore.
La figura di Jehoshua, aramaica è stata rilevata nella sua vicenda terrena, esaminata nella professione di kayin tecton, nella sua attività costruttiva ( da qui anche lo studio su Tecnicismo e scetticismo nel I secolo).
Di Jehoshua ho colto la mediazione culturale tra i diversi giudaismi, la consociazione con l’impero parto e con Izate di Adiabene e con Areta IV, e con Artabano III, la sua ricerca del Malkuth, in opposizione ai romani.

Ho letto la sua epopea armata ricostruendo la conquista di Gerusalemme nella pasqua del 32 a seguito della morte di E. Seiano, il 18 ottobre del 31,  e i suoi atti regali più significativi (consacrazione del tempio, il Nuovo patto con Dio, istituzione del pontificato essenico e del calendario solare).

Ho rilevato anche il periodo di Regno di Jehoshua di circa 5 anni e la sua fine nel 36 ad opera di Lucio Vitellio, inviato con un mandato antipartico e antinabateo, da Tiberio a riconquistare la provincia di Siria.
La figura di Jehoshua, separata da quella di Jesous, rappresenta (ed è)  un dei tanti uomini che lottano in nome del nazionalismo e dell’integrità di fede contro l’impero romano e contro l’ellenizzazione nell’arco di 200 anni, dal 63 a. c, fino all’impresa di Shimon bar Kokba (135): Giudaismo romano è l’opera  parzialmente edita, che mostra questa guerra tra Romanitas e giudaismo integralista e legge dall’angolazione dell’impero romano che dava potere al sacerdozio sadduceo e agli erodiani in lotta contro la pars aramaica filopartha che, comunque, viene illustrata ed illuminata.
Tutti questi avvenimenti sono stati visti nel quadro di un grandioso e vasto disegno nazionalistico giudaico di cui si rileva la storia fino al Galuth di Adriano, mentre viene seguito anche il corso storico del primo cristianesimo antiocheno, la sua esclusione dalla sinagoga giudaica, la separazione dal giudaismo, la sua vita nell’impero romano, il suo adattamento e il suo ramificarsi nel sistema ellenistico-romano con l’equivoco della persecuzione anticristiana, fino alla vittoria del cristianesimo con Costantino e alla deificazione di Gesù Cristo nel concilio di Nicea.
Ora, su suggerimento di amici e dei miei figli, cerco di comunicare, tramite il mezzo informatico quanto ho trovato di nuovo, storicamente.
Nessuno scopre niente, ma ritengo di aver letto qualcosa di nuovo, di aver rilevato, grazie ad un paziente lavoro di traduzione e di commento su Filone, su Giuseppe Flavio e su Clemente Alessandrino, un’altra storia del cristianesimo, vista da un’angolazione diversa.
Di norma la storia della Bibbia e l’eredità giudaica vengono fatte confluire nel Cristianesimo: io ho fatto storia cercando invece di leggere i reali motivi di una separazione, dopo aver rilevato il quadro di insieme dei fatti storici politici ed economico-sociali, di due religioni, che hanno la comune origine mosaica.
Mi auguro che dopo di me, tanti altri leggano la storia in modo neutro e scoprano tante altre porzioni di verità, di sapienza.

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo