Traduzione e messaggio del Pater Lucano

Il pater lucano,  connesso col Vangelo  kata Lukan, con gli Atti degli Apostoli e con le Lettere di Paolo di Tarso, è espressione del primo cristianesimo antiocheno: è, quindi, la sintesi del messaggio della Chiesa di Antiochia alla fine del I secolo e segna la divisione dal giudaismo aramaico, e mostra già  i segni di una dilacerazione con il giudaismo ellenistico, a cui è legata  l’Ecclesia christiana alessandrina.

Questo è il testo lucano e questa la nostra traduzione :

pater, agiasthhtoo to onoma sou- padre, sia benedetto il tuo nome santo

elthhtoo h basileia sou – venga il tuo regno ( alcuni codici riportano venga il tuo Santo Spirito/ To Agion Pneuma sou e ci purifichi.)

ton arton hmoon ton epiousion  didou  emin/ to kath’hmeran-il pane quello venuto da sopra,- sufficiente fino al  giorno successivo-,  dà a noi per l’oggi

kai aphes hmin  tas amartias hmoon /kai gar autoi aphiomen panti opheilonti hmin /e perdona a noi i nostri peccati/ed infatti noi stessi li perdoniamo ad ogni  nostro debitore

kai mh eisenegkhis hmas eis peirasmon/ e non ci far cadere nel corso di una prova.

Nel corso di una prova ( di una sperimentazione, di un tentativo  dei cristiani antiocheni, impegnati nel distinguersi dai giudei e nel trovare una collocazione con i pagani,) c’è la ricerca di uno statuto proprio ecclesiale?

Peirasmon include, in connessione con eispheroo, un’area semantica molto vasta in relazione sia a Peirazoo ( che sottende il Peirazoon tentatore per chi è entrato in una prova) che ad  tentativo/peira, pericoloso in via di sperimentazione.

Ne deriva che  proclamare la venuta del Regno con la venuta dello Spirito Santo non è compatibile col timore del Tentatore, se esiste il Regno!:   peirasmon  è segno di un disagio grave durante una prova  inviata da Dio, che dà segnali escatologici,(terremoto, cataclismi naturali,  guerre, stragi), di  caos generale, di difficile soluzione  e di  paura di un rovesciamento  totale di valori, per un definitivo trionfo del Christos.

L’uso del presente  (imperativo) di didou,  del presente indicativo di aphes  e di aphiomen  e del presente  participio di opheilonti  indica un preciso momento storico, burrascoso   per la ecclesia, che si trova in una prova.

Qual è il peirasmon antiocheno?

Antiochia è una metropoli del  mondo romano, sede del governatore di Siria, rinomata in epoca neroniana per la bellezza delle  sue strutture pubbliche, per la località marittima di Dafne, per la tranquillità di vita  della numerosa popolazione mista,  parlante greco ed  aramaico, ricca di templi e sinagoghe, dal culto religioso  permissivo, come a Roma e ad Alessandria, in conformità all’editto  agli alessandrini di Claudio.

Antiochia è la capitale romana di Oriente in quanto il governatore di Siria oltre ad essere epitropos  della regione, controlla tutti gli altri prefetti  e anche i re, avendo un’exousia  strategikh, in quanto coordina le forze militari  in senso antiparthico.

Ad Antiochia Vespasiano è proclamato imperatore (Tacito,  Hist. II 80) dalle truppe di  Muciano e poi da  quelle di  GiulioTiberio Alessandro ad Alessandria.

L’impresa antivitelliana  dei Flavi comincia con l’invio di Muciano a Roma, mentre Tito  conquista e distrugge il Tempio per dare un esempio  della potenza romana agli orientali, specie di lingua aramaica.

Si sa che i  giudei antiocheni, già rei di sedizioni, nel corso della guerra giudaico-romana, e precedentemente  in occasione   della spedizione armena di Domizio  Corbulone, corrono il pericolo di uno sterminio  in quanto accusati di aver incendiato  la piazza quadrata, il palazzo del  governatore, l’ archivio e le basiliche.

Da qui il distacco  dell’ ecclesia dal giudaismo aramaico  e una nuova disposizione senatoriale verso il giudaismo ellenistico, a seguito dell’ascesa al potere imperiale di Vespasiano: i romani non distinguono i  fautori di una setta giudaica dai  giudei e perciò fanno di ogni erba un fascio, colpendo cristiani ellenisti pacifici insieme ad aramaici belligeranti.

E’ probabile quindi che la boulh di Antiochia come quella di Alessandria voti – è costretta a fare  decreti- contro i giudei, che sono rilegati nei loro quartieri  dopo un controllo della  loro costituzione  (haburah)  e della loro identità.

Tale  provvedimento è, però, successivo alla presa di Masada e alla distruzione del tempio di Leontopoli, episodi  ancora di guerra, evidenzianti la  spietata durezza  militare romana in tutto l’Oriente, specie lungo il confine eufrasico.

I  giudei e giudeo-cristiani  restano ancora di più sotto osservanza da parte del governatore di Siria, dopo la fine del rapporto tra Tito e Giulia Berenice di Calcide  (Giuseppe Flavio, Guer. Giud., II,221; Svetonio,Tito,7), nonostante la presenza a Roma di Giulio Erode Agrippa II  e la sua autorevolezza a corte.

Dal 70 al 106 gli ebrei sono sorvegliati speciali  ad Antiochia, ad Efeso e ad Alessandria, insomma in tutto il bacino del Mediterraneo, ora Mare Nostrum in epoca antonina.

A Gerusalemme, dopo  momenti di sbandamento, pur priva del Tempio, sede del Sinedrio, si coagulano in modo sotterraneo e segreto le sette aramaiche, in attesa di  trovare il momento adatto ad un nuova insurrezione, specie  quando si sono ricongiunti i collegamenti con il giudaismo ellenistico, defraudato e  ridotto nella sua attività commerciale  e finanziaria dai Flavi, fautori degli argentarii e nummularii italici ed ispanici.

Il governatore Lucio Flavio Silva, distrutta Masada,  tiene sotto pressione la Giudea, infida,  per quasi otto anni  secondo un mandato ancora militare e quindi  cerca di snidare le cellule aramaiche in un serrato  controllo dei rapporti tra la Parthia e  la città Santa, imponendo collaborazione fattiva al Sinedrio, presidiando gli ingressi sia  dalla Siria che dalla fascia costiera oltre che nella zona, dove prevale  ancora l’elemento  giudaico ( Iturea e regioni circonvicine, compresa la Galilea, da sempre focolaio antiromano).  Anche la zona transgiordana, specie la  Perea, è vigilata, dati i rapporti di lingua tra giudei e  Nabatei, incontrollabile lunga la zona montuosa del Monte  Nebo e di   Macheronte, considerati gli interessi del re Nabateo.

A Roma  la pars aristocratica  senatoria cerca di imporre  una conduzione politica ancora neroniana, quasi opposta a quella della domus imperiale conservatrice,  avida e micragnosa.

Sotto i flavi, comunque, non c’è una reale prova  per gli ebrei ma solo spavento per due terremoti in Antiochia, e sconcerto di fronte alle  spaventose repressioni romane in  Batanea.

Dalla morte di  Giulio Erode  Agrippa II ai primi del II secolo, Traiano ha in mente la spedizione parthica , grazie all’intervento  preventivo del governatore della nuova provincia di Arabia, basilare per l’impresa  Cfr Dione Cassio, St.rom., LVIII,14,4 l

La situazione in Nabatea è cambiata  lentamente, da filoromana la regione è diventata antiromana: dopo la morte di Malco II (40-71), che  ha governato come alleato di Roma avendo servito lo stesso Tito  con milites ed arcieri, la  reggente moglie Shaqilat, continuamente pressata da  richieste giudaiche e giudeo-cristiane, si è lentamente staccata dalla politica di Palma, governatore di Giudea  e si è avvicinata alla federazione Parthica.

La Regina  mantiene il potere governando  per il figlio Rabbel II ,  che,  essendo attaccato su più fronti,  non è in grado di opporsi alla politica romana, ormai tesa all’invasione.

Traiano, già durante la guerra contro Decebalo, ha di mira la conquista della Nabatea   in vista della necessità di una  spedizione  contro l’Armenia prima e poi contro la Parthia.

L’invio  dalla Siria della sesta ferrata  ad occupare Bosra e quello  della III legione dall’Egitto  sono  due atti di una medesima operazione militare per aver il controllo, da un lato, della pars settentrionale e, da un altro,  di quella meridionale in una volontà di annessione e di disprezzo  del re  e della dinastia  nabatea.

La costituzione della provincia di Arabia  non è atto militare di rilievo per un Traiano, che intende portare la guerra in Armenia e poi contro i Parthi: perciò, neanche assume il titolo di Arabicus,  riservandosi il trionfo, dopo l’ impresa Parthica.

Traiano ha chiaro  già  come, dove  e quando stroncare  i connubi aramaici, a  partire dall’ invasione armena- avendo già il favore dei re  di  Iberia e di Albania-  e tagliare il legame diretto con la Parthia della Armenia,  sede del Delfino del re dei re  Parthico, che insedia il figlio primogenito, destinato alla successione, di norma  nello stato vicino confederato, considerato vassallo.

Ad Antiochia al suo arrivo nel gennaio del 114 fa i preparativi per la impresa  armena   (cfr. lo storico Cristiano),  riunisce le truppe condotte da Lusio Quieto e da  Quinto Marcio  Turbone, marcia   verso nord  e occupa la parte settentrionale  e poi si dirige verso Artaxata e la conquista, mentre le truppe di Quieto arrivano fino al Mar Caspio. La campagna dura fino a primavera inoltrata dell’anno successivo, in quanto l’imperatore  deve organizzare la costituzione della provincia, consolidare le basi,  stabilire i luoghi di rifornimenti per la prossima operazione militare contro i Parthi.

Traiano è intenzionato a svernare ad Antiochia  e perciò  procede lentamente nel suo viaggio.

Giunto ad Antiochia, mentre fervono i preparativi per la nuova impresa   e i festeggiamenti  c’è un  terremoto,  ( ce ne erano stati altri due,  in precedenza) devastante, considerata una punizione di Dio  per gli ebrei e per i giudeo-cristiani e l’inizio dell ‘apocalisse.

Così scrive Cassio Dione,  Stor. Rom. LXVIII, 24.1-6 : Mentre l’imperatore Traiano si trovava a soggiornare in Antiochia, un terribile terremoto colpì la città. Molte città subirono dei danni, ma Antiochia fu quella più sfortunata di tutte. Qui Traiano stava trascorrendo l’inverno  e molti soldati e civili erano accorsi qui da tutte le parti, in relazione con la campagna militare, vi erano poi ambascerie, affari e visite turistiche; non vi fu pertanto alcun popolo che rimase illeso, e quindi ad Antiochia il mondo intero sotto dominio romano, subì il disastro. C’erano stati molti temporali e vento portentoso, ma nessuno si sarebbe mai aspettato tanti mali tutti insieme. Per prima cosa si sentì improvvisamente un grande boato, seguito da un tremito della terra, tremendo. Tutta la terra si alzava, molti edifici crollarono, altri si alzavano da terra per poi crollare e rompersi in pezzi al suolo, mentre altri erano sballottati qua e là, come se si trattasse di un’onda del mare, e poi rovesciati, e la distruzione colpì fino all’aperta campagna. Il crollo dei palazzi e la rottura di travi di legno insieme con piastrelle e pietre fu terribile, e una quantità inimmaginabile di polvere si levò, tanto che era impossibile per uno vedere qualcosa o parlare o sentire una parola. Per quanto riguarda le persone, molte che erano fuori casa, furono gettate violentemente verso l’alto e poi a terra, come se fossero caduti da un’alta rupe; altri furono uccisi e mutilati. Anche gli alberi in alcuni casi, sobbalzarono, con le radici e tutto il resto. Il numero di coloro che rimasero intrappolati nelle case e morirono aumentarono, molti furono uccisi dalla forza stessa della caduta di detriti, e un gran numero fu soffocato sotto le rovine. Coloro che giacevano con una parte del loro corpo sepolto sotto le pietre o le travi di legno, patirono una morte terribile, non essendo in grado di vivere troppo a lungo, ma neppure di trovare una morte immediata.

A  nostro parere, i giudeo-cristiani antiocheni credono che il terremoto sia un evento che  anticipi  il ritorno del Christos e che l’impresa antiparthica sia non voluta da Dio.

Il vangelo di Luca in nostro possesso evidenzia molti segni che si riferiscono a fatti compresi tra la Costituzione della provincia di Arabia a quella di Armenia e perfino  alla  fine della spedizione parthica  con la morte e cremazione del corpo di Traiano   ad Antiochia  e al trasporto delle sue  ceneri  attraverso l’ Illiria.

E’ quindi  un lavoro immane trovare nel Vangelo di Luca, segnali – che autorizzano  spiegazioni diverse, a seconda della lettura e dell’angolazione – ma ancora più difficile  rilevarli nel Pater!

Ora il Pater lucano risente del disegno  lucano-paolino ecclesiale antiocheno ,  chiaro nelle opere, soggette a revisione  sacerdotale, di Luca e di Paolo,  celebranti già il regno di Dio, come manifestazione della Trinità sulla terra, come una seconda evangelizzazione sotto il patronato dell’ Agion pneuma, in opposizione a quella matthaica  centrata nel Regno dei cieli  aramaica  e in antitesi – data la  lettura testuale letterale antiochena rispetto a quella allegorica alessandrina-   all’esegesi  egizia, impegnata, seppure con qualche anno di ritardo, sul testo matthaico  greco e sulla preghiera (Cfr Peri ths euchhs di Origene).

Comunque,  il pater lucano sottende nelle due invocazioni-auguri   un’attesa della gloria del Signore, del suo ritorno imminente, dell’universale conoscenza del nome di Dio,  della venuta dello spirito santo  con la cui opera purificatrice  è preparato l’uomo all’incontro finale del Christos, vincitore sul Maligno  tentatore.

La venuta dello Spirito e la purificazione sono epiphaneiai  divine nel Cristiano, che in Cristo è membro della Chiesa e figlio del Padre.  Infatti l’unione  con Cristo   è segno della presenza in noi  di Gesù  col Padre  e con lo Spirito santo ed è sigillo e quindi garanzia  della divinizzazione del fedele stesso (Lettera ai Galati,4.6 e siccome  siete figliuoli . Dio ha infuso lo Spirito santo del Figlio nei vostri cuori  che grida Abba!Abba“) .

L’ unione con Cristo divinizza il cristiano  che è  come lui, con lui e in lui, in quanto figlio diretto e figlio adottivo in una rinascita e nuova creazione (2 Cor.5.17 se qualcuno, pertanto, è in Cristo, egli è nuova creatura).

Perciò il cristiano, in quanto figlio, è erede di Christos ( Rom., 8.12 se figli di Dio, siamo come eredi, coeredi di Cristo)e il segno di ciò è lo Spirito Santo,  che è caparra di eredità (Ef.,1.14).

In Antiochia la venuta del Regno si configura come  venuta dello Spirito Santo che crea in noi un’anima filiale verso il Padre ed un’anima fraterna verso Gesù e i fratelli, infondendo l’amore filiale e fraterno (Rom.,5.5 la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello spirito santo, che ci è stato donato).

Luca, permeato dal pensiero paolino, trasferisce nel Pater  tutta la sua visione di vita  cristiana, venuta fuori dalla predicazione, cosciente di dover dare valori nuovi ad uomini  di diversa cultura, abituati  a semantizzare in relazione  ad un sistema pagano  basato e sullo stoicismo e su una pratica volgare di religio.

La posizione isolata di pater,  è segno di universalismo, da una parte, come invocazione  ad un padre comune  ad opera di  oranti affratellati  dalla comune fede in Christos, dal comune interesse alla Basileia, nel senso di lode e di timore, proprio della pratica religiosa pagana, da un’altra, l’invocazione è espressione  di una diretta comunicazione  in senso confidenziale, individuale, senza determinazioni locali, perché il cristiano, ex pagano, non avendo le coordinate cosmogoniche ebraiche,  può confondere i cieli e il cielo  ed avendo una struttura funzionale concreta,  sulla base della cultura latina dominante  organizzata secondo le conoscenze astronomiche  ellenistiche,  entra necessariamente in equivoco  ed ha la sensazione di un dio locale, come Mitra, Osiride ed altri.

La mancanza di hmoon è segno dell’abbandono da parte cristiana  del privilegio ebraico dell’esclusività di figlio,  erede del patrimonio paterno!.

Luca, in quanto medico, ha una sua formazione scientifica  e conosce l’astronomia di Ipparco  di Nicea (200-120 a C. ) che considera la terra immobile, di forma sferica, posta in mezzo al mondo  come centro e che ritiene il cielo sferiforme, fatto di etere incorruttibile e che il moto delle stelle fisse  è causato dal  movimento rotatorio  della sfera stessa concentrica.

Non ci sono prove per dire che Luca non conosca anche  Gemino di Rodi (I sec  av.C)  che, avendo  esaminato e  misurato la lunghezza delle stagioni  e la durata dei giorni, risulta determinante, con la sua Eisagoogh eis ta phainomena,  quasi  al pari di Sosigene, alessandrino,   per la riforma del calendario giuliano, adottato poi anche in Palestina.

Luca sembra  avere conoscenze stoiche, specie della fisica che distingue To olon / il tutto dall’universo /to pan,  che è il mondo /Kosmos, separato dal  to kenon / vuoto  e che considera  tutte le parti gravitanti intorno ad un centro.

Conosce anche l’esistenza di una causa  (eimarmenh da meiromai ) determinante ogni cosa che accade, che è accaduta o che accadrà e sa che il mondo è un animale ragionevole  e che tutte le cose -compreso l’uomo-  sono determinate dal fato, in una identificazione di Dio con il mondo stesso, in una visione  panteistica.

Infatti  se si stabiliscono rapporti tra il prologo del Vangelo di Luca e  e l’opera di Pedanio Dioscoride di Tarso  si rilevano la stessa perizia medica  e la comune matrice stoica.

In Dioscoride – medico militare del periodo di Claudio e Nerone, al servizio di Domizio  Corbulone  nelle campagne armeno/partiche, scrittore  di Peri ulhs iatrikhs/De Materia Medica, in cui vengono raccolte le ricette  in ordine alfabetico e le idee (il corpo è il vestito dell’anima) propagatesi, con qualche interpolazione, fino al Medioevo e al Rinascimento- e in Luca è comune la ricerca delle guarigioni miracolose, (paradoxa), descritte  sulla base  del verbo aptoo tocco, relato a dunamis  forza e potenza (Luca 8.40-48).

Da questa visione comsogonica e  medica, dunque, la non presenza nel pater lucano dei termini o ouranos e di oi ouranoi, collegati con la manifestazione prodigiosa divina  e, di conseguenza, equivoci.

Le due rogationes, rivolte al Pater, vengono sentite come formule: l’una di celebrazione del nome santo di Dio, ridotta a livello di lode  della potenza  e della forza animatrice  dello spirito vitale divino in una razionalizzazione pagano- stoica del nome e della maestà; l’altra  di consapevolezza della venuta  del regno, della sua realizzazione storica  con l’avvento dello Spirito Santo,  sotto il cui patronato  ci si augura, grazie alla metanoia dei popoli, l’attuazione definitiva della Basileia tou Theou in un rovesciamento delle parti, che va a coincidere con l‘eterno ritorno  (Luca,13,30 ecco vi sono ultimi che saranno  primi  e vi sono primi che saranno ultimi  kai idou  eisin eschatoi  oi esontai prootoi, kai eisin prootoi de esontai eschatoi).

In Luca, infatti,  è continuo l’uso del termine metanoia (da metanoeoo riconosco dopo,  ma anche cambio parere e muto vita e quindi mi pento-Lc.   3,8; 15,7; 15,10;   24,66 ecc. – e mi converto ) in una traduzione di shub ebraico, connesso con la Parabola del figliol prodigo (15,11 e sgg) dove si tratta di un  figlio che torna al Padre, a seguito della presa di coscienza di hmarton – ibidem, 15,18-  .

La richiesta  rientra nel quadro di una mutata mentalità  cristiana e in  un nuovo contesto  provinciale – una Siria in fibrillazione per i preparativi militari, specie nella zona  dell’Eufrate, teatro di guerra tra i due Imperi, quello romano e quello Parthico, specie  per il discusso fronte armeno! -: in essa è sotteso un nuovo modo di vivere  relato all’invocazione  al nome di Dio e alla persuasione  della venuta del Regno e della presenza dello spirito Santo, fuoco divino d’amore.

C’è anche la consapevolezza di non essere  elemento  della communitas  aramaico-siriaca, e quindi c’è la volontà di tenersi lontano dalla guerra e dall’odio da parte del cristiano comunitario che vive già isolato, in attesa del ritorno del signore, senza ideali romano-nazionalistici,  in quanto non partecipa alla leva militare e alle manifestazioni  inneggianti alla vittoria.

A proposito, Ignazio di Antiochia  usa i termini militari, invitando ad essere stratiootai /milites di Christos e a non  disertare   anche se ‘c’è dissenso con i pagani e se si rileva come demoniaca la situazione asiatica.

Nella lettera a Policarpo di Smirne, il patriarca, mentre dà disposizione ecclesiali  e direttivi al vescovo, ai sacerdoti,  ai diaconi invitandoli ad essere forti nel pericolo e  ad essere atleti,  a fidare solo in Dio come i naviganti che invocano i venti favorevoli e sperano nel porto sicuro,  evidenzia un clima di attesa  del Christos, di  chi atemporale e invisibile si è fatto  visibile e passibile  in quanto è  convinto  che i tempi richiedono  prudenza.

Il consiglio a Policarpo ad essere prudente come serpente  e semplice come una colomba di fronte agli attacchi di Satana non è dissimile dal pensiero generale  di  Luca che teme il pericolo satanico  per i fedeli e per la chiesa : Ignazio, si ricordi,  è il primo a  definire la chiesa cattolica ( da katholou   dappertutto  cfr. Lettera agli  abitanti di Smirne 8,2  dov’è Gesù Cristo, lì è la chiesa cattolica ).

D’altra parte Luca  come Ignazio  è  desideroso di ricongiungersi  il più presto possibile a Christos  trionfante, che è modello, di cui bisogna seguire le orme,  convinto di essere anche frumento di Dio  (Cfr Lettera ai Romani,4.3)

Ignazio è martire sotto Traiano in data imprecisata tra il 107 e il 110, autore di sette lettere considerate autentiche – di cui non ci sono testimonianze effettive  nella letteratura subapostolica, apologetica e patristica,   ma solo indirette citazioni frammentarie dopo il X -XI  secolo-.

Al di là  dell’ autenticità delle lettere ignaziane,   confuse con tante altre sicuramente  di epoca successiva,  le  quattro, inviate da Smirne, -durante il suo viaggio di trasferimento nella capitale per affrontare il martirio, scortato da una decuria militare,-  agli abitanti di Efeso, Magnesia,  Tralli   e Roma e le tre da Troade agli abitanti di Smirne e  di Filadelfia e a Policarpo, sono solo espressione di un magistero antiocheno  riconosciuto dalle comunità cristiane asiatiche e sono spia indiretta della centralità di Efeso, che si irradia anche sul Mare Egeo, ancorata al pensiero apocalittico di Giovanni evangelista.

Comunque, sembra che ad Antiochia, nei primi  decenni del II secolo,   esista una cultura cristiana  differente sia da quella efesina che da quella alessandrina, maggiormente basata sulla Caritas e sui vincoli del pasto comune.

Perciò il primo imperativo presente- indicante  la presenza della divinità  che, datrice di un pane etereo   quotidiano, esprime e sancisce un nuovo patto tra padre e figlio  di una nuova comunità (che agisce in relazione alla mutata concezione culturale, secondo Caritas), segnando  il rapporto fraterno tra i fedeli.

L’uso di ton epiousion in Luca ha un connotazione diversa da quella matteana, essendo  in connessione con didou  e tas amartias ,  che in un certo senso stravolge il significato  il pane materiale dato per quel giorno , sottende una valenza significativa di etereo – insito in epeimi sto sopra,  – in quanto  partecipe del fuoco  dello spirito  e quindi più sottile, nel senso geronomiano di supesubstantialis  eucaristico.

La seconda richiesta ha, invece  una duplice valenza  a seconda dell’angolazione: da un lato, esprime la remissione dei  peccati ad opera di Dio  padre misericordioso perché i suoi figli  si condonano reciprocamente i debiti   nel nuovo Regno, azzerando il proprio patrimonio personale, da un altro, mostra  la coscienza dell’orante  di avere fratelli peccatori nei confronti di Dio, ma redenti dal suo sangue  e perciò perdonati, con l’invito ad un rapporto  basato  sul perdono reciproco  e quindi  sull’amore compassionevole  fraterno.

La stessa struttura morfosintattica  dichiarativa  evidenzia la dialità interpretativa:  una di effettiva richiesta di perdono a Dio  e l’altra di costatazione della reciprocità del perdono, sul piano umano del nuovo regno, come base per ottenere  la misericordia divina.

L’area semantica di perdono lucano, dunque, è quella di una sfera di influenza limitata ai soli cristiani  in quanto inglobando aphes tas amartias e aphiomen  ta opheilhmata  panti opheilonti  entra in relazione con diversi oggetti  a seconda del rapporto di dipendenza e di eguaglianza.

La terza richiesta, fatta in forma negativa, evidenzia  la presenza delle forze del Maligno,  senza però la tragicità   sottesa in Matteo, connessa, comunque, con l’epistolario ignaziano.

Il mh eisengkhs  è un’esortazione negativa   con cui si chiede a Dio  di non spingerci nel pieno della  lotta col Demonio, entità superiore,   in quanto noi figli, bisognosi  del Padre, solo  se assistiti, possiamo meritare  positivamente, pur nella sperimentazione della prova.

Peirasmon indeterminato  è una prova generalizzata, considerata  della durata della vita stessa, fatta di tentazioni, che sottendono l’ombra del nemico  peirazoon -non menzionato non opposto a Dio, ma sentito come pericolosa presenza-.

In effetti l’ultima richiesta  ribadisce la fiducia nell’ assistenza divina  di un Dio padre  nel momento  di prova esteso all’esistenza intera   che è misericordioso verso il fedele mai lasciato solo  davanti all’elemento diabolico.

Dunque,  il Pater matteano  e lucano,  al pari dei vangeli contenitori, evidenzia un messaggio nel complesso comune, ma  differenziato perché specificamente   connesso con la situazione storica   propria dei due scritti, per cui la lettura della preghiera   è in relazione ad una diversa  semantizzazione,  avvenuta in  vari momenti storici, in un precisi ambienti , condizionati  da un gruppo  di lettori e di uditori,   nel quadro di una propaganda  diversificata,  a seconda dei particolari  scenari provinciali del II secolo d.C.