Tabula Peutingeriana

 

Dio è in tutto e tutto ha la voce  di Dio: egli è nel fruscio delle foglie di una quercia, negli uccelli, nei sogni, nelle sorti, nei polli sacri, nelle acque, nei brividi, negli starnuti, nel fuoco, nell’incenso, nella farina, nei cristalli…in noi tutti, in ciascuno di noi, nei microrganismi come i   batteri e perfino nel coronavirus. 

Nonno, mi hanno parlato di una Tabula Peutingeriana? io non so neanche cosa sia. Me ne puoi parlare?.

Certo,  Mattia !Voglio sapere, però, se lo chiedi per fare bella figura coi compagni o per una tua esigenza personale.

Nonno, tu mi conosci bene?! Io vivo con Stefano! e Stefano non parla e non ascolta: è sempre assente e lontano!Io amo sapere e spero tanto che un giorno mio  fratello ascolti una tua lezione, tramite le mie parole!

Scusami, Mattia! So  quanto tu sia bravo con Stefano! Conosco il tuo animo! Cosa vuoi sapere sulla Tabula Peutingeriana? Nonno ti dice quel che sa, in modo semplice, adatto a te, ragazzo di 12 anni.

Che cosa è? Nonno.

E’ una specie di Carta geografica! Sembra che l’ideatore iniziale di questa Charta speciale, geografica,  redatta  per scopi militari,  sia Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, che riprende un pensiero di Gaio Giulio Cesare, intenzionato ad avere una rete viaria efficiente e funzionale  nell’area gallica, sulla base del tracciato della Via Aurelia,  in Occidente, e nella zona orientale  come sviluppo della via Egnatia, di cui parla anche Strabone in Geografia, V.

Nonno, si tratta, dunque, di un Carta geografica, utile per i viaggi in Occidente e in Oriente!.

Diciamo che è una carta geografica” speciale“, Mattia!.

E’  una charta, colorata  e figurata, formante una striscia  lunga 6.745 cm e larga 33 cm, che rappresenta  tutto il mondo oikoumene,  circondato dall’Oceano,  in cui i continenti Europa,  Asia, Africa sono ben distinti e divisi tra loro  dal Mar Mediterraneo e dal Don /Tanais e dal Nilo. E’ opera del monaco di Kolmar, che,  con la sua riproduzione, mantiene la funzione originaria della cartha!. Essa conserva il tracciato della via  Aurelia, che congiungeva Roma  con Pisa e poi con Luni,  dove si connetteva  la  Via Aemilia Scauri, che  si prolungava fino a Vado (Savona),  deviando da una parte, con la via Iulia Augusta verso Aosta  per raggiungere, poi, oltrepassate   le Alpi,  Marsiglia ed Arles in direzione di Pirenei,  e, da un’ altra, verso  Arezzo che dominava la Via Cassia , procedendo  per  Bononia/Bologna, si connetteva con la via Flaminia. Insomma c’era una rete viaria,  già utilizzata in epoca  repubblicana, ora migliorata con Ottaviano Augusto  sotto cui sembra che  si inizi un’ elaborazione cartografica stradale.

Quando Marco Vipsaino  Agrippa   ed Augusto si occupano delle strade per fare delle Chartae?

Agrippa (64-12 a.C. ) dopo la battaglia di Azio, avendo risistemato l’urbe  e le vie, che partivano da Roma, avendo costruito il Pantheon, ha  cura di  una Charta mundi e fa una redazione rappresentativa  del cursus publicus,  mettendo in evidenza la presenza di paroichiai/ stazioni di posta, servizi  per cavalli,  terme, fari, boschi, monti, porti,  indicando con due case le città e i villaggi e con un medaglione le metropoli  dell’impero (Roma, Alessandria, Efeso, Antiochia), insomma rilevando quanto poteva essere utile ad un Viator/ viandante  privato o  cursor tabellarius/pubblico corriere.

Agrippa, inoltre, essendo curiosus  di geografia, sotto la sua supervisione,  coi suoi tabularii, redasse una completa mappa dell’impero, che più tardi, dopo il 12 av.C., anno della sua morte, fu incisa su marmo da Augusto ed in seguito esposta in un colonnato da sua sorella Polla, nel porticus Vipsaniae nel 7 a.C.

Ci è rimasta questa  originaria charta, nonno?

No, Mattia! Abbiamo, però, una Charta (che potrebbe avere  qualcosa dell’idea  di Agrippa,  arricchita da altri anonimi redattori di carte, descritte dall’autore dell’Itinerarium Antonini  specifico per la Britannia, o anche  da quello dell‘itinerarium  burdigalense e  da quello dell’itinerario di Santiago del Liber Sancti  Iakobi, – oltre alla mappa di Madaba-) che noi oggi conosciamo come  Tabula peutingeriana, di cui abbiamo una copia in bianco  e nero, conservata  a Parigi; una, settecentesca, in una collezione di un antiquario marchigiano – Gianni Brandozzi-  una  a Pola, conservata nel Museo sotterraneo dell’Arena ed un’altra a colori  a Vienna del XII-XIII  secolo, detta  anche Codex Vindebonensis.

Perché è così chiamata?

Vindebonensis è un aggettivo per indicare che  la charta proviene da  Vienna, chiamata dai Romani Vindebona, dove ancora oggi è la Tabula  Peutingeriana, cioè di Peutinger.

Chi è Peutinger ? Nonno

Konrad Peutinger (1465 -1547 d.C.)  è un umanista, collettore di molte iscrizioni romane, desideroso di riunirle,  che ha come amico un altro umanista Konrad Celtis, il quale ha trovato, a Worms, un gruppo di pergamene  geografiche  e le ha unite insieme formando una tabula unica di 11 pergamene -mancante, però, della dodicesima- divise in partes e in segmenta.

I due avrebbero voluto  pubblicare  insieme iscrizioni e Tabula, ma non lo fecero e Peutinger mantenne nella Biblioteca presso l’imperatore Massimiliano I, di cui era segretario, il tutto.  Nel 1591 l’opera di pubblicazione avviene ad Amsterdam ad opera di Johannis Moretus.

Tu l’hai vista questa charta,  Nonno?

Si , Mattia. In una gita scolastica a Vienna, alla Biblioteca Nazionale Austriaca,  nel 1970, con i liceali del Giacomo Leopardi di S. Benedetto del Tronto.

Me la descrivi?

Nonno ti dice di una rappresentazione del monaco di Kolmar, che nel 1265, fece le  divisioni in 12 partes – le 11  restanti  con la pars, ora mancante della zona ispanica -.

Mattia, la Tabula è conosciuta anche come Fragmenta  tabulae antiquae/ Frammenti di un’antica tavola, che  riproduce forse un documento geografico, o più documenti,  esistenti,  di epoca romana – la charta di Agrippa? o  altro, cioè chartae degli itinerari  di cui abbiamo detto?  quello indicato come antonino ma di Caracalla (figlio di Settimio Severo)?   o quello burdigalense? o quello di Santiago?- dove erano  segnate perfino  città romane scomparse come Pompei, città distrutta   al Vesuvio nel 79 d.C, o città   come Costantinopoli, fondata nel 330,  ed alcune città tedesche,  distrutte nel V secolo d C.!.

Che significa? nonno

Vuol dire  che la copia romana  riprodotta dal Monaco di Kolmar è  quella di itinerari propri del periodo successivo a Giustiniano (527-565), – seguìta anche dallo scrittore  spagnolo del Liber Calixtinus del 1138,  che tratta  della vita di S. Giacomo Matamoros/uccisore dei Mori-, che conservano, senza verificare, il nome di città romane, ormai non più esistenti o non ancora fondate.

Dunque, Nonno, la tabula oggi visibile  è una copia esistente per i pellegrini  del periodo che va da Giustiniano  (527-565) fino al XII secolo?

Bravo Mattia! Si tratta, infatti,  di una tabula probabilmente  usata  agli inizi solo per i militari, poi per i pellegrini che andavano  a Roma, a Gerusalemme e a Santiago. E’ una tabula di grande importanza per i cristiani cattolici più che ortodossi, che invece, con gli ebrei  si servono della mappa di Madaba, che ha come centro  solo Gerusalemme!

Infatti  se  nel IV secolo la tabula  era utile  per i cristiani  per andare a vedere la chiesa di S. Pietro costruita a Roma da Costantino  e per i pagani per andare a Dafne al santuario di Apollo presso Antiochia, poi  nel V e VI  secolo sembra che abbia, secondo  l’itinerarium burdigalense,  valore comune  anche per  uomini di fede diversa  essendo stato sfruttato e dai crociati e dai pellegrini di Santiago,   tanto da essere ripresa  nel XIII secolo dal Monaco di Kolmar.  Infatti  l’itinerarium , scritto nel 333-334 sotto Costantino.  mostra il tragitto che va da Bordeaux (Burdigala) a Gerusalemme,   come  resoconto di un viaggio di un anonimo a Gerusalemme che seguiva la via Domizia  in Gallia  e che,  passate le Alpi al Monginevro, attraversava l’Italia settentrionale, lungo la via Postumia  fino a Aquileia per viaggiare  lungo la vallata del Danubio, per giungere a Costantinopoli ed infine,  attraversate l’Anatolia e la Siria,  arrivare a Gerusalemme: era indicata anche la via del ritorno al  pellegrino che  poteva fare due tragitti, uno via  mare da Cesarea fino a Pisa e da lì, via terra, tramite la via Iulia Augusta  e via Emilia per  tornare in Gallia , oppure un altro,  passare per la via Egnatia in Macedonia  fino a Valona  e da lì attraversare l’ Adriatico su navi veneziane,  per giungere ad Otranto, da cui  per la  via Traiana Calabra  e la via Appia  arrivare  a Roma per congiungersi con la via Flaminia e Via Emilia fino a Milano, per poi, tramite la via Iulia Augusta  e  l’Emilia Scauri raggiungere la Gallia!.

Nonno, in questo lungo viaggio quante sono le città nominate nella charta? Ci sono anche quelle della nostra zona?

Sono  segnate  555 città  e località varie,  con fari, terme, porti, foreste,  monti, santuari: essa mostra l’ambiente proprio dell’epoca, in modo appiattito, data la ristrettezza della  larghezza della striscia  rappresentata! E della nostra zona sono segnate Cupra maritima, Castro Truentino/ S.Benedetto Tronto e Castro novo/Giulia Nova  fino  a  Pescara/ Ostia Eterni!

Vuoi dire, nonno, che la charta ha  ancora il valore dell’epoca costantiniana, in cui convivono e cristiani e pagani ?

Si. Mattia!  Sono ben centrali S. Pietro a Roma e  il santuario di Apollo a Dafne, le due mete dell’impero romano del IV secolo!.

Quando sarai grande ed hai voglia di approfondire su questo argomento, puoi iniziare lo studio da  Tabula peutingeriana,- Codex vindebonensis, a cura di G, Ciurletti,  Trento  1991; (o da  F. Prontera, Tabula peutingeriana. Le antiche vie del Mondo  Firenze Olschki 2003)!.

Nonno, io ho ancora una curiosità! Quale? Mattia.

Nella trattazione della tabula, mi hai solo accennato alla mappa di Madaba, ma io non so  né dove sia  esattamente, né come sia fattae nemmeno   per chi sia stata utile nei secoli ?

Sono contento, Mattia, che tu me lo chieda anche perché  ci sono stato con tua nonna, quando siamo andati, tanti anni fa,  in Giordania,  dove  è la città di Madaba,  che  ha nel pavimento della chiesa bizantina di S. Giorgio  la famosa Mappa, a mosaico.

L’hai vista e fotografata sicuramente? Allora la potrò vedere   perché nonna la conserva gelosamente in qualche parte!

Certo, Mattia.

La mappa di Madaba, di epoca giustinianea, ha una funzione non solo per i giudei- che  amano Gerusalemme anche dopo la distruzione  del tempio e la loro definitiva dispersione ad opera di Adriano- ma anche per i cristiani (più per gli ortodossi orientali che per i cattolici occidentali) ed è una prova della centralità persistente  della città, santa  per la morte e resurrezione di Cristo secondo i Cristiani e per il ricordo della sacrificio di Isacco e della città di David  secondo gli ebrei!

La mappa anticamente misurava 21  metri  per 7  e conteneva oltre due milioni  di tesserae  colorate, ora  l e sue dimensioni attuali sono di 16 mt per 5 .

La mappa del mosaico raffigura un’area che va dal Libano al delta del Nilo e dal Mediterraneo al deserto orientate  fino all’Eufrate ed è probabilmente dell’ ultimo periodo di Giustiniano,  morto nel 565.

Ci sono raffigurazioni  del Mar Morto con due barche da pesca,  con molti ponti che collegano il Giordano e pesci che nuotano nel fiume e si allontanano; non manca il deserto di Moab con un leone  alla caccia della gazzella; c’è Gerico con le palme, c’è Betlemme ed altri siti cristiani –  quasi 150 città e villaggi  con etichette-

In questa mappa, Mattia, sono segnati dettagliatamente,   per indicare il grande rilievo che si vuole dare alla città, parti specifiche,  caratterizzanti Gerusalemme:   La porta di Damasco, La porta dei leoni, la Porta d’oro, la porta di Sion,  la  Chiesa del Santo Sepolcro.

Caro Mattia,  avrei finito  il mio discorso congiunto sulla Tabula e sulla Mappa di Madaba – che, storicamente,   a mio parere, è opera successiva a quella  del pavimento musivo di Bet Alfa (Israele) di Marionos e di suo figlio, Hanina,  artisti del periodo di Giustino I ( 518-527).

E’ bello, Nonno,  sentire le tue spiegazioni: tu insegni senza libri mi fai partecipare a quanto tu hai veramente  visto, appreso e capito e cerchi di chiarire davvero ogni cosa!  Grazie. Basta questo, per oggi! Nonno.

Mattia, dici così, birbone,  perché sono tuo nonno? Guarda Stefano, che cammina qua  e là instancabilmente,  su e giù, muovendo le manine, per la stanza! Sembra ridere anche lui!

 

Ricordo di Tullia Binni

A ricordo perenne di Tullia Binni

E’ per noi tutti  un bene – un reale sollievo – ricordare e celebrare Tullia Binni

– una donna, sfortunata fin dai primi giorni di vita, per la  fine   assurda del padre Tullio- morto con la Lambretta, mentre andava a ritirare le paste per festeggiare il battesimo-;   ancora più sfortunata per lo  strazio della morte  immatura di  Sara, sua figlia- una dottoressa con due lauree  di valore eccezionale,  i cui barlumi  letterari pochissimi hanno potuto constatare, apprezzare  e lodare-;

– fortunata, comunque  nel matrimonio  con un  marito  affettuoso, innamorato, come Niceta Cosi – quasi un padre  nei suoi confronti e un  sostegno  nel periodo di  afflizione  per la dolorosa perdita   e nel corso  della sua malattia mortale – e per la nascita di due splendide figlie, suo orgoglio;

– una madre,  sportiva, giovanile, quasi sorella con le sue  figlie belle e  radiose, intelligente ed aperta con loro –  brave,  studiose e desiderose di affermarsi nella vita-: una signora orgogliosa della sua famiglia,   degnamente  seguita da Nora, che sempre le è stata devota e che, negli ultimi tempi, è stata esempio di amore filiale per tutti;

– una nonna, disponibile sempre  per le sue dolci e graziose nipotine, amate, vezzeggiate e  viziate con i regali più belli e  coi vestitini più costosi, desiderosa di gareggiare in amore, quasi presaga della fine;

-una suocera, affezionata e presente  col genero Mirko, sempre discreta e mai invadente;

-un’impiegata comunale funzionale e professionale nel lavoro; responsabile  e corretta, in ogni caso, disponibile verso tutti, amichevole nei rapporti e gentile nei modi, cara a tutti i compaesani, ai colleghi  e al sindaco di Monsampolo per la sua opera. 

Tullia,  riposa in pace! Sei stata un raggio di luce nella nostra vita!  Possa tu essere nella luce  dell’Armonia universale e radiosa, con Bice, tua madre, e con Sara, scintillare sprazzi luminosi,  come per stigmatizzare  i ricordi  di un marito ottimo,  di una figlia meravigliosa, di nipotine  festose e  di un affettuoso Mirko, uomo degno della tua famiglia!.

Basilio II

Perché, nonno, mi vuoi parlare di Basilio II?

Mattia, ti voglio dedicare, oltre agli altri articoli, come Theophano la bizantina,  anche questo su Basilio II, che- dopo la brutta vicenda  di Giovanni  Zimisce e di Theophano la spartana- prende il regno, ma non riesce a governare per tredici anni, autonomamente, per i maneggi della madre, mentre dispensa da ogni attività politica il fratello Costantino, coregnante, più giovane di due anni. E’ un mio personale regalo per te per  un  tuo orientamento nella cultura bizantina tra la fine del X e l’inizio del XI secolo.

E’ un momento storico importante, Nonno,  di un grande re, inizialmente dominato da ministri e dalla madre! Che fa la madre?

Dopo la morte dell’amante Zimisce nel 976, richiamata dal figlio dall’esilio,  diventa amante di  Barda  Scleros, per paura delle manovre di Barda Focas, altro  parente di Basilio II, che, per di più, deve subire che il suo regno sia amministrato  da Basilio, suo parakoimenos, cioè cubiculario vizir, un  fratellastro del padre, suo zio tutore.

Come conosci questa storia, Nonno?

La conosco da Michele Psello, autore di Cronache, – su cui ho lavorato tanto tempo fa- che marca il lungo stato di guerra   civile scatenato da Barda Scleros prima e poi da Barda Focas.

La guerra civile, nonno, è  sempre un grave danno per i cittadini  che combattono tra loro ?

E’ un male che dura tredici anni, alternato con una guerra contro il califfo di Bagdad!

Il giovane re,  a corte, è sovrastato dallo zio omonimo  e dalla madre  secondo Michele Psello (1018-1096), un filosofo  e storico,  professore dell’università imperiale di Costantinopoli, che narra di Barda Scleros, che,  esautorato da Basilio, tutore, dal comando dell’esercito, si ribella trascinando nella rivolta  contro il re le popolazioni anatoliche,  da cui è acclamato Re.

Secondo Michele  – il cui nome originario era Costantino  cambiato al momento dell’entrata in monastero,  chiamato anche col soprannome di Psello perché balbuziente,  upogrammateus/ un segretario della cancelleria imperiale- la regina col tutore  nomina, allora,  Barca  Focas capo dell’esercito, che, desideroso di riportare la pace nell’impero grazie alle proprie doti fisiche  e  militari, riduce all’impotenza l’usurpatore,  sfidandolo a duello.

C’ è un duello,  nonno, tra cavalieri Bizantini ?

Si, Mattia, davanti ai due eserciti schierati che inneggiano ai loro due campioni! Scleros è un atleta , valorosissimo e indomabile; Focas è un gigante, reduce da  molte sfide  vinte. Il primo, dopo breve e solenne cavalcata, si ferma ed attende impavido  l’assalto del  gigantesco avversario per colpirlo con la lancia.

E’ presente lo stesso Basileus? Chi vince, nonno ?

Vince Focas,  dopo alterne fasi di combattimento,  alla  presenza del diciottenne sovrano, da poco maggiorenne!

Scleros, comunque, pur ferito e semiaccecato, riesce a liberarsi. In seguito,  viene sconfitto  e si ritira,  dopo la battaglia di Pancalea, nel 979, in buon ordine, ed infine  fugge presso il sultano abasside di Bagdad, a cui offre i suoi servizi.

Barda Focas, vincitore, tornato a Costantinopoli, dopo un breve periodo di incertezza circa il rapporto con Basilio II, decide di fare trattative col basileus  per la carica di domestikos, tolta allo zio Basilio, che viene esiliato, dopo l’annullamento di ogni suo decreto.

Il re è costretto dalla circostanze  ad  accettare le richieste del potente aristocratico  anatolico,  perché ha bisogno del favore dell’esercito, avendo i fatimidi, musulmani egizi, attaccato Aleppo, desiderosi di  occupare la Siria, approfittando  della guerra civile bizantina.

Quindi,  Barda Focas  ritorna trionfante a Costantinopoli e rimane  al servizio di Basilio!.Com’è fisicamente e moralmente il Basileus?

Psello informa che è di statura di poco inferiore alla media, ma ben proporzionato, ben esercitato nelle armi, buon cavaliere, culturalmente  preparato,  ma calcolatore in ogni occasione,  misogino, cioè uomo che non solo si tiene alla larga dalle donne ma  le odia: nel suo regno quasi cinquantennale non c’è alcun cenno di femmina, essendo stato fin da bambino, certamente condizionato, traumatizzato, segnato dai tanti intrighi di corte, dalla morte del padre nel 963,  a cinque anni,  dalla fine violenta di Niceforo II nel 969, suo patrigno  ad opera della madre e di Zimisce!  Infatti non si sposa mai e non ha harem, al contrario del  fratello coregnante Costantino VIII, che vive  sempre con donne  e  nei banchetti, pieno  di avventure licenziose, pur non disdegnando l’arte militare, in un rifiuto costante di ogni impegno cortigiano politico.   Basilio II, invece, è  impareggiabile tattico  ed impegnato politicamente, abile tanto da risultare il migliore basileus bizantino, dopo Giustiniano, capace di portare a termine personalmente  le campagne militari, anche di lunga durata.

Ora, che è libero dal tutore, può governare, nonostante l’ingombrante ombra di Barda Focas ?  Quali sono le sue imprese?

Mattia,  la sua  grande impresa  è quella bulgara, che  ha, però, agli inizi, esiti non felici. Infatti  la inizia nel 984 con un grande esercito, condotto a reprimere  la  ribellione  dei 4 comitopuli in Macedonia, lasciati da Zimisce quasi  semindipendenti, che avevano  ricompattato i bulgari contro i bizantini.

Samuele, l’unico superstite di quattro  comitopuli, si autoproclama re,   avendo al suo fianco  Romano, il figlio, castrato, del precedente zar Boris, ed attacca  all’improvviso Basilio II, giunto in Tessaglia, non lontano da Larissa   e lo sconfigge in una sanguinosa battaglia al passo della Porta di Traiano, nel 986.

E’ un momento tragico per il Basileus  che giura con l’esercito di vendicarsi dei bulgari, prima di allontanarsi perché costretto a  spostare il fronte delle operazioni militari in Anatolia, dove Barda Scleros e Barda Focas, convinti dell’inesperienza del giovane re, hanno congiunto le loro forze, approfittando dello sbandamento, a seguito della disastrosa sconfitta bulgara.

Cosa accade, Nonno?

Mattia, accade che il califfo di Bagdad  invia  con truppe in Anatolia  Barda Scleros  per destabilizzare il Basileus, che, nel frattempo, conosce anche il tradimento di Barda Focas, autoproclamatosi  anche lui signore della regione,  per di più alleatosi con il vecchio nemico semicieco, al comando delle truppe abassidi. I due dividono l’esercito per arrivare da due diverse direzioni a Costantinopoli. Allora, il re decide di allearsi con Vladimir di Kiev  e di accettare la sua proposta  di matrimonio con la sorella porfirogenita Anna, concludendo  le trattative diplomatiche,da tempo iniziate.

Avute da Vladimir, senza alcun compenso, truppe variaghe, il re  le  congiunge  col suo esercito e  marcia contro Barda Focas che, nel frattempo, ha imprigionato Scleros, intenzionato ad uno scontro: Basilio II, impavido lo attende  con la spada sguainata nella destra e con l’immagine della Panagia -la Madonna tutta santa –  nella  sinistra.

La guerra finisce miracolosamente perché Barda Focas, mentre galoppa contro di lui,  improvvisamente comincia sbandare fino a cadere di cavallo, e a rimanere inanimato a terra.

Cosa  gli succede nonno?,

Probabilmente l’uomo o è colpito da un colpo apoplettico  o  essendo stato avvelenato da un veleno a lenta azione, cade  morto davanti al re,  che grida al miracolo coi suoi  militari!

Vladimir, allora, sposa la porfirogenita Anna?

Certo, nel 988 il principe russo,  variago, che  è pagano ed adora più di cento dei, che ha già 5 mogli e che ha un harem con 800 concubine, sposa Anna  con rito bizantino e si converte al cristianesimo,  insieme al suo popolo, battezzato lungo il fiume Dnepr, da  sacerdoti venuti da Costantinopoli.

Nonno,  cosa significa variago ?

Mattia,  variago come termine,  etimologicamente, indica persona che naviga sui fiumi  della Bielorussia, Ucraina e Russia attuale, svolgendo attività piratesca, ma avendo necessità  di conservare le derrate alimentari  e il frutto del commercio  in luoghi sicuri,  deve necessariamente fare giuramento  di non depredare i vicini e fare patti.

Possibile, Nonno,  che i Russi  solo nel 988 diventano cristiani?

Si, Mattia, fino ad allora erano popolazioni finniche, pirati fluviali,  barbari e pagani, pericolosi per le popolazioni viventi  a contatto con i bizantini della  Crimea e del Mar Caspio!.

Abbiamo una precisa documentazione di fatti   grazie alla Cronaca dei  tempi perduti   che  ha due racconti quello dei  quattro missionari e  quello di Cherson, una località della Crimea.

Me ne parli, nonno?

Il primo racconto  tratta di  un invito fatto da Vladimir a quattro missionari di diverse fedi, convenuti per disputare sulla vera religione. Vladimir (958-1015),  fino a  trenta anni,  era stato uomo dedito ai piaceri sessuali, ai banchetti, alla caccia, indifferente ai culti religiosi molto vari e strani, e talora anche spietato nei combattimenti, poi, convertito,  diventa buono, generoso, mite tanto  da essere considerato Santo dal suo popolo.

Dunque, venuti  a Cherson,  un  musulmano bulgaro,  un ebreo kazaro, un bizantino greco, e  un  latino germanico, Vladimir li interroga separatamente e chiede come vivano la loro religione   e poi li fa discutere  tra loro, ponendosi come arbitro. I quattro a turno, parlano, illustrando la loro fede  e Vladimir ascolta in modo interessato ma si dice convertito solo dal discorso del missionario bizantino greco che, dopo aver trattato del Vecchio e del Nuovo Testamento,  mostra l’Unità di Dio e la figura di Gesù, senza evidenziare  i suoi  insegnamenti,  e  che gli promette il banchetto eucaristico. Il racconto di Cherson  tratta invece  di Vladimir che invita nel 987  i suoi capi militari –boiari-ad andare a studiare per un anno a Costantinopoli e a dire il loro parere circa il cristianesimo, al loro ritorno. Davanti al re e alla corte tutti  i boiari  sono entusiasti per la bellezza  della liturgia e per il fasto degli abiti sacerdotali e dei riti bizantini, per  cui si stabilisce la collettiva conversione al Cristianesimo ortodosso.

Mi puoi dire, Nonno,  la differenza di fede tra un cristiano  ortodosso ed uno  cattolico?

Mattia, tutti i cristiani dicono di essere nella docsa orth/ opinione retta  e risultano ortodossi ed hanno una fede universale cioè sono cattolici, ma storicamente si dividono nel 1054 quando il patriarca Cerulario  e il cardinale di Silva Candida rappresentante  del papa Leone IX , si scomunicano a vicenda per la questione del filioque. Da allora la chiesa  bizantina si autodefinisce solo ortodossa e quella latina solo cattolica CONVINTE AMBEDUE DI DETENERE LA RETTA OPINIONE.

Il problema, Mattia, è quindi, nella formulazione del Credo: gli ortodossi, infatti, dicono  di credere nello Spirito Santo che procede dal Padre; noi cattolici diciamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.

Hai capito, Mattia? spero di si. Lasciamo questo argomento e riprendiamo il nostro discorso su Basilio II, che, ora,  regna e può fare una politica nuova amministrativa, abolendo i privilegi nobiliari e clericali  dei latifondisti e  favorendo la piccola proprietà terriera, in modo da aver il consenso popolare, Infatti emana  la Novella, un insieme di leggi, che  sono retroattive in quanto hanno valore quelle  del periodo di Romano I   e che annullano le Crisobolle/decreti del tutore Basilio, come già detto, aggiungendo la tassa dell‘alleleggyon.

Che tassa è ?

E’ un tassa che un tempo pagavano i villaggi  e i popolani durante la basileia di Romano I ed ora, invece, devono pagarla al loro posto i nobili  che non hanno più privilegi.

Basilio con questa nuova legislazione frena il potere del clero e dei dunatoi/potenti   e, quindi all’interno, non ha problemi, anche se in politica estera  gli restano  nemici gli  islamici in Oriente (Il califfo di Bagdad  e i Fatimidi di Egitto) e in Occidente i Bulgari.

Comunque,  la politica occidentale  ora subisce l’influenza della potenza crescente dello  Zar Samuele, che ha raggiunto le rive dell’ Adriatico – minacciato non solo dagli arabi ma anche dai bulgari, nonostante il sorgere della potenza navale di Venezia- , in competizione con l’impero germanico degli Ottoni.

Già la repubblica marinara italiana ha valore tra i grandi stati ?

I bizantini hanno i temi adriatici,  ora minacciati dai bulgari che,  avendo conquistato tutta la Grecia e l’Albania, entrano in contrasto col Doge veneziano Pietro II Orseolo  ed anche con  l’impero germanico. Allora,  Basilio ha relazioni diplomatiche intorno al 992 anche  con l’impero germanico  di Ottone III, il figlio di Theophano la bizantina, che chiede in sposa, sua nipote Zoe,  che verrà perfino mandata in Italia, ma conosciuta la morte dell’imperatore, torna in patria e sfuma l’opportunità di una congiunzione tra i latini ottoniani  e i bizantini !

Venezia, comunque, caro Mattia,  si lamenta  delle tasse  troppo alte da pagare all’entrata nello stretto dei Dardanelli.

Infatti ad Abido ogni nave doveva pagare la dogana all’entrata e all’uscita!.

In quegli anni gli ammiragli veneziani si lamentavano che  le tasse erano diventate sempre maggiori ed  aumentate eccessivamente,  essendo il prezzo sette volte superiore a quello pagato sotto Leone VI . Allora Basilio, riduce la tassa  facendo pagare 3 soldi, all’entrata, e 15 all’uscita, per ogni nave veneziana  a patto che  la repubblica accetti di trasportare le truppe bizantine dalla Grecia in Italia. Si conosce anche un trattato tra Basilio e il doge, riconosciuto come  dux veneticorum et dalmaticorum in quanto viene ratificato il dominio sulla Dalmazia, ad opera di Pietro II  Orseolo che aveva sconfitto i pirati dalmati ed occupato la terra – cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia- Bologna Il Mulino   2004. Sembra, Mattia, che sia di questo periodo  la concessione  di fondaci in Costantinopoli per i veneziani che possono fare i loro commerci  garantendo il trasporto nel tragitto-Grecia-Italia  alle truppe bizantine. Alcuni storici ritengono che tali privilegi già i Veneziani li avevano nel periodo di  Leone VI  e portano la testimonianza  dell’esistenza  nella Biblioteca Nazionale Marciana della Corona del Basileus Sophos  e  di un codice miniato di  un Salterio con una raffigurazione di un Basilio II, giovane  (Codice Marciano greco Z,17 -421-f.III r).

Avendo dunque sistemato le relazioni diplomatiche coi veneziani e con l’impero germanico Basilio   sferra l’attacco decisivo nella  seconda fase del la guerra bulgara.

E  naturalmente  vince e  si vendica dei bulgari?

Alla fine certamente Basilio riesce a vincere, ma  impiega molti  anni  e ha molti combattimenti non sempre favorevoli.  Comunque ,  dopo un  lungo periodo altalenante dal 991 al 1000, la guerra comincia a declinare a favore di bizantini  che ottengono la definitiva vittoria nel 1014. Conosciamo i fatti  da Giovanni Scilitze- 1040-1110 – autore di Sinossi della storia (Patrologia graeca, voll. 121-122)

Lo scrittore bizantino ci informa sulla fine della guerra  bulgara di cui abbiamo precise notizie anche da un grande critico come G. Schlumberger (Basile II, toeur des bulgares, Paris  1900) e da altri storici,.

Viene  giustificato  il titolo di Basilio II  Bulgaroctono,  in quanto vengono indicate le ragioni della spietata e crudelissima vendetta, dopo la riconquista della Macedonia e della  odierna Bulgaria  e  dopo la deportazione forzata degli abitanti in Cappadocia e in Armenia e a  seguito della vittoria  di  Cimbalungo, il 29 luglio del 1014 nella valle dello Strimone.

Giovanni Scilitze  così scrive, dopo la presa di Serdica/Sofia: L’imperatore abbattuto il muro,  rimasto deserto, li inseguì. Molti caddero, molti di più furono presi: a stento riuscì a sfuggire a tale pericolo Samuele, che si salvò grazie a suo figlio: questi, che resisté valorosamente contro gli assalitori, lo mise su un cavallo e lo mandò nel castello di Prilep. L’imperatore fece accecare i circa quindicimila bulgari che, raccontano, aveva catturato e comandò che i mutilati, a gruppi di cento ognuno dei quali guidato un orbo, tornassero da Samuele.

Pensa, Mattia,al dolore e alla umiliazione di Samuele nel vedere arrivare  i suoi 15000 soldati,  divisi in 150 colonne di cento uomini ciascuna, guidate ognuna  da un monocolo, legati luno dietro l’altro !

Samuele si arrende e  per il dolore  muore due giorni dopo aver visto tale spettacolo pietoso!

Non mi piace Basilio II! Uomo troppo crudele e bieco, capace di mantenere odio  e di vendicarsi dopo anni!

Mattia, eppure Basilio II va perfino a ringraziare la Panagia ad Atene, dove ha il suo santuario sul Partenone!

Gli ateniesi cristiani hanno riconvertito il Partenone di Fidia,   dedicato ad  Athena parthenos/Vergine, in chiesa della Madonna vergine e tutta santa, madre del Christos!. 

E da Atene  si dirige  trionfalmente via mare  verso Costantinopoli per il suo trionfo come Burgaroctono.

Basilio regna ancora?

Certo, felicemente fino al 1022, quando gli si ribella il figlio di Barda Focas, Niceforo,  che si autoproclama  basileus di Anatolia, ma viene ucciso da sicari!

Basilio II muore nel 1025, mentre  ancora sta preparando una spedizione militare contro gli arabi di Sicilia, deciso a riconquistare l’isola, con l’aiuto delle navi veneziane.

I veneziani, nonno, ormai hanno  una funzione nell’ impero bizantino!

Da Basilio II inizia la decadenza  bizantina che coincide con l’ascesa della repubblica marinara italiana, che ne determinerà perfino, nel corso della IV crociata,  una parziale caduta il 12 Aprile del 1204, descritta da Niceta Coniata- 1155-1217- autore di Grandezza e Catastrofe di Bisanzio.

Niceta! si chiama come il nonno di Sara e di Alice?

Si Mattia,lo storico della  presa di Costantinopoli si chiama come Niceta Cosi, mio consuocero, padre di tua zia Nora!

Il nostro dovere di Italiani

Il nostro dovere  di italiani

 

Dovremo convivere col Coronarivus. Se ami l’Italia, mantieni la distanza”.

La conclusione della comunicazione di Giuseppe Conte, perentoria, propria di una necessitas  fenomenale,  è classicamente strutturata  con  un enunciato complesso, in cui risulta  anancastico il dovere primario per l’immediato futuro,  previsto scientificamente, di convivere col Coronavirus, a cui è strettamente legato un periodo ipotetico di primo tipo, della realtà, con protasi all’indicativo  e con apodosi  iussivo-prescrittiva.

Con tale enunciato comunicativo il presidente del Consiglio,  avendo preso atto di un fatto, informa  che il popolo italiano, insieme  con lui, compartecipe della tragedia comune- da qui l’emotivo noi, non usato secondo la retorica del plurale maiestatis!- deve avere coscienza certa  della situazione  di un evento eccezionale – che ha propri tempi di durata, ignoti – e della necessità per il futuro di un adeguamento al fenomeno, sottendendo che, di conseguenza, ogni cittadino per il bene collettivo, debba mantenere le distanze interpersonali – da qui l’uso  della funzione conativa del tu, che coinvolge ognuno, che, responsabilmente, per amore di patria, si autodelimita e si sacrifica!.

Dalla comunicazione di Conte  risulta un dovere comune per noi tutti  Italiani, che facciamo parte di una stessa comunità, connessa con quella europea, necessariamente collegata con quella mondiale- essendo noi creature viventi in  un unicum sistema kosmico– : convivere col Coronavirus!

Il dovere è imposto da un comitato scientifico  italiano, connesso con quello europeo, internazionale mondiale, ai Politici -che ora non sono di un colore partitico, ma sono solo uomini che, per caso/anagkh,  sono al  potere  con funzioni  di capi,  che fanno da mediatori  tra il mortale virus ancora  sconosciuto e la massa popolare, gregge certamente condizionato dal Governo che, conoscendo le previsioni scientifiche di esperti, indica l’orientamento, stabilendo tempi  e comportamenti.

Noi popolo, così massificato, dobbiamo  essere sudditi, data la mortale situazione, obbedire, eseguire  ed accettare, adeguandoci alla comune direttiva governativa, seguendo scrupolosamente quanto metodologicamente ci sarà prescritto, ognuno a seconda della categoria di appartenenza.

Non possiamo trasgredire e fare secondo volontà individuale o secondo parametri religiosi o partitici, davanti ad una catastrofe preventivata umano-animale, come abbiamo fatto per secoli, in altre situazioni  e tempi, seguendo  i comandi religiosi,  aristocratici, dittatoriali,  demagogici, di clero o  tribuni  fuorvianti in nome di una caritas christiana e di bisogno economico. E’ tempo ora di  prendere coscienza, da una parte,  della potenza distruttrice del  Coronavirus  e, da un’altra,  di essere certi di esser maturati un poco e  di  essere eruditi  in quanto passati da una fase infantile astratta  ad una  prepuberale, operativa concreta,  seppure tipica di ragazzi di 11-12 anni, che necessitano di un orientamento  sicuro scientifico, probabile, tuzioristico,  al fine di una sopravvivenza reale naturale, non spirituale e non retorica!.

Perciò,  senza puerili, femminili e bizantine discussioni, da  ragazzi improvvisamente razionali  ed adulti, liberi da suggestioni  mitico-religiose -tipiche di clero, di mafie e di  demagogie di parte- pur  desiderosi di riavviarci al lavoro professionale, attendiamo con pazienza il nostro tempo di ripresa operativa,  fiduciosi  in un orientamento governativo –  non importa se di un Conte retorico e  fumoso, comunque, dignitoso e  rappresentativo! –  dettato da un’équipe scientifica, credibile. Questa è la strada più probabile,  se vogliamo prima  salvare la nostra vita  e poi anche la nostra economia, ed, infine, mantenere la nostra identità di nazione, la migliore tra i popoli: se seguiamo una via sincretica, confusa,  andremo irrazionalmente e naturalmente verso il baratro! : la confusione è propria di un gregge,  impaurito, preda degli isterismi religiosi e  demagogici!  Storicamente ci siamo salvati, spesso, anche da soli e, talora, guidati da orbi, ora teniamoci questa guida, operativa, almeno, col consenso di noti virologi!

Quindi, a questo dovere, noi italiani, popolo/ragazzo, dobbiamo far seguire, per amore di patria, un comportamento quotidiano  di disciplina,  adeguato a paradigmi operativi, precisi  e chiari, determinati da apposite commissioni professionali tecniche.

Ogni categoria, grazie ad organismi costituiti propri,  dovendo  assicurare l’obbedienza e la responsabilità dei soggetti –  attivi, non elementi passivi-  dovrebbe creare un protocollo comportamentale – ad esempio  per ingegneri, per professori e studenti,  per i gelatai, parrucchieri, fornai, ecc., senza generalizzazioni olistiche, generanti confusione – di cui è garante  allo Stato con propri delegati comunali, provinciali e regionali!.

Questo, però, implica e sottende una società con popolo adulto non ragazzo! Perciò che Dio- io non Credo in Dio!- ce la mandi buona!

Lo slogan temporaneo, comunque, di una dittatura governativa, necessaria davanti alla straordinarietà del fenomeno del Coronavirus, è: mantenere la distanza  tra noi, anche coi parenti, servendosi  di mascherine e  guanti, all’occorrenza!.

 

L’articolo, letto,  segue  il precedente,  scritto come commento a Zuppa di Porro.

Signor Porro,  lei denuncia e condanna giustamente la mancanza di un piano normale, amministrativo–politico-socio-economico  di Giuseppe Conte,  manifesta nel vuoto della tautologia comunicativa di un uomo di formazione  democristiana, sorpreso in una situazione letale universale, imponderabile.  Ma, lei,  apparentemente bravo, a parole, si è letto all’ atto della sua valutazione, da giudice? La comunicazione è un’arte, mentre lei, emotivamente, utilizza solo l’informazione, rabbiosa!

Io sono un vecchio, di 81 anni, che condivide con lei che la comunicazione globale di Giuseppe Conte è retorica informazione, priva di  indicazioni procedurali, pur elementari, per il riavvio alla normalità di un’Italia, sprofondata nella sua massima crisi repubblicana, in senso economico-finanziario, morale e politico-sociale.

Comunque, a lei, prima di fare un esame, con valutazione della parola di un altro, da avvocato,  conviene una ponderata organizzazione strutturale e  sistemica, non segno di  una perizia linguistica tecnica, ma  di una precedente operazione concreta e professionale, scientifica, già provata e riprovata, sperimentata per un reale lavoro, personalmente verificata.

Il suo esame, attuale, è quello di uno della parte politica, avversa, difettoso in vari punti,  fuorviante ed  unilaterale- come sempre accade quando si è all’opposizione-: Lei non trova equilibrio – nel suo contrasto corpo a corpo, tumultuoso, dilettantesco e demagogico –  e  nemmeno conosce  la reale  situazione italiana da decenni compromessa, acuita già da tempo con  la fine della democrazia cristiana  e poi dalla politica autoritaria di Craxi, a seguito del  giurisdizionalismo paesano di Di Pietro ed infine precipitata con  Berlusconi e con Monti (cfr L’altra lingua, l’altra storia, Demian 1995), fino alla farsa del Pd renziano e gentiloniano,  alla tragi-commedia dei due governi Conte, complicata in modo abnorme dal Coronavirus.

Perciò lei, non avendo un organico sistema di valutazione, come gli  altri, argomenta su basi strutturali logiche,  risultando un informatore non affidabile, mal informato, utile solo per le curiosità e per la notifica di semplici dati, nonostante la fumosa animosità, anche se puntuale nelle osservazioni.

Poveri noi italiani, che stiamo a casa impauriti dal Coronavirus, obbligati a sorbirci i sapienti virologi, i commentatori, gli intrattenitori  e i giornalisti di regime, i politici – che dovrebbero  realizzare i nostri sogni!-, ignoranti e inadeguati perfino a  comunicare il pensiero partitico, del tutto incapaci di orientare paradigmaticamente e  di guidare con cautela nei prossimi mesi i concittadini, decisi a riprendere la quotidiana fatica professionale, nonostante i pericoli del male incombente, pur senza regolare protezione!    Forse, da soli, noi, popolo italiano, senza capi, con o senza l’aiuto europeo, pur come un figlio senza padre, orfano, ma di nobile origine, decaduto, grazie al proprio sacrificio, educato dai propri errori, erudito senza i falsi maestri, e maturato –finalmente!- grazie al Coronavirus, sappiamo sopravvivere- lo abbiamo fatto per secoli perfino con l’aiuto nefasto della Chiesa!- e  procedere in relazione, alla nostra storia e alla sottesa  cultura, di gran lunga superiore a quella altrui!.

 

Giovanni Zimisce e Theophano

Giovanni Zimisce e Theophano

Dio dà il diritto di parlare, quando è necessario… ed aggiunge un orecchio da sentire …- Isaia 50,4-

Non conosco la storia  di Zimisce e di Theofano? Chi sono, professore?

I due hanno una vera storia di amore  giovanile,  ma  poi sono anche i protagonisti di un vergognoso tradimento nei confronti del  sovrano Niceforo II Foca, nella notte tra il  10  e 11 dicembre del 969.

Io, professore, conosco Theophano, la  moglie di Ottone II, la sua  cura imperii e l’ideale politico di suo figlio Ottone III, non so niente di quest’altra Theophano.

Mentre la Theophano, di cui parli tu,  è armena e nipote di Zimisce,  questa, invece, è  donna peloponnesiaca, di Sparta, nata nel 940,  figlia di un oste, che, a 15 anni, sposa il figlio di Costantino VII Porfirogenito, Romano II.

So, professore,  della saggezza e dell’erudizione di Costantino Porfirogenito, un basileus di nome, che regnò solo alla fine della sua vita, avendo dovuto lasciare il potere effettivo ai Basileis  Macedoni – di cui non conosco il reale valore-. Me ne può parlare, prima di riprendere la vicenda della coppia  Zimisce -Theophano?.

Il Porfirogenito, nato nel 905, è  basileus designato già nel 911, ma  non regna  perché il padre Leone VI (886-912), avendolo avuto da  Zoe Carbounopsina,  sua amante e  poi quarta moglie, avendo contrasti con il patriarca della Chiesa costantinopolitana, lascia il trono al fratello, Alessandro, che ne esilia  la moglie, e, dopo un anno, muore.

Viene richiamata  Zoe , che assume la reggenza per il figlio riconosciuto legittimo, perché battezzato dal patriarca Nicola il mistico, che non riconosce, però, legittimo il suo matrimonio,  anche dopo l’appoggio militare del domestikos ammiraglio  Romano Lecapeno e del drungario  Leone  Focas.

La reggente,  essendo incapace di  combattere l ‘autorità  del patriarca, gli  contrappone   Eutimio, che ha al suo seguito il clero metropolitano,  ed inizia la guerra contro i Bulgari, che hanno imposto un pesante tributo ai bizantini.

Zoe, comunque, subita la sconfitta militare di  Anchialo, nel 919 deve dimettersi.  Nicola il mistico, allora, incorona Basileus, Romano I  Lecapeno, avendo ora la supremazia assoluta sulla chiesa costantinopolitana,  divisa da tempo, da quando Leone VI aveva deposto Fozio (820-893) e fatto patriarca suo fratello  Stefano.

Fozio è quel prelato tanto importante della chiesa bizantina, che non accetta l’aggiunta occidentale al Credo del  Filioque  e che non riconosce legittimo il celibato sacerdotale?

Si Marco, E’ quel Fozio, scrittore di Biblioteca, e grande santo bizantino, insegnante di filosofia  all’Università imperiale, fatto patriarca  due volte, una  dal  858 al 867 ed una dal 877 al 886 -avendo dovuto lasciare la carica per un decennio, per ordine del basileus  Basilio I,  ad Ignazio, sostenuto dalla  Chiesa di Roma  a seguito del verdetto di Niccolò I –  ma, ora, lasciamolo da parte  perché dobbiamo trattare prima della situazione ancora non chiarita della legittimità alla successione del Porfirogenito  e poi della congiura di Zimisce eTheofano.

Marco, dobbiamo riprendere il regno di Leone VI il filosofo/sophos, un basileus che, sposatosi una prima volta con Theofano la santa– una donna bigotta e  sgraziata a lui imposta dal padre- e che, comunque, consolatosi con la sua amante Zoe Zautsina -poi, divenuta seconda moglie,  morta senza figli-  chiede l’autorizzazione  ad un terzo matrimonio, vietato a Costantinopoli dal Clero, con Eudocia Baiané, che muore prima lei di parto  e poi il figlio, da poco nato. Il Basileus, non può chiedere un quarto matrimonio perché pubblico peccatore con la sua amante Zoe Carbounopsina /dagli occhi ardenti come carboni, e  il patriarca, allora,  propone di esiliare la donna che, nel frattempo, partorisce il figlio, e di battezzare il bimbo col nome di Costantino, ai fini della successione al trono.

Leone VI accetta  ma, contemporaneamente, chiede che Zoe sia riconosciuta come moglie dal papa  romano Sergio III,  il quale  concede il suo consenso, pur di appianare la questione del filioque e del celibato col patriarca Eutimio: Il porfirogenito battezzato è riconosciuto come il legittimo erode al trono  col nome di Costantino VII!.

Dunque, professore,  dopo la morte di  di Leone VI e del fratello, a seguito della sconfitta subita dalla moglie reggente contro i Bulgari  nel 917  Romano Lecapeno prende il potere ed esilia  di nuovo Zoe?.

Si. Marco.

Romano è  un drungario,  un soldato che ha  buone competenze militari  e sfrutta le  capacità di amici  come Curcuas, Niceforo Focas e Zimisce,  che conducono con fortuna la guerra contro l’emiro di Aleppo e cerca, con ogni mezzo, di legittimare il suo regno, che di diritto spetta al Porfirogenito .

Dopo la malattia di Romano I e l’ascesa al potere dei figli e il relegamento del sovrano,  la chiesa e i militari appoggiano  decisamente il Porfirogenito, che può prender il potere  regale e governare  dal 945 al 959.

Alla sua  morte,  il figlio Romano II- a cui è dedicata l’opera paterna De administrando imperio,- prende il potere  ed ha già sposato Theophano spartana, che, a corte, per prima cosa manda in esilio la suocera Elena Lecapeno e si appoggia alla chiesa, mentre si affida a Joseph Briggas, un eunuco che guida la politica interna ed estera  sotto il depravato giovane scapestrato Romano II.

La regina, alla morte del marito nel 963,  è già amante dell’eroe nazionale Giovanni Zimisce, ma  non  sposa il giovane, preferendo il cugino  Niceforo Foca,  che le  dà maggiore sicurezza politica, consigliata dal patriarca  Polieucto, con cui si riappacifica dopo l’accusa di avvelenamento di Romano II.

Lei dimostra la sua innocenza  col documentare che  era ancora a letto  dopo la nascita dell’ultima figlia  Anna. (Basilio e Costantino sono gli altri due figli!).

Come mai poi la regina ordisce la trama per l’uccisione del secondo marito, proprio con Zimisce?

Sembra che la donna sia convinta  dall’amante, astioso nei confronti del parente che lo ha destituito dalla carica di drungario/comandante militare.

Niceforo II (912-969) è  sovrano encomiabile non solo per la tecnica di combattimento De velitatione  bellica, ma anche per le imprese militari orientali -riconquista della Cilicia, conquista della Siria  ed invasione della Mesopotamia  e presa di Cipro tramite il legato Niceta.

Siccome, però, ha  poca fortuna  in Occidente- poiché manca del supporto  della flotta- nella  campagna calabrese contro Ottone II   e in  quella  Siciliana, date le spese militari ingenti,   è contestato e dai proprietari latifondisti e dai prelati  costantinopolitani, colpiti  dal tentativo di riduzione delle spese a corte, dalla tassazione nella capitale e  dal decreto  che vieta il privilegio di esenzione al clero – a cui è proibito anche la fondazione di  nuovi monasteri -e che impone ai latifondisti di non occupare le terre dei piccoli proprietari confinanti.

Nella capitale si forma un partito antimperiale, capeggiato proprio dalla regina, a corte, col favore del clero e del generale Zimisce, che  è a capo dell’esercito fuori città.

Coma avviene l’uccisione del basileus ?

Niceforo,  pur timoroso delle reazioni del clero e di proprietari terrieri,  anche se insoddisfatto delle campagne italiche in Puglia e in Sicilia, nonostante la crisi economica e finanziaria che tocca anche l’elemento popolare costantinopolitano, avendo risolto il conflitto occidentale provvisoriamente con gli  arabi e con Ottone II,  è del tutto ignaro del tradimento proprio perché ha tolto il comando militare al cugino Giovanni  Zimisce.

Invece, la chiesa e Giovanni  con le famiglie  Foca e Curcuas  decidono il tradimento, con la complicità della regina, che ha dalla sua  parte anche  Briggas.

Theophano lascia aperta la porta della camera da letto, mentre Giovanni, ripreso il comando dell’esercito, entrato di nascosto a Costantinopoli,  entra nel palazzo regale e nella notte tra il 10  11 dicembre uccide  Niceforo, avendo promesso alla  regina di regnare al suo fianco.

Si conoscono anche i particolari della morte?

Certo lo storico Leone Diacono  scrive:  il sovrano non dormiva nel letto, ma era per terra e come un asceta era sopra una pelle di pantera, come il solito. I congiurati entrati,  rimasero sbalorditi non trovandolo; il cubiculario, allora, indicava  dove si trovava.

I sicari lo feriscono al volto e alla testa, senza ucciderlo, ed attendono l’arrivo di Zimisce, che  lo finisce con un colpo mortale, mentre Niceforo implora la morte.

Una brutta fine! professore.

Oltre alla moglie e a Zimisce,  per la disumanità colpisce la figura del patriarca Polieucto. Diffusasi la notizia, il prelato subito si incontra con Giovanni Zimisce, approva l’uccisione   con gli aristocratici della capitale e concorda un patto tra la chiesa costantinopolitana e i nobili  per l’elezione di Giovanni a Basileus, con clausola che la regina  non deve regnare e, quindi, deve essere esiliata a Proti nel  Mar di Marmara.

Così Zimisce tradisce la sua amante  e le promesse di matrimonio, ben sapendo dell’opposizione della sua  famiglia e della Chiesa,  già  non disposta al matrimonio nemmeno con lo stesso Niceforo II, essendo garante  dei diritti al trono dei porfirogeniti Basilio e Costantino.

Squallido Zimisce , vergognosa Theofano, riprovevole Polieucto!

Eppure Zimisce ha a suo favore  la tradizione, che  gli riconosce un buon regno  in quanto lo vede come uomo nobile, fisicamente non alto-  anzi piuttosto piccolo, da cui il nome- e che  lo considera molto attraente,  soldato formidabile,  forte nei combattimenti, coraggioso in ogni impresa e che  gli imputa la sola colpa di essere astioso nei confronti del cugino, reo di avergli tolto il titolo di drungario.

Zimisce, come condottiero, è giustamente famoso  per la campagna di Siria, per la guerra contro i fatimidi e contro Svjatoslav I di Kiev, per la pax  in Italia a seguito delle nozze tra la nipote Theophano ed Ottone II (Cfr l. Bloy, Costatinopoli e Bisanzio, Milano 1917; Ch, Diehl, La civiltà bizantina, Milano 1962; G. Ostrogorsky, Storia dell’impero Bizantino, Milano 1968).

Durante il suo regno, riesce  perfino a  dimostrare che lui  non è presente all’uccisione del parente  ad una commissione di protoi e dunatri nobili  e di prelati, desiderosi di sancire la legittimità del nuovo basileus e di riavere i privilegi tagliati da Niceforo! 

Al ritorno dall’ultima campagna  contro l’Egitto, Giovanni Zimisce  si ammala e muore di tifo, dopo 7 anni di governo, a 52 anni.

Che storia?!

E’ la storia!

 

 

 

 

Giulio Erode “turannodidaskalos” di Augusto?

 

 

Giulio Erode,il Filelleno

A Stefano -Keter, mio  prezioso speciale nipotino!   Ou pan men blaptei /Non tutto viene per nuocere … pan  de chrhston/tutto invece serve!

 

VI. Giulio Erode Archelao, figlio di Erode

Giulio Erode è  turannodidaskalos di Augusto?!

Per me, professore, è una bomba dire che Erode è turannodidaskalos di Augusto! lei mi rovescia i canoni di valutazione!.Eppure già questo  mi anticipava in Erode e la siccità! Questo messaggio, improponibile, mi voleva mandare quando mi parlava della figura di Gaio Giulio Cesare Ottaviano secondo Plinio il vecchio? quando mi diceva  della statua colossale di Ottaviano  Augusto e di Roma,  a Cesarea Marittima, paragonate rispettivamente a quella  di Zeus ad Olimpia, opera di Fidia, e a quella di Hera  ad Argo, di Policleto?

Non le sembra esagerato ed azzardato servirsi di un termine- usato dagli storici per gli amici di Caligola, Erode Agrippa ed Antioco di Commagene, conoscitori della Basileia, plaudenti alla neoteroopoiia del giovane imperatore – ora, circa il periodo  tra il 23 a.C- 11  a.C.,  un cinquantennio prima?

No, Marco. Ho precisi motivi e razionali argomentazioni da addurre,- come già ho fatto in I Commentari storici di Strabone-:   io, allora, parlando degli anni 37-41 d.C., evidenziavo il desiderio di regnare  di un giovane imperatore, che si serviva dei consigli politici di Erode Agrippa e di Antioco di Commagene  e di un gruppo di intellettuali alessandrini, che allestivano giochi popolari e facevano la propaganda  per l’ektheosis; ora, invece, ti  voglio mostrare, in un preciso quindicennio, l’operato di Erode  prima, davanti al genero di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa, famoso non solo per le imprese militari ma anche per la costruzione del  Pantheon, – dove aveva posto la statua sua e quella del suocero- venuto a trovarlo a  Gerusalemme, perfino, e poi, davanti ad Ottaviano Augusto ancora alle prime esperienze  di basileia, specie nel periodo di Samo  e  in quello di Aquileia,  dopo il matrimonio di Tiberio con sua figlia Giulia, rimasta vedova, a seguito della morte  del marito, l’anno prima!

Chiaramente, sottendo tutta la simbologia alessandrina,  collegata con la basileia e con la sebasteia, a me nota tramite il lavoro di  traduzione di  Legatio ad Gaium, presente in altra forma e significato nel coniugium illecito di Cleopatra ed Antonio -cfr. Cleopatra ed Antonio -www.angelofilipponi.com – celebrato come ierogamia di Dionusos ed Iside.

Io tratto di specifici momenti in cui si attua la basileia  orientale da parte dell’imperator Augustus, ancora incerto in Occidente  davanti ai cives, ai patres e agli equites  ancorati ai principi tradizionali quiritari!

So, però, che tale propaganda,  di stampo antoniano – ancora esistente sotto Tiberio e  Gaio Giulio Cesare Germanico Caligola- è  neutralizzata in epoca augustea e cambiata in relazione al titolo di Sebastos/augustus,  poi  sostituita da quella del giusto  Ieros gamos di Augusto con Roma, chiara nell’opera di Virgilio dell’Eneide,  in cui si rileva l’infausto coniugium del Pius Aeneas con Didone  prima e, poi, quello legittimo con Lavinia, voluto dagli dei: le iustae nuptiae sono evidenti prove monarchiche nella rappresentazione  statuaria dell’imperatore e della personificazione di Roma,  opera  di artisti alessandrini a Cesarea Marittima!.

Lei quindi vede due fasi:  una  più o meno collegata con la precedente propaganda antoniana  ed un’altra impostata sul significato  di iustae nuptiae?

Marco, Erode con la sua visione celebratrice  del Sebastos è iniziatore  della  seconda fase  elogiativa divina, con cui viene legittimato il potere di Augusto, così riconosciuto e venerato dal senato, che  di conseguenza è obbediente alla sua volontà! Da Erode inizia il riconoscimento con venerazione delle province e dei re socii, dei popoli- pagani, greci e romani, giudei aramaici e giudei ellenisti-  nell’occasione delle celebrazioni di Torre di Stratone ricostruita,  nota come Cesarea/Sebaste,  e del Tempio di Sebastos/Augustus con lierogamia del Sebastos imperator nikhths  con la Res publica, personificati nelle statue colossali di Ottaviano e di  Roma!.

Comincio ad intuire qualcosa  e comprendo meglio. Forse finora non ho badato ai termini.!Seguiti?

Marco, Erode con questo monumento marmoreo e con altri, posti a Banias sul Monte Hermon  – già nel 20 a.C- ed altrove nel suo regno, collegati anche al culto del dio Pan,  è turannodisdaskalos per Ottaviano, risultando maestro di monarchia, propositore di una theoria monarchica che congiunge la basileia orientale col militarismo dittatoriale romano, in una ripresa dell’idea antoniana di Regnum divino.

Per lei, quindi,  un filelleno, come Erode,  rappresenta, proprio nella raffigurazione della  coppia divina,  l’ideale di monarchia assoluta, tradotta in un culto pratico, essendo già conformato in tal senso dalla propaganda antoniana alessandrina?

Per me, Marco, Erode, grazie agli alessandrini e allo scriptorium di Nicola di Damasco,  può avere elaborato  una theoria  per evidenziare la  congiunzione  tra romanitas  e paideia greca, che  viene applicata nella statuaria  monumentale,  con la imitazione di Fidia e di Policleto  per il volto e il fisico atletico, militare, e con la decorazione  figurale della corazza dell’imperatore e del suo genius.

Lei ha già presente qualche statua di Augusto?

Certo io seguo e sviluppo  la lezione di Ranuccio  Bianchi Bandinelli, –Archeologia e cultura, Editori Riuniti 1979-  mio insegnante all’Università di Roma e penso all’Augusto di Prima Porta!

Insomma,  per lei, Erode  e  il suo scriptorium alessandrino,  sono maestri di Tirannide  come  forma monarchica,voluta da Ottaviano, a lungo incerto, come mi ha spiegato in Incitato, il cavallo di Caligola ?! In questa fase di incertezza del dictator lei vede un Erode propositore con la statuaria – un’arte minore! – di una monarchia assoluta  su basi divine!.

Marco, io suppongo che sia così! Non è detto, però, che Erode sia effettivamente  un maestro di tirannide monarchica – che potrebbe essere un’alternativa orientale all’ideologia occidentale del principato  augusteo del circolo di Mecenate – anche se  ho molte argomentazioni a favore, con qualche prova tanto da aumentare le probabilità di una possibile realistica interpretazione. Una prova  implicita è nei quattro anni successivi  il fatidico  27 a.C. -anno dell’acclamazione  senatoria a sebastos /augustus,  in cui Ottaviano, sofferente per una malattia epatica, va a compiere personalmente una spedizione nella zona pirenaica contro i Cantabri ed altre popolazioni, dopo aver restaurato le strade,  specie  la via Flaminia, mentre gli venivano fatte delle statue poste una  sul ponte nel Tevere e una  a Rimini, probabilmente vicine ad archi, secondo il sistema realistico romano, non idealistico  ellenistico. In quella occasione, in effetti, aveva intenzione secondo Dione Cassio ( St.Rom. ,LII,23) di fare una spedizione in Britannia ma,  poi, vista la situazione di ribellione in Gallia, ed, attenuatisi i fermenti insurrezionali britannici,  sposta  il centro operativo in Spagna,  mentre  è console con lui  Statilio Tauro, allorché Agrippa  consacra i  Saepta (luogo di riunione dei comizi tributi e centuriati ) e  Cornelio Gallo, richiamato dall’Egitto, accusato e processato,  si uccide. L’impresa  è complicata da ricorrenti coliche epatiche tanto che l‘imperator decide di guidare l’operazione da Tarragona e di curarsi con Antonio Musa, che gli consiglia un’altra dieta e un altro sistema di vita. Perciò,  nel corso del suo nono consolato con Marco Silano,  deve subire le imprese iniziali dei Salassi  e poi contenere  la ribellione dei Cantabri e degli Asturi,  per, infine, servirsi di legati per affrontare  decisamente i nemici. Sono scelti  Terenzio Varrone, inviato contro i  Salassi – che sono vinti e venduti, mentre viene fondata  Augusta Praetoria  per dare la terra  ai pretoriani e ai  veterani – e Gaio Antistio contro i  Cantabri  ed Asturi   e subito dopo viene fondata anche Augusta Emerita -Merida- ad opera di Tito Publio Carisio, governatore di Lusitania, e dei legionari della V Alaudae e X Gemina.

A Tarragona, quindi, mentre si cura  Ottaviano – stronca la resistenza dei nemici per legatos e  fonda città col suo nuovo nome di Augustus/Sebastos, come sta facendo Erode  con Cesarea Sebaste e con Samaria Sebaste!.

E’ questa una celebrazione occidentale, -anche se lontana da Roma-  su probabile imitazione di quella orientale erodiana!

Non solo, Marco, ma  Ottaviano  provvede ad ingrandire il regno di Giuba  di Mauritania, annettendo il territorio di Bocco, re di Numidia, da poco morto,  e lo collega, di proprio arbitrio, a quello del re socio,  marito di  Selene, figlia di Antonio, fondando città! La stessa cosa fa alla morte di Aminta di Galizia,  quando decide l’annessione all’impero romano di tutta la zona, comprese la Licaonia e  parti della Panfilia! Ottaviano fa azioni  autoritarie, personali, da Basileus sebastos!

Bene. Agisce da  sovrano, professore, senza l’autorizzazione senatoria, avendo potere militare  e il titolo di sebastos, propagandato in Oriente dai re clienti e specie da Erode costruttore!

Marco, in questo periodo, Ottaviano  ha, infatti,  di nuovo, anche il  titolo di imperator dopo che il Legatus Marco Vinicio sconfigge i  Germani,  e i soldati gli  decretano il trionfo: siccome  egli decisamente rifiuta, secondo Dione Cassio – ibidem  26,5 – gli venne eretto un arco trionfale, presso le Alpi e gli venne accordato il diritto  di indossare sia la corona che la veste trionfale, durante il primo giorno dell’anno!

Marco, è un grande munus  poter iniziare l’anno con corona e veste trionfale, segno  del possesso della tribunicia potestas e dell’imperium proconsulare a vita!

Dione mostra ora che  Augusto, mentre torna nella capitale, ordina di chiudere il tempio di Giano e fa costruire il Pantheon, con molti simulacri di dei e di Marte  e di Venere  con la statua da imperator, con la mano destra alzata mentre fa l’adlocutio,  con lancia nella sinistra  e  con una di Agrippa (Dione Cassio ibidem 27. 2).

Dione, in effetti, prima,  dà una singolare spiegazione del nome:   tutti dicono che Pantheon derivi dal fatto che vi sono molte statue di dei,  ma la sola ragione  è da imputare alla sua volta a cupola che rappresenta il cielo/ oti  tholoeideis on tooi ouranooi  proseoiken -ibidem-volendo mettere insieme cielo e terra, per propagandare uomo e dio nella figura unitaria di autokratoor e theos, poi spiega esattamente quello che avviene.

Lei mi ha spiegato in Incitato il cavallo di Caligola che Dione è interessato alla figura di Augusto, come modello per la domus severa! ora mi vuole mostrare Augusto come intermediario unico tra caelum e terra, secondo la tradizione mediterranea?

Certo.  Devo precisare, comunque, che Ottaviano è sempre riluttante e teatrale: infatti  Dione  precisa che il principe rifiuta la proposta di Agrippa di porre la sua andrias/statua nel tempio- timoroso dell’opposizione dei senatori e dei loro rumores circa le imprese per legatos –  ma infine  permette che si metta quella del padre divus Caesar, autorizzando, comunque, anche  di porre la sua e quella di Agrippa, nel pronao!.

Tutte queste azioni sono ordinate mentre fa il viaggio di ritorno da  Tarragona. Solo dopo la partenza dalla Spagna – dove lascia Lucio Emilio come governatore, costretto  a punire  con  amputazioni di mani e con la distruzione di fortezze  i Cantabri e gli Asturi, di nuovo  ribelli – autorizza la spedizione arabica di Elio Gallo governatore di Egitto, sostituto di Cornelio Gallo, avendo  già in mente la divisione delle province in senatorie e imperiali, includendo in queste ultime Egitto, Siria ed Iudaea ed  avendo già  suddivisa l’amministrazione senatoria  dell’erario da quella propria imperiale del fisco.

Anche se l’impresa arabica non ha esito positivo  per molte ragioni  e specie a causa del tragitto attraverso il deserto, delle malattie  e della disidratazione dei soldati, anche se curati dai medici con miscuglio di olio e di vino, non c’è  a Roma un minimo cenno  di dissenso  senatorio! All’impresa viene dato un valore non di penetrazione militare ma di apertura ai commerci con l’India, già avviati dagli emporoi giudaici da quasi un secolo!.

Dunque, professore, lei mi vuole dire che Augusto in quegli anni ha un potere dittatoriale grazie al titolo di Sebastos, mantenendo in continuazione il consolato  fino alla decima volta con  Norbano Flacco, prima di tornare a Roma?.

Si.  Marco, quando  è ancora console per l’undicesima volta con  Calpurnio Pisone, come collega, però,  si ammalò nuovamente  ma questa volta, in maniera  così grave da disperare  della guarigione /ooste medemian elpida soothrias schein  -Dione Cassio, St.Rom. LIII,30-.

Secondo Dione egli dispose tutto come se stesse per morire e riunì i magistrati, gli uomini più in vista  tra i senatori  e i cavalieri, ma in realtà non designò alcun successore/ diadochon men oudena apedeicse -ibidem-.

Dione -ibidem 30,1- , così aggiunge,  mentre al suo capezzale sono la moglie  Livia coi suoi due figli Tiberio e Druso e  Ottavia sua sorella con il figlio Marcello e col genero Vispanio Agrippa, marito di Claudia Marcella: sebbene  tutti si aspettassero che fosse stato prescelto Marcello per sostituirlo,  dopo aver parlato un po’ con loro degli affari di stato, diede a Pisone  le liste delle truppe e delle pubbliche entrate scritte su di un libro  e consegnò l’anello ad Agrippa/ tooi men Pisooni tas te dunameis  kai tas prosodous  tas koinas  es biblion esgrapsas edooke, tooi d’Agrippai  ton daktulion enecheirise.

Quindi, pur dando l’anello ad  Agrippa e preferendo l’amico al nipote, non nomina nessun successore ma solo divide i compiti in amministrativi e militari, secondo l’esempio di Alessandro Magno?

Bravo. Marco, Ottaviano ha  come modello  il grande macedone!  D’altra parte per tutta  la vita nega di voler creare un  regime dinastico e sul punto di morte non potendo dare l’anello a Marcello  troppo giovane, un neos che non ha meriti militari o politici, propende per  Agrippa, vincitore di Nauloco e di Azio, benemerito  come costruttore e come amministratore che, essendo benvoluto dall’aristocrazia repubblicana, ha il pieno consenso militare e popolare.

Professore, ma Augusto non muore e salvatosi con le cure  di Antonio Musa coi  bagni freddi  e con bevande fredde/ psuchrolousiais  kai psuchroposiais, riprende il potere  proprio quando si ammala il giovane Marcello che, nonostante le cure dello stesso medico, muore nell’ottobre,  celebrato dallo zio coi Ludi romani e con l’onore di un Teatro!

L’aver preferito Agrippa a Marcello, comunque,  non è dimostrazione  di non voler  formare un principato dinastico: infatti non punisce Marcello – che si mostra ouk epithdeioos  tooi Agrippai/ sconveniente  in quanto acrimonioso e  non immune da rivalità-  ma invia Agrippa in Siria,  temendo  l’insorgenza di diatribh tis kai  apsimachia/di una contesa o  di scaramuccia.(Velleio,St., II,93,2 ;Flavio Ant Giud., XV,10,2,350; Svetonio Augusto 66, 3; Tiberio,10,1;   Plinio St. Nat. VII,46, 149).

Augusto, quindi, ristabilitosi poi in salute, ha a cuore il nipote  e non Agrippa?

Certo.  In quei mesi estivi -in cui Ottaviano è guarito e torna alla politica, a  Roma,  mentre  si  ammala Marcello e poi muore-Agrippa – che non è andato in Siria  secondo il mandato dell’imperatore,  ha  però obbedito, inviando al suo posto dei legati, a lui sottomessi   perché anche lui  ha l’imperium proconsulare maius –vive a Lesbo, in attesa  degli eventi.

La situazione romana  è davvero drammatica!. Cosa  è successo subito dopo,  nella capitale?

Così scrive  Dione Cassio- St. Rom, LIV , 1,1-3-:  nell’anno successivo durante il quale  furono consoli  Marco Marcello Isernino e  Lucio Arrunzio,  la città venne invasa da un ‘altra inondazione del fiume e tra l’altro molti monumenti  furono colpiti  dall’abbattersi di fulmini , come nel caso  delle statue che si trovavano nel Pantheon, così da provocare  la caduta della lancia  dalla mano del simulacro di Augusto.

Dione aggiunge: i romani, oppressi  dal dilagare della  pestilenza/loimos -in tutta Italia si era propagata la peste e non c’era più nessuno che lavorava la terra  e suppongo che anche nelle  terre al di fuori della  penisola, le condizioni fossero le stesse – addussero  come spiegazione di questo flagello  il fatto che in quel periodo Augusto non stava  rivestendo la carica  di console: perciò, vollero  eleggerlo dittatore  e dopo aver costretto il senato  a riunirsi nella curia, lo indussero a votare questa misura straordinaria  sotto la minaccia di  dare fuoco  all’edificio mentre  i senatori  vi si trovavano riuniti.

Non solo la morte di Marcello ma anche fenomeni naturali sconvolgono  Augusto  che deve come theos  proteggere il bene comune, la romanitas,  con la sua divina potenza: lui decide  di richiamare  Agrippa e di farlo sposare con la vedova di Marcello, sua figlia Giulia,  di  aver una linea di successione familiare e quindi inizia a mettere le  basi per un regime dinastico, rifiutando  di utilizzare l’altro ramo quello  dei figli di Livia- accusata perfino di  aver fatto qualcosa  di male, sebbene indefinito contro  Marcello per favorire l’ascesa di  Tiberio e di Druso, già  segnalatisi  per le loro qualità-.

Dunque,  Augusto dimostra di aver imboccato la strada del principato,  scontentando la potente moglie, il suo partito  aristocratico  sostenitore dei giovani claudi, operando sempre per il bene del popolo!

Sembra, Marco, che Ottaviano operi per migliorare le condizioni  di vita  ai romani, flagellati dalla peste e spaventati dall’inondazione del Tevere  tanto da  stanziare denaro a sufficienza ed agire con grande  umanità per soccorrere i cittadini,  seguendo  l’esempio di Erode  anche lui oppresso, qualche mese prima, dallo stesso  problema.

Ora Augusto, avendo 24 littori  per la sua incolumità,-non dodici-  non  accetta  la carica di dittatore  ma quella di  curator annonae  sull’esempio di Pompeo Magno, non essendo riuscito né con le parole né  con le preghiere  a dissuadere il popolo perché ha la tribunicia potestas  completa-con  lo ius intercedendi, lo ius coercitionis, lo ius agendi cum plebe  secondo Appiano CIV. V,132,548-549- e l’imperium proconsulare congiunto, non volendo suscitare l’invidia e l’odiosità propria della dittatura: infatti, ordinò che due uomini fossero scelti annualmente  tra  gli ex pretori .. per essere preposti alla distribuzione di grano – ibidem-

Il popolo è sempre al primo posto!

Avendo, dunque, i  pieni poteri, fa la teatrale sceneggiata di stracciare la veste dittatoriale davanti  al popolo e ai suoi littori:  lui non ne ha più bisogno tanto che fa convalidare le leggi  dal senato  con un editto, anche se già poteva fare indipendentemente  secondo la propria volontà, potendo fare tutto quello che desiderava  ed evitare tutto ciò che non voleva- ibidem-.

Augusto  ha un comportamento in Roma e in Occidente, un altro in Oriente  dove  l’imperatore equivale a Basileus  che è nomos epsuchos dove  c’è la differenza di natura tra il theos onnipotente  perché divino e lo thnhtos, creatura mortale, uomo sottoposto.  A dire il vero,  a Roma si comporta solo demagogicamente, temendo il senato, mentre nelle province occidentali agisce con un fare dittatoriale!

Infatti, allontanatosi da Roma,  dopo  aver rifiutato il titolo di censore a  vita, anche se regola ed abolisce  i banchetti pubblici  e le  feste cittadine, nonostante abbia subito e represso  subito il complotto di  Cepione e di Murena -ne subirà altri nel 19 a.C. quello di Egnazio Rufo,  nel 2 a.C.  quello di Iullo Antonio -Dione, St. rom., LV,10, 12-16- nel 4 d.C. quello di Cornelio Cinna Magno -ibidem, 14,1.22 – nell’8 d C.  quello di Lucio Emilio Paolo   e di altri – va in Sicilia, per passare poi da una provincia ad altra, in Siria, seguendo l’esempio di Solone, nomotheta. In Grecia  onora gli Spartani, che hanno  salvato Livia, sua moglie nella guerra civile, ma  punisce gli ateniesi perché filoantoniani!.  E  venuto a Samo,  vi trascorre  l’inverno  poi sotto il consolato di Marco Apuleio e di Publio Siro  si  trasferisce in Asia,  dove sistema ogni faccenda politica,  senza trascurare la situazione della Bitinia.

In questo  viaggio Ottaviano, come già Antonio, avendo l’omaggio degli asiatici e  del re dei  re – e più tardi anche una ambasceria, inviata dal re degli Indi a Samo- ha la reale percezione del suo essere  monarca assoluto  nei confronti dei re socii e  dello stesso Fraate, comparato al livello dei reguli  asiatici, imponendo ostaggi, dopo  aver ricevuto le insegne perdute da Crasso e da Antonio, non con le armi ma mediante trattativa: il nomen di Augusto e quello di Roma  hanno un’aureola divina, considerata la exousia il potere  su tante genti In Oriente e in Occidente,  in tutta l’oikoumenh!.

Professore, mi vuole dire che già tra il 20 e il 16 Ottaviano in Oriente ha atteggiamenti divini e forme simili ad un sovrano orientale  ed  accetta realmente il titolo di Sebastos, sovrano assoluto del Kosmos,  già propagandato in ogni città ed  isola  ed evidenziato da Erode nelle sue costruzioni? a Roma tale comportamento era impossibile perché prosternarsi secondo proskunesis è atto servile non degno di un civis  che non può sopportare per tradizione arcaica repubblicana  un dominus/despoths!.

In questo clima orientale  penso, Marco,  che un filelleno come Erode, avendo  una concezione universalistica dell’imperium romano, connessa  ad un ieros gamos  di un deus/theos  colga la funzione imperiale  tra Caelum /ouranos e gh/terra,  desideroso di celebrare e di unire ulteriormente Occidente ed Oriente: il re giudaico   nella sua grandiosità costruttiva,  vuole realizzare un comune santuario in Cesarea Marittima tanto da essere  paradigmatico per lo stesso princeps Romano, autokratoor katholikos.

Professore, per seguirla meglio, devo comprendere esattamente i fatti, su cui poggia una tale affermazione.

Marco, parto dalla inaugurazione  di Cesarea /sebaste,  costruita su una vecchia città, potenziata con un porto, abbellita di monumenti  e specie del Tempio di Augusto con le due colossali statue dell’Imperatore e di Roma, simbolo di uno  Ieros gamos, samio.  Sappi che Erode fa le celebrazioni, non in Gerusalemme, città sacra religiosa, ma in una nuova  città, popolata da pagani, greci e romani e  da giudei ellenisti- non aramaici- di Augusto, il sebastos, il dio  pacificatore del mondo, che  ripristina l‘era suturnia, che instaura la pax/eirenh universale! Anche Erode si trova  in una situazione difficile, dovendo mantenere la fides nel Dio  altissimo della tradizione giudaico- aramaica della maggioranza della popolazione e contemporaneamente fare attestati di sudditanza alla maestà di  Roma e del suo Imperator sebastos, caro ai pagani e ai giudei ellenisti!

 Quindi, mi vuole dire che celebrando Ottaviano theos  nella sua capitale commerciale,  Erode dia esempio di basileia all’imperatore, iniziato ai misteri dello Ieros gamos?

Il  coniugium  tra l’imperatore e  Roma  è in relazione ai misteri samii,  propri dell’Herarion  ed è  connesso con quelli di Olimpia – di cui allora Erode  è presidente, desideroso di ripristinare  i riti e riportarli all’antico splendore- !.

A Samo nel 16 a.C.  riceve l’omaggio di tutto il mondo orientale e  perfino  quello di un’ambasceria indiana,  essendo celebrato come l’onnipotente signore dell’Occidente e  dell’Oriente, della  Terra e del Cielo,  come il Nikhths sooter, come  euegeths theos specie dopo la rinnovata pax con i parthi.

A  Samo, centro ideale del mondo Ottaviano Augusto- che sente di aver superato lo stesso Alessandro Magno- asseconda l’idea erodiana di  fare del centro marittimo e portuale di Sebaste Cesarea  un santuario comune per tutto l’imperium romano, la città sacra della domus Giulia, in un collegamento ideale coi riti sami!

Professore, non conosco i riti di  Hera  a Samo?

Marco, a Samo si celebravano ogni anno riti primordiali  delle nozze di Zeus ed Hera, ma  erano  cerimonie molto più antiche  preelleniche, che ricordavano l’incontro di una Divinità celeste con la Madre Terra!

In estate avveniva lo ieros gamos tra Zeus ed Hera, preceduto da un lungo corteggiamento alla dea vergine da parte del Dio che era sempre disdegnato, tanto che, adirato, la faceva imprigionare in un castello sotto le profondità marine da suo fratello Poseidone. Si narrava che la vergine dea, riluttante all’amore, si commosse solo quando il dio  si mutò in gufo  col pelo arruffato, infreddolito e quasi morente,  e solo allora si decise a raccoglierlo e metterselo nel petto per ridargli vita col calore del suo corpo. Si celebravano allora le nozze  del Dio e della Dea, la cui prima notte durò trecento anni di amore, che poi andò scemando  ed iniziarono le scappatelle di Zeus, che facevano soffrire Teleia la signora perfetta, che iniziava a girare di terra in terra dimessa e triste come una vecchia, Chera, per tutto il periodo invernale:   a primavera  la dea  si rigenerava  tornando al suo splendore di vergine bella e desiderabile col nome di Parthenos, pronta per un nuovo gamos!.

E’ professore, una bella leggenda, un muthos dell’era saturnia,  di un ritorno  ciclico stagionale  annuale  della Madre Terra, proprio dei riti di Cibele, che consideravano solo tre stagioni secondo il costume Egizio! Lei pensa che  Flavio sacerdote ebraico possa sottendere questo, mostrando l’ alta collina su cui  sorge il  tempio maestoso di Cesare ?

Marco, tu sai che le due opere Guerra giudaica( I,21,414) ed Antichità  Giudaiche(XVI,339) hanno  diversi telh,/fini, ma qui invece, sembrano concordi  per indicare  una precisa volontà di celebrazione saturnia  da parte di  Erode!

Ancora di più la concordanza appare  possibile perché la cosa è fatta non a  Gerusalemme ma  a Cesarea ed inoltre  risulta probabile perché il rito samio è adombrato nella corazza di Ottaviano di Prima Porta!.

In Guerra Giudaica  Flavio scrive: su un’ altura antistante l’ingresso del porto, c’era un tempio  di straordinaria bellezza e  grandezza,  con il colosso di  Augusto, non inferiore a quella di  Zeus ad Olimpia, da cui era stata copiata  e della dea  Roma eguale all’Era di Argo  all’interno, mentre  in Antichità  giudaiche dice:  in mezzo alle abitazioni che sorgevano ininterrotte costruite in pietra levigata c’era un monticello su cui poggiava  un tempio a Cesare,  visibile da grande distanza  da quelli che veleggiavano verso il porto  con la statua di Roma e di Cesare.

Sostanzialmente l’autore dice la stessa cosa e quindi sulla  base del termine colosso- e non alla postura di un Zeus seduto e di Ottaviano eretto-  si può pensare ad una statua  di molto più grande di quella di Ottaviano di Prima Porta,  ritrovata nella villa di Livia, probabilmente donata,  come copia minore, di marmo, alla moglie dell’Augusto, da Erode in qualche particolare occasione.

Ricorda che Erode e la sorella Salome sono amici  stretti di Ottaviano e Livia;  ne abbiamo parlato varie volte!.

Professore, non conosco bene la statua di Ottaviano di Prima Porta. ma so che la statua di Fidia era alta 12 metri e quella di Policleto, non meno di 8 metri!  Me ne può parlare?

E’ una statua romana ellenistica, di metri 2,04, opera di artisti alessandrini, che imitano per il volto e la figura atletica e militare il doriforo di Policleto, in una idealizzazione di  Ottaviano (non certamente uomo aitante!) -in quanto piccolo di statura (neanche un metro e settanta) e valetudinario!- desideroso di  assimilarsi ad Alessandro -anche lui idealizzato mediante la figura perfetta dell’amico Efestione-:  si raffigura  un giovane che porta una corta tunica ed ha la mano destra alzata  come per un’ adlocutio  militare,  che ha una lancia nella mano sinistra- sul cui braccio cade il paludamentum che avvolge i fianchi -e che vicino al piede destro ha Eros sopra un delfino.

La statua mette in primo piano il militarismo di Cesare e la sua ascendenza divina in quanto figlio di Venere, e fratello di Eros, che risulta un suo genius protettore.

Il  giovane rappresentato è loricato cioè cinto da una lorica di pelle, aderente al suo corpo scultoreo, che ha molti valori simbolici  connessi con l’evento di un trattato col re dei Parthi Fraate, in una volontà propagandistica di avvento di pace  di  ritorno di un’era saturnia sulla terra, come dono del Cielo.

Mi descrive l’intero disegno impresso sulla lorica?

Nella parte superiore c’è la personificazione  del Caelum–  con  sotto la quadriga del sole  e con la  luna, insieme  a Phosphoros, sul lato destro -idealmente congiunto con la parte  inferiore che è la personificazione della Terra/Tellus,  alla cui veste si afferrano due  bambini.

La parte centrale, invece, è dominata da Fraate, che concede ostaggi ad un generale, forse Tiberio,  con un lupo.

Sotto  questa scena sono raffigurate  due donne piangenti: una  a destra ed una a sinistra. Quella a destra, con cinghiale, ha un copricapo gallico -carnix- , l’altra, a sinistra, porge un parazonium  sotto cui sono Apollo su un grifone e Diana su un cervo. Sembra che si voglia rappresentare  la conquista della Gallia e della Spagna  tra il 26-23- un’impresa compiuta parzialmente da Ottaviano Augusto per legatos,  mentre la Terra  coi due bimbi  allude forse ai due figli di Livia, Tiberio e Druso conquistatori  della Pannonia e Germania.

E’ chiaro che nella statua  ci sono segnati episodi  prima della morte di Druso, avvenuta nel 9 a.C, quando già i due claudi sono famosi e per la conquista della Pannonia  l’uno  e  per quella della Germania l’altro, essendo, inoltre,  ambedue  ricordati come ktistai fondatori di Sepinum in Samnio – dove ci sono resti di quattro porte con  iscrizione, foro e 20 colonne,  una palaistra e un teatro con  scena e cavea -.

Quindi, la statua di Ottaviano loricato potrebbe essere data come dono nel periodo del matrimonio di Tiberio?

Marco, non è escluso che all’epoca del matrimonio di Giulia nell’11  ad Aquileia  Erode possa aver portato la statua di marmo, copia più piccola di quella  di Cesarea, in omaggio a Livia nell’occasione della sua  venuta in Italia con Alessandro ed  Aristobulo, imputati di ribellione  al padre, per un giudizio  da parte  di Augusto, che è a fianco di Tiberio, che dirige la campagna pannonica.

Comunque, la statua potrebbe essere stata regalata anche nel  17 a.C., nei giorni compresi tra il 31 maggio e il 3 giugno nel  periodo dei ludi saeculares, a Livia,  da Erode che viene a riprendere i figli, che studiano a Roma, probabilmente invitato dall’imperatore  per la cerimonia, collegata anche con le Parilie  festa della nascita di Roma !

I ludi saeculares di Orazio?

Si. Marco. Sono una festa religiosa antica che si rinnova ogni 110 anni,  con sacrifici alla dea Tellus,  ad Ilithia e alle Parche con spettacoli,  con elargizioni di grano, orzo e fagioli  ai cittadini che a sera portano fiaccole  catramate   e seguono Augusto che come quindicemvir, durante la notte,  sacrifica da solo,  mentre Agrippa con o senza Augusto fa  sacrifici diurni.

Si cantò  da parte di un coro formato da ventisette ragazzi e ragazze  un canto amebeo-  a voci alternate- il Carmen saeculare di Orazio!.

Erode potrebbe aver fatto coincidere il ritorno dei  figli con la celebrazione della festa dei ludi saeculares e portato doni dalla sua  terra come catrame e derrate alimentari, oltre alla statua di Augusto loricato per Livia,  compensando in un certo senso quanto fatto da Augusto e dalla moglie che avevano  finanziato i suoi giochi quinquennali.

Flavio dice che Livia con i suoi beni  preziosi  fa raccogliere una cifra non inferiore ai 500 talenti e che Ottaviano per dare lustro alle feste  gli invia gran numero di gladiatori  e di  fiere  e di cavalli da corsa  e quanto di più magnifico si può vedere a Roma o in altre  grandi località – Ant. Giud.. XVI,136-141-.

Erode, comunque, avrebbe potuto regalare la statua a Livia  anche prima della sua  morte, quando Salome  col marito Alexas governa mentre il fratello  è in uno stato di salute precario, prossimo a morte. Si è negli anni 5, 4 (3 ) a.C- anni oscuri data la scarsa testimonianza delle fonti  classiche, compreso Dione Cassio, quasi assente – quando a Roma  ci sono tumulti  che anticipano  la congiura di Giulia e Iullo,  quando Tiberio è lontano ed è in volontario esilio a Rodi  e i generali di  Gaio Cesare -ancora sotto tutela-  preparano la spedizione contro i Parthi.

Salome, avendo avuto da Erode  morente l’ordine di uccidere tutti i giudei notabili, riuniti nell’ippodromo di Gerico, per avere un universale compianto funebre, potrebbe aver chiesto consiglio all’amica  Livia  mediante lettere  accompagnate da doni, da unguenti e dalla statua di Augusto loricato.

E’ il momento della  successione di Archelao, dell’arrivo di Sabino incaricato di mettere sotto sequestro i beni di Erode  e  di contrasto tra epitropos finanziario,  un funzionario ad census accipiendos e il governatore di Siria Quintilio Varo, mentre  è in atto una ribellione popolare di vaste proporzioni!.

Professore, lei mi ha detto tante cose e ha cercato di  mostrare   anche i momenti  in cui  Livia potrebbe aver avuto il dono della statua. Lei ha fatto  supposizioni, sensate, senza prove dirette, comunque plausibili. La ringrazio  per avermi orientato specie negli ultimi anni della vita di Erode e fatto comprendere la probabile dipendenza dell’imperatore dal suo amico Basileus di Giudea.

Marco, di questo aspetto avrei voluto tante volte discutere con te, ma l’ho sempre rinviato perché nella cultura critica  mai nessuno neanche lontanamente lo ha accennato! La figura di Augusto è sacra quasi come quella di Christos, perché ambedue  risultano  mitizzate con lo stesso sistema ed hanno avuto la stessa aureola a cominciare proprio dagli autori  del periodo dei Severi e poi da quelli dell’Historia Augusta.

Mi vuol dire che la figura di Augusto, avendo  subito una indubbia dissacrazione in epoca flavia, non è recuperata dalla dinastia degli antonini e solo coi severi ritorna in auge  amplificando la connotazione divina.

Certo,  Marco, Giuseppe Flavio e gli scrittori dell’epoca flavia non sono teneri con la domus giulio-claudia e nemmeno con  Augustus:  il principato, è una politeia  mal funzionante perché Ottaviano argentarius è scaltro ma, nonostante il  gruppo  letterario del buon Mecenate, rimane ambiguo ed equivoco tra res publica e  basileia, non riuscendo a sfruttare il potenziale culturale  alessandrino come invece sa fare il contemporaneo Erode e  Gaio Cesare Germanico Caligola decenni dopo!

Le congiure contro Ottaviano Augusto sono evidente segno di una ancora intatta forza repubblicana aristocratica  in quanto  nessun civis  accetta  che un altro civis, anche se buon amministratore, regni su di lui, essendoci perfino competizione tra i seicento senatori per essere il primo, il princeps, il destinato a parlare per primo! Augustus, lontano da Roma  governa da sovrano assoluto: a Roma, nonostante i titoli non ha la forza  anche fisica di ergersi al di sopra dei singoli senatori, nonostante l’alonatura divina e la maestosità statuaria!

Lo scarso valore  dell’originaria familia octavia, l’ adozione  giulia di Cesare, il rapimento di Livia ai Claudi -tentativo di connessione con l’aristocrazia repubblicana- la ricerca della solidarietà con Marco Vipsanio Agrippa,  sono espressione di una  non fermezza di carattere di Augusto,  che risulta personaggio cagionevole di salute,  malfermo nell’animus  per natura, incline più alla tergiversazione che all ‘autoritarismo, uomo che soffre di un complesso di inferiorità  alla ricerca di  stabilità anche se geniale fortunato politikos: Ne sono prova i rapporti diretti  con Antonio nel periodo iniziale di triumvirato e quelli con Lepido sempre denigrato, dopo l’esautorazione militare,  oltre al  bisogno di sostegno di Marco Vipsanio Agrippa -nei momenti cruciali della sua vita militare -e di altri suoi legati, come Lollio, Varo e Quirinio.

Nella ricerca di un successore  per la costituzione di un regime monarchico Ottaviano testimonia ancora di più la sua indecisione ed incertezza per oltre 38 anni, in un ‘oscillazione tra Marcello ed  Agrippa prima, e  poi  tra i figli di Agrippa e Tiberio, infine tra Tiberio  e Agrippa Postumo,   sempre condizionato da Giulia sua figlia o da Livia, mai autonomo nelle sue scelte, tanto che alla fine sceglie Tiberio al posto di  Gaio Cesare Germanico,  a cui per diritto familiare toccherebbe  la successione, dopo l’adozione, quando, invece, gli riserva il titolo di diadokos rispetto al  figliastro, ben conscio di lasciare il regno diviso e in mani non giulie!   Eppure aveva  seguito le vicissitudini della familia erodia  e aveva rilevato la crudele ferocia dell’amico giudeo, permettendogli di fare stragi nella famiglia  asmonea e perfino in quella idumea!

Ottaviano  è uomo  condizionato di fronte all’aristocrazia e perfino,a mio parere, alla dinastia  asmoneo-erodiana.

Ai romani  e ai latini  Ottaviano  appariva un  civis privato  fortunato e a quelli ellenizzati  idioths  poliths, che  non sapeva governare da tyrannos, nel sistema della basileia,  pur avendo titoli superiori perfino a quello di un dictator a vita, avendo congiunto tribunicia potestas con imperium proconsulare, avendo il controllo del  numero delle  milizie  e il loro stanziamento  provinciale e tenendo il libro questorio, il breviarium  della contabilità erariale e fiscale, essendo nomotheta moralizzatore,  perché bisognoso  di viri fidati, non avendo le qualità fisiche e morali  di un perfetto pater familias, non essendo dotato di figura autoritaria, nonostante l’autorevolezza  e venerabilità della carica imperatoria!

Fino alla morte di Erode, Augusto  forse ammira l’exemplum operativo di re del suo amico, il più ellenizzato e romanizzato degli altri re del tipo di  Polemone, re del Ponto, di   Archelao, re di Cappadocia e dello stesso Giuba, re di Mauritania.

Perciò, professore, la storia non è  quella che noi  sappiamo e troviamo scritta!. Augusto  è sostanzialmente quello di  Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 147-150  o quello, di un principe attore, che sa recitare bene  la parte, a lui destinata,  fino all’ultimo istante della vita, secondo Svetonio.

Certo. Marco. Svetonio  è un procuratore equestre, un funzionario statale, addetto agli archivi e alle biblioteche pubbliche  un procurator a studiis et a bibliotechis (Sparziano, Adriano11,3).

E’ un eques  che vede non bene il principato,  che va in direzione opposto alle prescrizioni del senato ed aborre dalle figure come Caligola e Nerone, che si allontanano dall’equivoco della  monarchia moderata, in una volontà di  dare un monarca assoluto a tutto l’impero romano!

Marco, chiudo il mio discorso con le parole sulla concordia ordinum, sognata da Ottaviano,  di  E. Cizek ,- Structures et idéologie ” dans le vites des Douze Césars ” de Suètone ,  Bucarest , 1977, p179-: Concordia ordinum  significa  adesione alle tendenze moderate dei senatori, da un lato, e dei cavalieri, da un altro,  realizzabili e compatibili nel quadro di una monarchia  moderata anch’essa, per lo meno nella sua influenza sociale, ma queste condizioni di fattori contraddittori erano difficili da coordinare. Ancora una volta, a dispetto dell’ammirazione che provava per le teorie politiche di  Cicerone, Svetonio doveva tener conto delle esigenze del suo tempo!.

Perciò, Svetonio  era  fautore  di una monarchia rinsaldata che prescindeva  dalla libertas di un tempo, capace di mostrarsi,  tuttavia, sempre attenta a non urtare la suscettibilità e soprattutto a non ledere  gli interessi fondamentali  dei senatori, in particolare di coloro  che tendevano a schierarsi  dietro le illusioni tradizionaliste

Cizek mi sembra autore  che abbia  compreso  davvero  l’animus di Svetonio  che sotto i flavi ed antonini è fautore di una monarchia rinsaldata, che sa accettare, senza punire,  le illusioni repubblicane.

Anche  a me è piaciuto il giudizio di Cizek! Augusto, dunque,professore,  risulta  un Augustus non venerabile  solo a Roma, ma sebastos  in tutte le province occidentali e, ancora di più, in quelle orientali!

Se la storia è questa … anche Augusto fu quello che fu!

 

Archelao, figlio di Erode

Giuseppe Flavio  parla  di Archelao per la prima volta quando il giovane è a Roma col fratello  Erode Antipa e coi fratellastri per motivo di studio (Ant.Giud., XVII,79-80) e poi alla morte del padre (Ibidem,188-199) ed infine,  lo segue dagli inizi del suo  regno fino all’esilio (Ibidem,200-355). Venti anni prima, invece, in Guerra giudaica, ne aveva parlato-alla fine del I libro  per mostrare la situazione della Giudea  subito dopo l’uccisione di Antipatro –  nuovo testamento,  morte  successiva  di Erode e  successione di Archelao  ton presbubaton uion  (663-673)- dopo  la liberazione da parte di  Alexas e Salome  dei prigionieri dell’ippodromo, dopo la convocazione di un ‘assemblea plenaria nell’anfiteatro di Gerico   ad opera del curatore del regno Tolomeo, che, avendo  l’anello col sigillo ton sementhera daktulion, glorifica il re morto, rivolge esortazione al popolo, legge  la lettera per i soldati invitati alla fedeltà al successore, apre le epidiathkai  i codicili testamentari e proclama la elezione di Archelao,  a cui affida l’anello e  gli atti amministrativi del regno  da consegnare,  in un plico sigillato, a Cesare, destinato a convalidare le volontà erodiane e a dare legittimo potere al nominale eletto.

Professore, lei ha fatto una rapida sintesi, situazionale,  per mostrare i fatti subito dopo la morte di Erode e le sue volontà testamentarie a favore del figlio maggiore  Archelao. Ha posto, però, il problema di due visioni della figura di Archelao, in relazione al telos/fine  delle due opere, diverso a seconda del particolare momento di scrittura.    Certamente mi vuole mandare un messaggio sotteso rispetto all’unicità sostanziale dello stesso racconto. Quale?

Marco, la sostanza  del racconto del Regno di Archelao  sembra la stessa nelle due opere, ma i particolari  sono spia di due diverse intenzioni, sottese,  dell’autore. Non c’è dubbio che la parte finale del I libro (33.8-9) e quella iniziale del II libro di Guerra giudaica (II.1-7) siano migliori,  e per forma  e per vivacità narrativa, della trattazione fatta in Antichità  Giudaiche XVII. Mi piace  rilevare questo inizio di regno di Archelao  con le parole testuali dell’autore: si levò un grido di giubilo per Archelao e venendogli incontro a schiere insieme con la folla, i soldati gli promisero il loro sostegno. e glielo invocarono anche da parte di Dio.

Dopo l’acclamazione militare, professore, so dalle due opere di Flavio  che Archelao si occupa dei funerali del padre. Quale differenza nota nella narrazione  dello stesso episodio? Apparentemente nessuna, ma ognuna ha una visione propria, in relazione al telos  generale.

 Flavio, mostrato il letto tutto d’oro tempestato di pietre preziose, la coltre di porpora  variopinta, il corpo avvolto in  vesti purpuree col diadema sul capo e con sopra un’altra corona  d’oro e con lo scettro nella destra, dice chiaramente : Archelao non trascurò nulla per la loro magnificenza, ma fece portare fuori  tutti i tesori del re  come accompagnamento del defunto….aggiunge che  intorno al letto c’erano i figli  e  la folla dei parenti  e la sua guardia del corpo costituita da Traci,  Germani  e Galli; seguivano i comandanti e subalterni  e 500 schiavi e liberti che portavano incensi  formanti una processione che avanzava ordinatamente per 200 stadi fino ad Erodion, il luogo  di sepoltura. e poi   e conclude informando  che Archelao ha apodhmias anangkh/  necessità di vita, fuori della patria, cioè di un allontanamento dal suo popolo, subito dopo i sette giorni di lutto.

L’autore sembra dire la stessa cosa nelle due opere, professore, ma lei mi marca, per la definizione dell’esatta figura di Archelao, che tutto dipende da questa necessità di recarsi a  Roma per avere l’investitura da parte di Augusto, compresi i  nuovi disordini /neoi thoruboi! Mi vuole far notare che i suoi successivi atti (offerta al popolo di un sontuoso banchetto- dopo aver indossato la veste bianca- l’ingresso al tempio  acclamato dalla folla, il saluto e il ringraziamento ai molti  per aver partecipato al funerale del padre  e per l’omaggio a lui reso, anche se non ancora re legittimo)  e le sue stesse dichiarazioni di astensione dal potere, finché non c’è la ratifica romana,  comprovata dalla non accettazione del diadema da parte dei militari a Gerico,  sono  atti equivoci e tipici di un erodiano, ambiguo nella politica filoromana, come lo stesso autore, all’epoca della scrittura  che, da apostata e da traditore, serve il vincitore e fa lo storico ufficiale di chi  ha distrutto il Tempio?!.

Certo, Marco.  io rilevo in una visione globale  storica una precisa funzione in Archelao e in Flavio stesso, che sono paradigmi in una oikonomia tou theou.  Considera che Archelao  si pone come un basileus/re   su un upselon bhma  un tribunale e che annuisce alle richieste popolari, ben conscio della presenza di farisei ed esseni  rivoluzionari, disposti a vendicare  i martiri, uccisi da Erode per aver distrutta l’aquila  davanti al Tempio: anche se giovane immaturo, i suoi atti sono studiati perché guidati da un consilium regis,  sadduceo che opera  in  relazione alla situazione giudaica, consapevole che il regno erodiano è pars dell’imperium romano, che è, comunque, sotto la protezione di un Dio padre.

Capisco, professore, che Archelao pronto per la partenza, non volendo  disordini, accoglie le richieste popolari  (ridurre le imposte epikourizein tas diasphoras ed abolire le tasse/anairein ta telh  rimettere in libertà i prigionieri ) ed  è,  suo malgrado, consenziente a quanto succederà secondo la volontà di Dio. Non mi è chiaro, però, perché lei rilevi che la  personalità di Archelao è letta da Flavio in modo diverso a seconda del momento  della scrittura delle due opere e dell’indirizzo  specifico dello scriptorium, operante all’epoca?

Mi dispiace  per il difetto di comunicazione! spero di correggermi e  di spiegarmi meglio. Marco,  seguimi bene  nel  ragionamento.   Guerra giudaica e  Antichità Giudaiche  sono frutto di uno studio non di un singolo scrittore,   sacerdote di cultura aramaica, un  sadduceo che segue l’airesis farisaica – e quindi già è contraddittorio in se stesso-  ma di un giudeo  e di  un gruppo di letterati che traducono il pensiero scritto in aramaico, inizialmente,  con una precisa ideologia in un’ altra lingua,  greco, che sottende la cultura  implicita  della paideia ellenistica,  che contrasta con la musar ebraica. Ora lo scriptorium, con uomini di diversa cultura, ha una sua funzione a seconda del momento storico. Perciò, anche la figura di  Archelao, come basileus re  che si siede su un trono d’oro  e si comporta come sovrano /oos pros bebaion hdh basiléa ha funzione diversa, a seconda dello scriptorium.

Professore, dico quello che ho compreso finora:  lei mi vuole comunicare che Flavio nel 74 d.C., anno della pubblicazione di Guerra Giudaica invia un messaggio all’intero kosmos romano, della venuta dall’ Oriente di un soothr, Vespasiano,  che porta pace e giustizia, dopo l’ anno terribile 69,  a seguito della morte di Nerone e che  dal male della  guerra giudaica e della guerra civile  Dio fa sorgere un  bene anche per Occidente  inviando il salvatore, che forma una nuova dinastia di euergetai: questo è il messaggio del gruppo di  scrittori riunito intorno al sacerdote ebraico, Giuseppe ben  Mattatia,  che ha l’ordine imperiale di scrivere la  Storia della Iudaea capta  sulla base dei suoi appunti aramaici, coordinando il lavoro per evidenziare e propagandare  la missione  di Roma  aeterna, la sua funzione civilizzatrice  e lo specifico mandato divino per il nuovo imperatore  e la sua casata  degna di regnare e di succedere alla domus aristocratica gulio-claudia, per il bene dell’umanità,   seguendo le linee della storiografia romano-ellenistica, anche in senso giuridico.

Benissimo. Marco! Questo è l’intento dello scriptorium, guidato dallo storico ufficiale giudaico nel  74, mentre  per  Antichità giudaiche c’è un’altro scriptorium,  in altra epoca, che  scrive sempre in greco  non la storia  soterica di salvezza universale  ma la storia di un popolo, prediletto da Dio suo padre, che ha cura del figlio prediletto seguendone la toledoth/le varie generazioni nel kosmos  romano ellenistico, in cui vive  come pars di un imperium, alla pari, simile agli altri popoli che seguono la giustizia  con un propria funzione,  al momento, non riconosciuta, data la particolare pietas  giudaica, che impedisce l’effettiva amalgama con gli altri. Comunque, Marco,  procediamo con ordine anche per ricostruire la reale figura di Archelao,  che per disposizione testamentarie  è erede di Erode, che siede sul trono del  padre secondo giustizia. Dunque, Archelao,  accogliendo le richieste popolari scatena una rivoluzione  e  Filippo,  suo fratellastro che lo sostituisce, non può mantenere le promesse di essere migliore del padre tou patros ameinoon e tanto meno può liberare  i prigionieri/ apoluein tous desmotous. In una tale situazione il giovane  di 19 anni, che  promette  e parte, lasciando il reggente nei guai  è menzognero! Archelao, inoltre, mentre si dirige verso Cesarea Marittima,  incrocia  Tizio Sabino, il  quaestor ad census accipiendos, incaricato  di mettere sotto sequestro i beni erodiani e controllare  le proprietà terriere imperiali di Traconitide e quindi non dovrebbe più  aver fretta di partire!  Avrebbe dovuto  almeno attendere per vedere cosa  sarebbe successo, dopo aver sentito le ultime disposizioni imperiali! Avrebbe dovuto affrontare la folla ed impedire ogni azione preliminare all’apotimhsis /al pagamento,  opponendosi al volere di Sabino, sapendo che, altrimenti, si  sarebbe scatenata la neoteroopoiia e ci sarebbe stato l’intervento repressivo da parte dell’esercito del governatore di Siria, Quintilio Varo imparentato con la domus Augusta, di cui ovviamente conosce i mandata / piani ! Archelao,  invece, ringraziata la folla, va  con gli amici a banchettare dopo aver fatto il sacrificio rituale, mentre già i facinorosi iniziano il compianto dei propri morti reclamando  la punizione dei favoriti di Erode e  la  deposizione del sommo sacerdote  Jhozar, desiderosi di creare pontefice un uomo più puro e pio,  cosa arbitraria, non possibile per Legge!. Il re, non ancora re legittimato da Roma, ha fretta di partire per ottenere l’agognato regno, e, forse, mal consigliato,  invia un comandante militare con pochi uomini per far desistere  il popolo che, numeroso, è nel tempio, costituito da fedeli non solo aramaici  del regno giudaico, ma anche forestieri ellenistici e parthici, giudei anche loro, venuti  per la festa  di Pasqua per fare sacrifici e riti! Per la folla di fedeli l’arrivo del comandante militare, che pur è sollecito a trasmettere  l’ordine Archelao  a desistere  da ogni rivolta, è una provocazione  e suona come invito alla neoteropoiia.

Professore,  devo capire che la folla non solo non recepisce il messaggio del re, ma comprende che il figlio come il padre reprime la volontà popolare e che, essendo menzognero, promette ma non può mantenere! la reazione popolare è, infatti,  la lapidazione dei militari, i quali  subito  vendicano  i compagni, quando Archelao, temendo di non poter tenere a freno il popolo, senza spargimento di sangue, fa intervenire thn  de stratian …olhn/l’esercito al completo.

Lei mi vuole dire, che Archelao, che sta arrivando al porto, nonostante le promesse, inviando l’esercito è conforme alla logica romana di repressione ed ha un atteggiamento  simile a  quello  attuato  poco tempo prima  da Erode su  Mattia di Margalotho e su Giuda Safireo?  A parole  dice una cosa,  a fatti ne fa un’altra!.

Marco, Flavio  su questo episodio fa discutere a Roma  a lungo i fautori di Archelao e  i loro oppositori, ed è quindi un conoscitore dei fatti, avendo fatto accurate ricerche lui  sadduceo per nascita e per scelta fariseo,  pur con le contraddizioni di un ellenizzato e romanizzato,  ha orrore nel descrivere da una parte la fanteria  che opera all’interno della  città  a ranghi serrati e la cavalleria che  rastrella  e massacra  nella piana del Cedron, disperdendo i  fedeli verso il Monte degli Ulivi  e dall’altra  i vari gruppi di uomini che attendono alle cerimonie sacrificali,  su cui piombano i militari3000  sono i morti! Archelao si presenterà  all’imperatore con questa carta vincente, stile Erode!

Quindi, professore,  devo comprendere che Flavio vede la figura di Archelao  in Guerra giudaica come suo padre, come un erodiano che, nonostante la necessità di un viaggio a Roma,  segue i mandata  imperiali anche in Gerusalemme  e la politica romana di repressione, anche nel  momento del censimento nelle sue due fasi  di apographe e di apotimhsis, che sono un preludio alla cosiddetta pacificazione della regione  per i romani?

Marco, a mio parere,  circa la vicenda, dobbiamo, perciò, esaminare in Flavio i telh /i fini dei due scriptoria,   uno tipico del periodo  di circa quattro anni tra la distruzione del tempio e la successiva presa di Masada con  la pacificazione di tutta la zona ad opera del legatus Lucio Flavio Silva, un altro del periodo di Domiziano assolutistico, nuovo Caligola, che è dominus et deus.  Devi considerare nel primo il compito di  uno scrittore, pubblico, ufficiale storico di corte, che scrive un‘upourgia per la domus regnante  e quindi  inneggia e omaggia come soterica la famiglia dei Flavi, cui appartiene, in senso romano ellenistico universale;   nel secondo, invece,  devi vedere un altro Flavio, privato, con i suoi scribi personali,  che ha  una propria visione privata, non essendo più uomo di corte, ma ebreo vicino al suo popolo, per il quale  mostra la toledoth, le sue Antichità e ne fa l’apologia in mezzo agli altri popoli che  fanno parte  del kosmos imperiale al fine di evidenziare la sua contestata reale integrazione  con un falso messaggio, presente anche in Bios, in quanto sottende una impossibile conciliazione tra il sistema romano ellenistico innovatore e l‘animus aramaico conservatore di cultura mesopotamica, ora dominante anche tra gli ebrei ellenisti, rovinati finanziariamente ed  economicamente dall’impostazione quiritaria flavia italico- occidentale. Flavio, nonostante la dimostrazione  giuridica con decreti imperiali – a  cominciare da Giulio Cesare- incisi nelle tavole di bronzo in Campidoglio e scritti su tavola di bronzo per i Giudei di Alessandria-(cfr.J.Juster, Les Juifs dans l’empire romain,Paris 1914  e il corpus Papyrorum romanorum  di V.A. Tscherikover-A.Fuks,  Harvard U,P., 1957-1964 ) alle altre nazioni, al fine di far riconoscere che i re  dell’Asia e dell’Europa hanno avuto stima di noi  ed hanno ammirato il nostro valore  e la nostra lealtà, comprovata anche dall’ alleanza stretta  con I romani  e con i loro imperatori (Ant,Giud.,XIV,186), non risulta convincente dato  il reciproco sospetto tra le due parti antagoniste   alla fine del I secolo d.C!. 

Professore,  quindi, se non  comprendo il diverso  telos delle due opere neanche posso comprendere  il rilievo della  figura di Archelao un erodiano filoromano controverso,  come quella dello  stesso nipote e cognato  Erode Agrippa, uscita fuori dallo scriptorium  di uno storico ufficiale  e tanto meno posso intendere la distinzione con quello  di un privato civis che scrive, come Luca, il quale , anche lui,  fa  ricerca accurata per il bios di Christos  come memoria generazionale, come parte di  antichità giudaica.

Lei, quindi, vede il secondo Flavio col secondo scrittorio molto vicino al medico Luca e al suo serio  fare storia vera?

Marco ho dimostrato in tante altri miei lavori  che Luca è discepolo – non so come!- dell’autore di Antichità giudaiche e non è il caso di insistere cfr. Upourgia e Vangelo di Marco www.angelofilipponi.com

Professore, lei lì parlava del Vangelo di Marco?

Vero, ma sottendevo anche quello di Luca cfr. Qual è il sondergut di Luca, e quale quello di Matteo? ibidem ! Per meglio chiarirti il problema ti aggiungo, in conclusione a questo argomento, che lo scriptorium del 74  è legato alla corte flavia,  che, intenta a debellare  il male giudaico aramaico, sta concludendo la sistemazione di quell’area in relazione alla Nabatea  e alla Siria,  mentre quello del 94,  sottende che   sono  iniziate nuove staseis giudaiche, che ora  coinvolgono il giudaismo ellenistico del Mediterraneo orientale, specie alessandrino,  che si congiunge con le forze  rivoluzionarie, rimaste in patria, che piangono ancora sul Tempio distrutto,  riorganizzate clandestinamente in senso militare nei consueti luoghi  montani e desertici  con nuovo goetes e con lhisteria/ Bande armate  zelotiche, coperte  protette e dai  parthi e  dai nabatei.

Mi sembra di aver  finalmente capito  e penso di avere  chiara  la sostanziale figura unitaria di Archelao,  la cui  strutturazione  è da vedere come personaggio, nonostante la sperimentazione decennale provvisoria augustea,  inadeguato  agli scopoi  romani e perciò soggetto da ridurre allo stato privato di civis  e da esiliare, in Occidente. Aggiungo che posso dire di aver più chiaro il ricordo che ha  Gesù, nel vangelo lucano,  di Archelao, un re che deve  fare un  lungo  viaggio e  che lascia i suoi tesori agli amministratori  con l’ordine di gestirli in sua assenza e che tornato, chiede il rendiconto, sulla base dei risultati e del profitto!.

Bene. Marco, sono contento!.  Perciò voglio chiudere questo discorso iniziale su Archelao  e farti notare che  In antichità giudaiche XVI,174-78  Flavio mostra il suo telos  specifico per questa opera che è apologetica  in quanto cerca  consenso tra i popoli che  fanno parte dell’imperium romano e  che si sono perfettamente integrati e  sono regolati dalle  stesse leggi, avendo una comunione di valori  e una comune Giustizia/Dike,  che regna  e rende tutti, compresi  gli ebrei che  la osservano, come gli altri,  benevoli ed amici tra loro. Il sacerdote giudaico,  spiegando  to allotrion /la discordante diversità  en th diaphorài/ nella differenza toon epitedeumatoon /delle usanze,  esorta tutti ad aver un comportamento conveniente alla magnanimità e disponibilità alla kalokagathia.  Flavio  sembra anticipare,   come propheths i tempi  iniziali dell’epoca traianea  quando comincia una guerra ideologica contro i Giudei, ritenuti proprio non disponibili alla kalokagathia  e lui,  uomo ancorato al periodo Flavio – in cui ancora sono presenti gli effetti della legislazione giulio/claudia che aveva protetto il commercio  e la  funzione giudaica nell’imperium-  e che perciò ora ricorda leggi e magistrati  come difesa dall’ atto anche giuridico,  come  volontà di mostrare oltre la propria integrazione di differente  ma di comune cittadino romano  anche quella  del suo popolo, anche se odiato ed emarginato, per il suo elitarismo clericale, come incapace di accettare l’ ideologia del principato,  sintesi di quiritarismo ed ellenismo.

Flavio, dunque,  nel momento domizianeo, sente l’urgenza di difendere il giudaismo internazionale ellenistico mostrando leggi e i decreti del periodo repubblicano in XIV,19 e  in XVI,6 , le leggi di Augusto e di Agrippa, poi riconfermate da Tiberio, nonostante al cacciata dei giudei del 17 d.c. e la persecuzione di Seiano.

Secondo me, professore è giusta la  sua  indagine  e quindi nel primo bisogna rilevare  Archelao nel quadro di una politica romana, ormai tesa a cambiare strategia operativa e dare un’autonomia  dopo l’annessione della Iudaea alla Siria, come tipico esempio di transizione  per l’attuazione del censimento e della pacificazione dopo la stasis successiva alla morte di Erode e a quella dell’esautorazione di Archelao, mentre nel secondo il regno di Archelao è un tipico momento di lotte e di provocazione romana  che anticipa la politica di estirpazione da parte giulio-claudia del cancro giudaico  con l’invio di Flavio Vespasiano col mandato militare  di effettuarlo.

Marco, mi piace  e la tua ricostruzione e il tuo acume storico, ma ora il nostro discorso-  che verte sulla presenza degli erodiani a Roma   e sul loro peso nella comunità romana – deve  essere  portato avanti. Torniamo, perciò, dopo questa lunga digressione,   al giovane Archelao che si sta formando a Roma  coi suoi fratelli.

Per mia personale utilità, professore, desidero  sapere quanti figli di Erode  sono a  Roma all’epoca,  e quanti e quali famigliari hanno un maggior peso  e in special modo   quanti  potrebbero far  parte del gruppo di 8’000 giudei romani  che, insieme  ai cinquanta ambasciatori,  autorizzati da Varo, nel corso stesso della neoteropoiia   chiedono all’imperatore  l’autonomia per la Giudea?

Marco,  mi fai una domanda complessa, a cui mi è difficile rispondere anche se con esattezza posso solo dire che  di una popolazione giudaica romana di  50.000 elementi, la maggior parte è un’ élite sacerdotale  dissidente dal pensiero di Erode  e dai sadducei filoromani, connessa con elementi  principeschi asmonei, esiliati  da tempo, costretti a vivere accanto ai numerosi figli di Erode, avuti di varie mogli, che studiano presso  famiglie nobiliari  romane, come quella di  Asinio Pollione o di  Valerio Messalla, che hanno un tenore di vita alto coi sesterzii paterni, amministrati da dioichetai  e da trapezitai romano-giudaici.

Si tratta, dunque, di un’apoikia /colonia  giudaica romana, costituitasi  inizialmente con pochi elementi nel II secolo a.C., dopo le prime apparizioni folcloristiche di ambasciatori  ebraici  con vesti sacerdotali  che riescono ad avere un foedus con Roma nella lotta contro Antioco IV Epiphanhs,  e poi divenuta consistente per l ‘esilio di sacerdoti che, come Onia IV,  hanno la possibilità di rifugiarsi o a d Alessandria o a Roma  sotto la protezione lagide o sotto quella romana, infine  diventata numerosa per l’arrivo di giudei alessandrini e antiocheni, oltre ad un gruppo gerosolomitano, trasmigrato nel periodo delle lotte tra Hircano ed Aristobulo, prima e dopo l’intervento di Pompeo e la presa della città santa?.

E’  andata  proprio così, Marco.  La colonizzazione è quella  di cui ho parlato in Giudaismo romano I ( e.book Narcissus 2012), anche se bisogna dire che la colonia si raddoppia solo nel periodo tra le due guerre civili quella a seguito deI I triumvirato  e quella  dopo il secondo triumvirato, quando gli eserciti romani  spadroneggiano nella terra  santa giudaica con i legati o cesariani o pompeiani in lotta fra loro che, bisognosi di viveri e  denarii,  depauperano il territorio occupato  ed ancora  di più  dopo la morte di  Pompeo, il trionfo di Cesare e sua uccisione, con la conseguente guerra tra i cesaricidi e Antonio ed Ottaviano: i trapeziti ebraici  si  sentono più sicuri a Roma che  in Giudea da dove possono finanziare  chi  chiede il loro denaro senza correre i pericoli della rappresaglia militare, potendo apprezzare lo ius romano, senatorio, direttamente, che funziona  molto diversamente in Oriente,  dove è applicato con la forza  da pubblicani e da cives e da legati affiancati dall’esercito!

Dalla colonia romana ebraica, allora, professore, potrebbe venire la richiesta di  autonomia giudaica  da parte di ebrei che apprezzano  la giustizia romana in un clima pacifico, ordinato, prima  dal senato ed ora  da Augusto, che impone le regole, secondo equità fiscale, nelle province imperiali?.e specie nel caotico anno della successione  di Archelao?

E’ possibile, Marco! il giudeo, essendo un banchiere methorios, conosce bene il diverso funzionamento provinciale tra quello rapace delle province senatorie e quello più equo delle province imperiali e sa che  i governatori  delle prime  inviano tributi e tasse  all’erario e delle seconde al fisco!. Non ho, comunque,  fonti per poter rispondere esattamente a questa ultima domanda  anche se penso che, secondo logica,   H autonomia patria ancora è prematura non essendo del tutto pacificata la regione, a causa dell’ apographh incompiuta  ( cfr. La nascita di Gesù  In Jehoshua o Iesous? op cit). Invece per quanto riguarda Archelao ritengo che la mia risposta possa essere la seguente. La causa, intentatagli dai parenti circa il suo diritto al governo del Regno paterno  avviene perché Erode, prima di morire quando era sano di mente  ed aveva imprigionato suo figlio Antipatro, reo di avvelenamento, che aveva governato come supplente, aveva cancellato  il precedente  testamento stilato  a favore di Erode Filippo, figlio di Mariamne di Boetho, inizialmente per darlo al figlio di Doris. In seguito, essendo quest’ultimo in carcere,  aveva fatto un nuovo testamento a favore di Erode Antipa il figlio minore di Maltace,  per le chiacchiere fatte da Archelao a Roma riferite al re, ingrandite dai cortigiani. Dopo la morte di Antipatro, nei quattro giorni successivi, essendo lo stato mentale di Erode  compromesso e dal dolore fisico,  dalla  demenza senile  e dai rimorsi per l’ultimo tragico atto compiuto contro il figlio primogenito,  scrisse dei codicilli  con cui designò Archelao come successore.

Certamente professore, il testamento è facilmente impugnabile  già per i due termini usati  a Roma, davanti al tribunale di Augusto dove  le due parti avverse  si fronteggiano con due avvocati di valore: per Erode Antipa  c’è Antipatro di  Salome (che,  data la sua figura di intrigante  fa da  ago della  bilancia  tra i due fratelli  facendo pendere la giustizia  inizialmente a  favore di Erode Antipa), per Archelao Nicola di Damasco, che vince la causa.

A Roma, comunque, il potere di  Salome è grande  da tempo:  la donna avendo seguito suo fratello Erode nei suoi viaggi romani  aveva conosciuto di persona Giulia Livilla  la moglie di Ottaviano e sua sorella Ottavia, oltre alla nuora  Antonia Minor. Inoltre si crede che, scaltra faccendiera com’era, aveva  mantenuto le sue amicizie coltivandole, nella lotta  contro le nemiche asmonee, Alessandra e Mariamne, legate a Cleopatra, inviando lettere e doni  profumi e balsami, vesti damascene. E’probabile che  suo figlio maschio, come quelli di Erode abbia fatto gli studi per una normale educazione e formazione romano-ellenistica, chiara nel suo discorso contro Archelao. Suo figlio maggiore  Antipatro IV,- sposato con  Cipro II, figlia di Mariamne Asmonea,-  dovrebbe vivere a Roma da qualche anno  raggiunto   dalla sorella Berenice,   che, rimasta vedova di Aristobulo IV  con i suoi cinque figli, dopo una sosta ad Antedone di breve tempo, si mette sotto la protezione di Augusto, mentre la madre Salome, dopo la morte di Giuseppe, prima, e di Costubar, poi,  si risposa con Alexas, dopo il chiacchierato rapporto con il principe nabateo Silleo.

Professore, la situazione a corte, presso l’imperatore, al momento dell’ arrivo di Berenice è, a dir poco, funerea? Certo, Marco,  i lutti  si sono succeduti  a breve distanza,  23 a.C.  Marcello,  nel 12  Marco Agrippa, nel  11  Ottavia nel 9  Druso maior. Le  vedove,  Giulia ed Antonia  hanno bisogno di consolationes e  accolgono con solidarietà femminilE  la sfortunata Berenice.

Il matrimonio di Berenice con Teudione, fratello di Doris, prima moglie di Erode,   e quello di Giulia con Tiberio, devono essere dello stesso periodo, ma in luoghi diversi,  forse l’uno avvenuto ad Antedone per volontà del re  e l’altro a Roma,  voluto da Augusto che pensa a proteggere  Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa,  ora membri della famiglia Giulia, destinati alla successione.

La venuta a Roma di Berenice coi figli  forse lo stesso  7 a.C. ,anno della  morte del marito  Aristobulo e di suo fratello Alessandro,   è patrocinata  certamente  da Livia, da Giulia Maior e da  Antonia Minor, sollecitate da lettere di Salome, che è legata  alle romane.

Professore, lei parla di un’amicizia di Salome  anche con Ottavia, la  sorella di Ottaviano, il cui figlio  Claudio Marcello fu marito di  Giulia Maior figlia di Ottaviano, che morì giovane, per cui Virgilio scrisse versi  nell’Eneide?

Certo. Marco! Virgilio  scrive di Claudio Marcello, nato a Roma nel 42 ,  morto a Baia nel 23, quando aveva iniziato la sua carriera politica come edile ed aveva fatto relegare in Oriente Marco Agrippa, seppure con comando straordinario  perché insofferente a stare in ombra ai comandi di un giovane diciannovenne. Si. E’ quel Marcello, di cui Virgilio  celebra nel VI libro vv. 883-884  il suo tragico destino, anticipato profeticamente da Anchise a suo figlio Enea, che lo vede tra i suoi discendenti: Heu miserande puer, si qua fata aspera rumpas/ tu Marcellus eris, Manibus date lilia plenis/purpureos spargam flores animamque nepotis / his saltem accumullem donis et fungar inani/ munere.-ahi! miserevole fanciullo, se mai tu potessi spezzare  gli acerbi fati, tu sarai Marcello., datemi gigli a piene mani  che gli abbaglianti fiori io sparga e all’anima del mio nipote così almeno accumuli  doni e compia un vano dovere.

E’vero, professore, che Ottavia fece doni grandiosi per quei pochi versi?

A quei tempi i poeti di corte e i letterati hanno doni regali, ville grandi come province, masserie di migliaia di ettari!.Allora, Marco, i poeti aulici,  come il parthenias  Virgilio,   sono ricoperti d’oro come fa la tv con attori, sceneggiatori, conduttori, veline, come faceva Berlusconi con le  escorts e Ruby! .Non devi meravigliarti se Ottavia, presa da commozione tanto da svenire e da avere difficoltà  a riaversi,   diede 20.000  sesterzii per quattro esametri completi e un dattilo iniziale di stikos, recitati, però, al  momento opportuno davanti al principe e a sua sorella in lutto  (cfr.Donato, Vita,32)!. Era davvero una grande somma?

Potrebbe essere eccessiva per un vecchio professore che non ha guadagnato una lira dal suo lavoro di  ricerca  e che fa i conti per campare con la pensione!. Comunque, giudica tu! io sono abile in matematica come un mastro muratore.

Con mezzo sesterzio – due assi-  si comprava 1 kg, di pane (3 Euro circa);  con un sesterzio -4 assi- un popolare si scopava una prostituta al lupanare ! Puoi capire, quindi,  che, se con 1 sesterzio si possono comprare  2 kg di pane (6 euro attuali), la cifra,  presa da Virgilio, cioè 120.000 euro,  è notevole. Se pensi che si tratta solo di 28 lemmi significativi ,  comprendi che il poeta ebbe  per ogni termine 715 sesterzii, quasi la paga annuale di  un  legionario e mezzo (500 sesterzii), e complessivamente la paga annuale di 42 legionari (o la paga annuale per 28 anni per un legionario e mezzo)!.

Andiamo  avanti, professore!, Lei parla anche  di Antonia minor, la nonna di Caligola?

Si. Parlo di Antonia Minor,  che è donna  di costumi quiritari, una nuova Cornelia, che rifiuta un secondo matrimonio, una vera antica domina, solidale  con Berenice, che fa da nutrice anche a Claudio, dandogli il suo stesso latte!Dunque, Marco, i giudei a Roma erano molti e vivevano come tutti quelli delle colonie  con lo sguardo fisso agli avvenimenti della loro patria,  rivolgendosi nella triplice preghiera giornaliera, verso il tempio di  Gerusalemme e si relazionavano con gli altri pagani mediante una speciale  forma di separazione ameicsia  (Cfr. Ameicsia  www.angelofilipponi.com) che permetteva loro di non confondersi e mescolarsi. Gli erodiani, a Roma,  erano, quindi, uomini  rispettati perché la casa regnante   era loro amica. Alcuni erano educati coi figli delle famiglie più nobili ed erano romanizzati ed ellenizzati  ed avevano contatti minori con le sinagoghe e parlavano, comunque, Aramaico, Greco, Latino e recitavano le preghiere rituali  in ebraico mishnico, mangiavano Kasher, santificavano come gli altri il sabato  e le feste comandate   e si separavano dagli altri all’occorrenza  partecipando alla vita cittadina, quando possibile,   con le restrizioni tipiche ebraiche, coscienti di essere figli di Dio, come progenie divina,  e di portarne  nel proprio corpo il segno stesso perché  la circoncisione valeva come  sigillo divino. Ancora di più doveva essere impegnativo in senso ebraico, la presenza di scribi, dottori della torah,  al  fianco, dei figli maschi di Berenice, che erano sotto la tutela di Antonia, dopo la morte della madre,   protetti e dalla domus Antonia e da quella  Giulia al pari dei figli di Antonio, prima, educati da Ottavia – che    si era preso  cura anche degli altri figli della casata e perfino dei figli dei re socii  ed alleati  del popolo romano- ed ora  dalla figlia. Di un particolare privilegio godeva Berenice per la  stretta amicizia con Antonia: i loro figli maschi vivevano   e crescevano insieme, specie Claudio ed Agrippa  e le femmine  avevano una comune educazione secondo la tradizione romana e quella ebraica congiunta, dopo la riforma dei costumi fatta dall’imperatore, augure e sommo pontefice.  La figura femminile di Cornelia, di Giulia moglie di Pompeo,  e di Ottavia, di Livia e di Antonia quella di donne ebraiche celebrate dalla tradizione,  erano esempio di una nuova femminilità romana più austera, dopo gli  eccessi  e le scostumatezze di Precia, di Clodia e di Fulvia, in epoca repubblicana.

Professore, nel 4  a.C. sono tutti bambini nepioi, i romani Germanico, Claudio,  Druso minore, figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina,  che seguono i maestri, ellenistici, ed apprendono la loro storia, e  quelli giudaici, Erode di Calcide ed Erode Agrippa, hanno come ebrei, erodiani, una doppia educazione come quella alessandrina ed una doppia patria quella romana e quella gerosolomitana?

Certo.  In particolare modo quelli che da tempo  vivono a Roma come  Erode Filippo  figlio di Mariamne di Boeto sommo sacerdote, divenuto marito di Erodiade, da  cui  nascerà intorno al 10 d.C  Salome, la danzatrice che farà mozzare la testa di Giovanni Battista, o come i figli di Maltace gerosolomitana,  i cui figli  Archelao ed Erode Agrippa, erano stati educati a Roma ed erano tornati in patria un anno prima della morte di Erode, al momento dell’arresto di Antipatro,   dopo il verdetto  imperiale ( cfr. Ant. Giudaiche, XVII,52-148 e Guerra giudaica I,32-33):  sotto il regno di Archelao, avviene il matrimonio di Erode Antipa con Dasha nabatea, figlia di Areta IV e quello fastoso del sovrano di Iudaea con l’altra figlia di Berenice  Mariamne, come una pacificazione tra due stati socii , il primo, in quanto   garanzia di pacifici rapporti tra il tetrarca di Galilea e Perea e il re Nabateo , con estensione a tutto l’ex regno erodiano  e il secondo  come rinnovato vincolo  familiare interno.

Professore,   tutti questi giovani viventi accanto a tanti giudei dissidenti hanno loro idee, di autonomia nazionale, come quelle di Archelao ed Erode Antipa  accusati da lettere di amici di Erode, istigati da Antipatro, a  scrivere che i figli di Maltace sparlano di lui  ritenendolo assassino dei due fratellastri Alessandro e Aristobulo e che  si commiserano compiangendosi perché il loro richiamo in patria equivale ad  una condanna a morte!

Tutti, Marco,  hanno una loro politica in reazione alla educazione ricevuta e perciò considerano bestiale il governo del padre ( Ant. giud, XVII,309 ) che ha abbellito ed arricchito con la sua munificenza le nazioni straniere e che ha reso povera la Iudaea, e che ha favorito una burocrazia  corrotta,  placabile solo con le mance ed ha fomentato  con le innovazioni arbitrarie da philhllhn,  non conformi alle leggi,  la costituzione di bande armate di ladroni/ lhisteiria rendendo il paese invivibile.

Dunque, professore,  i figli educati a Roma ritornano  a corte con idee eversive  di neoteroopoiia, antierodiane,  in senso di autonomia patria, che coincide,  da una parte, con la volontà aramaica, di cambiamento con la possibilità di tornare  sotto la stirpe asmonea, secondo la predicazione  farisaica ed essenica, che propendeva, dall’altra,  ad avvicinarsi e  a  fondersi coi confratelli di Parthia, parenti per lingua e per religione.   Inoltre, quali sono le ultime volontà di Erode? quelle del testamento in cui è eletto re Erode Antipa e quelle dei codicilli ultimi dettati dopo la morte di Antipatro, da una mente malata in un corpo  disfatto?

A me sembra, Marco,  che  l’atto di  scrittura testamentaria/ diathhkh (Ant,Giud., XVII. 224)  sia di un momento migliore di salute  del re, mentre quello dei codicilli  d’epidiathhkh /nuova disposizione di un testamento già fatto (ibidem, 226) è proprio di un uomo delirante e rantolante, incapace di connettere!.

Comunque, il suo avvocato Nicola di Damasco, pur nel dissenso generale,  è abile sia nel primo processo che nel secondo a dimostrare, da una parte, la lucidità di Erode fino alla fine della  vita e, da un’altra,  a rilevare la non colpevolezza di Archelao, pur esaminato nel suo preoccupato comportamento iniziale  di fronte ai sediziosi, colpevoli di aver ucciso  uomini che facevano il loro servizio e cacciato il tribuno intervenuto per pacificarli. Lo stesso incidente della morte di 3000 fedeli  in Gerusalemme  è accaduto per la violenza degli oppositori che lottano, animati da neoteroopoiia,  essendo rivoluzionari che combattono anche contro l’esercito schierato, costretto a difendersi dagli attacchi di forsennati: la morte dei fedeli è dovuta al loro  stesso intransigente zelo  rivoluzionario!

Professore, il verdetto di Ottaviano nel 4 a.C., conforme a quanto deliberato da Erode,  è in linea con quanto decretato nel 6. a.C., dopo che Antipatro aveva vinto al causa  con Silleo?

Augusto in quella occasione riabilita Erode come amico, per qualche tempo ignorato e  tenuto a distanza, avendo scoperto la  falsità di Silleo  e quella di Areta IV, non ancora nominato re,  avendo capito che gli arabi avevano creato appositamente l’incidente di Repta per accusare di abuso di potere  il re giudaico, che, non come sovrano belligerante,   aveva attaccato un regno anch’esso consociato coi romani,  senza averne l’autorizzazione, ma  come riscossore di un debito, dovuto e a lui e ai romani, con un contingente  di guardie del corpo e di soldati stazionanti al confine, era entrato  entro i confini altrui: gli avvocati avevano dimostrato  che non era un  casus belli, ma solo riscossione di denaro dovuto, confermato poi dalla confessione di Silleo che ritira anche le accuse dei morti (25 e non 250 come diceva la propaganda araba!).

Il caso di Repta si risolse, quindi,  in un nuovo e più fraterno abbraccio di Augusto con il re giudaico non ancora malato, che aveva però, diseredato il figlio di Mariamne di Boetho  ed aveva nominato successore Antipatro che, allora reggeva il regno come vicario.

Infatti tutti i giovani  erodiani ed asmonei che erano a Roma  nel 6 a.C.avevano fatto omaggio al reggente andando a riverirlo  nel tempo di attesa, necessario per aver un incontro con l’imperatore! .

Dunque, professore, nel 4 a.C. il testamento migliore non era quello dei codicilli,  ma, comunque, Ottaviano elegge etnarca  Archelao -che, prima di essere riconosciuto re  dai romani incappò in una rivoluzione religiosa appositamente fatta sorgere dai seguaci di  due dottori della morti con i loro  40 discepoli per aver distrutto l’aquila posta da Erode davanti al Tempio-  perché riconosce che nel periodo di  sua assenza  si  verifica la neoteroopoiia poi sedata  a fatica da Varo a causa dell‘apographh di Sabino.

Archelao,  non sembra  uomo fortunato/eutuchhs, come il padre, ma, comunque, riesce a regnare?

Certo, Marco, ma  il suo regno è  di solo  10 anni,  e  non è mai una basileia vera perché,  secondo Flavio, rimane sotto inquisizione di Ottaviano che già sta, col suo gruppo di esperti orientali e giudaici, tra i quali Saturnino e Quirinio, elaborando il piano di annessione della Iudaea  alla Siria. Inoltre il giovane etnarca non  è accolto bene  al suo ritorno col titolo riconosciuto dai sudditi, che gli imputano colpe anche non sue: Farisei ed esseni  soffiano sul fuoco  quando ancora ci sono focolai di insorti lungo il Giordano. Archelao, poi, sembra avere un  problema con gli esseni, anche se Flavio non ne parla esplicitamente. Il re, infatti,  tornato in patria i primi  giorni  dell’ autunno  con poteri limitati, in quanto Augusto  ha imposto moderazione ed equità non solo nella repressione di Atrongeo, che  ha la sua maggiore azione offensiva lungo il Giordano, ma anche con i sudditi e con  gli oppositori religiosi  interni, come i farisei e gli esseni.

Non gli è facile regnare, Professore?

In Iudaea secondo Flavio non c’è potere che conta perché   le tante contraddizioni  religiose, sociali e politiche, sommate insieme impediscono una normalità  amministrativa in Gerusalemme, metropoli  sacra per ogni ebreo anche parthico ed ellenistico, considerata la santità del  Tempio e  la  ricchezza del suo tesoro/ gazophulakion.!

Comunque, vinto Atrongeo, un pastore notevole per  statura e per forza  di braccia, che si era incoronato re  ed aveva formato un suo consiglio senatorio, dapprima grazie agli aiuti dei sebasteni di Grato e di  Tolomeo di Iacimo, poi, con le sue stesse truppe, Archelao gli promette salva la vita,  dopo aver giurato garanzia sulla sua fede in Dio e  avutone  la resa, ottiene  la pacificazione di tutta la zona cisgiordanica e transgiordanica (Ant. Giud.XVII,284), nonostante l’opposizione religiosa degli esseni.

Questi erano stati autorizzati a ricostruire – non si sa esattamente l’anno  –  e   a rifondare il loro monasterion  utilizzando le parti  meno compromesse dal terremoto del  31 a.C, compreso lo scriptorium, e lo avevano ripopolato con circa 4000 uomini. Essi, però, non erano contenti della diminuizione delle acque,  necessarie per i  loro riti purificatori  e per l’irrigazione  dei campi, avendo un sistema solo agricolo, non commerciale, di sopravvivenza.

Perché Archelao  non concede acqua a sufficienza ad uomini  santi, agricoltori?

Non ne so il motivo, anzi ti aggiungo che  non so neanche se la cosa è così!. So solo che  vuole tentare di fare una masseria agricola a scopo commerciale   come quella di  altri cives romani  attivi nella zona del Giordano. Sembra che la voglia fare non lontano dalla sorgente  oggi detta di Eyr Pug, poco a nord della zona essenica  dell’odierno Qumran e che intenda irrigare la Piana del Neara   dopo aver ricostruito il palazzo  asmoneo  di  Gerico, dopo la fondazione di una città,  chiamata Archelaide,  oggi Kirbet Auga el Tahtani.

Mentre sorge Archelaide ed è  avviata la coltivazione di palme, secondo i voleri di Archelao, sembra(?) che l’etnarca decreti di accogliere la richiesta di  ritorno nelle sedi orìginarie  fatta dagli esseni, domiciliati nelle città  vicine e in Gerusalemme, dove hanno rotto il giuramento di essere celibi e dove vivono come sposati. Nel corso del trasferimento e durante il periodo di riconversione e di ristrutturazione e delle  mura  degli edifici e della regola primitiva  sembra cominciare l’attrito con l’etnarca, che poi si acuisce per la faccenda della scarsità di acqua fornita.

Professore, io conosco la sua etimologia di rivale– da rivus–  da lei fatta nel corso del  liceo, quando parlava di ruscello  deviato da contadini a monte, minacciati ed odiati da quelli più in basso, per portare l ‘acqua  incanalata verso i loro campi e faceva l’esempio  di agricoltori  sotto la montagna la Montagna dei Fiori, che dovevano  fronteggiare la reazione di  chi  aveva terra  sottostante.  Gli esseni essendo più in basso, non avendo acqua o avendola razionata avrebbero potuto reagire al sovrano anche  a ragione dell’acqua   quando già lo odiavano perché erodiano e menzognero, essendo nostalgici del regno asmoneo e/ o desiderosi di autonomia (cfr. Ant Giud., .XVIII,32. dove Archelaide è ricordata per l’eccellenza dei datteri  in epoca in cui governa la Iudaea  Marco Ambivolo -9/12 d.C-). Eppure, nonostante il dissidio, Archelao chiama un esseno a spiegare il sogno delle nove/ dieci spighe.?

Marco, a dire il vero Archelao secondo Antichità Giudaiche  interpella altri, prima di lui, e poi, non avendo una risposta significativa univoca date le tante interpretazioni,  fa venire  Simone esseno,  mentre in Guerra giudaica  sono chiamati indovini  ed alcuni Caldei per l’interpretazione, ma siccome danno differenti letture, il re ha la spiegazione esatta da Simone, esseno di stirpe. Ti aggiungo che, secondo me, Archelao non può chiamare gli esseni perché sono suoi nemici, anche se ha loro concesso il ritorno nelle sedi originarie avendo  già contestato  il suo matrimonio con Glafira. Se, infatti,  Archelao fosse stato in buoni rapporti con gli esseni ovviamente li avrebbe consultati per primi  perché essi come profeti e interpreti dei sogni leggono in Dio  ogni cosa, che accade sulla terra  vedendone l’oikonomia,  il  piano  eterno   e sui privati,  sui re,  sull’ecumene.

Infatti  anche Flavio, sacerdote e storico,  rivendica per se stesso la stessa funzione essenica di leggere, oltre i fatti terreni  e le vicende umane  (Cfr. Vespasiano e il Regno  in www.angelofilipponi.com ) anche  altro, secondo l‘oikonomia tou teou. Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopeia perieilophotos  di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane)  dà l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10): la sua storia in Antichità giudaica è lettura sacerdotale della  pronoia di Dio padre su Israel eterno!

Per lei, professore, quindi, Archelao, avendo avuto la scomunica per il matrimonio con Glafira deve forzare  un esseno a  rivelargli il significato del sogno dell 9/10 spighe mangiate dai buoi?

Per un esseno che applica le regole sul levirato il matrimonio tra Archelao e Galfira non è possibile per tre motivi: I. non è valido il ripudio di Mariamne, per la motivazione della sola infecondità in quanto donna onesta ed ancora giovinetta;   II.  Glafira  non può per la terza volta risposarsi, se vedova, dopo il secondo matrimonio per di più contratto con un pagano anche se re di Mauritania, III. è stata moglie  di un fratello da cui ha avuto due figli. Si ricordi che in caso di effettuazione di un  matrimonio contro legge segue l’anathema con la maledizione che significa che ogni contribulo, zelante,  deve  o tenersi alla larga o uccidere l’inadempiente alle prescrizioni della torah.   Infatti sembra che Flavio nelle due opere mostri che il marito defunto si arroghi il diritto di far morire la moglie, Glafira: secondo il racconto di Antichità Giudaiche (XVII,353) la donna   sogna Alessandro  che gli compare dicendo: tu confermi il detto  che non bisogna prestare fede alle donne..e siccome  vergine  fosti  a me promessa  e a me sposata,  e quando ci nacquero i figli dimenticasti il mio amore per il desiderio di sposarti di nuovo,e  non soddisfatta di questo oltraggio  hai avuto la temerità  di prendere ancora  un terzo sposo  e in maniera indecente e vergognosa, tu, membro della mia famiglia  col matrimonio sei entrata nella famiglia di Archelao, tuo cognato e mio fratello, io non dimenticherò mai il mio affetto per te, ma ti  libererò da ogni disonore  facendoti mia  come tu eri.

E pochi giorni dopo Glafira  muore: Alessandro morto la fa sua!?.

L’apparizione di Alessandro che rimprovera  e  castiga la donna  è paradigma di un’altra verità, tipica della mentalità giudaica sacerdotale che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale. Lo stesso Archelao diventa  esemplare in una storia dominata da Dio e dalla sua oikonomia , paterna e giusta nei confronti  del  singolo  (Erode, Erode Archelao, Erode Agrippa) e del popolo ebraico, figlio prediletto.

Professore,  dunque, in Guerra Giudaica II,112.  Ant. giudaiche XVII;345-348  si parla di Simone che  spiega il significato del sogno delle nove/ dieci spighe -il numero è i relazione all’inizio del computo degli anni reali di Regno- pronosticando un mutamento  di situazione per Archelao non certamente favorevole?

Marco, l’esseno gli dice che il sogno non gli è propizio  e gli spiega che i buoi  indicano sofferenza essendo animali soggetti a molte fatiche e sono segno di cambiamento di situazione perché lavorano la terra e e la rigirano: le 9/10 spighe mangiate  sono in relazione  al corso degli anni di raccolta  ed indicano il numero di anni del suo regno, ormai finito. Certamente gli esseni sono contenti! Flavio, comunque aggiunge, che la sua storia non è upourgia , scritta per Archealo, ma è storia morale in quanto fornisce paradeigmata/ esempi  connessi con l’immortalità dell’anima e con l’oikonomia tou theiou (ibidem 354) e conclude che se a qualcuno simili cose sembrano  incredibili  rimanga pure  nella sua opinioni senza interferire però con chi le evidenzia per virtù.

Una domanda, professore. Glafira non potrebbe essere rimasta pagana?

Per me è improbabile, dato il clima di una corte dominata da sacerdoti sadducei. Comunque, Glafira   è rimasta a lungo in Iudaea e potrebbe aver accettato il  monoteismo ebraico, pur restando nel cuore  goy/gentile. La donna, infatti, ha avuto un’educazione specifica cappadoce  (anche suo padre Archelao  è figlio  di sommi sacerdoti del tempio di Bellona,  a Comana,  e lui stesso sommo sacerdote officiante!)ed ha un caratterino pepato, a cui  non interessano le critiche e le condanne esseniche, dovute all’essere cognata dello sposo  che essendo  levir /Fratello del marito non può congiungersi con chi ha avuto figli (Alessandro e Tigrane), ancora in casa erodiana. La donna, è condannata  specialmente perché il divorzio di Archelao da Mariamne  appariva un capriccio di un despota, sedotto,  che si considera nomos empsuchos/legge vivente come un re assoluto ellenistico!.

Il sacerdote ebraico avendo  una visione provvidenziale del mondo  e dell’uomo (tou  theou promhtheiai  ta anthroopina perieilophotos / di un Dio che con la provvidenza  abbraccia cingendo le cose umane),   considera legittimo  l’anathhma a  chi pecca  secondo legge (Genesi,38,8; Deuteronomio, 25.5-10).  L’apparizione di Alessandro e il rimprovero del marito defunto  sono segni della mentalità giudaica sacerdotale di Flavio  che considera sacra l’unione matrimoniale come simbolo d’ una congiunzione universale.

Professore,  si sa come visse Archelao in Gallia? certamente come un protos/notabile  che vive in esilio dalla patria. Siccome gli ebrei da decenni sono attestati in Hispania (Empuriabrava frazione di Castello Empùryes – Catalogna-) e in   Gallia( Marsiglia a Lugdnum e in modo particolare nella vallata del Rodano,   a Vienne)   dobbiamo pensare che Archelao visse l’ultimo dodicennio di vita  in comunità  ebraica, amato e riverito dai giudei, che in lui vedevano la regalità erodiana,  congiunta con quella di  Salome, di Filippo  e di  Erode antipa, ancora regnanti in Patria: non gli mancarono né talenti né amicizie, né  proprietà fondiarie, né trapezai!

A distanza di 20  anni dalla morte di Archelao, forse Mariamne potrà vedere il trionfo di suo fratello Erode Agrippa, pur accogliendo fraternamente  in terra gallica suo cognato zio Erode Antipa  e sua sorella Erodiade!

Il falso Alessandro ed Augusto 

Marco, hai mai sentito parlare di un falso Alessandro, il figlio di Erode il grande ? Continua la lettura di Giulio Erode “turannodidaskalos” di Augusto?

Invito alla lettura di Gesù meshiah aramaico

Il professore Angelo Filipponi invita i suoi discepoli a rileggere attentamente Gesù meshiah aramaico e a capirne il tentativo di politica moderata nei confronti dell’imperium romano e dell’impero parthico.

Gesù è visto nella sua funzione methoria, come maran/ re di lingua e  cultura aramaica, capace di contenere l’entusiasmo  militaristico dei suoi fedeli correligionari, vincitori  dei romani, poco prima  della Pasqua del 32, a seguito dell’uccisione di Elio Seiano, il 18 ottobre del 31 da parte di Tiberio, allora disinteressato alla stasis/rivolta giudaica messianica e alla difficile situazione, complicata dalla morte di Pomponio Flacco, governatore di Siria.  Il Messia, dopo la  notifica del suo operato ad Artabano III, re dei re di Parthia, avuto il suo consenso a regnare, coadiuvato dai farisei e dagli esseni,  ha potere /ecsousia  non solo sui giudei aramaici, sui giudei ellenisti, sui sadducei e sul Tempio, ma anche sui goyim, pagani, numerosi  in Galilea,  in Perea e sulla costa mediterranea.

Il professore invita a rileggere con lui i due passi evangelici di Marco (11,27-33 e 12,13-17)  e a dire sinceramente  il proprio  parere sulla sua ricostruzione degli episodi e sulla personale interpretazione, in relazione al contesto storico e al cotesto, in cui sono stati posti dall’evangelista.

Amici miei, buona rilettura di Gesù Meshiah aramaico, methorios e politikos ed anche  di “Idea” di un Iesus of Culture   www.angelofilipponi.com

Tenendoci stretti  di fronte all’insidioso Coronavirus, chiusi tra le mura delle nostre case,  sorridiamo e diciamoci pure Buona Pasqua!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!

Paidomatheis einai douleias dikaias/ siamo educati da bambini ad una schiavitù, giusta –De sobrietate,198-

Per i farisei e per gli scribi l’invio dei figli  da parte di Erode  a Roma,  per studiare, è un peccato  grave!.

Un amàrthma mortale?!  professore

Si, Marco.

Come imposero di non  inviare il giovane Aristobulo, destinato ad essere sommo sacerdote,  ad Alessandria, presso Antonio, ora nel 22 a.C. proibiscono – inascoltati!-  che i  figli di Mariamne, vadano a Roma, per gli studi, ad apprendere le artes liberales.

Secondo i farisei Alessandro, Aristobulo e il figlio minore di Mariamne asmonea non devono allontanarsi dalla patria,  da Gerusalemme, dalla loro terra,  perché devono seguitare  e terminare il corso di formazione giovanile, fatto da un maestro /rab, come ogni altro discepolo /talmid! Essi temono che con la paideia  greco-romana  i giovani possano contaminare i loro corpi, e, mescolati con i gentili, nelle  etairiai, durante i sumposia e le klinai, possano  indulgere all’omosessualità o  avere rapporti con donne, nonostante la prescrizione di rimanere vergini fino al matrimonio, incontaminati nella loro purezza, senza masturbarsi (cfr. Filone, De Ioseph)!: la loro anima  sarebbe  sconvolta dalla cultura greca e da quella latina, proprie di goyim, che non conoscono il timore di Dio/JHWH. Perfino l’educazione ellenistica alessandrina,  quella methoria in  lingua greca, degli oniadi, è  per gli esseni un male, nonostante il  loro sforzo di mantenersi puri con l’ameicsia, frutto di un adattamento tipico dei didaskaleia.  Cfr. Ameicsia e Filone. Infine  affidare i propri figli a maestri di lingua latina è avvicinarli al politeismo  dei Goyim, alla violenza e al militarismo- il male peggiore per la morale sacerdotale di un giovane giudeo-: Roma è  Babilonia per un aramaico, sede del male e l’ aquila, suo simbolo,  è Mammona!.

Professore, ho già letto  Ameicsia e Filone e so che in 2 Maccabei, 14, 38, si parla di isolazionismo e di separatismo come di un dovere religioso etnico del giudeo all’estero e che Filone (De Joseph, 254) riprendendo questo stesso concetto  lo innova. Infatti  lei scrive che ogni ebreo della diaspora secondo il filosofo ebreo platonico doveva vivere (anche se imbevuto del pensiero greco,  seppure partecipe del processo necessario di ellenizein per una normale vita politica in terra straniera, pur rimanendo legato alle regole della torah e alle pratiche rituali) la stessa vita degli altri, dei pagani, dei goyim. Lei poi aggiunge: Integrarsi richiedeva questo sacrificio, un assimilarsi continuo al pagano, greco ed egizio, di cui si rifuggiva solo quello che la legge espressamente vietava, secondo il giudizio unanime e concorde dei sopherim, di tutti i  maestri disseminati nel bacino del Mediterraneo, sancito inizialmente dagli esegeti biblici dei vari didaskaleia alessandrini ed approvati  da tutti gli altri: Il problema era dibattuto ogni settimana nelle sinagoghe e poi nei didaskaleia, posti accanto alla proseuche dal periodo di Tolemeo I, in Alessandria, e dopo discussioni e contrasti, si era giunti a condannare l’ellenismo giudaico palestinese sacerdotale  gerosolomitano e a trovare un proprio modo di essere giudeo in Egitto,  che fosse esemplare  in tutto il mondo romano. Ameicsia (amicsia) era il termine equivoco, su cui si era costruita la nuova vita del giudeo in Alessandria, subito dopo la venuta di Onia IV e dopo gli accordi con Cleopatra II e Tolomeo VI (cfr. Ant.Giud. XII,387388,XIII,62 ; Guerra Giudaica,I,423-432 e cfr.E. BICKERMAN in “ZNW” 32,1935,153 3 ss).

Come vede, professore, ricordo bene.

Marco, sono contento.

Ora, però, cerco di mostrare che Erode non invia i suoi figli ad Alessandria perché ha già maestri alessandrini a corte, che spiegano la teoria dell’ameicsia, partendo dall’etimologia  di ameignumi, inteso  non come tentativo di non isolarsi né  di mancare di koinonia, ma come accettazione di una nuova  basileia imperiale e di un nuovo sistema di tzedaqah, cioè di una sovranità assoluta connessa con la divinità e di una giustizia  con caritas, che autorizza anche il commercio,  in una nuova concezione di genos/stirpe e phratria/famiglia e suggeneia/consanguineità, anche se si mantiene il patto con Dio in quanto ebreo/ vedente il theos,  consapevole di essere in mezzo a tanti altri popoli, tutti  soggetti ad uno stesso sovrano,  a cui si deve proskunesis.

Cosa è Proskunhsis?

Marco, il termine viene da proskuneoo, che vuol dire mi inginocchio prostrandomi  davanti ad un essere superiore, portando la mano alla bocca ed inviando baci, in ossequio alla maestà, divina del Signore, come atto di venerazione, nella coscienza di essere suddito di uno, padrone della vita.

E’ un tipico atto di un suddito orientale- ignoto ad un civis occidentale-  tipico della cultura achemenide, imposta da Alessandro ai suoi stratiootai, sbigottiti,  nel 329 av. C  tanto che subì una congiura – quella degli etairoi-che gli alienò pars dell’esercito (lo stesso eghmoon strategikos Parmenione, capo invitto fino ad allora della spedizione antipersiana e suo figlio Filota, capo  di una parte della cavalleria, come lui, uccisi proditoriamente), propria degli arsacidi,  divenuta consueta coi seleucidi e coi lagidi. A Roma  diventa pratica normale con Caligola, a cui Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, fa per primo  la proskunhsis, cerimoniale in uso presso Cleopatra ed Antonio, rifiutato, sembra,  dal solo Domizio Enobarbo, antenato di Nerone!.

Erode, quindi, non solo desidera per i figli  una formazione alessandrina, ma vuole anche quella latina delle artes liberales, unita ad una formazione militaristica?.

Per me, Erode cura di più la formazione di Alessandro, suo primogenito, asmoneo, che, all’epoca della partenza dovrebbe aver già superato l’esame di bar mitzvah/ figlio del comandamento consueto a 13 anni ed un giorno, dopo aver già  fatto gli studi enciclici primari (enciclios paideia), corrispondenti al trivio latino. In pratica  si sarebbero interrotti gli studi sacerdotali  fino a 18 anni  sulla giustizia e sull’orientamento alla lettura  della sapienza, fine ultimo della cultura aramaica. Da qui la rabbia dei farisei, che  erano stati maestri degli Asmonei,  per Giulio Erode, il  cui modello educativo  vincente è quello romano del civis vittorioso,  imperante nel mondo!

Mi sembra normale che un padre, civis,  voglia  che i propri figli siano educati secondo i principi  basilari della Romanitas! E’ legittimo che Erode desideri  che i figli asmonei, destinati alla successione, specie Alessandro, completino la formazione letteraria, iniziata in Giudea, quella del trivio, fatta da litteratores e da grammatici, a corte –   grammatica, retorica e  dialettica –   con  quella scientifica del quadrivio, da fare a Roma  -aritmetica  geometria, musica  e  astronomia –  per dare loro una educazione retorica, con un  rhetor prestigioso? io ricordo bene le lezioni da lei fatte, ora precisate negli articoli di Gumnasiarca e paideia, di Ellenizein e  di Diaspora, To gumnasion,  e penso che Erode, non potendo iscrivere i figli  come neoi,  li  riporta  a casa, senza la dokimasia- giudizio/diploma-, necessaria per l’ efebia e  per il servizio militare- da cui l’ebreo per legge  è esente. Comunque,  non capisco esattamente il motivo sotteso di questa opposizione dei farisei,   seguaci degli asmonei e tanto meno l‘amarteema  mortale-non veniale– imputato ad Erode?

Bravo! Marco. Hai studiato attentamente il sistema educativo ellenistico di un giudeo ed hai compreso il sistema economico-finanziario giudaico!

Professore, lei è bravo! lei è un grande storico!ed io sono orgoglioso di parlare con lei,  che mi permette di seguirla con opportune spiegazioni, orientandomi  per una formazione omogenea, aperta, libera, autonoma.

Che dici, Marco? tu, ingegnere, hai fatto la tua strada ed ora mi gratifichi perché mi vuoi bene: la tua stima è superiore ai miei meriti! mi chiami muratore quando i miei zii mi definivano mezza cucchiara e mi affiancavano un muratore di I classe,  pure per fare un muretto!  ora mi dici storico quando nessuno  mi conosce e non ho mai avuto il minimo riconoscimento del mio nascosto cinquantennale lavoro! io so veramente cosa vuol dire esserstoricoSorvoliamo e ridiamoci sopra! Ad 81 anni compiuti vivere è già tanto ed è stupido lamentarsi!.C’è gente che soffre davvero!

Professore,  per me è un mistero il non riconoscimento del suo lavoro! Mah, in Italia c’è gente che sa leggere!? io ancora medito sull’articolo un Sistema economico-finanziario: Tzedaqah! Ancora studio Ossequio servile/upourgia e Vangelo di Marco!.Ancora rifletto su Gesù di Angelo Filipponi di Tufano!   Comunque, mi dica su questa opposizione sorda farisaica: io, da alunno,  ascolto.

Riprendiamo il discorso. Erode, dunque, re socio dell’impero romano, vuole educare i figli come politai /cives di un organismo  universale, quale l’impero romano, secondo la paideia romano- ellenistica ed insegnare loro la lingua greca, tipica dell’Oriente  e la lingua latina, dell’Occidente!.Un padre integrato nel sistema romano-ellenistico desidera che i suoi figli abbiano  una integrazione migliore!

Per un aramaico, invece,  l’uso della  lingua straniera è profanazione della  propria identità  tribale-nazionale,  espressa nel proprio idioma, che è lingua sacra, non traducibile da nessuno  in altra lingua! Marco, la Iudaea, ancora dopo quarantanni di dominio romano, -pur avendo fatto progressi, dopo due generazioni- non ha chiaro il valore di  far parte di un impero universale, che, avendo un unico imperator /autokratoor,  dopo la vittoria,  ha  dato nuovi princìpi pacifici e giuridici, comuni a tutti i circa  50.000.000 di sudditi, lasciando a tutte le  etnie (galli, germani, britanni, italici, greci, bitini, pontici, siriaci,pamphili,  cilici, fenici,  egizi,  afri)  i propri Dei con i loro rituali religiosi, e  quindi ha permesso anche ai giudei di conservare intatta la  tradizione mosaica, la  lingua aramaica e la  loro cultura/musar,   proteggendoli con speciali decreti, considerata la tipicità della loro threscheia. Nonostante il rispetto dei Romani per il loro ethnos, essendo la stirpe, divisa in  giudei aramaici e giudei ellenistici, dato il loro numero elevato, e considerata la loro  particolare storia coloniale migratoria, il compito di eghmoon di  Erode, basileus, è difficilissimo: regnare nel territorio giudaico  su una striminzita  maggioranza aramaica  filoparthica  e su altri giudei già ellenizzati come i sadducei  o romanizzati, in quanto laici e pagani, che, insieme ai  circa 2.500.000  ellenistici della  diaspora, di lingua greca,  sono filoromani, è  di un  sovrano universale, che può essere esemplare  anche per Ottaviano Augustus circa  la catholicità  e il rispetto delle minoranze, le differenze tra i popoli,  con la proposta di un sistema giuridico unitario.

Erode basileus,  per lei, è, perfino, un modello di buon governo regio per l‘inesperto imperator, che, non conoscendo bene il sistema della Basileia, non sa neppur comandare da re, ed  essendo  solo un comandante militare con poteri dittatoriali  governa teatralmente come princeps, quasi fosse davvero  il primus inter pares, dopo aver distrutto, di fatto, il sistema repubblicano, provocando continue agitazioni con congiure! Lei mi ha promesso di trattare diffusamente dell’equivoco del principato in altra sede e del rifiuto degli ordini degli aristocratici e degli equites! Comunque, non è tempo, professore,  che mi mostri, mentre tratta della educazione dei figli asmonei a Roma, le reali differenze tra le varie culture, vigenti in Iudaea, in epoca augustea?

Certo, Marco,   questo l’ho già fatto quando ho trattato in generale dell’ellenismo, come già hai messo in evidenza!Ti ho mostrato anche che Erode invia in seguito altri figli a Roma, di altre mogli!. Permettimi, però, di ricordare  che Erode, essendo il rappresentante di tutti gli ellenisti sparsi  in tutte le nazioni del Mediterraneo, partes dell’imperium romano, non può non volere l’ insegnamento della paideia ai suoi figli, destinati alla successione, anche perché ritiene doveroso assecondare la volontà dell’imperatore, desideroso di  formare presso di lui i futuri re, funzionari dell’impero romano.

Capisco, professore!. Augusto tiene a Roma i figli dei re come ostaggi, come quelli avuti  dal re dei re, assecondando apparentemente  il loro desiderio di ellenizzazione, anche per meglio entrare nella logica della Basileia, essendo il termine re da sempre odioso ai romani.

Ti ho già detto che Ottavia, la sorella dell’imperatore,  è incaricata di tenere i figli di Antonio, ed anche di re socii,  e di educarli con le sue due figlie, in una scuola regia, a corte, con i migliori maestri alessandrini, per natura sublimi ruffiani/kolakes megalophueis  – Peri Upsous, XLVI, 3- Ti aggiungo che  forse  gli asmonei hanno un corso di educazione migliore rispetto a quella data ai figli Mariamne di Boetho, di Maltace e di Cleopatra,  in quanto Alessandro afferma che lui, se diventa re,  li fa tutti  koomogramateis/  scritturali di paese.! Ora, ricopiando la traduzione di De agricoltura di Filone  e quella di De congressu, però, ho una nuova possibilità, da una parte,  di chiarirti  la musar, la funzione dei  soferim e il compito di un rab, e da un’altra ho anche l’opportunità di parlare- senza affrontare quello latino- dello  specifico sistema oniade di insegnamento, su cui mi soffermo.

Nota bene, Marco,  che Filone dice  paidomatheis einai douleias dikaias (De Ebrietate, 198;  più o meno ribadito in De Plantatione Noe ed altrove) che cioè,  noi  cives siamo stati educati da ragazzi  a scuola di servitù, giusta, proclamando che l’ imperium dei romani è un potere legittimo, riconosciuto legalmente  fin dalla  tenera età, quando la mente è fasciata da  costumi ed abitudini  senza aver gustato la fonte/namatos più bella e feconda dell’eloquenza / logoon, cioè la libertà/then eleutherian  – Peri upsous, ibidem-.

Filone, quindi, sembra- se è giusta la theoria sulla datazione del Peri upsous in epoca Caligoliana- che  per lui l’oratoria  sia finita perché non esiste più la democrazia, ottima nutrice degli spiriti grandi/ toon megaloon agathh tithenos,  essendosi spenta la libertà. ed essendo sorta brama di ricchezza e di piaceri, che necessariamente portano alla servitù!.

Professore, Filone ha una sua particolare visione dell’ età di un uomo? o ha la stessa visione greca?

Filone in de Opificio, XXXV 103-4 parla dell’età umana in relazione all’ebdomade. Per lui le età dell’uomo si misurano  partendo dall’infanzia fino alla vecchiaia così:

– durante i primi sette anni si ha lo spuntare di denti;

– nel secondo settennio sorge il momento della capacità procreativa;

– nel terzo la crescita della barba;

-nel quarto l’aumento della  forza fisica;

– nel quinto il tempo delle nozze;

– nel sesto la capacità di comprensione raggiunge il massimo

– nel settimo si verifica il miglioramento con lo sviluppo dell’intelletto e della parola;

– nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra;

– nel nono subentrano calma e pacatezza in quanto le passioni si sono di molto pacate;

– nel decimo, infine,  giunge il termine desiderabile della  vita, allorché gli organi del corpo  sono ancora in buona condizione; una lunga vecchiaia, invece, li fiacca  e li distrugge, l’uno dopo l’altro.

Filone aggiunge che anche Solone (638 a.C-557), il legislatore ateniese, ha scritto, in versi elegiaci, le età dell’uomo:

– il bambino piccolino, cui è spuntata la corona dei denti mentre era ancora infante, li perde,  entro i primi sette anni di vita;

-quando il dio ha fatto scorre il secondo settennio di vita, egli manifesta i segni della  pubertà incipiente;

– nel terzo settennio mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde la floridezza;

– nel quarto settennio ognuno eccelle in forza ed è in questo che gli uomini riconoscono i segni del valore virile;

– nel quinto è tempo che l’uomo pensi alla nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro;

– nel sesto la mente dell’uomo giunge  alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili;

– il settimo ed ottavo settennio sono quanto ad intelletto e  parola  di estrema  eccellenza e formano un periodo di 14 anni;

-nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza ma si fanno più deboli in lui di fronte a  manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere;

– se poi qualcuno, compiuta la vita entro  i limiti giusti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori di tempo.

Marco,  Filone, scrittore dl I secolo d.C.,   ha la stessa concezione dell’arco di vita umana di  Solone, fiorito nel VI secolo a.C!

Grazie, per la spiegazione  circa l’età secondo Filone. Ora le sarei grato se mi seguita a parlare della concezione agricola giudaica.

Filone, Marco, dopo il suo esame situazionale, inizia la trattazione del giusto Noé, l’unico sopravvissuto al diluvio, con la sua famiglia, mediante l’arca: per Genesi, 9.20.21 Noè iniziò ad essere uomo dedito all’agricoltura, bevve vino e si ubriacò nella sua casa.

La giustizia di Noè diventa esemplare, secondo la legge di Mosè in quanto il giusto è agricoltore, la peculiarità dell’agricoltore è la giustizia!.

Da qui deriva la non giustizia di Erode che, invece, è asteios/cittadino, commerciante e che vuole educare i figli secondo l’etica ellenistica, non agricola,  non propria di un georgos!.  De agricoltura  4: suo  amarthma è inviare, nonostante l’opposizione farisaica, i figli a Roma nel 22 av. C., per dare loro un’ altra cultura, abbandonando quella tradizionale agricola,  autorizzando la contaminazione con i goyim!. Il peccato di Erode  è gravissimo perché travia l’animo di uomini di stirpe asmonea, possibili sommi sacerdoti di un popolo sacerdotale! Marco, seguimi bene, Filone fa molta attenzione ai termini e fa distinzioni sottili,  etimologiche, ma sa bene che la sua è theoria per gli aramaici e  che quanto dice in lingua greca non è  cosa ritenuta vera, ma solo un tentativo di mediazione oniade: la sua famiglia da oltre sette  generazioni/toledoth si è ellenizzata avendo  stabilito rapporti coi greci, inventando un faticoso e difficile sistema di ameicsia per sopravvivere  in Alessandria,  vivendo nel servitium di due padroni: Dio e il re lagide, ed ora Dio e l’imperatore romanoL’aramaico, invece, ha solo due vie,  quella della rettitudine, aspra, e quella del vizio, piana,  ed ha fatto la scelta, obbligata, della tzedaqah,  da seguire con una moltitudine di prescrizioni (613) per essere  giusti! Chi  vive, sentendosi agricoltore-  pastore e cavaliere –  e consegue la sapienza, ha come modelli i patriarchi  Abramo, Isacco e Giacobbe che sono rispettivamente portatori di un messaggio di uomo che migra  ed ha orientamento astronomico,  di uomo che ha un naturale vivere virtuoso, di uomo che cerca asceticamente la perfezione con un   progressivo maggiore esercizio!.

Nella pratica di vita,  come imitazione dei patriarchi,  si distinguono la via del giudeo ellenista, specie oniade, e la via  dell’aramaico, che, seguendo due percorsi di lettura  con due mezzi linguistici diversi, lingua greca e lingua aramaica, giungono a visioni del tutto diverse,  in relazione alla interpretazione biblica allegorica o letterale.

Quindi, professore, si torna ad un problema già esistente tra i farisei e i sadducei, allegorici gli uni, letterali gli altri nella interpretazione biblica?

Marco, dal periodo asmoneo le due aireseis si contrastavano, ma ora, con la presenza dei romani e di Erode, si è verificato che sadducei ed oniadi, ambedue eredi del sacerdozio templare,  sono filoromani e filoerodiani, mentre i farisei con gli esseni sono antiromani  e filoparthici e, quindi, hanno aperto nuovi orizzonti politici.

Comunque, Filone, pur facendo una lettura allegorica, non letterale come quella dei sadducei,  ci permette  di capire  il pensiero  di massimo integralismo degli aramaici – che hanno perfino una differente Bibbia ( cfr.I due canoni) rispetto ai giudei oniadi alessandrini, che,  ellenizzati, hanno trovato altre soluzioni di vita e un sistema alternativo,  che ti sintetizzo con  De agricoltura 1-22.

Infatti, dopo aver distinto tra cittadino ed agricoltore, (ed anche tra pastore e guardiano del gregge, tra cavaliere e chi cavalca) Filone  mostra la differenza tra agricoltore e lavoratore della terra, salariato,  operanti apparentemente allo stesso modo, ma, in realtà, facenti due attività  diverse, antitetichecontrapposte.

Secondo Filone chiunque può impegnarsi nella coltura della terra,  anche senza precisa conoscenza/ episthmh, l’agricoltore, invece,  vi si impegna con cognizione di causa e  non da incompetente – ibidem 4-. Il theologos precisa, poi, che il lavoratore in quanto bracciante, salariato, pensa solo alla ricompensa e non ha interesse a lavorare bene, l’agricoltore, invece,  ha mille impegni, essendo disposto ad investire le proprie sostanze, a spendere del suo perché il podere migliori e risulti perfetto agli occhi di esperti: vuole raccogliere i frutti non da altra parte ma dalle sue coltivazioni che rendono molto per tutto l’anno!- ibidem 5-. Filone insiste nel lodare la fatica  dell’agricoltore, che fa sostanzialmente due operazioni: una di coltivazione – che comporta la potatura che regola la crescita delle piante, la protezione delle gemme e dei polloni, oltre all’ innesto, evidenziando  che l’agricoltore è simile ad un padre di famiglia che mette in stretto ed armonioso rapporto i figli adottivi con quelli di altre famiglie – ed una di estirpazione  e distruzione radicale di erbe e piante infestanti, in una volontà di seminare e piantare solo  gli alberi fruttiferi.

In questo lavoro,  Filone mostra come l’uomo sia padrone della natura in quanto agricoltore/egemoon che bada non a  seminare e piantare qualcosa di sterile, ma ciò che è fruttifero e coltivabile, in modo da ottenere  annualmente buona resa. E subito lo ribadisce citando Genesi (1,26-29): la natura, infatti, ha proclamato l’uomo archoon  delle piante e degli altri viventi di tutto il genere degli esseri mortali.

Attento Marco, ora, a questo passaggio retorico, utile ai fini  morali!.

In ciascuno di noi che altro potrebbe essere l’uomo, se non l’intelletto/ o nous- intellectus, che è solito trarre utile frutto  da ciò che è  stato seminato e piantato?

Filone sottende  identificando, da un lato,  il tutto per una parte ciascuno di noi – uomo agricoltore  e,  da un altro, l’uomo signore della natura-nous, facendo un’operazione macroscopica naturale, generale,  ed una microscopica individuale, personale.

Interessante! professore, ma lei dice pure  che Filone, specie in De congressu dà una lettura specifica degli studi enciclici sulla  base del rapporto di Abramo con Sara, la signora  e di Abramo  con  Agar, la schiava egizia, data da  Sara per avere figli!. Me lo vuole spiegare meglio ?

Marco, se vuoi capire la logica di Filone, devi attentamente considerare le azioni  che risultano  buone ed utili/  chreestai, fatte dall’agricoltore, che è  disposto ad investire il proprio avere e spendere denaro per rendere migliore la sua terra,  desideroso di raccogliere i frutti dal proprio lavoro, annuale nei sei anni operativi.- il settimo è di riposo!-.

Dunque, per Filone-  che ha l’eredità  della cultura aramaica- lavoro e terra sono basilari come esercizio, come pratica di ascesi ?

Uno dei lavori di un agricoltore è trasformare le piante, anche selvatiche, innestate  in fruttifere, facendole sviluppare, potandole, seguire la crescita e curare i germogli  secondo la loro natura,  a volte interrando alcune ed  innestando altre  sorvegliando ogni cosa come un padre:  sa anche fare opere di pulizia, estirpando erbacce, eliminando quelle che possono recare danno ed usando quelle selvatiche per le palizzate  come recinzione-De agricoltura ibidem- Filone, come gli esseni, propone l’agricoltura come arte perfetta, ma fa il commerciante come ogni altro oniade ed è giudeo ellenistico, che solo in  vecchiaia si ritira e diventa Terapeuta cioè askeeths  Cfr. Esseni, Quod omnis probus e I terapeuti  De vita contemplativa. Il rab, invece, come l’esseno, è autarchico, non accetta denaro, né commercia, ma educa solo i discepoli  alla virtù della giustizia e non può vivere ambiguamente come Filone (o come Seneca) che una cosa dice ed una cosa fa:  conta per lui  solo le opere non le parole!  i frutti valgono!il giudizio è sul frutto!

Il rab applica la theoria della perfetta agricoltura, sumbolos  dell’anima, che deve essere  curata e regolata dall’intelletto  padre agricoltore dell’uomo, che è insieme di soma e  di psuchh con egemonikoon che risulta  il microcosmo  rispetto a natura e al poihts –pathr, che  formano il macrocosmo!

Come l’agricoltore non semina  né  pianta niente che sia sterile, ma solo piante fruttifere,  in modo da avere solo frutti  secondo natura, così l’uomo  è principesignore delle piante e degli altri viventi  mortali in quanto, avendo l’intelletto, sa trarre frutto utile  da ciò che è stato seminato e piantato –ibidem,26.29 –

Professore, dunque,  ora si passa alla formazione dell’uomo che fin da bambino impara e razionalmente associa e si forma secondo la  cultura ricevuta? la cultura agricola, quindi, non può essere sterile?

No, non è proprio così!. Senti come ragiona Filone nel De congressu  e segui come  ambiguamente mette  in relazione educazione religiosa e educazione umana! Per questo, Marco, io non accetto la lezione filoniana  circa la confusione di natura umana e  di quella morale e tendo alla distinzione per un orientamento separato, in senso autonomo,  lontano dal magistero sacerdotale, che condiziona l’infanzia e la pubertà cfr. Idea di Culture of Iesus!

Filone lo fa tramite la coppia legittima Abramo-Sara e tramite la coppia non legittima, ma utile provvisoriamente, Abramo-Agar! Il teologo, partendo dall’interpretazione di Genesi, 16, 2b-3 diversamente dal Rab – che vuole educare il bimbo fino al tredicesimo anno e farlo bar mitzvah- cerca di dare una formazione completa usando la lettura allegorica, utile al fine morale. Infatti l’intelletto del neepios, – diversamente dall’adulto bisognoso del frumento, che è suo cibo normale-  è alimentato dal latte, che è utile all’anima che ha possibilità di crescita con gli studi del ciclo preliminare, suoi primi rudimenti per l’acquisizione sapienziale. Perciò Sara, colei che è sovrana sul marito, essendo  virtù- saggezza, sterile, non consente a chi è giovane di unirsi a lei, imponendo un’educazione preventiva e si serve di Agar egizia, che è  egkuklios paideia.  Questa è soggetta a Sara/  filosofia, che a sua volta è subordinata a Dio /Sapienza.

Qual è l’esatto versetto biblico?  vorrei capire almeno letteralmente!

Questo:  Sara moglie di Abramo non gli aveva dato figli. Ella aveva però, una schiava egiziana, di nome Agar. E Sara disse ad Abramo:  va’ dalla mia giovane schiava per avere figli  da lei!.

Letteralmente Sara,  sentendosi sterile, concede al marito la schiava per aver figli, tramite lei. E’così?!

Certo. Ora segui la spiegazione del teologo che giustifica Mosè che autorizza un doppio coniugium, quello di Giacobbe  con Lia e con Rachele,  che danno al marito le rispettive schiave (Zilfa e Bila/Balla) con lo stesso intento di Sara, in una rivalità femminile tra le due sorelle, mogli legittime.  Filone spiega: Il vizio è per sua natura invidioso, pungente, maligno, la virtù, all’opposto, è mite, affabile, benevola, pronta ad aiutare  di per se stessa, tramite altri, chi ha una disposizione naturale volta al bene. Precisa : quando non siamo in grado di avere figli dalla saggezza  essa ci dà come sposa la propria ancella che è…l’educazione enciclica egkuklios paideia,  la quale svolge in un certo senso il ruolo di intermediario e di  pronuba. Conclude:  perciò, Sara prese  Agar e la diede in sposa al proprio marito: per Mosè è giusto che Sara, la moglie, dia Agar l’egizia ad Abramo, marito, che giuridicamente resta marito!. Filone pone se stesso come paradigma,  e prima di accennare alla luce del candelabro e al numero sette dei bracci, afferma:  Sara, la virtù che è sovrana della mia anima, ha procreato ma non ha procreato per me  perché io nella mia condizione giovanile non ero ancora in grado di  accogliere i frutti della sua procreazione  – la saggezza, la rettitudine di agire e il senso della pietà- per il gran numero di figli bastardi che mi avevano partorito le false opinioni,  la preoccupazione di allevare questi,  le cure assidue e le incessanti angosce per loro, mi hanno costretto a  trascurare i figli legittimi ed autenticamente liberi di nascita. E’ bello  supplicare, dunque, che la virtù non solo prolifichiessa infatti procrea generosamente senza  le nostre preghiere – ma che prolifichi  anche per noi  per assicurare a noi una felicità che ci renda  partecipi dei suoi semi  e dei suoi frutti. Di solito lei procrea solo per Dio,  consacrando  con gratitudine le primizie dei beni ricevuti a colui che, come dice Mosè,” ha dischiuso il suo grembo”-Gen.29,31sempre vergine!. 

A me è difficile capire questo complesso discorso sulla procreazione di Sara sterile e di Sara che ha figli tramite Agar, ma sono sbigottito davanti al ventre che si dischiude e che resta  ” sempre vergine”!

Anche  a me, Marco resta complicato e misterioso!Comunque, Filone  spiega che gli studi preliminari sono espressione  di Agar la schiava egizia.

Quindi, professore, la signora Sara,  sterile, concedendo la schiava, autorizzando  il connubio Abramo-Agar  rende fruttifero e buono il rapporto marito-concubina,  giustificato  dal fatto che la schiava egizia, avendo latte, educa il bambino  col ciclo degli studi preliminari, filosofici, utili ai fini teologici sapienziali? .

Marco, per te, quindi, Filone direbbe in greco  una frase che  in latino suona così:  Philosophia  ancilla theologiae?!

Non è così? professore. Filone non vuole dire questo?

Si. Certo. ma è una lettura christiana!

Filone, infatti, parlando dell’ Egitto  simbolo del corpo e dell’origine del nome Agar ritiene che, in quanto memoria delle cose buone – in un rifiuto di quelle cattive-unita alla scienza dialettica,  formi l’insieme filosofico,  fondamentale per il progresso  morale ed intellettuale  cfr. De agricoltura, XXX.

Così,  poi, spiega: le principali caratteristiche di educazione  media  sono indicate  da due simboli, la stirpe di origine ed il  nome.Chi si dedica agli studi  dell’educazione  enciclica  ed è amico  del sapere più vario  deve, di necessità, essere  assoggettato al corpo terroso ed egiziano perché ha bisogno degli occhi per vedere,  delle orecchie per ascoltare ed udire e degli altri sensi per cogliere ognuno degli oggetti sensibili. Per sua natura la cosa da giudicare non può essere afferrata disgiuntamente da uno strumento che la giudichi. Così il sensibile  sono gli organi del senso  a giudicarlo, in quanto  senza loro non è possibile raggiungere un’ esatta nozione dei fenomeni  del mondo sensibile da parte dell’ indagine filosofica.

Professore, per Filone, dunque, tramite i sensi – terra egizia- esiste  giudizio filosofico  su un piano generale, generalizzato?

Marco, mi sembra che Filone si corregga, poi, e  spiegando Agar/ come soggiorno in terra straniera, dica: l‘educazione media occupa la posizione di  un pareco/paroikos. Infatti solo la scienza, la saggezza  ed ogni virtù sono indigene  autoctone  e veramente cittadine a  pieno diritto, mentre le altre forme di educazione  che sono sul piano competitivo, vengono a trovarsi al secondo, terzo ed ultimo posto,  stanno su una via di mezzo tra stranieri e cittadini, perché non appartengono nettamente a nessuna delle due categorie, ma, d’altra parte,  per certe affinità, rientrano in ambedue.

Filone è più  sicuro  in  De congressu quaerendae eruditionis gratia cioè Connubio con gli studi preliminari / Peri tou eis propaideumata sunodou, V-  e, perciò, precisa: lo straniero che  soggiorna  in un posto è alla pari con i cittadini che vi abitano, ma sono  stranieri perché non vi  hanno residenza stabile  e definitiva.

A me sembra, professore, che Filone sia un po’ confuso e metta insieme pensiero  platonico e speculazione  stoica con la metafora di corpo  ricettacolo dell’ anima!ma, in effetti chi è il pareco?

Paroikos, Marco,  equivale sostanzialmente all’attico metoikos in quanto para /accanto e meta/con indicano lo straniero csenos  giudaico, non greco, che abita  accanto o insieme con, soggiornando a periodi lunghi o brevi,  in  città elleniche, riconosciuti come tali dalla giurisdizione romana come politai concittadini e condomini,  rispetto agli stranieri di passaggio,  in quanto  essi hanno dimora o periodica o  fissa, paganti il metoikion, la tassa di soggiorno,  godenti dei diritti civili, ma non di quelli politici, partecipi perfino delle leitourgiai.

Cosa sono? ti rispiego quanto ti ho già detto. Forse lo hai dimenticato!

Le liturgie sono pubblici servizi a cui sono soggetti i politai  con diritti politici, ritenuti ricchi, che, comunque,   possono chiedere  anche la compartecipazione dei meteci/pareci.  Ad Alessandria  i ricchi  greci e i giudei di lingua greca, concittadini, che svolgono funzioni  politiche, di norma, sono chiamati a fare liturgie che possono essere straordinarie come armare triremi  da guerra  o da carico – trihrarchia–    ed ordinarie  in quanto enkukloi cioè annuali,  come gumnasarchia, korhgia, euoplia, arrhphoria ed altre. I giudei alessandrini, oniadi, essendo la stirpe dominante, offrono il maggior numero di liturgie cfr. In Flaccum Una strage di Giudei in epoca Caligoliana,Ebook 2011.

Filone, comunque,  qui parla del methorios–   cfr Methorios  www.angelofilipponi.com – senza il contenuto giuridico di metoikos o paroikos, ma come elemento,  che  cambia valuta  stando al confine  tra due stati, un uomo  che vive in territorio straniero al confine tra impero romano ed impero parthico, che conosce aramaico e greco ed ha un banco  come cambiavalute, capace di svolgere la funzione di cambio a prezzo convenuto dalle due parti.

E’ questo un compito di un giudeo ellenizzato e  romanizzato, integrato nel sistema imperiale, come il  grande  trapezita, padrone di banche, datore di lavoro, che è l’alabarca di Egitto, oniade!.

E’ uomo, insomma, mediatore, interprete ed agente finanziario!.

Tutto mi quadra, ora, professore!

Non comprendo, però,  la trasposizione simbolica dell’educazione enciclica, definita intermedia tra cittadini e stranieri?  mi può dire  esattamente in che senso  Filone parli?

Marco, qui, Filone usa il termine methorios da me tante volte spiegato, al posto di mesos, ma  ora  gli dà un significato aggiunto  più ampio e complesso per indicare una via mediana tra due estremi, quello della perfezione e quello della imperfezione. Filone intende la perfezione/teleioosis  come saggezza e virtù  a piena cittadinanza /politeia completa, mentre considera la seconda come  ignoranza ed assenza di virtù,  ponendo al centro tra i due estremi  l’educazione  enciclica, che  è Agar  svolgente un suo ruolo mediano, indispensabile come amante del sapere Abramo/Abrahamo ed amica fedele di Sara,  sua padrona, in quanto generatrice di figli illegittimi, pur rimanendo  equidistante e dall’uno e dall’altra.

Dunque, professore, io avrei capito questo: l’educazione. enciclica /Agar  è subordinata a Sara/ virtù ed Abramo deve, se vuole conseguire  il rapporto con la moglie, prima passare attraverso la conoscenza  della schiava egizia/corpo!

E così ! Marco. Devi, comunque, tenere presente che  Sapienza  ed Educazione convivono in relazione al rapporto intercorrente  tra moglie legittima e concubina, rimanendo il marito  sempre marito e la moglie sempre padrona.

Quindi, per Filone il didaskalos  avrà, comunque, frutti  dalle piante,  tali da far  progredire nella via della  virtù chi fa azioni nobili.

Ora, dunque, nel 22,  al momento della partenza per Roma i farisei ostili ad una educazione methoria, oniade ed ancora  di più  alla doctrina romana,  minacciano  staseis/ sedizioni che non avvengono perché Erode si è mostrato filantropico  nel periodo della carestia del 25 a.C. ed ha fatto matrimoni, che lo hanno congiunto con famiglie sacerdotali.

Erode, ora popolare, sostenuto anche dall’esercito samaritano,  incurante delle loro prediche, porta i figli a Roma  e li sistema inizialmente presso  Asinio Pollione, suo amico  e commilitone già nel periodo cesariano.

Asinio Pollione, l’amico di Virgilio, a cui il poeta nel 40 dedica l’ecloga  IV, quella in cui prega le muse  sicule  che elevino  il canto  per celebrare l’arrivo di un puer e la nuova età dell’oro ?

Si. Si tratta di  Marco Asinio Pollione (78 a.c- 5/6 ) , teatino, legatus amico di Antonio che, con Ventidio Basso,   dopo la guerra di Modena,  favorisce con  le sue truppe fedeli al dux Lepido,  il II triumvirato, tra lo stesso Lepido,  Antonio e il  giovane  Ottaviano,  figlio adottivo di Cesare,  il 26 novembre del 43 a.C.

Pollione  passa da seguace di Cesare  e di Lepido all’amicizia con Antonio e, finita la guerra  di Perugia, divenuto console, è plenipotenziario che favorisce l’accordo di Brindisi.

Da quel momento Pollione sembra diventare  estraneo alla politica, impegnarsi nella attività forense, secondo un’ oratoria diversa da quella ciceroniana,  e in quella tragica, inclinando per il partito antoniano, fino alla battaglia di Azio, per poi fare atto di sottomissione  al vincitore, come Erode. Forse il suo cenacolo letterario, aperto anche ai poetae novi,  non è conforme  al principato augusteo  e perciò la sua opera  tragica  si interrompe  come quella oratoria, mentre  quella storica condannata, non ci è stata tramandata. Comunque, i suoi 17 libri  di Storia Romana sono ricordati  da  Appiano, Svetonio e Plutarco, ed anche da Orazio (Carmina,II,1).

Non si sa, professare, quando Pollione  esattamente si distacca dal negotium ?

Personalmente ritengo che Pollione, essendo legato a G.Cornelio Gallo, per non condividerne la sorte  tragica, si ritira dalla politica nel 26 av.C. dopo la morte per suicidio dell’amico ex governatore dell’Egitto, -esautorato e processato per aver coniato moneta, per aver  represso gli insorti, inseguendoli fino alla I  cataratta del Nilo, fatto un trattato col re degli etiopi (come risulta dalla iscrizione trilingue  di File – che riporto- in greco, latino e  geroglifico, anno 29.av. C). Quindi, secondo me,  Pollione si ritira quando comincia a vedere l’applicazione del principato  su di un legatus, di rango equestre, non senatorio, che all’epoca, poteva fare le azioni, proprie di un magistrato autonomo,  incriminate successivamente, come se avesse superato i limiti del suo mandato militare: a Cornelio Gallo nocque il riconoscimento della sebasteia  da parte del senato – contestato dagli equites- ad Ottaviano  divi Caesaris Filius! All’epoca Pollione era un magistrato, non  legatus, che neanche poteva sapere della futura attuazione  del principato e tanto meno  del segreto pensiero di Augusto di fare dell’Egitto  un feudo personale, precluso ad indagini senatorie, destinato a essere  gestito tramite liberti  addetti al  fisco imperiale, gelosi  della loro autonomia rispetto  ai  funzionari dell’erario senatoriale!. Cornelio Gallo subito dopo la vittoria sui lagidi è praefectus  Alexandreae et Aegypti, provincia dell’imperium romano! Sembra che nel tempio di Iside a  File, i sacerdoti  facciano un cartiglio da faraone a G. Cornelio Gallo,  che, in effetti aveva preso  Alessandria entrando da Porta Luna cfr. Alessandra suocera di Erode www.angelofilipponi.com

Un cartiglio per Gallo?

Si. Marco. Questo forse determina il richiamo  a Roma di Cornelio Gallo nel dicembre del 27  e  poi la condanna all’esilio e alla confisca dei beni e al successivo suicidio nel 26.

Anche Virgilio, suo amico, allora deve  cambiare la conclusione in onore delle imprese di Gallo, del IV libro, con la favola di Orfeo ed Euridice:  Virgilio è poeta aulico, che segue gli haud molia iussa /i comandi non molli di Mecenate, il factotum dell’imperatore!  E i sacerdoti a File eliminano il cartiglio di Gallo sostituendolo con quello di Augusto/Sebastos che già è celebrato a Tell el Amarna  con l’ureo in testa  segno di Ra, datore di luce, portatore di ankh  simbolo  di vita.

Ankh è quella specie di croce col fiocco  che normalmente è tenuta da qualche Dio  egizio?

Si.Marco. Dopo il processo di Gallo la provincia egizia ha una speciale politeia/ costituzione   in quanto  è eletto  G.Elio Gallo  governatore, legatus  con mandato augusteo di   intraprendere una  spedizione arabica con l’intento di  favorire il commercio con l’India,  desiderando  occupare  i porti dell’ Arabia Felix!. ci sono  in epoca giulio- claudia altri cartigli  imperiali faraonici  per Augusto a Kalasbsha, (Egitto meridionale) ma anche  se ne conoscono parecchi in epoca flavia, specie antonina ( con Adriano) o severiana ( con Caracalla)  fino ad Aureliano e a Diocleziano!

Gli imperatori romani, deificandosi,  si santificano con i cartigli egiziani  che esprimono simbolicamente il valore imperiale universale secondo la concezione di Ra, onnipotente datore di luce  e vita  a tutti gli esseri viventi!

Grazie per la spiegazione. Mi tolga una curiosità mia, personale: e’ vero che lei è stato a File e che ha fatto il bagno alla I cataratta? me l’hanno detto i miei compagni, Andrea e Marcello che dicono che File è stata ricostruita, non lontana dalla I cataratta.

Si.  Marco. Mi ci sono anche ammalato perché le rapide del Nilo  mi schizzarono gocce in bocca, che non riuscii a  ricacciare. A sera ebbi dolori addominali che durarono due giorni!

Ha un brutto ricordo?

No, nonostante tutto, sono ritornato, dopo,  in Egitto altre  tre volte!

In conclusione, professore all’arrivo dei figli di Erode,  l’opera  storica di Pollione non circolava e i rapporti con Augusto non erano certamente cattivi, visto che Orazio lo frequenta. Comunque, poi, i figli di Erode, forse, dopo l’incidente del figlio minore, morto misteriosamente, si  trasferivano a  corte ed  erano sotto la cura di Ottavia.

La morte del figlio  minore, scomparso in circostanze strane rinnova a Gerusalemme chiacchiere mai taciute circa la sua  nascita e riacutizza l’avversione dei farisei che parlano  di una punizione di Dio  per la  colpa del re, non obbediente alla prescrizioni del Deuteronomio -20,20-: ogni albero che non dia frutto commestibile  lo taglierai e ne farai una palizzata contro la città che ti ha fatto guerra!.

Erode, ora, dopo la punizione divina, è  sradicato, come Caino,  ed è nel morso della paura, macerato dal dolore, essendo staccato dall’armonia del creato: per i farisei ed esseni il re  non è  giudeo  che fa progressi in sapienza pur essendo  maturo, anziano, perché è abbandonato da Dio: il re, maledetto,  non sa essere nel giusto mezzo, non essendo neanche un buon cambiavalute che sa togliere dal corso legale della virtù coloro che sono come monete false  perché inclini alla ribellione  e non sa considerare propri familiari quelli veramente autentici anziani, scelti come i settanta  di Israel per saggezza (De sobrietate,31 ). Erode.  pur avendo abbondanza di beni esteriori, non ha trovato il bene più maturo di un’anima più matura, il bene certamente più degno di stima perfetto! ibidem 13

Erode è maledetto e solo anche in famiglia, anzi ancora di più in famiglia! E’ sfortunatissimo, ora ! tanto più sfortunato per quanto tempo è stato abbandonato da Dio.

Su questa linea di maledizione  i giudei ellenisti, alessandrini ed oniadi, nel periodo di Caligola, condannano con Filone il Neos Sebastos,  come bambino incosciente e puerile, meditante una rivoluzione /neoteroopoiia, perché accoglie nell’anima colpe meritevoli di biasimo,  in quanto stolto nel comportamento  ed ignorante,  avendo deviato molte volte dai retti principi di vita, essendo ancora immaturo!- ibidem 11-.

E’ una theoria  che tende a contrastare Caligola Theos  e perciò condanna  anche l’ attività razionale, inutile come le artes minores  la pittura, la statuaria,  la medicina teorica di  Asclepiade,– diversa da quella pratica  che guarisce il malato- come la  retorica giuridica, venale ed avida di denaro, non mirante alla ricerca di ciò che è giusto,  ma alla suggestione dell’uditorio,  attivata per via di inganno  ed inoltre come  quegli aspetti della  dialettica e della geometria non utili alla formazione dell’individuo, ma tali da aguzzare l’ingegno, impedito di affrontare ogni problema  e a servirsi di divisioni ed operazioni, nelle distinzione di caratteri propri ed  impropri.

Eppure, professore, secondo Filone,  sono anche loro figlie di Agar?

Certo Marco, ma Agar,  secondo la lezione biblica  di Mosè è maltrattata giustamente da Sara padrona che, vedendo la serva orgogliosa della maternità, impone al marito  di cacciarla col figlio Ismael!

Come Filone  può spiegare  questo?  non è mostruoso abbandonare nel deserto madre e figlio?

Filone è un theologos raffinato, un  esegeta  allegorico-simbolico, capace di  leggere tutto come i patres della Chiesa! Filone ammette come giusto  il maltrattamento di Sara, come giusta  punizione inflitta a chi mostra superbia,  essendo mutati i contesti, dopo la nascita del figlio legittimo Isacco. Filone giustifica la servitù stessa al principato augusto perché  Ckrhstos/buono, utile, fruttifero! 

Filone considera il primo allontanamento  solo un momentaneo e e passeggero rifiuto della serva, che seguita poi a convivere  con la coppia Abramo-Sara, rispettivamente simboli dell’uomo dedito all’astronomia  e della donna -virtù, genitori di Isacco la sapienza che si genera da sé  e perfezione morale!

Per lui, la definitiva cacciata, invece, dopo la mutazione di nome di Abramo in sapienza divina (Abrahamo) e di Sara in virtù generica(Sarah) cfr De mutatione nominum ,65 risulta la fine della funzione degli studi che decadono a livello di retorica  sofistica, essendo Ismaele sofistica  e Isacco sapienza.

Hai capito Marco? non sono stato chiaro?

Professore,  capisco in relazione alla mia educazione cristiana! Comunque,  per me, Filone è una fonte per il teologo cristiano che sa rovesciare tutto,  cambiando nome, facendo esegesi,   raggirando  il problema,   non insegnando, e, grazie alla retorica  facendo  risplendere solo l’idea di giustizia aramaica, con la sottesa  superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi,  in un servizio alla maestà di Dio, seguendo giochi numerici – 1, 3, 4, 7 ,10 , e multipli di tre – giostrando  specificamente sul valore dell’ebdomade -in quanto somma di 3 e 4, –  base della proporzione armonica,  in musica,  in grammatica e in astronomia ( sette cerchi, sette pianeti ) come rapporto tra struttura sensibile e struttura fisica umana-  su quello della decade, in una lettura kosmia,  in cui il logos è identificato col libro mosaico della  creazione, in una scelta etica,  che equivale ad un chiudersi  iniziale in sé   ed in un  aprirsi a Dio come esercizio di una vita progressiva virtuosa di creatura, che rinuncia  al sensibile, da una parte, e che tende ad innalzarsi al creatore, dall’altra.

Marco,  sono sorpreso da tante parole! non sei tu!sembra che tu abbia  compreso l’anima farisaica aramaica, che vive tra due estremi! mi appari persona confusa: l’errore è mio che ho messo troppa carne a cuocere e che do per scontato troppe cose su Filone!  Pur chiedendo scusa devo aggiungere  che Tra il bambino in tenera età e l’uomo perfetto  intercorre esattamente  lo stesso rapporto che sussiste  tra i sofista e il sapiente, fra il ciclo preliminare degli studi e le scienze attinenti all’ambito delle  virtù

Professore, io ho detto quel che ho detto e non la seguo bene! mi sono perso  passaggi logici  di un sistema allegorico per me quasi assurdo! comunque, Filone mi sembra  aggiungere alla eredità aramaica contraddittoria – che mette in opposizione bene e male-  anche linee  proprie di una cultura pitagorica!  La vita  per  Dio,  con Dio  e in Dio mi sembra  un raggiro/panourgia   in cui  neos  e presbus sono letti secondo la Sacra  parola  che rivela solo  a chi sa leggere che Dio è inizio e fine.

Marco, tu ben sai che io studio Filone, ma  ho un ‘altra lettura di storia e di natura! Noi stiamo per concludere su un amarthma  di Erode, disobbediente ai  precetti e  alla tradizione  dei farisei in quanto philellnhn  e filoromano, legato alla cultura giudaico-ellenistica asmonea  ed oniade, che vuole  essere tramite tra cultura romano-italica occidentale  e cultura orientale, ma anche tra imperium romano e imperium parthico,  convinta di essere  utile  e buona ad  educare l’ecumene  e verso Oriente e verso Occidente, sicura della sua missione methoria  internazionale anche ai confini del mondo conosciuto in senso commerciale e finanziario. Filone  vuole indicare  una figura unica di  monarca theos che è pastore del gregge, che non può essere bambino, abbagliato ancora dalle forme  –  dal luccichio del sensibile- ma  uomo, la cui prudenza di anziano- degno di onore e di venerazione-lo rende non soggetto alle pulsioni  naturali ma  lo fa perfetto  come razionalità, divino perché maestoso come Zeus olimpico, unico Ra /sole  datore di vita!. l’imperator romano  è simbolo congiunto  per Filone di tradizione ellenistica ed egizia, con sottesa l’eredità  mesopotamica  ed aramaica. Il peccato di Erode,  per noi, diventa emblema di un contrasto ancora vivo tra due estremi tra cultura ellenistica  e cultura aramaica!

L’integralismo aramaico perdurerà anche dopo la morte di Erode, dopo la  crocifissione  del Meshiah, dopo la fine del Tempio  e  terminerà con la distruzione di Gerusalemme cancellata dalla cartina geografica e dalla Storia, rinominata Aelia Capitolina  e con  la Galuth/dispersione definitiva  del popolo giudaico.

Filone è il genio – mai riconosciuto nella sua  effettiva grandezza- che anticipa il Peri upsous il sublime  e il cristianesimo!

Filone, che commenta la Bibbia è lui stesso Bibbia!

Professore, ed Erode peccatore?

Erode  è  un presbus  che cresce con l’errore e lo tesaurizza. Peccato  gli ultimi nove anni!

Senza quella macchia  sarebbe stato  davvero un cittadino, un civis del mondo romano, illuminato cosmopolita, un vir passato  dall’infanzia alla eruditio,  dalla rozzezza adolescenziale alla matura sapienza,  un basileus socius, capace di vivere  per un ventennio come terzo uomo dell’ impero romano!.

Incitato, il cavallo di Caligola

Lei, professore,  in Caligola il sublime, ha parlato  brevemente dell’amore di Caligola per il circo e  per le corse,  e  ha  mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi- cfr Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui  favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi  parla  in modo diffuso  di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che posso leggere esattamente e comprendere finalmente  nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti  riferisci  all’ enunciato  di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio , con l’aiuto dei soldati, affinché  il suo cavallo Incitato  non fosse disturbato,  il giorno prima della corsa ed inoltre, avendogli  fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di  gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente,  però,  ti interessa la frase,  conclusiva, celebre  dello scrittore: consulatum  quoque traditur destinasse,  la cui  traduzione è questa:  si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato  è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico   e beffardo del  giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare- massima aspirazione per un civis–  al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!.

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale,  esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/ adorazione da tutti -popolo, esercito, senatori- imposta  perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato  il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme,  minacciando che, in caso di  ribellione,  li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.)  esiste un solo pastore, un imperator autokratoor,  una  lex, un nomos empsuchos/ legge vivente, un essere divino, che ha  di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi /eguali,   essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale,  tra la massa di clientes, riverente davanti al  patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths  kurios- circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei,  è solo una chiacchiera popolare  circolante in un clima  di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa  essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati  alla uccisione del sovrano.

D’altra  parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot  o  trottatori come Varenne- che, finito il periodo delle corse, come stallone  veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro !- Certamente, non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione,  avendo visto scuderie di grande valore, maestose,  e  conosciuto la cura e la dieta  straordinaria per gli animali, accuditi  da tanti inservienti!

Da questo lato,  neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro ,6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1- ed Arriano- Anabasi di Alessandro,V, 14,4; 19,4; 29,5-  mi sorprendo affatto  conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto, a tredici anni,  dal padre Filippo, in regalo,  comprato alla cifra di 13 talenti :  è un’esagerazione, pagare  un animale circa 390.000 euro,  per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo,  per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro- Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5!-.

Perciò, si può dire che  non si trova niente di  speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere  come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare  salire il re  e che, pur  ferito, non tollerava che un altro portasse  in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui –  avrebbe sterminato tutti  i  componenti di una tribù barbarica di Uxii, che  aveva  catturato il suo cavallo, se  non  glielo avessero  immediatamente restituito! In onore di  lui, morto,  fondò città, chiamate  col suo nome!.

Perché, allora, si sono sprecate le  accuse  per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente- non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?.

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana, -le dinastie che si sono succedute, dopo  quella giulio -claudia, la cui nomenclatura,  divina, è stata utilizzata  da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine  da Caracalla  ed usurpata dalla Santa romana chiesa cattolica!-.

Ogni critico, prima di valutare,  dovrebbe porsi  il problema  di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40  d.C. come ektheosis, durante la vita,  distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!.

Essi dovrebbero  esaminare con cautela il tentativo denigratorio, maligno,  delle casate successive, fatto  col favore di letterati, prezzolati, compiacenti,  al fine di una propria legittimazione al potere  e di un proprio ruolo, dopo  quello  di una sovranità divina  della precedente dinastia.

Il  fallimento  di una politica di imitazione risulta deleterio  e per  gli intellettuali e  le nuove  domus imperiali, inadeguati come mezzi  per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano  ha  avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini  provinciali ispanici, poi,  ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che  il soterismo di Vespasiano  viene esaltato dopo il fatale 69 e  che  il principato dell’ottimo  vale  in relazione al dispotismo sovrano  di Domiziano  e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo  il funesto 193 d.C., a seguito  della  morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di un peste iniziata nel 165, capace di mietere 20,000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di  istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico  degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII,1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di  deporre la tribunicia potestas e  l’imperium proconsulare maius–  che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo  propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento  politico  personalistico e per  scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia  dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27a. C.,  presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica  dalla tirannide di  Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni,  ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa  il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia,  per la dinastia dei Severi,  Caligola  resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio,  ma  ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida  all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare  Germanico Caligola doveva essere  exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato  oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco,  è rimasto bollato come pazzo/insanus  prima dai  contemporanei ostili al suo governo  cioè Seneca e Filone alessandrino, poi  da Svetonio (69 d. C.-122/125)  un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote  giudaico, traditore del suo popolo e  falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano  equivoci nella loro retorica frontoniana  come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità  economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque,  di  preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo,  perciò, che  Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) -un militare di Nicea di Bitinia,  che fa una straordinaria carriera,  in quanto diventa  senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo- accettando il mito di Augusto imperator,  inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale  degli altri imperatori della domus giulio-claudia,  che restano  etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario,  Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane  istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il  potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce  vita, azioni, pensiero  e morte di Caligola  e ne  rileva la novità istituzionale, pur seguendo  il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione,  nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37,  e sull’acclamazione popolare  del  Neos sebastos, giovane Augusto, e  sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione  le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente  pazza, di una creatura  che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino,  tessuta magnificamente  per l’assimilazione del sovrano con Zeus,  progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe,  semidio e theos!.

In questo  generale clima di derisione di  Caligola capra, pur celebrato  nuovo Augusto -Alessandro,   lo stesso trionfo sui Germani,  voluto e programmato lontano da Roma   sul ponte costruito  tra Pozzuoli e Bacoli, non induce  Dione ad uno studio della figura  complessa del giovane imperatore  e a cambiare giudizio  sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che  cavalca  Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse,  una pagliacciata  teatrale che finisce con l’ordine di  distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile;  solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus,  poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui  e per i suoi contemporanei  Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di  regnare  a Roma e di imporre ai romani un regime  dopo la sceneggiata  di comando  di Ottaviano, attore,  e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse  a mostrare  come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto –  un vero compromesso -,  non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio,  che ha intenzione di  reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna  davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei  maestri di tirannia – i turannodidaskaloi  Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose,  mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge  il plauso popolare, l’amore dei militari,  la devozione clientelare di patres e di equites  ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano,  pregano per la sua salute  quando cade malato  e che  inneggia follemente nelle piazze  per settimane per il  suo ristabilimento fisico, perché garante  di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere  Caligola, per il negativo giudizio ebraico  di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono  quasi un biennio magico di benessere per l’impero  e di eccezionale fortuna, anche se  deridono poi  l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras,  avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto  Augusto, un vir  fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato,  congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum  di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire  che Caligola,  perenne giovane  e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere  l’unico  pastore del  gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di  Tiberio che, ritiratosi  a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo  e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva  ripreso il potere diretto,  ma lo concedeva  a Macrone, altro pretoriano,  anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo  e Tiberio Gemello, figlio  naturale!.

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di  una nuova era saturnia  e quindi regna serenamente,  si esercita  nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia  grave,  ristabilitosi,  inizia il suo regno assoluto, rifiutando  i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente  temendo una  possibile scissione nell’impero.

Ti  ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della  mente di Caligola, anche senza trattare  la  vera pars costruttiva  innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola  è padrone degli Horti sallustiani, che sono  suo privato campo  di allenamento  per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono  alla zona – forse un po’ più ampia-  dell’attuale Stato del  Vaticano. Caligola si esercitava  andando a cavallo  con Incitato  o  per allenarsi alle gare  di  quadrighe,   dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o  dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore   faceva  girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei  suoi cortigiani, di senatori ed equites  che lo applaudivano  per la sua abilità.

Marco,  dove lo hai letto? non si sa  esattamente se  to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo,  fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che  nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco- fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto  e Cassio Cherea, anche il suo auriga  Eutiche /fortunato e  Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti! .

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo  che,  comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a  Caligola  astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era  malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante-  e lo confessava ad Antonia, sua cognata e  nonna di Caligola-  ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto  a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue  impazienti e  fortemente desiderosi  che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe.  L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e   fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi   liberato,  a seguito della  morte di Tiberio.

Per fortuna  la  responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella  stalla di  Incitato  a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie  diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso! Perfino dopo la sua morte, Eutiche, l’auriga idolatrato dai verdi  è proposto imperatore da  Cherea, che, cercando di convincere i soldati a seguirlo contro Claudio, promette di chiedergli la parola di ordine -Antichità Giudaiche XIX,256-!

Dunque  professore per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è  ricalcata su quella di  Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te  leggere il testo di Dione  -St. Rom: CLIX, 14,7.:  Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai  epi deipnon ekalei , khrousas  te autoooi  kritas pareballe,, kai oinon  en khrousois ekpoomasi proupine,  the te soothrìan  autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos  an kai  tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola  invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco  terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo  a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!)  L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute  e per il destino, è un augurio /omen  consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria  di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola  principe, ormai noto come pazzo,  per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare  come  prototipo di  una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei  potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

Il mito di Santiago: Giacomo ucciso di spada

Giacomo ucciso di Spada

In memoria di mio cugino, Giuseppe Tondi, un italo-venezuelano

 

Marco,  noi non abbiamo lettori, che si accostano  alle parole  con desiderio di apprendere, con animo disposto a capire  l’altro e ad orientarsi  per un rinnovamento:  sono persone che si industriano per entrare nel sito per avere paradigmi già pronti per l’uso,  e risultano copiatori abili a prendere notizie rare, sconosciute per poi pavoneggiarsi, scrivendo  in riviste per dilettanti, o sproloquiare in forum,senza neanche citare.

Si tratta di falsi studiosi, di ricercatori… di inezie,  di strani soggetti, che hanno bisogno di un qualcosa per iniziare a scrivere, di un pettegolezzo  qualsiasi, di un aneddoto, di una citazione,  per costruire i loro romanzi: senza quel piccante incipit non  ci sarebbe…  storia!.

Perciò, non ho pubblicato Di un ordine  femminile soppresso nel 1572 : ci sono, di fatto, molti elementi paradossali che attirano la curiositas di tali  studiosi!

Così va il mondo, caro Marco!

Chi lavora, appena  mangia!  Chi cerca ispirazione e spunti  dagli altri, e sa trovarli, cliccando da una parte ad un’altra,  scrive e, scrivendo bene, pubblica e fa soldi, ricamando sui particolari di vicende storiche, frutto di anni di ricerca, di traduzioni e di letture, di codici decifrati  con la lente di ingrandimento, faticosamente trascritti!.

Io, seppure con tristezza,  da quattordici anniconcedo,  di fatto, ai dilettanti di servirsi  dei miei lavori- un panino imbottito lasciato in pasto  di chi  è bravo ad appropriarsene – e… non ho mai ricevuto  neanche una gratificazione.

Perfino i libri ebook sono venduti  da altri, senza autorizzazione:  a chi va il  meritato guadagno !?

Neanche so come facciano a scaricarli!…A  me non arriva niente!.

D’altra parte non ho mai chiesto niente a nessuno!

Eppure, nonostante tutto, seguito stupidamente  a lavorare  (senza mai guadagnare niente)…per gli altri!

 

Capisco. Capisco, Professore, Cosa vuole comunicare, ora, a noi  suoi ex alunni, fidati amici?!

Il muthos di Santiago di Compostella.

La tradizione cristiana ha parlato di una morte per spada di Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo.

E’ una notizia di  Atti degli Apostoli 12.1-2: nel frattempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Cosi fece morire a fil di spada Giacomo, il fratello di Giovanni.

Cosa significa, professore, morire per spada o  far morire a fil di spada in epoca giulio-claudia?

Significa, Marco, che Giacomo maior è ucciso mediante decapitazione, da uomini, comandati da Giulio Erode Agrippa I, re di Iudaea dal 41 al 44 d.C., come  reo di un delitto capitale.

Si tratta di Giacomo, fratello di Giovanni,  dei due discepoli di Christos definiti Boanerges,  che sono per i cristiani come i  Dioscuri,  Dios kouroi figli di Zeus?

Certo! Marco.

Si parla  di uno dei due figli di Zebedeo e Salome: del primo ho parlato varie volte  come ricco armatore del Lago Tiberiade  mentre della seconda non ho mai fatto discorso sulla sua identità,  nemmeno nel romanzo L’eterno e il Regno.

Ed Erode Agrippa è l’agoranomos, fratello di Erodiade  poi diventato  therapeuoon di Caligola ed infine re/basileus toon Iudaioon, dopo la Morte del Christos?.

Bravo, Marco!

Si tratta di Giulio Erode Agrippa  che è un civis romanus,  di rango pretorio, e che,  come  ebreo  conosce la lex romana e quella giudaica  in relazione  ai tanti  decreti fatti da Roma repubblicana, prima socia/ summachh,  poi nemica degli asmonei  ed infine da Cesare e da Antonio   in favore di Hircano, ma  estensivi , secondo  Giuseppe Flavio, a tutti i giudei  aramaici ed ellenistici.

Secondo tali decreti un civis non può  essere ucciso come un libertus o  come un popularis  e tanto meno come uno schiavo ed ogni magistrato  provincialis deve attenersi alle leggi  che tutelano il diritto di una mors dignitosa, propria del romano,  anche a chi è reo.

Ora a Gerusalemme vigono le stessi leggi  alessandrine, tutelate da uno speciale politeuma, di cui noi storici non sempre abbiamo tenuto conto nei nostri lavori: è certo, però, che la civitas/ politeia  romana alessandrina è simile a quella gerosolomitana, perché Giulia/Iulia.

Professore, ho capito bene?

Lei vuole dire che Cesare, facendo  Iulioi  Antipatro, il padre di Filone,  ed Hircano   sottende che tutta indistintamente l’élite finanziaria  economica, politica, ebraica gerosolomitana e diasporica  diventa Iulia e quindi ha la civitas?.

E’ così ! Marco. Cesare ricompensando Antipatro, ricompensa  per l’aiuto avuto sia   l’Asmoneo Hircano, sia i Figli di Onia, che gli alessandrini del distretto oniade, pelusiaci, che favoriscono l’impresa di Mitridate  Pergameno, che porta auxilia a lui,  Dictator, assediato a Lochias, nella reggia Tolemaica.  Tutti i giudei ellenisti compattamente salvano Giulio Cesare che, incautamente, dopo la morte di Pompeo, è entrato in Egitto con poche forze militari.

Dunque, professore,  si può affermare che un naucleros, alessandrino o caesariensis,  gerosolomitanus o  cireneus o  anche corintius, ephesinus,  è un Iulios?.

Marco,  ti allarghi troppo,! Sto parlando solo di un civis  alexandrinus o gerosolomitanus  e  non ho carte per dire che anche gli altri- i giudei aramaici e  nabatei- siano di pari dignitàSo solo che Giacomo per parte della madre Salome potrebbe essere un erodiano!

Il solo nome della madre – una familiaris di Berenice, madre di  Giulio Erode Agrippa –  con la civitas, probabilmente iulia, con la professione di armatore, congiunta con il titolo di boanerghes  figli del tuono, è poca cosa per trovare una probabile  radice erodiana tra le tante Salome della stirpe di Antipatro, note ed ignote!.

E’ un problema di parentela e di affinità giudaica: è troppo difficile capire i legami di sangue  tra  Erodiani ed oniadi  e tutta la rete dei figli di Onia, sparsi per il Mediterraneo, per il Mar Nero, per il Mar Rosso ed altrove.

Le navi  mercantili e  le flotte giudaiche  solcano i mari dell’imperium romano con speciali privilegi,  in quanto i giudei, in epoca giulio-claudia sono la spina dorsale della economia  imperiale.

I giudei risultano il genos dominante e sono i trapezitai e daneistai invidiati  ed odiati dall’etnia greca e anche dai   mensarii, argentarii, nummularii  romano-italici e ispano- gallici.

Comunque, Iakobos, figlio di Zebedeo  martire ebraico (forse aramaico), sembra essere  un naucleros, un armatore, un possessore di navi, che ha barche non solo sul lago  di Tiberiade, in quanto produttore di pesce essiccato e conservato con sale, ma anche  a Giaffa  per la pesca mediterranea con triremi  mercantili, che riforniscono  emporeia e fa commercio con le banche trapezai, servendosi di depositi bancari.

Si sa dalla tradizione ispanica medievale  che Giacomo, dopo la morte di Gesù nella Pasqua del 36, predica in Spagna e poi torna  a Gerusalemme nel 40, quando ancora Erode Agrippa non è  re di Iudaea, ma è  già Tetrarca di Galilea e di Perea e dal 37  dominava sulla ex tetrarchia di Filippo.

Erode Agrippa è  a Roma nel 40  a corte presso Caligola (cfr. A.Filipponi, Caligola il sublime) che sta  imponendo l‘ektheosis  ed ordina di mettere la sua statua entro il Tempio di Gerusalemme a Petronio,  governatore di Siria, che tergiversa, preoccupato dei rapporti tra gli aramaici  giudaici e quelli di Parthia oltre Eufrate  (Cfr.  Flavio, Antichità Giud. XIX.)

Qual è l’atteggiamento di Giacomo di Zebedeo in questa delicata situazione  da noi ben descritta in Caligola il sublime  e in Giudaismo romano  II ?

Fa parte dei capi, insieme a Giacomo fratello di Gesù capo della ecclesia/ qahal, che  organizzano la processione  pacifica  fino a Tolemaide  di giudei che  abbandonano i campi ed ogni affare  e che  si  offrono martiri, abbassando il collo, purché  si risparmi l’infamia della profanazione templare?

Personalmente non ho trovato mai niente sul suo conto in questa circostanza del 40 d.C, ma il suo ritorno in patria  per me è eloquente, se è vera la notizia del codex Calixtinus: per lui, figlio di  Zebedeo,  la lotta è il suo  naturale esercizio: un figlio del tuono, aramaico, vive di sedizioni; nonostante la ricchezza conseguita col commercio  grazie alla pace, garantita dall’unicità di comando imperiale  e dalla supremazia militare romana, un figlio della luce ha un solo Dio e padrone.

Nonostante l’apparenza commerciale, condannabile per un puro  aramaico,  Giacomo resta un ribelle antiromano; è un  qanah, ladrone /lhisths, secondo il linguaggio di Giuseppe Flavio!

Comunque sia,  Giacomo  se civis , se naucleros, se  aramaico , non può non essere  un sicario ante litteram, che è in mezzo ai giudei martures , che  preferiscono morire piuttosto che vedere la profanazione del Tempio!

La tradizione christiana in Atti degli Apostoli  in un certo senso è una conferma in quanto dice che Giacomo, a seguito della predicazione di Pietro  sulla costa  in nome  di Gesù,  è condannato a morte da Erode Agrippa, che autorizza l’esecuzione il 25 luglio del 41, secondo il Liber sancti Jacobi, compreso nel Codex Calixtinus, che ricorda una sua missione precedente in Spagna in una zona imprecisata, dove c’è un’apoikia ebraica  con emporion e trapeza e  di un suo ritorno in patria.

Il crimen  potrebbe essere – in una situazione così critica come quella  della profanazione del Tempio (Cfr. Legatio ad Gaium  in cui si evidenzia uno status  di costernazione di Filone, capo delegazione alessandrina in Italia  e di altri  giudei, che si rinchiudono in una stanza, dopo un lungo periodo di sbalordimento collettivo alla notizia del decreto imperiale,  per piangere sulla fine della nazione stessa! ), altamente traumatica per ogni ebreo – aver preso e nascosto le armi  da usare, in caso di  stragi perpetrate dai romani sui giudei inermi.

Il ricordare il Christos crocifisso dopo quattro anni,  è ulteriore crimen che lede l‘auctoritas  imperiale di Caligola-Dio, anche  poi quella di Claudio, che ripristina il kosmos imperiale,  turbato dall‘insania caligoliana, con la Lettera agli alessandrini….

Infatti  contrapporre un maran di nomina  aramaica, seguace  dei decreti di Artabano III,  ad un basileus legittimamente eletto dall’imperatore, pronto a tornare in Gerusalemme già pacificata e a legiferare secondo i mandata di Claudio,  è sobillare il popolo alla rivolta.

Al ritorno  di  Giulio Erode Agrippa  a Gerusalemme per la Pasqua del 41, con l’assenso imperiale e senatorio,  vengono , dunque, imprigionati e Giacomo e Pietro: il primo  dopo un processo  rapido viene  fatto decapitare, data la sua  potenza di naucleros e  la sua probabile civitas romana; il secondo, invece, viene tenuto in carcere sotto nutrita scorta per poi  farlo giudicare dal popolo, non dal sinedrio, dopo la fine  dei sette giorni di Pesach, della Festa degli Azzimi che cade il 14 Nisan (Marzo /aprile).

Apparentemente sembra che ci sia  una contraddizione nei tempi della morte in quanto nel Codex Calixtinus si parla del 25  luglio mentre negli Atti sembra che l’esecuzione avvenga prima di Pasqua. Agrippa può avere condannato subito ma ha dovuto aver la ratifica da  parte dell’imperatore e del Senato  poiché si tratta di uccidere un civis romanus. 

Quindi, professore, posso dire che,  secondo lei, Giacomo è ucciso  di spada perché nobile  giudeo in conformità  alla legge  romana  e  a quella del politeuma giudaico alessandrino in quanto  probabile dissidente dal regime filoromano  di Erode Agrippa, in quanto  già reo di azioni militari antiromane  contro la volontà imperiale di porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme.

Prima di procedere, professore,  chiedo se mi può dare qualche indicazione per capire il reale valore del codex Calixtinus e del liber Sancti Iakobi,  che sono sicuramente di altra epoca  e quindi non attendibili storicamente.

Prima di rispondere, Marco, dico che neanche la mia ricostruzione può dirsi storica anche se ho qualche base in Filone ( cfr. In Faccum, Una strage  di giudei in epoca caligoliana), in Strabone e nella Lettera di Aristea,  e quindi non  posso fare nemmeno un’affermazione probabilistica su  Giacomo  civis romano e tanto meno  su un Giacomo  Qanah/Zeloths  aramaico, ritenuto Lhisths: potrei, comunque, dimostrare con qualche imprecisione la sua appartenenza alla  nauklhria-naukraria in quanto nauklhros /naucraros.

Gli alessandrini giudei e quindi anche i  giudei galilaici,  ellenisti, riprendevano gli usi ateniesi del periodo di Clistene  (Cfr. Aristotele, La costituzione ateniese, Mondadori 1996) li adattavano in relazione alla popolazione dieci volte superiore a quella della città attica  e, perciò,  i naukraroi dovevano far parte  in relazione alla phulh di appartenenza  (50 in Atene, 500 in Alessandria(?) e dare, ciascuna, soldati a cavallo e triremi.

Infatti, secondo Filone, prima del compleanno di Caligola -31 agosto del 38, due anni dopo la morte di Christos, – Flacco ordinò  ai soldati- facendo  in Alessandria un’operazione militare in senso antipopolare – la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non furono trovate, ma che erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio ebraico  era stato istituito da Magio Massimo (Flac.,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto, che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.

 Magio, infatti, dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.C. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12  d.C. e,  perciò, Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
 Ho qualche conferma anche dalla Lettera di Aristea (oggi riconosciuta dai critici come opera del II secolo  av.C. ) e   da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 1179-  in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca-  per cui potrei dire  che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spataphoroi) in quanto cittadini liberi.
Filone, infine, aggiunge: era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta, non punire alcun condannato, ma dedicarsi solo alla festa, mentre  Flacco,  oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco. Infatti  dall’ alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’amnistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa, facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori, che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.

Dunque, i portatori di  spatha (spathh)  erano uomini del prefetto con incarichi di  portare la spada a due tagli,  una sciabola forse cosi chiamata dalla spata della palma: è probabile che il re di Iuadea  abbia  spataphoroi  al suo seguito, come i consules hanno i littori, portatori di fasci.

Perciò, si può pensare che Giacomo sia  stato giustiziato, a Gerusalemme,  da portatori di Spata, dopo la ratifica senatoria,(non all’istante).

 Fatta questa precisazione, Marco, vengo a trattare del Liber Calixtinus, un testo composto dopo il 1131 da un certo Aimericus di Picaud, il cardinale Aimericus,  cancellarius di  Innocenzo II, notissimo nello scisma del 1130-38, per la sua azione  ostile alla famiglia dei  Pierleoni,  di origine ebraica, imparentata con Gregorio VII, vincitori a Roma sugli avversari  imperiali Frangipane, elettori legittimi con la maggior parte di cardinali  coram populo et notabilibus  di Pietro di  PietroLeone, cardinale presbitero col nome di Anacleto II.

Aggiungo che il presunto  redattore del codex Calixtinus  è  cardinale elettore anche di Callisto II in Francia, a Cluny  ed è accanto ai firmatari Cardinal Sasso  di Anagni e cardinale Gregorio di Sant’Angelo Papareschi  nel 1122 del trattato di Worms con l’imperatore Enrico V.

E’ uomo, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo, un  curialis, scaltrito nelle artes sermocinandi e nel cursus, vissuto anche accanto a Giovanni di Gaeta – cancelliere di Pasquale II e prima ancora di Urbano II, che aveva diffuso gli insegnamenti dello Stilus romanae curiae di Alberico  di  Montecassino  Cfr. A, De SANTI, il  Cursus nella storia letteraria e nella liturgia,  Roma,1903; N. VALOIS,   ‘Etude sur le rytme des Bulles pontificalies in Bibl. de l’Ecole de Chartres, 185,p 165 e sgg)!

Il bollario di Innocenzo II, opera del Cardinale cancellarius ,   è  conservato quasi al completo, mentre quello di  Anacleto II, opera di Sasso di Anagni  fino al 1132  poi di altri meno capaci, è mutilo e monco nelle  parti essenziali, in quanto è cassata la figura di un antipapa, dopo la sua morte nel 1138, da Innocenzo II, che è considerato  storicamente vero successore di Onorio II.

Aimericus  nel 1130, al momento dello scisma,  è uomo centrale nell’ elezione di Innocenzo II, di cui diventa segretario, già nei tre mesi romani, prima della fuga a Pisa.

Insomma, secondo Pier Fausto Palumbo ( Lo scisma del MCXXX, Roma 1942)   il cardinale Aimericus è  l’anima  dell’ opposizione… il dirigente dell’elezione di Innocenzo II, il nemico dell curia anacletiana: Francese, e poi gran protettore  di chierici francesi, chiamato  dal francese Callisto II a sostituire il cancelliere  pisano, morto,  Grisogono, è contemporaneamente eletto a titolare di S. Maria Nova.

Per il Palumbo la nomina  doveva avere recato un cambiamento di indirizzo o piuttosto doveva essere stato indice  di un mutamento, patrocinato   dal circolo francese  sempre più congiunto col papa di Worms  e sempre più capace di sostituirsi  alla influenza romana della vecchia curia di Gelasio e di Pasquale.

ll Palumbo aggiunge:  Aimericus è anche amico di Bernardo di Clairvaux , di Pietro il venerabile e di tanti altri abati, di cui fa la fortuna nel periodo in cui domina per quasi otto  anni la curia papale,  prima a Roma, poi dopo la fuga di Innocenzo a Pisa, ed infine  a Cluny : è il rappresentante della nuova curialità francese ambiziosa e non priva di realismo politico, duttile ed insinuante,  ma alimentata dalla mistica bernardina  e dall’ostilità cistercense ed anche cluniacense e borgognona, all’ambiente romano, giudicato corrotto e corruttore ,anche se poi era quello che  aveva superato  con energia e saggezza  la lotta contro l’impero ed avviato alla vittoria la teocrazia gregoriana…. Aimerico svolge la sua attività in antitesi  a Roma  con gli ultimi compagni  di Ildebrando, coi  gregoriani della seconda generazione…

Anacleto, insomma,  esprime la politica antimperiale  gregoriana dei  Cardinali seniores, romani; Innocenzo  con Aimericus  e i  cardinali francesi  con  l’appoggio di Bernardo, di Pietro  il  Venerabile, con Norberto di Magdeburgo  forma il fronte riformista  ...

Questa, comunque, Marco è un’altra storia che forse ti racconterò…

Ora veniamo al testo del Liber Sancti Jakobi, che è  un corpus dottrinario  ideologico e liturgico, utile ai fini  della  formazione del Muthos di  Santiago,  – di cui si narra l’obitus, con  la translatio corporis  e con compositio/sepoltura   in Compostella e l’inventio /il ritrovamento della tomba  nell’ 830,  grazie all’accordo tra  Theodomiro, vescovo di Iria Flavia   e un monaco che seguono una stella  fino alla pianura/kamph  dove è sepolto il Santo ( Campus Stellae/Campostella).

Marco, in latino il verbo componere  tra i molti significati  vale seppellire o  fare il dovere funebre verso un  parente: infatti  è azione di  chi  prepara e custodisce e quindi compone in un’urna,  raccogliendo le ceneri e le ossa , oppure di chi seppellisce e  dà sepoltura  ad un cadavere. Ricorda Orazio, Satire, I,9, 28:  Omnis composui, Felices! nunc ego resto/  li ho sotterrati tutti. Felici! ora resto io.

Professore, comprendo che questa è una tradizione ispanica, che parla di uno, morto a Gerusalemme- dopo un ritorno dalla Spagna-  il 25 luglio del 41 d. C. e di una translatio corporea  ad opera di discepoli  il 30 dicembre che,  dopo 7 giorni dalla partenza da Giaffa,  arrivano con una nave  in Galizia  ad Iria  Flavia.

Marco, è una notizia  mitica, che è nel  III libro del Codex Calistinus, che è  un testo in cinque libri,  formato da 225 foglietti  di pergamena, degno di grande considerazione!.

Il Codex Calixtinus è detto  così dal nome di  Papa Callisto II – Guido da Vienne-  eletto a Cluny e morto a Roma nel 1124 e contiene  nel I libro  riti liturgici  e forme  di spiritualità,  nel II i 22 miracoli  del santo,  avvenuti in varie parti di Europa   e nel  III una breve translatio; il IV, invece , è il libro di Turpino,  mentre il quinto è il Liber peregrinationis.

Dunque, professore,  è un libro di vari contenuti, che propaganda non  solo le gesta eroiche e paradossali del santo, creando il mito di  Matamoros, di un matador di arabi con l’esaltazione dell’ impresa  carolingia di Roncisvalle, ma anche, oltre alla crociata,   che invita ad un affratellamento cristiano delle popolazioni pirenaiche secondo l’indirizzo callistino, borgognone?.

Il codex ha, infatti, caro Marco, un grande valore nazionalistico francese, oltre che ispanico, in quanto esalta non solo il valore carolingio ma anche quello della nobiltà di Aquitania, di Galizia  di Borgogna,  il riformismo degli ordini di monaci  cistercensi e  cluniacensi,  il significato della spiritualità mistica di Bernardo:  la narrazione di Historia Caroli Magni et Rhotolandi  è  opera di Turpin vescovo di Reims, il leggendario Turpino,  che  mostra come Santiago appaia in sogno a Carlo  e lo inviti, pressandolo,  a liberare  il suo sepolcro dalle mani saracene, inviando una stella per indicare perfino la via da seguire.

L’insieme narrativo è un capolavoro di retorica curiale!.

Nel codex  non compaiono ma  s’intravedono sovrani come Luigi VI, molti nobili  come Guglielmo di Aquitania,  re come Ferdinando I  di Galizia, tanti vescovi,  abati di monasteri  inclusi nel  cammino di Santiago-che  risulta  un colossale affare commerciale e un fenomeno  di aggregazione sociale,  e oltre che un  cerimoniale  di culto al fine di  unire i popoli pirenaici  in un momento storico, in  cui la Chiesa è lacerata e divisa  da uno scisma, che separa i fedeli in pars anacletiana  filoromana e in pars innocenziana, filogallica,  specie dopo i concili di Etampes e di Reims, in una condanna della voracità della chiesa romana!-.

Professore, quindi, si può dire che il codex  risulta  una colossale propaganda di pax universale christiana  riformata,  in nome della crux, il simbolo crociato antisaraceno ispanico  ed egizio antifatimita, in un abbraccio perfino all’imperatore bizantino Giovanni Commeno, che fa passare in secondo ordine perfino la divisione del 1054 a causa del Filioque?

Certo, Marco.

Il popolo  di Francia e della Spagna settentrionale è unificato dalla parola di Bernardo, dalla sagacia giuridica  di  Aimericus, dalla concezione legalistica di  Innocenzo II, che anatemizzano l’occidente romano  filoanacletiano  e, concordi, con l’imperatore di Germania,  Lotario III,  intenzionato a  riportare il legittimo pontefice dalla Francia nella sede di Roma  e a debellare il pericolo  del normanno  Ruggero II, protettore  di Anacleto -che lo elegge re di Sicilia- hanno coscienza di essere la pars melior e sanior della Chiesa.

Il cammino di Santiago crea una rete di  complicità  religiosa con  la figura del pellegrino compostellano, con lo speciale  Bastone,  che lo differenzia dal Romeo  e  dal Gerosolomitano, seguendo, comunque, il  vecchio modello  benedettino,  che portava  a Subiaco al Sacro Speco.

Aimercus, avendo fatto il percorso  più lungo, a cavallo, indica altri 17 itinera  per far si che, dopo aver superati i Pirenei,  da vari versanti, si giunga  alla metà con precisi tragitti, con specifiche tappe, e con  segnali  indicanti  la particolarità delle acque, dolci o amare, sia di fiumi che di torrenti,  di  fonti naturali e termali: vengono indicati  i luoghi,  le loro caratteristiche, i monti e si  fa una pianta  corografica di tutta la zona per indicare  il corso del rio Ulla, lungo il quale si risale fino a Compostella, al campo santo/composita tellus, dove fu deposto e composto  Giacomo dai suoi amici e parenti, dopo  almeno sette mesi, pur facendo il percorso , costa costa, atlantico, dopo il superamento delle Colonne di Ercole.

Mitica è dunque la translatio, che non poté essere di sette giorni,  in quanto il corpo con la testa tra le mani, conservato con il miele  (Cfr. La fuga  Di Erode), poteva mantenersi intatto  anche per anni.

SI sa di tale  uso  ebraico derivato dai  giudei adiabeni- cfr. la tomba della regina Elena adiabene ( in Gerusalemme), che  aveva  ordinato ai figli di portare i suoi resti in città -.

Con questo sistema,  d’altra parte, per almeno 6 mesi il corpo fu conservato   e  poi portato via, dopo la morte di Erode Agrippa, quando ci furono contrasti e lotte contro i giudei sulla costa.

La fuga e la translatio di un corpo  di uno che era stato ucciso di spada dal re  non passavano sotto silenzio: la tradizione spagnola parla di Giacomo  decollato,  che  con le mani tese, prese la testa,  caduta, tanto che, dato il rigor mortis, il corpo fu mantenuto  così – sotto miele?-.

All‘obitus di Giacomo  per la tradizione medievale segue la traslatio del  cadavere  il 30 dicembre  dello stesso anno, dopo la cerimonia del sotterramento, ad opera di aramaici, amici e parenti, spaventati   prima dalle misure repressive del monarca insediato a Gerusalemme e poi dai tafferugli successivi la morte del re a Cesarea.

Questa è la versione medievale, non certamente compatibile con la speranza di un aramaico combattente di riposare  nel suolo patrio.

Mitica, perciò, professore,  è la navigazione  sul Mediterraneo e poi lungo la costa atlantica, specie si tiene conto  di un’altra translatio, quella di una roccia su cui è il cadavere del santo-  che poi si assimila ad essa- spinta dal piede di Cristo fino in Galizia all’odierna Padron,  dove compaiono elementi adiabeni ed armeni, non propri della zona.

Certo Marco, tutto è mitico  nella storia di Giacomo Maior fusa con quella di Giacomo minore, zeloths e di armeni.!

Sappiamo che il re giudaico, anche lui inizialmente messianico, fa uccidere  molti zeloti,  partigiani, che si opponevano in quanto aramaici, alla sua politica di filoromano, – che  pur ha tolto agli ebrei, figli dell luce, le tasse  da pagare ai romani ed ha fatto riforme circa la conduzione rituale del tempio – nell’anfiteatro di Cesarea (cfr. A. F. Giudaismo romano II, L’eterno e il regno ultima parte).

Giacomo, fratello di Gesù, all’epoca , capo dell’ ecclesia  gerosolomitana  e custode del gazophulakion  templare, dovrebbe aver concordato col re  una politica di collaborazione ai fini della gestione dei fondi del Tempio con la promessa di favorire l’andamento rituale e sacrificale  templare  nel corso delle feste, momenti di grande coesione tra gli ebrei, convenuti in Gerusalemme da ogni parte dl mondo.

E’ un  grande affare  sia per il mondo giudaico che per i romani, che riscuotono al pari del Tempio le decime  dei sacrifici, senza neanche dover fare il servizio di sorveglianza, compito svolto dallo strategos  del tempio e dalle sue guardie.

Sembra che  Pietro e Giacomo maior non siano d’accordo col loro capo, fratello del Signore…

Infatti in Atti degli apostoli 12,1-4 si legge: Nel frattempo, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. Così fece perire a fil di spada  Giacomo, il fratello di Giovanni e poi accortosi di  di far cosa gradita ai giudei  volle procedere anche all’ arresto di Pietro  Erano, però in corso  le feste pasquali e quindi, fattolo arrestare  lo mise in  prigione consegnandolo a quattro picchetti di  di quattro soldati ciascuno, affinché lo vigilassero, volendo farlo comparire  dinanzi al popolo dopo la Pasqua.

Da qui la morte dell’uno e l’arresto per l’altro, da parte del Re. Ne è consapevole Giacomo il Giusto  di quanto accade?…

Non sappiamo niente se non che, morto Giacomo di Zebedeo, il suo corpo è preso da amici ed è portato con nave da Giaffa fino a Padron (Iria Flavia)  in Galizia :  è una fonte medievale,  trascurabile!?

Questa è una tradizione ispanica, che parla di una morte a Gerusalemme dopo un ritorno dalla Spagna :  sembra che  si voglia di proposito stabilire le date,  quella dell’obitus,  quella della translatio e poi quella dell’  inventio del  corpo  per santificare  il 25 luglio , il  30 dicembre  e il  6 Gennaio  per il culto di Santiago!.

Professore, anche  I veneziani credono in un ritrovamento del corpo di Marco ad Alessandria, prodigioso,  e in una translatio romanzesca  a  Venezia nel 829 , un anno prima del ritrovamento di Theodomiro del corpo di Santiago?!

Anche a Bari  c’è la leggenda di S. Nicola  e  della translatio del  suo corpo da Mira   (Turchia) da parte di marinai baresi nel 1087 ( i resti li depose Urbani II nell’altare maggiore della Cattedrale)!?

Sono translationes  mitiche anche loro, Professore?

Marco, tu sei un ottimo  ingegnere e un serio ricercatore,  meglio di me, dati  i  tuoi studi scientifici,  puoi tirare una pertinente  conclusione.

Io, oggi 25 dicembre,  ti dico, secondo consuetudine,  solo Buon Natale!?

 

 

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo