Un problema insolubile

Identificazione di Giuseppe

G. FLAVIO, Antichità Giudaica II
Vita di Giuseppe
Angelo e Mirko Filipponi

 


                                    Un problema mai risolto.
        La collocazione di Giuseppe, figlio di Giacobbe, nella Storia di Egitto

 Premessa

L’Origine di Israele  è da porre  tra l’età del tardo bronzo e quella del ferro1?
Molti storici dicono questo sulla base dell’iscrizione della stele di Mereptah 1207, intenzionati a  fare storia dell’ebraismo come religione, in quanto hanno interessi non storici2.
Ma di quale Israele si parla?

Esiste Israele prima dell’Esodo?   
Ma, Esodo come testo non è scritto (o riscritto) nel periodo babilonese? o è scritto  (riscritto) dopo il ritorno da Babilonia? 
Ci sono documenti che autorizzano solo  un  vago  parlare  di  Israele?   la fonte Jahvista (J) è datata intorno al 1000 e se quella eloista (E) non va oltre il VII secolo e quella deuteronomica (D) è del periodo della cattività babilonese e quella sacerdotale (Priestercodex)  è   quasi sicuramente del v secolo?3
Senza documenti non c’è storia. 
Né il papiro di Ipuwer né la stele di  Mereptah fanno pensare  realmente ad un Israele  anche se in quest’ultima c’è  una strana scritta, letta come  ysrir: ma si riferisce  ad Israel o ad hapiru in genere?
Una cosa è Israele, una cosa hapiru4?
Non si può parlare in generale senza veri e propri studi tecnici sui termini: sarebbe un non senso storico.
Rintracciare la storia ebraica, facendo storia  allo stesso modo di  Filone e  Giuseppe Flavio che operano in epoca ellenistica, in cui le competenze non sono tecniche, anche se parlano di episteme,  non può portare  alla  Storia, ma  porta solo a Toledot5.
Se si fa storia, cioè una scientifica osservazione dei fatti, in una dato contesto storico e in un preciso ambiente, non è opportuno neanche consultare fonti poetiche, mitiche, e tanto meno testi religiosi, in cui è palese l’impostazione teleologica6.
Il sistema di fare toledot è non è sistema storico,  ma ricerca delle proprie genealogie, astoriche, senza cioè memoria scritta per lunghi periodi: solo dalla fine dell’epoca  babilonese e dall’inizio di quella  greco- persiana  si  trova  una prova  scritta,  estesa poi ad altri periodi agraphoi con una generalizzazione e mistione tipica di epoche in cui esiste solo la tradizione orale7. 
L’oralità è propria di sistemi pastorali, arcaici ancora, comunque vigenti, in ogni epoca,  in comunità della stessa tipologia, etnologicamente.
Ragazzo, ho sentito cantare  a memoria tutta la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata da Pastori abruzzesi, sulla Montagna dei Fiori: erano uomini illitterati, ignoranti che ripetevano, meccanicamente, quanto avevano appreso da bambini dal loro padre, che aveva fatto lo stesso apprendistato.
E’ storia la storia non scritta? E’ storia la storia orale?
Hanno valore storiografico i logoi agraphoi, le leggi noetiche agraphai, tramandate dai patriarchi giudaici, raccolte in un preciso momento storico8? 
Per precisare il nostro discorso,  fare storia è  avere documenti scritti di un popolo, che ha lasciato la sua  storia scritta, le cose successe secondo un ordine cronologico, in prosa, e con essa il suo sistema di vita sociale economico ed anche religioso, come hanno fatto i  greci e i romani, ed  anche altri popoli  al di là delle impostazioni filosofiche e delle reali scritture. 
In questo senso non é storia nemmeno il poiema, di qualsiasi genere, perché opera di un poihtes creatore di mito  e raccoglitore di ancestrali rimasugli storici tradizionali. Scrivere un epopoiema è un’operazione poetica  dove la fantasia prevale sulla ragione  e quindi in ogni narrazione predomina il Muthos.
L’ epopoiòs non  è un compositore di  storia ma compone poema epico e  canta gesta  mitiche di un popolo o di un eroe Ktistes, di cui si tramanda la memoria  o di cui si celebra le virtù e  con esso il sistema di vita tipico di gruppi sociali. 
Ogni libro antico è, dunque, opera di epopoioi che creano la tradizione di popoli che si tramandano le epiche gesta dei loro antenati: Veda,  Avesta,  Iliade ed Odissea, Bibbia  ed  altri sono libri scritti in epoca  storica9, ma la loro elaborazione e struttura sono di epoche molto remote e sono arrivate  fino al momento della scrittura, tramandate oralmente.
Non si può, quindi, fare storia su basi poetiche, su testi tramandati dapprima oralmente e  poi scritti per opportunità politiche, tantomeno considerarli testi sacri,  ispirati di Dio10.
Allora fare storia richiede necessariamente documenti scritti e poi ogni altra forma  utile alla definizione e alla conoscenza reale e di quel popolo o personaggio su cui si indaga.  Allora forse sono da prendersi in considerazione anche i testi qunranici degli esseni, che sembrano avere un altro approccio storico e richiamare altre memorie rispetto a quelle sacerdotali, spettacolari, poietiche?11 
Storia si può fare anche con scienze e tecniche  che possano definire in qualche modo quella cultura in oggetto,  ad esempio con l’archeologia, con la numismatica, con l’epigrafia, perfino con le tipiche costruzioni (come nuraghi, trulli, caciare ecc),  con l’architettura,  con le istituzioni, ma sempre in relazione ad indagini che privilegiano il documento grafico: ogni studio parte dalla possibilità di un altro di leggere in qualche modo quanto ha scritto l’altro.
Ecateo di Mileto12 (550-476 a.C.) a suo discernimento (oos emoi dokei), opera da storico, anche  se scrive come logografo. 
E’ famoso per la sua Periegesis e per le Geneailogiai, opere che sono proprie di un logografo, cioè di uno scrittore  sincreticamente mescola, mettendo insieme  Historia e muthos.
Eppure già Historia per lui è ricercare  secondo  ragione e sistema probabilistico in quanto il verbo istoreo, pur derivato dall’omerico istoor istoros/  giudice è in relazione alla radice id /Vedere  e a storennumi/ stendere, in una  valutazione – frutto di indagine-  precisa e documentata, di quanto si è visto. 
Infatti Così scrive Ecateo di Mileto – si dice all’inizio di Geneailogiai-  Scrivo questi fatti, come a me pare, perché le tradizioni dei greci sono contraddittorie e, a mio parere, ridicole.
Il logografo, in quanto procede razionalmente, riporta il muthos (anche se non annulla),  in modo credibile, secondo un criterio probabilistico, anche se risibile .
 Col logografo, anche se sono mitizzati l’epos  e il logos, si ritiene che inizi il primo semplicistico processo di storico, che poi si afferma con Erodoto e con Tucidide. Infatti il primo annulla il sistema logografico  ed indaga i fatti del passato secondo regole di causalità in un certa successione logica e dà l’avvio alla storiografia, in cui il secondo fa azione tipica di  coordinamento storico/ suggraphe13.
 I logografi scrivevano storie di famiglie, di città, di tribù, di popoli senza nessuna disposizione cronologica né sistema logico e quindi Ecateo, pur logografo, si affranca data la sua razionalità e la sua azione critica, dal sistema mitico.
Perciò ritengo che la Ionia – Mileto in specifico – dominata dai persiani, sia culla del racconto, dell’epos e del logos in tutte le sue forme, specie in prosa.
E, quindi, il racconto milesio, come fabula, è esemplare per ogni altro scrittore di qualsiasi etnia.   
Per meglio precisare il pensiero sulla tradizione giudaica dobbiamo cercare di comprendere quando il racconto storico si sia formato, senza generalizzare, in una ricerca dei fatti e  per quanto tempo, prima della storicizzazione, sia rimasto il muthos e quindi abbia avuto struttura ancora agraphe, non storica o per lo meno abbia mantenuto una forma mista di historia e muthos. 
Fatta questa premessa,  è possibile operare storicamente sulla storia antica di Israele.
Se noi italiani, divisi in tanti stati autonomi, per secoli,(compreso quello Pontificio) dovessimo ritrovare le radici della nostra civiltà italica e ci sentissimo romani, saremmo infantili e  puerili in quanto illogicamente leggiamo la storia sulla base della geografia come se i popoli rimanessero immutabili negli stessi luoghi in una trasmissione culturale da padre a figlio.   
La stessa concezione di popolo e  di nazione  è diversa da quella ottocentesca rispetto a quella umanistico- rinascimentale, per non parlare di quella medievale.
La stessa idea di Italia  non è univoca  per i Rinascimentali  e per i Risorgimentali; le differenze sono molte e sostanziali14. Ancora maggiori sono quelle tra i risorgimentali e perfino tra gli stessi liberali che vogliono la stessa indipendenza dallo straniero, ma procedono con mezzi e forme diversi.
Specie dopo l’Unità di Italia ad opera della famiglia dei Savoia, verificatasi grazie ad un’intuizione cavouriana e alla impresa garibaldina, si forma uno stato, unitario apparentemente, in cui convivono vari popoli di diversa tradizione e cultura, che  sono  praticamente analfabeti o semianalfabeti, ad eccezione del clero e della nobiltà,  e non hanno neppure una lingua comune12 .
Non c’è nessun rapporto, a livello popolare se non quello genetico e religioso e quello di una tradizione agricola tra questa Italia risorgimentale liberale e poi fascista da una parte  e quella democratica  nata nel secondo dopo guerra da un’altra; c‘è invece una continuità tra la cultura e le classi dominanti di clero ed aristocrazia, irrilevanti socialmente, ma ancora dominanti, nonostante il livellamento democratico e la nuova costituzione italiana.  
La storia d’Italia del secondo dopoguerra non è stata univoca e, gradatamente, si è sciolta dal provincialismo, si è democraticizzata, a parole, non di fatto, in senso anglosassone ed industriale.
Di fatto bisogna formare gli italiani alla medesima cultura democratica, ma dopo quasi un settantennio ci sono due Italie in relazione alla loro storia, quella centro- settentrionale, da una parte e quella  meridionale, dall’altra, che hanno due passi diversi, uno centro-settentrionale, vicino al mondo europeo e l’altro meridionale ancora legato al Mediterraneo. Comunque, nonostante i tanti problemi la storia italiana, specie dopo l’euro, si è intrecciata indissolubilmente (fortunatamente)  con quella europea, da cui non bisogna in nessun modo disancorarci, pena la retrocessione tra gli stati  mediterranei nordafricani.  
 Oggi noi italiani non siamo certamente quelli del Cinquecento, del Seicento,  dell’illuminismo, del romanticismo, del decadentismo, del liberalismo, del fascismo, anche se abbiamo avuto in comune tratti di quelle linee culturali ed abbiamo in vario modo e con  diverse sedimentazioni dato il campanilismo provinciale e regionale, una cultura comune, scritta nella lingua italiana, unitaria solo dopo gli anni sessanta.
Non siamo neppure quegli italiani medievali, comunali, se settentrionali, gelosi della loro autonomia  e della loro libertà e né siamo ghibellini e guelfi, né possiamo identificarci in Dante Petrarca e Boccaccio,di cui neppure siamo in grado di decodificare la loro lingua, capire il sistema di vita e comprenderne la cultura, né siamo  regnicoli, se meridionali.
Ed allora? 
Voglio dire che gli scrittori giudaici dell’età ellenistica hanno una loro storia da raccontare e la raccontano secondo la comune cultura imperiale orientale romana in gara con scrittori che scrivono la storia greca, babilonese, egizia, persiana per una propria collocazione ufficiale nel sistema culturale ellenistico,  nel kosmos dell’imperium romano. Essi mostrano la loro identità storica per evidenziare la interazione ed integrazione della loro etnia specifica, specie quella di lingua greca,  nel sistema giulio-claudio nella comune cultura imperiale come dimostrazione  del compito, raggiunto da Roma, che ha unificato l’ecumene e ha dato un legge comune,  uno statuto unitario e un solo Basileus, derivato dall’imperator dux vincitore (di tribunicia potestas e con imperium proconsolare maius) ben congiunto a livello sacro- teologico con la figura del despotes, considerato nomos empsuchos 15.
L’intento è chiaro: essere cives romani e godere dei vantaggi della cittadinanza romana secondo aspirazione di ogni ellenista.
Oltre a questo telos  comunitario  c’è l’aspirazione  a conseguire il primato tra le etnie  vista la riconosciuta superiorità commerciale e finanziaria.
Filone e Flavio non differiscono da questo comune intento,  se non per il fatto che essi danno rilievo fondante alla religione,  all’aspetto religioso del popolo ebraico  e quindi sanno bene che non fanno storia ma mescolano historia  e Muthos  come fossero  logographoi, riprendendo  la tradizione giudaica  di tipo sacerdotale,  quella espressa dal Deuteroisaia16, dal Cronista17 e  da Ezra18. 
Così facendo storia, essi privilegiano il testo Biblico, considerato sacro ed ispirato da Dio (e su questa stessa base si mettono i cristhianoi di Antiochia, costrettovi dalla scelta della Bibbia come deposito sapienziale e profetico, anticipante la venuta del Christos).
Essi  scrivono così,  ma conoscono anche l’altra storia quella essenico-farisaica, che privilegia la lingua ebraico mishinico–aramaico rispetto alla  koiné,  i cui seguaci non sono filomani ma sono riluttanti e recalcitranti contro l’imperium romano, contro la  cultura ellenistico-romana, contro il sacerdozio sadduceo ed oniade e contro  la basileia erodiana, illegittima19.
Questi storici ellenistici ebraici hanno una storia recente ed un patto non remoto, ma   vicino, quella di Giuda Maccabeo che a sua volta si rifaceva ad un patto precedente dell’epoca di Ezra, unico punto di contatto comune per aramaici antiromani e ellenistici filoromani. 
Gli storici ellenistici, dunque, hanno chiaro il punto di demarcazione tra gli ebrei  ramificati in varie eresie e scismi e conoscono tutta la costellazione giudaica e non vanno oltre la cattività Babilonese, in cui già c’è il buio del mytos o la mistione di historia e mutos, ancora  più nebulosa e misteriosa. 
Eppure essi sanno bene che una cosa è il Dio dei Patriarchi, una quello di Davide una quello esilico ed un’altra quello ellenistico, a loro contenporaneo. 
Sanno perfettamente la diversità di patto con Dio: c’è un abisso culturale tra il patto di Abramo Isacco e Giacobbe  con Dio e la promessa di Dio a Davide e tra questa e il nuovo patto, fatto giurare da Ezra in epoca persiana20.
La concezione di giudaismo, secondo la  tipicità religiosa, stabilizzatasi dall’epoca macedonica fino all’epoca maccabaica e perdurata fino al dominio  dei Romani  è del tutto nuova, a seguito delle dolorose esperienze di sconfitte esterne e di lotte interne al sacerdozio e di lotte tra i sadducei e i farisei (e gli esseni). 
Infatti nel corso di quasi trecento anni si forma una precisa coscienza popolare giudaica, dopo la ricostruzione del II tempio ad opera di uno sparuto gruppo giudei, insignificanti nella satrapia di Abar-nahara (Siria e Palestina), dipendenti perfino da Samaria, che ha la funzione di subprovincia, data l’inconsistenza numerica ebraica.
Col tempo, a seguito di vicende internazionali (specie nella lotta  contro i seleucidi   per la propria indipendenza in epoca maccabaica) e nazionali (sotto gli asmonei), il giudaismo, cresciuto di numero, progressivamente ricongiuntosi con i resti di altre tribù e clan,  in senso legalistico, presenta, nel periodo delle guerre mitridatiche, due diverse impostazioni, una barbarica aramaica integralista ed una moderata ellenistica, rilevabili nel centro di Gerusalemme, pupilla dell’ebraismo, luogo sacro per la presenza di Dio, base del patto col suo popolo. 
La prima, antiromana, gravita nell’orbita partica, la seconda nel Mediterraneo, connessa con gli oniadi alessandrini, imparentati coi tobiadi, un gruppo ebraico scismatico, ricco, potente e numeroso,  è filoromana. 
Ora Flavio e Filone mostrano la storia come se essa fosse stata sempre eguale ed inneggiano alla moralità giudaica e alla oikonomia divina da cui dipende ogni cosa umana: in relazione alla fede giudaica e al timore di Dio il popolo giudaico  vive la sua esperienza  come esemplare umano di pieta21.   
Essi così  presentano la storia della loro etnia, seguendo il libro della Bibbia che ha notevoli falle storiche specie quella tra il 400 e il 185 circa a.C.,  testimoniandoci solo due dati effettivi, l’origine mesopotamica di Israele  e il patto eterno con Dio  signore e padre, col segno tangibile del Tempio di Gerusalemme.
Questa  è la storia di Israele, di un piccolo gruppo, da cui nasce un grande popolo, la cui pietas è spirituale in quanto ha una fede monoteistica opposta a tutti gli altri popoli politeisti.
C’è negli storici giudaici la volontà di proporre la propria storia come singolare in un momento in cui, invece, bisogna integrarsi nel sistema basato sull’armonia e sul kosmos romano ed ellenistico per essere parte della romanitas in cui geograficamente Israele è un porzione, una piccola struttura, che deve essere funzionale  come tutte le altre partes orientali, come le altre etnie semitiche, distaccate ora dalla barbaries  immoderata  et immitis, dei Parti (che formano un altro mondo)  secondo il volere di Roma repubblicana prima e  poi di Roma imperiale, la cui domus regnante così  stabilisce.
Chiaramente i due storici giudaici hanno capito la lezione imperiale romana ma fanno una storia di generazioni  e quindi procedono secondo apologia in una gara con le altre etnie, che rivendicano la loro originale storia anche se sono integrate nel sistema romano ellenistico.
La loro archaiologia non è perciò conforme a quella degli altri popoli, anche se la tengono presente: essi vogliono mostrare la differenza e la peculiarità di essere ebreo.
Inserire il loro popolo, di origine mesopotamica, quindi proprio del sistema partico, perciò barbarico, nel quadro culturale della cosmopolita civiltà ellenistica prima giulio-claudia e poi flavia, significa condannare tutto l’ebraismo filo imperiale e mediterraneo, di lingua greca, coinvolgendolo nella sconfitta,  come se fosse stato anche lui colpevole della guerra antiromana del 66 d.C. e della distruzione del Tempio, l’occhio  del giudaismo, il luogo sacro della presenza di Dio.
La loro archaiologia è mitica secondo logographia: niente di nuovo rispetto alla cultura greca arcaica e a quella romanzata ellenistica, se studiata senza la religione giudaica e senza privilegiare la fonte biblica.
La Bibbia, da cui dipendono gli storici ebraici, non è storia, ma è ricostruzione di fatti, di figure di uomini,  di idee, di mentalità, di pensiero apparentemente nuovo, ma in effetti è una sincresi di un qualcosa arcaicizzato in quanto scritto in epoca ben precisa, lontanissima dai tempi di cui si parla.
La Bibbia è un coacervo di logoi di varia natura, di diversa forma, un polpettone  mal storicizzato, che riprende un sistema di vita presentato come arcaico, ma in effetti  babilonese – iranico, con ricordi delle migrazioni aramaiche e specie di una, in Egitto, insieme ad altre popolazioni pastorali, con uno stanziamento in zona di Heliopolis, e poi di un’altra migrazione, inversa, dall’Egitto verso una terra promessa  dopo la sconfitta dei popoli del mare,  con un esodo verso la Palestina.
 Lo stanziamento di vari gruppi pastorali, sotto la dipendenza ancora egizia, dovrebbe essere quella di epoca premosaica e postmosaica.
Questo insieme di libri, narranti migrazioni  non è di elementi singoli, di Patriarchi, di cui si fa l’epopea, ma di clan diversi di hapiru che, riunitisi, dopo la sconfitta ad opera di Meneptah,  si stabiliscono nella terra di Canahan, senza confondersi con i cananei, coi quali, avendo in comune una medesima Divinità, sulla base del ricordo di Aton, creano una confederazione di stati-tribù, ancora seminomadi, che regolarizzati, si sottomettono poi all’auctoritas di un re, costretti dalla necessitas della superiorità militare filistea22.
L’acclamazione di David come un unto del signore, come il prediletto di JHWH, come nagig capo ispirato, designato dal dio, melek unitario, mette insieme le tribù del sud e quelle del nord, fiduciose nella sacralità della persona regale.
Il trasferimento della capitale da Ebron a Gerusalemme e quello dell’arca da Kiriat Iarim alla città gebusea, dove fu eretto un santuario-tenda, tra festeggiamenti popolari, sono  successive tappe di una  rivoluzione politica. 
 Il sacerdozio, diviso tra Abiatar23e Sadoc, è un gesto di moderazione così da  accontentare quelli del sud e quelli del nord: la volontà regale è quella di fare di Gerusalemme la capitale religiosa e politica del regno.
Da questo momento Israele vale  non più come una confederazione tribale  ma  risulta uno stato politico che ha un suo territorio, geograficamente circoscritto, e che fa una propria politica, essendosi  espanso al di qua e al di là del Giordano, limitato ad est dal Mare Mediterraneo e dal confine egizio ad ovest dall’ Eufrate poiché è messo sotto controllo, dopo la guerra contro Ammon22la Siria meridionale  e centrale: David è re di Giuda e di Israele e di Ammon ma controlla tutta Moab e d Edom.
David è re di Giuda, di Israele e di Ammon e di tutta la zona di Moab e di Edom e nella sua persona riunisce il potere politico e religioso in quanto la stessa capitale è sua proprietà, quasi un personale possedimento.
Flavio descrive il regno di David23 in due libri (VI e VII) facendo una narrazione romanzata, centrata sul personaggio  e sul mito del re, secondo la lezione sacerdotale  babilonese da una parte e secondo gli schemi propri della storia morale ellenistica, da un’altra. 
La stessa cosa fa nel settimo libro, dove celebra la figura di Salomone e la sua sapienza, e si sofferma sulla centralità del Tempio, servendosi dello stesso sistema narrativo biblico ed ellenistico, in quanto la materia è confusa perché mitica, tramandata successivamente da cantori e la sua redazione scritta, diversa rispetto  ai tempi di avvenimento, si rileva per la mancanza di elementi tipici dell’epoca in questione, come si evince dai ritrovamenti archeologici.
Dunque, nel periodo davidico  si ha una conoscenza di un stato, di un regno unitario e di un popolo, che ha una sua costituzione. 
Si conosce, però, anche una storia di una divisione della monarchia davidida e della formazione di due stati indipendenti israelitici, il primo quello di  Israele e  il secondo quello di Giuda. 
La stessa separazione dei due regni è una conseguenza della non avvenuta mistione ed integrazione dei due gruppi formanti il regno davidico: Flavio stesso, seguendone la  storia, mostra i differenti culti e le diverse impostazioni fino al rispettivo crollo sotto Sargon II nel 722 e sotto Nabucosonosor nel 587  
Lo sfacelo del regno del Nord in senso morale e come decadenza religiosa è documentato non solo archeologicamente, ma anche da  profeti  come Amos ed Osea.
La teologia nazionale in crisi e la deportazione babilonese sono, comunque, da connettersi in un  unico discorso.
Bisogna considerare che tutto si basa per i profeti sulla scelta di Sion da parte di Jhwh   come sede  e sulle promesse, fatte a Davide e alla sua stirpe,  di un dominio eterno e di una vittoria definitiva  sui nemici. 
Invece ciò è contraddetto dalla realtà: le invasioni assire e poi quelle babilonesi mostrano che la loro attesa è delusa e che la storia è una storia di soggezione e di dolore:  c’è sempre una  colpa da espiare.
Eppure Isaia24 mostra l’Assiria destinata a crollare e  il tempio  rimanere  inviolabile e la sua parola dogmatica,  ancorata a questo ottimismo teologico e al potere sacro e santo del re di Giuda: eppure si giunge alla tragedia, nonostante le continue  ribellioni di davidici, infruttuose anzi sempre più seguite da atroci repressioni a causa della superiorità militare babilonese.
Ezechiele25 ed Abacuc26 mostrano come i giudei debbano soffrire e scontare le loro colpe ma così viene vanificata la fiducia in Dio a causa del prevalere del male su Israele.
ll corpus del Deuterononio27, redatto in questo periodo evidenzia  che la teologia deve essere confermata e che tutto dipende da Jhwh e quindi dall’osservanza dalle clausole del patto fatto con lui.
 Il pianto di Geremia28 è accettazione passiva del disegno di Dio e coscienza di meritare tale disastro e certezza di dovere  attendere la liberazione dopo la punizione di Jhwh, che è l’unica ancora di salvezza.   
Questi sono libri di diversa epoca  tramandati oralmente,  cantati e recitati dai vecchi per i figli come preparazione del Sabato in una rievocazione e spiegazione mitica della creazione del mondo e  come celebrazione della propria stirpe.
Questi libri  rimasti, tramandati da una generazione ad un’altra,  prodotti grosso modo in epoca babilonese, scritti e codificati in epoca persiana, a Babilonia  da uomini che hanno rivisto e ripreso e ricercato la propria  genealogica  ed hanno cucito insieme la tradizione orale dei patriarchi, fino a Giuseppe e a Mosè, congiungendo la migrazione aramaica in Egitto,  Esodo e conquista della terra di Canaan,  ed hanno messo insieme Giudici e Re con la promessa davidica  e quindi con le poche notizie storiche della divisione dei due regni (Roboamo e Geroboamo) e ne hanno registrato la fine. Il vero protagonista di questa pseudostoria in quanto congiunge quella arcaica con quella recente è il Deuteroisaia, che annuncia la venuta di un re, di Ciro che, unto dal signore, compirà cose straordinarie, ridarà il potere all’ ebreo, lo ricodurrà nella sua terra e farà ricostruire il tempio.
Il sogno viene realizzato grazie a Ciro e alla sua dinastia e agli achemenidi: la figura del Cronista, poi,  è da  mettere in relazione con Ezra, che crea la nuova storia di Israel  e la basa sulla  Legge.
L’origine di Israele,  giudaica,  è  con la scrittura e con la lettura stessa della Bibbia, che diviene un corpo vivente, in quanto nomos empsuchos29.
Questo hanno capito Filone e Flavio e questo scrivono essi che sono ebrei e  sacerdoti, vincolati dalla legge e dal patto eterno con Dio, considerato padre e creatore. 
Ma il patto di questo sparuto gruppo (il piccolo resto) di ritornati da Babilonia, impegnati a ricostruire le mura e il tempio di Gerusalemme, non è quello stesso dei Patriarchi né quello con Davide.
Allora la cultura persiana che sottende il pensiero arcaico di Ezra è la vera struttura della Bibbia, o per  lo meno quella data dallo scriba, che arcaizza di proposito per dare sacrosantità alla Legge, per mostrare la santità e pietà (osiotes, eusebeia) antica  del suo popolo. 
E’ questo sistema arcaizzante proprio dell’ellenismo romano sia in poesia che in pittura e scultura, nelle arti: si crea un modo di far sembrare vecchio o antico ciò che è moderno per i grossolani latini ad opera di scaltri greci, siriaci, orientali,  che adulterano non solo i monumenti artistici ma anche le monete.  
E Filone e Flavio, quindi, che servono i romani,  fanno la stessa cosa con le loro opere?
Ritengo che la moda di falsificare/parapoiein sia un fatto orientale, tipico di un’epoca, e non è solo giudaica ma di tutti gli ellenisti, asiatici, desiderosi di conquistare i vincitori occidentali, specie  dopo la vittoria di Ottaviano nel 31a.c., ad Azio.
 Gli ebrei, poi avendo un vuoto storico di quasi duecento anni ed avendo una comune volontà di essere popolo eletto, si agganciano perfino ad una tradizione che li  congiunge a Sparta, sulla base del matrimonio di Abramo con Qetura e quindi cercano una matrice arcaica greca per competere alla pari perfino negli agoni panellenici: Erode il grande ne è un grande esempio con la sua presidenza  ai giochi olimpici e con la sua munificenza verso i greci, verso le città come Atene, Beirut, Damasco, Rodi, Antiochia.
Dopo la traduzione di Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche) specie i primi sette libri, quelli che trattano l’antico Israele  e l’opera di Filone, specie de Josepho,  De opificio Dei, Vita di Abramo e Vita di Mosé mi si è posto il problema  se la documentazione extrabiblica archeologica sia da privilegiare rispetto alla fonte biblica per la ricostruzione storica dell’area Siriaco-palestinese. 
Per meglio precisare ciò che penso, sono entrato nell’idea che la Bibbia (ed anche  gli storici giudaici) non ha (o mostra di non avere) una vera competenza storica  e quindi non possa in nessun modo essere considerata fonte primaria rispetto ai nuovi sistemi di valutazione storica che poggiano su risultati oggettivi di studi sistematici della realtà, dei siti esplorati e sulle risultanze di lavori  tecnici su società nomadi o seminomadi o agricole,  in relazione ai reperti archeologici fittili, a fasi paleografiche o paleoetniche e a studi naturalistici ecc.: il libro sacro contiene notizie che non hanno valore storico in quanto informazioni da vagliare, da studiare, da connettere con  altre più sicure o riconosciute  più attendibili e probabili.
Insomma il Pentateuco e i libri storici (Giosué e Re) non possono né devono autorizzare valutazioni circa lo studio di quei tempi: essi  valgono per quello che valgono, in quanto studi logografici, che  non hanno  la minima indicazione storica; e perciò voglio dire che la testimonianza biblica è una ricostruzione artificiosa, frutto di uno (o più) scrittore di epoca diversa dall’epoca narrata, lontanissima dalla cultura di quel tempo30.
Dunque, come lo scrittore dell’Iliade e dell‘Odissea arcaicizza, così il cronista o chi per lui, precedentemente in epoca esilica o postesilica, costruisce il nuovo apparato biblico e lo scrive per farlo leggere, fece opera artificiosa di ricostruzione dell’antico Israele e la pensa come può  pensare un uomo del VI (o V secolo e perfino IV secolo av. C.).
 Quindi se per prima cosa si chiarisce che la Bibbia e gli scrittori giudaici possano avere rilievo secondario rispetto alle altre fonti primarie storiche, allora forse si può cominciare una nuova lettura della storia di Israele, senza radicarla dall’origine dell’ebraismo e dalla religiosità giudaica. 
Ammesso che si possa anche accettare, come fanno alcuni31 che la scrittura sottoposta agli strumenti critici dello storico, non abbia bisogno di perorazioni perché per ogni storico dell’antico Israele la Bibbia può essere valida fonte (o una delle tante) per comprendere la percezione israelitica della propria identità etnico- religiosa, non c’è motivo alcuno per dare rilievo – per come opera la la mentalità cristiana, di qualsiasi confessione – alla fonte biblica, perché questa è stata artificiosamente letta per la costituzione del credo cristiano di Christos, uios Theou, di Christos logos  e  del mistero trinitario.
 Ora, siccome a noi interessa solo il fatto ebraico e non cristiano, in questo lavoro, si ritiene opportuno procedere senza dover tenere presente la fonte ebraica da cui, comunque, si parte  perché oggetto di studio, ma da cui ci si può distaccare se si vuole capire la realtà oggettiva di quel periodo storico, di quelle situazioni  di quel particolare punto situazionale,  di quel flusso storico in esame.
 Dunque, noi non ci lasciamo coinvolgere dal fatto religioso e facciamo un lavoro neutro, cercando di fare storia di quel momento servendoci delle fonti che si conoscono e che hanno  un’oggettiva e scientifica prova,
Ne deriva che per prima cosa è da fare luce sull’ effettiva scrittura ebraica  e sulla sua lettura storicamente accertata e quindi è necessario stabilire i tempi  e  studiare da quale epoca e fino a che punto la percezione dell’identità etnico-religiosa abbia aderenze con l’antica storia: bisogna cioè rilevare quel momento specifico in cui si hanno la scrittura e la  lettura  aramaica o ebraica.
Quindi, lo studio si  riferisce tecnicamente al periodo esilico e a quello postesilico insomma ad un periodo che  dal 587 al 400 a.C.
Perciò, bisogna scartare come fonte tutto ciò che è prima dell’esilio ed anche quello che è successivo al 400  a.C,  in quanto è frutto di confessione religiosa, già radicata, da cui è iniziato il recupero della identità in senso giudaico. Solo allora si può parlare di giudaismo e di origine di Israele. 
Nella cultura giudaica romano-ellenistica c’è anche la fonte essenica, da noi per ora trascurata, la cui lezione potrebbe essere diversa rispetto a quella biblica e a quella filoniana (oniade) e a quella flavia sacerdotale. 
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1.Molti storici parlano di Israele esistente nel tardo bronzo, altri di un popolo esistente tra l’ultimo bronzo e il l’età del ferro  cfr J. BRIGHT, Storia dell’antico Israele, Newton-Compton ,2000; W.F. ALBRIGHT,Archaelogy of Palestine, Penguin Book,1949, M.NOTH,Geschichte Israels,Vanderhock-Ruprecht,1986.
2 Partire dalla stele Meneptah serve solo come un’indicazione sugli hapiru, in relazione ad altri popoli  in conformità con gli studi  di storici  che testimoniano la presenza di clan hapirici dal periodo degli Hycsos.
La testimonianza di Porfirio (233.305 d.C.) – cfr. De l’abstinence, Le Belles lettres, II,26 1990 Cfr. Sull’astinenza delle carni degli animali, Bompiani 2005 (a cura di G Girgenti)- sugli ebrei riprende Teofrasto di Ereso che ne aveva parlato nel III Secolo  serve solo per indicare i costumi ebraici e per dimostrare un certa consocenza degli ebrei da parte di Aristotele e la sua scuola. Le tavole in cuneiforme dei re assiri  permettono poi  di datare alcuni periodi ebraici non autorizzano però la storia giudaica,  come anche la stele di Mesha re di Moab non è funzionale alla storiografia ebraica ma  puo chiarire soltanto qualche passo biblico (II Re,III). Se, però, si dà credito ad alcuni studiosi che vedono Israele in relazione al culto atoniano, allora, su base  archeologica, è possibile rilevare testimonianze nel materiale da costruzione, ritrovato  a Luxor, a Karnak e ad Ermopoli,  di un adorazione all’unico Dio Aton, venerato per soli 15 anni dal 1350 al 1335 a.c, sotto il regno di Amenhophis IV. I reperti appartengono tutti al tempio di Aton ad Aketaton ( oggi El Amarna) e fanno da fondamenta a templi successivi a cominciare da Horemeb  fino a  Ramses II che distrussero quel culto atoniano per cancellare la memoria del faraone traditore. “Grazie alla ricerca sistematica dei blocchi è possibile ricostruire le sequenze dei disegni e la forma originale dei cortili  aperti, circondati da pilastri” D. WILDUNG, Egitto. Dalla preistoria agli antichi romani,  Taschen, 2009 p.111 
3. J.Wellhausen (1844-1918) è un esegeta biblico (Bibbia e Vangeli). La sua opera Prolegomena zur Geschichte del 1883 tratta del Pentateuco,  redatto a partire da quattro documenti indipendenti, successivi di diversi secoli a Mosé, ritenuto autore.Nel suo lavoro sul Nuovo testamento Das Evangelium Marci, übersetzt und erklärt, 1903, sostiene  la priorità del Vangelo secondo Marco sulla fonte Q.
4 Chi sono gli Habiru/ hapiru? Incerta  è la loro origine ( hurrita o semita?). Certa la loro professione di pastori nomadi che in certe occasioni sono dediti al brigantaggio. Sono attestati inizialmente nel II millennio in area mesopotamica e siriaca e poi anche in quella egizia.  Gli hapiru adorano Jah un dio luna, parlano una lingua comune quella protocananea- di derivazione accadica- da cui derivano Aramaico Demotico egizio (da cui il copto), Paleoebraico e fenicio, da cui derivano  la lingua greca arcaica, greca classica e Latina, mentre dalla fusione di  Ebraico ed aramaico deriva l’ebraico quadrato ( Cfr J. LOTAN in From A to Aleph: Tree steps to Writting in Hebrey Qualum Publishing 1996 ) . Il dio Jah viene assimilato ad altre divinità e in Siria e in Egitto, ma sopravvive nella zona edomitica e nel Sinai come dio delle tempeste. La migrazione degli habiru in Egitto è conosciuta come quella degli Hycsos quando già essi sono arruolati come militari e svolgono anche azioni mercenarie, insieme con i Mitanni Se fosse così Israele è nel periodo del  pieno bronzo. 
5 Noi abbiamo distinto storia da toledot, abbiamo cioè mostrato i due diversi sistemi operativi cfr Infra
6 Fare storia col senno del poi di solito è in relazione ad un  telos predefinito: è il sistema dei Padri della Chiesa che, postisi un problema, lo risolvono secondo processi logico-deduttivi per un utile religioso Cfr.A FILIPPONI, Jehoshua o Jesous?,Maroni 2005
7 L’uso della tradizione orale è orientale non solo ebraica. In Oriente esistono i profeti di Baal,  il barù veggente e il  muhhu/goes a Babilonia,  e  tra gli ebrei hanno rilievo uomini che hanno la figura di Nabi prophetes – un eletto destinato ad una missione- e di gruppi di discepoli definiti figli dei profeti, di solito viventi presso un santuario ed abili a formulare un oracolo (logion), frutto di una visione o di un’ispirazione divina o anche  di una percezione diretta del Dio. L’oralità poi è tipica di tutte le  popolazioni pastorali (come quelle abruzzesi, di cui noi abbiamo testimonianza diretta).
8 Molte sono le fonti agrafe specie nella storia ebraica. Filone di Alesandria riprendendo i logografi greci (cfr. infra) tratta la vita di Abramo e parla di un sistema agrafo proprio anche di Vita di Mosé e di tante altre opere.
9 I poemi epici sono frutto di un lungo periodo di oralità poi conclusasi in epoca storica con la scrittura. Sappiamo da Platone che Ipparco figlio di Pisistrato mostrò molte e  belle prove di sapienza ( te polla kai kalà erga  sophias -Ipparco 228b-229) Platone le enumera così: introdusse i poemi omerici ed obbligò i rapsodi a recitarli in occasione delle Panatenee, uno dopo l’altro continuativamente. Fece condurre in città su una nave Anacreonte di Teo,fece rimanere presso di sé Simonide di Ceo con grandi compensi e  doni. Infatti essendo nobile voleva educare nel modo migliore i cittadini e per governare su uomini i migliori possibili. Infatti non si doveva negare la sapienza ad alcuno ( dein oudeni  sophias  phthonein) Una volta educati i cittadini, questi lo ammiravano per la sapienza: progettò (epibouleuoon) di educare i contadini, fece erigere delle erme  su cui fece incidere massime che erano del pensiero altrui e anche quelle del suo stesso pensiero e della sua esperienza quelle più sapienti  e le tradusse in versi  eligiaci, facendo incidere i suoi poemi come epideigmata (documenti) di saggezza. Perchè non ammirassero le oracolari sentenze  (conosci te stesso, Gnoothi seauton,) meeden agan/niente troppo e perché ritenessero reemata Ipparkou mallon sopha/ le parole di Ipparco molto sagge e così, preso gusto alla sua sapienza,  desiderassero  allontanarsi dai campi e ed essere educati anche nel resto. Vengono fatti da Platone due esempi; steiche dikaia phronoon procedi pensando cose giuste e mee philon ecsapàta  non ingannare un amico. Solo tre anni per Platone gli ateniesi vissero sotto la tirannide ( quelli d i Ippia)  mentre per gli altri furono oosper epi Kronou  Basileuontos. La causa dell’uccisione vera di Ipparco per Platone  fu che un giovinetto amato da Armodio (che era amasio di Aristogitone e da lui educato): questi, una volta capita la grandezza di Ipparco, si era staccato dalla coppia di amici e loro, offesi  profondamente, (perialghsantas  tauth th atimia), lo uccisero (Platone, Ipparco, a cura di D MASSARO e L.TUSA MASSARO) Rusconi,1997). I Veda,  l’Avesta  l’Iliade e l’Odissea hanno tempi di scrittura non diversi, in quqnto prodotti tra il  settimo e sesto secolo a. C. e solo per la Bibbia si può scendere  al V secolo.
10 I testi scritti, in quanto opere profetiche, di uomini cioè consacrati a dio e  da lui ispirati o invasi, vengono considerati sacri e divini. 
11  Chi si rifà   all’oralità o ai poiemata non  è storico, ma  logografo. 
12 Ecateo, figlio di Egesandro, fiorito tra il 560-480 è un  nobile che si oppone alla ribellione di Mileto e .ad Anassagora ed è favorevole ai persiani e, dopo l’insurrezione fallita,  è ambasciatore per i greci presso il re di Persia (cfr ErodotoV,36,125) Per la citazione Cfr FGrHist 1F1.
13 La suggrafe di Tucidide  si basa sulla storia e non sul favoloso. L’autore dice:cfr I,22,4 Forse la mancanza dle favoloso renderà meno piacevole agli ascoltatori la narrazione; a me sarà sufficiente, tuttavia, che la giudichi utile  chi voglia conoscere con chiarezza la realtà dei fatti accaduti e di quelli simili o analoghi, che sono in relazione alla natura dell’uomo, e potranno accadere in futuro. La mia storia è un possesso per sempre non una rappresentazione destinata all’uditorio del momento.Tucidide critica i logografi I,21,1:22,4) e la loro opera, specie Cadmo di Mileto  scrittore di una ktisis Miletou kai tes oles Ioonias ed Acusilao di Argo autore di genealogiai e poi Ecateo di Mileto, Dionisio di Mileto, di poco più giovane del precedente ed Ippi di Reggio, autore di Sikelica kai pracseis,  di kronika e archaiologika. Critica anche istoriai o theogonia in 10 libri di Ferecide di Atene. Vengono citati anche Carone di Lampsaco  scrittore di persika, aiotipikà, lubika oltre che di ooroi Lampsakeekoon e  Xanto di Sardi per le lidiakà. cfr G.NENCI,La storiografia preerodotea in CS 6,1967,pp 1-22; Cfr L.CANFORA, Totalità e selezione nella storigrafia classica,Bari,1972; Cfr. MOMIGLIANO,La storiografia greca,Torino 1982; Sui fondamenti della storia antica, Torino 1984; Cfr.  B.GENTILI-G.GERRI, Storia e biografia del pensiero antico,Roma-Bari,1983.
14 Cfr.A.FILIPPONI,L’altra lingua l‘altra storia,Demian, 1995. Perfino nel primo ottocento,  prima dell’unificazione, l’idea dell’Italia è diversa a seconda delle regioni, dell’ appartenza politica, dei credi, delle ideologie (diverse erano perfino le strategie di insurrezioni se carbonare o mazziniane) in una coscienza antiasburgica,  specie nel Lombardo-Veneto. Le dimensioni di patria oscillavano a seconda  dell’ideologia  patriottica  e dell’assetto costituzionale desiderato ( L’Italia cavouriana non è quella di Mazzini o di Cattaneo).    
15 Secondo me, solo se si fa una reale situazione della storia giudaica dell’epoca ellenistica, si può esattamente leggere la storia di Israele e quella di Giuda, separatamente. 
16 Si suole suddividere  ll Deuteroisaia   che va da 40 a 66   in due sottoparti 40-55 e 56- 66: nella prima  si tratta della condizione di Israele  vinto  e sottomesso  dai babilonesi ma c’è fiducia nell’arrivo di un messia liberatore (Ciro); nella
seconda  c’è la gioia  per il ritorno dall’esilio, visto come un secondo Esodo verso Sion (Gerusalemme) considerata punto di arrivo: tutti quelli che ritornano e quelli rimasti in Gerusalemme devono sperimentare la gioia  della ricongiunzione nel suolo patrio: ai rimasti è chiesto un esodo da se stessi e perciò far pratica del digiuno e del vero culto.
17 Il cronista studia la comunità postesilica e  invita i fedeli a seguitare nella tradizione in senso davidida, in
attesa dell’instaurazione del  regno di pace e felicità  promesso come pegno della osservanza e dell’alleanza. 
Il cronista vede il tempio come centrale per il popolo di Dio e come cuore della vita del