Angelo Filipponi - intervista all'autore

intervista all'autore

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Intervista


Intervista ad Angelo Filipponi

-autore di saggi linguistico-critico-storico sul Regno dei Cieli e il periodo di Tiberio (14-37) ( Una lettura del Padre Nostro, Il Giudaismo Romano, Lo scetticismo e il tecnicismo nel I secolo d. C ,Caligola il Sublime -opere inedite)

-autore di Jehoshua o Jesous? Ed. Maroni, 2003

-autore di L?altra Lingua l?altra storia Ed Demian 1995.

-traduttore di 20 libri di Antichità Giudaiche(Giuseppe Flavio) e dell?opera omnia di Filone Alessandrino( opere inedite).



Di lei si conoscono non solo opere sulla figura di Gesù e sul Regno dei Cieli ma anche opere storiche sulla Domus Giulio-Claudia in relazione alla vita di Giulio Tiberio Erode Agrippa, Re di Giudea (37-44) e sopratutto opere linguistiche e semantiche, sulla cui base ha mostrato di operare con un metodo di insegnamento utile e formativo per due generazioni di studenti liceali.

Si sa che il suo approccio alla storia del I secolo d. C. è stato linguistico. Può farci capire come ha potuto dare una impostazione linguistica ad un problema come quello religioso e qual è stato il suo lavoro linguistico?

Per me il rapporto con l?altro è stato sempre fondamentale, sopratutto perché sono teso verso valori di paritarietà e di vera democrazia, convinto che reciprocità ed aristocrazia siano sottese nello stesso termine comunicazione, sicuro di formarmi e di formare in comunicazione, se c?è rispetto .

Il testo sia scritto che orale, diventa per me basilare in quanto è codificato dall?emittente per il ricevente, che però resta tale finché ascolta o legge e segna i termini e li decodifica mediante traduzione personale per una risposta razionale e propria, trasformandosi in attivo emittente.

Il testo arriva al destinatario, tramite un canale di trasmissione, che non sempre è aperto e che può avere interferenze di vario genere, e che è posto in un contesto ben definito, in cui il messaggio, veicolato dal codice, ha una sua precisa risonanza e valore.

Ora io ho sempre pensato che la trasmissione sia scritta che orale sia perfetta ,solo se il codice è situazionato nel giusto suo contesto e qualora si conosca il canale o i canali di trasmissione e se il messaggio è rilevato, dopo un accurato lavoro di denotazione scientifica, che autorizzi solo quella lettura, tale da evidenziare il vero pensiero dell?emittente, dopo che sono state fatte le specifiche operazioni di decodificazione testuale, proprie della funzione metalinguistica, che fa sintonizzare il codice del lettore o ricevente con quello dello scrivente o emittente, dopo aver zumato sull?emittente, mediante la funzione emotiva e sul ricevente,con quella conativa.

Allora forse si comprende il testo col suo messaggio, che può essere rilevato anche connotativamente, se si leggono gli interlocutori e si rileva la situazione con tutte le necessarie operazioni, non esclusa quella della corrispondenza tra la cosa detta o scritta e il suo significato referenziato, che comporta un passaggio da elemento parlante o scrivente in attante cioè in un elemento che scrive o dice quanto ha effettivamente interiorizzato, fatto proprio con l?esperienza di vita concreta quotidiana.


Professore, so delle difficoltà iniziali dei suoi alunni, miei amici, rispetto al suo insegnamento linguistico e semantico. Anche io ora mi trovo perplesso di fronte al suo linguaggio tecnico con cui penso lei abbia operato nella sua ricerca linguistico-storica circa la figura di Gesù e circa il Regno dei Cieli.

Può decodificarsi, per quanto è possibile, e rendere comprensibile a me e ai lettori quanto detto?


Noi, quando mandiamo un messaggio, lo inviamo ad un altro che ascolta, formulato in lingua italiana attraverso un canale, tramite un codice proprio del nostro personale sistema lingua, in una precisa situazione, che fa da contesto.

L?insieme di termini da noi scelti per la comunicazione formano una fettuccia linguistica che di norma è una frase o enunciato, che è così scritta o detta, su una base di scelta lessicale e morfo-sintattica, costituita da parole del nostro vocabolario, che hanno un loro significato specifico e un valore generale determinato, in relazione alle nostre esperienze.

Da questo nostro bagaglio esperienziale divenuto simbolicamente e convenzionalmente parola, scegliamo quelle parole che dobbiamo inviare ad un ricevente per comunicare il nostro pensiero.

Ad esempio se diciamo il fiore è bello, l?enunciato è testo da noi formulato in modo da mandare un messaggio sulla bellezza del fiore, ma l?abbiamo suddiviso in una parte nominale e una verbale obbedendo a regole lessicali e morfosintattiche della lingua italiana e parliamo di fiori perché ci riferiamo espressamente ad una campagna del territorio di Ripatransone, nel periodo primaverile, in cui ci troviamo.

Noi volendo dire che il fiore è bello rileviamo in sede princeps il fiore come soggetto con le caratteristiche specifiche perché al momento della formulazione abbiamo pensato più alla sua forma e colore che al suo profumo (che però è sotteso) in quanto col termine fiore noi intendiamo, a seconda della varietà di fiori conosciuti, di cui si ha esperienza diretta o indiretta, grazie a rimandi ai campi semantici e all?area semantica, l?idea generale, con cui diamo lo specifico significato.

In seconda istanza diamo il giudizio di bellezza mediante la locuzione verbale nominale composta da verbo essere più aggettivo, facendo una scelta ,indirizzata solo sulla bellezza, in un puntuale intervento limitato e in una volontà di inviare solo quel messaggio ad uno che riceve quell?informazione in un dato contesto, in un preciso momento storico, in un ambiente geografico, elementi che possono meglio determinare quell?enunciato ,che è anche in relazione ai due comunicanti, che devono essere individuati nelle loro persone per la migliore comprensione di tutta la fettuccia linguistica (io e lei che passeggiamo in questa campagna ripana ).

Il messaggio passa dall?uno all?altro perché chi ha semantizzato e comunicato ha gli stessi referenti del destinatario .

Può sorgere equivoco se c?è traduzione in altra lingua o per imperizia tecnica o per difetto della lingua di chi manda il messaggio o anche per ridondanza della lingua del recettore , che semantizza in modo leggermente differente mediante sinonimi ;il passaggio poi ad altra lingua da quella di ricezione , può determinare un ulteriore allontanamento del significato iniziale.

Perciò la traduzione dal greco in latino e dal latino all?italiano (o altre lingue) può essere stata imperfetta

Ancora più imperfetta potrebbe essere stata la traduzione dall?aramaico al greco in quanto le due lingue sono espressione di due diverse culture, direi opposte( considerato inoltre l?obbligo di non scrivere né pensare a sacerdoti in lingua diversa da quella sacra ,ebraica ed aramaica)


Insomma professore per comprendere il suo messaggio su Jehoshua e sul Regno dei Cieli è necessario avere, oltre ad una preparazione storica , culturale e letteraria anche un?altra linguistica e semantica.?


Certo ,se si vuole ripercorrere il mio lavoro e rilevare il sistema di esplorazione e di indagine bisogna tener presente le tecniche linguistiche e semantiche che sono propedeutiche al mio lavoro storico; se si vuole capire solo il significato del mio lavoro è sufficiente, comunque, rimanere sul piano della logica operativa storica e delle sottese operazioni di ricerca, ben indicate .

Infatti inizialmente ho fatto una serie di studi linguistici sui codici e sulle edizioni evangeliche specie greche, poi ho lavorato per capire se c?era corrispondenza tra testo esaminato e cotesto, al fine di collocare esattamente nell?insieme testuale originario ogni frase e lettera, ed anche tra codice e contesto in modo da situare quelle frasi in un preciso ambiente e in un determinato tempo, in quanto ogni enunciato ha significato e valore nell?epoca in cui è scritta o detta.

Poi ho cercato di determinare se i singoli termini, formanti il testo, sono autentici o spuri in comparazione anche con termini di altri testi della stessa epoca.

Infatti avevo rilevato che la traduzione di S. Girolamo (che aveva emendato il testo latino esistente dei Vangeli per ordine di papa Damaso nel 383 e probabilmente anche gli altri testi del Nuovo testamento secondo il testo greco originale ) era relata al tempo della traduzione e non a quello della scrittura e che la stessa vulgata Sisto ?clementina post -tridentina usava lo stesso sistema di lettura.

Inoltre la traduzione in italiano ha prodotto un ulteriore allontanamento dal significato originario, data anche la tendenza della Chiesa Cattolica a mediare ,ad autocorreggersi tardivamente ,a ritradurre a distanza di tempo , come per aggiornarsi .

Perciò ora, senza entrare in merito alle edizioni critiche e senza evidenziare i passaggi da una lingua ad un?altra , ritengo arguibile e probabile che ci sia stato qualche cambio o trasferimento di termine, per non dire mistificazione .

Una volta collocato il testo nel suo esatto periodo storico ed accertata la presenza di termini spuri, dettati anche da una propaganda successiva alla scrittura originaria del testo ,ho avuto dubbi su tutta la costituzione del testo evangelico e sull?autenticità del messaggio del Vangelo canonico.


Professore, dunque, lei ha letto la Sacra Scrittura, come un normale testo, senza seguire le prescrizioni dogmatiche del concilio di Trento e di Vaticano I e II secondo la chiave linguistica e semantica e poi ha operato storicamente ed ha referenziato sia sul personaggio di cui si parla sia sugli emittenti che sui possibili riceventi oltre che sul contesto, dopo aver cercato di comprendere i canali di trasmissione testuale, rilevando anche la cultura e la letterarietà dell?epoca ed ogni altra forma culturale.


Gli emittenti evangelici mandano un messaggio non proprio, ma di Gesù, il logos fatto carne, di cui quello di Giovanni è la sintesi ideologica , da cui si sviluppa tutta la questione cristologica e trinitaria.

Certo lei ha un pò generalizzato circa il mio specifico lavoro, ma sostanzialmente ha indicato le operazioni che ho fatto: io, comunque ho letto il testo greco dei Vangeli con cui ,si dice, è stato evangelizzato l?impero romano, che aveva due lingue una latina limitata alla pars occidentale ed una detta koinè parlata in tutto il bacino del Mediterraneo e in tutto l?Oriente.

Nel lavoro sul testo greco ho cercato, dove mi è stato possibile e in relazione alla mia modesta conoscenza dell?aramaico, il termine usato dall?emittente del messaggio, Gesù, tradotto poi per la diffusione del vangelo in koinè da Paolo e dagli evangelisti, che hanno codificato e semantizzato in relazione alla loro cultura e letterarietà ellenistica un contenuto di altra cultura e letterarietà, in dati momenti storici, successivi , di molto posteriori alla morte del Maestro.

Se si pensa che il maestro aveva mandato il suo messaggio in aramaico, probabilmente trascritto direttamente da Matteo, un pubblicano, tachigrafo, di cui ci restano tracce come Logia, su cui gli evangelisti poi scrissero come poterono per costruire la vita del Maestro, bisogna credere che la costruzione del bios (vita) evangelico sia un successivo rivestimento letterario sulla base di detti del Signore con alcuni fatti storicizzati.

Il mio lavoro iniziale è stato quello di ritrovare solo i detti di Gesù, aramaici, convinto che una cosa è una cultura locale un?altra quella ellenistica: infatti sono convinto che nel passaggio da una cultura siriaca a una ellenistica il messaggio si sia snaturato perché gli emittenti dovendo indulgere al sistema di letterarietà propria di un ellenizzato, loro fruitore, abbiano usato i mezzi espressivi ellenistici..

Perciò sono stato costretto ad esaminare il sistema linguistico aramaico con la sottesa cultura e storia,( Musar e toledot) quello ellenistico con la propria cultura e storia (paideia e historia ). ed ho fatto un lavoro storico ,non teologico.

Da qui una dilatazione immensa del lavoro che si è fatto culturale e storico per l?esigenza di referenziare esattamente in senso filosofico e storico: perciò ho dovuto ricostruire il sistema filosofico scettico in Lo Scetticismo e tecnicismo nel I secolo ( in un momento stoico di cultura sincretistica ed eclettica ) quello storico- politico con Il Giudaismo romano,opere inedite.

In questa lunghissima operazione ho trovato termini che mi hanno condotto ad una rilettura del testo evangelico e a ritrovare sottesa un?altra storia, quella aramaica di Jehoshua col suo Regno dei Cieli.


Il suo sistema di lettura quindi, professore è quello stesso che ha mostrato nel saggio edito dalla Demian di Teramo nel 1995 L?altra lingua l?Altra storia?


Certo, il metodo è lo stesso; allora rilevavo la presenza di una miriade di codici dialettali sotto cui pulsava la cultura popolare italiana, non rappresentata dal codice-lingua nazionale di stampo manzoniano ora cerco di mostrare la presenza di un doppio codice, l?uno sotteso all?altro nel sistema del Kosmos imperiale romano .


Allora professore, lei fa solo rilievi linguistici e storici sulla base del codice paolino ed evangelico , in un certo senso ricostruito ed emendato ?


Non è così. Io ho messo in relazione il codice paolino ed evangelico con quello di Giuseppe Flavio (38-114? d. c.) specie con i Venti libri di Antichità Giudaiche da me tradotto oltre che con autori coevi come Plutarco, Dione di Prusa, Musonio , comparati anche con autori latini come Velleio Patercolo, Seneca , Svetonio, Tacito ed altri.

Non è qui il caso di citare gli autori su cui ho lavorato: la lettura di un mio testo dimostra ampiamente il modo di procedere adottato.

Comunque Filone (25? a.c.-42/3 d.c.?) è stato la chiave che mi ha permesso di capire il sistema giudaico ellenistico e di conseguenza di intuire la presenza di un altro codice quello aramaico palestinese, sotteso e tornando indietro nel tempo a ripercorrere il processo di ellenizzazione del sacerdozio giudaico in epoca tolemaica (302-199) e poi seleucide (199-164), e poi asmonea (164-63) e romana ,con dilatazioni temporali fino ad Adriano e alla sua vittoria su Bar Kokba 135 d. c. .

Infatti avendo lavorato per anni alla traduzione della opera di Filone (35 libri) ho acquisito una famigliarità con la lingua ellenistica e con l?ambiente di Alessandria e con la cultura del periodo giulio-claudio..

Inoltre essendo un laureato in lettere classiche ed avendo famigliarità con la cultura greco-ellenistica ho potuto comparare spesso i termini e vedere anche la traduzione in latino in modo da dare un esatto significato ai termini sotto analisi.

Ne è derivato un lavoro complesso dal lato linguistico e semantico, anche perché c?era il pericolo di uno scontro tra diversi sistemi ermeneutici, quello ellenistico giudaico e quello ellenistico puro, quello aramaico farisaico e quello ellenistico in genere, oltre a quello mio personale di lettura ?letterale? e non solo ?simbolico?.


Quindi professore lei ,oltre ad affrontare i problemi storici, ha dovuto fare interventi anche sulla ermeneutica greca e giudaica?


Penso che lei per intervento voglia dire operare tra, venendo in mezzo a trasmettitori con vari metodi in relazione ad un preciso referente connesso a problemi storici e culturali propri di un dato ambiente.

Se è così ,rispondo che ho operato con scrupolo akribos cercando solo di capire in relazione al contesto e al cotesto, in una determinazione storica , dopo aver esaminato tutto ciò che era necessario per la conoscenza esatta di quel termine posto in quel testo, servendomi di ogni scienza a me nota ed a volte, cercando di rilevare perfino le dimensioni o la natura del luogo, sono andato spesso di persona nei paesi di cui si parla .


Il suo problema iniziale quindi dovrebbe essere stato il recupero del messaggio insito nel codice aramaico e della sua valenza in un territorio romano?


Certo con Una lettura del ?Padre nostro? (opera inedita del 1992 )avevo tentato tale operazione, ma mi accorsi che tale preghiera non era stata detta così ,con quella formulazione e con quel codice, ma che essa era un assemblaggio successivo a fini propagandistici di un cristianesimo già costituitosi, dal quale veniva fuori un doppio regno quello dei Cieli e quello di Dio.

Poi insistendo nel lavoro specifico con esami mirati a frasi emblematiche rilevai che non era possibile tale operazione perché c?era stato un processo di trascodificazione che aveva fatto passare il messaggio da un codice ad un altro. con qualche variazione indebita.

Infatti da un iniziale malkut ha shamaim ( Il regno dei cieli) e da una iniziale Jehoshua mashiah barnasha(figlio dell?uomo) si era passati ad un?assimilazione indebita di H basileia ton ouranon (traduzione letterale greca di Regno dei Cieli) con H basileia tou Theou (Il regno di Dio)e ad una traduzione con Jesous Christos Kurios del tutto arbitraria , per cui i termini aramaici avevano perso il loro valore originario.

Il passaggio da una cultura locale giudaica ,valida anche tra i giudei del regno partico, agricola e nazionalistica ad una cultura ellenistica mediterranea, commerciale ed industriale , sopranazionale ed ecumenica, comporta uno snaturamento dei termini ?chiavi e una perdita del significato.

Inoltre il fatto ,poi, della successiva sconfitta giudaica e della distruzione del tempio (66-70 d. c.)determina un aggiustamento del messaggio ai fini di una accettazione nel seno dell?imperium ,in cui il giudaismo ellenistico, staccatosi dai giudei di Palestina, nazionalisti ed antiromani, già all?inizio della guerra,vive bene da filoromano, protetto perfino dalla casa regnante.

Perciò la figura di Jehoshua , espressione di un sistema culturale aramaico zelotico, viene modificata nel nuovo contesto romano-ellenistico, tanto da essere tramutata in quella di un predicatore ( Khrestos ) buono e filoromano, invitante a pagare le tasse .

Infine il suo Malkuth , ormai vuota parola per i cristiani , diventa sinonimo di Regno dei cieli e connesso con Regno di Dio

Insomma viene cancellata lentamente nel corso di un quarantennio, la reale figura di Jehoshua e mostrata un?altra connessa con la cultura e la storia ellenistico-romana senza far vedere la mancanza di comunicazione tra i due mondi .

Specie la guerra e la successiva sconfitta determinano una revisione, dopo il lunghissimo periodo di tentativi insurrezionali giudaici dalla parte giudaico-cristiana e dalla parte giudaica ellenistica non compromesse con il radicalismo partigiano del Regno dei Cieli , disperso .


Professore, lei ritiene quindi che in ultima analisi si potrebbe dire che , al di là delle specifiche situazioni evangeliche, tra Romanitas e giudaismo palestinese ci fu uno stato di continua belligeranza e che tra la Romanitas e il giudaismo ellenistico ci fu comunicazione?


Io faccio una precisa distinzione contestuale per la collocazione del messaggio : una giudaica e una ellenistica; una che parla aramaico ed ebraico ed ha ancora una cultura agricola; l?altra che parla greco ed è di cultura emporica (commerciale).

Tra il giudaismo palestinese e Roma ci fu un duecento anni di guerra dal 63 a. c. fino al Galuth alla cacciata definitiva ad opera di Adriano dopo la sconfitta di Bar Kokba (135 d.c) ,mentre tra il giudaismo ellenistico e Roma ci furono una comune intesa e comunicazione reciproca sulla base della medesima lingua e del comune guadagno commerciale.

Fatta questa premessa, preciso che tra il giudaismo e la Romanitas c?è incomunicabilità perché diversi sono i codici culturali , che sono segnati nel sistema linguistico aramaico e in quello greco-latino.

Al di là del sistema di significazione orale e scritta c?è una incomunicabilità concettuale in quanto il sistema aramaico sottende una concettualizzazione mitica e pregnostica mentre quello ellenistico una concettualizzazione logica ,soggettiva


Se ho ben capito ,dunque, professore,in altre parole, la differenza linguistica, nel periodo di Jehòshua sottende una diversa impostazione ideologica e culturale che definisce l?area di significazione giudaica , dominata dal Mythos (e dal pregnosticismo )e quella ellenistica dal Logos. E? così?


Per me è così, amico, ma bisogna precisare. Ognuno dei due termini sottende una area di significazione e di referenze specifiche in quanto si utilizza un preciso strumento e perciò ognuno consegue una propria cultura che procede con metodi differenti, avendo due vie di scorrimento parallele non comunicabili, anche se inizialmente hanno relazioni e forme simili: in effetti la divergenza c?è quando all?atto pratico il mythos inforca la via ritualistica e dogmatica , propria di un mondo sacerdotale teorico e il logos invece si concretizza sul piano prattico, come soluzione reale dei bisogni reali dell?uomo , come tentativo di superamento , di miglioramento etico del sistema di vita individuale e societario.

La biforcazione diventa del non ritorno e della incomunicabilità quando l?uno inefficace sul piano del quotidiano , dà elpis (speranza) infinita per il futuro post mortem e rasserena chi soffre, in un continuo assimilarsi a Gesù exemplum di vita , grazie al culto e alla pratica rituale , l?altro invece dissocia la psuche individuale, incapace di conseguire l?infinito, che si propone una partecipazione attiva e civile, in relazione al vivere quotidiano , pur in un sistema di dominio del male ,e consegue obiettivi minimi,in un progresso scientifico e tecnico che migliora l?esistenza ,seppure secondo canoni scettici., in una ricerca di Israel eterno in ogni uomo .

Ora nei sistemi arcaici e in quelle culture tradizionali moderne e contemporanee, conformate sul mythos non c?è la possibilità di ragionare ma solo di credere , secondo modelli prefissati secondo gerarchie statiche .

Inoltre il sistema di significazione in lingua aramaica è diverso da quello in lingua koinè :l?uno è espressione di una civiltà di am ha aretz (popolo della terra) cioè contadina e pastorale che procede per intuizione in relazione ai valori mitici ,alla toledot alla storia ,mitizzata, e alla ermeneutica simbolica, che autorizza una lettura infinita a seconda degli interpreti coscienti delle infinite possibilità di lettura di ogni lettera del testo sacro; l?altro è proprio di una civiltà commerciale, che procede secondo prudentia latina e sofrosune,greca, basata su una progettazione scientifica, sull?episteme, sulla base di un ricerca diremmo paneziana ?posidoniana , poi filoniana

Perciò l?uno va verso la pistis secondo un processo mistico-misterico,sublime, che porta l?uomo a sopportare il male del vivere perché spera in una soluzione definitiva nella vita ultraterrena ; l?altro invece tende alla gnosis in senso politico per una reale costruzione di un mondo, secondo tecniche innovative.

Il primo ha una concezione di cultura( unitaria in Palestina e in Mesopotamia , pur con qualche differenza , ma molto differente rispetto alla diaspora connotata da sistema misto ed eclettico) in senso tradizionale , fissata dai secoli e rimasta inalterata , basata sull?onore (e sul disonore ), sulla ospitalità ed inviolabilità dell?ospite, sulla famiglia patriarcale, sulla verginità della donna, sulla religione, insomma sui mores prisci dei maiores latini ,propri anche dell?antica repubblica, su costumi spartani , sulla paideia greca arcaica

Essa era stata influenzata dalla cultura medica(dei Medi) e con essa aveva maturato a contatto anche con lo zoroastrismo un sistema culturale ,centrata sulla forza e sulla bellezza , che si condensava nella giustizia come massima espressione dell?uomo, in senso però irrazionalistico : esprimeva

l? esigenza primaria di un mondo conservatore , maschilista ,basato sul comando e sull?obbedienza del minore.

Questa poi era stata scossa dalla paura di tanti tragici avvenimenti nel corso della dominazione macedonica ( lagide prima e seleucide poi) ed era cosciente del male dominante e attendeva la fine specie dopo la conquista romana : l?escatologia e l?apocalissi hasidica, farisaica ed essenica avevano educato il popolo ad attendere un redentore che alla fine dei tempi avrebbe instaurato il Malkuth e quindi a sopravvivere al male e a rimanere attaccato alla legge e al tempio, anche nell?abominio della desolazione nei momenti storici peggiori ( 167 a. c. dedicazione del tempio di Gerusalemme a Zeus ad opera di Antioco IV, 63. av.c. . presa di Gerusalemme ed entrata di Pompeo a cavallo nel tempio, 37 a.c. elezione di Erode a re , 4 a, C;-6 d.c.le due fasi di censimento di Sulpicio Quirinio ) .

Il secondo invece ha una concezione culturale, venuta fuori da un lungo processo dialettico tra la nobilitas e la plebs tra innovazione e conservazione che, iniziato nel periodo delle guerre puniche era andato avanti grazie a conquiste progressive verso sud e verso oriente e nel giro di poco più un cinquantennio aveva costituito l?imperium repubblicano ,mentre la sua élite si snaturava passando da una cultura agricola ad una ellenistica.

La paideia ellenistica, propria delle basileiai orientali, si basava su un?educazione del ginnasio e su un sistema filantropico , su un?apertura commerciale, sul benessere dei sudditi e sul nomos (legge) vivente del basileus, che costituiva il logos ,che coordinava lo stato in senso monarchico , ma anche in senso religioso in quanto l?atto del monarca era atto divino e da lui dipendeva una burocrazia efficiente che dominava l?immensa chora territoriale e i sudditi, che ne avevano benessere individuale,conseguivano, eudaimonia ed eirene.secondo un processo razionalistico .

La romanitas inoltre nella pars aristocratica si era ellenizzata e aveva assunto un carattere stoico paneziano ?posidoniano ed aveva ,dopo il collasso repubblicano e dopo le guerre civili, riordinato il mondo, dopo la vittoria sull?ultima monarchia ellenistica di Egitto, come kosmos su cui l?imperator (autocrator)aveva un potere politico , militare e religioso , propagandato con formule sincretiche ed eclettiche (di stampo stoico ,ma con recuperi platonici aristotelici e scettici), non del tutto accettato dalla aristocrazia , ma funzionante meglio in oriente che in occidente a causa della maggiore ellenizzazione .

La cultura romana, però, avendo una doppia funzionalità, una occidentale ed una orientale ,non ancora ben fuse, tendeva a fondere il quiritarismo occidentale agricolo con lo spirito ellenistico razionale e aperto ,in senso scientifico , in una continua tensione progressistica , grazie alle invenzioni tecnologiche.

In Oriente ,però, la cultura ellenistico-romana , anche se compattamente accettata dalla maggior parte delle popolazioni, si scontrava con quella giudaica per l?equivoco linguistico della Koiné. che unificava da una parte sia popoli già ellenizzati che altri in via di ellenizzazione ed altri, ai margini dell?impero, ancora da ellenizzare e quindi sottendeva valori differenti per le varie culture diversificate.


Dunque sintetizzando professore, lei immette la cultura giudaica nel kosmos romano ellenistico e poi fa distinzioni interne al mondo giudaico?


Si. Io distinguo e separo nettamente in quanto ritengo che il Giudaismo antico abbia due anime : una palestinese e parta ed un?altra ellenistica .

La prima era quella più retrograda ed attardata dell?Oriente ellenizzato , quasi un?isola in un sistema di ellenizzati , seppure di vario grado, antimperiale ed antiromana; l?altra era la pars trainante del sistema ellenistico emporico orientale, filoimperiale e filoromana.

L?una ha assunto, dopo la vittoria maccabaica nell?euforia nazionalistica una caratteristica militare che distingue il giudeo palestinese e nello stesso tempo lo classifica come gens taeterrima proprio per la xenofobia e per la separazione con le altre civiltà , in quanto cerca di mantenersi puro come zelante della legge , vincolato al tempio, secondo l?insegnamento intransigente e integralista farisaico ed essenico, dapprima perfino nei confronti dell?autorità regia asmonea , nazionalistica, poi ancora di più contro l?invasore romano.

L?altra essendo da secoli del tutto ellenizzata,avendo partecipato, specie ad Alessandria ai vari fenomeni ellenistici con propri elementi come Aristobulo e Filone, a creare una cultura nuova specie nel passaggio dai Lagidi ai Giuli ,diretti padroni dell?Egitto, aveva sapientemente fuso platonismo e aristotelismo e scetticismo con la base stoico- pitagorica e con la propria tradizione giudaica , non più in lingua ebraico- aramaica, ma in quella greca (traduzione dei Settanta), creando un sistema sincretistico in cui era assicurato il proprio politeuma ( modo di vivere secondo leggi proprie , approvato da Roma) ed aveva raggiunto l?apice della potenza commerciale, favorito proprio dalla domus Augusta , apparendo scismatica ai fratelli palestinesi.


Professore, a parte dunque l?anima giudaica palestinese, la koinè fondeva gli orientali che comunque, si dovevano incontrare sulla base della lingua comune e convivevano con le leggi universali di base latina , propria della lingua senatoria, che veniva tradotta in sistema funzionale in greco ed includeva tra i giudei solo la pars sadducea ed erodiana. E? così?


Certo, i sadducei e gli erodiani erano di cultura ellenistica e quindi avevano una buona conoscenza orale della koiné anche se non potevano scrivere in greco secondo Flavio, che parla di questa prescrizione nell?ultimo capitolo del XX libro di Antichità Giudaiche.

Il sacerdozio si era ellenizzato già all?epoca di Antioco IV (175-163 a.c.) anche se l?ellenizzazione era stata accettata gradatamente da un sempre maggior numero di giudei , ma solo dopo il regno di Iamneo (103-76 a.c.), si era radicata , specie con il regno di Erode (38-4 a.c) , con il dominio romano.( Cfr M. Hengel, Giudaismo ed ellenismo, Paideia 2001).

L?elemento popolare e sacerdotale medio basso però interpretava la cultura egemone come corruzione e quindi si opponeva con lo strumento della lingua aramaica, che lo accomunava all?area partica, dove per altro c?era una colonia di un milione di giudei della stessa cultura.

Il popolo formava l?opposizione all?élite sacerdotale sadducea scriba ed erodiana, e costituiva la maggioranza in Iudaea , aizzata dagli esseni che,predicavano oltre che un sistema di vita agricola, il Malkuth ha shamaim ,il Regno dei cieli e il nuovo patto con Dio, dopo la cacciata dei romani.


Perciò, professore , culturalmente tra la romanitas e il gruppo sacerdotale ed erodiano c?era comunicazione, anche se serpeggiava infidamente l?equivoco , ma tra questo e il popolo non c?era possibilità di comunicazione e tra il sistema romano-ellenistico e quello aramaico giudaico popolare c?era solo opposizione con continui fermenti di stasis(rivoluzione) .Ho ben capito?


Certo. La legge romana era applicata da Procuratori e da pubblicani , ma il popolo contrastava quotidianamente con l ?elemento militare, normalmente , di origine italica, parlante il linguaggio militare di base latina ,in greco, ma avente una logica concreta e reale del tutto diversa da quella orientale, fantastica ed idealistica.

Gustosi, piccanti e tragici sono alcuni episodi di questo scontro tra il realismo romano crudo e militaresco e l?idealismo religioso giudaico .

L?episodio del romano che mostra il sedere e scoreggia davanti al popolo di fedeli è esemplare non solo di una volgarità militare ma anche di un dissacrazione e di mancanza di rispetto nei confronti di un popolo di zelanti.

L?altro episodio d quello di bruciare le pergamene sante della Torah di una sinagoga scatena l?ira del popolo contro i romani .

E tanti altri fatti, per non parlare della ostilità dei romani verso il sabato, verso i curti giudei circoncisi, e della incompatibilità di cultura espressa da Augusto stesso nei confronti di Erode che ebbe a dire. meglio essere un figlio di un porco che figlio di Erode giocando su uios (figlio)e il genitivo uos di us (porco).

Non è qui il caso di mostrare i contrasti culturali tra romanitas e giudaismo integrale, ma basti dire che i due gruppi non si incontrano mai , solo si scontrano militarmente :la mediazione è solo del gruppo sacerdotale ed erodiano che da una parte ha interesse alla conciliazione ma da un?altra deve mantenere in equilibrio questo stato di belligeranza con sue parziali interpretazioni del pensiero romano che tende al Kosmos in una concezione di ecumenicità ma che impone al popolo giudaico la dura lex del vincitore, come foedus iniquum seppure velata da forme di iustitia

Se poi si aggiunge che effettivamente il popolo giudaico è reclutato da farisei ed esseni ,da laici e sacerdoti zelanti di fede in senso militare, per mantenere viva la guerriglia contro Roma e per mantenere intatti i loro valori agricoli e la loro tradizione, sanciti dalla Torah si capisce come questo popolo abbia lottato coraggiosamente in nome di Dio contro forze miliari infinitamente superiori per circa duecento anni dal 63.a.c. al 135 d. C. scrivendo un?epica giudaica. degna di essere ricordata in ogni singola fase.

Quella di Jehoshua Barnasha è una di queste e certamente la più misteriosa e la più difficile da leggere per i tanti interessi sovrapposti e per lo sconvolgimento totale culturale, operato poi da cristiani in epoca romana ,specie dopo il Galuth giudaico, dopo la definitiva cacciata dei Giudei dal corpo dell?imperium ad opera degli Antonini., a seguito della definitiva separazione tra cristiani e giudei anche a causa della impossessamento arbitrario delle Sacre Scritture da parte dei primi.


Lei. professore, già precedentemente aveva mostrato che storicamente si può parlare di un Malkut ha shamaim ,predicato da esseni, che videro il Mashiah in Jehoshua grazie alle sue attività tectoniche e alla sua ecsousia personale , quindi lo favorirono nella rivoluzione contro i romani, dapprima vittoriosa e poi ,dopo la sconfitta, seguirono suo fratello Jakob per arrivare infine, dopo la sua morte , alla guerra , al loro annientamento ad opera di Vespasiano e alla successiva distruzione del tempio.

Tutto questo comporta innanzi tutto una nuova figura di Gesù, che lei chiama Jehoshua , distinto da Jesous Christos Kurios . Può indicare ai nostri lettori le linee fondamentali caratterizzanti Jehoshua?

Ritengo che Jehoshua fu uno zelante giudeo e perciò visse come tale in epoca tiberiana aspirando come i suoi corregionali palestinesi al Malkuth, danielico . ad un regno, con capitale Gerusalemme, da costituirsi dopo la distruzione del potere romano , e sancito da Dio in forma di nuovo patto, fatto coi suoi fedeli , puri, dopo la punizione degli ellenisti emporici, dei sadducei , di tutti gli apostati e dei goym (pagani) .

Egli fu un costruttore(tecton-kain)(non un falegname) , che probabilmente costruì da solo o con altri Tiberiade, noto non solo in patria ma anche in altre parti dell?impero romano.

Non può non essere stato uno zelota perché in quell?epoca ogni giudeo popolare lo era : il fatto poi che era stato discepolo di Giovanni è una prova del suo zelotismo, visto che il Battista col battesimo faceva iniziare un periodo di penitenza ,cui normalmente succedeva un altro di addestramento militare, facendo così un vero reclutamento giovanile .

Come zelota Jehoshua, noto per la sua professione e per le sue doti taumaturgiche , approfittò di una difficile situazione internazionale in cui l?impero parto e quello romano erano da anni in lotta ed inoltre , e in quel particolare clima si autonominò re .

Egli , favorito dalla politica di Artabano III (10 a.c. -40 d.c.) approfittò del vuoto di potere in Siria e in Giudea, dopo la morte di E. Seiano, ministro di Tiberio (18 ottobre del 31) in carica per circa otto anni con grande plauso dello stesso imperatore, fatto uccidere dall?imperatore che viveva ritirato, Capri

La morte del potente capo pretoriano comportava l? automatica cessazione della carica con decadimento di potestas , del governatore di Siria , P. Flacco e del procuratore di Giudea Ponzio Pilato, da lui nominati e l? annullamento anche di ogni atto dei due prefetti .

Si conosce solo un periodo di 5 anni senza potere romano in Siria e Giudea: Tiberio non mandò sostituti alla morte di Norbano Flacco e non sostituì Pilato, pur decaduto di potere, pur essendo stato nominato E. Lamia prefetto di Siria , che però non prese mai potere.

Solo nel 35 L. Vitellio è inviato da Tiberio con un mandato in Siria.

Noi abbiamo ipotizzato una vittoria di Jehoshua , in tale stato di crisi dell?oriente romano, con l?aiuto probabile di Areta IV re dei Nabatei , di Asineo satrapo di Mesopotamia, di Izate re di Adiabene e sopratutto con l?autorizzazione di Artabano re dei re, parto.

Di tale vittoria non ci sono segni : il fatto che Jehoshua entri vittoriosamente in Gerusalemme è una prova indiretta da cui si evince dai vangeli che ha il favore popolare e non solo della capitale ma anche di tutta la Ioudaea , se da Caphernaum può avanzare indisturbato fino al tempio di cui prende possesso nonostante la guarnigione romana, dislocata sulla torre Antonia.

Jehoshua in seguito a tali fatti fu proclamato re (maran) e probabilmente tenne Gerusalemme fino al 36 d. c , anno in cui Tiberio , ripreso il potere completamente , ristabilì l?ordine nel settore orientale grazie al proconsole Vitellio .

Questi ,incaricato di imporre un trattato di pace ad Artabano, ristabilì lo status quo ripristinando l?ordine in Armenia e in Palestina , assediando Jehoshua in Gerusalemme che si arrese e consegnò il suo re, tradito dalla pars ostile dei sadducei ed erodiani , fatto crocifiggere poi da Pilato , legittimo procuratore , seppure destinato a rispondere di lesa maestà a Tiberio, protetto dalle legioni di Vitellio.


Professore ,mi sembra che lei tratti il problema di Jehoshua maran come ipotesi , che, comunque, è tutta da verificare?


Certo io non posso affermare niente di sicuro e quanto dico è solo un dato di ricostruzione in relazione a pochissime notizie certe. Posso solo dire che in epoca di Giulio Erode Agrippa(37-44) sussiste ancora il sacerdozio essenico, che sembra perdurare fino alla morte di Jakob (62-3 d.c.) e probabilmente anche nel corso della guerra giudaica.

Inoltre l?ingresso di Gesù, regale, evangelico in Gerusalemme con i successivi atti compiuti nel tempio potrebbe avere un valore di prova dell?esattezza dell?ipotesi.

Capisco che è poca cosa: ci vogliono prove archeologiche, monete , leggi e forme tali da comprovare con sicurezza un Jehoshua maran


La ringrazio per la corretta precisazione.Le chiedo , professore: sa indicarci la figura di Jesous, dando i tratti più significativi ,risultanti dalla sua lettura evangelica, rispetto a quella di Jehoshua ,in modo da capire la sostanziale differenza , da lei riscontrata?


Jesous (a me così sembra) è la stessa figura di Jehoshua, nata dopo la morte e resurrezione ,alonata dalla toledot (storia) celebrata dal popolo, che inoltre attendeva con suo fratello Jakob il suo ritorno (parousia).

La parte sconfitta ,popolare, attese il ritorno di Jehoshua che ,durante il regno del giudeo G. Erode Agrippa e poi ,dopo la nuova annessione della Giudea all?imperium, era stato cantato come il Mashiah, che sarebbe tornato secondo le interpretazioni, fatte dagli esseni e dai Terapeuti alessandrini, della Sacra scrittura , questa volta con poteri divini e soprannaturali per la definitiva vittoria giudaica.

Un grande ruolo ebbe il fratello di Jehoshua , recabita , nazireo ,sacerdote, giusto, che guidò la comunità popolare di Gerusalemme, in opposizione ai sadducei, secondo la linea penitenziale e militare propria degli zelanti della fede, convinti che Jehoshua doveva nascere, morire e risuscitare per poi ritornare con poteri nuovi tali da annientare l?imperium romano , come si leggeva nelle scritture di Isaia, di Ezechiele e specie di Daniele .

Shaul di Tarso, un fariseo della tribù di Beniamino, discepolo di Gamaliel ,incentrò tutta la sua lettura della venuta e morte di Jehoshua , non sulla vita ma sulla sua morte e resurrezione con la conseguente parousia .

La sua interpretazione in koiné traduce la figura umana di Jehoshua Mashiah Barnasha in Iesous Christos Kurios , un uomo-dio ,morto e risorto per redimere il mondo dal male ,costituendo così un Kosmos grazie al corpo mistico dei fedeli , partecipi dei suoi meriti e affratellati .

Jakob condannò come eretico e perseguitò perciò Paolo, che da romano ed ellenista professava un altro evangelion e lo predicava anche tra i pagani .

Da qui il sorgere dalla figura umano-divina di Jesous Christos Kurios la cui potenza è poi propagandata dagli evangelisti e specie da Marco .che riprende quasi lo stesso pensiero paolino

e scrive il Vangelo del figlio di Dio , facendolo riconoscere dal centurione romano, che l?ha crocifiss

Autore: Angelo Filipponi

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