Prefazione a De vita Mosis

Peri biou Mouseos I,II,III

Vita di Mosé
di Filone

Avendo tradotto nel 1983 da Hoeschelius e Turnebus  (1614, un testo latino- greco  su stampa di Petrus de la Roviere)  Peri tou biou Moouseoos La vita di Mosè in tre libri, mi  trovai nella primavera del 1984 tra le mani Philon d’Alexandrie De vita Mosis, Introduction, Traduction et Notes par Roger ARNALDEZ, Claude MONDESERT, Jean POUILLOUX, Pierre SAVINEL, Ediction Du Cerf 1967.

Rilevai che l’opera era divisa in due libri e rimasi sorpreso che l’Edition du Cerf , congiuntamente con la Loeb, non avesse rettificato la divisione in tre libri, riportata dai manoscritti, curati da Hoeschelius e Turnebus.

In effetti i quattro curatori francesi  affermavano nella I pagina, nell’introduzione sulla autenticità del testo  che la  stesura in due libri era dovuta al fatto che in Filone c’era  una discrepanza circa il numero dei libri della Vita di Mosè.

Essi riportavano un passo di De virtutibus, 52 (interpolato?, falsamente ritenuto  appartenente al logos/libro su  una delle virtù esaminate: De Fortitudine?,  De Humanitate?,  De Paenitentia? o di De nobilitate?) considerato  autentico da H. COLSON- G.H. WHITAKER, (Philo, V  Loeb Classical library –Harvard Press 1934) ed anche da L.KOEHN, Philo VI .

Il passo in questione sarebbe questo: …è messo in luce nelle due precedenti opere, che io -Filone-  ho composto su La vita di Mosè…

Da   questo non si comprende esattamente se l’autore parli di due precedenti opere della Vita di Mosè (Biblos proth Alfa e deutera Beta, prima di scrivere la  Biblos trith gamma o se tratti di due opere che precedono tutta l’opera di Via di Mosè al completo).

Sarebbero troppe, comunque,  le obiezioni a proposito  e troppo tempo si perderebbe…

Rimane indubbio che è da dimostrare che la Vita di Mosè sia composta da due libri e non da tre,  quando la tradizione dei manoscritti mostra invece tre libri, diversi per lunghezza, e certamente non equilibrati. Così sono, comunque, i manoscritti come  Logos  I, II,III.

Inoltre c’è una traduzione di Giulio Ballino del 1560 in Venezia (appresso Giulio Bevilacqua), da me letta,  riportata anche da Iacopo Maria  Paitoni in Biblioteca  degli autori greci e latini volgarizzati del 1766.

Questi, un avvocato, dedicando la sua opera a Filippo Terzi  un altro avvocato di grande valore all’epoca, tratta del modo di tradurre   mostrando il suo personale sistema mediano tra la traduzione letterale e quella a senso.

Egli divide l’opera in tre libri così suddivisa: I  Prefazione pp 1-112: II 113-135; III 136-211.

Perciò, dopo avere esaminato,il testo, ho fatto alcune considerazioni in quanto ho nel cassetto Vita di Mosè in tre libri, come tanti altri libri di Filone.

La casa editrice Du Cerf  coi suoi autori  mostrava la Vita di Mosè secondo la tradizione cristiana, che considerava  Mosè  figura centrale  in epoca  teodosiana sulla scia di un Filone, letto secondo l’impostazione dei cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e di Gregorio di Nissa che  vedevano  Mosè  comme l’expression  d’une sagesse, enseignée par Dieu.

Inoltre gli autori mostravano che  la vie de Mosé n’a guère de points communs avec le De Abrahamo et le de Iosepho. L’un et l’autre de ces deux traités apparaissent bien davantage comme un prétexte à une dissertation morale ou une meditation religieuse, sanz que toujours le rapport soit étroit avec la vie d’Abraham ou de Joseph: ainsi ce dernier incarne-t-il la vertù politique  et l’on  a pu montrer  sans peine  tout ce que son portrait devait à l’ideal du souverain hellenistique.  (p.12)

Quindi allora  rilevavo solo la stessa impostazione dei cappadoci  e consideravo inesatta la notizia dei due libri di Vita di Mosè...

Gli autori sembravano riferirsi all’auctoritas di Koehn  e  di Colson  (edizione Loeb ,VI  e di  passi 1-4 1. 188 De vita Mosis   cfr I.189 ) che mettevano in relazione i dodici capi delle tribù con  con la palmaphoiniki  tooi toon   dendroon aristooi  proshkontooos pareikasthentes , o kai  ophthhnai kai karpon  enegkein esti kalliston, oper kai thn zootikhn echei dunamin  ouk en rizais oosper ta alla katoroorugmenhn  all’avoophoiton, kardias tropon en tooi mesaitatooi toon akremonoon  idrumenhn, uph’oon oia hgemonis  ontoos en kuklooi doruphoreitai/ alla palma, l’albero più nobile, bellissimo a vedersi e ricco di frutti; la sua linfa vitale non  è nelle radici  ma nella parte alt , quasi cuore  posto al  centro esatto dei rami, che la circondano e  difendono tutt’intorno, come una signora.

I francesi aggiungevano dopo aver considerato dello stesso tipo la natura delle mente che ha gustato la santità :Anoo gar memathhke blepein te kai hoitan kai metooropolousa aei kai ta theia diereunomenh kallh cleuhn tithetai  ta epigeia, tauta men paidian, ekeina de spoudhn  oos alhthoos nomizousa/ infatti ha imparato a guardare e a tender in alto  si libra sopra le cose terrene e ricerca la bellezza divina. Considera risibili le cose terrene  e le giudica cose da bambini, ritenendo  che siano cose veramente serie   altre  di cui occuparsi (190)-

Questo passo autorizza perfino accostamenti tra la vita di Mosè e Peri Upsous. ..

Perché Filone non avrebbe potuto scrivere quest’opera?

Se si è ipotizzato  che potrebbe essere uno dei vecchi che discutono con l’autore, perché non potrebbe invece essere l’autore stesso?

Cosa ostacola?

Non certamente il linguaggio, che è lo stesso; non certamente il pensiero retorico che è lo stesso, non lo stile che è quasi identico specie nel rapporto tra Vita di Mosè e il Sublime !

Neppure la filosofia generale specie di stampo stoico…

Inoltre l’uso intervallato in tutta l’opera con frequenza  di upsos mi lascia molto incerto su tale problema. ..

Filone, comunque, qui platonizza, e  la traduzione  francese non è certamente la migliore. Telle est la nature  qu’à  aussi la pensée de ceux  qui ont gouté  des sentments religieux: ella a appris  à regarder en haut, a frequenter les auteurs : elle évolue toujours dans les regions sublimes ; elle recherche nles beautés divines et regarde les choses de la terre comme un objet de risée : à ses yeux  il n’y a ici-bas que jeux d’enfants là-haut sont les réa lités  vraiment (ibidem 119)….

Mi sono trovato,  poi, tra le mani  Filone, Vita di Mosè a cura di Paola Graffigna,  Rusconi,1999, in due libri .

Ancora di più, dopo questa lettura, mi sono persuaso che i libri della Vita di Mosè di Filone siano in effetti tre  e non due.

Dopo aver esaminato attentamente il testo della Graffigna, ho fatto alcune considerazioni  in quanto avevo tradotto già l’opera filoniana  sia su Filone che sulla traduzione .
Paola Graffigna ha fatto un lavoro serio e meticoloso  non solo sul piano dell’espressione ma anche su quello dei contenuti: ha qualche incertezza (forse) solo sul piano storico-contestuale (rilevabile nelle note), mentre ha operato egregiamente nella introduzione  inserendo il proprio lavoro nel quadro della critica ufficiale,  ben rifacendosi a L. Massebieu –E Bréhier,  Essai sur la Chronologie  de la vie e des oeuvres  de Philon  ( “Revue de l’Histoire des religions”,53,1906) e a L.Kohn, Einteilung und Chronologie der Schriften Philos (“Philologus”, supll. Bd. VII,III,189)
Il suo  è  un  libro certamente  ben scritto e ben tradotto.
Resto sorpreso, però, che la Graffigna (che  fa o faceva  parte del gruppo di Reale-Radice) abbia tradotto solo due libri e abbia  chiuso il secondo libro con la parte conclusiva del III libro: conosce eppure l’opera omnia di Filone  di R. Arnaldez,  C. Mondesert, J.Pouilloux (Les oeuvres de Philon d’Alexandrie) e specie il De vita Mosis Paris, 1967…
Si è perfino posto il problema della Vita di Mosè anche se non ha scavato per cercare altre soluzioni e  trovare alternative alle vite agiografiche  del legislatore  ed è rimasta nel vago, seguendo la tradizione mosaica derivata da Filone stesso, da Flavio e dai padri della Chiesa del IV secolo: eppure  ha buona conoscenza sia di V. Nikiprowetzy ( Le commentaire de l’écriture chez Philon d’Alexandrie, Leida 1977) che di T. Mangey (da cui ha tratto anche il testo di Vita contemplativa Melangolo, Genova 1992)  che si rifaceva sicuramente a Turnebus ed Hoeschelius, dai quali derivava il titolo dell’opera Philonos Ioudaioy peri biou Mouseos oper  esti peri theologias kai prophhthas logos I,II, III) oltre che di E.R. Goodenough, The politics of Philo Joudaeus, New,Haven 1938 e di D.T. Runia, Philo of Alexandria and the Timaeus of Plato, Leiden 1986 e tanti altri critici.
Il lavoro, fatto dal Mangey,  di revisione e di interpretazione, è del 1742 (Philonis ioudaei Opera quae reperiri potuerunt omnia. Textum cun Mss. contulit, quamplurima etiam et codd, Vaticano,Mediceo et Bodleiano, scriptoribus item vetustis , necnon catenis  graecis, ineditis,  adiecit interpretationemque  emendavit , universa notis et observationibus illustravit Thomas Mangey London 1742) ed è opera pregevole, anche se derivata e legata a  quella precedente  del 1613: la Graffigna lo cita spesso in Vita Contemplativa in quanto riprende  e segue la sua “lezione.
La Graffigna conosce anche la revisione  di L. Kohn, S. Reiter e P. Wendland Philonis Alessandrini  opera omnia quae supersunt 1898 in tre volumi, poi, continuata fino al 1915, ampliata a 6 volumi.  Il loro testo mette insieme per quanto riguarda la vita di Mosè il  secondo e terzo libro della tradizione (indicando esattamente II e III libro  collegati da / ).
L’autrice rivendica giustamente  che in Italia non esistono effettivamente traduzioni con testo greco (quella ottocentesca di S.G. Consolo, stampata a Padova nel 1857,  fu criticata, comunque, perché era  priva di note e scritta con intento pedagogico) e che lei ha tradotto e commentato Filone, facendo anche un lavoro di note, accurato.
Rileva che Filone è autore  scarsamente conosciuto in Italia  in quanto manca  una edizione completa  delle sue opere  e mostra che  quelle tradotte  per lo più mancano di notazioni storiche –filosofiche, indispensabili per addentrarsi  nella complessità dei trattati dell’alessandrino, forse sottendendo nella critica anche l’Università Cattolica.
L’autrice infatti precisa “ soltanto il commento permette di cogliere  la mistione delle due componenti  greca e giudaica  della scrittura filoniana, nonché di mettere  a confronto i loci paralleli  in cui lo stesso tema  viene trattato  e dunque di verificare la coerenza ( o l ‘incorerenza) dell’esegeta”.
Onore, dunque, al lavoro di Paola Graffigna.
Io, però,  ho una ben altra finale del II libro,(elogio dell’ariston genos anthropon, che  solo tra tutti ebbe il dominio su quanto abita la terra  in quanto creato come antimimon …theou dunameos,  eikon ths aoratou phuseos emphanhs, aidiou genhth–  come imitazione della potenza di Dio immagine visibile della natura invisibile, padre di eterno ) mentre per la fine del III libro ho gli ultimi paragrafi del II libro della Graffigna, confusi con quelli conclusivi del III libro.
Senza entrare in polemica,  sono perplesso perché abbiano eliminato  il terzo libro,
E’ chiaro che lei segue una direttiva (ma di chi? e perché?) ed è allineata secondo la lettura tipica dell’Università Cattolica di Milano.
Penso che abbia fatto tale divisione sulla base, però, solo della lunghezza del II libro che, se fuso col terzo, raggiunge quasi la lunghezza dei paragrafi del primo: infatti ha diviso l’opera in due libri: uno composto di 334 paragrafi e il secondo di 292….

Ha forse ripreso il il testo del  Mangey, che ha messo insieme le due parti come se fossero un solo libro, oppure quello di Wendland che ha messo  insieme II/III?
Comunque La vita di Mosè  constava di tre libri (che ora lo leggiamo in due): il primo  tratta del re, il secondo  del legislatore e il terzo del sacerdote e profeta.
Infatti  in III,1  si legge: abbiamo già colto due parti della vita di Mosé, quella sul re e sul legislatore bisogna  ora aggiungere (prosapodoteon da prosapodidomisborso , do in aggiunta E’ verbo proprio del trapezites che paga un tokos un interesse) la terza quella sul sacerdozio, (To peri ierosunes)  che deve essere aggiunta come  funzione più grande e più necessaria per un sommo sacerdote, la pietas (ten eusebeian), congiunta con la profezia .
Non ci sono dubbi,  quindi, che Filone abbia scritto tre libri e non due sulla Vita di Mosè.

Il testo  di Filone del 1614  è  tridentino cioè ha  l’ imprimatur della commissione pontifica  (excudebat Petrus de la Roviere, un coraggioso ginevrino, non sempre allineato con la Chiesa- cfr frontespizio)
Certamente  la vita di Mosè è una  sorta di manifesto programmatico di vita e fede giudaica,  ma è anche espressione della teologia di un popolo:  non è qui il caso che si metta a confronto la varia opinione degli studiosi sulla formazione e sull’ inserimento dell’opera nel quadro dell’opera omnia di Filone .
Le tesi di l Massebieau e di E- Bréhier   e quella di L. Cohn e quelle di E. R. Goodenough e di B. Boitte  sono discutibili  ma una cosa è certa : Filone propone un modello ebraico di vita sulla base della vita totale di Mosè re, nomotheta , sacerdote e profeta (III libro, ultima riga in connessione con l’inizio dello stesso libro).
Filone deve giustificare al mondo romano la vita del giudeo e la sua funzione nel mondo romano, dopo che l’alessandrinismo giudaico ha conquistato il mondo in senso economico con gli oniadi, specie  dopo  la minaccia di Caligola alla sua stessa esistenza, a seguito della nuova costituzione giudaica secondo il volere di Claudio.
Noi, invece, oggi leggiamo Filone solo come ce lo ha tramandato Gregorio di Nissa nella sua opera su Mosé, che vuole imporre  sulla linea origeniana, il cristianesimo come religione ufficiale in epoca teodosiana, mostrando la grandezza di Mosè e quindi di Cristo re,  legislatore e sacerdote, in opposizione alla cultura pagana.

Il testo di Gregorio di Nissa  è una esaltazione, quasi un panegirico  del sacerdozio e della profezia.
Gregorio scrive Peri tou biou Mouseos/ la Vita di Mosè (Gregoriou episkopou Nusses Peri aretes hetoi Eis ton bion Mouseos) in due libri: nel primo mostra, secondo il sistema litteralis i fatti salienti della vita del legislatore/nomotheta  seguendo Esodo,  Numeri e  i tre libri della Vita di Mosè di  Filone in una pura esposizione di fatti in cui si rileva ora  la semplicità biblica ed ora anche l’artificialità filoniana:  il telos del primo, narrativo , simile a quello della Vita di Macrina,  è questo:  dare un modello di vita ai monaci con l’aggiunta di un alto modello scritturistico così da aver la possibilità di interpretare,  per mostrare l’iter verso l’epektasis; nel secondo,  il cristiano opera come Filone in modo simbolico,  secondo allegoria (mhnuontos  dià sumbolon  tou Theou Vita di Mosé,1,217 ) ampliando il discorso narrativo per dimostrare e per concludere che Mosè ha fatto un percorso verso la perfezione, il migliore possibile per un uomo,  in modo da considerarlo come modello e simbolo  del cristiano perfetto.
Ma, oltre questa impostazione a livello di iter esemplare, c’è anche l’ assimilazione di Mosè con Gesù, della Legge con Gesù stesso, tanto che, a mio parere, la figura di Mosè per Gregorio di Nissa, come anche per suo fratello Basilio e per Gregorio di Nazianzo è basilare e fondante  quella divina di  Gesù Cristo, che proprio alla fine del IV secolo perde ogni contorno umano, alla luce della divinizzazione  secondo logos e della  trinitizzazione del Figlio uios insieme col Pater Ktistes/poihths e con Pneuma agion.
Insomma La vita di Mosè  segna il momento storico della reale divinizzazione del Christos, che non era stata ancora completata nonostante le formulazioni nicene, utili (krhstai) per la riformulazione al Concilio di Costantinopoli, grazie anche a Teodosio e a Gregorio di Nazianzo, in una capitale, in cui si stava debellando  l’eresia ariana  con una operazione non solo politica  ma anche ecclesiale  (Nettario e Giovanni Crisostomo completeranno l’opera)…
Per me, che non entro, in questa prefazione,nei problemi della patristica, sono importanti a questo punto solo la datazione del libro e la tecnica esegetica, utili ai fini della comprensione del contributo del Nisseno alla vittoria sull’arianesimo e necessarie per la definizione stessa dell’allegoria  cristiana (disgiunta da quella giudaica ) e  per la rilevazione del suo particolare uso nel Quarto  Secolo, in un ambiente  (quello cappadoce, ancora origeniano) dominato dalla interpretazione dià sumbolon, tipica del didaskaleion di  Alessandria, fonte di contrasti con lo stesso patriarcato alessandrino, destinati ad acuirsi con Teofilo e poi con Cirillo…
Propendo, dunque,  per una datazione non lontana dalla morte di Basilio (379) e  poco dopo il Concilio di Costantinopoli (381)  e prima della morte di Pulcheria maior e di Flaccilla, quindi un arco di circa sette anni  in cui è ben definita la nuova situazione del patriarcato di Costantinopoli  con Nettario: l’opera quindi ha valore non solo di formazione di un perfetto cristiano, in quanto sacerdote,  ma anche  un significato teologico in linea con le formulazioni trinitarie  di Basilio e di Gregorio di Nazianzo e con quelle di Giovanni Crisostomo ed in opposizione al mondo giudaico …
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