Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Sollecitato brillantemente dal presentatore  Gino Troli, professore di lettere  e  politico regionale, lo scrittore ha fatto la situazione linguistica pazzesca di un’Italia, che non sa neanche quello che dice, mentre usa un gergo misto italo-inglese, costituito da sincresi semantiche  grazie alla confusione di lemmi diversi,  mediante  crasi   (un fenomeno fonetico che permette di fondere la vocale terminale di una parola con quella iniziale del termine successivo, senza, però, l’aggiunta della coronide greca – una specie di apostrofo sopra le due vocali contratte-)  e  che forma neologismi di differente natura.

L’autore ha ragionato sulla lingua  e sui  suoi  radicali cambiamenti  cogliendo  nei segni linguistici i  deliri, le contorsioni erotico-sentimentali, le rattrappite  contrazioni  della nostra civiltà occidentale, unificata e conformata al modello anglosassone  e rilevando l’italiano esagerato, smisurato nell’amplificazioni  iperboliche, per poi concludere con un elenco di  termini nuovi, tratti dalla politica, dallo spettacolo, dalle comunicazioni dei cellulari e dalle deformazioni della  quotidianità, sorti dal gioco  stesso di combinazione linguistica, secondo una propria logica, in relazione alle sue  specifiche competenze.

Naturalmente  mi sono state propinate brevi lezioni tecniche di linguistica, colorite, teoriche, spettacolari, piacevoli, simpatiche  sia sul piano del lessico che su quello dei morfemi, dei sintagmi e de i costrutti  sintattici e delle figure retoriche, oltre che su quello  dei fenomeni  fonetici di sincope ed apocope, senza però la dovuta impostazione referenziale e contestuale  e la  necessaria ricreazione del sistema linguistico: il tutto in modo generico, superficiale  e caotico, in una lezione sostanzialmente frontale, nonostante tentativi di diretta comunicazione, non riusciti.

Alla fine, poi, per la premiazione, un vicino mi ha sottoposto  la pergamena  dove spicca  un’ impegno   con l’apostrofo, che noi abbiamo tramutato con due virgolette  poste  a destra e a sinistra  del termine maschile, iniziante  per  vocale, per  mascherare l’errore ortografico.  Ed allora?

Mastrantonio è  un bravo scrittore – modesto linguisticamente sul piano espressivo e forse anche letterariamente se parla in quel modo  della  Teoria del Fanciullino di Pascoli-  che ha fatto una sua ricerca diligente, locale, tipica di un  ricercatore linguistico.

Mastrantonio nella sua ricerca  compie operazioni indebite  perché, sulla base di alcune ricorrenze e di  presenze reiterate, o di ripetizioni e di  apparenti fenomeni di volgarizzazione del processo linguistico, ancora in atto  -in quanto la lingua è  corpo vivente – , pensa  di poter valutare l’intero sistema, di standardizzarlo  in relazione a parziali risultanze soggettive, non ancora storicizzate e per di più non verificate in situazioni differenziate e/o diverse.

Buona, però,  è la denuncia dell’imbarbarimento della lingua italiana e della frattura, insanabile, ormai irreversibile, tra la generazione vecchia, di codice agricolo-dialettale e classico, e quella giovanile commerciale ed informatica, snobisticamente anglofona.

L’autore, comunque,  mi ha sorpreso e stupito per la capacità  di rilevare  e  di  notare l’ottuso dilagare delle mode  imitative, puerili, l’impoverimento del lessico astratto,  l’inappropriato uso  dei morfemi, dei sintagmi, dei  neologismi di difficile lettura ed interpretazione,  senza la certezza della etimologia, e per  l’esame, satirico, delle tendenze verso toni eufemistici ed enfatici.

Pazzesco è, dunque, un buon libro.

Lo stesso titolo Pazzesco sottende  questo mondo  dei media  attuale contraddittorio, visto con  occhio ironico ed umoristico dal giovane scrittore, abile nel leggere nei suoi compagni di lavoro e in se stesso la crisi linguistica, che si manifesta nell’ambiente milanese  in modo abnorme, specie in contesti falsamente letterari, pseudo-culturali, ancora borghesi, politico-berlusconiani: la lingua  non solo  in determinati ambiti, ma anche in ogni luogo in cui si comunica realmente, diventa uno strumento  esagerato esasperato,  sproporzionato per la normalità comunicativa, data la convenzionalità del segno e il divario  fra significante e significato e  considerata la mancanza di referenza.

E’ un mondo quello mostrato  dall’autore  della Marsilio, pazzesco,  davvero straordinario  nella sua alogicità e disarmonia,  ricco e fantastico,  tipico di chi, fuori dai processi linguistici e profano, pensa di poterli usare e di saperli perfino incanalare ed orientare.

Eppure la sua angolazione di scrittore, non corretta, risulta  dilettantesca, tipica  di chi gioca con un proprio codice  e con un personale registro e  fa ricerca socio-psico-linguistica  senza reale conoscenza dei fenomeni e crede di poterli effettivamente rilevare.

Insomma, nonostante le contraddizioni, Luca Mastrantonio, da buon molisano, ci azzecca   e sa cavalcare la via facile del successo, parlando bene, vendendo istrionicamente  il suo prodotto,   proprio di pseudo letterati  fanatici  della loro lettura e del proprio fiuto mestatorio.

Non è sufficiente, però,  per l’ analisi di un fenomeno  complicato e complesso, come quello della formazione di vocaboli sul piano lessicale e del loro collocamento  morfosintattico e semantico, fatto esclusivamente in contesti  settentrionali e politico- borghese letterari, rilevare solo alcune presenze  di lemmi nuovi o mescolati  arbitrariamente e  pensare a   forme di apacs legomena e quindi passare a fare un dizionario  al fine di  indicare una  possibile purificazione linguistica,  a seguito di una presa di coscienza del fenomeno, successiva al lavoro etimologico. I neologismi (emoticon, bimbo- minchia, milf, stasereno, rottamare   ecc.) restano ancora  come segni inerti sulla carta,  polloni  verdi, intasanti il tronco linguistico destinati, fatalmente, a scomparire e  a non lasciare traccia.

Personalmente  mi preoccuperei, invece,  del consolidato analfabetismo di ritorno dei giovani, anche se scrittori, e dell’equivoco linguistico ad ogni enunciato semplice, seppure informativo,  domestico, culinario, viste la disparità culturale e il soggettivo  modo di sostanziare di referenze concrete ogni termine,  a causa del  personale sistema di semantizzazione dei comunicanti: tra emittente e ricevente, non esistendo un comune mondo di esperienze e di sapèri,  la comunicazione più elementare  non passa  perché è assente il rispetto reciproco, data l’aristocrazia comunicativa connessa con munus , perché necessitano il filtro metalinguistico sul codice e   la specifica funzione poetica  sul messaggio, ammesso che non ci  sia interferenza nel canale e che  sia concreta la situazione contestuale.

Sono  denunce,  inascoltate, come quelle  da me fatte negli anni settanta (cfr Intervista di Mario Gorini al prof. Angelo Filipponi, su Analfabetismo di Ritorno in www.angelofilipponi.com)  in una S. Benedetto del Tronto, area culturale depressa allora, definita  un deserto,  rispetto alla città  attuale pullulante di scrittori, di circoli letterari, di eventi culturali!

Dunque, un libro interessante quello di  Mastrantonio che apre nuovi orizzonti, dopo lunga e difficile digestione.

Nell’era dei camerieri e dei cuochi, dei messaggini e dei pizzini, del politichese e del bla bla, i significati risultano convenzioni come i significanti ed allontanano dalla realtà sociale economica  religiosa e politica, e la fettuccia linguistica di pochi segni, pur nella sua brevità   è   vuoto nome incapace di dare emozioni  e vita : viene ridotta ogni comprensione e con essa la partecipazione all’ evento costruttivo e alla solidarietà umana, al rapporto dialogico,  cosa che  i  tanti dialetti, nella loro storia municipale, hanno per secoli  contribuito ad alimentare  con la vivacità propulsiva della vita stessa della comunità, che li produceva.

Ora i padri non comprendono i figli, che, a loro  volta , neppure comprendono se stessi e  i loro fratelli  nelle famiglie normali e tanto meno in quelle allargate, e, privati dei segni cardinali di identificazione  geno-culturale, stanno perdendo  con la mistificazione linguistica e coi solecismi  la loro identità nazionale, data anche l’invasione dei  migranti africani, orientali e sudamericani.

La lingua è in un vortice tumultuoso, in cui vernacoli e telefonini si scontrano  e dove segni tradizionali sbattono  con quelli non solo europei ma anche asiatici, americani africani ed australiani, generando,  grazie alle forze di dispersione e di aggregazione,  nuove forme che potranno, con una nuova stabilità politico-economica e socio-religiosa, far sorgere un nuova comunità parlante, alimentata dai contributi nazionali.

Il caos linguistico è segno di una svolta epocale?