La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

Lo stesso Flavio aveva già mostrato, all’inizio del libro, il  farsi Theos di Gaio ed aveva evidenziato  l’ectheosis, imposta ai sudditi, (ecsetheiaze d’eauton, kai tas timas ouketi anthropinas hcsiou gignesthai para toon uphkooon autooi/ si deificò e pretendeva che gli fossero dati dai sudditi onori che non erano propri di un uomo), la persecuzione  sia contro la Iudaea che contro i giudei ellenisti, la riduzione di Roma a città normale- dopo aver innalzato Alessandria al rango di capitale- l’esautorazione del senato, l’abbattimento dei privilegi dei cavalieri  col conseguente o esilio o confisca dei beni.
Per lo storico Gaio si era equiparato con Zeus, considerato come un fratello, dopo aver fatto la sua celebrazione come dio.
Secondo Filone (Legatio ad Gaium)  un  preciso cursus di deificazione  era stato progettato, per gradi, da un‘équipe alessandrina a  servizio dell’imperatore, in un passaggio  da una fase  eroica di deità minore ad una crescente intitolatura di divinità maggiore.
Al progetto era seguita una perfetta spettacolarizzazione per il popolo, cadenzata per tutto l’anno 40, con manifestazioni divine (epiphaneiai) in cui veniva celebrato il dio mediante effetti speciali, grazie alle invenzioni scientifiche dell’epoca, capaci di presentare Gaio come onnipotente, in atto di scagliare fulmini, di tuonare, numen  dominatore di ogni fenomeno ed elemento naturale, (terra, acqua, aria, fuoco) e  perfino risanatore di ogni forma di  male.
Ho già mostrato in  Caligola il Sublime perfino il culto, con cui veniva venerato il Dio Gaio, che aveva un suo gruppo sacerdotale, pagato dallo stato, un suo complesso rituale, propri animali sacri  e templi a lui dedicati, e perfino giorni festivi.
Il culto del numen di Gaio era obbligatorio in tutto il mondo romano; in ogni città  e villaggio si facevano sacrifici e si dicevano preghiere al Theos Gaio, come avveniva  a Dora (Ant. Giud.XIX,308) dove il culto di latria dell’imperatore portava a stasis rivoluzione  e a tarachh/ tumulto in senso antigiudaico, anche dopo l’avvento di Claudio, che, conforme ai precedenti editti,  dovette decretare che ogni etnos popolo fosse libero di avere uno specifico culto religioso/threskeia,  secondo il proprio costume/ ethos.
Solo i giudei aramaici (ed alcune frange druidiche) fecero opposizioni, stroncate dal governatore di Siria Petronio Turpiliano  che,  riluttante, dovette obbedire al decreto di deportazione o di strage, in caso di non ottemperanza della popolazione al decreto imperiale di installare la statua del nuovo dio nel tempio di Gerusalemme.
La morte del Dio Caligola salvò i giudei e lo stesso governatore, lento nell’eseguire gli ordini.
La uccisione, a Roma, del Theos,  perciò, non fu creduta perché un dio non muore: sembrò una delle tante manifestazioni teatrali e quindi  ci si aspettava l’ anastasis toon nekroon del Dio.
Per questo, Roma fu paralizzata per oltre un giorno e si mosse solo chi sapeva che il Dio era un uomo, che cioè il dio era veramente morto ed ucciso non dai nobili congiurati ma dai pretoriani che, esautorati,  reclamavano la liquidazione e che temevano di perderla se il Dio si allontanava da Roma con la nuova guardia del corpo di Germani.
Roma e l’impero rimasero attoniti davanti alla morte del Dio.
Alla theopoiia  imperiale  doveva aver inizialmente cooperato, in opposizione al team alessandrino greco,  Filone di Alessandria   in quel momento presente a Roma, a capo di una delegazione giudaica, ascoltata, ma condannata  in giudizio, da Gaio poco prima della sua morte,  che con De Josepho e con la Vita di Mosè  poi tanto avrebbe  influenzato e condizionato la deificazione di Gesù Christos.
Di Gesù Christos, morto nella Pasqua del 36  (secondo i calcoli della enumerazione cristiana, errata) solo i giudei  popolari aramaici e  qualche gruppo di giudei ellenisti avevano pianto la sua morte e nessuno (o quasi) ricordava– dopo solo un quinquennio- il suo crimen contro l’impero romano,  di fronte all’eccesso di un deicidio  compiuto a Roma nella persona  sebasth/ augusta venerabile dell’autokrator imperator,  del nomos epsuchos legge vivente per gli uomini.
Chi nel mondo cristiano ha chiara questa doppia situazione verificatasi nell’impero romano nel giro di cinque anni, conosciuta perfettamente da giudei, da greci e da latini contemporanei?
Chi, conformato secondo i principi cristiani, ha mai pensato che proprio il Theos Caligola  è onorato come Dio anche in Giudea,  subito dopo la morte del Messia,  e perfino a Gerusalemme, annichilita dalla coscienza della fine del Malkuth ha shemaim?
Chi di noi cristiani ha piena coscienza di questi eventi? Quale storico cristiano ha mai capito l’ektheosis di Caligola ed ha minimamente pensato ad un collegamento con la vicenda oscura di un ribelle aramaico, fattosi maran re in Palestina, poco prima,  nel corso di una crisi politica romana, in epoca tiberiana?
Filone, ebreo,  ci ha mostrato con l’incipit di Legatio ad Gaum entusiasticamente l’inizio del  regno di Caligola come avvento di  un‘era suturnia, di un delirio collettivo di tutte le etnie  dell’impero, innamorate universalmente del suo giovane principe, che però, dopo la malattia, inizia la persecuzione contro i giudei  e  fa un eccidio in Alessandria, che coincide con la morte e la divinizzazione di Drusilla, sua sorella ed amante, come Pantea (Cfr. A FILIPPONI,  Una strage di Giudei  trad. In Flaccum, testo a fronte  E. Book. Narcissus).
Filone, però, non ci mostra la persecuzione di Seiano, tramite Pilato, in Palestina, che dovette generare tragiche  ripercussioni, dopo la sconfitta di Artabano ad opera di Vitellio e che,  forse dopo la fine del  Malkuth ha shemaim, dovette generare pericolose connessioni con i giudei alessandrini.
Perché Filone, Apione e Seneca  tutti testimoni oculari ( o quasi ) dei due episodi non hanno realmente  mostrato  quanto era avvenuto?
Apione così attento a mirabilia (paradoxa), antigiudaico, grammatico nuovo Omero per Tiberio e suo cembalo Cfr Flavio (contra Apionem) ricordato da Plinio il Vecchio, niente ci ha lasciato di questi episodi, nonostante i miracoli (monstra) di Christos.
E Seneca,  che è stato ad Alessandria per quasi diciassette anni, spesso  commensale dell’alabarca, fratello di Filone, ci ha lasciato segni del suo odio feroce contro Caligola e niente dei fatti di Gerusalemme e di Alessandria.
Cito solo questi tre, ma potrei citarne tanti altri a cominciare da Agrippa I, da  Lucio Vitellio, da Claudio imperatore, da Agrippina minor che pur lasciarono scritti  oltre ai tanti storici tagliati dalla tradizione cristiana. Cfr. il buco storico.
E Flavio, che conosce bene le fonti giudaiche,  sacerdotali,  è ben conscio della grave responsabilità giudaica circa la morte del Dio Caligola, ma eroicizza il gesto inconsulto del pretoriano Cassio Cherea, accenna appena  alla morte del Christos (Ant Giud,XVIII,63-64) un tekton/Kain non rabbi/sophisths, proclamato dalla pars popolare (sostenuta dagli esseni e dai farisei)  Meshiah, preso, vinto ed ucciso dai romani, che avevano risolto il problema  armeno-palestinese grazie al trattato di Zeugma.
In conclusione, da Flavio, in linea con la tradizione giudaica, ci viene questo messaggio: i romani  Tiberio-Macrone-Caligola uccisero il Meshiah e fecero finire il malkuth ha shemaim facendo terminare l’insurrezione popolare  in Iudaea (che poi si propagò in Alessandria, in cui fu fatto il primo pogrom della storia), ma i giudei (Agrippa I e  Filone e i grandi trapezitai ellenisti )furono tra i maggiori responsabili della morte del Dio Gaio Caligola, venerato dal popolo, da tutta la romanitas.

Allora i due eventi non erano comparabili per lo stesso motivo per cui non sono oggi nemmeno da mettere in relazione i due uomini deificati.
Il primo, di sua volontà, si deificò grazie all‘exousia imperiale e lasciò certi segni che furono utili per altre divinizzazioni  imperiali e non; il secondo, meshiah ebraico sconfitto e crocifisso, fu divinizzato dopo circa tre secoli tra infinite contestazioni, secondo il paradigma caligoliano, dopo la sua definizione di uios e di  logos rispetto a Pathr e a Pneuma  per la costituzione dell’Unità e Trinità divina.
Il deicidio fu una novitas per gli abitanti dell’impero che constatarono la morte del Dio immortale, ucciso da mortali che realizzarono quanto avevano pensato.
L’idea di morte di Dio si forma dalla referenza stessa dell’uccisione di Caligola ad opera dei congiurati, in relazione allo sbalordimento dei contemporanei alla notizia del fatto,

Per noi posteri, invece, attribuire la morte di  Dio a Gesù, dopo lo scambio di  nomen/ nome, di upostasis/persona e di attribuzioni divine, risulta un absurdum artificiale, una costruzione letteraria, e diventa mysterium.
L’ absurdum è che storicamente si è archiviata la  memoria stessa della divinizzazione di Caligola come opera  ridicola di un pazzo, sulla base di una propaganda di ebrei incapaci, nella loro rigida osservanza legalistica, di tollerare un altro dio oltre JHWH e di accettare la normalità della basileia divina ed assoluta ormai imperante, di matrice ellenistica,  unificante la varietà etnica romana,  mentre si è  inventata e conservata quella del Messia sconfitto,  deificato, in quanto risorto, secondo i medesimi parametri, in relazione alla stessa terminologia, usata per l’imperatore romano, in un processo graduale popolare  cristiano, durato secoli, grazie alla potenza della struttura organizzativa diocesana/ amministrativa e al sistema  finanziario ed economico oniade, diffusi in ogni parte dell’impero.