Angelo Filipponi - semantizzazione

semantizzazione

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Semantizzare


Ognuno di noi semantizza (dà significato proprio ad un termine, che fa parte del codice linguistico convenzionale, comune ad un popolo) in relazione alla propria cultura, secondo idee convenzionali stratificate nel lessico, accolte genericamente, senza distinzione e senza riflessione, date come nozioni comuni ed universali come eide (idee) e come forme.

Di esse avendo una propria rappresentazione immaginosa come eidola, ognuno le traduce in sue personali immagini.

Il processo linguistico personale di acquisizione funzionale, nella sua convenzionalità, sottende, però, altri eidola che hanno sostanza (eidos), a seconda delle esperienze individuali ,di cui il termine è rappresentazione grafica o sonora per chi scrive o parla, secondo i canoni di quella comune lingua, già codificata dal gruppo parlante.

Il sistema convenzionale linguistico ha stabilito certi rapporti che non sono tali, se non in relazione a precise e segnate referenze personali, per cui ognuno dà un significato proprio, connesso con le sue specifice esperienze e crede che quella sia l?idea convenzionale, insita nel termine in questione, secondo l'asse significante-significato.

Il discorso comunicativo presenta ambiguità ed equivocità di base, insolubile se chi comunica non stabilisce regole semantiche comuni secondo una rigorosa e scientifica oggettività, dopo aver appaiato il proprio codice con il destinatario e connesso, mediante la referenza, al significato il significante linguistico, la cui idea non ha relazioni se non riferite a un patrimonio comune culturale, che ha prodotto quella lingua ed ha permesso quella situazione comunicativa.

Perciò ogni informazione ed ogni comunicazione hanno valore tra parlanti la stessa lingua, che hanno un codice convenzionale acquisito dalla nascita da ogni individuo di quel gruppo, che ha costituito quel codice: gli altri, estranei a quella costruzione, possono imparare quel codice ma, avendo un'altra cultura e un altro sistema di vita, sotteso, entrano in conflitto in quanto nessun termine di una lingua equivale ad un altro di un altro codice: tra eidos ed eidolon c'è una sostanziale differenza di lettura e di interpretazione per cui ogni traduzione è sbagliata in quanto solo il nativo ha coscienza effettiva del rapporto convenzionale tra la lingua codificata secondo regole morfosintattiche e retoriche e le immagini sottese, relate alla esperienza del gruppo, che ha formalizzato il sistema linguistico.

Nessuno estraneo a quel sistema linguistico, neanche dopo lunghissimo studio ed esercizio continuato, grammaticale e logico, è in grado di tradurre in eide ed eidola quei segni linguistici in un 'altra lingua che ha un codice diverso, differente per strutture e per logica e, fondamentalmente, per referenza.

La referenza non è mai univoca in quanto è connessa con i giochi retorici connessi con i segni linguistici del codice convenzionale e con i processi logici proprio della maggiore o minore funzionalità di quel popolo, che ha quella lingua; essa non è solo l'esperienza articolata nel segno convenzionale e nella sua area lessicale della stessa radice ma va oltre il termine e ha una valenza significativa propria dei campi semantici, avendo da una parte un'attinenza con il significante (famiglia lessicale) e da un'altra con la significatività (area semantica).

Questa doppia valenza significantica e significativa, avendo valore complessivo di area semantica, comporta un' ambiguità già nell'ambito stesso della lingua di uno stesso popolo in quanto si ha una stabilità lessicale significantica, ma si ha anche una variabilità significativa personale non univoca, data la diversità di relazione individuale con la realtà.

Perciò ta onta (le cose che sono, la realtà) non sono oggettivamente quelle cose che sono in realtà (ta eont0s onta), ma sono quelle che appaiono ad ogni individuo (ta phainomena) che dà precisi propri contenuti in relazione alle personali esperienze, usando il medesimo lessico e, servendosi di un proprio stile, crea una sua propria poetica, irripetibile ed unica, tipica di una personalità completa e compiuta, che esprime i propri contenuti con un suo sistema tecnico linguistico.

Un mondo a parte è quello del mistico (da rilevare) che è al di là dei fenomeni, delle apparenze e della realtà stessa: essere fuori dei sensi è exstasis (da ecsisthmi), è delirio che costituisce la base per la comprensione dell' extrasensoriale, della verità occulta, la cui ricerca ha un tragitto e una specifica methodos irrazionalistica:il vedere e sentire senza sensi, oltre i sensi è un altro modo di cogliere la non realtà, la realtà della realtà.

Al di là, dunque, della comunicazione mistica, adatta solo ad iniziati, la normale comunicazione, invece, comporta, data la tipcità individuale, differenze di acquizioni e differenti culture, che provocano non identità di vedute, incomprensioni e perfino contrasti e diatribe.

Nella comunicazione, infatti, ci si accorge dell?equivoco di ogni termine quando ogni incontro con un altro diventa uno scontro in quanto i due che comunicano hanno due livelli differenti culturali e quindi due forme linguistiche differenti, anche se parlano la stessa lingua, perché il codice di ognuno si è costituito in relazione ad una specifica semantizzazione individuale, relata alla formazione personale, pur rimanendo nello stesso codice comune, che sottende eide generiche, vaghe.

Perciò quando dobbiamo parlare, dobbiamo preoccuparci di appaiare il nostro codice a quello dell?altro, stando in ascolto nella fase di ricevenza in modo da capire se le semantizzazioni altrui sono sullo stesso piano, cioè dobbiamo vedere se le immagini sono comuni oppure divergono e capire come divergono, pur usando lo stesso termine.

Insomma in quei pochi minuti di ascolto dobbiamo rilevare se le cose sottese all'eidos, tradotte in azioni, equivalgono alle nostre o sono solo parole, di cui l'altro si serve in senso nominale, senza averne effettiva conoscenza.

Senza questa verifica il parlare è ozioso e risulta una perdita di tempo: i due parlano inutilmente: la comunicazione non avviene perché i due sono su due piani diversi.

Inoltre semantizzare significa conoscere la realtà che si conosce come espertenza concreta di vita, come patrimonio personale e proprio: solo se l'esperienza è intatta, non toccata da interpertazioni e da intermediari, è reale e vitale ed è contingente a reali situazioni.

Ogni conoscenza umana è connessa a due azioni congiunte quella di analisi e di sintesi: diacrisis e syncrisis sono due operazioni che, congiunte, hanno un'efficacia, distinte, dànno, invece, risultanze parziali, unilaterali.

Perciò solo se si sa tagliare, dividere, selezionare, analizzare e poi tirare conclusioni e da tante conclusioni arrivare a parziali sintesi si può effettivamente conseguire qualche risultato scientifico conoscitivo, come frutto sintetico parziale, suscettibile di ulteriori e progressivi ampliamenti e miglioramenti, prodotto di un lungo e continuato lavoro, risultato di una faticosa askesis (esercizio).

Le operazioni di temnein (tagliare) e di diairein sono fondamentali per ogni azione conclusiva e sintetica: ogni linguista (per non parlare di Platone, degli stoici, degli epicurei e degli scettici) è convinto che il linguaggio umano può avere valore solo se si va oltre la convenzione e si scava nell'area semantica di ogni termine: senza la preventiva azione analitica sfugge ad ogni individuo il valore del termine in quanto ognuno di noi, educato alla confusione, è rimasto troppo a lungo nella sincresi confusionale in uno stadio tra logos e muthos, quindi in fase irrazionale.

Ciò è dovuto al fatto che le operazioni di distinzione e di analisi sono fatte al fine contemporaneo di una sostanziale riunificazione ideale, che trova nella riduzione all'unitarietà concettuale, grazie alla specifica azione di riportare ogni cosa all'unità (sunagein e sunoran eis en) la sua completa realizzazione, in una concezione mistica.

Infatti la sostanza materiale e quella logica del termine si fondono e confondono in quanto l'unità dell'en kata ten ulen ( una cosa secondo la materia) e dell'en kata ton logon (una cosa secondo pensiero), avendo due ambiti diversi rimandano a due mondi differenti e non si congiungono effettivamente se non nella convenzione formale e perciò il segno linguistico diventa da ambiguo, equivoco, perchè molteplice, data la varietà concettuale e la multiforme lettura.

Ora la comunicazione di un solo termine non è possibile nemmeno ad uno della stessa lingua, se non si ha in comune la stessa sostanza lessicale, lo stesso eidos (idea) circa quello stesso significante così scritto ed ordinatamente disposto e la stessa referenza connessa con la situazione, in cui si verifica il fatto comunicativo, relato ad uno specifico episodio, ben definito nel contesto storico e geografico, data la diversità di eidola (immagini).

La comunicazione diventa ancora più ardua con elementi di diverso codice, già separati da diversità linguistiche e da diversità concettuali.

Dunque, se è difficile, equivoco, (quasi impossibile) comunicare perfino solo un termine, immaginiamoci quanto sia ancora più arduo comunicare due termini collegati, formanti un sintagma signficativo: per anni ho dovuto lavorare solo su un termine e poi, dopo che si era costituito un vocabolario comune sono passato sul sintagma ed infine sull?enunciato semplice, dopo avere mostrato la struttura profonda e la struttura superficiale dell?enunciato composto e complesso in una semplificazione enunciativa e spesso alla sola nominalizzazione: questo è fare scuola!

Ne deriva che sono molto scettico quando parlo, in quanto penso sempre di non essere capito o di essere frainteso per cui riduco all'essenziale la comunicazione, anche informativa: spesso appaio un deficiente incapace di dire i termini più elemenatri perché penso all'altro che decodifica e al suo modo di lavorare (inesatto)!

Nessun emittente è in grado di spiegare ciò che dice ad un destinatario perchè la sua esperienza di vita singola seppure oggettivata, lo rende unico: ha bisogno di effettiva decifrazione e lettura tecnica, cosa che non può avvenire in un incontro personale o in una conferenza o in una comunicazione di massa, dove devono valere la forma e la retorica, in relazione ai fini.

Equivoco è ogni linguaggio specie se filosofico, artistico, poetico ed anche quello scientifico, nonostante il rigore e l'esattezza matematica, risulta, date le dimostrazioni concettuali, una deformazione della realtà.

Educare alla lingua tecnicamente e lavorare alla semantizzazione in modo da poter conoscere l'altro in relazione alla conoscenza personale ed individuale sono già due momenti formativi innovativi che permettono una comune storia, una comune conoscenza del patrimonio linguistico e della phusis, senza mediazione, come scoperta sempre nuova, come esperienza vitale e come estatica ascesa individuale.

Sono però solo momenti di un lungo percorso in cui la parola assume un rilievo formativo integrale, in senso mistico. grazie ad una lettura artificialis, che è esegesi, interpretazione allegorica ...

Autore: Angelo Filipponi

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